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ORA E PER SEMPRE
(LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR—LIBRO 1)
S O P H I E L O V E
Sophie Love
Fan da tutta la vita dei romanzi d’amore, Sophie Love è felice di presentare la sua serie di debutto: ORA E PER SEMPRE (LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR—LIBRO 1). Visita il suo sito internet www.sophieloveauthor.com per scrivere a Sophie, entrare a far parte della mailing list, ricevere e-book gratis ed essere sempre al corrente delle ultime novità!
Copyright © 2016 di Sophie Love. Tutti i diritti riservati. Salvo per quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo e-book è disponibile solo per fruizione personale. Questo e-book non può essere rivenduto né donato ad altri. Se vuole condividerlo con altre persone, è pregato di aggiungerne un’ulteriore copia per ogni beneficiario. Se intende rileggere l’e-book senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato per suo uso personale, è pregato di restituirlo e acquistare la sua copia. La ringraziamo del rispetto che dimostra nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright kak2s, utilizzata con il permesso di Shutterstock.com.
CAPITOLO UNO
Emily fece scorrere la mani lungo la seta nera del vestito, distendendone le pieghe per quella che doveva essere la centesima volta, quella sera.
“Sembri nervosa,” disse Ben. “Hai appena toccato la cena.”
Scoccò un’occhiata al pollo che per metà aveva lasciato nel piatto, e poi risollevò lo sguardo verso Ben, che le sedeva di fronte a una tavola meravigliosamente imbandita, con il viso illuminato dalla luce della candela. Per il loro settimo anniversario, l’aveva portata nel ristorante più romantico di New York.
Ma certo che era nervosa.
Soprattutto visto che la scatolina di Tiffany che aveva trovato nascosta nel cassetto dei calzini settimane prima non c’era più quando aveva controllato quella sera. Era sicura che quella sarebbe stata la sera in cui finalmente le avrebbe chiesto di sposarlo.
Pensarci le faceva battere forte il cuore dalla trepidazione.
“È solo che non ho molta fame,” rispose.
“Oh,” disse Ben, un po’ perplesso. “Quindi non vuoi il dolce? Io ho messo gli occhi sulla mousse al caramello.”
Il dolce proprio non lo voleva, ma d’un tratto le venne il timore che forse Ben avesse nascosto l’anello nella mousse. Sarebbe stata una proposta di matrimonio stucchevole, ma a questo punto le sarebbe andata bene qualsiasi cosa. Dire che Ben aveva paura di impegnarsi era minimizzare. Gli ci erano voluti due anni di relazione per lasciarle tenere uno spazzolino nel suo appartamento – e quattro per farla trasferire da lui.
Se lei introduceva l’argomento bambini, lui diventava bianco come un lenzuolo.
“Ordina pure la mousse se vuoi,” disse. “Io ho ancora il mio bicchiere di vino.”
Ben alzò le spalle e poi chiamò il cameriere, che portò via veloce il piatto vuoto e il mezzo pollo di Emily.
Ben allungò le mani e prese quelle di Emily nelle sue.
“Ti ho detto che sei bellissima stasera?” chiese.
“Non ancora,” rispose lei, sorridendo maliziosamente.
Sorrise anche lui. “Allora, sei bellissima.”
Poi infilò una mano in tasca.
Il cuore di Emily parve fermarsi. Ecco. Stava accadendo davvero. Tutti quegli anni di angoscia, di pazienza da monaco buddista, stavano finalmente per ripagarla. Stava per provare a sua madre che era in errore, sua madre che sembrava divertirsi a dirle che non sarebbe mai riuscita a far percorrere la navata a un uomo come Ben. Per non parlare della sua migliore amica, Amy, che aveva di recente sviluppato la mania dopo un bicchiere di vino di troppo di mettersi a implorare Emily di non sprecare altro tempo con Ben perché trentacinque anni non erano assolutamente “troppi per trovare il vero amore.”
Deglutì mentre Ben tirava fuori la scatolina di Tiffany dalla tasca e la faceva scivolare sulla tavola verso di lei.
“Che cos’è?” riuscì a chiedere.
“Aprila,” rispose con un largo sorriso.
Non si era messo in ginocchio, notò Emily, ma andava bene comunque. Non le serviva una proposta tradizionale. Le serviva un anello. Qualunque anello sarebbe andato bene.
Prese la scatolina, la aprì – e poi si accigliò.
“Cosa… diavolo…?” balbettò.
La guardò sotto choc. Era una bottiglia da trenta millimetri di profumo.
Ben sorrise, come estasiato dalla sua opera.
“Non sapevo che vendessero anche profumi,” rispose Ben. “Pensavo che vendessero solo gioielleria troppo costosa. Vuoi che te lo metta?”
Improvvisamente incapace di contenere le proprie emozioni, Emily scoppiò a piangere. Tutte le sue speranze andarono in pezzi. Si sentiva un’idiota anche solo per essersi permessa di pensare che quella sera avrebbe potuto chiederle di sposarlo.
“Perché piangi?” chiese Ben, corrucciato, improvvisamente addolorato. “La gente ci guarda.”
“Avevo pensato…” balbettò Emily, sfiorando con lo sguardo la tovaglia, “con il ristorante, e visto che era il nostro anniversario…” Era incapace a tirar fuori le parole.
“Sì,” disse Ben freddamente. “È il nostro anniversario e io ti ho preso un regalo. Scusami se non è abbastanza bello, ma tu non me l’hai neanche comprato.”
“Avevo pensato che mi avresti chiesto di sposarti!” urlò alla fine Emily, buttando il tovagliolo sulla tavola.
Nella sala il mormorio si zittì quando le persone smisero di mangiare per voltarsi a fissarla. A lei non importava più.
Gli occhi di Ben si spalancarono dalla paura. Sembrava anche più spaventato di quando lei parlava della possibilità di mettere su famiglia.
“Perché ti vuoi sposare?” chiese.
Emily venne colta da un momento di chiarezza. Lo guardò come se lo vedesse per la prima volta. Ben non sarebbe mai cambiato. Non si sarebbe mai impegnato. Sua madre, Amy, avevano avuto entrambe ragione. Aveva sprecato anni in attesa di qualcosa che ovviamente non sarebbe accaduto, e quella minuscola bottiglietta di profumo era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.
“È finita,” disse Emily, senza fiato, gli occhi improvvisamente asciutti. “È davvero finita.”
“Sei ubriaca?” gridò Ben, incredulo. “Prima vuoi sposarti, e adesso vuoi rompere?”
“Non sono ubriaca,” disse Emily. “Solo che non sono più cieca. Tutto questo – io e te – non è mai stata una cosa buona.” Si alzò, gettando il tovagliolo sulla sedia. “Me ne vado da casa tua,” disse. “Per stanotte starò da Amy, e domani verrò a prendere la mia roba.”
“Emily,” disse Ben, cercando di toccarla. “Possiamo parlarne, per favore?”
“Perché?” replicò. “Così puoi convincermi ad aspettare altri sette anni prima di comprarci una casa nostra? E altri dieci prima di avere un conto in banca in comune? Diciassette anni prima che tu possa anche solo considerare l’idea di prendere un gatto insieme?”
“Per favore,” diceva Ben sottovoce, guardando il cameriere che si avvicinava col dolce. “Stai facendo una scenata.”
Emily sapeva di fare una scenata, ma non le importava. Non avrebbe cambiato idea.
“Non c’è nient’altro di cui parlare,” disse. “È finita. Goditi la tua mousse!”
E con queste ultime parole, si precipitò fuori dal ristorante.
CAPITOLO DUE
Emily fissava la tastiera, desiderando che le dita si muovessero, che facessero qualcosa, qualsiasi cosa. Apparve un’altra email nella sua casella di posta, e la guardò con aria vuota. Le chiacchiere dell’ufficio attorno a lei le entravano da un orecchio e uscivano dall’altro. Non riusciva a concentrarsi. Si sentiva stordita. La nottata completamente in bianco che aveva passato sul bitorzoluto divano di Amy non migliorava di molto la situazione.
Era al lavoro da un’ora intera ma non era riuscita a fare molto altro che accendere il computer e bere una tazza di caffè. Aveva la mente del tutto consumata dai ricordi della sera precedente. Il viso di Ben continuava a tornarle in mente. Si sentiva spaventata ogni volta che riviveva quella terribile serata.
Il telefono si illuminò, guardò lo schermo e vide il nome di Ben che lampeggiava per l’ennesima volta. Chiamava, ancora. Emily non aveva risposto a una sola delle sua telefonate. Che cosa c’era da dire adesso? Aveva avuto sette anni per decidere se volesse stare con lei o meno – un tentativo dell’ultimo minuto per salvare la situazione non sarebbe servito adesso.
Squillò il telefono dell’ufficio e lei fece un balzo sulla sedia, poi lo afferrò.
“Pronto?”
“Ciao, Emily, sono Stacey del quindicesimo piano. Ho qui un appunto che dice che saresti venuta alla riunione di stamattina e volevo sapere perché non ti sei presentata.”
“CAZZO!” urlò Emily, buttando giù il telefono. Si era completamente dimenticata della riunione.
Saltò su dalla scrivania e attraversò di corsa l’ufficio fino all’ascensore. La sua agitazione sembrava divertire i colleghi, che si misero a bisbigliare come bambini scemi. Quando raggiunse l’ascensore, schiacciò il palmo della mano contro il bottone.
“Muoviti, muoviti, muoviti!”
Ci volle un’eternità, ma alla fine l’ascensore arrivò. Quando le porte si aprirono, Emily si precipitò fuori solo per scontrarsi con qualcuno che stava arrivando. Mentre indietreggiava, senza fiato, si accorse che la persona con cui si era scontrata era il suo capo, Izelda.
“Mi scusi tanto,” balbettò Emily.
Izelda la squadrò da capo a piedi. “Per cosa, esattamente? Per essermi venuta addosso o per aver saltato la riunione?”
“Tutte e due,” rispose Emily. “Ci stavo andando adesso. Mi è completamente passata di mente.”
Sentiva ogni singolo occhio dell’ufficio puntato sulla schiena. L’ultima cosa di cui aveva bisogno adesso era una dose di umiliazione pubblica, qualcosa che Izelda amava molto dispensare.
“Ce l’ha un calendario?” disse Izelda freddamente, incrociando le braccia.
“Sì.”
“E lo sa come funziona? Come ci si scrive sopra?”
Dietro di lei, Emily riusciva a sentire gli altri reprimere le risate. Il suo primo istinto fu di appassire come un fiore. Essere presa in giro davanti a un pubblico era la sua idea di incubo. Ma proprio come al ristorante la sera precedente, uno strano senso di chiarezza la assalì. Izelda non era un’autorità da ammirare per forza e ai cui capricci adattarsi. Era solo una donna amareggiata che sfogava la rabbia su chi poteva. E quei colleghi che sparlavano non avevano nessuna importanza.
Un’improvvisa ondata di consapevolezza la inondò. Ben non era l’unica cosa che non le piaceva della sua vita. Odiava anche il suo lavoro. Quella gente, quell’ufficio, Izelda. Era bloccata lì da anni, così come era rimasta bloccata con Ben. E non aveva più intenzione di sopportarlo.
“Izelda,” disse Emily, chiamando il suo capo per nome per la prima volta, “Sarò sincera. Non sono venuta alla riunione, mi è sfuggito di mente. Non è una tragedia.”
Izelda la guardò torva.
“Come si permette!” sbottò. “La farò rimanere inchiodata alla scrivania fino a mezzanotte per il prossimo mese finché non avrà imparato che significa essere sollecita!”
Con quelle parole, Izelda la sfiorò passando, spingendole la spalla, come per andarsene infuriata, con lo sguardo che diceva che la questione era chiusa.
Ma quello di Emily diceva altrimenti.
Emily la raggiunse e la afferrò per la spalla, fermandola.
Izelda si voltò e le fece una smorfia, scostando le mani di Emily come se fosse stata morsa da un serpente.
Ma Emily non cedette.
“Non avevo finito,” continuò Emily, tenendo la voce completamente calma. “La tragedia è questo posto. Sei tu. È questo stupido, insignificante, alienante lavoro.”
“Prego?” urlò Izelda, il viso rosso di rabbia.
“Mi hai sentita,” rispose Emily. “A dire il vero, credo proprio che tutti mi abbiano sentita.”
Emily guardò i colleghi, che la fissavano di rimando, sbalorditi. Nessuno si aspettava che la tranquilla e accondiscendente Emily scattasse così. Le venne in mente che Ben le aveva detto che stava facendo “una scenata” la sera precedente. Ed ecco che ne faceva un’altra. Solo che questa volta si stava divertendo.
“Puoi prendere il tuo lavoro, Izelda,” aggiunse Emily, “e ficcartelo su per il culo.”
Poteva praticamente sentirli rantolare dietro di lei.
Spintonò via Izelda per infilarsi in ascensore, poi ruotò sui talloni. Premette il pulsante del piano terra per quella che, come realizzò con assoluto sollievo, sarebbe stata l’ultima volta della sua vita, poi guardò la scena dei suoi scioccati colleghi che la fissavano mentre le porte si chiudevano e li lasciavano fuori. Sospirò profondamente, sentendosi più libera e più leggera di quanto si fosse mai sentita prima.
*
Emily corse su per le scale che portavano al suo appartamento, accorgendosi che quello non era il suo appartamento – non lo era mai stato. Aveva sempre sentito di vivere in casa di Ben, di dover essere il più piccola e il più discreta possibile. Rovistò in cerca delle chiavi, grata che Ben fosse al lavoro e di non dover averci a che fare.
Entrò e guardò la casa con occhi diversi. Niente era di suo gusto lì. Tutto sembrava aver preso un altro significato: l’orribile divano per cui lei e Ben avevano litigato al momento dell’acquisto (litigio che aveva vinto lui); lo stupido tavolino da caffè che lei voleva buttare via perché una delle gambe era più corta delle altre e traballava sempre (ma al quale Ben era legato da “ragioni sentimentali” e che quindi era rimasto); l’enorme tv che era costata decisamente troppo e che occupava troppo spazio (ma di cui Ben aveva insistito di aver bisogno per guardare lo sport perché era “l’unica cosa” che lo rilassava). Afferrò un paio di libri dallo scaffale, notando che i suoi romanzi rosa erano stati relegati nell’ombra dello scaffale più basso (Ben si preoccupava sempre che i suoi amici lo avrebbero giudicato poco intellettuale se avessero visto dei romanzi rosa sullo scaffale – lui preferiva i saggi accademici e filosofici, anche se sembrava non leggerli mai).
Stava guardando al di sopra delle fotografie sulla mensola per vedere se ci fosse qualcosa che valesse la pena prendere, quando la colpì il fatto che in ogni sua foto lei era insieme alla famiglia di Ben. Al compleanno della nipote di Ben, al matrimonio della sorella di Ben. Non c’era una sola fotografia di lei con sua mamma, l’unica persona della famiglia di Emily, e tanto meno di Ben con loro due. D’un tratto fu colpita dal fatto che era una straniera nella sua stessa vita. Aveva seguito la strada di qualcun altro per anni invece di costruirsi la sua.
Prese d’assalto l’appartamento e finì in bagno. Qui c’erano le sole cose di cui a lei importava davvero – i suoi prodotti per il bagno e i trucchi. Ma anche questi costituivano un problema per Ben. Si era sempre lamentato di quanti prodotti avesse, rammaricandosi per lo spreco di soldi.
“Sono i miei soldi che spreco!” urlò Emily al suo riflesso nello specchio buttando tutti i suoi averi in una capiente borsa.
Sapeva di avere l’aria di una pazza, a sfrecciare su e giù così per il bagno gettando bottiglie mezze vuote di shampoo nella borsa, ma non le importava. La sua vita con Ben era stata solo una bugia, e voleva uscirne il più presto possibile.
Poi corse nella camera accanto e afferrò la sua valigia da sotto il letto. La riempì velocemente con tutti i vestiti e le scarpe. Finito di raccogliere le sue cose, portò tutto fuori in strada. Poi, come gesto simbolico finale, tornò nell’appartamento e pose la sua chiave sul tavolino da caffè “sentimentale” di Ben, poi uscì, per non tornare mai più.
Fu solo lì in piedi sul cordolo del marciapiede che Emily prese coscienza di ciò che aveva fatto. Aveva perso il lavoro e la casa nello giro di poche ore. Diventare single era una cosa, ma perdere tutta la sua vita era decisamente un’altra.
Piccoli palpiti di panico cominciarono a percorrerla. Le mani le tremavano mentre tirava fuori il cellulare e componeva il numero di Amy.
“Ehi, che c’è?” chiese Amy.
“Ho fatto una cosa stupida,” rispose Emily.
“Dimmi…” la sollecitò a continuare Amy.
“Ho lasciato il lavoro.”
Sentì Amy sospirare dall’altra parte della cornetta.
“Oh, grazie a Dio,” disse la voce della sua amica. “Pensavo che mi avresti detto di essere tornata con Ben.”
“No, no, tutto il contrario. Ho fatto le valigie e ho lasciato la casa. Sto qui per la strada come una barbona.”
Amy cominciò a ridere. “Mi hai dipinto proprio una bella scena.”
“Non è divertente!” replicò Emily, più spaventata che mai. “Cosa faccio adesso? Ho lasciato il lavoro. Non riuscirò a trovare un appartamento senza un lavoro!”
“Devi ammettere che un po’ divertente lo è,” rispose Amy sogghignando. “Porta tutto qui,” aggiunse con nonchalance. “Lo sai che puoi restare da me finché non sistemi le cose.”
Ma Emily non voleva. Praticamente aveva trascorso anni della sua vita vivendo in casa di qualcun altro, costretta a sentirsi un’ospite nella sua stessa casa, come se Ben le stesse facendo un favore ad averla intorno. Non voleva più vivere così. Aveva bisogno di costruirsi la sua vita, di stare in piedi da sola.
“Apprezzo l’offerta,” disse Emily, “ma devo occuparmi di me stessa per un po’.”
“Lo capisco,” rispose Amy. “E allora che fai? Lasci la città per un po’? Ti schiarisci le idee?”
Le fece venire in mente una cosa. Il padre di Emily aveva una casa nel Maine. Ci avevano trascorso le estati quando lei era piccola, ma era rimasta vuota da quando vent’anni prima era scomparso. Era vecchia, decisamente particolare, ed era stata fantastica a un certo punto, in una specie di modo storico; era più come un contorto Bed and Breakfast di cui suo padre non sapeva che farnese, che una casa.
All’epoca aveva un’aria appena passabile, ed Emily sapeva che non sarebbe stata presa bene adesso, dopo vent’anni di abbandono; e non le avrebbe dato la stessa sensazione di vuoto – non ora che non era più una bambina. Senza pensare che non si era proprio in estate. Era febbraio!
Eppure l’idea di trascorrere qualche giorno seduta sul portico, a guardare l’oceano, in un luogo che era suo (più o meno) all’improvviso le sembrò molto romantica. Lasciare New York per il weekend sarebbe stato un buon modo per chiarirsi le idee e cercare di decidere cosa fare dopo.
“Devo andare,” disse Emily.
“Aspetta,” rispose Amy. “Prima dimmi dove vai!”
Emily fece un respiro profondo.
“Vado nel Maine.”
CAPITOLO TRE
Emily dovette prendere molte metropolitane per raggiungere il parcheggio a lungo termine a Long Island City dove si trovava la sua vecchia, abbandonata e malconcia auto. Erano passati anni da quando l’aveva guidata, perché Ben aveva sempre preso su di sé tutte le responsabilità dell’autista per esibire la sua preziosa Lexus, e mentre Emily attraversava a piedi l’enorme parcheggio pieno di ombre, trascinando la valigia dietro di sé, si chiedeva se fosse ancora in grado di guidare. Era un’altra di quelle cose che si era lasciata scivolare via nel corso della sua relazione.
Già il viaggio per arrivare lì – a quel parcheggio nei sobborghi della città – era sembrato infinito. Mentre si avvicinava alla macchina, mentre i suoi passi riecheggiavano nel parcheggio freddo, si sentiva quasi troppo stanca per andare avanti.
Stava commettendo un errore? si chiese. Sarebbe dovuta tornare indietro?
“Eccola.”
Emily si voltò e vide l’addetto al garage che sorrideva alla sua auto malconcia, sembrava con pietà. Allungò un braccio e le porse le chiavi.
Il pensiero di avere ancora otto ore di viaggio davanti era soverchiante, impossibile. Era già esausta, fisicamente ed emotivamente.
“Ha intenzione di prenderle?” chiese l’uomo alla fine.
Emily sbatté le palpebre, non rendendosi conto di aver avuto la testa da un’altra parte.
Se ne stava lì, in piedi, sapendo che quello era un momento decisivo, per certi versi. Sarebbe crollata, sarebbe tornata di corsa alla sua vecchia vita?
O sarebbe stata abbastanza forte da andare avanti?
Emily alla fine si riscosse dai pensieri inquietanti e si costrinse a essere forte. Almeno per adesso.
Prese le chiavi e si avviò trionfante verso la macchina, cercando di mostrare coraggio e fiducia in se stessa mentre si allontanava, ma segretamente innervosita dall’idea che l’auto non sarebbe neanche partita – e che se anche l’avesse fatto, lei non si sarebbe neanche ricordata come guidare.
Sedette nell’auto fredda, chiuse gli occhi e accese il motore. Se partiva, si disse, era un segno. Se non partiva, poteva tornare indietro.
Odiava ammetterlo con se stessa, ma segretamente sperava che non partisse.
Girò la chiave.
Partì.
*
Fu una bellissima sorpresa e un conforto per Emily vedere che, pure in modo un po’ bizzarro, conosceva ancora le basi della guida. Tutto quello che doveva fare era dare gas e guidare.
Era liberatorio guardare il mondo sfrecciarle accanto, e lentamente si riscosse dal cattivo umore. Accese perfino la radio, ricordandosene.
Con la radio che faceva chiasso, i finestrini giù, Emily stringeva il volante forte tra le mani. Nella mente si vedeva come un’affascinante sirena dei film in bianco e nero degli anni Quaranta, con il vento che le scompigliava la perfetta messa in piega. In realtà, la gelida aria di febbraio le aveva colorato il naso di rosso bacca e le aveva increspato i capelli.
Presto uscì dalla città, e più a nord andava più le strade erano costeggiate da sempreverdi. Si prese il tempo di ammirarne la bellezza mentre le superava. Quanto era stato facile farsi prendere dalla frenesia e dal trambusto della vita di città. Per quanti anni era scivolata in avanti senza fermarsi davvero ad ammirare la bellezza della natura?
Ben presto le strade si allargarono, il numero di corsie aumentò, ed eccola in autostrada. Accelerò, spingendo il suo macinino ad andare più veloce, sentendosi viva e rapita dalla velocità. Tutte quelle persone nelle loro auto che partivano per viaggi da qualche altra parte, e lei, Emily, che alla fine era una di loro. L’eccitazione le batteva dentro mentre faceva correre la macchina in avanti, aumentando la velocità fino a quanto osava.
La fiducia in se stessa si librava a mano a mano che le gomme mangiavano le strade. Quanto superò il confine di stato con il Connecticut, aveva davvero raggiunto l’obiettivo di andarsene. Il lavoro, Ben, si era finalmente liberata di tutto quel bagaglio.
Più a nord andava più faceva freddo, ed Emily alla fine dovette ammettere che era troppo freddo per tenere i finestrini aperti. Li chiuse e si strofinò le mani, desiderando di avere addosso qualcosa di più appropriato per il tempo. Aveva lasciato New York in uno scomodo completo, e in un altro momento di impulsività aveva scagliato la giacca aderente e le scarpe con tacco a spillo fuori dalla finestra. Adesso indossava solo una camicetta e le dita dei piedi nudi sembravano essersi tramutate in blocchi di ghiaccio. L’immagine della star del cinema degli anni Quaranta andò in pezzi quando guardò il suo riflesso sullo specchietto retrovisore. Era un disastro. Ma non le importava. Era libera, e quello era tutto ciò che contava.
Passarono ore, e prima che se ne rendesse conto si era lasciata alle spalle il Connecticut, che era ormai un ricordo passato, solo un luogo che aveva attraversato sulla sua strada verso un futuro migliore. Il paesaggio del Massachusetts era più aperto. Invece del fogliame verde scuro dei sempreverdi, gli alberi ora avevano cambiato le foglie estive e svettavano come scheletri allampanati su ogni lato, rivelando accenni di neve e di ghiaccio sul terreno duro ai loro piedi. Sopra Emily il cielo cominciò a cambiare colore, dall’azzurro al grigio umido, ricordandole che sarebbe stato buio quando avrebbe raggiunto il Maine.
Attraversò Worcester, molte case erano alte, rivestite di pannelli di legno e dipinte di varie tonalità pastello. Emily non poteva fare a meno di pensare alle persone che vivevano lì, di porsi domande sulle loro vite e sulle loro esperienze. Era solo a poche ore da casa ma già tutto le sembrava alieno – tutte le possibilità, tutti i diversi posti dove vivere ed essere e da visitare. Come aveva fatto a trascorrere sette anni vivendo un’unica versione della vita, continuando la vecchia e familiare routine, ripentendo la stessa giornata all’infinito, aspettando, aspettando, aspettando qualcosa di più. Per tutto quel tempo aveva aspettato che Ben crescesse in modo che lei potesse dare inizio al nuovo capitolo della sua vita. Ma per tutto quel tempo, lei stessa aveva avuto il potere di essere la forza motrice della sua storia.
Si trovò ad attraversare un ponte, seguendo la Route 290 che diventava la Route 495. Erano scomparsi gli alberi di cui meravigliarsi, rimpiazzati adesso da rocce scoscese. Lo stomaco si mise a brontolare, ricordandole che l’ora di pranzo era arrivata e passata e che lei non se ne era preoccupata. Pensò di fermarsi a un autogrill ma l’impulso di raggiungere il Maine era troppo grande. Poteva mangiare una volta arrivata là.
Passarono altre ore, e attraversò il confine per il New Hampshire. Il cielo si aprì, le strade erano ampie e numerose, le pianure si distendevano su ogni lato fin dove poteva vedere. Emily non riusciva a fare a meno di pensare solo a quanto grande fosse il mondo, a quante persone contenesse in realtà.
L’ottimismo la portò fino dopo Portsmouth, dove gli aeroplani scendevano in picchiata oltre la sua testa, con i motori che rombavano mentre si avvicinavano alla pista di atterraggio. Accelerò, superò il paese successivo dove le gelate coprivano le banchine su ogni lato dell’autostrada, poi avanti attraverso Portland, dove la strada correva a lato della ferrovia. Emily colse ogni dettaglio, sbalordita dalla grandezza del mondo.
Corse lungo il ponte che portava fuori Portland, desiderando disperatamente di fermare la macchina e godere della vista dell’oceano. Ma il cielo si stava facendo scuro e sapeva di doversi muovere se voleva raggiungere Sunset Harbor prima della mezzanotte. Erano almeno altre tre ore di viaggio da lì, e l’orologio sul cruscotto segnava già le 21. Lo stomaco protestò di nuovo, rimproverandola per aver saltato la cena, oltre che il pranzo.
Tra tutte le cose che non vedeva l’ora di fare una volta arrivata alla casa, la prima era dormire per tutta la notte. La stanchezza cominciava a farsi sentire; il divano di Amy non era stato particolarmente comodo, per non parlare del subbuglio emotivo che l’aveva tormentata tutta la notte. Ma ad aspettare Emily nella casa di Sunset Harbor c’era il bellissimo letto a baldacchino di quercia scura che si trovava nella camera matrimoniale, quello che i suoi genitori avevano condiviso in tempi più felici. Il pensiero di averlo tutto per sé la spronava ad andare avanti.
Sebbene il cielo minacciasse neve, Emily decise di uscire dall’autostrada fino a Sunset Harbor. Suo padre adorava guidare lungo la strada meno frequentata – una serie di ponti che scavalcavano la miriade di fiumi che scorrevano fin nell’oceano in quella parte del Maine.
Lasciò l’autostrada, sollevata almeno di rallentare. Le strade sembravano più pericolose, ma il panorama era stupendo. Emily fissava le stelle che occhieggiavano sull’acqua chiara e scintillante.
Restò sulla Route 1 lungo la costa, aprendo la mente alla bellezza che le offriva. Il cielo passò dal grigio al nero, e l’acqua ne rifletteva l’immagine. Le sembrava di guidare attraverso lo spazio, puntando all’infinito.
Puntando all’inizio del resto della sua vita.
*
Sfinita dal viaggio lunghissimo, sforzandosi di tenere gli occhi infiammati aperti, si riprese quando i fanali illuminarono finalmente un cartello che le diceva che stava entrando a Sunset Harbor. Il cuore le batté più veloce di sollievo e dalla trepidazione.
Oltrepassò il piccolo aeroporto e guidò sul ponte che l’avrebbe condotta a Mount Desert Island, ricordando, con una stretta di nostalgia, di quando si trovava nella macchina di famiglia mentre attraversava questo stesso ponte. Sapeva che si trovava solo a dieci miglia dalla casa, che le ci sarebbero voluti non più di venti minuti per raggiungere la destinazione. Il cuore si mise a martellare dall’agitazione. La stanchezza e la fame sembrarono sparire.
Vide il piccolo cartello di legno che le dava il benvenuto a Sunset Harbor e sorrise a se stessa. Alti alberi costeggiavano entrambi i lati della carreggiata, ed Emily si sentì confortata dal sapere che erano gli stessi che guardava da bambina quando suo padre guidava lungo questa stessa strada.
Pochi minuti dopo attraversò un ponte su cui ricordava di aver passeggiato da bambina in una bellissima sera d’autunno, con le foglie rosse che scricchiolavano sotto le scarpe. L’immagine era così vivida che riusciva anche a vedere le muffole di lana viola che indossava mentre si teneva per mano con suo padre. Non doveva aver avuto più di cinque anni all’epoca, ma il ricordo la colpì tanto chiaramente che sembrava essere stato ieri.
Le vennero in mente altri ricordi a mano a mano che vedeva altre cose – il ristorante che serviva pancake fantastici, il campeggio pieno di scout per tutta l’estate, la stradina a una corsia che portava a Salisbury Cove. Quando raggiunse il cartello per l’Acadia National Park sorrise, sapendo che era a sole due miglia dalla sua destinazione. Sembrava che avrebbe raggiunto la casa al momento opportuno; la neve stava cominciando a cadere adesso e il suo macinino probabilmente non sarebbe resistito a una bufera.
Ed ecco che la macchina si mise a fare uno strano rumore stridulo da sotto al cofano. Emily si morse il labbro dall’ansia. Ben era sempre stato quello pratico dei due, il riparatore della relazione. Le capacità meccaniche di Emily erano miserevoli. Pregò che la macchina reggesse per l’ultimo miglio.
Ma lo stridio peggiorava, e presto fu accompagnato da uno strano ronzio, poi da un click irritante, e alla fine da un rantolo. Emily chiuse forte i pugni attorno al volante e lanciò un’imprecazione sottovoce. La neve cominciò a cadere più veloce e più fitta, e la macchina si mise a lamentarsi anche di più, prima di crepitare e alla fine morire.
Ascoltando il sibilo del motore a terra, Emily sedeva lì impotente, cercando di capire cosa fare. L’orologio le disse che era mezzanotte. Non c’erano altre auto, nessuno fuori a quell’ora di notte. C’era un silenzio di morte e, senza la luce dei fanali, un buio spettacolare; non c’erano lampioni lungo quella strada e le nuvole coprivano le stelle e la luna. Era inquietante, ed Emily pensava che fosse l’ambientazione ideale per un film horror.
Afferrò il telefono come se potesse risolvere il problema, ma vide che non c’era campo. La vista delle cinque barre vuote la fece preoccupare ancora di più, facendola sentire ancora più sola e isolata. Per la prima volta da quando si era lasciata la sua vita alle spalle, Emily cominciò a pensare di aver preso una decisione terribilmente stupida.
Uscì dall’auto e rabbrividì quando l’aria fredda di neve le giunse alla carne. Fece il giro del bagagliaio e diede un’occhiata al motore, non sapendo neanche che cosa cercare esattamente.
Proprio allora sentì il rombo di un furgone. Il cuore le balzò dal sollievo mentre guardava lontano e le parve di distinguere due fanali che avanzavano lentamente lungo la strada verso di lei. Agitò le mani, facendo segno al furgone di fermarsi mentre si avvicinava.
Fortunatamente accostò, fermandosi appena dietro di lei, esalando i gas di scarico nell’aria fredda, le luci penetranti che illuminavano i fiocchi di neve che cadevano.
La portiera del guidatore scricchiolò mentre si apriva, e due piedi avvolti in pesanti stivali scricchiolarono sulla neve. Emily riusciva a vedere solo la silhouette della persona davanti a lei e all’improvviso provò il terrore di essersi imbattuta nell’assassino locale.
“È finita nei guai, eh?” sentì la voce rauca di un anziano.
Emily si massaggiava le braccia, sentendo la pelle d’oca sotto la camicia, cercando di smettere di tremare – ma fu sollevata che si trattasse di un vecchio.
“Sì, non so cosa sia successo,” disse. “Ha cominciato a fare rumori strani e poi si è fermata.”
L’uomo si avvicinò, e il viso fu finalmente illuminato dalle luci del furgone. Era molto vecchio, con ispidi capelli bianchi su una faccia piena di rughe. Gli occhi erano scuri ma scintillarono di curiosità guardando prima Emily e poi la macchina.
“Non sa come sia successo?” chiese, trattenendo una risata. “Glielo dico io cos’è successo. Quella macchina non è altro che un ammasso di ciarpame. Sono stupito che sia riuscita ad arrivare qui, più che altro! Mi pare che non l’abbia mantenuta in gran forma, e che poi l’abbia portata fuori con la neve, mi sbaglio?”
Emily non era dell’umore giusto per farsi prendere in giro, specialmente dato che sapeva che il vecchio aveva ragione.
“A dire il vero, arrivo da New York. La macchina ha retto bene per otto ore,” rispose, fallendo nel tentativo di non suonare secca.
Il vecchio fischiò sotto i baffi. “New York? Be’, non avrei mai… Cosa la porta fin qui?”
Emily non aveva voglia di raccontare la sua storia, così rispose semplicemente, “Sono diretta a Sunset Harbor.”
L’uomo non le fece altre domande. Emily rimase lì in piedi a guardarlo, e le dita le divennero presto insensibili mentre aspettava che le offrisse un qualche tipo di aiuto. Ma lui sembrava più interessato a girare intorno alla sua vecchia macchina arrugginita, a calciare le gomme con la punta degli stivali, a grattare via il colore della carrozzeria con l’unghia del pollice, dicendo “bleah” e scuotendo la testa. Aprì il cofano ed esaminò il motore per un lunghissimo momento, borbottando sottovoce di tanto in tanto.
“Quindi?” disse Emily alla fine, esasperata dalla sua lentezza. “Cos’ha che non va?”
La guardò al di sopra del cofano, quasi sorpreso, come se avesse dimenticato che lei era lì, e si grattò la testa. “È scassata.”
“Questo lo so,” disse Emily, con impazienza. “Ma può fare qualcosa per sistemarla?”
“Oh no,” rispose l’uomo, ridendo sommessamente. “Proprio niente.”
Emily ebbe voglia di urlare. La mancanza di cibo e la stanchezza causata dal lungo viaggio stavano cominciando a farsi sentire, portandola sull’orlo delle lacrime. Tutto quello che voleva era arrivare alla casa per poter dormire.
“Che cosa posso fare?” chiese, disperata.
“Be’, ha due opzioni,” rispose il vecchio. “Raggiungere a piedi il meccanico, che è a un miglio circa da qui, da quella parte.” Indicò la strada da cui Emily era arrivata con un dito tozzo e grinzoso. “Oppure potrei portare lei e la macchina col rimorchio dove stava andando.”
“Lo farebbe?” chiese Emily, sorpresa dalla sua gentilezza, qualcosa a cui non era abituata avendo vissuto a New York così a lungo.
“Certo,” rispose l’uomo. “Non ho intenzione di lasciarla qui fuori a mezzanotte durante una tempesta di neve. Ho sentito che peggiorerà nella prossima ora. Dov’è esattamente che sta andando?”
Emily era sopraffatta dalla gratitudine. “West Street. Numero quindici.”
L’uomo reclinò la testa da un lato con curiosità. “Al quindici di West Street? Quella vecchia casa malconcia?”
“Sì,” rispose Emily. “Appartiene alla mia famiglia. Avevo bisogno di trascorrere un po’ di tempo in tranquillità, sola con me stessa.”
Il vecchio scosse la testa. “Non posso lasciarla là. La casa sta andando a pezzi. Dubito anche che tenga l’acqua fuori. Perché non viene da me? Abitiamo sopra al negozio di alimentari, io e mia moglie, Bertha. Saremmo felici di avere un’ospite.”
“È molto gentile da parte sua,” disse Emily. “Ma voglio davvero stare sola al momento. Quindi se potesse portarmi in West Street lo apprezzerei davvero tanto.”
Il vecchio la osservò per un momento, poi alla fine cedette. “D’accordo, signorina. Se insiste.”
Emily provò sollievo vedendolo tornare nel furgone e spostarlo davanti alla sua macchina. Lo guardò prendere una spessa corda dal furgone e legare i due veicoli.
“Vuole salire con me?” chiese. “Almeno ho il riscaldamento.”
Emily fece un debole sorriso e scosse la testa. “Preferirei…”
“Restare sola,” il vecchio finì la frase con lei. “Capisco. Capisco.”
Emily tornò in auto, chiedendosi che tipo di impressione avesse fatto sul vecchio. Doveva pensare che fosse un po’ pazza, a presentarsi qui impreparata e troppo poco vestita a mezzanotte mentre stava per scatenarsi una bufera di neve, pretendendo di essere portata a una casa abbandonata e malconcia in modo da rimanere completamente sola.
Il furgone davanti a lei prese vita e lei sentì la spinta quando la macchina venne trascinata. Si appoggiò al sedile e osservò fuori dal finestrino mentre si muovevano.
La strada che la accompagnò per le ultime due miglia fiancheggiava il parco nazionale da un lato e l’oceano dall’altro. Attraverso il buio e la coltre di neve che cadeva, Emily riusciva a vedere l’oceano e le onde che si infrangevano sugli scogli. Poi l’oceano sparì dalla vista quando entrarono in città, superarono hotel e motel, agenzie che organizzavano escursioni in barca e campi da golf, aree più urbanizzate, sebbene per Emily fosse difficile vederle urbanizzate in confronto a New York.
Poi svoltarono in West Street e il cuore di Emily barcollò mentre superavano la grande casa d’angolo di mattoni rossi coperta di edera. Sembrava proprio la stessa dell’ultima volta che era stata lì, vent’anni prima. Superò la casa blu, la casa gialla, la casa bianca, e poi si morse il labbro sapendo che la prossima sarebbe stata la sua, la casa in pietra grigia.
Quando apparve davanti a lei, Emily venne invasa da uno schiacciante senso di nostalgia. L’ultima volta che era stata lì aveva quindici anni, il suo corpo scoppiava per via degli ormoni all’idea di una romantica estate. Non ne aveva mai avuta una, ma il ricordo dell’eccitazione data dalla possibilità la colpì come un’ondata.
Il furgone si fermò, e così fece anche la macchina di Emily.
Prima che le ruote avessero smesso di girare, Emily era fuori, senza fiato davanti alla casa che una volta era stata di suo padre. Le tremavano le gambe e non sapeva se fosse per il sollievo di essere finalmente arrivata o per l’emozione di essere tornata lì dopo tanti anni. Ma dove le altre case della strada sembravano identiche, quella di suo padre era l’ombra della sua gloria passata. Le persiane una volta bianche delle finestre ora erano strisciate di sudiciume. Quando una volta erano aperte ora erano tutte chiuse, dando alla casa un’aria molto meno invitante di un tempo. L’erba del vasto prato di fronte dove Emily aveva trascorso gli infiniti giorni estivi leggendo romanzi era incredibilmente ben tenuto, e i piccoli arbusti ai due lati della porta principale erano stati potati. Ma la casa; Emily adesso capiva l’espressione confusa del vecchio quando gli aveva detto che stava andando lì. Sembrava così abbandonata, così non amata, in sfacelo. La rese infelice vedere quanto la bellissima vecchia casa era decaduta negli anni.
“Casa carina,” disse il vecchio avvicinandosi a Emily.
“Grazie,” rispose, quasi in trance, con gli occhi fissi al vecchio edificio. La neve le fluttuava intorno. “E grazie per avermi portata qui tutta intera,” aggiunse.
“Si figuri,” rispose il vecchio. “È davvero sicura di voler passare la notte qui?”
“Sono sicura,” rispose Emily, nonostante stesse davvero cominciando a temere che venire lì fosse stato un grosso errore.
“Lasci che l’aiuti con i bagagli,” disse l’uomo.
“No, no,” rispose Emily. “Sinceramente, ha già fatto abbastanza. Posso fare da sola adesso.” Frugò nella tasca e trovò una banconota spiegazzata. “Ecco, per la benzina.”
L’uomo guardò la banconota e poi lei. “Non la voglio,” disse, sorridendo gentile. “Tenga i soldi. Se vuole davvero sdebitarsi, perché non viene un po’ da me e Bertha durante il suo soggiorno qui per un caffè e una fetta di dolce?”
Emily sentì un grumo in gola mentre nascondeva la banconota nella tasca. La gentilezza di quest’uomo era scioccante dopo l’ostilità di New York.
“Per quanto ha in programma di rimanere, comunque?” aggiunse allungandole un pezzetto di carta con scarabocchiati su un numero di telefono e un indirizzo.
“Solo per il weekend,” rispose Emily, prendendo la carta.
“Be’, se avesse bisogno di qualcosa, faccia una telefonata. O venga alla pompa di benzina dove lavoro. È vicino al negozio di alimentari. Ci troverà facilmente.”
“Grazie,” disse di nuovo Emily, con tutta la sincera gratitudine di cui era capace.
Non appena il chiasso del motore fu svanito nel nulla, la quiete scese di nuovo ed Emily sentì un improvviso senso di pace. La neve cadeva anche più fitta adesso, facendo del mondo un posto silenzioso come il silenzio stesso.
Emily tornò alla macchina e raccolse la sua roba, poi si incamminò sulla via con la pesante valigia in braccio, sentendo l’emozione gonfiarle il petto. Quando raggiunse il portone principale si fermò, esaminando il familiare pomello logoro, ricordando la sua mano che lo girava centinaia di volte. Forse venire qui era stata una buona idea, dopo tutto. Stranamente, non riusciva a fare a meno di sentire che si trovava esattamente nel posto in cui doveva essere.
*
Emily se ne stava in piedi nell’offuscato vestibolo della vecchia casa di suo padre, con la polvere che le vorticava intorno, sperando stupidamente in un po’ di calore ma massaggiandosi le spalle dal freddo. Non sapeva che cosa le fosse saltato in mente. Si era davvero aspettata che quella vecchia casa, trascurata per vent’anni, la accogliesse riscaldata?
Provò l’interruttore e scoprì che non accadeva nulla.
Ma certo, pensò. Quanto stupida poteva essere? Si aspettava che ci fosse la corrente?
Non le era neanche venuto in mente di portare una pila. Si rimproverò. Come al solito era stata troppo avventata e non si era fermata un minuto per organizzare un piano.
Ripose la valigia giù e poi andò avanti, le assi del pavimento che le scricchiolavano sotto i piedi; fece scorrere le dita lungo la tappezzeria a ghirigori proprio come faceva da bambina. Poteva persino vedere le macchie che aveva lasciato negli anni con quello stesso movimento. Superò la scala, una lunga e amplia serie di gradini in legno scuro. Mancava parte del corrimano ma non poteva importargliene di meno. Essere tornata nella casa la faceva sentire molto più che ristorata.
Provò un altro interruttore per abitudine, ma non ebbe fortuna neanche questa volta. Poi raggiunse la porta alla fine del corridoio, che portava in cucina, e la spinse.
Ansimò quando un soffio di aria fredda la colpì. Entrò, il pavimento in marmo della cucina era ghiaccio sotto ai suoi piedi scalzi.
Emily cercò di far scorrere l’acqua dai rubinetti dell’acquaio ma non accadde niente. Si mangiò il labbro dalla costernazione. Niente riscaldamento, niente elettricità, niente acqua. Che altro aveva la casa in serbo per lei?
Camminò nella casa, cercando interruttori o leve che potessero controllare l’acqua, il gas e l’elettricità. Nell’armadietto sotto alle scale trovò un quadro elettrico, ma azionarne gli interruttori non servì a nulla. La caldaia, ricordò, si trovava giù in cantina – ma l’idea di scendere senza un po’ di luce a mostrarle la strada le metteva ansia. Aveva bisogno di una pila o di una candela, ma sapeva che nella casa abbandonata non ci sarebbe stato niente del genere. Eppure controllò i cassetti della cucina, per sicurezza – ma erano pieni solo di posate.
Nel petto cominciò a palpitarle il panico, ed Emily si fermò a riflettere. Riportò la mente al periodo che lei e la sua famiglia avevano trascorso nella casa. Ricordò il modo in cui suo padre usava il gasolio per sprigionare calore nella casa durante i mesi invernali. Faceva impazzire sua madre perché era davvero costoso e lei pensava che scaldare una casa vuota fosse uno spreco di soldi. Ma il padre di Emily insisteva che la casa dovesse essere mantenuta calda per salvaguardarne le tubature.
Emily capì di aver bisogno di trovare del gasolio se voleva scaldare la casa. Ma senza campo sul telefono, non aveva idea di come farlo.
D’un tratto, qualcuno bussò alla porta. Era un bussare pesante, fermo e ponderato, che faceva l’eco lungo i corridoi vuoti.
Emily raggelò, sentendo un’improvvisa trepidazione nel petto. Chi poteva essere, a quell’ora, con quella neve?
Lasciò la cucina e calpestò con passo felpato le assi del pavimento attraverso tutto l’ingresso, così silenziosa a piedi nudi. Posò la mano sulla maniglia, e dopo un secondo di esitazione si ricompose e aprì la porta.
Di fronte a lei, in una giacca di plaid e con i capelli neri lunghi fino alla mascella vivacizzati dai fiocchi di neve, c’era un uomo che Emily non poteva fare a meno di pensare somigliasse a un tagliaboschi, o al cacciatore di Cappuccetto Rosso. Non era il suo tipo, ma c’era sicuramente della bellezza nei suoi occhi freddi e blu, nella barba corta che gli incorniciava il mento ben definito, ed Emily rimase scioccata dalla forza attrattiva che provava nei suoi confronti.
“Posso aiutarla?” chiese.
L’uomo le diede una rapida occhiata, come misurandola. “Sono Daniel,” rispose. Allungò la mano perché gliela stringesse. Lei la prese, notando la sensazione della pelle ruvida delle sue mani. “Lei chi è?”
“Emily,” rispose, improvvisamente consapevole del battito del suo cuore. “Questa casa appartiene a mio padre. Sono venuta qui per il weekend.”
Lo sguardo di Daniel si intensificò. “Il proprietario non viene qui da vent’anni. Ha il permesso di venire qui?”
Il tono era ruvido, leggermente ostile, ed Emily indietreggiò.
“No,” disse goffa, un po’ a disagio che le fosse stata ricordata la più dolorosa esperienza della sua vita – la scomparsa di suo padre – mentre veniva sorpresa dalla scontrosità di Daniel. “Ma ho avuto il beneplacito di andare e venire come mi pare. E a lei poi cosa importa?” Adattò il tono a quello ruvido di lui.
“Sono il custode,” rispose. “Vivo nell’ex rimessa delle carrozze su questo terreno.”
“Lei vive qui?” urlò Emily, e la sua idea di un weekend di pace nella vecchia casa di suo padre le andò in pezzi davanti agli occhi. “Ma volevo restare sola questo weekend.”
“Sì, be’, anch’io,” rispose Daniel. “Non sono abituato alla gente che si presenta senza invito.” Le guardò oltre la spalla son sospetto. “E che danneggia la proprietà.”
Emily incrociò le braccia. “Che cosa le fa pensare che abbia danneggiato la proprietà?”
Daniel alzò un sopracciglio in risposta. “Be’, a meno che non stesse pensando di starsene seduta qui al freddo e al buio per tutto il weekend, immagino che qualche danno lo abbia fatto. Accendere la caldaia. Drenare i tubi. Quella roba là.”
La scontrosità di Emily lasciò il posto all’imbarazzo. Arrossì.
“Non è riuscita ad accendere la caldaia, vero?” disse Daniel. C’era un ironico sorriso sulle labbra che diceva a Emily che era quasi divertito dalla situazione.
“Non ne ho ancora avuto il tempo,” rispose in modo arrogante, cercando di salvare la faccia.
“Vuole che le mostri come si fa?” le chiese, quasi pigramente, come se farlo gli fosse indifferente.
