Читать книгу: «Messaggi dallo Spazio »

Шрифт:

MESSAGGI DALLO SPAZIO

(LE CRONACHE DELL’INVASIONE – LIBRO 1)

MORGAN RICE

EDIZIONE ITALIANA

A CURA DI

ANNALISA LOVAT

Morgan Rice

Morgan Rice è l’autrice campionessa d’incassi e oggi numero #1 negli Stati Uniti della serie epic fantasy L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende diciassette libri; della serie numero #1 nelle vendite APPUNTI DI UN VAMPIRO, che comprende dodici libri; della serie numero #1 nelle vendite LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA, un thriller post-apocalittico che comprende tre libri; della serie epic fantasy RE E STREGONI, che comprende sei libri; della serie epic fantasy DI CORONE E DI GLORIA, che comprende otto libri; della serie epic fantasy UN TRONO PER DUE SORELLE, che comprende al momento 5 libri e della nuova serie di fantascienza LE CRONACHE DELL’INVASIONE. I libri di Morgan sono disponibili in formato audio e cartaceo, e sono tradotti in oltre 25 lingue.

Morgan ama ricevere i vostri messaggi e commenti, quindi sentitevi liberi di visitare il suo sito www.morganricebooks.com per iscrivervi alla sua mailing list, ricevere un libro in omaggio, gadget gratuiti, scaricare l’app gratuita e vedere in esclusiva le ultime notizie. Connettetevi a Facebook e Twitter e tenetevi sintonizzati!

Cosa dicono di Morgan Rice

“Se pensavate che non ci fosse più alcuna ragione di vita dopo la fine della serie L’ANELLO DELLO STREGONE, vi sbagliavate. In L’ASCESA DEI DRAGHI Morgan Rice è arrivata a ciò che promette di essere un’altra brillante saga, immergendoci in un mondo fantastico fatto di troll e draghi, di valore, onore e coraggio, magia e fede nel proprio destino. Morgan è riuscita di nuovo a creare un forte insieme di personaggi che ci faranno tifare per loro pagina dopo pagina… Consigliato per la biblioteca permanente di tutti i lettori amanti dei fantasy ben scritti.”

--Books and Movie Reviews

Roberto Mattos

“Un fantasy pieno zeppo di azione che sicuramente verrà apprezzato dai fan dei precedenti romanzi di Morgan Rice insieme ai sostenitori di opere come il CICLO DELL’EREDITÀ di Christopher Paolini... Amanti del fantasy per ragazzi divoreranno quest'ultima opera della Rice e imploreranno di averne ancora.”

--The Wanderer, A Literary Journal (Parlando de L'Ascesa dei Draghi)

“Un meraviglioso fantasy nel quale si intrecciano elementi di mistero e intrigo. Un’impresa da eroi parla della presa di coraggio e della realizzazione di uno scopo di vita che porta alla crescita, alla maturità e all’eccellenza… Per quelli che cercano corpose avventure fantasy: qui i protagonisti, gli stratagemmi e l’azione forniscono un vigoroso insieme di incontri che ben si concentrano sull’evoluzione di Thor da ragazzino sognatore e giovane che affronta l’impossibile pur di sopravvivere… Solo l’inizio di ciò che promette di essere una serie epica per ragazzi.”

--Midwest Book Review (D. Donovan, eBook Reviewer)

“L’ANELLO DELLO STREGONE ha tutti gli ingredienti per un successo immediato: intrighi, complotti, mistero, cavalieri valorosi, storie d’amore che fioriscono e cuori spezzati, inganno e tradimento. Una storia che vi terrà incollati al libro per ore e sarà in grado di riscuotere l’interesse di persone di ogni età. Non può mancare sugli scaffali dei lettori di fantasy.”

--Books and Movie Reviews, Roberto Mattos

“In questo primo libro pieno zeppo d’azione della serie epica fantasy L’Anello dello Stregone (che conta attualmente 14 libri), la Rice presenta ai lettori il quattordicenne Thorgrin “Thor” McLeod, il cui sogno è quello di far parte della Legione d’Argento, i migliori cavalieri al servizio del re… Lo stile narrativo della Rice è solido e le premesse sono intriganti.”

--Publishers Weekly

Libri di Morgan Rice

LE CRONACHE DELL’INVASIONE

MESSAGGI DALLO SPAZIO (Libro #1)

L’ARRIVO (Libro #2)

COME FUNZIONA L’ACCIAIO

SOLO CHI LO MERITA (Libro #1)

UN TRONO PER DUE SORELLE

UN TRONO PER DUE SORELLE (Libro #1)

UNA CORTE DI LADRI (Libro #2)

UNA CANZONE PER GLI ORFANI (Libro #3)

UN LAMENTO FUNEBRE PER PRINCIPI (Libro #4)

UN GIOIELLO PER I REGNANTI (LIBRO #5)

UN BACIO PER LE REGINE (LIBRO #6)

DI CORONE E DI GLORIA

SCHIAVA, GUERRIERA, REGINA (Libro #1)

FURFANTE, PRIGIONIERA, PRINCIPESSA (Libro #2)

CAVALIERE, EREDE, PRINCIPE (Libro #3)

RIBELLE, PEDINA, RE (Libro #4)

SOLDATO, FRATELLO, STREGONE (Libro #5)

EROINA, TRADITRICE, FIGLIA (Libro #6)

SOVRANA, RIVALE, ESILIATA (Libro #7)

VINCITORE, VINTO, FIGLIO (Libro #8)

RE E STREGONI

L’ASCESA DEI DRAGHI (Libro #1)

L’ASCESA DEL PRODE (Libro #2)

IL PESO DELL’ONORE (Libro #3)

LA FORGIA DEL VALORE (Libro #4)

IL REGNO DELLE OMBRE (Libro #5)

LA NOTTE DEI PRODI (Libro #6)

L’ANELLO DELLO STREGONE

UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1)

LA MARCIA DEI RE (Libro #2)

DESTINO DI DRAGHI (Libro #3)

GRIDO D’ONORE (Libro #4)

VOTO DI GLORIA (Libro #5)

UN COMPITO DI VALORE (Libro #6)

RITO DI SPADE (Libro #7)

CONCESSIONE D’ARMI (Libro #8)

UN CIELO DI INCANTESIMI (Libro #9)

UN MARE DI SCUDI (Libro #10)

REGNO D’ACCIAIO (Libro #11)

LA TERRA DEL FUOCO (Libro #12)

LA LEGGE DELLE REGINE (Libro #13)

GIURAMENTO FRATERNO (Libro #14)

SOGNO DA MORTALI (Libro #15)

GIOSTRA DI CAVALIERI (Libro #16)

IL DONO DELLA BATTAGLIA (Libro #17)

LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA

ARENA UNO: MERCANTI DI SCHIAVI (Libro #1)

ARENA DUE (Libro #2)

ARENA TRE (Libro #3)

VAMPIRO, CADUTO

PRIMA DELL’ALBA (Libro #1)

APPUNTI DI UN VAMPIRO

TRAMUTATA (Libro #1)

AMATA (Libro #2)

TRADITA (Libro #3)

DESTINATA (Libro #4)

DESIDERATA (Libro #5)

PROMESSA (Libro #6)

SPOSA (Libro #7)

TROVATA (Libro #8)

RISORTA (Libro #9)

BRAMATA (Libro #10)

PRESCELTA (Libro #11)

OSSESSIONATA (Libro #12)

Sapevate che ho scritto tantissime serie? Se non le avete lette tutte, cliccate sull’immagine qua sotto e scaricate il primo libro di una di esse!

Copyright © 2018 by Morgan Rice. All rights reserved. Except as permitted under the U.S. Copyright Act of 1976, no part of this publication may be reproduced, distributed or transmitted in any form or by any means, or stored in a database or retrieval system, without the prior permission of the author. This ebook is licensed for your personal enjoyment only. This ebook may not be re-sold or given away to other people. If you would like to share this book with another person, please purchase an additional copy for each recipient. If you’re reading this book and did not purchase it, or it was not purchased for your use only, then please return it and purchase your own copy. Thank you for respecting the hard work of this author. This is a work of fiction. Names, characters, businesses, organizations, places, events, and incidents either are the product of the author’s imagination or are used fictionally. Any resemblance to actual persons, living or dead, is entirely coincidental.

INDICE

CAPITOLO UNO

CAPITOLO DUE

CAPITOLO TRE

CAPITOLO QUATTRO

CAPITOLO CINQUE

CAPITOLO SETTE

CAPITOLO OTTO

CAPITOLO NOVE

CAPITOLO DIECI

CAPITOLO UNDICI

CAPITOLO DODICI

CAPITOLO TREDICI

CAPITOLO QUATTORDICI

CAPITOLO QUINDICI

CAPITOLO SEDICI

CAPITOLO DICIASSETTE

CAPITOLO DICIOTTO

CAPITOLO DICIANNOVE

CAPITOLO VENTI

CAPITOLO VENTUNO

CAPITOLO VENTIDUE

CAPITOLO VENTITRÉ

CAPITOLO VENTIQUATTRO

CAPITOLO VENTICINQUE

CAPITOLO VENTISEI

CAPITOLO VENTISETTE

CAPITOLO UNO

Kevin era piuttosto certo che non fosse corretto andare a dire a un tredicenne che stava morendo. A dire il vero, non che ci fosse un’età giusta a cui uno potesse sentirselo dire, ma di certo non a tredici anni.

“Kevin,” disse il dottor Markham sporgendosi in avanti dalla sua sedia, “capisci quello che ti sto dicendo? Hai delle domande? E lei, signora McKenzie?”

Kevin guardò verso sua madre, sperando che lei avesse più idea di cosa dire adesso di quanta ne avesse lui. Sperando di aver magari capito male, e che lei potesse spiegato tutto. Era bassa e magra, con l’aspetto duro di chi aveva lavorato sodo per crescere un figlio da sola a Walnut Creek, in California. Kevin era già più alto di lei e una volta – solo una – lei gli aveva detto che assomigliava proprio a suo padre.

In questo momento aveva tutto l’aspetto di chi si stava sforzando di trattenere le lacrime.

“È sicuro che non si tratti di un errore?” chiese. “Siamo venuti qui all’ambulatorio solo per le cose che Kevin sta vedendo.”

Le cose che stava vedendo. Era un modo carino per spiegare la cosa, come se solo parlarne potesse peggiorare le cose, o portare altro a galla. Quando Kevin l’aveva detto la prima volta a sua madre, lei lo aveva fissato e gli aveva detto che doveva lasciar perdere. Alla fine, quando era svenuto, al suo risveglio aveva scoperto di avere un appuntamento fissato con il medico di famiglia.

Erano rapidamente passati dall’ufficio del dottore all’ospedale per degli esami, e poi erano arrivati all’ufficio del dottor Markham, uno studio dalle pareti bianche piene di ricordi di quelli che sembravano viaggi in ogni angolo del pianeta. Quando Kevin vi era entrato all’inizio, aveva avuto l’impressione che fosse il tentativo di rendere più accogliente uno spazio ambulatoriale freddo ed asettico. Ora stava pensando che al dottor Markham piacesse poter sempre ricordare che esisteva, fuori da lì, una vita che non includeva la possibilità di dover dire a qualcuno che stava morendo.

“Le allucinazioni possono essere un sintomo quando si tratta di malattie di questo genere,” disse il dottor Markham con tono attento.

A Kevin la parola allucinazioni non pareva il modo più giusto per parlare di questa cosa. Le faceva apparire come se fossero cose irreali e spettrali, ma quelle che lui vedeva sembravano riempire il mondo quando apparivano. Immagini di paesaggi che non aveva mai visto, accenni di orizzonti.

E ovviamente i numeri.

“23h 06m 29,283s, −05° 02′ 28.59,” diceva. “Deve voler dire qualcosa. Per forza.”

Il dottor Markham scosse la testa. “Sono certo che ti debba sembrare così, Kevin. Sono sicuro che tu voglia che tutto abbia un senso, ma adesso devo capire cosa ti sta succedendo.”

Quello era stato in parte il motivo per cui Kevin l’aveva detto a sua mamma. Gli ci erano volute settimane per convincerla che non stava scherzando, o che non stava facendo un qualche strano giochetto. All’inizio lei era stata certa che lui non parlasse seriamente. Quando aveva iniziato ad avere i mal di testa, aveva preso la cosa più seriamente, lasciandolo stare a casa da scuola quando il dolore era veramente paralizzante. Quando era crollato la prima volta, lo aveva portato di corsa dal medico.

“Cosa mi sta succedendo?” chiese Kevin. La cosa strana era che si sentiva calmissimo. Beh, forse non proprio calmo, era più una sorta di torpore. Intorpidito era forse la parola giusta. Sua mamma pareva sul punto di poter crollare, ma per Kevin sembrava tutto così lontano, tutto ancora in attesa di accadere e svolgersi.

“Hai una sorta di disturbo degenerativo del cervello, noto come leucodistrofia,” disse il dottor Markham. “Ecco, te lo scrivo se vuoi.”

“Ma non ho mai sentito nominare questa cosa,” disse la madre di Kevin con il tono di chi intende dire che non può essere vero. Le lacrime che cercava di trattenere erano visibili. “Come può mio figlio soffrire di qualcosa di cui non ho mai sentito parlare?”

Vedere sua mamma in quelle condizioni era probabilmente la cosa più difficile per Kevin. Era sempre stata così forte. Non era mai esistito problema che lei non fosse stata in grado di risolvere. E sospettava che anche lei stesse pensando la stessa cosa.

“Si tratta di una malattia molto rara, signora McKenzie,” disse il dottor Markham. “O meglio, un insieme di malattie, ciascuna che si presenta in modo diverso. Ci sono diverse forme, ciascuna causata da un’anormalità genetica che va a colpire la sostanza bianca, quella che chiamiamo guaina mielinica, del cervello. Ci sono generalmente solo un centinaio di individui che soffrono di queste malattie contemporaneamente.”

“Se lei sa cosa le causa, non può fare qualcosa?” chiese la madre di Kevin. “Non c’è qualche terapia genetica o roba del genere?”

Kevin aveva visto sua madre attaccata a internet. Ora immaginava di aver capito cosa stesse cercando. Non aveva detto nulla, ma magari aveva sperato di sbagliarsi. Magari aveva sperato di essersi persa qualche passaggio.

“Ci sono a disposizione delle terapie per alcune forme di leucodistrofia,” disse il dottor Markham. Scosse la testa. “E speriamo che in futuro possano essere di aiuto, ma Kevin appartiene a una casistica per cui non abbiamo nessuna cura definita. La cosa triste è che più rara è la malattia e meno ricerca abbiamo al riguardo, perché minori sono i fondi per quella ricerca.”

“Deve esserci qualcosa,” disse sua madre. “Qualche opzione sperimentale, qualche studio…”

Kevin allungò un braccio e posò una mano su quella di sua madre. Era così strano che fossero già grandi uguali.

“Va tutto bene mamma,” le disse, cercando di apparire come se avesse tutto sotto controllo.

“No, non è vero.” Sua madre pareva sul punto di poter crollare sotto l’effetto dello shock. “Se non c’è nulla, allora cosa facciamo adesso?”

“Usiamo le cure a nostra disposizione per dare a Kevin la miglior qualità di vita che possiamo,” disse il dottor Markham. “Per il tempo che ancora gli resta. Mi spiace, avrei voluto avere delle notizie migliori da darvi.”

Kevin guardò sua madre che si sforzava di essere coraggiosa, ricomponendosi un po’ alla volta. Era chiaro che lo stava facendo per il suo bene, e si sentì quasi in colpa per costringerla a comportarsi a quel modo.

“Cosa significa?” chiese. “Cosa consigliate esattamente di fare per Kevin?”

“Vi prescriverò delle pastiglie per contenere il dolore,” disse il dottor Markham, “e per ridurre le possibilità di attacchi. Kevin, so che le allucinazioni possono essere angoscianti, quindi vorrei che parlassi con qualche esperto di tecniche per gestirle e imparare a reagire ad esse.”

“Vuole che Kevin vada da uno psicologo?” chiese la madre di Kevin.

“Linda Yalestrom è un’esperta nell’aiuto, in particolare ai bambini e ragazzi, per gestire i sintomi che possono essere causati da malattie rare come questa,” disse il dottor Markham. “Vi raccomando vivamente di portare Kevin da lei, dato quello che sta vivendo e vedendo.”

“Non sono semplici allucinazioni,” insistette Kevin. Era sicuro che ci fosse dell’altro.

“Sono certo che a te sembri così,” disse il dottor Markham. “La dottoressa Yalestrom potrebbe essere capace di aiutarti.”

“Tutto quello… tutto quello che lei pensa possa funzionare al meglio,” disse la madre di Kevin. Kevin poteva vedere che ormai non voleva fare altro che uscire al più presto da lì. C’era però una cosa che lui doveva sapere. Una cosa ovvia che sentiva di dover probabilmente chiedere, anche se non voleva davvero sentire la risposta.

“Quanto?” chiese. “Voglio dire, quanto tempo prima che… muoia?”

Era ancora una parola difficile da comprendere. Kevin si trovò a sperare che tutto si rivelasse un errore, anche adesso, ma sapeva che non era così. Non poteva essere.

“È impossibile dirlo per certo,” disse il dottor Markham. “Il tasso di avanzamento della leucodistrofia può variare, e ogni caso è differente.”

“Quanto?” ripeté Kevin.

“Forse sei mesi.” Il dottor Markham allargò le braccia. “Mi spiace, Kevin. Non posso essere più preciso di così.”

***

Kevin e sua madre andarono a casa, la mamma guidando con il genere di attenzione che veniva dalla consapevolezza che si sarebbero andati probabilmente a schiantare se non si fosse concentrata del tutto. Per la maggior parte del viaggio fino alla periferia, rimasero in silenzio. Kevin non era certo di cosa poter dire.

Fu sua madre a parlare per prima. “Troveremo qualcosa,” disse. “Troveremo un altro dottore, troveremo una seconda opzione. Proveremo qualsiasi cura gli possa venire in mente.”

“Non puoi permettertelo,” disse Kevin. Sua madre lavorava sodo presso un’agenzia di marketing, ma avevano una casa piccola e Kevin sapeva che non c’erano molti soldi per gli extra. Cercava di non chiedere troppo, perché lo faceva solo sentire più triste quando lei non era in grado di dargli ciò che desiderava. Odiava vedere sua madre così, il che rendeva solo più difficile la cosa.

“Pensi che me ne freghi qualcosa?” chiese sua madre. Kevin ora poteva vedere le lacrime che le scendevano dagli occhi. “Sei mio figlio, e stai morendo, e… non posso… non posso salvarti.”

“Non serve che mi salvi,” disse Kevin, anche se avrebbe voluto che qualcuno lo facesse in quel preciso istante. Avrebbe voluto che qualcuno arrivasse lì subito e facesse finire tutto.

Stava iniziando a penetrare in lui il significato di tutto questo. Ciò che avrebbe significato, nel giro di un tempo più breve dell’anno scolastico stesso. Lui sarebbe morto. Sparito. Tutto quello che aveva desiderato sarebbe stato interrotto, ogni sua speranza per il futuro sarebbe stata bruciata dal fatto che non ci sarebbe stato futuro.

Kevin non era sicuro di come si sentisse al riguardo. Triste, sì, perché era un genere di notizia per cui era scontato doversi sentire tristi, e perché non voleva morire. Arrabbiato, perché sembrava che i suoi desideri non avessero importanza in questo. Confuso, perché non era sicuro del motivo per cui fosse capitato a lui, quando c’erano miliardi di altre persone al mondo.

Confronto a sua madre, però, era calmo. Lei tremava mentre guidava, e Kevin era così preoccupato che potessero andare a sbattere che sospirò di sollievo quando entrarono nella via in cui si trovava la loro casa. Era una delle abitazioni più piccole del complesso, vecchia e riparata in più punti.

“Andrà tutto bene,” disse sua madre. Non dava l’impressione di crederci. Prese Kevin sottobraccio mentre entravano in casa, ma dava più l’impressione che fosse Kevin a sostenerla.

“Sì, certo,” rispose Kevin, perché sospettava che sua madre avesse bisogno di sentirselo dire ancora più di lui. Sarebbe stato di aiuto se fosse stato vero.

Entrarono e fare qualsiasi cosa pareva sbagliato, come se eseguire cose normali fosse una sorta di tradimento dopo la notizia che il dottor Markham aveva dato loro. Kevin mise una pizza congelata nel forno, mentre di sottofondo poteva sentire sua madre che singhiozzava sul divano. Fece per andare a confortarla, ma due cose lo fermarono. La prima fu il pensiero che magari sua madre non ne avesse voglia. Era sempre stata una persona forte, quella che si prendeva cura di lui dopo che suo padre li aveva lasciati quando lui era solo un neonato.

La seconda fu la visione.

Vide un paesaggio sotto a un cielo che sembrava più viola che blu, gli alberi dalle forme strane, con fronde che gli ricordavano le palme di certe spiagge, ma i tronchi contorti come nessuna palma che lui avesse mai visto. Il cielo dava l’impressione che si trattasse del tramonto, ma il sole sembrava in qualche modo sbagliato. Kevin non riusciva a capire in che senso, perché non si era mai messo ad osservare il sole, ma era certo che non fosse il solito.

In un angolo della sua mente dei numeri pulsavano ripetutamente.

Ora stava camminando in un posto ricoperto di sabbia rossastra e poteva sentire le dita dei piedi che vi affondavano dentro. C’erano delle creature, piccole e simili a delle lucertole, che strisciarono via rapidamente quando lui arrivò troppo vicino. Si guardò attorno…

… e il mondo si dissolse nelle fiamme.

Kevin si svegliò sdraiato sul pavimento della cucina, il timer del forno che suonava per avvisarlo che la pizza era pronta, l’odore di bruciato che lo indusse ad alzarsi dal pavimento per raggiungere il forno prima che dovesse farlo sua madre. Non voleva che lo vedesse in quello stato, non voleva darle altri motivi per preoccuparsi.

Tirò fuori la pizza, la tagliò a fette e la portò in salotto. Sua madre era sul divano, e anche se aveva smesso di piangere, aveva gli occhi rossi. Kevin posò la pizza sul tavolino e si sedette accanto a lei accendendo la TV in modo che potessero almeno fingere che tutto andasse bene.

“Non dovresti sentirti obbligato a farlo,” disse sua madre, e Kevin non sapeva se intendesse la pizza o qualcos’altro. In quel momento non gli importava.

C’erano ancora dei numeri che gli ronzavano in testa: 23h 06m 29.283s, −05° 02′ 28.59.

CAPITOLO DUE

Kevin non era sicuro di essersi mai sentito tanto stanco come quando lui e sua madre entrarono nel parcheggio della scuola. Il piano era di tentare di andare avanti come se fosse tutto normale, ma a lui sembrava di potersi addormentare di colpo da un momento all’altro. Questo era ben lungi dall’essere normale.

Probabilmente era dovuto alle cure. C’erano stati un sacco di trattamenti negli ultimi giorni. Sua madre aveva trovato altri medici, e ciascuno di loro aveva un piano diverso per tentare di rallentare almeno le cose. Questo era ciò che dicevano, ogni volta, e le parole rendevano ben chiaro che anche quello sarebbe stato un risultato speciale, e che bloccare effettivamente il dispiegarsi della realtà era una cosa da non potersi sperare.

“Passa una buona giornata a scuola, tesoro,” disse sua madre. C’era qualcosa di falso nella brillantezza del messaggio, uno spigolo friabile che diceva quanto le fosse difficile tentare di fare un sorriso. Kevin sapeva che stava facendo uno sforzo per lui, e fece anche lui del suo meglio.

“Ci proverò, mamma,” le assicurò, e sentì che neanche la sua voce suonava tanto naturale. Era come se tutti e due stessero ricoprendo dei ruoli perché avevano paura della verità nascosta sotto. Kevin faceva la sua parte perché non voleva che sua madre piangesse di nuovo.

Quante volte aveva pianto ormai? Quanti giorni erano passati da quando erano stati la prima volta dal dottor Markham. Kevin aveva perso il conto. C’erano stati un paio di giorni di assenza da scuola, perché era piuttosto ovvio che nessuno dei due ne avesse alcuna voglia. Poi c’era stato questo: scuola alternata a esami e tentativi di terapie. C’erano state iniezioni ed esami del sangue, integratori perché sua mamma aveva letto online che potevano essere di aiuto, e cibo salutare che era ben diverso dalla pizza.

“Voglio solo che le cose siano il più normali possibile,” disse sua madre. Nessuno dei due disse che in un giorno qualsiasi Kevin avrebbe preso l’autobus per andare a scuola e che non avrebbero dovuto preoccuparsi di cosa fosse normale e cose no.

O che in un giorno normale lui non sarebbe stato impegnato a nascondere ciò che non andava, o che si sarebbe sentito grato che la sua migliore amica fosse in una scuola diversa dopo che lui e sua mamma si erano trasferiti, e che non dovesse quindi vedere nulla di tutto questo. Erano giorni ormai che non chiamava Luna e i messaggi si stavano accumulando sul suo cellulare. Kevin li ignorava, perché non aveva idea di come rispondere.

Kevin si sentì subito gli occhi addosso dal momento in cui entrò nella scuola. Le voci avevano già ben girato ormai, anche se nessuno sapeva per certo cosa non andasse. Vide un insegnante più avanti, il signor Williams, e in un giorno normale Kevin sarebbe stato capace di camminare oltre senza attirare la minima attenzione. Non era uno di quei ragazzi che gli insegnanti tenevano costantemente d’occhio perché ne combinavano una dopo l’altra. Ora invece l’insegnante lo fermò e lo squadrò dalla testa ai piedi come se si aspettasse dei segni di morte imminente.

“Come stai Kevin?” gli chiese. “Tutto bene?”

“Sto bene, signor Williams,” lo rassicurò Kevin. Era più facile stare bene che tentare di spiegare la verità: quanto fosse preoccupato per sua madre, quanto lo stancassero i tentativi di terapia, quanto avesse paura pensando a ciò che sarebbe successo poi.

Come ancora i numeri gli gironzolassero per la testa.

23h 06m 29.283s, −05° 02′ 28.59. Erano lì nella sua mente, acquattati come un rospo che non intende muoversi, impossibili da dimenticare, impossibili da ignorare, per quanto Kevin tentasse di seguire le istruzioni di sua madre che diceva di dimenticarsene.

“Beh, facci sapere se ti serve qualcosa,” disse l’insegnante.

Kevin ancora non era sicuro di come rispondere. Era quel genere di cose che la gente diceva e che allo stesso tempo non avevano la minima utilità. L’unica cosa che gli serviva era quella che non potevano dargli: eliminare tutto questo, far tornare nuovamente normali le cose. Gli insegnanti sapevano un sacco di cose, ma non questo.

Eppure lui fece del suo meglio per fingere di essere normale per tutta la sua lezione di matematica, e anche per buona parte di quella di storia. La signorina Kapinski stava spiegando loro un qualche evento della storia dell’antica Europa, che Kevin non era certo comparisse in alcun programma ma in cui lei si era apparentemente specializzata laureandosi, e quindi pareva essere messo in rilievo più di quanto avrebbe dovuto

“Sapevate che la maggior parte delle rovine romane trovate nell’Europa settentrionale non sono realmente romane?” disse. A Kevin generalmente piacevano le lezioni della signorina Kapinski, perché non aveva paura di andare oltre i confini e raccontare loro qualsiasi frammento della storia le passasse per la testa. Era sempre un promemoria di quanto ci fosse stato al mondo prima di loro.

“Quindi sono dei falsi?” chiese Francis de Longe. In genere sarebbe stato Kevin a porre una domande del genere, ma si stava godendo la possibilità di stare in silenzio, diventando quasi invisibile.

“Non esattamente,” rispose la signorina Kapinski. “Quando dico che non sono romane, intendo dire che sono resti lasciati da gente che non era mai stata neanche vicino all’attuale Italia. Erano popolazioni locali, ma al passo con l’avanzata dei Romani, e delle loro conquiste, la gente del posto si rendeva conto che la cosa migliore da fare era adeguarsi ai modi dei Romani. Il modo in cui si vestivano, gli edifici in cui vivevano, la lingua che parlavano: cambiarono tutto perché fosse chiaro da che parte stavano e perché questo dava loro una maggiore possibilità di buone posizioni nel nuovo ordinamento.” Sorrise. “Poi, quando c’erano delle ribellioni contro Roma, una delle cose più importanti per prenderne parte era di non usare questi simboli.”

Kevin tentò di immaginarselo: la stessa gente in un luogo che andava a cambiare la propria identità con il mutamento dell’onda politica, l’intera esistenza stravolta a seconda di chi stava al governo. Pensava che potesse essere un po’ come trovarsi in una delle schiere popolari a scuola, cercando di indossare gli abiti giusti e di dire le cose corrette. Lo stesso era difficile da immaginare, e non solo perché immagini di paesaggi impossibili continuavano a filtrargli attraverso la mente.

Quella era probabilmente l’unica cosa buona nel suo disturbo: i sintomi erano invisibili. In un certo senso era anche la cosa che faceva paura. C’era questa cosa che lo stava uccidendo, e se la gente già non lo sapeva, non l’avrebbero mai scoperto. Poteva solo starsene seduto lì, e nessuno avrebbe mai…

Kevin sentì la visione che arrivava, nascendo dentro di lui come una sorta di pressione che prendeva forma nel suo corpo. C’era l’ondata di stordimento, la sensazione che il mondo si allontanasse mentre lui si collegava a qualcosa… di diverso. Fece per alzarsi per chiedere scusa, ma era ormai troppo tardi. Sentì le gambe che cedevano e crollò.

Stava guardando gli stessi paesaggi che ricordava dalle volte precedenti, il cielo con la tonalità sbagliata, gli alberi troppo contorti. Stava guardando il fuoco che bruciava, accecante e chiaro, come se venisse da ogni punto contemporaneamente. Aveva già visto tutto questo. Adesso però c’era un elemento nuovo: una debole pulsazione che sembrava ripetersi a intervalli regolari, precisa come il ticchettio di un orologio.

Una parte di Kevin sapeva che doveva essere un orologio, come sapeva anche, per istinto, che stava segnando il conto alla rovescia di qualcosa, e non semplicemente marcando il tempo. Le pulsazioni davano la sensazione di diventare man mano leggermente sempre più intense, come in una sorta di remoto crescendo. C’era anche una parola in una lingua che lui non poteva capire, ma che capiva.

“Aspetta.”

Kevin avrebbe voluto chiedere cosa dovesse aspettare, o per quanto, o per quale motivo. Ma non lo fece, in parte perché non era sicuro di chi dovesse sentire la sua richiesta, e in parte perché nello stesso momento in cui era arrivata, la visione era già finita, lasciandolo risalire dal buio per trovarsi disteso sul pavimento della classe con la signorina Kapinski in piedi su di lui.

“Resta lì sdraiato solo un momento, Kevin,” gli disse. “Ho mandato a chiamare il medico della scuola. Hal arriverà tra un minuto.”

Kevin si mise a sedere nonostante le sue istruzioni, perché ormai aveva imparato a riconoscere quelle sensazioni.

“Sto bene,” la rassicurò.

“Penso che dovremmo lasciare che sia Hal a giudicare.”

Hal era un ex paramedico, alto e grosso, che prestava servizio presso la scuola di St. Bredan, accertandosi che ogni emergenza venisse affrontata nel modo dovuto. A volte Kevin sospettava che lo facessero perché l’idea che ci fosse un medico a prestare soccorso poteva forse far ignorare le peggiori ferite.

“Ho visto delle cose,” riuscì a dire Kevin. “C’era un pianeta, e un sole ardente, e una specie di messaggio… come un conto alla rovescia.”

In un film qualcuno avrebbe insistito per contattare qualcuno di importante. Avrebbero riconosciuto l’importanza del messaggio. Ci sarebbero state delle riunioni e delle indagini. Qualcuno avrebbe fatto qualcosa. Fuori dai film, Kevin era solo un ragazzo di tredici anni e la signorina Kapinski lo guardò con un miscuglio di pena e tenue stupore.

“Beh, sono sicura che non è niente,” disse. “Probabilmente è normale vedere ogni genere di cosa se ti capitano questa sorta di… episodi.”

Attorno a loro Kevin poteva sentire i bisbigli degli altri ragazzi in classe. Niente di tutto questo lo fece sentire minimamente meglio.

“… caduto e ha iniziato a fremere…”

“… avevo sentito che stava male, spero solo che non si prenda…”

“… Kevin pensa di vedere i pianeti…”

L’ultima osservazione fu quella che gli fece più male. Faceva apparire Kevin come se fosse pazzo. Kevin non stava diventando pazzo. O almeno non pensava.

Nonostante i migliori tentativi nell’insistere che stava bene, dovette comunque andare con Hal quando il medico arrivò. Dovette sedersi nell’infermeria della scuola mentre l’uomo gli guardava gli occhi con una luce e gli faceva domande su una patologia così rara che ovviamente neanche lui aveva più idea di Kevin di cosa stesse accadendo.

“Il preside voleva vederci non appena mi fossi accertato che stavi bene,” disse. “Te la senti di camminare fino al suo ufficio, o gli chiediamo di venire qui?”

“Posso camminare,” disse Kevin. “Sto bene.”

“Se lo dici tu,” disse Hal.

Si diressero verso l’ufficio del preside, e Kevin non fu quasi per nulla sorpreso di trovare lì sua madre. Era ovvio che l’avessero chiamata per un’emergenza medica, era ovvio che fosse lì se lui era svenuto, ma non era una buona cosa, dato che doveva essere al lavoro.

“Kevin, stai bene?” chiese sua madre quando le arrivò vicino, girandosi verso di lui e stringendolo in un abbraccio. “Cos’è successo?”

“Sto bene, mamma,” disse Kevin.

“Signora McKenzie, sono certo che non l’avremmo chiamata se non si trattasse di qualcosa di serio,” disse il preside. “Kevin è svenuto.”

“Ora sto bene,” insistette Kevin.

Non sembrò che facesse differenza però, per quante volte lo dicesse.

“E poi,” disse il preside, “pare che fosse piuttosto confuso quando è rinvenuto. Stava parlando di… beh, altri pianeti.”

“Pianeti,” ripeté la madre di Kevin. Aveva la voce piatta quando lo disse.

“La signorina Kapinski dice che la cosa ha disturbato un po’ la quiete della sua lezione,” disse il preside. Sospirò. “Mi sto chiedendo se magari Kevin non potesse stare meglio a casa per un po’.”

Lo disse senza guardare Kevin. Si stava prendendo una decisione lì, e anche se Kevin ne era al centro, appariva evidente che effettivamente non aveva voce in merito.

“Non voglio stare a casa da scuola,” disse, guardando verso sua madre. Di certo sarebbe stata d’accordo con lui.

“Penso che quello che dobbiamo chiederci,” disse il preside, “sia se, a questo punto, la scuola sia la cosa migliore da fare per Kevin per il tempo che gli resta.”

Probabilmente l’intenzione era di mettere la cosa in modo gentile, ma l’effetto fu di ricordare a Kevin ciò che aveva detto il medico. Sei mesi di vita. Non pareva essere tempo sufficiente per nulla, figurarsi viversi una vita. Sei mesi fatti di secondi che gocciolavano via uno alla volta a ritmo regolare, in piena sintonia con il conto alla rovescia che aveva nella sua testa.

“Sta dicendo che non ha senso che mio figlio venga a scuola perché tanto sarà presto morto?” chiese con tono secco sua madre. “Sta dicendo questo?”

“No, certo che no,” disse il preside di fretta, sollevando le mani per tranquillizzarla.

“A me pare che questo fosse il senso delle sue parole,” ribatté la madre di Kevin. “Sembra che abbiate una paura folle della malattia di mio figlio, proprio come il resto dei ragazzi qui.”

“Sto dicendo che diventerà sempre più difficile insegnare a Kevin man mano che le cose peggiorano,” disse il preside. “Ci proveremo, ma… non volete usare al meglio il tempo rimasto?”

Lo disse con un tono delicato che comunque riuscì a trafiggere in pieno il cuore di Kevin. Stava dicendo proprio quello che sua madre aveva pensato, solo che con parole più gentili. La cosa peggiore era che aveva ragione. Kevin non sarebbe vissuto abbastanza per andare all’università, o per avere un lavoro, o per fare qualsiasi cosa per cui la scuola dovesse prepararlo, quindi perché preoccuparsi di stare lì?

“Va bene, mamma,” le disse, stringendole un braccio.

Sembrò essere sufficiente a convincere sua madre, e solo questo bastò a dire a Kevin quanto tutta la situazione fosse estremamente seria. In altre occasioni, si sarebbe aspettato che lei si opponesse. Ora pareva che la combattività si fosse esaurita in lei.

Andarono in silenzio alla macchina. Kevin si girò per guardare la scuola. Lo colpì il pensiero che forse non ci sarebbe mai più tornato. Non aveva neanche avuto la possibilità di salutare.

“Mi spiace che ti abbiano chiamata al lavoro,” disse Kevin mentre si sedevano in macchina. Poteva percepire la tensione. Sua madre non accese il motore, ma rimase ferma seduta.

“Non è questo,” disse. “È solo che… non si stava rivelando facile fingere che tutto andasse bene.” Aveva una voce così triste, così profondamente ferita. Kevin si era abituato a quell’espressione, che significava che lei stava tentando di trattenersi dal piangere. Ma non ci stava riuscendo.

“Stai davvero bene, Kevin?” gli chiese, anche se ora era lui che si stava tenendo stretto a lei, più forte che poteva.

“Io… vorrei non dover mollare la scuola,” disse Kevin. Non aveva mai pensato che avrebbe detto una cosa del genere. Non aveva mai pensato che chiunque avrebbe potuto dirlo.

“Potremmo tornare dentro,” disse sua madre. “Potrei dire al preside che ti riporto qui domani, e tutti gli altri giorni a seguire, fino a che…”

Si interruppe.

“Finché tutto non sarà peggiorato troppo,” disse Kevin. Chiuse gli occhi con forza. “Penso che la situazione sia già peggiorata abbastanza, mamma.”

La sentì colpire il cruscotto e il tonfo sordo riecheggiò all’interno dell’abitacolo.

“Lo so,” disse. “Lo so e la cosa mi fa impazzire. Odio questa malattia che mi sta portando via il mio bambino.”

Pianse ancora un poco. Nonostante i suoi tentativi di restare forte, Kevin fece lo stesso. Parve passare parecchio tempo prima che sua madre riprendesse la calma e potesse parlare di nuovo.

“Hanno detto che hai visto… dei pianeti, Kevin?” gli chiese.

“L’ho visto,” le rispose. Come poteva spiegarle com’era? Quanto fosse vero?

Sua madre guardò fisso davanti a sé, e Kevin ebbe l’impressione che stesse lottando per trovare le parole giuste da dire. Lottando per essere allo stesso tempo di conforto, ferma e calma. “Ti rendi conto che non è reale, vero tesoro? È solo… è solo la malattia.”

Kevin sapeva che avrebbe dovuto capire, ma…

“Non sembra così,” rispose.

“Lo so,” disse sua madre. “E odio che sia così, perché è solo un promemoria che il mio bambino sta scivolando via. Tutto questo, vorrei solo spazzarlo via.”

Kevin non sapeva cosa rispondere. Anche lui avrebbe voluto che tutto sparisse.

“Sembra reale, lo sento reale,” aggiunse comunque.

Sua madre rimase a lungo in silenzio. Quando finalmente parlò, la sua voce aveva quella tonalità inconsistente, di qualcosa tenuto insieme a malapena che aveva assunto solo dopo la diagnosi, ma che gli era già diventata così familiare.

“Forse… forse è ora che ti porti a conoscere quella psicologa.”

CAPITOLO TRE

Lo studio della dottoressa Linda Yalestrom non aveva nessuna delle caratteristiche mediche di tutti gli altri posti che Kevin aveva visitato recentemente. Prima di tutto era casa sua, a Berkeley, con l’università tanto vicina che pareva dare credito alle sue credenziali professionali tanto quanto i certificati e diplomi ben incorniciati e appesi alle pareti.

Il resto aveva l’aspetto del genere di ufficio casalingo che Kevin aveva avuto modo di vedere in TV, con mobili leggeri ovviamente relegati lì dopo qualche spostamento precedente, una scrivania dove il disordine si era propagato come nel resto della casa, e alcune piante in vaso che sembravano pazientare nell’attesa di essere sostituite.

Kevin si sorprese a scoprire che la dottoressa Yalestrom gli piaceva. Era una donna sulla cinquantina, bassa e con i capelli scuri, con abiti chiari ben diversi dai camici ospedalieri. Kevin sospettava che fosse proprio quello il punto, se passava un sacco di tempo lavorando con gente che aveva già ricevuto le peggiori notizie da parte di medici e specialisti.

“Vieni, siediti qui, Kevin,” disse con un sorriso, indicando un grande divano rosso ben consumato dagli anni e dalla gente che vi era passata sopra. “Signora McKenzie, ci concede un po’ di tempo? Voglio che Kevin si possa sentire libero di dire tutto quello che vuole. La mia assistente le porterà del caffè.”

Sua madre annuì. “Starò qua fuori.”

Kevin andò a sedersi sul divano, che si dimostrò comodo come sembrava. Si guardò attorno nella stanza, osservando le foto di giornate di pesca e vacanze. Gli ci volle un po’ per rendersi conto di una cosa importante.

“Lei non appare in nessuna di queste foto,” disse.

La dottoressa Yalestrom sorrise. “La maggior parte dei miei clienti non lo notano neanche. La verità è che molti di questi sono luoghi dove ho sempre voluto andare, o posti che ho sentito descrivere come interessanti. Li ho messi qui perché i giovani come te passano un sacco di tempo a guardarsi in giro, facendo qualsiasi cosa piuttosto che parlare con me, e mi sono immaginata che magari ci dovesse essere qualcosa che valesse almeno la pena di guardare.”

Per Kevin era un po’ come barare.

“Se lei lavora tanto con la gente che muore,” disse. “Perché tiene foto di posti dove ha sempre voluto andare? Perché mostrarli, quando avete visto che…”

“Quando ho ben visto quanto rapidamente tutto possa finire?” chiese con gentilezza la dottoressa Yalestrom.

Kevin annuì.

“Forse per la meravigliosa abilità umana di saperlo e poterlo comunque procrastinare. O magari sono stata effettivamente in alcuni di questi posti, e il motivo per cui non sono nelle foto è che penso sia sufficiente la mia presenza qui in carne e ossa a fissare le gente.”

Kevin non era certo che fossero dei buoni motivi. In un certo senso non gli sembrava.

“Dove andresti, Kevin?” chiese la dottoressa Yalestrom. “Dove andresti se potessi andare da qualsiasi parte?”

“Non lo so,” rispose lui.

“Beh, pensaci. Non occorre che me lo dici subito.”

Kevin scosse la testa. Era strano parlare a un adulto in questo modo. Di solito, a tredici anni, le conversazioni giravano attorno a domande e istruzioni. Con la possibile eccezione di sua madre, che era comunque al lavoro per la maggior parte del tempo, gli adulti non erano realmente interessati a quello che avesse da dire uno della sua età.

“Non lo so,” ripeté. “Intendo dire, non ho mai davvero pensato di andare da qualche parte.” Cercò di pensare a posti dove gli sarebbe piacito andare, ma era difficile pensare a un luogo, soprattutto ora che aveva solo pochi mesi per farlo. “Mi sento come se, qualsiasi posto pensi, non abbia importanza. Molto presto sarò morto.”

“E cosa pensi abbia importanza?” chiese la dottoressa Yalestrom.

Kevin fece del suo meglio per pensare a un motivo. “Magari che… che molto presto non è la stessa cosa di adesso?”

La psicologa annuì. “Penso che sia un buon modo per vedere le cose. Quindi, c’è qualcosa che ti piacerebbe fare entro questo molto presto, Kevin?”

Kevin ci pensò. “Immagino… immagino che dovrei dire a Luna quello che sta succedendo.”

“E chi è Luna?”

“È una mia amica,” disse Kevin. “Non andiamo più nella stessa scuola, quindi non mi ha visto svenire o cose del genere, e sono un po’ di giorni che non la chiamo, ma…”

“Ma dovresti dirglielo,” disse la dottoressa Yalestrom. “Non fa bene alla salute spingere via i propri amici quando le cose vanno male, Kevin. Neanche per proteggerli.”

Kevin ricacciò indietro l’impulso di smentire, ma più o meno era quello che stava facendo. Non voleva dare a Luna questo peso, non voleva ferirla con la novità di ciò che sarebbe successo. Era in parte il motivo per cui da così tanto non la chiamava.

“Cos’altro?” chiese la dottoressa Yalestrom. “Proviamo ancora con i luoghi. Se potessi andare da qualche parte, dove andresti?”

Kevin cercò di scegliere tra tutti i luoghi che c’erano nella stanza, ma la verità era che c’era solo un paesaggio che continuava a saltellargli nella testa, con colori che nessuna normale macchina fotografica avrebbe mai potuto immortalare.

“Sembrerei stupido,” disse.

“Non c’è niente di sbagliato nel sembrare stupidi,” lo rassicurò la dottoressa Yalestrom. “Ti dirò un segreto. La gente pensa spesso che tutti, tranne loro stessi, siano speciali. Pensano che le altre persone debbano essere più intelligenti, o più coraggiose, o migliori, perché riescono a vedere solo quelle parti di loro stessi che non sono così. Sono preoccupati che tutti gli altri dicano la cosa giusta, e che loro sembrino invece degli stupidi. Ma non è per niente vero.”

Lo stesso Kevin se ne restò seduto per diversi secondi, esaminando nel dettaglio il rivestimento del divano. “Io… io vedo dei luoghi. Un luogo. Immagino che sia il motivo per cui sono dovuto venire qui.”

La dottoressa Yalestrom sorrise. “Sei qui perché una malattia come la tua può creare un sacco di effetti strani, Kevin. Io sono qui per aiutarti a gestirli ed evitare che dominino la tua vita. Avresti voglia di dirmi di più delle cose che vedi?”

Di nuovo Kevin prese in accurato dettaglio il divano, imparandone la topografia e fissandosi su un piccolo pilucco di garza che sbucava dal resto. La dottoressa Yalestrom rimase in silenzio mentre lo faceva, il genere di silenzio che appariva come se stesse succhiando le parole da lui, dando loro uno spazio in cui riversarsi.

“Vedo un posto dove non c’è niente di simile a qui. I colori sono sbagliati, gli animali e le piante sono diversi,” disse Kevin. “Lo vedo distrutto… almeno penso che sia così. C’è fuoco e calore, un lampo luminoso. C’è una serie di numeri. E c’è qualcosa che mi sembra un conto alla rovescia.”

“Perché ti sembra un conto alla rovescia?” chiese la dottoressa Yalestrom.

Kevin scrollò le spalle. “Non ne sono sicuro. Perché le pulsazioni sono sempre più ravvicinate, immagino.”

La psicologa annuì, poi andò alla scrivania. Tornò con carta e matite.

“Come vai in arte?” gli chiese. “No, non rispondere. Non importa che sia una grande opera d’arte o no. Voglio solo che cerchi di disegnare quello che vedi, in modo che io possa avere un senso di com’è. Non prestarci troppa attenzione, disegnalo e basta. Puoi farlo per me, Kevin?”

Kevin scrollò le spalle. “Ci provo.”

Prese la carta e le matite, cercando di riportare alla mente il paesaggio che aveva visto, cercando di ricordarne ogni dettaglio. Era difficile da fare, perché anche se i numeri restavano nella sua testa, era come se lui dovesse tuffarsi a fondo in se stesso per tirarne fuori le immagini. Quelle erano sotto alla superficie e per arrivarci Kevin doveva concentrarsi, pensare a nient’altro, lasciare che la matita scorresse sulla carta quasi automaticamente…

“Ok, Kevin,” disse, prendendo il blocco di carta prima che Kevin potesse dare un’occhiata a ciò che aveva disegnato. “Vediamo cos’hai…”

Kevin vide l’espressione scioccata che le attraversò il volto, così breve da non esserci quasi stata. Ma lui l’aveva vista, e dovette chiedersi cosa potesse scioccare una persona che aveva sentito ogni giorno storie di gente che moriva.

“Cosa c’è?” chiese Kevin. “Cos’ho disegnato?”

“Non lo sai?” chiese la dottoressa Yalestrom.

“Stavo cercando di non pensarci troppo,” disse Kevin. “Ho fatto qualcosa di male?”

La dottoressa Yalestrom scosse la testa. “No, Kevin, non hai fatto niente di male.”

Gli fece vedere il suo disegno. “Vuoi dare un’occhiata a quello che hai fatto? Magari ti può essere di aiuto per capire delle cose.”

Glielo porse piegato e tenendolo solo con le punte delle dita, come se non volesse toccarlo più del necessario. Questo fece un po’ preoccupare Kevin. Cosa poteva aver disegnato da far reagire un adulto a quel modo? Lo prese e lo aprì.

Era il disegno di una navicella spaziale, solo che “disegno” forse non era la parola giusta. Era più simile a una cianografia, completa in ogni dettaglio e che sembrava impossibile da potersi realizzare in così breve tempo. Non aveva mai visto una cosa del genere, eppure eccola lì, sulla pagina, gigante e piatta, come una città arroccata sopra a un disco. C’erano dei dischi più piccoli attorno ad essa, come api operaie attorno alla loro regina.

Il dettaglio significava che c’era qualcosa di pulito, quasi clinico nel modo in cui era stato disegnato, ma c’era ben di più. C’era qualcosa nella geometria del disegno che era solo… sbagliato in un certo senso, come se ci fossero profondità e angoli che non avrebbe dovuto essere possibile catturare in un bozzetto del genere.

