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Federico De Roberto

L'Illusione


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066069858

Indice

PARTE PRIMA.

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

PARTE SECONDA.

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

PARTE TERZA.

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

PARTE PRIMA.

Indice

I.

Indice

— Il nonno! Il nonno!... Arriva!... È qui!...

Lasciata a precipizio la finestra insieme con Lauretta, ella si mise a correre per le stanze, gridò dinanzi all'uscio della mamma: «È arrivato!... È qui!...» scappò a dare l'allarme alle persone di servizio, e tornò verso la sala, chiamando:

— Nonno!... Nonno!... Eccoci, nonno!...

Il nonno, seguìto dal portiere e dal facchino con le valigie, era a mezza scala quando la vide scendergli incontro. Abbracciandola e baciandola sulle due guancie, esclamò:

— Teresa!... Come stai? come sta la mamma?...

— Bene, nonno... tutti bene!... anche Lauretta.... Dov'è andata?... To': eccola lì!

E scoppiò a ridere perchè la sorellina, rimasta indietro, ansimante, cominciava appena allora a scendere i gradini, uno alla volta, strettamente afferrata alle bacchette della ringhiera. Allora risalì di corsa e traversò di nuovo la casa, gridando:

— Mamma!... Ohè, mamma!... È qui!...

Come la mamma, un po' pallida, usciva dalla sua camera mezzo buia, le si buttò addosso, con le braccia in aria:

— Vieni anche te!... Fai presto! Eccolo, guarda!

E mentre il nonno, entrato, abbracciava la sua figliuola, lei gli girava intorno, saltellando, tirandolo per le falde dell'abito, rovesciando domande su domande:

— Ma quando sei partito?... Quanti giorni sei stato per via?... Hai avuto un bel viaggio?... Cosa si dice in quel brutto Milazzo?... Nonno, ohè nonno!...

Tacque subito, quando lo udì chiedere, sottovoce:

— Dov'è tuo marito?

— È andato fuori....

Anche la mamma aveva risposto piano; tutti e due restarono un pezzo a parlare in disparte, poi il nonno se ne andò in camera sua a disfare le valigie, in mezzo a Lauretta che lo aiutava, seria e composta, ed a lei che gli metteva sossopra ogni cosa, ricominciando a interrogarlo:

— Nonno, da quanto tempo non venivi a Firenze?.. A questo Senato non ci vuoi proprio andare?... Vai a Torino pel Senato? Ah, è bella Firenze!... Io vo' star sempre nella mia bella città!... Senti una cosa, nonno: a Milazzo non ci ritorno, di sicuro!...

— Se ci tornano babbo e mamma, — osservò Lauretta — ci tornerai anche te.

Il nonno smise di sistemare i suoi effetti per stampare dei baci sulle guancie magroline della bimba.

— Così parlano le ragazze a modo!... Queste son le nipotine che fanno la gioia dei nonni!...

Ella scosse il capo, si mise un dito sul mento e guardò il nonno di sottecchi.

— Bravo, ed io non conto, eh?... E tu non vuoi sentirti chiamare Bià, come ti dicevo quand'ero piccina?..

E il nonno si chinò ancora su di lei, la baciò in fronte, chiedendo con un sorriso:

— Adesso sei una donnina matura?

— Ho dieci anni!

— Vuol dire che è tempo di metter la testa a partito. Io so che ne hai fatte delle tue, che hai dati dei dispiaceri alla mamma!...

— Chi te l'ha detto?...

— Lo so... che t'importa?... Non è vero, Matilde?

La mamma che entrava in quel momento, si strinse a fianco la bambina, mormorando:

— Sì, ma non ne darà più; l'ha promesso, l'ha giurato, questo amorino...

Entrò anche Miss, per riverire il barone, chinandosi tutta d'un pezzo, come se avesse inghiottito il manico della granata, e per avvertire poi alle piccine:

— Maintenant, mademoiselles, c'est l'heure de votre leçon.

Laura quasi stava per seguirla, quando lei saltò su:

— Ah, vous savez, Miss, aujourd'hui c'est fête... c'est l'arrivée de grand-papa; on ne travaille pas!...

Si parlamentò un poco, fin quando, a maggior contento delle bambine, Miss se ne tornò indietro mogia mogia. Il nonno, scavando in fondo alle sue valigie, ne trasse due puppattole, grandi, vestite di tutto punto, alla cui vista Lauretta giunse le mani e lei ricominciò a saltare. Adesso, mentre con la sorella si rifugiava in un cantuccio a prender possesso dei regali, il nonno e la mamma parlavano un'altra volta fra loro. Tratto tratto, lei alzava il capo, guardando da quella parte; si udiva il nonno che borbottava: «Ci penserò io!... Avrà da fare con me!...» e la mamma rispondeva: «No, no, per carità...» portando poi il suo fazzoletto agli occhi. Come il babbo rincasò, Stefana venne a prendere le bambine e le condusse via.

— Cos'ha il nonno col babbo, che non l'ha neppur salutato?... — domandò lei alla cameriera.

— Nulla, che dovrebbe avere?...

Però, a desinare il babbo non comparve, e la mamma, cogli occhi rossi, non toccò quasi niente. Solo il nonno parlava per tutti, narrava delle cose di Milazzo, diceva delle burlette guardando sua figlia, chiedeva conto a Miss dei progressi delle sue allieve. Miss prodigava elogi a Laura che otteneva sempre dieci punti nel dettato; ma per la sorella maggiore faceva delle riserve:

— Elle ne veut pas étudier, elle manque de suite. Et c'est bien dommage, car elle aurait du talent... Monsieur le baron devrait lui dire de songer un peu moins à sa toilette...

— Come se un bel giorno non t'apparirà il diavolo, a furia di guardar nello specchio!...

— Già!... — protestava lei, con un'aria d'incredulità non molto sicura.

— Davvero!

Ella buttò indietro, con una rapida scossa del capo, la massa dei suoi capelli d'oro, ripetendo:

— Già, a me non la date a intendere!...

Ma alzatosi di tavola, il nonno andò a chiudersi in camera con la mamma, intanto che Stefana metteva a letto le bambine. Ella chiese ancora:

— Dov'è il babbo? Perchè non ha desinato in casa?

— Avea un invito...

— Proprio oggi che arrivava il nonno!...

Ella scuoteva il capo, non bene persuasa; ma recitando le preghiere della sera, cacciandosi sotto le lenzuola, pensava ridendo alla festa che sarebbe cominciata con la presenza del nonno. Era molto tempo che se ne stava lontano, dall'ultima volta che avevano lasciato Milazzo; ma ella non rammentava bene questo. Le avrebbe fatte divertire, lui che giuocava con loro come un ragazzo, che le contentava in ogni cosa! La mamma era stata tanto di cattivo umore! e il babbo! Una volta, non sapeva dove, li aveva uditi che si bisticciavano; il babbo gridava, la mamma scoppiava in pianto: rammentava l'abbraccio fitto che le aveva dato, scorgendola.

Ma anche il domani, e gli altri giorni che restava a casa, il babbo non parlava con nessuno, sgridava terribilmente le persone di servizio, non rispondeva nemmeno alle carezze delle figliuole. La mamma non volle andare a passeggio, la domenica; diceva di sentirsi poco bene, ma non si metteva a letto. Inutilmente, mentre la carrozza aspettava sotto il portone, lei insisteva:

— Mammina, vieni anche te!... Non è giusto, sai, lasciar solo il tuo babbo adesso che è con noi!.. Guarda: tu metterai l'abito mauve, quello che ti sta tanto bene... Nonno, sapessi com'è bella la mamma con quella toletta!... Vieni dunque, mammina!...

La mamma invece la pregava di non insistere, e esse andarono sole col nonno. Andarono alle Cascine, dove c'erano tante belle carrozze, tanti signori a cavallo; e lei, composta come una damina, col piccolo busto eretto, gli sguardi brillanti dal piacere, spiegava tratto tratto:

— Guarda, nonno, quella lì è la Treggiani; la conosci? Quell'altre due sono le sorelle Lorenzetti: una è maritata col marchese Bicci e l'altra con Martinari... Tò, guarda il babbo!..

Il babbo, a cavallo, stava fermo vicino a una victoria, a discorrere con una signora elegantissima, che aveva delle perle enormi alle orecchie e rideva mostrando i denti più bianchi delle perle. Il nonno si voltò bruscamente dall'altra parte, ella tacque un poco. Poi, come passavano altre carrozze, riprese:

— La principessa Roskoff... Non mi piace punto com'è vestita, oggi!... Quella è la Giacomelli, sai, la signora che ha i più bei brillanti di Firenze... ma io non li ho visti... La mamma non vuole andar mai a teatro!... Nonno, tu ci condurrai?... Di' la verità: un passeggio come questo a Milazzo non lo sognano neppure!...

Ma come la sorellina tossicchiava un poco, il nonno diè l'ordine di tornare a casa; e lì, intanto che la svestivano, lei enumerava un'altra volta, per la mamma, tutte le carrozze che aveva incontrate, descriveva le più belle tolette, criticava le brutte.

— Sai, c'era anche il babbo...

Però non aggiunse altro, vedendo che la mamma chinava gli occhi. E quando il babbo rientrò anche lui, s'udirono delle voci aspre, si vedeva il nonno passare da una stanza ad un'altra, su tutte le furie — e Stefana veniva ancora a portar vie le bambine.

— Sono in collera, il babbo e il nonno... — notava lei. — E anche la mamma... Non dice niente, ma le dànno dispiaceri... io me ne accorgo bene!...

Certi altri giorni, invece, pareva che tutti avessero fatto pace: il desinare era animato, il babbo discorreva, la mamma sorrideva un poco, le diceva di mettersi al piano. Lei cominciava a suonare qualcuno dei pezzi meglio studiati; ma, giunta ai passaggi complicati, s'impuntava, sbuffava, si dimenava sulla seggiola; intanto che Miss, con la sua voce pacata che era un'altra disperazione, ammoniva:

— Faites attention, mademoiselle... recommencez, s'il vous plait.

Ella tornava da capo, ma ad un nuovo imbroglio si lasciava scivolare dallo sgabello, buttando indietro i suoi capelli.

— Assez, maintenant!...

E cedeva il posto a Lauretta che eseguiva gli esercizii a puntino, senza sbagliare una nota, e si guadagnava tutti i baci e tutte le carezze.

— Questo si chiama studiare!... Perchè non studii anche te come tua sorella?

Ancora tutta fremente per l'irritazione che le difficoltà incontrate le avevano messa, dalla sua poltrona dove se ne stava sdraiata sbattendo le gambe, ella esclamava, sorridendo sul punto di piangere:

— Eh, studio anch'io... ma le dita non ci vanno!.. cosa posso farci?... Io vorrei saper suonare senza perder tanto tempo!...

Alcune volte veniva il conte Rossi, il loro padron di casa, tanto amico del babbo: un bel giovane, il più bel giovane di tutta Firenze. Allora ella provava una grande soggezione; se egli la guardava, se la carezzava, si sentiva tutta rimescolare; e non voleva esser trattata come una bambina in sua presenza. Il babbo andava via col conte; ella gli chiedeva, piano:

— Dove vai, babbo, a teatro?... Conduci anche noi!.

— Un'altra sera...

E la mamma tornava ad avere l'umor nero, si chiudeva in camera, non voleva veder gente. Certi giorni, come venivano delle visite, il portiere aveva ordine di riferire che la signora non riceveva, e lei, dietro la finestra, guardava con rammarico le belle carrozze riluccicanti tornarsene indietro.

— La calèche della marchesa Castelli... la victoria della Santamarta...

Durante le lezioni, mentre Miss correggeva il dettato francese, o assegnava la traduzione inglese, o spiegava la geografia, se udivasi uno scalpitar di cavalli padronali, ella s'alzava, correva a vedere.

— Thérèse!... — esclamava Miss.

— Me voici...

— Je voudrais savoir qui vous a appris ça?... Vous n'aurez pas de dessert, ce soir...

Ella alzava le spalle, mormorando: «Je m'en moque!» E prima di desinare faceva tante moine al nonno, che il castigo finiva per esser condonato.

— Mi secca, sai, quella vecchia!... Perchè lei è vecchia, crede che tutte debbano essere a un modo...

— Ma no, che non è vecchia.

— A quarant'anni suonati?... Allora, cos'è, una ragazzina?... E poi brutta, nonno!... Io non le posso soffrire le persone brutte!... Per mia fortuna, ho un babbo e una mamma che sono tanto belli!... Sai, la mamma, quando passa per le vie, le persone si voltano a guardarla.... io me ne accorgo!... E il babbo, quando monta a cavallo, com'è elegante!... Non ti pare, nonno?...

Il nonno evitava di rispondere. Ella riprendeva:

— Hai viste le signore che vanno a cavallo?.. A Milazzo non se ne incontra!... Come stanno bene!... Quando sarò grande, voglio andare a cavallo anch'io...

Allora il nonno cominciava un predicozzo: bisognava avere il capo ad altro, allo studio, alle cose serie, prendere esempio da Laura; ma sul più bello ella lo interrompeva:

— Va bene, va bene, nonno; hai ragione, studierò di più; ma Laura, vedi, è fatta a un altro modo, si secca ad andar fuori, a veder gente; tutt'al contrario di me... A me piace il passeggio, la società, il teatro... Nonno, non par vero: da tanto che siamo tornati a Firenze, non m'hanno condotta una sola volta a teatro!...

E come finalmente il nonno, per farla contenta, le annunziò che aveva preso un palco al Niccolini, pel Crispino e la comare, ella si mise a ballare per le stanze, ridendo, battendo le mani:

— Lauretta, a teatro!... andremo a teatro!... C'è il palco: fila seconda, numero nove... Gioia, verrai anche te!... vedrai che bellezza!

Si stringeva al petto la sorellina, le stampava dei baci fragorosi sulle guancie, ed esclamava, tutta sola, saltarellando:

— Fila seconda, numero nove!... Fila seconda, numero nove! — Poi correva dalla mamma, le chiedeva: — Quale veste metterò?... La bianca o la celeste?... La bianca è un po' antica, ma non mi sta meglio?... Eh, cosa ne dici?... Proviamo?

Tutto il giorno, il pensiero di quello svago le impedì di far nulla, di star ferma due minuti di seguito; andata fuori con Miss, non aveva occhi che pei cartelloni annunzianti lo spettacolo; ma quando rincasarono e chiese alla mamma se aveva preparato il suo abito, il nonno, che era lì, rispose brusco, con una voce che non gli conosceva ancora:

— Andate via, non si va a nessun posto.

Ella lo guardò un poco, corrugando le sopracciglia, battendo un piede; e appena fuori di quella camera, si cavò il cappello, lo buttò per terra, si mise a strappare la veste, pallida e muta. Stefana, accorsa, tentava di calmarla; ella gridava, coi denti stretti, respingendola bruscamente:

— Va' via, sai!... va' via...

— Tua madre, Teresa!... non le dare un altro dispiacere...

— Esci, ti dico!...

E andò a chiudersi nella sua cameretta. Stefana la seguiva, picchiava all'uscio, insistendo:

— Teresa!.. Teresina! Non esser cattiva!.. apri!.. ascolta, ho da dirti una cosa...

Ella non rispondeva. Poi s'udì un passo e la voce del nonno, terribile, che gridava:

— Apri!

E come ella non rispondeva ancora, un urto violento dischiuse l'uscio. Il nonno, rosso in viso, coi pugni stretti, le s'avanzò incontro, gridando:

— Anche tu?... Siete tutti di una razza?...

Ella indietreggiò, dalla paura; ma ad un tratto la mamma entrò di corsa, se la prese in braccio, se la strinse al petto, furiosamente, mormorando con voce rotta:

— Teresa!... Teresa!... figlia mia!...

— Mamma!... oh, mamma!...

E il suo rancore finì in pianto disperato. I singhiozzi le scuotevano il petto, le squarciavano la gola, le torcevano le labbra, e grosse, cocenti, le lacrime solcavano le sue guancie infiammate.

— Figlia mia!... Teresina mia!... La tua mamma!... Non piangere, no; mi fai male!... Sii buona; basta, adesso!

Ella tentava di articolare una sillaba che si perdeva nel brivido sibilante dei singhiozzi; e scuoteva il capo, sconsolatamente, come per dire che tutto, che tutto era inutile. Ora la mamma, sedutasi, l'adagiava sulle sue ginocchia, la stringeva al seno, la cullava, mormorando parole di conforto, interrotte da carezze e da baci; e a poco a poco la tempesta si sedava, le lacrime cessavano di scorrere, i singhiozzi si facevano più rari, si mutavano in grossi sospiri.

— Non più, adesso.... Figlia mia, figlia mia cara! Aspetta, asciùgati gli occhi.... Bambina mia bizzosa! Tu non farai più questo, un'altra volta, non è vero? — ella, con un moto del capo, assentiva. — Vedi come indovino? come conosco quel che hai nel tuo cuoricino?... Adesso, dimmi che mi vuoi bene...

— Tanto, mamma!...

— Quanto mi vuoi bene?

Ella cercava un poco; poi, alzati gli occhi:

— Quanto il cielo.

— Cara!... Cara!... Adesso andiamo dal nonno; vieni a domandargli perdono....

Ella doveva aver fatto molto dispiacere ai parenti, perchè, anche dopo la pace, la mamma continuava a piangere; e il nonno andava di su e di giù per la casa, borbottando cose che non si capivano, poi tornava a chiudersi in camera con sua figlia; e il babbo non si vedeva, nè quel giorno nè il domani.

— O il babbo dov'è?

Non le rispondevano; solo Stefana le disse, una sera:

— È partito... Aveva da fare, a Palermo....

E un bel giorno la casa fu messa sottosopra: armadii spalancati dai quali cavavano biancheria e vestiti; bauli, valigie e sacchi da notte che si andavano colmando di roba; mobili che i facchini venivano a caricarsi sulle spalle e portavano via.

— Che cosa fanno? — chiese a Stefana.

— Si parte anche noi, si torna a Milazzo.

Ella rimase, dallo stupore. E perchè a Milazzo? Cosa volevano farci? C'era già il babbo?... Le domande le morivano sulle labbra, vedendo il viso patito della mamma, che non aveva animo di levarsi dalla poltrona, e la cera del nonno così minacciosa, come s'ei fosse sul punto di picchiare qualcuno. Ella guardava le finestre del conte Rossi, che erano dirimpetto alle loro, nella corte; e si sentiva stringere il cuore, pensando che non lo avrebbe più riveduto. Prima che partissero, egli venne a salutarli: era un pomeriggio scuro, il conte parlava piano col nonno; quando s'alzò, baciò la mano alla mamma. A lei, dette un bacio sulle guancie; ne restò come stordita.

La casa adesso era vuota: restavano i letti e le seggiole; e i bauli ingombravano la sala. Miss le conduceva fuori, e lei si guardava intorno, leggeva il nome delle vie, i cartelli delle botteghe, chiedendo:

— Est-ce que nous ne reviendrons plus à Florence?

— Je ne sais pas.

Il giorno della partenza, la sua povera mamma stava così male, che dovettero reggerla nel discendere le scale e nel salire in carrozza. Lei sporgeva il capo dallo sportello per vedere la sfilata delle case, delle vie, delle piazze, per salutare la sua bella città, col cuore stretto, con una gran voglia di piangere. E dal finestrino del treno che si metteva in movimento, stendeva un braccio, apriva e chiudeva la mano, esclamando:

— Addio, Firenze!... Arrivederci....

II.

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Era tanto più piccolo e più brutto, Milazzo! Dal vapore, si scorgeva il mucchio delle case sotto il Castello, la passeggiata della Marina — una Marina per ridere, dopo quella di Napoli! — il porto senza bastimenti, le case basse e povere. Per le vie, niente folla, niente carrozze, niente negozii rilucenti: le piazze vuote, tranne la fontana del Carmine, colla statua di Mercurio che aveva una cintura di latta. San Giacomo faceva pietà, dopo Santa Maria del Fiore, e quando uno arrivava dai Mulini all'Ospedale, aveva bell'e traversato il paese da una parte all'altra.

Con la mamma quasi sempre a letto, col nonno che non pareva più quello di prima, ora bisognava vedersi sempre dinanzi il muso lungo di Miss, udire i suoi borbottii di eterna malcontenta. Il solo viso allegro era quello di Stefana, che le voleva bene come un'altra mamma. «Ti tenni in braccia io per la prima, quando venisti al mondo!» le diceva, mettendosela ancora a sedere sulle ginocchia, malgrado cominciasse a pesare. Ed era lei che osava tener testa a Miss se questa la sgridava, che dimostrava al barone il torto della governante o compensava di nascosto i castighi irrevocabili. Quando le toglievano il dessert, Stefana glie ne dava, senza farne accorgere nessuno, una porzione doppia di quella che le sarebbe toccata; quando la condannavano a desinar fuori di tavola, desinavano insieme, tutt'e due sole, con più gusto, con maggiore appetito; tanto che appena Miss infliggeva un castigo, lei le rispondeva, per farla arrabbiare, con un bell'inchino:

— Merci! Vous m'obligez, vraiment....

Nei primi tempi, ella chiedeva spesso a Stefana notizie del babbo; la donna rispondeva che era in viaggio, o che stava poco bene, o che aveva da fare; a poco a poco ella finiva per non notare la sua assenza, per dimenticare la sua figura. La mamma non ne parlava mai, non parlava quasi di niente; si metteva accanto le bambine, carezzando lungamente i loro capelli, ascoltando il loro chiacchierio, e certe volte, sull'imbrunire, quando non avevano ancora portato il lume, delle lacrime le luccicavano sulle guancie.

Se avessero potuto dormire nella sua stessa camera, come quand'erano più piccine! Lei aveva adesso una cameretta tutta per sè; e di giorno era una festa, chiudervisi dentro, disporre ogni cosa come le talentava: trascinare più qua il tavolino da studio, spingere più là una seggiola, rovistare nelle cassette del canterano, un mobiletto piccolino, bellino, che era il suo orgoglio. Ma quando calava la sera, e lei pensava alla notte che doveva passar lì dentro, sola, con un filo di luce del lampadino messo nel corridoio per illuminare anche la camera di Miss, aveva paura e dimenticava l'antipatia ispiratale dalla governante, invidiando Lauretta che le dormiva accosto. Era brutta la notte, il buio, il silenzio. Per questo, malgrado le fosse stato proibito dal nonno, Stefana veniva a tenerle compagnia nelle prime ore della sera, discorrendo di tante cose: com'era stato che il nonno l'aveva presa al suo servizio, quante volte aveva rifiutato di maritarsi per restar sempre in quella casa; oppure le narrava delle fiabe dove i figliuoli dei re morivano d'amore, lontani dalle Belle, e le cercavano girando il mondo, sfidando maghi, giganti, serpenti, leoni, la fame, la sete e le tempeste per liberarle, per distruggere i malefizii operati dalle streghe. Se le regine non accordavano in moglie ai principini le ragazze ch'essi volevano, i poveretti deperivano a vista d'occhio, non mangiavano più, si struggevano a lento fuoco, si riducevano in fin di vita: tutti i cortigiani piangevano, i popoli erano in lutto, i medici ammattivano, i maghi non sapevano che cosa escogitare; e a un tratto, appena le Belle si presentavano, essi guarivano come per miracolo.