“Lo farebbe?” chiese Emily, un po’ scioccata e confusa che le avesse offerto il suo aiuto.
Lui avanzò di un passo sul tappetino di benvenuto. Fiocchi di neve si alzarono dalla sua giacca, creando una piccola tempesta di neve nell’ingresso.
“Preferirei farlo io, piuttosto che vederla rompere qualcosa,” disse come spiegazione, con un’alzata di spalle.
Emily notò che la neve che cadeva fuori dal portone aperto si era trasformata in una specie di bufera. Per quanto non volesse ammetterlo, era molto più che grata che Daniel si fosse fatto vivo in quel momento. Altrimenti probabilmente sarebbe morta congelata durante la notte.
Chiuse la porta e i due percorsero il corridoio fino alla porta della cantina. Daniel si era preparato. Tirò fuori una pila, illuminando le scale che scendevano. Emily lo seguì dabbasso, un po’ spaventata dal buio e dalle ragnatele mentre scendevano nelle tenebre. Aveva avuto terrore della vecchia cantina da piccola, e raramente si era avventurata laggiù. Il luogo era pieno di vecchi macchinari e aggeggi che facevano funzionare la casa. La loro vista la schiacciò e fece sì che si chiedesse ancora una volta se venire lì fosse stato un errore.
Per fortuna, Daniel accese la caldaia in pochi secondi, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Emily non poté fare a meno di sentirsi un po’ disturbata dal fatto di aver avuto bisogno di un uomo quando la sola ragione per cui era venuta qui era innanzitutto riguadagnarsi la sua indipendenza. Capì che nonostante la forte sensualità di Daniel e l’innegabile attrazione che provava nei suoi confronti, doveva andarsene al più presto. Sarebbe stato difficile intraprendere un viaggio alla scoperta di se stessa con lui lì dentro. Averlo nella sua terra era un problema sufficiente.
Finito con la caldaia, lasciarono entrambi la cantina. Emily fu sollevata di trovarsi fuori da quel luogo umido e ammuffito e di trovarsi di nuovo nella zona principale della casa. Seguì Daniel mentre attraversava l’ingresso fino alla dispensa dietro alla cucina. Si mise subito a lavorare per drenare le tubature.
“Sa come scaldare la casa per tutto l’inverno?” le chiese da sotto il piano di lavoro. “Perché altrimenti congeleranno.”
“Resto solo per il weekend,” rispose Emily.
Daniel si trascinò fuori dal banco e sedette, i capelli increspati alti sulla testa. “Non deve incasinare una casa così vecchia,” disse, scuotendo la testa.
Ma sistemò comunque l’acqua.
“Allora dov’è il caldo?” chiese Emily non appena ebbe finito. Faceva ancora freddissimo, nonostante la caldaia fosse accesa e i tubi ormai sbloccati. Si massaggiò le braccia per agevolare la circolazione.
Daniel rise, pulendosi le mani sporche con un asciugamano. “Non è che comincia a funzionare così, per miracolo, sa. Deve farsi portare il gasolio. Tutto quello che potevo fare era accenderla.”
Emily sospirò di frustrazione. Quindi Daniel non era poi quel cavaliere dall’armatura scintillante che aveva pensato che fosse.
“Ecco,” disse Daniel allungandole un biglietto da visita. “Quello è il numero di Eric. Glielo porterà lui.”
“Grazie,” borbottò. “Ma non credo che arriverà fin qui.”
Pensò al suo telefonino, alle barre vuote, e si ricordò di quanto assolutamente sola fosse.
“C’è un telefono a pagamento alla fine della strada,” disse Daniel. “Ma io non rischierei di andar lì nel bel mezzo di una bufera. E comunque ora saranno chiusi.”
“Certo,” borbottò Emily, sentendosi frustrata e completamente disorientata.
Daniel doveva aver notato che Emily era seccata e che si sentiva avvilita. “Posso accenderle un fuoco,” si offrì, facendo un cenno con la testa in direzione del salotto. Le sopracciglia si sollevarono con un’aria di attesa, quasi timidamente, dandogli improvvisamente l’aspetto di un bambino.
Emily voleva protestare, dirgli di lasciarla sola nella gelida casa perché era il minimo che si meritava, ma qualcosa dentro di lei la fece esitare. Forse era il fatto che avere Daniel in casa la faceva sentire d’un tratto meno sola, meno tagliata fuori dalla civiltà. Non si era aspettata di non avere telefono, nessuna possibilità di comunicare con Amy, e la realtà di trascorrere la sua prima notte da sola nella casa fredda e buia era spaventosa.
Daniel doveva aver colto la sua esitazione, perché uscì a grandi passi dalla stanza prima che lei avesse il tempo di aprire la bocca e dire qualcosa.
Lei lo seguì, silenziosamente grata che fosse stato in gradi di leggerle la solitudine negli occhi e che si fosse offerto di rimanere, anche se in veste di addetto al fuoco. Trovò Daniel nel soggiorno, occupato a costruire un’ordinata pila di frasche, braci e legna nel caminetto. Venne colpita improvvisamente da un ricordo del padre, accucciato davanti al caminetto che con mani esperte accendeva fuochi, con tanta cura e tanto tempo come chi stia creando un’opera d’arte. Lei lo aveva guardato farlo centinaia di volte, e le aveva amate tutte. Trovava il fuoco ipnotico e avrebbe trascorso ore sul tappeto lì davanti, guardando le fiamme arancioni e rosse danzare, seduta per così tanto tempo che il calore le avrebbe pizzicato la faccia.
L’emozione si arrampicò lungo la gola di Emily, minacciando di soffocarla. Pensare a suo padre, vedere così chiaramente il ricordo nella mente, le fece sgorgare dagli occhi lacrime a lungo soppresse. Non voleva piangere davanti a Daniel, non voleva sembrare una donzella patetica e indifesa. Quindi racchiuse di nuovo le emozioni dentro di sé ed entrò decisa nella stanza.
“In realtà un fuoco lo so accendere,” disse a Daniel.
“Ah, davvero?” rispose Daniel, guardandola con un sopracciglio alzato. “Prego.” Le porse i fiammiferi.
Emily li agguantò e ne accese uno, e la piccola fiamma arancione le tremolava tra le dita. La verità era che aveva sempre e solo guardato suo padre accendere il fuoco; lei non ne aveva mai acceso uno. Ma riusciva a vedere nel ricordo in modo così vivido come farlo che si sentiva fiduciosa. Quindi si inginocchiò e preparò il fuoco con i pezzi di frasche che Daniel aveva disposto sul fondo del caminetto. Nel giro di qualche secondo il fuoco si accese, facendo il familiare whomp che suonava confortante e nostalgico per lei come tutto quello che l’immensa casa conteneva. Si sentì molto orgogliosa di sé quando le fiamme cominciarono a crescere. Ma invece di salire per la canna fumaria, il fumo nero si levava a ondate all’interno della stanza.
“CAZZO!” urlò Emily quando lingue di fumo la avvolsero.
Daniel si mise a ridere. “Pensavo che sapesse come accendere un fuoco,” disse aprendo la canna fumaria. Le lingue di fumo vennero immediatamente risucchiate dal camino. “Ta-da,” aggiunse con un largo sorriso.
Mentre il fumo attorno a lei si disperdeva, Emily gli lanciò un’occhiata irritata, troppo orgogliosa per ringraziarlo dell’aiuto di cui aveva avuto così chiaramente bisogno. Ma era un sollievo stare finalmente al caldo. Sentiva ripartire la circolazione, e il calore le tornò alle dita dei piedi e al naso. Le dita rigide le si sciolsero.
Con la luce del fuoco, il soggiorno era illuminato e inondato da una lieve luce arancione. Emily riusciva finalmente a vedere tutto l’antico mobilio di cui suo padre aveva riempito la casa. Diede un’occhiata intorno, agli oggetti squallidi e trascurati. L’alta libreria stava in un angolo, una volta piena zeppa di libri che aveva letto durante le infinite giornate estive, ora ne rimanevano solo pochi. Poi c’era il vecchio pianoforte a coda alla finestra. Nessun dubbio che fosse scordato ormai, ma una volta suo padre suonava le canzoni perché lei le cantasse. Suo padre era stato così orgoglioso della casa, e vederla adesso, con la luce brillante che ne rivelava la decadenza, la turbò.
I due divani erano coperti da lenzuola bianche. Emily pensò di toglierle, ma sapeva che avrebbe creato una nuvola di polvere. Dopo quella di fumo, non era sicura che i suoi polmoni avrebbero potuto permettersela. E comunque, Daniel sembrava piuttosto comodo seduto sul pavimento accanto al caminetto, quindi si sistemò accanto a lui.
“Dunque,” disse Daniel, scaldandosi le mani al fuoco. “Alla fine un po’ di caldo l’abbiamo tirato fuori. Ma non c’è corrente in casa e dubito che lei abbia pensato di mettersi in valigia una lanterna o una candela.”
Emily scosse la testa. Aveva riempito la valigia di cose frivole, niente di utile, niente che davvero aveva bisogno di portarsi qui.
“Papà aveva sempre candele e fiammiferi,” disse. “Era preparato. Credo che mi aspettassi di trovarne una credenza ancora piena, ma dopo vent’anni…”
Si zittì, improvvisamente conscia di aver parlato di suo padre a voce alta. Non era qualcosa che faceva spesso, di solito teneva i sentimenti nei suoi confronti nascosti nel profondo di se stessa. La facilità con cui ne aveva parlato la scioccò.
“Possiamo rimanere qui allora,” disse Daniel dolcemente, accorgendosi che Emily stava provando un’emozione dolorosa del passato. “Vicino al fuoco c’è abbastanza luce per vedere. Vuole del tè?”
Emily si accigliò. “Tè? E come lo vuol fare senza corrente?”
Daniel sorrise come se avesse accettato una specie di sfida. “Guardi e impari.”
Si alzò e scomparve dal grande soggiorno, tornando pochi minuti dopo con un pentolino rotondo che sembrava un calderone.
“Che cos’ha lì?” chiese Emily, curiosa.
“Oh, solo il miglior tè della sua vita,” disse sistemando il calderone sulle fiamme. “Non si sa cosa sia il tè finché non si è bevuto un tè scaldato sul fuoco.”
Emily lo guardava, e il modo in cui la luce del fuoco danzava sui suoi lineamenti li accentuava rendendolo anche più attraente. La concentrazione che dedicava tutta al suo lavoro aggiungeva fascino. Emily non poteva fare a meno di meravigliarsi di fronte al suo senso pratico, alle sue risorse infinite.
“Ecco,” disse porgendole una tazza e riportandola dalle sue fantasticherie alla realtà. Guardò con aria di attesa mentre beveva il suo primo sorso.
“Oh, è davvero buono,” disse Emily, sollevata almeno di levarsi il freddo dalle ossa.
Daniel cominciò a ridere.
“Che c’è?” lo sfidò Emily.
“Non l’avevo ancora vista sorridere, ecco tutto,” rispose.
Emily distolse lo sguardo, sentendosi improvvisamente in imbarazzo. Daniel era l’uomo più diverso da Ben che potesse esistere, eppure l’attrazione che provava nei suoi confronti era potente. Forse in un altro luogo, in un altro momento, si sarebbe abbandonata al desiderio. Era stata solo con Ben per sette anni, dopotutto, e si meritava un po’ di attenzione, un po’ di eccitazione.
Ma quello non era il momento giusto. Non con quello che stava accadendo, con la sua vita che era un casino totale in sconvolgimento, e con i ricordi di suo padre che le vorticavano nella mente. Ovunque guardasse, le sembrava di vedere la sua ombra; seduto sul divano con una giovane Emily raggomitolata al suo fianco, a leggere un libro a voce alta; che irrompeva in casa tutto raggiante per aver trovato un antico pezzo di antiquariato al mercatino delle pulci, per poi trascorrere ore e ore a pulirlo, a riportarlo alla sua gloria passata. Dov’erano tutte queste antichità adesso? Tutte le statuette e le opere d’arte, il vasellame commemorativo e le posate dell’epoca della Guerra Civile? La casa non se n’era rimasta ferma, congelata, come nei suoi ricordi. Il tempo aveva preteso il suo tributo sulla proprietà in un modo che lei non aveva preso in considerazione.
Un’altra ondata di dolore si abbatté su Emily quando si guardò intorno nella stanza polverosa e disordinata che una volta traboccava di vita e risate.
“Come si è ridotto così questo posto?” scattò d’un tratto, incapace di sopprimere il tono accusatorio dalla voce. Si accigliò. “Voglio dire, lei dovrebbe prendersene cura, no?”
Daniel trasalì, come sorpreso dalla sua improvvisa aggressività. Appena un istante prima avevano condiviso un momento dolce e tenero. Secondi dopo lei gli urlava contro. Daniel le diede un’occhiataccia fredda. “Faccio del mio meglio. È una casa grande. E io sono da solo.”
“Scusi,” disse Emily tornando subito sui suoi passi, non volendo essere assolutamente la causa dell’espressione divenuta tetra di Daniel. “Non era mia intenzione attaccarla. Volevo solo…” Guardò la tazza e mescolò le foglie di tè. “Questo posto sembrava uscito da una favola quando ero bambina. Era così maestoso, sa? Così bello.” Alzò lo sguardo e scorse Daniel guardarla attentamente. “È solo che è triste vederlo così.”
“Che cosa si aspettava?” rispose Daniel. “È rimasto abbandonato per vent’anni.”
Emily distolse lo sguardo con tristezza. “Lo so. Probabilmente volevo immaginarlo sospeso nel tempo.”
Sospeso nel tempo, come l’immagine di suo padre che aveva in mente. Aveva ancora quarant’anni, non era invecchiato di un giorno, identico all’ultima volta che l’aveva visto. Ma in qualunque luogo si trovasse, il tempo doveva averlo toccato così come aveva fatto con la casa. La determinazione di Emily di sistemare la casa durante il weekend si fece ancora più forte. Non voleva niente di più che riportarla, anche se solo leggermente, alla sua vecchia gloria. Forse farlo sarebbe stato come riportare suo padre da lei. Poteva farlo in suo onore.
Emily bevve l’ultimo sorso di tè e mise giù la tazza. “Dovrei andare a letto,” disse. “È stata una giornata lunga.”
“Certo,” rispose Daniel, mettendosi in piedi. Si mosse veloce, lasciando la stanza e uscendo sul corridoio fino a raggiungere il portone, lasciando che Emily lo tallonasse. “Mi chiami quando è nei guai, okay?” aggiunse. “Sono nella rimessa che sta laggiù.”
“Non ne avrò bisogno,” disse Emily con sdegno. “Posso fare da sola.”
Daniel aprì la portone, lasciando che la neve ristoratrice entrasse. Si raccolse nella giacca, poi guardò indietro, al di sopra della spalla. “L’orgoglio non la porterà lontano qui, Emily. Non c’è nulla di male nel chiedere aiuto.”
Voleva urlargli qualcosa, litigare, rifiutare la sua affermazione che lei fosse troppo orgogliosa, ma invece gli guardò la schiena mentre lui spariva nella buia neve che vorticava, incapace di parlare, la lingua completamente legata.
Emily chiuse la porta, chiudendo fuori il mondo esterno e la furia della bufera. Ora era completamente sola. La luce si riversava nell’ingresso dal fuoco nel soggiorno, ma non era abbastanza intensa da raggiungere le scale. Guardò su la lunga scala di legno sparire nel buio. A meno che non fosse preparata a dormire su uno dei divani impolverati, avrebbe dovuto trovare il coraggio di avventurarsi di sopra nel buio pesto. Si sentì di nuovo una bambina, impaurita all’idea di scendere nella cantina piena di ombre, inventandosi ogni genere di mostri e cose macabre che la stavano ad aspettare là sotto per prenderla. Solo che ora era una donna adulta di trentacinque anni, troppo spaventata all’idea di salire di sopra perché sapeva che la vista dell’abbandono era peggiore di qualsiasi mostro che la sua mente riuscisse a creare.
Invece Emily tornò nel soggiorno per assorbire l’ultimo calore dal fuoco. C’erano ancora alcuni libri sulla libreria – Il giardino segreto, Cinque bambini e la cosa – dei classici che suo padre le leggeva. Ma il resto? Dov’erano finite le cose di suo padre? Erano scomparse in un luogo sconosciuto così come aveva fatto lui.
Mentre le braci si spegnevano l’oscurità la avvolgeva, in accordo con il suo umore tetro. Non poteva più ignorare la stanchezza; era venuto il momento di salire quei gradini.
Appena lasciò la stanza, sentì uno strano rumore strascicato venire dal portone. Prima il suo pensiero andò a una qualche creatura selvaggia che fiutava carcasse, ma il rumore era troppo preciso, troppo pensato.
Con il cuore martellante, si spostò silenziosamente attraverso l’ingresso e si avvicinò al portone, posandoci contro l’orecchio. Qualunque cosa pensasse di aver sentito, ora non c’era più. Tutto quello che riusciva a sentire era l’ululato del vento. Ma qualcosa la costrinse ad aprire la porta.
La spinse e vide che sistemate davanti alla soglia c’erano delle candele, una lanterna e dei fiammiferi. Daniel doveva essere tornato e doveva averglieli lasciati qui.
Li raccolse, accettando con riluttanza la sua offerta d’aiuto, con l’orgoglio che le pungeva. Ma allo stesso tempo era molto più che grata che ci fosse qualcuno a occuparsi di lei. Aveva pure abbandonato la sua vita per correre in questo posto, ma non era completamente sola.
Emily accese la lanterna e finalmente si sentì abbastanza coraggiosa da salire di sopra. Mentre la fioca luce della lanterna la guidava in cima alle scale, guardò i quadri appesi al muro, pieni di immagini sfuocate dal tempo, avvolte in ragnatele che le riempivano di polvere. Per la maggior parte i quadri erano acquerelli che ritraevano i dintorni – barche a vela sull’oceano, sempreverdi del parco nazionale – ma uno era un ritratto di famiglia. Si fermò, fissando la figura, guardando l’immagine di se stessa da piccola. Si era completamente dimenticata di questo quadro, che aveva confinato da qualche parte nella memoria e l’aveva relegato là per vent’anni.
Sopprimendo un’ondata di sentimenti, continuò a salire i gradini. La vecchia scala scricchiolava rumorosamente sotto di lei ed Emily notò che alcuni gradini erano rotti. Erano sbeccati da anni di passi e la colpì un ricordo di lei che correva su e giù da questi gradini in scarpe rosse.
Nel vestibolo al piano di sopra la luce della lanterna illuminò un lungo corridoio – le numerose porte di quercia scura, e alla fine la finestra che andava dal pavimento al soffitto che ora era chiusa dal compensato. La sua vecchia camera era l’ultima a destra, di fronte al bagno. Non riusciva a sopportare il pensiero di guardare in quella stanza. Troppi ricordi erano contenuti lì, troppi perché potesse liberarli adesso. E non le faceva tanto piacere l’idea di scoprire che genere di bestie avevano preso alloggio nel bagno nel corso degli anni.
Invece Emily incespicò lungo il corridoio, superò la cassettiera contro cui aveva sbattuto le dita dei piedi un sacco di volte, e si infilò nella camera dei suoi genitori.
Alla luce della lanterna, Emily riuscì a vedere quanto fosse impolverato il letto, quanto la biancheria fosse stata rosicchiata dalle tarme negli anni. Il ricordo del bel letto a baldacchino che i suoi avevano condiviso andò in pezzi nella sua mente mentre si confrontava con la realtà. Vent’anni di abbandono avevano devastato la stanza. Le tende erano sporche e spiegazzate, scendevano flosce sulle finestre sprangate. I portacandele da parete erano inspessiti dalla polvere e dalle ragnatele, sembrava che intere generazioni di famiglie di ragni ne avessero fatto la loro casa. Uno strato di spessa polvere stagnava su tutto, incluso il tavolo da toletta alla finestra, il piccolo sgabello su cui sua madre si sedeva molti anni prima quando si spalmava in viso la crema alla lavanda davanti allo specchietto di cortesia.
Emily vide tutto, tutti i ricordi che aveva sepolto negli anni. Non riuscì a trattenere le lacrime. Tutte le emozioni che aveva provato negli ultimi giorni la assalirono, intensificate dai ricordi di suo padre, dallo choc improvviso di quanto le mancava.
Fuori, il suono della bufera si intensificava. Emily ripose la lanterna sul comodino, sollevando una nuvola di polvere, e si preparò per andare a letto. Il calore del fuoco non era arrivato fin lassù e la stanza era di un freddo pungente quando si tolse i vestiti. In valigia trovò la camicetta di seta e capì che non le sarebbe stata molto utile lì; sarebbe stata meglio con una poco signorile calzamaglia e grossi calzini da notte.
Emily scostò la coperta patchwork cremisi e oro tutta impolverata e scivolò nel letto. Fissò il soffitto per un attimo, riflettendo su tutto quello che le era accaduto negli ultimi giorni. Sola, infreddolita e indifesa, soffiò sulla fiamma della lanterna, immergendosi nel buio, e pianse fino ad addormentarsi.
CAPITOLO QUATTRO
La mattina seguente Emily si svegliò presto, sentendosi disorientata. C’era così poca luce che entrava nella stanza dalle finestre sprangate, che le ci volle un po’ per capire dove si trovasse. Gli occhi le si abituarono piano alla penombra, la stanza le si materializzò intorno, e ricordò – Sunset Harbor. La casa di suo padre.
Trascorse un momento prima che ricordasse di essere anche senza lavoro, senza casa, e completamente sola.
Trascinò il suo corpo esausto fuori dal letto. L’aria del mattino era fredda. Il suo riflesso nello specchietto di cortesia impolverato la spaventò; aveva il viso gonfio delle lacrime che aveva versato la notte precedente, la pelle tirata e pallida. Improvvisamente le venne in mente di non aver mangiato abbastanza il giorno precedente. L’unica cosa che aveva messo nello stomaco la sera prima era stata la tazza di tè bollito sul fuoco acceso da Daniel.
Esitò momentaneamente davanti allo specchio, guardando il suo corpo riflesso nel vetro vecchio e sporco mentre la sua mente riviveva la notte appena trascorsa – il calore del fuoco, lei che sedeva al focolare con Daniel bevendo tè, Daniel che si prendeva gioco della sua incapacità di prendersi cura della casa. Ricordò i fiocchi di neve tra i suoi capelli quando gli aveva aperto la porta la prima volta, e il modo in cui si era ritirato nella bufera, scomparendo nella notte nera d’inchiostro veloce com’era apparso.
Il brontolio dello stomaco la riportò fuori dai suoi pensieri e nel presente. Si vestì velocemente. La camicia spiegazzata che indossò era troppo sottile per l’aria fredda quindi si appoggiò la coperta polverosa del letto sulle spalle. Poi uscì dalla camera e scese di sotto a piedi scalzi.
Dabbasso, tutto era silenzio. Scrutò attraverso la finestra gelata del portone e si stupì di vedere che nonostante la tormenta si fosse esaurita, erano caduti novanta centimetri di neve, rendendo il mondo di un biancore liscio, immobile e infinito. Non aveva mai visto così tanta neve in tutta la sua vita.
Emily riusciva a vedere solo le impronte di un uccello che aveva saltellato sulla strada lì fuori, ma oltre a quello niente era stato disturbato. Tutto sembrava pacifico, ma allo stesso tempo desolato, e ricordò a Emily la sua solitudine.
Capendo che avventurarsi fuori non era un’opzione praticabile, Emily decise di esplorare la casa e vedere cosa contenesse, se mai c’era qualcosa. La casa era così buia la sera prima che non era riuscita a dare tanto un’occhiata in giro, ma adesso con la luce del giorno era una cosa più facile a farsi. Andò prima in cucina, guidata istintivamente dallo stomaco che brontolava.
La cucina era ancora più disastrata di quanto le fosse sembrato la sera prima. Il frigorifero – un Prestcold originale color panna degli anni Cinquanta che suo padre aveva trovato a un mercatino estivo dell’usato – non funzionava. Cercò di ricordare se lo avesse mai fatto, o se fosse stato un altro fastidio per sua madre, un’altra di quelle cose inutili con cui suo padre aveva riempito la casa. Emily trovava le sue collezioni noiose quando era piccola, ma adesso faceva tesoro di quei ricordi, aggrappandosi a essi più forte che poteva.
Dentro al frigo Emily trovò solo un odore terribile. Lo chiuse subito, assicurando bene la porta prima di mettersi a esaminare il contenuto delle credenze. Lì trovò una vecchia scatoletta di mais con l’etichetta completamente scolorita dal sole, e una bottiglia di aceto di malto. Considerò brevemente di prepararsi qualcosa da mangiare con quelle cose, ma decise di non essere ancora così disperata. L’apriscatole era bloccato dalla ruggine comunque, quindi neanche volendo avrebbe potuto mangiare il mais.
Poi andò nella lavanderia, dove si trovavano la lavatrice e l’asciugatrice. La stanza era buia, la finestrella coperta dal compensato come molte altre della casa. Emily premette il bottone delle macchine ma non si sorprese nel vedere che non funzionavano. Sempre più frustrata dalla situazione, Emily decise di passare all’azione. Si arrampicò sulla credenza e tentò di strappare via un pezzo di compensato. Era più difficile di quanto si aspettasse, ma lei era determinata. Tirò e tirò, usando tutta la forza delle sue braccia. Alla fine l’asse cominciò a spaccarsi. Emily diede un ultimo strattone e il compensato cedette, venendo completamente via dalla finestra. Ci aveva messo così tanta forza che Emily cadde dal piano, la pesante asse le scivolò dalle mani e oscillò contro la finestra. Emily sentì il rumore della finestra che si rompeva nello stesso momento in cui si schiantava sul pavimento, attorcigliandosi su se stessa.
L’aria gelida entrò subito nella lavanderia. Emily gemette e si rimise a sedere prima di controllare il corpo ammaccato per assicurarsi di non avere niente di rotto. Le faceva male la schiena e se la strofinò mentre guardava la finestra rotta che lasciava entrare un fioco fiume di luce. La frustrò vedere che nel tentativo di risolvere un problema aveva solo peggiorato le cose.
Fece un respiro profondo e si mise in piedi, poi con attenzione raccolse l’asse dalla credenza dove era caduta. Pezzetti di vetro caddero a terra e si ruppero. Emily controllò l’asse e vide che i chiodi erano completamente ricurvi. Anche se fosse stata in grado di trovare martello – cosa di cui dubitava fortemente – i chiodi erano comunque troppo ricurvi. Poi vide di essere riuscita a spaccare la cornice della finestra mentre strappava il compensato. Doveva cambiare tutto.
Emily aveva troppo freddo per rimanere nella dispensa. Attraverso la finestra rotta si confrontò con lo stesso e infinito bianco panorama nevoso. Agguantò la coperta dal pavimento e se la rimise sulla spalle, poi lasciò la dispensa e si diresse nel soggiorno. Almeno lì era in grado di accendere il fuoco e scaldarsi un po’ le ossa.
Nel soggiorno, l’odore confortante del legno bruciato era ancora nell’aria. Emily si accucciò davanti al caminetto e si mise ad accatastare frasche e ciocchi su piramidi. Questa volta si ricordò di aprire la canna fumaria, e fu un sollievo quando la prima fiamma prese vita.
Tornò sui talloni e si scaldò le mani infreddolite. Poi si accorse del pentolino dove Daniel aveva preparato il tè seduto davanti al fuoco. Non aveva rimesso in ordine, e il pentolino e le tazze erano ancora dove le avevano lasciate la notte precedente. Le attraversarono la mente i ricordi di lei e Daniel che condividevano il tè, parlando della vecchia casa. Le brontolò lo stomaco, ricordandole la fame, e decise di preparare un po’ di tè proprio come Daniel le aveva mostrato, pensando che le avrebbe calmato la fame almeno per un po’.
Non appena terminato di sistemare il pentolino sul fuoco, sentì lo squillo del telefonino venire da qualche punto della casa. Anche se si trattava di un suono familiare, fece un salto a sentirlo suonare adesso, con l’eco che rimbombava nei corridoi. L’aveva lasciato perdere quando si era accorta che non prendeva, quindi lo squillo era davvero una sorpresa.
Emily balzò in piedi, abbandonò il tè e seguì il rumore. Trovò il cellulare sul mobile dell’ingresso. La chiamava un numero sconosciuto, e rispose un po’ confusa.
“Oh, um, ciao,” disse l’anziana voce da uomo all’altro capo del filo. “È lei la signora che sta al quindici di West Street?” Il segnale non era buono e la voce dolce ed esitante dell’uomo si sentiva appena.
Emily si accigliò, confusa dalla telefonata. “Sì. Lei chi è?”
“Mi chiamo Eric. Io, ecco, io consegno il gasolio in tutte le proprietà dell’area. Ho sentito che sta alla vecchia casa così ho pensato di passare per una consegna. Cioè, se, be’, se le serve.”
Emily poteva crederci a stento. Le notizie ci avevano messo ben poco a girare nella piccola comunità. Ma un attimo; come aveva avuto Eric il suo numero di cellulare? Poi si ricordò che Daniel le aveva guardato il telefono quando gli aveva detto di aver problemi con la linea. Doveva averlo visto e memorizzato, con l’idea di passarlo a Eric. Addio orgoglio, poteva a malapena contenere la sua gioia.
“Sì, sarebbe fantastico,” rispose. “Quando può venire?”
“Be’,” rispose l’uomo con la solita voce nervosa e quasi imbarazzata. “A dire il vero sono già sul furgone e sto venendo lì.”
“Sul serio?” balbettò Emily, non riuscendo a credere alla sua fortuna. Diede un’occhiata all’ora sul cellulare. Non erano neanche le otto. O Eric si recava al lavoro prestissimo normalmente, o stava facendo questo viaggio proprio per lei. Si chiese se l’uomo che le aveva dato un passaggio la scorsa notte si fosse messo in contatto con l’azienda del gasolio per conto suo. O era stato lui o… Daniel?
Scacciò il pensiero dalla mente e riportò l’attenzione alla conversazione telefonica. “Riuscirà ad arrivare qui?” chiese. “C’è molta neve.”
“Di questo non si preoccupi,” rispose Eric. “Il furgone può sopportare la neve. Si assicuri che ci sia la strada libera fino alla cisterna del gasolio.”
Emily si spaccò il cervello cercando di ricordare se aveva visto una pala da qualche parte in casa. “Okay, farò del mio meglio. Grazie.”
Cadde la linea ed Emily si mise in azione. Corse di nuovo in cucina, controllando ogni credenza. Non c’era nulla che neanche si avvicinasse a ciò di cui aveva bisogno, quindi provò con tutte le credenze della dispensa, e poi quelle della lavanderia. Alla fine trovò una pala da neve puntellata contro la porta sul retro. Emily non aveva mai pensato in vita sua di potersi sentire così emozionata all’idea di vedere una pala, ma ci si aggrappò come a una cima di salvataggio. Era così elettrizzata che quasi si dimenticò di indossare delle scarpe. Ma come la sua mano passò sopra al chiavistello per aprire la porta sul retro, vide le sue scarpe da ginnastica che facevano capolino da una borsa che aveva lasciato lì. Le indossò velocemente e poi tirò la porta, tenendo stretta la preziosa pala.
Subito, la gravità e la portata della tempesta di neve le divennero chiare. Guardare la neve dalla finestra era una cosa, ma vedere il cumulo di novanta centimetri che le si stagliava davanti come un muro di ghiaccio era un’altra.
Emily non sprecò tempo. Mandò a sbattere la pala contro il muro di neve e ghiaccio e cominciò a scolpire un passaggio fuori dalla casa. Era difficile; nel giro di pochi minuti sentì il sudore gocciolarle lungo la schiena, le braccia doloranti, ed era sicura che avrebbe avuto le vesciche alle mani una volta finito.
Dopo aver attraversato novanta centimetri di neve, Emily cominciò a trovare il ritmo. C’era qualcosa di catartico in quel lavoro, sullo slancio necessario a spalare la neve. Persino la sgradevolezza fisica sembrava importare meno quando cominciò a vedere come i suoi sforzi la stessero ripagando. A New York il suo sport preferito era correre sul tapis roulant, ma questo era l’allenamento più faticoso che avesse mai fatto.
Emily era riuscita ad aprire un sentiero di tre metri attraverso il cortile posteriore alla casa.
Ma alzò gli occhi disperata per vedere che la cisterna si trovava a dieci metri buoni di distanza – e lei era già distrutta.
Cercando di non disperarsi troppo, decise di riposare per un momento per recuperare fiato. Mentre riposava, vide la casa del custode lontano lungo il giardino, nascosta vicino ai sempreverdi. Una piccola cresta di fumo sorgeva dal camino e una luce calda si diffondeva dalle finestre. Emily non poté fare a meno di pensare a Daniel lì dentro, che beveva il suo tè, bello al calduccio. Lui l’avrebbe aiutata, non aveva dubbi, ma voleva mettersi alla prova. L’aveva presa in giro senza pietà la sera prima, e con ogni probabilità era stato proprio lui a chiamare Eric, tanto per cominciare. Doveva averla vista come una donzella in difficoltà, ed Emily non voleva dargli la soddisfazione di dargli ragione.
Ma aveva lo stomaco che si lamentava ancora ed era esausta. Troppo esausta per proseguire. Emily era in piedi nel fiume che aveva creato, improvvisamente travolta dalla sua situazione difficile, troppo orgogliosa per chiedere l’aiuto di cui aveva bisogno, troppo debole per fare ciò che aveva bisogno di fare da sola. La frustrazione le salì dentro fino a trasformarsi in calde lacrime. Le lacrime la fecero sentire ancora più arrabbiata, arrabbiata con se stessa per essere inutile. Nella sua mente frustrata, si sgridava e, come una bambina petulante e cocciuta, si decideva a tornare a casa non appena la neve si fosse sciolta.
Gettando via la pala, Emily tornò a passi pesanti dentro casa, con le scarpe fradice. Le calciò via sulla soglia e poi tornò nel soggiorno per scaldarsi al fuoco.
Si stravaccò sul divano impolverato e prese il telefono, preparandosi a chiamare Amy e a darle l’ovvia notizia di aver fallito nel suo primo e unico tentativo di essere autosufficiente. Ma la batteria era scarica. Trattenendo un grido, Emily lanciò l’inutile cellulare di nuovo sul divano, poi cadde di peso sul fianco, totalmente sconfitta.
Attraverso i suoi stessi singhiozzi, Emily sentì il rumore di passi strascicati venire da fuori. Si mise seduta, si asciugò gli occhi, poi corse alla finestra e guardò fuori. Vide subito che Daniel era lì, teneva in mano la pala che lei aveva gettato, scavava tra la neve e continuava quello che lei non era riuscita a portare a termine. Emily riusciva a stento a credere quanto fosse veloce ad aprire un passaggio, quanto fosse esperto, quanto fosse bravo, come se fosse nato per lavorare la terra. Ma la sua ammirazione ebbe vita breve. Invece di sentirsi grata nei confronti di Daniel o felice di vedere che lui era riuscito ad aprire un percorso fino alla cisterna, si sentì arrabbiata con lui, diresse la sua impotenza contro di lui invece che dentro di sé.
Senza neanche pensare a quello che stava facendo, Emily raccolse le scarpe fradice e le indossò di nuovo. Nella sua mente i pensieri correvano veloci; ricordi di tutti gli inutili ex fidanzati che non le avevano prestato ascolto, che erano intervenuti per “salvarla”. Non si trattava solo di Ben; prima di lui c’era stato Adrian, che era così iperprotettivo con lei da essere soffocante, e poi prima di lui c’era stato Mark, che la trattava come un fragile soprammobile. Ognuno di loro era venuto a sapere del suo passato – la misteriosa scomparsa del padre era solo la punta dell’iceberg – e l’aveva trattata come una cosa che aveva bisogno di protezione. Erano stati tutti quegli uomini del suo passato che l’avevano fatta così e lei non lo voleva più sopportare.
Si precipitò fuori nella neve.
“Ehi!” urlò. “Cosa sta facendo?”
Daniel fece una brevissima pausa. Non si girò neanche a guardarla ma continuò a spalare, prima di rispondere con calma, “Apro un sentiero.”
“Questo lo vedo,” ribatté Emily. “Quello che voglio sapere è il perché, dato che le avevo detto di non aver bisogno del suo aiuto.”
“Perché altrimenti congelerà,” rispose Daniel semplicemente, continuando a non guardarla. “E congelerà anche l’acqua, ora che l’ho accesa.”
“E quindi?” rimbeccò Emily. “A lei che interessa se congelo? La vita è mia. Posso congelare se lo voglio.”
Daniel non aveva fretta di interagire con Emily, né di alimentare il litigio a cui lei stava evidentemente cercando di dare il via. Continuava solo a spalare, calmo, metodico, così indifferente alla sua presenza che sembrava che lei non ci fosse nemmeno.
“Non sono preparato a mettermi seduto e lasciarla morire,” rispose Daniel.
Emily incrociò le braccia. “Credo che stia facendo un po’ il melodrammatico, no? C’è una bella differenza tra prendere un po’ di freddo e morire!”
Alla fine, Daniel ficcò la pala nella neve e si raddrizzò. Incontrò gli occhi di lei con un espressione indecifrabile. “Quella neve era tanto alta da coprire il tubo di scarico. Se riesce ad accendere la caldaia, torna tutto nella casa. Morirà di avvelenamento da carbonio in una ventina di minuti.” Lo disse come fosse una cosa così ovvia che Emily si sbalordì. “Se vuole morire, lo faccia nel suo tempo libero. Ma non accadrà sotto la mia sorveglianza.” Poi lanciò la pala a terra e tornò alla rimessa.
Emily se ne stava lì in piedi, a guardarlo andare, sentendo che la rabbia le si scioglieva solo per lasciare il posto alla vergogna. Si sentiva malissimo per il modo in cui aveva parlato a Daniel. Stava solo cercando di aiutarla e lei gli aveva ributtato tutto in faccia come una bambina maleducata.
Era tentata di corrergli dietro, per scusarsi, ma in quel momento il furgone del gasolio apparve alla fine della strada. Emily sentì il cuore alzarsi, sorpresa di quanto fosse felice dal semplice fatto che stava per esserle consegnato il gasolio. La vita nella casa del Maine era quanto più diversa possibile dalla vita a New York.
Emily guardò Eric scendere dal furgone, con sorprendente agilità per uno così vecchio. Era vestito con una tuta da lavoro macchiata di olio come un personaggio di un cartone animato. Il suo viso era segnato dalle intemperie, ma in modo dolce.
“Salve,” disse con la stessa insicurezza che aveva al telefono.
“Sono Emily,” disse Emily allungando una mano per stringere la sua. “Sono molto felice che lei sia qui.”
Eric si limitò ad annuire, e si mise subito al lavoro per sistemare la pompa idraulica. Chiaramente non era tipo da chiacchierare, ed Emily se ne stava lì in piedi scomoda a guardarlo lavorare, sorridendo debolmente ogni volta che notava il suo sguardo andare un attimo a lei, come confuso dal fatto che lei fosse lì.
“Può mostrarmi la caldaia?” chiese una volta che fu tutto a posto.
Emily pensò alla cantina, al suo odio nei confronti dei grossi macchinari che erano lì per dare energia alla casa, alle migliaia di ragni che vi avevano teso le loro tele nel corso degli anni.
“Sì, da questa parte,” rispose con vocina flebile.
Eric tirò fuori la pila e insieme scesero nella cantina buia e inquietante. Proprio come Daniel, Eric sembrava aver mano con la roba meccanica. In pochi secondi l’enorme caldaia tornò in vita. Emily non riusciva a trattenersi; buttò le braccia al collo dell’anziano.
“Funziona! Non riesco a credere che funzioni!”
Eric si irrigidì quando lo toccò. “Be’, non deve incasinare un casa così vecchia,” disse.
Emily mollò la presa. Non le importava neanche che un’altra persona le avesse detto di smetterla, di mollare tutto, che non era abbastanza brava. La casa adesso aveva il riscaldamento e l’acqua, e questo voleva dire che lei non doveva tornare a New York come una fallita.
“Ecco,” disse Emily prendendo la borsa. “Quanto le devo?”
Eric scosse solo la testa. “È stato già provveduto,” rispose.
“Chi ha provveduto?” chiese Emily.
“Qualcuno,” rispose Eric evasivo. Chiaramente non lo metteva a suo agio essere stato infilato in quella strana situazione. Chiunque l’avesse pagato per venire e fare scorta delle sue riserve di gasolio doveva avergli chiesto di mantenere il silenzio e tutta la situazione lo imbarazzava.
“Be’, okay,” disse Emily. “Se lo dice lei.”
Dentro di sé decise di scoprire chi avesse pagato, per restituire il denaro.
Eric si limitò ad annuire una volta, brusco, poi risalì le scale. Emily lo seguiva di corsa, non volendo restare sola in cantina. Un gradino dopo l’altro, notò di avere una nuova elasticità nei suoi passi.
Mostrò a Eric la porta.
“Grazie, dico davvero,” disse il più significativamente possibile.
Eric non disse nulla, le diede solo uno sguardo di commiato, poi uscì per raccogliere le sue cose.
Emily chiuse il portone. Esultante, corse di sopra alla camera da letto principale e mise le mani davanti al termosifone. Era abbastanza sicura che il calore stesse cominciando a diffondersi lungo i tubi. Era così felice da non fare neanche caso alle botte e ai rumori metallici, suoni che facevano l’eco per tutta la casa.
*
Man mano che la giornata passava, Emily gioiva della sensazione di stare al caldo. Non aveva realizzato appieno quanto a disagio si fosse sentita da quando aveva lasciato New York, e sperava che un po’ dell’acidità che aveva gettato addosso a Daniel fosse stata in parte causata da quel disagio.
Non avendo più bisogno della coperta impolverata della camera da letto principale per tenersi al caldo, Emily l’appese sulla finestra rotta della lavanderia prima di iniziare a raccogliere i frammenti di vetro. Appese i vestiti bagnati sui termosifoni, sbatté il tappeto pieno di polvere del soggiorno e spolverò tutti gli scaffali prima di rimettere in ordine i libri. La stanza era già più accogliente, e più simile al luogo che ricordava. Prese la sua vecchia e consunta edizione di Attraverso lo specchio e poi si preparò a leggerla al focolare. Ma non riusciva a concentrarsi. La sua mente tornava sempre a Daniel. Si vergognava così tanto di averlo trattato in quel modo. Anche se aveva fatto finta che non gli importasse, il modo in cui lui aveva buttato la pala ed era tornato a casa provava abbastanza chiaramente che le sue parole lo avevano scoraggiato.
La colpa la rose finché non riuscì più a sopportarlo. Lasciò il libro, indossò le scarpe da ginnastica ora calde e si diresse verso la rimessa.
Bussò alla porta e attese finché non sentì il rumore di qualcuno che si muoveva da dentro la casa. Poi la porta si aprì e lì c’era Daniel, illuminato alle spalle dal bagliore del fuoco caldo. Un delizioso profumo si diffondeva per la casa, ricordando ancora una volta a Emily che non aveva mangiato. Le venne l’acquolina.
“Che succede?” chiese Daniel, con il tono pacato di sempre.
Emily non poté fare a meno di sbirciare oltre la sua spalla, e così colse il panorama del vivace fuoco, delle assi del pavimento verniciate e delle librerie stipate, della chitarra puntellata a un pianoforte. Non aveva saputo cosa aspettarsi dalla casa di Daniel, ma di certo non quello. L’incongruenza tra il luogo in cui Daniel viveva e la persona che lei aveva pensato che fosse la sorprese.
“Stavo…” balbettò. “Ero venuta per…” La sua voce si strascicava.
“Chiedere un po’ di zuppa?” suggerì Daniel.
Emily si riscosse. “No. Perché lo pensava?”
Daniel le diede un’occhiata tra il divertito e il biasimevole. “Perché sembra mezza morta di fame.”
“Be’, non è così,” rispose Emily bruscamente, di nuovo infuriata per la supposizione di Daniel che lei fosse debole e incapace di prendersi cura di se stessa, per quanto avesse ragione. Odiava il modo in cui Daniel la faceva sentire, come se fosse una specie di stupida bambina piccola. “In realtà ero venuta per chiederle della corrente,” chiese. Non era che una mezza bugia; aveva davvero bisogno della corrente, a un certo punto.
Non ne era certa, ma pensò di vedere un lampo di disappunto negli occhi di Daniel.
“Posso sistemargliela domani,” disse con tono sprezzante, un tono che le diceva che la voleva via di lì e fuori dalle scatole.
Emily si sentì improvvisamente molto goffa, e preoccupata di aver detto qualcosa che l’aveva fatto arrabbiare. “Senta, perché non viene da me per un tè?” disse con esitazione. “Per ringraziarla di aver spalato il vialetto e per la consegna del gasolio. E per scusarmi per prima.” Sorrise piena di speranza.
Ma Daniel non si muoveva. Incrociò le braccia e alzò un sopracciglio. “Si aspetta che io voglia venire da lei? Che c’è, perché ha la casa più grande crede che tutti ci vogliano venire?”
Emily fece una smorfia, mentre la confusione le si gonfiava dentro. Non sapeva cosa avesse detto per giustificare la risposta di Daniel, ma non era pronta per un’altra conversazione esasperante con lui. “Lasciamo perdere,” borbottò.
Girò sui tacchi e se ne andò con passo pesante, tanto infastidita da sé e dal suo stesso comportamento quanto lo era da Daniel.
Ma pochi istanti dopo quando crollò davanti al fuoco, con lo stomaco che brontolava dalla fame, sentì un rumore come di passi venire dal portone. Lo riconobbe subito – lo stesso rumore che aveva sentito la notte precedente – e seppe che voleva dire che Daniel le aveva lasciato un altro regalo.
Corse alla porta, col cuore martellante, e la aprì di botto. Daniel era già scomparso. Emily guardò giù e vide che sulla soglia c’era un thermos. Lo raccolse, svitò il tappo e annusò. Sentì subito lo stesso aroma delizioso che veniva dalla casa di Daniel. Le aveva lasciato un po’ di zuppa.
Incapace di respingere le richieste del suo stomaco, Emily afferrò la zuppa e la divorò. Aveva un sapore fantastico, come niente che avesse mai mangiato prima. Daniel doveva essere un cuoco incredibile, un altro talento che andava ad aggiungersi alla pletora che già aveva. Musicista, lettore avido, cuoco e tuttofare – nonché arredatore di buon gusto – i talenti di Daniel si stavano davvero ammucchiando.
*
Quella notte Emily si raggomitolò nel letto della camera principale, più comoda di quanto fosse stata la notte precedente. Aveva pulito le coperte e spolverato ogni angolo della stanza, togliendole l’odore dell’abbandono. Era bello avere la casa in una sorta di condizione vivibile – anche se alcuni termosifoni non funzionavano ancora bene. Ma sapere di aver portato a termine qualcosa, di essersi tenuta in piedi da sola per la prima volta negli ultimi sette anni, la rendeva davvero orgogliosa. Se solo Ben avesse potuto vederla adesso! Si sentiva davvero diversa dalla donna che era quando stava con lui.
Per la prima volta da tanto tempo, Emily non vedeva l’ora che arrivasse il domani e ciò che il nuovo giorno le avrebbe portato: nello specifico, la corrente. Se avesse avuto un frigorifero e un forno funzionanti avrebbe potuto finalmente cucinare. Forse anche ripagare i favori che Daniel le aveva fatto preparandogli un pasto. Voleva sistemare le cose con lui almeno prima di andarsene, dato che praticamente era piovuta nella sua vita per portarci il caos.
Più Emily pensava alla prospettiva di tornare a casa, più capiva che non voleva farlo. Nonostante le difficoltà e le tribolazioni con cui aveva già dovuto fare i conti negli ultimi due giorni in quella casa, sentiva di avere un obiettivo qui, cosa che non aveva da anni.
Che cos’aveva di preciso a New York per cui valesse la pena ritornare? C’era Amy, certo, ma lei aveva la sua vita e non erano disponibile tanto spesso. Emily pensò allora che forse sarebbe stata una bella idea allungare un po’ la sua vacanza. Un lungo weekend nella casa era difficile che bastasse a sistemare tutto, e sarebbe stato uno spreco di energia far funzionare la corrente se poi doveva fare le valigie e ripartire di lì a poco. Una settimana sarebbe stata meglio. E poi doveva davvero conoscere a fondo la casa casa e il Maine, ricaricare davvero le batterie e prendersi del tempo per capire ciò che realmente voleva.
Nella vecchia camera dei suoi genitori si sentiva comoda e a suo agio, ed Emily venne colta da un improvviso ricordo di quando veniva qui da piccola, ad accoccolarsi tra di loro e ascoltare suo padre leggerle delle storie. Era qualcosa di cui avevano fatto un’abitudine, un modo per lei di sentirsi vicina ai suoi che sembravano, nella sua giovane mente, preoccupati della sua nuova sorellina, Charlotte. Solo attraverso i suoi occhi di adulta, Emily capì che non era tanto la preoccupazione nei confronti di Charlotte a impensierirli, quanto il rendersi conto che il loro matrimonio era spacciato.