“Ma questo…” Kevin non sapeva cosa dire. Questo non provava forse quello che stava accadendo? C’era ancora qualcuno che pensava che si stesse inventando tutto?

Apparentemente però la dottoressa Yalestrom non era convinta. Riprese il disegno e lo piegò con cura, come se non volesse essere costretta a guardarlo. Kevin sospettò che quella stranezza fosse troppo anche per lei.

“Penso sia importante che parliamo delle cose che stai vedendo,” disse. “Pensi che siano cose reali?”

Kevin esitò. “Non… non ne sono sicuro. Le sento reali, ma un sacco di gente ormai mi ha detto che non può essere.”

“Ha senso,” disse la dottoressa Yalestrom. “Quello che stai provando è molto comune.”

“Sì?” Quello che stava provando non sembrava per niente comune. “Pensavo che la mia malattia fosse rara.”

La dottoressa Yalestrom andò alla sua scrivania e mise il disegno di Kevin in un raccoglitore. Prese un tablet e iniziò a prendere appunti. “È importante che altre persone non provino quello che stai provando tu, Kevin?”

“No, non è questo,” disse Kevin. “Solo che il dottor Markham ha detto che questa malattia colpisce solo poche persone.”

“Questo è vero,” confermò la dottoressa Yalestrom. “Ma io vedo un sacco di gente che ha allucinazioni di tipo simile per altri motivi.”

“Pensa che stia diventando pazzo,” ipotizzò Kevin. Tutti sembravano pensarlo. Addirittura sua mamma, presumibilmente, dato che era stata lei a portarlo lì dopo che aveva iniziato a parlarne. Però lui non aveva l’impressione di diventare pazzo.

“Non è una parola che mi piace usare qui,” disse la dottoressa Yalestrom. “Penso che spesso il comportamento che etichettiamo come pazzo lo sia per qualche ragione. È solo che spesso questi motivi hanno senso per le persone coinvolte. La gente fa delle cose per proteggersi da situazioni che sono troppo difficili da gestire, il che sembra essere… insolito.”

“Pensa che sia quello che sto facendo con queste visioni?” chiese Kevin. Scosse la testa. “Sono reali. Non me le sto inventando.”

“Posso dirti quello che penso, Kevin? Penso che parte di te possa essersi attaccata a queste ‘visioni’ perché ti stanno aiutando a pensare che la tua malattia possa essere in corso per un qualche genere di bene grandioso. Penso che forse queste ‘visioni’ stiano realmente tentando di dare un senso alla tua malattia. L’immaginazione in essere… c’è un posto strano che non è il mondo normale. Può forse rappresentare il modo in cui le cose sono cambiate?”

“Può darsi,” disse Kevin. Non era convinto. Le cose che aveva visto non riguardavano un mondo dove lui non aveva la sua malattia. Riguardavano un posto che lui non capiva per niente.

“Allora hai il senso di un destino tragico incombente, pieno di fuoco e luce,” disse la dottoressa Yalestrom. “Il senso di cose che arrivano alla fine. Hai addirittura un conto alla rovescia, completo di numeri.”

I numeri non erano parte del conto alla rovescia, c’era solo la lenta pulsazione che diventava più veloce poco alla volta. Kevin sospettava di non essere capace di convincerla di questo adesso. Quando gli adulti avevano deciso quale fosse la verità di qualcosa, non sarebbe stato di certo lui quello a far loro cambiare idea.

“E allora cosa posso fare?” chiese Kevin. “Se lei pensa che non siano reali, non dovrei avere il desiderio di sbarazzarmene?”

“Tu vuoi sbarazzartene?” chiese la dottoressa Yalestrom.

Kevin ci pensò. “Non lo so. Penso che potrebbero essere importanti, ma non ho chiesto io di averle.”

“Nello stesso modo in cui non hai chiesto che ti venisse diagnosticata una malattia degenerativa del cervello,” disse la dottoressa Yalestrom. “Magari le due cose sono collegate, Kevin.

Kevin aveva già pensato che le sue visioni fossero collegate alla malattia in qualche modo. Che magari questa avesse cambiato il suo cervello tanto da renderlo ricettivo alle visioni. Ma non pensava che fosse ciò che la psichiatra intendeva ora.

“Quindi cosa posso fare?” chiese ancora Kevin.

“Ci sono cose che puoi fare, non per mandarle via, ma almeno per riuscire a gestirle.”

“Tipo?” chiese Kevin. Dovette ammettere di provare un momento di speranza al pensiero. Non voleva che tutto questo continuasse a girargli nella testa. Non aveva chiesto lui di ricevere messaggi che nessun altro poteva capire e che lo facevano solo apparire pazzo quando ne parlava.

“Puoi tentare di trovare cose che ti distraggano dalle allucinazioni quando arrivano,” disse la dottoressa Yalestrom. “Puoi tentare di ricordare a te stesso che non sono reali. Se hai dei dubbi, trova dei modi per controllarle. Magari chiedi agli altri se vedono la stessa cosa. Ricorda, va bene vedere qualsiasi cosa tu veda, ma come ci reagisci dipende da te.”

Kevin immaginava di poter ricordare tutto questo. Lo stesso non fece nulla per zittire il debole pulsare del conto alla rovescia che batteva come sottofondo, diventando poco a poco sempre più veloce.

“E penso che tu debba dirlo alle persone che non lo sanno,” disse la dottoressa Yalestrom. “Non è onesto nei loro confronti tenerli all’oscuro in questo modo.”

Aveva ragione.

E c’era una persona a cui doveva farlo sapere più che a tutti gli altri.

Luna.

CAPITOLO QUATTRO

“Allora,” disse Luna mentre lei e Kevin camminavano lungo uno dei sentieri dell’area ricreativa delle Sorgenti Lafayette, schivando i turisti e le famiglie che si godevano la giornata all’aria aperta, “perché mi hai evitata ultimamente?”

Tipico di Luna, andare dritta al punto. Era una delle cose che a Kevin piacevano di lei. Non che lei gli piacesse in quel senso. La gente sembrava sempre pensarlo. Pensavano che dato che era carina, bionda e probabilmente perfetta per fare la cheerleader, se solo non avesse pensato che fosse qualcosa di stupido, fosse ovvio che loro due fossero fidanzati. Davano semplicemente per scontato che le cose funzionassero così nel mondo.

Non stavano insieme. Luna era la sua migliore amica. La persona con cui passava la maggior parte del tempo, fuori dalla scuola. Forse l’unica persona al mondo con cui potesse parlare assolutamente di tutto.

Eccetto questo, a quanto pareva.

“Non ti ho…” Kevin esitò davanti allo sguardo fisso di Luna. Era brava a lanciare occhiate. Kevin sospettava che probabilmente si esercitasse. Aveva visto tutti, dai bulli ai negozianti maleducati farsi indietro piuttosto che doverla guardare più a lungo negli occhi. Di fronte a quello sguardo, era impossibile mentirle. “Va bene, sì, ma è difficile, Luna. Ho una cosa… beh, una cosa che non so come dirti.”

“Oh, non essere stupido,” disse Luna. Trovò lungo il sentiero una lattina di soda abbandonata e le diede un calcio, passandosela da piede a piede con l’abilità di chi fa questa cosa fin troppo spesso. “Voglio dire, quanto brutto può essere? Devi trasferirti? Cambi ancora scuola?”

Forse colse qualcosa nella sua espressione, perché fece silenzio per qualche secondo. C’era qualcosa di fragile in quel silenzio, come se entrambi stessero camminando in punta di piedi per evitare di spezzarlo. Ma dovevano lo stesso farlo. Non potevano andare avanti a camminare a quel modo per sempre.

“Qualcosa di brutto allora?” disse lei, lanciando la lattina in un bidone dell’immondizia con un ultimo colpo del piede.

Kevin annuì. Brutto era una parola giusta.

“Quanto brutto?”

“Brutto,” le rispose. “Il laghetto?”

Il laghetto era il posto dove entrambi andavano quando volevano sedersi e parlare di qualcosa. Avevano discusso di Billy Hames che andava dietro a Luna quando avevano nove anni, e del gatto di Kevin, Tigre, che era morto quando ne avevano dieci. Niente di tutto ciò sembrava una sufficiente preparazione a questo. Lui non era un gatto.

Andarono fino al bordo dell’acqua, guardando gli alberi dalla parte opposta, la gente con le loro canoe e le barche a remi sul lago. Rispetto ad altri posti dove andavano, questo era carino. La gente pensava che Kevin fosse il ragazzo della parte sbagliata della città che portava Luna alla deriva, ma era lei quella portata per saltare le siepi e arrampicarsi su edifici cadenti, lasciando Kevin a seguirla, se ci riusciva. Qui non c’era niente di tutto questo: solo acqua e alberi.

“Cosa c’è?” chiese Luna. Si tolse la scarpe e infilò i piedi nell’acqua. Kevin non aveva voglia di fare lo stesso. In quel momento avrebbe voluto scappare e nascondersi. Tutto piuttosto che dirle la verità. Era come se, più aspettava prima di dirlo a Luna, e più la cosa restava in una sorta di irrealtà.

“Kevin?” disse Luna. “Mi stai preoccupando adesso. Senti, se non mi dici cosa c’è, allora chiamo tua mamma e lo scopro in qualche altro modo.”

“No, non farlo,” disse Kevin rapidamente. “Non sono sicuro… la mamma non sta gestendo bene questa cosa.”

Luna appariva sempre più preoccupata. “Cosa c’è che non va? Sta male? Stai male tu?”

Kevin annuì all’ultima affermazione. “Sto male,” confermò. Mise la mano sulla spalla di Luna. “Ho una cosa che si chiama leucodistrofia. Sto morendo, Luna.”

Sapeva di averlo detto troppo rapidamente. Una cosa del genere, ci voleva un’intera spiegazione introduttiva, una corretta esposizione, ma onestamente era quella la parte che contava.

Lei lo fissò, scuotendo la testa con ovvio stupore e incredulità. “Non può essere, è…”

Allora lo abbracciò, lo tenne tanto stretto che Kevin quasi non riusciva a respirare.

“Dimmi che è uno scherzo. Dimmi che non è reale.”

“Vorrei che non lo fosse,” disse Kevin. Lo desiderava più di qualsiasi altra cosa in quel momento.

Luna si ritrasse e Kevin la vide contrarre il volto nel tentativo di non piangere. Normalmente Luna era brava a non piangere. Ma ora era evidente che le stava costando fatica.

“Questo… quanto tempo?” chiese.

“Mi hanno detto forse sei mesi,” disse Kevin.

“E questo è stato giorni fa, quindi è meno adesso,” ribatté Luna. “E hai dovuto gestire questa cosa da solo, e…” Fece silenzio di fronte all’assoluta enormità che la stava ovviamente travolgendo.

Kevin la vide guardare la gente sul lago, con le loro piccole barche e le loro rapide incursioni in acqua. Sembravano essere felici lì. Li stava fissando come se fossero loro la parte che non era capace di credere, non la malattia.

“Non mi pare giusto,” disse. “Tutta quella gente, vanno avanti come se il mondo fosse lo stesso, se la stanno spassando mentre tu stai morendo.”

Kevin sorrise tristemente. “Cosa dovremmo fare? Dire a tutti di smettere di divertirsi?”

Si rese conto leggermente troppo tardi del pericolo nel fare quella constatazione, e Luna balzò in piedi, si portò le mani alla bocca e gridò al massimo della propria voce.

“Ehi, tutti voi, dovete fermarvi! Il mio amico sta morendo, e vi chiedo di smettere immediatamente di divertirvi!”

Un paio di persone si guardarono attorno, ma nessuno si fermò. Kevin sospettava che non fosse quello il punto. Luna rimase ferma per diversi secondi, e questa volta fu lui ad abbracciarla, tenendola stretta mentre lei piangeva. Era una tale rarità che il puro shock del momento tenne Kevin avvinghiato a lei. Luna che gridava alla gente e che si comportava in modi che mai ci si sarebbe aspettati da una come lei, beh, erano tutte cose normali. Luna che crollava, no.

“Ti senti meglio?” le chiese dopo un po’.

Luna scosse la testa. “Non proprio. E tu?”

“Beh, è carino sapere che c’è qualcuno che tenterebbe di fermare il mondo per me,” disse. “Sai qual è la parte peggiore?”

Luna cercò di fare un altro sorriso. “Non essere capace di pronunciare bene il nome della cosa che ti sta uccidendo?”

Kevin poté solo tornarle quel sorriso. Era da Luna sapere che lui aveva bisogno che lei fosse la solita, quella che lo prendeva in giro.

“Sono capace, ho fatto esercizio. La cosa peggiore è che in tutto questo nessuno mi crede quando dico loro che vedo delle cose. Tutti pensano che sia la malattia e basta.”

Luna piegò la testa di lato. “Che genere di cose?”

Kevin le spiegò degli strani paesaggi che aveva visto, del fuoco che spazzava via tutto, della sensazione di conto alla rovescia.

“Questo…” iniziò Luna quando lui ebbe finito. Ma non pareva avere idea di come andare avanti.

“Lo so, è da pazzi, sono pazzo,” disse Kevin. Neanche Luna gli credeva.

“Non mi hai lasciato finire,” disse Luna, prendendo un respiro. “Questa cosa… è una figata.”

“Una figata?” ripeté Kevin. Non era stata la risposta che si era aspettato, neanche da lei. “Tutti gli altri pensano che stia impazzendo, o che mi stia fondendo il cervello, o cose del genere.”

“Tutti gli altri sono stupidi,” dichiarò Luna, anche se ad essere onesti sembrava essere la sua opinione di default. Per lei tutti erano stupidi, fino a che non davano prova del contrario.

“Quindi mi credi?” chiese Kevin. Neanche lui ne era più completamente sicuro, dopo tutto quello che la gente gli aveva detto.

Luna lo prese per le spalle e lo guardo dritto negli occhi. Con un’altra ragazza, Kevin avrebbe potuto pensare che stesse per baciarlo. Non con Luna però.

“Se tu mi dici che queste visioni sono reali, allora sono reali. Ti credo. Ed essere capaci di vedere mondi alieni è decisamente una figata.”

Kevin sgranò un poco gli occhi. “Cosa ti fa pensare che si tratti di un mondo alieno?”

Luna fece un passo indietro e scrollò le spalle. “Cos’altro dovrebbe essere?”

Quando lo chiese, Kevin ebbe l’impressione che fosse del tutto sconvolta da questa faccenda proprio come lui. Semplicemente era molto più brava a nasconderlo.

“Magari…” ipotizzò, “… magari tutto il tuo cervello è cambiato e ora è in linea diretta con questo posto alieno?”

Se Luna avesse mai acquisito un superpotere, sarebbe stato probabilmente l’abilità balzare in un batter d’occhio alle più difficili conclusioni. A Kevin piaceva questa sua caratteristica, soprattutto quando significava che lei era l’unica persona che gli credeva. Lo stesso sembrava che ci fossero un sacco di cose da decidere, e troppo rapidamente.

“Sai quanto sembri folle, vero?” le chiese.

“Non più folle dell’idea che il mondo stia per portarmi via il mio amico per nessun valido motivo,” ribatté Luna, i pugni stretti in un modo che suggeriva che avrebbe fatto volentieri a botte per la questione. O forse serrati solo nello sforzo di non piangere di nuovo. Luna tendeva ad arrabbiarsi, o a fare scherzi o cose pazze piuttosto che mostrarsi agitata. In quel momento Kevin non poteva biasimarla.

La guardò tornare da qualsiasi luogo del pianto in cui si fosse trovata, riavvolgere tutto pezzo per pezzo e sforzarsi invece di sorridere.

“Quindi, malattia terribile, visioni pazzesche di mondi alieni… c’è altro che non mi hai detto?”

“Solo i numeri?” disse Kevin.

Luna lo guardò con ovvia irritazione. “Capisci che ora non dovevi dire sì?”

“Volevo dirti tutto,” disse Kevin, anche se immaginava che fosse ormai un po’ troppo tardi. “Scusa.”

“Va bene,” disse Luna. Di nuovo Kevin ebbe la sensazione che stesse elaborando l’intera questione per capirla. “Numeri?”

“Vedo anche quelli,” disse Kevin. Li ripeté a memoria. “23h 06m 29.283s, −05° 02′ 28.59.”

“Ok,” disse Luna, corrucciando le labbra. “Mi chiedo cosa significhino.”

Che non potessero significare niente parve non passarle neanche per la testa. Kevin la adorava per questo.

Tirò fuori il telefono. “Non possono essere una targa, e sarebbero strani in qualità di password. Cos’altro?”

Kevin non ci aveva pensato, almeno non nel modo diretto in cui Luna pareva applicarsi ora al problema.

“Forse come il codice di un articolo, un numero seriale?” suggerì Kevin.

“Ma ci sono ore e minuti,” disse Luna. Sembrava profondamente presa dal problema del significato. “Che altro?”

“Forse l’ora e il luogo di una consegna?” suggerì Kevin. “Quelli nella seconda parte sembrano essere delle coordinate.”

“Ma non pare proprio esatto come riferimento a una mappa,” disse Luna. “Magari provando su Google… oh, fico!”

“Cosa?” chiese Kevin. Un’occhiata all’espressione di Luna gli fece capire che erano andati a segno.

“Quando digiti quella sequenza di numeri nel motore di ricerca, ottieni risultati solo su una cosa,” disse Luna. Sembrava così certa della cosa. Girò il telefono per farglielo vedere, le pagine elencate in una sequenza ordinata. “Il sistema stellare Trappist 1.”

Kevin sentì crescere la propria eccitazione. Di più, sentì crescere la sua speranza. Speranza che tutto questo potesse davvero significare qualcosa, e che non fosse solo la sua malattia, al di là di quello che dicevano tutti. Speranza che potesse davvero essere reale.

“Ma perché dovrei vedere questi numeri?” chiese.

“Forse perché il sistema Trappist è uno dei pochi in cui è possibile lo sviluppo della vita?” chiese Luna. “Da quello che dice qui, ci sono diversi pianeti in quella che pensiamo sia una zona abitabile.”

Lo disse come se fosse la cosa più ovvia al mondo. L’idea di pianeti che potessero avere forme di vita sembrava troppo una coincidenza quando Kevin quella vita l’aveva vista. O almeno qualche strana vita.

“Devi parlarne con qualcuno,” dichiarò Luna. “Sei… tipo la prima prova di contatto con vita extraterrestre, o qualcosa del genere. Chi erano quelle persone che cercavano gli alieni, gli scienziati? Ho visto una cosa su di loro in TV.”

“SETI?” chiese Kevin.

“Proprio quelli,” disse Luna. “Non sono a San Francisco, o San Jose, o qualcosa del genere?”

Kevin non lo sapeva, ma più ci pensava e più l’idea lo incalzava.

“Devi andarci, Kevin,” disse Luna. “Devi almeno parlarci.”

***

“No,” disse sua madre posando la tazza di caffè troppo forte e versandone un po’ sul tavolo. “No, Kevin, assolutamente no!”

“Ma, mamma…”

“Non ti porterò a San Francisco perché tu vada a disturbare un branco di fuori di testa,” disse sua madre.

Kevin le porse il telefono, mostrando le informazioni sul SETI. “Non sono pazzi,” disse. “Sono scienziati.”

“Anche gli scienziati possono essere pazzi,” disse sua madre. “E quest’idea… Kevin, non puoi solo accettare il fatto che vedi delle cose che non ci sono?”

Era quello il problema: sarebbe stato fin troppo facile accettarlo. Sarebbe stato facile dire a se stesso che non era vero, ma c’era qualcosa che lo stuzzicava nella sua testa e che gli diceva che sarebbe stata una cattiva idea farlo. Il conto alla rovescia stava continuando, e Kevin sospettava di dover parlare con qualcuno che gli credesse prima che arrivasse alla fine.

“Mamma, i numeri che ti dicevo che vedevo… abbiamo scoperto che sono la localizzazione di un sistema stellare.”

“Ci sono così tante stelle là fuori che sono certa che una qualsiasi serie di numeri a caso ti porterebbe a una di esse,” disse sua madre. “Sarebbe lo stesso per la massa delle stelle o… o, non so abbastanza di stelle per dire cos’altro, ma qualsiasi cosa potrebbe avere una parvenza di significato.”

“Non intendo questo,” disse Kevin. “Intendo dire che è esattamente lo stesso. Luna ha messo i numeri e la prima cosa che è venuta fuori è stato il sistema Trappist 1. L’unica cosa che è venuta fuori.”

“Avrei dovuto capire che centrava Luna,” disse sua madre con un sospiro. “Adoro quella ragazza, ma ha troppa immaginazione.”

“Per favore, mamma,” disse Kevin. “Questo è vero.”

Sua madre gli mise le mani sulle spalle. Quando aveva iniziato a dover stendere le braccia per farlo? “No, Kevin. La dottoressa Yalestrom ha detto che stavi facendo fatica ad accettare tutto questo. Devi capire cosa sta succedendo, e io devo aiutarti ad accettarlo.”

“So che sto morendo, mamma,” disse Kevin. Non avrebbe dovuto metterla così, perché poteva già vedere le lacrime che salivano agli occhi di sua madre.

“Davvero? Perché questo…”

“Troverò un modo per andarci,” promise Kevin. “Prenderò un autobus se devo. Prenderò un treno per la città e andrò a piedi. Devo almeno parlare con loro.”

“E lasciare che ti ridano dietro?” Sua madre si ritrasse senza guardarlo “Sai che è quello che succederà, giusto, Kevin? Sto cercando di proteggerti.”

“Lo so,” disse Kevin. “E so che probabilmente mi rideranno dietro, ma devo almeno provare, mamma. Ho la sensazione che questa cosa sia realmente importante.”

Avrebbe volute dire altro, ma non era sicuro che dell’altro sarebbe stato di aiuto in quel momento. Sua madre stava in silenzio in un modo che suggeriva che stava pensando, e in quel momento era la cosa migliore che Kevin potesse sperare. Continuò a pensare, tamburellando sul bancone della cucina con le dita, marcando il tempo mentre prendeva una decisione.

Kevin la sentì sospirare.

“Va bene,” disse. “Lo farò. Ti porterò lì, ma solo perché sospetto che se non lo farò, mi arriverà una chiamata dalla polizia che mi dice che mio figlio è svenuto su un autobus da qualche parte.”

“Grazie, mamma,” disse Kevin, abbracciandola.

Sapeva che non gli credeva sul serio, ma in un certo senso questo rendeva la dimostrazione d’amore ancora più grande.

CAPITOLO CINQUE

Ci volle circa un’ora per andare da Walnut Creek fino all’Istituto SETI a Mountain View, ma a Kevin parve una vita. Non era solo il traffico in città che creava ingorghi nelle strade: ogni secondo che passava era un momento sprecato, era la possibilità di scoprire cosa gli stesse succedendo. Lo avrebbero saputo, ne era certo.

“Cerca di non esaltarti troppo,” lo mise in guardia sua madre, ripetendolo per quella che doveva essere la ventesima volta. Kevin sapeva che stava solo tentando di proteggerlo, ma lo stesso non voleva che la sua eccitazione calasse. Era certo che in questo posto avrebbe scoperto ciò che gli stava capitando. C’erano scienziati che studiavano gli alieni. Era ovvio che sapessero ogni cosa, no?

Quando arrivarono lì, però, l’istituto non era quello che si era aspettato. La 189 Bernardo Avenue assomigliava più a una galleria d’arte o a un’ala universitaria piuttosto che al genere di edificio ultra moderno e tecnologico che l’immaginazione di Kevin aveva costruito. Si era aspettato di trovare edifici che sembrassero arrivati dallo spazio, invece assomigliavano a costruzioni leggermente più costose di quelle che costituivano la sua scuola.

Entrarono con l’auto e parcheggiarono davanti agli edifici. Kevin respirò profondamente. Eccolo. Entrarono in una lobby, dove una donna rivolse loro un sorriso che in un batter d’occhio si trasformò in una domanda.

“Salve, siete sicuri di essere nel posto giusto?”

“Devo parlare con qualcuno riguardo a segnali alieni,” disse Kevin prima che sua madre potesse tentare di dare una spiegazione.

“Mi spiace,” disse la donna. “Non organizziamo tour per il pubblico.”

Kevin scosse la testa. Sapeva di doverle far capire. “Non sono qui per una visita,” disse. “Penso… penso di ricevere delle specie di segnali dagli alieni.”

La donna non lo guardò con il genere di shock o con l’incredulità che la maggior parte dell’altra gente poteva dimostrare, e neanche con la sorpresa che sua madre esprimeva ogni volta che lui saltava fuori con affermazioni del genere. Quella era più che altro un’espressione di rassegnazione, come se la donna si fosse trovata molto spesso a gestire situazioni del genere.

“Caspico,” disse. “Sfortunatamente non siamo nella posizione di parlare alla gente che viene dentro dalla strada. Se vuoi mandarci un messaggio tramite il nostro contatto email, saremo lieti di considerarlo, ma per il momento…”

“Andiamo, Kevin,” disse sua madre. “Abbiamo provato.”

Sorprendendo se stesso più di chiunque altro, Kevin scosse la testa. “No, non vado da nessuna parte.”

“Kevin, devi,” disse sua madre.

Kevin si mise a sedere proprio in mezzo alla lobby. Il tappeto non era molto comodo, ma a lui non importava. “Non andrò da nessuna parte fino a che non avrò parlato con qualcuno di questa cosa.”

“Aspetta, non puoi fare così,” disse la donna della reception.

“Io non vado da nessuna parte,” ribadì Kevin.

“Kevin…” iniziò sua madre.

Kevin scosse la testa. Sapeva che era infantile, ma per come la vedeva lui, aveva tredici anni e la cosa poteva anche essergli concessa. E poi questo era importante. Se ora fosse uscito e se ne fosse andato, sarebbe finita lì. E lui non poteva permettersi di lasciar perdere tutto.

“Alzati, o dovrò far chiamare la sicurezza,” disse la donna. Gli si avvicinò e gli afferrò con forza un braccio.

Di scatto la madre di Kevin spostò la sua attenzione dal figlio alla donna, socchiudendo gli occhi.

“Leva subito le mani di dosso a mio figlio.”

“E allora faccia alzare suo figlio e andatevene prima che debba mobilitare la polizia.” La donna lasciò comunque la presa, anche se probabilmente la reazione era dovuta all’occhiataccia che la madre di Kevin le aveva lanciato. Kevin aveva la sensazione che, ora che le si era presentato un modo per poter proteggere suo figlio, sua madre l’avrebbe fatto a qualsiasi costo.

“Non passiamo alle minacce con la polizia. Kevin non sta facendo male a nessuno.”

“Pensa che qui non ci capitino regolarmente dei pazzi?”

“Kevin non è pazzo!” gridò sua madre con un volume che normalmente era riservato ai momenti in qui Kevin faceva qualcosa di davvero sbagliato.

Nei due minuti seguenti il litigio crebbe più di quanto Kevin avrebbe desiderato. Sua madre gli gridò di alzarsi. La donna della reception gridò che avrebbe chiamato la sicurezza. Si gridarono addosso a vicenda e la madre di Kevin decise che non voleva che nessuno minacciasse suo figlio con la sicurezza, e la donna parve dare per scontato che sua madre sarebbe stata capace di spostare Kevin. Durante tutto questo Kevin rimase seduto in sorprendente serenità.

Si sentì quasi cullato, accompagnato in un profondo dove vide qualcosa…

Il buio freddo dello spazio lo circondava, le stelle luccicavano, con la terra che sembrava così diversa dall’alto, tanto da lasciare Kevin quasi senza fiato. C’era un oggetto argentato che fluttuava lì nello spazio, uno fra tanti altri che stavano lì sospesi nell’orbita. Sul fianco erano scritte le parole Pioneer 11…

Poi si trovò disteso sul pavimento dell’Istituto SETI, sua madre che lo aiutava a rialzarsi insieme alla donna della reception.

“Sta bene?” chiese la donna. “Devo chiamare un’ambulanza?”

“No, sto bene,” puntualizzò subito Kevin.

Sua madre scosse la testa. “Sappiamo cosa c’è che non va. Mio figlio sta morendo. Tutto questo… pensavo che l’avrebbe aiutato ad accettare il fatto che quello che vede non è reale, che si tratta della malattia.”

Messa così, suonava come un tradimento, come se la madre di Kevin avesse programmato fin dall’inizio che i suoi sogni si infrangessero.

“Caspico,” disse la donna. “Ok, lascia che ti aiutiamo ad alzarti, Kevin. Posso portarvi qualcosa?”

“Voglio solo parlare con qualcuno,” disse Kevin.

La donna si morse il labbro, poi annuì. “Ok, vedo cosa posso fare.”

Così all’improvviso, pareva che tutto il suo atteggiamento fosse mutato.

“Aspettate qui. Sedetevi. Vado un attimo a vedere se c’è in giro qualcuno che possa almeno parlare con te, magari farti vedere il posto. Anche se a dire il vero non c’è poi molto da vedere.”

Kevin si sedette con sua madre. Avrebbe voluto dirle tutto quello che aveva appena visto, ma dal suo volto vedeva che le avrebbe fatto solo del male. Aspettò allora in silenzio.

Alla fine venne fuori una donna. Doveva avere una cinquantina d’anni e indossava un abito scuro che suggeriva che dovesse prendere parte a quel genere di meeting dove un abbigliamento più informale non sarebbe andato bene. C’era qualcosa in lei che diceva che potesse essere un’insegnante, forse qualcosa nella curiosità con cui guardava Kevin. Porse la mano a sua madre e poi a lui.

“Ciao, Kevin,” disse. “Sono la dottoressa Elise Levin. Sono il direttore dell’istituto.”

“Se ne occupa lei?” chiese Kevin sentendo un’ondata di speranza. “Della roba degli alieni?”

La donna sorrise divertita. “Penso che tu stia descrivendo la cosa troppo forzatamente. Molta della ricerca riguardante forme di vita extraterrestre viene svolta altrove. La NASA fornisce i dati, vengono coinvolte alcune università e spesso, dove possiamo, prendiamo il tempo di altra gente che sta al telescopio. Ma sì, sono responsabile di questo istituto e delle cose che si svolgono qui.”

“Allora devo raccontarle,” disse Kevin. Stava parlando più rapidamente di quanto avrebbe voluto, cercando di tirare fuori le parole prima che questa adulta avesse il tempo di non credergli. “Stanno succedendo delle cose. So che sembra strano, ma vedo delle cose, c’è una sorta di conto alla rovescia…”

Come poteva spiegare il conto alla rovescia? Non erano come dei numeri, non c’era un punto ovvio che si potesse definire come conclusivo. C’era solo una debole pulsazione che si presentava insieme al messaggio nel suo cervello, diventando regolarmente e quasi impercettibilmente più rapida mentre si dirigeva verso qualcosa che Kevin non riusciva a intuire.

“Perché non me ne parli mentre diamo un’occhiata in giro?” suggerì la dottoressa Levin. “Ti faccio vedere alcune delle cose che facciamo qui.”

Condusse Kevin e sua madre attraverso i corridoi dell’istituto, e a essere onesti, Kevin aveva pensato che sarebbe stato più entusiasmante. Aveva pensato di trovarlo meno somigliante a un blocco di uffici.

“Pensavo che ci fossero dei grossi telescopi qui, o laboratori pieni di attrezzatura per fare test sulle cose che vengono dallo spazio,” disse Kevin.

La dottoressa Levin scrollò le spalle. “Abbiamo dei laboratori, e facciamo dei test sui materiali di tanto in tanto, ma non abbiamo telescopi. Stiamo lavorando con Berkeley per costruire una gamma dedicata di radiotelescopi, però.”

“E allora come cercate gli alieni?” chiese la madre di Kevin. Sembrava stupita quanto Kevin per l’assenza di telescopi giganti e attrezzatura per l’ascolto.

“Lavoriamo con altra gente,” disse la dottoressa Levin. “Chiediamo o ingaggiamo tempo su telescopi e sensori. Lavoriamo con dati dalla NASA. Proponiamo loro suggerimenti su luoghi dove potrebbero cercare, o tipi di dati che potrebbero aver bisogno di raccogliere. Mi spiace, so che non è esaltante come la gente a volte pensa. Qui, venite con me.”

Li condusse in un ufficio che almeno sembrava un po’ più interessante di alcuni degli altri spazi. C’erano un paio di computer, un sacco di poster relativi al sistema solare, alcune riviste che avevano citato il lavoro del SETI e dei mobili che parevano essere stati progettati appositamente per essere ergonomici, di stile e probabilmente comodi come un blocco di cemento.

“Lasciate che vi mostri alcune delle cose su cui stiamo lavorando,” disse la dottoressa Levin indicando immagini di grossi telescopi in costruzione. “Stiamo cercando di sviluppare dei radiotelescopi che possano essere tanto potenti da cogliere le frequenze radio dall’ambiente piuttosto che aspettare che qualcuno ci invii un segnale.”

“Ma io penso che qualcuno ci stia inviando dei messaggi,” disse Kevin. Doveva farglielo capire.

La dottoressa Levin fece una pausa. “Volevo chiederti se fai riferimento alla teoria secondo la quale ciò che alcune persone pensano che le emissioni radio ad alta frequenza da una pulsar possano essere dei segnali riconoscibili, ma non è così, vero?”

“Vedo delle cose,” disse Kevin. Cercò di spiegare le visioni. Le disse del paesaggio che aveva visto, e del conto alla rovescia.

“Caspico,” disse la dottoressa Levin. “Ma devo chiederti una cosa, Kevin. Capisci che il SETI esplora queste cose con la scienza, cercando prove reali? È l’unico modo in cui possiamo farlo, e dobbiamo essere certi che tutto ciò che troviamo sia reale. Quindi devo chiederti, Kevin: come fai a sapere che ciò che vedi è reale?”

Kevin aveva già cercato di spiegarlo a Luna. “Ho visto dei numeri. Quando sono andato a cercarli, è venuto fuori che sono la localizzazione di una cosa che si chiama sistema Trappist 1.”

“Uno dei candidati più promettenti per la vita aliena,” disse la dottoressa Levin. “Lo stesso, Kevin, capisci il mio problema adesso? Dici di aver visto questi numeri, e io ti credo, ma magari li hai visti perché li hai letti da qualche parte. Non posso reindirizzare le risorse del SETI sulla base di questo, e in ogni caso non sono sicura di cos’altro potremmo fare trattandosi del sistema Trappist 1. Per una cosa del genere, avrei bisogno di qualcosa di nuovo. Qualcosa che non avresti potuto ottenere in altro modo.”

Kevin aveva la chiara sensazione che stesse cercando di dissuaderlo in modo gentile, ma lo stesso la cosa gli faceva male. Come poteva fornire loro una cosa del genere? Poi pensò a quello che aveva visto nella lobby. Doveva averlo visto per un motivo, no?

“Penso…” Non era certo di doverlo dire o no, ma sapeva di doverlo fare. “Penso che stiate per inviare un segnale da qualcosa che si chiama Pioneer 11.”

La dottoressa Levin lo guardò per un paio di minuti. “Mi spiace, Kevin, ma la cosa non mi pare molto probabile.”

Kevin vide sua madre accigliarsi. “Cos’è la Pioneer 11?”

“È una delle sonde che la NASA ha inviato nello spazio,” spiegò la dottoressa Levin. “Ha volato attraverso il nostro sistema solare inviando dati, ed è stata tanto veloce da inviarli oltre i limiti del sistema solare. Sfortunatamente l’ultimo contatto che abbiamo avuto risale al 1995, quindi davvero non penso che…”

Si fermò quando il telefono iniziò a suonare, tirandolo fuori con l’apparente intenzione di voler ignorare la telefonata. Kevin vide il momento in cui si fermò a fissarlo.

“Scusate, a questa devo rispondere,” disse. “Sì, pronto, cosa c’è? Puoi aspettare un momento, sono nel mezzo di… ok, se è così urgente. Un segnale? Mi stai chiamando perché la NASA ha dei segnali in ingresso? Ma la NASA ha sempre…” Fece un’altra pausa e guardò verso Kevin, l’incredulità ovvia sul suo volto. Lo stesso, parlò. “Posso provare a indovinare?” disse al telefono. “Avete appena avuto un qualche genere di segnale dalla Pioneer 11? Davvero? No, non posso dirtelo. Non sono certa che mi crederesti.”

Ripose il telefono e fissò Kevin come se l’avesse visto per la prima volta in quel momento.

“Come hai fatto?” gli chiese.

Kevin scrollò le spalle. “L’ho visto mentre aspettavo nella lobby.”

“L’hai visto? Nello stesso modo in cui hai visto il paesaggio alieno?” La dottoressa Levin lo squadrò, e Kevin ebbe l’impressione che stesse cercando di decidere qualcosa. Forse di capire in quale modo l’avesse imbrogliata, o fosse riuscito a far accadere questa cosa.

Ci volle quasi un minuto prima che prendesse di nuovo la parola.

“Penso,” disse la dottoressa Levin con il tono calmo di qualcuno che tenta di assicurarsi di non essere impazzito, “che sia meglio che tu venga con me.”

CAPITOLO SEI

Kevin e sua madre seguirono la dottoressa Levin dall’edificio del SETI a un’auto che sembrava un po’ troppo piccola per appartenere a qualcuno di quella posizione.

“È una macchina rispettosa dell’ambiente,” disse in un tono che suggeriva che avesse già affrontato quel genere di curiosità. “Venite, sarà più facile se venite tutti e due con me. Sono piuttosto severi in materia di sicurezza.”

“Chi?” chiese la madre di Kevin.

“La NASA.”

Kevin rimase senza fiato. Stavano andando a parlare con la NASA? Parlando di alieni, era ancora meglio del SETI.

Il tragitto attraverso Mountain View fu molto breve, al massimo una manciata di minuti. Lo stesso, per Kevin fu abbastanza lungo da permettergli di fissare fuori dai finestrini guardando le aziende altamente tecnologiche che si trovavano nella zona, ovviamente attirate da NASA e Berkeley. Era la presenza di un sacco di gente così intelligente che le aveva raggruppate lì.

“Stiamo davvero andando alla NASA?” chiese Kevin. Quasi non ci poteva credere, il che non aveva senso, date tutte le cose a cui aveva dovuto credere negli ultimi giorni.

Il campus della NASA era totalmente diverso dagli edifici del SETI. Era grande e costituito da diversi caseggiati disposti in uno spazio da cui si poteva avere una visuale sia delle colline circostanti che della baia. C’era un centro visitatori che era essenzialmente una tenda costruita su una scala che pareva difficile da contemplare, di colore bianco chiaro e contrassegnata dal marchio NASA. Andarono oltre però, arrivando a uno spazio che era chiuso al pubblico, dietro a una recinzione metallica e a una barriera dove la dottoressa Levin dovette mostrare un documento per poter accedere.

“Mi aspettano,” disse.

“E loro chi sono, signora?” chiese la guardia.

“Questo è Kevin McKenzie con sua madre,” disse la dottoressa Levin. “Sono con me.”

“Non sono sul…”

“Sono con me,” disse ancora la dottoressa Levin, e per la prima volta Kevin ebbe la sensazione del genere di durezza legata alla sua posizione. La guardia esitò un momento, poi tirò fuori un paio di pass per visitatori che la dottoressa porse loro. Kevin appese il proprio attorno al collo, e gli parve come un trofeo, come un talismano. Con questo poteva andare dove voleva. Con questo la gente effettivamente gli credeva.

“Dovremo andare nell’area ricerca,” disse la dottoressa Levin. “State attenti a non toccare niente, per favore, perché alcuni degli esperimenti sono delicati.”

Fece strada all’interno di un edificio che appariva essere composto per lo più da delicate curve di acciaio e vetro. Era il genere di luogo che Kevin si era aspettato quando erano venuto a Mountain View. Era così che doveva essere un posto da dove si osservava lo spazio. C’erano laboratori dappertutto, con il genere di attrezzatura avanzata che lasciava immaginare che potessero testare quasi qualsiasi cosa lo spazio lanciasse dalla loro parte. C’erano laser e computer, panche e strumenti che sembravano appartenere all’ambito della chimica. C’erano laboratori pieni di attrezzi per la fusione e componenti forse di automobili, ma che Kevin voleva credere fossero veicoli da utilizzare su altri pianeti.

La dottoressa Levin faceva domande alla gente man mano che passavano, tentando di capire dove si trovassero coloro che erano coinvolti nella novità del messaggio dalla Pioneer 11. Ogni volta che passavano vicino a qualcuno, si fermava, e Kevin ebbe l’impressione che conoscesse tutti lì. Il SETI poteva essere separato da tutto questo, proprio come diceva lei, ma era ovvio che la dottoressa Levin passasse lì un sacco di tempo.

“Ehi, Marvin, dove sono tutti?” chiese a un uomo con la barba e una camicia a quadri.

“Sono quasi tutti riuniti nel centro di ricerca del supercomputer,” disse. “Con una cosa del genere, vogliono vedere cosa si inventeranno le buche.”

“Le buche?” chiese Kevin.

La dottoressa Levin sorrise. “Vedrai.”

“Loro chi sono?” chiese l’uomo con la barba.

“Cosa diresti se ti raccontassi che il nostro Kevin qui può vedere gli alieni?” chiese la dottoressa Levin.

Marvin rise. “Puoi giocare alla cacciatrice di alieni quanto vuoi, Elise. Sappiamo che sei scettica quanto tutti noi.”

“Magari non su questo,” disse la dottoressa Levin. Guardò verso Kevin e sua madre. “Da questa parte.”

Li condusse verso un’altra ala dell’edificio, e ora Kevin ebbe la sensazione di una sicurezza maggiore, con scanner di documenti e videocamere quasi in ogni angolo. E poi era probabilmente il posto più pulito in cui lui fosse mai stato. Molto più pulito, per esempio, della sua camera. Sembrava che neanche un granello di polvere avesse il permesso di accedervi senza un permesso, senza parlare dei mucchi di abiti vecchi che riempivano camera sua fino a che sua mamma non gli diceva di riordinare.

I laboratori erano quasi vuoti in quel momento, e vuoti in un modo che suggeriva che fossero stati abbandonati di fretta perché stava accadendo qualcosa di più eccitante. Era facile vedere dove fossero andati tutti. C’era parecchia gente nei corridoi mentre loro si avvicinavano alla destinazione, intenti a scambiarsi pettegolezzi di cui Kevin colse solo qualche frammento qua e là.

“C’è un segnale, un segnale vero.”

“Dopo tutto questo tempo.”

“Non sono solo dati telemetrici, o scansioni. C’è qualcosa… di diverso.”

“Eccoci,” disse la dottoressa Levin quando arrivarono a una stanza dove la porta era stata lasciata aperta, ovviamente per permettere alla folla di persone di entrarvi. “Fateci passare, per favore. Dobbiamo parlare con Sam.”

“Ecco.” Si rivelò essere un stanza ampia, piena di luci lampeggianti e circondata da passaggi che la facevano assomigliare un po’ a un teatro dove gli attori stavano ai computer. Kevin riconobbe che si trattava di computer, anche se non assomigliavano per niente al piccolo portatile a malapena funzionante che sua madre gli aveva comprato per la scuola. Questi erano dispositivi grandi come tavolini, come automobili, come stanze, tutti di colore nero opaco e con lucine lampeggianti. Le persone che vi stavano vicino, in piedi o sedute, indossavano dei camici come quelli degli scienziati negli show televisivi.

“Impressionato?” chiese la dottoressa Levin.

Kevin poté solo annuire. Non aveva parole per un posto come quello. Era… incredibile.

“Cos’è questo posto?” chiese sua madre, e Kevin non sapeva dire se fosse un bene o un male che neanche sua madre riuscisse a capire.

“È dove la NASA fa le sue ricerche al supercomputer,” spiegò la dottoressa Levin. “Si lavora su IA, computazione quantistica, superconduttori più avanzati. Sono anche strumenti che vengono usati per lavorare su… questioni complesse. Venite, dobbiamo parlare con Sam.”

Fece strada in mezzo alla folla e Kevin la seguì, cercando di essere veloce a spostarsi tra gli spazi che si creavano tra la gente, passandoci prima che si richiudessero. La seguì quasi di corsa fino a che arrivarono davanti a un uomo alto e leggermente curvo che si trovava di fronte a un computer. Diversamente dagli altri, non indossava un camice pulito. Le sue lunghe dita ossute sembravano intrecciarsi formando dei nodi mentre digitavano sulla tastiera.

“Professor Brewster,” disse la dottoressa Levin.

“Dottoressa Levin, sono contento che tua sia riuscita… aspetta, hai portato dei visitatori. Veramente non è il momento per le visite guidate, Elise.”

Se la dottoressa fu scocciata dalla considerazione, non lo diede a vedere. “David, questo è Kevin McKenzie, e sua madre. Non sono qui in visita. Penso che Kevin si possa dimostrare utile in questa circostanza. Dobbiamo vedere Sam.”

Il professor Brewster fece un gesto indicando il macchinario che avevano davanti. Era addirittura più alto di lui, con tubi lungo i fianchi, tanto caldi da rilasciare del vapore nell’aria. Fu solo quando Kevin vide la scritta sul lato, “Signals Analysis Machine” – Macchinario per l’analisi dei segnali – che si rese conto che Sam non era il nome di una persona, ma un acronimo.

“Vuoi lasciar giocare un bambino con un pezzo di ingegneria da miliardi di dollari?” chiese il professor Brewster. “Voglio dire, quanti anni ha? Dieci?”

“Ho tredici anni,” disse Kevin. La differenza poteva non essere molta per qualcuno dell’età del professor Brewster, ma per lui era un quarto della sua vita. Era più tempo di quello che gli restava da vivere. Considerati così, tre anni era una gran bella quantità di tempo.

“Beh, io ne ho quarantatré, ho un dottorato ottenuto a Princeton, un edificio pieno zeppo di geni francamente pazzeschi che dovrebbero fare il loro lavoro” – si guardò attorno con espressione decisa, ma nessuno si mosse – “e ora pare che ci sia anche un tredicenne che vuole giocare con il mio supercomputer mentre sta elaborando un segnale da una sonda che pensavamo morta da tempo.”

Sembrava un uomo a cui non piacesse particolarmente lo stress. Kevin immaginò che fosse un po’ uno svantaggio in un lavoro come il suo.

“Kevin è qui a causa del segnale,” disse la dottoressa Levin. “Lui… ecco, ha previsto che ci sarebbe stato.”

“Impossibile,” disse il professor Brewster. “Elise, sai che ho sempre rispettato i tuoi sforzi di mantenere la ricerca del SETI nell’ambito della scienza seria, ma questo sempre andare completamente nella direzione opposta. È ovvio che si tratta di uno scherzo.”

Il dottor Levin sospirò. “So quello che ho visto, David. Mi ha detto che sarebbe successo qualcosa con la Pioneer 11, e poi abbiamo ricevuto il segnale. Puoi almeno azionarlo per noi?”

“Oh, molto bene,” disse il professor Brewster. Indicò uno degli scienziati che stavano lavorando attorno al supercomputer. “Azionatelo, così poi possiamo andare avanti con il nostro lavoro.”

Lo scienziato annuì e fece alcuni click su un’interfaccia di controllo. Dei dati apparvero su uno schermo succedendosi in diverse strisce di numeri, ma Kevin era più interessato al segnale audio che veniva prodotto allo stesso tempo. Era uno strano chiacchiericcio meccanico che non assomigliava a nessuna lingua in particolare, ma era più una sorta di interferenza, come quelle prodotte da un computer che funziona male.

Lo stesso però lui lo capiva. Solo che non sapeva come.

“Dovete regolare uno dei vostri radiotelescopi,” disse Kevin, con la consapevolezza che veniva da qualche parte della sua mente. C’erano anche dei numeri, nella sua mente. Erano due serie, una leggermente diversa dall’altra. “Penso… la prima sembra in qualche modo sbagliata, e la seconda è quella che dovrebbe essere giusta.”

“Cosa?” chiesero il professor Brewster e la dottoressa Levin quasi contemporaneamente, anche se con espressioni molto diverse. La dottoressa Levin sembrava stupita. Il professor Brewster per lo più irritato.

È quello che significa,” disse Kevin. Scrollò le spalle. “Cioè, immagino. Non so come faccio a saperlo.”

“Non lo sai,” insistette il professor Brewster. “Se in questo c’è un significato, cosa francamente improbabile, ci vorranno ore perché SAM lo decodifichi, se mai sia possibile.”

“Vi ho appena detto cosa significa,” insistette Kevin. “Posso… semplicemente ha senso per me.”

“Dovresti ascoltarlo, David,” disse la dottoressa Levin. “Almeno cerca i numeri, vedi se significano qualcosa. Puoi scriverli, Kevin?”

Gli porse un pezzo di carta e una penna, e Kevin li annotò il più chiaramente possibile. Diede poi il foglio al professor Brewster, che lo prese di malavoglia.

“Abbiamo cose migliori da fare che questo, Elise,” disse. “Giusto, è sufficiente. Fuori. Abbiamo del lavoro da fare qui.”

Li spinse via, e la dottoressa Levin non parve propensa a discutere. Portò invece Kevin e sua madre in corridoio.

“Venite,” disse. “David è probabilmente troppo impegnato per usare sul serio quel suo cervellone, ma ci sono un sacco di persone qui che mi devono dei favori.”

“Che genere di favori?” chiese la madre di Kevin.

La dottoressa Levin guardò verso Kevin. “Il genere di favore in cui scopriamo esattamente come fa Kevin a ricevere e decodificare segnali dallo spazio.”

***

“Devi stare fermo, Kevin,” disse un ricercatore sovrappeso che indossava una camicia con fantasia hawaiana sotto al suo camice da laboratorio. Si faceva chiamare semplicemente Phil, anche se il nome sulla targhetta alla sua porta dichiarava che avesse accumulato tanti dottorati quanti gli altri lì presenti. Sembrava essere un amico della dottoressa Levin, anche se la cosa forse aveva un po’ a che fare con il panino che lei gli aveva portato dalla mensa prima di andare da lui. “Se ti muovi l’immagine non verrà nitida.”

