Читать книгу: «Baikal», страница 2
Massimo non si stupì più di tanto, era abituato ai repentini cambiamenti di umore e alle scenate di Francesca. Approfittò dell’occasione per guardare più attentamente quello strano veicolo. Mentre veleggiava coi suoi pensieri, una voce sicura e piacevole disse: “Le piace?” Massimo, preso alla sprovvista, alzò gli occhi per vedere chi fosse l’autore di quella domanda. Era un bel ragazzo di circa trent’anni, alto, atletico e, come tutti i giovani rampanti di quell’età, accessoriato di barba e tatuaggi. Massimo, accennando un sorriso cordiale, disse: “Si! Molto interessante. Non l’avevo mai vista.” Il giovane, visibilmente orgoglioso del suo mezzo, disse: “In effetti è una novità per l’Europa. E’ un mezzo della canadese BRP, ora importato anche in Italia. Se le interessa, li vendo io.” Massimo, prima di parlare, guardò l’orologio. La mezzanotte era passata da un quarto d’ora. Scaramanticamente rassicurato dal fatto che quella brutta giornata fosse giunta al termine e che fosse iniziato un nuovo giorno, disse: “Certo che mi interessa! Ma vista l’ora non la voglio trattenere.” Il giovanotto, già nei panni di venditore, disse: “Ma ci mancherebbe. E’ un piacere! Il motore è un Rotax 1330 cc., 3 cilindri da 115 cavalli, con cambio sequenziale a sei marce…” Massimo, interrompendolo, disse: “Sìì, si, credo di essermi fatto un’idea. Dov’è la sua concessionaria? Voglio passare a trovarla e provare questo coso.” Il giovanotto estrasse il biglietto da visita dal giubbotto e lo porse a Massimo. “Siamo in Via Nomentana. Sul biglietto c’è tutto. L’Aspetto!” Massimo ringraziò e promise che sarebbe andato a trovarlo presto. Vittorio, il giovanotto, indossò il casco, inforcò la CAM AM e pigiò il bottone rosso dello starter. Dallo scarico uscì un rumore graffiante, classico dei tre cilindri. Vittorio, con una manovra, volutamente scenografica, fece sgommare il grosso pneumatico posteriore e in un attimo si dileguò.
Massimo, pensò: -Certo che ti verrò a trovare. Certo!
La riflessione, del giorno precedente, davanti allo specchio, il susseguirsi di eventi negativi durante tutta la giornata, il suo cinquantesimo compleanno, la scoperta di quello strano veicolo a tre ruote… Era come se, all’improvviso, si componessero le tessere di uno strano puzzle, come se apparenti coincidenze fossero solo l’inizio di un inevitabile cambiamento.
Sprofondato sul divano, mentre ascoltava Heroes di David Bowie, nella sua mente cominciò a prendere forma uno strano progetto. Avrebbe staccato la spina, sarebbe partito per un mese, forse due, senza nessuna meta. Non intendeva questo viaggio come una fuga, ma esattamente il contrario. La voglia, la necessità di ritrovarsi, di ritrovare una strada da percorrere per il futuro. Si era reso conto improvvisamente che quella che stava percorrendo da un po’ di anni era una strada a senso unico, era un vicolo cieco, era un cul de sac. Sì! Aveva deciso! Al massimo entro una settimana sarebbe partito.
“Vittorio, buongiorno! Sono Massimo, quel signore che ieri sera era affascinato dalla sua Cam Am. La trovo se passo tra un’oretta?” Vittorio, con tono cordiale e professionale, disse: “Buongiorno a lei. Sì, certo. L’aspetto.”
Vittorio, guardando la Porsche di Massimo, appena parcheggiata, disse: “Certo che, anche lei, in quanto a giocattolini non scherza.” Massimo, facendo un sorriso di circostanza, disse: “Auto e moto sono la mia passione da sempre, apposta sono qui, mi mancava un triciclo. Ah,ah,ah,ah,ahhhhh.”
Dopo una interessante e soddisfacente prova su strada, acquistò il top di gamma, full optional, rosso Ferrari. L’avrebbe preferito nero, ma quello rosso, e un altro, di un improponibile color giallo, erano gli unici in pronta consegna.
