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tramutata
(libro #1 in I Appunti di un Vampiro)
Morgan Rice
Traduzione italiana a cura di
Annalisa Lovat
COSA HANNO DETTO DI TRAMUTATA
“TURNED - TRAMUTATA è una storia perfetta per giovani lettori. Morgan Rice ha fatto un lavoro eccellente creando un intreccio interessante … TRAMUTATA è rinvigorente e unico, possiede i classici elementi che si ritrovano in molte storie paranormali per ragazzi. TRAMUTATA è di facile lettura, ma estremamente veloce e incalzante… Lo raccomando a chiunque ami leggere piacevoli romanzi paranormali. Classificato PG.”
--The Romance Reviews
“TRAMUTATA mi ha preso fin dall’inizio e non ho più potuto smettere…. Questa storia è un’avventura sorprendente, incalzante e piena d’azione fin dalle prime pagine. Non esistono momenti morti. Morgan Rice ha fatto un lavoro eccellente, trasportando il lettore nella storia. È inoltre riuscita a farci affezionare a Caitlin, facendoci desiderare fortemente che lei riesca a trovare la verità… Non vedo l’ora di leggere il secondo libro della serie.”
--Paranormal Romance Guild
“TRAMUTATA è una lettura dark piacevole e semplice, da poter affrontare tra un libro e l’altro, data la sua brevità… L’interesse è assicurato!”
--books-forlife.blogspot.com
"TRAMUTATA è un libro che può competere con TWILIGHT e VAMPIRE DIARIES, uno di quelli che vi vedrà desiderosi di continuare a leggere fino all’ultima pagina! Se siete tipi da avventura, amore e vampiri, questo è il libro che fa per voi!”
--Vampirebooksite.com
“Rice fa un bel lavoro nel trascinarvi nella storia fin dall’inizio, utilizzando una grande qualità descrittiva che trascende la mera colorazione d’ambiente… Ben scritto ed estremamente veloce da leggere, TRAMUTATA è un buon inizio per una nuova serie sui vampiri, con la certezza di diventare il top per lettori che cercano una storia leggera ma allo stesso tempo interessante.”
--Black Lagoon Reviews
Chi è Morgan Rice
Morgan è l’autrice della serie fantasy Bestseller L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende dieci libri.
Morgan Rice è l’autrice Bestseller di APPUNTI DI UN VAMPIRO, una serie per ragazzi che comprende dieci libri, è stata tradotta in sei lingue ed inizia con TRAMUTATA (Libro 1), da scaricare GRATUITAMENTE!
Morgan è anche autrice dei Bestseller ARENA ONE e ARENA TWO, i primi due libri di THE SURVIVAL TRILOGY, un thriller post-apocalittico ambientato nel futuro.
A Morgan piace ricevere i vostri commenti, quindi sentitevi liberi di visitare il suo sito http://www.morganricebooks.com per tenervi in contatto con lei.
Libri di Morgan Rice
L’ANELLO DELLO STREGONE
UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1)
LA MARCIA DEI RE (Libro #2)
A FEAST OF DRAGONS (Libro #3)
A CLASH OF HONOR (Libro #4)
A VOW OF GLORY (Libro #5)
A CHARGE OF VALOR (Libro #6)
A RITE OF SWORDS (Libro ook #7)
A GRANT OF ARMS (Libro #8)
A SKY OF SPELLS (Libro #9)
A SEA OF SHIELDS (Libro #10)
THE SURVIVAL TRILOGY
ARENA ONE: SLAVERSUNNERS (Libro #1)
ARENA TWO (Libro #2)
APPUNTI DI UN VAMPIRO
TRAMUTATA (Libro #1)
AMATA (Libro #2)
BETRAYED (Libro #3)
DESTINED (Libro #4)
DESIRED (Libro #5)
BETROTHED (Libro #6)
VOWED (Libro #7)
FOUND (Libro #8)
RESURRECTED (Libro #9)
CRAVED (Libro #10)


Ascolta la serie APPUNTI DI UN VAMPIRO in formato audiolibro!
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Copyright © 2011 by Morgan Rice
All rights reserved. Except as permitted under the U.S. Copyright Act of 1976, no part of this publication may be reproduced, distributed or transmitted in any form or by any means, or stored in a database or retrieval system, without the prior permission of the author.
This ebook is licensed for your personal enjoyment only. This ebook may not be re-sold or given away to other people. If you would like to share this book with another person, please purchase an additional copy for each recipient. If you’re reading this book and did not purchase it, or it was not purchased for your use only, then please return it and purchase your own copy. Thank you for respecting the hard work of this author.
This is a work of fiction. Names, characters, businesses, organizations, places, events, and incidents either are the product of the author’s imagination or are used fictionally. Any resemblance to actual persons, living or dead, is entirely coincidental.
“Che gli giovi alla salute
starsene a passeggiare seminudo,
esposto all’umidore del mattino?
Bruto è malato, e si toglie, furtivo,
dal salutare tepore del letto
per andare ad esporre le sue membra
al corrotto contagio della notte?”
--William Shakespeare, Giulio Cesare
Capitolo Uno
Capitolo Due
Capitolo Tre
Capitolo Quattro
Capitolo Cinque
Capitolo Sei
Capitolo Sette
Capitolo Otto
Capitolo Nove
Capitolo Dieci
Capitolo Undici
Capitolo Dodici
Capitolo Tredici
Capitolo Quattordici
Capitolo Quindici
Capitolo Sedici
Capitolo Diciassette
Capitolo Uno
Caitlin Paine temeva sempre il suo primo giorno in una nuova scuola. C’erano grandi cose, come incontrare nuovi amici e i nuovi insegnanti, imparare a conoscere nuovi corridoi. E c’erano piccole cose, come prendere possesso di un armadietto nuovo, sentire l’odore di un posto diverso e udirne i rumori. Quello che temeva di più erano gli sguardi. Si sentiva come se tutti, in un posto nuovo, guardassero lei. Tutto ciò che desiderava era passarte inosservata. Ma sembrava che non potesse mai succedere.
Caitlin non riusciva a capire perché tutti la notassero. Il suo metro e sessantacinque non la rendeva particolarmente alta, e i suoi capelli e occhi castani (insieme ad un peso normale) la facevano sentire nella media. Non era certo bellissima come certe altre ragazze. Aveva diciotto anni ma questo non bastava a farla emergere.
C’era qualcos’altro. C’era qualcosa di lei che faceva voltare le persone una seconda volta a guardarla. Sapeva, dentro di lei, di essere diversa. Ma non era certa di capire in che cosa.
Se c’era qualcosa di peggio del primo giorno, era cominciare il primo giorno all’inizio del secondo quadrimestre, dopo che tutti gli altri avevano già avuto il tempo di ambientarsi. Oggi era proprio quel giorno di inizio quadrimestrer, alla metà di marzo, e sarebbe stato di sicuro uno dei peggiori. Già se lo sentiva.
Nella sua più sfrenata immaginazione, però, non avrebbe mai creduto che sarebbe andata così male. Niente che avesse mai visto – e ne aveva viste tante – l’aveva preparata a questo.
Caitlin era in piedi fuori dalla sua nuova scuola, una grande scuola pubblica di New York, in quella fredda mattina di marzo, e si chiedeva Perché io? Era vestita poco, solo leggings e felpa, e neanche lontanamente preparata alla chiassosa confusione che la accolse. C’erano centinaia di ragazzi lì, che strepitavano, gridavano e si spintonavano. Sembrava il cortile di una prigione.