Emily scosse la testa, non volendo ricordare, non volendo rivivere quei ricordi che aveva bandito da molti anni. Ma per quanto ci provasse, non riusciva a impedire che le si riversassero nella mente. La stanza, la casa, i ninnoli disseminati qua e là le ricordavano suo padre, tutti culminavano nella sua mente, riportandole alla memoria terribili ricordi che si era sforzata tanto di dimenticare.
I ricordi di come le storie narrate nella grande camera da letto principale un tragico giorno erano finite brutalmente; il giorno in cui la vita di Emily era cambiata per sempre, il giorno in cui il matrimonio dei suoi aveva fatto i conti con la sua finale e imbattibile tempesta.
Il giorno in cui sua sorella era morta.
CAPITOLO CINQUE
Dopo una notte di sonno profondo e pieno di sogni, Emily si svegliò con il caldo sulla pelle. Era così strano ormai per lei non sentire freddo che scattò a sedere, subito in allerta, per scorgere un frammento di luminosa luce del sole che si diffondeva da una fessura delle tende. Si riparò gli occhi scendendo dal letto e andò alla finestra. Tirando le tende Emily gioì della vista che le si apriva di fronte. C’era il sole, e si rifletteva brillantemente sulla neve, che si scioglieva veloce. Sui rami degli alberi vicini alla finestra, Emily vide gocce d’acqua che scendevano una a una dai ghiaccioli, e la luce del sole che le trasformava in gocce di arcobaleno. La vista le tolse il fiato. Non aveva mai visto nulla di così bello.
La neve si era sciolta abbastanza da far sì che Emily decidesse che ora era possibile avventurarsi in città. Aveva così tanta fame, come se la consegna della zuppa da parte di Daniel del giorno prima le avesse risvegliato l’appetito che aveva perso dopo il dramma della rottura con Ben e il licenziamento. Indossò i jeans e una t-shirt, e poi la giacca elegante sopra al top perché era l’unica cosa che aveva assomigliasse un po’ a un cappotto. Era un po’ strana nel complesso, ma pensò che la maggior parte della gente avrebbe comunque guardato la straniera con il catorcio parcheggiato abusivamente davanti alla casa abbandonata, quindi la sua tenuta era l’ultimo dei suoi problemi.
Emily scese veloce i gradini fino all’ingresso, poi spalancò il portone sul mondo. Il caldo le baciò la pelle e sorrise a se stessa, sentendo un’ondata di gioia.
Seguì il sentiero che Daniel aveva scavato lungo la via e seguì la strada che portava all’oceano dove ricordava dovessero esserci i negozi.
Mentre passeggiava, fu un po’ come tornare indietro nel tempo. Il luogo era del tutto immutato, gli stessi negozi che c’erano vent’anni prima svettavano ancora orgogliosi. La macelleria, il panificio, era tutto come se lo ricordava lei. Il tempo li aveva cambiati, ma solo nelle piccole cose – le insegne erano più vistose, per esempio, e i prodotti all’interno erano più moderni – ma sembravano gli stessi. Era tutto molto caratteristico – e ne gioì.
Emily era così assorta che non notò il pezzo di ghiaccio sul marciapiede davanti a lei. Ci scivolò sopra e cadde distesa a terra.
Senza fiato, distesa sulla schiena, gemeva. Sopra a lei apparve un viso, vecchio e gentile.
“Le serve una mano?” chiese il signore, allungando un braccio.
“Grazie,” rispose Emily accettando la sua gentile offerta.
La rimise in piedi. “Si è fatta male?”
Emily fece scrocchiare il collo. Era dolente, ma era impossibile capire se fosse per la caduta dalla credenza della lavanderia di ieri o per la scivolata sul ghiaccio di oggi. Avrebbe voluto non essere così imbranata.
“Sto bene,” rispose.
L’uomo annuì. “Ora, vado subito al punto. Lei è quella che sta alla vecchia casa sulla West Street, vero?”
Emily sentì l’imbarazzo strisciarle dentro. La metteva a disagio essere al centro dell’attenzione, la fonte del gossip da paesino. “Sì.”
“Allora ha comprato la casa di Roy Mitchell?” chiese.
Emily si bloccò al sentire il nome di suo padre. Che l’uomo che le stava di fronte lo conoscesse le fece barcollare il cuore con una strana sensazione di dolore e speranza. Esitò un momento, cercando di orientarsi, di ricomporsi.
“No, io, ehm, sono la figlia,” balbettò alla fine.
Gli occhi dell’uomo si spalancarono. “Allora tu devi essere Emily Jane,” disse.
Emily Jane. Era un nome irritante per lei. Non veniva chiamata così da anni. Era il nomignolo con cui la chiamava suo padre, un’altra cosa che era scomparsa dalla sua vita improvvisamente il giorno in cui Charlotte era morta.
“Solo Emily, adesso,” replicò.
“Be’,” disse l’uomo guardandola bene, “sei cresciuta adesso, eh?” Rise in modo gentile, ma Emily era rigida, come se la sua capacità di sentire le fosse stata succhiata via, lasciandole un buco nero nello stomaco.
“Posso chiederle chi è?” chiese. “Come conosce mio padre?”
L’uomo ridacchiò ancora. Era amichevole, una di quelle persone che riescono facilmente a mettere gli altri a loro agio. Emily si sentiva un po’ in colpa per la sua rigidità, per la scontrosità newyorkese che aveva acquisito negli anni.
“Io sono Derek Hansen, il sindaco. Io e tuo padre eravamo amici. Andavamo a pescare insieme, giocavamo a carte. Sono stato a cena da voi molte volte ma sono sicuro che eri troppo piccola per ricordartene.”
Aveva ragione, Emily non se ne ricordava.
“Be’, è un piacere conoscerla,” disse, desiderando interrompere subito la conversazione. Che il sindaco si ricordasse di lei, cose che lei non ricordava, la faceva sentire strana.
“Anche per me,” rispose il sindaco. “E dimmi, Roy come sta?”
Emily si irrigidì. Allora lui non sapeva che suo padre un giorno aveva preso e se n’era andato. Dovevano aver pensato che avesse smesso di venire alla casa per le vacanze. Perché avrebbero dovuto pensare qualcos’altro? Persino un buon amico, come Derek Hansen diceva di essere, non avrebbe dovuto necessariamente pensare che una persona fosse scomparsa nel nulla per non tornare mai più. Non era il primo pensiero che faceva il cervello. Certamente non era stato il primo pensiero di Emily.
Emily vacillò, non sapeva come rispondere a quella domanda apparentemente innocua eppure incredibilmente esplosiva. Divenne conscia del fatto che stava cominciando a sudare. Il sindaco la guardava con un’espressione strana.
“È morto,” disse senza riflettere, sperando che la risposta avrebbe messo fine alle domande.
Così fu. L’espressione dell’uomo si fece grave.
“Mi dispiace sentirlo,” rispose il sindaco. “Era un grande uomo.”
“Sì, è vero,” disse Emily.
Ma nella sua mente pensava: lo era davvero? Aveva lasciato lei e sua madre nel momento in cui avevano più bisogno di lui. L’intera famiglia piangeva la perdita di Charlotte ma era stato lui a decidere di scappare dalla sua vita. Emily riusciva a capire il bisogno di scappare dai propri sentimenti, ma abbandonare la propria famiglia era una cosa che non riusciva a comprendere.
“Farei meglio ad andare,” disse Emily. “Devo prendere delle cose.”
“Certo,” rispose il sindaco. Il suo tono era sobrio adesso, ed Emily si sentiva responsabile per avergli tolto la sua gioia. “Riguardati, Emily. Sono sicuro che ci incontreremo ancora.”
Emily salutò con un cenno e si affrettò ad andarsene. L’incontro con il sindaco l’aveva innervosita, risvegliando altri pensieri e sentimenti che aveva seppellito nel corso degli anni. Corse al negozio di alimentari e sbatté la porta chiudendo fuori il mondo esterno.
Afferò un cestino e cominciò a riempirlo di roba – batterie, carta igienica, shampoo e una tonnellata di zuppa in scatola – poi andò al bancone dove una donna pienotta stava in piedi alla cassa.
“Salve,” disse la donna sorridendo a Emily.
Emily si sentiva ancora a disagio per via dell’incontro di poco prima. “Salve,” borbottò, appena capace di incrociare lo sguardo della donna.
Mentre passava gli articoli e li imbustava, la donna continuava a guardare di sottecchi Emily. Emily seppe istantaneamente che l’aveva riconosciuta, o che sapeva chi fosse. L’ultima cosa che poteva affrontare adesso era un’altra persona che le chiedesse di suo padre. Non era sicura che il suo fragile cuore avrebbe potuto reggere. Ma era troppo tardi, la donna sembrava sul punto di dire qualcosa. C’erano solo quattro articoli nel cestino traboccante. Sarebbe rimasta incastrata lì per un po’.
“Tu sei la figlia maggiore di Roy Mitchell, vero?” chiese la donna strizzando gli occhi.
“Sì,” rispose Emily con una vocina.
La donna batté le mani con entusiasmo. “Lo sapevo! Riconoscerei quella chioma ovunque. Non sei cambiata di una virgola dall’ultima volta che ti ho vista!”
Emily non si ricordava della donna, sebbene dovesse essere venuta qui in negozio spesso da ragazzina per fare scorta di chewing gum e riviste. Era fantastico vedere quanto si era staccata dal passato, quanto bene aveva cancellato la sua vecchia se stessa per diventare qualcun altro.
“Ho qualche ruga in più adesso,” rispose Emily, cercando di fare una conversazione educata ma fallendo nel suo proposito miseramente.
“Appena appena!” urlò la donna. “Sei carina come una volta. Non vediamo la tua famiglia da anni. Quanto tempo è passato?”
“Vent’anni.”
“Venti? Bene, bene, bene. Il tempo vola quando ci si diverte!”
Passò un altro articolo nella cassa. Emily desiderò in silenzio che si sbrigasse. Ma invece di riporre l’articolo nella borsa, si fermò, con il cartone del latte sospeso sopra la borsa. Emily alzò gli occhi per vedere la donna che fissava qualcosa in lontananza con uno sguardo remoto negli occhi e un sorriso sulla faccia. Emily sapeva che cosa stava per arrivare: un aneddoto.
“Mi ricordo di quando,” cominciò la donna ed Emily si preparò, “tuo padre ti stava costruendo una nuova bicicletta per il tuo quinto compleanno. Passava al setaccio il paese in cerca dei pezzi, mercanteggiando sui prezzi. Riusciva ad affascinare chiunque, vero? E adorava sul serio i mercatini dell’usato.”
Sorrideva raggiante a Emily adesso, annuendo in un modo che pareva suggerire che stesse incoraggiando anche Emily a ricordare l’episodio. Ma Emily non poteva. La sua mente era vuota, la bici non era altro che un fantasma nella sua testa evocato dalle parole della donna.
“Se ricordo bene,” continuò lei, tamburellando le dita sul mento, “finì col prendere tutto, il campanello, i nastri, e tutto quanto, per meno di dieci dollari. Ci passò sopra tutta l’estate, carbonizzandosi al sole.” Si mise a ridacchiare, e gli occhi le brillavano al ricordo. “E poi ti abbiamo vista sfrecciare per tutta la città. Eri così orgogliosa quando dicevi a tutti che te l’aveva costruita tuo papà.”
Le viscere di Emily si rimestavano, in una colata di emozione vulcanica. Come aveva potuto cancellare tutti quei bei ricordi? Come aveva potuto non apprezzare quei preziosi giorni di infanzia spensierata, di gioia familiare? E come aveva potuto lasciarli suo padre? In quale momento era passato dall’essere il tipo di uomo passa tutta l’estate a costruire una bicicletta per la figlia al tipo di uomo che se ne va per non tornare mai più?
“Non me lo ricordo,” disse Emily con un tono che le uscì brusco.
“No?” chiese la donna. Il sorriso cominciò a svanire, come scucendosi. Ora sembrava piantato lì più per cortesia che per spontaneità.
“Potrebbe…” disse Emily con un cenno in direzione della scatoletta di mais sospesa nella mano della donna, cercando di spingerla a continuare.
La donna abbassò lo sguardo, quasi sorpresa come se si fosse dimenticata perché fosse lì, come se avesse pensato di chiacchierare con una vecchia conoscenza invece di servirla.
“Sì, certo,” disse, e il sorriso sparì del tutto adesso.
Emily non riusciva a far fronte ai sentimenti che provava dentro. Stare nella casa l’aveva fatta sentire felice e contenta, ma il resto di quella città la faceva sentire orribile. C’erano troppi ricordi, troppe persone che ficcavano il naso nei suoi affari. Voleva tornare in casa il prima possibile.
“Dunque,” disse la donna, non volendo o non potendo smettere di chiacchierare a vuoto, “quanto a lungo pensi di fermarti?”
Emily non riuscì a fare a meno di leggere tra le righe. La donna voleva dire, quanto a lungo ti intrufolerai nella nostra città con la tua aria scontrosa e il tuo atteggiamento stizzoso?
“Non ne sono sicura,” rispose Emily. “All’inizio doveva essere un weekend lungo, ma ora penso una settimana. Due, forse.”
“Dev’essere bello,” disse la donna imbustando l’ultimo articolo di Emily, “avere il lusso di una pausa di due settimane quando ti va.”
Emily si irrigidì. La donna era passata dall’essere gentile e felice a maleducatissima.
“Quanto le devo?” chiese, ignorando la frase.
Emily pagò e si raccolse le borse al petto, correndo fuori dal negozio più veloce che poteva. Non voleva più restare in città, la faceva sentire claustrofobica. Corse a casa, chiedendosi che cosa esattamente di quel posto avesse fatto innamorare suo padre.
*
Emily arrivò a casa per scoprire che un furgoncino elettrico era parcheggiato fuori. Si lasciò subito l’esperienza in paese alle spalle, scacciando le emozioni negative che sentiva proprio come aveva imparato a fare da bambina, e si permise di sentirsi entusiasta e speranzosa per la prospettiva di aver sistemato un altro grosso problema della casa.
Il furgoncino si avviò ed Emily capì che stavano per andarsene. Daniel doveva averli fatti entrare in casa a suo nome. Mise giù le borse e gli corse dietro, agitando le braccia mentre scendevano dal cordolo. Vedendola, il conducente si fermò e abbassò il finestrino, sporgendosi di fuori.
“È lei la proprietaria?” chiese.
“No. Be’, più o meno. Vivo lì,” disse ansimando. “Siete riusciti a dare la corrente?”
“Sì,” rispose l’uomo. “Fornelli, frigorifero, luci, abbiamo controllato tutto e adesso funzionano.”
“Fantastico!” disse Emily estatica.
“Il fatto è,” continuò l’uomo, “che ha qualche problema di sovraccarico. Probabilmente perché la casa è in pessimo stato. Ci saranno dei topi che si mangiano i cavi, una cosa del genere. Quand’è stata l’ultima volta che è salita nella mansarda?”
Emily scrollò le spalle mentre l’entusiasmo svaniva.
“Be’, farà bene a chiamare qualcuno della manutenzione in modo che dia un’occhiata lassù. Il sistema elettrico che ha lei è obsoleto. È un miracolo che siamo riusciti ad avviarlo, a essere sinceri.”
“Okay,” disse Emily con voce flebile. “Grazie per avermelo detto.”
L’uomo annuì. “Buona fortuna,” disse prima di partire.
Non disse altro, ma Emily riuscì a sentire il resto della frase nella mente: ne avrà bisogno.
CAPITOLO SEI
Emily si svegliò tardi il terzo giorno. Era quasi come se il suo corpo sapesse che era lunedì e che lei sarebbe arrivata al lavoro di corsa come sempre, spintonando i pendolari per salire sulla metro, schiacciandosi tra adolescenti annoiati e mezzi addormentati che masticavano chewing gum e uomini d’affari con gomiti protesi come se si rifiutassero di cedere i loro documenti, e avesse deciso di meritarsi di restare a letto fino a tardi. Scostando le coperte, con la testa intontita e gli occhi appannati, si chiese quand’era stata l’ultima volta che aveva dormito fin dopo le sette del mattino. Probabilmente non lo faceva da quando aveva vent’anni, da prima di incontrare Ben, un periodo in cui le feste con Amy erano all’ordine del giorno.
Giù in cucina, Emily trascorse molto tempo a preparare il caffè con la caffettiera e a cucinare i pancake usando gli ingredienti che aveva comprato al negozio. Le riempì il cuore di piacere vedere le credenze ora traboccanti, sentire il ronzio del frigorifero. Per la prima volta da quando aveva lasciato New York, si sentì come se si fosse rimessa in sesto, almeno abbastanza da sopravvivere all’inverno.
Assaporò ogni boccone del pancake, ogni sorso di caffè, sentendosi riposata, calda e rinvigorita. Invece dei rumori di New York City, tutto quello che Emily poteva sentire erano le onde lontano dell’oceano che lambivano la terra, e uno sgocciolio delicato e ritmato come del ghiaccio che si stava sciogliendo. Si sentì in pace per la prima volta dopo tanto tempo.
Dopo la colazione rilassante, Emily pulì la cucina da cima a fondo. Strofinò ogni piastrella, rivelando l’intricato motivo William Morris sotto alla sporcizia, poi lucidò il vetro delle ante della credenza, facendo brillare i disegni in vetro colorato.
Esaltata dal fatto di aver reso la cucina in quello stato fantastico, Emily decise di affrontare un’altra stanza, una a cui ancora non aveva dato un’occhiata per paura che le sue pessime condizioni l’avrebbero sconvolta. Era la biblioteca.
La biblioteca era stata di gran lunga la sua stanza preferita da bambina. Adorava il modo in cui era divisa in due da porte scorrevoli in legno bianco in modo da potersi chiudere in un angolino per leggere. E certo adorava tutti i libri che conteneva. Il padre di Emily non faceva lo snob quando si trattava di libri. La sua idea era che ogni testo scritto valesse la pena di essere letto, e così le aveva permesso di riempire gli scaffali con romanzi rosa da teenager e tragedie studiate al liceo, con copertine kitsch che raffiguravano tramonti e profili di uomini muscolosi. A Emily venne da ridere quando tolse la polvere dai libri. Era come se un imbarazzante pezzo della sua storia fosse rimasto preservato. Se la casa non fosse stata disabitata così a lungo, sicuramente li avrebbe buttati via a un certo punto nel corso degli anni. Ma a causa delle circostanze erano rimasti lì, a raccogliere polvere mentre il tempo passava.
Rimise sullo scaffale il libro che teneva in mano con un senso di malinconia che le si fissava dentro.
Poi Emily decise di dare retta al consiglio dell’uomo e di salire nella mansarda per controllare i cavi. Se erano davvero danneggiati dai topi non era sicura di quale sarebbe stata la sua prossima mossa – spendere il denaro necessario per le riparazioni o resistere per il resto del tempo che avrebbe trascorso nella casa. Non sembrava ragionevole investire nella proprietà se contava di rimanerci per due settimane al massimo.
Tirò giù la scala a pioli retrattile, tossendo quando una nuvola di polvere cascò dall’oscurità sopra di lei, poi sbirciò attraverso lo spazio rettangolare che si era aperto. La mansarda non la spaventava quanto la cantina, ma il pensiero delle ragnatele e della muffa non le metteva un grande entusiasmo. Per non parlare dei potenziali topi…
Emily salì la scala con attenzione, molto lentamente, emergendo nella stanza un millimetro alla volta. Più in alto andava, più vedeva la mansarda. Era, come sospettava, colma di cose. I viaggi di suo padre ai mercatini dell’usato e alle fiere delle antichità spesso rendevano più cose di quante fosse possibile mettere in mostra nella casa, e sua madre aveva bandito alcune delle più brutte nella mansarda. Emily vide un comò in legno scuro che pareva avere duecento anni buoni, uno sgabello da cucito in pelle verde stinta, e un tavolino da caffè fatto di quercia, ferro e vetro. Rise, immaginandosi la faccia di sua madre quando il padre aveva portato tutta questa roba a casa. Era così lontana dal suo gusto! A sua madre piacevano le cose moderne, lucide e pulite.
Per forza avevano intenzione di divorziare, pensò Emily con sarcasmo. Se non riuscivano ad andare d’accordo neanche sull’arredamento, che speranza avevano di andare d’accordo su qualsiasi altra cosa!
Emily salì del tutto nella mansarda e si mise a guardarsi in giro in cerca di segnali di attività dei topi. Ma non trovò escrementi indicativi né cavi rosicchiati. Sembrava quasi un miracolo che non ci fossero orde di topi nella mansarda dopo così tanti anni di abbandono. Forse preferivano le case piene di vita dei vicini, con la loro costante scorta di briciole.
Soddisfatta che non ci fosse nulla di degno di nota nella mansarda, Emily si voltò per andarsene. Ma la sua attenzione venne catturata da un vecchio cassettone in legno fece riaffiorare un ricordo, riportandolo in superficie dal profondo di lei. Sollevò il coperchio e sussultò a vedere quel che c’era dentro. Gioielli; non veri, ma una collezione di grani e gemme, perle e cipree di plastica. Suo padre si assicurava sempre di portare qualcosa di “prezioso” a lei e a Charlotte e loro mettevano tutto nel cassettone, chiamandolo il cassettone dei tesori. Era diventato il pezzo forte di ogni gioco che facevano da bambine, di ogni storia che creavano.
Con il cuore che martellava per il vivido ricordo, Emily richiuse il coperchio e si alzò subito in piedi. Improvvisamente non se la sentiva più di esplorare.
*
Emily trascorse il resto della giornata a pulire, attenta a evitare ogni stanza che avrebbe potuto innescare un umore malinconico. Le sembrava una vergogna trascorrere il poco tempo che aveva soffermandosi sul passato, e se ciò voleva dire evitare certe stanze della casa allora l’avrebbe fatto. Se aveva potuto trascorrere tutta la sua vita evitando certi ricordi, poteva trascorrere qualche giorno evitando certe stanze.
Emily era finalmente riuscita a caricare il telefono e l’aveva lasciato sul tavolino di fronte al portone principale – l’unico posto in cui prendeva – perché le arrivassero tutti i messaggi che non aveva ricevuto durante il weekend. Rimase un po’ delusa nel vedere che ce n’erano solo due; uno da sua madre che la rimproverava di aver lasciato New York senza dirglielo, e uno da Amy che le diceva di chiamare sua madre perché stava facendo domande. Emily alzò gli occhi al cielo e rimise a posto il cellulare, poi andò in soggiorno dove era riuscita ad accendere il fuoco.
Si sistemò sul divano e sfogliò il romanzetto adolescenziale che aveva preso dallo scaffale della libreria. Leggere la rilassava, soprattutto quando non si trattava di qualcosa di faticoso. Ma questa volta non riuscì a concentrarsi. Tutta la storia sull’amore adolescenziale continuava a riportarla alle sue relazioni fallite. Se solo avesse capito da bambina la prima volta che aveva letto questi libri che la vita vera non aveva nulla a che fare con ciò che veniva raccontato in quelle pagine.
Proprio allora, Emily sentì bussare al portone. Seppe immediatamente che era Daniel. Non c’era nessun altro che avrebbe avuto una ragione per passare, nessun carpentiere, nessun imbianchino né falegname, e certo nessun uomo delle consegne delle pizza. Si agitò e andò nell’ingresso, poi gli aprì la porta.
Stava lì sulla soglia, illuminato alle spalle dalla luce del portico, con le falene che gli danzavano intorno.
“C’è la corrente,” disse indicando la luce.
“Sì,” disse lei con un largo sorriso, orgogliosa di aver raggiunto un obiettivo che lui sembrava così convinto che non avrebbe raggiunto.
“Immagino che ciò significhi che non ha più bisogno che le lasci la zuppa sulla porta,” disse.
Emily non capiva dal tono se si trattava di uno scambio di battute cordiale o se Daniel stesse usando la situazione come un’altra occasione per rimproverarla.
“No,” rispose, alzando la mano alla porta come per prepararsi a chiuderla. “C’era qualcos’altro?”
Daniel sembrava indugiare, come se avesse qualcosa in mente, delle parole che non sapeva come dire. Emily strinse gli occhi, sapendo, apparentemente in modo istintivo, che quello che avrebbe sentito non le sarebbe piaciuto.
“Be’?” aggiunse.
Daniel si grattò il retro del collo. “A dire il vero, be’, mi sono imbattuto in Karen oggi, quella del negozio di alimentari. Lei, ehm, non le ha fatto una buonissima impressione.”
“È venuto qui per dirmi questo?” chiese Emily, accigliandosi ulteriormente. “Che a Karen del negozio di alimentari io non piaccio?”
“No,” disse Daniel sulla difensiva, “In realtà ero venuto per sapere quando se ne andrà.”
“Oh be’, è davvero meglio, no?” ribatté Emily con sarcasmo. Non riusciva a credere a quanto cretino fosse Daniel, a venir lì per dirle che a nessuno piaceva per poi chiederle quando se ne sarebbe andata.
“Non volevo dire questo,” disse Daniel, sembrando esasperato. “Devo sapere quanto rimarrà qui perché tocca a me tenere la casa in piedi durante l’inverno. Devo drenare le tubature, spegnere la caldaia e fare un mucchio di cose. Voglio dire ha mai pensato a quanto le costerebbe scaldare questo posto per l’inverno?” Daniel osservò l’espressione di Emily, che gli diede la risposta di cui aveva bisogno. “Non credo.”
“È solo che ancora non ci ho pensato,” rispose Emily, cercando di giustificarsi dopo le accuse di lui.
“Ma certo che no,” rispose Daniel. “Se ne va a spasso per la città qualche giorno, fa qualche danno alla casa, e poi lascia che sia io a rimettere insieme i pezzi.”
Emily si stava innervosendo, e quando qualcuno la sfidava o la faceva sentire minacciata o stupida non poteva fare a meno di provare il bisogno di difendersi. “Sì, be’,” disse alzando la voce fino a urlare, “forse non me ne vado tra pochi giorni. Forse me ne sto qui tutto l’inverno.”
Chiuse di scatto la mascella, sconvolta di aver sentito quelle parole uscirle di bocca. Non aveva nemmeno avuto il tempo di pensarci prima di sputarle fuori, la bocca aveva fatto di testa sua.
Daniel la guardò sconcertato. “Non sopravvivrà mai in questa casa,” balbettò, scioccato dalla prospettiva che Emily restasse a Sunset Harbor, come sembrava voler fare. “La lascerà al verde. A meno che lei non sia ricca. E lei non sembra ricca.”
Emily indietreggiò davanti al sogghigno sul volto di lui. Non era mai stata così insultata. “Lei non sa niente di me!” urlò mentre le emozioni le tracimavano fuori in rabbia sincera.
“Ha ragione,” replicò Daniel. “Lasciamo le cose come stanno.”
Se ne andò ed Emily sbatté la porta. Rimase lì in piedi ad ansimare, con le vertigini per via dell’incontro acceso. Chi diavolo era Daniel per dirle quello che poteva o non poteva fare della sua vita? Lei aveva ogni diritto di stare nella casa di suo padre. A dire il vero, aveva più diritto di Daniel di farlo! Se qualcuno doveva essere infastidito dalla presenza di qualcun altro, quella doveva essere lei!
Fumando dalla rabbia, Emily camminava su e giù, facendo scricchiolare le assi del pavimento e alzando nubi di polvere. Non ricordava l’ultima volta che era stata così furiosa – persino quando aveva rotto con Ben e aveva lasciato il lavoro non aveva sentito quella lava bollente che le pulsava nelle vene. Smise di camminare, chiedendosi che cosa ci fosse in Daniel che la agitava così, che le rimescolava una passione furibonda dentro in un modo che il suo compagno in sette anni non era riuscito a fare. Per la prima volta da quando aveva incontrato Daniel, si chiese chi fosse, da dove venisse, cosa ci facesse là.
E se nella sua vita aveva qualcuno di speciale.
*
Emily trascorse il resto della serata riflettendo sul suo ultimo litigio con Daniel. Per quanto le avesse dato fastidio sentirsi dire che alla gente del paese non piaceva, e per quanto fosse stato frustrante condividere il suo spazio con lui, non poteva fare a meno di ammettere che si era innamorata della vecchia casa. Non solo della casa, ma della calma e del silenzio. Daniel aveva voluto sapere quando se ne sarebbe andata a casa, ma si stava rendendo conto di sentire questa come casa sua più di ogni altro luogo in cui aveva vissuto negli ultimi vent’anni.
Con l’entusiasmo che le crepitava nelle vene, Emily corse al telefonino davanti al portone e chiamò la banca. Arrivò al menu automatico, digitò i codici di sicurezza necessari e ascoltò la voce robotica che le diceva il suo saldo. Si appuntò la cifra su un pezzo di carta in equilibrio sul ginocchio, con il tappo della penna stretto tra i denti e il cellulare incastrato tra il collo e la spalla. Poi portò il foglio nel soggiorno e si mise a fare due conti: il costo dell’elettricità e del gasolio, il costo di internet e quello per l’installazione di una linea telefonica fissa, la benzina per la macchina, il cibo. Una volta finito, capì di avere abbastanza soldi per vivere lì per sei mesi. Aveva lavorato così tanto e così a lungo in una città che lo richiedeva da aver perso di vista il quadro completo. Ora aveva l’opportunità di fermarsi, di non far nulla per un po’. Sarebbe stata una stupida a non coglierla.
Emily tornò a sedersi contro il divano e sorrise a se stessa. Sei mesi. Poteva davvero farlo? Restare lì, nella vecchia casa di suo padre? Si stava davvero innamorando delle vecchie mura di una casa, anche se non ne sapeva la ragione, se fosse per i ricordi che le rimestava dentro o per il legame con il suo padre perduto, non poteva esserne certa.
Ma decise di scoprirlo, da sola, e senza l’aiuto di Daniel.
*
Emily si svegliò martedì mattina con un’energia che non sentiva da anni. Aprendo le tende, vide che la neve se n’era quasi del tutto andata, svelando la verde erba incolta sui terreni attorno alla casa.
Invece della colazione indolente del giorno prima, Emily mangiò veloce e mandò giù il caffè in un sorso, prima di mettersi subito al lavoro. Le forze che aveva sentito durante le pulizie il giorno prima sembravano migliaia di volte più intense oggi, ora che sapeva che non sarebbe rimasta solo per una vacanza ma che si stava sistemando la casa per i sei mesi successivi. Se n’era andato anche il claustrofobico senso di nostalgia che aveva provato, la forte sensazione che nulla dovesse essere toccato, o spostato, o cambiato. Prima le era sembrato che la casa dovesse essere conservata o ripristinata nel modo in cui suo padre l’aveva voluta. Ma adesso sentiva che le era permesso metterci mano. Il primo passo per farlo era passare al setaccio gli ammassi di averi che suo padre aveva ammucchiato e dividere la spazzatura dalle cose di valore. La spazzatura, come i suoi ammassi di romanzetti estivi.
Emily corse in biblioteca, pensando che fosse un posto buono come un altro da dove cominciare, e raccolse tra le braccia i libri prima di portarli fuori, camminare sull’erba umida e gettarli sul marciapiede. Dall’altra parte della strada c’era una spiaggia rocciosa inclinata sull’oceano, ad appena una novantina di metri di distanza, e il lontano porto vuoto.
Fuori faceva ancora molto freddo – abbastanza freddo da trasformarle il respiro in spirali di vapore – ma c’era un brillante sole invernale che cercava di scaldare attraverso le nuvole. Emily tremava mentre proseguiva, poi vide per la prima volta da quando era arrivata che c’era un’altra persona sul marciapiede. Era un uomo con barba e baffi castani, che si trascinava dietro un bidone della spazzatura. Le ci volle un attimo per capire che doveva vivere nella casa accanto – un’altra villa vittoriana come quella di suo padre, ma in condizioni decisamente migliori – e cercò di ricatalogarlo nella testa come vicino. Si fermò, guardandolo sistemare il bidone vicino alla cassetta della posta e poi raccogliere le lettere – abbandonate lì dentro da giorni grazie alla bufera di neve – prima di attraversare a passo svelto il prato ben curato e risalire i gradini del suo enorme portico in legno. A un certo punto, Emily avrebbe dovuto presentarsi. Però, se piaceva così poco alla gente come le aveva detto Daniel, forse non era proprio una priorità.
Mentre riattraversava il prato, Emily fece un grande sforzo per non guardare verso la rimessa, anche se poteva sentire l’odore di fumo che veniva da lì e anche se sapeva che Daniel era sveglio. Non aveva bisogno che lui venisse qui a ficcare il naso nei suoi affari, a prenderla in giro, e così tornò veloce dentro casa per cercare altre cose che dovevano essere buttate.
La cucina era piena di spazzatura – utensili arrugginiti, scolapasta con i manici rotti, padelle con i fondi bruciati. Emily riusciva a capire perché sua madre fosse così frustrata da suo padre. Non era stato solo un collezionista di antichità o un appassionato di affaroni, era stato un accumulatore compulsivo. Forse l’amore di sua madre per la pulizia e il disinfettante era stato causato da suo padre.
Emily riempì un intero bidone di cucchiai piegati, stoviglie scheggiate e vari gadget da cucina inutili come i timer a forma di uovo. Poi c’erano tre risme di carta forno, stagnola per le teglie, rotoli da cucina e ogni sorta di attrezzatura elettrica. Emily contò cinque frullatori, sei sbattitori elettrici e quattro tipi diversi di bilance. Raccolse tutto e lo portò in braccio al marciapiede, dove gettò tutto con il resto della spazzatura. Stava diventando un bel mucchio. L’uomo con i baffi era di nuovo fuori sul portico, seduto su una sedia a sdraio, a guardarla, o, più specificatamente, a guardare l’ammasso di spazzatura che stava crescendo lentamente sul marciapiede. Emily ebbe l’impressione che non fosse per nulla infastidito dal suo comportamento e quindi gli fece un cenno che sperò sembrasse cortese prima di tornare in casa e continuare la sua epurazione.
A mezzogiorno Emily sentì il suono di un motore che scoppiettava. Corse fuori, entusiasta all’idea di ricevere il tecnico che le avrebbe collegato la linea telefonica e internet.
“Salve,” disse raggiante dalla porta.
La giornata si era schiarita anche più di quanto avesse previsto, e riusciva a vedere la luce del sole luccicare sull’oceano anche da questa distanza.
“Salve,” rispose l’uomo, chiudendo la portiera del furgone. “Di solito i clienti non sono così felici di vedermi.”
Emily fece spallucce. Mentre guidava l’uomo dentro casa, sentì gli occhi di quello con i baffi che la seguivano. Lascialo guardare, pensò. Niente l’avrebbe depressa. Era orgogliosa di se stessa per aver provveduto a ogni necessità. Installato internet, sarebbe stata in grado di ordinarsi le cose di cui aveva bisogno. In effetti, avrebbe ordinato un intero negozio online per evitare di incontrare ancora Karen. Se alla gente del paese non piaceva, allora non le avrebbe dato fastidio.
“Vuole del tè?” chiese all’uomo. “Caffè?”
“Sarebbe fantastico,” rispose chinandosi e aprendo la sua scatola degli attrezzi nera. “Caffè, per favore.”
Emily andò in cucina e preparò una nuova caffettiera mentre dall’ingresso si sentiva il trapano. “Spero che lo voglia nero,” disse. “Non ho crema.”
“Nero va bene!” le urlò in risposta l’uomo.
Emily si annotò mentalmente di mettere la crema nella lista della spesa, poi versò due tazzine di caffè bollente, una per il tecnico e una per sé..
“Si è appena trasferita?” le chiese mentre lei gli porgeva la tazzina.
“Più o meno,” rispose. “Era la casa di mio padre.”
Lui non chiese altro, chiaramente desumendo che le fosse stata lasciata in eredità o una cosa del genere. “Il sistema elettrico è un po’ scadente,” disse. “Immagino che non prenda la tv via cavo qui né altro.”
Emily rise. Se avesse visto la casa appena tre giorni prima non avrebbe neanche avuto bisogno di porre quella domanda. “Assolutamente no,” rispose gioviale. Suo padre aveva sempre detestato la tv e l’aveva vietata in casa. Voleva che le sue figlie si godessero l’estate, non che se ne stessero sedute a guardare la tv mentre il mondo passava loro accanto.
“Vuole che gliela colleghi?” disse l’uomo.
Emily fece una pausa, prendendo in considerazione la domanda. Aveva avuto la tv via cavo a New York. In effetti era stata uno dei piaceri della sua vita. Ben l’aveva sempre presa in giro per i suoi gusti televisivi, ma Amy condivideva la sua stessa passione per i reality show e così ne parlava con lei. Era diventato un punto di scontro, uno dei tanti, nella loro relazione. Ma alla fine Ben aveva accettato che se lui trascorreva tutti i weekend a guardare lo sport lei poteva guardare la nuova stagione di America’s Next Top Model.
Da quando era arrivata nel Maine a Emily non era mai venuto in mente che si stava perdendo tutti i suoi programmi preferiti. E adesso l’idea di far entrare di nuovo quella robaccia dentro la sua vita le sembrava strana, come se in qualche modo avrebbe macchiato la casa.
“No, grazie,” rispose, un po’ scioccata di scoprire che la dipendenza da tv era stata curata solamente uscendo da New York.
“Okay, be’, ho finito. La linea telefonica è installata ma dovrà procurarsi un ricevitore.”
“Oh, ne ho un centinaio,” rispose Emily non eccedendo per difetto – ne aveva trovato una scatola piena della mansarda.
“Ottimo,” rispose il tizio, un po’ confuso. “Internet c’è e funziona anche quello.”
Le mostrò il modem e le lesse a voce alta la password scritta sul retro, in modo che potesse collegare il cellulare a internet. Non appena fu connesso, il telefono, con sua grande sorpresa, cominciò a vibrare per un’ondata costante di email in arrivo.
Gli occhi le si appannavano mentre il conteggio in angolo continuava a salire. Tra lo spam e le email dalle mailing list delle sue aziende di abbigliamento preferite, c’erano manciate di email serie dalla sua vecchia azienda che riguardavano “l’interruzione” del suo contratto. Emily decise che le avrebbe lette più tardi.
Una parte di lei sentì la sua privacy invasa da internet, dalle email, e immediatamente desiderò i giorni passati in cui ne era priva. Rimase sorpresa nel vedere la sua reazione, dato quanto era stata dipendente dalle email, dal telefonino, quasi incapace di funzionare senza di loro. Adesso, con sua grande sorpresa, ne era davvero infastidita.
“Qualcuno è famoso,” disse il tecnico, ridacchiando mentre il telefono le vibrava ancora per un’altra email in arrivo.
“Una cosa del genere,” borbottò Emily rimettendo il telefono sul tavolino dell’ingresso. “Grazie, comunque,” aggiunse voltandosi verso il tecnico mentre apriva il portone. “Sono davvero felice di essere connessa di nuovo alla civiltà. Ci si può isolare parecchio qui.”
“Si figuri,” rispose facendo un passo fuori. “Oh, e grazie per il caffè. Era davvero fantastico. Dovrebbe aprire un bar!”
Emily lo salutò, rimuginando sulle parole che aveva detto. Forse avrebbe proprio dovuto aprire un bar. Non ne aveva visto neanche uno nella strada principale, mentre a New York ce n’era uno a ogni angolo. Riusciva a immaginare la faccia di Karen se avesse deciso di aprire una sua attività.
Emily tornò al lavoro di pulizia della casa, aggiungendo altra roba all’ammasso sul marciapiede, grattando superfici e spolverando credenze. Trascorse un’ora nella sala da pranzo, spolverando i quadri e i soprammobili delle vetrinette. Ma proprio quando sentì di essere a buon punto, tirò giù un arazzo per scuotergli di dosso la polvere e vide che dietro c’era una porta.
Emily si bloccò, fissando la porta con profondo cipiglio. Non ne aveva il benché minimo ricordo, sebbene fosse certa che una porta segreta nascosta dietro un arazzo sarebbe stato il tipo di cosa che avrebbe adorato da piccola. Provò a girare la maniglia ma vide che era bloccata. Tornò nella dispensa e prese una bomboletta di idrorepellente WD-40. Dopo aver oliato la maniglia della porta segreta finalmente riuscì a girarla. Ma anche la porta era bloccata. La prese a spallate una volta, due, tre. La quarta volta sentì che cedeva, e con un’ultima spinta fortissima aprì la porta.
Davanti a lei si aprì l’oscurità. Cercò a tentoni un interruttore ma non lo trovò. Sentiva l’odore della polvere che spessa le entrava nei polmoni. Il buio e l’inquietudine le ricordavano la cantina e corse a prendere la lanterna che Daniel le aveva dato il primo giorno. Illuminando il buio trasalì nel vedere ciò che aveva davanti.
La stanza era enorme, ed Emily si chiese se un tempo non fosse stata una sala da ballo. Adesso, però, era piena di roba, come se fosse stata trasformata in un'altra mansarda, in un altro posto dove buttare le cianfrusaglie. C’era una vecchia rete da letto in ottone, un armadio rotto, uno specchio spaccato, un orologio a pendolo, molti tavolini da caffè, una libreria gigantesca, un’alta lampada ornamentale, panche, divani, scrivanie. Spesse ragnatele attraversavano tutti i pezzi come fili che legavano tutto insieme. Sbalordita, Emily camminò piano per la stanza, con la luce della lanterna nelle mani che svelava la carta da parati ammuffita.
Cercò di ricordare se ci fosse stato un tempo in cui quella stanza era stata usata, o se la porta era nascosta dall’arazzo quando suo padre aveva acquistato la casa e se quindi non aveva mai scoperto la stanza segreta. Non le sembrava plausibile che suo padre non ne sapesse nulla, ma lei proprio non se la ricordava e perciò doveva essere stata chiusa prima della sua nascita. Se era così, allora tutta quell’ala della casa era stata abbandonata molto prima di qualsiasi altra parte, per un periodo indeterminato di tempo.
A Emily venne in mente che ci sarebbe voluta ancora più fatica per pulire la casa di quanto avesse previsto in precedenza. Era esausta dal lavoro di quella giornata e ancora non era arrivata al piano di sopra. Certo, poteva semplicemente chiudere la porta e fingere che la sala da ballo non esistesse, come evidentemente aveva fatto suo padre, ma l’idea di riportarla alla sua vecchia grandiosità era troppo attraente. Poteva immaginarsela così chiaramente nella testa; le assi del pavimento lucidate e splendenti, un lampadario che pendeva dal soffitto; lei avrebbe indossato un abito da sera in seta, con i capelli cotonati in stile anni Sessanta; e avrebbero volteggiato, ballando il valzer insieme sul pavimento della sala, lei e l’uomo dei suoi sogni.
Emily guardò ai pesanti e massicci oggetti nella stanza – divani, doghe di metallo, materassi – e capì che non c’era modo che fosse capace di spostarli con le sue mani, di sistemare la sala da ballo da sola. Risistemare la casa era un lavoro per due.
Anche se aveva deciso di non ricorrere al suo aiuto, Emily dovette ammettere per la prima volta di aver bisogno di Daniel.
*
Emily uscì a passo svelto dalla casa, preventivamente frustrata dalla conversazione che avrebbe avuto. Era una persona molto orgogliosa e l’idea di chiedere aiuto a Daniel, tra tutti, la irritava.
Attraversò il cortile sul retro verso la rimessa. Per la prima volta la neve si era sciolta abbastanza da darle uno scorcio chiaro della sua terra e capì quanto bene fosse tenuta, qualcosa di cui chiaramente si occupava Daniel. Le siepi erano state potate con cura e c’erano aiuole di fiori delimitate dai ciottoli. Riusciva a immaginare quanto dovesse essere bello in estate.
Daniel sembrava aver sentito che stava arrivando, perché quando alzò lo sguardo dalla siepe per riportarlo sulla rimessa, vide che la porta era aperta e che lui stava lì con la spalla appoggiata sull’uscio. Riusciva già a leggere la sua espressione. Diceva, “Vieni a strisciare?”
“Ho bisogno del suo aiuto,” disse, senza neanche degnarsi di salutarlo.
“Oh?” fu la sua unica risposta.
“Sì,” disse bruscamente. “In casa c’è una stanza che ho scoperto ed è piena di mobili troppo grandi perché io possa sollevarli. La pagherò per aiutarmi a spostare tutto.”
Daniel chiaramente non sentiva il bisogno di rispondere subito. In effetti non sembrava seguire per nulla le regole della normale etichetta sociale.
“Mi ero accorto che stava facendo un po’ di pulizie,” disse alla fine. “Per quanto pensa di lasciar lì quel mucchio di roba? Lo sa che i vicini si innervosiranno.”
“Lasci il mucchio a me,” rispose Emily. “Ho solo bisogno di sapere se verrà ad aiutarmi.”
Daniel incrociò le braccia, prendendosi il suo tempo, lasciandola cuocere a fuoco lento. “Di quanto lavoro parliamo?”
“A essere sincera,” disse Emily, “non si tratta solo della sala da ballo. Voglio pulire l’intera casa.”
“Ambizioso,” replicò Daniel. “E inutile, considerando che rimarrà qui solo due settimane.”
“A dire il vero,” disse Emily prolungando le parole per rimandare l’inevitabile, “Resto per sei mesi.”
Emily sentì una pesante tensione nell’aria. Era come se Daniel si fosse scordato di respirare. Sapeva che non le era particolarmente affezionato, ma sembrava una reazione esagerata da parte sua, come se qualcuno gli avesse annunciato un lutto. Che la sua presenza nella sua vita potesse causargli una tale palpabile sofferenza seccò Emily in modo incommensurabile.
“Perché?” chiese Daniel, con una profonda ruga che gli segnava la fronte.
“Perché?” sputò fuori Emily. “Perché è la mia vita e ho ogni diritto di vivere qui.”
Daniel si accigliò, improvvisamente confuso. “No, voglio dire, perché lo fa? Perché si sobbarca tutta questa fatica per sistemare la casa?”
Emily non aveva una risposta, o almeno non ne aveva una che avrebbe soddisfatto Daniel. Lui la vedeva solo come una turista, una che se ne era venuta tranquillamente in paese dalla città, che faceva un casino, e che poi se la svignava per tornare alla sua vecchia vita. Pensare che a lei potesse piacere una vita più semplice, che potesse avere una buona ragione per fuggire dalla città, era chiaramente più di ciò che potesse comprendere.
“Allora,” disse Emily, sempre più irritata, “Ho detto che la pagherò per il suo aiuto. Si tratta solo di spostare un po’ di mobili, magari ridipingere qualcosa. Glielo chiedo solo perché è più di quanto possa fare io da sola. Ci sta o no?”
Daniel sorrise.
“Ci sto,” rispose. “Ma i suoi soldi non li voglio. Lo faccio per il bene della casa.”
“Perché crede che la farò a pezzi?” replicò Emily alzando un sopracciglio.
Daniel scosse la testa. “No. Perché amo quella casa.”
Almeno avevano quello in comune, pensò Emily sarcastica.
“Ma se lo faccio, sappia che il nostro sarà un rapporto strettamente professionale,” disse. “Strettamente professionale. Non sono in cerca di nuovi amici.”
Lei rimase scioccata e infastidita dalla sua risposta.
“Neanch’io,” disse di scatto. “Né lo stavo proponendo.”
Il sorriso di Daniel si allargò.
“Bene,” disse.
Daniel allungò la mano perché gliela stringesse.
Emily corrugò la fronte, chiedendosi in cosa si stesse cacciando. Poi gli strinse la mano.
“Strettamente professionale,” concordò.
CAPITOLO SETTE
“La prima cosa che dovremmo fare,” disse Daniel mentre la seguiva lungo il vialetto, “è levare il compensato dalle finestre.” Aveva con sé la sua scatola di metallo degli attrezzi, e la faceva oscillare mentre camminava.
“A dire il vero voglio solo portare fuori i vecchi mobili,” replicò Emily, frustrata dal fatto che Daniel stesse già assumendo il ruolo del capo.
“Vuole trascorrere ogni giorno alla luce artificiale quando il sole sarà finalmente uscito?” chiese Daniel. La sua non era tanto una domanda quanto un’affermazione, però, e il senso sottinteso diceva che lei era un’idiota a voler fare altrimenti. Le sue parole ricordarono a Emily un po’ suo padre, il suo modo in cui voleva che si godesse il sole del Maine invece di starsene seduta rinchiusa a guardare la tv tutto il giorno. Per quanto le facesse male ammetterlo, Daniel aveva proprio ragione.
“Ok,” disse, cedendo.
Emily si ricordò che con il suo primo tentativo di rimuovere il compensato aveva finito con il rompere la finestra e quasi anche il suo collo, ed era sollevata, a denti stretti, di avere Daniel a darle una mano.
