Читать книгу: «Baikal», страница 3
Massimo fu svegliato dall’insistente e irritante squillo del telefono; prima di rispondere guardò l’ora, era quasi mezzogiorno, poi sullo schermo lesse il nome, Cecilia, e rispose: “Ciao Cecilia a cosa devo questa chiamata di buon mattino?” Ci fu una piccola pausa, poi rispose: “Walter è Morto.” Massimo sentì due gelide mani afferrargli lo stomaco, lasciandolo senza respiro; tentando di parlare, con voce soffocata, disse: “Ma come?!? Così all’improvviso?” Cecilia, rispose: “Si è suicidato. Stamattina mi sono svegliata presto e lui non c’era. Ho pensato che fosse uscito, sono andata al box per vedere se c’era la macchina, mi sono avvicinata, c’era puzza di fumo e un ronzio che veniva dall’interno, ho alzato la saracinesca e sono stata investita da una nube di fumo acre e irrespirabile. Quasi soffocavo. Istintivamente, ho fatto qualche passo indietro e mi sono coperta il naso e la bocca con un lembo della vestaglia. Ho capito subito cosa era successo, lo sai com’era, no?!? Non avrebbe mai accettato di aspettare di morire soffrendo. Ha sempre voluto decidere lui quando morire.” Massimo per un attimo fu sollevato dalla notizia, dal sapere che il suo amico non avrebbe affrontato una lunga agonia, ma subito dopo fu sopraffatto dal dolore per la sua perdita. Con voce pacata, disse: “Ora sono a Fregene con Federica, passerò a trovarti nel pomeriggio.” Si buttò indietro sul letto e, fissando il soffitto striato dalla luce che filtrava dalle persiane, con lucida freddezza, pensò al dolore che si prova quando si perde una persona cara. Non si soffre per il defunto, ma per sé stessi, per la sua assenza, per quello che ti verrà a mancare, per quello che non potrai più chiedere, per quello che non ti potrà più dare. Le strisce di luce sul soffitto si fecero sfuocate e un leggero solletico sulle gote gli fece capire che stava piangendo. Poi, arrivò la vita, sfacciata, forte, prepotente. Federica, con la sua solita grazia, si era lanciata sul letto, facendolo sobbalzare, gridando: “Buongiorno papino, è pronta la colazione?” Subito dopo, si accorse delle lacrime del padre e, accarezzandogli il viso per asciugarlo, con tono basso e spaventato, disse: “Papà, che è successo? Perché piangi?” “E’ morto Walter.” rispose lui. “Zio Walter?!? Oh Diooooo! Ma come è morto?” Massimo, omettendo parte della verità, rispose: “Era molto malato. Aveva un brutto male e stanotte se n’è andato.” Lei lo abbracciò forte e, col calore della sua vita, in un attimo, sciolse quel funereo ghiaccio che lo aveva avvolto.
Il cancello della villetta sulla Giustiniana era aperto, Massimo parcheggiò fuori, nel piccolo giardino c’erano una decina di persone, tra parenti e amici. Cecilia, appena lo vide, gli andò incontro. Sembrava improvvisamente invecchiata di dieci anni. Non è che si fossero mai stati particolarmente simpatici, ma il comune affetto per Walter cancellò in un attimo ogni antico, personale risentimento. Massimo l’abbracciò, non disse una parola, lasciò che quell’abbraccio le comunicasse tutto il suo dolore e il suo cordoglio.
Salutò frettolosamente i presenti, non volle vedere l’amico, non per vigliaccheria, ma perché, come per ogni altro lutto, non aveva mai voluto che quell’ultima silenziosa, fredda, statica immagine, inquinasse i suoi ricordi. Voleva, pensandolo, ricordare il suo sorriso.
Prese da parte Cecilia e, con tono quasi autoritario, disse: “Dammi il suo casco.” Cecilia, frastornata da quella strana richiesta, disse: “Che casco? Quale casco?” Lui, rispose: “Il suo casco da moto. Voglio portarlo con me. So che sarebbe voluto venire.” Cecilia, sorridendo, disse: “Ah, sì, il suo casco. Quando parlava della tua imminente partenza gli si illuminavano gli occhi. Sì, sarebbe voluto venire.” Entrò in casa e ne uscì poco dopo col suo casco a stelle e strisce, stile Heasy Rider. Glielo porse e stringendogli il braccio con l’altra mano, disse: “Portalo con te. Fate buon viaggio.”