Ella sbarrava gli occhi, immobile, incantata; e quando una fiaba finiva, ne domandava un'altra, e poi un'altra ancora, finchè il sonno non s'aggravava sulle sue ciglia. Quando la credeva addormentata, Stefana se ne andava in punta di piedi, come camminando sulle uova; ma tante volte lei era desta ancora, con tutte quelle avventure nel capo; e durante la notte, svegliandosi a un tratto, sussultava, spalancava gli occhi, impaurita dalle grandi ombre proiettate dal lampadino posto per terra, dalle brutte forme che prendevano le vesti floscie sulle seggiole. Allora le fiabe narrate a veglia, invece di distrarla, accrescevano il suo spavento: le Mamme Draghe, gli eremiti colle barbe bianche fino ai piedi, gli uomini selvaggi, le teste di Turchi che appariscono quando le ragazze vanno a cogliere ramolacci, il diavolo che chiamavano Cugino, parevano s'affacciassero dall'uscio, ed ella non ardiva voltarsi contro il muro, per vedere almeno quel che avveniva nella camera. Poi, dalla parte del muro, col letto che vi era addossato, non poteva sorger nessuno, e così ella aveva le spalle sicure — giacchè la sua gran paura era che entrassero delle persone a rubarla, a portarla via, imbavagliandola, legandole mani e piedi. Ella aveva nell'orecchio il ritornello d'una fiaba, la predizione insistente e minacciosa che diceva: «Viene la morte con l'anche storte...» e quest'idea di morire l'agghiacciava nel suo lettuccio, le serrava la gola, le faceva battere i denti. Col giorno, ombre e paure svanivano; e che gioia quando, appena aperti gli occhi, la luce penetrante tra le fessure delle imposte la colpiva! Ma che seccatura, anche, quand'era Miss che veniva a destarla, una, due, tre volte, finchè non le tirava giù le coperte! Aveva una sveglia nella testa, colei? Alle sette d'inverno, alle cinque d'estate, era sempre in piedi, come una sentinella! E non c'era caso che accordasse mai cinque minuti di dilazione! Ella se ne vendicava pigliandosela con l'Irlanda, il paese dove quella vecchia era nata, o cantarellando nel camerino di toletta, come i monelli delle vie, sull'aria la donna è mobile:

— La vecchia insipida,

Il legno fradicio....

— Teresa! — ammoniva Stefana, che l'aiutava a vestirsi.

— Cosa vuoi te, adesso? Non posso neppur cantare?

— Le signorine non cantano di queste cose!

— O bella!... La vecchia insipida: che c'è di male?

Non la poteva soffrire, con le sue eterne ammonizioni, coi rimproveri continui perchè il quaderno del dettato non era pulito, perchè le divisioni erano sbagliate, perchè i nomi della storia sacra non le restavano in mente. Lei si seccava a studiare quelle cose: come volevano sentirlo? A cosa doveva servirle la divisione, quando sarebbe stata grande? I conti li avrebbe dati a fare ad un altro; non era ricca e nobile abbastanza? Suo padre era il conte Uzeda, suo nonno era il barone senatore Palmi! E Stefana le diceva bene che il nonno avrebbe date tutte le sue ricchezze a lei ed a Lauretta, perchè l'altra sua figlia, la zia di Palermo, non aveva figliuoli.

Era questa zia di Palermo, la zia Carlotta, che mandava gli abiti alle nipotine; e quando arrivavano le casse, lei non dava più retta a nessuno, provandosi e riprovandosi le vesticciole, i cappellini, le scarpette; guardandosi in tutti gli specchi, chiedendo il giudizio d'ogni persona, dalla mamma al portiere. Venivano anche gli abiti per la mamma, che neppur li guardava; peccato, dei begli abiti di velluto e di raso, pieni di trine, di nastri, di guarnizioni d'ogni specie; dei cappelli colle grandi piume attorcigliate, con dei mazzi di fiori che pareva si potessero spiccare! La mamma non usciva quasi mai di casa; e la domenica, per la messa, o quando doveva far qualche visita, o andare alla Badia, dalla zia Serafina, la monaca sorella del nonno, si metteva la prima veste che capitava e spesso lo scialle in capo.

Pensando a un tempo lontano, quando era proprio piccolina, e non sapeva nemmeno dove fosse, se a Firenze o a Palermo o chi sa dove, lei rammentava le lunghe tolette della mamma: la vedeva dinanzi allo specchio assestarsi la veste ai fianchi, metter le buccole sfolgoranti alle orecchie voltandosi di profilo, avvolgersi il capo in una gran fascia ricamata per andare al ballo o al teatro. E quando non c'era nessuno, lei stessa fermavasi dinanzi al grande specchio dell'armadio, e lì, con una tovaglia da faccia, cercava di avvolgersi il capo al modo della sua mamma; oppure si stringeva i gomiti contro i fianchi, salutando a destra e a sinistra, come rammentava di averla vista salutare, in carrozza.

— Thérèse, qu'est-ce que vous faites-là?

Ella sussultava alla voce fredda di Miss, e avvampava in viso.

— Je ne fais rien du tout!... vous le voyez bien, n'est-ce pas?

Era proprio una noia, doversela trovare sempre fra i piedi tutto il giorno, in casa e fuori! Ma a passeggio, almeno, unendosi con le amiche e gli amici, lasciandola indietro con le altre cameriere, si godeva d'una certa libertà. Erano a San Papino le passeggiate favorite, pei campi verdi seminati di margheritine, sulla spiaggia fatta di ciottoli che cominciavano grossi come il pugno, divenivano a poco a poco piccoli e candidi, o bizzarramente venati, come confetti, e finivano in sabbia minutissima, che il mare lambiva quetamente, o assaltava, certi giorni, mugghiando e spumeggiando. Non finiva mai, quella spiaggia, partendo dalla Tonnara e girando lontano lontano fino a Patti, alle montagne di Tindari e al Capo d'Orlando, con le isole di Lipari in faccia; il sole vi moriva, non vi si scorgeva anima vivente per ore ed ore, e la notte, dicevano, certuni avean visto vagolarvi delle fiammelle: le anime dei soldati morti nella battaglia del Sessanta e seppelliti lì, dentro grandi fosse, tutti insieme.... I ragazzi si sparpagliavano di qua e di là, intanto che le grandi sedevano per terra, in crocchio, sotto gli ombrellini o dietro una barca tirata a secco; e si rincorrevano, facevano raccolta di ciottolini, inseguivano le farfalle venute dai campi e smarrite in quel deserto. Niccolino Francia stava sempre vicino a lei, la guidava fino al velo d'acqua che s'avanzava o si ritraeva sulla sabbia fine; certe volte le faceva una gran paura, piantandola lì e fingendo di tornarsene di corsa dov'eran quegli altri, che non si scorgevano neppure.

— Sì, sì!... — le urlava, vedendola affondare penosamente sulla sabbia. — Raggiungimi, se puoi...

Come faceva quel diavolo a correre sui ciottoli? Lei si sentiva incatenata pei piedi, faceva degli sforzi enormi per cavarli da quell'ammasso di sassolini scricchiolanti, col vento del mare che le fischiava alle orecchie, con una paura terribile di restar perduta in quella spiaggia, ma senza chiamare aiuto, perchè le sarebbe parsa una viltà.

— Bravo! Bravissimo! Spiritoso!... — diceva soltanto al compagno, ironicamente, com'egli tornava a raggiungerla. — Cosa credi, di farmi paura?...

Ma, trafelata, col cuore che le batteva ancora forte, si lasciava cadere per terra, su quel letto nettissimo di ciottoli bianchi, buttandosi sulle spalle, con l'abituale gesto del capo, i capelli scomposti. Niccolino le si metteva accanto e allora parlavano di quel che avrebbero fatto, quando sarebbero stati grandi.

— Io andrò via da Milazzo... — diceva lei — Credi che voglia invecchiare qui dentro?... Voglio andare a Firenze, dove son nata, o almeno almeno in una gran città, dove c'è tanta gente, di bei passeggi, tanti teatri... A teatro si va dopo il primo atto, per eleganza, lo sai?

Niccolino la prendeva per la vita, la stringeva, l'obbligava a stargli a braccio, come marito e moglie. Certe volte lei lasciava fare, certe altre gli si ribellava, cercava di svincolarsi, e allora lui, prepotente, cogli occhi rossi e i denti stretti, l'afferrava, le si buttava addosso; poi si rabboniva, diventava tutto carezze, fin quando una voce che per l'immensità della spiaggia parea lontanissima chiamava:

— Teresa!... Ragazzi!...

Un'altra passeggiata, più bella ma più rara, si faceva su al Castello, col Maggiore, che era amico del nonno e conduceva anche i suoi figli. Si entrava dalla gran porta addossata a un torrione, e si traversavano degli archi, una galleria tutto buia dove la sciabola del Comandante sbatteva con fracasso, fino alla grande spianata erbosa dove sorgeva l'antica cattedrale: una gran chiesa con la cupola, ma abbandonata, cadente, una rovina. Non c'eran porte agli usci, nè vetri alle finestre, nè imagini agli altari: i muri sforacchiati dalle bombe, il pavimento sfossicato, le lastre delle sepolture rotte o strappate: nel Sessanta, i soldati se n'erano serviti come di tavole da pranzo! Dietro l'altar maggiore si vedeva una gran fossa ed una scala terrosa, da cui si andava in un sotterraneo: le lucertole vi stavano di casa. Uscendo dalla cattedrale, salivasi ancora, alla fortezza più vecchia, sulle cui mura altissime luccicavano le baionette delle sentinelle; ed ella era tutta fiera vedendo i soldati presentare le armi al Comandante che la teneva per mano. Egli le mostrava la Batteria tedesca, le polveriere, la buca da cui s'andava al passaggio secreto che metteva fuori del Castello, sotto terra; poi si traversavano altri archi con uno scudo di marmo in cima, fino alla torre del parafulmine, dove si perdeva quasi l'aria, tanto era alta. Alla discesa, i bambini scappavano innanzi di corsa, si disperdevano verso gli spalti di tramontana, i più belli: affacciandosi dalle feritoie slabbrate, si vedevano i muri precipitare a picco, sui campi verdeggianti, — e dei condannati chiusi nel bagno eran fuggiti una volta da quella parte, legando una corda fatta di lenzuola alle grate della finestra; ma come la corda non arrivava fino al suolo, s'eran buttati giù, spezzandosi le gambe, restando per terra fin quando i carcerieri li avevano ripresi. Sullo spigolo di una delle torri si vedeva un disegno curioso, che pareva una specie di grossa mosca; e il figlio del Comandante spiegava che era il segnale per riconoscere il punto più debole della fortezza. Doveva esser bella, quand'era piena di cannoni e di soldati! Adesso ce n'erano pochi, dei cannoni; l'erba cresceva tra le feritoie, accanto alle lapidi di marmo incastrate nei muri, e non s'udiva altro che la voce del vento sempre fischiante a quell'altezza. V'erano dei vecchi artiglieri, e dei soldati, per custodire i galeotti del bagno; e i bambini passavano di lì, prima d'uscire: una grata dinanzi a una porta grande, dietro alla quale si vedevano i condannati dalle faccie scialbe. Ella aveva paura, non li poteva guardare, si sentiva venir male, e Niccolino glie lo faceva apposta: cercava di trattenerla, additava i visi più tristi:

— Guarda quello lì, che spavento!... Stanotte scappa, per venirti a rubare...

Si andava anche al Capo, in carrozza: una via che si svolgeva come un nastro fra le vigne e gli uliveti, col mare a destra e a sinistra, fino alla casa bianca della Lanterna, da cui si vedevano tutte le altre isole dell'arcipelago che da San Papino non si potevano scorgere — dei buchi scuri all'orizzonte — e le onde che mordevano le basi della roccia. Quella era una via che facevano spesso, in autunno e in primavera, perchè lì, al Capo, c'era la Rocca, una proprietà del nonno, con la casina di villeggiatura, dove il dottor Russo li mandava per la mamma e per Lauretta che aveva sempre qualche cosa: o la tosse, o le glandole gonfie, o degli sfoghi sulla pelle, tanto che bisognava sempre misurarle delle cucchiaiate di sciroppi, delle prese di ferro, dei mezzi bicchieri di misture. La piccina sopportava tutto in pace, senza lagnarsi, obbedendo in ogni cosa, non trascurando per questo le sue lezioni, levandosi sempre alla stessa ora, malgrado il permesso accordatole dal nonno di restare a letto un poco più a lungo.

— Vedi tua sorella? — dicevano a lei.

— La vedo, sì... ma che posso farci?... Io sono a un'altra maniera!...

Per questo non era gelosa degli elogi che tutti prodigavano a Laura, anzi riconosceva per la prima che li meritava. Però, talvolta, se la sorellina per eccesso di zelo faceva andare a monte un divertimento già stabilito; se, alla proposta di uno svago, rispondeva che per conto suo preferiva restare in casa, lei entrava in una sorda irritazione, e a voce bassa, concitata, la colmava per tutto un giorno di male parole:

— Sgobbona! Mummia!... Ti dispiace veder divertirsi gli altri?... Cosa vuoi diventare, una dottoressa?... Bestia! sgobbona!...

Addirittura malvagia, certe altre volte la canzonava per le sue infermità, chiedendole se le nocciole le erano rimaste in gola quando le vedeva il collo gonfio, o paragonandola ad un mantice se l'udiva tossire. La collera finiva in grandi scoppii di pianto; inginocchiata dinanzi alla sorella, le chiedeva un perdono che le era subito accordato, le prodigava tutte le sue carezze, voleva essere la sua infermiera, la sua protettrice — come le diceva la mamma.

Poi quei propositi svanivano, se si parlava d'una scampagnata, d'una gita in barca, d'un divertimento del quale la sorellina non poteva prender la sua parte. Il nonno le rimproverava il suo egoismo, non voleva lasciarla andar sola; allora la mamma intercedeva per lei; bastava che gli dicesse una sola parola per ottenerle tutto. Se anche gli avesse detto di buttarsi dal Castello, lui si sarebbe buttato. Era matto per quella figliuola; bisognava vederlo quando la sua malattia s'aggravava: tutto il giorno accanto a lei, a curarla, a cercare di svagarla, raccontando delle storie, leggendole dei libri, facendole vedere le figure dei vecchi giornali illustrati.

Dai discorsi che Stefana le teneva, tra una fiaba e l'altra, quando aspettava di vederla addormentata, lei aveva capito che quella malattia era una malattia prodotta dai dispiaceri: per questo credeva che fosse una cosa da nulla. Però la mamma era molto patita, mangiava pochissimo, non si fidava di far nulla, tante volte restava a letto intere giornate. Quando le due sorelline fecero la prima comunione, volle vestirle ella stessa, s'ostinò ad accompagnarle in chiesa; abbracciandole, dicendo loro: «Figlie mie sante!...», aveva gli occhi rossi, e tremava. Tornò a mettersi a letto, il dottore veniva adesso mattina e sera, e un giorno la zia Serafina lasciò il convento, col permesso della Madre Badessa, per aiutare il nonno che da solo non riusciva a dirigere la casa. Anche le lezioni di Miss furono sospese; ma senza saper bene perchè, lei non trovava nessun piacere in quella vacanza. Dopo un pezzo arrivò anche la zia Carlotta da Palermo, con suo marito; ma non fu neppur quella una festa; avevano tutti una cera così triste! Solo la mamma, dal fondo del suo letto, sorrideva al suo babbo ed alle sue figlie.

Un giorno, mentre facevano colazione, la zia Carlotta venne a dire a Miss di vestir le bambine.

— Perchè, zia?... Dove si va?

La zia non rispose, ma il cocchiere aveva già attaccato: si andava al Capo. Veniva anche la mamma?

Prima d'andar via, le condussero nella camera dell'ammalata, che riposava, cogli occhi socchiusi; il nonno e la monaca stavano ai due lati del capezzale; la zia Carlotta teneva la fronte appoggiata alla spalliera del letto.

Ella sentì sollevarsi per le ascelle dallo zio, che disse:

— Bambina, bacia la mano a tua madre.

Baciò la mano bianca e fredda che usciva fuor del lenzuolo; ma il cuore le si chiudeva, perchè i baci alla sua mamma li aveva dati sempre in viso. Non parlava nessuno.

Quando furono in carrozza, con Miss e lo zio, ella chiese improvvisamente:

— Che cos'ha la mamma?

— Nulla, bambina... Sai bene, soffre un poco...

— Allora perchè la lasciamo?

— Andiamo innanzi; poi verranno gli altri.

Arrivati al Capo, tutta la gente di campagna circondò lo zio, e la moglie del fattore le condusse in casa. Era una giornata bella quanto mai, con un'aria così chiara che, dalla terrazza, Stromboli e Panaria quasi si toccavano con mano, ed anche il piccolo scoglio di Basiluzzo si scorgeva come un sassolino in mezzo al mare. Giù in giardino c'era un gran caldo e un gran silenzio; s'udiva il ronzare degli insetti che pareva il mormorio d'un discorso lontano. Sul tardi arrivò il portiere da Milazzo; appena lo vide apparire dietro il cancello, gli gridò:

— Vengono gli altri? Come sta la mamma?

Il portiere rispose soltanto, alzando un braccio, con una voce di spavento:

— Signorina!... Signorina!... — ed entrò correndo.

Allora lei comprese una cosa: che la sua mamma moriva. Non chiamò gente, non si mise nulla in capo: così com'era, uscì dal giardino per tornarsene in città. Avrebbe trovata la via, bastava andar sempre diritto, fino al Castello; di lì sarebbe scesa subito a casa.

La polvere che sollevavano le sue scarpe l'acciecava, due contadine che si tiravano dietro un asino carico di legna si fermarono a guardarla. Ella affrettò il passo; ad un tratto si udì chiamare:

— Signorina, dove andate?

Era il fratello del fattore che saliva dalla Croce. Gli rispose:

— Passeggio un poco, fino alla chiesa.

— Tornate a casa, signorina!... Venite con me!..

Come quell'uomo la prese per mano, tentò svincolarsi; egli la sollevò fra le braccia. Allora, dibattendosi furiosamente, scoppiò in tal pianto che si sentì vuotare. Le parve che tutte le cose girassero, poi la prese un gran freddo e non vide più nulla.

Quando riaprì gli occhi, Stefana la teneva fra le braccia, piangendo; si udivano i singhiozzi convulsivi di Lauretta nelle braccia di Miss.

— La mamma! Voglio veder la mamma...

Fece ancora per fuggire; Stefana la strinse tutta al petto, mormorando:

— Figlia mia! Povera figlia! La mamma è con la Madonnina santa, lassù in paradiso!...

III.

Indice

Degli abiti neri per tutti, la casa che parea vuota dopo la partenza degli zii di Palermo e il ritorno della zia monaca alla Badia — e le visite degli amici e dei conoscenti che si succedevano tutto il giorno nel salotto buio. Una volta, ella aveva udito il nonno che mormorava a uno di questi amici, parlando delle sue nipotine: «Povere bimbe, esse non sanno quel che hanno perduto!» Lei avrebbe voluto dirgli: «Sì che lo so, nonno!...» Ella vedeva la sua mamma tutte le notti in sogno, che le parlava, che le accarezzava i capelli, che se la stringeva al petto. Svegliandosi, si diceva per un poco, col cuore allargato da una gioia infinita: «Ma dunque non è morta!...» poi vedeva le sue vesticciole nere, e restava muta, cogli occhi fissi in un punto, senza muoversi, fin quando Miss o Stefana non venivano a chiamarla.

Però, a poco a poco, quei sogni si fecero più rari, non tornarono più. Adesso si ricominciava ad andar fuori, anche per la povera Lauretta che stava peggio dopo quel gran dolore. Andavano ancora sulla spiaggia di San Papino, alla Tonnara, al Castello; ma passando da San Francesco di Paola tutte facevano il segno della croce e recitavano delle preghiere, perchè la povera mamma era sepolta lì.

La chiesa era stata fabbricata dallo stesso Santo, tante centinaia d'anni addietro; anzi egli aveva operato un gran miracolo stirando una trave che non era lunga abbastanza: in mezzo agli affreschi del soffitto avevano lasciato una gran fessura dalla quale si scorgeva quel legno miracoloso. Il pavimento era tutto ricoperto di lapidi, ma lei girava intorno ad esse, col terrore di camminare sui morti, e arrivata dinanzi a quella della mamma, cadeva in ginocchio, a mani giunte. Come restava un giorno ammalata tutte le volte che vi andava, finirono per non condurvela più.

Quella disgrazia le fece ricordare il suo babbo: la sera chiedeva spesso a Stefana:

— Perchè non è venuto anche lui?... Gli hanno detto che la povera mamma non c'è più?... Non ha scritto al nonno?...

— Non so...

— E adesso dov'è?

— A Palermo.

Un giorno, dalla loggia del giardino, udì il portiere e il cuoco che discorrevano; parlavano del conte, il cuoco diceva: «Sua moglie dev'essere contenta!... Se aspettavano, non c'era bisogno del divorzio!...» Ella pensò un pezzo a questo; poi se ne dimenticò.

Il nonno era adesso più buono di prima, riversava il suo affetto sulle nipotine, le conduceva ogni giorno con sè, in campagna, al Gelso, una gran proprietà comprata da poco, nella pianura, dove piantava un vigneto. Quando fu pronto il villino che aveva fatto costrurre sul palmento, andarono lì invece che al Capo. Fu così allegra la prima vendemmia: tanta gente che andava e veniva ogni giorno, i grandi fuochi che accendevano sull'imbrunire, i canti e i balli delle contadine! Vicino a quella loro proprietà, ce n'era una dei Giuntini, che avevano una figliuola, Bianca. Com'era bella! Alta quanto una signorina, coi capelli più neri dell'inchiostro, il viso pallido, gli occhi profondi! Ella sentiva battere il suo cuore più forte al solo vederla, le stava dinanzi con una secreta soggezione, provava per lei lo stesso turbamento che rammentava di aver provato, a Firenze, pel conte Rossi. In breve divenne sua amica, e l'imitava nel modo di parlare e di muoversi. La prima volta che la baciò in viso si sentì tutta rimescolare. Invidiava il suo pallore così distinto, le sue vesti lunghe; e la voleva tutta per sè. Di ritorno a Milazzo, nel vederla con altre, credeva d'esser trascurata da lei; allora le si mostrava fredda, faceva la sostenuta; ma appena l'amica la prendeva per mano, il suo rigore finiva.

Bianca possedeva dei piccoli monili più belli dei suoi; un giorno che lo disse al nonno, egli le fece vedere quelli della povera mamma. Restò abbarbagliata. Quante perle! Quanti brillanti! Ella si provava gli anelli, faceva scattare le molle dei bracciali, versava le collane da una mano all'altra come piccole cascate, e assediava il nonno di domande sul nome di certe gemme che non aveva mai visto, sulle figure dei cammei, sulla composizione degli smalti. Pensare che tutte quelle bellezze erano metà sue e metà di Lauretta!