Era tutto troppo rumoroso. Quei ragazzi ridevano troppo forte, dicevano troppe parolacce, si spingevano con troppa forza. Avrebbe pensato che si trattasse di una zuffa di massa se non avesse colto qualche sorriso e qualche risatina canzonatoria. Avevano solo troppa energia e lei, esausta, congelata e con ore di sonno perso sulle spalle, non poteva capire da dove la prendessero. Chiuse gli occhi e sperò che tutto scomparisse.
Mise la mani in tasca e sentì qualcosa: il suo i-pod. Sì. Si mise gli auricolari e lo accese. Aveva bisogno di coprire tutto il rumore che la circondava.
Ma non successe nulla. Abbassò lo sguardo e vide che la batteria era scarica. Perfetto.
Controllò il telefono, sperando di trarne un po’ di distrazione, ma niente. Nessun nuovo messaggio.
Sollevò lo sguardo. Guardando quel mare di facce nuove si sentì sola. Non solo perché era l’unica ragazza bianca, a dire il vero era meglio così. Alcuni dei migliori amici che aveva avuto nelle altre scuole erano di colore – spagnoli, asiatici, indiani – mentre alcuni dei peggiori erano bianchi. No, non era quello il motivo. Si sentiva sola perché era in città. Era in piedi sul cemento. Una forte campanella era suonata per permettere loro l’accesso a questa “area ricreativa”, e aveva dovuto passare attraverso larghi cancelli di metallo. Ora era in gabbia, circondata da enormi cancellate sovrastate da filo spinato. Le sembrava di essere in prigione.
E il guardare quell’enorme scuola, le sbarre e le inferriate ad ogni finestra, non la faceva sentire meglio. Si adattava sempre con facilità a una nuova scuola, grande o piccola che fosse, ma quelle che aveva frequentato erano tutte scuole di periferia. Avevano tutte erba, alberi e cielo. Qui invece non c’era altro che città. Le toglieva il respiro. La terrorizzava.
Un’altra campanella risuonò forte e lei si diresse, insieme a centinaia di altri ragazzi, verso l’ingresso. Una grossa ragazza la urtò con forza e fece cadere il suo diario. Lei lo raccolse e poi sollevò lo sguardo aspettandosi delle scuse. Ma la ragazza non era più lì, essendosi già confusa con la folla. Sentì la sua risata, ma non poteva dire se fosse rivolta a lei.
Tenne stretto il diario, l’unica cosa che la rassicurava. Era stato con lei ovunque. In ogni luogo andasse ci prendeva appunti e ci faceva disegni. Era una mappa della sua infanzia.
Raggiunse infine l’ingresso e dovette schiacciarsi contro gli altri per passare attraverso alla porta. Era come entrare in un treno nell’ora di punta. Sperava di trovare un po’ di tepore una volta all’interno, ma le porte aperte alle sue spalle le facevano soffiare sulla schiena una brezza gelida, rendendo ancora più intenso il freddo.
Due grosse guardie giurate stavano all’ingresso, affiancate da due poliziotti di New York, tutti in uniforme, con le pistole ben visibili ai fianchi.
“MUOVETEVI!” ordinò uno di loro.
Non riusciva a capire perché due poliziotti armati dovessero sorvegliare l’ingresso di una scuola superiore. La sua sensazione di panico si intensificò. E la situazione peggiorò quando, sollevando lo sguardo, realizzò che sarebbe dovuta passare attraverso un metal detector, di quelli che si trovano negli aeroporti.
Altri quattro poliziotti armati si trovavano ai due lati del detector, insieme ad altre due guardie.
“SVUOTATE LE TASCHE!” disse brsucamente la guardia.
Caitlin notò che altri ragazzi riempivano dei sacchettini di plastica con ciò che avevano in tasca. Fece velocemente lo stesso anche lei, inserendo nel sacchetto il suo i-pod, il portafoglio e le chiavi.
Passò lentamente sotto il detector e l’allarme suonò.
“TU!” disse seccamente la guardia. “Di lato!”
Ovvio.
Tutti la guardavano mentre le facevano alzare le braccia e la guardia le faceva passare lo scanner manuale lungo il corpo.
“Hai addosso dei gioielli?”
Lei si passò le mani sui polsi, poi attorno al collo, e di colpo ricordò. La croce.
“Toglila,” disse rudemente la guardia.
Era la collana che sua nonna le aveva regalato prima di morire: una piccola croce d’argento, con incisa un’iscrizione latina che non aveva mai tradotto. La nonna le aveva detto che le era stata data a sua volta da sua nonna. Caitlin non era religiosa e non capiva veramente che significato avesse, ma sapeva che aveva centinaia di anni ed era per certo la cosa più preziosa che possedesse.
Caitlin la sollevò fuori dalla maglietta tenendola alta, ma senza sfilarla.
“Preferirei di no,” rispose.
La guardia la fissò con occhi freddi come il ghiaccio.
Di colpo vi fu un improvviso trambusto. Si udirono delle urla mentre un poliziotto afferrava un ragazzo alto e magro e lo spingeva contro il muro, requisendogli un coltellino dalla tasca.
La guardia si avvicinò per dare una mano e Caitlin colse l’occasione per scivolare tra la folla, portandosi verso l’atrio.
Benvenuta alla scuola pubblica di New York, pensò Caitlin. Fantastico.
Già contava i giorni che mancavano agli esami.
*
I corridoi erano i più larghi che avesse mai visto. Non poteva credere che potessero venire riempiti di gente, eppure in qualche modo erano completamente gremiti, con tutti i ragazzi ammassati spalla contro spalla. Dovevano esserci migliaia di ragazzi in quei corridoi, una marea di volti che si dispiegava all’infinito. Il rumore là dentro era ancora peggio, rimbalzava contro le pareti, condensato. Avrebbe voluto tapparsi le orecchie. Ma non c’era lo spazio neanche di un gomito per sollevare la braccia. Provava un senso di claustrofobia.
La campanella suonò e l’energia aumentò.
Già in ritardo.
Si guardò in giro alla ricerca del cartellino della sua aula e finalmente la scorse in lontananza. Tentò di attraversare il mare di corpi, ma non riusciva ad andare da nessuna parte. Alla fine, dopo diversi tentativi, capì che doveva solo essere più aggressiva. Iniziò a sgomitare e spintonare in risposta ai colpi degli altri. Sorpassando un corpo alla volta, oltrepassò tutti i ragazzi, attraverso l’ampio corridoio e spinse la pesante porta della sua classe entrando.
Si tenne forte mentre tutti la guardavano, lei, la ragazza nuova che era arrivata in ritardo. Pensava che l’insegnante l’avrebbe rimproverata per aver interrotto il silenzio. Ma si rese conto con stupore che non era proprio il caso. Quell’aula, ideale per trenta persone ma contenente una cinquantina, era stipata. Alcuni sedevano sulle sedie, altri camminavano lungo le corsie gridando e chiamandosi l’un l’altro. Era un manicomio.
La campanella era suonata da cinque minuti buoni eppure l’insegnante, tutto scompigliato e con indosso abiti spiegazzati, non aveva neanche iniziato la lezione. Anzi, stava seduto con i piedi sulla scrivania a leggere il giornale, ignorando tutti.
Caitlin gli si avvicinò mettendo la sua nuova carta d’identità sulla scrivania. Rimase lì in piedi aspettando che lui sollevasse lo sguardo, ma ciò non avvenne.
Alla fine decise di schiarirsi la voce.
“Mi scusi.”
Lui abbasso di malavoglia il giornale.