Salì in macchina, poggiò il casco sul sedile di fianco e accarezzandolo con la mano, come se accarezzasse la testa del suo amico, avviando il motore, disse. “Andiamo.”
Mentre salutava Federica, davanti al portone del college, sentì come uno strappo al cuore, come se volesse lasciare il suo corpo e rifugiarsi nello zainetto di sua figlia, come se l’unico posto dove si sentisse veramente a suo agio fosse quello. Cercò di mascherare la commozione e, prendendole il viso tra le mani, la baciò delicatamente sulle labbra. Tenendola ancora così, disse: “Papà è con te, sempre! Fai la brava, non “scapocciare”, non rispondere male ai professori e non mi deludere. Chiamami quando vuoi, sei l’unica che ha il permesso di farlo 24 ore su 24. Tornerò presto, tornerò in tempo per il tuo compleanno, tornerò migliore.” Lei, guardandolo con quegli occhi che lo incantavano, disse: “Per essere migliore non c’è bisogno che parti, per me già sei il migliore.” Subito dopo, come fosse un’adulta, disse: “Stai attento, non correre, ho ancora bisogno di te. Torna quando penserai di poter essere felice. Ciao papo, buon viaggio!” L’abbracciò forte, quasi non valesse più lasciarla andare via, poi lasciò la presa, lei si allontanò, e prima di scomparire dietro al portone, si voltò, gli sorrise e gli fece un cenno di saluto con la mano. Quando il portone si chiuse, Massimo si sentì veramente solo, solo col suo bagaglio di insoddisfazioni, di rimpianti, di paure.
Mentre tornava, la radio passò un pezzo dei Maneskin, alzò il volume e sorrise. Amava quei ragazzi, perché era l’unico gruppo musicale che era riuscito a farlo andare d’accordo con sua figlia. Erano anche andati a un concerto, scatenandosi insieme per i loro beniamini.
Si versò un whisky e, con in una mano il bicchiere e nell’altra la sigaretta, fece l’ultimo, meticoloso, inventario prima della partenza. In questo era maniacale, come quando correva in macchina: nulla doveva mai essere lasciato al caso, neanche il minimo particolare, altrimenti era destabilizzato, sentiva di non avere il controllo. In fondo, sperava anche che questo viaggio, in qualche modo, lo liberasse da questa sua rigida e metodica visione della vita. Che lo rendesse più elastico e leggero.
Quando sei cosciente dei tuoi limiti, sei anche in grado di superarli.
Il suo look era perfetto: tuta da motociclista in pelle nera e casco integrale rosso come la CAM AM. D’altronde, era più forte di lui, anche senza studiarci sopra non riusciva mai a non avere il look perfetto per ogni occasione. Era una questione di stile.
Pigiò il pulsante dello starter, subito seguito dal ronfo metallico del tricilindrico, guardò il suo cronografo Rolex Daytona di acciaio, come prima della partenza di una gara, che segnava le ore 8:00, abbassò la visiera del casco e, ingranando la prima marcia, partì verso l’ignoto.
Che sensazione magnifica, il viaggio: non è importante dove andrai, è la sensazione, l’illusione di lasciarti tutto alle spalle che rende affascinante il viaggio. Quando sei arrivato alla meta l’illusione scompare e tutto quello che pensavi di aver lasciato ti raggiunge in un baleno, come se avesse viaggiato in incognito nascosto nel tuo bagaglio.
Imboccò l’autostrada con la mente sgombra, rivolta solo alla guida, come suo solito non resistette alla tentazione di un allungo. Il motore urlò tutta la sua potenza oltre gli 8000 giri e la lancetta del tachimetro oltrepassò di poco i 200 km/h che, detto tra noi, è come andare a 300 su un’automobile con quattro comode e rassicuranti ruote. La sua dose di adrenalina mattutina l’aveva ristorato come un buon caffè, chiuse un po’ la manopola del gas, rallentò fino a 160 all’ora e, col vento che gli carezzava la tuta, proseguì il viaggio.