Kevin fece del suo meglio, disteso all’interno di una soffocante macchina per la risonanza magnetica. Si sentiva come un siluro in procinto di essere lanciato nell’oceano, e lo spazio ristretto era solo reso peggiore da un rumore di colpi sordi e regolari che davano l’idea che qualcuno stesse martellando l’esterno del macchinario mentre lui stava lì. Le sue esperienze in ospedale gli dicevano che era probabilmente normale, e non indicava che l’aggeggio stesse per esplodere. Lo stesso non era facile restare fermi così a lungo, per tutto il tempo della scansione.

“Ci siamo quasi,” disse Phil. “Trattieni solo il fiato un momento. E rilassati.”

Kevin avrebbe voluto potersi rilassare. Le ultime due ore erano state impegnate. C’erano stati scienziati, laboratori ed esami. Un sacco di esami. Test cognitivi e scansioni, cose simili a raggi X e test sull’associazione delle parole, con Kevin che si veniva a trovare con diversi dispositivi puntati addosso, con l’obiettivo di emettere diversi generi di segnali attraverso il suo corpo.

Alla fine anche Phil parve stancarsi di lanciare raggi contro Kevin.

“Ok, puoi venire fuori.”

Aiutò Kevin a uscire dal macchinario, poi lo condusse dove lo stavano aspettando la dottoressa Levin e sua madre. Il ricercatore scosse la testa indicando lo schermo e una serie di immagini in bianco e nero che Kevin ipotizzò potessero essere foto dell’interno del suo cervello. Se così fosse, i cervelli avevano un aspetto più strano di quello che avesse mai pensato.

“Mi spiace, Elise, ma non c’è segno di niente di diverso in lui che non possa essere spiegato dalla sua malattia,” disse.

“Continua a cercare,” disse la dottoressa Levin.

“Come, esattamente?” chiese. “Te lo sto dicendo, ho usato quasi tutti i test possibili da farsi su un essere umano: risonanza magnetica, TAC, test neuropsicologici, hai visto. Ho sparato tante di quelle frequenze addosso al nostro Kevin, che c’è da meravigliarsi che non stia intercettando la radio locale adesso. Eccetto sottoporlo agli isotopi radioattivi o vivisezionarlo…”

“No,” disse con fermezza la madre di Kevin. Neanche a lui piaceva tanto quell’idea.

Phil scosse la testa. “Non c’è nient’altro da trovare.”

Kevin poté sentire la delusione dell’uomo. Diversamente dal professor Brewster, a lui ovviamente piaceva l’idea che qualcuno fosse in grado di udire segnali alieni. Quella delusione rispecchiava la sua. Era stato certo che quelle persone, con tutti i loro cervelli e i loro laboratori, sarebbero state capaci di scoprire cosa stesse succedendo, ma sembrava…

Un uomo entrò di corsa nella stanza e Kevin ci mise qualche secondo a riconoscere la figura allampanata del professor Brewster. Sembrava se non altro più agitato di quando li aveva cacciati dalla fossa del supercomputer. Aveva in mano un tablet e lo teneva così stretto che Kevin ebbe il sospetto che potesse romperlo.

“David, se si tratta dell’uso delle risorse…” iniziò a dire la dottoressa Levin.

L’alto scienziato la guardò come tentando di capire di cosa stesse parlando, poi scosse la testa. “No. Voglio solo sapere come hai fatto. Come facevi a saperlo?”

“A sapere cosa?” chiese Kevin.

“Non fare finta di niente,” disse lo scienziato. Porse loro il tablet perché potessero guardare. “Uno dei nostri ha inserito nel sistema i numeri che ci hai dato. È venuto fuori che si tratta di uno dei punti effettivi di uno dei nostri radiotelescopi, proprio come hai detto. Nessuno che non lavori all’osservatorio poteva saperlo. Quindi come hai fatto a saperlo tu?”

“A sapere cosa?” chiese ancora Kevin.

“A sapere quello che sarebbe successo quando l’avessimo cambiato?”

Il professor Brewster premette qualcosa sul suo tablet.

“Questa è una diretta da lì.”

Mise il pad in mano a Kevin, porgendoglielo come un’accusa. Produsse un ronzio che assomigliava a un normale problema meccanico, o a dei grilli incastrati da qualche parte negli ingranaggi del dispositivo.

Per Kevin quelle parole erano chiare.

Stiamo arrivando. Preparatevi ad accettarci.

CAPITOLO SETTE

“Stiamo?” chiese la dottoressa Levin. Sembrava che facesse fatica a contenere l’eccitazione. “Chi sono? Stiamo parlando di una qualche civiltà aliena?”

“Aspetta un momento,” disse seccamente il professor Brewster con tono scettico. “Forse Kevin traduce in maniera erronea. Magari non c’è neanche nulla da tradurre…. Magari sono solo un mucchio di rumori e basta. Magari è solo l’immaginazione del ragazzo.”

“Allora come faceva a sapere le coordinate?” chiese la dottoressa Levin. “Sappiamo che qualcuno ha inviato questo segnale. Pensa solo alle possibilità…”

Esitò, come se non fosse pienamente in grado di capire tutte le possibilità.

“O magari non l’ha inviato nessuno,” si intromise l’altro scienziato. “Lo spazio è pieno di segnali che non hanno mittente o destinatario.”

“Eppure,” insistette la dottoressa Levin, “non puoi trascurare la possibilità che questo sia realmente un segnale mandato da un’altra società. E che Kevin l’abbia effettivamente interpretato direttamente. E se fosse così? E se l’avesse fatto? Siete pronti a precludervi questa possibilità? Siete pronti a prendere le distanze? Ad accettare le conseguenze?”

Brewster fece silenzio, riluttante.

“Ci servono più informazioni,” disse alla fine. “Dobbiamo studiare ulteriormente Kevin.”

“Studiarlo ulteriormente?” disse sua madre. “Questo è mio figlio.”

“Vero,” ribatté la dottoressa Levin. “Ma suo figlio potrebbe essere l’unico collegamento del nostro pianeta con una forma di vita aliena.”

*

Kevin stava seduto nella stanza che gli avevano dato e si guardava attorno, chiedendosi a cosa servisse. Sembrava progettata per l’osservazione di persone durante lunghi periodi. Oppure si trattava di una gigantesca boccia per pesci.

Era comoda, ma non era facile dimenticarsi che si trovava nel mezzo del laboratorio. Il letto era al centro della camera, e tutto sembrava essere di un bianco immacolato e clinico. Kevin sospettava che ci fossero delle videocamere appostate. Di certo c’era un vetro lungo una delle pareti, scrutabile solo dall’esterno verso l’interno. Questo lo faceva sentire un po’ come una rana che aspettava di essere vivisezionata durante una comune lezione di biologia.

“Hai tutto quello che ti serve?” chiese sua madre. “Ti hanno dato da mangiare?”

C’era da fidarsi che sua madre potesse essere capace di risultare imbarazzante anche in una situazione come quella.

“Sì, mamma, mi danno da mangiare,” le rispose.

“Sono solo preoccupata per te,” disse lei.

“Devi andare al lavoro,” le disse Kevin. La capiva. Sua madre non poteva permettersi di prendersi altro tempo. Neanche per questa cosa. C’erano troppe bollette da pagare, e la malattia di Kevin aveva solo aggiunto altri conti medici alla lista. Non gli piaceva sentire il senso di colpa nella voce di sua madre, come se stesse facendo qualcosa di male nel portarlo nel posto dove davano la caccia agli alieni.

“Questo è il posto migliore per te, però,” gli disse. Sembrava che stesse cercando di convincere se stessa.

È bello stare qui,” la rassicurò Kevin. “Ci sono un sacco di cose che succedono.”

Era sorprendente fare parte di una cosa così importante.

“Ciao, Kevin,” disse Phil sbucando con la testa dalla porta. Sembrò illuminarsi ancora di più quando vide sua madre. “Salve, signora McKenzie.”

“Chiamami Rebecca,” gli disse lei. C’era qualcosa di strano in questo, forse perché non era una cosa che lei dicesse tanto spesso.

“Pensavo di far fare a Kevin un bel tour,” disse Phil. “Magari ti fa piacere venire con noi?”

“Mi sembra una bella idea,” disse sua madre, e di nuovo Kevin ebbe la sensazione che una parte di quella conversazione fosse… no, non doveva pensare cose del genere. Era sconveniente. I genitori non erano gente da andare in giro guardando altra gente. Era praticamente… beh, faceva sembrare normale l’idea di un mondo alieno.

“Se vi va di venire tutti e due con me,” disse Phil facendo strada lungo il corridoio. “Intendo dire, ufficialmente immagino che non dovremmo andarcene a spasso qui, perché alcuni dei progetti sono piuttosto delicati, ma a volte penso che in un certo senso esageriamo, no?”

Li condusse a uno spazio dove gli sembrava che gli scienziati stessero sparando più e più volte il laser contro una superficie vuota, facendo piccole regolazioni tra un tentativo e l’altro.

“Stanno guardando i modi in cui poter minare gli asteroidi,” spiegò Phil. C’era qualcosa nel modo in cui guardò la madre di Kevin che suggeriva che stesse cercando di fare colpo su di lei. Kevin lo trovava in un certo senso buffo. Sua mamma era sua mamma. Non era tipo da restare impressionata da dei laser. Anche se erano davvero una figata.

Dopodiché mostrò loro uno spazio dove dei droni volavano attorno in un’ampia stanza come se fossero degli insetti, muovendosi rapidamente ma senza mai andare a sbattere tra loro.

“Stiamo facendo del lavoro sull’uso dell’IA per fare in modo che i droni possano interagire senza andare a sbattere,” disse Phil.

Kevin vide sua madre sorridere. “Così ci sono meno possibilità di perdere il prossimo pacco che ordinerò?”

Phil annuì. “Sì, oppure potrebbero essere usati per creare lavoro, o per lavorare in ambienti estremi.”

Kevin non era sicuro di cosa provare nel vedere come Phil e sua madre andavano d’accordo. Probabilmente avrebbe dovuto sentirsi felice o qualcosa del genere, ma quella era sua mamma. Era certo che dovessero esserci delle regole al riguardo. Partì in direzione di un’altra porta, sperando di velocizzare il tour prima che i due si guardassero negli occhi o qualcosa del genere.

La aprì e si trovò a fissare una cosa che pareva sbucare da uno dei suoi incubi.

Kevin barcollò all’indietro dopo essersi trovato faccia a faccia con un robot grande quasi quanto lui, ricoperto di punte e scaglie, due grosse antenne che spuntavano dalla fronte come una formica arrabbiata. Gli ci volle qualche secondo per rendersi conto che non era in movimento e che non costituiva alcuna minaccia per lui, nonostante l’aspetto feroce.

“È una sorta di progetto di arma?” chiese Kevin. “Qualcosa per scopi militari?”

Assomigliava a quel genere di cose che sarebbero state terrificanti se puntate contro qualcuno su un campo di battaglia. Riusciva ad avere un aspetto piuttosto spaventoso anche solo stando fermo lì.

“È per la lega di combattimento robotico locale,” disse Phil. “Alcuni studenti universitari di Berkeley arrivano qui con roba feroce.”

Guardò verso la madre di Kevin, come sperasse di sentirle dire che lei era una grande fan dei combattimenti robotici. Vedendola non particolarmente colpita, Kevin osò tirare un sospiro di sollievo. Pareva che il mondo fosse tornato normale, forse.

Sua madre lo abbracciò. “Devo andare, Kevin. Vorrei non doverlo fare, ma…”

Kevin le restituì l’abbraccio. “Lo so.”

Anche se sapeva che sarebbe tornata presto, era difficile lasciarla andare.

Quando se ne fu andata, Kevin si girò verso Phil. “Allora,” disse. “E adesso?”

“Adesso abbiamo un bel po’ di altri esami da fare,” disse Phil.

Un bel po’ non spiegava molto la cosa. Anche se Phil aveva provato già miriadi di test su Kevin, sia il professor Brewster che la dottoressa Levin sembravano determinati a proseguire. La dottoressa Levin sembrava sperare che capendo meglio ciò che Kevin poteva dare, sarebbero stati in grado di avere maggiore contatto con la civiltà aliena. Il professor Brewster… beh, Kevin sospettava che sperasse che tutto questo non avrebbe provato nulla, che tutto si rivelasse un errore.

Ad ogni modo, questo si traduceva in un susseguirsi di esami di scienziati, una domanda dopo l’altra, molte delle quali senza una risposta da parte di Kevin.

“Non ho alcun controllo su ciò che traduco,” insistette Kevin quando uno degli scienziati volle sapere se poteva indagare il mondo alieno che vedeva per dare loro maggiori dettagli al riguardo. “Non so neanche come lo faccio. Quando fate andare il segnale… è ovvio e basta.”

Sospettava che gli scienziati non fossero molto soddisfatti di questo, ma Kevin non sapeva cos’altro dire. Aveva quello che aveva, e per il momento pareva essere principalmente il conto alla rovescia nella sua testa, che pulsava sempre più veloce, insieme al ricordo di un mondo eclissato da una luce abbagliante che divorava tutto. Fino ad ora era l’unica immagine che gli era arrivata. Il segnale sembrava essere solo un insieme di parole.

Kevin, avendo bisogno di una pausa, trovò un angolo tranquillo in una delle stanze ricreative del centro di ricerca e tirò fuori il telefono per fare una chiamata Skype a Luna.

Sorrise quando la vide: non si era reso conto di quanto gli mancasse vedere il suo volto.

Lei gli restituì il sorriso.

“Ehi, sconosciuto,” gli disse. “Ti stanno massacrando?”

“Tutti gli esami che ti possono venire in mente.”

“Farsi punzecchiare e malmenare non dev’essere il massimo,” disse Luna. “Ma potrebbe voler dire che ti stanno osservando più medici di quanti ne avresti incontrati in condizioni normali. Deve essere positivo, no?”

“Non penso significhi che possono fare qualcosa per me,” disse Kevin. Ci aveva pensato un po’, ma aveva deciso di non potersi permettere quel genere di speranza riguardo alla sua malattia. Sapeva cosa sarebbe successo. “La maggior parte non sono neanche dei medici in quel senso.”

“Ma alcuni lo devono essere, e scommetto che se esiste una qualche ricerca in…” Luna abbassò lo sguardo e Kevin immaginò che se lo fosse scritto in modo da non dimenticarselo, “… leucodistrofia, deve essere da qualche parte vicino a te.”

“Se esiste, non ne ho sentito parlare,” disse Kevin. Nessuno era esattamente venuto da lui per dirgli che improvvisamente c’era una cura per quello che aveva.

“E tu hai cercato?” chiese Luna. Aveva un’espressione determinata, quella che significava che non avrebbe accettato un no come risposta.

“Sono stato troppo impegnato a tradurre messaggi da una specie aliena,” sottolineò Kevin.

“Ok,” disse Luna, “come scusa ammetto che è piuttosto buona. Pensa a quando arriveranno qui e diranno ‘Portatemi dal vostro capo’ e tu sarai l’unico che può tradurre, e quindi sarai lì. Il tuo nome comparirà nei libri di storia.”

“E quando è stata l’ultima volta che sei stata attenta durante una lezione di storia?” ribatté Kevin. “Ricordo che ti aiutavo a studiare per i compiti in classe, ricordi?”

“Beh, forse presterei più attenzione se parlassero degli alieni.”

“Kevin?” Il professor Brewster era davanti a lui e lo guardava impaziente. “Quando sei pronto, il segnale ti sta aspettando.”

“Pare che debba andare,” disse Kevin a Luna.

“Mi manchi,” gli disse lei, e c’era una sorta di tono malinconico nella sua voce, che non era suo solito.

“Beh, magari potresti venire a trovarmi,” disse Kevin, ma poi colse nuovamente l’espressione del professor Brewster. “Devo andare.”

“Dovresti stare attento a quello che dici,” disse il professor Brewster quando Kevin riagganciò. “Il nostro lavoro qui dovrebbe restare confidenziale.”

“Mi fido di Luna,” disse Kevin.

“E se tutto questo si rivela una sciocchezza, allora andrà a danneggiare la reputazione che abbiamo costruito con tanta fatica, andando a influenzare negativamente la nostra scoperta.”

“Non è una sciocchezza,” insistette Kevin. Perché il professor Brewster non riusciva a capirlo? “Queste cose le vedo.”

“Così pare,” disse il professor Brewster. “Anche se data la tua condizione…”

Kevin si alzò in piedi. In quel momento si sentiva stanco, e non solo per la malattia che gli stava lentamente consumando il cervello. Si sentiva stanco di tutto questo, che la gente non lo prendesse sul serio.

“Lei è semplicemente determinato a confutare tutto ciò che faccio,” disse. “Sono riuscito a tradurre il messaggio.”

“Così pare.” Di nuovo quell’espressione. “Questo però mi ricorda una cosa. Non c’è motivo di credere che tu abbia iniziato ad ascoltare dall’inizio di questi segnali, quindi vogliamo farti sentire il nostro archivio di segnali da altri settori, e vedere se altri scatenano improvvise traduzioni.”

Lo disse come se non lo avesse appena interrotto e non stessero avendo una discussione al riguardo. Kevin rimase fermo, pronto a dirgli di no. Pronto ad andarsene.

Ma non poteva, e non solo perché aveva tredici anni, mentre quello era un qualche eminente scienziato che probabilmente sapeva di cosa stava parlando. Non poteva rischiare di non sentire quello che gli alieni volevano dire.

“Va bene,” disse Kevin.

Il professor Brewster non lo portò questa volta nella buca del supercomputer, ma in un piccolo laboratorio dove non c’era altro che un tavolo bianco, una paio di cuffie e un pannello a doppio specchio che faceva pensare che ci fossero decine di scienziati in osservazione dall’altra parte.

“Entra, mettiti le cuffie e vedremo se alcuni dei segnali scatenano traduzioni,” disse il professor Brewster con una voce che suggeriva quale sarebbe stato il probabile risultato.

*

Le due ore successive furono tra le più noiose nella vita di Kevin, comprendendo nella stima anche le ora passate a fare matematica in classe. Chiunque ci fosse nell’altra stanza gli faceva sentire un rumore dopo l’altro, un segnale dopo l’altro, tutti presumibilmente tratti da schemi di luce o da scariche elettromagnetiche. Kevin si aspettava che uno di essi scatenasse da un momento all’altro qualcosa, ma non ci fu nulla, e nulla ancora, e…

“Se qualcuno riceve questo, seguiranno altre comunicazioni,” disse quando ebbe sentito. Non sembrava quasi più la sua voce, come se qualcosa stesse parlando attraverso lui. Semplicemente gli parve naturale dirlo non appena il suono arrivò alle sue orecchie.

Parve esserci un’attività istantanea dietro al vetro, e la voce di Phil gli arrivò attraverso le cuffie.

“Cos’è stato, Kevin?”

“Quell’ultimo segnale, penso significhi che dobbiamo aspettarci dell’altro,” disse Kevin.

“Ne sei sicuro?”

Kevin non era sicuro di come rispondere. Non che lui fosse un esperto di quello che stava succedendo. Probabilmente ne sapeva meno degli scienziati che stavano cercando di capire. Lui non faceva che tradurre quello che sentiva, affidandosi al suo cervello alterato per capire.

“Magari se proviamo con altri segnali presi da quell’area,” disse la voce di Phil attraverso le cuffie, e Kevin non capì se stesse parlando con lui, tra sé e sé o con altri scienziati.

Ad ogni modo seguirono altri segnali. Alcuni erano solo rumori. Altri però…

“Stiamo arrivando, preparatevi a riceverci.”

Erano tutte variazioni dello stesso motivo, dello stesso messaggio, sebbene nessuno di essi sembrasse dire niente di utile. Kevin si trovò a chiedersi da quanto tempo questi messaggi rimbalzassero per lo spazio, aspettando che qualcuno li ascoltasse. Magari stavano colpendo la terra da mesi, addirittura anni, e solo ora c’era qualcuno in grado di capirli.

Phil parve avere la stessa idea. Entrò con indosso quella che sembrava la stessa camicia hawaiana del giorno prima, e con l’espressione entusiasta.

“Questi segnali… alcuni risalgono a mesi fa, forse di più, tutti dalla regione dello spazio che associamo con il sistema Trappist 1. Significa che se sono stai inviati usando la luce, ci hanno messo almeno quarant’anni ad arrivare. E tu sei la prima persona in grado di capirli.” Diversamente dal dottor Brewster, Phil sembrava più che felice a quella prospettiva. La sua voce era veramente esaltata.

“Penso che la tua malattia debba aver modificato il tuo cervello in modi che non comprendiamo,” disse. “Penso ti abbia dato la capacità di sintonizzarti con questa cosa in modi che non ci sono possibili. Questo spiegherebbe perché non siamo in grado di vedere niente oltre all’avanzare della tua malattia. È la tua malattia che sta facendo questo.”

Kevin sorrise a denti stretti. “Quindi sono basilarmente un fenomeno da baraccone.”

“Ma uno molto importante,” disse Phil con uno dei suoi sorrisi. “Potremmo non aver mai capito questa cosa. E poi sembra che ci sia un messaggio più grosso in arrivo, qualcosa di così importante che volevano essere certi che nessuno se lo perdesse.”

Kevin pensò al conto alla rovescia. Stava diventando più rapido.

Ora sospettava di sapere cosa stesse contando.

L’unico modo per testarlo era continuare, lavorando nel laboratorio esami dell’istituto con le cuffie addosso, ascoltando mentre gli mandavano i segnali dall’attrezzatura di ascolto. Rimase seduto lì e fece del suo meglio per tradurre i segnali che Phil gli inviava, uno alla volta.

“Niente con questo,” disse Kevin scuotendo la testa.

“Avevo pensato che ci fosse qualcosa,” rispose Phil, la voce che risuonava nelle orecchie di Kevin mentre era al lavoro dall’altra parte del pannello di vetro trasparente.

Lo aveva pensato anche Kevin, con il conto alla rovescia che gli pulsava rapido nella testa. Kevin poteva percepire la pulsazione, una sorta di rapido cinguettio dentro di lui, impossibile da ignorare, suggerendogli che qualcosa stesse per accadere. Era stanco di aspettare, e stanco della gente che lo fissava, e a volte semplicemente stanco e basta.

“Kevin dovrebbe fare una pausa.” La voce di sua madre, dall’esterno della stanza. Kevin era felice che fosse lì. Non sapeva cosa potesse significare per il suo lavoro, ma era felice che fosse lì.

“Mi spiace, Rebecca, il dottor Brewster è stato piuttosto chiaro quando ha detto che dobbiamo continuare a passare il segnale a Kevin fino quasi alla fine del suo conto alla rovescia.”

“E voi avete intenzione di ascoltare lui o me?”

Kevin sospettò che fosse il momento di fare una pausa. Sorrise al pensiero. Ma uno più preoccupante gli occupò la mente. E se non fosse successo niente? E se lui fosse rimasto lì un giorno dopo l’altro, e il conto alla rovescia fosse arrivato a zero senza che nulla accadesse? E se avesse fatto tutto questo sforzo invano? Come avrebbero reagito tutti a una cosa del genere?

Gli passò per la mente un pensiero ancora peggiore, un pensiero che gli fece chiudere gli occhi nel tentativo di scacciarlo. Non funzionò. E se questo fosse del tutto dovuto alla sua malattia? E se il conto alla rovescia non fosse per messaggio ma una sorta di attacco dovuto alla sua malattia? E se quel rapido battito fosse il suo stesso cuore, o il sangue nelle vene del cervello che si preparava a collassare? La gente dell’istituto si era raccolta attorno a Kevin come fosse un profeta sul punto di parlare, ma se lui stesse solo morendo?

Poi il segnale arrivò, scorrendogli dentro.

E lui capì che era giunto il momento.

***

Kevin poté vedere persone correre nella stanza dall’altra parte, ovviamente desiderose di essere presenti quando il messaggio fosse arrivato. Non prestò loro quasi nessuna attenzione. Il messaggio era troppo importante per questo.

“Se state sentendo questo,” disse Kevin traducendo automaticamente anche se non sapeva come lo stava facendo, “il nostro mondo è sparito.”

Sentì i sussulti all’esterno mentre le persone ascoltavano e si rendevano conto di cosa dovesse significare. Alcuni degli scienziati presenti iniziò a buttare giù appunti, e Kevin li sentì parlare in sottofondo.

“Questo significherebbe che non ci sono alieni da almeno quarant’anni,” disse uno.

“Se ci sono,” si intromise un altro. “Abbiamo solo le parole del ragazzo per la traduzione.”

L’altro lo ignorò. Sembravano presi quanto Kevin da quel momento.

Il messaggio continuò a scorrere, e Kevin continuò a tradurre. “Stiamo inviando questi messaggi per preservare quello che possiamo del nostro popolo, e per assicurare che la nostra conoscenza non muoia.”

Il segnale parve intensificarsi, e ora era come un flusso che Kevin non avrebbe potuto trattenere. C’erano solo gli strani suoni della lingua aliena, e le parole che si presentavano mentre lui le traduceva quasi automaticamente.

“Il nostro pianeta era uno di sette, con tre di essi abitati. Le colonie sono state le prime a crollare. La nostra casa è stata distrutta negli incendi che l’hanno spazzata via. Questa è la nostra storia, il nostro archivio. Forse sentirla aiuterà altri ad evitare lo stesso fato che ci ha colpito.”

Kevin pronunciava le parole quasi senza registrare il segnale che le innescava. Il segnale era una sorta di complesso chiacchiericcio, e se si concentrava poteva solo distinguere schiocchi e ronzii. Nel complesso però coglieva il significato che si riversava direttamente nella sua mente mentre ascoltava.

Aveva l’impressione che tenere il cervello collegato al segnale fosse uno sforzo, e sentì una goccia di sudore formarsi sopra agli occhi mentre faceva di tutto per non perderlo.

“Dobbiamo inviare questi messaggi con attenzione, solo un pezzo alla volta, ma se li ascoltate, capirete.”

Il segnale si interruppe. Kevin aspettò e continuò ad aspettare, sperando di sentire altro, ma non parve giungere nient’altro.

Alla fine Kevin sollevò lo sguardo. Poté vedere Phil e sua madre che lo fissavano da dietro il vetro, ma c’erano anche altre persone, tantissime altre. Il professor Brewster e la dottoressa Levin erano entrambi presenti, insieme a tutto lo staff che poteva starci nella stanza. Poteva distinguere lo shock su tanti dei loro volti, e poteva anche capire il perché: non avevano mai osato credere che fosse vero. Avevano pensato che si sarebbe rivelato una nullità.

Ma questo era invece ben lungi dall’essere una nullità.

Poté anche vedere l’altro motivo di shock: si aspettavano ovviamente che il messaggio continuasse.

Nessuno si era aspettato che terminasse così nel silenzio.

CAPITOLO OTTO

Kevin sedeva in perfetto silenzio nell’ufficio del professor Brewster mentre attorno a lui gli adulti tentavano di capire cosa significasse tutto questo e cosa avrebbero dovuto fare poi. Per lo più lo facevano parlando troppo.

Per una volta il professor Brewster sembrava sorprendentemente compiaciuto. “È stato davvero impressionante, Kevin. Non avevo mai pensato che avrei visto questo giorno. Un reale contatto con un altro mondo! Anche se dobbiamo fare attenzione, ovviamente. Considerare le possibilità alternative.”

Come faceva il dottor Brewster a sembrare tanto entusiasta quanto scettico allo stesso tempo?

“Non ci credi?” chiese il dottor Levin.

“Dobbiamo considerare le cose con attenzione,” disse il professor Brewster. “Dopotutto non sentiamo direttamente i messaggi, ma solo le traduzioni attraverso un ragazzo che soffre di una malattia degenerativa.”

“Pensate ancora che mi stia inventando le cose,” disse Kevin.

“Non sto dicendo questo,” disse il professor Brewster. “Solo che… il contatto diretto…”

“Non penso che sia stato un contatto diretto,” disse Kevin. “Sembrava… quasi come un messaggio registrato.”

“Se non altro questo rende la cosa più plausibile,” disse il professor Brewster. “Perché un segnale come quello dovrebbe viaggiare per anni, anche muovendosi alla più alta velocità. Il sistema Trappist 1 si trova quasi a quaranta anni luce da qui, dopotutto.”

Kevin lo sapeva. Gliel’avevano detto prima che il messaggio arrivasse. Lui e Phil avevano discusso la cosa e lui non era sicuro che gli piacesse che il professor Brewster lo stesse dicendo come se fosse qualcosa che si era inventato.

E poi, nonostante tutto questo, in parte Kevin si era aspettato qualcosa di diverso, qualcosa di vivo.

“Non penso di aver sentito tutto,” disse. “Penso che ci sia dell’altro.”

“Non importa, Kevin,” disse sua madre. “La cosa importante è che tu sia al sicuro.”

“E dato che sei al sicuro,” aggiunse il professor Brewster, “sarai in grado di cogliere dell’altro.”

La visione aveva promesso altro in arrivo. Una completa serie di immagini. Una possibilità di imparare tutto quello che c’era da venire a sapere su un altro mondo, e Kevin era la chiave per questo.

Alcuni degli altri sembravano esaltati quanto lui.

“Dobbiamo rendere pubblica questa cosa,” disse la dottoressa Levin.

Il professor Brewster alzò una mano. “Elise, è importante non essere troppo avventati al riguardo. Abbiamo i messaggi iniziali, certo, ma ci serve di più prima di coinvolgere chiunque altro.”

“Quanto di più?” chiese la dottoressa Levin. Kevin poteva capire perché sembrasse così frustrata. Aveva investito tutta la sua vita nella ricerca degli alieni. Ora aveva una prova, e ovviamente voleva gridarla ai quattro venti. Voleva che la gente sapesse, e Kevin… beh, lui era più o meno d’accordo con lei.

“Perché non possiamo dirlo alla gente?” chiese Kevin. “Perché non possiamo fargli sapere quello che abbiamo trovato? Se io fossi là fuori, vorrei sapere che sono stati trovati gli alieni.”

“È troppo presto,” insistette il professor Brewster. “Dovremmo avere un insieme completo di dati prima di annunciare qualcosa. In questo modo…”

“In questo modo nessuno potrebbe dire che vi state inventando tutto?” ipotizzò Kevin.

Con sua sorpresa sua madre parlò prendendo le difese del professor Brewster. “Forse non è una grossa idea dire qualsiasi cosa adesso, Kevin. Abbiamo visto tutti quello che sai fare, ma altre persone…”

“Pensi che non mi crederebbero?” chiese Kevin.

Il professor Brewster annuì. “Penso che la gente abbia bisogno di un sacco di prove prima di credere a una cosa del genere,” disse. “Dobbiamo stare attenti nel dimostrare loro che questo è ben più che la nostra immaginazione, e che rappresenta effettivamente una comunicazione aliena.”

“Ma io la sto traducendo,” insistette Kevin.

“Pare che sia così,” disse il professor Brewster. “Dobbiamo stabilire gli schemi tra quello che dici e i segnali che riceviamo. Nel frattempo, se ce lo teniamo per noi, ci eviterà un sacco di problemi.”

“Che genere di problemi?” chiese Kevin. Non riusciva a capire come una cosa così sorprendente potesse essere un problema. La novità che la gente non fosse sola nell’universo gli suonava incredibile.

“Qui facciamo un sacco di ricerca considerata segreta per ragioni di sicurezza nazionale,” disse il professor Brewster. “Immagino che i miei supervisori considererebbero anche questa alla stregua di una segreto.”

“Quindi siete preoccupato dei vostri capi?” chiese Kevin. Non gli sembrava un motivo sufficientemente valido per trattenersi dal dirlo alla gente.

“C’è anche la questione di come potrebbe reagire la gente,” disse il professor Brewster. “La gente potrebbe andare nel panico.”

“Capiamo,” disse la madre di Kevin, mettendo una mano sulla spalla del ragazzo.

Kevin però non capiva. Non vedeva come la gente potesse andare nel panico alla notizia che non erano soli nell’universo. Per lui era la migliore figata che mai si potesse venire a sapere. Guardò verso la dottoressa Levin, aspettandosi almeno un supporto da lei. Ma pareva che anche la donna fosse convinta adesso.

“Suppongo che se aspettiamo un po’,” disse, “questo ci consentirebbe di ricevere altri messaggi.”

“Hanno detto che potevo ricevere solo una parte di informazioni alla volta,” disse Kevin. “Perché dovrebbero farlo? Perché non trasmetterlo tutto insieme?”

“Forse hanno dovuto farlo così,” disse la dottoressa Levin. “Forse avevano restrizioni di potere, o forse volevano massimizzare le probabilità che qualcuno sentisse qualcosa.”

“O forse hanno solo questo da inviare,” suggerì il professor Brewster. “Tipo dividere i file quando si manda una email in modo che il destinatario non debba scaricarli in un unico pesante blocco.”

Questo aveva senso, anche se Kevin non era sicuro che gli piacesse che alludessero a lui semplicemente come a un destinatario di posta. Lo faceva sembrare una sorta di macchina piuttosto che un essere umano, utile solo per quello che sapeva fare. Sua madre o Luna non lo avrebbero mai considerato così. Se Luna fosse stata lì, avrebbe visto quanto questo gli facesse male.

“Ad ogni modo,” proseguì frettolosamente la dottoressa Levin, “non penso che sia finito. Cosa pensi, Kevin? Quando pensi che potrebbe arrivare dell’altro?”

Kevin poté sentire la speranza nella sua voce. Questo era il genere di momento verso cui tutta la sua carriera si era impegnata, dopotutto. Dopo così tanti dubbi, e forse speranze, chi sarebbe stato soddisfatto di una sola comunicazione? Lui avrebbe voluto di più, se fosse stato in lei. E voleva di più. Voleva sentire tutto quello che gli alieni avevano da dire.

Kevin cercò di percepire ogni sensazione del messaggio dopo averlo ricevuto. La costante pulsazione del conto alla rovescia non c’era più, ma provava ancora un senso di aspettativa da qualche parte dentro di sé, e questo lo convinceva che ci sarebbe stato altro. Gli alieni l’avevano detto, no?

“Penso che ci sarà,” disse. Era strano avere così tanti adulti che pendevano dalle sue labbra, che effettivamente lo ascoltavano. Sospettava che non molti tredicenni si trovassero in una condizione del genere.

“Allora dobbiamo riportare Kevin ad ascoltare i segnali,” disse il professor Brewster.

“David,” disse la dottoressa Levin. “Kevin ha appena finito di tradurre il primo segnale. È anche molto malato. Non è corretto chiedergli di rituffarsi in questo senza dargli un po’ di tempo per riprendersi.”

“Ma le informazioni…” iniziò il professor Brewster.

“A nessuno interessa più che a me,” disse la dottoressa Levin. “Non sono il direttore del SETI per caso. Ma so anche che non si vengono a sapere le cose spingendo troppo oltre un ragazzino di tredici anni. Dagli tempo, David. Possiamo registrare qualsiasi messaggio venga da quell’area dello spazio, nel frattempo. Questo ci fornirà anche un archivio.”

Con sorpresa di Kevin, il professor Brewster parve tirarsi indietro. Non era stato certo che l’allampanato scienziato avrebbe ascoltato la dottoressa Levin.

“Va bene,” disse il professore. “Daremo a Kevin il tempo di riprendersi. Questo ci permetterà di elaborare il modo migliore per lavorare su queste informazioni. Ma mi aspetto dei risultati.”

***

Kevin sedeva in ascolto, cercando di cogliere qualcos’altro dal silenzio. Attorno a lui poteva vedere gli scienziati che aspettavano, alcuni con i tablet puntati su di lui, altri con videocamere. Sentiva la pressione di doversi esibire davanti a loro, di fare questa cosa a comando, quando la verità era solo che doveva aspettare.

C’era una sorta di ritmo nell’attesa, lì seduto con un paio di cuffie portatili collegate al flusso dal radiotelescopio. Si sentiva pervaso sempre più dall’anticipazione prima dell’arrivo della trasmissione, la sensazione era come un pulsare nel suo cervello che cresceva diventando un segnale d’avvertimento che fece correre gli scienziati a registrarlo.

Arrivò, e Kevin alzò lo sguardo.

“Penso ci sia un messaggio in arrivo,” disse.

Bastò a spingere gli scienziati a prepararsi, tutti muovendosi molto più velocemente di quanto fossero soliti fare. Lo stesso erano a malapena arrivati al loro posto quando le parole passarono.

“La nostra civiltà è iniziata semplicemente, ai margini degli oceani del nostro pianeta,” tradusse Kevin. “Ci siamo allargati e abbiamo imparato nel corso dei secoli. Abbiamo costruito case, abbiamo costruito città, abbiamo costruito…”

La trasmissione si interruppe, improvvisamente come era iniziata. Kevin aspettò un momento o due, in caso dovesse riprendere, ma non lo fece. Sembrava restare quello che era ora: brevi schiocchi dopo la pausa, senza nessun segno di quando sarebbe ricominciata.

Gli scienziati stavano riuniti attorno per registrare qualsiasi cosa ci fosse a disposizione per loro, mentre facevano scrivere a Kevin quello che poteva in caso le impressioni fossero diverse. Figurarsi se gli scienziati non trovavano un modo per fargli vivere tutto questo come se fossero compiti per casa.

Non era facile e non solo perché alcuni dei ricercatori sembravano essere determinati a tenere alla larga tutto il divertimento. Tradurre richiedeva uno sforzo mentale e il cervello di Kevin ormai ronzava, tanto che alla fine gli era quasi difficile alzarsi in piedi. Non si era aspettato che questa cosa fosse così difficile dal punto di vista fisico. E comunque non si era aspettato niente di tutto questo.

“Questa cosa non ti fa bene,” disse Phil quando vide quanto Kevin fosse tremolante. “Prenditi tempo. Non spingerti più in là di quanto tu possa fare. Non nella tua condizione.”

Era la sua condizione che spingeva Kevin a cercare di prendere tutto quello che poteva. Era difficile da pensare, ma quanto tempo gli restava adesso? Quanti messaggi avrebbe ricevuto prima che il suo cervello cambiasse al punto da non poterli più comprendere? E se… e se fosse morto prima di finire? E se non fosse riuscito ad arrivare alla fine di tutto questo prima che il suo corpo e il suo cervello cedessero?

Ma c’era dell’altro. Ogni volta che stava lì seduto a tradurre, ascoltando attraverso le cuffie fino all’ultima informazione, Kevin aveva l’impressione che tutto questo significasse qualcosa. Era un promemoria che lui non era solo un ragazzino di tredici anni che stava morendo per una malattia di cui nessuno aveva sentito parlare. Lui stava facendo una cosa che nessun altro nella storia del mondo aveva mai fatto. Se tutto questo era per qualcosa, allora era un bene.

“Devo andare avanti,” disse Kevin. “Dobbiamo prenderlo tutto.”

Per lo più, quello che Kevin riusciva a tirare fuori, erano dei fatti, e ciascuno sembrava esaltare ancor più gli scienziati attorno a lui. Alcuni, come la presenza di sette pianeti attorno alla stella, o le orbite gravitazionali intrecciate delle loro lune, erano cose che erano stati capaci di scoprire dalle loro osservazioni usando telescopi disponibili sulla terra. Altri particolari, come la presenza di così tanta vita, li portava a grattarsi la testa.

“Pensiamo che i pianeti siano tutti in rotazione sincrona,” disse uno. “Ci sono prove del passaggio dal giorno alla notte? Altrimenti una parte dei pianeti dovrebbe essere infuocata, mentre l’altra sarebbe congelata.”

Kevin all’inizio non seppe rispondere, fino a che un altro messaggio non gli spiegò che sì, i pianeti ruotavano, e questo andò ad agitare ancor più gli scienziati.

“Dovremo riscrivere tutto quello che sappiamo su questo. E l’esposizione alle radiazioni per essere così vicini alla stella?”

Continuavano a porre domande a cui Kevin non sapeva dare risposta. Non sembravano capire che lui non aveva alcun controllo su quello che gli alieni gli avevano inviato nei loro lanci di messaggi. Inviavano quello che inviavano, Kevin lo traduceva e gli scienziati dovevano decodificare i messaggi per trovarci il senso.

Stranamente la dottoressa Levin sembrava quella a cui questo non sembrava importare.

“È semplicemente sorprendente che abbiamo deciso di comunicare in questo modo,” disse. “Stanno inviando così tante informazioni su di loro, cercando di preservare parte della conoscenza di ciò che sono.”

“Di ciò che erano,” la corresse Kevin. Quella era una cosa su cui i messaggi erano stati chiari. La gente che li aveva inviati era sparita da tempo. La cosa era allo stesso tempo incredibilmente triste e in un certo senso una figata, considerato che lui si trovava quindi ad essere un anello di congiunzione con una civiltà morta.

La cosa strana era come tutto questo fosse semplice ed effettivo. Kevin si era in un certo senso aspettato di venirne a sapere di più della cultura o delle lingue degli essere che avevano abitato il pianeta, ma non aveva ancora visto a sufficienza per capire cosa fossero realmente. Quali erano fra le creature sulla superficie del pianeta? Erano le creature con i guscio esterno che strisciavano, o gli esseri dal collo lungo che assomigliavano a giraffe con le scaglie? L’immaginazione di Kevin lo spingeva ad aspettarsi qualcosa di simile all’uomo e familiare, ma fino ad ora non vi aveva sentito alcuna allusione.

Kevin avrebbe solo voluto poter condividere più di quelle parole con il mondo. Quando non ne poté proprio più, cercò la dottoressa Levin, perché sospettava che lei sarebbe stata la sua maggiore alleata. La trovò in mensa insieme a Phil.

“Sono preoccupato del fatto che ora sto dicendo tutto questo, e che verrà semplicemente rinchiuso in segreto da qualche parte,” disse loro.

“Il professor Brewster si sta solo comportando in modo attento,” disse la dottoressa Levin. A Kevin parve che stesse tentando di convincere se stessa.

“E se fosse così attento che nessuno verrà mai a sapere degli alieni?” chiese Kevin. Era una preoccupazione reale. Poteva immaginarsi l’allampanato scienziato che sminuiva tutto così. “E se mia mamma fosse d’accordo solo perché non vuole che la gente mi rida dietro?”

“Sono certa che non succederà,” disse la dottoressa Levin. Di nuovo non dava l’impressione di esserne certa.

“Cos’è che non mi state dicendo?” chiese Kevin. Non era sicuro che la dottoressa Levin avrebbe risposto a quella domanda.

“David… il professor Brewster… deve rispondere a gente che fa parte del governo,” disse la dottoressa Levin. “Alcuni dei suoi fondi vengono dall’esercito. Qualcosa del genere… potrebbe darsi che loro vogliano tenerlo segreto.”

Kevin non capiva se fosse o meno contenta di questo. “Quindi potrebbe darsi che non lo dica mai alla gente?”

“Potrebbero essere preoccupati che la gente vada nel panico,” disse il dottor Levin. Di nuovo Kevin ebbe l’impressione che non fosse d’accordo.

“Ma di certo lei vuole dirlo alla gente,” disse Kevin. “Tutta la vostra organizzazione vuole trovare gli alieni.”

La dottoressa Levin fece un sorriso tirato. “Non posso,” disse. “Se lo faccio, renderei le cose difficili per il SETI. Il professor Brewster non lascerebbe correre, e alcuni dei suoi capi… beh, lo vedrebbero come un tradimento.”

“Anche se la gente ha il diritto di sapere?” chiese Kevin.

“Direbbero che la gente ha il diritto di sapere solo quello che gli viene detto,” disse la dottoressa Levin.

Kevin scosse la testa. “Non è giusto. Il professor Brewster non dovrebbe farlo.”

“Cercherò di parlare con lui. Nel frattempo, Phil, perché non porti Kevin a fare un giro qua attorno alla struttura? Sono certa che sia piuttosto noioso passare tutto il tempo qui o nella tua stanza.”

Sì, lo era, in un modo che rendeva anche la scuola interessante al confronto. Kevin poteva anche non essere mai stato uno di quei ragazzi che facevano un’attività diversa ogni giorno, che andavano in campeggio in estate, ma non aveva neanche mai passato tutto il tempo in una stanza, non facendo altro che agire da satellite umano per i messaggi alieni.

Era già stato in giro per la struttura, ma era bello passare del tempo ad essere qualcosa di diverso da un ragazzo che sentiva messaggi. Phil fece strada, usando il suo pass di accesso. Nonostante il fatto che ora abitasse effettivamente lì, Kevin non ne aveva uno. Apparentemente potevano fidarsi di lui per ricevere segnali dagli alieni, ma non tanto da lasciarlo andare e venire come voleva lui.

Stiamo lavorando alla produzione di piante che sopravvivano ad ambienti estremi,” disse Phil indicando una stanza piena di quelle che sembravano piantine di pomodoro. “Magari se tutto questo porterà all’incontro tra umanità e alieni, saremo in grado di offrire loro una bella pianta da portarsi a casa.”

Kevin sorrise a quel pensiero. “Gli alieni sono morti, ricordi? Hanno detto che il loro pianeta era stato distrutto.”

“Ma qualcuno deve aver mandato quel segnale,” disse Phil. “Quindi devono essere sopravvissuti per averlo fatto.”

“Immagino di sì,” disse Kevin, ma lo stesso non aveva particolari speranze al riguardo. E se fossero solo sopravvissuti tanto a lungo da inviare i loro messaggi? E se fossero vissuti qualche anno in più e fossero poi morti in qualche mondo lontano? Il contatto con gli alieni sembrava non avere speranze a lungo termine, proprio come tutto il resto nella sua vita.

“E questo ascensore porta al bunker,” disse Phil, indicando una serie di porte.

“Un bunker?” disse Kevin. “Tipo un bunker nucleare?”

“Nucleare, chimico e biologico,” disse Phil. “L’idea è di averne uno vicino in caso di eventuali guerre, o attacchi, o cose del genere. Ci sono bunker dappertutto, e danno ad alcuni di quelli che hanno maggiore anzianità le chiavi per salvare i ‘migliori o più intelligenti’, se pare che il mondo stia per finire.”

Non sembrava particolarmente felice all’idea. Magari sospettava di non essere parte di quella lista.

“Quindi questi bunker sono dappertutto?” chiese Kevin.

Phil annuì, poi prese il telefono. “C’è una mappa che li indica tutti,” disse, “anche se il professor Brewster non sa che ce l’ho.”

Mostrò a Kevin la mappa ricoperta di puntini rossi. Ce n’era uno proprio sotto di loro, e un altro nascosto a est, nel parco nazionale, sotto a Mount Diablo.

“Quello sembra un posto strano per un bunker,” disse Kevin.

“È perché è lontano dalla città,” rispose Phil. “Significa che è più facile sopravvivere a un attacco. E poi nessuno ne parla, ma in passato facevano delle prove militari lì.”

Suonava come il genere di segreto che Kevin probabilmente non avrebbe dovuto sapere, ma sospettava che anche gli alieni fossero un segreto di quel genere.

“Immagino che comunque non potrei mai entrare in uno dei bunker,” disse Kevin. Non poté evitare di lasciar trasparire una nota di delusione.

“Sei ancora arrabbiato perché il professore ha deciso di tenerti segreto qua dentro?” chiese Phil.

Kevin stava per dire di no, dire quello che ci si aspettava che dicesse, ma la verità era che lui era arrabbiato.

“Non può fare così,” disse. “Gli alieni stanno mandando messaggi al mondo intero. Non dovrebbero sentirli tutti?”

Phil scrollò le spalle. “Il problema è che può. Soprattutto se i suoi capi vogliono tenere tutto quello che fai per utilizzi militari. Questa è una struttura che impegna la ricerca confidenziale, è c’è un sacco di sicurezza. Tenere fuori la gente è facile. Mantenere i segreti, però…”

“Cosa intendi dire?” chiese Kevin.

Il ricercatore fece un gesto invitandolo a seguirlo, e lo condusse a una larga finestra vicino all’ingresso principale dell’edificio, guardando verso l’esterno, dove si trovava il cortile anteriore della struttura. Oltre la recinzione si trovava la parte pubblica della struttura della NASA. Kevin vide una grossa folla di gente che guardava verso l’edificio. Diversi di loro avevano macchine fotografiche.

“Chi sono?” chiese Kevin.

“Qualcuno deve essersi lasciato scappare che stiamo lavorando a qualcosa che ha a che vedere con gli alieni,” disse Phil in un tono che suggeriva esattamente chi potesse essere quel qualcuno. “Probabilmente uno scienziato che ha deciso che non fosse necessario tenere le cose così nel silenzio.”

“Oppure tu,” suggerì Kevin, perché non aveva mai veramente capito quando gli adulti cercavano di dire le cose senza dirle effettivamente, proprio così.

“Potrebbe essere stata tua madre,” sottolineò Phil, “e la dottoressa Levin sarebbe felicissima di dire al pubblico che la vita extraterrestre è reale. Voglio dire, è letteralmente il suo lavoro. Oppure…”

“Ma non sono stati loro,” disse Kevin. “Sei stato tu, vero?”

“Shh,” disse Phil. “Vuoi farmi perdere il lavoro? Ora succede che, se tu dovessi andare là fuori a parlare con quella gente, il vecchio Brewster non sarebbe capace di tenerti rinchiuso. Parlo solo di qualcosa di ipotetico, capisci.”

Kevin guardò verso le porte. Erano solide e si potevano aprire con una carta magnetica, cosa che lui non aveva. Sembravano una barriera impossibile. Anche il vetro vicino a loro era rinforzato.

“Non posso uscire,” disse.

“Perché mai dovresti uscire?” rispose Phil, con un’espressione di stupore mal mascherato. “Sto parlando solo ipoteticamente. Spero tu capisca che se facessi qualsiasi cosa per aiutarti, Kevin, potresti finire in un sacco di guai.”