“Cominciamo dal soggiorno,” disse Emily, cercando di riprendere un po’ il controllo della situazione. “Trascorro lì la maggior parte del tempo.”
“Certo.”
Non c’era altro da dire, la conversazione era stata terminata scrupolosamente da Daniel, e così entrarono silenziosi in casa, percorsero il corridoio, e arrivarono in soggiorno. Daniel non sprecò tempo e posò a terra la scatola degli attrezzi per cercare il martello.
“Regga l’asse in questo modo,” disse, mostrandole come sostenerne il peso. Una volta che Emily fu in posizione, lui si mise a togliere i chiodi con il lato unghiato del martello. “Uao, i chiodi sono del tutto arrugginiti.”
Emily guardò un chiodo cadere sul pavimento e sbattere con un rumore sordo. “Rovinerà le assi?”
“No,” replicò Daniel, completamente concentrato sul lavoro che stava svolgendo. “Ma quando qui ci entrerà un po’ di luce naturale saranno visibili un bel po’ di danni al pavimento che già ci sono.”
Emily gemette. Non aveva incluso nel budget il costo per smerigliare il pavimento. Forse poteva far fare a Daniel anche quello?
Daniel estrasse l’ultimo chiodo ed Emily sentì il peso del compensato addossarsi sul suo corpo.
“Ce l’ha?” le chiese continuando a spingere con una mano l’asse contro il davanzale, togliendole più peso che poteva.
“Ce l’ho,” rispose.
Lasciò andare ed Emily vacillò all’indietro. Che fosse la determinazione a non mettersi in imbarazzo davanti a Daniel o che fosse altro, Emily riuscì a non far cadere il compensato, o a non mandarlo a sbattere contro qualcosa, o in generale a non rendersi ridicola. Lo abbassò con delicatezza sul pavimento e poi si alzò e batté le mani.
La prima scheggia di luce entrò dalla finestra ed Emily sussultò. La stanza era bellissima alla luce del sole. Daniel aveva ragione; sarebbe stato un crimine starsene lì alla luce elettrica invece che a quella naturale. Cominciare dalle finestre era stata una grande idea.
Entusiasti del successo, Emily e Daniel lavorarono su tutto il piano terra della casa, scoprendo finestra dopo finestra, lasciando che la luce riempisse il luogo. Nella maggior parte delle stanze c’erano grandi finestre che andavano dal pavimento al soffitto, create su misura, evidentemente proprio per quella casa. Alcune erano imputridite o rovinate dagli insetti. Emily sapeva che sarebbe costato molto rimpiazzare gli infissi creati su misura e cercò di non pensarci.
“Scopriamo le finestre della sala da ballo prima di andare di sopra,” disse Emily. Le finestre nella zona principale della casa erano piuttosto belle, ma qualcosa le diceva che quelle dell’ala abbandonata sarebbero state ancora meglio.
“C’è una sala da ballo?” chiese Daniel mentre lei lo conduceva nella sala da pranzo.
“Ah-ah,” replicò. “È qui dentro.”
Spostò l’arazzo, svelando la porta che stava lì dietro, gioendo dell’espressione di Daniel. Era sempre così stoico, così difficile da leggere, che non poté fare a meno di sentire un brivido di eccitazione nel vedere di avergli causato quell’espressione di choc. Poi aprì la porta e puntò la pila dentro la stanza, illuminandone la vastità.
“Uao,” rantolò Daniel, abbassando la testa per non andare a sbattere contro la trave ed entrando a bocca aperta. “Non sapevo che esistesse questa parte della casa.”
“Neanch’io,” disse Emily raggiante, contenta di condividere il segreto con qualcuno. “Riesco a malapena a credere che sia rimasta nascosta qui per tutti questi anni.”
“Non è proprio mai stata usata?” chiese Daniel.
Scosse la testa. “No, per quanto mi ricordi. Ma qualcuno una volta la usava.” Diresse il fascio di luce direttamente sul cumulo di mobili al centro della stanza. “Per accumularci cose.”
“Che spreco,” disse Daniel. Per la prima volta da quando Emily l’aveva conosciuto, sembrava esprimere genuina emozione. La vista della stanza segreta era strabiliante per lui come lo era stata per lei.
Entrarono ed Emily osservò Daniel percorrere la stanza come aveva fatto lei quando l’aveva scoperta.
“E lei vuole buttare via tutto?” disse Daniel oltre la spalla mentre ispezionava gli articoli coperti di polvere. “Scommetto che un po’ di questa roba è antica. Costosa.”
Emily non si lasciò sfuggire l’ironia di una stanza piena di antichità nascosta nella casa di un appassionato di antichità. Si chiese ancora se suo padre fosse stato a conoscenza della stanza. Era stato lui a riempirla di mobili? O era già così quando aveva comprato la casa? Non aveva senso.
“Lo credo anch’io,” replicò. “Ma non saprei neanche da dove cominciare. Cioè, capisce cosa intendo quando dico che ci sono grossi mobili che non riuscirei a sollevare da sola. Come potrei fare a venderli? A trovare i fornitori?” Quello era il mondo di suo padre, un mondo che lei non aveva mai capito veramente o di cui non era stata particolarmente entusiasta.
“Be’,” disse Daniel osservando l’orologio a pendolo. “Ha internet adesso, no? Può fare un po’ di ricerca. Sarebbe un peccato buttare via tutto.”
Emily prese in considerazione quello che le diceva, e rimase colpita da un dettaglio. “Come sapeva che ho internet?”
Daniel si strinse nelle spalle. “Ho visto il furgone.”
“Non mi ero accorta che mi prestasse tanta attenzione,” replicò Emily con una finta aria sospettosa.
“Non si aduli,” La risposta secca di Daniel arrivò, ma Emily notò che c’era un sorriso sarcastico sulle sue labbra. “Faremo meglio a levare di mezzo questa roba comunque,” aggiunse, spezzando il sogno di Emily.
“Sì, fantastico,” rispose tornando di colpo alla realtà.
Daniel ed Emily si misero al lavoro per rimuovere il compensato dalle finestre. Ma diversamente dalle finestre della zona principale della casa che avevano scoperto, questa finestra nascosta dall’asse era fatta di bellissimo vetro Tiffany.
“Uao!” urlò Emily, completamente sbalordita a mano a mano che la stanza si riempiva di diversi colori. “È incredibile!”
Era come entrare nel mondo dei sogni. La stanza era improvvisamente inondata di rosa, verde e blu mentre la luce entrava dalla finestra.
“Sono sicura che se mio padre avesse saputo che c’erano finestre così avrebbe tenuto aperta questa zona della casa,” aggiunse Emily. “Questo è il sogno dell’antiquario che diventa realtà.”
“Sono piuttosto favolose,” disse Daniel osservandole con occhio pratico, ammirandone la struttura intricata e il modo in cui i pezzi di vetro si assemblavano.
Emily aveva voglia di ballare. La luce che si diffondeva dalla finestra era così bella, da togliere il fiato, che la faceva sentire leggera, come se fosse fatta di aria. Se era così bella con il sole invernale, non poteva immaginare quanto sarebbe stata fantastica la stanza quando il sole luminoso dell’estate sarebbe entrato da quelle finestre.
“Dovremmo fare una pausa,” disse Emily. Lavoravano da ore e quello sembrava un momento buono come un altro per fermarsi. “Posso preparare qualcosa da mangiare.”
“Come per un appuntamento?” disse Daniel scuotendo la testa per ridere. “Senza offesa, ma lei non è il mio tipo.”
“Oh?” disse Emily, stando al suo gioco. “E qual è il suo tipo?”
Ma Emily non ebbe l’occasione di sentire la risposta di Daniel. Qualcosa volò giù dal davanzale della finestra, dove probabilmente era rimasta per molti anni, e catturò la loro attenzione. Scomparvero tutte le risate e gli scherzi di un attimo prima, sbiadendo attorno a Emily, quando tutta la sua attenzione si fu concentrata sul pezzo di carta quadrato che stava sul pavimento. Una fotografia.
Emily la raccolse. Anche se era vecchia, scolorita, con la muffa sul retro, la foto non era così antica. Era a colori, anche se i colori erano sbiaditi con gli anni. Emily sentì un grumo in gola quando capì di avere in mano una foto di Charlotte.
“Emily? Che succede?” diceva Daniel, ma lei lo sentiva appena. Il respiro era scomparso all’improvvisa vista del viso di Charlotte, un viso che non vedeva da più di vent’anni. Incapace di trattenersi, Emily cominciò a piangere.
“È mia sorella,” disse con voce strozzata.
Daniel sbirciò da oltre la sua spalla la foto tra le sue dita tremanti.
“Ecco,” disse, improvvisamente delicato. “Lasci che la prenda io.”
Allungò le braccia e la prese dalla sua stretta, poi condusse Emily fuori dalla stanza, con un braccio attorno alle sua spalle. Emily lasciò che la guidasse in soggiorno, troppo sbalordita per protestare. Lo choc di vedere il viso di Charlotte l’aveva ipnotizzata.
Emily, sempre piangendo, distolse lo sguardo da Daniel.
“Penso… penso che forse se ne dovrebbe andare adesso.”
“Okay,” disse Daniel. “Basta che lei da sola ci stia bene.”
Si alzò dallo sgabello e fece segno a Daniel di andare verso la porta. Lui la guardò con cautela come soppesando se lasciarla in quello stato sarebbe stato sicuro, ma alla fine prese la scatola degli attrezzi e si avviò verso il portone.
“Se ha bisogno di qualcosa,” disse sulla soglia, “basta che mi chiami.”
Incapace di parlare, lei chiuse la porta davanti a Daniel e poi si voltò e vi si appoggiò contro, sentendo il respiro uscirle in grossi sussulti rantolanti. Affondò sulle ginocchia, sentendo l’oscurità affollarsi attorno a lei, presa dal desiderio di raggomitolarsi e morire.
*
Fu solo lo strillo acuto del telefonino che la risvegliò da quell’orribile e soffocante sensazione. Emily si guardò intorno, insicura su quanto fosse rimasta raggomitolata come una palla sul pavimento.
Guardò su dal suo cumulo spiegazzato e vide il cellulare sul tavolino presso la porta che si illuminava e vibrava. Si alzò e vide, sorpresa, il nome di Ben che lampeggiava. Fissò il telefono per un attimo, guardandolo lampeggiare, guardando il suo nome riempire lo schermo così come aveva fatto migliaia di volte in passato. Erano così normali quelle piccole lettere, BEN, ma d’un tratto così straniere, e così, così sbagliate in quella casa, in quel momento, dopo aver visto il viso di Charlotte, dopo aver trascorso con Daniel tutto il giorno.
Emily allungò il braccio e rifiutò la telefonata.
Non appena lo schermo fu tornato nero, si illuminò di nuovo. Questa volta non c’era il nome di Ben, ma quello di Amy.
Emily raccolse il telefono, sollevata per la sua ancora di salvataggio.
“Amy,” rantolò. “Sono così felice che hai chiamato.”
“Non sai neanche cosa sto per dirti,” fece una battuta.
“Non importa. Potresti leggermi l’elenco telefonico, per quel che mi interessa. Sono solo felice di sentire la tua voce.”
“Be’,” disse Amy, “a dire il vero ho qualcosa di elettrizzante da dirti.”
“Davvero?”
“Sì. Lo sai che parlavamo sempre di andare a vivere in quella ex chiesa del Lower East Side, e di quanto sarebbe stato bello?”
“Ah-ah,” disse Emily, non sapendo dove volesse arrivare.
“Be’,” disse Amy con un tono che suonava come se si stesse preparando a una grande rivelazione, “possiamo farlo! L’appartamento con due camere da letto è appena stato messo in vendita e possiamo assolutamente permettercelo.”
Emily fece una pausa, lasciando che l’informazione filtrasse nella sua mente. Quando Amy ed Emily erano studentesse a New York, avevano messo in piedi un’intera fantasia sull’andare a vivere nell’ex chiesa, circondate da tutti i bar più cool del Lower East Side che adoravano frequentare. Ma era stato quando avevano vent’anni. Non era più il sogno di Emily. Era andata avanti.
“Ma io sono felice qui,” disse Emily. “Non voglio tornare a New York.”
Ci fu una lunga pausa dall’altra parte della linea. “Vuoi dire mai?” chiese alla fine Amy.
“Voglio dire per almeno sei mesi. Finché i miei risparmi non finiscono. Poi dovrò sistemarmi altrimenti.”
“Come dormire sul mio divano di nuovo?” Un accenno di ostilità aveva fatto capolino dal tono di Amy.
“Mi dispiace, Amy,” disse Emily sentendosi sgonfia. “È solo che non è più quello che voglio.”
Sentì sospirare la sua amica. “Resti davvero lì?” disse alla fine. “Nel Maine? In un’inquietante vecchia casa? Da sola?”
Emily allora capì quanto fosse davvero sicura di voler restare, quanto le sembrasse assolutamente giusto per lei. E dirlo a voce alta ad Amy l’aveva reso reale.
Fece un respiro profondo, sentendosi sicura di sé e con i piedi per terra per la prima volta da anni. Poi disse semplicemente, “Sì.”
3 MESI DOPO
CAPITOLO OTTO
Il sole primaverile filtrava dalla tenda di Emily, svegliandola delicatamente come un bacio. Le lente e languide mattine erano un qualcosa che Emily si godeva sempre di più man mano che passavano i giorni. Aveva imparato ad apprezzare la quiete tranquilla di Sunset Harbor.
Emily si rigirò nel letto e batté le palpebre per aprire gli occhi. La camera che una volta era dei suoi genitori ora era praticamente sua. Era stata la prima stanza che aveva sistemato e rinnovato. La vecchia coperta mangiata dalle tarme era sparita, rimpiazzata da una bellissima coperta patchwork in seta. Il bel tappeto color panna era morbido e viscoso sotto ai suoi piedi quando uscì dal letto, reggendosi a un palo del letto a baldacchino per mettersi in piedi. I muri profumavano ancora di pittura fresca quando raggiunse il comò ora lucido e laccato per tirarne fuori un vestito floreale primaverile. I cassetti erano ordinatamente riempiti di abiti, la sua vita era di nuovo organizzata.
Emily ammirò il suo riflesso nello specchio a figura intera, che era stato restaurato e pulito professionalmente, e poi aprì del tutto le tende, deliziata dal modo in cui la primavera era arrivata a Sunset Harbor con un turbinio di colori; azalee, magnolie e giunchiglie erano fiorite nel cortile, gli alberi che delimitavano la sua proprietà si erano riempiti di lussureggianti foglie verdi e l’argento dell’oceano che poteva vedere dalla finestra era sfavillante. Aprì la finestra e respirò profondamente, saggiando il sale dell’aria.
Mentre si sporgeva all’esterno, notò un movimento con la coda dell’occhio. Allungò il collo per vedere meglio. Era Daniel, che si occupava di una delle aiuole. Era completamente concentrato sul suo lavoro, un’abitudine che Emily aveva imparato a conoscere nei tre mesi che avevano lavorato insieme alla casa. Quando Daniel cominciava qualcosa, tutta la sua attenzione era lì, e non si sarebbe fermato finché non avesse finito. Era una qualità che Emily rispettava in lui, anche se a volte le sembrava di esserne del tutto esclusa. C’erano stati molti momenti negli ultimi mesi in cui avevano lavorato fianco a fianco tutto il giorno senza dirsi neanche una parola. Emily non riusciva a capire che cosa ci fosse nella testa di Daniel; era impossibile da leggere. L’unico segnale che le diceva che non provava ripugnanza verso di lei era che tornava giorno dopo giorno, spostando i mobili quando lei glielo chiedeva, smerigliando pavimenti, laccando il legno, rifoderando i divani. Ancora si rifiutava di accettare dei soldi, ed Emily si chiedeva come esattamente si mantenesse se trascorreva le sue giornate con lei lavorando gratis.
Emily si ritirò dalla finestra e uscì dalla camera. Il corridoio del piano di sopra adesso era pulito e organizzato. Aveva tolto i quadri polverosi dal muro e li aveva sostituiti con una serie di stampe dell’eccentrico fotografo britannico Eadweard Muybridge, foto che erano tutte incentrate sul catturare il movimento. Aveva scelto una serie di ballerine perché per lei erano incredibilmente belle, il momento della transitorietà, il movimento, era poesia ai suoi occhi. Era stata strappata via anche la carta da parati macchiata di ditate, ed Emily aveva dipinto il corridoio di un bianco vivido.
Emily scese di buon passo di sotto, sentendo sempre più la casa come casa sua. Gli anni trascorsi da imbucata nella vita di Ben sembravano adesso improvvisamente molto lontani alle sue spalle. A Emily pareva che questo fosse il modo in cui avrebbe sempre dovuto vivere.
Il telefono era al suo solito posto sul tavolino presso il portone. Sembrava aver finalmente trovato una routine – svegliarsi con calma, vestirsi, controllare il telefono. Ora che era arrivata la primavera, aveva una nuova parte della routine, che era andare in paese per fare colazione e bere il caffè prima di controllare i mercatini delle pulci locali in cerca di articoli che voleva mettere in casa. Oggi era sabato, ciò significava che ci sarebbero stati più negozi aperti dove andare, ed era intenzionata a trovare altri mobili.
Dopo aver mandato un messaggio a Amy, Emily afferrò le chiavi della macchina e uscì. Mentre attraversava il cortile si guardò intorno in cerca di Daniel, ma non lo vide. Negli ultimi tre mesi la sua presenza era diventata un’altra fonte di stabilità per lei. A volte le pareva che ci fosse sempre stato, a distanza di braccio appena.
Emily salì in macchina – che aveva finalmente fatto riparare – e percorse la breve strada fino al paese, superando una bianca carrozza trainata da cavalli. Cavalcare i pony era una delle attività turistiche di Sunset Harbor – Emily si ricordava di aver fatto giri in carrozza quando era bambina – e la loro presenza indicava che la città stava finalmente uscendo dalla sua lunga ibernazione invernale. Mentre guidava, notò che era apparso un nuovo ristorante lungo la strada principale. Un po’ più giù lungo la strada, il comedy club stava aprendo per molte e molte ore. Non aveva mai visto un posto trasformarsi così completamente sotto agli occhi. Il nuovo fervore e via vai le ricordò le sue vacanze estive dell’infanzia più di qualunque altra cosa finora.
Emily si fermò in un piccolo parcheggio vicino al porto. Ora si stava velocemente riempiendo di barche, con gli alberi che emergevano e si inabissavano con la delicata marea. Emily guardò le barche con un rinnovato senso di pace. Le sembrava davvero che la sua vita stesse appena cominciando. Per la prima volta da molto tempo vide per sé un futuro che voleva: vivere nella casa, renderla bellissima, essere soddisfatta e felice. Ma sapeva che non sarebbe durato in eterno. Aveva appena i soldi per mantenersi per tre mesi. Non volendo che il sogno della sua vita finisse troppo presto, Emily aveva deciso di vendere alcuni oggetti antichi presenti nella casa. Finora si era separata solo da quelli che non rientravano nei suoi piani per la casa e come sarebbe dovuta apparire, ma pure vendere quelli era stata un’agonia per lei, come se stesse dando via un pezzetto di suo padre.
Emily prese un caffè e una ciambella dal nuovo ristorante, poi si avventurò al mercato delle pulci al chiuso di Rico. Era lo stesso posto che suo padre visitava ogni estate. Il posto era ancora di Rico, l’anziano proprietario. Emily era felice che non l’avesse riconosciuta il primo sabato che ci era andata (metà per la vista malandata e metà per la memoria in calo) perché così aveva avuto l’opportunità di presentarsi da zero, di farsene un’opinione sua invece di conoscerlo attraverso l’ombra incombente della presenza di suo padre.
“Buongiorno, Rico,” disse entrando nel buio negozio.
“Chi è?” disse una voce incorporea da qualche parte dell’oscurità.
“Emily.”
“Ah Emily, bentornata.”
Emily sapeva che fingeva solo di ricordarsi di lei tutte le volte che veniva in negozio, che la sua memoria tra le sue visite svaniva, e non poteva fare a meno di notare quanto fosse ironico il fatto che alla persona di Sunset Harbor a cui lei piacesse di più lei piaceva solo perché non riusciva a ricordarsi bene chi fosse.
“Sì, dalla casa grande in West Street, sono qui per prendere un set di sedie per la sala da pranzo,” disse guardandosi intorno, cercando l’uomo.
Alla fine saltò fuori dal bancone. “Ma certo, me lo sono scritto qui.” Posò gli occhiali sul naso sottile e strizzò gli occhi sul libro aperto sulla scrivania, cercando gli sgorbi scritti a mano che gli avrebbero detto chi fosse davvero Emily e che le aveva davvero venduto sei sedie per la sala da pranzo. Emily aveva imparato dopo il suo primo giro in negozio (quando si era prenotata un grande tappeto solo per scoprire che non c’era più quando era andata a ritirarlo) che se Rico non si scriveva qualcosa, quella cosa non era accaduta.
“Già già,” aggiunse. “Sei sedie per la sala da pranzo. Emily. Ore nove. Sabato dodici. È oggi, vero?”
“È oggi,” rispose con un sorriso. “Vado a dare un’occhiata dietro e le prendo, posso?”
“Oh sì, oh sì, mi fido di te, Emily, sei una buona cliente.”
Sorrise da sola mentre usciva sul retro. Non conosceva il designer delle sedie, ma l’istante in cui le aveva viste aveva saputo che erano quelle giuste per la sala da pranzo. In qualche modo sembravano sedie tradizionali – in legno, con quattro gambe, uno schienale, una seduta – ma erano state progettate in modo particolare, con gli schienali più alti di quelli delle normali sedie per sale da pranzo. Erano dipinte in nero lucido, che sarebbe calzato a pennello con il nuovo schema monocromatico della stanza. Rivederle adesso la entusiasmò, e volle portarle a casa al più presto in modo da vederle al loro posto.
Le sedie erano pesanti, ma Emily aveva scoperto di essere diventata più forte negli ultimi mesi. Tutto il lavoro fisico necessario alla casa le aveva sviluppato dei muscoli che mai era riuscita a ottenere faticando in palestra.
“Fantastico, grazie, Rico,” disse mettendosi a trascinare le sedie verso l’uscita. “Ci vieni alla vendita di oggetti usati a casa mia più tardi? Vendo i due tavolini da parete Eichholtz Rubinstein, hanno bisogno di un po’ di cure. Ti ricordi di avermi detto che potresti essere interessato a prenderle e farle restaurare da Serena?”
Serena era una spumeggiante e giovane studentessa di arte dall’energia sconfinata che si faceva due ore di macchina dall’Università del Maine ogni poche settimane solo per dare una mano in negozio a sistemare i mobili. Indossava sempre i jeans, i lunghi capelli scuri le ricadevano su una spalla, ed Emily non poteva fare a meno di sentirsi gelosa della forza interiore fiduciosa e calma che possedeva a un’età così giovane. Ma dato che era amichevole con Emily nonostante le occhiate diffidenti che Emily le aveva lanciato all’inizio, Emily adesso era amichevole con lei.
“Sì, sì,” rispose Rico illuminandosi, sebbene Emily fosse certa che avesse dimenticato tutto sulla sua rivendita dell’usato. “Serena farà un salto da te.”
Emily lo guardò mentre se lo annotava sul taccuino. “La vecchia casa in West Street,” gli ricordò, giusto per essere sicura che non dovesse provare l’imbarazzo di chiederle l’indirizzo. “Ci vediamo più tardi!”
Emily caricò le sedie nuove nel baule e poi tornò a casa attraversando il paese, gioendo della vista dei fiori primaverili, dell’oceano scintillante e dei cieli di un azzurro limpido. Quando parcheggiò a casa rimase colpita da quanto fosse cambiata. Non solo per via della primavera, che aveva portato il colore al luogo e aveva reso l’erba verde del prato rigogliosa e fitta, ma per via del fatto che era vissuta, che era di nuovo amata. Il compensato se n’era andato, le finestre erano adesso pulite e ridipinte di fresco.
Daniel aveva già iniziato bene sistemando sul prato tutto quello che lei pensava di vendere oggi. C’erano così tante cose che a lei sembravano spazzatura ma dopo averle cercate su Google era venuto fuori che erano tesori per altri. Aveva catalogato tutti gli articoli della casa che non voleva tenere e poi aveva controllato su internet per scoprire il loro reale valore prima di postare su Craiglist quello che voleva vendere. Era rimasta scioccata nel ricevere un messaggio da una donna di Montreal che stava organizzando un viaggio fin lì unicamente per comprare una catasta di libri di Tintin.
Durante le nottate in cui Emily aveva enumerato il contenuto della casa, aveva cominciato a capire che cosa suo padre ci avesse trovato in quel suo strano hobby. La storia dei pezzi, le storie che si portavano dietro, tutto divenne fascinoso agli occhi di Emily. La gioia nello scoprire un oggetto d’antiquariato tra cose di poco valore dava un’eccitazione che non aveva mai provato prima.
Non che non ci furono delle delusioni, nel frattempo. Un’antica arpa greca che Daniel aveva estratto dalla sala da ballo e che Emily aveva valutato 30.000 dollari era, purtroppo, in uno stato di rovina tale che uno specialista gli aveva detto che non si sarebbe mai più potuta suonare. Ma aveva dato a Emily il numero di un museo locale che accettava donazioni, e lei si era commossa nello scoprire che con l’arpa avevano affisso una targa che diceva che era stato un dono di suo padre. Era un modo per mantenere viva la sua memoria.
Guardare il cortile riempì Emily di un misto di tristezza e speranza; era triste dover dire addio ad alcuni oggetti con cui suo padre aveva ingombrato la casa, ma aveva anche speranza per la nuova casa e per l’aspetto che avrebbe avuto un giorno. Il futuro sembrava improvvisamente luminoso.
“Sono tornata,” urlò trascinando le sedie in casa.
“Sono qui!” disse Daniel, e la sua voce veniva dalla sala da ballo.
Emily mise giù le sedie nell’ingresso e andò a cercarlo. “Sei stato bravissimo a portare quella roba in cortile,” gridò attraversando la sala da pranzo e la porta segreta che portava alla stanza. “Posso aiutarti con qualcosa?”
Appena entrata nella stanza si fermò di colpo, la voce le si spense improvvisamente in gola. Daniel indossava una canotta bianca e aveva in mostra muscoli che lei finora aveva solo immaginato. Era la prima volta che poteva dare una vera occhiata al suo fisico e la vista la lasciò senza parole.
“Sì,” disse, “puoi prendere l’altro lato di questa libreria e aiutarmi a portarla fuori. Emily?” La guardò e si accigliò.
Lei si accorse di guardarlo a bocca aperta e serrò la mandibola, poi tornò in sé. “Sì. Certo.”
Si avvicinò a dove stava lui, incapace di sostenere il contatto visivo, e prese il suo lato della libreria.
Ma non riuscì a impedire allo sguardo di scivolare sulle sue braccia muscolose quando si gonfiarono nello sforzo di reggere il peso della libreria alzandosi in piedi.
Emily sapeva di essere attratta da Daniel, accettava il fatto di esserlo stata dalla primissima volta che si erano conosciuti, ma per lei era più misterioso che mai. In effetti, era più misterioso adesso perché aveva trascorso così tanto tempo in sua compagnia senza rivelare molto su di sé. Tutto quello che lei sapeva era che c’era qualcosa in lui che Daniel teneva celato alla vista, una specie di oscurità o un trauma, una specie di segreto da cui stava scappando che gli impediva di avvicinarsi. La stessa Emily sapeva come ci si sentiva a scappare da una vita passata traumatica, quindi non gli aveva mai fatto domande. E poi lei ne aveva abbastanza di segreti sotterrati nella casa che non avrebbe avuto il tempo di scavare in cerca di quelli di Daniel. Quindi lasciava che la sua attrazione sobbollisse sotto la superficie, sperando che non traboccasse e che non desse il via a una reazione a catena a cui nessuno dei due era preparato.
*
I primi clienti cominciarono ad arrivare appena dopo mezzogiorno, mentre Emily e Daniel se ne stavano sulle sdraio a bere limonata fatta in casa. Emily notò subito che Serena era tra loro.
“Ehi!” fece Serena salutando con la mano, prima di saltellare verso Emily e abbracciarla.
“Sei qui per i tavoli da parete, vero?” disse Emily mentre si separavano, Emily un po’ a disagio dall’intimità fisica a cui Serena era così brava a dare il via. “Sono qui dietro l’angolo, te li prendo.”
Serena seguì Emily attraverso il dedalo di mobili disposti sul prato. “Quello è il tuo ragazzo?” chiese mentre camminavano, guardando dietro di sé in direzione di Daniel. “Perché, scusa se te lo dico, è molto sexy.”
Emily rise e guardò anche lei oltre la spalla. Daniel stava parlando con Karen del negozio di alimentari, sempre nella sua canotta bianca, col sole primaverile che gli danzava sui bicipiti.
“Non lo è,” disse.
“Non è sexy?” urlò Serena. “Ragazza mia, sei cieca?”
Emily scosse la testa e rise. “Intendevo dire che non è il mio ragazzo,” spiegò.
“Ma è sexy,” implorò Serena. “Sai, puoi dirlo a voce alta.”
Emily fece un sorrisetto. Serena doveva pensare che fosse una moralista totale.
Arrivarono ai due tavoli che Serena era venuta a prendere. La donna più giovane si accucciò per guardarli bene, lasciando ricadere i capelli scuri su una spalla, svelando al di sotto una pelle caramello baciata dal sole. Era bella in un modo unico per una ragazza giovane – con un bagliore e una severità che nessun quantitativo di trucco avrebbe potuto ricreare.
“Pensi di provarci?” chiese Serena rialzando lo sguardo verso Emily.
Emily quasi si soffocò col respiro. “Provarci con Daniel?”
“Perché no?” chiese Serena. “Se non lo fai tu, lo faccio io!”
Emily raggelò, improvvisamente sentiva freddo dappertutto nonostante il sole primaverile. Il pensiero della bella e spensierata Serena con Daniel la riempì di una gelosia così pungente che la prese di sorpresa. Riusciva a immaginare che lui se ne sarebbe innamorato velocemente, perché chi non l’avrebbe fatto? Come avrebbe potuto un uomo di trentacinque anni resistere a una giovane donna come Serena? Era praticamente scritto nel loro DNA.
Serena d’un tratto mosse le sopracciglia e mostrò a Emily un largo sorriso. “Sto scherzando! Uao, sembra che ti abbia detto che è morto qualcuno!”
Emily non poté fare a meno di sentirsi un po’ infastidita per lo scherzo di Serena. Gli scherzi erano solo un’altra cosa a cui i giovani e gli spensierati potevano prendere parte. Ma per gli esausti come lei, era difficile divertirsi.
“Perché scherzi su questa cosa?” chiese Emily cercando di non lasciar trapelare la sua angoscia.
“Volevo vedere la tua faccia mentre lo dicevo,” rispose Serena. “Vedere se ti piace o no. E direi di sì, comunque, e dovresti assolutamente fare qualcosa. Sai, uno con quell’aspetto non resta single a lungo.”
Emily alzò un sopracciglio e scosse la testa. Serena era troppo giovane per capire quanto potessero essere complicate le cose tra due persone, o per conoscere il bagaglio emotivo che più invecchiavi più ti schiacciava.
“Ehi,” disse Serena, guardando lontano. “Hai avuto occasione di dare un’occhiata al granaio? Scommetto che c’è una tonnellata di roba interessante là dentro.”
Emily guardò dietro di lei. Dall’altra parte del prato, il granaio svettava nell’ombra, solo e dimenticato. Non aveva ancora avuto occasione di esplorare le costruzioni esterne. Daniel le aveva parlato delle serre e di come avrebbe voluto sistemarle per farci crescere dei fiori da vendere, ma il costo era troppo alto. Il granaio e le altre costruzioni, comunque, non li aveva menzionati, e lei semplicemente se ne era dimenticata.
“Non ancora,” disse rigirandosi verso Serena. “Ma ti farò sapere se trovo qualcosa che tu o Rico vorreste.”
“Fantastico,” disse Serena rialzandosi, un tavolino per braccio. “Grazie per questi. E non dimenticarti di provarci col signor Supersexy. Sei ancora giovane!”
Emily ruotò gli occhi e rise da sola mentre guardava la ragazza che se andava con andatura da spaccona. Aveva avuto tanta fiducia in se stessa quando aveva vent’anni? Se sì, non se lo ricordava. Amy era sempre stata quella sicura di sé, Emily era la più timida delle due. Forse era per quello che si ritrovava sempre in relazioni così disastrose, e che era rimasta incastrata con Ben così a lungo; per la paura di non essere capace di trovare qualcun altro, per l’angoscia all’idea di attraversare il difficile disagio di conoscere qualcuno di nuovo.
Emily guardò Daniel, osservando il modo in cui parlava con i clienti, la cautela delle sue maniere, e il modo in cui si perdeva così velocemente nel suo personale mondo quando era di nuovo solo. Per la prima volta da quando lo aveva conosciuto, Emily riconobbe in Daniel qualcosa di se stessa. Ed era qualcosa che le faceva venir voglia di conoscerlo di più.
*
L’interesse di Serena per il granaio aveva dato l’avvio alla curiosità in Emily. Più tardi quella sera, una volta che la rivendita dell’usato fu finita per quel giorno, si avventurò verso le costruzioni esterne. Nella luce tenue, i prati della casa sembravano ancora più belli, e la cura che Daniel gli aveva dato si faceva più manifesta. Aveva mantenuto un cespuglio di rose che vi cresceva da quando Emily riuscisse a ricordare.
Oltrepassando la serra rovinata ebbe un flash, un ricordo, di pomodori rosso brillante che crescevano in vasi, di sua madre in un morbido cappello per il sole che teneva in mano un annaffiatoio grigio. C’erano stati alberi di mele e di pere dietro alle serre. Forse Emily ne avrebbe piantati degli altri un giorno.
Oltrepassò le serre rovinate e raggiunse il granaio. La porta era chiusa con un lucchetto. Emily tenne il lucchetto arrugginito nella mano, cercando di farsi venire in mente dei ricordi sul granaio. Ma non ne arrivò nessuno. Come per la sala da ballo nascosta, il granaio era un segreto che non aveva mai pensato di esplorare da bambina.
Lasciò andare il lucchetto – ricadde con un rumore sordo – poi fece il giro per vedere se c’era un’altra entrata. La finestrella sudicia era rotta ma non abbastanza grande perché potesse passarci attraverso. Poi notò una riparazione; una delle assi era stata chiaramente rotta o imputridita e un pezzo di compensato sottile gli era stato inchiodato sopra – una misura temporanea che non era stata adattata. Emily poteva immaginarsi suo padre là fuori, col martello in mano, a coprire il buco con un pezzo di compensato, pensando che sarebbe tornato per un lavoro fatto bene il giorno dopo. Ma non lo aveva fatto. Appena dopo aver sistemato il danno al granaio, aveva deciso di andarsene per non tornare più.
Emily sospirò profondamente, frustrata dall’intrusione di un ricordo immaginario. Aveva abbastanza angoscia reale con cui fare i conti; non poteva lottare anche contro il dolore finto.
Con poche manovre, Emily riuscì a far leva e spostare il compensato, svelando un buco più grande di quanto si aspettasse. Ci passò attraverso facilmente e si ritrovò nel granaio buio. C’era uno strano odore stantio nell’aria che Emily non riusciva a collocare. Quello che riusciva a vedere, comunque, era ciò che le stava attorno. Il granaio era stato convertito in una camera oscura di fortuna, un luogo dove si sviluppavano fotografie. Cercò di ricordare se era un hobby che suo padre aveva avuto, ma la sua mente era vuota. Si era divertito a fotografare la famiglia, quello lo ricordava, ma non tanto da voler imbastire un’intera camera oscura allo scopo.
Emily si avvicinò al largo e lungo tavolo dove c’erano diversi vassoi uno accanto all’altro. Aveva visto abbastanza film da sapere che lì venivano versati i liquidi di sviluppo. Poi c’era un filo stendibiancheria tirato attraverso il tavolo con delle mollette ancora appese da dove venivano appese le foto ad asciugare. Tutto quanto era molto curioso per Emily.
Vagò per il granaio ancora un po’ per vedere se c’era qualcos’altro di interessante lì dentro. All’inizio vide molto poco a cui far caso. Solo bottiglie di liquido di sviluppo, vecchi barattoli di bobine, lenti lunghe e macchine fotografiche rotte. Poi trovò una porta, anche quella chiusa da un lucchetto. Emily si chiese dove portasse e cosa ci fosse lì dietro. Cercò in giro una chiave ma non riuscì a trovarne neanche una. Durante la ricerca scoprì una scatola piena di album di foto, tutti accatastati a casaccio uno sopra l’altro. Prese il primo, soffiò via la polvere dalla copertina e lo aprì.
La prima immagine era in bianco e nero, un primissimo piano di un quadrante di orologio. La successiva, anche quella in bianco e nero, mostrava una finestra rotta e una ragnatela che la attraversava. Emily voltò ogni pagina, corrugando la fronte a ogni figura. Non le sembravano professionali, più che altro parevano scattate da una mano inesperta, ma trasmettevano una malinconia che sembrava rivelare l’umore del fotografo. In effetti, man mano che studiava le foto, le pareva sempre più di guardare all’interno della testa del fotografo invece di analizzare i soggetti che aveva scelto di catturare. Le foto la facevano sentire quasi claustrofobica, anche se si trovava in un grande granaio, e profondamente infelice.
Improvvisamente ci fu un rumore alle sue spalle. Girò su se stessa, con il cuore che martellava, e lasciò cadere l’album ai suoi piedi. Lì, nel passaggio attraverso il quale anche lei era entrata nel granaio, c’era un piccolo terrier. Era chiaramente un randagio, con il pelo arruffato e non curato, e stava lì a guardarla, confuso dal fatto che qualcuno si trovasse sul suo territorio.
Ecco spiegato l’odore, pensò Emily.
Si chiese se Daniel sapesse del randagio, se l’avesse visto mai aggirarsi nel prato. Decise di chiederglielo il giorno dopo durante la rivendita dell’usato – così come della scoperta della camera oscura – e si ritrovò eccitata all’idea di avere una ragione per parlargli.
“Va tutto bene,” disse a voce alta al cane. “Me ne sto andando.”
Il cane inclinò la testa di lato mentre ascoltava le parole. Lei sollevò l’album per rimetterlo nella scatola, poi vide che una foto era caduta dalle pagine. La raccolse e vide che era la foto di una festa di compleanno. Dei bambini piccoli erano seduti attorno a una tavola e c’era una gigantesca torta rosa fatta in modo che in mezzo sembrasse esserci un castello. Improvvisamente Emily capì che cosa stava guardando – era una foto del compleanno di Charlotte. Del quinto compleanno di Charlotte. Dell’ultimo compleanno di Charlotte.
Emily sentì le lacrime bruciarle gli occhi. Teneva la foto stretta nelle mani tremanti. Non aveva dei veri ricordi dell’ultimo compleanno di Charlotte, così come aveva pochi ricordi della stessa Charlotte. Era come se la sua vita fosse stata spaccata in due – la prima parte era la vita di quando Charlotte era viva, la seconda parte era la vita dopo la sua morte, la parte in cui tutti erano crollati, in cui il matrimonio dei suoi genitori alla fine era andato in pezzi dopo che lo stress dovuto ai loro silenzi era diventato troppo, e il gran finale in cui suo padre era sparito dalla faccia della terra. Ma tutto questo era accaduto a Emily Jane, non a Emily, non alla donna che aveva deciso di diventare, la persona che aveva tirato fuori dai rottami. Guardando la foto qui, la prova della vita con Charlotte, Emily si sentì più vicina alla bambina che si era lasciata alle spalle di quanto avesse mai fatto.
Il cane abbaiò, ed Emily rialzò lo sguardo di scatto. “Okay,” disse, “Ho capito. Me ne vado.”
Invece di rimettere l’album nella scatola, Emily arraffò tutto quanto, notando nel mentre che anche la scatola sotto era piena di fotografie, poi arrancò attraverso il granaio prima di passare a fatica di nuovo dentro al buco. La sua mente esplodeva di pensieri. La sala da ballo nascosta, la camera oscura segreta, la porta con il lucchetto nel granaio, la scatola piena di foto… quali altri segreti nascondeva quella vecchia casa?
CAPITOLO NOVE
Tornando di corsa dentro casa, con la braccia cariche di album di foto, Emily era del tutto conscia dei rumori del martello e del trapano che venivano dalla sala da ballo. Ciò significava che nonostante la tarda ora, Daniel era ancora lì ad appendere quadri e specchi per lei. Lavorava sempre più tardi la sera, a volte fino a mezzanotte, ed Emily aveva cominciato a considerare l’idea che lo facesse per starle vicino, per mantenere un senso di prossimità, come se stesse aspettando il momento in cui lei gli avrebbe portato una tazza di tè con tutto l’entusiasmo che prendeva anche lei. Spesso era a quell’ora della sera, dopo che lei aveva finito di organizzare e rovistare per quel giorno, che andava a cercarlo e lo raggiungeva. Lui si sarebbe aspettato che facesse così anche quella notte.
Ma quella notte la sua mente era da qualche altra parte. In effetti vedere Daniel era l’ultima cosa che voleva. Era rimasta così scossa dalla fotografia di Charlotte, dalla scoperta della camera oscura, da essersi focalizzata unicamente su ciò che voleva fare dopo, su ciò che aveva bisogno di fare, adesso. Alla fine.
Perché c’erano altre stanze dentro casa in cui Emily non era ancora stata – stanze in cui aveva proprio deliberatamente evitato d’entrare. Una era lo studio di suo padre, ed era lì che stava andando. Persino dopo mesi vissuti nella casa, la porta dello studio era rimasta chiusa. Non aveva voluto metterla in disordine. O, più probabilmente, non aveva voluto lasciar uscire i segreti che conteneva, di qualunque natura fossero.
Ma adesso sentiva davvero che era rimasta nascosta troppo a lungo. I misteri della sua famiglia la stavano divorando. Aveva lasciato che i silenzi, le cose taciute, si impossessassero della sua mente. Nessuno nella sua famiglia aveva mai parlato di nulla – della morte di Charlotte, della conseguente crisi di sua madre, dell’imminente divorzio dei suoi che si faceva sempre più vicino ogni anno che passava. Erano stati codardi a permettere che le ferite si infettassero invece di passare all’azione. Sua madre, suo padre, erano uguali, lasciavano tanti non detti, lasciavano che le ferite si incancrenissero finché l’unica possibile azione era l’amputazione.
L’amputazione, pensò Emily.
Era esattamente quel che aveva fatto suo padre, no? Aveva amputato tutta la sua famiglia, era fuggito da qualsiasi problema di cui non riusciva a parlare. Se n’era andato da tutti loro per via di un qualche ostacolo, un intralcio, che riteneva insormontabile. Emily non voleva trascorrere tutta la sua vita a farsi domande. Voleva delle risposte. E sapeva che le avrebbe trovate in quello studio.
Lasciò la scatola delle foto sulle scale prima di salire i gradini due alla volta. La sua mente correva frenetica mentre procedeva a grandi falcate lungo il corridoio del piano di sopra finché non raggiunse la porta dello studio di suo padre e non si fermò. La porta era di legno scuro laccato. Emily ricordava di averla fissata, naso all’insù, da piccola. All’epoca sembrava ordinarle di fare un passo indietro, quasi minacciosa, una porta attraverso la quale suo padre spariva come inghiottito, solo per riemergere ore dopo. Non le era mai permesso di disturbarlo e, nonostante la curiosità di bambina, non aveva mai infranto le regole per entrare. Non sapeva perché quella stanza le fosse proibita. Non sapeva perché suo padre vi sparisse dentro. Sua madre non le aveva detto niente, e man mano che gli anni passavano e lei diventava adolescente, aveva adottato un atteggiamento alla non-me-ne-può-fregare-di-meno nei confronti della stanza, avvolgendo le sue domande senza risposta in una coperta di silenzio.
Girò il pomello e rimase sorpresa nello scoprire che funzionava. Aveva dato per scontato che lo studio sarebbe stato chiuso a chiave, che avrebbe fatto una certa resistenza alla sua intrusione. Quindi fu scioccata nel vedere che poteva entrare tranquillamente nella stanza in cui non aveva mai messo piede prima.
Esitò, quasi in attesa che sua madre saltasse fuori e le facesse una ramanzina. Ma ovviamente non venne, così Emily fece un respiro profondo e spinse la porta. Si aprì con un cigolio.
Emily fece capolino in una stanza di ombre. Dentro c’era una grande scrivania, degli archivi e delle librerie. Diversamente dal resto della casa, lo studio di suo padre era ordinato. Non lo aveva riempito di oggetti, opere d’arte o fotografie; non c’erano tappeti abbinati male a ricoprire il pavimento perché non era stato capace di decidere quale comprare. In effetti, di ogni stanza in cui era stata, questa era quella che somigliava meno a suo padre. L’incongruità della cosa era sconcertante.
Emily entrò. C’era il familiare odore di polvere e di muffa nell’aria, lo stesso odore che aveva permeato tutta la casa quando era arrivata. Ragnatele scendevano dal soffitto, tra la lampadina e la sua ombra. Le superò, non volendo disturbare latenti bestie inquietanti.
Quando fu proprio dentro, Emily non sapeva da dove cominciare. In effetti, non sapeva neanche che cosa stesse cercando esattamente. Aveva solo la sensazione che l’avrebbe saputo non appena l’avrebbe visto, che i misteri della sua famiglia fossero nascosti da qualche parte in questa stanza.
Si avviò verso l’archivio e si mise a rovistare dentro al primo cassetto, ritenendolo un posto come un altro da dove iniziare. Tra le carte di suo padre trovò atti legali della casa, il certificato di matrimonio dei suoi e i procedimenti di divorzio di sua madre. Trovò una prescrizione medica per lo Zoloft, un antidepressivo. Non la sorprese sapere che suo padre prendeva medicine – la morte di un figlio poteva gettare chiunque in una spirale depressiva. Nulla di tutto ciò serviva a spiegare la sparizione del padre.
Una volta cercato all’interno dell’archivio ed esaminati i documenti in esso contenuti, Emily passò alla scrivania per dare un’occhiata nei cassetti. Il primo che provò ad aprire era chiuso a chiave, ed Emily biascicò un piccolo a-ah sottovoce. Stava per chiamare Daniel per vedere se sarebbe riuscito a forzare la serratura e aprirglielo, quando la sua attenzione cadde su una piccola cassaforte nell’angolo della stanza. Subito Emily fu colpita dalla distinta sensazione che qualunque cosa ci fosse dentro alla cassaforte avrebbe risposto a ogni questione che le bruciava nella testa.
Abbandonò il cassetto e corse alla cassaforte, inginocchiandosi davanti alla scatola di acciaio rinforzato verde scuro. Vide che era assicurata con un lucchetto che richiedeva una combinazione invece di una chiave. Con dita tremanti, Emily ruotò i piccoli quadranti argentati, provando prima con la data di nascita di suo padre. Ma la combinazione non era giusta e il lucchetto non si mosse. Poi una vocina nella mente le disse che il compleanno di Charlotte era di sicuro la combinazione necessaria ad aprire il lucchetto. Charlotte era stata la figlia preferita di suo padre, dopo tutto. Ma quando inserì i numeri, scoprì che non funzionavano neanche quelli. Come ultimo tentativo, Emily dispose i numeri in modo che apparisse il suo compleanno, lì a fissarla. Quando premette sul lucchetto, rimase sopresa nello scoprire che si apriva.
Emily si mise seduta, sbalordita. Si era sempre incolpata per la fuga del padre (come ogni figlio fa inevitabilmente quando un genitore esce dalla sua vita), perché pensava di non essere abbastanza simile a Charlotte, che Charlotte fosse stata la preferita di suo padre e che perderla fosse stato il suo primo dolore, e che il secondo fosse stato che Emily non era una sostituta all’altezza. E quelle foto di Charlotte che aveva trovato nella casa, il modo in cui erano letteralmente cadute fuori dal legno come se fossero state cucite nel loro tessuto, avevano solo confermato quella convinzione di vecchia data. Ma Emily adesso si confrontava improvvisamente con una nuova realtà. Il suo compleanno era la combinazione di accesso alla cassaforte. Suo padre l’aveva scelta specificatamente. Perché qualsiasi cosa si trovasse lì dentro era solo per i suoi occhi? O perché suo padre l’aveva amata con la stessa intensità con cui aveva amato Charlotte?
La mano di Emily tremò allungandosi e rimuovendo il lucchetto dalla cassaforte. Poi spinse la porticina. Stridette fino ad aprirsi.