All’altezza di Firenze si fermò per fare rifornimento, per fumarsi una sigaretta e per decidere se andare a sinistra o a destra, cioè verso Genova o verso Bologna. Immancabilmente alcuni curiosi si avvicinarono per chiedere informazioni su quello strano coso: che cos’è, a quanto va, quanto costa… Capì, malvolentieri, che questo lo avrebbe accompagnato per tutto il suo lungo viaggio.
Eri lì, seduto sulla CAM AM, senza riuscire a decidere da che parte andare, senza immaginare una direzione da prendere. La nostra mente, scavando nei ricordi, sfogliando rapidamente l’archivio del nostro passato, ci suggerisce momenti felici da rivivere e, a nostra insaputa, ci indica la strada.
Ricordò il suo primo viaggio all’estero, poco più che ventenne, con la sua prima Porsche di seconda mano, una Carrera 3.2, nera. Si era da poco lasciato con Paola, il suo grande amore adolescenziale, e decise impulsivamente di raggiungere i suoi amici a Tossa de Mar, in Spagna, sulla Costa Brava.
Partì all’alba, attrezzato con cartine stradali e due tascabili Italiano/Francese e Italiano/Spagnolo. Col francese se la cavava abbastanza, lo aveva studiato alle medie e al liceo. Con lo spagnolo, zero, ma come si dice, basta aggiungere una esse all’italiano ed il gioco è fatto, o almeno così pensava.
Verso l’ora di pranzo arrivò a Nizza, aveva bisogno di sgranchirsi un po’ le gambe e di mangiare. Ingenuamente cercò l’insegna di un ristorante italiano. Non l’avesse mai fatto! Mangiò di schifo e scoprì che l’anziano e grasso proprietario dell’italiano si ricordava a stento le parole pizzà, spagettì e lasagnè, peccato che non si ricordasse più come si cucinavano. Si rimise in viaggio imparando la prima lezione: all’estero, non andare mai in un ristorante italiano.
La Porsche andava alla grande. Poco prima di mezzanotte, finalmente, arrivò al confine con la Spagna. Era stanco e decise che a quell’ora di notte non era il caso di proseguire. Si infilò in un grande parcheggio, dove si trovavano già molte altre persone che avevano avuto la sua stessa idea e, seduto, impalato, sul sedile non reclinabile dell’auto, tentò di dormire. Ovviamente, non dormì molto bene, ma finalmente arrivò l’alba. C’era già un brulichio di macchine e di persone in procinto di attraversare il confine.
Verso le dieci di mattina arrivò all’Hotel Marina Tossa, dove l’aspettavano i suoi amici, Bruno e Roberto. Li conosceva da poco, lavoravano nella stessa società ed erano le persone giuste per trascorrere una vacanza indimenticabile. Bruno, figlio di un ricco commerciante, aveva vissuto buona parte della sua infanzia in Brasile: forse derivava da quello la sua perenne abbronzatura. Non alto, capelli neri ricci, un sorriso accattivante, modi signorili, una naturale propensione al riso e alla goliardia. Roberto era romano, di origini modeste, capelli castani, fisico atletico, faccia da duro, ma buono come il pane.
Appena lo videro gli saltarono addosso per abbracciarlo. Bruno, col suo sorriso malizioso, disse: “Aho, questa non è Tossa de Mar, questa è Tossa de Fica!” Gli fece eco Roberto, dicendo: “Non poi capì! Mai vista tanta fica in vita mia!” Felice di averli rivisti, disse: “Beh, allora sono arrivato nel posto giusto.” Bruno disse: “Dai, sali in camera, cambiati, che ce ne andiamo subito in spiaggia. Ti aspettiamo.”
Spiaggia con finissima sabbia bianca, intervallata da suggestivi scogli, acqua limpida e turchese, un’orgia di villeggianti, quasi tutti giovani, e un numero infinito di sirene in mini bikini, da togliere il fiato. Si tuffò subito in acqua, dovendosi rinfrescare dal lungo viaggio e smaltire la stanchezza. Bruno e Roberto lo relazionarono, minuziosamente, sul luogo, le abitudini, i ristoranti, le discoteche e su quanto fosse facile rimorchiare.