Vittorio, salutandolo, disse: “Come d’accordo, al massimo entro tre giorni glielo consegno. Poi, mi farà piacere visitare il suo negozio di “giocattoli”, anche se credo che non mi potrò permettere di fare acquisti. I suoi non sono “tricicli”!” Massimo, salendo sulla Porsche, sornionamente, disse: “Non si sa mai…, ma faccia presto, sono in partenza per un lungo viaggio. Ci vediamo giovedì!”
Mentre era in macchina, gli venne in mente Forrest Gump, dell’omonimo film e una delle sue fantastiche frasi: “Quel giorno, non so proprio perché, decisi di andare a correre un po'”. Pensò che la sua CAM AM non era proprio un paio di scarpe da running, ma, in fondo, l’intenzione era la stessa. Sorrise.
“Alessandra, buongiorno, mi organizzi una riunione per le 15:00, con Antonio, Giorgio e il Rag. Salvati. Ha notizie per i documenti della Bugatti?” Alessandra, rispose: “Sì, glieli ho lasciati sulla scrivania, ma per quello che ho visto, come diceva lei, su quella macchina c’è qualcosa di poco chiaro. Bene, organizzo la riunione.” Massimo, andò nel suo ufficio e controllò i documenti. Come primo proprietario figurava un Emiro arabo, poi era passata di mano ad un banchiere svizzero che, a sua volta, dopo qualche mese, l’aveva ceduta ad un industriale padano e, infine, era stata acquisita da una società Lussemburghese. Lì se ne perdevano le tracce, fino a riapparire, non si sa come, nelle mani del sedicente avvocato di Frosinone che, comunque, non era l’effettivo proprietario. C’era troppa puzza di camorra, confermata dal prezzo di svendita di 800.000 euro e dalle modalità di pagamento richieste dall’avvocato: 50% con bonifico bancario, 50% contanti, in nero. Il suo cliente, collezionista serio e trasparente, non avrebbe mai accettato.
Chiamò subito l’avvocato, dicendogli che il suo cliente aveva soprasseduto all’acquisto e che per il momento non se ne sarebbe fatto niente. Salutò ossequiosamente e chiuse la telefonata. L’avvocato non la prese per niente bene.
Erano già tutti presenti nella sala riunioni, Massimo si sedette, bevve il caffè che Alessandra aveva appena preparato, si accese una sigaretta e, con tono tranquillo, ma deciso, disse: “Vi ho riunito per informarvi che non sarò presente in azienda per uno o due mesi. Alessandra, lei avrà tutte le deleghe bancarie e il potere di firma. Giorgio, lei, come direttore delle vendite, avrà la responsabilità di effettuare le vendite senza il mio benestare finale. Lei, ragionier Salvati, in collaborazione con Alessandra, effettuerà incassi e pagamenti. Tu, Antonio, potrai tranquillamente andare avanti senza di me.” Antonio, interrompendolo, disse: “Ingegnere, grazie per la fiducia, ma lo sai che non è così. Noi siamo come una coppia di carabinieri: uno legge e uno scrive. Ahh,ahh,ahhh.” Massimo, sorridendo, prosegui: “Vai, vai, che ce la fai pure da solo. Quindi, ritornando all’argomento della riunione, confido pienamente in voi. Sono certo che non mi deluderete. Io sarò presente ancora qualche giorno per le ultime incombenze. Andate pure. Lei, Alessandra, resti.” Lasciarono tutti la sala riunione con un’aria interrogativa, anche Alessandra aveva la stessa espressione.
Massimo, disse: “Capisco la sua perplessità, ma non è successo niente di grave. Ho semplicemente deciso di partire per un lungo viaggio. Ho bisogno di staccare, di rimettere ordine nella mia vita. So che di lei mi posso fidare ciecamente, così come degli altri collaboratori. Quindi parto sereno. Io mi farò sentire non più di una volta a settimana e lei mi contatti solo se è assolutamente indispensabile. Potete tranquillamente cavarvela da soli. Ha qualche domanda?” Alessandra, pur essendo una donna energica e intraprendente, presa così alla sprovvista, disse: “Non so, forse avrei mille di domande da farle ma, come dice lei, dobbiamo cavarcela da soli. Ci conti, ce la caveremo da soli! Grazie per la fiducia.” “Grazie a lei!” rispose Massimo.