“Sono Caitlin Paine. Sono nuova. Credo di doverle consegnare questa.”
“Sono solo un supplente,” rispose lui e risollevò il giornale chiudendo il discorso.
Lei rimase lì, confusa.
“Allora,” chiese, “… lei non segna le presenze?”
“Il tuo insegnante torna lunedì,” disse seccato. “Se ne occuperà lui.”
Capendo che la conversazione era terminata, Caitlin si riprese la carta d’identità.
Si voltò e diede uno sguardo alla stanza. Il caos non si era interrotto. Se c’era un aspetto positivo, era che almeno lei non era al centro dell’attenzione. Nessuno lì sembrava curarsi di lei, né addirittura accorgersi della sua presenza.
D’altro canto, guardare quella stanza piena zeppa era esasperante: sembrava non fosse rimasto alcun posto per sedersi.
Si fece forza e, tenendo stretto il suo diario, tentò di camminare lungo una delle corsie, trasalendo un paio di volte mentre procedeva tra ragazzi turbolenti che si gridavano contro. Quando raggiunse il fondo della stanza, poté finalmente avere una visione dell’intera aula.
Non una sedia libera.
Rimase lì in piedi, sentendosi un’idiota, e percepì anche che gli altri ragazzi iniziavano a notarla. Non sapeva cosa fare. Non aveva certo intenzione di rimanere lì tutto il tempo, ma sembrava che al supplente non potesse importare di meno. Si voltò nuovamente a guardare, cercando senza speranze.
Sentì una risata provenire da un paio di corsie più in là, ed ebbe la certezza che fosse rivolta a lei. Non era vestita come quei ragazzi e non assomigliava per niente a loro. Le guance le arrossirono mentre iniziava a sentirsi veramente sotto gli occhi di tutti.
Proprio mentre si stava decidendo ad uscire dalla stanza, e forse anche dalla scuola, udì una voce.
“Qui.”
Si voltò.
Nell’ultima fila, accanto alla finestra, un ragazzo alto si alzò dal suo banco.
“Siediti,” disse. “Per favore.”
La stanza si fece un po’ più silenziosa, mentre gli altri aspettavano di vedere come lei avrebbe reagito.
Gli si avvicinò. Cercò di non guardarlo dritto negli occhi – grandi, verdi e luccicanti – ma non poté farne a meno.
Era bellissimo. Aveva pelle liscia e olivastra – non riusciva a capire se fosse nero, spagnolo, bianco, o magari una qualche combinazione – ma non aveva mai visto una pelle così liscia e soffice combinata con una mascella così ben modellata. Aveva i capelli corti e castani ed era magro. C’era qualcosa in lui, un qualcosa di completamente fuori luogo lì. Sembrava fragile. Un artista, forse.
Non era da lei rimanere colpita da un ragazzo. Aveva sempre visto le sue amiche prendere delle cotte, ma non aveva mai veramente capito. Fino ad ora.
“E tu? Dove ti siedi?” gli chiese.
Tentò di controllare la propria voce, ma non risuonò convincente. Sperò che lui non percepisse il suo nervosismo.
Le rivolse un largo sorriso, mettendo in luce denti perfetti.
“Proprio qui,” disse, e si spostò verso il largo davanzale della finestra che si trovava lì accanto.
Lei lo guardò e lui ricambiò lo sguardo con occhi completamente paralizzanti. Lei si impose di distogliere lo sguardo, ma non ci riuscì.
“Grazie,” disse, e si sentì improvvisamente furiosa con se stessa.
Grazie? È tutto quello che sei capace di dire? Grazie!?
“Giusto, Barack!” gridò una voce. “Da’ il tuo posto a quella ragazza bianca così carina!”
Seguì una risata e il rumore nella stanza si impennò di nuovo, poi tutti ripresero a ignorarli.
Caitlin lo vide abbassare la testa imbarazzato.
“Barack?” chiese. “Ti chiami così?”
“No,” rispose lui arrossendo. “È solo come mi chiamano loro. Da Obama. Dicono che gli somiglio.”
Lo guardò con attenzione e si rese conto che davvero gli assomigliava.
“È perché sono mezzo nero, parte bianco e parte portoricano.”
“Beh, credo sia un complimento,” disse lei.
“Non nel modo in cui loro lo dicono,” rispose.
Lo osservò mentre si sedeva sul davanzale, mortificato, e capì che era un ragazzo sensibile. Addirittura vulnerabile. Non centrava niente con quel gruppo. Era una follia, ma si sentiva addirittura protettiva nei suoi confronti.
“Io sono Caitlin,” disse, allungando la mano e guardandolo negli occhi.
Lui sollevò lo sguardo, sorpreso, e le ritornò il sorriso.
“Jonah,” rispose.
Le strinse la mano con forza. Un brivido le corse lungo il braccio quando sentì il contatto di quella pelle morbida sulla sua mano. Si sentì sciogliere. Lui tenne la presa un secondo in più, e lei non poté fare a meno di sorridergli.
*
Il resto della mattinata fu una totale confusione e Caitlin aveva fame quando raggiunse la mensa. Aprì la doppia porta e rimase sbalordita dall’enormità della stanza, dall’incredibile rumore di migliaia di ragazzi urlanti. Era come entrare in una palestra. Eccetto che ogni venti metri tra le corsie c’era una guardia giurata che sorvegliava con attenzione.
Come al solito non aveva idea di dove andare. Perlustrò la grande stanza e finalmente trovò una pila di vassoi. Ne prese uno e si infilò in quella che credette essere la fila per il pranzo.
“Non passarmi davanti, troia!”
Caitlin si voltò e vide una grossa ragazza sovrappeso, alta una decina di centimetri più di lei, che la guardava torva in volto.
“Mi spiace, non sapevo…”
“La fila è là dietro!” disse rudemente un’altra ragazza, facendo segno con il pollice.
Caitlin guardò e vide che la fila si allungava di almeno altri cento ragazzi. A colpo d’occhio c’era da aspettare venti minuti.
Quando iniziò a dirigersi verso la fine della fila, un ragazzo ne spinse un altro, e quello volò andando a cadere dritto di fronte a lei, colpendo violentemente il pavimento.
Il primo ragazzo saltò sopra a quello steso a terra e iniziò a prenderlo a pugni in faccia.
La mensa eruppe in un boato di eccitazione, e decine di ragazzi si raccolsero attorno a loro.
“COMBATTI! COMBATTI!”
Caitlin fece diversi passi indietro, guardando con orrore la violenta scena ai suoi piedi.
Finalmente quattro guardie arrivarono e divisero i due ragazzi insanguinati, portandoli poi fuori dalla stanza. Non sembravano avere la minima fretta.
Dopo che Caitlin ebbe finalmente preso il suo pranzo, osservò la stanza sperando di vedere Jonah. Ma non era da nessuna parte.
Camminò lungo una corsia, passando oltre i tavoli, tutti gremiti di ragazzi. C’erano pochi posti liberi, e quelli vuoti non sembravano poi così invitanti, accanto a grandi combriccole di amici.
Alla fine decise per una sedia ad un tavolo vuoto verso la fine della stanza. C’era solo un ragazzo ad una estremità, un ragazzo cinese basso e mingherlino, con l’apparecchio e abiti poveri, che teneva la testa bassa e rimaneva concentrato sul suo cibo.
Si sentì sola. Abbassò lo sguardo e controllò il telefono. C’erano un po’ di messaggi su Facebook dagli amici dell’ultima cittadina dove aveva vissuto. Volevano sapere se il posto nuovo le piaceva. Non se la sentiva di rispondere. Le sembravano così lontani.