La sera e la notte erano il momento clou di quella località. Un parco giochi per adulti, tra bar, pub, ristoranti, negozietti, luci, musica, risate, ragazzi di tutte le nazionalità uniti da un unico scopo: divertirsi! Mai visto nulla di simile in Italia, neanche a Rimini e a Riccione.
Quella sera, dopo cena, andarono in una delle discoteche più “in”. Per entrare c’era la fila e non tutti alla fine avrebbero avuto il privilegio di entrarci. Bruno e Roberto, che avevano già imparato tutti i trucchi del mestiere e si erano fatti le amicizie giuste, scavalcando buona parte della fila, furono fatti passare senza nessun problema e con cordiali sorrisi dai “gorilla” all’ingresso. All’interno, un paradiso infernale, con luci psichedeliche e musica a palla. Sembrava la torre di babele, tante lingue, ma nessuna difficoltà di comprensione, con il linguaggio del corpo che superava ogni barriera, ogni razza, ogni ideologia, ogni status sociale. Massimo si tuffò in quel mare di spensieratezza e di voglia di vivere.
Bruno, urlandogli nell’orecchio per farsi sentire, disse: “Vieni, che ti presento il boss di Tossa. Un napoletano fichissimo sempre pieno di donne.” Facendosi largo tra la folla, arrivarono in un angolo appartato del locale, con tre grandi divani bianchi e un tavolo basso di cristallo, pieno di bicchieri, bottiglie e secchielli del ghiaccio da dove spuntavano affusolati colli di bottiglie di champagne. Spaparanzato sul divano c’era Rocco, il boss, con a fianco quattro schianti di ragazze, due per lato. Completavano l’allegro gruppo altri due trentenni ed altre sei ragazze, da far invidia alle conigliette di Playboy. Rocco era un bel ragazzone sulla trentina, pieno di capelli neri, lucidi, spettinati, abbronzatura da record che faceva maggiormente risaltare i suoi empatici occhi verdi, denti bianchi, come i tasti di un pianoforte, che sembravano suonassero risa contagiose, camicia bianca sbottonata fino all’ombelico. Accolse Bruno col calice dello champagne issato verso l’alto, gridando: “Guagliò, vieni qua, assit’t!” Massimo fu presentato e si aggiunsero a quell’allegra compagnia. Non essendoci praticamente più posto per sedersi, con aria gentile, ma decisa, Rocco, rivolgendosi ad alcune ragazze, disse: “Fate posto ai miei amici, andate a muovere il vostro culetto in pista.” Le tre “conigliette”, sorridendo come galline, si alzarono e, con loro grande imbarazzo fecero posto ai tre amici.
Era in paradiso, in un posto fantastico, con amici simpatici, al tavolo del boss, tra mille donne, che poteva volere di più? Eppure non era felice, gli mancava Paola, gli mancavano i suoi occhi, il suo sorriso, i suoi baci, le sue frecciatine e la sua dolcezza, la sua gelosia e il suo amore. Come si vede nei film americani, bevve per dimenticare o forse, semplicemente, per non pensare.
A fine serata, verso le quattro del mattino, Rocco, parlando con Bruno, disse: “A Bru, domani parto per una settimana per affari, se vuoi vi lascio casa, la macchina e tutto quello che c’è dentro. Non pozzu lascià orfani tanti bravi ragazzi. Fate come foste a casa vostra, basta che non gli appicciate ffoco. Vabbuono?!?” Bruno, che ormai non era più molto lucido, come nessuno dei presenti, rispose: “Non ti preoccupare, ci pensiamo noi a guardarti la casa. Parti tranquillo, basta che ce lasci qualche bella pollastrella. Ahahahaha, ahahah, ahahah.” Cercherò di tradurre il contenuto e il significato della frase di Rocco. Nessuno sapeva esattamente cosa facesse Rocco per vivere, qualche ipotesi la fecero i tre amici, ma non mi sembra questa la sede per fare pettegolezzi. L’unica cosa certa era che aveva un sacco di soldi e un gran cuore. Quella che lui chiamava la “casa”, era una delle più belle ville di Tossa de Mar, con mega piscina a forma di fagiolo, circondata da palme. La “macchina” era una Rolls Royce Cornice cabrio, azzurro metallizzato con interni di pelle umana color panna. “Tutto quello che c’è dentro” era una coppia di cileni, moglie e marito, tuttofare, che si occupavano della cucina, delle pulizie, del giardino,…. “Non posso lasciare orfani tanti bravi ragazzi”, voleva dire che non poteva lasciare per una settimana, tanti ragazzi, senza le mega feste che organizzava nella sua villa. L’unica condizione era quella di non incendiargli la casa. Questa offerta diede una svolta decisiva alla loro, già fantastica, vacanza.