Ora, la parte del piano più difficile da affrontare era sua figlia, non solo per come avrebbe reagito lei, ma per quanto era difficile per lui separarsene. Ma anche questa separazione, probabilmente, lo avrebbe aiutato a ritrovarsi. Da quando era nata Federica ogni pensiero, azione, decisione, era condizionata al benessere e alla felicità di quella bambina, spesso anche a scapito della sua. Fare il padre era l’esperienza e il “mestiere” più difficile che avesse mai affrontato nella sua vita e, forse, era quello che gli era riuscito meglio.
Massimo mandò un messaggio a sua figlia: -“Venerdì vengo a prenderti io a scuola, così durante il viaggio di ritorno parliamo un po’”– Dopo poco, Federica, rispose: -“Wow, precio!!! (precio, nel gergo dei giovani, significa: preciso, perfetto) Così non devo farmi il viaggio in treno. Ma è successo qualcosa?” Lui rispose: -“No amore, niente di particolare. Ci vediamo venerdì.” Appena scritto il messaggio, fu assalito da un forte senso di colpa, di disagio, come se la stesse abbandonando, lui che non se n’era mai separato per più di 24 ore.
Finalmente era giovedì, il giorno della consegna della CAM AM. Vittorio aveva chiamato per dire che il veicolo era pronto. Massimo, come un ragazzino, si fece chiamare un taxi, mollò tutto e si precipitò a ritirare il suo giocattolo, la sua speranza di libertà.
Appena lo vide entrare nell’autosalone, Vittorio gli andò incontro con aria cordiale e amichevole: “Buongiorno ingegnere, il suo giocattolo è pronto per affrontare il battesimo dell’asfalto. Sapendo del lungo viaggio che intraprenderà, abbiamo fatto un super tagliando e un super controllo. Le abbiamo montato tutti i borsoni e tutti gli accessori richiesti. E’ un vero gioiello e sono felice che vada nelle mani di un vero esperto di motori.” Massimo, ricambiando la cordialità, disse: “Grazie Vittorio, è sempre molto gentile. Spero che il suo triciclo sia in grado di portarmi in giro per il mondo senza noie. A proposito, mi ha preparato una lista di centri di assistenza sparsi per tutta Europa? Sa, non si sa mai…” Vittorio, prontamente, disse: “Troverà tutto in una cartellina, inoltre l’ho omaggiata di un servizio assistenza e carro attrezzi che copre tutta l’Europa e i paesi extracomunitari. Stia tranquillo, ho pensato a tutto.”
Massimo, una volta in sella a quello strano e affascinante oggetto, si accomiatò da Vittorio che, con un’espressione veramente sincera, disse: “Sa, ingegnere, un po’ la invidio. Vorrei avere anch'io il coraggio di mollare tutto e di buttarmi in questa fantastica avventura.” Massimo, guardandolo affettuosamente, come un padre, disse: “Lei è giovane. Lo farà! Quando si perderà, cercherà di ritrovarsi. Lo farà!” Gli sorrise benevolmente, pigiò il bottone rosso dello starter: il motore, col suo cupo suono, spezzò l’imbarazzo di quell’attimo e Massimo scomparve risucchiato dal traffico.
“Ciao Rosy, ti volevo anticipare che partirò per uno, due mesi, in giro per l’Europa, per lavoro e perché ho bisogno di staccare. Venerdì vado a prendere Federica a Firenze e le do la notizia, non so come la prenderà, ma ormai ho deciso. Poi ne parliamo a voce quando ti porto Federica.” Rosy, col tono sorpreso e falsamente cortese, disse: “E quando avresti deciso di partire?” Massimo, calmo, rispose: “Sabato o Domenica.” Rosy, ora visibilmente seccata, disse: “Ah, così, quasi senza preavviso!?! Da un giorno all’altro!?! Certo, tu sei il falco, quello che volteggia libero nell’aria e guarda tutti dall’alto.” Lui, mantenendo una calma serafica, disse: “Scusa, Rosy, non capisco il tuo tono e le tue allusioni, siamo divorziati da anni, non ho fatto mai mancare nulla a te e a nostra figlia, sono un uomo maturo e libero. Cosa devo fare?!? Devo chiederti il permesso?!?” Lei, sempre più irritata dal tono calmo e sarcastico di lui, disse: “Tu sei stato sempre un uomo libero e ti sei sempre fatto i cazzi tuoi. Tu sei un uomo superiore, non devi chiedere il permesso a nessuno. Ci mancherebbe!” Lui, sapendo che la cosa sarebbe potuta andare avanti per ore, interrompendola, disse: “Sì, sì, ok, è come dici tu, ci vediamo venerdì sera quando ti porto Federica. Ora ti lascio perché mi stanno chiamando dall’officina.” Riattaccò prime che lei avesse l’occasione di aggiungere altro o di salutarlo.