“Penso… di capire,” disse Kevin con un leggero cipiglio, perché non era veramente sicuro di capire. Davvero, perché la gente non diceva quello che intendeva dire?

“Oh,” disse Phil, “mi sono appena ricordato che dovevo andare a dare una mano a sistemare un problema di sicurezza con le telecamere di fronte alle porte.”

“Che problema di sicurezza?” chiese Kevin sempre più accigliato.

“Quello che accadrà tra due minuti. Qualcuno deciderà che sarebbe una buona idea lasciare che una delle IA sperimentali giochi a scacchi con loro. Per caso, potresti farmi un favore, Kevin?”

Kevin lo guardò. “Cosa ti serve?”

Phil tirò fuori una cosa che assomigliava molto a una carta magnetica. “Il professor Brewster ha perso questa. Ti spiacerebbe tornargliela quando lo vedi? Sono sicuro che a un certo punto verrà a chiederti delle risposte.”

Kevin la prese. “Sì,” disse. “E Phil… grazie.”

“Di cosa?” chiese il ricercatore. “Non ho fatto nulla. A dire il vero, è piuttosto importante ricordare questo aspetto.”

“Certo,” promise Kevin.

Mentre Phil si allontanava, Kevin si sforzò di aspettare, contando i secondi quasi senza fiato. Vide le luci delle telecamere all’ingresso spegnersi, e fece rapidamente passare la carta nella porta.

Uscì dall’edificio, sentendosi strano all’aria aperta per la prima volta dopo giorni. L’aria nella struttura era così pura, così attentamente filtrata che questa sembrava quasi stantia. Era strano anche camminare a quel modo, quando aveva passato un sacco di tempo seduto o disteso, senza fare nulla se non riportare il contenuto di quel filo dorato di informazioni. Continuò a camminare, poi si mise a correre quando sentì delle grida alle sue spalle. Guardò indietro e vide una guardia, apparentemente insicura sul da farsi e intenta a parlare alla radio.

Kevin continuò ad avanzare verso la recinzione, non sicuro di quanto tempo gli restasse.

Il professor Brewster era da qualche parte dietro di lui ora, e gli gridava di tornare indietro. Kevin sorrise. Questo poteva solo aumentare le probabilità che la gente credesse a quello che avrebbe fatto ora. Poteva significare che la gente avrebbe ascoltato.

Corse fino alla recinzione e si fermò, guardando la gente lì riunita, guardando le macchine fotografiche. Alcune appartenevano alle stazioni giornalistiche locali. Almeno un paio sembravano appartenere a testate nazionali. Di fronte a tutto questo, Kevin deglutì nervosamente. Non sapeva cosa dire.

“Ehm… salve, sono Kevin. Probabilmente avete sentito alcune delle voci riguardanti ciò che sta accadendo qui? Beh, sono vere.”

CAPITOLO NOVE

Kevin sedeva nell’ufficio del professor Brewster con la sensazione che lo scienziato morisse dalla voglia di gridargli addosso, se solo ce ne fosse stato il tempo. Di certo aveva l’aspetto infuriato di volerlo fare. Francamente in quel momento sembrava tanto arrabbiato da poter esplodere. Però non aveva abbastanza tempo, perché era troppo occupato a rispondere alle telefonate e a cercare di parlare con Kevin e la dottoressa Levin fra una chiamata e l’altra.

“Sì signore, ne sono certo. Sì, è vero che il ragazzo sembra essere… sì, sì, certo. Ma signore, è il nostro progetto e… sì, signore, certo che sono consapevole delle implicazioni.” Ripose il telefono. “Questo era il direttore della NASA. Capisci quanto difficile sia, Kevin? Quanto sia complicato…”

Il telefono suonò di nuovo e il professore dovette rispondere ancora.

“Pronto? Chi? No, mi spiace. No. No. Non accetto che il ragazzo venga messo sotto custodia dell’FBI per la sua sicurezza.”

Riagganciò.

“Questo è solo l’inizio,” disse. Guardò verso Kevin. “Caspici, Kevin, che parte del motivo per cui volevo tenere segreta questa faccenda era perché sapevo come avrebbero reagito certe persone? Avere delle novità sulla vita aliena è qualcosa di grosso per questo paese, per il mondo. Volevo proteggerti da tutte le diverse persone che avrebbero voluto cercare di controllare parte della situazione.”

Kevin fissò l’uomo. Non aveva pensato che il professor Brewster fosse interessato ad altro che non fosse il successo dell’istituto. Era strano pensare che avesse potuto tentare di salvaguardarlo. Gli adulti, decise, erano un po’ troppo complicati.

Il telefono suonò di nuovo.

“La CIA? Ma siamo su suolo americano… sì, solo che lo spazio si trova al di là dei confini americani, ma…”

Mentre erano occupati a discutere, la dottoressa Levin mise una mano sulla spalla di Kevin.

“Che ne dici se ti riportiamo nella tua stanza, Kevin?” suggerì. “Sono certa che ne avranno per un po’, adesso.”

Kevin annuì e quindi sgattaiolarono fuori. Non era certo che il professor Brewster se ne fosse accorto, tanto era occupato con le chiamate. Brevemente si chiese cosa sarebbe successo se lui fosse uscito dall’edificio e avesse continuato a camminare senza tornare indietro. Lo scienziato avrebbe fatto qualcosa per fermarlo? Ne sarebbe stato capace?

Un’occhiata fuori dalla finestra gli suggerì che non sarebbe stato facile. La folla di giornalisti era già cresciuta fino a sembrare un’orda desiderosa di entrare, e la sicurezza sul posto era appena sufficiente a tenerla a bada. Pareva che quella sicurezza fosse sul punto di ricevere rinforzi, però, perché dei veicoli militari stavano avanzando, sparpagliandosi lungo il perimetro della struttura, con uomini armati pronti alla difesa.

“Tutto questo perché ho parlato degli alieni alla TV?” chiese Kevin. Gli sembrava tanto, dato il numero di persone che l’avevano fatto.

“Tutto questo perché abbiamo dato loro prova degli alieni,” lo corresse la dottoressa Levin, e Kevin immaginava che molte meno persone lo avessero fatto. “Ce ne saranno molti altri.”

“Quanti altri?” chiese Kevin. Non era sicuro di sentirsi a suo agio all’idea di essere circondato solo perché aveva detto qualcosa.

“Seguimi.” Fece strada fino a uno dei saloni ricreativi. La TV era accesa e gli scienziati stavano fissando uno dei canali dei notiziari.

“Il ragazzo, identificato come Kevin McKenzie di Walnut Creek, California, afferma di essere in contatto con una fonte extraterrestre di informazioni, e ha fornito ampi dettagli sul sistema planetario Trappist 1, che molti esperti credono essere…”

La dottoressa Levin cambiò canale, mostrando un’intervista con un uomo dagli occhi sgranati con addosso una maglietta malconcia di una band che Kevin non conosceva.

“È una bugia,” diceva. “È un modo per distrarci. Il governo vuole che guardiamo questa cosa, in modo che non vediamo la verità! È una scusa, così quando inizieranno a drogare l’acqua, sembrerà tutto normale!”

La dottoressa Levin cambiò canale ancora una volta. Ora c’era un pastore sullo schermo che parlava davanti a una grossa congregazione di persone.

“È chiaro che ciò che il ragazzo sta realmente udendo è la voce di Dio che ci prepara alla Beatitudine! Dobbiamo essere…”

Spense il televisore, ignorando le proteste degli scienziati quando lo fece.

“Basta così,” disse. “Avete tutti del lavoro da fare, e sarà comunque abbastanza complicato anche senza dover ascoltare tutta questa spazzatura. Voi conoscete la verità. L’avete vista. Tornate al lavoro.”

Con sorpresa di Kevin, le obbedirono, anche se la dottoressa Levin non era il loro capo. Forse stavano solo cercando qualcuno che dicesse loro cosa fare. Per lui era così, in quel momento. Poteva anche capire i messaggi degli alieni, ma non era certo di poter capire la metà di ciò che questo significava.

“Le cose diventeranno complesse,” gli disse la dottoressa Levin. “Ora ci saranno persone che cercheranno di distorcere quello che dici, usandolo per i loro scopi.”

“E allora cosa faccio?” chiese Kevin.

La dottoressa scrollò le spalle. “Continua solo a dire le cose esattamente come le vedi. Sei nel mezzo di qualcosa di grosso, ma devi dire la verità e fare del tuo meglio per farlo. E tutto ciò che noi tutti possiamo sperare di fare in questo momento.”

Kevin annuì, ma dubitava che sarebbe stato così facile. Almeno una ragione per cui non sarebbe stato facile era sua madre, che ora si trovava dall’altra parte del salone ricreativo e lo aspettava. Kevin scoprì di avere paura. Cosa avrebbe detto? Sapeva che lei era stata contenta quanto gli altri di mantenere tutto questo segreto, proprio come il professor Brewster, eppure lui aveva detto tutto alla gente.

Gli corse incontro e lo abbracciò. “Kevin, stai bene? Pensavo che ti avessero riportato nella tua stanza, e poi sono andata nell’ufficio del professor Brewster e lui era al telefono con il Papa, e…”

“Sto bene, mamma,” la rassicurò Kevin. In quel momento lo avrebbe detto anche se non era vero, solo per levare un po’ di preoccupazione dal suo volto.

“C’è così tanta gente là fuori adesso,” gli disse. “Kevin, stavamo solo cercando di tenerti al sicuro.”

Kevin scosse la testa. Era importante che la gente sapesse cosa stava succedendo. Non importava che lui fosse al sicuro. “Dovevo dirglielo.”

“E ora penso che impazziranno là fuori se qualcuno non dice loro qualcosa di più,” disse sua madre.

La dottoressa Levin piegò la testa di lato, poi guardò fuori verso la folla al di là dell’edificio. “Tua madre ha ragione, Kevin. Qualcuno deve spiegare tutto questo a quelle persone.”

“Cos’avete in mente?” chiese Kevin.

“Penso che si debba organizzare una conferenza stampa.”

***

“Dobbiamo fare molta attenzione con questa cosa,” disse il professor Brewster mentre lui, Kevin e la dottoressa Levin entravano insieme in una delle sale da conferenza dell’istituto. “Sono d’accordo con questa cosa solo perché l’alternativa sarebbe di lasciare che la gente si inventi quello che vuole invece della verità.”

Kevin immaginò che non gli piacesse neanche l’idea che la gente tentasse di entrare a forza nel suo centro di ricerca per venire a sapere la verità.

“Quindi diciamo loro la verità,” disse Kevin.

Con sua sorpresa, vide il professor Brewster scuotere la testa. “Idealmente, Kevin, penso sia meglio se dici il meno possibile. Dobbiamo gestire le aspettative della gente su tutto questo oltre a ciò che potrebbe significare per loro.”

“Ma ci sono gli alieni,” disse Kevin.

“E questo spaventerà un sacco di gente,” spiegò il professor Brewster. “Dobbiamo stare attenti. Fidati di me. Mi sono trovato a dover annunciare un sacco di scoperte scientifiche. È importante trasmettere il giusto messaggio con queste cose, in modo che la gente possa capire le potenziali implicazioni della faccenda.”

Fece strana fino a una piccola piattaforma dove alcuni dei ricercatori avevano preparato un tavolo. Kevin sedeva in mezzo, con i due adulti al suo fianco. Davanti a lui c’era quello che sembrava un mare di persone, molte con macchine fotografiche. Iniziarono a gridare domande quasi nel momento in cui lui e gli altri si sedettero.

“Professor Brewster, avete davvero trovato prova di vita aliena?”

“Possiamo aspettarci di ricevere la visita degli alieni nel prossimo futuro?”

“È tutto uno scherzo?”

“Chi è il ragazzo?”

Kevin fece del suo meglio per restare lì seduto, mentre il professor Brewster si piegava in avanti e iniziava a rispondere in tono ufficioso.

“Beh, sono tutte domande piuttosto complesse,” iniziò il direttore dell’istituto, e Kevin capì come sarebbe andata a finire.

Apparentemente lo capì anche la dottoressa Levin. “Sì,” disse. “Gli alieni ci sono. No, non è uno scherzo e molti di voi hanno già conosciuto Kevin. Da quello che ho visto nelle notizie, la metà di voi ha già iniziato a scavare nella sua vita. Non ha davvero senso. Non stiamo cercando di nascondere niente. Per darne prova, intendiamo svolgere regolari conferenze stampa qui, spiegando ciò che scopriamo.”

Il professor Brewster sembrava aver appena deglutito qualcosa di disgustoso, ma le domande stavano già tornando alla carica.

“Ma il ragazzo, Kevin, è davvero in comunicazione con una civiltà aliena?” gridò un reporter. “Ci parla insieme?”

Quando la dottoressa Levin guardò verso di lui, Kevin si alzò in piedi, cercando di non apparire nervoso come in realtà si sentiva in quel momento.

“Non parlo con gli alieni,” disse. “Ho avuto… delle visioni, immagino… e posso tradurre il loro segnale quando lo sento. Ecco tutto.”

“Ecco tutto?” disse il reporter con una risata. “Mi pare un sacco di roba. E noi potremo sentire questi segnali?”

“Non sono certo che qualcuno li capirebbe,” disse Kevin. E se qualcuno invece ne fosse stato capace? E se là fuori c’era qualcuno di simile a lui? sarebbe stato un bene o un male? Kevin proprio non lo sapeva.

“Ma abbiamo te per tradurre, giusto?” esclamò un altro giornalista. “Il pubblico non ha il diritto di sentire questi messaggi?”

“Sì,” disse la dottoressa Levin, e di nuovo Kevin ebbe l’impressione che stesse parlando prima che il professor Brewster potesse dire qualcosa. “Ecco il motivo per cui terremo delle conferenze stampa regolari da ora in poi, dove Kevin cercherà di decifrare i segnali che abbiamo registrato da quell’area.”

Il professor Brewster si alzò in piedi. Aveva un sorriso fisso in volto che pareva potersi disfare da un momento all’altro. “Ok, gente. Penso che non dovremmo stancare troppo Kevin. Per oggi può bastare.”

***

Questa volta il professor Brewster aveva sufficiente tempo a disposizione per gridare.

“Mi hai teso un’imboscata, Elise!” disse. “Conferenze stampa regolari?”

“Andiamo, David,” disse la dottoressa Levin, “Sai che è la cosa giusta da fare, e in questo modo riesci a tenere tutto in ordine, invece di avere la gente che tenta di fare irruzione qua dentro per avere informazioni. Sei uno scienziato. Non credi nel tenere le cose nascoste.”

“Non credo neanche nel trovarci con i fondi tagliati perché qualcuno nel Congresso pensa che stia rivelando qualcosa che dovremmo tenerci per noi,” disse il professor Brewster, e Kevin poté sentire parte della preoccupazione sotto alla sua rabbia.

Kevin si chiese come dovesse essere avere il lavoro del professor Brewster. Presumibilmente aveva voluto fare lo scienziato quando aveva l’età di Kevin, e aveva voluto fare delle scoperte. Ora pareva che passasse per lo più il tempo ad organizzare le cose e a preoccuparsi dei soldi. Suonava come il genere di cose che una persona era costretta a fare quando si trovava a capo di qualcosa, non uno scienziato. Non era una cosa che Kevin avrebbe voluto trovarsi a fare.

“Ora gliel’abbiamo annunciato,” disse la dottoressa Levin.

“Tu gliel’hai annunciato,” disse il professor Brewster. “Possiamo ancora…”

Si trovò interrotto da una chiamata, e qualcosa nella sua espressione quando rispose disse che era diversa dalle telefonate ricevute fino a quel momento su questa faccenda.

“Pronto? Sì, sono io… scusi, ho sentito bene? Sì, subito.” Era sbiancato quando mise giù il telefono. “Dobbiamo andare nella lobby, adesso.”

“Perché?” chiese Kevin.

“Perché dicono che ci sia il presidente.”

Kevin avrebbe potuto chiedere se stava scherzando, ma un’occhiata al volto del professor Brewster bastava a capire che era vero. Kevin sentì il cuore stringersi nel petto al pensiero. Il presidente era qui per vedere lui? In qualche modo anche la presenza degli alieni sembrava una cosa più probabile di questa. Kevin si trovò improvvisamente a chiedersi se avesse appena fatto la cosa giusta, nervoso ora come non mai. In qualche modo non gli sembrava giusto per lui incontrare il presidente.

Seguì il professor Brewster e la dottoressa Levin fino alla lobby dell’istituto di ricerca, accelerando il passo per star loro dietro. Era ovvio che non volevano far aspettare il presidente. Quando furono più vicini, Kevin guardò fuori dalle finestre dell’edificio e vide un lungo corteo di automobili, la maggior parte con i finestrini oscurati.

Quando ebbero raggiunto la lobby, il presidente era già nell’edificio, e non era il solo. Agenti dei Servizi Segreti con abiti scuri erano lì posizionati come se si aspettassero una minaccia da un momento all’altro. Consiglieri e assistenti lo seguivano in gruppo, alcuni un po’ sorpresi di essere lì. Kevin vide anche altre persone, che secondo i badge che indossavano appartenevano all’esercito, all’NSA, all’FBI a altro. Pareva che nessuno volesse mancare a una cosa come questa.

Il presidente si fece avanti quando arrivarono e strinse la mano del professor Brewster, spostando poi l’attenzione su Kevin. Kevin deglutì nervosamente mentre l’uomo lo fissava.

“Quindi questo è il ragazzo?” chiese il presidente guardando Kevin dalla testa ai piedi come se si fosse aspettato di più.

“Sì, signore,” rispose il professor Brewster con tono positivamente confidenziale. “Questo è Kevin.”

“Kevin? Bene Kevin, sai chi sono io?”

“Voi siete il presidente,” disse Kevin. Dentro di lui una vocina gli stava ripetendo continuamente le parole stai parlando con il presidente. Fece del suo meglio per ignorarla, perché se la ascoltava troppo, sospettava che non sarebbe stato capace di dire niente.

“Bravo ragazzo. Ora, dimmi onestamente, sei davvero capace di parlare con gli alieni?”

“No, signore,” disse Kevin.

“Ah, lo sapevo!” disse il presidente. “Ho detto a quelli del comitato per i casi d’emergenza che…”

“Non posso parlare con loro, ma ricevo dei messaggi da loro,” continuò Kevin. “Mandano delle informazioni su di loro e sul loro pianeta, e io posso tradurle.”

L’espressione del presidente mutò, come se ora non sapesse esattamente cosa dire. Kevin si stava abituando a quell’espressione da parte della gente, ormai.

“Bene, allora,” disse il presidente agitando un dito. “Ricorda solo che queste informazioni sono state date a noi, in America. C’era ovviamente l’intenzione che arrivassero a noi, in quanto nazione più sviluppata della Terra.”

Signore,” disse il professor Brewster, “il segnale colpisce il mondo intero. Kevin è solo una persona che è capace di tradurlo. Deve anche sapere che abbiamo concordato delle conferenze stampa in modo da non essere accusati di nascondere informazioni.”

Kevin si sorprese a vedere come l’uomo ora si mostrasse così favorevole alla condivisione delle informazioni. Che prendesse le sue difese a quel modo. Un consigliere si avvicinò al presidente e gli sussurrò qualcosa nell’orecchio.

“Bene,” disse il presidente. “Forse è una buona cosa. Altri paesi ci vedranno condividere la cosa e sapranno che non avrebbero saputo niente senza di noi.”

“Sì, signore,” disse il professor Brewster.

“Ma ora vorrei vedere una dimostrazione. Kevin, puoi farmi vedere quello che sai fare?”

Kevin guardò gli altri, che annuirono. “Possiamo farlo solo se c’è un segnale,” disse.

Ma proprio mentre lo diceva poté sentire la pressione nel cranio che ne precedeva uno. Risuonò un allarme e tutti corsero in direzione della stanza dove lui eseguiva le traduzioni, sedendosi e aspettando. Kevin si mise seduto, mentre fuori il presidente e i suoi consiglieri stavano in piedi e guardavano come se non capissero cosa stesse succedendo.

Le parole gli filtrarono nella testa e la traduzione avvenne automaticamente.

Il nostro mondo è stato distrutto. Le parole sembravano piatte. Siamo dovuti fuggire. Pochissimi sono sopravvissuti.

Kevin ripeté le parole, e poté vedere l’espressione del presidente cambiare, prima in sorpresa, poi in qualcosa di più simile a meraviglia.

Abbiamo nascosto tutto ciò che eravamo, disse la voce, e Kevin ripeté, come anche noi stessi prima che arrivasse il fuoco. Sono stati inviati dei messaggi, in modo che la gente possa sapere di noi. Abbiamo mandato capsule in ogni direzione, verso tutti i mondi abitati.

Kevin cercò di immaginarselo, navicelle spaziali mandate in ogni direzione, alla ricerca della salvezza. Che sforzo doveva essere servito per organizzare una cosa del genere? Come avevano fatto a organizzarlo sotto la minaccia di un disastro?

Ogni navicella contiene un registro della nostra storia, continuò la voce.

Lungo questa strada verranno inviate delle coordinate, disse la voce, ma il sigillo della navicella sarà chiuso per preservarci. Dovete trovarla. Dovete prepararvi a riceverci…

Kevin ansimò nello sforzo di tradurre, il mondo attorno a lui che ritornava chiaramente a fuoco dopo che si fu fermato. Vide il presidente che lo stava fissando, spostando poi lo sguardo sul professor Brewster.

“Cosa significa tutto questo?” chiese. “Cosa mi state dicendo?”

Kevin poteva rispondere.

“Penso…” disse. “Penso che gli alieni stiano venendo qui.”

Il presidente lo fissò. Così fecero anche gli altri. Poi scoppiò il caos, con decine di persone che cercavano di parlare contemporaneamente. Il presidente alzò la voce per parlare sopra a loro.

“Basta,” disse, facendo segno di fare silenzio. “Capisco tutte le vostre preoccupazioni. Professor Brewster, ci sono componenti del mio team che hanno la sensazione che Kevin non sia al sicuro qui nella vostra struttura, che sia vulnerabile a possibili rapimenti o attacchi da parte dei nostri nemici. Vogliamo spostarlo in un posto sicuro.”

“Intende dire che volete nascondermi in un qualche bunker?” chiese Kevin. Scosse la testa. “Non voglio.”

“A volte quello che vogliamo non ha importanza, figliolo,” disse il presidente. “Bisogna pensare al bene del paese.”

“Con tutto il rispetto, presidente,” disse il professor Brewster, “i desideri di Kevin riguardo alla questione dovrebbero contare qualcosa. Non ha commesso alcun crimine, quindi sarebbe sbagliato, addirittura illegale, rinchiuderlo. Questa è una struttura sicura, e se altri qui vogliono contribuire a questa sicurezza, sarebbe molto utile. Ma dovrebbero farlo qui, dove ci sono gli strumenti tecnologici per studiare quello che sta succedendo.”

Kevin fu sorpreso di trovare il Professor Brewster a sostenerlo a quel modo, anche se sapeva che in parte era perché non voleva rischiare di perdere la possibilità di essere parte di tutto questo. Pareva che anche il presidente fosse un po’ sorpreso di sentirlo parlare così.

“È un punto molto… forzato, professore,” disse. “Molto bene, il ragazzo starà qui. Forniremo alla vostra struttura tutto ciò che serve, ma vi coordinerete con il mio ufficio. È necessario che comprendiate la gravità della cosa.”

“Sì, signore,” disse il professor Brewster. “Grazie, signor presidente.”

Kevin non era del tutto sicuro di cosa avesse appena concordato il professore. Pareva che avesse appena ceduto buona parte del controllo sul progetto.

“Serve che anche tu capisca la gravità di questa cosa, Kevin,” disse il presidente. “Prima di venire qui pensavo che fossero delle sciocchezze, e ora non ne sono più tanto sicuro.”

“È vero,” disse Kevin.

“La verità è che non ha importanza,” disse il presidente. “Non ora. Abbiamo rapporti che dicono che Russia e Cina abbiano mobilitato i loro eserciti, conducendo ‘addestramenti’ in caso di qualche particolare attacco. Ci sono stati dei tumulti nelle Filippine, perché la gente pensa che ciò significhi la fine del mondo. Dobbiamo stare molto attenti con tutto questo, Kevin. Permetterò che le cose per il momento continuino, ma ci saranno qui delle persone a osservare quello che succede.”

Questo a Kevin non importava. Quello che contava era continuare. Gli alieni stavano inviando qualcosa sulla terra, e qualsiasi cosa fosse, Kevin era determinato a scoprirlo.

CAPITOLO DIECI

Kevin sedeva nella sua stanza, senza ascoltare nulla. C’erano segnali registrati dagli scienziati con le loro attrezzature a lungo raggio d’azione, ma nessuno di quei segnali si trasformava in parole nella sua mente. Nessuno di essi sembrava avere alcun significato.

Kevin stava iniziando a preoccuparsi della cosa, e sembrava che non fosse il solo.

“Perché non senti nulla, Kevin?” chiese il professor Brewster. Lui e la dottoressa Levin stavano lì a guardare, aspettando qualsiasi cosa potesse succedere.

Kevin non aveva una risposta. “Non lo so. Magari non c’è niente da ascoltare.”

“Devi tentare, Kevin,” disse il professor Brewster con sguardo di disapprovazione, come se la soluzione fosse semplicemente fare di più, o spingere oltre le difficoltà del contatto.

“David,” disse la dottoressa Levin. “Non fare pressione su Kevin. Non vedi che sta sempre peggio?”

Kevin sapeva che quella parte era vera. Aveva iniziato a notare un piccolo tremito ora alla mano sinistra, che scompariva se la contraeva, ma che ricominciata rapidamente ogni momento che si sentiva stressato. Il che si verificava per la maggior parte del tempo ora, all’interno dell’istituto di ricerca.

“Allora dobbiamo fornirgli maggiore attenzione medica,” dichiarò il professor Brewster. “Kevin, devi capire, ho dei dipartimenti del governo che mi chiamano di continuo per sapere cosa stia succedendo. Prima mi ha telefonato un generale a quattro stelle che voleva sapere se ci fossero delle potenziali applicazioni militari per queste informazioni. Con il presidente che vuole sapere tutto quello che succede, non è il momento adatto per non essere in grado di dire nulla.”

“Non posso tradurre delle cose se non ci sono,” disse Kevin. Cosa volevano che facesse? Che si inventasse le cose? Magari pensavano ancora che lo stesse facendo, nonostante tutto. Kevin odiava quel pensiero.

“Forse hai solo bisogno di una pausa,” disse la dottoressa Levin. “Vai a fare una passeggiata attorno all’istituto, cerca di rilassarti un poco, e possiamo tornare più tardi ad ascoltare i segnali, quando ti sarai un po’ riposato.”

Kevin annuì e uscì tra i corridoi, decidendo di andare a cercare sua madre. Adesso, quando non era nella sua stanza, la trovava di solito da qualche parte nei pressi di dove Phil lavorava, o nel piccolo spazio che il centro di ricerca le aveva dato in modo che potesse stare vicina a Kevin. Decise di controllare prima lì e partì lungo i corridoi.

Ora pareva esserci più gente nell’istituto di ricerca, rispetto a prima. Kevin poteva vedere persone con l’uniforme militare e altri in abito elegante e con gli auricolari alle orecchie. Tre di loro, con il badge dell’NSA, si fermarono al suo passaggio e lo guardarono come se si chiedessero come potessero permettergli di girovagare al quel modo per i corridoi.

Una delle persone più strane lì era un uomo che sembrava essere sulla quarantina, con i capelli corti e la postura eretta di qualcuno appartenente all’esercito, anche se indossava una giacca in pelle e un paio di jeans invece dell’uniforme, e chiaramente non si faceva la barba da una settimana.

“Ti stai chiedendo chi sia,” disse quando Kevin lo fissò.

Kevin annuì nervosamente. Sospettava che alcune persone non avrebbero reagito tanto bene vedendosi fissate a quel modo.

“Hai un buon istinto,” disse. “Il numero di scienziati che mi sono passati accanto senza chiederselo… con tutta questa gente che va e viene, chiunque potrebbe entrare qui se non stessero attenti.”

“Chiunque?” chiese Kevin. “Ma lei chi è?”

“Mi chiamo Ted,” disse porgendogli la mano. Un gruppo di soldati passò loro accanto e Ted li salutò con un cenno. Con sorpresa di Kevin, uno di loro lo salutò brevemente.

“Siete dell’esercito?” chiese Kevin. “Della CIA? Della polizia?”

“Qualcosa del genere,” disse Ted. Rimase a pensare un momento. “A dire il vero, niente del genere in questi giorni. E tu sei Kevin, il ragazzo che è capace di decifrare i segnali alieni.”

Era probabilmente la prima persona che lo descriveva correttamente. La maggior parte della gente sembrava pensare che lui ricevesse un flusso dal vivo proveniente da una civiltà aliena, o che potesse realmente parlare con loro. Questo gli fece venire voglia di fermarsi a parlare con quest’uomo, ma lo stesso c’era qualcosa nella sua presenza che lo fece esitare. C’era qualcosa che non andava.

“Scusi,” disse Kevin. “Devo andare.”

“Va bene, Kevin,” disse l’uomo. “Sono sicuro che ci rivedremo presto.”

Kevin corse via. Poteva praticamente sentire Ted che lo guardava mentre si allontanava. Trovò sua madre nella piccola camera da letto che l’istituto le aveva fornito perché potesse stare vicina.

“Kevin, stai bene?” gli chiese. “Sei un po’ pallido.”

“Sto bene,” disse Kevin. “Mamma, c’è un uomo qua fuori, e non sono sicuro…”

Barcollò un poco mentre la stanza ondeggiava. Un attimo era dritto in piedi, e quello successivo si trovava steso a terra, con tutta la gente attorno a lui. Gli ci volle un attimo per capire che doveva aver avuto un attacco. C’erano medici e ricercatori, e ovviamente sua madre, ma nessun segno dell’uomo che aveva visto prima.

“Sto bene,” disse Kevin, sforzandosi di mettersi a sedere. Si sentiva ancora frastornato e solo il braccio di sua madre attorno alle sue spalle gli impedì di ricadere indietro.

“Non stai bene,” gli disse. “Vieni, ti riportiamo nella tua camera, e poi andrò a chiedere al professor Brewster perché non si sta prendendo cura del mio bambino.”

“Mamma,” riuscì a dire Kevin, perché lui non era un bambino. Aveva tredici anni. Lo stesso permise a sua mamma di aiutarlo a tornare verso la sua stanza. A un certo punto durante il tragitto Phil si unì a loro e i due più o meno lo sostennero tra loro fino a che non arrivarono a farlo sdraiare sul suo letto.

“Vado a capire perché non si stanno preoccupando della tua salute come dovrebbero,” disse sua madre, e partì con l’espressione determinata di qualcuno che doveva arrabbiarsi per qualcosa prima di iniziare a gridare.

“Immagino che dovremmo capire esattamente cosa stia succedendo,” disse Phil quando se ne fu andata. “Cosa dici, Kevin? Sei pronto per altri esami?”

“Altri esami?” ribatté Kevin.

Sì, perché Phil voleva fare una risonanza magnetica, e poi degli esami del sangue. Kevin non si era reso conto che nelle ultime due settimane era arrivato a odiare gli aghi che lo pungevano, perché sembrava che tutti volessero il suo sangue per qualcosa. Ricercatori e staff medico andavano a venivano, tutti spiegando quello che avrebbero fatto e senza che nessuno usasse parole che Kevin potesse capire chiaramente.

“Abbiamo fatto dei progressi con i medicinali anti-crisi,” disse a Kevin una delle infermiere, “ma al momento i dottori stanno discutendo con tutti gli altri, chiedendo se sia la cosa migliore.”

Il che significava che erano preoccupati che questo potesse bloccare la sua abilità di capire il segnale, se mai si fosse ripresentato. Kevin li poteva immaginare mentre tentavano di bilanciare la possibilità di perdere delle informazioni che potessero condurre agli alieni, con la possibilità che Kevin potesse morire e non dar loro nient’altro. Forse solo alcuni di loro pensavano a ciò che tutto questo significasse per lui, e fino ad ora nessuno aveva pensato di chiedergli che cura volesse.

“È la cosa migliore?” chiese Kevin.

L’infermiera scrollò le spalle. “Ufficialmente non dovrei avere un’opinione al riguardo. Non ufficialmente… ho sentito che un paio di medici stanno parlando di usare delle varianti delle terapie genetiche sviluppate per persone che soffrono di altre malattie, come la malattia di Alexander.”

“Pensavo che non ci fosse niente del genere a disposizione per me,” disse Kevin, ripensando alla consultazione con il dottor Markham e tutti quelli che avevano fatto seguito.

“Non c’era, ma al momento hai dalla tua parte alcuni dei maggiori cervelli del paese. Se c’è qualcuno che può fare qualcosa su misura per la tua patologia, quelli sono loro.”

E poi Kevin si sarebbe trovato sottoposto a una cura sperimentale che avrebbe potuto risolvere il problema, o fare nulla, o peggiorare le cose. Valeva la pena di rischiare di perdere completamente il segnale alieno?

“Per il momento però hai visite.”

Fece un cenno verso la porta e la piccola figura entrò. Kevin sgranò gli occhi vedendo Luna, con il suo atteggiamento casuale, come se avesse appena fatto una chiamata a casa sua per vedere se voleva andare a fare un giro in bici fino al parco.

“Luna? Come se arrivata qui?”

“Mi ha portata mia mamma,” disse lei con un sorriso. “Perché tua mamma ha pensato che ti avrebbe fatto piacere vedermi.” Gli porse un’arancia, poi gliela lanciò. “Non ho uva.”

Kevin la afferrò goffamente, mentre Luna si sedeva sul bordo del letto. La sua espressione mutò da felice di vederlo a preoccupata.

“Va tanto male?” gli chiese, e buona parte della sua solita allegria era scomparsa dalla sua voce.

“Non lo so,” disse Kevin. Distolse lo sguardo per un momento. “Beh, in un certo senso immagino che lo sappiamo.”

Luna gli mise una mano sulla spalla. “Possono anche aver detto che morirai, ma io mi rifiuto di lasciarti morire, per il momento, Kevin. Non mi sono neanche ancora pazzamente innamorata di te.”

Kevin rise. “Se devo aspettare questo, potrei vivere per sempre.”

“Vero,” disse Luna, ma il suo sorriso non le arrivava fino gli occhi come al solito. Kevin poteva vedere quanto le costasse dover essere forte per lui, dover essere allegra.

“Va bene piangere, se vuoi,” le disse.

“Come se stessi per piangere,” rispose Luna, anche se sembrava di poter scoppiare da un momento all’altro.

Non pianse, ma lo abbracciò, tanto forte che Kevin pensò che gli si spezzassero le costole. Si sorprese a notare il suo buon profumo.

“Mi sei mancato, sai?” gli disse.

“Anche tu mi sei mancata,” le assicurò Kevin. Le aveva detto che andava bene piangere, ma ora era lui quello con le lacrime che gli salivano agli occhi.

“Ehi, non intendevo renderti triste,” disse Luna. “Uno dei tipi dell’esercito in corridoio potrebbe spararmi per una cosa del genere.”

Bastò a far ridere Kevin. Luna aveva sempre avuto un talento per questo.

“Come vanno le cose là fuori?” le chiese. “Nel mondo reale? Come va a scuola, o alla TV? Sono stufo che tutto ruoti attorno alle cose che posso vedere.”

“Spiacente di deluderti,” disse Luna. “Ma si parla un sacco di te alla TV. Ora ci sono quasi sempre dei giornalisti a casa tua, e la gente parla e parla, discutendo se questo sia vero, o una bufala, o una campagna pubblicitaria sfuggita di mano. C’è anche uno strano culto alieno che è iniziato, con la gente che indossa antenne e se ne va in giro a sostenere che gli alieni ci salveranno da tutto, a partire dal disastro ecologico fino ai prezzi nei negozi.”

“Te lo stai inventando,” disse Kevin.

“Forse la cosa delle antenne sì,” disse Luna. Si guardò attorno. “Dev’essere tranquillo qua dentro. C’è davvero silenzio.”

“C’è stato molto più caos da quando la gente ha scoperto quello che so fare,” disse Kevin. “E passo la maggior parte del tempo ad ascoltare segnali, quindi non è esattamente una biblioteca.”

Luna fece il tipico sorriso di qualcuno che di solito chiacchiera comunque quanto vuole quando va in biblioteca.

La tranquillità comunque non durò molto, perché il professor Brewster, la dottoressa Levin e la madre di Kevin entrarono insieme.

“State spingendo troppo Kevin,” stava dicendo sua madre.

“Stiamo davvero cercando di non farlo, Rebecca,” le assicurò la dottoressa Levin. “Non abbiamo alcun controllo sui segnali che riceviamo, e Kevin è capace di fermarsi quando ne ha bisogno.”

“E oggi Kevin non ne ha praticamente ascoltato nessuno,” disse il professor Brewster. “E poi sta ricevendo migliori cure qui di quello che sarebbe stato possibile in qualsiasi altra parte del paese.”

“È… vero,” ammise sua madre. Aveva comunque un tono piuttosto riluttante.

“Ci stiamo prendendo cura di suo figlio,” continuò il direttore dell’istituto. “E Kevin sta facendo un lavoro importante qui. E a proposito di questo, Kevin, te la senti di andare davanti alle telecamere?”

“Ora?” chiese Kevin. Non ne era sicuro.

“Circolano delle voci che tu non stia bene oggi, e pare una buona idea far vedere alla gente che invece sei in salute,” disse il professor Brewster.

“Anche se non è vero?” chiese Luna, accanto a Kevin.

“Soprattutto per questo motivo,” disse il professor Brewster. “E comunque la gente sta aspettando di sentire cos’altro Kevin abbia da dire. Kevin?”

“Non sei costretto a farlo,” disse sua madre.

Kevin annuì. “Va bene. Mi sento molto meglio ora. Se può aiutare, lo farò.”

***

Kevin si sentiva come se stare lì in piedi davanti alla gente dovesse essere più facile. Non stava facendo niente, dopotutto, che non avesse già fatto prima. Aveva mostrato loro quello che sapevano fare alle porte della struttura, e nella conferenza stampa prima. Lo stesso era nervoso con tutta quella gente a guardarlo.

“Andrà tutto bene,” gli disse Luna. Come poteva sempre indovinare come lui si sentisse? “E non puoi tirarti indietro adesso. Voglio vedere quello che fai con la roba degli alieni.”

“Roba degli alieni,” ripeté Kevin. “Ci serve decisamente un nome migliore per definire questa cosa.”

Lo stesso avanzò per portarsi di fronte alla folla. C’erano più persone oggi, ammucchiate in ogni angolo della sala conferenze dove Kevin doveva esibirsi per loro. C’erano giornalisti, ovviamente, scienziati, gente del governo…

… e Ted che lo guardava con intensità dalla folla.

“Quel tipo laggiù,” disse Kevin.

“Quale tipo?” chiese Luna.

“L’ho incontrato nei corridoi mentre stavo cercando mia mamma, e mi è sembrato… non lo so, fuori posto. Pareva che potesse essere uno dei soldati, ma mi ha detto che non lo era più. Non so neanche se dovrebbe essere qui.”

“Pensi che sia un pazzo?” chiese Luna. “Pensi che sia qui per ucciderci tutti?”

“Non l’ho pensato fino a che non l’hai detto,” disse Kevin. Ora che lei l’aveva detto, Kevin si trovò con gli occhi fissi nel punto in cui si trovava Ted. Si chiese se avrebbe dovuto dire qualcosa a qualcuno.

“Tempo di fare le tue cose, Kevin,” disse il Professor Brewster spingendolo verso il centro della piattaforma che avevano allestito. “Salve a tutti, come potete vedere Kevin sta bene, e alcune delle voci che hanno circolato qua fuori sono decisamente esagerate.”

“Quali voci?” gli chiese Kevin, trovandosi poi con gli occhi ancora puntato su Ted. “Professor Brewster, c’è un uomo là fuori che…”

Il Professor Brewster lo ignorò. “Kevin è piuttosto stanco oggi, però, quindi faremo questa cosa nel minor tempo possibile. Kevin?”

Kevin fece un passo avanti e si infilò le cuffie, capendo che era probabilmente meglio andare avanti con questa cosa. Il problema era che c’era ancora silenzio, niente di nuovo da tradurre, nessun segnale in ingresso. Rimase lì in silenzio per diversi secondi, sentendosi sempre più imbarazzato. Peggio di tutto, non riusciva a togliere gli occhi di dosso a Ted, convinto che nel momento in cui l’avesse fatto, l’uomo avrebbe fatto qualcosa.

Fu allora che un uomo completamente diverso, verso la parte anteriore del salone, iniziò a gridare. “Sei il male!” urlò. “Porterai gli alieni qui addosso a noi tutti!”

Corse in avanti, e anche se aveva un pass della stampa ed era vestito con un abito elegante, c’era qualcosa di selvaggio nei suoi occhi. Si lanciò contro il palco e Kevin lo vide spingere di lato Luna, facendola cadere stesa a terra.

“Luna!” gridò Kevin, ma non c’era tempo per aiutarla, perché l’uomo stava ancora correndo verso di lui, e ora Kevin poteva vedere che aveva un coltello in mano. Afferrò Kevin e un attimo dopo era dietro di lui, la lama premuta contro la sua gola.

“Stai tentando di portarli qui. Stai tentando di far loro distruggere noi tutti. Devo fermarti, a qualsiasi costo.”

Kevin non aveva mai avuto così tanta paura prima d’ora, ma la parte più strana era che la maggior parte di quella paura non era per se stesso. Luna era stesa a terra dove l’uomo l’aveva fatta cadere, e ora Kevin si chiese se avesse potuto pugnalarla solo perché si era trovata in mezzo.

“Tranquillo amico.”

Mentre Kevin aveva cercato dove si trovasse Luna, Ted, tra tutti i presenti, era salito sul palco e teneva espertamente una pistola puntata con entrambe le mani.

“Se metti giù il coltello, possiamo parlarne,” disse.

L’uomo dietro a Kevin non abbassò il coltello dalla gola. “È parlare il problema. È parlare con loro. Li sta portando qui per ucciderci! No, stai indietro!”

Sottolineò l’ordine puntando il coltello verso Ted che avanzava. Con il coltello spostato per un momento dalla sua gola, Kevin fece l’unica cosa che gli venne in mente e si lasciò cadere a terra.

Risuonarono due spari, tanto forti da sembrare assordanti. Kevin sentì qualcosa di metallico cadere sul pavimento, seguito da un tonfo più sordo un secondo più tardi. Un istante dopo Ted era lì che lo tirava in piedi.

“Non guardare in giro. Ci sono cose che un ragazzino non dovrebbe vedere. Corri dagli altri.”

Kevin avrebbe voluto fare tutto questo. Voleva correre da Luna e vedere se stava bene. Voleva correre da sua madre che in quel momento stava spingendo nel caos di gente per andare verso di lui. Voleva fare tutto questo, ma non poteva, per un semplice motivo.

“Sta arrivando un segnale!” disse.

CAPITOLO UNDICI

Kevin poté sentire il messaggio che arrivava, il segnale che iniziava a farsi sentire nelle cuffie, gli inizi di una traduzione che cominciavano a farsi strada in lui. Stava accadendo ora, che lui lo volesse o no.

“Non penso che abbiamo molto tempo,” disse. “Sento che sta arrivando.”

Già la gente si stava affollando attorno a lui. C’era sua madre che gli teneva un braccio attorno alle spalle come a poterlo proteggere da qualsiasi cosa. C’erano la dottoressa Levin e il professor Brewster, entrambi con espressione preoccupata. Con sollievo di Kevin, anche Luna era di nuovo in piedi. Non era stata pugnalata. Kevin corse da lei e la abbracciò.

“Stai bene?” le chiese.

“Dipende,” disse. “Quanti Kevin dovrebbero esserci?”

Kevin scosse la testa. “Non scherzare. Ero preoccupato per te.”

“Tu eri preoccupato per me? Non ero io quella con il coltello alla gola.”

In tutto questo ovviamente le telecamere continuarono a riprendere. Non si sarebbero mai fermate nel mezzo di un momento così drammatico.

Il professor Brewster pareva avere paura che Kevin potesse rompersi. O forse stava solo fissando l’uomo morto dietro a Kevin, quello che lui non osava girarsi e guardare.

“Cosa sta succedendo?” chiese. “Perché non portiamo Kevin fuori di qui?”

“Dice che sta arrivando un altro messaggio,” spiegò Ted.

Kevin non sapeva come spiegarlo in modo più semplice di così.

“Beh, tienilo fermo lì fino a che non ti avremo portato al sicuro,” disse il professor Brewster, ma di certo doveva sapere ormai che non funzionava così.

Kevin strinse i denti. “Non riesco a controllare quando un messaggio arriva. Lo ricevo e traduco e basta.”

“Perché… perché è un problema se ricevi il messaggio qui?” chiese Luna. Sembrava tremante, il che era comprensibile dato quello che entrambi avevano appena passato. Lo stesso era lei a fare le domande giuste, non il professore.

“Perché ci saranno le coordinate per le capsule di fuga,” disse Kevin. “Ne sono certo. Cos’altro potrebbe essere?”

“Hai ricordato i numeri del sistema prima,” sottolineò Luna. “Potresti ricordarti anche questo.”

“E se fosse un elenco più lungo?” ribatté Kevin. “E se mi perdessi qualcosa?”

Luna indicò le videocamere, e Kevin si rese conto che aveva ragione. Tutto quello che doveva fare era parlare, e tutto quello che avesse detto sarebbe stato registrato da così tante videocamere che era impossibile addirittura contarle. Tutto sarebbe andato direttamente nel mondo intero in un istante.

Andò verso di loro, e proprio in quel momento il segnale lo colpì.

La scia di numeri sembrò durare all’infinito. Non c’era da meravigliarsi che gli esseri che li stavano inviando avessero avvisato Kevin di ciò che stava arrivando. Avevano voluto dargli la possibilità di prepararsi a registrarli in qualche modo, in modo che le informazioni non andassero perdute. Ogni volta che Kevin finiva di ripetere una striscia di numeri, una nuova scia di cifre e simboli iniziava quasi senza lasciargli il tempo di riprendere fiato. La traduceva man mano che arrivava, tremando per lo sforzo, o forse solo per i postumi di tutto quello che era successo solo pochi minuti prima.

Recitò numeri e lettere in una lunga e quasi infinita fila, ma la verità era che, per la prima volta da quando Luna lo aveva aiutato a capire il collegamento con il sistema Trappist, non sapeva esattamente cosa tutto questo significasse.

Alla fine la scia di numeri arrivò a un punto d’arresto e Kevin rimase fermo in piedi cercando di riprendere fiato.

“È tutto?” chiese Luna. “Kevin, stai bene?”

Kevin riuscì ad annuire, anche se pure quel semplice gesto era uno sforzo in quel momento. Non era sicuro di quale parte della domanda stesse confermando.

La dottoressa Levin arrivò e cinse le spalle di entrambi.

“Ok,” disse loro, “riportiamovi entrambi dentro. Dopo tutto quello che è successo, immagino che un sacco di gente voglia parlare con tutti e due, ma io voglio farvi dare una controllata prima, per assicurarmi che tutto sia a posto. Non mi piace come entrambi siate arrivati così vicini a farvi seriamente male.”

Mentre si voltavano per andare, Kevin sentì le grida dalla folla riunita che iniziava a ridestarsi dal sorpreso silenzio che poco prima aveva come imbavagliato tutti.

“Kevin, quando verranno gli alieni?” gridò un uomo.

“Kevin, cosa significa vita?”

“Quando ammetterai che è tutta una bufala?”

“Sei ferito?”

C’erano così tante domande diverse che venivano urlate contemporaneamente che per un momento o due Kevin provò l’unico desiderio di andarsene e lasciarli lì. Ma non lo fece. Gli pareva di dover dire qualcosa, e questa volta non aveva niente a che vedere con le pressioni derivanti dai segnali alieni.

“So che molti di voi si aspettano che vi dia delle risposte, ma la verità è che non ne ho molte,” disse. “Sono solo un ragazzo. Non ho nessuna conoscenza speciale. Non so neanche perché sono io a ricevere questi messaggi che gli alieni stanno inviando.”

“Cos’è successo oggi?” chiese un giornalista. “Perché tutti questi numeri? Di cosa si tratta?”

Kevin piegò la testa, cercando di elaborare le giuste parole che gli era permesso dire. Poi pensò che probabilmente era il modo sbagliato di pensarci. Il fraintendimento di questo aveva causato quest’altro. Qualcuno aveva tentato di ucciderlo oggi, perché non aveva capito le informazioni che lui aveva da dare. Perché, dato lo spazio per farlo, era balzato alla conclusione errata.

“Qualcuno ha tentato di uccidermi oggi,” disse, “perché pensava che le informazioni che sto ricevendo fossero tanto pericolose che ne valesse la pena.”

“È così?” gridò qualcuno.

Kevin scosse la testa. “Sapere che c’è una civiltà aliena là fuori, che ce n’era una, è straordinario, ma non vale la pena uccidere la gente per questo, e non voglio che nessun altro sia in pericolo a causa mia.” Si fermò quasi ripensando all’immagine di Luna che veniva spinta a terra, al rumore della pistola di Ted mentre sparava. “Io non conto. Ciò che conta è che il mondo di alieni stava morendo, e che loro hanno inviato… Immagino che si possano chiamare capsule temporizzate. E ora sappiamo dove stanno andando.”

Anche lui sapeva dove stava andando adesso, perché sua madre lo tirò giù dalla piattaforma e lo accompagnò dentro all’istituto.

***

“Se mio figlio deve essere attaccato, non voglio che stia qui!” disse la madre di Kevin mentre discuteva insieme al professor Brewster.