Dopo la partenza di Rocco, i pomeriggi, con la Rolls Royce, facevano avanti e indietro sulla via principale della città, con Bruno che, sbracciandosi dall’auto, gridava: “Stasera festa a Villa Blanco! Tonight party al Villa Blanco! Esta noche fiesta en Villa Blanco! Hente aben party in der Villa Blanco! Soirée ce soir à la Villa Blanco!” Erano acclamati come delle rock star!
La villa apriva i cancelli a mezzanotte e, quando andava bene, li richiudeva alle otto del mattino. In quel lasso di tempo, succedevano cose che non basterebbe un altro libro per descriverle. Un paio di ragazzoni del posto, che si prestavano per amicizia e convenienza, facevano da gorilla, cercando, quanto possibile, di fare una selezione dei numerosi partecipanti. Per esempio, non facevano entrare quelli che erano già sbronzi fradici, gruppi di soli ragazzi sfigati senza donne, persone di età superiore ai 35 anni e così via.
Matias e Florencia, la coppia di cileni, erano abituati a quelle feste ed erano dei collaboratori insostituibili, sempre sorridenti e disponibili. Per una questione di “sicurezza pubblica”, era vietato occupare o appartarsi in luoghi della casa che non fossero il salone e l’enorme giardino, ma non era sempre facile far rispettare le regole. Musica a palla, fiumi di alcool, birra, champagne e non solo. Mediamente ogni notte c’erano non meno di 400/500 persone ed altrettante erano state costrette a restare fuori. Mediamente ogni notte, dopo le quattro del mattino, la metà erano nudi o seminudi. L’altra metà era in piscina vestita o infrattata in qualche angolo del giardino o della casa a copulare. Tutti erano ubriachi!
Bruno si occupava principalmente delle public relations, Roberto dell’ordine e della sicurezza, Massimo, essendo il più carino, dei rapporti col sesso femminile.
Pur non andandosela a cercare e nonostante la sua timidezza, non c’era una notte che non si trovasse a letto con almeno un paio di ragazze mozzafiato, quasi mai italiane. Le italiane, si sa, se la tirano troppo. Socializzò con mezzo mondo. Una specie di ONU del sesso.
Dopo nottate del genere, era difficile che si andasse al mare prima delle due del pomeriggio, infatti era meno abbronzato di quando ero partito. La mattina le spiagge erano deserte, frequentate soltanto da famiglie e bambini urlanti.
Un giorno decisero di fare pausa, anche perché i poveri Matias e Florencia erano allo stremo. Si organizzarono con un gruppo di scalmanati per andare a Lloret de Mar, nella famosa discoteca Revolution. La sera cenarono in un ristorantino caratteristico, con piccoli tavoli all’aperto, in compagnia di Margaret, Kerstin e Camille. Una sorta di UE ante litteram. Roberto, involontariamente, diede spettacolo. Non so bene a cosa gli servisse, ma gesticolando, in direzione del cameriere, cominciò a gridare: “Camarero, camarero, portame un po’ de burro. Burro!” Il cameriere, un ragazzone con la barba, gli buttò un’occhiataccia da lontano, ma non venne. Roberto, sempre gesticolando con la mano alzata, ripetette: “Burro, burro!” Il cameriere arrivò con le mani sui fianchi e minacciosamente, disse: “Burro?!? Eres un burro!” Roberto, spazientito, disse: "Sì, burro. Burro!” Per fortuna intervenne Bruno, che un po’ di spagnolo lo masticava, e singhiozzando dalle risate, disse: “A Robè, gli stai dando dell’asino, apposta è incazzato! Ahahahahah. Burro, in spagnolo, significa asino. Ahahahahah.” Poi, rivolgendosi al cameriere, disse: “Lo siento, mi amigo queria mantequilla.” Per fortuna il cameriere capì l’equivoco e sorridendo si allontanò. Roberto, imbarazzato, disse: “Sti cazzo de spagnoli, ma come parlano? Mo me spalmo un asino sul pane!” Cercarono di tradurre l’accaduto alle loro amiche e cominciarono tutti a ridere, senza più riuscire a prendere fiato.