Rosy era una bella donna, intelligente e per bene, ma le loro incompatibilità, o forse quelle di Massimo, erano tali da non consentire che il rapporto potesse durare a lungo. Questo, lei, non glielo aveva mai perdonato e, probabilmente, non glielo avrebbe perdonato neanche dopo morto.
Arrivò al College leggermente in ritardo e lanciando uno sguardo per vedere dove fosse sua figlia, la vide poco distante, in mezzo ad un gruppetto di compagni, due ragazzi e tre ragazze. Lei era la leader, glielo dicevano ai colloqui anche le maestre delle elementari. Una bella ragazza, non alta, ma con un viso che sembrava una porcellana di Capodimonte e due occhi grigio-verdi da ipnotizzare un elefante. Intelligente, più matura della sua età e con un carattere ribelle, era lì a tenere banco, quasi come se fosse sempre incazzata col mondo intero.
Massimo diede un colpetto di clacson e fece un gesto di saluto col braccio fuori dalla macchina. Fu un’amica ad accorgersi della sua presenza: sorridendo, salutò anche lei con un cenno della mano e avvertì Federica. Si salutarono e si abbracciarono come se si vedessero rivedere tra mille anni.
Salendo in macchina, con la sua grazia mascolina, disse: “Ciao papo, come stai? Andiamo subito a mangiare, c’ho una fame che non ci vedo!”
Viste le insistenze di Federica, si fermarono poco più avanti, in una trattoria da camionisti (garanzia di cibo ottimo e abbondante). Incurante della dieta, che regolarmente iniziava e interrompeva ogni settimana, ordinò una Carbonara, una bistecca ai ferri e le immancabili patatine fritte. Massimo prese soltanto una tagliata di manzo e della rughetta di campo. Mentre mangiavano, Federica, sempre col suo tono di voce alto e agitato, iniziò la sua lunga lista di lamentele: l’istitutrice del convitto è una stronza; la professoressa di matematica ce l’ha con me, così come pure quella di inglese e quella di spagnolo; la mia compagna di stanza mi ruba i vestiti; i ragazzi sono tutti infantili e bastardi, ecc., ecc. Il padre l’ascoltava pazientemente, intervenendo, quando necessario, a suo favore e, quando lo riteneva obiettivamente giusto, a suo sfavore, facendole notare con garbo che in quella determinata occasione la ragione non era dalla sua parte. Salvati cielo! “Ecco, ora ti ci metti anche tu! Sempre a darmi contro. Basta! Non ti racconto più niente.” Il padre, sempre con calma e pazienza, cercava di motivare il suo punto di vista: “Amore, non ti do contro, ma non puoi pensare di avere sempre ragione. Molte delle cose che ti accadono sei tu a procurarle, col tuo atteggiamento di sfida, con le tue espressioni del viso che dicono più di tante parole, con il tono che usi e con quella tua maledetta filosofia del “mi spezzo ma non mi piego”. Sapersi piegare, che non significa essere codardi e servili, è un atteggiamento maturo e intelligente. Piegarsi significa non prendere un muro in pieno, significa cercare di frenare e sterzare per rendere l’impatto meno disastroso. Là fuori, la vita è dura e se non saprai adattarti, ti spezzerà!” Lo sguardo della figlia gli fece capire che, ancora una volta, aveva sprecato inutilmente fiato e parole.
In fondo, quella parte del carattere gli piaceva, ma nello stesso tempo, da padre, aveva paura che si facesse male. Ma questi sono i figli. Cerchiamo di plasmarli a nostra immagine e somiglianza, con la presunzione che noi siamo perfetti, dimenticando che sono individui autonomi e che la loro unicità è la parte più affascinante della natura umana.