Però la sorellina non istava bene, non si divertiva a giuocare cogli altri ragazzi, e malgrado le sgridate del nonno, studiava da mattina a sera, a tavolino od al pianoforte, fino a riammalarsi. Un giorno vi fu una gran novità; si parlava di andare a Palermo dalla zia Carlotta, che li aveva invitati. Il nonno non voleva lasciar la casa nè mandarle sole; ella si mise a scongiurarlo a mani giunte perchè dicesse di sì. Alla Badia, una volta, lo udì parlare piano ma irritato con la zia monaca, che gli diceva: «Infine, è loro padre...» Si parlava certo del babbo.

Come il viaggio fu deciso, Miss cominciò a fare i bauli. Il nonno le accompagnò sul vapore per raccomandarle al capitano: un uomo lungo e magro con una barba ispida, che scese lui stesso sotto coperta per scegliere la più bella cabina. Quando suonò la campana ed ella ebbe finito di salutare il nonno che se ne tornava a terra, il comandante le disse:

— Signorina, vuol salire sul ponte con me?

Diventò tutta rossa; era la prima volta che un uomo le dava del lei. Che festa, quel viaggio! Il capitano lasciava ad ogni tratto il suo da fare per venire a chiedere a Miss se aveva bisogno di nulla, per accarezzare le ragazze, per condurle con lui nel suo camerino, dove offriva loro dei dolci, dei liquori, e mostrava degli strumenti, le fotografie di tanti altri piroscafi, delle scatolette di sandalo intagliato che mandavano un odore così buono. Ogni tanto ella l'udiva dire a Miss, parlando di lei: «Che amore di bimba!... che bellezza!...» Ella fingeva di non udire, gettava indietro i suoi capelli, guardava da un'altra parte e assediava di domande il timoniere, credendo di veder da per tutto Monte Pellegrino. Quando finalmente apparve e i passeggeri si prepararono a sbarcare, il capitano venne a salutare la governante: regalò una scatolina di sandalo a Laura ed un'altra a lei stessa, dicendo:

— Questa la serberà in memoria del suo viaggio... Mi dà un bacio in ricambio?

Ella porse la guancia: sentì che quella barba ispida era invece fine come la seta.

Gli zii facevano segnali da una barca; nella fretta di scendere, ella lasciò cadere il suo ombrellino in mare. Miss sgridava, lo zio rideva, la zia si stringeva al petto le nipotine chiedendo notizie della loro salute, del nonno, di Milazzo. Allo sbarcatoio, c'erano dei curiosi assiepati intorno alla bella carrozza che aspettava, e al palazzo tutta la servitù schierata; le cameriere esclamavano:

— Che belle signorine!... Come sono grandi!...

Ella passava impettita, a testa alta, con un'aria di padroncina, guardando intorno per le belle stanze, pei salotti vasti e riccamente addobbati. Nella camera della zia c'era un letto per una sola persona, voleva dire che suo marito non dormiva con lei.

Dai balconi, si vedeva il corso di Toledo, la sfilata delle carrozze, la folla che ingombrava i marciapiedi e si assiepava dinanzi ai negozii sontuosi. Com'era bella Palermo!

— Più bella di Milazzo?

— Oh, zia!... Noi, vedi, ci stiamo per adesso che il nonno vuole così; ma poi, quando saremo grandi, non è vero, Laura? bisognerà vederla!... Tu sei andata mai a Firenze?... Io vo' starci sempre, quando sarò maritata...

— Thérèse!... — esclamò Miss, lasciando un momento di sistemare le robe.

— Qu'est-ce qu'il y a, mademoiselle?... — rispose lei, scuotendo il capo e facendo sventolar la sua chioma. — Vous savez, ici il n'y a plus grand-papa pour vous donner toujours raison! Je dis quand je serai mariée... Est-ce que vous croyez que j'aurai toujours douze ans?...

— Petite folle! — mormorava la zia, abbracciandola. — Tu non avrai sempre dodici anni, ma li hai adesso, non è vero?... e bisogna ascoltare quelli che ne hanno più di te!...

— Lo so, zia; ma cosa ho detto di male?... Quando sarò maritata! Tu non ti sei maritata? Mi mariterò anch'io!

— Va bene, però le fanciulle ammodo non parlano di questo.

— Ti fa dispiacere? Se ti dispiace, non lo dirò più.

Ma ella restava ancora tutta fremente di ribellione, girava intorno gli occhi ingranditi, luccicanti, si mordeva un labbro, e a un tratto, profittando della diversione prodotta dall'arrivo del cameriere che annunziava il desinare, si buttò al collo della zia e le sussurrò, tra risa represse:

— Sai perchè non vuole che se ne parli? Perchè lei non l'ha voluta nessuno!...

Il domani cominciarono le visite, prima di tutto ai parenti degli zii: la marchesa di Mistretta, il commendatore Guarino, due vecchi noiosi, dai quali solo Laura si lasciava baciare e ribaciare in santa pace, guadagnandosene le preferenze.

— Hai visto, grulla? — esclamava la zia. — Tutte le carezze sono state per lei!

— Che m'importa! Se le prenda. Mi secca esser baciata dai vecchi!

L'invidia, la gelosia ed anche le zuffe scoppiarono fra loro due più tardi, nel contendersi la felicità di passare, appena sveglie, nel letto della zia; tanto che questa fu costretta a stabilire un giorno per ciascuna. Nondimeno, lei pretendeva talvolta che Laura le cedesse il suo turno, le dava all'occorrenza degli spintoni, la lasciava piangente per terra.

— Come sei prepotente! — rimproverava la zia. — È così che tratti la tua sorellina? Ma tu non sai che devi proteggerla, difenderla, aver cura di lei che è più piccina, malaticcia? Tu sei la maggiore, devi tenerle luogo di mamma!...

Chinando un poco gli sguardi, ella consentiva, ripetutamente:

— Sì, zia... hai ragione... hai ragione...

Allora, pensava di parlarle della povera mamma, del babbo, di tutto quello che aveva confusamente capito dai discorsi di Stefana e del nonno; ma dopo aver cominciato: «E dimmi....»; quando la zia chiedeva:

— Che cosa!... Di', figlia mia...

— Nulla, zia, nulla... — rispondeva, e restava un poco senza parlare. Poi, riscuotendosi, cominciava a tempestarla di domande:

— Ed io com'ero, quand'ero piccina? Ti rammenti quando nacqui?... Eri con la mamma mia? Te lo rammenti proprio bene, come fosse oggi?

— Sì, che me lo rammento. Eri tanto piccina, così!...

— E com'ero, buona?

— Più buona d'ora... Adesso non sei cattiva, non dico questo... ma non ti sai frenare, t'imbizzisci per nulla, ti ostini troppo nelle tue volontà... Nel mondo, bambina mia, non si può fare quel che si vuole; bisogna rassegnarsi, aver pazienza, soffrire...

— La mamma sofferse molto, non è vero?

La zia guardava altrove, rispondendo:

— Soffriamo tutti, al mondo...

Allora ella scrollava il capo cogli occhi in alto.

— Io lo so, che la mamma sofferse molto... a causa del babbo... perchè la lasciò... per prendersi un'altra moglie... Ti pare che non lo sappia? A casa non parlano mai di questo con noi; ma io so bene... so bene...

La zia non aveva tempo d'esprimere il suo stupore, che lei riprendeva:

— E dimmi una cosa, adesso... ha avuto altri figli, con questa moglie?.. sì o no? rispondi.

— Sì.

— Ma quanti?

— Uno.

— Questo mi dispiace... — Pensò un poco, poi disse: — Del resto, che cosa importa?... Noi siamo sempre sue figliuole, eh?

— Ma chi è che ti parla di queste cose?

— Nessuno, zia... le so io!... Vedi, al nonno di queste domande non ne faccio, perchè so di addolorarlo... Ma tu, senti: questa moglie... è bella?... più bella della mamma?...

— Non so.

La zia s'alzava; ella le teneva dietro, e nella stanza di toletta rovistava in mezzo alla batteria delle bottigline, delle caraffe, delle scatolette, delle spazzole e dei pettini, fiutando gli odori, chiedendo il nome di una cosa e l'uso di un'altra, insistendo per profumarsi i capelli e buttandosi addosso mezzo litro di essenza.

Quando s'andava fuori, prima di vestirsi lei stessa, stava a veder vestire la zia, si cacciava dentro la guardaroba per tastare le stoffe, esaminava una mantiglia o un corpetto, apriva tutte le scatole dei cappelli e dei ventagli, estasiandosi dinanzi alle piume, ai fiori, alle guarnizioni, ai fazzoletti di pizzo, a tutte le cose belle e smaglianti. Poi correva a vestirsi anche lei, e in carrozza, come le signore e i giovanotti salutavano, ella si chinava continuamente a domandare chi erano.

Le bastava vedere una volta le persone per non dimenticarle più, e al passeggio adesso riconosceva da lontano tutte le dame:

— Guarda, la Boscoforte... Zia, la Migliara ti sta salutando.

Ogni signora aveva il suo giorno di ricevimento: la marchesa di Fiordivalle il giovedì, la principessa di Terranova il sabato, la Boscoforte il lunedì; la zia restava in casa tutti i martedì; ed anche lei passava nel salotto, come una signorina. Tutte la festeggiavano, le sciupavano a baci le guancie; ella non udiva che lodi per la sua bellezza. Ma fra quelle signore le sue preferite erano le più giovani e le più eleganti: la Feràolo, che portava una veste da camera azzurra guarnita di larghi merletti bianchi e neri; la Bianchi che voltava il capo, che stendeva la mano, che si stringeva le braccia alla vita con mosse così distinte — dinanzi allo specchio, tutta sola, lei si studiava di riprodurle.

Miss pretendeva che studiassero come a casa; ella rispondeva voltandole le spalle:

— Noi siamo qui per divertirci; punto per ammuffire a tavolino!

E un giorno la zia, lo zio e Miss si misero a confabulare; eran venute delle ambasciate, si sentiva qualcosa per aria. All'ora del passeggio, ella si vestì insieme con Lauretta come di consueto; ma invece di condurle fuori, la zia annunziò:

— Bambine, sentite; a momenti sarà qui vostro padre.

Le due sorelle si guardarono e si misero ad aspettare. Miss, più impettita del solito, era accanto a loro. Si udì il rumore d'una carrozza, lo squillo del campanello, e comparve un signore elegantissimo, con una bella barba bruna spartita sul mento, e una mazza in mano. Andò difilato a salutare la zia, fece un inchino a Miss, e si curvò su di lei dicendo:

— Figlia mia, non mi riconosci?

Era il babbo?

Ella restava a guardarlo, stupita, non ritrovando più la figura che le era rimasta confusamente in fondo alla memoria. Non vestiva a lutto, quella barba gli faceva un'altra fisonomia. Come diede un bacio in fronte a Laura, la piccolina scoppiò in pianto, gli s'aggrappò al collo, mormorando tra i singhiozzi:

— Babbo!... babbo!...

Adesso tutti le si misero attorno a calmarla; egli l'accarezzava con le mani inguantate, senza posar da canto nè la mazza nè il cappello. Lei seguitava a guardarlo con occhi asciutti, non comprendendo come quel signore così compito, che non portava il lutto della mamma, potesse essere il suo babbo. Quando Laura finì di piangere, egli domandò notizie a Miss della salute e dell'educazione delle bambine; Miss rispondeva a denti stretti, cogli occhi a terra;

— Oui, Monsieur... Non, Monsieur...

— Vi piace Palermo, bambine?... Verrete un giorno in carrozza con me?...

Allora Miss cominciò:

— Monsieur voudra bien m'excuser, mais j'ai des ordres...

La zia prese il babbo in disparte e si misero a parlare fra loro. Non s'udiva quel che dicevano, ma il babbo chinava il capo lisciandosi la barba.

— Come vorrete... — finì per dire; e, dopo un'altra carezza, andò via.

La sera, un servitore portò una bracciata di involti: dei nécessaires da lavoro, dei cartocci di confetti, dei libri illustrati e rilegati. Andò tutto diviso tra lei e Lauretta; ma il possesso di quelle cose non le procurò nessun piacere. Ella era più contenta dei fiori artificiali, dei nastri, dei pezzi di guarnizioni che domandava alla zia, quando questa metteva in ordine le sue cose; e cadeva in ammirazione dinanzi a una piuma vecchia, si provava tutte le carcasse dei cappelli smessi, chiedeva il nome di tutte le stoffe, di tutti i tagli d'abiti, di tutte le gradazioni di colore.

Il babbo tornava a venire, ogni due giorni; Miss era sempre presente, faceva la sentinella. Si discorreva di Milazzo, di Palermo, di tante cose, come nelle visite. Un giorno annunziò che stavano per aprire il teatro Bellini. Ella si tenne dal batter le mani: finalmente sarebbe andata a teatro!

Erano i Puritani che si rappresentavano. Per farle piacere, la zia dovè vestirsi due ore prima dello spettacolo; ella restava estatica a contemplarla in quella toletta scollata, tutta sfolgorante di gemme. Anche lei uscì dalle mani di Miss attillata, azzimata come una damina, con le guancie rosse come di fuoco, sulle quali volle per forza passare il piumino della cipria. Lauretta, che si sentiva poco bene, restò in casa; lei le promise di raccontarle poi tutto.

Che bellezza, quel teatro! Seduta fra la zia e lo zio, ella divorava cogli occhi le signore che avevano già preso posto e sussultavano tratto tratto, come spinte da una molla, per accomodarsi meglio; e ad ogni rumore d'uscio che si apriva voltava il capo per vedere entrare le nuove venute, tutte avvolte negli accappatoi bianchi, dei quali i cavalieri le liberavano. Sapeva che non bisognava far segno col dito, però si chinava appena verso la zia, parlando a voce bassa, chiedendole l'occhialetto che reggeva con tutt'e due le mani e che allungava e accorciava un pezzo prima di trovare il punto giusto, o prendendole il ventaglio profumato per farsi vento, per cacciar la vampa che le saliva al viso. Dalla platea, dai palchi veniva un brusìo confuso; gli uomini, con le spalle alla scena, appuntavano in giro i cannocchiali; e ad un tratto ella sussultò udendo le prime battute della sinfonia. Alzata la tela, si vide un castello con un ponte gettato fra due torri; dei soldati cogli schioppi sulla spalla andavano di su e di giù, e Riccardo, avvolto in un mantello nero, cogli stivali di cuoio giallo e un gran cappello in capo, cantava, portando una mano al petto, alzando l'altra, tendendo poi tutt'e due le braccia: «Ah, per sempre io ti perdei, fior d'amore, o mia speranza!...» La zia spiegava il fatto, ma non bene, quando comparve Elvira, bella e piangente; e poi la gran sala delle bandiere, con la Regina prigioniera dei Puritani, Arturo che voleva salvarla, Riccardo che sguainava la spada, e quella gran confusione, dopo la fuga!

— È finito?... Ah, un atto soltanto!...

Vennero delle visite nel palco; il marchesino di Floristella mormorava alla zia tante cose, mostrando le altre signore; ella udiva: «Una corte spietata!... Il marito finge di non vedere... La cognata tiene il sacco...»

Intanto la povera Elvira era ammattita: pallida pallida, scarmigliata, scambiava Riccardo per Arturo, dicendogli: «Vieni a nozze!...» Riccardo piangeva, ma la pazza scoppiava a ridere, cantando dalla gioia: «Vien diletto, in ciel la luna...» fra un subisso d'applausi che si rinnovavano quando Riccardo e l'altro Puritano, sfoderate le spade lampeggianti, cantavano insieme: «Suoni la tromba, e intrepidi noi pugnerem da forti!...»

Oppressa dall'emozione, cogli occhi lacrimosi e ridenti, le guancie ancora più infiammate di prima e così turgide come se fossero sul punto di screpolarsi, ella trasse un profondo sospiro.

— Hai sonno? — chiese la zia.

— Io?... Io starei così fino a domani!

L'ultimo atto; una campagna, con un castello illuminato, e un sedile. C'era Arturo, tutto avvolto in un gran manto nero, che voleva rivedere Elvira. Lei usciva dal castello, sempre pazza, cantando, e se ne andava dall'altro lato. Arturo riprendeva quel canto, accompagnandosi: «Press'un fonte afflitto e solo s'assideva un trovator...» Ed Elvira tornava indietro: «Sei tu?...» Era lui! e s'abbracciavano, stretti stretti, felici e contenti, guardando il cielo: «Vieni fra le mie braccia!...»

— Ma sono già marito e moglie?...

Accorrevano i soldati, s'udiva uno squillo di tromba e un araldo annunziava la grazia per tutti, intanto che la gente si alzava in platea, e le signore anche, avvolgendosi nei mantelli e nelle fascie.

A letto, non le riuscì di dormire, con la musica nell'orecchio, coi personaggi sempre dinanzi agli occhi; e nel sonno essi tornavano ad apparirle, si confondevano coi principi e con le regine delle fiabe, cogli eroi guerrieri, cogli amanti infelici che spasimavano lontani gli uni dagli altri e che tornavano da morte a vita appena ricongiunti. E il domani si metteva a ripetere quei motivi, canticchiava con un tempo da tarantella: «Presso un fonte afflitto e solo...» cominciando, interrompendo, e ripigliando cento volte la narrazione dell'opera alla sorellina:

— .... Però Riccardo vede che Arturo sta per fuggire con la regina, quell'altra, sai? quella vestita di nero, e lo lascia andare: «Vattene, scappa e non ci tornare più.»

Intanto il nonno scriveva da Milazzo di pensare al ritorno. All'idea che quelle feste stavano per finire, ella aveva quasi voglia di piangere; allora sedeva a tavolino e riempiva un foglio di preghiere, scongiurando il nonno di accordare una dilazione, asserendo che era necessario per la salute di Lauretta, promettendogli tutte le sue carezze e i suoi baci se diceva di sì. E degli altri giorni scorrevano, tra i passeggi, gli spettacoli, gl'inviti a pranzo. Una volta, alla Marina, la loro carrozza s'incrociò con quella del babbo: aveva a fianco una signora bruna, un po' grassa, colle guancie bianche di cipria e dei grossi smeraldi alle orecchie. Guardò le bambine, sporgendosi di scatto: lei s'irrigidì, guardandola fiso, duramente, comprendendo che era quella per cui la sua mamma aveva tanto sofferto. Ma la sera, a teatro come rappresentavano la Lucia di Lammermoor, non ci pensò più: adesso non sapeva quale delle due opere fosse la più bella. Quella comparsa di Edgardo in mezzo alla festa di nozze! e la sfida dei due rivali! e la scena delle tombe: «Tu che a Dio spiegasti l'ale!...» I motivi più belli le restavano tutti impressi; nel cantare: «Verranno a te sull'aure i miei sospiri ardenti...» delle lacrime le scorrevano sulle guancie.

Gli ultimi giorni passarono nelle visite di congedo, nelle compre di tanti minuti oggetti da portare a casa. Le signore volevano sapere dalle ragazze se lasciavano Palermo con dispiacere; ella rispondeva:

— Non me ne parli!...

Ed alla cameriera della zia che le chiedeva quando sarebbe venuta un'altra volta:

— Presto!... — rispondeva. — Vi pare che io voglia stare in quella bicocca?

Allora, mentre la donna rassettava la camera, ella cominciò a interrogare:

— Sentite: quanto vi dà la zia ogni mese?

— Trenta lire.

— E al cuoco?

— Settantacinque.

— E al cameriere?

— Altre sessanta.

Si mise a far dei conti a memoria, poi chiese chi fosse il miglior tappezziere, quanto costasse un quartiere sul Corso.

— Ma che cosa le importa di questo?

— Faccio i miei conti, — esclamò — perchè debbo metter casa anch'io!...

IV.

Indice

A Milazzo era arrivato il figliuolo del barone Accardi. Usciva da un collegio di Napoli, e non si ripetevano che lodi per la sua intelligenza e per la sua sveltezza. Poteva avere diciotto anni, ma era lungo quanto un uomo, e delicato, magro, simpaticissimo.

Come aveva portato una macchina fotografica, non gli lasciavano un giorno di riposo: parenti, amici, conoscenti, persone di servizio, ciascuno voleva il ritratto. Una volta si fece un gruppo di venti ragazzi; col capo nascosto sotto il manto nero, egli ammattiva, gridando:

— Fermi quelli lì!... Voialtri a sedere per terra... Più alta la testa, quella signorina a sinistra!... no, di qui, alla mia sinistra... Niccolino, vieni più innanzi... Fermi un momento!... Quella signorina non si muova, quella lì, dico...

Lei che studiava la sua posa, voltandosi da tutti i lati, alzando ed abbassando il capo, squassando i capelli, si confuse un poco; poi disse, impettita:

— Va bene così?

— Va bene... ma fermi tutti gli altri!... Non ne facciamo niente!...

Venne fuori, sudato, sbuffando, e cominciò a metter lui a posto la gente. Giunto vicino a lei, le prese il capo fra le mani, fermandolo nella posizione giusta: ella si fece rossa. Adesso, nascosto di nuovo sotto il manto, gridava: «Fermi tutti!...» e cavava il tappo della lente; per non venire troppo di sbieco, lei si voltò impercettibilmente.

Quando la fotografia fu incollata sul cartone e ciascuno potè vederla, scoppiarono le lagnanze; ma Luigi Accardi protestava:

— Se non volevano sentire!... Chi è stato fermo è venuto bene!... La piccola Uzeda guardate!... invece, la grande...

— Brrr!...

Ella scoppiò a ridere, vedendosi con tre teste annebbiate.

— Se non stava ferma un momento!... — protestò lui, arrossendo.

Però volle fargliene un altro apposta, da sola. Riuscì una bellezza. Dopo averne mandato una copia alla zia Carlotta e un'altra al babbo, lei ne volle una per sè. L'aveva serbata dentro il cassetto del comodino, e ogni mattina, ancora a letto, o appena levata, lo cavava fuori, restando un pezzo a guardarsi; c'era la firma di Luigi, fatta con l'inchiostro rosso, in un angolo. Un giorno che era alla finestra, sussultò, vedendolo passare e levar gli occhi. Da quella volta egli si mise a seguirla da per tutto; e quando lo scorgeva, il cuore le batteva forte forte. Pensava ancora a Niccolino Francia, ma Luigi era più grande, più nobile, e le pareva più bello.

In inverno, i ragazzi si riunirono di nuovo, per recitare la commedia in casa di lui. C'era un bel salone mutato in teatro; egli stesso aveva dipinte le scene — sapeva far tante cose! — e intanto le mamme preparavano i costumi. A Lauretta era toccata una particina, e tutti se la mangiavano a baci, tanto faceva bene. Lei rifiutò due parti: la prima perchè troppo lunga, la seconda troppo breve. Luigi, che s'infastidiva facilmente, aveva con lei una gran pazienza, la contentava in tutto, tanto che Maria Ferla un giorno le disse:

— Lo sappiamo, lo sappiamo che spasseggia sotto le tue finestre!...

Lei si fece di bragia. Adesso lo guardava di nascosto, e abbassava gli occhi quando si vedeva guardata da lui. Un giorno, visitando tutta la casa del barone, insieme col nonno e tanti altri, entrarono nella sua camera.

C'era una scansia piena di libri; un cannocchiale da teatro tutto di madreperla sul tavolo e delle spade appese in croce al muro. Luigi le porse quel cannocchiale per vedere un vapore che veniva dal Capo e se ne andava verso Messina, con una striscia di fumo in mezzo al mare. Così la seconda volta che Maria fece sentire un piccolo colpo di tosse d'intelligenza intanto che si parlava di lui, ella la prese in disparte e le disse, freddamente:

— Sai, questi scherzi sono stupidi; adesso non siamo più delle bambine!