Kevin lo guardava entrambi dal bordo del suo letto. Sussultò quando un medico dello staff dell’istituto gli disinfettò un mini taglietto che la lama del coltello gli aveva procurato. Vicino a lui, Luna aveva una benda avvolta attorno alla testa, mentre Ted era lì, quasi come se in parte si aspettasse un’altra aggressione.

“Capisco la sua preoccupazione,” disse il professor Brewster, e Kevin sapeva che era la cosa sbagliata da dire a sua madre in quel momento.

“Lei ha idea di cosa significhi vedere il proprio figlio aggredito perché si trova invischiato in una cosa totalmente folle?” chiese la madre di Kevin. “Ha dei figli, lei?”

“Beh, no, ma…”

“Ma tu chi sei?” chiese Kevin a Ted, ignorando per un momento la discussione tra sua madre e il professore.

“Oh, sono solo uno che dà una mano dove può,” disse Ted.

“Non è una risposta,” disse Luna.

Sembrò pensare un momento o due, poi si riscosse. “Immagino non possa nuocere. Scusa. Sono solo abituato a non dire niente. Stavo nell’esercito. Forze Speciali. Poi sono stato prestato alla CIA per un po’, e poi… beh, poi ho cercato di ritirarmi, ma ho avuto una chiamata quando tutta questa cosa ha avuto inizio, e non è esattamente che potessi rifiutare.”

“Hai detto prima che è stato il presidente a chiamarti,” disse Kevin. “Non l’avrebbe fatto se fossi solo uno qualsiasi.”

“Beh, magari ai miei tempi ho visto delle cose,” disse Ted. Guardò verso il punto dove il professor Brewster e la madre di Kevin stavano ancora discutendo. “Da quello che sento, è venuto lui in persona a conoscerti per questa cosa. Questo ti rende più speciale di quanto sia io. Volete venire a vedere come i sapientoni stanno procedendo con i numeri che tu hai tirato fuori dal nulla?”

Kevin annuì, e insieme tutti e tre uscirono dalla stanza. Kevin si sentiva un po’ più in forze ora, la maggior parte della debolezza che aveva provato era ovviamente dovuta alla combinazione tra la ricezione del messaggio e l’aggressione subita. Si sentiva anche stranamente vuoto, e gli ci volle un po’ per capirne il motivo: dalla prima volta che tutto questo aveva avuto inizio, non aveva alcuna sensazione degli alieni.

Non c’era nessun conto alla rovescia che gli pulsava nella testa. Non c’era nessun segnale imminente che avrebbe dovuto aspettare. Non c’erano messaggi. Tutto taceva. Sarebbe dovuta essere una sensazione di pace, ma per la prima volta da quando era arrivato lì, Kevin si sentiva… inutile, come se non avesse nulla da fare.

Era praticamente l’unico in quella condizione. La gente cui passavano accanto era impegnata, tutti sembravano essere al lavoro sul problema delle coordinate. I laboratori che venivano utilizzati per altre cose erano vuoti, e gli scienziati erano invece riuniti nelle sale conferenze, lavorando sulle strisce di numeri in centinaia di modi diversi. Anche alcune persone della NASA sembravano coinvolte.

Kevin aveva pensato che ci sarebbe potuto essere un problema con la sicurezza mentre si avvicinavano allo spazio che accoglieva il supercomputer, ma Ted passava ovunque, oltre a soldati e agenti dell’FBI indistintamente, e ognuno gli faceva cenno con il capo lasciando passare tutti e tre.

“Wow,” disse Luna quando raggiunsero la fosse del supercomputer. “Pensa ai giochi che si potrebbero fare con questo coso.”

Kevin dubitava che lo usassero molto per una cosa del genere, ma quando si trattava di dissezionare elenchi di numeri, sembrava fosse molto bravo. SAM stava sputando fuori miriadi di possibilità usando i segnali, mentre metà degli altri macchinari presenti nella stanza erano stati accesi, e gli scienziati li stavano usando gridando risultati.

“Altro colpo mancato,” esclamò uno. “Penso che colpisca un qualche punto delle Pleiadi.”

Kevin sentì uno sbuffo di frustrazione da parte di un altro scienziato.

“Stanno cercando di restringere la ricerca,” spiegò Ted.

La dottoressa Levin era lì, e con sorpresa di Kevin, pareva che la gente la stesse ascoltando. Forse il fatto che ci fossero effettivamente gli alieni facilitava il ricevere ordini dal capo del SETI.

“Il problema sono le troppe informazioni,” disse. “Ci hai dato così tante possibilità, Kevin, che non riusciamo ad elaborarle tutte, neanche con il potere dei nostri computer.”

“Avete provato in Internet?” chiese Kevin.

“Non credo che sia il genere di cose che si trovano in Internet,” disse il professor Brewster unendosi a loro. “Abbiamo alcuni dei più sofisticati computer del mondo qui.”

Kevin scosse la testa. “Potrebbe essere. Quando ho tradotto, ho dato l’informazione ai giornalisti, giusto? Quindi non è possibile che tutta la gente del mondo stia guardando questa cosa? Diceva che il problema era avere abbastanza gente per fare questa cosa. Beh, non significa che avete il mondo intero ad aiutarvi?”

“Il ragazzino potrebbe avere ragione,” disse Ted. “Avete controllato?”

“Beh… no,” ammise il professor Brewster.

La dottoressa Levin scrollò le spalle. “Magari vale la pena di tentare. Il SETI ha spesso preso in prestito potere informatico da persone in giro per il mondo.”

“Fatelo,” disse Ted.

La dottoressa Levin si allontanò per alcuni secondi. Tornò con un tablet e un’espressione leggermente scioccata.

“Io… io non ci credo,” disse, e iniziò a cliccarci sopra. “Aspettate, ve lo mostro su uno schermo più grande.”

Premette alcuni punti sul tablet, e lo schermo di un computer davanti a loro si accese, tanto grande che l’intera stanza poteva vederlo. C’erano delle coordinate sullo schermo, insieme a delle parole “Veicolo Alieno deve colpire la Terra!” Il sito pareva essere anonimo, ma non c’era dubbio su quello che stava dicendo.

“Se prendiamo questo insieme di coordinate,” disse la dottoressa Levin, “beh, guardate.”

Sullo schermo apparve una mappa del mondo, prima tanto ampia che Kevin non riuscì a capire dove fosse il sito dello schianto. Poi cambiò, zoomando sul Sud America, poi ancora. Prese di mira un paese, poi una regione, poi quella che parve una zona di foresta a un paio di miglia.

“La foresta pluviale colombiana,” disse Ted fissandola.

“Ne siamo sicuri?” chiese il professor Brewster.

“Ovviamente controlleremo,” disse la dottoressa Levin, “ma a primo colpo d’occhio… sì, sembra corretto. Che a modo suo è sorprendente. L’idea che una civiltà potesse predire con tale precisione dove la loro navicella sarebbe atterrata, a una tale distanza è… quasi impossibile a credersi.”

“Beh, penso che dovremo iniziare a crederci.” Ted mise una mano sulla spalla di Kevin. “Se hai ragione su questa cosa, i nostri amici alieni stanno mandando il loro carico in Colombia.”

“È una brutta cosa?” chiese Kevin.

Ted scrollò le spalle. “Non lo so. Potrebbe rendere le cose complicate. Sono più preoccupato di quante altre persone avranno visto questa cosa. Dottoressa Levin?”

“Non c’è modo di saperlo,” disse il direttore del SETI. “Immagino che se l’abbiamo scoperto, l’avranno fatto un sacco di altre persone.”

“Il che significa che metà del mondo sarà lì,” disse Ted. “Che dici se andiamo lì a conoscerli, Kevin?”

“Andare a conoscere chi?” chiese la madre di Kevin, entrando nella fossa del computer. “Cosa sta succedendo?”

Kevin cercò di elaborare la frase migliore per dirlo. “Mamma, ehm… posso andare in Colombia?”

CAPITOLO DODICI

“Non serve che vieni, mamma,” disse Kevin mentre lui e gli altri passavano attraverso la sicurezza all’aeroporto di San Francisco. Era solo un passo dietro a lui, come se avesse paura che allontanarsi di più significasse perderlo nel caos dell’aeroporto. Anche Ted era vicino, anche se Kevin sospettava che fosse per motivi diversi.

“Ma certo che devo venire,” disse sua madre, tirandosi dietro una piccola valigia che le dava l’aria di essersi preparata per una vacanza. “Un momento c’è gente che tenta di assassinarti, e un attimo dopo stai per volare nel mezzo della giungla? Pensi che intenda lasciartelo fare da solo?”

“Non sarei solo, mamma,” sottolineò Kevin. Se non altro pareva che l’intero istituto si stesse dirigendo in Colombia, pressandosi a bordo non di uno, ma di due aerei charter, e portandosi dietro una vasta gamma di attrezzature intese per la ricerca della capsula di salvataggio.

“Vengo comunque,” disse sua madre, e Kevin sapeva bene che non era il caso di discutere con quel tono.

Una persona che non sarebbe venuta era Luna, e Kevin si trovò a sentire già la sua mancanza. Era andata a casa perché apparentemente i suoi genitori avevano vedute più rigide sulla sua idea di volare in Sud America alla ricerca di alieni.

Il professor Brewster stava davanti e guidava gli scienziati e i soldati, gli agenti e gli occasionali giornalisti mentre salivano sull’aereo.

“Sei pronto, Kevin?” gli chiese. “Abbiamo un bel volo davanti.”

Kevin annuì. “Non posso credere che stiamo facendo questa cosa.”

“Quasi non la stiamo facendo,” disse il professor Brewster. “C’è un sacco di gente che deve operare dietro alle quinte per permetterci di volare in Colombia con questo scopo. Ora sbrigati e sali a bordo.”

Kevin salì sull’aeroplano e trovò un posto a sedere vicino al finestrino. Sua madre si sedette accanto a lui, mentre Ted si mise proprio davanti.

“È un bel po’ di strada fino in Colombia,” disse Ted. “È passato un po’ di tempo.”

“Ci sei già stato?” chiese Kevin.

“Ufficialmente?” disse con un sorrisino. “Mai in vita mia.”

“E non ufficialmente?” chiese Kevin.

“Oh, è stato molto non ufficiale l’ultima volta che ci sono stato,” rispose Ted. “Ma le cose sono molto più tranquille lì adesso. Ci sono ancora un po’ di cartelli, ma senza la guerra civile in corso, il governo può tenerli meglio sott’occhio.”

“Sembra fico,” disse Kevin.

Sua madre non era d’accordo. “Sembra un posto pericoloso dove portare mio figlio.”

“Sono certo che andrà tutto bene,” disse Ted. Kevin sentì i portelloni dell’aereo che si chiudevano dopo che anche le ultime persone furono salite a bordo. “E poi è troppo tardi per tornare indietro adesso. Nove ore da adesso, e saremo a Bogotá.”

Nove ore. Come si passavano nove ore rannicchiati in uno spazio confinato con un mucchio di scienziati? A Kevin pareva che praticamente tutti i presenti dovessero trovare la risposta a quella domanda. Alcuni giocavano con il telefonino, o leggevano, o guardavano film. La madre di Kevin per lo più dormì. Kevin alternava il guardare fuori dal finestrino e il tentativo di riposare un po’, mettendosi ogni tanto le cuffie con il segnale del flusso, giusto in caso ci fosse qualcosa da sentire. Ma non c’era nulla.

“Non so neanche se funzionino così lontani dall’istituto di ricerca,” disse Kevin dopo averle messe per la terza volta.

“L’ho chiesto agli scienziati prima che partissimo,” disse Ted. “Le hanno regolate in modo che il segnale dalla base sia rilevato tramite Internet. Ovunque ci sia connessione, puoi accedere al segnale.”

Kevin immaginava che non avrebbe dovuto essere sorpreso al riguardo. Era ovvio che volessero assicurarsi che lui potesse sentire, qualsiasi cosa succedesse. Non avrebbero mai rischiato di perdersi un messaggio importante. Lo stesso, l’idea di essere in grado di ascoltare da qualsiasi posto del mondo, pareva impressionante.

Kevin passò parte del tempo a guardare in basso, osservando i posti che sorvolavano. Non era neanche mai stato fuori dallo stato prima d’ora, eppure stava volando sopra a deserti e fitte foreste pluviali, città e pezzi di oceano. Pensò alla gente là sotto. Sapevano della capsula di salvataggio? Cosa pensavano della possibilità di trovare realmente della vita aliena?

Ebbe parte della risposta quando atterrarono a Bogotá. Vide subito una dozzina di gruppi simili, tutti con un’attrezzatura che sembrava sospettosamente simile a quella che avevano portato loro dall’istituto.

“Pare che non fossimo gli unici a lavorare alla localizzazione di quelle coordinate,” disse Ted mentre guardava tutta quella gente. Sembrava piuttosto rilassato al riguardo, ma il professor Brewster era tutt’altro che calmo.

“Questa cosa è semplicemente inaccettabile,” disse lo scienziato. “Ci sono gli Svizzeri, e quello sembra un gruppo del settore tecnologico privato, e quelli sono i Canadesi. Dopo tutti gli sforzi che abbiamo impiegato nello svelare queste informazioni, non posso credere che stiano programmando di soffiarci la capsula da sotto il naso.”

Kevin avrebbe voluto dire che non potevano sapere per certo che questa fosse l’intenzione dei gruppi, ma non gli venne in mente un altro motivo per cui potessero essere lì. Non era sicuro di quali fossero le sue sensazioni riguardo alla loro presenza.

Da una parte voleva credere che il messaggio alieno fosse inteso per l’umanità intera, e che dovesse essere condiviso. Era contento di aver dovuto gridare le coordinate alle videocamere dei notiziari piuttosto che rischiare di perderle per quel motivo. Allo stesso tempo il professor Brewster aveva in parte ragione: era stato Kevin quello capace di tradurre il segnale alieno, non gli altri, e voleva almeno vedere la capsula di salvataggio ora che era lì.

“Dobbiamo solo essere i primi ad arrivarci,” disse il professor Brewster. Kevin sospettava che fosse più facile a dirsi che a farsi. Non vedeva come sarebbero riusciti a passare attraverso l’aeroporto più velocemente degli altri, o arrivare più rapidamente alla giungla, o anche cercare in modo più veloce.

Però ci provarono. Kevin avrebbe riso vedendo dodici gruppi di scienziati che conducevano uno strano tipo di corsa attraverso l’aeroporto di Bogotá, eccetto per il fatto che doveva tenere il passo con tutti loro, cercando di trovare spazi nell’ammasso di gente e assicurarsi allo stesso tempo di non perdere di vista sua madre.

“Da questa parte!” gridò il professor Brewster, facendo strada verso quello che sembrava il banco del noleggio auto. “Salve, dobbiamo noleggiare… vediamo… probabilmente una dozzina di fuoristrada e un furgoncino.”

“Mi spiace,” disse la donna al banco. “Come ho detto all’ultimo signore che ha chiesto, non sono cose che teniamo qui all’aeroporto. La maggior parte della gente… beh, non ne hanno bisogno per la vacanza, capisce?”

“Questa non è una vacanza,” dichiarò il professor Brewster. “Questa è una spedizione scientifica della massima importanza!”

“Lo stesso.”

La dottoressa Levin si intromise. “Andiamo, David, sai che prima dobbiamo riposarci, e poi potremo lavorare sull’effettiva spedizione.”

“E nel frattempo i Canadesi arriveranno prima!” si lamentò. “E poi come hanno fatto ad arrivare qui così in fretta?”

Non sembrava esserci una risposta a questo, ma Kevin si trovò spinto in avanti mentre si dirigevano dall’aeroporto al punto dove si trovava l’ambasciata americana, una sorta di grosso blocco grigio nel mezzo di Bogotá.

L’ambasciatore li stava aspettando all’interno. Strinse la mano del professor Brewster e poi quella di Kevin, con sua grande sorpresa.

“Un paio d’ore fa il presidente mi ha chiamato avvisandomi del vostro arrivo. Starete un po’ stretti, essendo così tanti, ma ho fatto preparare delle stanze per tutti voi, e sto lavorando al trasporto del vostro team nella foresta pluviale. Dovreste essere consapevoli che il governo colombiano non è completamente felice di tutto questo, ma stiamo operando per spianarvi la strada.”

Non sembrava una buona cosa che al governo del paese dove stavano cercando non piacesse la loro presenza lì. A quel punto però Kevin era troppo stanco per preoccuparsene. Si addormentò quasi subito quando lo staff dell’ambasciata lo ebbe accompagnato nella sua stanza, e non si svegliò fino a che non sentì la voce del professor Brewster che gridava da fuori.

“Venite tutti! L’ambasciata è riuscita a ottenere il trasporto, e dobbiamo essere pronti a partire prima che tutti gli altri ci battano sul tempo!”

Kevin fece del suo meglio per prepararsi in tutta fretta. Lo stesso, quando fu uscito là fuori, la maggior parte degli altri erano già pronti. Il professor Brewster si era messo una maglietta color kaki e dei pantaloni che lo facevano sembrare una specie di esploratore, se messo a confronto con certe foto. Sua madre indossava i suoi abiti normali, con l’aggiunta di un grande cappello parasole. Ted era sempre e solo Ted.

“Veloci,” disse il professor Brewster battendo le mani. “Veloci! Non possiamo permettere a nessun altro niente più che un minimo vantaggio di partenza.”

Partì cercando di far uscire tutti dall’albergo.

“Tutti gli altri saranno già alla capsula?” chiese Kevin a Ted. Il professor Brewster sembrava essere responsabile della spedizione, ma Ted era quello che sapeva ciò che stava facendo. La metà della gente lì sembrava già guardare a lui per capire cosa fare.

L’ex soldato scosse la testa. “Ne dubito. La foresta pluviale di notte gioca brutti scherzi. È facile essere sviati, anche senza contare gli animali selvatici. La mossa più sensata era che tutti stessero fermi durante la notte, per muoversi poi questa mattina.”

Kevin immaginava che fosse anche la mossa che tutti loro avevano fatto, e pareva che gli alberghi con il tutto esaurito fossero un segno di ciò. Doveva esserci gente da tutto il mondo a tentare di trovare la capsula di salvataggio, e tutto per i numeri che lui era stato capace di tradurre.

“Bene, ragazzo,” disse Ted. “Ci hai portati fino a qui. Direi che è ora di scoprire cosa c’è alla fine di tutto questo.”

Scesero al piano di sotto, dove scoprirono che l’ambasciata era riuscita a trovare loro dei furgoncini e dei SUV, un paio di vecchie Jeep e qualche auto più datata.

“Solo stai vicino,” disse Ted, mentre sceglieva una Jeep e saliva al posto di guida.

Partirono, restando insieme e formando una carovana che serpeggiava alla velocità delle auto più lente, il che era, secondo Kevin, veramente piuttosto piano. In parte la cosa non lo disturbava poi così tanto, perché la Colombia era bellissima. Una parte più grande di lui avrebbe invece voluto maledire i veicoli lenti e le strade sempre più piene di buche, perché voleva vedere la navicella che gli alieni avevano usato per arrivare lì. Voleva vedere il risultato di tutto ciò che aveva fatto.

Continuarono a procedere, e quando furono più vicini alla zona della foresta pluviale indicata dalle coordinate, la strada peggiorò. Poi, quando gli alberi iniziarono a costeggiare la strada da entrambi i lati, si trovarono completamente bloccati nel traffico, e Kevin ci mise qualche secondo a capire quello che stava succedendo.

Un furgone era rovesciato e messo di traverso in mezzo alla strada, e un altro mostrava delle ammaccature che suggerivano una collisione. C’erano altri furgoni e macchine attorno, con la gente che aspettava o cercava di escogitare il da farsi, o discuteva in una decina di lingue diverse. Kevin riconobbe alcune delle persone, e capì chi dovessero essere.

“Non sono gli altri gruppi di ricerca?” chiese mentre si avvicinavano. Vide Ted annuire, ma prima che l’ex soldato potesse dire qualcosa, il professor Brewster già era lì, uscendo da un altro veicolo.

“Perché ci siamo fermati?” chiese.

“Lo può vedere il perché,” disse Ted.

“Ma non possiamo aggirarli?” chiese il professore.

Ted indicò gli alberi che crescevano vicini da entrambi i lati della strada. “Se lei ne è capace, prego, si accomodi.”

Il professor Brewster parve sul punto di poter dire qualcosa, poi scosse la testa e partì verso il punto dove tutti discutevano.

“Pensi che farà qualche differenza?” chiese la madre di Kevin.

Ted scrollò le spalle.

Davanti il professor Brewster iniziò a discutere con una mezza dozzina di altre persone, alcune che puntavano il dito tentando di capire chi fosse il responsabile della gestione dei problemi lì. Dato che Kevin non poteva immaginare che il direttore dell’istituto di ricerca potesse accontentarsi di non essere responsabile di qualcosa, immaginò che le altre persone che discutevano lì in mezzo alla strada fangosa dovessero essere direttori delle loro organizzazioni. A volte gli adulti erano insensati.

Saltò fuori dalla Jeep, sia perché voleva vedere cosa stava accadendo e anche perché pensava di poter veramente dare una mano. Si diresse verso il punto in cui due o tre persone stavano discutendo su un argano, mentre una folla di scienziati e soldati dall’espressione annoiata stavano a guardare.

“Se avete un argano, perché nessuno lo sta usando?” chiese.

Gli rispose un uomo con un forte accento scandinavo. “Perché è il nostro argano, e il nostro direttore non vuole che aiutiamo gli altri ad arrivare… per primi all’oggetto.”

“Ma è una cosa stupida,” disse Kevin.

“Kevin,” disse sua madre raggiungendolo. “Tutte queste persone sono molto intelligenti. Sono probabilmente tutti dottori.”

“Ma si stanno comunque comportando da stupidi,” disse Kevin, e fu sorpreso di vederli guardare verso di lui invece di ignorarlo. Sapevano chi era, si rese conto, e sembravano guardarlo come se dovesse essere lui a decidere cosa fare.

“Perché non lavorate insieme e basta?” chiese.

“Te l’ho detto,” rispose l’uomo che aveva parlato prima. “Non possiamo permettere loro di usare il nostro argano, fino a che…”

“Non l’argano,” disse Kevin. “Tutta questa cosa. Gli alieni hanno inviato la loro capsula di salvataggio su questo pianeta, non in un paese, quindi perché non lavoriamo insieme per trovarla?”

“E vederla riportare in America?” chiese uno degli altri presenti.

“Beh, potremmo trovare un altro posto,” suggerì Kevin. “Un posto dove poterla guardare.”

Gli uomini rimasero in silenzio per alcuni secondi, rimuginando. Uno prese una mappa.

“C’è una struttura della UN a poche miglia da Bogotá,” disse.

Un altro annuì. “Ho fatto del lavoro lì, su nuove piante scoperte. Ha delle buone strutture.”

“I nostri capi potrebbero essere comunque contrari,” disse il primo, un po’ incerto.

Kevin aveva una risposta. “Allora possono discutere mentre noi tutti stiamo aprendo la capsula di salvataggio.”

Quando la girò a quel modo, gli altri non parvero voler sentire altre discussioni. Iniziarono invece a collegare l’argano, e i ricercatori che erano rimasti attorno si spostarono per aiutare a muovere il furgone da dove si era ribaltato.

“Ben fatto,” disse Ted quando Kevin tornò da lui. “Non sono molti quelli che avrebbero potuto convincerli a lavorare insieme.”

Kevin scrollò le spalle. A lui era sembrata la cosa ovvia da fare.

“Cos’è questa roba?” chiese il professor Brewster. “Cosa sta succedendo? Perché si muovono di nuovo?”

“Andiamo a trovare la capsula di salvataggio insieme,” spiegò la madre di Kevin.

“Ma nessuno l’ha autorizzato,” disse il professor Brewster. “Io non l’ho autorizzato.”

“Ma significa che ci stiamo muovendo,” disse la madre di Kevin. “È sbagliato che stiano lavorando insieme?”

“No,” disse il professor Brewster. Kevin immaginò che fosse solo un po’ sorpreso di non essere stato lui a prendere per una volta una decisione. “Immagino di no. Ma questo non significa che mi fidi di loro. Quando si tratta della competitività del dibattito accademico, non mi fiderei di quei Canadesi neanche morto. State in guardia, tutti quanti.”

Si allontanò lanciando ordini ai suoi, e anche ad alcuni degli altri gruppi. Kevin si chiese se ci fosse qualcuno che gli stava prestando attenzione. Guardò verso Ted.

“Dovremmo sospettare degli altri?” gli chiese.

L’ex soldato scrollò le spalle. “Forse sì, forse no. A volte si lavora con della gente e non si sa quello che faranno in fondo alla strada. Per il momento c’è solo una cosa che conta.”

“Trovare la capsula,” disse Kevin.

Ted annuì. “Trovare la capsula.”

CAPITOLO TREDICI

Kevin non era mai stato in una giungla prima, ma non era niente rispetto a ciò che aveva visto in TV. Lì le giungle erano solo un insieme di qualche foglia di palma con un sacco di posto dove la gente potesse correre e combattere, e muoversi rapidamente. Nella realtà, la vita vegetale spingeva da ogni lato e c’erano solo alcuni sentieri tracciati da animali, quindi i soldati dovevano tagliare con l’accetta per disegnare un tracciato da poter seguire man mano che si addentravano sempre più.

In TV non mostravano neanche la pioggia. Quella scendeva mentre camminavano, inzuppando con costanza l’intero gruppo in scrosci che sembravano riempire tutto il mondo sotto alle chiome degli alberi.

“È sempre così?” esclamò il professor Brewster.

Una delle guide scrollò le spalle. “Si chiama foresta pluviale per un motivo, signore.”

Kevin non era certo della velocità a cui si stavano muovendo, ma non gli sembrava tanto rapida. Camminava invece insieme a loro, con il più lento degli scienziati che si spostava ancora più lentamente di lui. Certo non era di aiuto che la metà di loro volessero fermarsi ogni poche centinaia di metri per raccogliere campioni di insetti o di piante insolite.

“Possono servirsi da soli,” disse Ted. Teneva il passo con Kevin, mai a più di qualche metro dal suo fianco, come se avesse paura che allontanarsi significasse perderlo nella giungla. “La gente più intelligente che mai incontrerai, ma significa solo che un posto come questo si presenta a loro come troppo pieno di potenziali scoperte. Pensano sempre ad essere i primi a scoprire una nuova specie di farfalla o a trovare una sostanza che possa curare il cancro, e si dimenticano di quanto sia importante la cosa che intendiamo fare qui. Tutto quello a cui riescono a pensare è quanto piena di vita sia la giungla.”

Kevin non poteva biasimarli, perché la giungla era piena di vita, in un modo che non avrebbe mai creduto. Sembrava che ovunque guardasse, ci fossero piante che non aveva mai visto prima, dagli enormi alberi che formavano la vegetazione agli esseri striscianti che si facevano strada tra di loro a cose di livello più basso che cercavano di trovare la luce che potevano dal suolo della foresta. C’erano insetti e lucertole, piccoli mammiferi e qualche fruscio tra gli arbusti a suggerire animali più grossi.

Oh, e ragni tanto grandi che Kevin non voleva per niente avvicinarcisi. L’unica parte divertente era che sembrava che il professor Brewster ne fosse particolarmente spaventato, tanto da fare dei salti così alti ogni volta che ne vedeva uno, che Kevin pensava che potesse arrivare a raggiungere le chiome degli alberi.

“A cosa pensi quando sei qui?” chiese Kevin a Ted.

“A parte la missione?” Il soldato scrollò le spalle. “Per lo più ricordi dell’ultima volta che sono stato qui. Devi fare attenzione, Kevin.”

“Non ho intenzione di allontanarmi,” disse lui. A volte la gente lo trattava come se non avesse tredici anni. Come se fosse solo… un bambino o qualcosa del genere.

“Non è questo che intendevo dire,” disse Ted. “Le cose vanno meglio dopo la pace con il FARC, ma ci sono ancora cartelli là fuori a cui non piace la gente che entra nel loro territorio. Addirittura l’esercito. Un insieme di diversi gruppi scientifici? Saremmo una facile preda per la gente sbagliata.”

Lanciò un’occhiata a dove un gruppo di soldati da una mezza dozzina di nazioni diverse stavano dando una mano a liberare il passaggio, tagliando i rami e le liane con la certezza di gente che aveva dovuto farlo molte altre volte in altri luoghi.

“Non è solo questo, vero?” chiese Kevin. “Non ti fidi della gente con cui lavoriamo.”

“Dopo che hanno passato l’ultima giornata a correre per essere i primi ad arrivare qui?” Ted scosse la testa. “Ma questo è abbastanza normale. Stiamo tutti cercando qualcosa di valore. Abbiamo una risorsa di valore, te, perché sei capace di tradurre i segnali. Magari non succederà nulla. Magari andrà tutto bene, ma sai cosa si dice: spera il meglio, stai pronto per il peggio.”

Messe così le cose, la giungla sembrava più minacciosa di quanto fosse parsa prima, piena di punti dove sarebbe stato facile allungare un braccio e afferrare qualcuno. Kevin fece del suo meglio per ignorare quel pensiero.

Una cosa che non poteva ignorare era il caldo. Aveva pensato che, dato che veniva dalla California, la differenza non sarebbe poi stata tanto rilevante, solo qualche grado in più di calore al massimo. Non aveva pensato agli effetti della pioggia, che combinata con il caldo trasformava l’intero posto in una sorta di gigante pentola a pressione, con il vapore che saliva dalle persone mentre camminavano.

“Stai bene, Kevin?” chiese la dottoressa Levin.

Lui annuì. “Tutto ok.”

“Lo dici a qualcuno se c’è qualcosa che non va, vero?” gli chiese. Guardò dove sua madre si stava facendo strada lungo il sentiero dietro di loro. “Tua madre è piuttosto preoccupata che stiamo facendo la cosa sbagliata, portandoti qui.”

“Io voglio essere qui,” disse Kevin. Sapeva che la scienziata stava solo cercando un prendersi cura di lui, ma lui voleva vedere questa cosa. Voleva trovare l’oggetto che gli alieni avevano inviato sulla Terra. Voleva vedere dove lo avrebbe condotto tutto quello che aveva tradotto.

“Beh, spero solo che non manchi ancora troppa strada,” disse la dottoressa Levin. “Tu starai anche bene, ma io mi sto squagliando con questo caldo.”

“Non tanto distante dal punto che abbiamo visto,” disse Ted controllando lo schermo del suo GPS dall’aspetto robusto. “Ancora un po’ più avanti da quella parte.”

Continuarono ad avanzare trovando una radura da usare come base mentre cercavano. Alcuni dei soldati iniziarono a preparare delle grezze tende per creare un riparo dalla pioggia, mentre i diversi gruppi di scienziati sistemavano l’attrezzatura che avevano portato attraverso la giungla. Tirarono fuori quelli che sembravano dei metal detector e strani dispositivi che stavano all’interno di piccoli carrelli che si potevano tirare a mano. Alcuni disposero sufficiente attrezzatura informatica e computer da poter probabilmente gestire il loro normale laboratorio da lì, se non si fossero trovati così tagliati fuori dal mondo. La cosa più strana era guardare una mezza dozzina di gruppi di attrezzatura quasi identica.

“L’oggetto che è venuto sulla Terra è caduto da qualche parte qui vicino,” disse il professor Brewster, ovviamente dando per scontato di essere lui il responsabile. “Dobbiamo trovarlo. Significa che ci sparpaglieremo e localizzeremo l’area generale del punto di impatto cercando i danni evidenti, poi useremo l’attrezzatura per localizzare l’oggetto.”

“State attenti,” disse Ted, e Kevin sospettava che se non l’avesse detto, nessuno l’avrebbe fatto al posto suo. Il professor Brewster sarebbe stato felice di spedire via della gente nella giungla senza maggiori indicazioni. “Lavorate sempre in coppia, così che se succede qualcosa, l’altro possa andare a chiamare aiuto. Restate vicini al campo e tenetevi in contatto. La giungla tenterà di farvi perdere. State attenti agli animali selvatici, e non entrate in nessun corso d’acqua. Ci sono caimani e serpenti in quell’area.”

Gli scienziati si allontanarono con cautela, accompagnati da soldati e qualsiasi guida locale fossero stati capaci di trovare.

“Andiamo a vedere?” chiese Kevin.

Ted scosse la testa. “Per il momento è meglio aspettare. Lascia che gli altri facciano il lavoro di trovare. Vedrai molto presto il risultato. Ora sarà meglio che vada a fare una telefonata.”

Si alzò e prese un telefono satellitare che probabilmente avrebbe funzionato ora che si trovavano nella radura, con il cielo aperto sopra di loro. Si allontanò un poco, parlando sottovoce. Kevin ebbe il pensiero di strisciare più vicino per sentire quello che stava dicendo, ma qualcosa nel modo in cui il soldato stava parlando gli suggerì che potesse non essere una buona idea.

“Penso che abbiamo trovato qualcosa!” gridò uno degli scienziati dalla giungla.

Kevin non poteva restare seduto lì, e parve che non potesse farlo nessuno degli altri riuniti lì nel campo. Si trovò ad essere solo uno di coloro che si misero a correre in mezzo alla giungla, il terreno soffice del suolo che cedeva sotto ai suoi piedi a ogni balzo. Seguì gli scienziati fino a un’altra piccola radura. Kevin si era in parte aspettato un cratere lì, circondato dalla desolazione. Invece c’erano solo alcuni segni nel terreno che indicavano che qualcosa ci era passato attraverso.

La cosa strana era che gli alberi attorno non sembravano essere stati danneggiati. Se qualcosa era caduto sulla Terra nel passato recente, non avrebbero dovuto esserci danni, rottami o addirittura braci fumanti?

Poi Kevin si rese conto che stava pensando nel modo sbagliato. Gli alieni avevano inviato i loro messaggi anni prima, anche viaggiando alla velocità della luce. Perché la loro capsula di salvataggio sarebbe dovuta essere appena arrivata? Perché non potevano essere anni, magari decenni che aspettava che qualcuno la scoprisse? Trovò che quell’idea gli piaceva, il pensiero di qualcosa di segreto che lo aspettava perché fosse lui a scoprirlo. Lo faceva sentire come qualcuno che va a caccia di un tesoro.

Gli scienziati avevano già iniziato a lavorarci, operando con i loro vari dispositivi. Da quello che Kevin poteva sentire, pareva che le cose non stessero andando molto bene.

“Non ricevo nessuna risposta dal metal detector,” esclamò Phil. Il ricercatore aveva sudato copiosamente sotto alla sua camicia hawaiana. “Non ho mai sentito tutto questo silenzio… beh, mai.”

“Non ricevo nessuna risposta neanche cercando il livello del calore,” gridò un altro degli scienziati.

“Beh, questo è normale. Da quando è atterrata si sarà costantemente raffreddata. E non sappiamo quando l’atterraggio sia avvenuto. E il magnetometro?”

L’uomo che aveva portato quella cosa che sembrava un carrellino a mano scosse la testa. “Il terreno è troppo irregolare. Non posso dire se mi arrivino dei segnali o se siano solo interferenze.”

Pareva che il radar che doveva penetrare il terreno avesse lo stesso problema, anche se Kevin non aveva saputo, prima d’ora, che una cosa del genere esistesse. A dire il vero non sapeva come funzionasse metà dell’attrezzatura di quegli scienziati: era come magia per lui, anche se dubitava che loro avrebbero gradito quel paragone. Da dove si trovava poteva osservare un gruppo di scienziati che correvano qua e là con dispositivi, cavi e monitor o che ascoltavano continui segnali sonori. Era anche divertente da guardare, magari per la prima ora.

“Dovremo scavare,” disse alla fine il professor Brewster. “Deve essere qui da qualche parte, quindi se scaviamo, la troveremo.”

Sembrava che il plurale in quel caso non includesse il professor Brewster stesso, perché il direttore dell’istituto non fece neanche il gesto di prendere in mano una pala. Un sacco di scienziati lo fecero, e anche alcuni soldati diedero una mano, attaccando la terra attorno a loro come se potesse rivelare i suoi segreti se solo ci avessero lavorato sodo sopra.

Per Kevin pareva non esserci niente da fare se non aspettare. Non aveva una pala, e in ogni caso non sembrava il modo migliore per trovare qualcosa. Era solo uno scavare a caso nella speranza che succedesse qualcosa. Assomigliava un po’ a quando si scavano delle buche a caso in una spiaggia nella speranza che da qualche parte ci sia la cassa di un tesoro dei pirati. Rimase fermo lì, cercando di non mettersi in mezzo ai piedi mentre lavoravano.

Fu allora che sentì un sussurro di connessione attraverso gli alberi, quasi indefinibile. Era un po’come la pulsazione del conto alla rovescia, solo che questa pulsazione sembrava diventare più forte quando faceva qualche passo lungo il sentiero che doveva aver seguito la capsula di salvataggio. Quando camminava nella direzione opposta, il segnale si indeboliva.

Kevin si fermò cercando di esserne sicuro. Non voleva dire che sapeva quello che stava facendo fino a che non era certo che non si trattasse solo di una sensazione casuale dentro di lui. E se fosse stato solo un effetto del caldo?

“No,” disse Kevin a se stesso, desiderando trovare la certezza mentre seguiva quel suono.

Iniziò ad avanzare, cercando di seguire la pulsazione, restando con essa mentre si faceva più forte, cercando la direzione in mezzo agli alberi. Ogni volta che la sentiva affievolirsi, si fermava, camminava in cerchio fino a che non trovava la direzione che gli sembrava più forte. Non ci volle molto perché trovasse una traiettoria chiara che lo portò a quella che sembrava la traccia lasciata da un piccolo cerbiatto. La seguì fino a che non raggiunse uno spazio che si apriva per rivelare un’ampia pozza naturale, larga quanto una piscina, con l’acqua verdastra. Istintivamente Kevin capì che l’oggetto che era caduto sulla Terra era lì da qualche parte, sotto la superficie. Lo poteva sentire attirarlo così forte ora, da indurlo a fare un passo verso la pozza, poi un altro, cercando di ricordare il motivo per cui gli avevano detto esattamente di non fare una cosa del genere…

Una figura ricoperta di scaglie salì dall’acqua, i denti che schioccarono in uno scatto che fece arretrare Kevin rapidamente, appena in tempo per evitarlo. Non avrebbe pensato agli alligatori se Ted non li avesse tutti avvertiti poco prima. Il muso di quella creatura era tanto lungo e affilato, la forma decisamente viscida. Il caimano continuò ad avanzare, portandosi fuori dall’acqua, basso sul terreno, la coda trascinata dietro di lui disegnando delle S sul terreno.

“Aiuto!” gridò Kevin. Avrebbe voluto girarsi e correre, ma immaginava che nel momento in cui avesse tentato di farlo, quella cosa gli sarebbe stata addosso. Continuò invece a camminare all’indietro, mentre il caimano avanzava con un ringhio che prometteva che Kevin sarebbe stato il suo prossimo pasto. Kevin sentì la pressione di un altro contro la schiena e capì di aver mancato il sentiero, il che significava che il caimano stava guadagnando terreno. L’animale aprì la mandibola e mostrò quella che sembrava un’infinita striscia di denti…

Arrivò il rombo di uno sparo, così potente nella giungla che Kevin pensò di poter diventare sordo. Il caimano emise un sibilo di dolore e si accasciò. Anche Kevin si lasciò cadere, addossato all’albero che lo sosteneva mentre Ted faceva la sua comparsa con un fucile appoggiato alla spalla. Lo abbassò solo quando sembrò certo che la bestia fosse morta.

“Stai bene?” gli chiese.

Kevin riuscì ad annuire, nonostante la paura che ancora lo attanagliava. “Penso di sì.”

“Cosa stavi facendo? Mi pare di averti detto di non andare a zonzo.”

Kevin voleva dire che non era un bambino. Invece fece un cenno con la testa indicando la pozza di acqua scura. “Dovevo. Ho percepito… penso sia là dentro.”

Vide il soldato sbattere le palpebre, poi guardare verso l’acqua. “Ne sei certo?”

“Sì,” disse Kevin. “Non so come faccio ad esserne certo, ma è lì.”

Con sua sorpresa, Ted non mise in questione la faccenda, ma chiamò gli altri. Arrivarono tutti con la stessa fretta di quando avevano trovato i primi segni della caduta. Non furono però altrettanto rapidi a gettarsi in acqua, ovviamente spaventati da quello che poteva esserci lì in agguato. Alla fine Ted e tre altri soldati, due Scandinavi e un Americano, vi entrarono, guadando lo specchio d’acqua con un telo da usare a guisa di rete.

“Abbiamo qualcosa,” esclamò Ted, e vi avvolsero attorno il telo, tirando insieme per sollevare l’oggetto e trascinarlo fuori dall’acqua. Sembrarono metterci un’eternità, e Kevin si trovò ad aspettarsi qualcosa di enorme mentre lavoravano per tirarlo fuori insieme a una dozzina di altri scienziati che si portarono in loro aiuto.

Quando alla fine l’oggetto rotolò a terra, fuori dal telo, non si presentò come quello che Kevin si era aspettato. Lo aveva immaginato più grande, prima di tutto. La sua immaginazione gli aveva detto che ci sarebbe stato un veicolo più grande di un’auto, magari della stazza di una casa. Lo aveva immaginato argentato e luccicante, o così nero da assomigliare allo spazio attraverso cui aveva volato.

Invece era una sfera di roccia completamente tonda, ancora viscida per l’acqua che la ricopriva, ma liscia sotto. Sembrava che qualcuno avesse sparato una palla da bowling in pietra attraverso l’universo, o magari avesse puntato un grosso cannone contro la Terra.

Lo stesso gli scienziati si radunarono attorno all’oggetto e Kevin quasi non poté vederlo, tanti erano.

“È questo?” chiese il dottor Brewster. “Lasciatemi passare, lasciatemi passare. L’abbiamo trovato?

“Abbiamo decisamente trovato qualcosa,” disse la dottoressa Levin. Sembrava che stesse cercando di sforzarsi di stare calma, di non esaltarsi troppo. “Ora dobbiamo solo capire esattamente cosa sia.”

Ted stava scuotendo la testa. “Prima di fare qualsiasi cosa, c’è almeno un’altra cosa che dobbiamo fare. Dobbiamo portarla via.”

CAPITOLO QUATTORDICI

Kevin non voleva togliere gli occhi di dosso alla roccia mentre la trasportavano su una sorta di barella improvvisata, non del tutto sicuro di cosa farne mentre camminavano in mezzo alla giungla diretti verso il campo base. Era allo stesso tempo esaltato e confuso, preso fra la gioia di aver trovato la cosa verso cui erano stati indirizzati dai segnali alieni, e la sorpresa di non essersi trovato davanti la grandiosa nave spaziale argentata che si era immaginato.

Era strano averla effettivamente trovata, anche se erano venuti lì per fare proprio questo. Era un po’ come se non avesse dovuto essere lì, eppure c’era, e adesso Kevin faceva fatica a contenere la sua eccitazione al pensiero di vedere quello che conteneva.

“La apriremo quando saremo tornati, vero?” chiese alla dottoressa Levin, che sembrava intenta a guardare davanti a sé con l’espressione di chi sta aspettando che arrivi il Natale.

Accanto a lui la dottoressa Levin annuì. “L’idea è questa. C’è un laboratorio che ci aspetta nel complesso della UN fuori da Bogotá, e lì vedremo cosa contiene.”

Sentiva che anche lei stava tentando di non mostrarsi troppo eccitata. In effetti la maggior parte degli scienziati sembravano essere felici di aver trovato questa roccia stranamente liscia, proprio come sarebbero stati se avessero avuto tra le mani una navicella spaziale aliena intatta, sprizzante tecnologia avanzata. Forse era solo il fatto che fossero degli scienziati, e ai loro occhi una roccia appariva in qualche modo più reale. Erano probabilmente abituati a fare test su rocce che venivano dallo spazio, essendo nella NASA, mentre le navicelle spaziali potevano forse apparire loro impossibili.

Lo stesso Kevin stava sperando che le cose sarebbero state un sacco più entusiasmanti non appena l’avessero aperta. Magari all’interno avrebbero trovato della tecnologia aliena, o messaggi lasciati all’interno come un biglietto in una bottiglia. A meno che gli alieni non fossero davvero minuscoli, dubitava che ce ne fossero all’interno, ma magari erano tanto piccoli, oppure avevano trovato un modo per stare in spazi ristretti, o qualcosa del genere.

Qualsiasi cosa fosse, sarebbe stato magnifico.

Ritornarono alla zona dove avevano lasciato i furgoni, e lì c’erano già scienziati che stavano caricando la loro attrezzatura. Sembrava che fossero felici di tornare indietro ed aprire la roccia recuperata, tanto quanto Kevin. Quando avevano tirato fuori i dispositivi, erano stati delicati, ma ora li gettarono praticamente nei bagagliai dei veicoli.

“Dovremmo entrare nei furgoni,” disse la dottoressa Levin. “Siamo quasi pronti a partire, penso.

Kevin annuì e si incamminò verso la Jeep. Vide il professor Brewster lungo la strada e stava per schivarlo passando oltre, ma con sua sorpresa il capo dell’istituto della NASA sembrava veramente felice. Stava praticamente ballando sul posto per l’eccitazione.

“L’abbiamo trovata,” disse il professor Brewster. “L’abbiamo davvero trovata. Questo è… so che siamo stati duri con te, Kevin, ma l’abbiamo fatto solo perché volevo essere certo di questa cosa. Fin da quando… beh, fin da quando avevo la tua età.”

Kevin stentava a crederci: non si era mai aspettato che il professor Brewster, tra tutte le persone, potesse mostrare un così candido ottimismo.

Corse alla Jeep dove Ted e sua madre lo aspettavano. Probabilmente per la prima volta da quando tutto questo aveva avuto inizio, sua madre aveva stampata in volto il genere di meraviglia che gli diceva quanto finalmente potesse capire tutto questo. Capiva che non lo stava facendo solo per il bene di Kevin. Ted sembrava un po’ meno felice. Se Ted era preoccupato di qualcosa, la cosa non era un bene. Dopotutto aveva affrontato un caimano senza alcun problema.

Questo però non andò a scalfire minimamente la contentezza di Kevin. Tutti gli scienziati erano arrivati con i loro macchinari, ed era stato lui a individuare il punto in cui si trovava la capsula aliena. Era come se in qualche modo fosse sua, anche se si trovava in un furgone a venti metri da lui, sorvegliata da un miscuglio di scienziati e soldati di diverse nazionalità. Aveva la sensazione che qualsiasi cosa fosse successa da ora in poi dipendesse da lui.

“Cosa pensi che ci sarà nella capsula quando la apriremo?” chiese Kevin.

Ted ci pensò per qualche secondo.

“Potrebbero aver inviato una capsula temporizzata piena di informazioni. Magari sperano che qualcuno qui abbia la tecnologia per riportarli indietro da qualsiasi cosa sia successa loro. Dovrai chiederlo agli scienziati. Loro di certo ne sanno di più.”

Forse era così. Almeno la maggior parte di loro sembravano parlarne, così che le radio lungo la carovana apparivano vive di discussioni in diverse lingue. Kevin non li aveva sentiti così entusiasti da quando i messaggi avevano avuto inizio. Forse perché adesso avevano più che un semplice messaggio tradotto da un ragazzino di tredici anni. Forse apprezzavano il fatto di avere qualcosa di solido a prova di ciò che stava accadendo.

Kevin non poteva biasimarli per questo. Anche se lui aveva sempre saputo che quello che vedeva era vero, trovare la roccia era stato una specie di sollievo. Era stata una prova di quanto tutto questo significasse.

“Quanto manca per arrivare al complesso della UN?” chiese Kevin. Ora voleva solo arrivarci, così che potessero proseguire con l’osservazione.

“Dipende,” disse Ted. “Abbiamo già visto quanto inaffidabili le strade possano… dannazione.”

Per un momento Kevin pensò che ci potesse essere un altro blocco lungo la strada. Poi vide la fila di persone in uniforme con le pistole puntate.

Li fissò scioccato. Sentì il chiacchiericcio degli altri alla radio mentre vedevano anche loro quello che stava succedendo. Anche Ted appariva teso. Sebbene non sorpreso. Se non altro aveva l’aspetto di essersi aspettato una cosa del genere.

“Troppo tardi per fare marcia indietro,” disse Ted rallentando la Jeep. “C’è troppa gente dietro di noi. Pare che dovremmo usare le maniere forti.”

Fermò il veicolo e si girò verso Kevin. “Sembrano dell’esercito colombiano piuttosto che appartenenti ai cartelli, quindi dovrebbe andare tutto bene, ma se non fosse così, state qui e tenete la testa bassa. Capito?”

“Sì,” disse la madre di Kevin.

Ted guardò Kevin. “Capito?”

“Ok,” disse Kevin. Cosa pensava che lui potesse fare? “Ehm, non hanno intenzione di spararci, vero?”

“Probabilmente no,” disse Ted.

“Probabilmente no?” Non era molto rassicurante. Kevin avrebbe preferito un “decisamente no” o addirittura un “niente di cui preoccuparsi.”

Ted fece cenno con la testa verso il punto dove si trovava il professor Brewster che già si stava dirigendo davanti alla carovana. “Immagino che dipenda da chi lasceremo parlare.”

Saltò giù e Kevin poté vedere un gruppo di altre figure che pure passavano avanti, felici di essere di aiuto o solo intenzionati a mostrare la loro autorità, o magari semplicemente curiosi di vedere cosa stesse accadendo.

Fu certamente quello il motivo per cui anche lui iniziò a uscire dalla Jeep.

“Kevin,” disse sua madre. “Ted ci ha detto di restare nel veicolo.”