Imboccarono l’autostrada verso Roma, era una bella e soleggiata giornata di fine settembre, sembrava che l’estate proseguisse, ignorando il calendario. All’improvviso Federica si tolse le cuffie che, ahimè, non filtravano a sufficienza la noiosa, insulsa, deprimente, volgare musica rap nostrana che ascoltava, e con voce gentile, quella delle occasioni migliori e di quando doveva chiedere un favore, disse: “Papino mi fai guidare un po’?!?” “Come, guidare?!? Ma se neanche hai la patente.” Lei, angelicamente, disse: “Ma è una pura formalità burocratica, lo sai che la macchina la so portare.” Lui, già rassegnato, disse: “Sì, sì, lo so, ma questa pura formalità burocratica, come la chiami tu, mi può costare il sequestro dell’auto, il ritiro della patente, ecc., ecc.” Federica, in effetti, l’auto la sapeva portare e anche bene. Il padre, da buon ex pilota, all’età di 5 anni l’aveva sbattuta su un kart, dicendole: “Schiaccia quel pedale e vai!”. Era un talento naturale, aveva vinto vari trofei, poi era passata alla Formula Junior, vincendo il campionato italiano. Alcune esperienze nella classe Turismo e Gran Turismo, poi, come era nel suo carattere, mollò tutto con una banale giustificazione: “Comincio ad annoiarmi”. Il padre ci rimase un po’ male, ma non la contrastò, non l’avrebbe mai obbligata a fare una cosa che non amava e non sentiva al cento per cento. Era fatta così, era come se non volesse mai portare le cose fino in fondo o come se la stimolasse di più fare una cosa nuova, affrontare altre sfide.
Massimo accostò nella piazzola di emergenza, scese dall’auto, si guardò intorno guardingo, cedette la guida a Federica che, ripartendo, lasciò due baffi neri sull’asfalto. “Ehi, datti una calmata! Non sei in pista e se ci beccano passiamo la notte all’albergo Regina Coeli." Lei, con un sorriso sinistro, disse: “Tranquillo papà!” Lui, prontamente, disse: “Sì, sì, “tranquillo” è morto! Ahahahah ahahah.”
Massimo la osservava guidare e, compiaciuto, sorrideva sotto i baffi. Era bello vedere come quella ragazzina avesse il pieno controllo di quegli oltre 400 CV su quattro ruote. Era sicura, precisa, prudente, ma veloce, con quel viso sereno e quegli occhi verdi che, come laser, si muovevano veloci a scannerizzare ogni centimetro di quella lunga striscia di asfalto grigio. Dopo una cinquantina di chilometri, Massimo, disse: “Accosta alla prima banchina di emergenza, non approfittiamo troppo della fortuna. Sei brava, peccato che tu abbia mollato tutto.” Federica, alzando gli occhi al cielo, con una delle sue facce da schiaffi, disse: “Uffaaaaa, vabbè dai, non ci torniamo ancora sopra. Ora accosto.”
L’accompagnò dalla madre, si sarebbero rivisti il giorno dopo per festeggiare il suo compleanno e per salutarla prima della partenza.
Quella sera si sarebbe visto con Francesca e già presentiva una burrasca. Francesca ancora non sapeva nulla della partenza e sicuramente non l’avrebbe presa bene.
Avevano cenato all’aperto, da Gildo, un ristorantino in Trastevere. Gildo era morto da anni e a servirli era la figlia. Massimo, ogni volta che la vedeva, aveva un brivido. Era la copia perfetta del padre, anche nella gestualità e nel modo di esprimersi, confermando la sua teoria che l’immortalità sono i figli. Muori realmente solo quando il tuo sangue non scorre più nelle vene di nessuno.
Livia, col suo cordiale sorriso, portò il dolce, un limoncello per Francesca e l’ennesimo caffè per Massimo.