Finita quella ilare cena, fecero una passeggiata per le viuzze del paese. Era l’ora di punta, locali di ogni tipo erano gremiti di giovani che, con le loro diverse lingue, creavano nell’aria, già satura di profumi di birra, alcool e spinelli, suoni armonici e dissonanti.
L’eco della musica, che riempiva l’aria di quella stellata notte d’estate, gli annunciò che erano quasi arrivati a destinazione. Nel buio della notte, gli apparve questa bianca, imponente, cattedrale della musica e del divertimento: Il Revolution! Un’immensa arena ovale, dove invece dei gladiatori che rischiavano la vita, c’erano giovani che rischiavano la sordità. Lampi di luci multicolori, seguendo il ritmo dell’assordante musica, illuminavano, a intervalli, una moltitudine di corpi in movimento, come onde sul mare. Non avevano mai visto nulla di paragonabile.
Con le loro simpatiche amiche si buttarono nella folla. Ne uscirono, non si sa bene come, verso le prime ore dell’alba.
Purtroppo, come tutte le cose belle, anche quelle vacanze volsero al termine. Bruno e Roberto erano già partiti da due giorni.
Massimo partì da Tossa de Mar che era già tarda mattinata, dopo saluti vari, abbracci, baci e promesse di rivedersi presto, coi nuovi amici e amiche di avventura. Nel ritorno da una vacanza ti accompagna sempre un po’ di tristezza, di nostalgia, di rimpianto, di paura, all’idea di dover riaffrontare la routine della vita quotidiana. Quel viaggio non fece eccezione, anzi… Per quanto fosse stato distratto e stordito da quella fantastica avventura, il pensiero di Paola non lo aveva mai abbandonato. Si sentiva mutilato, era come se gli mancasse una parte di sé.
La radio trasmetteva canzoni francesi e i suoi pensieri correvano più veloci della sua macchina, quando, poco prima di Narbonne, sul bordo della strada, vide una ragazza che, col pollice alzato, faceva l’auto-stop.
Era bianchissima di carnagione, lunghi capelli lisci, biondo platino, alta, magra, con un lungo vestitino con motivi provenzali e uno zainetto sulle spalle. Era così eterea, che sembrava un angelo caduto dal cielo. Massimo si fermò, lei gli venne incontro, abbassandosi all’altezza del finestrino (fu lì che vide i suoi occhi grigio-azzurri e il suo sorriso gentile) e in francese disse: “Ciao, puoi darmi un passaggio fino ad Avignon?” Incantato, rispose: “Ti posso accompagnare per un po’, io poi proseguo sulla strada costiera, sto tornando a Roma.” Lei, aprendo lo sportello e accomodandosi in macchina, disse: “Va bene, grazie, mi porterai fino a Nimes, poi da lì troverò un altro passaggio.” Appena furono ripartiti, lei disse: “Mi chiamo Chantal.” Lui, in quel momento, pensò che un nome più bello e più francese di quello non potesse averlo. Voltandosi per un attimo verso di lei e porgendogli la mano, disse: “Io sono Massimo.” La sua mano era esile, con lunghe dita affusolate, provò un’emozione a quel contatto.
Era timida anche lei e durante il tragitto non parlarono molto, giusto qualche frase di convenienza e qualche informazione di conoscenza. Dopo un paio d’ore, erano a Nimes, accostò la macchina sul ciglio della strada e stava per salutarla, quando, all’improvviso, si rese conto che non poteva far volar via quell’angelo, che aveva ancora bisogno di stare con lei. La guardò imbarazzato e con un sorriso ebete, disse: “Dai, ti accompagno fino ad Avignon.” Lei, ringraziandolo con gli occhi e col sorriso, richiuse lo sportello.