“Lo so, mamma,” le rispose, “ma non pensò che farà una grossa differenza se dovesse esserci uno scontro”

“Kevin!” ripeté sua madre mentre lui balzava a terra e iniziava a camminare. La sentì seguirlo, ma continuò ad avanzare. Non si sarebbe perso questa cosa.

Quando ebbe raggiunto il gruppo di uomini armati, stavano già discutendo in un tono che sembrava pericolosamente vicino alla violenza. Kevin aveva visto ragazzi a scuola andare ben oltre l’insultarsi a vicenda, per niente intenzionati a tornare sui propri passi per paura di apparire stupidi. C’era sempre la sensazione di non voler combattere, di avere paura e che tutta la faccenda fosse qualcosa di stupido, ma nonostante tutto andavano avanti. Kevin non si era mai aspettato di sentire degli adulti fare lo stesso, ma pareva che alcuni lo facessero.

“… E io vi sto dicendo, professore, che questo è territorio sovrano della Colombia,” stava dicendo un uomo, rivolto al professor Brewster. “Se questo aggeggio fosse caduto in territorio statunitense, mi sta dicendo che ci avrebbe permesso di portarlo via come state tentando di fare voi?”

“No, certo che no, generale,” rispose seccamente il professor Brewster. “Perché noi abbiamo le migliori strutture scientifiche del mondo.”

“State mettendo in dubbio la qualità del programma scientifico colombiano?” chiese il generale.

“Sto dicendo che non possedete un decimo delle risorse che abbiamo noi,” rispose il professor Brewster.

La cosa non parve fare colpo sull’altro uomo. Se non altro, parve solo scocciarlo.

“Quindi è questo, giusto? Gli Stati Uniti sono più grandi e più ricchi, e quindi dobbiamo tutti inchinarci a quello che vogliono?” Kevin lo vide scuotere la testa. “Abbiamo avuto abbastanza di tutto questo nel passato. Pensate che non riconosca qui alcuni degli uomini del passato?”

“Quando siamo stati invitati,” disse Ted avvicinandosi. “Generale Marquez, non l’ho sentita lamentarsi quando eravamo qui ad aiutare il vostro paese contro i cartelli.”

“E ora invece vi state servendo da soli,” rispose l’altro.

“Abbiamo preso contatti attraverso i canali diplomatici,” disse il professor Brewster. “Vi abbiamo detto che saremmo venuti.”

“Ma non avete aspettato un permesso,” disse il generale Marquez. Kevin aveva la sensazione che le cose stessero rapidamente precipitando, e lui si trovava nel mezzo di tutto questo, circondato da adulti che litigavano. Adulti che di certo non avrebbero ascoltato qualcuno come lui, e che sembravano determinati a discutere e gridare fino a che tutto non fosse scoppiato nella violenza.

“Se mi volete dare un minuto, signore,” disse Ted. “Sono certo di poter trovare al telefono il nostro presidente, per voi e per il vostro.”

“In modo che concordino che dovreste fare quello che volete per una qualche concessione minore, per una qualche vuota promessa?” chiese il generale. “Il nostro presidente è un brav’uomo, ma questa è una faccenda militare.”

“Pare che lo possa diventare,” disse Ted. La cosa strana per Kevin era che non alzò la voce, neanche nel mezzo di una situazione pericolosa come quella. Il professor Brewster stava sudando, e Kevin poteva sentire il suo nervosismo in crescita, ma sembrava che l’ex soldato fosse proprio… calmo.

Era un tipo pericoloso di calma, però, e la cosa preoccupava Kevin quasi quanto il resto.

“La metterò in termini semplici,” disse il generale Marquez. “L’oggetto che state trasportando appartiene al popolo colombiano. Ne prenderemo possesso. Se tenterete di fermarci, verrete arrestati e imprigionati. E ora fatevi indietro.”

Si mosse verso il primo furgone della carovana, ovviamente intenzionato a controllarlo per vedere se contenesse segni degli alieni.

“Non posso permettervi di toccare quel furgone, signore,” disse Ted, e ora in qualche modo aveva un’arma in mano, puntata direttamente contro il generale colombiano.

Tutt’a un tratto ci furono più pistole puntate di quante Kevin avesse mai potuto vederne in vita sua.

CAPITOLO QUINDICI

Kevin fece del suo meglio per non apparire spaventato mentre decine di armi erano puntate verso di lui. Non era facile. La maggior parte dei Colombiani sembravano mirare a Ted, ma dato che Kevin non si trovava tanto distante, la distinzione non faceva per lui poi tanta differenza. I soldati dalla loro parte, nel frattempo, avevano colto l’opportunità per sollevare le loro armi contro i Colombiani. Quella che era stata fino a poco fa una condizione unilaterale si era trasformata nel giro di pochi secondi in un pericoloso punto di stallo.

“Siete pur sempre in minoranza,” disse il generale Marquez. “Se sparate, morirete tutti.”

Ted scrollò le spalle. “Con rispetto, signore, lei sarà il primo a morire.”

Si spostò in modo che il generale fosse tra lui e gli altri Colombiani.

“Pensi che mi interessi?” chiese il generale Marquez. “Una cosa come questa è più importante di te, più importante di me, e resto ancora con una potenza superiore di attacco.”

“Allora è una buona cosa che abbia chiamato il supporto aereo,” disse Ted.

“Stai bleffando.”

Ma Kevin poté sentire il rumore di lame rotanti in lontananza, e parve che tutti le udissero. Avrebbe dovuto farlo sentire al sicuro, ma per quello che poteva vedere l’intera situazione diventava invece ancora più pericolosa. Questo aumentava solo il numero di persone che avrebbero potuto decidere di aprire il fuoco nel momento sbagliato.

Di fatto, un elicottero apparve da sopra gli alberi, spigoloso e dotato di punte come armi. Kevin si trovò a ripensare alla telefonata che Ted aveva fatto prima. Si era aspettato che succedesse, o almeno che capitasse una cosa del genere. Guardò in alto, poi riportò lo sguardo su tutti gli uomini con le pistole reciprocamente puntate. Altri pochi secondi e c’era la probabilità che ci fossero proiettili che volavano ovunque.

Quindi Kevin fece l’unica cosa che poteva e si portò davanti, fra Ted e il generale.

“Levati di mezzo, Kevin,” disse Ted.

“Dovresti spostarti,” confermò il generale Marquez.

Kevin scosse la testa. “No.”

“Kevin!” gridò suo madre più indietro, ma un paio di ricercatori la presero per un braccio e la trattennero. “Levati da lì!”

Kevin non si mosse. Spostava lo sguardo da Ted al generale colombiano, restando tra i due mentre sopra l’elicottero si librava in costante minaccia.

“Vi state entrambi comportando da idioti,” disse Kevin. Non era il modo in cui avrebbe dovuto parlare a degli adulti, e certo non ad adulti pesantemente armati come quelli, ma per quanto Kevin poteva vedere, quella era l’unica verità.

“Non sai cosa sta succedendo qui, Kevin,” disse Ted.

“Ha ragione,” confermò il generale Marquez. “Non capisci le implicazioni di questa cosa.”

Perché gli adulti pensavano sempre di essere gli unici a capire le cose? Perché pensavano che i ragazzi come Kevin fossero stupidi?

“Voi non volete che un gruppo di persone che vengono da fuori della Colombia entrino qui e prendano ciò che è vostro, o che vi dicano cosa fare,” disse Kevin, “perché pensate che sia come ammettere che sono meglio di voi. E Ted non vuole cedervi la capsula in parte perché pensa che abbiamo fatto noi la maggior parte del lavoro nel trovarla, e in parte perché ha degli ordini da seguire, e lui è il tipo di persona che li seguirebbe a qualsiasi costo. È tutto decisamente stupido.”

Ted piegò la testa di lato. “Kevin non ha tutti i torti. Io ho degli ordini da seguire.”

“E io non voglio vedere la Colombia insultata dagli Americani che si portano via questo oggetto,” disse il generale Marquez. “Avete già interferito fin troppo con il nostro paese.”

“Quindi vi state entrambi comportando da testardi,” disse Kevin. Non era una bella cosa parlare ai due adulti in quel modo, ma era proprio la verità, e comunque, se non lo avesse fatto, probabilmente tutti avrebbero prima o poi sparato. Sembrava un buon motivo per continuare su quella linea, quindi fece un cenno indicando gli scienziati. “Guardate tutti i diversi paesi che stanno lavorando insieme. Se lo possono fare loro, perché non voi?”

“Cosa suggerisci di fare?” chiese il generale Marquez.

Kevin almeno per quello aveva una risposta. “Avevamo intenzione di portare la capsula in un laboratorio della UN…”

“Il centro WHO,” precisò Ted.

“Quindi perché non farlo?” chiese Kevin. “Sembrerà come se tutto stesse accadendo perché è stato concesso, e voi potreste essere presenti quando apriremo la capsula. Tutti potrebbero vedere.”

“Comprese le telecamere,” disse Ted. Abbassò la pistola. “Ho sentito che state pensando di portarvi in politica, generale.”

Il generale rimase in silenzio per diversi secondi mentre considerava la cosa, e Kevin pensò che ora capisse parte della questione.

“Non vi farebbe apparire debole,” disse. “Farebbe sembrare le cose come se voi foste il responsabile di aver concesso questo al mondo. Questa cosa è stata inviata sulla Terra, non in un paese specifico. È per tutti. Non è qualcosa che qualcuno in particolare potrebbe dichiarare di possedere.”

Il generale Marquez ci pensò ancora un poco, poi annuì. “Molto bene.” Si rivolse ai suoi uomini in spagnolo, e tutti abbassarono le armi. “Vi accompagneremo al complesso della UN, e guarderemo questo oggetto che viene aperto. Sei stato molto coraggioso, ometto.”

Kevin si sentì arrossire per l’orgoglio a quelle parole, anche se un’occhiata al volto di sua madre gli fece capire i guai in cui si trovava per essersi messo in una situazione così pericolosa. Ted gli mise un braccio attorno alle spalle e lo riportò alla Jeep.

“Ben fatto,” disse, “ma non rifare mai più una cosa tanto stupida. Potevamo farci ammazzare tutti.”

Poteva succedere, ma non era successo. Meglio ancora, i furgoni si rimisero in moto nella loro carovana e si diressero verso il luogo dove avrebbero finalmente scoperto cos’avevano inviato gli alieni sulla Terra dal loro mondo.

“Stiamo andando ad aprire la capsula,” disse Kevin. Non poteva celare l’eccitazione nella voce.

“Sì,” disse Ted, e per una volta parve entusiasta almeno quanto Kevin. “Stiamo per vedere cosa ci hanno mandato gli alieni.”

CAPITOLO SEDICI

Kevin tenne gli occhi fissi sul furgone che conteneva la capsula per tutta la strada fino a Bogotá. Aveva quasi la sensazione che se avesse distolto lo sguardo anche solo un momento, uno dei diversi gruppi con cui avevano tanto discusso avrebbe tentato di portarla via.

“Non scomparirà,” disse Ted. “Hai fatto un buon lavoro convincendo tutti a lavorare insieme a questa cosa, Kevin.”

Kevin voleva crederci, ma la capsula era quasi venuta fuori dal nulla, no? Perché non avrebbe potuto trovare un modo di scomparire di nuovo? Perché non era possibile che si potessero trovare a fissare uno spazio vuoto, proprio mentre speravano di venire a sapere tutti i segreti che gli alieni avevano preparato per loro?

“Andrà tutto bene, Kevin,” disse sua madre mettendogli una mano sulla spalla. “Hai già fatto la parte difficile.”

Kevin capiva questo, ma lo stesso guardava il furgone. Non era solo la volontà di accertarsi che non succedesse nulla. Era più la promessa, e il bisogno di aspettare. Era come aspettare la mattina di Natale e una visita dal dottore, tutto mescolato insieme. Non distolse lo sguardo fino a che non vide Bogotá comparire poco avanti.

“La struttura della UN è solo poco più avanti,” disse Ted.

L’edificio davanti a loro sembrava cinquant’anni più moderno della maggior parte delle costruzioni lì attorno, costruito in vetro e acciaio, mentre le case che lo circondavano sembravano per lo più pittoresche e antiche. C’era un complesso lì attorno, completo di soldati con elmetti blu. Non fecero nessuna mossa per fermare la carovana mentre avanzava verso il complesso, e Kevin immaginò che la gente con loro avesse già chiamato per avvisare del loro arrivo.

Questo significava che non potevano scegliere di portare la capsula all’interno di soppiatto. Lo staff della UN era già pronto e guardava il convoglio che entrava, mentre Kevin poteva vedere quelli che sembravano dei giornalisti bloccati dietro a una barriera, a malapena trattenuti dalla presenza dei soldati. Puntavano macchine fotografiche e i flash scattavano in sequenza ininterrotta mentre la carovana si fermava. Kevin osò fare un sospiro di sollievo. Ce l’avevano fatta ad arrivare lì. Avevano la capsula.

Guardò un gruppo di forzuti ricercatori portarla dentro, ricoperta da una coperta in modo che le macchine fotografiche non vedessero troppo.

“Vorrei che non dovessero nasconderla così,” disse Kevin.

Ted guardò dalla capsula alle macchine fotografiche. “Qualcosa mi dice che non saranno capaci di farlo per molto. Vieni, entriamo.”

Kevin saltò giù dalla Jeep e poi partì insieme a Ted, sua madre e tutti gli altri, entrando nel complesso della UN. Non fu sorpreso di trovare altri giornalisti che avevano ovviamente deciso di rinunciare alla possibilità di una prima fotografia, per trovarsi in una posizione migliore per gridare domande non appena tutti fossero entrati.

“È vero?” gridò uno. “Avete trovato una navicella aliena?”

Il professor Brewster pensò fosse ovvio che dovesse rispondere lui, e si fece avanti per farlo. “Salve. Sono il professor David Brewster della NASA. Abbiamo trovato una cosa nella foresta pluviale, ma per il momento non siamo in grado di dire esattamente cosa sia. I miei collaboratori non risponderanno a nessuna domanda al momento, ma ci sarà a breve una conferenza stampa, dove esamineremo pubblicamente l’oggetto che abbiamo trovato.”

La stampa continuò a sparare domande dalla sua parte, ma il professor Brewster li ignorò, camminando verso l’edificio principale del complesso. Kevin e gli altri si affrettarono a raggiungerlo.

“Stiamo davvero andando dritti verso una conferenza stampa?” chiese la dottoressa Levin. A Kevin non pareva scontenta della cosa, piuttosto sorpresa.

“Le cose sono andate avanti piuttosto rapidamente,” disse il professor Brewster. “Le discussioni su chi debba lavorare sulla roccia sono calate nel silenzio… vocale.”

Kevin aveva sperato che dopo tutto quello che era successo in strada, gli scienziati potessero essere capaci di andare d’accordo più facilmente.

“Si è deciso che l’unico modo per evitare ulteriori questioni sia di gestire la situazione. Ci sarà una conferenza stampa per annunciarla, e dato che molti dei miei colleghi stanno spingendo per farlo, cercheremo di tagliare la roccia per capirne il contenuto.”

“La aprirete davvero?” chiese Kevin. Non era stato certo che l’avrebbero fatto o meno.

“In condizioni severamente controllate,” disse il professor Brewster. “Non possiamo rischiare una potenziale contaminazione, né della roccia né dell’ambiente circostante. La stanza nella quale eseguiremo l’apertura sarà uno spazio sigillato.”

Andò avanti per organizzare la cosa, e Kevin poté sentire la sua eccitazione che saliva.

“La stanno davvero per aprire,” disse con un sorriso. Era una figata.

“E noi ne saremo parte,” disse la dottoressa Levin.

“Avranno bisogno di Kevin come parte della conferenza stampa?” chiese la madre di Kevin.

“Probabilmente,” disse la dottoressa Levin. “Merita di esserlo, non pensa?”

La madre di Kevin annuì. “Sì. Dopo tutto questo, sì.”

***

La stanza per la conferenza stampa era una grande sala conferenze, ovviamente progettata per contenere grossi numeri di persone. Lo stesso sembrava affollata quando Kevin vi entrò, così zeppa di giornalisti e ricercatori che era quasi impossibile passarci attraverso. Su una parete era stato sistemato uno schermo che mostrava un laboratorio dalle pareti bianche dove la capsula era stata adagiata su un tavolo di metallo, circondato da tre ricercatori. Indossavano dei camici bianchi in plastica che Kevin immaginò servissero ad evitare che contaminassero la capsula. Indossavano anche delle maschere in volto, e degli occhialini.

Davanti alla sala conferenza si trovava un lungo tavolo con una varietà di uomini e donne dall’aspetto serio seduti al loro posto. Kevin riconobbe alcuni di loro dalla spedizione, e il generale Marquez si trovava al centro. Kevin, la dottoressa Levin e il professor Brewster si unirono a loro.

“Grazie a tutti per essere venuti,” disse il professor Brewster. “Come probabilmente ormai sapete, siamo recentemente tornati da una spedizione scientifica nella foresta pluviale colombiana. Durante questa spedizione, abbiamo localizzato l’oggetto che potete vedere.”

“Che cos’è?” chiese un giornalista.

“Da dove viene?” domandò un altro.

Il professor Brewster fece una pausa prima di rispondere. Kevin si chiese come dovesse essere per lui, dover dire qualcosa che suonava impossibile, anche se sapeva che era vero.

“Abbiamo motivo di credere che questa roccia sia una capsula inviata da una civiltà aliena,” disse il professor Brewster.

Si levarono dei sussulti nella stanza, e tutti i giornalisti iniziarono all’istante a fare domande. Il professor Brewster alzò le mani per avere il silenzio.

“Ormai sarete consapevoli che la NASA ha ricevuto delle comunicazioni da una civiltà aliena,” disse. “Queste sono state decodificate da Kevin McKenzie, e sulla base delle traduzioni, siamo stati in grado di localizzare… l’oggetto.”

Fece un cenno a Kevin e quasi istantaneamente il ragazzo si trovò accecato dai flash di decine di macchine fotografiche.

“Con la collaborazione del governo colombiano e di un team internazionale di scienziati.” Proseguì il professor Brewster, “abbiamo recuperato l’oggetto e l’abbiamo portato qui.”

Fece apparire la cosa come se fosse stata molto più pacifica che nella realtà, ma Kevin immaginava che quella fosse la storia che tutti volevano raccontare, del loro lavoro insieme e dall’aiuto reciproco. Non sembrava una brutta storia, se effettivamente poteva incoraggiare la gente a farlo una seconda volta.

“Eseguiremo dei test preliminari sull’oggetto,” disse il professor Brewster. “E a seconda dei risultati, ovviamente, apriremo la capsula in linea con i messaggi che abbiamo ricevuto.”

Di nuovo un brusio di eccitazione percorse la stanza. Uno di certo scorse lungo la schiena di Kevin. Tutte queste chiacchiere erano frustranti ora. Lui voleva arrivare al punto dove avrebbero affettivamente aperto la capsula e visto ciò che c’era all’interno. Cercò di immaginare cosa potesse esserci, ma la verità era che era impossibile immaginarlo. Poteva esserci qualsiasi cosa, da informazioni codificate in un supercomputer nascosto a fiale di materiale vivente… qualsiasi cosa.

“Kevin,” gridò uno dei giornalisti. “Cosa pensi che significhi tutto questo? Continuerai a ricevere messaggi? Che impatto pensi che avrà sull’umanità?”

“Non lo so,” rispose Kevin. “Immagino… immagino che mi piacerebbe che questo fosse una sorta di inizio per la gente. Se sappiamo che là fuori ci sono gli alieni, immagino che dovremo pensare a chi siamo noi.”

Ci sarebbero stati talmente tanti cambiamenti nel mondo, e la parte più triste era che lui probabilmente non avrebbe assistito alla maggior parte di essi. Neanche quel pensiero poteva spingere da parte l’eccitazione. Voleva vedere cosa c’era dentro alla roccia. E pensava che fosse il desiderio di tutti, a quel punto.

“Se non ci sono altre domande,” disse il professor Brewster,” inizieremo con l’esecuzione dei test.”

Fece segno agli scienziati sullo schermo, che iniziarono a lavorare con strumenti di cui Kevin non conosceva i nomi. Kevin si trovò a trattenere il fiato mentre operavano.

“I raggi X sembrano inconcludenti,” disse uno degli scienziati. “Potrebbe essere solido, ma è difficile dire come dovrebbe essere un normale risultato su un oggetto come questo.”

“La spettrometria suggerisce una composizione coerente con un’origine ultra terrestre,” disse un altro. “Similmente a diverse composizioni meteoritiche contenute nel nostro database.”

Kevin sentì le speranze crescere, mentre un altro rumoroso brusio serpeggiò per la stanza. Sembrava che i giornalisti volessero scoprire quanto lui cosa ci fosse dentro alla capsula. Kevin non poteva immaginare nessuno che lo potesse volere più di lui.

“Considerati i dati preliminari,” chiese il professor Brewster agli scienziati sullo schermo, “ci sono motivi per cui non dovremmo tentare di aprire l’oggetto?”

A Kevin sembrava che stesse tentando di avere un tono il più possibile calmo e autoritario. Kevin per lo più voleva solo che si sbrigassero. Non era sicuro di quanto ancora sarebbe stato capace di starsene seduto lì ad aspettare che facessero la cosa che tutti sapevano di voler fare.

“Non ci sono ovvi pericoli,” disse lo scienziato dall’altra parte del collegamento video. “La struttura della roccia pare sufficientemente forte da sopravvivere al procedimento e sono state predisposte le opportune precauzioni di sicurezza.”

Sembrava un modo piuttosto articolato di dire che potevano farlo, secondo Kevin, ma la cosa più importante era che lo stessero dicendo.

“Molto bene,” disse il professor Brewster. “Iniziate a tagliare l’oggetto.”

Fece cenno agli scienziati sullo schermo, e tutti si piegarono sulla roccia, boccandola sul tavolo in modo da poterci lavorare sopra. Uno tornò con una sega elettrica che sembrava troppo grande perché una sola persona la manovrasse. Sembrava quel genere di strumento in grado di tagliare indistintamente e con facilità metallo o cemento.

Kevin quasi si aspettava che rimbalzasse contro la superficie della roccia, nonostante tutto. Pensava che una capsula aliena tanto dura da poter attraversare lo spazio dal sistema Trappist 1 fino a lì dovesse essere tanto resistente da non lasciarsi scalfire da una sega.

La sega affondò in denti nella roccia, però, facendo volare in aria polvere e scintille man mano che penetrava.

“Stiamo sperimentando una certa resistenza,” disse uno dei ricercatori. “Dovremmo forse passare a una lama più pesante.”

Continuarono a lavorare, prima facendo un’incisione attorno alla roccia, come se si aspettassero che così facendo si aprisse come un uovo di Pasqua, poi spingendo dentro con la sega vedendo che non accadeva niente. Continuarono fino a che la polvere quasi riempiva totalmente lo schermo, schiarendosi lentamente solo dopo, e mostrando le due metà della capsula nettamente separate.

Kevin fissò l’immagine e ipotizzò che tutti nella stanza e in giro per il mondo stesse facendo lo stesso, cercando di capire. Guardò fino a che gli bruciarono gli occhi, cercando di cogliere i dettagli che gli avrebbero spiegato cosa gli alieni avevano loro inviato. Cosa c’era dentro alla capsula? Cosa c’era stato di così importante da doverlo mandare ad anni luce di distanza, in un mondo completamente diverso?

Guardò prima speranzoso, poi incredulo.

Quello che stava vedendo semplicemente non aveva alcun senso.

CAPITOLO DICIASSETTE

Attorno alla stanza Kevin poteva sentire il mormorio degli scienziati e dei giornalisti man mano che iniziavano a rendersi conto di ciò che anche lui aveva capito.

L’interno della “capsula” era solo una superficie rocciosa piena e solida. Non c’era nessuno spazio vuoto, nessun segno di avanzata tecnologia. La roccia che gli scienziati avevano tagliato era… beh, era una roccia.

All’improvviso ci fu un boato, con un centinaio di giornalisti che gridavano domande contemporaneamente. Sullo schermo gli scienziati avevano un’espressione scioccata, e stavano fermi come se non avessero idea di cosa fare adesso.

“Come volete che procediamo, professor Brewster?” chiese uno di loro. “Professor Brewster?”

L’uomo non rispose. Da quello che Kevin poteva vedere, era troppo impegnato a restare lì con il volto rosso, non sapendo come reagire.

“Professor Brewster, cosa sta succedendo?” esclamò un giornalista tra gli altri.

“È uno scherzo o qualcosa del genere?” riuscì a gridare un altro.

“Perché la roccia è vuota?” urlò un terzo.

Kevin poteva vedere il professor Brewster che si guardava attorno come se ci fosse qualcuno capace di dargli tutte quelle risposte.

“Io… non…” disse il professor. Scosse la testa. “Mi spiace, ma c’è stato un qualche genere di errore…”

***

Kevin non era mai stato così deluso come si sentiva sul volo che lo stava riportando a San Francisco insieme agli altri. Si stavano ridirigendo verso l’istituto, perché avevano attrezzature da riportare indietro, e perché il professor Brewster aveva detto qualcosa riguardo a un appropriato resoconto che doveva fare lì. Parte di Kevin, però, gli faceva solo sentire l’impulso di correre a casa a nascondersi.

Rimaneva seduto lì, sperando di provare la sensazione che veniva prima di un segnale, sperando che ci sarebbe stata una qualche risposta, una spiegazione. Ma non c’era nulla. Non c’era da così tanto, che era difficile ricordare che i segnali fossero stati reali, che non fossero stati solo un frutto della sua immaginazione. Si chiuse in se stesso, non sicuro di cosa pensare, o di cosa fare adesso.

Forse erano le cuffie, ma nessuno si preoccupava per lui lì. Sua madre gli stava seduta accanto sull’aeroplano. Tutti gli altri sembravano tenere le distanze, anche la gente come Phil, Ted e la dottoressa Levin, come se qualcuno li avesse avvisati di non avvicinarsi troppo, dicendo loro che si sarebbero fatti male ora, per associazione con il fallimento di Kevin.

Era stato un suo fallimento. Era stato lui a decodificare i segnali. Era stato lui a portarli in Sud America, e poi a scorgere il punto in cui si trovava il meteorite all’interno del laghetto. Qualcosa era andato storto da qualche parte, e Kevin non poteva fare a meno di sentirsi come se fosse stato lui a sbagliare tutto.

“Non incolparti,” insisteva sua madre, ovviamente immaginando cosa Kevin stesse pensando. “Non potevi sapere che sarebbe andata a finire così. Forse avremmo dovuto essere tutti più attenti nel seguire questa cosa.”

Sembrava quasi che sua madre si stesse biasimando prima di tutto per aver portato Kevin al SETI. Forse stava pensando che avrebbe dovuto essere più severa al riguardo.

“Non so cosa sia andato storto, mamma,” disse Kevin. “Voglio dire, ho sentito i segnali. E abbiamo trovato la capsula proprio dove dicevano che sarebbe stata.”

“Abbiamo trovato qualcosa,” lo corresse sua madre con gentilezza. “Magari eravamo tutto così contenti di averla trovata che abbiamo dato per scontato di sapere cosa fosse. Ci siamo tutti convinti.”

Eccetto per il fatto che era stato Kevin a convincere tutti. Perché era stato lui a sentire i segnali. Erano stati reali. Erano passati attraverso l’attrezzatura di ascolto dell’istituto. Tutti li avevano sentiti. Altrimenti, perché la capsula sarebbe stata dove l’avevano trovata?

“Cosa succederà alla capsula adesso?” chiese Kevin.

“Non lo so, rispose sua madre. “Penso di aver visto che la caricavano sull’aereo. Immagino che a nessuno interessi chi la possiede adesso che è solo una roccia. Adesso non ha importanza, però. La cosa importante è che ti riportiamo a casa sano e salvo.”

Qualcosa nel modo in cui lo disse suggerì a Kevin che sua madre fosse preoccupata di non essere capace di farlo. Aveva il tono di chi si aspetta dei problemi, e Kevin non riusciva a capire il perché.

Lo capì quando furono atterrati, però, quando uscì dall’aeroplano e si portò poi nell’area degli arrivi. Non appena furono lì, un muro di voci lo colpì, con flash di macchine fotografiche che scattavano ovunque.

“Perché l’hai fatto, Kevin?” chiese un giornalista.

“Dicci che non è una bufala!” gridò un uomo lì vicino.

“Credevamo in te!”

C’erano giornalisti, ma anche altre persone, alcuni con dei cartelli, altri che si limitavano a gridare. Nessuno sembrava felice di vedere Kevin lì. Si raggrupparono attorno agli scienziati, avvicinandosi mentre iniziavano a scaricare l’attrezzatura. Il meteorite era lì dentro da qualche parte. Ora che non c’era alcun segno di alieni, a nessuno importava che lo riportassero nella struttura della NASA.

“È giusto che il pubblico paghi per tutto questo quando voi ve ne andate in Colombia a caccia di pietre?” gridò un giornalista. “Non pensate che sia uno spreco di denaro che potrebbe essere investito in scuole o nell’esercito?”

La gente avanzava, sempre gridando domande, e per un momento o due Kevin li trovò a spingere da ogni lato. Perse di vista sua madre nell’impatto, e poi fu solo come se stesse annegando nei flash degli scatti, le domande che lo assalivano a una tale velocità da essere quasi assordanti.

“Perché hai mentito, Kevin?”

“È stato solo per attirare attenzioni?”

“È stato tutto per la tua malattia?”

Kevin restava a testa bassa, non sapendo cosa dire. Cercò un modo per passare in mezzo alla calca, ma ovunque guardasse c’erano persone che lo guardavano con espressioni accusatorie. Alcuni tentarono di afferrarlo, non i giornalisti, che si accontentarono di fare fotografie mentre la gente con i cartelli usava le mani.

“Imbroglione! Bugiardo!”

Kevin si rannicchiò ancora di più e si sentì come se da un momento all’altro potesse cadere a terra sotto al peso di tutta quella gente, spinto giù solo dal numero di persone che lo circondavano. Un’altra mano si strinse attorno al suo braccio, ma questa lo tenne stretto, tirandolo attraverso la folla. Kevin vide che c’era Ted che cercava di tenere indietro chiunque si avvicinasse troppo, una mano sollevata per schermarsi dai flash delle fotocamere.

“Vai avanti!” gridò nonostante il rumore. “C’è un’auto che aspetta fuori!”

Kevin fece del suo meglio, senza fermarsi mentre Ted disegnava un passaggio attraverso i giornalisti, come qualcuno che si faccia strada in mezzo alla neve alta. Kevin si affrettava a riempire quello spazio prima che si richiudesse, seguendolo mentre entrambi si sforzavano di avanzare verso l’ingresso principale dell’aeroporto.

“Qua fuori!” disse Ted indicando il punto in cui si trovava in attesa un piccolo pulmino, la madre di Kevin e mezza dozzina di scienziati già a bordo. Ci fu un breve momento in cui si creò uno spazio, e Kevin corse verso il veicolo, balzando dentro accanto a sua madre. Lei lo strinse tra le braccia, come se avesse paura che potesse scomparire se l’avesse lasciato andare. Per una volta Kevin non si lamentò.

Ted guidò, inserendosi in una carovana di veicoli che sembrava in tensione, in qualche modo, come quella che aveva attraversato la foresta pluviale. Kevin vide delle auto avvicinarsi, i finestrini che si abbassavano per rivelare altre macchine fotografiche, ma Ted continuò a guidare.

Parve volerci un’eternità per raggiungere la struttura della NASA. Le folle che l’avevano circondata prima erano ancora lì, ma ora non erano curiosi, bensì arrabbiati. Kevin li poteva sentire gridare mentre entravano con l’auto, e quando Ted si fermò davanti alle porte dell’istituto, Kevin corse dentro senza esitazioni. Non tentò neanche di parlare con loro, di spiegare. Non era certo di avere una spiegazione. Invece corse diretto fino alla sua stanza nell’edificio. Ignorò sua madre che lo seguiva, sedendosi lì nella speranza che in qualche modo avrebbe trovato il senso a tutto questo.

Quando vide che non poteva trovarlo, andò in uno dei saloni ricreativi e usò uno dei computer lì presenti per chiamare l’unica persona che potesse capire ciò che gli stava accadendo.

Luna si mostrò preoccupata quando Kevin la chiamò, e lui poteva capire il perché.

“Hai visto la TV,” le disse.

“Penso che tutti abbiano visto la TV,” rispose lei. “Non capisco. Pensavo che dovesse esserci qualcosa di speciale… non so, roba aliena.”

“Lo pensavo pure io,” disse Kevin. “Ora… sono sicuro di aver sentito correttamente i segnali.”

“Non cominciare,” disse Luna con voce ferma. “Non iniziare a mettere in dubbio tutto questo. Ero lì pure io quando hai visto i numeri, ricordi? So che è vero.”

Era bello sentire che qualcuno gli credeva, Luna in particolare. C’era qualcosa di rassicurante e consistente nella convinzione di Luna. Era del genere su cui la gente avrebbe potuto fare affidamento, qualcosa di fermo e forte di cui Kevin aveva bisogno adesso.

“Magari non avrai voglia di tornare a casa tua in questo momento,” gli disse. “Sai che ci sono stati giornalisti da quelle parti fin da quando è iniziata questa cosa.”

Kevin annuì.

“Bene, ora ce ne sono praticamente il doppio, più un mucchio di altra gente che non sembra particolarmente contenta. È come un’orda, o qualcosa del genere.”

“È perché ho dato loro un sogno,” disse Kevin. “E ora pensano che abbia mentito loro.”

“Beh, non dovrebbero dare la colpa a te,” disse Luna. “Voglio dire, stavo guardando quella trasmissione. Quel professor Brewster stesso ha detto che la roccia veniva dallo spazio.”

Però non era abbastanza, giusto?

“Non penso che questo migliorerà le cose,” disse Kevin. “Diranno che era solo un normale meteorite a caso. Ce ne sono un sacco.”

In effetti sospettava che avrebbe peggiorato le cose, perché se c’era una persona che non amava fare la figura dello stupido, era…

“Kevin,” lo chiamò sua madre dalla porta. Era lì con Phil. “Devi venire con noi. Il professor Brewster vuole parlare con te e me.”

Kevin deglutì, perché assomigliava molto a quando il preside voleva parlare con qualcuno a scuola.

“Pare che debba andare,” disse a Luna.

“Ok,” rispose lei. “Ricorda solo che non è colpa tua.”

Kevin cercò di ricordarselo mentre attraversava la struttura insieme a sua madre e Phil. Generalmente il ricercatore avrebbe fatto battute di continuo, ma ora aveva un’espressione seria, e non disse quasi nulla, limitandosi ad aprire le porte davanti a loro quando doveva. Quando arrivarono all’ufficio del professor Brewster, Phil non disse nulla, si girò e se ne andò.

“Che roba è?” chiese Kevin a sua madre.

“Penso che molte persone siano rimaste male vedendo tutta quella gente arrabbiata con loro,” disse. “Credevano tutti che avrebbero trovato gli alieni e… non è andata così, Kevin.” Gli prese la mano. Devi essere preparato. Io… non penso che sarà un incontro piacevole.”

Entrarono nello studio del professor Brewster. Li stava aspettando, seduto dietro alla sua scrivania, con aspetto formale, quasi autoritario. Non salutò quando entrarono, ma fece solo cenno a Kevin e a sua madre di sedersi nelle due sedie davanti alla scrivania.

“Kevin,” disse, “signora McKenzie, dobbiamo parlare.” Fece una pausa, guardando Kevin come se stesse tentando di vedergli dentro. “Kevin, devo chiederti questa cosa: ti sei inventato tutto?”

“Come osa chiedere a mio figlio una cosa del genere?” chiese sua madre quasi alzandosi dalla sedia. “Kevin non è un bugiardo.”

“La prego di sedersi, signora McKenzie,” disse il professor Brewster. “Kevin, te lo sei inventato?”

Kevin non poteva credere che glielo stesse chiedendo.

“No,” disse, scuotendo la testa.

“Ne sei sicuro?”

“È ingiusto,” disse la madre di Kevin. “Non ha alcun diritto di chiederlo.”

Il professor Brewster incrociò le dita. “Data la quantità di soldi che il governo ha messo in questo progetto, non solo ho il diritto di chiederlo, ma ne ho il dovere. Kevin?”

“Ha sentito anche lei i segnali,” disse Kevin. “Non li ho inventati!”

“Ho sentito dei segnali, sì,” disse il professor Brewster. “Ma tu eri il solo che potesse ‘tradurli’, e lo spazio è pieno di stranezze elettromagnetiche.”

“Non me lo sono inventato,” disse Kevin. “Vi ho dato i numeri per le coordinate. Vi ho dato informazioni su pianeti che nessun altro conosceva.”

“Che avresti potuto memorizzare,” disse il professor Brewster. Guardò la madre di Kevin. “Magari eravate d’accordo.”

“Mi sta accusando di qualcosa?” ribatté seccamente la madre di Kevin.

“Sto solo annotando le possibilità,” disse il professor Brewster. Sospirò. “Come stanno facendo molte altre persone. La verità è che siete venuti da noi e vi abbiamo dato un sacco di risorse, e non avremmo dovuto farlo. Vi abbiamo fornito assistenza sanitaria, esami… e ora c’è gente importante che continua a chiamarmi per chiedermi se sia stato tutto uno scherzo.”

“Non lo è stato,” insistette Kevin. Perché la gente adesso non gli credeva?

“Allora perché non c’era nient’altro che roccia quando abbiamo tagliato quella tua ‘capsula’?” chiese il professor Brewster.

“Io… io non lo so,” ammise Kevin. Avrebbe dovuto esserci di più. Non capiva. “Avete detto voi che veniva dallo spazio.”

Vide il professor Brewster sussultare. “Non ricordarmelo. Mi sono giocato la mia reputazione nel darti supporto, Kevin. Mi sono confrontato con la gente e ho detto loro che era reale. Ma ci sono molte rocce che vengono dallo spazio. In qualsiasi momento la Terra viene colpita da frammenti che provengono dallo spazio. Ci sono cacciatori di meteoriti che le vendono su Internet. Il fatto è che questa non conteneva nessuna prova della vita aliena che tu avevi promesso.”

Kevin tentò di ricordare quello che aveva detto Luna. “Non è colpa mia.”

Il professor Brewster posò le mani sulla superficie del tavolo, scuotendo la testa. “La verità è che a questo punto non ha importanza,” gli disse. “Il fatto è che la tua presenza qui è diventata tossica per la struttura. Ci sono persone potenti che si aspettavano dei risultati da noi, e non siamo stati capaci di fornirglieli. Ho ricevuto chiamate che suggeriscono che i nostri fondi vengano tagliati se non interromperemo subito alcun legame con te.”

Kevin tentò di capire il senso di tutto questo. “Mi… mi state mandando via?”

Il volto del professor Brewster era durissimo. “Non so se tu abbia inventato tutto questo o no, ma dico questo: l’FBI sta già investigando per stabilire se tu e tua madre abbiate commesso o meno dei crimini per mezzo delle vostre azioni qui. La cosa migliore che potete fare adesso è andarvene, tutti e due. Non porterete niente con voi, e riceverete a tempo dovuto il conto dei servizi medici ricevuti.”

“Andiamo, Kevin,” disse sua madre. “Ce ne andiamo”

Riuscì a farla suonare come una cosa che stavano scegliendo insieme, piuttosto che un ordine appena ricevuto. Marciava arrabbiata lungo i corridoi che conducevano all’uscita, e se Kevin non fosse riuscito a vedere le lacrime che aveva agli angoli degli occhi, avrebbe potuto credere che fosse veramente furiosa, e per niente ferita.

Passarono accanto alla dottoressa Levin, che quasi si girò per evitarli. Kevin le si fermò davanti, sperando che lei fosse in grado di poter elaborare tutta questa situazione.

“Dottoressa Levin,” iniziò.

La direttrice del SETI non gli lasciò il tempo di finire. “Mi spiace Kevin. Ho sentito quello che è successo.”

“Lei potrebbe parlare con il professor Brewster,” le disse.

La dottoressa Levin scosse la testa. “Non penso che David mi ascolterebbe in questo momento. Ho perso un sacco di credibilità qua attorno, portandoti da loro.”

“Ma io non sto inventando niente,” insistette Kevin.

La dottoressa Levin sospirò. “So che credi questo, Kevin,” disse. “È solo che… forse avrei dovuto controllare le cose con maggiore attenzione. Magari hai scoperto queste cose in altri modi, e non te ne sei neanche reso conto.”

“Non è così,” insistette Kevin.

Sua madre lo prese per un braccio. “Vieni Kevin. Abbiamo finito qui. Andiamo a casa.”

Lo allontanò dalla dottoressa Levin, e quando Kevin si guardò alle spalle, la dottoressa non lo guardava più. I due continuarono a procedere verso l’uscita, in mezzo al rumore delle domande che venivano gridate da ogni angolo.

Con sorpresa di Kevin, c’era Ted ad aspettarli lì, in piedi vicino all’auto della madre di Kevin. Doveva averla portata lì per loro.

“Sei qui anche tu per mettere in dubbio l’onestà di mio figlio?” chiese la madre di Kevin, portandosi tra lui e Ted.

Con sorpresa di Kevin, o forse no, Ted scosse la testa. “Niente del genere. Volevo solo parlare con lui.”

La madre di Kevin non sembrava sicura, ma Kevin le mise una mano sul braccio.

“Va tutto bene, mamma,” le disse. “Mi fido di Ted.”

Si era fidato anche di una sacco di scienziati, però. Guardò Ted.

“Non mi sono inventato questa cosa,” gli disse.

“Non ho mai detto che tu l’abbia fatto,” rispose Ted. “La gente cambia ciò che pensa vada bene per loro. Restano delusi perché le cose non funzionano e cercano un capro espiatorio. Iniziano a pensare che prove che hanno visto con i loro stessi occhi siano una scherzo.”

Gli porse la mano e Kevin la strinse. “Grazie, Ted.”

“Stammi bene,” disse Ted. “E… cerca di non permettere alle cose che diranno di colpirti troppo, ok?”

“Ok,” promise Kevin.

Non vedeva come poterlo evitare, però. Aveva promesso al mondo gli alieni e aveva fallito.

Aveva fallito.

Era un imbroglione, dopotutto? Si era inconsciamente immaginato tutto?

CAPITOLO DICIOTTO

C’erano giornalisti attorno alla casa di Kevin quando arrivarono. Giornalisti e gente in protesta e addirittura un po’ di poliziotti, ovviamente lì con il compito di mantenere l’ordine. Kevin tenne la testa bassa seduto al posto del passeggero nell’auto di sua madre, sperando che nessuno lo vedesse, ma non c’era veramente molto da sperare al riguardo. Nel momento in cui videro l’auto entrare, la massa di gente la circondò e la macchina venne praticamente fatta luccicare dai flash delle macchine fotografiche.

“Quando ti apro la portiera, non ti fermare,” disse sua madre. Uscì e Kevin si preparò.

Sua madre aprì la portiera dal suo lato e gli mise un braccio protettivo attorno alle spalle anche se lui era più alto di lei.

“State indietro!” gridò ai presenti. “Fuori dalla mia proprietà.”

I giornalisti arretrarono un poco, ma la calca di gente non si sciolse. Kevin rimase stretto a sua madre mentre spingevano per passare. I poliziotti gridavano alla gente di stare indietro, ma non fecero niente per andare ad aiutarli concretamente. Kevin aveva la sensazione che fossero probabilmente irritati come tutti gli altri per quello che era successo. Quanti di loro avevano creduto che avrebbero parlato direttamente con gli alieni? Quanti di loro ora lo odiavano perché la capsula non si era rivelata quello che si aspettavano?

Lui e sua madre avanzarono comunque, spingendo di lato la gente che li afferrava e pretendendo risposte a domande per cui Kevin non aveva niente da dire.

“Perché non c’erano gli alieni?”

“Perché hai fatto tutto questo?”

“Sai a quanti danni hai fatto alla gente?”

Kevin vide sua madre girarsi furiosa verso di loro e cercò di tirarla indietro, ma era troppo tardi per fare qualsiasi cosa.

“Lasciate stare mio figlio!” gridò. “Non ha fatto niente di male. È malato!”

Si fecero strada in casa, chiudendo la porta dietro di loro. Kevin vide sua madre serrarla a doppia mandata come avrebbe potuto fare se avesse pensato che la gente potesse tentare di fare irruzione all’interno. Attraversò la casa e tirò le tende, bloccando i flash dei fotografi insieme alla luce dall’esterno.

Kevin andò alla TV e la accese. C’era il notiziario, con immagini della loro casa dall’esterno, e un breve video con sua madre, dove appariva una matta mentre spingeva indietro i giornalisti.

“Lasciate stare mio figlio! Non ha fatto niente di male. È malato!”

Le parole Un’ammissione della bufala? ruotavano sullo sfondo dello schermo, in una domanda che riusciva ad essere accusatoria senza accusare direttamente. Facevano apparire la cosa come se la madre di Kevin stesse tentando di scusarlo per aver fatto qualcosa di sbagliato, piuttosto che ergersi in sua difesa come effettivamente aveva fatto.

L’aveva fatto, vero?

“Dovresti spegnere quella roba,” gli disse. Gli passò vicino e lo fece lei, e lo schermo ridivenne nero. “Non ti farà alcun bene stare a guardarli mentre dicono tutte queste cose di te.”

“Mamma,” disse Kevin, “quello che stanno dicendo… fanno sembrare la cosa come se neanche tu mi credessi veramente. Come se pensassi che mi sto inventando le cose perché sono malato.”

Sua madre non rispose per un momento o due.

“Lo pensi davvero,” disse Kevin. Non poteva crederci. Aveva pensato che sua madre, tra tutta la gente, gli avrebbe creduto a questo punto.

“Non so cosa pensare, Kevin,” disse sua madre. Sembrava così stanca in quel momento. “So che credi a tutto questo.”

“Abbiamo trovato il segnale,” insistette Kevin. “Mi hai difeso con il professor Brewster.”

“Sei mio figlio,” disse sua madre. “Non permetterei mai a nessuno di dire qualcosa di male su di te, qualsiasi cosa accada. Che sia vero o no… non lo so. Ne ero convinta, ma tutta la cosa della roccia…”

Kevin provò un senso di nausea. Gli pareva che le cose fossero tornate al momento in cui sua madre lo aveva portato al SETI la prima volta, facendolo solo perché pensava che fosse qualcosa che Kevin doveva fare. Lui non voleva che lei facesse delle cose perché era sua madre e sentiva di doverlo fare. Voleva che gli credesse.

“Alla fine se ne andranno,” gli disse. “Si dimenticheranno tutto questo. Possiamo andare avanti con le nostre vite senza di loro, senza gli alieni, senza niente di tutto questo.”

Pareva che stesse tentando di rassicurare Kevin, ma Kevin non era certo che tutto fosse così rassicurante.

Era sul punto di dirglielo, ma in quel momento il telefono di sua madre suonò.

“Pronto,” disse. “Chi è… No, non ho niente da dire a lei, né a nessun altro giornalista.”

Aveva appena riattaccato che subito arrivò un’altra chiamata, e poi un’altra ancora. Ogni volta lei riattaccava dopo solo pochi secondi di conversazione. Kevin pensava che sua madre avrebbe potuto lanciare il telefono dall’altra parte della stanza. Si fermò invece tenendolo sollevato e guardando lo schermo con aria preoccupata.

“Cosa c’è, mamma?” le chiese.

“È il lavoro,” rispose lei, e qualcosa nel modo in cui lo disse fece capire a Kevin quanto fosse spaventata. Prese la chiamata, facendo cenno a Kevin di stare in silenzio. “Pronto, signor Banks. Si, va piuttosto male. Sì, so che sono mancata, ma mio figlio… sì, lo so. No, capisco, ma… Non può farlo. So che è una cattiva pubblicità, ma non potete…” Rimase in silenzio, ascoltando per diversi secondi. “No, capisco.”

Terminò la chiamata, e questa volta gettò davvero il telefono, sedendosi sul bordo del divano con la testa tra le mani.

“Mamma?” chiese Kevin, allungando un braccio per toccarla. “Cos’è successo?”

“Era il mio datore di lavoro,” disse senza sollevare lo sguardo. “Mi… mi hanno licenziata. Hanno detto che non vogliono la cattiva pubblicità che potrebbe derivare dall’avere come dipendente qualcuno connesso a tutta questa faccenda.”

“Possono farlo?” chiese Kevin. Non gli pareva il genere di cose che la gente potesse permettersi di fare, soprattutto dato che loro non avevano fatto niente di male.

“Dicono di sì,” disse sua madre, “e se mi oppongo, sono piuttosto certa che loro renderebbero la cosa così costosa che non potrei comunque fare nulla, e magari un giudice acconsentirebbe anche riguardo al fatto che io stia causando problemi agli affari restando lì.”

A Kevin non sembrava giusto. Non sembrava corretto. Peggio ancora, non sembrava che ci fosse niente da poter fare.

“Mi spiace mamma,” disse. “Se mi fossi solo tenuto tutto per me…”

“Non è colpa tua,” disse sua madre.

Kevin però sapeva che non era vero. Grazie alla TV sapeva che neanche sua madre lo pensava. Era andato alla NASA a parlare di alieni, e ora sua mamma veniva licenziata, mentre nessuno più credeva a quello che aveva sentito.

“Andrà tutto bene,” disse sua madre. Ma non pareva crederci. “Troveremo un modo per cavarcela.”

Rimase seduta sul divano, senza accendere la TV, e nessuno dei due osò aprire le tende. Alla fine Kevin andò in camera sua e rimase lì seduto nel buio in modo che sua madre non dovesse preoccuparsi troppo di lui.