Caitlin mangiò appena: un vago senso di nausea da primo giorno la accompagnava ancora. Cercò di far cambiare direzione ai propri pensieri. Chiuse gli occhi. Pensò al suo nuovo appartamento, al quinto piano di uno sporco condominio senza ascensore nella 132a Strada. La nausea peggiorò. Respirò profondamente, volendo costringersi a pensare a qualcos’altro, qualsiasi cosa ci fosse di positiva nella sua vita.
Suo fratello più piccolo. Sam. 14 anni. Sam non sembrava mai ricordare di essere il più giovane: si comportava sempre come il più vecchio. Era cresciuto duro e irrobustito da tutto quel continuo trasferirsi, dal fatto che loro padre li aveva lasciati, dal modo in cui loro madre li trattava entrambi. Capiva che questa cosa lo irritava e vedeva anche che lui stava iniziando a isolarsi. Le sue frequenti risse scolastiche non la sorprendevano. Temeva solo che le cose potessero peggiorare.
Ma quando si trattava di Caitlin, Sam la amava incondizionatamente. E lei provava lo stesso per lui. Era l’unico punto fermo nella sua vita, l’unico di cui si potesse fidare. Sembrava che lui conservasse un posto nel suo cuore riservato solo a lei. E lei era determinata a fare del suo meglio per proteggerlo.
“Caitlin?”
Lei fece un salto.
In piedi di fronte a lei, vassoio in una mano e borsa del violino nell’altra, c’era Jonah.
“Ti spiace se mi metto qui?”
“Sì… cioè, no!” disse lei presa alla sprovvista.
Idiota, pensò. Piantala di essere così nervosa.
Jonah dispiegò quel suo sorriso e poi si sedette di fronte a lei. Stava seduto con la schiena dritta, in una postura perfetta. Appoggiò con cura il violino accanto a sé. Pose sul tavolo il suo pranzo con altrettanta delicatezza. C’era qualcosa in lui che lei non riusciva a cogliere completamente. Era diverso da qualsiasi altra persona avesse mai incontrato. Era come se provenisse da un altro tempo. Non apparteneva assolutamente a quel luogo.
“Come sta andando il tuo primo giorno?” le chiese.
“Non come me lo aspettavo.”
“So cosa intendi dire,” confermò lui.
“È un violino quello?”
Caitlin fece un cenno verso lo strumento. Lui lo teneva vicino a sé, con una mano sopra, come temesse che qualcuno potesse rubarglielo.
“Veramente è una viola. È solo un po’ più grande, ma il suono è totalmente diverso. Più caldo.”
Lei non aveva mai visto una viola, e sperava che lui la mettesse sul tavolo per fargliela vedere. Invece non fece una mossa, e lei non voleva fare la ficcanaso. Lui teneva ancora la mano sullo strumento, sembrava protettivo, come se quell’oggetto fosse qualcosa di personale e privato.
“Ti eserciti molto?”
Jonah scrollò le spalle. “Qualche ora al giorno,” disse distrattamente.
“Qualche ora!? Devi essere bravissimo!”
Lui diede un’altra scrollata di spalle. “Sono ok, credo. Ci sono un sacco di musicisti che suonano molto meglio di me. Ma spero che questo sia il mio biglietto per andarmene da questo posto.”
“Io ho sempre voluto suonare il pianoforte,” disse Caitlin.
E perché non lo fai?”
Stava per dire Non ne ho mai avuto uno, ma si fermò. Scrollò invece le spalle e riabbassò lo sguardo sul suo pranzo.
“Non c’è bisogno di avere un piano,” disse Jonah.
Lei risollevò lo sguardo, sorpresa che lui le avesse letto nei pensieri.
“C’è una sala prove qui a scuola. Per quanto qui faccia schifo, almeno c’è una cosa positiva. Danno lezioni gratuite. Tutto quello che devi fare è iscriverti.”
Caitlin sgranò gli occhi.
“Davvero?”
“C’è un foglio per le iscrizioni fuori dalla sala di musica. Chiedi della signorina Lennox. Dille che sei mia amica.”
Amica. A Caitlin piaceva il suono di quella parola. Sentì che lentamente una certa felicità le cresceva dentro.
Fece un grande sorriso. I loro occhi si fissarono per un momento gli uni negli altri.
Guardando quegli occhi verdi e brillanti lei si sentì ardere dal desiderio di fargli un milione di domande: Hai la ragazza? Perché sei così carino con me? Ti piaccio sul serio?
Ma si morse invece la lingua e non disse nulla.
Temendo che il tempo da trascorrere insieme si esaurisse troppo in fretta, scandagliò la propria mente alla ricerca di qualcosa da chiedergli, così da poter prolungare la loro conversazione. Tentò di pensare a qualcosa che potesse assicurarle che l’avrebbe rivisto. Ma si innervosì e si bloccò.
Alla fine aprì la bocca, ma proprio in quel momento suonò la campanella.
La stanza eruppe in rumore e movimento e Jonah si alzò prendendo la sua viola.
“Sono in ritardo,” disse, raccogliendo il vassoio.
Guardò il vassoio di Caitlin. “Posso prendere anche il tuo?”
Lei abbassò lo sguardo, rendendosi conto si averlo dimenticato, e scosse la testa.
“Ok,” disse lui.
Rimase lì in piedi, improvvisamente intimidito, non sapendo cosa dire.
“Bene… ci vediamo.”
“Ci vediamo,” rispose lei fiaccamente, con la voce poco più che un sussurro.
*
Al termine del suo primo giorno di scuola Caitlin uscì dall’edificio in un soleggiato pomeriggio di marzo. Sebbene soffiasse un discreto vento, non aveva più freddo. Sebbene tutti i ragazzi attorno a lei stessero gridando mentre si riversavano fuori, non era più infastidita dal rumore. Si sentiva viva, e libera. Il resto della giornata era proseguito in un caos, non riusciva a ricordare il nome di nessuno dei nuovi insegnanti.
Non riusciva a smettere di pensare a Jonah.
Si chiese se in mensa si fosse comportata da idiota. Aveva incespicato nelle proprie parole, non gli aveva quasi fatto domande. Tutto quello che le era venuto in mente di chiedere erano informazioni su quella stupida viola. Avrebbe dovuto chiedergli dove viveva, da dove veniva, dove avrebbe fatto il college.
E più di tutto se aveva una ragazza. Uno come lui doveva per forza stare insieme a qualcuno.
Proprio in quel momento una ragazza ispanica ben vestita passò accanto a Caitlin sfiorandola. Caitlin la guardò dall’alto in basso e si chiese per un momento se potesse essere lei.
Caitlin girò nella 134a Strada e per un secondo dimenticò dove stava andando. Non era mai tornata a casa a piedi da scuola, e per un momento non ricordò dove si trovasse il loro nuovo appartamento. Rimase ferma all’angolo, disorientata. Una nuvola coprì il sole e il vento iniziò a soffiare più forte. Improvvisamente ebbe freddo di nuovo.
“Ehi, amiga!”
Caitlin si voltò e si rese conto di essere di fronte ad una sporca drogheria d’angolo. Quattro uomini squallidi erano seduti su sedie di plastica davanti a lei, apparentemente noncuranti del freddo, e le sorridevano come se lei fosse il loro prossimo pasto.
“Vieni qui, bambola!” gridò un altro.
Lei ricordò.
132a strada. Ecco.