Emily inserì la mano dentro all’ignoto, tastando in giro. Sentì un qualche tessuto, velours o velluto, e lo tirò fuori. Guardò giù e vide che teneva in mano un borsellino rosso scuro con un nastro di un rosso ancora più scuro. Era pesante ed Emily aggrottò le sopracciglia. Slegò il nastro e capovolse il borsellino. Un fiume di perle le cadde in mano, legate con un sottile spago bianco. Emily riconobbe subito la collana. Molti anni prima, quando lei e Charlotte stavano recitando la loro commedia sui pirati per i loro genitori, lei aveva interpretato la parte di una principessa rapita. Aveva indossato la collana e suo padre, dopo averla vista, si era molto arrabbiato e aveva chiesto che se la togliesse. Emily aveva pianto, sua madre aveva gridato contro suo padre per la reazione esagerata, e la collana era scomparsa per non riapparire mai più.
Fu molti giorni dopo che si calmò abbastanza da spiegarle che la collana era appartenuta a sua madre. Fu molti anni dopo che lei capì perché aveva un valore sentimentale così importante per lui; era l’unica cosa che sua madre non era stata costretta a dare in pegno per pagargli gli studi. Non avevano più parlato della collana ed Emily non l’aveva più vista, sebbene ci avesse pensato spesso.
Adesso Emily fissava la collana sulla sua mano, provando un senso di delusione. Una collana di perle non rispondeva esattamente alle domande sui segreti della sua famiglia né spiegava il mistero della scomparsa di suo padre. E la impressionava pensare che suo padre aveva creduto che l’unico modo di tenere il suo avere più prezioso lontano dalla curiosa figlia di cinque anni con le dita tutte appiccicose fosse chiuderla in una cassaforte. A meno che la collana non valesse qualcosa e l’avesse nascosta lì per tenerla al sicuro e per assicurarsi che sua madre non potesse impegnarla dopo che se n’era andato? Perché sarebbe tornato a prenderla un giorno? O perché voleva assicurarsi che diventasse parte degli averi di Emily, come se chiedesse scusa alla versione di cinque anni di se stessa? E se usare il suo compleanno come combinazione fosse un indizio? Non c’era modo di saperlo per certo, senza che suo padre glielo spiegasse.
Emily giocò con le perle tra le dita. Si sentiva una mocciosa per essersi sentita delusa da loro; se suo padre le aveva nascoste apposta per lei si sarebbe dovuta sentire grata. Ma era stata sicura che la cassaforte avrebbe contenuto le informazioni di cui aveva così disperatamente bisogno. Che l’ultimo pezzo del puzzle sarebbe stato lì dentro.
Sospirò e stava per chiudere la cassaforte quando notò qualcos’altro, nascosto dalle ombre, in fondo in fondo. Infilò la mano e lo afferrò. Ritraendo la mano, guardò giù nel palmo e scoprì di tenere un portachiavi pieno.
Emily fissò il portachiavi nella sua mano, con il cuore che martellava per la scoperta. Cosa poteva aver costretto suo padre a nascondere le sue chiavi in una cassaforte? Che segreti custodiva che erano tanto brutti da dover custodirne le chiavi sotto chiave?
C’erano almeno venti chiavi, ed Emily le guardò una per una, chiedendosi quali porte avrebbero aperto. Poi si ricordò del cassetto della scrivania, quello che aveva trovato chiuso quando aveva provato a guardarci dentro. Corse al cassetto e provò ogni chiave nella serratura finché una scivolò dentro. Poi, improvvisamente, sentì un click.
Ecco. Ce l’aveva fatta. Avrebbe finalmente scoperto qualunque cosa suo padre aveva nascosto con tanta cura e per tanto tempo alla famiglia.
Scrutò nel cassetto. Conteneva una sola cosa: una busta bianca. Nella calligrafia ordinata che Emily riconobbe istantaneamente essere quella di suo padre, c’era una parola scritta in un inchiostro blu sbiadito.
Emily.
Una sensazione come di ghiaccio attraversò il corpo di Emily quando realizzò che suo padre le aveva scritto una lettera che però non le aveva mai dato. Che l’aveva nascosta e chiusa a chiave in un cassetto, per poi chiudere la chiave in una cassaforte. Emily ebbe la forte impressione che qualunque cosa ci fosse dentro la lettera, avrebbe cambiato tutto.
Ma prima che Emily avesse la possibilità di aprirla, suonò il campanello. Fece un balzo e urlò. Era quasi mezzanotte. Chi mai al mondo sarebbe potuto venire a quest’ora?
*
Emily si mise la lettera in tasca e poi balzò su e si affrettò lungo il corridoio. In cima alle scale vide che Daniel l’aveva preceduta. La porta era aperta, e lì sul gradino c’era un uomo basso e corpulento in una tenuta tale che sembrava aver appena lasciato il campo da golf.
“Ehi oh,” disse a Daniel, con una voce che fluttuava fin su sulle scale verso di lei. “Scusi per la tarda ora. Sono Trevor Mann, il vicino. Vivo nei cento acri dietro di lei e trascorro qui la stagione.”
Allungò una mano verso Daniel. Daniel si limitò a osservarla. “Questa non è casa mia,” disse. “Non è mia la mano che deve stringere.”
Emily sentì un sorrisetto che le tirava le labbra quando Daniel si voltò e indicò lei, lì in cima alle scale. Scattò giù e afferrò la mano del signor Mann, stringendola con decisione per assicurarsi che sapesse chi era il capo.
“Sono Emily Mitchell. Lieta di conoscerla.”
“Ah,” disse Trevor, più amichevole che mai. “Scusi per l’errore. Comunque, non la tratterrò a lungo, lo so che è tardi. Volevo solo che sapesse che ho buttato un occhio alla sua terra e che conto di subentrarle entro la fine dell’estate.”
Emily batté le palpebre, confusa da quelle parole. “Mi scusi, cosa?”
“Il suo terreno. L’ho tenuto d’occhio per gli ultimi vent’anni. Voglio dire, so che ho già un centinaio di acri mentre lei ne ha solo cinque, ma lei ha la vista sull’oceano, quindi ha uno degli ultimi lotti di eccellenza sull’acqua. Questo acquisto completerebbe proprio il mio lotto. È il suo momento per approfittarne.”
“Non capisco,” disse Emily.
“No? Parlo forse arabo?” Scoppiò in una fragorosa risata come se avesse fatto la battuta più divertente del mondo. “Voglio comprare la sua terra, signorina Mitchell. Vede, c’è ogni genere di scappatoia con il proprietario in diserzione. Ma ho notato che c’erano delle luci accese e ho chiesto in giro in paese. È stata Karen del negozio di alimentari a dirmi che qualcuno ci vive ancora.”
Emily e Daniel si scambiarono una breve occhiata confusa.
“Ma non è in vendita,” disse Emily, e la voce suonava sbalordita. “È la casa di mio padre. L’ho ereditata.”
“Davvero?” chiese Trevor, con il tono ancora amichevole in un modo che non sembrava accordarsi alle parole che diceva. “Roy Mitchell non è morto, vero?”
“Be’, no, non lo so, è…” Emily balbettò. “È complicato.”
“È una persona scomparsa, a quanto ho capito,” disse Trevor. “Ciò significa che la casa è in una specie di limbo legale. Per anni non sono state pagate delle tasse. La burocrazia è un tantino severa su queste cose.” Rise sommessamente. “Dal suo sguardo vuoto deduco che non ne fosse a conoscenza.”
Emily scosse la testa, confusa e frustrata dall’intrusione di Trevor nella sua vita, proprio quella notte, mentre la lettera di suo padre ardeva nella tasca posteriore. “Senta, la terra non è in vendita. Questa era la casa di mio padre e io ho tutti i diritti di stare qui.”
“A dire il vero,” disse Trevor, “non li ha. Ho dimenticato di dirle che faccio parte del consiglio urbanistico. Io e Karen e una manciata di altre persone a cui lei non è piaciuta moltissimo quando è venuta a stare qui. Mi sono preso la responsabilità, come dovere di buon vicino, di informarla che a causa delle tasse non pagate, tecnicamente la casa appartiene al paese. Inoltre, è stata dichiarata inagibile anni fa, quindi se vuole vivere qui ha bisogno di un nuovo certificato di residenza. È illegale viverci adesso, lo capisce?”
Si accigliò. Ogni volta che aveva mosso un passo nella sua vita, aveva scoperto Emily, c’erano state persone che avevano cercato di metterla sotto, di dirle quello che non poteva fare – che fossero capi, o fidanzati, o vicini maleducati, erano tutti uguali. Tutti cercavano di essere un’autorità dentro la sua testa, di fermare i suoi sogni, di rimetterla al suo posto.
Ma ne aveva abbastanza con le autorità nella sua vita.
“Sarà anche così,” replicò alla fine, “ma comunque questo non rende vostra la casa di mio padre, giusto?” Parlò anche lei un largo sorriso di ghiaccio, aperto, la sua espressione, come quella dell’uomo, non si accordava al duro astio nella sua voce.
Il viso di lui alla fine si sgretolò – così come il suo sorriso.
“Il nostro paese può rivendicare la sua casa e metterla all’asta,” insistette. “Poi io potrò comprarla.”
“Allora perché non lo fate?” lo sfidò Emily.
Il suo cipiglio si fece più intenso.
“Legalmente,” disse, schiarendosi la gola, “sarebbe molto più giusto comprarla da lei. Questo tipo di situazione legale potrebbe ingorgarsi per anni. E, come ho detto, è una zona grigia. Niente di simile è mai accaduto nel nostro paese prima.”
“Peccato per lei, allora,” replicò.
Indietreggiò, ammutolito, ed Emily si sentì orgogliosa per aver fatto fronte alla sua autorità.
Trevor sorrise di un sorriso insipido. “Le darò un po’ di tempo per pensarci. Ma davvero, non so che cosa ci sia da pensare. Voglio dire, cosa se ne farà di questa casa? Quando la novità sarà svanita se ne andrà. Tornerà per l’estate. Due mesi l’anno. Mi vuol dire che vivrà qui per un anno intero? E farà cosa? Sia realistica. Se ne andrà in autunno come tutti quanti. Oppure finirà i soldi.” Si strinse nelle spalle e rise ancora, come se non avesse appena minacciato lei e i suoi mezzi di sostentamento. “La cosa migliore per lei è vendere la terra a me mentre l’offerta è ancora sul tavolo. Perché non semplifica la vita a tutti e due e mi vende la sua proprietà?” le mise pressione. “Prima che chiami la polizia perché le diano lo sfratto?” Guardò Daniel. “A lei e al suo fidanzato,” aggiunse.
Gli occhi di Daniel bruciavano.
Lei tenne botta.
“Perché diavolo non se ne va dalla mia terra,” disse, “e non se ne torna ai suoi cento acri senza vista – prima che io chiami la polizia per farla condannare per violazione di domicilio?”
Trevor sembrava un cervo alla luce dei fanali, ed Emily non era mai stata così orgogliosa di se stessa come in quel momento.
Poi l’uomo fece un ampio sorriso, girò sui tacchi e se ne andò attraversando con calma il cortile.
Emily sbatté la porta così forte che tutta la casa vibrò. Guardò Daniel, persa e sbalordita, per scoprire che la preoccupazione nei suoi occhi era identica alla propria.
CAPITOLO DIECI
Emily stava lì in piedi, con il cuore che batteva, adirata. Trevor Mann l’aveva davvero fatta arrabbiare.
Ma riusciva a malapena a riflettere sulla sua rabbia, sulla visita di Trevor – perché la sua mente tornava alla lettera nella tasca posteriore dei pantaloni.
Alla lettera di suo padre per lei.
Allungò la mano e la prese, esaminandola con sbigottimento.
“Che idiota,” cominciò Daniel. “Credi davvero…”
Ma si fermò quando vide l’espressione di lei.
“Che cos’hai lì?” chiese Daniel corrucciandosi. “Una lettera?”
Emily abbassò lo sguardo sulla busta che teneva tra le mani. Insignificante. Bianca. Di dimensioni ordinarie. Sembrava così innocua. Eppure aveva così tanta paura di ciò che poteva contenere. La confessione di un crimine? La rivelazione di una vita segreta come spia, o come marito di un’altra donna? Perché non un biglietto d’addio prima del suicidio? Non era sicura di come avrebbe fatto i conti con la lettera se avesse contenuto le sue ultime parole, e non poteva neanche cominciare a immaginare la sua reazione se fosse stata una qualsiasi delle precedenti.
“È da parte di mio padre,” disse Emily piano, voltandosi verso di lui. “L’ho trovata chiusa a chiave con le sue cose.”
“Oh,” disse Daniel. “Forse dovrei andare. Scusami, non avevo capito…”
Ma Emily allungò una mano e la posò sul suo braccio in modo che stesse fermo. “Resta,” gli disse. “Vuoi? Non voglio leggerla da sola.”
Daniel annuì. “Andiamo a sederci?” La sua voce si era fatta più dolce, più premurosa. Fece un cenno in direzione della porta del soggiorno.
“No,” disse Emily. “Di qua. Vieni con me.”
Guidò Daniel su per le scale e attraverso il lungo corridoio che terminava con lo studio di suo padre.
“Fissavo sempre questa porta quando ero una bambina,” disse Emily. “Non mi era mai permesso di entrare. E guarda.” Girò la maniglia e aprì la porta. Stringendosi un po’ nelle spalle si voltò di nuovo verso Daniel. “Non era neanche chiusa a chiave.”
Daniel le rivolse un sorriso premuroso. Sembrava camminare sulle uova attorno a lei e lei ne capiva assolutamente la ragione. Qualunque cosa ci fosse nella lettera avrebbe potuto essere dinamite. Avrebbe potuto avviare una reazione catastrofica nel suo cervello, darle il capogiro, gettandola nella disperazione.
Entrarono nello studio buio ed Emily si sedette alla scrivania di suo padre.
“Ha scritto la lettera proprio qui,” disse. “Ha aperto questo cassetto. Ce l’ha messa dentro. L’ha chiuso a chiave. Ha nascosto la chiave in quella cassaforte. E poi se n’è andato dalla mia vita per sempre.”
Daniel si avvicinò una sedia e si sistemò vicino a lei. “Sei pronta?”
Emily annuì. Come una bambina spaventata che sbircia attraverso le dita durante un film dell’orrore, Emily riuscì a malapena a guardare mentre prendeva la lettera e ne strappava la cima. Fece scivolare fuori la carta dalla busta – era un semplice pezzo di carta da venti per ventisette centimetri, piegato a metà. Il cuore si mise a battere selvaggiamente quando la aprì.
Cara Emily Jane,
Non so quanto tempo sarà passato tra il momento in cui ti avrò lasciato questa lettera e quello in cui la leggerai. La mia unica speranza è che tu non abbia sofferto troppo chiedendoti di me.
Lasciarti sarà il mio rimpianto più grande, non ho dubbi. Ma non potrei restare. Spero che un giorno accetterai il perché, anche se non sarai mai capace di perdonarmi.
Ho solo due cose da dirti. La prima, e devi credermi quando lo dico, tu non hai avuto nessuna colpa. Non per quello che è accaduto a Charlotte, non per lo stato in cui si trovano tua madre e il matrimonio.
La seconda è che ti voglio bene. Dal primo momento in cui ti ho vista fino all’ultimo. Tu e Charlotte siete state i miei migliori contributi a questo mondo. Se non te l’ho mai fatto capire quando c’ero allora ti chiedo scusa, anche se scusa non sembra una parola abbastanza grande.
Spero che questa lettera ti trovi bene, in qualunque momento ti capiterà di leggerla.
Con tutto il mio amore,
papà
Con un milione di emozioni che le vorticavano nella testa, Emily lesse e rilesse la lettera, stringendola sempre più stretta. Vedere le parole di suo padre sulla pagina, sentire la sua voce nella testa che le parlava da vent’anni prima, fece sembrare la sua assenza più grande che mai.
Lasciò che la lettera le cadesse dalle dita. Volteggiò fin sul piano del tavolo, e le lacrime di Emily cadevano con lei. Daniel le afferrò la mano come implorandola di sfogarsi con lui, la preoccupazione che gli tagliava in due la fronte, ma Emily riusciva a malapena a far uscire le parole.
“Per anni ho pensato che mi avesse lasciata perché non mi voleva abbastanza bene,” balbettò. “Perché non ero Charlotte.”
“Chi è Charlotte?” le chiese Daniel con gentilezza.
“Mia sorella,” spiegò Emily. “È morta. Ho sempre pensato che incolpasse me. Ma non era così. Lo dice benissimo qui. Non credeva che fosse colpa mia. Ma questo significa che se non se n’è andato perché incolpava me per la sua morte allora perché se n’è andato?”
“Non lo so,” disse Daniel cingendole le spalle con un braccio e avvicinandola a sé. “Non credo che si possano capire pienamente le intenzioni di un’altra persona, né il perché faccia quello che fa.”
“A volte mi chiedo se l’ho mai veramente conosciuto,” disse cupa Emily sul suo petto. “Tutti questi i segreti. Tutto questo mistero. La sala da ballo, la camera oscura, che diamine! Non sapevo neanche che gli piacesse la fotografia.”
“A dire il vero, quello sono stato io,” disse Daniel.
Emily fece una pausa, poi si liberò dall’abbraccio. “Che vuol dire che sei stato tu?”
“La camera oscura,” ripeté Daniel. “Tuo padre l’ha organizzata per me anni fa.”
“Davvero l’ha fatto?” disse Emily tirando su le lacrime. “Perché?”
Daniel sospirò spostandosi. “Quando ero più giovane tuo padre mi ha beccato sulla sua terra. Stavo scappando di casa e sapevo che spesso voi non c’eravate. Avevo pensato di nascondermi nel granaio e che nessuno si sarebbe accorto di me. Ma tuo padre mi trovò. E invece di sbattermi fuori mi ha dato da mangiare e una birra” – alzò lo sguardo e fece un gran sorriso al ricordo – “poi mi ha chiesto da cosa stessi scappando. Quindi gli ho fatto tutto il discorso da ragazzino, hai presente. Sui miei che non mi capivano. Sul fatto che quello che io volevo per me e quello che loro volevano per me erano cose così diverse che era impossibile trovare un terreno comune. Ero fuori strada in quei giorni, cannavo a scuola, mi mettevo nei guai con la polizia per cose stupide. Ma lui rimase calmo. Mi parlò. No, mi ascoltò. Nessun altro lo faceva. Voleva sapere cosa mi piaceva. Io ero in imbarazzo, sai, a dirgli che mi piaceva fare foto. Quale ragazzino di sedici anni vuole ammettere una cosa del genere? Ma lui era così tranquillo con tutto. E disse che potevo usare il granaio come camera oscura. Quindi l’ho fatto.”
Emily pensò alle foto che aveva trovato nel granaio, alle immagini in bianco e nero che sembravano svelare la stanchezza dell’anima di chi le aveva scattate. Non avrebbe mai immaginato che il fotografo potesse essere un ragazzino, un giovane di sedici anni che pativa la sua vita domestica.
“Tuo padre mi ha incoraggiato a tornare a casa,” aggiunse Daniel. “Ma quando mi sono rifiutato, ha stipulato un accordo. Se avessi finito la scuola, mi avrebbe permesso di stare nella rimessa. Quindi per quell’intero anno sono venuto qui. Era diventato il mio santuario. Grazie a lui ho finito la scuola. Non vedevo l’ora di rivederlo, di dirglielo. Lo idolatravo, volevo mostrargli cosa avevo fatto e quanto mi aveva aiutato, come mi ero rimesso in sesto grazie a lui.” Daniel allora la guardò, rendendo il contatto tra i loro occhi così intenso che lei sentì l’elettricità crepitarle nelle vene. “Quell’estate non è tornato. Né quella dopo. Né mai più.”
L’impatto delle sue parole colpì molto Emily. Che la scomparsa di suo padre potesse aver avuto effetto su qualcun altro oltre a lei non le era venuto in mente, ma qui c’era Daniel, che si scopriva l’anima, che condivideva lo stesso suo dolore. Il non sapere cosa fosse successo, lo spazio vuoto che le si era aperto dentro, anche Daniel sapeva che effetto faceva.
“È per questo che lavori la terra?” disse Emily piano.
Daniel annuì. “Tuo padre mi ha dato una seconda possibilità nella vita. È stato l’unico ad averlo mai fatto. È per questo che tengo questo posto in piedi.”
Si fecero entrambi silenziosi. Poi Emily alzò lo sguardo su di lui. Di tutte le persone al mondo, Daniel sembrava essere l’unico colpito dalla scomparsa di suo padre tanto quanto lei. Condividevano questo. E qualcosa di quel legame la fece sentire vicina a lui in un modo mai provato prima.
Gli occhi di Daniel vagarono sul suo viso, apparentemente leggendole la mente. Poi le portò le mani alla mandibola e attorno al collo. La attirò a lui lentamente e lei respirò il suo profumo – di pino e di erba fresca, del fumo della stufa a legna.
Gli occhi di Emily si chiusero e si piegò verso di lui, aspettando la sensazione delle sue labbra sulle sue. Ma non accadde nulla.
Aprì gli occhi nello stesso momento in cui le braccia giunte di Daniel si slegavano.
“Che c’è che non va?” chiese Emily.
Daniel espirò rumorosamente. “Mia madre non era una grande donna ma mi ha dato un grande consiglio. Mai baciare una ragazza quando sta piangendo.”
E con questo si alzò e si avviò lento verso la porta dello studio. A Emily parve di sgonfiarsi. Chiuse la porta piano dietro di lui e poi vi si appoggiò contro e scivolò sul pavimento, lasciando che le lacrime le rigassero il volto ancora una volta.
CAPITOLO UNDICI
Il mattino successivo Emily non ebbe neanche il tempo di togliersi il pigiama che sentì suonare il campanello. Correndo giù dalle scale pensò alla notte precedente. Aveva dormito malissimo, piangendo fino ad addormentarsi. Ora aveva la testa pesante ed era piuttosto imbarazzata per aver sottoposto Daniel a quello sfogo emozionale, per averlo trascinato giù con lei. E poi c’era il bacio che non c’era mai stato. Non era neanche sicura che sarebbe riuscita a guardarlo negli occhi.
Arrivò alla porta e la aprì.
“Sei in anticipo,” disse sorridendo, cercando di comportarsi normalmente.
“Sì,” disse Daniel spostando il peso da un piede all’altro. Le mani sprofondate nelle tasche. “Pensavo che magari potremmo fare colazione.”
“Certo,” disse lei, facendogli segno di entrare in casa.
“No, intendo dire… fuori?” Cominciò a strofinarsi il retro del collo con disagio.
Emily strizzò gli occhi mentre cercava di interpretare cosa le stesse dicendo. Poi capì e un piccolo sorriso cominciò a diffondersele sulle labbra. “Vuoi dire come per un appuntamento?”
“Be’, sì,” disse Daniel tutto imbarazzato.
Emily fece un sorrisetto. Pensava che Daniel fosse incredibilmente carino lì in piedi sulla soglia così tutto schivo. “Non me lo stai chiedendo solo perché ti dispiace per la lettera?” chiese.
L’espressione di Daniel diventò di orrore. “No! Assolutamente no. Te lo chiedo perché mi piaci e…” Sospirò, le parole che gli scemavano in gola.
“Stavo solo scherzando,” disse Emily. “Mi piacerebbe molto uscire con te.”
Daniel sorrise e annuì, ma continuò a stare lì in imbarazzo.
“Volevi dire proprio adesso?” chiese Emily, sorpresa.
“O più tardi?” disse frettolosamente. “Possiamo uscire a pranzo se preferisci. O venerdì sera? Preferiresti venerdì sera?” Daniel sembrava smontarsi.
“Daniel,” disse Emily ridendo, cercando di salvare la situazione, “adesso va bene. Non sono mai uscita per un appuntamento a colazione. È carino.”
“Ho sbagliato tutto, vero?” disse Daniel.
Emily scosse la testa. “No,” lo rassicurò. “Vai bene. Ma devi darmi il tempo di truccarmi. Spazzolarmi i capelli.”
“Sei fantastica così come sei,” disse Daniel, e poi arrossì immediatamente.
“Sarò anche una donna emancipata,” replicò Emily, “ma non vorrei indossare il pigiama per un appuntamento.” Sorrise timidamente. “Non ci metterò molto.”
Poi si voltò e salì veloce le scale con una nuova elasticità nel passo.
*
La plastica del sedile le si incollava ai polpacci. Emily non la smetteva di muoversi, le mani le correvano giù al tessuto della gonna, e le venne in mente un momento di molti mesi prima quando sedeva davanti a Ben in un ristorante alla moda di New York desiderando che le chiedesse di sposarlo. Solo che adesso sedeva di fronte a Daniel nel ristorantino più nuovo di Sunset Harbor, un posto che si chiamava Da Joe, seduti in silenzio e in imbarazzo mentre Joe lasciava la loro colazione sulla tavola.
“Allora,” disse Emily, sorridendo per ringraziare Joe prima di rivolgere lo sguardo di nuovo a Daniel. “Eccoci qui.”
“Già,” disse Daniel, guardando nella sua tazza. “Di cosa vuoi parlare?”
Emily rise. “Abbiamo bisogno di un argomento di conversazione?”
Daniel sembrò confondersi all’improvviso. “Non volevo dire che dovremmo precisarlo. Voglio dire che dovremmo solo, sai, parlare. Chiacchierare. Di cose.”
“Vuoi dire di qualcosa che non sia la casa?” disse Emily con un piccolo sorriso.
Daniel annuì. “Esatto.”
“Be’,” cominciò Emily, “e se mi dicessi da quanto tempo suoni la chitarra?”
“Da molto,” disse Daniel. “Da quando ero bambino. Direi undici anni, mi pare.”
Emily si era abituata allo stile di comunicazione di Daniel, al modo in cui diceva il minimo numero di parole per comunicare il maggiore quantitativo di informazioni. Di solito andava bene quando entrambi stavano guardando un muro mentre lo dipingevano o se si stavano chiedendo di passarsi altri chiodi. Ma quando erano seduti uno di fronte all’altra in un ristorante, d’altra parte, rendeva le cose un po’ difficili. Era chiaro a Emily adesso perché Daniel avesse scelto il ristorante nuovo ed economico di Sunset Harbor per il loro appuntamento. Era il posto meno formale del mondo. Non poteva immaginare Daniel in giacca e cravatta in un ristorante elegante come quelli in cui la portava Ben.
Proprio allora arrivò Joe. “La colazione va bene?” chiese.
“Perfetta,” rispose Emily, sorridendo cortese.
“Altro caffè?” aggiunse Joe.
“Per me no, grazie,” disse Emily.
“Neanche per me,” rispose Daniel.
Ma invece di capire le cose e lasciarli soli, Joe rimase esattamente dov’era, con la caffettiera in mano.
“È un appuntamento, ragazzi?” chiese.
Daniel sembrava volesse essere inghiottito dalla terra. Emily non riuscì a fare a meno di reprimere una risatina.
“Appuntamento di lavoro, in realtà,” disse, sembrando del tutto sincera.
“Oh, bene, vi lascio allora,” replicò Joe prima di andarsene con la sua caffettiera a importunare un altro tavolo di clienti.
“Hai l’aria di uno che se ne vuole andare da qui,” disse Emily riportando l’attenzione a Daniel.
“Non a causa tua,” disse Daniel, mortificato.
“Relax,” rise Emily. “Ti prendo solo in giro. Anch’io sento un po’ di claustrofobia qui dentro.” Guardò oltre la spalla. Joe si stava attardando lì accanto. “Facciamo due passi?”
Sorrise. “Certo. C’è un festival oggi giù al porto. È un po’ kitsch.”
“Mi piace il kitsch,” disse Emily, percependo la sua esitazione.
“Bene. Be’, caliamo le barche in acqua. C’è ogni anno. La gente ha trasformato la cosa in una specie di celebrazione. Non so, forse te la ricordi, da quando venivi in vacanza?”
“A dire il vero, no,” disse Emily. “Mi piacerebbe dare un’occhiata.”
Daniel sembrava timido. “Ho una barca laggiù,” disse. “Non la uso da molto. Probabilmente ormai è arrugginita. Scommetto che nemmeno il motore funziona.”
“Perché non la usi più?” chiese Emily.
Daniel evitò i suoi occhi. “Questa è un’altra storia per un altro giorno,” fu tutto quello che disse.
Emily sentì di aver toccato un nervo scoperto. Il loro imbarazzante appuntamento era in qualche modo diventato ancora più imbarazzante.
“Andiamo al festival,” disse.
“Davvero?” chiese Daniel. “Non dobbiamo andarci solo per causa mia.”
“Voglio andare,” replicò Emily. E diceva il vero. Nonostante i lunghi silenzi e le occhiate di sghembo, le piaceva la compagnia di Daniel e non voleva che l’appuntamento finisse.
“Coraggio,” disse sbattendo allegramente un po’ di banconote sulla tavola. “Ehi, Joe, ti abbiamo lasciato dei soldi, spero sia tutto okay,” urlò all’uomo più vecchio prima di afferrare la giacca dallo schienale della sedia e alzarsi.
“Emily, guarda, non fa niente,” disse Daniel. “Non devi per forza venire a un noioso festival con me.”
“Voglio venirci,” Emily lo rassicurò. “Davvero.”
Si avviò verso l’uscita, lasciando a Daniel l’unica scelta di seguirla.
Non appena furono fuori in strada Emily poté vedere le bandierine e i palloni a elio presso il porto, lontano. Il sole era alto, ma c’era un sottile strato di nuvole che rendeva l’aria fresca. Molte persone stavano scendendo lungo la strada in direzione del porto ed Emily realizzò che la calata delle barche in acqua era davvero una cosa importante lì. Lei e Daniel seguivano la folla verso il porto. Una banda in marcia suonava musica vivace mentre camminava. In fila lungo i lati delle strade c’erano delle bancarelle che vendevano zucchero filato e caramelle.
“Vuoi che ti prenda qualcosa?” disse Daniel ridendo. “È una cosa che si fa agli appuntamenti, no?”
“Mi farebbe molto piacere,” disse Emily.
Ridacchiò a voce alta mentre Daniel serpeggiava tra la folla fino alla macchina dello zucchero filato che era circondata da bambini, comprava un enorme cono di zucchero filato blu brillante per lei e glielo portava attento attraverso la moltitudine di gente. Glielo porse con un gesto plateale.
“Che gusto è?” chiese Emily ridendo, guardando il colore fosforescente. “Non sapevo che si potesse prendere il gusto blu brillante.”
“Credo che sia uva,” disse Daniel.
“Uva brillante,” aggiunse Emily.
Tolse un po’ di zucchero. Erano passati circa trent’anni dall’ultima volta che aveva mangiato una di queste cose e quando si mise un fiocco in bocca scoprì che era molto più dolce di quanto avesse potuto immaginare.
“Ah, mal di denti istantaneo!” esclamò. “Tocca a te.”
Daniel prese una manciata di fiocchi blu brillante e la portò alla bocca. Immediatamente fece una faccia disgustata.
“Oddio. La gente dà da mangiare questa roba ai figli?” disse.
“Hai la bocca blu!” urlò Emily.
“Anche tu,” ribatté Daniel.
Emily rise e avvolse il braccio attorno al suo mentre passeggiavano lenti fino al bordo dell’acqua, con i passi che seguivano il ritmo della musica della banda in marcia. Guardando le barche che venivano calate una dopo l’altra nell’acqua, Emily riposava la testa sulla spalla di Daniel. Riusciva a sentire la festa della gente del paese, e la fece riflettere su quanto questo posto aveva cominciato a piacerle. Ovunque posasse lo sguardo vedeva facce sorridenti, bambini che correvano spensierati e soddisfatti. Un tempo era stata proprio come loro, prima che gli eventi oscuri della sua vita l’avessero cambiata per sempre.
“Scusami, è una cosa stupida,” disse Daniel. “Non avrei dovuto portarti qui. Possiamo andare se vuoi.”
“Che cosa ti fa pensare che me ne voglia andare?” replicò Emily.
“Sembri triste,” disse Daniel infilando le mani in tasca.
“Non sono triste,” replicò Emily con malinconia. “Sto solo pensando alla mia vita. Al mio passato.” La voce le si fece più bassa. “E a mio padre.”
Daniel annuì e riportò lo sguardo sull’acqua. “Hai trovato quello che stavi cercando qui? Le tue domande hanno avuto una risposta?”
“Non so neanche a quali domande volessi dare una risposta quando sono venuta qui,” rispose Emily senza guardarlo. “Ma è come se la lettera mi avesse risposto.”
Ci fu un lungo silenzio prima che Daniel parlasse di nuovo. “Vuol dire che te ne andrai, allora?”
Aveva un’espressione seria. Per la prima volta Emily pensò di leggere qualcosa nei suoi occhi. Un desiderio. Un desiderio di lei? “Non ho mai pianificato di rimanere,” disse con calma.
Daniel distolse lo sguardo. “Lo so. Ma pensavo che potessi aver cambiato idea.”
“Non è quello,” rispose Emily. “Dipende se me lo posso permettere. È già tre mesi che vivo di risparmi. E se Trevor Mann insiste spenderò il resto per le spese legali e per le tasse non pagate.”
“Non lascerò che accada,” disse Daniel.
Lei fece una pausa, studiò il suo viso. “Perché ti importa tanto?”
“Perché nemmeno io ho il diritto legale di stare lì,” disse Daniel guardandola con un’espressione sorpresa, come se non potesse credere che non ci avesse pensato. “Se te ne vai tu, me ne vado io.”
“Oh,” rispose Emily, sgonfia. Non le era venuto in mente che perdere la terra avrebbe voluto dire sconvolgere non solo lei, che anche Daniel se ne sarebbe dovuto andare. Aveva sperato che si occupasse della casa per lei, ma forse aveva capito male la situazione. Si chiedeva se Daniel avesse un altro posto dove andare.
Improvvisamente, Emily vide il sindaco in mezzo alla folla. Gli occhi le si fecero larghi e maliziosi. Si voltò dalla parte opposta rispetto a Daniel e indietreggiò fin dentro la folla.
“Emily, dove vai?” disse, esasperato, guardandola allontanarsi.
“Vieni!” urlò invitandolo a seguirla.
Emily serpeggiò tra i gruppi di gente mentre il sindaco entrava nel negozio di alimentari. La campanella sopra la porta tintinnò quando Emily entrò dopo di lui, e lo fece di nuovo quando Daniel la seguì. Il sindaco si voltò e li guardò entrambi.
“Salve!” disse allegramente mentre il sindaco si voltava per guardarsi alle spalle. “Si ricorda di me? Emily Mitchell. Emily Jane.”
“Oh sì, sì,” rispose il sindaco. “Ti stai divertendo al festival?”
“Sì,” rispose Emily. “Sono contenta di essere venuta a vederlo.”
Il sindaco le sorrise in un modo che sembrava suggerire che avesse fretta e volesse occuparsi delle sue cose. Ma Emily non aveva intenzione di muoversi.
“Volevo parlarle,” disse. “Mi chiedevo se potrebbe aiutarmi.”
“Con cosa, mia cara?” rispose il sindaco, non guardandola, superandola per prendere una confezione di farina dallo scaffale.
Emily gli si posizionò di fronte. “Trevor Mann.”
Il sindaco rimase in silenzio. “Oh?” disse, con lo sguardo che saettò a Karen dietro al banco e poi di nuovo a Emily. “Che cosa combina adesso?”
“Vuole la mia terra. Ha detto che c’è una scappatoia legale con la proprietà e che ho bisogno di un certificato di residenza.”
“Be’,” disse il sindaco, sembrando agitato. “Lo sai che dipende dalla gente di qui. Sono loro che contano. Sono loro a votare su queste cose e non è che tu ti stia facendo tanti amici.”
Il primo istinto di Emily fu di rifiutare la sua affermazione, ma capì che aveva ragione. Oltre a Daniel, l’unica persona a Sunset Harbor che era gentile con lei era Rico, e non riusciva a tenere a mente il suo nome da una settimana all’altra. Trevor, Karen, il sindaco, nessuno di loro aveva ragione di essere gentile con lei.
“Non posso cavarmela in quanto figlia di Roy Mitchell?” disse con un sorriso imbarazzato.
Il sindaco rise. “Credo che quel ponte tu l’abbia già bruciato, no? Ora, se non ti spiace, ho delle compere da portare a termine.”
“Certo,” disse Emily spostandosi e lasciando passare il sindaco. “Karen,” aggiunse, annuendo cordialmente alla donna dietro la cassa. Poi afferrò il braccio di Daniel e lo condusse fuori dal negozio.
“Che cos’è quella roba?” le sibilò all’orecchio mentre uscivano dal negozio, con la campanella che li congedava.
Gli lasciò andare il braccio. “Daniel, non voglio andarmene. Mi sono innamorata. Della città,” si affrettò ad aggiungere quando vide il lampo di panico nei suoi occhi. “Sai quando mi hai chiesto se avevo trovato le risposte che cercavo? Be’, sai cosa, non le ho trovate. La lettera di mio padre non ha risposto proprio a niente. C’è ancora così tanto in quella casa che devo scoprire.”
“Okay…” disse Daniel buttando fuori la parola come se non capisse del tutto come si stavano mettendo le cose. “Ma i soldi? E Trevor Mann? Pensavo che avessi detto che non dipendeva da te scegliere se restare o meno.”
Emily fece un largo sorriso e alzò le sopracciglia. “Credo di avere un’idea.”
CAPITOLO DODICI
Il giorno dopo Emily si svegliò presto e andò dritta in paese con un piano per far sì di piacere alla gente di Sunset Harbor. L’impeto, certo, era stato il desiderio che votassero per il suo permesso; eppure mentre partiva, realizzò di voler farseli amici a prescindere. Il permesso era importante, ma che lo ottenesse o meno, ciò che era più importante per lei era riaggiustare le cose. Aveva alla fine capito quanto fredda e scostante era stata con tutti lì, e si sentiva orribile. Lei non era così. Che votassero per lei o meno, o che diventassero suoi amici o meno, sentiva di dover fare ammenda. Era ora di lasciarsi la Emily di New York City alle spalle e di diventare la persona amichevole di piccola città che era stata nella sua gioventù..
Doveva cominciare tutto, realizzò, con Karen del negozio. Si precipitò lì e arrivò proprio quando Karen stava aprendo per cominciare la giornata.
“Oh,” disse Karen quando vide che Emily si avvicinava. “Puoi darmi cinque minuti per avviare la cassa?” Il suo tono non era ostile, ma Karen era il tipo di persona iper-amichevole con tutti, quindi il tiepido saluto era un chiaro segnale dell’antipatia verso Emily.
“A dire il vero, non sono qui per comprare,” disse Emily. “Volevo parlarti.”
Karen rimase zitta, con la mano che teneva la chiave ancora nella serratura. “Di cosa?”
Aprì la porta ed Emily la seguì dentro. Karen si mise subito ad aprire le tendine, e sfrecciava su e giù ad accendere luci, insegne e cassa.
“Be’,” disse Emily seguendola, sentendosi come se dovesse faticare per ottenere il perdono, “Volevo scusarmi per te. Credo che abbiamo cominciato con il piede sbagliato.”
“Il piede sbagliato è durato tre mesi,” rispose Karen allacciandosi veloce un grembiule verde del negozio attorno alla cintola.
“Lo so,” rispose Emily. “Sono stata un po’ scostante la prima volta che sono venuta qui perché ero appena uscita da una relazione e avevo lasciato il lavoro ed ero un po’ giù. Ma adesso le cose vanno benissimo e so che tu sei una parte importante di questa comunità quindi possiamo ricominciare da capo?”
Karen girò intorno al bancone e diede un’occhiata a Emily. Poi alla fine disse, “Posso provarci.”
“Fantastico,” disse Emily luminosa. “Allora questo è per te.”
Karen strinse gli occhi mentre guardava la piccola busta che Emily le tendeva. La prese sospettosa. “Cos’è?”
“Un invito. Darò una cena alla casa. Pensavo che la gente del paese potrebbe essere interessata a vedere come l’ho sistemata. Cucinerò, preparerò dei cocktail. Sarà divertente.”
Karen sembrava confusa, ma prese comunque l’invito.
“Non è necessario che mi confermi subito la tua presenza,” disse Emily. “Ciao!”
Corse fuori dal negozio e puntò alla meta successiva. Mentre camminava, capì quanto era finita col piacerle quella città. Era davvero bella, con la sua architettura carina, i cesti di fiori e le strade alberate. Le bandierine era ancora issate dal festival, facendo pensare che fosse in corso una continua celebrazione.
La fermata successiva di Emily era la pompa di benzina. L’aveva evitata finora, raccontandosi che fosse perché non aveva avuto bisogno di guidare tanto da quando era arrivata lì, ma in realtà non aveva voluto incontrare l’uomo che le aveva dato un passaggio quando era arrivata per la prima volta a Sunset Harbor. Era stata più maleducata con lui che con chiunque altro, ma se stava cercando di sistemare le cose con la gente di Sunset Harbor, lui doveva essere nella sua lista degli invitati. Dato che lui era l’unico benzinaio della città, lo conoscevano proprio tutti. Se riusciva a ottenere una buona parola da lui, forse gli altri avrebbero fatto la stessa cosa.
“Salve,” disse con esitazione aprendo la porta e sbirciando dentro. “Lei è Birk, vero?”
“Ah,” disse l’uomo. “Ecco la misteriosa straniera che è apparsa nella tormenta per non essere mai più vista.”
“Sono io,” disse Emily notando che sembrava indossare esattamente lo stesso paio di jeans sporchi di olio della prima volta in cui si erano incontrati. “Sono stata qui tutto il tempo, a dire il vero.”
“Davvero?” disse Birk. “Pensavo che si fosse trasferita mesi fa. Ha trascorso tutto l’inverno in quella vecchia casa piena di spifferi?”
“Sì,” disse Emily. “Solo che non è più piena di spifferi. L’ho sistemata.” C’era un senso di orgoglio nel suo tono.
“Be’, che io sia dannato,” disse l’uomo. “Solo,” aggiunse, “magari avrebbe dovuto aspettare prima di fare grande lavori. Lo sa che c’è una tempesta in arrivo per stasera? La peggiore nel Maine in cent’anni.”
“Oh no,” disse Emily. Non aveva pensato a nulla che potesse rovinarle l’ottimismo, ma il destino sembrava sempre metterle i bastoni tra le ruote per farla tornare alla realtà. “Volevo scusarmi per essere stata maleducata quando ci siamo conosciuti. Non credo di averla neanche ringraziata come si deve per avermi tirata fuori da quella brutta situazione. Ero ancora in modalità New York, anche se non è una scusa. Spero che possa perdonarmi.”
“Non lo dica neanche,” disse Birk. “Non l’ho fatto per essere ringraziato, l’ho fatto perché aveva bisogno di aiuto.”
“Lo so,” rispose Emily. “Ma la prego di accettare i miei ringraziamenti lo stesso.”
Birk annuì. Sembrava un uomo orgoglioso, uno che non accettava la gratitudine facilmente. “Allora sta pianificando di rimanere ancora a lungo?”
“Altri tre mesi se riesco a permetterlo,” disse Emily. “Anche se Trevor Mann del consiglio urbanistico sta facendo di tutto per farmi sfrattare in modo da prendersi la mia terra.”
Al sentire il suo nome, Birk fece ruotare gli occhi. “Ah, non si preoccupi di Trevor Mann. Si candida a sindaco ogni anno da trent’anni e nessuno vota mai per lui. Che resti tra me e lei, credo che abbia il complesso di Napoleone.”
Emily rise. “Grazie, mi fa sentire molto meglio.” Rovistò nella borsa e tirò fuori uno degli inviti alla festa. “Birk, darò una cena alla casa per la gente del paese. Non so, a lei e a sua moglie andrebbe di venire?” Gli allungò la busta.
Birk guardò la busta, un po’ confuso. Emily si chiese quando fosse stata l’ultima volta che era stato invitato a una cena, o se mai gli fosse capitato.
“Be’, molto gentile da parte sua,” disse Birk prendendo la lettera e infilandola nella capiente tasca dei jeans. “Credo che potrei venire. Ci piacciono le feste, qui. Avrà visto le bandierine.”
“Le ho viste,” rispose Emily. “Sono andata al porto a vedere la festa delle barche. È stata fantastica.”
“È venuta?” disse Birk sembrando ancor più confuso di prima.
“Già,” disse Emily con un sorriso. “Ehi, mi chiedo se potrebbe farmi un favore. Devo correre a casa se voglio preparare la casa per la tempesta di stasera, ma ho ancora un sacco di inviti da consegnare. Li consegnerebbe lei ai destinatari quando passano per fare benzina?”
Non la faceva sentire bene chiedere un favore così enorme a Birk, ma la tempesta imminente stava facendo deragliare il suo piano di distribuzione degli inviti. Non c’era proprio tempo di darli a uno a uno a ogni persona che voleva partecipasse alla festa. Ma se non arrivava a casa e preparava la casa per la tempesta, non ci sarebbe stato nessun posto in cui tenere la festa per la gente del paese, comunque!
Birk scoppiò in una grossa risata di pancia. Se non riceveva inviti a cena da anni, certamente non aveva mai preso parte alla loro organizzazione prima! “Be’, posso vedere?” Chi è nella lista?” Emily gli porse le buste e lui le sfogliò. “Dottoressa Patel, sì passerà dopo il turno. Cynthia della libreria, Charles e Barbara Bradshaw, sì, sì, tutte queste persone passeranno prima o poi.” Alzò lo sguardo e sorrise. “Posso occuparmene io.”
“Grazie mille, Birk,” disse Emily. “Le sono debitrice. Ci vediamo in giro?”
Birk la salutò con la mano mentre lei si voltava per andarsene poi rise piano sotto i baffi come faceva sempre, guardando i delicati inviti alla festa che gli aveva affidato. “Oh, Emily. Perché non ne mette uno sulla bacheca cittadina? La maggior parte della gente ci dà un’occhiata ogni giorno. Avrà più ospiti così, dato che qui c’è solo una ristretta selezione. Presumendo che voglia più ospiti.”
“Certo!” esclamò Emily. “Voglio avere l’occasione di conoscere più gente possibile. Sento di non essermi integrata per niente con voi, e voglio davvero conoscervi tutti. Farmi degli amici, qui.”
Birk sembrò commosso, anche se stava facendo del suo meglio per nascondere l’emozione. “Be’, sistemare quella vecchia casa è sicuramente la strada giusta. Tutti qui vorrebbero vederla ristrutturata.”
“Okay. Allora metterò un volantino sulla bacheca se pensa che aiuterà. Grazie, Birk.” Emily era grata che la stesse aiutando. Proprio come quando le aveva dato un passaggio quella notte nella tormenta di neve tutti quei mesi prima, era disposto a disturbarsi per aiutare qualcun altro. Sorrise a se stessa, non vedendo l’ora di conoscerlo meglio.
“Non faccia la newyorkese, mi sente?” aggiunse Birk mentre usciva dalla porta.
“Non lo farò!” rispose Emily prima di chiudere la porta.
Corse alla bacheca e afferrò una penna e un pezzo di carta, poi a fianco agli altri annunci scrisse il suo per la festa e ve lo appuntò. Pregò solo che chiunque fosse venuto avrebbe avuto la cortesia di rispondere all’invito in modo da sapere almeno per quante persone cucinare e potersi organizzare.
Una volta appeso l’invito, saltò in macchina e si diresse a casa ad avvertire Daniel dell’imminente tempesta e di preparare la casa per il suo arrivo.
Lo trovò nella sala da ballo. Cominciava ad avere un aspetto fantastico. Le finestre Tiffany facevano lampeggiare i colori contro i muri, resi ancor più belli, se era possibile, dal lampadario di cristallo che avevano pulito e appeso. Entrare nella sala da ballo sembrava mettere piede in un mare blu, in un mondo da sogno.
“Ho appena sentito in paese che è in arrivo una brutta tempesta,” disse Emily a Daniel.
Lui smise di fare quello che stava facendo. “Quanto brutta?”
“Cosa vuoi dire con quanto brutta?” disse Emily, esasperata.
“Voglio dire, tanto brutta che sarà meglio prepararsi al peggio?”
“Credo di sì,” disse lei.
“Okay. Dovremmo sprangare le finestre.”
A Emily sembrava strano rimettere il compensato sulle finestre quando tre mesi prima avevano lavorato insieme per toglierlo. Era cambiato così tanto da allora tra di loro. Lavorare alla casa insieme li aveva legati. Il loro amore per il posto li aveva avvicinati. Quello, e il dolore che entrambi provavano per la scomparsa del padre di Emily.
Una volta che la casa fu pronta, e le prime grosse gocce di pioggia cominciarono a chiazzare la terra, Emily notò che Daniel continuava a sbirciare fuori da una fessura del compensato.
“Non stai pensando di tornare alla rimessa, vero?” chiese. “Perché questa casa è molto più solida. Deve essere già sopravvissuta a una o due brutte tempeste nella sua vita. Non come la tua fragile rimessina per carrozze.”