“Lunedì parto.” Questa breve frase ruppe il silenzio. Francesca, col bicchierino di limoncello in mano, alzando gli occhi verso di lui, disse: “Non mi avevi detto niente. Dove vai?” Lui, temendo la reazione di lei, serafico e col tono di chi vuole sminuire la gravità della notizia, rispose: “Non lo so esattamente, starò via per due o tre mesi.” Lei, poggiando con mano tremante il bicchiere di limoncello sul tavolo, socchiudendo gli occhi come la lama di un coltello, facendogli da eco, disse: “Due o tre mesi?!? Quando pensavi di dirmelo?!? Ti ha dato di volta il cervello?” Lui, prendendole la mano, con un sorriso rassicurante, disse: “Non prenderla così, è una decisione che mi è scattata in quest'ultima settimana. Ho perso il controllo di me, non so più chi sia, sono infelice, voglio provare a ritrovarmi. L’unico modo è tagliare con tutto e con tutti. Non è stata una decisione facile, ma devo farlo! Devo farlo per me, per mia figlia, per te, per il nostro futuro. Non so come spiegarmi. Spero tu possa capire.” Stranamente, il volto di Francesca si rasserenò e guardandolo con sguardo intenso e quasi commosso, con voce calma, disse: “Credo di capirti. Fai quello che ritieni sia meglio per te, un uomo infelice non mi serve a niente. Ti aspetterò come ho sempre fatto.” Massimo rimase colpito dalla sua reazione e dalle sue parole, sapeva che era una donna in gamba e che lo amava, ma non credeva fino a questo punto. Con voce dolce, disse: “Grazie per la tua comprensione. Cercherò di tornare migliore.”
Massimo era un uomo preciso, meticoloso, organizzato, ma nello stesso tempo imprevedibile e impulsivo. Doveva avere sempre tutto sotto controllo, altrimenti si disorientava e andava nel panico.
Per il viaggio che avrebbe affrontato la meta era sconosciuta, ma l’organizzazione della partenza era maniacale. Dall’abbigliamento tecnico che avrebbe indossato, alla scelta meticolosa dei pochi abiti che avrebbe portato, dai medicinali di base, agli oggetti utili più disparati, senza lasciare nulla al caso. In quelle tre borse rigide che equipaggiavano la CAM AM, non ci sarebbe stato un grammo di roba che non fosse indispensabile, né un grammo che fosse inutile. Quando organizzava qualcosa aveva il dono di avere una visione d’insieme, come un film che si proiettasse nella sua mente. Questo gli permetteva di prevedere l’imprevedibile e di avere sempre gli strumenti per affrontarlo, o almeno lo sperava. Anche quando faceva il pilota da corsa, questa sua visione lo avvantaggiava, salvo, a volte, vanificare tutto per il suo carattere appassionato ed impulsivo.
Una telefonata interruppe il suo lavoro di preparazione: “Ciao papo, a che ora passi a prendermi?” Lui, rispose: “Passo verso le tre, portati il casco, ho una sorpresa!” Lei, con voce ironica, disse: “Cos’è? Un altro cimelio su due ruote?” Lui, sorridendo, rispose: “Non fare tanto la spiritosa, poi vedrai! Ti stupirà!” Lei, col suo immancabile e dissacrante tono adolescenziale, disse: “Vabbè, vabbè…ci vediamo alle tre.”
“Noooooo, precio! Troppo figo! Dove l’hai trovato questo coso?!?” Federica era rimasta bloccata, poco fuori dal portone, guardando il padre a fianco della CAM AM. Mentre si avvicinava, il suo sorriso complice fu la conferma della sua approvazione. Abbracciò il padre senza riuscire a scollare lo sguardo da quella cosa. Massimo, disse: “Che ti avevo detto, che ti avrebbe stupito!?!” “E’ proprio precio, precisissimo!!! Mi ci fai fare un giro?” Ribatté Federica. Lui, orgoglioso, rispose: “Dopo. Adesso sali che ce ne andiamo a Fregene a rubare questo ultimo sprazzo di sole.” Quello strano triciclo passava meno inosservato di una Lamborghini color pistacchio. Col casco integrale in testa che gli copriva il volto, sembravano due fidanzati. Lei con un paio di Jeans dove erano più i buchi che la stoffa, una felpa grigio chiaro di Tommy Hilfiger, un paio di Nike bianche e i lunghi capelli castano biondi che volteggiavano nell’aria. Lui, stessi jeans, ma con meno buchi, un giubbino di pelle nera e un paio di mocassini Tod’s. Il rombo del tricilindrico ringhiava minaccioso fondendosi coi sibili dell’aria, per la gioia di quei due patiti di motori.