Ora aveva compiti tredici anni e voleva stare fra le signorine. Per questo finì col rinunziare alla sua parte nella commedia, prendendosi invece l'incarico di aiutare le altre nella toletta.

La rappresentazione fu un trionfo per Laura; gli spettatori avevano le mani rosse, dal tanto applaudire, e due giorni dopo, aprendo la Gazzetta di Messina, lei vi lesse il resoconto dello spettacolo. «La piccola Laura Uzeda destò il generale entusiasmo. Con la sua figura espressiva, con una vis comica degna di un'attrice consumata, fu l'enfant gatée dello scelto uditorio...»

— Laura!... Laura!... — si mise a urlare. — Sei nella gazzetta!... Guarda, leggi!... Nonno!... dov'è il nonno?... È nella gazzetta! è nella gazzetta!...

Sui giornali ci sarebbe stata anche lei, più tardi. Non stampavano, quando si davano delle feste dal Prefetto, o alla Borsa, o in case private, i nomi delle signore più belle? «La marchesa Grifeo, sempre elegante; la signora Tucker, uno splendore di bruna, la Marignoli che sembra la sorella della sua avvenentissima figlia...» Lei conosceva così di nome tutta la società messinese, ne parlava con quanti venivano dalla città e li lasciava tutti a bocca aperta.

Ah! se il nonno l'avesse contentata! Adesso che le vigne al Gelso erano tutte piantate e che il Senato era a Firenze, egli vi andava spesso; ma non le conduceva neppure fino a Messina, un po' col pretesto della strada lunga, dicendo di voler aspettar la ferrovia che non costruivano mai, un po' sostenendo che era il tempo dello studio fecondo, dell'applicazione seria, e non degli svaghi. Come se, a non voler studiare, fossero indispensabili le distrazioni!

Al contrario, se l'avessero condotta a Messina, lei avrebbe giurato di risolvere cinquanta problemi in una volta e di tradurre tutte le avventure di Telemaco! Voleva andare a Messina, era necessario che v'andasse, per non restare come una grulla quando Luigi parlava del teatro Vittorio Emanuele e del Duomo, della Villa e del Faro. E, con lunghi sospiri, guardava il mare, la rada azzurra chiusa dai monti lontani.

D'inverno, quando spuntavano le brutte giornate, essa appariva tutta piena di bastimenti: flotte di trenta, di cinquanta legni obbligati a rifugiarsi in quel gran bacino, con le vele ammainate, e sballottati nondimeno dalle onde in convulsione che si rovesciavano sul passeggio della marina, arrivavano fin sotto le case e lasciavano, ritirandosi, un letto d'alighe secche, di sugheri, d'ogni sorta di detriti. In quei giorni, la spopolata città era più deserta del solito; di sera non usciva nessuno, la fila dei lampioni si rifletteva sul suolo bagnato e l'oscurità pareva più fitta. Poi, una bella mattina, col sole, col cielo azzurro, col mare tranquillo, non si vedeva più un bastimento nella rada: erano tutti spariti, partiti, chi da levante, chi da ponente, per Messina, per Palermo, per Napoli, per tutti i paesi più grandi, più ricchi e più belli.

A una ricaduta di Laura, il nonno decise finalmente di condurre le nipotine a Messina, per consultare un dottore, per far divagare la malatuccia. Ricominciò la festa di Palermo: passeggiate, visite, teatri, inviti: tutto il giorno in moto, lo studio messo da parte, i libri lasciati a casa, Miss sola imbronciata. Com'era più bello il teatro Vittorio Emanuele del Bellini di Palermo: grande, sfolgorante, pieno di signore elegantissime, con una compagnia di prim'ordine che rappresentava il Roberto Devereux e faceva accorrere gente dal fondo della provincia. In platea c'erano tanti giovanotti eleganti e un ufficiale biondo, con un'ombra di baffettini, che guardava sempre dietro il cannocchiale. Lo volgeva anche verso di lei? Ogni sera si sentiva guardata; i suoi sguardi correvano, suo malgrado, laggiù, e una fiamma le bruciava il viso.

Se ne ricordava ancora a casa, di quell'ufficiale, malgrado rivedesse Luigi Accardi; e così pensava a tutti e due, e a Niccolino Francia, anche. Come Lauretta s'era divertita molto anche lei, il nonno consentì di condurle altre volte a Messina; quando tornava dal Senato, esse gli andavano incontro fino alla città; e a furia di fare la via, la sapevano adesso a memoria: gli Archi, Spadafora, Baùso e Divieto vicini l'uno all'altro, e poi la salita di Gesso — Ibbisu — il paesetto arrampicato sulla montagna, e poi il tratto finale, più erto, con la nebbia che avvolgeva spesso ogni cosa, coi cavalli che ansavano e procedevano al passo, faticosamente; e poi il colpo di frusta della discesa allegra, rapida, con la città e lo stretto spiegati come una carta geografica, in fondo! Ella viveva dell'attesa e del ricordo di quelle scorse; calcolava, volta per volta, quanti giorni mancavano alla partenza, e numerava altrettanti ciottolini, raccogliendoli sulla spiaggia di San Papino. Ogni giorno che passava, ne buttava uno dalla finestra e faceva il conto dei rimanenti.

Quanti spartiti sapeva, adesso! A Milazzo, per sopportare più pazientemente la noia di quel soggiorno, li suonava a pianoforte, tutti, dalla prima all'ultima nota, imparando con la musica le parole. Intanto che restava ferma e composta dinanzi allo strumento vibrante, nella sua testa sfilavano tutte le eroine di quelle storie d'amore: Gemma di Vergy, Maria di Rohan, la Favorita, la Traviata, che, vestite di abiti sontuosi, tempestati di gioie, passavan superbe e maestose tra gli omaggi dei cavalieri e gl'inchini delle dame, o pazze d'amore, coi capelli disciolti sulle spalle, pallide e smarrite, in bianche vesti, piangevano e vaneggiavano. Gli uomini spasimavano per esse, e com'era bello quando sguainavano le spade lampeggianti, sfidandosi a morte!...

Ella si alzava, fremente d'emozione, e se n'andava alla finestra, guardando il mare e le montagne di Gesso, violacee nella lontananza. Certi giorni si metteva a cantare i motivi principali di quelle opere, intanto che lavorava o passeggiava sulla terrazza, e una volta cominciato, non smetteva più: le romanze succedevano alle romanze, i duetti ai duetti, i cori ai cori; e poi, da capo, ripeteva senza fine i pezzi più belli, intonava a voce più forte i finali maestosi, intercalava alla musica seria le canzonette napoletane, i motivi che fischiettavano i monelli, la Giulia gentil, l'Una volta un capitano, instancabile, con la gola sempre fresca, come un merlo sulla rama, finchè Miss, o il nonno, o la sorella non gridavano:

— Assez!... Basta, Teresa!... per carità!....

Smetteva un poco, poi ricominciava, sottovoce. Voleva esser trattata come una signorina, ma era ancora una monella. La bambola aveva sempre tutte le sue cure. E la sera, con la paura antica, voleva che Stefana, accanto al capezzale, le raccontasse le fiabe.

Il repertorio ne era esaurito, talchè la donna ripeteva sempre le stesse: La sorella del Conte, Rossa come fuoco, Il Re Cavallo-morto, I sette ladri, L'infante Margherita, Dammi il velo, La Mamma Draga, La Bella dei sette cedri, La Reginetta schifiltosa. Adesso le sapeva a memoria anche lei e le comprendeva meglio. Le fanciulle leggiadre, fossero nate sul trono o nelle capanne, facevano degli uomini quel che volevano; e invano essi cercavano sottrarsi al loro potere. L'indovino, in cambio d'uno scialletto che Povera Bella gli dava, le prediceva che sarebbe stata moglie del figliuolo del re; e il figliuolo del re, udito quel discorso dal balcone, si metteva a beffeggiarla:

— Lo scialletto lo perdesti!

Ma il figlio del re non l'avesti!

Povera Bella rispondeva: «Che m'importa?»

— Quello di suso e quello di giuso,

Il figlio del re ha da esser mio sposo.

Spero in Dio,

Il figlio del re ha da esser mio.

Spero in Dio e in tutti i Santi

Il figlio del re m'ha da essere accanto.

Il Reuzzo rideva, ma nel cuore gli restava una piccola piaga; e tutto quello che egli faceva era inutile: Povera Bella restava per sempre a suo canto!

Rosina, nel Vaso di basilico, era una povera ragazza senza mamma, che se n'andava tutti i giorni a scuola; il figliuolo del re, dalla terrazza del palazzo reale, cominciava a canzonarla, a giuocarle dei tiri. Lei, che non si faceva mettere in mezzo da nessuno, glie ne ordiva di più birboni; ma il giorno ch'ei non potè più vederla, fu per morire e non guarì se non quando l'ottenne in moglie. Rosina, accorta, fece impastare una bambola di zucchero e miele che era tutta il suo ritratto, e la sera degli sponsali, mandato via nell'altra camera il Reuzzo col pretesto che aveva vergogna di spogliarsi dinanzi a lui, mise la bambola nel letto nuziale, nascondendosi poi lì sotto. Il Reuzzo, tornato, cominciò a rinfacciare alla bambola tutti i torti che Rosina gli aveva fatti, e chiedeva, con la sciabola in mano: «Ti penti di questo? Ti penti di quest'altro?...» E la bambola a far segno di no col capo, che Rosina tirava per mezzo di una funicella. Allora, giù un terribile fendente. Ma, pentito, il Reuzzo si portava la lama alle labbra, ed esclamava, con accento di dolore disperato; «Ah, com'era dolce il sangue di mia moglie!...» Rosina usciva a un tratto dai suo nascondiglio, e così restavano felici e contenti!

Però, alcune di quelle fiabe Stefana non voleva più narrarle; ella se le faceva ripetere dalla moglie del fattore del Capo: quella del marito geloso che, partendo dal suo paese, murava la moglie in casa, e del Cavaliere che si faceva pappagallo per ottenerla; quella della Sorella del Conte che, chiusa dal fratello per gelosia, si metteva a forare il muro della prigione ed entrava così nella camera del Reuzzo, dove ardeva una lampada preziosa.

— Lampada d'oro, lampada d'argento,

Che fa il tuo Reuzzo, dorme o veglia?

La lampada rispondeva:

— Entrate, signora, entrate sicura:

Il Reuzzo dorme — non abbiate paura.

La contessinella entrava e andava a coricarsi a fianco del Reuzzo. Egli si svegliava, l'abbracciava, la baciava, e le diceva:

— Signora, donde siete? dove state?

Di quale Stato siete?

— Reuzzo, cosa dite? che chiedete?

Tacetevi e godete...

Ma non erano soltanto gli uomini che impazzivano per le fanciulle; le stesse Belle quanto penavano pei loro amanti! Nel Re d'Amore, nel Sorcetto con la coda puzzolente, le ragazze andavano in cerca degli innamorati; e quante fatiche aveva sopportate Marvizia per trovare l'uccello verde, che era un principe reale! Vi erano delle reginette così piene di coraggio nello sfidare le Mamme Draghe, nel correre sperdute per il mondo, e così accorte nel cavarsi d'impiccio, così ardite e così buone, che ella restava sbalordita d'ammirazione.

E belle, «quanto il sole, la luna e le stelle», o «tanto che non si può dire», o «che facevano scordare tutte le altre!» Ora più di prima, ella restava lungamente allo specchio, guardandosi. I suoi capelli erano come d'oro, le scendevano fin sulla vita; il viso pareva quello della prigioniera della Mamma Draga: bianco come neve, rosso come fuoco. Ma ella era disperata, perchè fra i denti bianchissimi ne aveva uno storto ed annerito. Era inutile pulirlo, strofinarlo con le polveri: non sbiancava; e la lingua le correva sempre lì. Certe volte, dopo essere rimasta un pezzo con la bocca aperta, a guardarlo, si diceva: «Infine, non è poi tanto scuro: non si vede, quasi.» Ma la notte sognava d'averlo nero come un pezzo di carbone, sentiva che glie lo tiravano, forte forte, senza riuscire a strapparlo; e, dall'angoscia, si destava. Un'altra angustia era per la statura. Piccina, tutti si meravigliavano del suo sviluppo straordinario; invece, da dieci a quattordici anni, era quasi restata la stessa. Aveva ancor tempo di crescere! — le diceva Stefana. — Ma se fosse rimasta nana?... Ella non pensava che al tempo in cui sarebbe stata una signorina per davvero; spingeva indietro i giorni e i mesi col pensiero, quasi avrebbe voluto ancora numerare dei ciottolini e buttarli via periodicamente, ad uno ad uno, per vedere diminuire il tempo che le restava dinanzi fino ai diciassette anni, fino ai sedici — bastavano! — delle ragazze del popolo non s'erano maritate anche a quindici?

— Ma bisogna esser donne... — le disse Maria Ferla una volta, misteriosamente, senza volersi spiegare.

Però, ella era cominciata a star male: dei capogiri, un'emicrania fitta che non la lasciava; e una mattina, svegliandosi, vide tutti intorno al suo letto: il nonno, Laura, Miss, Stefana, il medico; e delle bottiglie, dei vasetti sul comodino, con un odore di spirito e d'aceto diffuso per la camera.

— Cos'è?... Cos'è stato?

— Nulla!... Non è nulla...

Aveva avuto delle convulsioni terribili — le raccontò poi Stefana — s'era contorta, afferrata alle barre del letto, e due uomini non avevano potuto strapparla di lì.

Il male la riprendeva ancora a intervalli, e come i sintomi si aggravavano ella cominciava ad aver paura.

— Non è nulla, sciocca... Siamo tutte così!

L'ammalata era sempre Lauretta, impressionabile ad ogni soffio d'aria, sempre fra letto e lettuccio. Per causa sua, ella doveva spesso sacrificare qualche svago, rinunziare a incontrar Luigi Accardi; e com'era impaziente che passassero le feste alle quali non poteva prender parte! Certe volte; quando il suo proprio malessere cresceva, si sentiva vincere da una grande insofferenza, in quella casa così piena di noia. Piangeva, dicendosi che era orfana, costretta a vivere in quel paese, a subire le astiosità di Miss. Perchè non aveva più la sua mamma?

Rammentandosi le parole del nonno: «Povere piccine, esse non sanno quel che hanno perduto», riconosceva adesso che egli aveva avuto ragione: ora soltanto cominciava a comprendere che cosa fosse non trovarsela accanto! E restava lunghe ore in contemplazione dinanzi al suo ritratto, fatto da un gran pittore, a Firenze. Com'era bella! Quegli occhi, come parlavano, come dicevano la dolcezza del cuore! Ella la chiamava: «Mamma, oh mamma mia!...» e al ricordo confuso del bene che le aveva voluto, di certi abbracci fitti, furiosi, che le aveva dati, di certe parole che le aveva dette all'orecchio, scoppiava in pianto, sentiva che niente poteva più consolarla. Ma pensando che senza i dolori che le avevano procurati, la poveretta non sarebbe morta così presto, così giovane, nel fiore degli anni, le sue lacrime cessavano di scorrere, un rancore le invadeva l'anima contro quelli che l'avevano fatta soffrire. La sera, quando Stefana sedeva al suo capezzale, ella le chiedeva di narrarle quella storia, di dirle perchè il babbo se n'era andato di casa, perchè s'era presa un'altra moglie. Stefana non voleva rispondere, o diceva: «E stata colpa di quella femminaccia», però, a proposito di altre cose, ella le strappava qualche notizia. Il nonno aveva cinquant'anni, aveva preso moglie giovanissimo; ed anche la povera mamma era stata maritata da lui a sedici appena, senza che ella neppur conoscesse il suo promesso; le prime liti anzi erano scoppiate fra lui e il nonno per quistioni d'interesse. La colpa era anche del barone, che voleva sempre far troppo di suo capo. Poi un altro sbaglio era stato quello di andarsene via da Milazzo, di girare pel mondo. La mamma, poveretta, aveva creduto di far meglio, a contentar suo marito; ma quanto se n'era pentita! Bastava dire che dai dispiaceri avuti durante la gravidanza di Laura, la piccolina era nata così malaticcia. Poi il babbo l'aveva lasciata, s'era presa un'altra moglie mentre lei era ancor viva!... Adesso ella comprendeva perchè il nonno l'avesse con lui! e adesso si spiegava le scene di Firenze, le continue liti, l'arrivo del nonno; adesso capiva che quel giorno in cui ella aveva fatto la cattiva perchè non s'andava a teatro, era accaduta la quistione più grossa dopo la quale il babbo era andato via.

Povera mamma! Ella si struggeva al pensiero delle lacrime che avea versate; ma, compiangendola, non riusciva a capire perchè poi s'era presa tanta pena per uno che l'aveva così maltrattata! Senza saper bene che cosa avrebbe fatto lei stessa, si diceva: «Se fossi stata io!...» Poi, paragonando alla mamma quell'altra donna vista a Palermo, non capiva neppure come il babbo l'avesse preferita: era più vecchia, più brutta! Che cosa aveva ordito colei, per stregarlo così? E allora si rammentava delle opere dove c'erano delle passioni strane e fatali, delle fiabe dove si narrava la potenza di certi incantesimi.

Per lei, che cosa avrebbe fatto Luigi Accardi? Lo vedeva passare sempre sotto le sue finestre; la domenica, a messa, si sentiva guardata continuamente; e quello sguardo l'attirava, la turbava. Era un turbamento come quello che aveva provato pel conte Rossi, per Bianca Giuntini; ma più profondo, più intenso. Niccolino le correva appresso anche lui; ma ora non le piaceva più. Quando qualche ragazza andava a marito e Stefana, nel commentar la notizia, diceva: «Per voialtre ci pensa vostro nonno», ella sorrideva tra sè: l'imagine di Luigi si faceva più viva, più presente; ella gli parlava: «Non dubitare, avranno da fare i conti con me!» Quando non poteva vederlo, quando non la lasciavano andar fuori perchè non si distraesse dallo studio, ella si sentiva sacrificata, gli chiedeva perdono in cuor suo, e pensava: «Se ci lasciassero sempre insieme, come contenterei il nonno e Miss! come studierei di più, da mattina a sera!» S'irritava, a sentirsi trattata come una bambina, a vedersi attraversata nei suoi giusti desiderii, quello dell'abito lungo, per esempio; e adesso le sue impazienze erano più acri, i suoi rancori più ostinati. Certi giorni aveva delle voglie di piangere, di gridare, di picchiare, anche d'esser picchiata; non potendo far altro, aveva preso l'abitudine di scalfirsi con l'unghia del pollice i polpastrelli delle altre dita; grattava fin quando la pelle si staccava e il sangue trapelava: malgrado il bruciore, non smetteva. Spesso se la pigliava con Laura, per una cosa da nulla, per qualche parola od anche senza ragione; una volta che la sorella aveva buttato inavvertitamente il calamaio sopra un suo ricamo, le si scagliò contro, gridandole: «Assassina!» e tempestandola di pugni, con la gola stretta, una fiamma dinanzi agli occhi... Il furore del nonno! E il pianto della pace! Come i singhiozzi le strozzavano le parole con le quali ella voleva dire alla sorellina il bene che le voleva!

— Quanto!... Quanto!

Allora si rammentava quel che le aveva detto la mamma: «Vorrai sempre bene alla tua sorellina? Sarai sempre la sua protettrice?...» e col cuore traboccante di tenerezza, la prendeva in disparte, l'abbracciava, le diceva i suoi progetti per l'avvenire: che sarebbero state sempre insieme, si sarebbero maritate lo stesso giorno, e avrebbero avuta una stessa casa, cioè due quartieri sopra uno stesso piano, cogli usci dirimpetto; e la stessa sarta, la stessa pettinatrice, un palco insieme a teatro.

— Vedrai come ci divertiremo! Come guarirai di tutte le malattie!...

Intanto era Laura che proteggeva lei, che le otteneva dal nonno ciò che non le riusciva di strappargli lei stessa: la prima veste lunga, una veste di stoffa azzurra, con un cappellino di velluto: una bellezza! Però, bisognava metterla soltanto nei giorni di festa, nelle grandi occasioni; e questo la seccava. Così, quando doveva andare in un posto dove era sicura d'incontrare Luigi, prima che Miss le dicesse qual veste dovesse mettere, ella correva all'armadio, ne toglieva quella di stoffa, se la passava in un lampo, e disarmava poi il nonno a furia di baci, di salti, di paroline all'orecchio e di battute di mano.

Spesso usciva sola, perchè la sorellina stava poco bene, aveva lo sviluppo difficile. Una volta che le glandole del collo le gonfiarono, il dottore ordinò l'applicazione delle sanguisughe. Che orrore! che orrore! Ella avrebbe preferito morire piuttosto che lasciarsi attaccare al collo quelle bestiacce viscide e nere. Che orrore! E che pena le faceva la poveretta! Quando il barbiere s'avvicinò al letto con la sua bottigliaccia, ella scappò nell'altra camera, si mise a pregare, promettendo alla Madonna di vestir l'abito del voto se le guariva la sorellina. E volle che glie lo facessero, l'abito di lana marrone, con un laccio bianco attorno alla cintura e pendente sul fianco. Ma dopo averlo portato qualche volta, visti i sorrisi di Maria Ferla e delle altre lo smise.

— Così mantieni quello che hai promesso? — osservava Stefana.

— Non debbo smetterlo più?... Adesso l'ho portato abbastanza!... E poi, cosa importa l'abito alla Madonna?... La Madonna mi legge nel cuore!

Non voleva sentirsi criticata dalle amiche, aveva vergogna di mostrarsi in qualunque cosa inferiore ad esse. Da Firenze, dov'era stata in collegio, era venuta la figlia del marchese D'Arrico; non poteva soffrire di sentirla parlare della città in cui lei stessa era nata ma di cui si rammentava tanto poco. Certe volte pensava se non era meglio stare in collegio e in una grande città, piuttosto che in quel paesuccio. Però il collegio non era molto allegro neanch'esso!... Almeno qui, se tutti i giorni era una noia, veniva pure la festa della domenica, quando ella, appena sveglia, pensava per prima cosa: «Oggi non si studia! sono libera! mi vestirò di gala, andrò a passeggio, vedrò Luigi!...» Ma come passava presto, quel giorno! E la sera come si sentiva opprimere, pensando che la festa era finita, trovando che non ne aveva goduto abbastanza!... Non sapeva ella stessa che cosa avrebbe voluto fare, era scontenta di tutto, lo studio l'opprimeva mortalmente. Del resto, Miss non aveva più nulla da apprendere.

Il nonno annunziò un giorno che aveva preso un professore. Ella lavorava ancora ad imaginare come potesse esser fatto, quando capitò un prete, grasso, intabaccato fin sul petto, con le unghie poco pulite. Dava lezioni di lettere e di storia — per le lingue restava Miss. Le faceva mandare a memoria l'Invito a Lesbia Cidonia del Mascheroni:

«Perchè con voce di soavi carmi

Ti chiama all'alta Roma inclito cigno...»

una seccatura che a cercarla col lanternino non si sarebbe trovata l'eguale in tutto il mondo. Già, quando lei sarebbe andata in società, quando sarebbe stata in visita, a teatro, ai balli, avrebbe dovuto dire per l'appunto: «Non sapete nulla? Perchè con voce di soavi carmi!...»