Si voltò velocemente e camminò a passo svelto imboccando un’altra strada laterale. Controllò dietro di sé un po’ di volte per vedere se quegli uomini la stessero seguendo. Fortunatamente non li vide.
Il vento freddo le punse le guance e la risvegliò, mentre la cruda realtà del suo nuovo quartiere cominciava ad apparire. Guardò le auto abbandonate lì attorno, le pareti ricoperte di graffiti, il filo spinato, le inferriate alle finestre, e improvvisamente si sentì molto sola. E molto spaventata.
C’erano solo tre altri isolati prima di arrivare al suo appartamento, ma le sembrava lontanissimo. Desiderò avere un amico al proprio fianco – ancor meglio Jonah – e si chiese se sarebbe stata capace di percorrere quel tragitto da sola ogni giorno. Un’altra volta provò rabbia per sua madre. Come poteva continuare a spostarla di qua e di là, mettendola in posti sempre nuovi e che odiava? Quando sarebbe finito tutto ciò?
Rumore di vetro rotto.
Il cuore di Caitlin iniziò a battere più velocemente quando vide del movimento più avanti sulla sinistra, dall’altra parte della strada. Camminò velocemente, cercando di tenere la testa bassa, ma quando fu più vicina, udì delle grida e una risata grottesca, e non poté fare a meno di notare cosa stava accadendo.
Quattro ragazzi belli grossi – forse di 18 o 19 anni – stavano in piedi attorno a un altro ragazzo. Due di loro gli tenevano le braccia, mentre il terzo lo prendeva a pugni in pancia e il quarto lo colpiva al volto. Il ragazzo, forse di diciassette anni, magro e indifeso, cadde al suolo. Due degli aggressori si fecero avanti e gli diedero dei calci in faccia.
Caitlin non poté fare a meno di fermarsi a guardare. Era disgustata. Non aveva mia visto una cosa del genere.
Gli altri due ragazzi fecero qualche passo attorno alla loro vittima, poi sollevarono i loro stivali e li calarono violentemente su di lui.
Caitlin temeva che lo avrebbero colpito a morte.
“NO!” gridò.
Vi fu un orrendo scricchiolio quando i loro piedi si abbatterono su di lui.
Ma non era il suono di ossa rotte, piuttosto rumore di legno. Legno che scricchiolava. Caitlin vide che stavano calpestando uno strumento musicale. Guardò meglio e vide dei pezzi e frammenti di una viola sparsi ovunque sul marciapiede.
Sollevò la mano a coprirsi la bocca per l’orrore.
“Jonah!?”
Senza pensare Caitlin attraversò la strada, dritta verso il gruppo di ragazzi che stavano giusto iniziando a notare la sua presenza. La guardarono e i loro sorrisi malvagi si allargarono, mentre sgomitavano l’uno con l’altro.
Lei raggiunse la vittima e vide che effettivamente si trattava di Jonah. Aveva la faccia sanguinante e piena di lividi ed aveva perso conoscenza.
Sollevò lo sguardo verso i ragazzi, la rabbia ben più potente della paura, e si risollevò in piedi tra Jonah e loro.
“Lasciatelo in pace!” gridò al gruppo.
Il ragazzo nel mezzo, almeno un metro e novanta di muscoli, rise.
“Altrimenti?” chiese con voce molto greve.
Caitlin sentì che il mondo accelerava attorno a lei e si rese conto che qualcuno l’aveva appena spinta da dietro. Sollevò i gomiti quando colpì l’asfalto, ma questo bastò appena ad attutire l’impatto. Con la coda dell’occhio poté vedere un diario che volava, perdendo fogli che si sparpagliarono ovunque.
Sentì delle risate. Poi dei passi che le si avvicinavano.
Il cuore le batteva nel petto e l’adrenalina le diede lo slancio. Riuscì a rotolare e saltare in piedi proprio un attimo prima che la raggiungessero. Partì a gambe levate lungo il vicolo, correndo per la propria vita.
Loro la seguirono standole alle calcagna.
Presso una delle tante scuole, ancora al tempo in cui Caitlin pensava di avere un lungo futuro da qualche parte, aveva iniziato a fare atletica, rendendosi conto di essere brava. La migliore della squadra, a dire il vero. Non sulla lunga distanza, ma nei 100 metri. Riusciva addirittura a superare la maggior parte dei maschi. E ora quella potenza le scorreva dentro di nuovo.
Correva per salvarsi e i ragazzi non riuscivano a prenderla.
Caitlin diede un’occhiata alle proprie spalle e vide quanto indietro li aveva lasciati. Si sentì ottimista, pensando di poterli battere tutti. Doveva solo fare le mosse giuste.
Il vicolo terminava in una T e lei aveva la possibilità di svoltare a destra o a sinistra. Non avrebbe avuto tempo per cambiare una volta presa una decisione, se voleva mantenere il vantaggio, e doveva scegliere velocemente. Però non poteva vedere cosa ci fosse dietro ogni svolta. Alla cieca, girò a sinistra.
Pregò perché fosse la scelta giusta. Dai. Ti prego!
Il cuore le si fermò quand fece una virata secca a sinistra e vide la via senza uscita davanti a sé.
Mossa sbagliata.
Un vicolo cieco. Corse fino al muro, cercando un’uscita, una qualsiasi uscita. Rendendosi conto che non ce n’erano si voltò per guardare i suoi aggressori che si avvicinavano.
Senza fiato li vide svoltare e avvicinarsi. Poté vedere, al di sopra delle loro spalle, che se avesse girato a destra sarebbe arrivata a casa sana e salva. Ovviamente. La sua solita fortuna.
“Bene bene, troietta,” disse uno di loro, “adesso ti sistemiamo noi.”
Rendendosi conto che la loro vittima non aveva via di scampo i ragazzi camminarono lentamente verso di lei, col fiato lungo, sorridendo e assaporando la violenza che stavano per mettere in atto.
Caitlin chiuse gli occhi e respirò profondamente. Cercò di desiderare che Jonah si svegliasse, apparisse all’angolo, sveglio e forte, pronto a salvarla. Ma quando riaprì gli occhi lui non era lì. C’erano solo i suoi aggressori. Sempre più vicini.
Pensò a sua madre, a quanto la odiava, a tutti i posti in cui era stata costretta a vivere. Pensò a suo fratello Sam. Pensò a come sarebbe stata la sua vita dopo quella giornata.
Pensò a tutta la sua vita, a come era sempre stata trattata, a come nessuno la capisse, a come niente andasse mai come lei voleva. E qualcosa scattò. In un modo o nell’altro ne aveva abbastanza.
Io non merito tutto questo. NON merito tutto questo!
E poi, improvvisamente, lo sentì.
Era un’onda, qualcosa che non aveva mai provato. Era un’ondata di rabbia, che le scorreva dentro facendole vorticare il sangue. Partiva dallo stomaco e da lì si diffondeva ovunque. Sentiva i piedi radicati a terra, come se lei e l’asfalto fossero un tutt’uno, e percepì una sorta di forza primordiale che la pervadeva, scorrendole nei polsi, lungo le braccia fino alle spalle.
Caitlin emise un primo ringhio che sorprese e spaventò lei stessa. Quando il primo ragazzo si avvicinò e le prese il polso con la sua mano nerboruta, lei vide la propria mano reagire da sola, afferrando il polso del proprio aggressore e girandolo all’indietro ad angolo retto. Il volto del ragazzo si contorse scioccato mentre il polso e l’intero braccio si spezzavano a metà.
Cadde in ginocchio, urlando.
Gli altri tre ragazzi sgranarono gli occhi per la sorpresa.