Chantal aveva 21 anni, la sua stessa età, era di Strasburgo e frequentava la facoltà di lettere e filosofia. Era ad Avignon in vacanza, in compagnia di altri amici. Era così diversa da tutte le ragazze che aveva conosciuto e frequentato a Tosse de Mar, era l’esatto opposto, e poi sentirla parlare in francese era come musica. Pensò che il francese fosse la lingua più sensuale e femminile del mondo.
Dopo poco meno di un’ora arrivarono ad Avignon, la città dei Papi. Era tardo pomeriggio e faceva molto caldo. Lei lo prese per mano e, facendogli da cicerone, lo portò in giro per la città. Arrivarono fino al “Palais des Papes”, un enorme e suggestivo edificio gotico, lì si sedettero su un gradino e lei gli raccontò tutta la storia di quel palazzo e dei Papi che vi avevano risieduto. Lui, capì non più del 50% di quello che lei diceva, ma era comunque un piacere sentirla parlare. Si fece sera, a malincuore disse che sarebbe dovuto ripartire. Lei, con la sua naturale dolcezza, tirandolo per mano, disse: “Ma devi mangiare, il viaggio è lungo. Dai, vieni all’ostello che ti preparo qualcosa.” La seguì, come un cucciolo segue il suo padrone. Arrivati all’ostello, rispondendo al saluto di altri ragazzi e presentandolo ad alcuni di loro, lo portò fino alla mensa, lo fece sedere ad un tavolo, e rassicurandolo, disse: “Aspettami qui, ti preparo qualcosa da mangiare e torno. Vuoi un po’ di pasta?”. Incoscientemente, rispose: “Sì, grazie.”. Tornò dopo un po’ con due fumanti piatti di spaghetti al pomodoro e una Coca Cola. L’aspetto non era dei più invitanti: i poveri spaghetti erano accasciati sul piatto, segno della loro eccessiva cottura, e ricoperti da una salsa di color rosso intenso. Mise in bocca la prima forchettata e i suoi sospetti vennero confermati. Erano, ovviamente, scotti e la salsa era una specie di aspra conserva di pomodoro. Lei, sorridendogli, disse: “Buoni?!?” Lui, mentendo spudoratamente, rispose: “Buonissimi!” Lei, guardandolo con quegli occhi color cielo prima di una tempesta, facendo una smorfia con la bocca, disse: “Lo so che stai mentendo! Nonostante mio padre faccia il cuoco, io in cucina sono un disastro e poi, per un italiano, questi spaghetti difficilmente possono essere definiti buoni. Ahahah, ahahah.” Lui, disse: “Touché! Ahahahahah, ahahahahah.”
Finita la “cena”, venne il momento di salutarsi: lei lo accompagnò fuori dell’ostello, fino alla macchina. Parlarono più con gli sguardi che con le parole. Avrebbero voluto dirsi mille cose, farsi mille promesse, ma non ci riuscirono. Alla fine, un abbraccio e un semplice “Adieu!”
Massimo partì e gli sembrò di aver dimenticato qualcosa, come quando esci di casa e fai l’inventario di quello che puoi aver dimenticato: i soldi, le chiavi, gli occhiali, il gas acceso. Fece non più di cinque chilometri di strada, con i fari che bucavano il buio della notte, poi capì cosa aveva dimenticato, cosa gli mancava: lei!
All’improvviso fece un’azzardata conversione ad “U” e, pigiando forte sull’acceleratore, tornò sui suoi passi. I fari della macchina la illuminarono, era ancora lì, dove l’aveva lasciata. Non poté crederci, forse era solo frutto della sua immaginazione, non poteva essere ancora lì. Bloccò i freni, facendo stridere le gomme, scese dalla macchina e le corse incontro. Si abbracciarono come se non si vedessero da un secolo e si baciarono come se da quello dipendesse la loro vita. Massimo provò una sensazione di completezza, di ricongiungimento, di serenità, per aver ritrovato quello che avevo dimenticato e che avrebbe rischiato di perdere per sempre.