Dopo poco meno di mezz’ora erano davanti alla loro villa di Fregene: il cancello elettrico si aprì con una leggera esitazione e si richiuse subito dopo che ebbero parcheggiato. Felici di quell’assolato pomeriggio insieme, corsero a cambiarsi per andare in spiaggia.
Mentre stava lì, con la figlia, per un attimo, la sua decisione di partire vacillò – come faccio a stare due mesi senza di lei? A non vederla, non abbracciarla, non baciarla? – Quella, per lui, era veramente la parte più difficile e più critica. In 15 anni non si era mai separato da lei per più di 24 ore. Soltanto da quando era al College le separazioni si erano fatte obbligatoriamente più lunghe. Scacciò dalla sua mente quella nera nube, alzò gli occhi ad incontrare quell’azzurro cielo e prendendola per mano, disse: “Ti ricordi che ti dicevo quando eri piccola? Chi mette i piedi in acqua per ultimo non mangia il gelato!” Come due ragazzini, alzando una nuvola di sabbia, corsero a perdifiato verso il mare.
Massimo, sdraiato sul lettino, si godeva lo spettacolo, sempre emozionante, di quel tramonto e osservava quella figurina nera in controluce che nuotava in quel mare rosso. Alzò il braccio per dire a Federica di rientrare e lei gli rispose agitando le braccia. L’aria si era fatta fresca e Massimo le andò incontro con un asciugamano per non farle prendere freddo. Quando glielo mise sulle spalle e l’avvolse stretta, Federica, con uno scatto di insofferenza, disse: “Uffa, mi vuoi soffocare?!? Mi tratti sempre come se avessi cinque anni.” Lui, per niente offeso, disse: “Ah, già, dimenticavo che sei una donna adulta, quasi vecchia decrepita.” Lei, sorridendo e lanciandogli l’asciugamano addosso, disse: “Tu sei un vecchio decrepito. Copriti!” Risero insieme. Lei, aggiunse: “Dove andiamo a mangiare?” Lui, perdendosi negli occhi verdi della figlia, rispose: “Dove, se non in un posto per innamorati?!?” Lei, col suo tono dissacrante da adolescente, disse: “E quale sarebbe ‘sto posto da innamorati?!?” “Da Salvatore al Villaggio dei pescatori, ovviamente.”, rispose lui. “Ah, vabbè, dove ci stanno tutti i fichetti. Precio, si mangia bene!”
La grande pedana in legno, sulla spiaggia, ospitava una trentina di tavoli, già quasi tutti occupati. Il cameriere li accompagnò al loro tavolo, uno dei migliori e il più vicino al mare. Al centrotavola c’era una composizione di fiori, voluta da Massimo, illuminata da due candele, nel loro contenitore di vetro. Erano proprio una bella coppia, confermata dai sorrisi di assenso di alcuni commensali.