Dopo un po’ tirò fuori le cuffie che Ted gli aveva dato prima che lasciasse l’istituto, infilandosele più per isolare il rumori dei giornalisti che per il reale pensiero che potesse succedere qualcosa. Se avesse potuto ricevere un altro messaggio che aiutasse a dare un senso a tutto questo, forse sarebbe potuto uscire dai giornalisti e dare loro delle spiegazioni. Magari avrebbe potuto far capire alla gente che questo era reale, e che lui non aveva mentito.

Però c’era solo silenzio nelle cuffie. Nessun segnale, nessuna parola nella sua testa, nessun segno di qualcosa che potesse aiutarlo. Kevin si levò di dosso le cuffie e le lanciò di lato, mettendosi poi a dormire. Forse la mattina le cose sarebbero sembrate migliori.

***

Kevin andò alla finestra della sua camera e guardò fuori come avrebbe fatto se avesse voluto cercare la neve in qualsiasi posto che non fosse la California. Stava cercando i giornalisti, sperando che ormai, passati diversi giorni, si fossero stancati di aspettare vicino alla casa e se ne fossero andati.

Non era così. C’erano ancora macchine fotografiche davanti a casa sua, ancora giornalisti con i microfoni che aspettavano quello che sarebbe stato il loro prossimo passo in quella storia. Kevin voleva che se ne andassero, e pensò per la centesima volta di scendere là fuori e dire loro d farlo, ma non lo fece. Non era lo stesso che tradurre i messaggi mentre la gente guardava la conferenza stampa, e comunque Kevin sospettava che fosse proprio ciò che loro si aspettavano che lui facesse.

Andò invece a vestirsi, e barcollò leggermente, colpito da un lieve capogiro. Seguì un dolore che gli scoppiò nel cranio, e Kevin sentì qualcosa di bagnato in bocca. Quando si portò la mano al naso, la ritrasse rossa di sangue. Si sentiva effettivamente peggio oggi, solo lo sforzo di andare al bagno e lavarsi lo rendevano esausto.

Ma lo fece. Non voleva preoccupare sua madre. Si assicurò di avere un aspetto presentabile quando scese al piano di sotto, e cercò di nascondere il leggero tremore delle mani, che ora non spariva mai.

Fino a questo momento non si era reso conto di quanta attenzione e sforzo avesse risposto nell’istituto di ricerca. Si era lamentato di tutti gli esami e delle scansione e del riposo, ma forse da qualche parte in tutto quello, c’era stato qualcosa che aveva rallentato la sua malattia. O magari lui era semplicemente stato troppo impegnato da non notarne l’evoluzione.

“Non posso far preoccupare la mamma,” disse a se stesso.

Quando scese al piano di sotto sentì delle voci.

“Mi spiace, signora McKenzie, ma questo non è uno scherzo. Ci sono dei procedimenti in corso per aver portato suo figlio a imbrogliare la gente, e dobbiamo prenderle seriamente.”

Kevin corse subito lì e vide un paio di persone in abiti eleganti che parlavano con sua madre. Lei sembrava non aver chiuso occhio, e quando guardò verso Kevin, poté vedere i segni viola che aveva attorno agli occhi.

“Oh, ecco qui suo figlio,” disse uno degli uomini. “Magari potremmo raccogliere una sua dichiarazione ora, potrebbe essere di aiuto.”

“No,” disse sua madre, “non ora, e non in questo modo. Voglio solo che la gente lasci in pace mio figlio.”

“Non importa, mamma,” disse Kevin.

“Beh, a me sì,” disse sua madre. “Vai in cucina, Kevin. Devo parlare con queste persone.”

Se avesse gridato, Kevin avrebbe potuto discutere. Invece aveva un tono incredibilmente triste e Kevin fece come gli aveva chiesto, andando in cucina e sedendosi al tavolo. Per tutto il tempo tentò di ascoltare attraverso le pareti ciò che stava accadendo di là.

“Dovrò vendere la casa,” diceva sua madre. “Con quello che tutto questo costerà… non mi viene in mente un altro modo.”

“Capisco quanto sia difficile, signora McKenzie, ma è importante che gestiamo questa faccenda. L’alternativa potrebbe includere la detenzione, per lei o per suo figlio.”

Le dita di Kevin strinsero il bordo del tavolo della cucina con tanta forza da fargli male. Non potevano farlo, giusto? No potevano gettare sua madre in galera, quando lui aveva sempre detto la verità. Rimase seduto lì, una parte di lui intenzionata a correre lì di corsa, parte di lui consapevole che era tutto troppo importante per farlo.

Era ancora seduto lì quando vide una figura sgattaiolare nel cortile posteriore, un berretto a coprirle la testa e uno spesso cappotto tirato su per mascherare i lineamenti. Balzò nel giardino con il genere di agilità di chi aveva fatto una cosa del genere un sacco di altre volte prima, atterrando con compostezza sull’erba.

Se fosse stato un giornalista o un qualche sconosciuto che scavalcava la recinzione, Kevin non sapeva cosa avrebbe fatto. Avrebbe chiamato aiuto forse. Avrebbe interrotto sua madre nonostante la serietà di ciò che stava accadendo. Invece aprì la porta posteriore e lasciò entrare Luna in casa.

“Ehi,” gli disse abbracciandolo all’improvviso, prendendolo quasi alla sprovvista.

“Ehi,” le rispose Kevin. “Immagino che non potessi entrare dalla porta principale.”

“Troppi giornalisti,” confermò Luna facendo un passo indietro. Si tolse il berretto. “Ti piace il mio travestimento?”

“Fantastico,” disse Kevin, ma non poté trattenersi dal sorridere.

“Cosa c’è che non va?” chiese Luna. Scosse la testa. “Domanda scema.”

Kevin tornò a sedersi e Luna andò con lui. Quante volte avevano fatto i compiti insieme lì? Questo però sembrava diverso, molto più serio.

“Ci sono degli avvocati nell’altra stanza,” disse. “Stanno dicendo che mia madre potrebbe finire in prigione, e che potrebbe essere necessario vendere la casa.”

“Per quale motivo?” chiese Luna con quel tono indignato che diceva quanto fosse pronta a fare a botte se necessario, avvocati o no. “Non hai fatto niente di male.”

“Loro pensano di sì,” disse Kevin. “Pensano… immagino che pensino che mi sono inventato tutto per attirare attenzioni, o per convincerli a darmi assistenza medica o cose del genere.”

“Allora sono degli idioti,” dichiarò Luna, con quel genere di ferrea certezza che nessun altro attorno a lui pareva avere. “Hai dato loro dei messaggi provenienti da un altro mondo. Hai detto loro tutto riguardo a pianeti di cui altrimenti avrebbero a malapena saputo qualcosa. Li hai aiutati a trovare quella meteorite, anche se era vuota. Non è colpa tua se gli alieni sono strani e inviano rocce alla gente come regali.”

Quello era un modo di osservare la situazione che Kevin sospettava nessun altro a parte Luna potesse avere. Lo stesso gli dava una bella sensazione.

“Quindi tu mi credi?” le chiese.

Luna annuì. “Ti credo. E credo anche in te. Troverai un modo di gestire questa cosa.”

“E hai scavalcato la recinzione solo per dirmi questo?” le chiese Kevin.

Luna gli mise una mano sulla spalla. “A cosa servono gli amici? Mi piace entrare di soppiatto. E poi, devo portarti in un posto.”

Kevin la guardò sorpreso.

“Dove?” le chiese.

Lei sorrise.

“È una sorpresa.”

CAPITOLO DICIANNOVE

Kevin controllò il suo aspetto nello specchio prima di uscire. Non era vanità: voleva essere certo che non ci fosse alcun modo possibile per poterlo riconoscere. Teneva il cappuccio tirato sulla testa e un paio di occhiali scuri per camuffare i lineamenti del viso. Non era il massimo, ma se si fosse ingobbito a dovere, poteva almeno convincere se stesso che la gente non sarebbe stata capace di dire che era lui.

“Deve andare bene,” disse a se stesso.

Sua madre era uscita qualche minuto prima per andare a parlare con altri avvocati, o forse alla ricerca di un altro lavoro. Non che ci fosse qualcuno pronto ad assumere la madre di un ragazzo che aveva mentito. Le porte erano chiuse contro la continua presenza dei giornalisti davanti alla casa, e probabilmente sarebbero state così anche dopo il suo ritorno.

“Diventa matta se scopre che ho fatto questa cosa,” disse Kevin, ma era parte del motivo per cui stava indossando un travestimento. Era seduto in casa da troppo tempo, senza scuola a causa della sua malattia, senza nessuna possibilità di uscire sia per i giornalisti che per la paura di sua madre che potesse succedergli qualcosa. Stava impazzendo là dentro e sospettava che le cose sarebbero in caso diventate ancora più difficili per sua madre. Doveva uscire almeno per un po’.

Aveva il telefono pieno di messaggi da persone che non conosceva. Alcune erano domande, la maggior parte insulti. Un paio contenevano addirittura delle minacce, o promesse che avrebbero pagato Kevin se lui avesse raccontato la sua storia.

Kevin non era sicuro di voler fare attenzione. Aveva la sensazione di poter esplodere se fosse rimasto ancora un po’ a nascondersi. Guardò verso il retro della casa, cercando di giudicare se fosse possibile uscire da lì nello stesso modo in cui Luna era entrata. Poche settimane prima non avrebbe dovuto preoccuparsene.

Ora pensava ai tremori del suo corpo che andavano e venivano, ai momenti in cui perdeva la consapevolezza del tempo e ai capogiri. Prese una scala da dove sua madre la teneva in garage e la appoggiò alla recinzione usandola per scavalcarla e portarsi a un piccolo sentiero che passava in mezzo ai cortili.

Tenne la testa bassa mentre avanzava, assicurandosi che nessuno gli vedesse il volto. Anche se la parte della città dove viveva non era male: solo un paio di isolati più una zona industriale dove le fabbriche erano disposte come scatole recintate, e qualche macchinario arrugginito che indicava degli affari che non erano andati per il verso giusto.

“Andiamo,” disse Luna dopo che ebbero saltato la recinzione, mettendosi a camminare e facendo strada attraverso alcuni degli edifici abbandonati, accanto a graffiti che sembravano essere stati dipinti a occhi chiusi.

Sbucarono un po’ più vicini al centro cittadino. Kevin tenne su il cappuccio, sicuro che anche lì, lontano da casa, la gente avrebbe potuto scorgerlo.

“Potremmo andare al centro commerciale,” suggerì Luna.

Kevin scosse la testa. “Troppa gente.”

“Allora in piazza,” suggerì ancora Luna.

Kevin annuì. Probabilmente c’erano un sacco di persone anche lì, nel cuore della città, ma più in movimento, con minore probabilità che notassero un ragazzino che stava a testa bassa. Nel centro commerciale la sicurezza avrebbe probabilmente pensato che lui fosse lì per rubare qualcosa, ma fuori all’aperto lui e Luna potevano camminare dove volevano senza che questo fosse un problema.

Si diressero verso il centro, in direzione di una piccola piazza dove si erano spesso trovati con gli amici fin da quando erano bambini. C’era un parco più piccolo lì, con alberi a ogni angolo e una statua in mezzo che una volta era probabilmente stata un monumento in memoria di qualcuno molto importante, ma che ora era stata consumata dal vento e dalla pioggia, diventando anonima. Quando furono arrivati, Kevin era così esausto che iniziò a guardarsi in giro alla ricerca di una panchina dove potersi sedere.

“Kevin,” disse Luna, “cosa c’è che non va?”

“Sono solo stanco,” le rispose.

Luna si accigliò, non credendogli. “Beh, potremmo sempre andare da Frankie.”

La tavola calda era stata uno dei loro posti preferiti per molto tempo. Forse se non fosse stato così esausto, Kevin avrebbe potuto preoccuparsi, ma in quelle condizioni qualsiasi posto poteva andare bene per recuperare un po’ dopo o sforzo della camminata. Annuì.

“Pensavo fossi riuscito a camminare in mezzo alla giungla,” disse Luna.

“Penso che le cose stiano peggiorando,” disse Kevin mentre si dirigevano verso la tavola calda. “È come se dovessi concentrarmi per dire al mio corpo cosa fare.”

Neanche quello era il modo giusto per spiegarlo, ma non era sicuro che ci fossero delle parole appropriate. Quella era una delle cose più difficili dell’avere una malattia rara: significava che non c’erano realmente parole per descrivere qualsiasi cosa stesse accadendo.

“Dovresti andare in ospedale,” disse Luna, e pareva che volesse chiamare un’ambulanza anche in quello stesso istante.

Kevin scosse la testa. “Non ha senso. Sappiamo cosa mi sta succedendo. Non è che possano fare molto per aiutare.”

“Non può essere vero,” disse Luna. Per un momento Kevin sentì la sua voce bloccarsi e pensò che potesse mettersi a piangere. “So… so che non possono curarti, ma possono dare una mano con i sintomi e il resto, giusto? Possono rallentare le cose? Era quello che stavano facendo alla NASA.”

“Perché avevano alcuni dei più intelligenti scienziati del mondo,” sottolineò Kevin. “Non penso che siano intenzionati ad aiutarmi adesso. E… se vado in ospedale adesso, penso che costerebbe troppo. Non penso che mia madre potesse realmente permettersi una cura per me neanche prima. Ora, con gli avvocati e la roba…”

Kevin non sapeva quanto potesse costare un processo. Un sacco, immaginava. Anche la sua cura costava un sacco. Quindi era come dire un sacco per due volte? Un sacco al quadrato? Non avendo idea degli importi, la sua immaginazione non poteva neanche mettersi a ipotizzarli.

“Ok,” disse Luna, “ma dovremmo almeno andare dentro. Coraggio, Frankie non è lontano.”

Entrarono nella tavola calda, che non era affollata a quell’ora del giorno. C’erano un paio di ragazzini che Kevin conosceva di vista, un paio di altri ragazzi più grandi in un angolo e il proprietario, un uomo sulla cinquantina che sembrava passare il più del tempo a pulire il bancone con uno straccio. Era un posto dall’aspetto appositamente vecchiotto, e questo avrebbe dovuto significare non di gradimento per gli amici di Kevin. Però avevano un gelato fantastico.

“Vado a prendere il gelato,” disse Luna indicando il bancone. “Tu resta seduto qui.”

La mise come un ordine, e Kevin obbedì. Ad ogni modo aveva bisogno di sedersi, e se questo significava che Luna avrebbe comprato il gelato, andava ancora meglio. C’era una TV accesa in un angolo del locale, e per un momento o due Kevin pensò che non fosse un problema. Poi arrivò il notiziario con le immagini delle scene attorno a casa sua.

Kevin fece del suo meglio per ignorarle, ma non era facile. Che fossero ancora sintonizzati su quel canale era in un certo senso sorprendente. Forse qualcuno ci credeva ancora, o magari non avevano ancora fatto zapping per vedere se facevano qualcos’altro. Lo stesso rimase seduto lì, ripiegato su se stesso. Era difficile pensare che solo poche settimane prima lui e Luna erano venuti qui regolarmente, che tutto era stato normale. Ora se ne stava seduto qui, e per quanto poteva dirne, stava solo aspettando di morire.

Quello era un pensiero che non voleva, ma gli entrava dentro quando non stava attento, sistemandosi nella sua mente e rifiutandosi di andarsene, per quanto lui tentasse di cacciarlo via. Stava per morire. Era stato capace di ignorare quel pensiero quando c’era stata tutta quella roba degli alieni, con i messaggi e il viaggio nella foresta pluviale. Ora non restava altro da fare che stare seduto lì e pensarci.

“Bene,” disse Luna tornando con due coppe piene di gelato fino all’orlo. “Hai un aspetto pietoso. Meglio che ti tiri un po’ su, altrimenti non avrai il tuo gelato.”

Solo Luna lo avrebbe potuto prendere in giro vedendolo in quelle condizioni. Solo Luna poteva sapere che era esattamente quello che serviva a Kevin.

“Stai solo cercando una scusa per mangiarteli tutti e due,” disse Kevin.

Luna sorrise. “Forse. Sei ancora fisso a pensare a come avresti potuto fare le cose in modo diverso?”

Kevin annuì. “Non so perché. Immagino… continuo a sperare che arrivi un senso.”

“La speranza è una buona cosa,” disse Luna. “Penso sia un bene che tu stia ancora ascoltando. Non dovresti arrenderti, neanche se la gente non ti crede.”

Kevin annuì. Aveva bisogno di questo. Aveva bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, altrimenti…”

“Ehi, aspetta, tu sei Kevin McKenzie, vero? Il ragazzo che ha inventato tutta quella roba sugli alieni? Venivi alla nostra scuola.”

Kevin sollevò lo sguardo e vide che alcuni dei ragazzi stavano guardando dalla sua parte. Stava per dire loro che non voleva casini, ma Luna era già in piedi e stava andando verso di loro.

“Kevin non si è inventato nulla!”

“Ma certo che se l’è inventato,” disse un ragazzo. “Chi potrebbe essere tanto stupido da credere negli alieni?”

“Tu e un sacco di altra gente, a quanto pare,” rispose seccamente Luna.

“Mi stai dando dello stupido?”

Kevin si alzò per unirsi a lei. “Non vogliamo guai.”

“E allora perché l’hai fatto?” chiese una ragazza più indietro. “I miei genitori erano così preoccupati per gli alieni che stavano parlando di vendere la casa e trasferirsi in campagna.”

Ora c’erano altre persone che li fissavano, e altre al telefono. Kevin sapeva di non potersi far vedere lì a quel modo. Sua madre sarebbe andata fuori di testa. E poi aveva visto come potevano comportarsi i grossi gruppi di persone.

“Andiamo,” disse alzando le mani. “Non vogliamo causare problemi.”

“Tu non vai da nessuna parte,” disse il ragazzo che aveva parlato per primo. “Non fino a che non avrai ammesso quello che hai fatto.”

Rimase fermo con le braccia incrociate per far capire che stava parlando seriamente. Era quello il problema, perché più restavano lì e più gente sarebbe venuta a guardare. Luna sembrò pensare la stessa cosa e, essendo Luna, assunse un approccio più diretto al problema: andò dal ragazzo sulla soglia della porta e lo spinse. Forte.

“Corri, Kevin!”

Lei stava già correndo e a Kevin ci vollero un paio di secondi per rendersi conto che doveva fare lo stesso. Per quanto fosse stanco, si era sufficientemente riposato da poter passare oltre al ragazzo, seguendo Luna mentre correva in mezzo alla città. Corse più velocemente che poté, ignorando il modo in cui il suo fiato era ansimante e a scatti, cercando di tenere il passo mentre ripercorrevano la strada di prima, passando in mezzo alle fabbriche e al metallo arrugginito. Kevin corse fino a che gli parve di sentire il cuore sul punto di esplodergli nel petto, i polmoni che bruciavano.

Quando fu abbastanza ovvio che nessuno li stava seguendo, lui e Luna si fermarono, e con su sorpresa Kevin si trovò a ridere.

Anche Luna si mise a ridere. “È stato divertente.”

“Mia mamma mi ammazza,” specificò Kevin, ma in quel momento anche quella non sembrava una cosa poi tanto terribile. La verità era che si sentiva meglio di quanto si fosse sentito negli ultimi tempi. Sembrava essere passato tanto tempo da quando aveva fatto una cosa così semplice come mettersi nei guai insieme a Luna, scappando prima che le cose potessero peggiorare.

“Tua madre non dirà nulla,” disse Luna.

“Non ne sono tanto sicuro,” rispose Kevin, perché si sarebbe arrabbiata per la sua uscita, si sarebbe arrabbiata per il rischio di andare dove la gente potesse vederlo. “Quando torno a casa, dovrò…”

Si interruppe sentendo una sensazione che gli cresceva dentro. Una sensazione che conosceva fin troppo bene, perché l’aveva provata prima della struttura, prima della NASA, prima di tutto.

“Cosa c’è?” chiese Luna. “Cosa dovrai fare?”

Kevin scosse la testa. “Luna, penso…”

“Cosa?” chiese lei.

“Penso che ci sia un altro messaggio in arrivo.”

CAPITOLO VENTI

Kevin stava in mezzo alle fabbriche e ascoltava la trasmissione del messaggio che iniziava ad arrivare. All’inizio fu difficile, più difficile del solito, e più difficile di quanto Kevin avrebbe potuto immaginare.

Iniziò a preoccuparsi. E se quello che c’era nel suo cervello e prima l’aveva collegato ai segnali fosse ora cambiato, spostandosi con il lento progredire della sua malattia? E se ci fosse stata solo una breve finestra quando il suo cervello era stato ricettivo, e ora stesse iniziando a chiudersi? Tentò di concentrarsi, sentendo i rumori e intenzionato a coglierne il senso.

Un’immagine gli si imprimeva nel cervello, numeri che brillavano in file ordinate di coordinate. Kevin non le avrebbe riconosciute in quanto tali, ma aveva già visto elenchi di quel genere, quando aveva imparato come spostare il telescopio la prima volta per cogliere il flusso del messaggio.

“Kevin?” chiese Luna. “Stai bene?”

Kevin non sapeva come rispondere. La parte strana era che si sentiva meglio rispetto ai giorni precedenti, magari una qualche interazione tra la sua malattia e il messaggio faceva migliorare momentaneamente i sintomi.

“Non lo so,” disse. “Penso… penso che gli alieni vogliano che cerchiamo segnali in un altro posto.”

Era stato così l’ultima volta che aveva ricevuto un messaggio così diretto nel suo cervello, con una potenza tale da non poterla contenere. Era stato l’inizio di tutta la storia.

“E allora a chi lo diciamo?” chiese Luna.

Kevin probabilmente rimase troppo tempo a fissarla, perché lei allargò le braccia.

“Cosa? dobbiamo dirlo a qualcuno,” disse.

Kevin sapeva che probabilmente aveva ragione. Se c’era un nuovo messaggio, la gente avrebbe voluto saperlo. Il problema era che lui non era sicuro di come avrebbero reagito. Aveva visto tutti i giornalisti che si trovavano ancora fuori da casa sua. Aveva visto il dolore che aveva causato a sua madre. Non valeva la pena tenersi tutto per sé, perlomeno per proteggerla?

“Non sono sicuro che qualcuno mi crederebbe,” disse. “Pensano che sia un imbroglione. Se lo dico alla gente, daranno per scontato che sto ancora tentando di attirare l’attenzione.”

La gente non lo avrebbe ascoltato ora, qualsiasi cosa avesse detto. Se si presentava con un’altra striscia di numeri, non avrebbero deciso che stava semplicemente tentando di ricominciare tutto da capo?

“Potremmo dirlo a tua mamma,” disse Luna. “Lei ti crederebbe, e saprebbe cosa fare.”

Kevin scosse la testa. “Non sono sicuro che ora sarebbe così, non dopo tutto il casino che questo ha già causato. Anche se ci credesse, non so se qualcuno ascolterebbe anche lei.”

“E chi allora?” chiese Luna. “Dobbiamo dirlo a qualcuno. Un giornalista magari?”

Quello almeno avrebbe riportato la notizia alla ribalta, ma di nuovo, non gli sembrava una grande idea. Se fosse andato dai giornalisti, cercando di spiegare, non l’avrebbero solo preso in giro? Doveva essere in grado di fornire delle prove. C’era solo un posto dove poteva farlo, solo un posto dove sarebbero stati capaci di riallineare un telescopio per cogliere qualsiasi altro segnale ci fosse in attesa.

“Dobbiamo contattare qualcuno della struttura della NASA,” disse Kevin.

Già mentre lo diceva, capiva quanto sarebbe stato difficile. Tirò fuori il telefono cercando di pensare al modo migliore di fare le cose. Non che lui avesse il numero diretto di nessuna delle persone che avrebbero potuto essergli di aiuto.

Decise di iniziare con la dottoressa Levin, perché almeno la direttrice del SETI era sembrata più comprensiva del professor Brewster. Trovò online un numero del SETI e chiamò, ascoltando il trillo e ottenendo alla fine la linea con la reception.

“Pronto,” disse la donna della reception. “Istituto SETI, come posso aiutarla?”

“Devo parlare con la dottoressa Levin di una questione urgente,” disse Kevin, cercando di assumere un tono più da adulto possibile. Magari se riusciva a passare per un collega o qualcosa del genere, gli avrebbero permesso di parlarle.

“Chi parla?” chiese la donna.

“Beh… ehm…” Kevin guardò verso Luna, che scrollò le spalle. “Sono Kevin McKenzie. Ma devo parlarle subito. C’è stato un altro messaggio, e c’è una seconda serie di coordinate, e…”

Sentì il click della comunicazione che veniva interrotta.

“Non mi lasciano neanche spiegare,” disse Kevin. Faceva male: dopo tutto quello che c’era stato, non aspettavano neanche di lasciargli dire qualcosa.

“Dobbiamo continuare a provare,” insistette Luna. “Dà qua. Proveremo con la NASA. Sono loro ad avere i telescopi, dopotutto.”

Chiamò e premette alcuni pulsanti. Sembrò anche più brava nel cercare di apparire più grande, perché quando parlò a Kevin parve più il tono di sua madre che quello dell’amica.

“Salve, mi chiedevo se potessi parlare con il professor Brewster. È piuttosto urgente, sì. Sono la professoressa Sophie Langford dell’Università del Wisconsin. Sì, aspetto.”

Kevin non aveva mai saputo che Luna fosse così brava a inventarsi le cose al momento. Gli passò il telefono e Kevin lo prese, giusto in tempo per sentire la voce del professor Brewster dall’altra parte della linea.

“Pronto?” disse il professor Brewster. “Professoressa… Langford, giusto?”

Kevin trattenne il fiato. “Professor Brewster, sono io, sono Kevin. Non riattacchi, è urgente.”

“Ma cosa pensi di fare chiamando questo numero?” chiese il professor Brewster. “E arrivando a me sotto false sembianze? Non pensi di essere già abbastanza nei guai, giovanotto?”

“Mi ascolti,” disse Kevin. “Non la starei chiamando se non fosse importante. Ci sono delle cose che deve sapere.”

“So già abbastanza della tua situazione,” disse il professor Brewster.

“Non si tratta di questo,” insistette Kevin. “C’è stato un altro messaggio! Una nuova serie di coordinate. Gli alieni hanno detto…”

“Basta,” disse il professor Brewster. “Abbiamo investito tutti abbastanza tempo e sforzo nell’inseguire questa farsa, e non occorre replicarla. Ora riattacco, Kevin. Se contatterai ancora questa struttura, passerò i dettagli alla polizia.”

Riagganciò proprio come aveva fatto la donna alla reception.

Kevin rimase fermo pensando a cosa poter fare adesso. Non aveva altri numeri di telefono da provare, a meno che non volesse tentare di chiamare un giornalista o la Casa Bianca o qualcosa del genere, e in entrambi i casi sospettava che avrebbe ottenuto più o meno la stessa reazione. Poteva andare a casa e tentare di parlare con i giornalisti lì, o poteva aspettare sua madre, ma entrambe le opzioni portavano il rischio che lo ignorassero, e…

“Quindi,” disse Luna interrompendo il suo flusso di pensiero, “come andiamo al SETI?”

“Cosa?” chiese Kevin.

“È l’opzione migliore che abbiamo,” disse Luna. “Se andiamo da loro, vedranno che dici seriamente, e saranno capaci di persuadere la NASA a muovere i loro telescopi. E comunque la dottoressa Levin è sempre sembrata più carina del professor Brewster.”

Dicendolo così, riuscì a farlo sembrare così decisamente logico che non c’era spazio per discussioni di sorta. Luna aveva un suo modo di fare cose del genere che poteva sembrare terrificante, a modo suo. Lo stesso Kevin pensò che si dovesse per lo meno provare.

“Mia mamma mi ammazza se faccio una cosa del genere,” sottolineò.

“Tua mamma ti vuole troppo bene per farlo,” disse Luna. “Ad ogni modo, ti metterà in punizione a vita per essere scappato in questo modo oggi. Perlomeno tenta di salvare il mondo, visto che già sei nei guai.”

“Tu però non serve che ti metti nei guai,” sottolineò Kevin. “I tuoi genitori daranno di matto se te ne vai a San Francisco.”

“E pensi che ti lascerei fare questa cosa tutto da solo?” gli chiese Luna. “Pensi che ti lascerei prendere tutto il merito per aver ritrovato gli alieni? Pensi che ti lascerei avere tutto il divertimento?”

“Non sono sicuro che sarà esattamente divertente,” disse Kevin.

Luna stava già scuotendo la testa. “Sei andato nella giungla senza di me, ma non mi lascerai a casa anche questa volta, Kevin.”

CAPITOLO VENTUNO

Presero i biglietti dell’autobus per San Francisco da un commesso che li guardò con sospetto. Kevin non era sicuro che fosse perché l’uomo l’aveva riconosciuto dal notiziario o perché pensava che fossero dei fuggiaschi, o entrambe le cose. Riuscirono comunque a comprare i biglietti e presero due posti a sedere verso il retro dell’autobus che partì mezzo pieno in direzione della città. Si rannicchiarono sui sedili e Kevin si trovò ad essere riconoscente che Luna fosse con lui. Non era certo che sarebbe riuscito a fare questa cosa senza di lei.

Il viaggio in autobus sembrò durare un’eternità, e Kevin passò la maggior parte del tempo a cercare di decidere cosa poteva raccontare per convincerli che stava dicendo la verità. Non poteva solo chiedere loro di fidarsi di lui, non dopo l’ultima volta.

“Certo che puoi,” disse Luna quando lui le confidò i suoi dubbi. “Chiedi loro di controllare la localizzazione del segnale. Potrebbero non essere in grado di capire cosa significhi, ma lo sentiranno comunque.”

Faceva sembrare la cosa facile, ma la verità era che probabilmente era la loro migliore opzione. Quindi, quando l’autobus arrivò alla stazione, Kevin scese insieme a Luna, trovando un taxi che li avrebbe portati nella giusta direzione, cercando di ignorare il modo in cui il suo corpo iniziava a tremare.

“State andando per tutta l’agitazione che c’è lì?” chiese il tassista. “Vi siete persi il grosso. Hanno smesso di parlare di alieni un paio di giorni fa.”

“Magari ricominceranno,” disse Luna. “Non si sa mai.”

L’autista li portò fino all’ingresso del SETI. Non c’erano persone accampate fuori come alla struttura della NASA, e Kevin ne fu felice. Significava che poteva semplicemente entrare senza che la gente lo vedesse, o lo prendesse, o…

“Tu?” disse la donna della reception non appena lo vide comparire sulla soglia. “Non hai capito il messaggio quando ho riattaccato? Hai già causato così tanti guai. Esci prima che chiami la sicurezza.”

Prima era stata la madre di Kevin a impegnarsi in un confronto di grida con la donna della reception. Ora fu Luna a farsi avanti, ovviamente pronta per una discussione.

“Va tutto bene,” disse la dottoressa Levin entrando nella lobby. “Faccio io. Kevin, cosa stai facendo qui?”

“Sta cercando di arrivare a lei,” disse Luna, l’irritazione facilmente udibile nel suo tono di voce. “Ma pare che la gente che lo ha già tradito non sia intenzionata ad ascoltarlo.”

“Ciao, Luna,” disse la dottoressa Levin. “I vostri genitori sanno che siete qui? Non dovreste essere qui, a dire il vero.”

“C’è stato un altro messaggio,” disse Kevin, immaginando che non ci fosse molto tempo. Non aveva la sensazione di avere molto tempo in quel momento. Forse era lo sforzo di aver fatto tutta quella strada, ma Kevin sentiva la pressione nella testa che cresceva, insieme alle vertigini che facevano ondeggiare il mondo attorno a lui. Respinse tutto. Questa era una faccenda seria.

“Kevin,” disse la dottoressa Levin, “sappiamo tutti ormai che i messaggi non sono reali. Anche se pensi che lo siano, devi smetterla.”

“Come facevo a sapere della Pioneer 11?” chiese Kevin. Aveva avuto un intero viaggio in autobus per pensare a cosa avrebbe detto, e a come convincere la dottoressa Levin. “Come facevo a sapere dove sarebbe stato il primo segnale? Mi avete visto farlo con i vostri stessi occhi, dottoressa Levin.”

La scienziata iniziò a scuotere la testa. “Non ha importanza.”

“Sì,” insistette Kevin. “Se non crede alle prove davanti a suoi occhi, allora a cosa serve la scienza?” Fece una pausa. “Se siete capaci di spiegarlo, allora ditemi. Ditemi come faccio a fare queste cose e io mi girerò e me ne andrò. Ma penso che non possiate, e non potete, perché è reale, e c’è un altro messaggio.

Avrebbe detto altro, ma non poté trattenere oltre l’improvvisa pressione nella testa.

Improvvisamente, crollò a terra.

*

L’oscurità chiamò Kevin. Per una volta non c’erano visioni, non c’erano messaggi e neanche segni di qualsiasi altra cosa.

Solo il vuoto.

Si svegliò nella luce abbagliante, sbattendo le palpebre, cercando di capire dove si trovasse.

Luna e la dottoressa Levin lo stavano guardando.

“Kevin, stai bene?” chiese Luna.

“Dovremmo chiamare un medico,” disse la dottoressa Levin.

“No,” riuscì a dire Kevin, e per un momento neanche lui era certo di quale fosse la domanda a cui stava rispondendo. “Basta dottori. Non chiamate mia madre. Dobbiamo ascoltare il segnale.”

Si rese conto che era svenuto. Era sdraiato sul pavimento, nello stesso punto dove pochi secondi prima era in piedi.

Sentì la dottoressa Levin sospirare. Non era certo di cosa avrebbe fatto se l’avesse gettato fuori. Mettere l’informazione in Internet, magari? Inviarla direttamente a qualche osservatorio nella speranza che loro ne facessero qualcosa? Forse sarebbe finito troppo nei guai con sua madre per una cosa del genere. Doveva solo stare lì e sperare.

Vide la dottoressa guardarlo con più compassione rispetto a prima, e sospettava che lo svenimento avesse smosso qualcosa in lei.

“Ok,” disse la dottoressa Levin. “Ok, lo ammetto, ho pensato a tutto fin da quando sei venuto qui. A meno che in qualche modo tu non sia riuscito a prendere il controllo dell’intero sistema della NASA… No, non funziona e basta. Ma questo significa che…”

“Significa che lei mi crede,” disse Kevin.

La dottoressa Levin annuì. “Sì, ti credo. Non voglio, ma non posso vedere altri modi. Cos’è questo tuo messaggio?”

“Coordinate,” disse Kevin. “Come l’altra volta che abbiamo dovuto cambiare l’allineamento del telescopio, solo che diverse. Vogliono che ci concentriamo in un punto diverso.”

“Per dei messaggi che vengono da un diverso punto del cielo?” chiese la dottoressa Levin. Kevin la sentì sospirare. “Sai che nessuno sposterà un telescopio solo perché lo dico io, giusto? Non dopo…”

“Dopo tutto quello che ho fatto?” ipotizzò Kevin.

La dottoressa Levin annuì.

“Dev’esserci qualcuno,” insistette Luna, accanto a loro. “Non serve che il professor Brewster lo sappia. O potremmo trovare un modo di accedere illecitamente.”

A volte era sorprendente quanto poco rispetto Luna avesse per le regole. Con sorpresa di Kevin, la dottoressa Levin parve prendere sul serio il suo suggerimento.

“Entrare in modo illecito nella NASA è difficile,” disse. “Per farlo, abbiamo bisogno di qualcuno che…”

Poi i suoi occhi si illuminarono capendo la soluzione.

“Ma certo,” disse, rispondendo a se stessa. “Phil.”

Kevin annuì sentendo nominare lo scienziato. “Pensate che… pensate che ci aiuterebbe?”

“Potrebbe,” disse la dottoressa Levin. “Almeno è il nostro migliore asso nella manica.”

Lei e Luna aiutarono Kevin ad alzarsi in piedi. Gli ci volle uno sforzo, ma se la sarebbe cavata.

“Non posso credere che lo sto facendo di nuovo,” disse, “ma immagino… immagino che sia necessario fare un giro alla NASA.”

CAPITOLO VENTIDUE

Andarono fino alla struttura della NASA con l’auto della dottoressa Levin. Mentre tutti e tre si avvicinavano all’edificio, videro che c’erano ancora delle persone all’esterno, ma ben meno di prima. Si diressero con l’auto verso i cancelli, dove trovarono una guardia addetta alla sicurezza in piedi dietro a una sbarra abbassata.

“Questa parte potrebbe essere insidiosa,” disse la dottoressa Levin. “Non sono tornata qui da quando tutto è successo.”

Si avvicinò e la guardia sollevò una mano.

“Non si può entrare qui,” disse. “Se l’ho detto a uno di voi, devo averlo detto a… dottoressa Levin, cosa ci fa qui? Non è sulla lista per oggi.”

“Dobbiamo entrare, Neil,” disse. “Devo parlare con Phil.”

“Dobbiamo?” disse la guardia. Guardò nel retro dell’auto. “Aspetti, quello non è…?”

Kevin non si intimidì davanti allo sguardo della guardia. In quel momento era la loro unica speranza.

“Tu? Tu non dovresti essere qui. Hanno detto…”

“Probabilmente hanno detto un sacco di cose di ogni genere,” disse la dottoressa Levin, “ma noi abbiamo bisogno di entrare. Per favore.”

“Mi spiace, dottoressa Levin,” disse la guardia. “Ma non posso proprio lasciarla entrare così, soprattutto non insieme a lui.”

Kevin guardò verso Luna, che annuì.

“Ti prego, Neil, è di vitale importanza,” disse la dottoressa Levin.

“Mi spiace, deve girare l’auto e… ehi!”

Kevin e Luna scattarono fuori praticamente contemporaneamente. Kevin sfrecciò oltre la guardia quasi insieme a Luna. L’uomo non poteva afferrarli entrambi nello stesso istante, quindi riuscirono a passare oltre la sbarra, correndo verso le porte della struttura, mentre l’uomo si girava per rincorrerli, impacciato da alcune persone che si erano avvicinate per protestare, e che avevano chiaramente deciso di venire a vedere cosa stesse succedendo.

Kevin corse avanti, scattando verso la porta. Lui e Luna furono entrambi più veloci dell’uomo e raggiunsero le porte prima che la guardia avesse percorso metà della distanza. Avrebbe sicuramente avuto un significato maggiore, se le porte non fossero state chiuse a chiave. Kevin batté i pugni, ma non aveva il pass per accedere, non l’aveva mai avuto, e ora la guardia stava quasi per raggiungerli.

“Andrete tutti e due diretti alla polizia!” promise loro mentre si avvicinava.

Poi le porte della struttura si aprirono e sia Kevin che Luna scivolarono all’interno, un passo più avanti della guardia. La porta si richiuse subito dopo e Kevin sollevò lo sguardo per vedere chi avesse aperto.

“Ted?” Era l’ultima persona che si era aspettato di vedere lì, ma probabilmente anche la migliore nella quale avrebbe potuto imbattersi. “Sei ancora qui?”

Ted annuì. “Sono dovuto restare per rispondere ad alcune domande sulla faccenda. Ma non preoccuparti di questo. Cosa ci fai qui, Kevin?” Guardò poi verso Luna. “Siete qui tutti e due?”

“C’è stato un altro messaggio,” disse Kevin.

Laddove gli altri avevano riagganciato o lo avevano guardato come se fosse matto, Ted gli lanciò un’occhiata seria. “Ne sei sicuro?”

Kevin annuì. “Ci serve qualcuno che possa riallineare il telescopio. C’è un’altra serie di coordinate.”

Ted guardò mentre la dottoressa Levin entrava, ora che lui era stato in grado di riportare la guardia al suo posto. “Stavate venendo per controllare?”

La dottoressa Levin annuì. “Speravo che Phil potesse dimostrarsi intenzionato ad eseguire il riallineamento in maniera tacita. La cosa ardua è stata entrare qui.”

“Posso occuparmene,” disse Ted. “Sono qui in teoria solo per fare i bagagli, ma ho ancora totale accesso.”

Tirò fuori una carta magnetica e li fece entrare nell’edificio. Alcune delle persone nella lobby li fissarono quando entrarono, ma nessuno disse nulla. Kevin immaginò che ciò avesse molto a che vedere con la presenza di Ted e della dottoressa Levin.

“Dovremmo agire rapidamente,” disse Ted. “Molto presto qualcuno dirà al professor Brewster che siete qui.”

“Dobbiamo sperare di avere già i nuovi messaggi in tempo,” disse la dottoressa Levin.

Fece strada verso l’ufficio di Phil, con Kevin, Luna e Ted che la seguivano. Kevin vide le occhiate che alcune persone gli lanciarono, udì il mormorio mentre passavano. Non si erano dimenticati di quello che era successo prima. Kevin sperava solo che Phil sarebbe stato contento di aiutarli.

La dottoressa Levin bussò alla porta dell’ufficio del ricercatore, e Kevin guardò la sua faccia quando li vide lì. Passò da consapevolezza a sorpresa, e poi a una sorta di preoccupata comprensione.

“No,” disse sollevando le mani. “Qualsiasi cosa sia, no.”

“Non ti abbiamo neanche chiesto niente, ancora,” disse la dottoressa Levin.

“Ma lo farete,” disse Phil, “e il professor Brewster lo verrà a sapere, e…”

“Ti preoccupi di quello che dirà David?” ribatté la dottoressa Levin.

Phil scrollò le spalle e poi sospirò. “Cosa vi serve?”

“Devi puntare il telescopio verso delle nuove coordinate,” disse Kevin, rispondendo per loro. “Ho ricevuto un altro messaggio.”

“Vuoi che io… ti rendi conto di quello che mi stai chiedendo?” chiese Phil.

“Guardala da questo punto di vista,” sottolineò la dottoressa Levin. “Se lo fai, sarai quello che ha dato prova che Kevin ha sempre avuto ragione.”

Phil deglutì, poi annuì. “Ok, ma dobbiamo farlo in silenzio. Andiamo.”

Ora era lui a fare strada attraverso la struttura, portandoli fino a un laboratorio equipaggiato di monitor e schermi. Un paio di click sulla tastiera da parte di Phil e iniziarono a comparire dei dati da uno dei telescopi.

“Ok,” disse, “pare che siamo programmati qui. Dobbiamo solo… oh, ecco la mi carriera che se ne va.”

Kevin si girò. Attraverso le porte del laboratorio vide il professor Brewster che si avvicinava con un’espressione scura in volto.

“Cosa ci fanno loro qui?” chiese mentre si avvicinava. “Interrompi immediatamente quello che stai facendo!”

Kevin immaginò che fosse inevitabile che qualcuno gli andasse a dire che loro si trovavano lì. Aveva solo pensato che magari avrebbero avuto un po’ più di tempo prima che succedesse.

“Pare che abbiamo finito,” disse Phil.

“No, se lo facciamo velocemente,” rispose Kevin.

“Neanche tanto velocemente,” disse Luna. Corse verso la porta e la chiuse incastrando una sedia sotto alla maniglia. “Cosa?” chiese mentre gli altri la guardavano. “È solo la cosa ovvia da fare.”

“Solo per te,” disse Kevin con un sorriso.

Fuori il professor Brewster picchiava i pugni contro la porta. “Apritela subito! Chiamerò la sicurezza! Chiunque dia assistenza a quel ragazzo verrà trattato come un criminale!”

Kevin guardò verso Phil. Senza di lui non sarebbero stati capaci di riallineare il telescopio, quindi se lui decideva di non farlo…

“Ok,” disse. “Quali sono le coordinate?”

Kevin fece un sospiro di sollievo e recitò i numeri a memoria. Come con la prima serie di numeri, sembravano quasi stampati nel suo cervello, erano lì quando chiudeva gli occhi ed era praticamente come leggerli piuttosto che ricordarli.

“Sei sicuro?” chiese Phil.

Kevin annuì e aprì gli occhi. C’erano più persone fuori dalla porta adesso, riunite lì attorno per vedere cosa stesse succedendo, o cercando di aiutare il professor Brewster a entrare.

“E allora andiamo,” disse Phil. Premette un altro pulsante e Kevin vide i numeri sullo schermo cambiare mentre l’allineamento del radiotelescopio iniziava a muoversi. Si spostarono poco alla volta e i numeri divennero più vicini a quelli che aveva visto, e sempre più vicini fino a che…

Nel momento in cui combaciarono, si sentì un segnale, forte e chiaro. Dei suoni iniziarono a provenire dal sistema. C’era una sensazione familiare in essi, ma allo stesso tempo sembravano diversi da alcuni di quelli che Kevin aveva tradotto. Meno precisi e meccanici, più fluidi.

Lo stesso si trovò a tradurli in automatico.

“Se state ricevendo questo, state attenti,” tradusse. “Siete in grave pericolo. L’ultimo messaggio che avete ricevuto era un trucco.”

Kevin poteva sentire il professor Brewster che continuava a picchiare con le mani contro la porta, ma continuò ad ascoltare, e ora la traduzione scorreva dalle sue labbra.

“La loro trasmissione è stata una menzogna, preparata con l’intenzione di farvi aprire la capsula. Non è una capsula temporizzata. È un’arma. Ci ha distrutti completamente. Questo è il nostro ultimo messaggio, per avvisare gli altri di non ripetere il nostro stesso errore.”

Kevin si accigliò, non sicuro se stesse traducendo correttamente, ma il messaggio non era finito.

Brewster e il suo team fecero irruzione attraverso la porta.

“Cosa significa tutto questo?” chiese, ma si fermò di colpo quando anche lui sentì.

“Non fate gli errori che abbiamo fatto noi. Non aprite quello che vi mandano.”

Il messaggio si interruppe, poi ripeté, come se fosse in qualche modo lanciato in loop.

“Qualcuno ha voluto assicurarsi che lo sentissimo,” disse Luna.

Kevin annuì, cercando di capirne il senso. Guardò verso gli adulti.

“Dove si trova la roccia?” chiese Brewster.

“Al piano di sotto. Laboratorio 3B.”

“Chiamateli al telefono!” gridò Ted. “SUBITO!”

CAPITOLO VENTITRÉ

Kevin correva, tentando di tenere il passo con la dottoressa Levin, Luna e Ted mentre attraversavano velocemente l’istituto della NASA cercando di arrivare allo spazio dove veniva conservata la roccia. Poteva vedere gli sguardi scioccati sui volti degli scienziati che incrociavano, alcuni che ovviamente lo riconoscevano, altri probabilmente solo sorpresi di vedere qualcuno correre a quel modo in una struttura scientifica.

La dottoressa Levin porse a Kevin un mazzo di chiavi.

“Se le cose vanno storte,” disse mentre correva, “se c’è qualcosa che non riusciremo a contenere, c’è uno spazio di sicurezza sotto alla struttura, al piano sottostante l’interrato. Una delle chiavi dà accesso alla rete dei bunker, se non è chiusa ermeticamente. Usa questa, e l’ascensore dovrebbe portati direttamente lì.”

“Dove tengono la roccia presa durante la spedizione?” esclamò Ted a un gruppo di scienziati mentre passavano.

“Laboratorio di ricerca 3B,” disse uno di loro. “Perché? C’è qualcosa…”

Stavano già correndo oltre, tentando di arrivare in tempo. Si fermavano davanti alle porte della sicurezza, ma solo quelle li rallentarono un poco, aprendosi con la carta magnetica di Ted, mostrando delle luci verdi ed emettendo dei rassicuranti sfiati d’aria.

Kevin poteva sentire il professor Brewster che gridava dietro di loro, ma non rallentò.

Scesero nelle viscere dell’edificio, passando attraverso laboratori che Kevin aveva visto quando Phil gli aveva fatto fare un giro della struttura. Passarono vicino ai laboratori dei laser e delle colture, le cose che avevano promesso di dare all’umanità una possibilità di sopravvivenza e prosperità se mai fossero arrivati a un altro mondo, e le cose che portavano in sé la promessa di rendere quel posto migliore. In quel momento l’unica cosa che contava era la minaccia di ciò che sarebbe potuto accadere se non si fossero accertati che la roccia venisse contenuta.

Si fermarono davanti a un insieme di segnali, poi corsero ancora, scesero una rampa di scale e arrivarono in una parte dell’edificio dove l’unica fonte di luce era artificiale. A Kevin sembrava un ambiente sterile, poco accogliente se paragonato con il resto della struttura. Gli scienziati che incrociavano lì indossavano per lo più cerate pulite o camici di laboratorio, ovviamente nel tentativo di salvaguardarsi dalla contaminazione degli esperimenti.

Quando arrivarono al laboratorio, Kevin dovette ammettere che aveva tutto l’aspetto di un posto sicuro. Aveva delle pareti di vetro rinforzato su tre lati, mentre la quarta corrispondeva con il muro esterno dell’edificio. La roccia si trovava nel mezzo, appoggiata su un tavolo come un uovo di Pasqua che è stato aperto a metà. Tre scienziati erano lì attorno con addosso delle cerate di plastica bianca pulite. Due portavano delle maschere, mentre uno pareva non doversene preoccupare, dato che si trovava lontano dalla roccia e lavorava a un microscopio.

Il vetro era spesso, ma Kevin poteva sentire quello che stavano dicendo all’interno mentre Ted lavorava alla serratura, cercando di entrare.

“Questi campioni sono comunque interessanti,” disse lo scienziato. “Anche se non è niente di quello che ci era stato promesso.”

“Attento che Brewster non senta quello che stai dicendo,” rispose un altro. “Per quanto lo riguarda, prima dichiariamo che la roccia non vale niente, e ce ne sbarazziamo, e meglio è.”

“Beh, pare che dovrà aspettare. Questo è…”

“Cosa?” chiese il terzo scienziato. “E mettiti una maschera. È il protocollo.”

Kevin vide il momento in cui il vapore iniziò a salire dalla superficie della roccia. Era quasi trasparente e avrebbe potuto confonderlo con l’umidità dovuta al cambio di temperatura nella roccia, ma in qualche modo sapeva che non era così.