Meno male il Tasso. Dapprincipio la seccava anche lui; però a poco a poco cominciò a gustarlo, vedeva i combattimenti dei Crociati coi Turchi, i duelli di Tancredi ed Argante; ed Armida, quantunque fosse una vecchia fattucchiera, le ispirava una grande pietà.

Doveva mandarne a memoria dei canti interi; però quando furono arrivati al decimosesto, intanto che lei leggeva, il professore ingiunse:

— Salti le due ottave seguenti.

— Perchè?

— Le dico di saltarle.

Le saltò, pel momento; ma, appena egli fu andato via, corse a leggerle:

Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,

E il crin sparge incomposto al vento estivo;

Langue per vezzo, e il suo infiammato viso

Fan biancheggiando i bei sudor più vivo.

Qual raggio in onda, le scintilla un riso

Negli umidi occhi tremulo e lascivo.

Sovra lui pende: ed ei nel grembo molle

Le posa il capo, e il volto al volto attolle;

E i famelici sguardi avidamente

In lei pascendo, si consuma e strugge.

S'inchina, e i dolci baci ella sovente

Liba or dagli occhi, e dalle labbra or sugge:

Ed in quel punto ei sospirar si sente

Profondo sì, che pensi: or l'alma fugge,

E in lei trapassa peregrina. Ascosi

Mirano i duo guerrier gli atti amorosi.

Era tutto questo? Chi sa cosa si sarebbe aspettato! Che c'era dunque di male? Ma già, non bisognava parlare d'amore, bisognava fingere di non comprendere certi discorsi, evitare di guardar gli uomini, e poi se ne sentivano di belle: la moglie del barone Lipari che aveva cacciata a pedate la cameriera, perchè suo marito, quel vecchiaccio, l'andava a trovare nel letto!

V.

Indice

Un giorno Laura non si alzò. Aveva gli occhi luccicanti, le labbra aride e un febbrone da cavallo. Il dottore aspettò un poco prima di pronunziarsi, poi confabulò col nonno. Ella udì la parola tifoidea, e il nonno cominciò a fare come un pazzo. Le grida con cui mandava via la gente, con cui strapazzava le persone di servizio, s'udivano da un capo all'altro della casa. Poi, quando passava dall'ammalata diventava così buono, così dolce, così delicato, che non pareva più lui. Con le sue mani forti e rugose confezionava le pillole, regolava le dosi delle medicine, attento, minuzioso, pazientissimo. Andava lui stesso in cucina, per curare la preparazione del brodo, delle gelatine che la poveretta non assaggiava neppure. Allora lui cominciava a pregarla, a insistere, promettendole tutto quel che voleva purchè prendesse qualche cosa, accarezzandola, vezzeggiandola, e poi scoppiando a bestemmiare se l'altra, con una nausea invincibile, rifiutava ancora.

— Ebbene, nonno, prenderò quel che vuoi... non t'inquietare!...

Ella s'era messa accanto al letto della sorellina e non si muoveva più di lì. Vedendo quelle povere guancie consumate dalla febbre, toccando quelle manine ardenti, si sentiva struggere di tenerezza; avrebbe voluto prendere lei stessa il suo male, le avrebbe dato un poco del suo sangue. La sera, curvandosi a baciarla, prima d'andare a letto, le diceva:

— A domani, sorellina; ma guarita, veh!... E se guarita proprio proprio non è possibile, migliorata almeno, con una febbricina leggiera leggiera, e poi più leggiera ancora, fin quando non avrai più niente, non è vero?... Allora, vorremo divertirci, sai!... Le belle passeggiate che faremo, i regali che strapperemo al nonno: vedrai!...

Invece la febbre non cessava. Adesso, per ordine del dottore, una volta il giorno avvolgevano quel povero corpo stremato dal male in un lenzuolo imbevuto d'acqua e aceto: la malatina rabbrividiva, batteva i denti, tremava, cogli occhi socchiusi che parevano rovesciarsi, ma senza lamenti, senza impazienze, pregando soltanto il nonno di non insistere a volerle dare del cibo.

Il babbo non sapeva ancora nulla; fu lei stessa che gli scrisse. Allora cominciarono a piovere dei telegrammi, due il giorno, ai quali bisognava rispondere subito. Ma perchè non veniva lui stesso? Che cosa poteva trattenere un padre dall'accorrere al letto d'una figliuola in quello stato? Ed ella l'accusava sordamente, comprendeva che il nonno non parlasse mai di lui.

Pareva che quella febbre non dovesse cedere mai; invece un giorno cominciò a declinare, e a poco a poco scomparve.

— Hai visto?... Hai visto?... — esclamava, carezzando il visino pallido della sorellina. — Te lo dicevo io che saresti guarita?... E quando questa testina e quegli occhioni dicevano di no, di no, come se le febbri durassero eterne?...

Una convalescenza interminabile, intanto. Passò un mese prima che Laura potesse fare un giro per le stanze, un altro prima che potesse uscire in carrozza chiusa.

Come veniva l'inverno, per distrarla il nonno ebbe un'idea: invitò i suoi amici a passare la sera in casa sua. Venivano i Giuntini, i Ferla, tanti altri, e conducevano tutti i figli; si giuocava alla tombola, al sette e mezzo, al lansquenet. Luigi Accardi non mancava mai. Una sera che le si era seduto accanto, ella sentì afferrarsi la mano sotto il tavolo. Le parve d'udire un forte zufolìo, sentì freddo, poi una vampa che le saliva alla fronte. La notte non potè dormire: un'angoscia deliziosa le invadeva il cuore; ella si diceva raggomitolandosi sotto le coltri: «Mi ama! Mi ama!... Com'è bello!... Quanto bene gli voglio!...» e sorrideva pensando all'audacia con cui egli aveva sfidato un pericolo.

Adesso, egli armeggiava sempre per sederle vicino, e le mani s'annodavano, si stringevano, si accarezzavano. Tratto tratto, ella svincolava la sua per non dar sospetto; ma doveva fare uno sforzo, perchè egli non voleva lasciarla. Quando non erano seduti accanto, la guardava a lungo, intensamente, cogli sguardi umidi, come se volesse penetrarla tutta; ella lo guardava di sfuggita, rapidamente, e il seno le si dilatava dalla felicità, gli occhi le ridevano, non poteva star ferma, andava vicino a Laura tutta avvolta in uno scialletto, le stampava dei baci sonori sulla fronte e sulle guancie.

Nelle buone giornate, usciva con lei in carrozza, ed era lieta di farsi vedere con la sorellina, chinandosi a tirarle il plaid sulle ginocchia, a chiederle come si sentisse. Luigi aveva un attacco nuovo, un phaeton dalle ruote sottili straluccicanti. Egli passava e ripassava vicino alla carrozza delle signorine, salutando, facendo schioccar la sua frusta, e il cuore di lei si gonfiava d'orgoglio, ma quando Laura diceva di sentir freddo e la loro carrozza rientrava, ella non sapeva reprimere un moto di malumore.

In carnevale, il barone Accardi invitò la gente a ballare da lui: la casa era stata rimessa apposta a nuovo, e gli oggetti del cotillon venivano da Napoli. Tutta la società di Milazzo non parlava d'altro; ella smaniava per esservi condotta.

Vi andò, finalmente, sola con Miss. Le parve di entrare in un mondo nuovo; i suoni, le luci, il moto della danza la stordivano, l'inebbriavano; Luigi, ballando con lei, la stringeva alla vita, le mormorava: «Teresa!... Teresa!...» soffocato dall'emozione, incapace di dire altro. Tutti, del resto, la guardavano ammirandola; ella capiva che gli uomini parlavano di lei, che le sue amiche l'invidiavano un poco.

In quaresima, la gente riprese a venire da loro. Si facevano delle sciarade in azione, si scioglievano dei doppi-sensi, degli enimmi: ella non sbagliava mai, non subiva mai penitenze. Una volta, toccò a Luigi quella di contentare all'orecchio; quando le si avvicinò per mormorarle che cosa le dava, disse piano:

— Un bacio.

Il cuore le si mise a tempestare, non vide più chiaro, ma s'irrigidì per non tradirsi.

A un tratto, quelle belle serate cessarono: Laura, non ancora guarita del tutto dalla prima malattia, fu costretta a rimettersi a letto, con un forte raffreddore. Sembrava che il suo petto si spezzasse, sotto gli sforzi che lo scuotevano negli accessi della tosse. Il dottore veniva mattina e sera, quantunque avesse tanti ammalati, fra gli altri la moglie del Ricevitore, con la stessa malattia. Accanto al letto della sorellina, lei lavorava, senza dir nulla; una tristezza infinita le piegava il capo sul ricamo: le pareva che mai più avrebbe rivisto Luigi. Quel male che le impediva di andar fuori, di fare la solita vita, era una cosa da nulla, una infreddatura più forte delle altre. E udendo tossir la sorella, a lungo, una specie d'impazienza smaniosa la faceva sgarbata con lei. Un giorno vennero a dire, sotto voce, che la moglie del Ricevitore era morta.

Lauretta riposava, col respiro breve, le guancie pallide, i pomelli rossi. Ella buttò il suo ricamo, congiunse le mani, alzò gli occhi al cielo e si mise a pregare.

Che rimorso la straziava, pensando com'era stata senza cuore, come aveva potuto divertirsi mentre la poveretta pativa! Aveva paura di volgere gli occhi verso di lei, le pareva di vederla morta — e piangeva di tenerezza, ritrovandola meglio. L'acuto della malattia passava; a poco per volta Laura si rimise; ma la tosse non l'abbandonò più.

Ella aveva fatto alla sorellina il sacrificio di ogni svago, restando a curarla, a tenerle compagnia. Ne era orgogliosa, però di tanto in tanto il seno le si gonfiava di rimpianti, di aspirazioni alla luce, all'azzurro, alla gioia. Non potendo ancora esporsi all'aria aperta, Lauretta insisteva perchè la sorella andasse fuori sola; lei rifiutava ostinatamente; ma quando l'altra non insisteva più, sentiva gli occhi gonfiarlesi di lacrime. Imaginava che Luigi, alla lunga, si fosse dimenticato di lei, che avesse preso a voler bene ad un'altra; e, dalla contrarietà, si scarnava i polpastrelli intorno all'attaccatura delle unghie fino a sformarsi la punta delle dita.

Un giorno che erano sole, Laura fu più premurosa del consueto:

— Va' fuori sola... fammi questo piacere! Se no, mi par d'essere più ammalata... Va'... — e sorridendo aggiunse: — Va', t'aspetta Luigi Accardi...

Ella sentì tutto il sangue affluirle al volto. Con un sorriso d'indulgenza quasi materna. Laura riprese:

— Non ti far rossa.... che c'è di male?... credevi che non me ne fossi accorta?

Allora ella l'abbracciò fitta, nascondendole la testa sul seno.

— È vero, sì o no, che gli vuoi bene?

— È vero...

E le confidò tutto. Era la prima volta che parlava di queste cose. Guardava l'uscio, per paura che sopravvenisse qualcuno: guardava la sorella con un altro occhio; le pareva che vi fosse qualcosa di mutato d'intorno.

Dopo quella confessione, non le nascose più nulla. Lauretta stava ad ascoltarla, tra seria e indulgente, col capo avvolto in un fazzoletto, come una vecchina, quasi quelle felicità e quelle disperazioni non fossero per lei. E si faceva forza per accompagnarla, usciva in carrozza chiusa, sepolta sotto le coperte, tossicolando.

Ella la divorava di baci, dalla gratitudine; non pensava che potesse soffrire, e quando la sentiva tossire, si diceva: «È la stagione; quando verrà l'estate non avrà più nulla.»

In maggio, andarono ogni giorno insieme alle funzioni del Mese di Maria: la chiesa era tutta odorante di rose e d'incenso, le fanciulle cantavano, accompagnate dall'organo, le laudi della Vergine; padre Raffaele, il rettore, distribuiva imagini sante su carta ricamata come un merletto, che ella serbava nel libriccino di devozioni della povera mamma. Ma, in estate, Lauretta peggiorò: la tosse cresceva, con delle esasperazioni vespertine, con una piccola febbre serale. La poveretta dimagrava sempre più, il petto le si affondava, certi giorni un sudor freddo le appiccicava i capelli sulla fronte. Vedendole le guancie pallide colorirsi di un vago rossore, ella diceva talvolta al nonno, che era cupo e triste:

— Ma non è poi tanto ammalata, nonno!... Oggi è colorita in viso...

Il nonno non rispondeva, più cupo, intrattabile con tutti gli altri, una feminuccia dinanzi all'ammalata, che adesso avea ripreso il letto e non l'abbandonava più.

Dal lungo starvi, delle piaghe le si formavano sul corpo. Quando la medicavano, ella fuggiva, non fidandosi di vederle, rabbrividendo da capo a piedi al solo imaginarle. Ma lei era sicura che sarebbe guarita presto. Adesso, col caldo, venivano delle visite, la sera, a sentir la musica. Come tutte le altre estati, il palchetto pei suonatori era rizzato in mezzo al passeggio della Marina, e si riudivano sempre gli stessi pezzi: una polka del Flik-Flok, il second'atto dell'Ernani, il quartetto e la tempesta del Rigoletto. Delle persone che venivano in casa loro, alcune restavano intorno al letto dell'ammalata, altre passavano nella terrazza. Ella ve li accompagnava, facendo gli onori di casa. Luigi, che veniva coi suoi, le stava sempre intorno.

Una sera che si trovarono soli un momento, egli l'afferrò alla vita, la baciò in bocca, mormorando:

— Mi vuoi bene?... Teresa, Teresa mia?...

Ella disse di sì, sommessamente, tremando da capo a piedi; egli soggiunse;

— Mi dai i tuoi capelli?

Venne gente, dovettero separarsi. Ella preparò a lungo la ciocca dei suoi capelli, intrecciata con delle pensées, legata da un piccolo laccetto rosso e avvolta in un pezzetto di carta trasparente.

Quando Luigi tornò e le prese la mano al buio, ella gli diede l'involtino. A un tratto vi fu un rimescolìo nella camera dell'ammalata, sedie urtate, un lume sollevato, delle voci che chiamavano. Accorsero tutti; Laura aveva una sincope: il respiro quasi spento, gli occhi rovesciati.

— Non è nulla! — dicevano tutt'intorno. — La debolezza, la prostrazione, tanti mesi di letto...

Però il nonno fece venire un dottore da Messina. Fu ordinato il mutamento d'aria, e subito tutti partirono per il Capo. La mattina, prima che l'aria s'infuocasse, l'inferma scendeva in giardino a braccio della sorella; faceva un po' di moto, a piccoli passi, fermandosi spesso. Poi si metteva a sedere, sotto l'ombrello, ed ella le coglieva dei fiori, glie li faceva piovere in grembo. Le parlava dell'avvenire, l'assicurava della guarigione, faceva dei progetti contando su di essa. Poi, riprendendola sotto il braccio, la riconduceva a casa. Una sera, mentre lei ripassava la mazurka Capricciosa ballata con Luigi, vennero a chiamarla: Laura aveva un'altra sincope. Il domani venne il dottore, parlò a lungo col nonno; poi questi mandò a Milazzo il giardiniere, per spedire un telegramma. La risposta arrivò a Miss: «Parto col postale di domani, sarò costà sabato, fate trovare carrozza sbarcatoio.»

— È il babbo che viene, nonno? — chiese ella, impaurita.

Il nonno non rispose, inginocchiato dinanzi alla cassetta bassa di una libreria, donde cavava vecchi giornali illustrati, che erano lo svago della malatina. Messili in ordine, glie li recò, reggendoli lui stesso dinanzi al letto, sfogliandoli, girandoli per mostrare le figure disposte di fianco.

— Basta, nonno... così ti stanchi... — diceva Laura tratto tratto.

— Non mi stanco... se mi stancassi, mi riposerei!... — E come la vedeva sorridere, chiedeva: — Tu come stai?... Meglio?... Senti adesso una cosa... — Tacque un poco, poi riprese: — Se venisse qui... tuo padre... ti piacerebbe?

L'inferma spalancò gli occhi, come stordita.

— Tuo padre... di', ti farebbe piacere?

— Oh, nonno, il babbo!... Nonno, il babbo!... — e non sapeva dire altro.

— Il babbo, sì: parlo turco forse?... Se ti fa piacere, lo chiameremo...

La poveretta piangeva di contento, gli gettava le braccia scarne al collo mormorando:

— Grazie, nonno.... Com'è bello!... grazie!... grazie!...

— Va bene, abbiamo inteso.... Cosa c'è da ringraziare?...

E con la voce burbera, troncò il pianto e le effusioni della malata, la quale adesso diceva di voler aspettare il suo babbo levata. Malgrado ogni protesta, il giorno dell'arrivo si alzò. Avevano calcolato che la carrozza sarebbe giunta alla Rocca verso le due; a quell'ora volle scendere in giardino. Però il tempo passava senza che arrivasse nessuno.

— Che sarà?... — chiedeva inquieta.

— Nulla, il ritardo del vapore!... — rispondeva il nonno.

Ma non si tranquillava, porgeva l'orecchio, guardava il mare.

— C'è stato cattivo tempo?... Il cocchiere non lo conosce... Gli avete detto di andare proprio al porto?...

Era nervosa, insofferente. Si ostinò ad aspettare ancora, sentì freddo, dovettero portarla su quasi a braccia; ma, appena a letto, perdette i sensi. A un tratto si udì un rumore lontano, poi una voce che chiamava, dei passi affrettati. Il babbo comparve sulla soglia dell'uscio, fermandosi ansiosamente. Il nonno, alzato un braccio, fece segno di far piano. Ma egli era già accanto al letto, con un braccio attorno al capo della bambina, cercando gli occhi di lei. Gli occhi di Laura si schiudevano allora, e la mano fredda e madida, abbandonando quella della sorella, tentava di carezzare il viso del babbo.

— Come stai, Lauretta?... Come stai?... — chiedeva egli, alzando lo sguardo.

— Meglio... — rispondeva il nonno, guardando l'inferma. — Stai meglio, non è vero?... È niente, adesso è passato...

Ancora un altro miglioramento. Per prudenza, la fecero rimanere a letto; ma pareva così felice, col babbo da una parte, la sorella dall'altra, il nonno che girava per la camera, come avesse un gran da fare, ma senza far niente! Una mattina, presto, si alzò un poco, ma non potè scendere in giardino per il tempo che minacciava. Quando si rimise a letto, cominciò la pioggia, scrosciante; fu una burrasca di corta durata. Al tramonto, il sole brillava fra le nuvole squarciate, e Lauretta, serena, sorridente, ascoltava i progetti che facevano per l'avvenire.

— Ma il babbo resterà un pezzo con noi, non è vero?... non è vero, nonno? — chiese, voltandosi verso di lui, che se ne stava appoggiato ai piedi del letto.

— Si capisce.

— Sì!... sì!...

Sarebbero tornati a Milazzo, con l'autunno che s'avanzava; al Capo non c'era più ragione di restare. Poi, guarita Lauretta, sarebbero andati a Palermo, a Firenze, a Parigi, tutti, tutti!

— Anche tu, nonno; non è vero?

— Anch'io, eh!... — E come in quel momento entrava la moglie del fattore, aggiunse: — Anche donna Mara!

Risero tutti. Calò la sera, mentre ancora facevano progetti.

La luce della lampada infastidiva un poco Laura. Sollevatasi, disse alla sorella:

— Teresa, coglimi dei fiori...

— Subito, sorellina!

Ella scese in giardino. Dalle piante, tutte bagnate dalla pioggia recente, esalava un profumo intenso, acutissimo. Sorgeva la luna, tra nuvolette d'oro, e la luce d'argento bagnava tutto quel verde scuro, umido e stillante. Disteso con una mano il grembiale, lei cominciò a farvi piovere i gelsomini che spiccava con la destra. Ne era quasi pieno, ma ne coglieva ancora, voleva coglierne ancora più; voleva seppellire la sorellina sotto la nevicata odorosa. Di repente s'udì un grido terribile. Ella tremò da capo a piedi, lasciò cadere i fiori, incrociò le mani sul petto. Un altro grido, dei rumori confusi. Allora ella cominciò a correre disperatamente verso casa, e nella corsa vide una finestra schiudersi, il nonno uscire sulla terrazza, alzare le braccia minacciose al cielo. Prese un nuovo slancio, salì a precipizio la scalinata, traversò come un lampo le stanze e s'arrestò sull'uscio. Intravvide una forma rigida sul letto, una gran macchia di sangue, e s'intese spingere indietro.

— Babbo!... Nonno!... Babbo...

— Zitta!... zitta!... Son'io, Stefana... Di qui... Chiudete! Zitta! Tuo padre...

Allora, afferrata la mano del babbo in un impeto furioso, scoppiò in pianto alto, convulsivo, lacerante, con la bocca contorta, le mani tremanti, il petto rotto dai singhiozzi. Nella stanza buia, il riflesso della luna metteva un vago chiarore; ella non vedeva, non udiva, riprendeva a piangere più forte; in mezzo al pianto dirotto, mandava dei lamenti rauchi, sordi, rantolosi.

— Teresa!... figlia mia... Coraggio!... Poveretta, ha ragione!

Le mani dure, rugose, incallite, della moglie del fattore cercavano le sue, teneramente; Stefana la teneva stretta, la baciava in viso, confondendo le proprie lacrime con le sue.

Portarono un lume, e come ella scorse Miss, sola, in un angolo, piangere silenziosamente, a capo chino, sentì un singhiozzo più violento squarciarle la gola, dischiuse la bocca come se una mano la soffocasse.

— Teresa!... signorina!... figlia mia! — e Stefana balbettava, annaspando:

— Bambinuccia!... Per carità... fàllo per tuo padre... Signore!...

A un tratto ella si alzò.

— Lasciatemi. Voglio vederla, l'ultima volta...

Allora tutt'e tre le donne le si misero dinanzi, facendo barriera, scongiurando tra le lacrime:

— Signorina!... Thérèse!... Per carità... Vuoi ammazzarti!...

La fecero ricadere sul divano, raggomitolata, come un ammasso di panni, e i lamenti riprendevano, più sordi, più tristi.

— Il nonno... — balbettava ella — il nonno...

— Poveretto!... Anche lui!... Chi gli avrebbe detto che doveva vedere anche questo? Angeletto di Dio!... — esclamavano le donne, pietosamente. — E buona, come non ce ne saranno più al mondo.... mai e poi mai... Creatura buona!... Ora è in paradiso, a pregare per noi...

Le strida e le querele si facevano più lunghe; ma quello che la straziava era il pianto muto, incessante di Miss. La notte passava: si udivano di tanto in tanto delle voci che chiamavano dal giardino, il portone della stalla che gemeva sui cardini, i cavalli scalpitanti nella corte, il canto lontano dei galli. Poi comparve il nonno, curvo, avvolto in un gran soprabito, cogli occhi asciutti. Ella gli s'afferrò, baciandogli la mano, bagnandola di pianto, spegnendovi sopra le strida che le uscivano dal petto. Anche il babbo gli strinse l'altra mano; lui disse:

— Basta, basta... adesso basta... la volontà di Dio!... adesso, voi altri ve ne andrete...