Il più grosso dei tre caricò dritto contro di lei.
“Tu fot…”
Prima che riuscisse a finire, lei era saltata in aria e gli aveva piantato entrambi i piedi nel petto, facendolo volare all’indietro per tre metri abbondanti e mandandolo a sbattere contro alcuni bidoni metallici per la spazzatura.
Il ragazzo rimase lì senza muoversi.
Gli altri due si guardarono scioccati. E sinceramente spaventati.
Caitlin si fece avanti: percepiva una forza inumana scorrerle dentro e udì se stessa ringhiare mentre prendeva i due ragazzi (ciascuno di loro era il doppio di lei), sollevandoli di parecchio da terra con una mano sola.
Mentre stavano appesi e ciondolavano nell’aria, lei li fece oscillare indietro e poi uno contro l’altro, facendoli sbattere tra loro con forza incredibile. Entrambi collassarono a terra.
Caitlin rimase lì, respirando e schiumando di rabbia.
I quattro ragazzi non si muovevano.
Non si sentiva sollevata. Al contrario, voleva di più. Più ragazzi con cui battersi. Più corpi da lanciare.
E voleva anche qualcos’altro.
Improvvisamente ebbe una visione chiara e cristallina e fu in grado di mettere a fuoco dettagli dei loro colli scoperti. Poteva vedere da vicino, come fosse a un millimetro di distanza, e da dove si trovava scorse le vene che pulsavano. Voleva mordere. E nutrirsi.
Senza capire cosa le stesse succedendo, scosse la testa indietro ed emise un grido sovrumano, che riecheggiò in mezzo agli edifici e per il quartiere. Era un primordiale grido di vittoria e di rabbia non ancora sedata.
Era il grido di un animale che voleva di più.
Capitolo Due
Caitlin era in piedi davanti alla porta del suo nuovo appartamento, con gli occhi fissi, e improvvisamente si rese conto di dove si trovava. Non aveva idea di come fosse arrivata lì. L’ultima cosa che ricordava era che si trovava nel vicolo. In qualche modo era tornata a casa.
Eppure rammentava ogni singolo momento di ciò che era accaduto nel vicolo. Tentò di cancellarlo dalla propria mente, ma non ci riuscì. Abbassò gli occhi a guardarsi mani e braccia, aspettandosi di vederle diverse, ma erano normali. Proprio come erano sempre state. La rabbia le era scorsa dentro, trasformandola, poi si era velocemente dileguata così com’era venuta.
Ma gli effetti rimanevano: si sentiva svuotata, impotente. Intorpidita. E provava qualcos’altro. Non riusciva a capirlo bene. Le immagini continuavano a lampeggiarle nella mente, immagini dei colli scoperti di quei bulli. Delle loro pulsazioni. E sentì appetito. Un desiderio ardente.
Caitlin non aveva veramente voglia di tornare a casa. Non voleva avere a che fare con sua madre, in particolare oggi; non voleva avere a che fare con un posto nuovo, con le valigie da disfare. Se non fosse stato per Sam che era lì, si sarebbe probabilmente girata e se ne sarebbe andata. Dove, non ne aveva idea, ma almeno si sarebbe messa in marcia.
Fece un respiro profondo e mise la mano sul pomolo della porta. O quella maniglia era calda oppure la sua mano era fredda come il ghiaccio.
Caitlin entrò in quell’appartamento troppo luminoso. Fiutò la presenza di cibo sui fornelli, o più probabilmente nel microonde. Sam. Lui tornava sempre a casa presto e si preparava la cena. Loro madre non sarebbe tornata se non ore più tardi.
“Non ha l’aspetto di essere stato un buon primo giorno.”
Caitlin si voltò, scioccata dal suono della voce di sua madre. Era seduta lì, sul divano, a fumare una sigaretta, e già guardava Caitlin dall’alto al basso con disprezzo.
“Che è, hai rovinato già quella maglia?”
Caitlin abbassò lo sguardo e notò per la prima volta le macchie: probabilmente si era sporcata andando a sbattere contro l’asfalto.
“Perché sei a casa così presto?” chiese Caitlin.
“È il primo giorno anche per me, sai,” disse seccamente. “Non esisti solo tu. Poco lavoro. Il capo mi ha mandato a casa presto.”
Caitlin non sopportava il tono maligno di sua madre. Non quella sera. Faceva sempre l’arrogante con lei, e quella sera Caitlin ne aveva abbastanza. Decise di risponderle a tono.
“Fantastico,” disse in modo tagliente. “Significa che ci trasferiremo di nuovo?”
Sua madre scattò in piedi all’istante. “Bada a come parli!” gridò.
Caitlin sapeva che sua madre stava proprio aspettando una scusa per poterle urlare contro. Pensò fosse meglio limitarsi a stuzzicarla e poi piantarla.
“Non dovresti fumare attorno a Sam,” rispose Caitlin freddamente, poi entrò nella piccola camera da letto e sbatté la porta alle sue spalle, chiudendola a chiave.
Sua madre diede subito un colpo alla porta.
“Vieni qui, piccola mocciosa! Che modi sono questi di parlare a tua madre! Chi è che porta il pane a casa…”
Quella sera Caitlin, così distratta dagli eventi di poco prima, riuscì ad annullare la voce di sua madre. Iniziò invece a passare in rassegna nella sua mente le cose successe quel giorno. Il suono delle risate di quei ragazzi. Il battito del suo cuore che le martellava nelle orecchie. Il rumore del suo ruggito.
Cos’era successo esattamente? Da dove le era arrivata quella forza? Era stata una semplice vampata di adrenalina? Una parte di lei desiderava che fosse così. Ma un’altra parte di lei sapeva che non lo era. Cos’era lei?
I colpi alla porta continuavano, ma Caitlin li sentiva a malapena. Il suo cellulare era appoggiato sulla scrivania e vibrava continuamente, illuminandosi per messaggi, e-mail, conversazioni in Facebook, ma non si curava neanche di quello.
Si portò accanto alla finestrella della sua stanza e guardò in basso, verso l’angolo di Amsterdam Avenue, e un nuovo suono sorse nella sua mente. Era il suono della voce di Jonah. L’immagine del suo sorriso. Una voce sommessa, profonda, rassicurante. Riportò alla mente quanto fosse delicato, quanto fragile sembrasse. Poi lo rivide steso a terra, insanguinato, il suo prezioso strumento in pezzi. Una nuova ondata di rabbia crebbe in lei.
La rabbia si trasformò in preoccupazione: avrebbe voluto sapere se stava bene, se se n’era andato, se ce l’aveva fatta a tornare a casa. Lo immaginò mentre la chiamava. Caitlin. Caitlin.
“Caitlin?”
Una nuova voce era fuori dalla porta. Una voce di ragazzo.
Confusa, si riscosse dai suoi pensieri.
“Sono Sam. Lasciami entrare.”
Andò alla porta e vi appoggiò la testa.
“Mamma se n’è andata,” disse la voce dall’altra parte. “È scesa a prendere le sigarette. Dai, lasciami entrare.”
Lei aprì la porta.
Lì c’era Sam che la fissava, con la preoccupazione stampata in faccia. A quasi quindici anni sembrava più vecchio della sua età. Era cresciuto in fretta, era alto quasi un metro e ottanta, ma non si era ancora irrobustito ed era quindi goffo e allampanato. Con i capelli neri e gli occhi castani aveva colori simili ai suoi. Si capiva che erano parenti. Poteva scorgere la preoccupazione sul suo volto. Lui le voleva bene più di ogni altra cosa.