Lei disse semplicemente: “Je t'attendais. Je savais que tu reviendrais! »
Erano due ragazzi diversi, non più timidi, ma pieni di passione. Si dissero che si sarebbero scritti, che si sarebbero sentiti al telefono, che si sarebbero rivisti presto. Con quel bagaglio di speranza si salutarono e andarono ognuno per la sua strada.
Massimo riprese la strada del ritorno verso Roma, questa volta certo di non aver dimenticato nulla, certo di aver trovato qualcosa. Che strana la vita, per quindici giorni era stato circondato da belle ragazze, poi, quando tutto era finito, al ritorno, una ragazza che fa l’auto-stop, dà un passaggio al tuo cuore e lo porta in paradiso. Ma, questa è un’altra storia.
“Che figata ‘sta specie de moto!” Questa esclamazione interruppe i ricordi nei quali si era perso e lo riportò in un attimo alla realtà. Si guardò a fianco e vide un ragazzone coi capelli rasati, barba folta e numerosi tatuaggi che, guardandolo con un accattivante sorriso, cercava di attirare la sua attenzione. “Bella! Che cos’è?” Massimo, per l’ennesima volta, dette sintetiche informazioni e con garbo si accomiatò dal ragazzone. Lo vide allontanarsi verso un folcloristico gruppetto di Harleysti.
Decise di proseguire in direzione di Genova, voleva rivedere Tossa de Mar.
Massimo era soddisfatto di quell’acquisto, gli dava un onnipotente senso di libertà e più strada percorreva, da ex pilota e da ingegnere, più ne apprezzava le qualità.
Verso le quattro del pomeriggio arrivò a Sanremo: aveva sulle spalle già 650 chilometri percorsi, ma non si sentiva particolarmente stanco e poi era presto. Decise che avrebbe voluto cenare sul lungomare di Cannes o, perché no, nell’amata e trasgressiva Saint Tropez. Poi avrebbe deciso. Si sedette in un bar del centro storico di Sanremo, ordinò un caffè, si accese una sigaretta e consultò il suo iPod. Come da sue tassative disposizioni, non c’erano messaggi dal suo autosalone, ma messaggi di qualche amico, qualche seccatore e l’unico messaggio che gli interessava: “Ciao papino come stai? Dove sei arrivato? La prossima volta che decidi di fare un viaggio porti anche me. Non un viaggio di un mese perché sennò mi rompo, ma una quindicina di giorni si può fare.” Le rispose subito: “Ciao amore, sto benissimo, sto a Sanremo e mi sto bevendo un caffè, poi riparto e vado in Francia. Vabbè, che coi tuoi voti in geografia è come se ti parlassi cinese. Poi ti mando qualche foto per chiarirti le idee. Certo che lo faremo un viaggio insieme, col triciclo, è una figata. Mi raccomando, inizia bene l’anno scolastico, non fare come il tuo solito, che concentri tutto nell’ultimo mese. Non rispondere male alle Prof e comportati bene.” Federica non rispose con un messaggio scritto, ma con uno vocale: “Uffa, sempre a trattarmi male e a prendermi in giro, sei proprio insopportabile! Sì, sì, studio, non rispondo male e faccio la brava… ci provo. Ahahahahahahah. Ti voglio tanto bene. Divertiti!”
Percorrendo la Croisette, passò davanti al Grand Hotel de Cannes, dove aveva trascorso tanti soggiorni piacevoli, ma in quel momento decise di proseguire verso la più sbarazzina Saint Tropez: Cannes, specie in quel periodo di fine estate, era così formale che lo metteva quasi a disagio.
Arrivò a Saint Tropez quasi al tramonto, l’aria era tiepida e piacevole. Parcheggiò la CAM AM, si tolse la tuta, le scarpe e, come un ragazzino, a piedi nudi attraversò la spiaggia fino al mare. C’erano poche persone, qualche coppia di ragazzi che si scambiavano effusioni e un gruppetto di giovani, più rumorosi, che salutavano la fine di quella giornata con birre e colorati aperitivi. Massimo si sedette sulla spiaggia, vicino al mare, calmo e frusciante che, con la sua leggera risacca, gli lambiva i piedi. Adorava il mare, si fissava verso l’orizzonte e, come un gabbiano, volava verso l’infinito. Gli trasmetteva tanta pace e libertà.
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