— No!... No! È impossibile!...

— Ve ne andrete, la carrozza è attaccata... Va' a prender gli scialli, Stefana... Ve ne andrete tutt'e tre, con Miss... Resto qua io... Andiamo, basta!

Alzatasi, ella implorava ancora, con le braccia tese ansiosamente, di poter passare di là; ma tutti la trattenevano.

— Va'!... Teresa!... Fate presto, il cocchiere ha da fare... non perdiamo tempo... Andiamo!...

Scese così, sospinta, tentando di voltarsi, con lo scialle che le cadeva per terra, mandando dei baci alla finestra spalancata e lucente nella notte muta e serena.

La carrozza partì. Rannicchiata in un angolo, accanto al babbo, ella soffocava i singhiozzi che le salivano alla gola. Cogli occhi sbarrati sulla via polverosa che pareva scorrere come un fiume, con una mano premente sul cuore, ella si ripeteva, trattenendo il respiro: «Sorella mia!... sorella mia!...» e uno stupore l'irrigidiva, pensando che mai, mai più l'avrebbe rivista. «Sorella mia!... sorella mia!...» Che fuoco!... che dolore!... Pensare sempre a lei! Stamparsi nel cuore la sua dolce figura! averla sempre dinanzi per tutta la vita!

— I fiori!... i fiori che avevo colti per lei!

Il pianto riprendeva, lungo, cocente. Era morta! morta!... La gran macchia di sangue... il viso di cera... Se non fosse morta?... Perchè le avevano impedito di baciarla?... Ma i medici li avevano ingannati, non avevano detto che doveva finir così presto!... Se lo avesse saputo!... Come avrebbe voluto starle in ginocchio dinanzi, tutti quegli ultimi giorni!... E invece aveva pensato a svagarsi, aveva riso, aveva pensato ad altri!... Allora, come dei chiodi le entravano nelle carni: tutti gli sgarbi che le aveva fatti, le insofferenze da cui era stata presa udendola tossire, le distrazioni che aveva cercate, le cure che non le aveva prodigate, i baci che non le aveva dati e che non avrebbe potuto darle più, mai! E la sua bontà, la sua pazienza di piccola martire, e il bene che aveva voluto a lei... «Sorella!... Sorella mia!...» Ma le lacrime cessavano di scorrere, nell'angoscia da cui si sentiva presa ricordando tutte le liti che le aveva cercate, le cattive parole che le aveva dette quand'era bambina: «Mummia sgobbona... dottoressa bestia...» Come aveva potuto? A un tratto, rammentava l'ira con cui l'aveva picchiata, una volta, la vampa che l'aveva acciecata intanto che batteva quel piccolo corpo — e si portava le mani al collo, lo stringeva, soffocando un rantolo sordo...

La campagna era chiara come all'alba; il riflesso della luna tremolava sul mare, e la via non finiva più, quella via fatta tante volte, con la gaiezza in cuore, insieme con la sorellina morta, con la mamma morta... Morta! Morta!... E lei avrebbe potuto vivere più? Tutto era finito per lei. Era stata un'immensa sciagura la perdita della sua mamma, ma nessuno sapeva quello che lei perdeva adesso: la sua compagna, la sua confidente, il suo buon angelo consolatore!.. Non si portava con sè una parte di lei? Che cosa avrebbe fatto più, sola? Le sue labbra si torcevano dall'amarezza, pensando all'avvenire; non c'era avvenire per lei: una successione di giorni bui, con l'imagine della poveretta sempre dinanzi, sempre nel cuore...

Adesso entravano nella città addormentata, silenziosa; le mura del castello, enormi, tagliate dalla luna, correvano, sparivano; ed a casa la desolazione cresceva, dinanzi al letto vuoto della sparita, dinanzi a tutti i piccoli oggetti che le erano appartenuti, sui quali ella metteva dei baci disperati.

Che notte! che oppressioni! che risvegli terribili! E che tristezza nel nuovo giorno! Che scoppii di pianto ad ogni notizia, ad ogni viso nuovo!

— La portano via a mezzogiorno... A San Francesco di Paola...

— Dei fiori... copritela di fiori bianchi!...

Erano delle grida convulsive che le uscivano dalle labbra, non erano parole.

E il suono orribile delle campane, che la faceva balzare in piedi a ogni ripresa, e il cadere pauroso del giorno, e il ritorno del nonno, invecchiato di cent'anni, con la schiena curva, gli occhi aridi, le mani tremanti... Come gli divorava la mano a baci, egli la trasse in disparte, con un'aria di mistero, nella sua camera.

— Vieni!... zitta, vieni...

Cavò di tasca il suo gran portafoglio di cuoio, lo aprì e ne trasse una busta. Aprì anche quella, con le mani che gli tremavano spaventosamente, e come trasse la ciocca di capelli morbidi e neri, scoppiò in pianto anche lui.

— Ah!... ah!... nonno!...

Erano terribili le lacrime del vecchio, le contrazioni spasmodiche del suo viso rugato. A un tratto, s'alzò, e mostrando un pugno al cielo, gridò:

— Cristo!...

Caduta sopra una poltrona, ella aveva perduto i sensi. Le convulsioni la ripresero, restò lunghi giorni a letto. Adesso venivano le visite: erano il nonno ed il babbo che le ricevevano, vestiti a nero, con le voci rauche. Parlavano tutti piano, l'uscio di casa restava aperto, non si udiva suono di campanello, entrava chi voleva; e Stefana, venendo al suo capezzale, le riferiva i nomi delle persone che erano di là. Venne anche Luigi Accardi, coi suoi; ma quel nome non le fece nessun effetto: le pareva che fosse passato tanto tempo! Aveva un gran vuoto nella testa.

Il babbo partì, poi vennero gli zii di Palermo; nulla rompeva la tristezza di quella casa, niente leniva il dolore di lei.

Il dottore disse un giorno:

— Perchè non ve ne andate fuori? Sarà la miglior medicina!...

E come tutti restavano in silenzio, riprese:

— Andate via, andate a Palermo; svagatevi un poco... Volete che anche quest'altra creatura pigli un malanno serio, si assoggetti a questi disturbi?

La zia insisteva anche lei, diceva che il soggiorno di Palermo era necessario per completare l'istruzione di Teresa, per farle vedere un poco il mondo. Ella udiva quei discorsi, indifferente, senza dir nulla, come se si trattasse di un'altra.

Così fu decisa la sua partenza insieme con Miss; il nonno volle restare, non ci fu modo d'indurlo.

— Sono vecchio... voglio restar qui... Vi dico di no.

Prima di partire, andarono con la zia e con Miss, in carrozza chiusa, su a San Francesco di Paola. Inginocchiate dinanzi alla lapide bianca, empirono la chiesa di sommesse querele, di singhiozzi soffocati. Poi si divisero in pianto dal nonno; egli baciò a lungo in fronte la nipotina.

Quando il vapore cominciò a muoversi, ed uscì dal porto, e sfilò lungo la Marina, dinanzi alla linea del paese che finiva sotto i Cappuccini, ella restò a guardare tutti quei luoghi, col cuore chiuso, cogli occhi cocenti. Cercava la sua casa, dov'erano successi tanti avvenimenti; San Francesco di Paola, dove riposavano la mamma e la sorella, la villa del Capo, la Lanterna, la spiaggia remota di San Papino... e quando tutte quelle cose furono scomparse, e restò solo il mare d'un azzurro così carico che pareva quasi nero, ella ebbe freddo e paura.

VI.

Indice

Erano tristi pure i primi giorni di Palermo, ma d'una tristezza diversa. Anche a restare in casa, il frastuono della città, il movimento che si sorprendeva dalle finestre, il succedersi dei visi nuovi procuravano delle distrazioni involontarie. Poi, col nonno, quantunque fosse tanto buono, ella non si poteva intendere così bene come con la zia.

Le condizioni della sua salute richiedevano che ella facesse molto moto; così la mattina a buon'ora andava fuori; giravano a lungo pei negozii, o si facevano lasciare in carrozza al Giardino Inglese, all'Olivuzza, ai Quattro Canti di campagna, donde ritornavano a piedi.

La morta era sempre fra loro; però non ne parlavan mai. Ella non voleva lasciare il lutto: sapeva che dopo sei mesi avrebbe potuto smettere quello grave, ma contava di portarlo per degli anni, per sempre. Sorrideva tristamente, quando si guardava allo specchio, quando apprezzava, senza volerlo, il risalto che le vesti nere davano alla sua carnagione rosea, ai suoi capelli d'oro. Le pareva che quella salute, che quella bellezza fossero un'irriverenza verso la sua povera sorellina morta: avrebbe voluto che il suo viso esprimesse ciò che il suo cuore sentiva; provava un senso di contrarietà quando si sentiva ripetere che aveva un aspetto fiorente.

Suo padre viaggiava in quel momento; quando tornò s'incontrarono ancora; un giorno ella andò a desinare da lui, Miss non aveva più la consegna d'opporsi. Ma in presenza della donna che aveva fatto soffrir tanto la sua mamma, che aveva distrutta la sua famiglia, ella sentì risvegliarsi il rancore antico. Colei le prodigò delle carezze, delle moine; ella restò tutta fredda sotto quei baci. Suo figlio, che adesso aveva sette anni, era un ragazzo malavvezzo; fece mille monellerie, guardandola di traverso; a lei non entrava in mente che fosse suo fratello. Il babbo era sempre così compito e così contenuto come un estraneo, e le dava tanta soggezione che, potendo, ella evitava di tornare in quella casa.

La zia era molto legata con la contessa di Viscari; la figlia di lei, Giulia, le ispirò una simpatia istintiva; dopo pochi giorni strinsero amicizia. Giulia era bruna, alta, un po' irregolare in viso; ma piena d'espressione, vivace, briosa; ed elegante, aristocratica fino alla punta dei capelli. Ella sognava di farsene un'altra sorella; e a poco a poco il suo sogno si mutava in realtà. Malgrado la sapesse venuta dal fondo d'un paesuccio di provincia, Giulia le chiedeva dei consigli, faceva un gran conto dei suoi giudizii: si scoprivano dei gusti identici, gli stessi ideali. Però le lodi che l'amica le prodigava per la sua bellezza, per la sua coltura, pel suo spirito, non la rassicuravano molto; ella guardava le altre signorine della società palermitana con una timidezza secreta, pensando che dovevano essere tanto superiori a lei.

— Come t'inganni! — esclamava Giulia. — Ti farò conoscere io una che fa per te.

Era Bice Emanuele: una ragazza pallida, malinconica, senza mamma come lei. Ma quanto buona e intelligente! Tutt'e tre, si giurarono un'amicizia eterna; più tardi, Enrichetta Geremia, la figlia del conte di Tolosa, entrò nella loro piccola côterie. Ella voleva a tutte un bene dell'anima; soffriva e gioiva per esse più che per sè stessa: imaginando la morte di una di quelle dolci compagne, si diceva che avrebbe portato il lutto come per una sorella.

Quando non era con le amiche, ella passava il suo tempo studiando. Non s'era trovato ancora un professore di lettere; venivano invece i maestri di musica e di disegno. Per riposarsi dallo studio, lavorava con la zia a dei minuti ricami, alle frivolità.

Lo zio leggeva continuamente dei romanzi che mandava a prendere da un gabinetto di lettura o che gli prestavano i suoi amici. Ve ne erano degli antichi in uno scaffale confinato in una retrostanza; ma la zia le aveva proibito di toccarli. Per un certo tempo ella obbedì; poi la tentazione fu più forte; non poteva mica restare le intere giornate a pianoforte, o dinanzi al cavalletto, o a ripassare con Miss delle lezioni che sapeva a memoria. Prese così qualcuno di quei volumi e lo divorò di nascosto.

Vi erano i Tre Moschettieri, in francese, un'edizione a due colonne con delle illustrazioni in legno. Restò come intontita da quella lettura; per un pezzo, in tutti gli uomini che vedeva cercava delle rassomiglianze con qualcuno degli eroi del libro. Che simpatia!... Però, Porthos era un poco volgare e Aramis infinto, quantunque avesse una gran cura della propria persona — ed ella provava a tener le mani alzate, per farle venire più bianche, come faceva il moschettiere. D'Artagnan sarebbe stato il più simpatico senza certe cose un po' troppo buffe: e lei non voleva ridere. Athos, nobile, cavalleresco, malinconico, aveva tutte le sue preferenze. Ella pensava che vi dovessero essere ancora degli uomini così disinteressati, così arditi, così eroici, sempre pronti a metter mano alla spada, a sfidare ogni pericolo, per il sorriso d'una donna, per un capriccio, per una fantasia... Vi erano dei volumi di Paul de Kock; li aveva letti ridendo, buttandoli poi in un canto, indispettita contro sè stessa. Non glie ne rimaneva nulla, tranne la seduzione della vita parigina. Aveva messo le mani sopra Giuseppe Balsamo e sopra il Conte di Montecristo, la sua meraviglia, il suo piacere crescevano a dismisura; ella viveva di quelle letture, dimenticava per esse le amiche, le distrazioni, l'appetito. E i Misteri di Parigi! I Miserabili! Però la parte filosofica di questo romanzo le seccava un poco. C'era ancora del Féval, del Bernard, del D'Arlincourt; ella divorava tutto, fremente di curiosità, di emozioni soffocate. Imaginava vagamente i luoghi descritti, vedeva gli eroi presentati dai romanzieri, s'innamorava di Rodolfo, di Mario; e il ricordo di Luigi Accardi finiva di dileguarsi. Sulla fede di quei libri, ella sognava fatalità inesorabili, eroismi inauditi, strazii ineffabili, gioie celesti. Tutte le predizioni si avveravano, gli uomini lottavano invano contro il destino; ma l'amore infiorava la vita, era il compenso di tutte le pene. Che importavano le ricchezze? V'erano dei giovani che sotto un vestito lacero avevano un cuore di eroe; e poi, essi le acquistavano, le ricchezze e le posizioni altissime, perchè ne erano degni! Se fosse stato uno di questi il professore che le avevano trovato finalmente?...

Il professore era un uomo d'età: corto di statura, con una foresta di capelli e gli occhiali d'oro. Aveva preso a spiegare Omero e Virgilio; ma quello studio, malgrado lo zelo che vi spiegava, non le riesciva gradito. Tutta quella gente era troppo antica, troppo diversa da quella che ella vedeva od imaginava: e confondeva i nomi, incontrava troppe parole difficili, non le era entrato in mente quale dei due autori fosse il latino e quale il greco.

La storia le piaceva di più; sopra tutto la moderna, quella del riscatto nazionale; e le gesta dei Savoia, la magnanimità di re che avevano cimentato il trono per dare una patria agl'Italiani, di principi che avevano pugnato pel loro paese, le davano dei fremiti d'entusiasmo.

Con piacere più grande svolgeva i temi dei componimenti, ne riceveva arrossendo le lodi dal professore, il quale, alle domande dello zio, rispondeva:

— Va bene, molto bene... anzi troppo!... C'è troppa fantasia!...

Ella descriveva a lungo, minutamente, dei campi di battaglia, delle foreste vergini, dei naufragi, tutte cose che non aveva mai viste, ma delle quali si formava un'idea. La lettura dei romanzi le dava molto aiuto; ma il professore, un pedante, cancellava delle frasi che ella aveva viste stampate, che le parevano piene d'eleganza e d'efficacia, e che lui dichiarava infranciosate. Ella scriveva: la vita sentimentale, e il professore correggeva: la vita del cuore e della mente. Però, tornava con nuova lena alle sue letture; le osservazioni del maestro, i rimproveri dei parenti glie le facevano amare di più.

— Lascia stare cotesti libri — diceva la zia. — Ti guasteranno la testa...

— Perchè? Come se io non sapessi qual'è la finzione e quale la verità!...

E voleva sapere se il cavaliere di Maison-Rouge era realmente esistito, se la storia di Montecristo era vera; nella carta geografica, cercava l'isoletta, avrebbe voluto andarvi qualche volta.

Adesso conosceva mezzo Sue, del Balzac che trovava però troppo lungo, quasi tutto Walter Scott. Il ricordo della sua povera sorellina morta la sorprendeva certe volte in mezzo alle imaginazioni suggerite da quei libri: allora, era una mestizia dolce, una malinconia soave che la prendeva, rassomigliandola a qualcuna delle eroine belle e infelici di cui ella si faceva come dei modelli, come delle maestre di vita, con l'ambizione di essere secretamente approvata da loro in ogni atto ed in ogni pensiero. Il dolore acuto e lacerante dei primi tempi si risolveva sempre più in un rimpianto rassegnato, in un ricordo pieno di tenerezza: la sorellina sua non viveva forse in lei, nel suo spirito, non l'accompagnava forse sempre e dovunque, memoria buona e protettrice?...

Così, passato il tempo del lutto, malgrado avesse espresso il desiderio di portare ancora le vesti nere, obbedì all'ingiunzione della zia e le smise.

Allora cominciarono ad andare al teatro di prosa: un'altra sorgente di emozioni più forti: la Signora delle Camelie, Kean, la Morte Civile, Celeste. Quando venne la compagnia di Amilcare Baretti e l'attore Roggi rappresentò il Falconiere, ella tornò a casa colla testa in fiamme. Nessun uomo le pareva più bello di lui, la sua voce, quand'egli parlava d'amore la faceva tremare. Tutte le volte che aveva in mano il manifesto, correva cogli occhi a cercare il suo nome; se non lo trovava, la scena le pareva deserta, lo spettacolo insoffribile. Ella supponeva che l'attore si fosse accorto della febbre con cui ella lo ascoltava, imaginava che egli avrebbe cercato di vederla da vicino, architettava tutto un romanzo. Un giorno, passando dai Quattro Canti, vide, in una mostra di fotografo, i ritratti dei principali attori, il suo fra gli altri. Sempre che ripassava di lì, il cuore le batteva più forte mentre gli occhi cercavano quell'imagine; lungo tempo dopo che la compagnia se ne fu andata continuò a guardarla, fin quando non tolsero il quadro.

Al dramma, alla commedia, ella non domandava nessuna spiegazione alla zia, nè questa diceva nulla intorno a ciò che avveniva sulla scena: ella comprendeva da sè, vedeva da per tutto riprodotta, sotto forme e circostanze diverse, l'eterna storia dell'amore, che l'esaltava, le dava delle irrequietezze nervose, uno scontento vago, l'aspirazione continua ad una esistenza più bella, più intensa, più inebbriante. Viveva in mezzo al lusso e in un bel palazzo, servita ad ogni più piccolo cenno, amata ed invidiata; eppure tutto ciò sbiadiva, diventava semplice, comune, volgare, dinanzi alle visioni che non le si levavano dagli occhi: dei castelli circondati da parchi con porticine secrete; delle caccie al suono dei corni per la foresta odorante di muschio; Parigi e i suoi spettacoli grandiosi, i balli dell'Opéra, i ricevimenti del faubourg Saint-Germain, le passeggiate al Bois de Boulogne con dei squadroni di cavalieri che si cavavano alto i cappelli al passaggio d'un'amazzone galoppante coi veli al vento. Ella aveva in testa i luoghi della grande capitale: la Chaussée d'Antin, i Campi Elisi, il nobile faubourg, il Palais Royal, la Borsa, e i dintorni: Auteuil, Fontainebleau: i romanzi che ella divorava erano pieni di scene svolgentisi lì. Talvolta ella pensava al romanzo che ella avrebbe vissuto, all'uomo che avrebbe amato; e si guardava intorno, cercandolo: ma nessuno dei giovanotti che aveva conosciuto in società le pareva degno dell'amor suo. Sapeva che gli uomini non devono esser belli nel senso femminile della parola; ma non si rassegnava a trovare possibili coloro di cui sentiva vantare la maschia bellezza; dei personaggi troppo forti, dei capelli e delle barbe troppo ispide — e la prima cosa che chiedeva all'uomo che avrebbe amato era un particolar genere di avvenenza di cui ella si era formato il tipo: corpo agile e slanciato, sanglé in un abito elegante; viso magro, mustacchi fini, soyeux; carnagione pallida, e sopra tutto aspetto signorile, mosse libere e sciolte. Fra coloro che si avvicinavano a quel tipo, ella non sceglieva ancora, perchè non trovava neppure le qualità morali che reputava indispensabili: Brancaccio era troppo leggiero, Giovanni Gravina sparlava troppo di tutti e di tutte, Orlandi era pieno di sè. In qualcuno, però, di tutti i lions ella trovava qualche qualità; di persona o di nome, per aver parlato con loro o per averli sentiti giudicare, li conosceva tutti; e quando dalla sua carrozza li vedeva scappellarsi, e la zia, di vista corta, le chiedeva: «Chi era quello lì?...» ella nominava: «Orlandi... Giovanni Gravina...» semplicemente, come persone con le quali fosse in intimità. Tutti insieme, a teatro o nelle vie, formavano per lei l'unico pubblico: essi stavano fermi a crocchio, dinanzi a un caffè, o passeggiavano lentamente, ingombrando i marciapiedi, fermandosi a esaminar le signore, salutando contemporaneamente. Ella si atteggiava più rigidamente appena scorgeva da lontano quel gruppo dei picciotti — dei giovani — fra i quali c'era il principe di Roccamozza, a sessant'anni, don Giacomo Fernandes, ripicchiato e ritinto, Alvaro Adernò con una gran barba bianca come un bel monaco cappuccino!... Ciò nondimeno, tutti quegli uomini che rappresentavano il fior fiore della nobiltà, della ricchezza, che facevano od avevano fatto parlare di loro tutta Palermo, con le loro avventure, con le loro pazzie, coi loro duelli; anche quei vecchi più interessanti della folla anonima degli studenti e dei borghesi, esercitavano un'attrattiva su di lei, assumevano ai suoi occhi una seduzione straordinaria. Vedendoli sempre insieme, pensava che fossero legati da un'amicizia eterna, come quella dei Fratelli d'arme; che fossero sempre pronti a difendersi l'uno con l'altro, come i Moschettieri; e comprendendo tutto in una sola parola: il loro valore, la loro fede, la loro forza, li aveva battezzati: «I Crociati.» Il nome aveva fatto fortuna, si sapeva che era stata lei a trovarlo. Però la reputazione del suo spirito, della sua intelligenza, le procurava la sorda gelosia di molte sue nuove conoscenze. Giovannina Leo, Rosa di Carduri, altre ancora che si credevano le più notate non soffrivano la concorrenza che faceva loro una piccola provinciale. Dinanzi ad esse, ella era stata un poco intimidita dal sentimento della propria inferiorità; invece, attribuivano a superbia quel suo ritegno. In società, ella non adoperava mai il dialetto, parendole volgare; e come teneva a far sapere che era nata in Toscana, aspirava un poco la c, pronunziava: 'osa disce? Mi faccia 'l piascere! 'He bella toletta! Per questo l'accusavano d'affettazione; poi, quando le erano dinanzi, facevano le amiche, le prodigavano delle lodi.