“La mia rimessa non è fragile,” contestò Daniel con un sorrisetto.
Proprio allora il cielo si aprì e uno strato di pioggia si mise a rombare sulla casa. Il rumore era fenomenale, come delle legnate.
“Uao,” disse Emily alzando le sopracciglia. “Non ho mai sentito niente del genere prima.”
Le percussioni della pioggia furono accompagnate da un’improvvisa raffica di vento ululante. Daniel sbirciò fuori dalla fessura di nuovo ed Emily improvvisamente capì che stava guardando verso il granaio.
“Sei preoccupato per la camera oscura, vero?” gli chiese.
“Sì,” rispose Daniel con un sospiro. “È buffo. Non entro lì da anni ma il pensiero che venga distrutta dalla tempesta mi rattrista.”
Improvvisamente, Emily ricordò il randagio che aveva incontrato quando era stata lì. “Oddio!” urlò.
Daniel la guardò, allarmato. “Che c’è?”
“C’è un cane, un randagio che vive nel granaio. Non possiamo lasciarlo fuori con la tempesta! E se il granaio gli crolla sulla testa?” Emily si stava facendo prendere dal panico al solo pensarci.
“Va tutto bene,” disse Daniel. “Vado a prenderlo. Tu resta qui.”
“No,” disse Emily dandogli uno strattone al braccio. “Non dovresti uscire.”
“Allora vuoi lasciare il cane fuori?”
Emily era indecisa. Non voleva che Daniel si mettesse in pericolo, ma allo stesso tempo non poteva lasciare il cane indifeso fuori con la tempesta.
“Andiamo a prendere il cane,” rispose Emily. “Ma vengo anch’io.”
Emily trovò degli impermeabili e degli stivali ed entrambi li indossarono. Quando Emily aprì la porta sul retro un fulmine esplose in cielo. Lei sussultò di fronte alla sua forza, poi sentì il fragoroso rombo del tuono nell’aria.
“Credo che sia proprio sopra di noi,” disse a Daniel, alle sue spalle, la voce soffocata dal ruggito della tempesta.
“Allora abbiamo scelto il momento giusto per andarle incontro!” arrivò la sua sarcastica risposta.
I due arrancarono attraverso il prato, trasformando con il loro calpestio l’erba ordinatamente curata in fango. Emily sapeva quanto ci tenesse Daniel al prato e sapeva che doveva ucciderlo sapere di danneggiarlo con ognuno dei suoi passi.
Mentre la pioggia le pungeva il viso, Emily venne colpita da un ricordo che ebbe su di lei un impatto molto più forte dei venti che le soffiavano intorno. Si ricordò di quando era una bambina, fuori con Charlotte durante una tempesta. Il padre le aveva avvertite di non allontanarsi troppo da casa, ma Emily aveva convinto la sorellina ad andare un po’ più in là. Poi era arrivata la tempesta e loro si erano perse. Erano entrambe spaventate a morte, urlavano, piangevano quando il vento batteva sui loro piccoli corpi. Si erano avvinghiate l’una contro l’altra, le mani giunte, ma la pioggia le aveva rese scivolose e a un certo punto aveva perso la presa di Charlotte.
Emily gelò sul posto quando il ricordo le attraversò l’occhio della mente. Si sentiva come se fosse lì, riviveva quel momento in cui era stata una bambina terrorizzata di sette anni, che ricordava l’espressione tremenda sul viso del padre quando gli aveva detto che Charlotte non c’era, che l’aveva persa nella tempesta.
“Emily!” urlò Daniel, la voce quasi del tutto ingoiata dal vento. “Muoviti!”
Rivolse di nuovo l’attenzione al presente e seguì Daniel.
Alla fine riuscirono ad arrivare al granaio, sentendosi come se avessero arrancato attraverso un’immensa palude selvaggia per arrivarci. Il tetto era già saltato per via della forza del vento ed Emily non sperava tanto che il resto fosse resistito.
Mostrò a Daniel il buco e ci passarono attraverso insieme. La pioggia continuava a sferzarli attraverso il vuoto lasciato dal tetto ed Emily si guardò in giro e vide che il granaio si stava riempiendo d’acqua.
“Dove hai trovato il cane?” chiese Daniel a Emily. Nonostante l’impermeabile sembrava bagnato fino all’osso, e i capelli gli si erano appiccicati al viso in ciuffi.
“Laggiù,” disse facendo un cenno in direzione dell’angolo scuro del granaio dove aveva visto il muso del cane quando l’aveva lasciato.
Ma quando arrivarono al posto dove Emily pensava dovesse essere il cane, ebbero entrambi una sorpresa.
“Oddio,” gridò Emily. “Cuccioli!”
Gli occhi di Daniel si spalancarono d’incredulità quando vide i cuccioli rosa e senza pelo che si contorcevano. Erano appena nati, forse avevano anche meno di un giorno di vita.
“Che cosa ne faremo di questi?” disse Daniel con gli occhi tondi come delle lune.
“Li mettiamo in tasca?” rispose Emily.
C’erano in tutto cinque cuccioli. Li misero uno in ogni tasca e poi Emily cullò il piccolo tra le mani. Daniel vide la madre, che scattava verso di loro per aver disturbato i cuccioli.
Le pareti del granaio tremavano mentre se ne tornavano nel buco con i cuccioli che gli si agitavano nelle tasche.
Mentre attraversavano il granaio, Emily poté vedere i danni che la pioggia stava arrecando a tutto lì dentro, e capì che sicuramente sarebbe andato tutto distrutto – le scatole con gli album di foto di suo padre, le fotografie del giovane Daniel, la datata attrezzatura che forse avrebbe avuto un valore per un collezionista. Il pensiero le spezzò il cuore. Nonostante avesse portato già una scatola in casa, ce n’erano altre tre piene di album di foto di suo padre all’interno del granaio. Non poteva sopportare di perdere tutte quelle preziose memorie.
Contro il buon senso, Emily corse verso il posto in cui aveva trovato la pila di scatole. Sapeva che c’erano un misto di foto di Daniel e di quelle di suo padre lì dentro, e quella in cima scoprì che era piena di album di foto di suo padre. Posò il piccolino in cima alla scatola e la prese in braccio.
“Emily,” la chiamò Daniel. “Che stai facendo? Dobbiamo uscire prima che cada tutto quanto!”
“Arrivo,” rispose. “Ma non voglio lasciarle qui.”
Cercò di trovare un modo per prendere un’altra scatola, impilandola sotto alla prima e incastrandole entrambe sotto al mento, ma era troppo pesante e ingombrante. Non era possibile portare in salvo tutte le scatole con le fotografie.
Daniel la raggiunse. Sistemò il cane adulto sul pavimento, poi le fece un guinzaglio con una corda. Poi afferrò altre due scatole di foto della famiglia di Emily. Adesso avevano tutte e tre le restanti scatole di foto di suo padre, ma nemmeno una di Daniel.
“E le tue?” urlò Emily.
“Le tue sono più importanti,” rispose Daniel stoicamente.
“Solo per me,” rispose Emily. “E…”
Prima che potesse finire la frase il granaio cigolò in modo terrificante.
“Muoviamoci,” disse Daniel. “Dobbiamo andare.”
Emily non ebbe la possibilità di protestare. Daniel stava già correndo verso l’uscita, le braccia cariche delle preziose foto di famiglia di Emily a costo delle sue. Il suo sacrificio la toccò profondamente e non poté fare a meno di chiedersi perché continuava a mettere le necessità di Emily davanti alle proprie.
Mentre uscivano dal granaio, la pioggia li sferzava più feroce che mai. Emily riusciva a malapena a muoversi tanto il vento era forte. Combatté contro di esso, facendosi strada lenta attraverso il prato.
Improvvisamente uno schianto potentissimo venne da dietro. Emily urlò spaventata e si guardò alle spalle per vedere che la grande quercia a lato della proprietà si era strappata da terra ed era caduta dentro al granaio. Se l’albero fosse caduto solo un minuto prima, ne sarebbero stati entrambi colpiti.
“Un po’ troppo vicina, eh,” gridò Daniel. “Faremo meglio a tornare dentro più velocemente che possiamo.”
Riuscirono ad attraversare il prato e ad arrivare alla porta sul retro. Quando Emily la aprì, il vento ne strappò i cardini e la scagliò nel giardino.
“Presto, in soggiorno,” disse Emily chiudendo la porta che separava la cucina dal soggiorno.
Gocciolava di pioggia e lasciava grosse scie d’acqua sulle assi del pavimento. Andarono in soggiorno e misero il cane e i cuccioli sul tappeto vicino al focolare.
“Puoi accendere il fuoco?” chiese Emily a Daniel. “Devono congelare.” Strofinò le mani tra loro per riattivare la circolazione. “Io congelo.”
Senza la minima lamentela, Daniel si mise subito al lavoro. Un momento dopo un fuoco brillante riscaldava la stanza.
Emily aiutò i cuccioli a trovare la madre. Uno a uno cominciarono a prendere il latte, rilassandosi nel nuovo ambiente. Ma uno dei cuccioli non si unì al gruppo.
“Credo che questo sia malato,” disse Emily preoccupata.
“È il più piccolo,” disse Daniel. “Probabilmente non ce la farà a passare la notte.”
Emily era sul punto di piangere al pensiero. “Che cosa ne faremo di loro?” disse.
“Gli ricostruirò il granaio.”
Emily rise per prenderlo in giro. “Non ti sei mai occupato di un animale, vero?”
“Come l’hai capito?” rispose Daniel allegro.
Improvvisamente, Emily notò che c’era del sangue sulla canotta di Daniel. Veniva da un profondo taglio che aveva sulla fronte.
“Daniel, sanguini!” urlò.
Daniel si toccò la fronte poi guardò il sangue sulle sue dita. “Credo che sia stato un ramo. Non è niente, solo una ferita superficiale.”
“Lascia che ci metta sopra qualcosa così non si infetta.”
Emily andò in cucina a cercare il kit di primo soccorso. A causa del vento che entrava attraverso la voragine che aveva lasciato la porta, era molto più difficile muoversi in cucina di quanto si aspettasse. Il vento soffiava forte nella stanza, gettando ogni cosa non fissata a terra tutto intorno. Emily cercò di non pensare al disastro né a quanto sarebbe costato riparare i danni.
Alla fine trovò il kit di primo soccorso e tornò in soggiorno.
La madre aveva smesso di piangere e tutti i cuccioli stavano mangiando, eccetto il più piccolo. Daniel lo teneva tra le mani, cercando di convincerlo a mangiare. Qualcosa nella vista di Daniel le rimestò il cuore. Daniel continuava sorprenderla – dalla sua abilità nel cucinare, al suo delicato gusto per la musica, alla sua bravura nel suonare la chitarra, e alla sua manualità con un martello fino a questo, alla delicata attenzione nei confronti di una creatura indifesa.
“Nessuna fortuna?” chiese Emily.
Scosse la testa. “Non si mette bene per il piccoletto.”
“Dovremmo dargli un nome,” disse Emily. “Non dovrebbe morire senza un nome.”
“Non sappiamo neanche se è un maschio o una femmina.”
“Allora dovremmo dargli un nome unisex.”
“Cioè tipo Alex?” disse Daniel corrucciandosi per la confusione.
Emily rise. “No, volevo dire più come Rain, come pioggia.”
Daniel si strinse nelle spalle. “Rain. Funziona.” Rimise Rain con gli altri cuccioli. Si stavano tutti arrampicando per essere vicini alla madre, e il piccolo continuava a essere spinto via. “E gli altri?”
“Be’,” disse Emily. “Che ne dici di Storm, Cloud, Wind e Thunder.”
Daniel fece un largo sorriso. “Molto appropriati. E la madre?”
“Perché non le scegli tu il nome?” disse Emily. Lei aveva già scelto il nome per tutti i cuccioli.
Daniel accarezzò la testa della madre. Lei fece un suono contento. “Che ne dici di Mogsy?”
Emily scoppiò a ridere. “Non è molto in tema!”
Daniel si limitò a scrollare le spalle. “La scelta è mia, no? Io scelgo Mogsy.”
Emily fece un sorrisetto. “Certo. Scelta tua. E Mogsy sia. Ora lascia che ti dia un’occhiata a quella ferita.”
Sedette sul divano, guidando la testa di Daniel verso di lei con dita delicate. Gli scostò i capelli dal sopracciglio e si mise a disinfettare il taglio che gli attraversava la fronte. Aveva avuto ragione a dire che non era profondo, ma sanguinava abbondantemente. Emily usò parecchi cerotti per tenere insieme la ferita.
“Se sei fortunato,” disse incollandone un altro, “avrai una cicatrice figa.”
Daniel fece un sorrisetto. “Fantastico. Alle ragazze piacciono le cicatrici, no?”
Emily rise. Incollò l’ultimo cerotto. Ma invece di ritirarsi, le sue dita indugiarono lì, contro la sua pelle. Gli scostò un ciuffo ribelle dagli occhi, poi tracciò con i polpastrelli il contorno del suo viso, giù fino alle labbra.
Gli occhi di Daniel bruciavano lentamente dentro ai suoi. Allungò le braccia e le prese la mano poi le baciò il palmo.
Allora la afferrò e la portò giù dal divano e se la strinse al grembo. I vestiti fradici si schiacciarono quando lui premette la bocca sulla sua. Le mani di Emily percorsero il suo corpo su e giù, sentendo ogni parte di lui. Il calore tra i due si accese quando si liberarono l’uno con l’altra dei vestiti bagnati, e poi affondarono uno contro l’altra, muovendosi con ritmo armonioso, le loro menti così consumate uno dall’altra da non notare più la tempesta che infuriava fuori.
CAPITOLO TREDICI
Emily si svegliò aggrovigliata tra le braccia di Daniel. Il sole splendeva violento, come se la tempesta non ci fosse stata. Ma Emily sapeva che c’era stata, e sapeva che i danni sarebbero stati costosi.
Si liberò dalla stretta da polipo di Daniel e scivolò in un sottile vestito di raso, poi scese di sotto per controllare i danni.
Nel soggiorno, Mogsy era andata chiaramente un po’ fuori di testa durante la tempesta. Un cuscino era tutto masticato, e l’imbottitura era sparpagliata per la stanza. La randagia si era anche infangata di brutto con i vestiti bagnati e pieni di fango smessi da lei e Daniel. Sorrise a se stessa al ricordo del modo in cui si erano spogliati uno con l’altra.
Be’, se una randagia infangato e un cuscino masticato sono le uniche cose rovinate allora mi è andata piuttosto bene, pensò.
La più grande sorpresa per Emily fu che Rain il piccoletto era sopravvissuto alla notte e stava succhiando il latte tutto felice. Ma ciò significava anche che adesso aveva un cane e cinque cuccioli di cui occuparsi. Non aveva idea di cosa ne avrebbe fatto, ma immaginava che se ne sarebbe occupata più tardi – dopo aver preparato un po’ di resti di pollo per Mogsy, che probabilmente aveva fame. E poi pensò alla casa.
Sentì Daniel muoversi di sopra mentre continuava a fare il giro. Quando attraversò la sala da pranzo in direzione dell’entrata alla sala da ballo, sentì i passi di Daniel picchiettare alle sua spalle.
“Va male?” chiese.
Sebbene non l’avesse detto espressamente, Emily sapeva che di tutte le stanze della casa la sala da ballo era la preferita di Daniel. Era la più grande, la più magica, e la stanza che li aveva avvicinati, che aveva scatenato tutta questa cosa. Senza la sala da ballo, la notte precedente magari non ci sarebbe mai stata. Pensare che le fosse accaduto qualcosa era terribile per entrambi.
Emily guardò dentro con esitazione. Daniel le stava appena dietro.
“Sembra a posto,” disse Emily. Ma poi notò qualcosa che splendeva sul pavimento e corse lì. I suoi sospetti furono confermati quando la raccolse e vide che era una scheggia della vetrata. “Oh no,” disse. “Non la finestra Tiffany. Ti prego, non la finestra Tiffany!”
Lei e Daniel rimossero insieme il compensato che copriva le antiche finestre. Mentre lo facevano, cadevano altre schegge che andavano a schiantarsi a terra.
“Non posso crederci,” pianse Emily, sapendo che sarebbe costato troppo rimpiazzarle, che il danno era proprio irreparabile.
“Conosco qualcuno che sarebbe in grado di aiutarci,” disse Daniel, cercando di tirarla su di morale.
“Gratis?” disse lei cupa, senza speranza.
Daniel si strinse nelle spalle. “Non si può mai sapere. Potrebbe farlo solo per passione.”
Emily sapeva che stava cercando di farla sentire meglio, ma era comunque sull’orlo delle lacrime. “È un lavoraccio,” disse.
“E la gente di qui è buona,” disse Daniel. La prese per le spalle. “Coraggio, non c’è niente che possiamo fare adesso, comunque. Lascia che ti prepari la colazione.”
La condusse in cucina cingendole le spalle, ma pure quella era in condizioni pessime. Daniel ed Emily raccolsero la roba che era volata dappertutto, poi Emily mise il caffè sul fuoco, grata che la caffettiera fosse sopravvissuta al fato che aveva scagliato il tostapane sul pavimento.
“Che ne dici dei waffle?” le chiese Daniel.
“Dico piuttosto bene dei waffles,” rispose Emily sedendo al tavolo. “Ma non ho le piastre per farli, giusto?”
“Be’, invece ce le hai,” rispose Daniel. Quando Emily lo guardò torva si mise a spiegare. “Serena le aveva prenotate alla rivendita dell’usato. Aveva detto che sarebbe tornata a pagare in un altro momento. Non avevo capito se stesse scherzando o no, ma non è mai tornata quindi credo che non le volesse sul serio.” Si avvicinò e posò una tazzina di caffè nero fumante davanti a Emily.
“Grazie,” disse Emily, un po’ intimidita dalla naturale intimità con cui Daniel le preparava la colazione.
Mentre sorseggiava il caffè e guardava Daniel cucinare, con la spatola in mano, si sentì rinata. Non era stata solo la casa a trasformarsi durante la notte; anche lei si era trasformata. Il ricordo del loro amore era confuso, ma riusciva a ricordare la sensazione di estasi che le si era sparsa nel corpo. Era stata quasi un’esperienza extracorporea. Si agitava sulla sedia al solo ripensarci.
Lasciando cucinare i waffles, Daniel sedette di fronte a lei e bevve un sorso di caffè.
“Non credo di averti ancora dato il buongiorno come si deve,” disse. Si allungò oltre al tavolo e le prese il viso tra le mani. Ma prima che avesse la possibilità di darle un bacio sulle labbra, un acuto e penetrante suono distrusse il momento.
Emily e Daniel si allontanarono improvvisamente.
“Che diavolo è?” esclamò Emily coprendosi le orecchie.
“È l’allarme antincendio!” urlò Daniel voltandosi indietro verso i fornelli, dove le piastre per i waffle eruttavano nuvole di fumo nero.
Emily balzò in piedi mentre delle scintille volavano nell’aria. Daniel fu svelto a passare all’azione, afferrando un canovaccio per soffocare le fiamme.
Il fumo si levava a ondate nella stanza, facendo tossire Daniel ed Emily.
“Credo che Serena non tornerà per le piastre dopotutto,” disse Emily.
*
Dopo colazione, si misero a sistemare la casa. Daniel salì sul tetto per dargli un’occhiata.
“Tutto bene?” chiese Emily speranzosa una volta che fu tornato giù dalla mansarda.
“Sembra a posto,” disse Daniel. “C’è qualche danno. Difficile da dire. Non sapremo quanto grave è finché non verrà colpito dalla prossima grossa tempesta. Poi, sfortunatamente, lo scopriremo a nostre spese.” Sospirò. “Finché non c’è un’altra tempesta a breve credo che te la caverai.”
“Incrociamo le dita,” disse Emily piano.
“Che c’è che non va?” chiese Daniel resosi conto del suo umore cupo.
“Trovo solo che sia un po’ deprimente,” disse Emily. “Andare in giro per la casa a calcolare cosa c’è di rotto o danneggiato. Perché non andiamo fuori, invece? Almeno splende il sole.”
Era una giornata bellissima. La tempesta sembrava aver spazzato via la primavera, lasciando il posto all’estate.
“Ho un’idea,” disse Daniel. “Non ti ho ancora mostrato il giardino di rose che ho piantato, vero?”
“No,” disse Emily. “Mi piacerebbe vederlo.”
“È da questa parte.”
La prese per mano e la condusse attraverso il prato e poi oltre una stradina che portava verso il sentiero per l’oceano. Mentre percorrevano la discesa di sassolini, Emily vide l’acqua. Il panorama era mozzafiato.
C’era un cespuglio di vegetazione davanti a loro che sembrava non portare a nulla se non a un appezzamento incolto. Ma Daniel la condusse oltre, poi spostò un grosso ramo.
“È un po’ nascosto. Attenta che non ti si impiglino i vestiti.”
Curiosa, Emily si abbassò per passare attraverso il passaggio che Daniel aveva creato. Quello che vide quando uscì sull’altro lato le fermò il fiato nei polmoni. Rose, di ogni colore concepibile, erano ovunque. Rosse, gialle, rosa, bianche, persino nere. Se entrare nella sala da ballo e vedere la luce filtrata dal vetro Tiffany era stato maestoso, questo era ancora meglio.
Emily fece una piroetta, sentendosi più viva e libera di quanto si sentisse da anni.
“È sopravvissuto alla tempesta,” disse Daniel emergendo dal fogliame dietro di lei. “Non ero sicuro che ce l’avrebbe fatta.”
Emily si voltò e gli gettò le braccia al collo, lasciando che i capelli scompigliati le cadessero sulla schiena. “È incredibile. Come mai me l’hai tenuto segreto?”
Daniel la strinse forte, respirando il suo profumo che si mischiava a quello pungente delle rose. “Non è che porto tutte le ragazze che frequento qui.”
Emily indietreggiò leggermente in modo da guardarlo negli occhi. “È questo che stiamo facendo? Ci frequentiamo?”
Daniel alzò un sopracciglio e fece un sorrisetto. “Dimmelo tu,” disse suggestivamente.
Emily si alzò sulla punta dei piedi e gli stampò un bacio delicato e dolce sulle labbra. “Questo risponde alla tua domanda?” chiese languida.
Si liberò dal suo abbraccio e si mise a osservare il giardino di rose con più attenzione. I colori erano favolosi.
“Da quanto è qui?” chiese sbalordita.
“Be’,” disse Daniel accucciandosi su una piccola radura, “L’ho piantato dopo essere tornato dal Tennessee. Giardinaggio e fotografia. Non ero particolarmente virile in gioventù,” aggiunse con una risata.
“Be’, ora sei un vero uomo,” rispose Emily con un largo sorriso. Andò dove Daniel sedeva languoroso disteso come un gatto, frammenti di luce solare e ombre gli chiazzavano la pelle. Si distese accanto a lui e appoggiò la testa nella piega del suo collo, sonnolenta, come se avesse potuto fare un sonnelino proprio lì. “Quando sei stato nel Tennessee?” chiese.
“Non è stato un buon momento della mia vita,” disse Daniel con un tono che tradiva che si sentiva molto a disagio a parlarne. Daniel era sempre stato molto riservato, parlava pochissimo di sé. Era più una persona che faceva, una persona pratica. Chiacchierare, soprattutto su argomenti carichi di emozioni, non era il suo forte. Ma Emily condivideva con lui la stessa cosa. Esprimere se stessa era qualcosa che dava problemi anche a lei. “Ero giovane,” continuò Daniel. “Vent’anni. Ero uno sciocco.”
“È accaduto qualcosa?” chiese Emily con delicatezza, attenta a non spaventarlo. Le sue mani erano sul suo petto, tratteggiavano su e giù il tessuto della camicia, tastando i muscoli che erano sotto.
Quando Daniel parlò, poté sentirlo attraverso l’orecchio che teneva posato sul suo petto, e la sua voce mandava vibrazioni che rimbombavano verso di lei.
“Ho fatto qualcosa di cui non vado fiero,” disse. “L’ho fatto per una buona ragione ma ciò non la rende una cosa giusta.”
“Che cosa hai fatto?” chiese Emily. Era sicura che qualunque cosa avesse detto non avrebbe potuto diminuire i sentimenti in sboccio che provava per lui.
“Nel Tennessee sono stato arrestato. Per aver aggredito un uomo. Avevo una ragazza. Ma lei aveva un marito.”
“Oh,” disse Emily, come se si stesse rendendo conto della piega che avrebbe preso la conversazione. “E immagino che l’uomo che hai aggredito fosse il marito?”
“Sì,” rispose Daniel. “Era un violento. La molestava, sai? L’aveva cacciato molto prima che la incontrassi ma il tizio continuava a tornare. La situazione cominciava a diventare pericolosa. La polizia non faceva nulla.”
“Cos’hai fatto?” chiese Emily.
“Be’, quando è ritornato per l’ennesima volta, minacciando di ucciderla, gli ho dato una lezione. Mi sono assicurato che non si ripresentasse più alla sua porta. L’ho picchiato. È finito all’ospedale.”
Emily trasalì al pensiero di Daniel che prendeva a pugni qualcuno così forte da mandarlo all’ospedale. Riusciva a malapena a mettere insieme tutte le versioni di Daniel che aveva nella testa: il sensibile e incompreso fotografo fuggito da casa, il giovane e sciocco criminale, e l’uomo che aveva piantato un giardino di rose multicolori. Ma anche la persona che era lei appena qualche mese fa quando era la fidanzata di Ben era completamente diversa dalla persona che era adesso. Nonostante il vecchio adagio dicesse che le persone non cambiano mai, la sua esperienza di vita era stata l’opposto: la gente cambiava sempre.
“Il fatto è,” disse Daniel, “che lei ha rotto con me dopo l’episodio. Ha detto che l’avevo spaventata. Lui ha fatto la vittima e lei è tornata da lui. Aveva un’influenza così forte su di lei che dopo tutto quanto è stato capace di manipolarla per farla tornare esattamente dove la voleva lui. Mi sono sentito proprio tradito.”
“Non dovresti sentirti tradito. Tornare con lui è stata una questione più di controllo da parte del marito che dell’amore di lei per te. Dovrei saperlo. Io…” Emily perse la voce. Non aveva mai parlato a nessuno di quello che stava per dire a Daniel. Neanche ad Amy. “Lo so come funziona,” disse alla fine. “Mi sono trovata in una relazione emozionalmente violenta, una volta.”
Daniel sembrava scioccato.
“Non mi piace parlarne,” aggiunse Emily. “Ero giovane anch’io, ancora una ragazzina, in effetti. Tutto è stato fantastico finché non sono partita per il college. Pensavo di essere innamorata di lui. Siamo stati insieme per più di un anno, che sembrava tantissimo all’epoca. Ma quando gli ho detto che volevo studiare fuori dallo stato, qualcosa in lui è cambiato. È diventato gelosissimo, sembrava convinto che l’avrei tradito non appena partita. Ho rotto con lui per il modo orribile in cui si stava comportando, ma ha minacciato di uccidersi se non l’avessi ripreso. Ecco come comincia, la manipolazione. Il controllo. Sono finita con lo stare con lui per la paura.”
“Ti ha impedito di andare al college che avevi scelto?”
“Sì,” disse. “Ho rinunciato a uno dei miei obiettivi a causa sua, anche se mi trattava di merda. E tu lo sai che quello che accade è folle ma fai tutti questi giochetti psicologici con te stessa, riscrivendo situazioni che nel tuo cuore sai essere sbagliate, ma dicendoti che è un segno di quanto sei amata. Per tutti da fuori sembra pazzia. Quando è finita, sembra pazzia anche a te. Ma finché sei lì, finché la vivi, trovi modi per giustificare tutto.”
“Che cosa gli è successo alla fine?”
“Be’, è abbastanza buffo, ma è stato lui a tradire me. Io ne fui devastata all’epoca ma non mi ci volle molto per capire quanto fosse in realtà una benedizione. Ho paura a pensare a cosa sarebbe potuto accadere se non lui non avesse posto fine alla storia. Sarei rimasta incastrata con lui per tutto il tempo che avrebbe voluto, e qualunque danno mi avesse già fatto si sarebbe incancrenito ancora di più.”
Tacquero entrambi. Daniel le carezzò i capelli.
“Vuoi venire alla scogliera con me?” disse lui all’improvviso.
“Certo,” disse Emily, un po’ sorpresa dalla proposta ma entusiasta allo stesso tempo. “Come ci arriviamo?”
“Prendiamo la moto.”
“La moto? La tua moto?” balbettò Emily.
Emily non era mai salita su una moto. Il pensiero la terrorizzava ed eccitava in egual misura.
Tornarono indietro fino al vialetto della rimessa. Daniel recuperò la moto dal garage, uno degli edifici esterni fortunatamente sopravvissuti alla tempesta. Mentre preparava la moto per il viaggio, Emily controllò Mogsy e i cuccioli. Rain era ancora aggrappato alla vita. Lo convinse ad attaccarsi al capezzolo della madre e accarezzò la testa della randagia. Mogsy alzò su di lei i suoi grandi occhi riconoscenti, poi le leccò la mano. Era quasi come se la ringraziasse di averla salvata dalla tempesta, e si scusasse per averla attaccata per il timore che Emily le stesse portando via i suoi cuccioli appena nati. Emily sentì un momento di comprensione tra loro, e per la prima volta da quando aveva salvato il cane, sentì di poterla forse tenere con sé. Forse prendersi cura di un’altra creatura vivente era esattamente ciò che era mancato nella sua vita.
“Vai benissimo,” disse a Mogsy. “Ora riposati un po’. Tornerò più tardi.”
Mogsy fece un lamento di soddisfazione, poi lasciò che la testa le sprofondasse sulle zampe anteriori.
Mentre chiudeva piano la porta del soggiorno, Emily sentì il rumore di un motore che si avviava e corse fuori. Daniel era lì sulla moto e le rivolgeva un largo sorriso. Emily saltò sul sedile posteriore e lo cinse con le braccia. Daniel diede gas e la moto partì ruggendo.
*
Il vento soffiava tra i capelli di Emily. Si sentiva libera e viva. Il sole era caldo sulla sua pelle. La scogliera era bellissima, e le dava una nuova prospettiva su Sunset Harbor che non aveva ancora mai visto. Lo adorava, essere lì, ad assaporare l’aria del mare, a sentire i profumi degli alberi in fiore e le onde che si infrangevano lontane.
“È incredibile!” urlò Emily, intontita dall’esaltazione.
Daniel la condusse lungo tutta la scogliera, poi si impennarono in discesa, correndo a una velocità che rovesciava lo stomaco di Emily.
Li condusse lungo tutta la costa, poi sterzò nel piccolo porto. Non appena la moto si fu fermata, la aiutò a scendere.
“Divertente?” le chiese, stringendole le dita.
“Esilarante,” rispose Emily con un largo sorriso. Poi si guardò intorno, nel porto. “Sai, non ero mai stata qui,” disse.
“Qui tengo la mia barca,” disse Daniel. “Andiamo.”
Lo seguì lungo il percorso del porto, oltrepassando il luogo in cui erano ormeggiati le barche a remi e i motoscafi. Proprio alla fine c’era una piccola barca arrugginita dall’aria desolata e abbandonata.
“Questa è tua?” chiese Emily.
Daniel annuì. “Non è granché a vedersi, lo so. Non riesco a sistemarla io e rimetterla in acqua.”
“Perché?” chiese Emily.
Daniel non parlò per lungo tempo. Alla fine disse solo, “In realtà non lo so.” Poi tornò a guardare lei. “Probabilmente dovremmo tornare verso casa. Posso ripararti la porta della cucina.”
Emily gli toccò delicatamente il braccia, tenendolo lì fermo sul posto. “Mi permetti di aiutarti? Con la barca? Posso usare un po’ dei miei risparmi.”
Daniel la guardò sinceramente scioccato – e commosso.
“Nessuno si era mai offerto di pagare qualcosa per me, prima,” disse.
Il pensiero la addolorò.
“Grazie,” le disse. “Significa molto per me. Ma non posso accettare.”
“Ma voglio farlo,” gli disse Emily. “Tu mi hai aiutata così tanto. Cioè, potresti riparare la barca adesso invece di venire a casa a riparare la mia porta! Per favore. Lascia che ti aiuti. Che cosa ti serve? Un motore nuovo? Devi ridipingerla? Potremmo far sì che sia il nostro nuovo progetto. Prima sistemiamo la casa e poi la barca?”
Daniel distolse lo sguardo, non incontrò i suoi occhi. Emily sapeva che aveva qualcosa che gli frullava nella testa. Lui si strinse nelle spalle e infilò le mani in tasca. Poi tornò a guardare la moto, come dicendo silenziosamente che era pronto ad andarsene, che aveva smesso di pensare alla barca e alle condizioni disperate in cui aveva permesso che si ritrovasse.
Alla fine parlò, esalò le parole in un’unica lunga e pesante espirazione.
“È che non so se basterà a sistemare noi stessi.”
CAPITOLO QUATTORDICI
Con le braccia cariche della spesa, Emily arrancò fino alla macchina e buttò tutto nel bagagliaio. Era la sera della festa. Aveva ricevuto venti risposte e scoperto di essere più agitata come ospite di quanto si sarebbe aspettata. Si era svegliata presto quella mattina per mettere il manzo a stufare nella pentola a cottura lenta. I dolci erano già pronti; li aveva preparati la notte precedente sul tardi e li aveva lasciati nel frigorifero per la notte. Ciò significava che una volta arrivata a casa tutto quello che doveva fare era guarnire e mettere su il risotto per i vegetariani un’ora prima che arrivassero gli ospiti.
Sorrise a se stessa guidando verso casa, assaporando la possibilità di organizzare e pianificare, chance che le era stata negata durante i sette anni di relazione con Ben.
Quando accostò nel vialetto, notò che Daniel non era fuori. Afferrò la spesa dal bagagliaio ed entrò, poi la lasciò sul tavolo della cucina. Prestò orecchio ma non riuscì a sentire i rumori del martello né del trapano da nessun angolo della casa. Era strano per Daniel non essere in giro, ma Emily ignorò la cosa e si mise al lavoro per addobbare la casa. Mise candele ovunque, poi vasi di fiori freschi sul tavolino da caffè e sulla tavola da pranzo, le due stanze dove stava pensando di tenere la festa, sebbene si fosse assicurata che la cucina fosse comunque in condizioni accettabili, sapendo che la gente tendeva ad andarsene in giro durante quelle serate, soprattutto se in cerca di altro alcol. Appese delle bandierine fatte a mano nel soggiorno, mise un vaso in vetro di pot-pourri nel bagno, e preparò la tavola con l’argenteria più raffinata – pezzi di valore che aveva recuperato tra la roba da buttare. Versò del vino rosso in sei bellissime caraffe di cristallo che aveva recuperato dalla credenza della cucina.
Emily risistemò i cuccioli nella dispensa sul retro in modo da poter utilizzare il soggiorno per la festa. Il suo piano era socializzazione e aperitivi nel soggiorno, poi cena in sala da pranzo.
L’orologio arrivò a segnare le 17, quindi doveva mettersi al lavoro sul risotto. Entrando in cucina, il profumo dello stufato che era stato sul fuoco lento tutto il giorno le si diffuse nelle narici e le fece venire l’acquolina in bocca. Aveva perso l’abitudine di trascorrere il tempo cucinando quando era con Ben – lui preferiva uscire a cena – e ora se la stava godendo davvero molto. Venti persone erano tante per cui cucinare, però, quindi era un po’ stressante indovinare le giuste quantità e le giuste tempistiche. Ma con la grande cucina e tutti i suoi utensili a disposizione, non era così male come si era aspettata. Si chiedeva solo di Daniel. Sarebbe dovuto essere lì per aiutarla a preparare la cena; si era autoproclamato buongustaio, dopotutto. Ma ogni volta che sbirciava dalla finestra, di lui nessun segno. Non nel giardino, né nella rimessa, che stava lì nell’oscurità.
Quando ebbe finito, salì nella sua stanza e si cambiò. Era strano agghindarsi dopo così tanti mesi senza aver neanche mai messo un po’ di eyeliner, ma le piacquero i vecchi rituali. Cercò un look che colpisse con le labbra di un cremisi sfrontato e delle linee nere che le facessero risaltare il colore degli occhi. Il vestito che aveva scelto era blu elettrico e le fasciava la figura. Indossò scarpe col tacco coordinate, poi concluse il tutto con una collana d’argento. Completato l’abbigliamento, fece un passo indietro e si ammirò allo specchio. Si era completamente trasformata e rise di gioia.
Erano le 18:45 quindi accese tutte le candele profumate per dare all’essenza il tempo di permeare la casa, poi controllò lo stufato e il risotto.
Una volta che fu tutto pronto, Emily si guardò ancora intorno alla volta di Daniel. Andò alla rimessa e controllò lì, ma non c’era. Fu a quel punto che si accorse che la moto non era nel garage. Doveva essersene andato a fare un altro giro.
Tempismo perfetto, pensò guardando l’orologio. Sarebbe dovuto essere lì. Non voleva fare l’appiccicosa, ma non poteva fare a meno di preoccuparsi, specialmente quando Daniel non fu ancora tornato all’arrivo dei primi ospiti.
Emily dovette toglierselo dalla testa e prepararsi a sorridere felice.
Aprì la porta e vide Charles Bradshaw del ristorante di pesce e sua moglie Barbara sulla soglia. Lui le porse una bottiglia di vino rosso; lei dei fiori.
“Molto gentile da parte vostra,” disse Emily.
“Non riesco proprio a credere ai miei occhi,” disse Charles guardando tutto intorno a lui. “Ha restaurato questo posto magnificamente. E così velocemente.”
“Ancora non è finito,” disse Emily. “Ma grazie.”
Prese i cappotti e li condusse in soggiorno, dove ci furono altri sospiri di apprezzamento. Prima che avesse la possibilità di offrire qualcosa da bere, suonò di nuovo il campanello. La gente di Sunset Harbor spaccava il minuto, a quanto pareva.
Aprì la porta e vide che c’era Birk, da solo. Si scusò per sua moglie, che non stava tanto bene. Poi disse, “È vero. Non è stato il suo fantasma a venirmi a far visita alla pompa di benzina. È davvero sopravvissuta da sola!” Si mise a ridere e le strinse la mano.
“Io stessa ci credo appena,” disse Emily ridendo. Stava per aggiungere che non l’aveva fatto da sola, che era stata aiutata da Daniel per tutto il tempo, ma dato che non c’era le parole in qualche modo non le uscirono di bocca. Capì allora di sentirsi delusa da lui perché non era lì.
Emily accompagnò Birk in soggiorno. Non aveva bisogno di presentarlo; conosceva già Charles e Barbara.
Suonò ancora il campanello ed Emily aprì la porta e vi trovò Cynthia. Cynthia aveva una piccola libreria in città. Aveva i capelli ricci di un rosso brillante e indossava sempre degli abiti che gli si abbinavano malissimo. Quella sera si era presentata in uno strano ensemble verde lime e viola che non faceva nulla per donarle alla figura leggermente sovrappeso, con un rossetto rosso brillante e sulle unghie uno smalto verde brillante. Emily sapeva che Cynthia aveva la reputazione di essere schietta e un po’ offensiva ma l’aveva invitata lo stesso per benevolenza. Forse avrebbe fornito una fonte di intrattenimento per gli altri ospiti se davvero era all’altezza delle voci che su di lei circolavano!
“Emily!” esclamò Cynthia, la voce così acuta da far male.
“Salve, Cynthia,” rispose Emily. “Grazie davvero per essere venuta.”
“Be’, lo sa quello che dicono i locali a Sunset Harbor. ‘Non è una festa se non c’è Cynthia.’”
Emily sospettò che la frase non fosse mai stata proferita da nessuno a Sunset Harbor. Fece segno a Cynthia di raggiungere gli altri nel soggiorno, poi sentì un gridolino di eccitazione quanto Cynthia si salutò gli altri ospiti con lo stesso entusiasmo e lo stesso volume.
Suonò di nuovo il campanello e quando Emily rispose vide la dottoressa Sunita Patel e suo marito, Raj, sulla soglia. Poco dietro di loro, Serena stava aiutando Rico a percorrere il viale del giardino.
“Ho visto l’albero sul suo cortile,” disse la dottoressa Patel, baciando Emily sulla guancia e porgendole una bottiglia di vino. “La tempesta ha fatto danni anche da noi.”
“Oh, lo so,” rispose Emily. “È stato piuttosto spaventoso.”
Raj strinse la mano di Emily. “Lieto di conoscerla. Sono un giardiniere paesaggista, comunque, quindi se vuole che mi occupi dell’albero caduto ne sarò più che felice. Faccia un salto quando vuole. Ho il vivaio giù in paese.”
Emily era passata davanti al bellissimo negozio di giardinaggio con i suoi meravigliosi fiori in mostra e i cesti appesi molte volte durante le sue capatine in città. Aveva avuto la voglia di entrare in più di un’occasione per dare un’occhiata a tutte le vasche per uccelli, alle meridiane e alle siepi di topiaria, ma non ne aveva ancora avuto l’occasione.
“Lo farebbe?” chiese Emily, presa in contropiede dalla generosità. “Sarebbe fantastico.”
“È il minimo che posso fare considerando che sta aprendo casa sua per noi.”
Raj e Sunita andarono in soggiorno ed Emily portò l’attenzione su Serena e Rico, che avevano quasi raggiunto la porta. Serena era bellissima in un vestito nero a schiena scoperta e un girocollo d’oro, i capelli neri e ondulati sciolti, le labbra di un bellissimo rosso.
“Ce l’abbiamo fatta!” sorrise, allungando un braccio attorno al collo di Emily e abbracciandola.
“Sono così contenta,” disse Emily. “Sei praticamente l’unica persona qui che conosco davvero.”
“Oh davvero?” disse Serena ridendo. “E mister Fustacchione?”
Emily scosse la testa. “Oddio, non nominarmelo nemmeno adesso.”
Serena fece una delle sue facce. Emily rise e portò l’attenzione su Rico.
“Grazie per essere venuto, Rico,” disse. “Sono davvero felice di vederti.”
“È bello anche solo uscire di casa alla mia età, Ellie.”
“Emily,” lo corresse Serena.
“È quello che ho detto,” rispose Rico.
Serena alzò gli occhi al cielo, e i due entrarono nell’ingresso. Emily non ebbe la possibilità di chiudere la porta dietro di sé perché vide Karen parcheggiare lungo la strada. Di tutte le persone sulla cui risposta era stata scettica, Karen era la principale. Ma forse il fatto che Emily avesse fatto tutta la spesa per la festa nel negozio di Karen aveva influenzato la donna e l’aveva convinta. Era una sommetta niente male da spendere in un negozietto locale.
Poi appena dietro a Karen, Emily vide il sindaco della città. Non aveva ricevuto una risposta da lui! Era scioccata che fosse voluto venire alla sua umile cena, ma preoccupata allo stesso tempo di non aver abbastanza cibo per tutti.
Karen fu la prima a raggiungere la porta ed Emily la salutò.
“Ho portato uno dei miei origani e del pane preparato con pomodoro essiccato al sole,” disse Karen porgendole un cestino dal profumo delizioso.
“Oh, Karen, non avresti dovuto,” disse Emily prendendo il cestino.
“A dire il vero è una tattica commerciale,” disse Karen in tono cospiratorio. “Se piace al gruppo verranno a farne il pieno in negozio!” Strizzò l’occhio.
Emily sorrise e si spostò per lasciarla entrare. Non era stata sicura di Karen, ma sembrava che le solite maniere amichevoli della donna fossero tornate.
Emily poi si voltò verso il sindaco. Annuì con cortesia e gli allungò la mano.
“Grazie per essere venuto,” disse.
Il sindaco diede un’occhiata alla mano, poi la lasciò perdere e strinse Emily in un abbraccio. “Sono solo contento che finalmente tu abbia aperto il cuore alla nostra cittadina.”
All’inizio Emily si sentì a disagio ad essere abbracciata così dal sindaco, ma le sue parole la commossero e si rilassò.
Alla fine, tutti gli ospiti erano in casa, per lo più riuniti nel soggiorno, ed Emily ebbe l’occasione di socializzare.
“Stavo proprio dicendo a Rico,” le disse Birk, “che dovrebbe pensare di far tornare questo posto in un Bed and Breakfast.”
“Non sapevo che lo fosse stato,” rispose Emily.
“Oh sì, prima che tuo padre comprasse la casa, lo era,” disse Rico. “Credo che sia stato un Bed and Breakfast dal 1950 fino agli anni Ottanta.”
Serena rise e diede un colpetto sulla mano di Rico. “Non riesce a ricordarsi come mi chiamo ma si ricorda questo,” disse sottovoce.
Emily rise.
“Scommetto che si ripaga da solo,” aggiunse Birk. “Ed è proprio il tipo di posto di cui questa città ha bisogno.”
Più parlava con la gente, più Emily capiva quanto gentili erano. L’idea di trasformare la casa in un Bed and Breakfast sembrò propagarsi a macchia d’olio, e più ci pensava, più sembrava una buona idea anche a lei. Era stato, in effetti, un suo sogno quando era più giovane lavorare in un Bed and Breakfast, ma dopo essere diventata un’adolescente scontrosa aveva perso fiducia nella sua capacità di relazionarsi con le persone. L’abbandono di suo padre l’aveva colpita duramente, l’aveva sconvolta, ed era stata guardinga e ostile da allora. Ma la città si era fatta più dolce con lei. Forse aveva ancora in lei la capacità di essere una brava padrona di casa?
Era ora di cena, quindi Emily condusse tutti in sala da pranzo. Ci furono molti sospiri e grida di ammirazione quando entrarono e videro la stanza rinnovata.
“Non potrò mostrarvi la sala da ballo, mi spiace,” disse Emily. “La finestra è rimasta danneggiata dalla tempesta, quindi l’ho sprangata di nuovo.”
A nessuno sembrava importare. Erano troppo incantati dalla sala da pranzo. Tutto ricevette dei complimenti, dal centrotavola floreale di Emily al colore del tappetto alla scelta della carta da parati.
“Ha proprio occhio per le decorazioni floreali,” disse Raj, apparentemente impressionato.
“E non sono deliziose queste sedie?” scherzò Serena, facendo scorrere le dita lungo le sedie che aveva aiutato Emily a scegliere dal negozio delle pulci di Rico.
Ci volle molto per far sedere tutti. Una volta che tutti furono al loro posto, Emily andò in cucina per servire. Il baccano che si diffondeva dalla sala da pranzo la fece sentire calda e amata.
Raggiunse la cucina e diede un’occhiata veloce a Mogsy e ai cuccioli nella dispensa. Stavano tutti dormendo soddisfatti come se non avessero un pensiero al mondo. Poi tornò in cucina e cominciò a servire le pietanze.
“Vuoi una mano a portare tutto di là?” Dalla porta principale arrivò la voce di Serena.
“Grazie,” disse Emily. “Tutto questo mi sta facendo venire in mente terribili ricordi dei miei giorni da cameriera.”
Serena rise e la aiutò a caricarle le braccia finché Emily ebbe in equilibrio cinque piatti. Serena fece lo stesso, e insieme tornarono in sala da pranzo sotto i suoni di deliziati “ooh” e “ah.”
Emily non poteva fare a meno di sentirsi un po’ frustrata. Daniel sarebbe dovuto essere lì ad aiutarla. Aveva pensato alla cena come a una specie di festa di dichiarazione per loro due. Voleva vedere come la gente avrebbe reagito nel saperla insieme a uno del posto, a uno di loro. Pensava che almeno le avrebbe dato un po’ di onore. Ma Daniel era scomparso, lasciandola a fare tutto da sola.
Una volta che tutti ebbero un piatto davanti – e fortunatamente c’era appena il necessario per dare a tutti da mangiare – il pasto cominciò.
“Emily, tuo padre ha frequentato una scuola cattolica, vero?” chiese il sindaco.
La forchetta che Emily stava per infilarsi in bocca si fermò improvvisamente. “Oh,” disse goffamente. “A dire il vero non lo so.”
“Sono sicuro che ci siamo raccontati un po’ di storie sulle suore cattive,” disse il sindaco veloce, percependo il disagio che provava Emily nel parlare di suo padre.
Cynthia, d’altra parte, sembrava ignorarlo. “Oh, tuo padre, Emily. Era una persona fantastica,” esclamò. Teneva il bicchiere alto. Il vino rosso si muoveva pericolosamente vicino al bordo ogni volta che gesticolava, cioè spesso. “Ricordo quella volta, deve essere stato almeno dodici anni fa ormai, perché è stato prima che nascessero Jeremy e Luke, quando avevo ancora la mia linea.” Si zittì e fece una risata fragorosa.
Emily non la corresse dicendole che dovevano essere stati almeno vent’anni, ma riuscì a capire dallo scompiglio di imbarazzo al tavolo e dagli occhi distolti che abbastanza persone lo stavano pensando e che non apprezzavano il suo comportamento.