Lo lasciò entrare, chiudendo velocemente la porta dietro di lui.
“Scusa,” disse. “Proprio non ce la faccio con lei stasera.”
“Cosa vi è successo?”
“Il solito. Mi è saltata addosso appena sono entrata.”
“Penso abbia avuto una giornata pesante,” disse Sam cercando di mettere pace tra loro, come sempre. “Spero non la licenzino un’altra volta.”
“Chi se ne frega? New York, Arizona, Texas… Che importa quale sarà la prossima? Il nostro trasferirsi non avrà mai fine.”
Sam si accigliò mentre si sedeva sulla scrivania, e lei si sentì subito male. Aveva spesso la lingua tagliente, parlava senza pensare, e avrebbe voluto rimangiarsi quello che aveva detto.
“Com’è andato il tuo primo giorno?” chiese, cercando di cambiare argomento.
Lui scrollò le spalle. “Bene, mi pare.” Toccò la sedia con la punta del piede.
Sollevò lo sguardo. “Il tuo?”
Lei scrollò le spalle. Doveva esserci qualcosa nella sua espressione, perché lui non distolse gli occhi da lei. Continuò a guardarla.
“Cos’è successo?”
“Niente,” disse lei sulla difensiva, e si voltò andando vicino alla finestra.
Sentiva che la stava guardando.
“Sembri… diversa.”
Esitò, chiedendosi se lui sapesse, chiedendosi se il suo aspetto esteriore mostrasse dei cambiamenti. Deglutì.
“Come?”
Silenzio.
“Non lo so,” rispose lui alla fine.
Caitlin guardò fuori dalla finestra, osservando distrattamente un uomo alla drogheria d’angolo che passava a un tipo una bustina con della roba.
“Odio questo posto,” disse lui.
Lei si voltò a guardarlo.
“Anch’io.”
“Stavo addirittura pensando di…” abbassò la testa, “…andarmene.”
“Cosa intendi dire?”
Lui scrollò le spalle.
Lei lo guardò. Sembrava veramente depresso.
“Dove?” gli chiese.
“Magari… a rintracciare papà.”
“E come? Non abbiamo la più pallida idea di dove sia.”
“Potrei tentare. Potrei trovarlo.”
“Come?”
“Non lo so… ma potrei provare.”
“Sam. Potrebbe essere morto per quanto ne sappiamo.”
“Non dirlo neanche!” gridò e il volto gli si fece rosso.
“Scusa,” disse Caitlin.
Lui si acquietò.
“Ma hai mai considerato che, anche se lo trovassimo, lui potrebbe pure non volerci vedere? Del resto se n’è andato. E non ha mai cercato di mettersi in contatto con noi.”
“Può essere che mamma non glielo permetta.”
“Oppure può essere che non gliene freghi niente di noi.”
Sam si accigliò ancora di più e toccò ancora la sedia con la punta del piede. “L’ho cercato in Facebook.”
Caitlin sgranò gli occhi per la sorpresa.
“Lo hai trovato?”
“Non ne sono sicuro. C’erano quattro persone con il suo nome. Due di loro avevano un profilo privato, e senza foto. Ho mandato un messaggio ad entrambi.”
“E?”
Sam scosse la testa.
“Nessuna risposta.”
“Papà non è tipo da Facebook.”
“Questo non puoi saperlo,” rispose, ancora una volta sulla difensiva.
Caitlin sospirò ed andò al letto per sdraiarvisi sopra. Fissò il soffitto ingiallito, con il colore che si scrostava, e si chiese come potessero essere tutti giunti a quel punto. C’erano state città nelle quali erano vissuti felicemente, addirittura periodi in cui loro madre sembrava quasi allegra. Come quando si vedeva con quel tipo. Sufficientemente felice, tanto almeno da lasciare Caitlin in pace.
C’erano città, come l’ultima nella quale erano stati, dove sia lei che Sam si erano fatti degli amici, dove era sembrato che sarebbero potuti restare sul serio, almeno abbastanza a lungo per diplomarsi nello stesso posto. E poi tutto sembrava cambiare così in fretta. Di nuovo a preparare le valigie. A salutare. Era troppo chiedere un’infanzia normale?
“Potrei tornare a Oakville,” disse Sam all’improvviso, interrompendo il corso dei suoi pensieri. La loro ultima città. Era sorprendente come lui sapesse sempre con esattezza a cosa lei stava pensando. “Potrei andare a stare da degli amici.”
Si sentiva sopraffatta da quella giornata. Era troppo e basta. Non riusciva a pensare chiaramente, e nella sua frustrazione sentiva che anche Sam si stava preparando ad abbandonarla, che non gli interessava più veramente di lei.
“E allora vai!” disse alla fine bruscamente, senza veramente volerlo. Era come se qualcun altro avesse pronunciato quelle parole. Sentì la durezza nelle proprie parole e subito se ne pentì.
Perché doveva sempre incasinare le cose a quel modo? Perché non era capace di controllarsi?
Se avesse avuto un umore migliore, se fosse stata più calma e non le avessero gettato contro tutto quello che era successo, non avrebbe detto una cosa del genere. O sarebbe stata più gentile. Avrebbe detto qualcosa come So che quello che stai cercando di dire è che non te ne andresti mai da questo posto, non importa quanto schifo faccia, perché non mi lasceresti mai da sola ad arrangiarmi in tutto questo. Ed è per questo che ti adoro. E neanche io ti abbandonerei mai. In questa nostra infanzia incasinata, almeno siamo uniti. Invece il suo umore era peggiorato ancor più. Invece lei aveva agito egoisticamente e aveva parlato in maniera brusca.
Si tirò su a sedere e poté vedergli il dolore stampato in faccia. Avrebbe voluto ritirare tutto, chiedere scusa, ma era troppo sopraffatta dai sentimenti. In un modo o nell’altro non fu in grado di aprire bocca.
Nel silenzio Sam si alzò lentamente dalla sua scrivania ed uscì dalla stanza, chiudendo delicatamente la porta alle sue spalle.
Idiota, pensò Caitlin. Sei proprio un’idiota. Perché devi trattarlo allo stesso modo in cui mamma tratta te?
Si stese nuovamente, fissando il soffitto. Si rese conto che c’era un altro motivo per cui era esplosa. Lui aveva interrotto il flusso dei suoi pensieri, e l’aveva fatto proprio nel preciso attimo in cui stavano cambiando per il peggio. Un pensiero oscuro le aveva attraversato la mente, e lui l’aveva interrotto prima che lei potesse avere la possibilità di portarlo a compimento.
L’ex compagno di sua mamma. Tre città prima. Era stata quella volta in cui sua madre era veramente sembrata felice. Frank. Cinquant’anni. Basso, tarchiato, quasi calvo. Tozzo come un tronco. Sapeva di colonia scadente. Lei aveva sedici anni.
Lei si trovava nella piccola lavanderia a ripiegare i propri vestiti quando Frank era comparso sulla porta. Era un tale verme, sempre lì a fissarla. Allungò la mano e afferrò un paio di mutandine, e lei si sentì arrossire di imbarazzo misto a rabbia. Lui le tenne sollevate con un sorrisino stampato in faccia.
“Ti sono cadute queste,” disse con un ghigno. Lei gliele avrebbe strappate dalle mani.
“Cosa vuoi?” gli aveva risposto seccamente.
“È questo il modo di parlare al tuo nuovo patrigno?”
Si avvicinò di mezzo passo.
“Tu non sei il mio patrigno.”
“Ma lo sarò… presto.”