La slealtà le repugnava; ma, infine, importava poco quel che dicevano di lei le sue rivali. Ella avrebbe voluto sapere piuttosto che cosa pensavano gli uomini. Vi era uno dei Crociati, Raimondo Almarosa, che la guardava spesso: non era più giovane, ma quanto più attraente di tanti altri giovani! Alto, magro, biondo d'un biondo che diventava bianco, serio, quasi sempre malinconico per la perdita della moglie e della figliuola sofferta in uno stesso giorno. Che cosa vedeva in lei? Una rassomiglianza? una delle sue morte redivive? Ella si perdeva in fantasticaggini. A teatro, quando uno sguardo si fermava su di lei, pensava a Giuseppe Balsamo, al magnetico potere che certuni sapevano spiegare. I romanzi erano sempre i consiglieri ai quali ella domandava i suoi giudizii, i suoi pensieri. Adesso ella conosceva la vita! Ed era una vita intensa che viveva, con quei libri. Slanci d'ammirazione e dolori sconfinati, raccapricci e simpatie, sorrisi e lacrime, essi le davano tutto. A volte, dopo lunghe ore di lettura, si alzava con un'oppressione fisica, una nausea, un disgusto per tutte le cose, per le volgarità dell'esistenza a cui doveva sottostare e che l'eguagliavano alla folla da cui si sentiva tanto diversa. Rifiutava i cibi, avrebbe voluto nutrirsi d'aria, finiva per procurarsi qualcuno dei soliti attacchi nervosi. Più degli eroi di quei libri, ella amava le eroine: la solidarietà del sesso l'induceva ad attaccarsi alle donne; e poi, non erano esse le arbitre dei destini umani? E le lunghe descrizioni, le pagine piene di narrazione fitta l'infastidivano: ella ne saltava molte, per arrivare ai colloquii d'amore, alle scene dolci e tremende, alle catastrofi improvvise, che la lasciavano sbalordita, con la fronte scottante. Che lacrime le costavano quei libri! Di quale amore cocente e struggente ne amava i personaggi! Ella le vedeva tutte, quelle grandi amate di cui si narravano le storie fortunose: i loro nomi le risuonavano continuamente all'orecchio: Andreina, Matilde, Emma, Cecilia. Il suo proprio nome era bello, ma ne pensava degli altri, invidiava le sue conoscenze che ne avevano di più belli, romantici: Giulia, Eleonora, Enrichetta; avrebbe voluto chiamarsi Marcella, Lidia, Remigia; o portare dei nomi stranieri: Edith, Olga, Nadina. Ed un progetto certe volte le passava per il capo: poichè la sua sorellina era morta, non avrebbero potuto chiamar lei Laura? Sarebbe stato quasi un modo di farla rivivere.

Scriveva ogni due giorni al nonno, gli riferiva i suoi progressi, gli mandava dei lavorini fatti apposta per lui. Adesso aveva anche il maestro di canto, e superate le prime lezioni noiose cominciava ad imparare il repertorio in voga. V'erano le serenate e le barcarole piene di sospiri flebili e di lacrime cocenti al tremolare della luna sulla laguna; i notturni in cui gli amanti traditi si querelavano nell'abbandono, o prorompevano in accenti di vendetta, o si rassegnavano, continuando ad amare in silenzio, costanti e senza speranza; in cui delle povere pazze vagavano pei cimiteri, a mezzanotte, cercando un nome sopra un freddo marmo; ma v'erano sopratutto le romanze che esaltavano la bellezza sovrana della donna, la sua potenza, il suo fascino. Se le lacrime d'una fanciulla cadevano fra le rose, erano goccie di rugiada; se cadevano in mare diventavano perle; ma un angelo le raccoglieva nel cavo della mano e quel nèttare lo dissetava. Un amante voleva essere l'aura che sfiorava il biondo crine della Bella, il fiore che ella sfogliava, la stella che ella mirava; un altro s'inebbriava al ricordo delle voluttà; tutti avrebbero data la vita per un bacio, per un pensiero. E la musica aveva delle successioni di note che somigliavano a singhiozzi, a grida represse, che imprimevano come un moto di culla; degli accordi gravi, pieni d'angoscia e di mistero; degli arpeggi che sollevavano da terra, che esprimevano l'estasi. Ella sentiva il cuore salirle alla gola, le ciglia inumidirsi. Voleva provare tutto questo nella vita, aspettava una grande passione. Non era così bella da ispirarla? E si guardava allo specchio trovando che rispondeva al tipo ricorrente nei libri. Si guardava le unghie per vedere se erano tagliate a mandorla; il viso era d'un ovale perfetto, la bocca piccola, porporina, i denti di perla, tranne quel canino annerito, che un giorno o l'altro si sarebbe fatto strappare. Le guancie rosee le parevano da fanciulla borghese; ma i capelli non compensavano quel difetto? Lunghi fino ai fianchi, folti, odorosi, oro fuso. Il tipo bruno non aveva però anch'esso la sua seduzione? «Bruna come la notte, come ala di corvo...» Nella sua qualità di siciliana, ella avrebbe dovuto essere piuttosto bruna... Siciliana? Viveva in Sicilia; ma era fiorentina! E mentalmente faceva l'enumerazione di tutti i paragoni del biondo: come l'oro, come un raggio di sole, come le spiche del grano, come l'uva matura... Ella aveva la piena coscienza della propria bellezza; però, tratto tratto l'antica disperazione tornava a prenderla: la sua statura era sempre bassa, a diciassette anni ne mostrava appena quindici; qualcuna delle sue amiche non la prendeva sul serio, la trattava quasi da bambina! Fino a vent'anni, non sarebbe cresciuta? Aveva tempo di rifarsi! Ne domandava al dottore, con l'ossessione di restar nana, lei che non ammetteva se non i personaggi slanciati. Così dava un bel da fare al calzolaio, non trovando mai i tacchi abbastanza lunghi, e la pettinatrice doveva risolvere ogni giorno il problema d'una acconciatura che fosse alta, ma non troppo. Però, gli artifizii riparavano male al difetto, e un giorno le salirono le fiamme al viso, quando Giulia Viscari le disse il sopprannome datole da Enrico Sartana.

— Come mi chiama?

— La pupa... dice che non gli fai l'effetto d'una donna, ma d'una bambola...

Questo Sartana era il figliuolo del duca di Castrovecchio, ed aveva per suo conto il titolo di barone di Lerma. Ella lo aveva visto qualche volta da lontano, trovandolo simpatico; da quel momento, un odio le si scatenò nell'animo contro di lui. Lo aveva soprannominato subito San Giorgio cavaliere, con un tono d'ammirazione derisoria per la sua bellezza fade di biondo ricciuto cogli occhi cilestri.

— Il cavalier San Giorgio che atterra il Dragone!... — ripeteva, quando lo vedeva passare a cavallo, caracollando. — O Dio, non svenite, solo a mirarlo?... È fatale!...

— Sei spietata!

— Non lo posso soffrire!... Se glie lo riferirete, mi fate un piacere!

Ella se lo vide improvvisamente dinanzi, la sera che sua zia la condusse dagli Alì, dove si ballava: una felicità lungamente aspettata, il suo primo ingresso in un vero salone, dove tutti i giovanotti si contendevano l'onore di ballare con lei. Fu sul punto di dirgli che aveva tutto impegnato e di voltargli le spalle: ma egli era così grazioso, così elegante, che non si fidò. E con una disinvoltura di cui ella non aveva idea e che si lasciava mille miglia indietro i balbettamenti timidi degli altri, egli cominciò a parlarle, a farla ridere a proposito di tutti i tipi comici che si trovavano in quella società.

— Ti sei lasciata addomesticare? — le chiese Giulia Viscari in un angolo.

— O Dio, come resistergli?

Però la sua ironia cominciava a non essere più sincera. Adesso non le riusciva di reprimere un leggiero sussulto, quando lo incontrava. Egli la cercava, tornava a ballare con lei, a darle il contagio del suo riso argentino, pieno d'una simpatia irresistibile, a guardarla con quegli occhi azzurri che dicevano: «Non è vero che siete una bambola; mi piacete!» Una domenica, uscendo di chiesa, la zia si fermò con una signora: era la duchessa di Castrovecchio, sua madre. Il giovedì seguente, venne a far loro visita.

Ella comprese subito che era stata mandata dal figliuolo. Una gioia immensa le aveva allargato il cuore: il vago sospetto prendeva consistenza: egli era innamorato di lei! Nella voluttà del trionfo, ella beveva l'aria avidamente, si chiedeva: «È vero?» e si rispondeva: «È vero, è vero!» vedendo che egli non lasciava sfuggire un'occasione d'avvicinarla, che si trovava in casa quando andavano con la zia a restituire le visite a sua madre, che la seguiva sino per le strade. E dei feroci propositi di vendetta, alla Montecristo, l'animavano: voleva civettare con lui, fargli perdere la testa, lasciarlo struggere d'amore come i Reuzzi delle fiabe!... E lei? era sicura di non volergli bene anche lei?... Non lo trovava simpatico, elegante, spiritoso?.. Allora? Non importava, bisognava farlo soffrire. E spiegava con lui tutta la sua civetteria, si voltava a guardarlo profilando tutto il busto ed il viso, sollevando una spalla, stringendo le braccia ai fianchi, per mostrare tutte le linee del corpo; allungava talvolta un piede che egli divorava cogli occhi, ma che lei ritirava repentinamente dopo un poco, fingendo d'accorgersi a un tratto di quegli sguardi indiscreti; quando aveva vicina Giulia od Enrichetta, passava un braccio attorno alla vita dell'amica, le parlava all'orecchio, la baciava in viso, per tormentarlo con lo spettacolo di quelle carezze; al ballo, lasciava cadere un guanto, il fazzoletto, un fiore, qualche cosa tutta piena di lei, osservando di sbieco l'espressione appassionata con cui egli se ne impossessava per rendergliela. I loro incontri si venivano moltiplicando: riunioni in cui si faceva della musica e che poi finivano in saltate generali, feste in tutte le forme, dal principe d'Alì, dal marchese Carìbici; balli in maschera, veglioni al teatro. Tanti giovanotti ora le stavano intorno: ella sentiva la reputazione di bellezza, di eleganza, di spirito che la circondava; e nell'atmosfera calda e profumata dei saloni viveva come nell'ambiente vitale. Adesso lo studio noioso, pedantesco, era smesso del tutto: restavano la musica e la lettura: la musica che le assicurava dei trionfi quando, senza farsi troppo pregare, si metteva al piano e con una disinvoltura da concertista teneva tutta la sala intenta; la lettura che alimentava continuamente il lavoro della fantasia. Ella si ripeteva incessantemente: «Sono amata! Sono amata!» Sartana era innamorato di lei, tutti se ne accorgevano, Giulia glie lo ripeteva, scherzando, con allusioni continue! Ed ella lo amava, sì; malgrado i suoi propositi di freddezza, di crudeltà, lo amava: un fremito le passava pel corpo quando egli le si avvicinava; il cuore le batteva più forte quando parlava o danzava con lui, quando egli le stringeva la mano un certo modo diverso da quello di tutti gli altri, quando le diceva certe cose indifferenti con la voce piena d'un tenero turbamento... Il suo primo amore! Il suo grande amore!... Dei sorrisi di compassione le fiorivano sulle labbra pensando agli amoretti dei dodici anni, a Niccolino Francia, a Luigi Accardi, all'ufficiale di Messina. Sciocchezze, ingenuità da bambina!.. Adesso sentiva che il suo avvenire s'inpegnava, che la felicità della sua vita dipendeva da quell'amore. Ma lui, perchè non parlava? perchè non le diceva che le voleva bene?... Certe volte pensava al modo con cui glie lo avrebbe detto, alle parole divine che avrebbe trovate, al momento unico, misteriosamente propizio, che certo egli aspettava ancora di cogliere. Altre volte, delle difficoltà, degli ostacoli sorgevano nella sua fantasia: un dramma che scoppiava, dei dolori ineffabili, la morte che avrebbe potuto coglierla a un tratto!... Ella si vedeva, moribonda, con le mani affilate sulla coltre bianca: le donne singhiozzavano intorno, e a un tratto un rumore di passi, l'apparizione di una figura disfatta, spettrale: lui, fermo un istante sulla soglia della camera mortuaria. Un grido terribile gli lacerava la gola, e precipitandosi verso il letto, vi cadeva in ginocchio dinanzi, bagnando di lacrime calde la fredda mano scarnita ch'ella gli abbandonava. La funebre rappresentazione le si spiegava dinanzi con l'evidenza della realtà: sentiva le dita di lui errarle fra i capelli, vedeva i visi pallidi dei parenti, udiva le salmodìe degli agonizzanti; e delle lacrime le rigavano lentamente il viso. Ella piangeva sè stessa, i suoi sogni svaniti, la sua bellezza per sempre distrutta: si vedeva composta in una bara, bella ancora, ma pallida pallida, e fredda, come di marmo. Dei gigli sulla sua tomba... un uomo che si gettava bocconi sulla terra umida e scura... un lamento straziante... E restava così, a singhiozzare pianamente, intanto che il sole rideva e che un fragore di carrozze trascorrenti in lunghe file veniva su dalla via.

Perchè quelle imagini tristi? Ella pensava d'esser una creatura provata dalle sventure, superiore per questo; dotata d'un cuore più sensibile, d'una fantasia più impressionabile, votata ad un destino più arcano degli altri. Ella leggeva i versi del Prati, del Leopardi, dell'Aleardi: v'erano dei passaggi che non intendeva, ma quanti altri che la facevano piangere!

Poi si scuoteva, sorrideva delle sue angoscie senza cagione, tornava alla gaiezza consueta, passava da uno svago ad un altro, s'ingolfava in quella vita felice, senza cure, che era tutta una festa. Allora avveniva che, nell'animazione regnante tra le folle eleganti, nel tumulto giocondo destato dalla musica e dal ballo, ella si dimenticava di Enrico, ma interamente, completamente, come se egli non fosse mai esistito, tutta al proprio trionfo, inebbriata dagli omaggi dei giovanotti, dai complimenti delle amiche, dalle sussurrazioni ammirative che sorprendeva al proprio passaggio. Vi erano tanti altri che decisamente le facevano la corte, Lollò Cutelli, un marchesino ricchissimo ma un po' grullo, Antonio Bracciaferri, ufficiale di cavalleria che aveva lasciato il servizio e che lei metteva in caricatura, rifacendo i suoi «cosa?» e i suoi «sfido!», il cavaliere Sibiliano, sulla quarantina, buffo con le sue pretensioni giovanili, ma però molto corretto; tanti e tanti altri ancora, a cui ella badava volta per volta, quando li aveva a fianco, studiandosi di montar loro la testa, ma che a distanza si confondevano in una massa; in un coro, dove ella non distingueva, non sceglieva... Sì, vi era uno a cui ella pensava più che agli altri: Mario Caimi, la cui nascita non era molto distinta, ma che aveva, con una ricchezza straordinaria, una fama di rompicollo coraggioso, di viveur à outrance.

— Caimi ti fa la corte! — le aveva detto una volta Giulia, ed ella si era accorta che era vero: dall'alto del suo stage, col magnifico attacco dei due sauri e dei due morelli che faceva voltare tutta Palermo, passava e ripassava sotto casa sua, l'inseguiva a passeggio; e a teatro le piantava il cannocchiale addosso, fino a imbarazzarla; e ai balli se lo vedeva sempre sul proprio cammino, coi gomiti stretti ai fianchi, il capo piegato in un saluto profondo. Che cosa sentiva per lui? Non lo sapeva; era sicura che lo avrebbe rifiutato come marito, però le piaceva averlo legato al proprio carro; gli concedeva qualche cosa di più che agli altri per avvincerlo di più. Enrico Sartana gonfiava, le teneva il broncio, mostrava i denti a quell'altro, e l'idea che i due uomini si potessero afferrare per contendersela le dava un senso di compiacenza, malgrado la sua coscienza protestasse, malgrado ella si dicesse, ma sorridendo: «No, no; poveretti!...» E adesso Sartana s'era messo a far la corte a Sara Máscali, le stava sempre attorno, le parlava piano, facendola ridere, ridendo lui stesso, fingendo di non accorgersi di lei!...

Ella si sentì punta al vivo da quella preferenza accordata ad una delle sue nemiche, ad una di quelle che ora la chiamavano contadina! Si ribellava all'ingiustizia di quell'uomo: che cosa gli aveva fatto per trattarla così? Egli perchè non aveva parlato? Erano gli uomini che dovevano fare i primi passi! Presumeva forse che senza impegnarsi a nulla da suo canto, ella non dovesse aver occhi che per lui? Bisognava che ella si compromettesse dinanzi al mondo aspettando che egli si degnasse di pronunziarsi?

Ed esagerando tutte queste cose, imaginando di dover prendere la sua rivincita, si mise a dar retta a Michele Platamone, uno di quelli che la guardavano con maggiore insistenza. Sua madre era tedesca, egli era stato educato in Germania, e nell'abito, nelle maniere, nell'aria, aveva qualche cosa che lo distingueva da tutti gli altri. Ella voltava le spalle ad Enrico quando lo incontrava, e sorrideva amabilmente all'altro, permetteva il suo corteggiamento. Ma questo qui era volubile, faceva il gallo della Checca — secondo l'espressione di Giulia Viscari — e con un'amarezza sconfortata ella si diceva: «Come sono gli uomini!...» Di preferenza, ronzavano attorno alle signore maritate, e certe storie si susurravano tra le ragazze: Amato era con la Filaruta; Pietro di Santà aveva compromessa la Carosia, Caimi aveva tante donne, ballerine, attrici, le altre...

Ella si perdeva ad imaginare la vita di queste, le attrattive che esercitavano sugli uomini. Com'era possibile per alcune averne tanti, tutti in una volta e senz'amore? Insieme con le amiche, guardava curiosamente la Camilleri, la moglie del presidente Vasto, tutte quelle di cui più si mormorava: studiava le loro tolette, le loro mosse, non perdeva nessuna delle loro parole; le trovava più eleganti, più affascinanti delle oneste, e le fissava in viso quasi potesse leggere nei loro occhi il secreto della loro vita.

Alcune non venivano ricevute in società; della Sanfiorito si diceva una cosa mostruosa ed inconcepibile: che fosse l'amante del cognato, tanto più vecchio e più brutto di suo marito; ma intorno ad una, Matilde Gerosa, regnava come un'aria di mistero che arrestava i più maligni. Era così bella, con degli occhi così febbricitanti, con un'espressione così fatale, con una voce così stranamente velata, quasi un'eco lontana! La più discussa di tutte era la Gelia: benchè non più giovane, cambiava d'amante ogni quindici giorni, tante signore non avrebbero voluto riceverla, se non fosse stata la posizione di suo marito. Che eleganza, però! Che grazia di linguaggio! Che brio! Dove entrava lei, entrava la gaiezza. In estate, ai bagni, uno sciame di giovanotti l'attorniava sulla rotonda della baracca; usciva a nuotare al largo, e qualcuno sempre l'accompagnava. Le ragazze, in distanza, non avevano occhi che per lei; Anna Sortino, una spregiudicata, diceva mostrando le due teste lontane:

— Chissà che cosa fanno le mani, adesso!...

Ella sentiva crescere il suo disprezzo per gli uomini, si rimproverava amaramente di pensare ad essi, li stimava tutti eguali: falsi e odiosi; poi voleva strapparli a quelle altre, averli tutti intorno, essere circondata più delle altre quantunque fosse ancora ragazza.

Enrico, rivedendola, la punzecchiava, faceva delle allusioni alle preferenze che lei dimostrava pel figlio della Tedesca, diceva:

— La signorina ama molto la Germania!...

— Sì, per l'appunto; è una nazione seria.

— Ma pesante, via, ne convenga!

— Lei è padronissimo di preferire la leggerezza francese...

E lo piantava lì. Ma una tristezza le restava in cuore: poi trovava che era molto sciocco affliggersene, e ricominciava a farsi corteggiare da tutti un po', fuorchè da quelli che erano impegnati con le sue amiche vere. Giulia aveva accaparrato Toscano, un bel giovane dalla fama dongiovannesca, che s'era battuto cinque volte, che faceva parlare sempre di sè. Ella non comprendeva come l'amica potesse credere ad uno che faceva quella vita; ma Giulia ne era cotta, giurava che sarebbe stata sua moglie, o si sarebbe uccisa. Bice Emanuele non aveva precisamente un innamorato; molti giovanotti la corteggiavano, ella non li guardava neppure, con la mente piena d'un ideale introvabile. Era la più poetica di tutte, aveva gli occhi pieni di sogni, e un sogno pareva ella stessa, con la sua figurina esile, leggiera e quasi fragile. Certe volte, quand'erano tutte insieme, quando si parlava di tolette, di gioielli, delle ricchezze e delle eleganze che tutte agognavano, qualcuna delle più matte proponeva, per chiasso, una quistione:

— Per una bella collana di perle, chi di voi si farebbe baciare in bocca?

Anna Sortino era la prima a dire: «Io!» Giulia era più difficile: bisognava che le perle fossero come le nocciuole, e cinque file. Ella stessa non si risolveva ad accettare la proposta senza l'aggiunta, per esempio, di un abito di broccato; ma non v'erano offerte a cui Bice Emanuele s'arrendesse.

Ella apprezzava il sovrano disdegno dell'amica, ma non lo divideva. La missione di loro tutte non era la conquista degli uomini? Questo non le impediva intanto di schernirli, di trovar subito il ridicolo di ciascuno e di definirlo con un soprannome che veniva subito ripetuto e adottato: Sfido io! l'ex tenente Bracciaferri, Costantinopoli il cavaliere Bartolomeo Morello che era stato in Turchia e faceva entrare la capitale dell'Oriente in ogni discorso, Hop-hop il barone Sirniani che voleva fare lo sportman, Bébé il vecchietto Sibiliano, la gran cassa Giovanni Reggio, la cui pancia prendeva proporzioni sempre più inquietanti, Cachemir il Vardas, che si chiamava semplicemente Casimiro, il Poeta Marcellini, che passeggiava sempre solo, per vie remote, a ora tarda, guardando in aria. Non importava: malgrado le loro ridicolaggini, le loro stravaganze, i loro difetti, ella voleva loro piacere, voleva sentirsi ammirata, desiderata, vincere le sue rivali, costringere quegli uomini a cercarla, a pensare a lei, a renderle il tributo che le spettava...

VII.

Indice

Talvolta gli zii, senza parlare precisamente di matrimonio, le chiedevano chi preferisse fra tutti i giovanotti che le stavano attorno.

— Nessuno! — rispondeva, tra le denegazioni incredule e certi sorrisi d'intelligenza che marito e moglie scambiavano.

— Vediamo: Bracciaferri?...

— Cosa?... Per bacco: bell'animale!... Sfido io!... Chi, l'aiutante maggiore? un carambolaio!...

— Sibiliano, allora?...

— Già, per fargli la pappa...

— San Demetrio?

— Ah, quello sì, davvero!... Molto elegante, molto soigné!... coi calzoni sotto i tacchi, i capelli sul bavero... Brrr!...

— Insomma, non c'è proprio nessuno che sia degno di te?

— E a voi che cos'importa? Avete fretta di mandar via la vostra nipotina?

Con due baci e due salti la scena finiva, salvo a ricominciare qualche tempo dopo. Però, essi non le parlavano mai di Enrico; avevano soltanto delle reticenze, dei sorrisi d'intelligenza, come per significare: «Sappiamo! sappiamo!...»