“È stata la prima volta che è venuto al mio negozio,” continuò Cynthia, “e chiedeva questo libro specifico, un libro vecchio che non si stampava più. Non ricordo il titolo ma aveva qualcosa a che fare con le fate dei fiori. Ora, sapevo che si era trasferito nella casa di West Street e l’avevo visto qualche volta. Ogni volta che l’avevo visto era solo. Quindi sono lì che guardo quest’uomo fatto, mi sto un po’ innervosendo, mi chiedo a che gli serve un libro sulle fate in edizione da collezione. Continuo a pensare che devo aver capito male e lo porto in giro per il negozio mostrandogli tutti i diversi libri con titoli simili, e lui mi fa, ‘no, no, non è questo. È sulle fate.’ Non ce l’avevo così gliel’ho dovuto ordinare, cosa che ha fatto aumentare ancora il prezzo. A lui sembrava non importare per niente, quindi penso che sia davvero convinto di prendere quest’edizione da collezione di un libro sulle fate. Quindi qualche settimana dopo mi viene consegnato il libro e lo chiamo per dirgli che è arrivato e può venirselo a prendere. Sono un po’ nervosa, ma quando viene sta spingendo questa adorabile bambina sul passeggino. Dovevi essere tu, Emily. Il sollievo che non ho provato, non lo potete credere!”
Ci fu un momento di silenzio a tavola mentre la gente guardava Emily, cercando di capire in che modo fosse più appropriato reagire. Quando videro che si stava mettendo a ridacchiare, anche loro lasciarono uscire una risata soffocata. Ci fu un momento quasi palpabile in cui la tensione che avevano trattenuto venne rilasciata.
Cynthia terminò il suo aneddoto. “Gli ho detto che pensavo che fossi troppo piccola per leggere il libro ma lui rispose che era per quando saresti cresciuta, che sua madre ne aveva avuta una copia e che voleva che anche tu ne avessi una. Non è la cosa più carina che abbiate mai sentito?”
“Sì,” disse Emily ridacchiando. “Non avevo mai sentito questa storia.”
Emily fu grata a Cynthia per averle dato un altro bel ricordo di cui far tesoro. La rattristò anche, facendole sentire la mancanza di suo padre ancor di più.
Dopo la storia di Cynthia, la conversazione tornò velocemente all’idea di trasformare la casa in un Bed and Breakfast.
“Credo che dovrebbe farlo,” disse Sunita. “Trasformare questo posto in un Bed and Breakfast. Molto probabilmente otterrebbe il permesso, perché sarebbe di beneficio a tutti in città che ce ne fosse uno.”
“Vero,” disse il sindaco. “E ti proteggerebbe anche da Trevor.”
Emily fece un sorrisetto. Stava avendo la netta impressione che Trevor Mann fosse profondamente sgradito alla comunità, e che non rappresentasse in nessun modo alcuna delle persone sedute alla sua tavola.
“Bene,” disse Emily sorseggiando il vino, “è un’idea adorabile. Ma ho i soldi solo per tre mesi prima di rimanere senza.”
“Abbastanza da sistemare qualche camera?” chiese Birk.
“Ha ragione,” Barbara si unì alla conversazione. “La sala da pranzo, il soggiorno e la cucina sono già a posto. Se avesse una camera avrebbe tutto ciò che le serve per cominciare. Voilà. Bed and Breakfast.”
Aveva ragione. Tutti avevano ragione. Era davvero tutto ciò di cui Emily aveva bisogno per realizzare il suo sogno. Buona parte della casa e del terreno rispettavano già degli standard che gli ospiti avrebbero gradito. Se avesse sistemato il bar al piano di sotto – giusto per far entrare il cliente, per esempio – sarebbe stato fattibile non appena sistemata una camera. Poi con un piccolo guadagno in entrata, avrebbe potuto reinvestire nell’attività, ristrutturare un’altra stanza e in quel modo far crescere l’attività con calma.
“Be’, Barbara,” disse Karen, “avrebbe bisogno anche della parte breakfast.”
Tutti risero.
“Piuttosto curiosamente,” disse Raj, “ho un po’ di polli da rialloggiare. Potrebbe prenderli lei e poi avere le uova fresche per le breakfast!”
“E fai già il miglior caffè della città,” aggiunse il sindaco. “Senza offesa, Joe.”
Tutti guardarono il titolare del ristorante.
“Nessuna offesa!” sogghignò. “Lo so che il caffè non è il mio forte. Sarei più che felice di avvallare il progetto di Emily.”
“Anch’io,” disse Birk.
“E se ti serve un consiglio,” aggiunse Cynthia, “Sarei più che felice di dispensare la mia saggezza. Ho gestito un Bed and Breakfast quando avevo vent’anni. Non so come pensassero che fossi abbastanza responsabile da farlo, ma il posto non è andato a fuoco sotto la mia supervisione, quindi probabilmente avevano ragione!”
Emily non riusciva a credere a quello che sentiva. Tutte queste persone erano disposte ad aiutarla. Era una sensazione fantastica, ed era travolta dalla loro generosità e dalle loro parole gentili. Pensare che era stata così sprezzante con loro appena arrivata. Quanto erano cambiate le cose in soli pochi mesi.
Ma la sua gioia venne diminuita da un imprevisto. Daniel. Viveva anche lui su quella terra. La sua vita sarebbe stata interrotta incommensurabilmente se avesse aperto un Bed and Breakfast. Avrebbero perso la loro privacy. Non poteva farlo senza prima parlarne con lui. In un qualche modo la cosa aveva il potenziale per funzionare brillantemente per entrambi. Daniel si sarebbe potuto traferire nella casa principale con lei e avrebbero affittato la rimessa come unità indipendente, o addirittura come suite matrimoniale. E la sala da ballo sarebbe stata la sede perfetta dove tenere matrimoni.
La mente di Emily si mise a correre con lei. Magari aveva bevuto un bicchiere di vino di troppo, ma era colma di un ottimismo che non provava da anni. Improvvisamente il futuro sembrava luminoso, esaltante, e sicuro.
Si chiedeva solo perché Daniel non fosse lì a condividere quel momento con lei.
CAPITOLO QUINDICI
Era tardi, e la festa era finita da molto quando Emily finalmente sentì il rumore della moto di Daniel che risaliva la strada e svoltava nel vialetto che portava alla casa. Uscì dal letto e sbirciò dalla finestra la sua sagoma che si toglieva il casco e andava verso la rimessa.
Emily si avvolse nella camicia da notte e scivolò nelle pantofole. Scese di sotto e uscì dal portone principale. L’erba era morbida mentre attraversava il cortile verso la rimessa. Da dentro veniva una luce, che si rovesciava sull’erba.
Bussò alla porta e poi si tenne indietro, abbracciandosi per tener lontana l’aria gelida della notte.
Daniel rispose alla porta. Qualcosa nell’espressione del suo viso le disse che sapeva già che lì fuori ci sarebbe stata lei.
“Dove sei stato?” chiese. “Ti sei perso la festa.”
Daniel fece un respiro profondo. “Senti, perché non entri? Possiamo parlare davanti a una tazza di tè invece di stare qui fuori al freddo.” Le tenne la porta aperta. Emily entrò.
Daniel fece per entrambi il tè ed Emily se ne restò tranquilla per tutto il tempo, aspettando che parlasse lui per primo, che le offrisse una spiegazione per il suo comportamento. Ma lui teneva la bocca cucita e a lei non restarono altre opzioni.
“Daniel,” disse vigorosamente, “perché hai perso la festa? Dov’eri? Ero preoccupata.”
“Lo so. Scusa. È che quella gente non mi piace, okay?” disse. “Sono quelli che mi consideravano spacciato quando ero un ragazzino.”
Emily si accigliò. “È stato vent’anni fa.”
“A quella gente non importa se è stato vent’anni o venti minuti.”
“Cantavi le loro lodi al porto,” disse Emily. “Adesso improvvisamente li odi?”
“Me ne piacciono alcuni,” contestò Daniel. “Ma per la maggior parte sono provinciali dalle menti chiuse. Credimi, sarebbe stato peggio se fossi stato là.”
Emily alzò un sopracciglio. Voleva dirgli che aveva torto, che quella gente si era rivelata gentile e divertente. Che stava cominciando a considerarli amici. Ma l’ultima cosa che voleva era litigare con Daniel quando la loro fase da luna di miele era appena cominciata.
“Perché non mi hai semplicemente detto che non volevi venire alla festa?” disse alla fine, sforzando di mantenere calma la voce. “Mi sono sentita un’idiota ad aspettarti.”
“Scusa.” sospirò Daniel con dispiacere, poi le mise davanti una tazza di tè. “Lo so che non sarei dovuto sparire così. È solo che sono così abituato a stare da solo, a non avere nessuno a cui rendere conto. È parte di chi sono. Avere tutta quella gente intorno all’improvviso, è tanto con cui fare i conti tutto in una volta.”
Emily si dispiacque per lui, per il modo in cui si sentiva più a suo agio da solo. A lei non sembrava una caratteristica particolarmente felice da possedere. Ma comunque ciò non giustificava il suo comportamento.
“Voglio dire, già solo Cynthia da sola sarebbe stata abbastanza tremenda,” aggiunse Daniel con un largo sorriso imbarazzato.
Clamorosamente, Emily rise. “Avresti solo dovuto dirmelo,” disse.
“Lo so,” rispose Daniel. “Se ti prometto di non sparire più così, mi perdoni?”
Emily non riusciva a rimanere arrabbiata con lui. “Immagino di sì,” disse.
Daniel si allungò per prenderle una mano. “Perché non mi dici com’è andata? Di cosa avete parlato?”
Emily lo guardò. “Vuoi che ti racconti le conversazioni della gente che mi hai appena detto di odiare?”
“Non le odierò se vengono da te,” disse Daniel con un sorriso.
Emily alzò gli occhi al cielo. Voleva restare arrabbiata con Daniel ancora un po’ per dargli una lezione, ma proprio non ce la faceva. E poi aveva grosse novità da raccontargli sul Bed and Breakfast che non riusciva più a tenere per sé. Cercò di smorzare il suo entusiasmo ma si scoprì incapace di contenerlo.
“Be’, l’argomento di conversazione principale,” disse, “è stato trasformare la casa in un Bed and Breakfast.”
Daniel quasi sputò fuori il sorso che aveva appena bevuto. Alzò gli occhi oltre l’orlo della tazza. “In cosa?”
Emily si agitò, d’un tratto nervosa all’idea di parlare a Daniel del suo nuovo sogno. E se non l’avesse appoggiata? Le aveva appena detto che stare solo faceva parte di chi era, e ora lei stava per dirgli che avere tutti i tipi di sconosciuti che girovagano su e giù per la proprietà poteva diventare un evento ordinario.
“In un Bed and Breakfast,” disse, con la voce che si era fatta più piccola e più timida.
“Tu lo vuoi fare?” chiese Daniel posando la tazza. “Gestire un Bed and Breakfast?”
Emily avvolse la tazza con le mani come per rassicurarsi e si mosse sulla sedia. “Be’… forse. Non lo so. Cioè dovrei fare due conti prima. Probabilmente non sarò neanche in grado di permettermi di avviarlo.” Balbettava adesso, cercando di minimizzare l’idea, non certa di cosa Daniel ne avrebbe fatto.
“Ma se te lo potessi permettere, è questo che vorresti?” chiese.
Emily guardò su e incontrò i suoi occhi. “Era ciò che volevo fare quando ero più giovane. Era il mio sogno, a dire il vero. Solo che non credevo di esserne capace così ho smesso di pensarci.”
Daniel le si avvicinò e mise la mano sopra le sue. “Emily, saresti bravissima.”
“Lo credi?”
“Lo so.”
“Quindi credi che non sia una terribile idea?”
Daniel scosse la testa e le fece un sorriso a trentadue denti. “È un’idea fantastica!”
Lei si illuminò all’improvviso. “Lo credi davvero?”
“Certo,” aggiunse. “Saresti una padrona di casa fantastica. E se ti servono dei soldi da mettere nel progetto sarei felice di aiutarti. Non ne ho molti ma ti darò tutto quello che ho.”
Anche se toccata dalla sua offerta, Emily scosse la testa. “Non potrei mai prendere i tuoi soldi, Daniel. Tutto quello che mi serve per cominciare è una camera da letto dignitosa e una caffettiera. Una volta arrivato il primo cliente, posso mettere il profitto dritto dritto nell’attività.”
“Anche così,” disse Daniel. “Se ti serve un lavoro di ristrutturazione, del giardinaggio o altro, sappi che sono felice di partecipare.”
“Davvero?” chiese di nuovo Emily, ancora incapace di crederci. “Lo faresti per me?” Pensò ancora alla generosità di Daniel, e a come le era venuto in soccorso nei momenti di bisogno. “Credi davvero che sia una buona idea?”
“Sì,” la rassicurò Daniel. “Mi piace l’idea. Quale camera vorresti sistemare per prima?”
Durante gli ultimi tre mesi di lavoro alla proprietà non avevano fatto molti progressi con il piano di sopra. Erano stati completati solo la vecchia stanza dei genitori di Emily (ora sua) e il bagno. Aveva bisogno di scegliere un’altra stanza su cui concentrarsi.
“Ancora non lo so,” disse Emily. “Probabilmente una di quelle grandi che danno sul retro.”
“Una con la vista sull’oceano?” suggerì Daniel.
Emily si strinse nelle spalle. “Dovrei prima pensarci un altro po’. Ma non ci vorrebbe tanto a sistemare tutto, vero? Potrebbe essere tutto pronto per la stagione turistica. Se ottengo il permesso, ovvio.”
Daniel sembrava essere d’accordo. Davanti alle tazze di tè parlarono di tutti i dettagli, del tempo e dei soldi di cui avrebbero avuto bisogno per sistemare una stanza e mettere insieme un menu in tempo per il flusso turistico estivo.
“Sarebbe rischioso,” disse Daniel distendendosi sulla sedia e osservando il foglio di carta davanti a lui scarabocchiato con costi e somme.
“Sì,” gli diede ragione Emily. “Ma anche lasciare il lavoro e il mio fidanzato dopo sette anni è stato rischioso e guarda come è andata a finire bene.” Si allungò e strinse un braccio di Daniel. mentre lo faceva, sentì esitazione in lui. “Va tutto bene?” chiese, accigliata.
“Sì,” disse Daniel alzandosi e raccogliendo le tazze vuote. “Sono solo stanco. Credo che andrò a dormire.”
Si alzò anche Emily improvvisamente conscia che le stava chiedendo di andarsene. La passione delle sere precedenti sembrava essersi del tutto estinta. Il romanticismo di quella mattina nel giardino delle rose disperso. Il brivido della corsa in moto sulla cima della scogliera andato.
Stringendosi attorno alla vita la camicia da notte, Emily si avvicinò e baciò Daniel sulla guancia. “Ci vediamo dopo?” gli chiese.
“Sì, sì,” rispose, senza guardarla negli occhi.
Frastornata e ferita, Emily lasciò la rimessa e percorse la solitaria e fredda strada fino a casa sua per trascorrere la notte da sola.
*
“’Giorno, Rico!” gridò Emily entrando nel buio e strapieno mercatino delle pulci il giorno dopo.
Invece di Rico, fu la testa di Serena a far capolino da dietro al tavolo che stava abilmente restaurando. “Emily! Come va con il signor Supersexy? Non ho mai avuto l’occasione di parlartene alla festa.”
Daniel era praticamente l’ultima cosa di cui Emily volesse parlare in quel particolare momento. “Se me l’avessi chiesto due giorni fa ti avrei detto che andava benissimo. Ma adesso non ne sono così sicura.”
“Oh?” disse Serena. “È uno di quelli, eh?”
“Uno di cosa?”
“Si buttano troppo e si spaventano a morte fino a congelarsi. L’ho visto milioni di volte.”
Emily non era sicura di come facesse una ragazza di vent’anni ad aver visto una cosa qualunque milioni di volte, ma non lo disse. Non voleva proprio mettersi a parlare di Daniel adesso.
“Allora, sto cercando un paio di pezzi specifici,” disse Emily rovistando in borsa in cerca della lista che lei e Daniel avevano scritto la notte precedente, prima che effettivamente la cacciasse fuori di casa. La porse a Serena. “Non sono pronta a comprare nulla ancora, voglio solo farmi un’idea dei costi.”
“Certo,” disse la donna più giovane, raggiante. “Do un’occhiata in giro.” Stava per avviarsi nel negozio quando si fermò. “Ehi, questa è tutta roba per camere da letto. È…”
“Per un Bed and Breakfast?” Emily sorrise e mosse le sopracciglia. “Certo.”
“Che figata!” esclamò Serena. “Lo farai davvero?”
“Be’,” disse Emily, “Dovrò prima ottenere un permesso, e ciò significa andare a un’assemblea cittadina.”
“Oh pfft, quello sarà facile,” disse Serena scuotendo una mano in aria. “Vuol dire che non tornerai a New York?”
“Prima devo ottenere il permesso,” ripeté Emily con tono leggermente più severo.
“Capito,” disse Serena schioccando le dita. “Prima il permesso.” Fece un largo sorriso e si allontanò.
Emily sorrise a se stessa, felice di sapere che c’era almeno una persona che sembrava volere sinceramente che rimanesse a Sunset Harbor, non solo per via del guadagno che avrebbe portato al posto ma perché lei le piaceva.
Raggiunse il cassetto delle maniglie per le porte e cominciò a guardarci dentro. Rico aveva una collezione che rivaleggiava con quella di suo padre, sebbene quella di Rico fosse in condizioni decisamente migliori. Stava considerando il blu polvere per i colori della stanza, e voleva delle delicate maniglie in vetro per la cassettiera.
Mentre rovistava nel cassetto delle maniglie e dei pomelli, sentì due voci entrare in negozio alle sue spalle.
“Stella ha detto di averlo visto sulla scogliera anche ieri, in giro con la moto per ore e ore,” diceva una delle voci.
Emily si fermò e cercò di sentire meglio. Stavano parlando di Daniel? Aveva un debole per i giri in moto sulla scogliera, e il giorno prima era stato via davvero tanto tempo.
“Ed è venuto al festival al porto l’altro giorno,” disse la seconda voce.
Emily sentì il battito del suo cuore accelerare. Daniel era stato al festival. Be’, come chiunque altro, ma non tutti se ne andavano in moto sulla scogliera. Era sicura che si trattasse di Daniel.
“Non credi che sia tornato a vivere in città, vero?” stava dicendo la seconda voce.
“Be’, Stella sostiene che non se ne sia mai andato,” disse la prima.
“Oddio. Davvero? Il solo pensiero mi dà i brividi. Vuoi dire che è rimasto alla vecchia casa tutto questo tempo?”
“Sì, esattamente. Stella mi ha detto che qualcuno le ha detto che era alla vendita dell’usato della ragazza nuova l’altro giorno.”
Emily sentì ghiacciarsi tutto il corpo mentre le voci proseguivano con le loro chiacchiere.
“Davvero? Mamma mia. Qualcuno dovrebbe avvisarla!”
Ormai sicura che le donne stessero parlando di Daniel, Emily uscì dall’ombra. “Avvisarmi di cosa?” disse freddamente.
Le due donne si zittirono e la guardarono come conigli accecati dai fanali.
“Ho detto,” ripeté Emily, “avvisarmi di cosa?”
“Be’,” cominciò la prima, con la voce che adesso improvvisamente tremava. “È stata Stella a dire di averlo visto.”
“Visto chi?”
“Il figlio dei Morey, ho dimenticato il nome. Dustin. Declan.”
“Douglas,” l’altra donna informò la prima sicura.
“No, è più esotico. Più strano,” contestò la prima.
Emily incrociò le braccia e alzò un sopracciglio. “È Daniel. Che c’è da sapere su di lui?”
“Be’,” disse la prima donna, “ha una cattiva reputazione.”
“Una cattiva reputazione?” disse Emily.
“Con le donne,” aggiunse. “Ha lasciato molte donne col cuore spezzato, quel Declan.”
“Douglas,” disse la seconda donna.
“Daniel,” le corresse entrambe Emily.
La prima scosse la testa. “Non è Daniel, cara. Non ricordo il nome ma sicuramente non è Daniel.”
“Ti dico che è Douglas,” disse la seconda.
Emily cominciava a sentirsi frustrata. Non voleva credere a quello che le donne stavano dicendo di Daniel – sulle donne del suo passato – ma non poteva sottrarsi all’irritante dubbio che le stavano mettendo in testa. “Sentite, sono sicura che è stato molto tempo fa. Le persone cambiano. Daniel non è più così e non voglio parlare di questo con voi. Dovreste occuparvi dei fatti vostri, okay?”
La prima si accigliò. “Non è Daniel! Sinceramente, ragazza, vivo in questa città da molto più tempo di te. Quel ragazzo non si chiama Daniel.”
La seconda batté le mani. “Eccolo. Dashiel.”
“Sì, è quello! Dashiel Morey.”
Proprio allora riapparve Serena. Si fermò a metà di un passo quando vide le due anziane lì ed Emily sconvolta.
“Devo andare,” disse Emily voltandosi e uscendo dal negozio.
“Aspetta, e la tua lista?” urlò Serena mentre Emily scompariva.
Non appena fu uscita al sole primaverile, Emily si piegò e fece respiri profondi. Era in iperventilazione. La sua mente sembrava girare in cerchio. Sebbene sapesse che le vecchie erano solo delle ficcanaso, non poteva fare a meno di sentirsi turbata da quello che avevano detto, da quanto fossero sicure del nome di Daniel, delle sue passate indiscrezioni con le donne. E anche se Emily era stata con Daniel con la testa, il corpo e l’anima, capì improvvisamente e in modo spaventoso che in realtà non lo conosceva affatto, che era impossibile conoscere davvero una persona, comunque. Gliel’aveva insegnato suo padre. Se un uomo amorevole poteva lasciare la sua famiglia e non farsi vedere più, allora un ragazzo che conosceva da pochi mesi poteva mentire sul suo nome.
E sulle sue intenzioni.
CAPITOLO SEDICI
Emily guidò fin casa veloce, con la vista annebbiata dalle lacrime. Non voleva reagire in maniera eccessiva ma davvero non aveva altre opzioni. Daniel le aveva mentito sulla parte più fondamentale del suo essere: il nome. Che genere di persona faceva una cosa del genere? Anche se l’aveva cambiato perché lo odiava o lo imbarazzava, era il genere di cosa che Emily si aspettava saltasse fuori in una conversazione a un certo punto. Lei non si faceva chiamare con il suo nome completo Emily Jane ma ne aveva comunque parlato a Daniel e anche allora, in quella specifica conversazione sui nomi, Daniel non aveva aperto bocca e non aveva detto nulla. Cosa che le faceva pensare che fosse stato per nasconderle deliberatamente la sua identità.
E se poteva mentire su quello, allora forse anche quello che avevano detto le donne sulla strage di cuori che aveva fatto poteva essere vero.
Mentre parcheggiata davanti a casa, Emily vide che Daniel era in giardino a occuparsi degli arbusti. Alzò gli occhi, corrugando la fronte al rumore della macchina che sgommava e dello stridio dei freni quando Emily inchiodò. Parcheggiò senza cura tutta storta, poi saltò fuori dal sedile del passeggero, lasciando l’auto con il motore acceso e la portiera spalancata. Poi si fiondò attraverso il cortile puntando dritta su Daniel.
“Chi sei tu?” urlò colpendolo al petto non appena l’ebbe raggiunto.
Daniel vacillò all’indietro, scioccato e confuso. “Che diavolo di domanda è?”
“Dimmelo!” gridò Emily. “Non ti chiamo Daniel, vero? Ti chiami Dashiel. Dashiel Morey.”
Si formò una grinza tra le sopracciglia di Daniel. “Come…”
“Come l’ho scoperto?” urlò Emily in tono accusatorio. “L’ho dovuto sentire da due vecchie al mercato delle pulci. Perché tu non hai avuto le palle di dirmelo. Lo sai quanto umiliante è stato per me?” Riusciva a sentire il sangue bollirle al ricordo mortificante.
“Emily, guarda che posso spiegare,” disse Daniel posandole le mani sulle spalle.
Emily si scostò le mani di lui dalle spalle. “Non toccarmi. Mi hai mentito per tutto questo tempo. È vero. Solo rispondimi. Ti chiami davvero Dashiel?”
“Sì. Ma solo il mio nome è cambiato. È…”
“Non posso crederci. E le donne? È vero anche quello, no!” Alzò le mani in aria esasperata.
“Le donne?” chiese Daniel accigliandosi.
“Tutti i cuori che hai spezzato! Hai una brutta reputazione, Daniel. O dovrei dire Dashiel?” Si voltò, con le lacrime che le pungevano gli occhi. “Non so neanche più chi sei ormai.”
Daniel sospirò con emozione. “Sì che lo sai, Emily. Sono esattamente la stessa persona che sono sempre stato.”
“Ma CHI?” urlò Emily, portandosi le mani al viso. “Un criminale violento che manda la gente all’ospedale? Un sensibile fotografo che scappa di casa? Una specie di don Giovanni che usa le donne e poi le scarica quando ha finito con loro? O sei solo il silenzioso e timido custode che vive alle mie spalle?”
La bocca di Daniel si aprì ed Emily seppe di essersi spinta troppo oltre. Ma non riusciva a sopportare di essere stata ingannata, da Daniel soprattutto, dopo tutto quello che avevano passato insieme. Aveva condiviso così tanto con lui – i suoi sogni, il suo dolore, il suo passato, il suo letto. Si era fidata di lui, forse ingenuamente.
“Questo è un colpo basso,” disse Daniel.
“Ti voglio fuori dalla mia terra,” gridò Emily. “Fuori dalla mia rimessa. Vattene! Prendi la tua stupida moto con te!”
Daniel la fissava e basta, la sua espressione stava tra l’inorridito e l’amareggiato. Emily non aveva mai pensato di vederlo così. Fu una pugnalata al cuore vederlo con quello sguardo negli occhi, sapere che era diretto a lei, e che erano state le sue parole crudeli a causarlo.
Daniel non proferì parola. Andò calmo al garage e portò fuori la moto. Poi la avviò, le diede un ultima occhiata di pietra, e se ne andò.
Emily lo guardò andare, le mani chiuse in pugni stretti, il cuore che batteva selvaggio, chiedendosi se sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto.
*
Emily tornò stancamente in casa. Il litigio con Daniel l’aveva scaricata, resa esausta. Voleva disperatamente parlare con Amy, ma di recente aveva avuto la sensazione che la sua amica si fosse stufata di lei. Il loro scambio di messaggi si era fatto più rado, meno frequente, e passavano giorni senza sue notizie. Chiamarla adesso con l’angoscia per un uomo, senza neanche aver detto ad Amy che stava uscendo con qualcuno, probabilmente avrebbe posto fine alla loro amicizia.
Mentre camminava lungo il corridoio, le pareva che tutto fosse stato contaminato da Daniel. La chiazza di pittura sulle assi del pavimento vicino alla scala dove lui aveva starnutito mentre dipingevano l’ingresso. Il quadro leggermente sbilenco su cui avevano lavorato quasi un’ora per metterlo dritto prima di lasciar perdere e concludere che semplicemente doveva essere il muro storto, non il quadro. Ovunque si voltasse, c’era un ricordo di Daniel. Ma proprio adesso Emily voleva ritagliarsi uno spazio da lui, non solo fisicamente ma mentalmente. E fu lì che le venne in mente che c’era una stanza della casa nella quale non aveva ancora messo piede, che non era contaminata da Daniel. Una stanza che era rimasta assolutamente preservata, non solo per gli ultimi vent’anni ma per ventotto. Ed era la camera da letto che avevano condiviso lei e Charlotte.
Emily adesso salì le scale, piena di angoscia. Da quando era arrivata lì aveva evitato quella stanza. Era un’abitudine che aveva preso dai suoi genitori, che non ci erano più entrati dopo la morte di Charlotte. Avevano immediatamente trasferito Emily in un’altra stanza della casa, avevano chiuso la porta della camera che ricordava loro la figlia deceduta, e semplicemente non l’avevano aperta più. Come se fosse così facile sradicare il dolore per la sua morte.
Emily percorse il corridoio e raggiunse la porta. Vedeva i piccoli graffi e i bozzi sul legno risalenti a quando lei e sua sorella sbattevano senza attenzione la porta giocando a prendersi. Vi posò la mano contro, chiedendosi se quello fosse il momento sbagliato per farlo dato che era già in un fragile stato, o se volesse entrarci per punirsi, un modo per causarsi del dolore autoinflitto. Ma voleva stare vicina a sua sorella. La morte di Charlotte le aveva rubato il fatto di avere una persona di cui fidarsi. Non aveva mai potuto parlarle di guai con i ragazzi né delle pene delle relazioni. Adesso le sembrava che questo fosse il modo in cui avrebbe potuto avvicinarsi di più alla sorella. E quindi strinse la maniglia, la girò, e attraversò l’uscio fin dentro una stanza conservata nel tempo.
Entrare fu come disseppellire una capsula del tempo o entrare in una foto di famiglia. Emily fu immediatamente colpita da un totalizzante senso di nostalgia. Ogni odore, sebbene nascosto dall’aroma della polvere, le portò ricordi e sentimenti che non aveva dimenticato. Fu incapace di trattenere le lacrime. Le venne strappato un grosso singhiozzo e strinse forte la bocca facendo un passettino in più nella stanza che conteneva tutte quelle preziose memorie di sua sorella.
Alle ragazze era stata data la stanza più grande della casa. C’erano un mezzanino da un lato e delle enormi finestre che partivano dal pavimento e arrivavano al soffitto con la vista sull’oceano. Emily rivide quando faceva salire le bambole sulla scala a pioli del mezzanino, fingendo che si trattasse di una montagna e che loro fossero intrepide esploratrici. Emily sorrise malinconica a se stessa al ricordo di un tempo così lontano.
Si aggirò per la stanza, raccogliendo oggetti che non venivano toccati da quasi tre decadi. Un salvadanaio con la forma di un orso. Un pony di plastica rosa fluorescente. Non poté fare a meno di lasciar andare una risata davanti a tutti i vistosi giocattoli con cui lei e Charlotte avevano riempito la stanza. Doveva aver fatto impazzire sua madre che le ragazze stessero nella stanza più bella ed elegante della casa e che l’avessero riempita di piovre color arcobaleno. Persino la casa di bambole in legno nell’angolo era stata coperta di adesivi e lustrini.
C’era un grande armadio a muro a un lato della stanza. Emily si chiese se i loro abiti da principessine fossero ancora lì. Avevano tutti quelli Disney. La sua preferita era la Sirenetta e quella di Charlotte Cenerentola. Emily si avvicinò e aprì la porta dell’armadio. Quando guardò dentro scoprì che tutti i costumi di Charlotte erano ancora appesi lì, intatti dalla sua morte.
Improvvisamente guardare i vestiti portò a Emily un altro flashback. Ma questo era molto più vivido dei frammenti di ricordo che le erano venuti in mente passeggiando per la stanza. Questo flashback sembrava reale, immediato, e pericoloso. Si aggrappò al muro per sorreggersi quando vide, con chiarezza, il momento in cui la sua presa sulla mano di Charlotte era scivolata e la bambina era scomparsa, il suo impermeabile rosso brillante ingoiato dalla pioggia grigia.
“No!” urlò Emily, sapendo come la storia finiva e desiderando disperatamente fermare l’inevitabile, il momento in cui sua sorella era caduta nell’acqua ed era annegata.
Poi d’un tratto la visione era terminata ed Emily era di nuovo nella stanza, i palmi viscidi di sudore, il cuore che batteva velocemente. Abbassò lo sguardo per scoprire che era aggrappata stretta alla manica proprio di quell’impermeabile; il suo disegno a pallini inconfondibile. Doveva averlo afferrato durante il terrificante ricordo.
Aspetta, pensò Emily all’improvviso, guardando il piccolo impermeabile rosso nella sua mano.
Frugò nell’armadio e trovò gli stivali con disegnate coccinelle di Charlotte.
Emily aveva sempre creduto che Charlotte fosse caduta nell’acqua e annegata perché le aveva lasciato andare la mano durante la tempesta. Ma qui c’erano i suoi vestiti. A meno che sua madre non li avesse fatti lavare dopo che il corpo di Charlotte gli era stato restituito, e che poi li avesse rimessi nell’armadio con tutti gli altri suoi vestiti, Charlotte doveva essere tornata a casa quel giorno, viva e vegeta. Poteva essere che Emily avesse fuso due momenti nella sua mente? Che la morte di Charlotte fosse avvenuta dopo la tempesta? Che fosse stata causata da qualcos’altro?
Come un razzo, Emily corse fuori dalla stanza e scese di sotto dove il suo cellulare era sul solito tavolino vicino al portone principale. Lo afferrò, scorse i numeri e chiamò sua madre. Il suono dello squillo le riempì l’orecchio.
“Dai, rispondi,” borbottò sottovoce, sperando che la madre rispondesse.
Alla fine sentì il rumore statico che indicava che la chiamata era stata presa, e poi la voce di sua madre, per la prima volta da mesi.
“Mi stavo chiedendo quando avresti preso su il telefono per scusarti con me di essere scappata da New York.”
“Mamma,” balbettò Emily. “Non è per questo che ho chiamato. Devo parlare con te di una cosa.”
“Fammi indovinare,” disse lei, sospirando. “Ti servono soldi. È questo?”
“No,” disse Emily vigorosamente. “Devo parlare con te di Charlotte.”
Ci fu un lungo, pesante silenzio all’altro capo della linea.
“No, non devi,” disse alla fine sua madre.
“Sì che devo,” insistette Emily.
“È stato molto tempo fa,” disse sua madre. “Non voglio rivangare il passato.”
Ma Emily non le avrebbe più permesso di tirare fuori scuse. “Per favore,” la pregò. “Non voglio non poterne parlare più. Non voglio dimenticare. Siamo rimaste solo noi due.”
Con questo sua madre parve raddolcirsi. Ma fu più calma di quanto fosse stata mai. “Cosa ti ha fatto decidere di voler improvvisamente parlare di lei?”
Emily si morse le labbra, sapendo che la madre non avrebbe gradito la risposta. “È stato papà, a dire il vero. Mi ha lasciato una lettera.”
“Oh, davvero?” disse sua madre, con un’amarezza nella voce inconfondibile. “Che carino da parte sua.” Emily cercò di non nutrire la rabbia della madre. Non voleva rientrare in quel vecchio discorso su suo padre. “E cosa dice la lettera di Charlotte?”
Emily spostava il peso da un piede all’altro. Anche dopo mesi lontano dalla sua stupefatta madre, il vecchio bisogno di accontentarla si rifaceva vivo, rendendola ansiosa e agitata. Le ci volle un momento per formulare la frase, per cacciare fuori le parole che aveva bisogno di dire.
“Be’, dice che non è stata colpa mia se Charlotte è morta.”
Ci fu un’altra lunga pausa all’altro capo del filo. “Non sapevo che pensassi fosse colpa tua.”
“Perché avresti dovuto?” disse Emily. “Non ne abbiamo mai parlato.”
“Perché non credevo che ci fosse qualcosa di cui parlare,” disse sua madre sulla difensiva. “È stato un incidente ed è morta e basta. Che cosa diavolo ti ha dato l’impressione che fosse colpa tua?”
Emily si sentì la testa girare di nuovo. Era così strano essere coinvolta in questa conversazione con sua madre dopo così tanti anni di silenzio, e così tanti mesi di separazione. Sentì una scheggia di dolore conficcarsi in gola quando le lacrime arrivarono agli occhi. “Perché le ho lasciato andare la mano durante la tempesta,” balbettò attraverso i singhiozzi. “L’ho persa e poi è annegata nell’oceano.”
Sua madre sospirò forte. “Non è stato l’oceano, Emily. Non è così che è morta.”
A Emily parve che il mondo le andasse in pezzi attorno. Tutto ciò che aveva creduto vero si stava frantumando. Non solo Daniel aveva tradito la sua fiducia, ma adesso non poteva neanche far affidamento sui suoi ricordi?
“Allora come è morta?” chiese Emily piano con voce nervosa.
“Davvero non te lo ricordi?” le chiese la madre, scioccata e confusa allo stesso tempo. “Emily, tua sorella è annegata nella piscina. Non aveva niente a che fare con te né con la tempesta.”
“Piscina?” ripeté Emily sbalordita.
Ma non appena le parole ebbero lasciato le sue labbra ecco che un nugolo di ricordi si abbatté su Emily. Lasciò cadere il telefono e corse allo studio di suo padre. Lì afferrò il portachiavi che aveva trovato nella cassaforte, con tutte le sue chiavi. Attraversò la casa di corsa, il rumore dei pesanti passi agitarono i cuccioli e li fecero abbaiare dalla rabbia.
Uscì fuori dalla porta principale senza preoccuparsi di indossare le scarpe, e corse al granaio. Raj aveva rimosso l’albero dal tetto, quindi doveva solo scavalcare le assi rotte per entrare. Superò la camera oscura distrutta e le scatole che contenevano i resti rovinati dalla pioggia delle foto di Daniel, poi andò alla porta che aveva visto la prima volta che era stata lì, la porta che portava in nessun posto. Andò a tentativi con le chiavi, provandone una dopo l’altra, finché non trovò quella giusta per la serratura, la girò e aprì.
Si spalancò e picchiò dall’altra parte, con un botto che fece l’eco. Emily sbirciò la nuova stanza non ancora scoperta. Ed eccola. La grande e vuota piscina nella quale era annegata Charlotte, cambiando così il corso della vita di Emily per sempre.
Riusciva a vederla adesso, la sua sorellina vestita con il suo pigiama degli orsetti del cuore, a faccia in giù nell’acqua. I ricordi le si riversarono addosso con la forza di uno tsunami.
I suoi genitori avevano detto loro che avrebbero preso una piscina per la casa estiva. Lei e Charlotte avevano continuato a cercare di indovinare dove sarebbe stata messa la piscina, avevano curiosato in diverse stanze alla sua ricerca, poi alla fine l’avevano trovata nell’annesso. Charlotte voleva nuotare subito, ma Emily sapeva che non avevano il permesso senza supervisione e aveva ricordato alla sorellina di mantenere il segreto che avevano trovato la piscina. Quella sera la madre era uscita e il padre si era addormentato sul divano. Charlotte doveva essere uscita dal letto per andare a farsi una nuotata di nascosto. Emily era stata svegliata da qualcosa, forse dall’inusuale silenzio dato dalla mancanza del russare di Charlotte nel letto accanto al suo. Era andata a cercarla e l’aveva trovata nella piscina. Era stata Emily a dover svegliare il padre dal suo torpore da ubriaco.
Emily scosse la testa, sentendosi improvvisamente nauseata. Non voleva crederci. Era per quello che non se lo ricordava? Perché vedere la sorella morta l’aveva traumatizzata così tanto da rimuovere tutto? E la sua mente, nel tentativo di riempire i vuoti, aveva trasformato il senso di colpa che aveva provato per aver svegliato il padre in un senso di colpa di altro tipo, in una responsabilità maggiore?
Non era stata la tempesta. Non era stata colpa sua. Aveva vissuto sotto una nube di colpa tutti questi anni senza alcuna ragione – solo perché aveva imparato dai suoi genitori a ignorare i problemi, a dimenticare le cose che non le piacevano del suo passato. A causa loro aveva represso il trauma di aver trovato Charlotte a galleggiare faccia in giù senza vita nella piscina ventotto anni prima, e la sua mente aveva cercato di riempire i vuoti, di spiegare l’assenza di Charlotte, scegliendo i ricordi che avevano più senso.
Davvero non era colpa sua.
Emily crollò in ginocchio a bordo piscina e pianse.
*
Fu l’abbaiare convulso di Mogsy a farle finalmente riprendere i sensi. Emily guardò su, non certa di quanto fosse rimasta seduta lì a lato della piscina a fissare il vuoto, ma quando si alzò e tornò nel granaio, il cielo che riusciva a vedere attraverso il buco del tetto era nero. Le stelle le strizzavano l’occhio e la luna era caliginosa. Fu allora che Emily capì che era oscurata dal fumo. Annusò e sentì odore di bruciato.
Con il cuore a mille, attraversò di corsa il granaio e uscì sul prato. Vide la casa davanti a sé e il fumo levarsi a ondate dalla finestra della cucina. Mogsy e i cuccioli abbaiavano da là dentro.
“Oddio, no,” urlò forte correndo attraverso il prato.
Arrivata alla porta della cucina, cercò di afferrare la maniglia quando un’improvvisa forza la spinse via. Inciampò e guardò su. Era Daniel, d’un tratto apparso dal nulla.
“Sei stato tu?” gridò, terrorizzata all’idea che avesse provocato un incendio per vendetta.
Daniel la fissò, inorridito dall’accusa. “Se apri la porta crei un risucchio di aria. La fiamme correranno verso l’ossigeno. Verso di te. Ti stavo salvando la vita!”
Emily aveva ancora troppa paura per sentirsi in colpa. Tutto ciò a cui poteva pensare erano casa sua che andava a fuoco e i cuccioli intrappolati dentro, l’acuto abbaiare che le faceva l’eco nelle orecchie. Attraverso la finestra della cucina vedeva le fiamme arancioni danzare verso l’alto.
“Che cosa facciamo?” gli urlò, afferrandosi i capelli dal panico, la mente vuota.
Daniel corse alla canna per innaffiare il prato appesa alla parete della casa. Ruotò la maniglia e l’acqua cominciò a zampillare fuori. Poi spaccò la finestra della porta della cucina con il gomito e si abbassò quando le fiamme vennero attirate dalla fonte di ossigeno, sporgendosi sopra di lui. Mise la canna attraverso la finestra e spense le fiamme.
“Vai alla rimessa,” gridò a Emily. “Chiama i pompieri.”
Emily non riusciva a credere che stesse accadendo. Le girava la testa, piena di confusione e terrore. Casa sua andava a fuoco. Dopo tutto il lavoro che ci avevano fatto, tutto quanto stava letteralmente bruciando.
Arrivò alla rimessa e aprì la porta. Afferrò il telefono e riuscì a malapena a digitare il 9-1-1.
“Fuoco!” urlò quando la chiamata venne connessa all’operatore delle emergenze. “West Street!”
Non appena trasmessa l’informazione tornò alla casa. Daniel non si vedeva da nessuna parte e la porta era spalancata. Emily capì che era entrato.
“Daniel!” gridò, il terrore aveva preso il sopravvento. “Dove sei?”
Solo allora Daniel emerse dal fumo, con in braccio il cesto con i cuccioli che uggiolavano, Mogsy che gli sfrecciava alle calcagna.
Emily cadde sulle ginocchia e prese i cuccioli in braccio, così sollevata che stessero bene. Erano macchiati di fuliggine. Afferrò Rain e gli tolse la cenere dagli occhi, poi fece lo stesso con gli altri. Mogsy le leccò la faccia e scodinzolò come se possedesse la capacità di comprendere la gravità della situazione.
Proprio allora Emily vide le luci lampeggianti riflesse sull’erba. Si voltò per vedere il camion dei vigili del fuoco correre ululando lungo la strada solitamente tranquilla. Arrivò dritto alla casa, poi i pompieri balzarono giù e passarono all’azione.
“C’è qualcuno all’interno della proprietà?” le chiese uno.
Scosse la testa e li guardò, sconvolta fino al silenzio, correre dentro alla cucina.
Daniel le si avvicinò esitante. Lei lo guardò, i suoi capelli pieni di cenere e i suoi vestiti coperti di fuliggine.
“Se avessi solo sistemato quella dannata porta,” disse.
Emily lasciò andare un mezzo singhiozzo che era anche una mezza risata. “Grazie per essere tornato,” disse piano.
Daniel si limitò ad annuire. Si voltarono verso la casa e guardarono silenziosamente mentre la nuvola di fumo si trasformava in niente più che una cresta sottile.
Qualche istante dopo, i pompieri riemersero. Il capo andò da Emily.
“Che cosa è accaduto?” gli chiese.
“Sembra che avesse un tostapane difettoso,” disse, tenendo in mano l’oggetto distrutto.
“Ci sono molti danni?” Si preparò alle notizie.
“Solo danni da fumo causati dallo scioglimento della plastica. Dovrà arieggiare il posto per un po’. Il fumo è tossico.”
Emily fu così sollevata dal sentire che la casa aveva subito solo danni minori dati dal fumo che gettò le braccia al collo del pompiere. “Grazie!” urlò. “Grazie davvero!”
“Faccio solo il mio lavoro, Emily,” rispose.
“Aspetti, lei conosce il mio nome?” chiese Emily, facendosi indietro.
“Per via di mio padre,” rispose il pompiere. “Le è molto affezionato.”
“Chi è suo padre?”
“Birk della pompa di benzina. Io sono Jason, il figlio maggiore. Sa, la prossima volta che dà una festa, mi inviti, okay? Non credo che papà si sia mai divertito tanto in tutta la sua vita come quella sera. Se è una padrona di casa così brava, voglio esserci anch’io.”
“Ti inviterò,” rispose Emily, un pochino sconvolta dagli eventi della serata, e dal modo in cui tutti conoscevano tutti in quella piccola cittadina.
Emily e Daniel si alzarono in piedi e guardarono il camion andarsene, poi entrarono per stimare i danni. Oltre alla puzza, a una macchia nera che correva lungo il muro e a un rettangolo fuso sul piano di lavoro, la cucina era a posto.
“Posso pagare per la finestra rotta,” disse Daniel.
“Non essere sciocco,” rispose Emily. “Mi stavi aiutando.”
“Era un fuocherello. Ho esagerato. Solo che non volevo che Mogsy e i cuccioli soffocassero col fumo.” Prese Mogsy e la grattò dietro alle orecchie e lei lo premiò leccandogli il naso.
“Hai fatto la cosa giusta,” aggiunse lei. “Gli incendi si possono diffondere in un attimo. Grazie alla canna dell’acqua che hai preso prima che accadesse.” Guardò Daniel, il suo capo chino e le spalle piegate. “Che cosa ti ha fatto tornare?” gli chiese.
Daniel si morse le labbra. “Non mi hai dato modo di spiegare. Volevo difendermi.”
Dopo tutto quello che aveva fatto per lei, Emily glielo doveva. “Okay. Vai. Difenditi.”
Daniel prese una sedia e si sedette al tavolo della cucina. “Dashiel è il nome con cui sono nato,” cominciò. “Ma era anche il nome di mio padre. Per quello mi hanno chiamato così. Quindi l’ho cambiato legalmente quando me ne sono andato di casa perché non volevo diventare un fannullone alcolizzato come lui.”
Emily si mosse a disagio. Anche il suo, di padre, beveva spesso. Era un’altra cosa che lei e Daniel avevano in comune?
“Quella gente in città,” continuò Daniel. “Mi ricordano come Dashiel perché vogliono che sia cattivo. Vogliono che diventi lui. Che diventi cattivo.” Scosse la testa.
Emily si sentiva diventare piccola dall’imbarazzo, lì sulla sedia. “E le donne?”
Lui si strinse nelle spalle. “Abbiamo tutti relazioni passate, no? Non credo di averne avute più di quanto sarebbe normale per un giovane di questi giorni e della mia età. Quelle donne probabilmente sono sospettose perché non mi sono mai sposato, sai? Credono che sia un don Giovanni perché sono uscito con qualcuna, ho avuto qualche relazione lunga ma non mi sono mai sistemato. Non sono un monaco, Emily. Ho avuto degli amori passati. Ma credo che tu saresti più confusa se non li avessi avuti!”
“È vero,” disse, sentendosi anche più tormentata dal rimorso. “Scusami per essermi lasciata prendere da queste cose. Per essermi lasciata convincere che sei un cattivo ragazzo.”
“Adesso lo vedi che non lo sono? Che non sono il ragazzo che manda la gente all’ospedale? Che non può prendersi nessuna responsabilità e che è destinato a fallire? Che ti terrebbe in sospeso con le romanticherie per poi dar fuoco alla tua casa?”
Quando lo disse a voce alta, suonò un po’ assurdo. “Adesso lo vedo,” disse lei con voce timida.
“E tu LO SAI chi sono. Sono il ragazzo che se ne stava qui con te durante una tempesta a prendersi cura di un cucciolo affinché tornasse in salute. Che ti ha portato a un giardino di rose segreto in una calda giornata primaverile. Che ti ha comprato lo zucchero filato. Che ti ha baciato e ha fatto l’amore con te.”
Allungò la mano per stringergliela. Emily la guardò, il palmo aperto e invitante, poi fece scivolare la mano nella sua e intrecciò le dita con le sue.
“Non dimenticarti che sei anche il ragazzo che mi ha salvato da un forno infernale,” aggiunse.
Daniel sorrise e annuì. “Sì. Sono anche quel ragazzo. Un ragazzo che non vorrebbe mai farti soffrire.”