“Continua a fare così,” disse uno degli scienziati.

Kevin batté la mano contro il vetro, mentre Ted continuava a lavorare alla serratura.

“Ci vuole il codice come anche la carta,” disse. “Immagino che l’abbiano fatto perché siamo in una stanza sigillata.”

“Dovete uscire da qui,” chiamò Kevin. “Siete tutti in pericolo.”

Si girarono verso di lui mentre continuava a battere i pugni sul vetro, ovviamente non sicuri del perché fosse lì, o di cosa fare. I due con la maschera in volto sembravano confusi. Quello senza…

Gli occhi dell’uomo che non indossava la maschera cambiarono improvvisamente, le pupille passarono da nere a bianche e parvero quasi brillare. Fissò Kevin e nel suo sguardo ci fu qualcosa di molto simile al riconoscimento, cosa che prima non c’era. E anche una sorta di ostilità che riempì Kevin di paura.

Era intelligente, e pericoloso.

E per niente umano.

CAPITOLO VENTIQUATTRO

“Allontanatevi da lui!” gridò Kevin. “C’è qualcosa che non va in lui.”

Lo scienziato si girò verso gli altri due e allungò le mani verso di loro strappando le maschere dai loro volti prima che si potessero rendere conto di ciò che stava accadendo. Kevin avrebbe voluto gridare per avvertirli, ma pareva che fosse ormai troppo tardi. Vide gli occhi degli scienziati cambiare, le pupille che diventavano bianche come quelle dell’altro.

Kevin si allontanò dal vetro e guardò Luna. Pareva essere spaventata proprio come era lui in quel momento, cosa che probabilmente non era un buon segno. Luna non si spaventava mai.

Ted sembrava pensare a cosa fare, e anche quella cosa faceva paura. Kevin era abituato ad averlo sempre con la risposta pronta per tutto. Aveva tirato fuori il telefono e stava facendo una telefonata.

“Abbiamo un’irruzione di quarto livello,” disse. “Sto lavorando per contenerla, ma dovete avviare i protocolli di emergenza, subito.”

C’era un pannello sul muro. Ted lo aprì, digitando una serie di numeri su una tastiera. Premette un pulsante e le luci rosse iniziarono a lampeggiare in tutti i corridoi mentre una voce computerizzata risuonava negli altoparlanti.

“Emergenza. Emergenza. Contenimento in corso.”

Serrande di metallo scivolarono lungo i lati di tutti i laboratori di quel piano, trasformandoli efficacemente in giganti scatole di metallo da cui nulla poteva fuggire. Kevin udì un grugnito di frustrazione dall’interno del laboratorio e osò tirare un sospiro di sollievo.

“Ce l’abbiamo fatta?” chiese. “Li abbiamo fermati?”

“Lo spero,” disse Ted. Nonostante tutto andò verso un armadietto e ne tirò fuori delle maschere simili a quelle che stavano indossando gli scienziati. Ne passò una a Luna e una a Kevin e indossò lui stesso l’altra.

“Cosa sta succedendo qui? Perché è stato tutto chiuso?”

Kevin si voltò e vide il professor Brewster che si avvicinava insieme alla dottoressa Levin e almeno una dozzina di altre persone. Una guardia addetta alla sicurezza teneva la dottoressa Levin per il gomito, con un’espressione dispiaciuta in volto, ma costretto a non lasciare la presa.

“Siete andati troppo oltre,” disse il direttore della struttura puntando un dito contro di loro. “Non avevate alcun diritto di fare questo.”

“Siete fortunato che l’abbiamo fatto,” disse Luna prima che Kevin o Ted potessero dire qualcosa, “perché ora sareste circondato dagli alieni, se non l’avessimo fatto.”

“Alieni,” disse il professor Brewster con una nota di disprezzo. “Non abbiamo già sentito abbastanza di queste sciocchezze?”

“Oh, siamo ben lontani dalle sciocchezze,” disse Ted. “Ho visto anche io.”

“È vero,” disse Kevin. “Possono impossessarsi dei corpi delle persone. La roccia che abbiamo trovato emette un gas che si è infiltrato negli scienziati che erano lì.”

Il professor Brewster scosse la testa. “Ci sono un sacco di gas che possono causare strani comportamenti, e non c’è nulla di strano. E per questa cosa abbiamo solo la vostra parola.”

“La mia parola,” disse Ted con tono che suggeriva all’altro di non contraddirlo.

Fu a quel punto che si sentì il ticchettio.

“Ticchettio” non era proprio la parola giusta per descriverlo. Lo faceva apparire quasi come un rumore leggero, addirittura delicato. Invece era tale da riverberare nelle orecchie di Kevin come qualcosa di assordante e duro che sbatteva contro le pareti della stanza.

“Ci sono delle persone chiuse là dentro?” chiese il professor Brewster.

Gli alieni li stanno controllando,” disse Kevin. “Le loro pupille sono diventate bianche quando è successo.”

“Probabilmente una semplice reazione chimica,” insistette il professor Brewster. “Ad ogni modo, questa follia è durata fin troppo. Libererò i miei collaboratori, chiamerò qua sotto la sicurezza e vi farò portare fuori da questa struttura.”

Fece per avvicinarsi al pannello di controllo che Ted aveva usato e Kevin vide il soldato tirare fuori una pistola.

“Sparerò a chiunque tocchi quei comandi,” promise.

Questo scioccò un poco Kevin. Non voleva che nessuno venisse ferito per questa situazione. Anche se, in caso dovesse essersi trattato di qualcuno di quel posto, il professor Brewster era probabilmente in cima alla lista. Lo scienziato si girò verso di loro alzando le mani.

“Non oserebbe mai!” disse. Dall’interno della scatola di metallo formata dalle serrande i colpi ripresero.

“Uhm… penso che potrebbe farlo,” rispose Kevin. “Professor Brewster, non possiamo permettere loro di uscire da quella stanza. Dobbiamo fermare gli alieni fino a che possiamo.”

“Non ci sono alieni!” insistette il professor Brewster. “Avete imprigionato i miei collaboratori per un abbaglio, e…”

I colpi si interruppero, e il modo improvviso in cui avvenne fece fermare anche il direttore della struttura. Qualcosa cliccò e ronzò, poi le luci rosse nel corridoio smisero di lampeggiare e le serrande d’acciaio salirono.

“Non mi pare per niente bene,” disse Luna.

Era una minimizzazione. Le serrande si alzarono e Kevin vide che gli scienziati erano lì fermi e passivi, apparentemente calmi mentre aspettavano l’opportunità di essere liberi. Kevin immaginava che fosse abbastanza normale che degli alieni fossero in grado di manovrare un computer. Dopotutto avevano una tecnologia che era riuscita a inviarli attraverso una galassia. Confronto a questo, probabilmente un computer non era poi tanto complicato.

“Vedete,” disse il professor Brewster. “Non ci sono alieni, solo tre normalissimi…”

Gli scienziati aprirono le loro bocche e gridarono all’unisono, un rumore che assomigliava più al verso di un insetto che a qualcosa di umano, più alieno che altro. Kevin vide lo shock sui volti degli scienziati che lo circondavano quando si resero conto che quelli non erano più i loro colleghi.

“Guardate i loro occhi,” disse uno dei ricercatori.

Kevin guardò verso Ted. “Siamo al sicuro qua fuori, giusto?”

“Fino a che non riusciranno ad attraversare il vetro,” disse Ted. “Tutti voi, vi servono delle maschere per il volto. Se quel vapore esce, siete tutti in pericolo.”

Il professor Brewster sembrava essere impegnato a cercare di ricomporsi per dire che non c’era nessun problema, che andava tutto bene, ma pareva che avesse quale difficoltà a farlo. Stava ancora cercando di prendere la parola quando gli scienziati controllati dagli alieni presero una sedia di metallo e iniziarono a colpire il vetro usandola come un ariete da sfondamento, lavorando tutti e tre insieme e facendo rimbombare il frastuono in tutta la struttura.

Iniziarono ad apparire delle crepe nel vetro. Kevin le vide propagarsi come la tela di un ragno sulla superficie, allungandosi e increspandosi a ogni colpo. Ted puntò la pistola contro gli scienziati, ma questo non li fece fermare né tantomeno rallentare.

Il vetro si ruppe e gli uomini saltarono fuori. Kevin sentì la pistola di Ted sparare, ma non parve cambiare di molto le cose. Vide gli scienziati che non avevano una maschera restare prima immobili sul posto, sussultando mentre portavano le mani alla gola, e poi ricomporsi, dritti in piedi. Uno di essi si lanciò contro un collega che indossava la maschera e gliela strappò, esalando poi una sorta di nebbiolina chiara che riempì lo spazio attorno a loro. Nel giro di pochi attimi anche quello scienziato venne trasformato.

Uno afferrò Kevin, strappandogli la maschera che indossava. Kevin cercò di trattenere il fiato, cercò di staccarsi dall’aggressore, ma era impossibile. Un vapore dall’odore stantio lo avvolse…

… e non accadde nulla.

Luna andò a sbattere contro il fianco dello scienziato che teneva Kevin. Era piccoletta, ma aveva un sacco di esperienza nel colpire la gente più grande di lei, e il colpo bastò a fare in modo che lo scienziato lasciasse la presa.

“Correte!” gridò Ted. “Andate nel bunker!”

Iniziò a sparare nella baraonda, ma questo non fermò gli scienziato. Qualsiasi cosa li stesse controllando non sembrava curarsi di cose umane come dolore o danni operati sui corpi che possedevano. Mentre Kevin guardava, tre scienziati afferrarono Ted e lo trascinarono a terra.

Kevin voleva aiutare Ted, voleva lanciarsi in avanti e tirarlo fuori da quel caos, ma non c’era modo di farlo, non c’era modo di poterlo soccorrere. Il massimo che poté fare fu afferrare il braccio di Luna e tirarla via, correndo poi insieme a lei, scappando dagli scienziati che avanzavano.

Guardandosi alle spalle Kevin li vide trasformarsi uno alla volta. Vide la dottoressa Levin sussultare, stringendosi la gola mentre il gas entrava in lei, poi rialzarsi in un modo che appariva fin troppo calmo, troppo tranquillo.

Vide il professor Brewster trasformarsi nel giro di pochi istanti, travolto dal gas.

Una parte di lui pensava che Ted sarebbe riuscito in qualche modo a sconfiggerli, che si sarebbe liberato e sarebbe venuto ad aiutarli. Kevin lanciò un grido affranto quando vide il soldato immobilizzarsi e poi rialzarsi, unendosi agli altri nell’inseguimento.

Corsero insieme lungo i corridoi della struttura, con un numero sempre maggiore di scienziati dietro di loro con una determinazione che non era più neanche lontanamente umana. Guardandosi alle spalle Kevin poté vedere Ted, la dottoressa Levin e il professor Brewster, alieni come tutti gli altri. Una parte di lui avrebbe voluto lasciarsi cadere in ginocchio, distrutto dallo shock. Solo la presenza di Luna al suo fianco lo spingeva a correre.

“Da questa parte,” disse Luna tirandolo lungo un corridoio e poi attraverso una serie di stanze che contenevano materiale scientifico. Si abbassarono dietro a una serie di grossi microscopi, restando fermi mentre, oltre le porte, gli scienziati posseduti dagli alieni avanzavano attraverso la struttura, quasi automaticamente, afferrando chiunque incontrassero per trasformarlo.

Luna si inginocchiò e fissò Kevin. “Lascia che ti guardi negli occhi.”

Kevin sapeva cosa voleva vedere. “Non sono un alieno.”

“No, ma dovresti esserlo. Non so come mai a te non sia successo nulla.” Scosse la testa. “Cosa facciamo?”

Sembrava dare per scontato che ci dovesse essere qualcosa che si potesse fare. Kevin non era della stessa opinione. Se la sua malattia gli aveva insegnato una cosa, era che c’erano cose che era impossibile risolvere.

“Ted ha detto di andare nel bunker,” disse Kevin.

Luna annuì. “Hai le chiavi?”

Kevin gliele fece vedere.

“Ok,” disse Luna. “Andiamo.”

Kevin fece strada, strisciando in mezzo alle attrezzature scientifiche e andando in direzione degli ascensori. Di tanto in tanto si fermavano, e sia Kevin che Luna restavano immobili, aspettando che gli scienziati passassero oltre. Non erano molti ormai. Kevin immaginò che si stessero probabilmente muovendo attraverso il resto della struttura, trasformando la gente che incontravano. Era un po’ come quelle volte in cui entravano di soppiatto in posti dove non potevano stare, e dovevano stare nascosti dagli adulti, solo che in realtà non era niente del genere. Non gli sarebbe capitato di ricevere solo una sonora sgridata o l’ordine di uscire se fossero stati beccati.

Gli ascensori erano davanti a loro, subito oltre una stanza piena di piante usate per i test. Davanti a loro c’erano in attesa una mezza dozzina di scienziati, come se sapessero che loro due sarebbero andati da quella parte.

Probabilmente lo sapevano, pensò Kevin. Da quello che era successo nel laboratorio, era come se avessero accesso ai pensieri e ai ricordi della gente che controllavano, quindi era abbastanza ovvio che sapessero del bunker.

“Cosa facciamo?” chiese Luna.

Kevin cercò di pensare. “Ci serve una distrazione.”

Raccolse una delle piante e soppesò il vaso in ceramica. Si spostò verso la porta della stanza che stava più distante dall’ascensore, scegliendo una direzione. Poi fece rotolare il contenitore della pianta con la maggior forza possibile, ritornando di corsa da Luna giusto in tempo per sentire il rumore dello schianto in lontananza.

Gli scienziati controllati dagli alieni si girarono verso il suono, poi corsero in quel loro orribile e sincronizzato silenzio.

“Ora,” disse Kevin, e lui e Luna strisciarono verso gli ascensori. C’era una serratura più o meno all’altezza del petto.

“Veloce,” disse Luna, “usa la chiave.”

Kevin la inserì nella serratura e delle luci verdi si accesero. Le porte dell’ascensore si aprirono con penosa lentezza. Quanto tempo ci sarebbe voluto perché gli alieni vedessero quello che avevano fatto e capissero che li avevano ingannati? Quanto tempo prima che tornassero a prenderli tutti e due?

Un suono inumano poco distante suggerì che non mancava molto.

“Dentro,” disse Luna, ed entrambi si lanciarono nell’abitacolo.

C’era un’altra serratura all’interno dell’ascensore, insieme a un pulsante in fondo ai controlli con la semplice indicazione “Bunker”. C’erano anche altri pulsanti, per i diversi piani della struttura, per la lobby e per il garage. Kevin rimase fermo pensando al da farsi.

“Cosa stai aspettando?” chiese Luna. “Hai sentito Ted, dobbiamo andare nel bunker.”

Kevin annuì. Aveva sentito. C’era solo un problema.

“Cosa succederà ai nostri genitori?” chiese.

Vide Luna sgranare gli occhi.

Fuori vide gli alieni che svoltavano l’angolo, tutti diretti verso gli ascensori in perfetta sincronia.

“Se andiamo nel bunker, chi salverà i nostri genitori?” chiese Kevin. Non poteva abbandonare sua madre e lasciare che diventasse un’aliena. Non poteva.

Quindi, mentre gli scienziati controllati dagli alieni iniziavano ad avanzare, Kevin premette l’unico pulsante possibile.

CAPITOLO VENTICINQUE

Kevin non poteva che aspettare fermo lì in piedi mentre l’ascensore saliva verso la lobby. I secondi sembrarono scorrere lenti, e a ogni momento che passava, Kevin poteva immaginare gli scienziati che correvano attraverso l’edificio, afferrando la gente e esalando quel loro vapore, o che semplicemente aspettavano che si propagasse nella struttura, o magari anche oltre.

L’ascensore emise un brontolio e le luci lampeggiarono suggerendo che probabilmente stava succedendo qualcosa da qualche altra parte della struttura, qualcosa di violento.

“Pensi che saranno capaci di fermarci?” chiese Luna. Sembrava davvero spaventata. Spaventata almeno quanto Kevin.

“Non lo so,” ammise lui, e non saperlo era la cosa peggiore. Non aveva idea di cosa sarebbe successo, o se si potesse fermare, o come.

Lentamente l’ascensore si fermò e le porte si aprirono rivelando la lobby. Kevin e Luna uscirono in silenzio, non osando levarsi le maschere mentre la percorrevano rapidamente.

Un’occhiata al pavimento disse a Kevin che era la cosa giusta da fare. Poteva vedere il vapore che scorreva come la nebbia in una fredda mattina, riversandosi da sotto le porte e diffondendosi, raccolta e trasportata dal vento fuori. Non la poté vedere quando arrivò a contatto con la gente che protestava fuori, ma notò l’effetto quando la respirarono: li vide restare immobili e fissare il cielo come se aspettassero qualcosa.

“No,” disse Luna, e Kevin poté sentire l’orrore nella sua voce. “No, non può diffondersi così velocemente.”

Kevin ricacciò indietro la sua stessa paura, deglutendo. Come poteva quel vapore fare così tanto e così rapidamente? Ma conosceva la risposta: era stato programmato da sempre per questo, e quello era il pensiero più terrificante, perché significava che le persone là fuori erano solo l’inizio.

Kevin non riusciva a elaborare una soluzione per passare oltre a loro, ma sembrava che Luna avesse un’idea. Stava già facendo strada fuori dall’istituto, diretta verso il parcheggio.

“Cosa stai facendo?” le chiese Kevin.

“Se vogliamo arrivare a casa in tempo, non possiamo prendere l’autobus,” disse. “Ci serve una macchina.”

“Quindi intendi rubarne una?” chiese Kevin. “Ma sai guidare almeno?”

Gli sembrava inconcepibile che qualcuno della loro età potesse esserne capace, ma Luna sembrava piuttosto convinta.

“Non rubare, ma prendere in prestito,” gli disse. “E sì, so guidare. Probabilmente. Uno dei miei cugini mi ha fatto guidare il suo furgone una volta. Non è così difficile.”

Andarono al parcheggio e fissarono tutte le auto lì. Kevin non era certo di cosa servisse per rubarne una, o quanto ci sarebbe voluto per farlo. Non era neanche certo che avessero tutto questo tempo. Poteva già vedere alcune delle persone fuori dalla recinzione della struttura che si giravano verso di loro.

“Ehm… Luna?” disse. “Penso che dobbiamo sbrigarci.”

“Ecco!” disse lei indicando. Kevin riconobbe immediatamente la compatta utilitaria della dottoressa Levin. “Ti ha dato le sue chiavi, giusto?”

“Non ne sono sicuro,” disse Kevin. Le tirò fuori. “Mi ha dato quella dell’ascensore, ma…” Una spiccò subito tra le altre. “Questa ti sembra la chiave di un’auto?”

“Esattamente,” disse Luna. Gliele prese dalla mano e si portò alla macchina, aprendo le portiere. Guardandosi alle spalle Kevin poté vedere la gente controllata dagli alieni che ora avanzava verso di loro e verso la struttura in un unico gruppo sincronizzato.

Kevin si tuffò nell’automobile, dove Luna stava già lavorando con la chiave, cercando di avviare il motore.

“Pensavo che sapessi quello che stavi facendo,” disse Kevin.

“È diversa dal furgone di mio cugino,” rispose Luna. “Dammi un minuto.”

Kevin guardò oltre il cruscotto e vide l’orda di scienziati che avanzava. “Non sono sicuro che abbiamo un minuto.”

“Aspetta, penso di aver capito!” Il motore inaspettatamente si accese. Luna inserì la marcia e si lanciarono in avanti, andando a sbattere contro la macchina davanti a loro.

“Dall’altra parte,” disse Kevin.

“Vuoi guidare tu?” chiese Luna nervosamente. Riuscì a inserire la retromarcia e uscì dal parcheggio con un’altra strisciata di metallo contro metallo. Rimise l’auto in prima e partirono verso il cancello.

Uno degli uomini della folla che protestava si lanciò davanti all’auto, rimbalzando sul cofano e poi rimettendosi in piedi, apparentemente illeso. Kevin aveva visto Ted sparare agli scienziati posseduti senza essere capace di fermarli, quindi dubitava che l’auto avesse fatto molto. Un altro si lanciò contro il cofano, tenendosi stretto, gli occhi con le pupille bianche fissi su di loro.

“Levalo! Levalo!” gridò Luna.

Kevin non era sicuro di come poterlo fare, ma fece del suo meglio. Abbassando il finestrino dal suo lato, si sporse all’esterno strattonando l’uomo per fargli lasciare la presa. Tirò e l’aggressore lasciò andare, cadendo sul cemento.

Ora erano liberi e corsero attraverso il complesso della NASA, diretti verso l’autostrada mentre la gente posseduta li seguiva. La piccola vettura sbucò in una strada e Kevin si guardò attorno, sperando di vedere gente impegnata nei propri affari, sperando in parte che ci fossero dei poliziotti che li avrebbero fermati perché guidavano in modo così irregolare, in modo da poter avere l’occasione di avvisare la gente di ciò che stava accadendo.

La gente rimaneva invece a bordo strada, perfettamente immobile e con gli occhi fissi al cielo.

“Il vapore si sta diffondendo,” disse Kevin.

Luna annuì. “Dobbiamo arrivare dai nostri genitori. Subito.”

Si fiondarono lungo la strada. Kevin poteva vedere le nocche di Luna bianche mentre stringeva il volante, il volto fisso nella concentrazione. Nonostante tutto svoltava e frenava sforzandosi di farci l’abitudine. Se ci fossero state altre persone che guidavano, Kevin non aveva dubbio che sarebbero andati a sbattere entro il primo chilometro. Invece le uniche altre auto sulla strada erano ferme, abbandonate ai lati o occasionalmente nel mezzo della carreggiata mentre i loro proprietari scendevano per fissare il cielo.

Questa era colpa sua. Se non avesse mai detto niente di quello che aveva visto, se non avesse mai portato la gente alla roccia, allora questo non sarebbe successo. Non ci sarebbero state delle persone ferme lì catatoniche come dei manichini, con gli effetti del…

Sua madre. Era di certo là fuori e non sapeva cosa stesse succedendo. Non sapeva cosa fare. Era al sicuro? E se fosse già come gli altri? No, Kevin non poteva sopportare quel pensiero. Kevin tirò fuori il telefono e tentò di chiamarla per avvisarla. Non fu sorpreso di trovare una mezza dozzina di chiamate perse da parte sua, e tutti i messaggi con cui tentava di sapere dove lui si trovasse. La richiamò subito.

“Kevin?” disse quando rispose. “Kevin, dove sei? Dove sei stato? Non eri a casa quando sono tornata. Sono uscita di senno!”

Kevin sospirò di sollievo, perché, dal suono della sua voce, sua madre era ancora in pieno possesso della sua mente.

“Mamma, sono con Luna,” le disse.

“Luna? Cosa state combinando voi due? Dove siete? C’è della roba in TV… dicono un sacco di cose.”

“È difficile da spiegare, mamma,” disse Kevin. “Siamo andati all’istituto della NASA per mettere in guardia la gente che gli alieni ci hanno imbrogliati, ma siamo arrivati troppo tardi.”

“Gli alieni?” disse la madre di Kevin. “Kevin, hai fatto tutta quella strada? Non era sicuro, e…”

“Mamma,” disse Kevin. “Mi devi ascoltare. C’era una sorta di gas o qualcosa del genere dentro alla roccia. Cambia le persone, permette agli alieni di controllarle. Devi trovare una maschera, o un posto che non sia aperto all’aria.”

“Kevin,” disse sua madre, “non mi pare proprio…”

“Non sono pazzo, mamma,” insistette Kevin prima che sua madre potesse finire. “No. Guarda la TV. Se non mi credi, te lo dice Luna.”

Porse il telefono a Luna perché potesse parlare. Non era sicuro che fosse una buona idea, distrarla durante la guida, ma doveva fare qualcosa per tenere sua madre al sicuro. O almeno provarci.

“Signora McKenzie, è tutto vero,” disse Luna. “Deve ascoltarmi. L’ho visto. Ho visto gli scienziati tramutarsi… sì, so che sembra una follia, ma le giuro che è vero. Stiamo venendo a prenderla adesso.”

Ruotò il volante di colpo per evitare un’altra auto e Kevin tirò via il telefono.

“Mamma? Saremo lì il prima possibile. Se qualcuno tenta di entrare, guardalo prima negli occhi. Se le pupille sono bianche, non lasciarlo entrare. Neanche noi. E mamma? Ti voglio bene.”

Forse non era una cosa alla moda da dire, ma in quel momento a Kevin non interessava. Voleva che sua madre lo sapesse.

“Anche io ti voglio bene,” disse lei. “Qualsiasi cosa sia, troveremo un modo per risolverla.”

Kevin non era così sicuro che sarebbe stato tanto facile. Riattaccò e chiamò i genitori di Luna, dato che non c’era modo che lei riuscisse a farlo senza fermarsi o andare a sbattere. Chiamò sua madre e poi suo padre, sentendo il telefono passare ogni volta alla segreteria telefonica.

“Nessuna risposta,” disse.

Luna lo guardò. “Pensi che significhi…”

“Attenta!” disse Kevin afferrando il volante e evitando un gruppo di persone che si erano portate in mezzo alla strada per guardare il cielo. La loro auto sbandò un poco, andando a strisciare contro il cordolo del marciapiede prima di continuare la sua corsa.

Luna strinse di nuovo il volante, non dicendo nulla ora mentre guidava, sempre più veloce man mano che la sua sicurezza cresceva. Kevin sospettava che avrebbe dovuto rallentare almeno un po’, ma non aveva intenzione di dirglielo in quel momento, soprattutto non ora che dovevano ancora arrivare da sua madre.

Sembrò passare un’eternità prima che riuscissero a svoltare in Walnut Creek e tutto lì sembrò troppo tranquillo, quasi sinistro. Quando Luna fermò l’auto davanti alla casa di Kevin, gli venne in mente che non avrebbe dovuto esserne capace. Avrebbero dovuto trovarsi circondati dai giornalisti, tutti felici di fotografarlo mentre faceva qualcosa che non gli era concesso.

Invece la strada era vuota.

“Dove sono tutti?” si chiese Kevin ragionando a voce alta.

“Vuoi essere importunato dai giornalisti?” ribatté Luna. “Probabilmente sono in giro a raccogliere notizie su tutto quello che sta succedendo, o hanno deciso di andare a cercare riparo. Io l’avrei fatto.”

“Lo faremo,” promise Kevin. Non appena avessero recuperato i loro genitori. “Mia madre dovrebbe aver visto che abbiamo accostato.”

Andò dall’auto alla casa, suonando il campanello e battendo poi alla porta.

“Mamma,” gridò. “Non è un giornalista. Sono io, Kevin.”

Aspettò lì diversi secondi, non sicuro che il silenzio fosse dovuto al fatto che sua madre si stava nascondendo, o che significasse qualcosa di più sinistro. Osò tirare un sospiro di sollievo quando sentì il click della serratura e la porta iniziò ad aprirsi.

“Mamma!” disse Kevin allargando le braccia per stringerla in un abbraccio, senza curarsi di quanto potesse sembrare inopportuno alla sua età. Lei si portò davanti a lui, sorridendo e tenendo anche lei le braccia aperte, apparentemente al sicuro, apparentemente felice…

… poi Kevin vide i suoi occhi, vuoti e bianchi, fissi, e si rese conto che sua madre voleva prenderlo, non abbracciarlo.

Era troppo tardi, si rese conto, sentendo un vuoto aprirglisi nello stomaco.

Gli alieni l’avevano presa.

CAPITOLO VENTISEI

Per un momento Kevin rimase fermo lì, paralizzato dal dolore che provava. Poteva sentire le lacrime che iniziavano a scorrergli lungo le guance. Avevano preso possesso di sua madre. La stavano controllando, come controllavano così tante altre persone, ma questo era diverso, perché lei era sua madre, non qualcun altro. Si sentiva arrabbiato, e triste, e in colpa, tutto insieme. Era stato lui. Aveva detto lui dove trovare la roccia. Aveva…

“Kevin, scappa!” disse Luna, tirandolo indietro di colpo.

Kevin riuscì a fare un salto evitando la presa di sua madre, ma lei si lanciò in avanti inseguendo entrambi, esalando il vapore che avrebbe potuto trasformarli.

Altre figure uscirono dagli edifici là attorno, riversandosi verso di loro in un modo che diceva che stavano aspettando che Kevin e Luna arrivassero per poterlo fare. Alcuni sembravano dei giornalisti, con attrezzatura fotografica al collo mentre avanzavano verso di loro. Kevin poté vedere di peggio. C’erano anche i genitori di Luna, con gli occhi vuoti e ciechi come gli altri. La cosa più terrificante era quanto sembrassero normali.

Questo bastò a far correre Kevin verso l’auto. Ci arrivò mentre Luna riprendeva il suo posto alla guida.

“Guida!” le gridò quando si fu seduto al posto del passeggero.

“Quelli… quelli sono i miei genitori,” disse Luna, e nonostante la maschera Kevin poteva vedere quanto fosse pallida, quanto fosse scossa.

“Lo so, Luna, ma se non ce ne andiamo da qui, finiremo come loro, o peggio.”

Luna lo guardò e Kevin poté vedere le sue lacrime. Lo stesso, Luna annuì e spinse il pedale del gas facendo balzare l’auto in avanti. I giornalisti rimbalzarono sul cofano. Kevin era solo riconoscente che non fossero i genitori di Luna, anche se i giornalisti subito si rialzarono in piedi.

Proseguirono per oltre un chilometro prima di fermarsi, nel mezzo di un piazzale deserto dove non c’era segno di vita. Luna spense il motore e pianse. In quel momento Kevin sapeva come si sentiva. Sua madre era sparita, presa dagli alieni allo stesso modo. Aveva cercato di metterla in guardia. Non gli aveva creduto e aveva aperto la porta a qualcuno? Era solo stato troppo tardi?

Kevin non lo sapeva. In quel momento non aveva importanza. Sua mamma non c’era più, era cambiata, e lo stesso era successo ai genitori di Luna. Come anche a tutti gli adulti di cui erano stati capaci di fidarsi. La dottoressa Levin. Ted. Tutti spariti. Il mondo sembrava molto più grande, un posto molto più spaventoso senza di loro ad aiutarli.

Si sentiva vuoto in quel momento, in un modo che faceva sembrare una nullità tutte le cose che aveva provato quando aveva appreso che sarebbe morto. Era questo che sua madre aveva provato sentendo che lui stava morendo? Questo senso di perdita?

“Promettimi una cosa,” disse Luna tra le lacrime. “Promettimi che non mi lascerai diventare così.”

“Siamo al sicuro,” disse Kevin. Anche a lui stesso la sua voce non pareva convincente. “Abbiamo le maschere.”

“Una maschera non li fermerà se te la strappano e ti respirano addosso quella roba,” disse Luna. Aveva un tono arrabbiato adesso. Non era arrabbiata con Kevin, ma con il mondo. “Non impedirà che diventi anche io come loro. Quindi promettimi che non lo permetterai.”

“Come posso…” iniziò Kevin.

“Puoi uccidermi,” disse Luna. Le lacrime che aveva negli occhi li facevano brillare. “Non voglio essere una cosa senza cervello, intrappolata nel mio corpo. Se finisco a quel modo, voglio che mi uccidi. Dimmi che lo farai, Kevin.”

Kevin non poteva dirlo. Non poteva promettere di uccidere Luna. Come si poteva promettere una cosa del genere? La cosa migliore che poté fare fu restare in silenzio mentre Luna piangeva, la mano sulla sua spalla in tacito supporto.

“Dove andiamo, Kevin?” gli chiese. Pareva che stesse ricacciando indietro i singhiozzi ora. “Dove possiamo andare? Cosa possiamo fare? E se… e se tutti fossero così?”

Kevin non era certo di avere una risposta.

“Dobbiamo andare in un posto sicuro,” disse. “Ted voleva che lo facessimo.”

“Voleva che andassimo nel bunker,” disse Luna. “Non possiamo andarci adesso, giusto?”

Kevin pensò a tutti gli scienziati che avrebbero trovato lì, che si erano riversati fuori per inseguirli. Scosse la testa.

“No, non riusciremmo a passare.”

“E allora dove?” chiese Luna. “Dobbiamo andare da qualche parte. Non possiamo toglierci le maschere, a meno che non lo facciamo.”

Kevin non ne era così sicuro. Dopotutto uno degli scienziati gli aveva afferrato la maschera. “Io penso… penso di poterlo fare,” disse.

“Beh, io no,” ribatté Luna. “Come farò a mangiare, Kevin? O a bere qualsiasi cosa, o…”

“Penseremo a qualcosa,” disse Kevin, e rimase immobile rendendosi conto di una cosa. “Ci sono altri bunker.”

“Altri bunker?” disse Luna. “Ma non saranno nascosti?”

“Phil mi ha raccontato di alcuni di essi quando mi stava facendo vedere l’istituto,” disse Kevin. “Mi ha anche mostrato una mappa.”

Dietro alla sua maschera Luna parve acquisire speranza. “Riesci a ricordare dove siano?”

“Io…”

“Provaci, Kevin,” insistette lei.

Kevin fece del suo meglio. Uno se lo ricordava per certo. “Phil ha detto che ce n’era uno nel parco nazionale su Monte Diablo. Ha detto qualcosa riguardo al fatto che era un posto dove facevano delle prove militari.”

“Sei sicuro?” chiese Luna.

Kevin annuì. “Sarebbe sempre più sicuro che stare fuori,” disse Kevin. Provò a pensare a cosa sarebbe servito loro, e a come far funzionare la cosa. “Ci servono rifornimenti. Cibo e roba del genere.”

Alla fine presero quello che serviva loro da un distributore di carburante. Non avevano denaro per pagare, ma l’impiegato era occupato a stare sul retro del negozio a fissare il cielo. Kevin lasciò comunque un biglietto con l’indirizzo di sua madre. Non gli sembrava giusto appropriarsi così della roba, neanche con tutto quello che stava succedendo.

Continuarono il loro viaggio, e ora Luna sembrava cavarsela piuttosto bene, perché l’intero tragitto parve andare liscio. C’erano certamente meno possibilità di andare a sbattere contro altre cose, anche se dovevano comunque schivare le auto che erano state abbandonate in mezzo alla carreggiata, i loro occupanti usciti a fissare il cielo. C’erano addirittura un paio di automobili della polizia, e Luna rallentò quasi automaticamente passandoci vicino. Ma i poliziotti erano occupati a guardare in alto come tutti gli altri. Non c’era nessuno che potesse causare loro dei guai, come non c’era nessuno che potesse aiutarli.

“Pensi ci sia qualcosa che possiamo fare per aiutare i nostri genitori?” chiese Luna dopo un po’.

“Non lo so,” ammise Kevin. Ci aveva pensato quasi costantemente da quando aveva visto sua madre in quello stato. “Immagino che dovrei saperlo.”

Aveva ricevuto così tanti messaggi dagli alieni, ma nessuno di essi aveva detto nulla di come disfare questa cosa. Nessuno di essi aveva fornito una cura a qualsiasi cosa questa fosse, né aveva suggerito che si potesse fermare. Un pensiero terribile si fece allora strada nella testa di Kevin: gli alieni avevano dato fuoco al loro mondo per evitare che questa cosa dilagasse, cercando di annientare la minaccia, che comunque non si era fermata.

“E se non ci fosse nessun modo?” chiese Luna. “E se tutti fossero bloccati in queste condizioni per sempre?”

“Se c’è qualcosa, lo troveremo,” disse Kevin, anche se non aveva idea di come avrebbero potuto anche solo iniziare. Doveva sperare, però. Voleva riportare indietro sua madre, e non trascorrere il resto della sua vita a nascondersi da tutta la gente che incontrava.

Guidarono verso est, e continuarono a viaggiare. La strada si piegava in curve e tornanti mentre salivano i versanti delle colline, oscurando per un po’ le montagne che però presto ricomparvero. Guidarono in salita e Kevin fece del suo meglio per pensare a dove si fosse trovato sulla mappa il puntino rosso che indicava il bunker. Era difficile, perché l’aveva vista solo un secondo, ed erano successe un sacco di cose da allora.

“Penso sia vicino alla cima,” disse.

Luna annuì e continuò a guidare. C’erano meno persone lì, ma lo stesso stavano facendo le stesse cose degli altri: erano in piedi in mezzo a bordo strada e fissavano il cielo. Alcuni stavano anche camminando in direzione della città, come se lì ci fosse qualcosa che li aspettava.

Doveva esserci un parcheggio in cima alla montagna, ma Luna deviò l’auto fuori dalla strada prima di arrivarci, nascondendola in mezzo a degli alberi.

“Così sarà al sicuro se poi dovesse servirci ancora,” disse. Kevin non vedeva chi ci potesse essere a minacciare di rubarla, ma lo stesso gli parve una bella idea. Immaginava che ci potessero essere delle persone nell’area turistica, tutte sotto il controllo degli alieni ormai.

Presero cibo e rifornimenti dall’auto, qualche lattina e dei pacchetti che sembravano non essere sufficienti ora che erano arrivati lì. Avanzarono quatti quatti attraverso gli alberi, cercando di non fare alcun rumore.

“Da che parte si va al bunker da qui?” chiese Luna.

“Non ne sono sicuro,” ammise Kevin. “Penso proprio in cima.”

Luna annuì e iniziarono a salire. Era dura, scalare a quel modo, ma continuarono a procedere. Erano comunque già quasi in cima, e la prospettiva della salvezza li trainava.

C’erano delle persone vicino alla cima. Kevin poté vederle quando furono più vicini. Alcuni sembravano turisti, ma ce n’erano degli altri con la divisa militare, che indicavano che il discorso di Phil sui test militari segreti poteva essere vero. Tutti sembravano stare fermi come gli altri che aveva visto, come se aspettassero degli ordini. Però sapeva che non potevano passare loro accanto come niente fosse. Anche se solo uno lo avesse visto, quanti altri ne sarebbero arrivati? Se fossero stati abbastanza, non avrebbe più avuto importanza che ci fosse o meno un bunker dove andare.

Quindi si avvicinarono di soppiatto meglio che poterono, cercando di mantenere sempre più alberi possibile tra loro e il resto della gente. Kevin teneva la testa bassa, cercando di non farsi vedere. Vide la gente voltarsi lentamente per fissarlo attraverso gli alberi, e capì che i loro sforzi per non farsi vedere non avevano funzionato.

“Corri!” gridò a Luna.

Scapparono, mentre un gruppo di persone vicino al lago iniziavano a seguirli insieme, muovendosi a passo normale ma con l’aspetto di non volersi fermare per nessun motivo. Kevin e Luna sfrecciarono tra gli alberi, diretti nel fitto del bosco per nascondersi.

“Lì,” sussurrò Luna indicando.

Kevin sospirò di sollievo. Aveva ragione. L’avevano trovato.

L’ingresso del bunker era camuffato con verde e grigio, muschio e piccole piante. L’entrata sembrava una piccola depressione del terreno da lontano, ma più da vicino era possibile vedere i gradini che scendevano. C’era una porta chiusa da un’antiquata maniglia rotonda, come il timone di una nave, o l’ingranaggio di una cassaforte. C’era una serratura al centro. Kevin sperava solo che Phil avesse avuto ragione sul fatto che le stesse chiavi funzionavano per tutti i bunker.

“Veloce,” disse Luna.

Kevin poteva sentire i passi dietro di loro mentre la gente controllata dagli alieni si avvicinava. Lui e Luna corsero verso la porta. Kevin inserì la chiave nella serratura, e così lentamente da terrorizzarlo, la maniglia iniziò a ruotare.

La porta si aprì giusto in tempo.

Lui e Luna si tuffarono all’interno, chiudendo la porta alle loro spalle e ruotando il meccanismo per fissarla. Qualcosa vi andò a sbattere contro dall’altra parte, ma la porta tenne.

“Avvio del processo di decontaminazione,” disse una voce elettronica. Dell’acqua scese in uno scroscio istantaneo inzuppandoli come sotto a un violento temporale. In quel momento a Kevin non importava.

“Ce l’abbiamo fatta,” disse. “Siamo salvi.”

CAPITOLO VENTISETTE

Con sorpresa di Kevin il bunker era vuoto, dentro non c’era nessuno, qualsiasi fossero state le precauzioni prese in merito. Era strano trovarsi intrappolati solo con Luna a fargli compagnia.

Il bunker aveva un centro operativo con schermi grandi quanto loro. Kevin premette un pulsante e fu sollevato di vedere che i sistemi del bunker lo lasciavano connettere a Tv e Internet, immagini satellitari e altro. C’erano persino delle cose che sembravano dare accesso a canali di comunicazione militare, anche se Kevin non aveva ancora capito come farli funzionare.

“È rimasto nessuno?” chiese Luna.

Kevin non era sicuro di come rispondere. “Ci sono trasmissioni e cose,” disse, “quindi deve esserci qualcuno.”

Però non sembravano esserci molte persone. Dall’interno sigillato del bunker, Kevin e Luna osservarono il mondo cambiare. C’erano notizie in Internet che parlavano della gente che veniva trasformata. Non era solo in America ormai: si stava diffondendo tanto velocemente da non poter essere contenuto. Forse se la gente fosse stata capace di rinchiudersi prima, avrebbero potuto fermarlo. Però, lo stesso, cosa avrebbero mai potuto fare contro un vapore portato dal vento?

“Cosa pensi che stiano facendo i nostri genitori adesso?” chiese Luna.

“Non lo so,” ammise Kevin. Era una sensazione strana e dilaniante non sapere le cose a quel modo. Sua madre era fuori insieme agli altri, intenta a fissare il cielo? La gente ridotta così mangiava e beveva? Ricordava di dormire? Oppure restavano lì e basta, fino a crollare per lo sfinimento?

“Ci sono ancora delle persone che tentano di mostrare quello che sta succedendo,” disse Luna. Mostrò a Kevin le immagini di una stazione TV dove stavano cercando di mappare tutto su quella che sembrava una carta geografica per le previsioni metereologiche, e un altro sito Internet dove qualcuno era riuscito ad attingere da un mucchio di fotocamere in giro per il mondo.

“Londra, Parigi, Pechino,” disse Kevin leggendo i titoli. Erano difficili da distinguere, perché ognuno mostrava quasi la stessa cosa, con la gente che stava ferma lì. Poi le cose peggiorarono, perché sugli schermi le immagini iniziarono a mutare, mostrando gente che fissava il cielo, che veniva nelle strade a centinaia, a migliaia, riunendosi per guardare in alto.

Ci volle un po’ per capire cosa stessero guardando.

Kevin guardò lo schermo senza poter credere ai suoi occhi. Vide la gente che fissava il cielo, e vide l’ombra che iniziava a passare su di loro, troppo improvvisa per essere qualcosa di naturale.

E di gran lunga troppo grande per essere una cosa costruita da mani umane.

DISPONIBILE ORA PER PRE-ORDINI!


L’ARRIVO

(Le cronache dell’Invasione—Libro Due)

Dall’autrice di fantasy numero uno #1 al mondo – Morgan Rice – arriva una serie di fantascienza da tempo annunciata. Il SETI ha ricevuto un segnale da una civiltà aliena. C’è tempo per salvare il mondo?

“Una trama fantastica, il genere di libro che farete fatica a mettere giù la notte. Il finale è stato da mozzare il fiato, così spettacolare che vorrete immediatamente comprare il libro successive per vedere cosa succederà.”

–The Dallas Examiner (parlando di Amata)

“Un’altra serie brillante ci immerge in un fantasy di onore, coraggio, magia e fede nel destino… Raccomandato per la biblioteca personale di tutti i lettori che amano i fantasy ben scritti.”

–Books and Movie Reviews, Roberto Mattos, parlando di L’ascesa dei draghi

“Una lettura rapida e semplice… dovrete leggere quello che succede poi e non vorrete metterlo giù.”

–FantasyOnline.net, parlando di Un’impresa da eroi

Dopo che il SETI ha ricevuto il segnale, il tredicenne Kevin si rende conto di essere l’unico che possa salvare il mondo. Ma c’è ancora tempo? Cosa deve fare?

E cos’hanno in mente di fare adesso gli alieni?

“Pieno zeppo d’azione …. Lo stile della Rice è consistente e le premesse sono intriganti.”

–Publishers Weekly, parlando di Un’impresa da eroi

“Un fantasy superiore… Un libro vincitore, raccomandato per coloro che amano lo stile epic fantasy alimentato da giovani protagonisti potenti e credibili.”

–Midwest Book Review, parlando de L’ascesa dei Draghi

“Un fantasy pieno zeppo d’azione che si sicuro piacerà ai fan dei precedenti romanzi di Morgan Rice, insieme agli amanti di opera come IL CICLO DELL’EREDITÀ di Christopher Paolini…. I fan della fiction per ragazzi divoreranno quest’ultima opera della Rice e imploreranno di averne ancora.”

–The Wanderer, A Literary Journal (parlando de L’ascesa dei draghi)

Il libro #3 della serie sarà presto disponibile.


L’ARRIVO

(Le cronache dell’Invasione—Libro Due)

Lo sapevi che ho scritto diverse serie? Se non le hai lette tutte, clicca l’immagine qua sotto e scarica il primo libro della serie che ti interessa!

Libri di Morgan Rice

LE CRONACHE DELL’INVASIONE

MESSAGGI DALLO SPAZIO (Libro #1)

L’ARRIVO (Libro #2)

COME FUNZIONA L’ACCIAIO

SOLO CHI LO MERITA (Libro #1)

UN TRONO PER DUE SORELLE

UN TRONO PER DUE SORELLE (Libro #1)

UNA CORTE DI LADRI (Libro #2)

UNA CANZONE PER GLI ORFANI (Libro #3)

UN LAMENTO FUNEBRE PER PRINCIPI (Libro #4)

UN GIOIELLO PER I REGNANTI (LIBRO #5)

UN BACIO PER LE REGINE (LIBRO #6)


DI CORONE E DI GLORIA

SCHIAVA, GUERRIERA, REGINA (Libro #1)

FURFANTE, PRIGIONIERA, PRINCIPESSA (Libro #2)

CAVALIERE, EREDE, PRINCIPE (Libro #3)

RIBELLE, PEDINA, RE (Libro #4)

SOLDATO, FRATELLO, STREGONE (Libro #5)

EROINA, TRADITRICE, FIGLIA (Libro #6)

SOVRANA, RIVALE, ESILIATA (Libro #7)

VINCITORE, VINTO, FIGLIO (Libro #8)


RE E STREGONI

L’ASCESA DEI DRAGHI (Libro #1)

L’ASCESA DEL PRODE (Libro #2)

IL PESO DELL’ONORE (Libro #3)

LA FORGIA DEL VALORE (Libro #4)

IL REGNO DELLE OMBRE (Libro #5)

LA NOTTE DEI PRODI (Libro #6)

L’ANELLO DELLO STREGONE

UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1)

LA MARCIA DEI RE (Libro #2)

DESTINO DI DRAGHI (Libro #3)

GRIDO D’ONORE (Libro #4)

VOTO DI GLORIA (Libro #5)

UN COMPITO DI VALORE (Libro #6)

RITO DI SPADE (Libro #7)

CONCESSIONE D’ARMI (Libro #8)

UN CIELO DI INCANTESIMI (Libro #9)

UN MARE DI SCUDI (Libro #10)

REGNO D’ACCIAIO (Libro #11)

LA TERRA DEL FUOCO (Libro #12)

LA LEGGE DELLE REGINE (Libro #13)

GIURAMENTO FRATERNO (Libro #14)

SOGNO DA MORTALI (Libro #15)

GIOSTRA DI CAVALIERI (Libro #16)

IL DONO DELLA BATTAGLIA (Libro #17)


LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA

ARENA UNO: MERCANTI DI SCHIAVI (Libro #1)

ARENA DUE (Libro #2)

ARENA TRE (Libro #3)

VAMPIRO, CADUTO

PRIMA DELL’ALBA (Libro #1)


APPUNTI DI UN VAMPIRO

TRAMUTATA (Libro #1)

AMATA (Libro #2)

TRADITA (Libro #3)

DESTINATA (Libro #4)

DESIDERATA (Libro #5)

PROMESSA (Libro #6)

SPOSA (Libro #7)

TROVATA (Libro #8)

RISORTA (Libro #9)

BRAMATA (Libro #10)

PRESCELTA (Libro #11)

OSSESSIONATA (Libro #12)

Chi è Morgan Rice


Morgan Rice è l’autrice campionessa d’incassi e oggi numero #1 negli Stati Uniti della serie epic fantasy L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende diciassette libri; della serie numero #1 nelle vendite APPUNTI DI UN VAMPIRO, che comprende dodici libri; della serie numero #1 nelle vendite LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA, un thriller post-apocalittico che comprende tre libri; della serie epic fantasy RE E STREGONI, che comprende sei libri; della serie epic fantasy DI CORONE E DI GLORIA, che comprende otto libri; della serie epic fantasy UN TRONO PER DUE SORELLE, che comprende al momento 5 libri e della nuova serie di fantascienza LE CRONACHE DELL’INVASIONE. I libri di Morgan sono disponibili in formato audio e cartaceo, e sono tradotti in oltre 25 lingue.

Morgan ama ricevere i vostri messaggi e commenti, quindi sentitevi liberi di visitare il suo sito www.morganricebooks.com per iscrivervi alla sua mailing list, ricevere un libro in omaggio, gadget gratuiti, scaricare l’app gratuita e vedere in esclusiva le ultime notizie. Connettetevi a Facebook e Twitter e tenetevi sintonizzati!

Возрастное ограничение:
16+
Дата выхода на Литрес:
10 октября 2019
Объем:
241 стр. 3 иллюстрации
ISBN:
9781640294578
Правообладатель:
Lukeman Literary Management Ltd
Формат скачивания:
Первая книга в серии "Le Cronache dell’invasione"
Все книги серии

Похожие книги