Un giorno, ricominciando la solita litania, la zia le disse a bruciapelo:

— Ed Enrico Sartana?

— Chi, San Giorgio cavaliere? — rispose subito lei, piegando un poco il capo, atteggiando il viso a bellezza insipida.

— Eh! eh!... — tossicchiò lo zio.

— Perchè?... — chiese lei arrossendo un poco.

— È proprio San Giorgio cavaliere?... Ti è assolutamente indifferente?

— Assolutamente.

— Così, se ti domandasse, lo rifiuteresti?

Ella non rispose, la zia non insistè. Non poteva rispondere, col cuore gonfio di tenerezza e di rimorso. Egli l'amava! La chiedeva in isposa: era chiaro! Non lo aveva ancora detto a lei, aspettando di parlarne prima ai parenti: un pensiero del quale ella apprezzava tutta la delicatezza, pel quale doveva essergli grata! La madre di lui non la trattava già con maggiore effusione, non la chiamava: figlia mia?...

Allora, ella doveva maritarsi? Era dunque giunto il tempo in cui sarebbe davvero entrata nella vita?... Lo aveva aspettato tanto; adesso era giunto! La proposta della zia suonava per lei come una rivelazione. Ella si vedeva già fidanzata, già sposa: passato e presente s'inabissavano lontano; una nuova esistenza, un nuovo orizzonte le si schiudeva dinanzi. Ella lavorava ad imaginare tutto quello che le sarebbe accaduto, sospingeva col desiderio il corso degli avvenimenti, dimenticava la realtà circostante — e ritrovandosi a un tratto in mezzo ad essa, fra le parenti che non parlavano più di domanda, tra le amiche garrule o indifferenti, dinanzi a Enrico che non diceva ancora nulla, comprendendo di essersi troppo affrettata a costrurre un edifizio sopra una semplice supposizione, sentivasi presa da una stanchezza sfiduciata, da un principio di disgusto. Odiava i giorni monotoni che non le portavano nessuna emozione, che scorrevano per lei come per tutti gli altri. Ella si sentiva fatta a un modo diverso dal comune, si sentiva destinata a qualche cosa di alto e di grande. Chi aveva un cuore come il suo? Chi poteva comprenderla?

Le altre parlavano ad ogni momento della loro dote; e prima di dar retta a qualcuno, volevano sapere se era ricco, e quanto; a lei sarebbe parsa la profanazione di tutto il suo ideale, un simile calcolo. E quando seppe che la casa Sartana non era più solida come prima, Enrico gli parve più interessante: avrebbe voluto dirgli: «Io sono ricca per due: ciò che è mio non è tuo?...» Invece, egli le tornava dinanzi per tentare qualcuno dei suoi soliti epigrammi! Ella rispondeva freddamente, con un disprezzo superiore, intanto che si sentiva struggere d'amore disconosciuto, intanto che avrebbe voluto dirgli: «Perchè mi tratti così? Guardami, leggimi nell'anima!...» Per vendetta, si volgeva nuovamente a Platamone; ma costui, dopo esserle stato una serata intorno, parlava di tornarsene in Germania, di stabilirsi a Vienna, perchè si annoiava a Palermo, dove non c'era nulla da fare, nulla che lo trattenesse... E se lei fosse stata realmente presa dalle sue assiduità, dagli sguardi languidi che le rivolgeva? Anch'egli dunque mentiva? Non vi era proprio nessuno a cui potersi fidare?

Ella non poteva nemmeno contare sulle amiche: Giulia, contenta di Toscano che ogni quindici giorni aveva un'avventura, non capiva il suo scontento; Bice Emanuele era sempre un po' isolata nel suo idealismo, la Sortino le pareva un po' troppo volgare per comprenderla; Enrichetta Geremia, fidanzata con Balsamo, era come perduta per tutte; e le altre, le maligne, quasi avessero compresa quella freddezza sorta fra lei ed Enrico, non si lasciavano sfuggire nessuna occasione di notarla, di alludervi, intanto che le protestavano affezione ed interesse. Ella lasciava dire, studiando di non tradirsi; quando un giorno in casa della Carduri, vide la Leo che confabulava in un gruppo di compagne. Al suo appressarsi, colei smise di parlare, come imbarazzata.

— Che dicevate di bello? — chiese ella, appoggiandosi al braccio di Giulia.

— Nulla... una notizia di matrimonio...

— Ah, sì?... E chi sposa?

— Sara Máscali... ma sai, non è ancora ufficiale... una cosa che si dice... Io l'ho saputo da mia cugina.

— E lo sposo?... — insistè lei, intanto che le gambe le si piegavano.

Rosa rispose, evitando di guardarla:

— Dicono, Enrico Sartana.

La sua vista s'annebbiò come se tutte le sue vene si fossero vuotate di sangue. Sentiva morirsi, appesantirsi sul braccio di Giulia; ma nell'abbandono di tutte le sue forze, la paura di lasciarsi scorgere la sosteneva.

— Una bella coppia! — disse, componendo le fredde labbra a un sorriso, intanto che ansimava, che il cuore le si schiantava. — Sarà una bella coppia!

Giulia la condusse dinanzi a una finestra.

— Soffri?... — le chiese amorosamente.

— Io? No... Perchè dovrei soffrire?

Ma non udiva nulla di tutto quello che si diceva intorno, sentiva un rumorìo confuso nelle orecchie, un freddo serpeggiante a brividi per la schiena, e quando finalmente si trovò sola, nella sua cameretta, si chinò sul suo letto, affondò il viso sui guanciali e scoppiò in pianto. Adesso nessuno la vedeva; adesso la sua disperazione poteva liberamente prorompere. Delle parole rotte, perdute tra i singhiozzi, le salivano alle labbra: «Come?... Perchè?... È dunque vero?...» Che cosa aveva fatto a colui? Come aveva meritato quel tradimento? Se egli non l'amava, perchè le aveva tolta la pace? Se l'amava, perchè sposava quell'altra? Perchè non le aveva mai detto una sola parola?

— Mio Dio!... Mio Dio!...

Rialzatasi, passatasi una mano sugli occhi, ella restava a guardar fiso in un punto, come abbacinata: no, no: nulla poteva spiegare quella doppiezza, quel tradimento... nulla, fuorchè la malvagità, il calcolo vile!... Quell'altra non era più ricca di lei? più ricca d'assai?... Era dunque per questo! Non poteva esser che questo!... Ed ella si disperava per un tal uomo? E se pure lo aveva amato, l'amor suo non finiva, non moriva dinanzi alla rivelazione di un animo così vile?... Ah, sciocca! ah, sciocca!... E adesso, passeggiando su e giù per la camera, si stringeva una mano con l'altra, forte, fino a farsi male, si premeva una tempia, arrestavasi tratto tratto a battere i piedi, fremente, convulsa, con un riso amaro che le increspava le labbra. Voleva ridere, voleva sghignazzare, voleva metterselo sotto i piedi, dal disprezzo... No! no! no! Disprezzarlo sarebbe stato ancora pensare a lui; egli avrebbe trionfato! Non curarlo voleva; dimenticarlo, annientare la sua memoria, guardarlo come si guarda un estraneo, il primo venuto, la folla!...

Però la sua indifferenza, il suo scetticismo, non la difendevano da un'ansia secreta, tutte le volte che al passeggio, a teatro, in società, ella s'aspettava di vederlo apparire. E adesso egli era diventato invisibile. Era andato via, o passava il suo tempo accanto a quell'altra?

Lo scorse improvvisamente, un pomeriggio di domenica, alla villa d'Alì, dove s'eran dato convegno tutte le conoscenze della principessa, per festeggiarne il natalizio. Come faceva molto caldo, la principessa riceveva in giardino, all'ombra delle acacie: le signore sedevano sulle poltroncine di ferro disposte attorno a una gran tavola di marmo; gli uomini erano in piedi, accanto alle dame, o raccolti in gruppi; le ragazze smarrite pei viali a coglier fiori, a inseguirsi, intanto che dei camerieri circolavano, con dei vassoi pieni di dolci, con delle caraffe di liquori e di rosolii splendenti come enormi blocchi di topazii, di rubini e di zaffiri, con dei boccali d'acqua ghiacciata imperlati di brina. Vinta da una secreta oppressione tra l'allegro cicaleccio delle compagne, sotto gli sguardi ammiratori degli uomini, ella s'era forzata a fare come le altre, a ridere, a scherzare, a procurarsi un principio d'ebbrezza, vuotando uno dopo l'altro i minuscoli calici di cristallo; poi, vedendo Giulia che sfogliava una margherita doppia, le strappò di mano il fiore, continuando a sfogliarlo lei stessa dei petali rimasti.

— Non t'ha amata... non t'ama... non t'amerà... Non t'ha amata... non t'ama... Grulla, hai visto?

E l'aveva piantata, mettendosi a cogliere dei lillà, dei ciuffi di vainiglia... A un tratto, svoltando dietro il viale delle palme, scorse Enrico Sartana.

— Oh, voi!...

Non aveva saputo frenare l'istintiva esclamazione Egli le stringeva intanto la mano libera di fiori, e guardandola negli occhi diceva:

— Da quanto tempo non ho più il piacere d'incontrarla!...

— Sì, davvero... — rispose lei, tutta intenta a comporre il suo mazzo. — Sono lieta però di vedervi; così, posso farvi le mie congratulazioni...

— A proposito di che?

— Ma, del vostro fidanzamento!... So che sposate una bella signorina, una mia amica... Scusate, quella vainiglia... Grazie!... Vi auguro di tutto cuore ogni felicità.

Ella non sapeva come tutte quelle parole le uscissero dalle labbra; il fuoco dei dolci liquori, il profumo di quei fiori l'avevano esilarata; la vista di lui finiva di rimescolarle il sangue, di turbarle la mente.

Raccolta la vainiglia e presentatala a lei, Enrico disse guardando quei fiori e quelle mani con una espressione appassionata:

— Non posso esser felice con chi non amo.

Una risata argentina le gorgogliò in gola.

— Allora, scusate, fate male a sposarla!

— Infatti, non la sposo.

— O dunque?...

I loro sguardi si erano confusi, mentre essi indietreggiavano un poco.

— Non la sposo... a costo di dare un dolore a mia madre... Era lei che avrebbe voluto... Voi sapete che io non posso disporre del mio cuore...

— No, non lo so... — rispose ella, senza lasciarlo cogli occhi, sollevando il capo, intanto che i fiori le cadevano di mano.

— Ve lo dico io, se non lo sapete... Il mio cuore è vostro.

Chinatosi rapidamente, raccolto il mazzo pel gambo ancora tutto caldo della mano di lei, lo aveva baciato religiosamente. Ella non udiva più che il battito sonoro del cuore, il martellar frequente delle tempie. Un raggio di sole, filtrando attraverso il denso fogliame, si posava sulla testa di lui, oro sopra oro; dei cinguettii d'uccelli scoccavano rapidi e brevi come baci.

— Teresa, voi non potete augurarmi la felicità — continuava il giovane — potete darmela!... Io sono pronto a sfidar tutto e tutti... ma se voi mi sostenete, se non mi abbandonate!...

Allora, con gli occhi quasi lacrimosi, ella disse:

— Ah, son io che v'ho abbandonato?

— Sì, sì... avete ragione... Accusatemi! Sono senza scusa!... Ma ora... Sentite: vicino a voi, per sempre!...

Egli le aveva appena presa una mano, che delle voci chiamarono:

— Teresa!... Teresa!...

— Eccomi... son qui...

Sciolta dalla sua stretta, ella correva incontro alle compagne, ebbra e folle di gioia. Erano dei torrenti d'oro che il sole declinante riversava, rutilando, dietro il fogliame, sui viali del giardino; fiumi di diamanti che i viali sabbiosi facevano riscintillare; una nuova vita che la brezza marina, appena levatasi, faceva scorrere nel suo sangue. Ella abbracciava fitta fitta la sua Giulia, batteva le mani, scoppiava a ridere, si diceva mentalmente: «Siamo serie!» ma riprendeva a sorridere, ad aggirarsi, a parlare, insofferente dell'immobilità e del silenzio, sentendosi struggere quando Enrico levava gli occhi su di lei, gli occhi pieni di fiamme e di carezze, gli occhi di chi era per sempre suo!...

Era suo, infatti! Adesso egli riprendeva a prodigarle, più di prima, attenzioni grandi e piccole, a starle intorno, a trovarsi da per tutto dove ella andava, a non andare dov'ella non era, a non vivere che per lei. Non poteva più parlarle da solo a sola, come quella volta; le mormorava soltanto qualche parola tenera, le stringeva di nascosto la mano; ma questo le bastava perchè il suo cuore continuasse a vibrare come quel giorno benedetto, perchè una gioia suprema illuminasse tutta la sua vita. Adesso tutte sapevano le assiduità di lui, tutte alludevano al coronamento felice di quell'amore, anche la zia e lo zio dimostravano ad Enrico una premura, una preferenza, come se egli fosse già il fidanzato, come se non mancasse altro che una formalità perchè tutti lo riconoscessero tale. Il rancore delle sue nemiche, della Leo, della Carduri, della Máscali, era anch'esso un segno della sua fortuna. Dicevano che dopo averla conosciuta bene, Enrico si sarebbe pentito, perchè lei era incostante, pericolosa, troppo avida di piaceri, incapace di far felice un marito. A quei giudizii malvagi, a quegli augurii funesti, ella scrollava il capo: erano dettati dall'invidia, non riuscivano a turbare il suo contento. Ella viveva d'una vita intensa, come in sogno, col cuore pieno d'una sola idea; tutte le impressioni che riceveva dileguavano, svanivano nella beatitudine di sapersi amata, nella previsione di un bene più grande. Nel ridestarsi dopo una sera passata accanto a lui, le sue labbra si schiudevano naturalmente al sorriso, pensando alle dolcezze passate, alle dolcezze avvenire, a quella sua sospensione in un gaudio continuo. Talvolta, ella faceva suonare il suo nome futuro: «Baronessa di Lerma... Teresa Sartana di Castrovecchio...» più tardi «Duchessa di Castrovecchio...» si vedeva già dame, con degli abiti à traine, scollati, con dei gioielli sfolgoranti, o in abiti da camera dal taglio ampio, dalle maniche larghe, dalle ricche trine; o in costumi da passeggio, serii, con dei cappellini chiusi, degli ampli nastri formanti un grosso nodo sotto un orecchio... Poi vedeva la sua casa: un quartiere nel palazzo Sartana, ma rimesso a nuovo, con una victoria dai cavalli piaffant sul selciato del cortile; poi il suo salotto, il suo boudoir, dove le sue amiche sarebbero convenute per il five o' clock... e poi dei viaggi, Roma, la Corte, Parigi in lontananza, anche Londra, le corse, gli spettacoli... E poi il suo ritorno a Palermo, le novità che avrebbe portate per la prima, il successo che avrebbe avuto, l'autorità che avrebbero acquistato i suoi giudizii... Perchè tutto questo si realizzasse, che cosa mancava? Nulla! Una visita della principessa, una lettera al babbo che era a Parigi, una lettera al nonno...

Il nonno arrivò come un fulmine, senza un annunzio: una scampanellata violenta, e un'irruzione col cappello in testa, con un sacco da notte buttato malamente in un canto.

— Nonno!... Nonno!... Che bella improvvisata!...

— Dov'è tua zia?... Dov'è quell'altro?... Ne fanno delle belle!... Si può sapere dove sono?... Non c'è nessuno in questa casa?... Adesso ci penso io!... Ah, siete qui?... Tu va' via: ho da parlare...

E spintala per una spalla, chiuse l'uscio. Il suo primo stupore diede luogo ad uno smarrimento, ad una paura crescente d'istante in istante. Si trattava di lei! Parlavano in quel momento di lei, del suo matrimonio, del suo avvenire! Ed ella non doveva saperne nulla! doveva esser messa alla porta, così, come una cameriera!... Risolutamente, corse all'uscio più vicino. Si udivano, a intervalli, le parole concitate del nonno, delle frasi spezzate, con dei silenzii e delle riprese più vivaci:

— A tradimento?... Ah, queste cose?... Ed io che dormivo tranquillo... Sissignore, lo avevo detto, vi avevo pregato... È uno spiantato, non hanno più nulla, corpo del diavolo, volete capirlo?... Debbo pensarci io!... La marito da me... Chi voglio io!... E se non era un amico che m'avvertiva!... La porto via, subito subito.... Questa la vedremo!... Cosa vi siete messo in capo?... Tante grazie!... Mi faccio tagliar la testa, piuttosto... Neanche un centesimo: do tutto a un ospedale... Vi dico che la vedremo!...

E se ne andò, facendo sbattere gli usci, come una furia.

— Che cosa è stato? — chiese ella, entrando.

Lo zio, indignato, riferiva l'opposizione violenta che veniva a fare a quel matrimonio, le minaccie che aveva profferite.

— È un villano! Questo non è il modo!... Si vede proprio che è un villano...

— La quistione è un'altra; se dice di no, sarà di no!...

— Ed io non conto? — proruppe ella.

— Tu... tu... Non lo conosci! Che cosa vuoi fare?

— La vedremo!...

E come il nonno, tornato verso sera, le diceva, con una voce che si studiava di parer calma:

— Sono venuto a prenderti... Andiamo a Milazzo...

— Perchè, nonno? — gli rispose, tranquillamente — Cosa vuoi che venga a farci?

— Perchè così mi piace! — esclamò lui. Poi riprese: — Perchè succedono delle cose graziose, mentre io sto lontano... perchè i romanzetti li tolgo io dal capo alle persone...

— Io non ho romanzi pel capo, nonno...

— Ah no?... Tanto meglio!... Allora tornerai a casa, hai capito?... dove non c'è il rischio di incontrare degli scapestrati che danno la caccia alle doti...

— Nonno!...

— Eh?... Ah, tu credi che quel rompicollo ti venga dietro pei tuoi begli occhi?... Sono i quattrini miei che l'attraggono... Ma starà fresco, starà... Degli spiantati!... una famiglia che non si regge più in piedi!... E i miei quattrini debbono servir per loro?... Sposalo dunque, ma se aspettate che io dia un soldo!...

Ella disse:

— Che cosa importa! Io gli vo' bene.

— Ah, gli vuoi bene, stupida che sei?... Cosa vuol dire che gli vuoi bene, stupidaccia?... Te lo farò veder io, il bene... Ma se va dietro ad un'altra, mentre ti tiene a bada, a un'altra che è più ricca di te? Se ogni giorno lui e sua madre si mettono a fare i conti delle doti, per vedere qual'è il pezzo più grosso?

— Questa è una volgare malignità.

— Ah! ah! ah!... Bravissima! mi piace, la volgare malignità... Dove le impari queste frasi? È una malignità che sua madre fa la corte ai Pini, che suo zio tiene a bada la Barbagallo, e che giuocano con tre, con quattro mazzi di carte? Ah, tu credi che ti voglia bene, stupidaccia?

E piantò tutti un'altra volta.

Ella scoppiò in pianto, ma un odio violento contro quel vecchio cattivo, malvagio, che calunniava in tal modo la gente, arrestava le sue lacrime. Non credeva una parola di quella calunnia atroce; attestava all'imagine di Enrico che niente avrebbe scossa in lei la fede salda, cieca, di cui egli era meritevole. Adesso, con gli zii, non si parlava d'altro che del da fare, del modo di resistere a quel vecchio ostinato. Lo zio era irritatissimo, parlava di non riceverlo, incoraggiava la sua passione; la zia pareva cominciasse a dubitare. Ma ella si diceva che mai avrebbe accolto il dubbio indegno. Però Enrico avrebbe potuto farsi vivo, prendere un'iniziativa, forzare la mano di sua madre, scriverle una parola di conforto! Invece era il nonno che, senza farsi più vedere per alcuni giorni mandava un suo amico, don Gaetana Linguaglossa, a ripetere, con belle maniere, il dispiacere che quell'intrigo gli procurava. Don Gaetano che parlava pianissimo, masticando le parole, come dietro un confessionale, aggiungeva le sue riflessioni: quello che il nonno aveva fatto per questa nipote, il bene che le voleva, le buone ragioni che doveva avere per opporsi a quel matrimonio.

— Perchè... veramente... veda bene... la casa Sartana non è più la stessa d'un tempo... niente affatto!... e una grossa dote soltanto la può salvare... La signorina è molto ricca; ma non basta, veramente... E la principessa madre ha messo gli occhi altrove, veda bene!... Non dico pel giovanotto, certamente... ma anche lui bisogna che ci pensi, in fin dei conti!...

Poi tornava il nonno, ma senza parlar di nulla, imbronciato però, irascibile con tutti, freddissimo con lei. Se aspettava di vederla piegarsi! Ella non diceva nulla, certa che Enrico avrebbe smentite quelle infamie. Avrebbe voluto rivolgersi a suo padre, scrivergli di tornare a Palermo, per sostenerla, per assicurare la sua felicità; ma suo padre non rispondeva da tre mesi ad una lettera d'augurii, non si era mai curato di lei, l'avrebbe ancora lasciata senza risposta!

Talvolta la risoluzione di vestirsi e di andare in casa di Enrico, accompagnata da Miss o dalla cameriera, o anche sola, la prendeva come un bisogno irresistibile. Che le importava delle conseguenze, della compromissione! Tanto meglio! Lo amava, e voleva dargli una prova dell'amor suo!... Bisognava credere che lui non sapesse nulla degli ostacoli sopravvenuti, altrimenti non avrebbe aspettato tanto a decidersi!... No, li sapeva: Linguaglossa aveva almeno detto d'essere stato a parlare con la principessa. Allora?... Poteva dunque esser vero che egli non si decideva? che faceva dei calcoli vili? che mentiva?... No! no! Ella quasi gridava no! nella ribellione di tutto il suo spirito. Non poteva esser vero, non era!... Ma allora?... E un giorno, entrando dalla zia, la sorprese mentre esclamava: «Povero ragazzo!»

Ella portò le mani alle tempie, sbarrò gli occhi, vedendolo ucciso, morto per lei!...

— Zia!... In nome di Dio, la verità...

— Non è nulla!... — rispose la zia. — Lo hanno costretto a partire.

— Partito?...

— È partito... lo hanno allontanato... i suoi parenti...

Ella vacillò, stese le mani e cadde.

Quando riaprì gli occhi, tutti le erano intorno, a prodigarle delle cure, a confortarla. Partito? Andato via? Tutto finito? Senza una lettera, senza una parola? Perchè? Chi lo aveva forzato? Il suo cuore sanguinava come quello di lei? O non pensava più a lei, si era rassegnato facilmente, correva ad altri amori, ad altre donne?... E si mentiva con quel viso? Ma v'era forza che poteva costringere un uomo a rinunziare ad un grande amore?... Qual'era la verità?... Non avrebbe mai potuto saperla?... E avrebbe dovuto vivere sotto quel cielo che egli non mirava più?... Oh, mai, mai!...

Così, due giorni dopo, s'imbarcò col nonno per tornare a casa.

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Дата выхода на Литрес:
16 января 2025
Объем:
460 стр. 1 иллюстрация
ISBN:
4064066069858
Издатель:
Правообладатель:
Bookwire
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