“Bene,” disse Emily. Si inclinò e lo baciò con tenerezza. “Perché quel ragazzo non mi dispiace proprio per niente.”
CAPITOLO DICIASSETTE
Quella notte, Emily e Daniel riaccesero la loro relazione, e anche se il dramma del giorno non fu affatto dimenticato tra le lenzuola del letto, il perdono arrivò sotto forma di carezze, i sentimenti cattivi vennero mandati via a suon di baci.
Quando arrivò il mattino, facendo splendere la luce brillante dell’estate attraverso le tende, si risvegliarono entrambi.
“Non credo che ti preparerò la colazione,” disse Daniel. “Ora che il tostapane è esploso.”
Emily gemette e lasciò ricadere la testa sul cuscino. “Ti prego, non ricordarmelo.”
“Dai,” disse Daniel. “Andiamo a fare colazione da Joe.” Saltò fuori dal letto e si mise i jeans, poi allungò la mano perché Emily la prendesse.
“Non possiamo dormire ancora un po’?” rispose Emily. “Abbiamo avuto una serata impegnativa, se te lo ricordi.”
Daniel scosse la testa. Sembrava decisamente troppo energico per il mattino presto. “Pensavo che volessi gestire un Bed and Breakfast,” esclamò. “Non te ne starai a perdere tanto tempo a letto quando avrai degli ospiti.”
“Ed ecco perché perderò tempo a letto adesso,” disse Emily.
Daniel la strappò dal letto, Emily gridava e rideva, e la mise sullo sgabello davanti alla cassettiera.
“Oh, sembra che adesso tu sia in piedi comunque,” disse Daniel con un sorriso sfacciato. “A questo punto puoi anche vestirti.”
Quando Emily fu vestita, Daniel la portò da Joe. Ordinarono entrambi caffè e waffle, poi si misero a fare due conti. Emily aveva sempre avuto terrore di rimanere senza soldi e se davvero decideva di dare inizio all’idea del Bed and Breakfast, doveva usare tutti i suoi risparmi. Le sue riserve per i tre mesi lì le avrebbe spese tutte. Se andava male, sarebbe rimasta senza niente. Guardare la lista di cose che doveva comprare era scoraggiante. Dalle cose costose fino al ridicolo come il restauro della finestra Tiffany nella sala da ballo, a quelle più economiche come sostituire il tostapane saltato per aria, Emily non era sicura di potercela fare.
Lasciò cadere la penna. “È troppo,” disse. “Costa troppo.”
Daniel allungò un braccio e prese in mano la penna. Fece una croce sull’oggetto meno costoso della lista, il tostapane.
“Perché l’hai fatto?” chiese Emily corrucciandosi.
“Perché dopo colazione andrò ai grandi magazzini e te ne comprerò uno nuovo,” disse.
“Non sei tenuto a farlo.”
“Hai ragione. Ma voglio farlo.”
“Daniel…” lo mise in guardia lei.
“Ho dei risparmi,” rispose. “E voglio aiutarti.”
“Ma dovrei vendere i pezzi di antiquariato prima che tu ti metta a fare sacrifici per me.”
“Vuoi farlo davvero?” chiese Daniel. “Vendere i tesori di tuo padre?”
Scosse la testa. “No. Il loro valore sentimentale è troppo alto.”
“Allora lascia che ti aiuti.” Le strinse la mano. “È solo un tostapane.”
Sapeva che Daniel non poteva essere troppo ricco. Anche se la rimessa era arredata con gusto, viveva lì senza pagare l’affitto da vent’anni. Non riceveva del denaro dal lavoro sulla sua terra e probabilmente faceva lavoretti di riparazione qui e là, giusto per la benzina e il cibo e la legna per il fuoco. Anche se la metteva a disagio sapere che Daniel avrebbe usato i soldi dei suoi risparmi, annuì.
“E non si può mai sapere,” disse Daniel. “La gente della città potrebbe aiutarti. Il mio amico George ha detto che sarebbe venuto a dare un’occhiata alla finestra Tiffany per vedere se poteva fare qualcosa per restaurarla.”
“Davvero?”
“Certo. Alla gente piace dare una mano. E le piacciono anche i soldi. Forse alcuni investiranno su di te.”
“Forse,” disse Emily. “Anche se non hanno nessuna ragione per farlo.”
Daniel si strinse nelle spalle. “Raj non aveva ragione di abbattere quell’albero per te ma l’ha fatto lo stesso. Ad alcune persone semplicemente piace aiutare.”
“Ma chi qui intorno ha quella quelle cifre?”
“Rico?” suggerì Daniel bevendo una sorsata del suo caffè. “Scommetto che è seduto su un gran mucchio di soldi.”
“Rico?” esclamò Emily. “Si ricorda a malapena come mi chiamo.” Sospirò, stanca e ansiosa. “Davvero, l’unica persona ricca è Trevor Mann. E sappiamo tutti cosa pensa di me.”
“Probabilmente molto molto peggio rispetto a quello che pensava prima grazie alla visita notturna dei pompieri.”
Emily gemette e Daniel le strinse il braccio per rassicurarla.
“Non ti mentirò, Emily,” disse. “Farlo sarebbe un grosso rischio. Ma sono qui per aiutarti, e scommetto che lo farà anche il resto della città. Fa’ quello che ritieni giusto, ma sappi che qualunque cosa deciderai non sarai sola.”
Emily sorrise, le dita gli accarezzavano delicate il braccio per tutta la lunghezza, rassicurata dalle sue parole.
“Se trovassi un po’ di soldi,” disse, “cosa sarebbe la prima cosa che faresti?”
Emily ci pensò a lungo. “Vorrei una reception diversa. Il foyer sembra così vuoto, al momento.”
“Ah sì?” disse Daniel. “Cosa ci metteresti, in un mondo ideale, se non ci fossero problemi di soldi?”
“Be’, ci vorrebbe un pezzo su misura in realtà,” disse Emily prendendo il telefono e mettendosi a cercare su Google e su eBay. “Qualcosa del genere!” disse mostrandogli lo schermo e il fantastico pezzo di Art Deco.
Daniel fischiò. “Carino davvero.”
“Già,” disse Emily. “E guarda il prezzo. Appena un migliaio di dollari fuori dal mio budget.” Poi alzò lo sguardo e fece un sorrisetto a Daniel. “Ma se non hai idee per il mio compleanno…” Rimise giù il telefono e sospirò. “Comunque sto correndo troppo. Non ho ancora il permesso.”
“Ho piena fiducia che otterrai il permesso,” disse Daniel. Poi si alzò all’improvviso, allontanando il piatto. “Andiamo,” disse.
“Dove?” chiese Emily.
“Da Rico. Vediamo se c’è qualcosa che magari vorresti comprare.”
Emily era riluttante a tornare da Rico, in parte perché la casa era più o meno finita, ma anche per la sgradevole esperienza che aveva avuto il giorno prima. Il pensiero di tornarci la innervosiva e non aveva voglia di rivivere il momento. Ma con Daniel che le teneva la mano, forse non sarebbe stato così male.
“Abbiamo appena guardato il mio budget! Non ho i soldi per comprare niente di bello!” contestò.
“Lo sai com’è fatto Rico. Potrebbe esserci qualche perla nascosta lì da qualche parte.”
“Ne dubito,” rispose Emily. Praticamente aveva passato al setaccio ogni millimetro di quel posto. Ma l’idea di fare spese con Daniel, di avvicinarsi di un passettino al suo sogno, era un’esperienza troppo divertente per perdersela. Emily decise allora che qualunque gossip le persone del luogo avrebbero fatto su di loro sarebbe stata capace di gestirlo. Guardò il blocchetto pieno di dati e cifre, poi lo chiuse di colpo.
“Andiamo,” disse.
*
“Ecco la mia coppia preferita,” disse Serena quando vide entrare al mercatino delle pulci Emily e Daniel. Era davvero stupenda quel giorno con un prendisole a fiori, come sempre multicolore. Li baciò a turno sulle guance. “Com’è il Bed and Breakfast?”
“Assolutamente fantastico,” disse Daniel cingendo Emily con un braccio. “Emily ha fatto un lavoro meraviglioso.”
Emily sorrise e Serena le strizzò l’occhio.
“Allora è finito?” chiese. “Quand’è l’inaugurazione? Darai un’altra delle tue feste? Quello stufato era buono da morire. Ooh, mi ha fatto venire in mente una cosa, puoi scrivermi la ricetta, devo mandarla a mia madre.”
“Hai parlato a tua madre del mio stufato?”
“Dico tutto a mia madre,” disse Serena alzando un sopracciglio.
Proprio allora da una delle stanze sul retro uscì Rico. Sembrava più debole del solito, le rughe sul suo viso erano più pronunciate.
“Salve, Rico,” disse Emily.
“Salve,” disse Rico stringendo la mano di Emily. “È un piacere conoscerla.”
“È Emily,” gli ricordò Serena. “Te la ricordi? Stiamo stati a cena a casa sua.”
“Ah,” disse Rico. “Sei la giovane donna del Bed and Breakfast, vero?”
“Be’, non ancora,” disse Emily sorridendo. “Ma spero di aprirne uno, sì.”
“Ho qualcosa per te,” disse Rico.
Emily, Daniel e Serena si scambiarono un’occhiata.
“Davvero?” disse Emily, confusa.
“Sì, sì, te l’ho tenuta da parte. Per di qua.” Rico zoppicò lungo il corridoio. “Venite.”
Stringendosi nelle spalle, Serena lo seguì, e Daniel ed Emily la tallonavano con espressione ugualmente sconcertata. Rico gli fece attraversare una porta rossa e li condusse in una grande stanza nera. C’erano molte lenzuola a coprire grossi pezzi di mobilio. Era inquietante, come un cimitero di mobili.
“Che succede?” sussurrò Emily all’orecchio di Serena, e il suo primo pensiero fu che Rico si fosse rimbambito del tutto.
“Boh,” rispose Serena. “Non sono mai stata qui.” Si stava guardando attorno, con gli occhi grandi e curiosi. “Che cos’è tutta questa roba, Rico?”
“Mmm?” disse il vecchio. “Oh, solo cose troppo grandi per il negozio e troppo speciali per essere vendute.” Arrivò a un lenzuolo impolverato che copriva qualcosa di grande e rettangolare. “Sì, eccola,” disse Rico parlando a se stesso. Si mise a spostare il pesante lenzuolo. Emily, Daniel e Serena entrarono in azione, presero gli angoli del lenzuolo per aiutarlo.
Togliendo il lenzuolo, cominciarono a vedere una lastra di marmo. Poi il lenzuolo scivolò via del tutto, rivelando una favolosa scrivania da reception in legno scuro con la superficie in marmo. Sembrava solida e robusta ed era esattamente quello che Emily stava cercando.
Emily sussultò e la guardò da cima a fondo, scoprendo che sull’altro lato c’era un divano di velluto rosso attaccato al pezzo, rendendo così la scrivania anche un luogo dove sedersi. Il design era unico e fantastico.
“È perfetta,” disse Emily.
“Si trovava nel grand foyer,” disse Rico.
“Quale grand foyer?” chiese Emily.
“Del Bed and Breakfast.”
Emily spalancò la bocca. “Del mio Bed and Breakfast? Era il pezzo originale?”
“Oh sì,” rispose Rico. “Tuo padre la adorava. Gli è dispiaciuto separarsene ma non c’era proprio abbastanza spazio nella casa. Inoltre, non voleva farle un’ingiustizia. Voleva che qualcuno la usasse per quello per cui era stata progettata. Quindi l’ha data a me quando ha preso la casa, sperando che avrei trovato un compratore.” Tamburellò con l’indice sul marmo. “Nessuno ha mostrato interesse.”
Sorprendeva sempre Emily sentire Rico parlare del passato. Sembrava avere ricordi cristallini di certi eventi, ma per altri non aveva nessuna memoria. Era stato un colpo di fortuna che si fosse ricordato di questa, e che la scrivania originale fosse esattamente del gusto di Emily.
Ma la sua euforia ebbe vita breve e l’umore le crollò. Qualcosa del genere sarebbe sicuramente costato più di quanto aveva.
“Quindi, quanto costa?” chiese preparandosi alla delusione.
Rico scosse la testa. “Niente. Voglio che la abbia tu.”
Emily sussultò. “Che la abbia io? Non posso. Deve costare così tanto!” Era sconvolta.
“Per favore,” insistette Rico. “Non sono stato capace di venderla in trentacinque anni. E il modo in cui il tuo viso si è illuminato quando l’ha vista mi ripaga a sufficienza. Voglio che la prenda tu.”
Sopraffatta dall’emozione, Emily gettò le braccia al collo di Rico e lo baciò sulla guancia. “Grazie, grazie, grazie. Non hai idea di quanto significhi per me. La prenderò ma è solo un prestito finché non avrò messo insieme abbastanza soldi da ripagarti, okay?”
Le diede un colpetto sulla mano. “Come vuoi. Sono solo contento di vederla andare in una casa amorevole.”
CAPITOLO DICIOTTO
“Sveglia,” le sussurrò Daniel all’orecchio.
Emily si svegliò del tutto e prese la tazza di caffè che le stava offrendo, poi notò che Daniel era vestito. “Dove vai?”
“Oggi ho delle cose da fare,” rispose.
Emily si guardò intorno e notò che il sole era appena sorto. “Delle cose? Quali cose?”
La guardò. “È un segreto. Ma non un segreto del tipo ‘non mi chiamo davvero Daniel’. Non devi preoccuparti, è come ti dico io.” Le posò un bacio sulla sommità della testa.
“Be’, rassicurante,” disse Emily sarcastica.
“Comunque,” disse Daniel, “ci vedremo lì.”
“Dove?” chiese Emily con gli occhi appannati.
Daniel alzò le sopracciglia. “Non dirmi che te ne sei dimenticata.”
“Oddio!” trasalì Emily. “L’assemblea cittadina. È oggi, vero?”
Daniel annuì. “Già. E credo che qualcuno abbia un appuntamento con Cynthia alle 7. Adesso sono le 6:45.”
Emily balzò in piedi. “Hai ragione. Oddio. Devo vestirmi.”
Nonostante fosse grata a Cynthia di essersi offerta di parlare di tutto ciò che riguarda un Bed and Breakfast, desiderava che la donna non avesse insistito tanto per un appuntamento di così primo mattino.
“Questo ti ha convinta,” disse Daniel ridendosela sotto ai baffi. Finì di bere il suo caffè, poi afferrò la giacca.
“Non ti dimenticare la riunione di stasera, okay?” disse Emily. “Alle 19 al municipio.”
Daniel fece un largo sorriso. “Ci sarò. Te lo prometto.”
*
Cynthia arrivò alla casa con i suoi due barboncini al seguito. Era vestita con un maxi vestito rosa fucsia, colore che stava malissimo con i suoi capelli rossi.
“’Giorno,” disse Emily, salutandola dalla porta.
“Ciao, tesoro,” disse Cynthia. Sembrava avere fretta mentre risaliva svelta la strada.
“Grazie per essere venuta,” aggiunse Emily quando la donna le arrivò un po’ più vicino. “Un po’ di caffè?”
“Oh, sì grazie,” disse Cynthia.
Emily la accompagnò in cucina e versò per entrambe una tazza di caffè ancora fumante. Nel frattempo, Mogsy era arrivato alla porta di vetro che separava la cucina dalla dispensa. Cynthia gli si avvicinò e la osservò attraverso il vetro.
“Non sapevo che avessi dei cuccioli!” urlò. “Oh, sono adorabili!”
“La madre era una randagia,” disse Emily. “Non mi ero accorta che fosse incinta finché all’improvviso non sono arrivati cinque cuccioli.”
“Gli hai già trovato una casa?” chiese Cynthia, facendogli le vocine attraverso il vetro.
“Non ancora,” rispose Emily. “Cioè, i cuccioli sono ancora troppo piccoli per lasciare la madre. E proprio non ci riesco a cacciarla via e lasciare che si arrangi. Quindi per il momento sono miei.”
“Be’, una volta svezzati sarò felice di prenderne uno. Jeremy ha passato i test d’ingresso alla St. Matthew e volevo fargli un regalo di congratulazioni.”
“Ne prenderesti uno?” chiese Emily, con sollievo. “Sarebbe fantastico.”
“Certo,” rispose Cynthia, strizzando un braccio a Emily. “Ci diamo una mano a vicenda in questa città. Vuoi che chieda in giro? Se qualcun altro ne vuole uno?”
“Sì, sarebbe meraviglioso, grazie,” rispose Emily.
Emily andò di là e diede da mangiare ai cani, poi le due donne si accomodarono al tavolo.
“Ora,” disse Cynthia, estraendo una spessa cartellina. “Mi sono presa la libertà di portarti alcuni moduli che dovrai compilare. Questo è per l’igiene.” Mise un foglio di carta blu davanti a Emily. Poi uno rosa. “Gas.” Alla fine ne posò uno giallo sul tavolo. “Acque di scarico e fognature.”
Emily guardò i moduli con trepidazione. Qualcosa nella loro ufficialità la faceva sentire tristemente impreparata.
Ma Cynthia non aveva finito. “Ho anche dei biglietti da visita qui per te. Nomi e numeri di gente davvero rispettabile. Faranno sì che ogni aspetto della casa rispetti gli standard. All’epoca li ho usati. Bravi ragazzi, davvero i migliori. Metterei la mia vita nelle loro mani.”
Emily afferrò i biglietti da visita e li infilò in tasca. “Altro?”
“Trevor ti renderà le cose difficili. Conosce i nomi di tutte le violazioni del codice note all’uomo. Assicurati di sapere quello che stai facendo per quanto riguarda la legge e la logistica e andrà tutto bene.”
Emily deglutì. Era più apprensiva che mai. “E qui penso che avrò proprio bisogno di fare un bel discorsetto di quelli che vengono dal cuore.”
“Oh, sta’ bene attenta,” esclamò Cynthia agitando una mano, con le unghie rosa brillante che sembravano artigli. “Il discorsetto farà il novanta percento di quello che ti serve. Solo non lasciare che Trevor ti scombullosi con il suo dieci percento.” Tamburellò con i fogli sulla tavola. “Impara quello che devi. Sii competente.”
Emily annuì. “Grazie, Cynthia. Apprezzo davvero che tu abbia trovato il tempo di parlarmi di tutte queste cose.”
“Non c’è problema, cara,” rispose Cynthia. “Ci diamo una mano a vicenda in questa città.” Si alzò e i barboncini balzarono su anche loro. “Ci vediamo dopo. Alle 19?”
“Vieni all’assemblea?” chiese Emily, sorpresa.
“Certo che ci vengo!” Diede una pacca sulla spalla a Emily. “Ci veniamo tutti.”
“Tutti?” chiese Emily nervosa.
“Tutti quelli a cui state a cuore tu e il tuo Bed and Breakfast,” rispose Cynthia. “Non ce la perderemmo per niente al mondo.”
Emily accompagnò Cynthia alla porta, provando un misto di gratitudine e apprensione. Che la gente della città volesse supportarla la faceva sentire bene. Ma averli lì a guardarla, e rischiare di rendersi ridicola davanti a loro, era una prospettiva che la terrorizzava.
*
Più tardi quella sera, Emily stava dando gli ultimi ritocchi al suo look quando sentì suonare il campanello. Si accigliò, confusa su chi potesse mai essere, e andò alla porta a controllare. Quando la aprì, rimase scioccata dalla persona che si trovava davanti.
“Amy?!” urlò Emily. “Oddio!”
Attirò l’amica a sé per abbracciarla. Amy la strinse.
“Entra,” disse Emily spalancando la porta. Diede un’occhiata veloce in alto, all’orologio. C’era ancora tempo di chiacchierare con Amy prima di andare all’assemblea cittadina.
“Uao,” disse Amy guardandosi intorno. “Questa casa è più grande di quanto mi aspettassi.”
“Sì, è gigantesca.”
Amy corrugò il naso e annusò. “È fumo? Sento odore di bruciato.”
“Oh, è una storia lunga,” disse Emily scuotendo una mano. Proprio allora i cuccioli si misero a uggiolare dalla dispensa.
“Hai un cane?” chiese Amy con tono sconvolto.
“Un cane e cinque cuccioli,” disse Emily. “Un’altra lunga storia.” Non poté fare a meno di guardare di nuovo l’orologio. “Allora, cosa fai qui, Ames?”
Amy si rabbuiò. “Cosa faccio qui? Sono qui per vedere la mia migliore amica che è sparita dai radar tre mesi fa. Voglio dire, dovrei essere io a chiederti cosa stai facendo tu qui. E come diavolo ha fatto il tuo weekend a diventare due settimane, e poi sei mesi. E senza contare il messaggio da parte tua che mi dice che stai pensando di aprire un’attività!”
Emily poté sentire una punta di disprezzo nella voce della sua amica. “Che cosa c’è di sbagliato nell’idea di avviare un’attività? Non credi che possa farcela?”
Amy alzò gli occhi al cielo. “Non volevo dire quello. Voglio solo dire che le cose sembrano correre quaggiù. Mi sembra che tu ti stia sistemando. Hai sei cuccioli!”
Emily scosse la testa, sentendosi un po’ esasperata, per non dire attaccata. “È una randagia con i suoi cuccioli. Non mi sto sistemando. Sto solo sperimentando. Provando a fare cose. Mi sto godendo la vita per una volta.”
Adesso fu Amy a sospirare. “E sono felice per te, davvero. Credo che sia fantastico che ti stia godendo la vita, te lo meriti sul serio dopo tutto quello che hai passato con Ben. Ma credo solo che potresti non averci pensato bene. Avviare un’attività non è facile.”
“Tu l’hai fatto,” le ricordò Emily.
Amy produceva a casa profumi da quando aveva finito il master e li vendeva on line. Le ci erano voluti dieci anni di notti in bianco e lavoro sette giorni su sette per fare abbastanza soldi da mantenersi, ma adesso gli affari stavano andando bene.
“Hai ragione,” disse Amy. “L’ho fatto. Ed è stato difficile.” Si strofinò le tempie. “Emily, se è davvero quello che vuoi fare, puoi almeno tornare un pochino a New York prima, pensarci bene e con attenzione? Mettere in piedi un progetto, parlare con la banca per un prestito, trovare un ragioniere che aiuti con i conti? Potrei insegnarti qualcosa io. E poi, se sei davvero certa di aver preso la decisione giusta, allora puoi sempre tornare qui.”
“So già di aver preso la decisione giusta,” disse Emily.
“Come?” urlò Amy. “Non hai nessuna esperienza! Potresti odiare letteralmente il lavoro! E poi cosa farai? Avresti sprecato tutti i tuoi soldi. Non avresti nulla da parte.”
“Lo sai, mi aspetto questa merda da mia madre, Amy, non da te.”
Amy sospirò profondamente. “È difficile supportarti quando mi hai tagliato fuori completamente dalla tua vita. Non voglio litigare con te, Emily. Sono venuta qui perché mi manchi. E sono preoccupata per te. Questa casa? Questa non sei tu. Non ti annoi qui? Non ti manca New York? Non ti manco io?”
A Emily fece male il cuore nel sentire lo sprezzo nella voce di Amy. Ma allo stesso tempo, l’orologio sul muro le diceva che il suo tempo stava volando. L’assemblea cittadina sarebbe cominciata a breve, un’assemblea che avrebbe determinato il suo futuro. Doveva esserci, e doveva essere calma.
“Scusa,” disse Amy laconica quando si accorse che lo sguardo di Emily continuava a correre all’orologio a muro. “Ti sto trattenendo?”
“No, certo che no,” disse Emily afferrando la mano di Amy. “È solo, possiamo parlarne più tardi? Ho molte cose per la testa e…”
“Che mi presentassi senza avvertirti non era mai stato un problema prima,” brontolò Amy.
“Amy,” la avvertì Emily. “Non puoi interrompere la mia vita, dirmi che sto sbagliando tutto, e aspettarti che io sia gentile. Sono felice di vederti, davvero. E puoi rimanere per tutto il tempo che vuoi. Ma adesso devo andare a un’assemblea cittadina.”
Amy alzò un sopracciglio. “Un’assemblea cittadina? Maledizione Emily, ascoltati! Le assemblee sono per i paesotti isolati e noiosi. Questa non sei tu.”
Emily perdette del tutto la pazienza. “No, ti sbagli. La ragazza che ero a New York? Quella non ero io. Quella era una cretina che seguiva Ben dappertutto come un cucciolo malato d’amore, che aspettava che lui le dicesse che era abbastanza giusta da sposarla. Non riconosco nemmeno la persona che ero. Non capisci: questa sono io. Dove sono adesso, chi sono adesso, è molto più giusto di quanto lo sia mai stato a New York. E se non ti piace, o non riesci come minimo ad appoggiarmi, allora la nostra amicizia è finita.”
Amy spalancò la bocca. Mai in tutti gli anni della loro amicizia avevano avuto un litigio del genere. Mai Emily aveva alzato la voce con la sua più vecchia e cara amica.
Amy si strinse forte al petto la borsa, poi ne tirò fuori un pacchetto di sigarette. Le dita si mossero con destrezza per tirarne fuori una e mettersela tra le labbra. “Divertiti alla tua assemblea, Emily.”
Uscì di casa e si diresse dove aveva parcheggiato la sua Benz, in fondo alla strada. Emily la guardò partire, con una sensazione di rimpianto che già le si agitava dentro.
Poi raggiunse la sua macchina, la accese, e partì alla volta del municipio, più determinata che mai.
CAPITOLO DICIANNOVE
Il municipio di Sunset Harbor era un formale ma caratteristico edificio in mattoni rossi. C’erano bassi alberi sul cortile e un’insegna vintage in legno fuori con delle lettere d’oro goffrate. Mentre Emily si affrettava su per le scale, quasi lasciando cadere la cartella di documenti nella fretta, poteva quasi percepire gli antenati della città che la guardavano.
Passò di slancio tra le doppie porte e corse alla reception, dove una donna le sorrise cordialmente.
“Salve, sono in ritardo per l’assemblea,” disse Emily frugando tra le carte in cerca della lettera che la informava della stanza in cui si sarebbe tenuta la riunione. “Non ricordo in quale stanza è. Si tratta della proprietà di West Street.”
“Lei deve essere la signora del Bed and Breakfast,” disse la receptionist con un sorriso d’intesa. “Ecco la targhetta con il suo nome. L’assemblea è stata spostata nella sala principale per l’alto livello di interesse suscitato. Appena oltre le doppie porte alla sua destra.”
“Grazie,” disse Emily appendendo la targhetta al vestito e chiedendosi cosa volesse dire “alto livello di interesse”.
Si avvicinò alle doppie porte che la donna le aveva indicato e le aprì. Rimase frastornata nel vedere quanto piena di gente fosse. Un numero enorme di paesani era venuto per la discussione. Notò i Patel, Joe del ristorante, i Bradshaw e Karen del negozio di alimentari. Evidentemente il fatto che la sua proprietà fosse o meno un Bed and Breakfast importava a molte più persone di quante lei ne avesse previste.
Le si sollevò il cuore quando notò Daniel proprio davanti. Era venuto. Questa volta non l’aveva delusa. Le teste si voltarono mentre correva davanti verso il suo posto accanto a lui. Lui le strinse il ginocchio e le fece l’occhiolino.
“Ce l’hai fatta,” disse.
Proprio allora Emily vide Trevor Mann nella fila accanto che la scrutava con un sopracciglio alzato e un sogghigno. Gli ritornò l’espressione fredda stringendo gli occhi.
Per fortuna aveva perso solo i primi cinque minuti dell’assemblea. Il sindaco stava finendo di presentare le persone del comitato e l’ordine del giorno.
“Quindi,” disse, indicando Emily e Trevor, “Vi cedo il posto. I vostri argomenti, prego.”
Trevor non sprecò un secondo. Balzò in piedi e si voltò verso il pubblico.
“Vivo nella proprietà dietro questa casa,” cominciò. “E sono assolutamente contrario al fatto che se ne faccia di nuovo un Bed and Breakfast. Abbiamo già un Bed and Breakfast in città, non ce n’è bisogno di un altro in una tranquilla strada residenziale come West Street. Sarebbe un grandissimo disturbo per la mia vita.”
“Be’,” disse Emily, con una piccola voce, “per essere tassativi, lei non vive nella proprietà. È la sua seconda casa, no?”
“Per essere tassativi,” sibilò Trevor, “nemmeno la sua è casa sua.”
“Touché,” biascicò Emily sottovoce, realizzando che Trevor Mann non si sarebbe lasciato sfuggire nulla, certa che avrebbe giocato sporco se ne avesse avuto bisogno.
Si restrinse sulla sedia, sopraffatta dalla situazione, ad ascoltarlo snocciolare statistiche sull’inquinamento acustico e sull’aumento dei rifiuti, sul mestiere turistico e sulla gente del posto che sarebbe stata allontanata dall’area a causa proprio di “questo tipo di cose.” Emily cercava sempre di parlare ma Trevor non gliene dava la possibilità. Cominciò a sentirsi un pesce, che non faceva che aprire e chiudere la bocca.
“Alla fin fine,” disse Trevor Mann, “qui abbiamo a che fare con una donna senza esperienza che non conosce nulla sulla gestione di un’attività. Per quanto mi riguarda non voglio che la terra dietro a casa mia venga usata per il suo vanitoso progettino.”
Si sedette trionfante, aspettandosi di sentire un applauso o dei suoni di apprezzamento. Invece si scontrò con un silenzio assordante.
“Ha intenzione di lasciare che la poverina parli, adesso?” disse la dottoressa Patel.
Un coro di “Hai ragione” si alzò dal pubblico. Fece felice Emily sapere che la gente della città stava dalla sua parte. Per la prima volta, sentì di aver dei veri amici qui, qualcosa di cui avrebbe avuto bisogno durante il litigio con Amy. Pensare ad Amy le fece venire le farfalle nello stomaco.
Si alzò in piedi, sapendo che ogni occhio della stanza era su di lei. Si schiarì la gola e cominciò.
“Innanzitutto, dovete tutti sapere quanto sono commossa nel sapere che siete venuti. Credo di non sbagliarmi se dico che non ero molto popolare appena arrivata qui. Ero guardinga e scettica. Ma questa città non mi ha dimostrato altro che amore, calore, generosità e amicizia. Grazie a voi, ho imparato ad amare questo posto, e ad amare tutti voi. Mi sento come quando venivo qui da bambina. Siete stati dei genitori per me, dei mentori, mi avete mostrato come diventare una donna. Non mi interessa diventare ricca. Voglio solo la possibilità di poter vivere in questa città, e di trovare un modo di mantenermi facendolo. Voglio la possibilità di sistemare la casa di mio padre, che per lui significava più di qualsiasi cosa al mondo. Non sono ancora pronta a lasciarla. E in più voglio la possibilità di restituire tutto alla comunità.”
Emily notò tutti i sorrisi incoraggianti nella stanza. Alcune persone addirittura si tamponavano gli occhi con i fazzoletti. Continuò a parlare.
“La casa di West Street apparteneva a mio padre. La maggior parte di voi lo conosceva. Io credo, dalle affezionate storie che mi avete raccontato, che fosse un membro caro alla comunità.” L’emozione minacciò di soffocarla. “Mio padre mi manca. Credo che manchi anche a voi. Restaurare casa sua è un modo per onorarlo. Trasformarla in un Bed and Breakfast è un modo per onorare la città che adorava. Tutto quello che chiedo è che mi sia data la possibilità di rendere orgoglioso lui, e voi.”
Tutto in una volta, la stanza esplose in un applauso. Emily si sentì piena di gioia per le persone che le erano accanto, per l’amore e la cura che le mostravano da quando aveva permesso loro di avvicinarsi a lei.
Prima che l’applauso avesse anche solo la possibilità di finire, Trevor Mann era di nuovo in piedi.
“Commovente davvero, signorina Mitchell,” disse. “E per quanto sia delizioso che lei voglia restituire tutto alla comunità, devo evidenziare ancora una volta quanto lei sia esageratamente non qualificata per ristrutturare una proprietà di quelle dimensioni, figurarsi gestire con successo un Bed and Breakfast.”
Ecco. La battaglia cominciava. Ed Emily era pronta.
“Contrariamente alle opinioni del signor Mann,” disse, “Non sono priva di esperienza. Ho lavorato alla proprietà per mesi e durante quel periodo l’ho completamente rivoltata.”
“Ah!” urlò il signor Mann. “La signorina ha fatto esplodere il tostapane proprio ieri!”
Emily ignorò i suoi tentativi di buttarla giù. “Ho anche ottenuto tutti i permessi necessari per i lavori che sono stati fatti, e i progetti per quelli che dovranno essere fatti per convertire la proprietà da una casa a un’attività.”
“Oh davvero?” Trevor sogghignò. “Mi sta dicendo che ha avuto i permessi per l’impianto idraulico e quello elettrico? Da degli esercenti autorizzati?”
“Sì, li ho ottenuti,” disse, tirando fuori i moduli che Cynthia le aveva dato.
“Be’, e il modulo HHE-200 per le acque di scarico?” disse Trevor, sempre più frustrato. “Quello l’ha compilato?”
Emily estrasse dalla cartella altri documenti di Cynthia. “Tre copie, come richiesto.”
Il viso di Trevor cominciava a diventare rosso. “E quel granaio danneggiato durante la tempesta? Non può lasciarlo così, è un pericolo. Ma se lo sistema, dovrà ottemperare all’ordinanza locale per l’uso del territorio.”
“Ne sono a conoscenza,” rispose Emily. “Questi sono i disegni di costruzione per gli edifici danneggiati. E prima che lo chieda, sì, ottemperano alle norme internazionali di fabbricazione del 2009. E,” continuò, alzando la voce per impedire a Trevor di interromperla, “Li ho fatti timbrare con il sigillo dell’ufficio dell’architetto di stato del Maine.”
Trevor la guardò furioso.
“Tutto questo è irrilevante,” scoppiò all’improvviso, ormai incapace di contenere la sua frustrazione. “Si sta dimenticando dell’elefante nella cristalleria. Questa casa è stata giudicata inabitabile anni fa. E la signorina non ha pagato le tasse passate. Vive qui illegalmente, e tecnicamente questa casa non è neanche più sua.”
La stanza si fece silenziosa mentre tutti gli occhi si rivolgevano al sindaco.
Il cuore di Emily le martellava in gola; questo era il momento della verità.
Alla fine, il sindaco si alzò e affrontò tutti. Cercava di nascondere un sorrisetto, ma fallendo miseramente.
“Credo che abbiamo tutti sentito abbastanza, non è vero?” disse. “La casa è stata dichiarata inabitabile perché è rimasta vuota per molti anni. Ma l’abbiamo vista tutti, e ora è molto più che abitabile… è meravigliosa.”
La folla lasciò andare un leggero urrà.
“E per quanto riguarda le tasse passate,” continuò, “Emily può pagarle col tempo. So che la nostra città preferirebbe avere un cittadino che finisca di pagarle, anche se in ritardo, piuttosto che non riscuoterne alcuna. Inoltre, le nuove tasse e il nuovo commercio che un Bed and Breakfast genererebbe sarebbero di molto maggiore beneficio alla città a lungo andare.”
Si voltò verso Emily e sorrise apertamente.
“Sono pronto ad accordare a Emily il permesso per convertire la casa in un Bed and Breakfast.”
Si sollevarono delle acclamazioni dal pubblico. A Emily mancò il fiato, a stento in grado di credere a cosa era appena accaduto. Trevor Mann tornò a sedersi al suo posto, in un silenzio sconvolto.
Le persone andarono verso Emily, le strinsero la mano, le baciarono la guancia, le diedero buffetti sulle spalle. Emily si mordeva il labbro inferiore, sopraffatta dall’emozione. Birk e suo figlio Jason, il pompiere che Emily aveva conosciuto, vennero a congratularsi. Raj Patel le ricordò dei polli che stava cercando di dare via.
“Se le serve aiuto con l’elettricità o le tubature, sono impaziente di salire a bordo,” le disse un uomo allungandole il suo biglietto da visita.
“Barry,” disse lei, leggendo il nome. “Grazie. La contatterò.”
Karen disse che se avesse utilizzato il suo negozio per tutte le sue spese le avrebbe fatto un accordo all’ingrosso. Emily era sopraffatta dalla generosità e dall’incoraggiamento di tutti.
“Quando apri il tuo Bed and Breakfast, mi ospiterai lì in quanto artista locale, vero?” disse Serena dando all’amica un grosso abbraccio.
Emily rispose con una risata.
Daniel attraversò la folla, poi con un rapido movimento la prese tra le braccia e se la tenne vicina. “Sono così orgoglioso di te.”
“Non riesco a crederci!” urlò Emily, lasciando cadere la testa indietro e ridendo mentre lui le faceva fare una piroetta. “Abbiamo avuto il permesso! Scommetto che non avevi pensato che sarei andata così lontano la prima volta che mi hai vista.”
Daniel scosse la testa. “A essere onesti, pensavo che avresti fatto qualcosa di ridicolo come lasciare acceso per sbaglio il gas e far saltare la casa. Ti ho aiutata solo per interesse personale,” aggiunse, scherzando.
“Ah, è così?” disse Emily inclinandosi verso di lui e dandogli un bacio dolce sulle labbra.
Daniel rispose al bacio con tenerezza. Emily respirò il suo profumo, pensando a quanto imprevedibile potesse davvero essere la vita. Non molto tempo prima stava baciando Ben, pensando che l’avrebbe sposato. Che stupida che era stata. Quanto diversi erano i baci di Daniel.
Quando lui la rimise giù, Emily lo guardò e gli prese la mano. Le parole di Amy le rimbombavano in testa, su quanto fosse in realtà difficile avviare un’attività. Che la maggior parte della gente falliva nel primo anno. “Adesso comincia la roba seria,” disse a Daniel. “Il progetto. L’investimento finanziario. È un grossissimo rischio.”
Daniel annuì. “Lo so. Ma perché prima non festeggiamo? Per goderci il momento.”
“Hai ragione,” disse, sorridendo. “Questa è una vittoria. Dovremmo festeggiare. Ma farai meglio a non bere troppo. Devi alzarti presto la mattina.”
Daniel si accigliò, confuso. “Sì? E perché?”
Emily gli diede un’occhiata. “Lo so dove sei sparito,” disse. “Il porticciolo.”
“Ah, quello,” disse Daniel, facendosi improvvisamente goffo. “E quindi?”
“Mi sono arrangiata con qualcuno per farti consegnare un nuovo motore per la barca.”
Gli occhi di Daniel si spalancarono dalla sorpresa. “Davvero? Ma non hai soldi!”
Sorrise. “Neanche tu quando mi hai comprato il tostapane ma l’hai fatto comunque, solo per tirarmi su quando le cose andavano male. Quindi ho voluto far qualcosa per te, per ringraziarti.”
Daniel sembrava elettrizzato, ed Emily seppe che il piccolo sacrificio finanziario era valso anche solo per l’espressione sul suo viso.
“Ottimo, questo vale il bar di Gordon!” disse Daniel.
Emily alzò un sopracciglio. “Davvero? Vuoi uscire in città? E tutti i ficcanaso e le loro chiacchiere?”
Daniel si limitò ad alzare le spalle. “Non mi interessano più. Tu sei la cosa importante per me.” Le diede un bacio sulla sommità della testa.
Emily gli cinse la vita con le braccia.
Mentre si voltavano per andarsene, Emily notò qualcuno in piedi sulla porta che li guardava. Era Amy. Emily si fermò e si preparò. Ma invece di iniziare un confronto, Amy fece vedere a Emily i pollici alzati. Poi le mandò un bacio e se ne andò.
“Chi era?” chiese Daniel.
Emily sorrise a se stessa. “Qualcuno del mio passato.”
CAPITOLO VENTI
La casa era viva di gente che sfrecciava su e giù. C’era molto lavoro da fare adesso che il permesso era stato concesso, ed era cominciato subito. Così tante persone erano venute a offrire i loro servizi a Emily – intonacare, smerigliare, perfino pulire le finestre – in cambio di pubblicità per la loro azienda, e lei era più che disposta ad accettare le loro generose offerte. Era strano avere così tanta gente che girovagava per casa dopo i mesi in c’erano stati solo lei e Daniel. Ma Emily sapeva che avrebbe dovuto abituarcisi; aveva firmato per intrusioni quotidiane, quando aveva deciso di portare avanti l’idea del Bed and Breakfast.
Supervisionò la consegna della scrivania che Rico le aveva regalato. Era bellissima nel foyer. Poi Barry l’elettricista lavorò per installare il nuovo registratore di cassa che vi avrebbe sistemato sopra. Poi arrivò Raj con il suo furgone bianco.
“Consegna dei cesti floreali!” disse sorridendo.
“Fantastico,” rispose Emily.
Non molto dopo che Raj era sceso dal furgone ne arrivò un altro.
“Abbiamo un tappeto, un tappeto guida per il corridoio per la signorina Emily Mitchell,” disse l’uomo delle consegne, abbassando gli occhi sul suo blocco. “Dove lo vuole?”
“Da questa parte,” rispose Emily guidandolo in casa.
Daniel era in cucina a preparare il caffè per tutti; lo sentiva chiacchierare con i cani dalla cucina. Emily era riuscita a trovare delle case per tutti i cuccioli tranne che per il più piccolo, Rain, e per la madre, Mogsy. Cynthia ne avrebbe preso uno per suo figlio Jeremy, Raj aveva deciso di darle i cesti floreali gratis in cambio di Thunder, il più vivace dei cuccioli, Jason il pompiere ne avrebbe preso uno come regalo per la sua figlia appena nata, e l’ultimo l’aveva chiesto Joe del ristorante. Rese Emily felice sapere che il paese la stava aiutando ancora una volta, e sapeva che tutti i cuccioli avrebbero amato le loro nuove case.
Emily accompagnò l’uomo delle consegne su per le scale fino al pianerottolo. “Qui,” disse.
Lo guardò mentre srotolava il nuovo tappeto color panna. Era bellissimo nella hall, si accordava perfettamente al grigio, al blu e al bianco del luogo.
La casa si stava ben trasformando in un appropriato Bed and Breakfast ed Emily cominciò a permettersi di sentirsi elettrizzata per come tutto stava andando per il meglio. Nonostante fosse comunque nervosa, sembrava più nervosismo per l’aspettativa che non per la paura. Era come se tutta la sua vita l’avesse portata a questo momento, dove finalmente doveva essere.
Emily ringraziò l’uomo e lui se ne andò. Non appena fu andato, camminò sul nuovo e morbido tappeto, provandolo come un bambino prova un nuovo giocattolo. Si sentiva emozionata, elettrizzata per il futuro. Ma poi si ricordò che c’era un’importantissima stanza dove doveva ancora completare i lavori di restauro, quella che in effetti era la più importante. L’aveva evitata fino ad ora, ma improvvisamente si sentì capace di entrarvi, di fare ciò che si doveva.
Percorse per tuta la sua lunghezza il nuovo tappeto, superò la miriade di stanze che un giorno sarebbero diventate parte del Bed and Breakfast ma che per ora erano vuote, poi si fermò quando raggiunse la porta chiusa della stanza che una volta era appartenuta a lei e a Charlotte. Emily posò le mani sul legno e fece un respiro profondo. Esitò un attimo, chiedendosi se avesse preso la decisione giusta, dopotutto. Questa era la stanza che più facilmente avrebbe lasciato la gente a bocca aperta, con il mezzanino e le finestre che andavano dal pavimento al soffitto con la sconcertante vista dell’oceano. In più, era la parte più tranquilla della casa. Dal punto di vista degli affari era logico trasformarla nella camera per gli ospiti. Ma ciò significava che Emily non poteva proprio più aspettare a liberarla. Il successo dell’attività dipendeva dalla ristrutturazione di quella stanza.
Preparandosi, Emily aprì la porta ed entrò. Si prese tempo, lasciando che tutto la investisse, che i ricordi che conteneva le permeassero nella pelle. Poi sedette sul pavimento e con attenzione imballò tutti i libri per bambini, i giocattoli e i vestiti con una dolorosa stretta al cuore. Mentre lavorava, sapeva di aver preso la decisione giusta. Anche se chiudere in scatoloni la sua infanzia le faceva male, ignorare cosa c’era dietro quella porta l’aveva fatta soffrire alla stessa maniera, più di quanto si fosse accorta. Forse adesso sarebbe stata in grado di lasciarsi quella parte della sua vita alle spalle e di andare avanti.
A mezzogiorno la casa si chetò, quando gli operai se ne andarono per pranzo. Emily si alzò in piedi e si guardò intorno, con l’ultimo oggetto della stanza ora era inscatolato e sistemato nel posto speciale della mansarda, la stanza era spoglia e vuota. Il giorno dopo sarebbe cominciato il lavoro di ristrutturazione. La carta da parati rosa sarebbe stata rimossa e la stanza sarebbe stata dipinta di bianco. Il legno del mezzanino doveva essere dipinto di bianco anche quello. Emily aveva già comprato le lenzuola e il mobilio in stile shabby chic per la stanza, quindi bastava solo portare tutto lì e sistemarlo.
Emily affondò nel letto e fissò la bellissima vista del mare e il fantastico cielo senza nuvole, soddisfatta di sapere di aver preso davvero la decisione giusta. Per una volta aveva messo il futuro davanti al passato, aveva guardato avanti invece di lasciarsi trascinare indietro. Scegliendo proprio questa stanza per il Bed and Breakfast, Emily si sentiva come se si stesse dando il permesso di muovere il prossimo passo nella sua vita, di poter finalmente lasciar andare il passato e il senso di colpa malriposto che provava dalla morte di sua sorella.
Raccolse l’ultima scatola e andò a portarla in mansarda. Raggiungendo la porta, sentì un colpo e si voltò per vedere che un quadro era caduto dal muro; doveva aver dimenticato di toglierlo. Andò a raccoglierlo dal pavimento e lo mise in cima alla scatola. Facendo così realizzò che si trattava di una foto di lei e Charlotte, con addosso gli impermeabili, che sorridevano a trentadue denti. In quel momento Emily si sentì sicura che fosse un segno da parte di sua sorella, che le stava dando il permesso di andare avanti con la sua vita.
Proprio allora, Emily sentì qualcuno bussare al portone principale. Posò l’ultima scatola sul pavimento e scese di sotto. Quando aprì la porta, vide che il cortile era fradicio di sole. Il sole di mezzogiorno era alto nel cielo, batteva sui magnifici terreni della casa, illuminando i vibranti colori dei fiori che Raj aveva piantato, e i cestini floreali che con i primi facevano pendant.
C’era un uomo dell’UPS sulla soglia. “Emily Mitchell?”
“Sì, sono io,” disse, prendendo la penna per firmare il pacco, con l’agitazione che la attraversava essendosi resa conto di cosa fosse arrivato.
“Cos’è?” le chiese Daniel, arrivando nell’ingresso dietro di lei.
Emily ringraziò l’uomo dell’UPS e lui se ne andò. Poi si voltò verso Daniel. “È l’insegna.”
“Già arrivata?” esclamò Daniel. “Che nome hai scelto?”
Aveva lavorato in segreto per trovare un nome, non volendo che nessun altro la influenzasse sulla sua decisione. La gente aveva continuato a offrirle suggerimenti ma lei sapeva che il nome doveva significare qualcosa per lei, doveva venire da lei e lei sola.
“Non sbirciare,” disse lei strappando l’imballaggio ed esaminando l’insegna. Era bellissima, una miscela di gusto e rustico che sarebbe stata un completamento perfetto per la casa.
Con l’aiuto di Daniel, issarono l’insegna al suo posto. Un brivido di esaltazione la scosse quando fece un passo indietro per guardare la lucente insegna appesa fiera sopra alla porta.
“La Locanda di Sunset Harbor,” disse Daniel leggendo l’insegna.
“Che ne pensi?” rispose Emily.
“La adoro,” disse Daniel, attirandola a sé.
Proprio allora, Emily sentì il rumore del ghiaino che scricchiolava sotto le gomme di una macchina. Lei e Daniel si voltarono e videro un’auto sconosciuta che risaliva il vialetto. Si fermò davanti alla casa, poi ne uscì un uomo, trascinando una valigia.
“’Giorno,” disse. “La signora del negozio di alimentari mi ha raccomandato il suo Bed and Breakfast. Ha una camera libera?”
Il cuore di Emily saltò dalla gioia. Guardò rapida Daniel e gli fece un largo sorriso, prima di rivolgersi di nuovo all’uomo e, con la sua voce più professionale, rispondere:
“Penso che potremmo trovarle qualcosa.”
Prossima uscita!
Libro #2 della serie La locanda di Sunset Harbor
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Sophie Love
Fan da tutta la vita dei romanzi d’amore, Sophie Love è felice di presentare la sua serie di debutto: ORA E PER SEMPRE (LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR—LIBRO 1). Visita il suo sito internet www.sophieloveauthor.com per scrivere a Sophie, entrare a far parte della mailing list, ricevere e-book gratis ed essere sempre al corrente delle ultime novità!