Mentre mangiava, Massimo continuava a ripassare nella mente quello che avrebbe dovuto dire a sua figlia, ma non trovava il coraggio, poi, mentre, per l’ennesima volta, ripassava il discorso, udì la sua voce e se ne stupì: “Amore, papà ti deve dire una cosa e spero che tu capisca. Ora sei abbastanza grande per capire:” Federica, distogliendo lo sguardo dai suoi gamberoni, ancora con il boccone in bocca, disse: “Hai una nuova fidanzata?!?” Lui, preso alla sprovvista da quella domanda, sorridendo, disse: “Ma, no, che ti viene in mente!?! Sto sempre con Francesca.” Federica, quasi a non voler mollare l’argomento, con sguardo cospiratorio, disse: “Ma dì la verità, quante ce ne hai portate in questo posticino romantico?” Lui, quasi imbarazzato e con un sorriso imbecille, rispose: “Ma che domande mi fai? Non lo so…qualcuna…” “Sì, sì, qualcuna…” Disse lei, con occhi maliziosi. Massimo, facendosi serio, disse: “Amore, papà starà via per un paio di mesi.” Lei, sgranando gli occhi, disse: “E dove vai?!?” “Non so esattamente dove, parto con la CAM AM e girerò un po’ per l’Europa. Sto attraversando un momento critico e ho bisogno di staccare, di ritrovarmi.” Lei, col cinismo che contraddistingue i giovani, apparentemente non turbata per la provvisoria perdita del padre, disse: “Quindi dovrei stare per due mesi sempre da mia madre!?! Ma tu sei fuori. Vuoi farmi impazzire?!?” Lui, quasi offeso che il problema non fosse la sua mancanza, disse: “Non metterla sempre così con tua madre, lo sai che non mi piace. Il problema dei vostri scontri continui è che caratterialmente siete uguali, di papà hai preso solo il viso. Apposta sei bella! AhAhAhAhAhAh…” La battuta del padre strappò un sorriso anche a lei che, guardandolo con occhi imbronciati, disse: “Papo, mi mancherai, perché anche se litighiamo sempre, tu sei il mio papo preferito, ma se non stai bene, se hai bisogno, come dici tu, di ritrovarti, parti. Fai quello che devi fare. Però quando torni mi devi portare un sacco di regali. Anzi, prima di comprarmi qualcosa, la fotografi e me la mandi col telefonino. Se ti dico ok, la compri.” Lui, rasserenato e rassegnato, ironicamente, disse: "Sì, mia badrona!” Poi, aggiunse: “Mi mancherai anche tu, mi mancherà il tuo caratteraccio e i tuoi baci ruffiani. Per molto, sei stato l’unico ostacolo alla mia decisione di partire. Poi ho pensato che avresti capito, che comunque vuoi un padre che guarda al futuro, non al passato, un padre “precio”, non un rompipalle depresso.” Lei, con la sua solita faccia da schiaffi, disse: “Precio, sei precio, lo dicono anche i miei amici, in quanto al rompipalle spero che tu possa migliorare un po’. Dai, adesso fammi provare ‘sto coso.” Massimo, tirò fuori dal bauletto una giacca a vento e, porgendola alla figlia, disse: “Mettila, che ha rinfrescato.” Lei, stizzita, disse: “Ma sto a morì de caldo! Mo me devo mette ‘st’affare?!?” Massimo, che non sopportava il suo linguaggio da coatta, disse: “Prima di tutto parla in italiano, secondo, se vuoi fare un giro di metti la giacca a vento.” Lei, indossandolo, rabbiosamente, disse: “Oh, ma sei proprio un rompipalle!”
A Massimo non fu necessario darle molte istruzioni, in un attimo aveva già capito tutto. Saltò in sella e avviò il motore. Prima che partisse, Massimo, disse: “Attenzione, non partire a palla, è uno strano aggeggio con uno strano comportamento, prendici un attimo la mano e poi smanetta. Mi fumo una sigaretta e ti aspetto qui. Oh, non tornare tra mezz’ora. Ok?!?” Era già partita, e il suo Ok di risposta echeggiò nell’aria.
Un rombo, al limite del fuorigiri, annunciò il ritorno di Federica. In un baleno si tolse il casco, con occhi eccitati e con un sorriso smagliante, disse: “E’ fighissimo! Quando torni me lo devi prestare, è veramente precio!” Lui, guardandola con orgoglio e tenerezza, disse: “Sei proprio matta come tuo padre.”
Quella sera chiacchierarono fino a tarda ora. Federica, cosa rara, quella sera aveva voglia di confidarsi e come un fiume in piena parlò degli amici, della scuola, dei suoi primi amorini, delle sue incertezze, delle sue paure, dei suoi sogni. Massimo non poteva farsi sfuggire quell’occasione e l’ascoltò con interesse, intervenendo raramente con consigli e rassicurazioni. Alla fine, esausto ma felice di tante confidenze, disse: “Stasera mi hai ricordato di quando eri piccola, che parlavi, parlavi, parlavi per ore e io che ti dicevo che se avessi avuto un pulsante per spegnerti saresti stata una bambina perfetta. Ahahahahahah.” Lei, facendo una finta faccia offesa, disse: “Non per mancarti di rispetto, ma sei un bello stronzone.” Gli buttò le braccia al collo e, stringendolo forte, disse: “Buonanotte papo, sei il migliore del mondo.”
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