Lei tentò di tornare ai suoi vestiti da piegare, ma lui si avvicinò di un altro mezzo passo. Un mezzo passo di troppo. Il cuore le batteva nel petto.
“Penso sia ora che noi iniziamo a conoscerci un pochino meglio,” disse lui, togliendosi la cintura. “Non credi?”
Disgustata, cercò di defilarsi passandogli accanto per uscire dalla porta dello stanzino, ma quando si mosse lui le bloccò la strada e la afferrò rudemente sbattendola contro la parete.
Fu a quel punto che accadde.
Una sorta di rabbia le era scorsa dentro. Una rabbia diversa da qualsiasi cosa avesse mai provato. Sentì che il corpo le si riscaldava, come fosse in fiamme, dalla punta dei piedi alla testa. Mentre lui le si avvicinava lei saltò in aria e gli diede un calcio, piantandogli entrambi i piedi nel petto.
Nonostante lei fosse un terzo di lui, l’uomo volò all’indietro attraverso la porta, scardinandola dallo stipite, e continuò a volare per oltre tre metri fino alla stanza attigua. Fu come se una palla di cannone lo avesse spinto da un capo all’altro della casa.
Caitlin era rimasta lì tremante. Non era mai stata una persona violenta, non aveva mai colpito qualcuno così forte. E per di più non era lei stessa così grande, o forte. Come aveva fatto a dargli un calcio così potente? Come aveva potuto avere la forza per fare una cosa del genere? Non aveva mai visto nessuno – né tantomeno un uomo adulto – volare in aria e buttare giù una porta. Da dove le era venuto quell’impulso?
Gli si era avvicinata ed era rimasta in piedi accanto a lui.
Era privo di conoscenza, steso sulla schiena. Si chiese se l’avesse per caso ucciso. Ma in quel momento, con la rabbia che ancora la pervadeva, non le importava così tanto. Era più preoccupata per se stessa, per chi – o cosa – lei veramente fosse.
Non vide Frank mai più. Lui lasciò sua madre il giorno dopo e non tornò. Sua madre aveva sospettato che fosse successo qualcosa fra loro due, ma non disse mai nulla. Tuttavia diede a Caitlin la colpa della rottura e la biasimò per aver rovinato l’unico momento felice della sua vita. E da allora non aveva ancora smesso di darle la colpa.
Caitlin sollevò lo sguardo verso il suo soffitto screpolato, con il cuore che le batteva dappertutto un’altra volta. Ripensò alla furia di quel giorno e si chiese se i due episodi fossero collegati. Aveva sempre pensato che Frank fosse stato un incidente isolato e folle, una sorta di strano scatto d’ira. Ma ora si chiedeva se fosse qualcosa di più. C’era una sorta di potere dentro di lei? Era forse lei una persona strana?
Chi era lei?
Capitolo Tre
Caitlin correva. I bulli le erano alle calcagna e la inseguivano lungo il vicolo. Davanti a lei la fine senza uscita, un muro enorme, ma lei continuò a correre. Mentre correva, prendeva velocità, una velocità inaudita, e gli edifici le scorrevano accanto in una massa indistinta. Poteva sentire il vento che le scompigliava i capelli.
Quando fu vicina al muro, saltò e in un singolo balzo si ritrovò in cima, a dieci metri d’altezza. Ancora un salto e volò nuovamente in aria per dieci metri, cinque, fino ad atterrare sul cemento senza perdere un passo, sempre di corsa, di corsa. Si sentiva forte, invincibile. La velocità aumentò ancor di più e lei si sentì come se potesse volare.
Abbassò lo sguardo e davanti ai suoi occhi il cemento divenne erba, erba alta, ondeggiante, verde. Correva in un prato, il sole brillava e ricordò quel luogo come la casa della sua prima infanzia.
A distanza poteva percepire che suo padre stava all’orizzonte. Mentre correva sentiva che si stava avvicinando a lui. Lo vide apparire e iniziò a metterlo a fuoco. Stava in piedi, con un grande sorriso e le braccia aperte. Lei desiderò di rivederlo. Corse più forte che poteva. Ma quando gli era più vicina, lui appariva più distante.
All’improvviso stava cadendo.
Un grande portone medievale si aprì e lei entrò in una chiesa. Camminò lungo una navata appena illuminata, con torce che bruciavano su entrambe le parti. Di fronte a un pulpito c’era un uomo in ginocchio che le dava le spalle. Quando si fu avvicinata lui si alzò in piedi e si voltò.
Era un prete. La guardò e il suo volto si riempì di paura. Lei sentì il sangue che le scorreva nelle vene, e si guardò mentre si avvicinava all’uomo, incapace di fermarsi. Lui sollevò una croce davanti al suo volto, spaventato.
Lei saltò su di lui. Sentì che i denti le si allungavano, troppo, e non poté fare nulla mentre affondavano nel collo del prete.
Lui gridò, ma lei non se ne curò. Sentì il sangue dell’uomo che le scorreva sui denti fino alle vene, e fu la sensazione più grandiosa che avesse mai provato in vita sua.
Caitlin si sollevò a sedere nel letto, respirando affannosamente. Si guardò tutt’attorno, disorientata. La violenta luce mattutina penetrava nella stanza attraverso la finestra.
Alla fine capì che aveva sognato. Si asciugò il sudore freddo dalle tempie e si mise a sedere sul bordo del letto.
Silenzio. A giudicare dalla luce Sam e sua madre dovevano essere già usciti. Guardò l’orologio e vide che era effettivamente tardi: le 8.15. Sarebbe arrivata in ritardo al suo secondo giorno di scuola.
Perfetto.
Si stupì che Sam non l’avesse svegliata. In tutti quegli anni non l’aveva mai lasciata dormire: l’aveva sempre svegliata prima di uscire.
Dev’essere ancora furioso per ieri sera.
Guardò il cellulare: morto. Aveva dimenticato di metterlo in carica. Ma andava bene così. Non aveva voglia di parlare con nessuno.
Raccolse alcuni abiti dal pavimento e si passò le mani tra i capelli. Di solito se ne andava senza mangiare nulla, ma quella mattina aveva sete. Una strana sete. Andò al frigorifero e afferrò un mezzo litro di succo d’uva rossa. Con foga decisa tirò via il tappo e bevve direttamente dalla confezione, a grandi sorsi. Non smise di bere finché non ebbe mandato giù l’intero mezzo litro.
Guardò il contenitore vuoto. L’aveva appena bevuto tutto? In tutta la sua vita non aveva mai bevuto più che mezzo bicchiere. Si osservò mentre allungava il braccio e schiacciava il contenitore di cartone con una sola mano, fino a ridurlo ad una pallina. Non riusciva a capire da dove le venisse quella nuova forza che le scorreva nelle vene. Era una sensazione eccitante. E allo stesso tempo le faceva paura.
Aveva ancora sete. E fame. Ma non di cibo. Le sue vene chiedevano a gran voce qualcos’altro, ma non riusciva a capire cosa.
*
Era strano vedere i corridoi della sua scuola così vuoti, l’esatto contrario del giorno precedente. Con le lezioni in corso non si vedeva in giro anima viva. Guardò l’orologio: le 8.40. Mancavano 15 minuti alla seconda lezione del giorno. Si chiese se ne valesse la pena o se fosse meglio andarsene, ma poi, di nuovo, pensò che non sapeva dove altro andare. Quindi seguì i numeri del corridoio diretta verso la sua aula.
Si fermò fuori dalla porta, da dove poteva sentire la voce del professore. Esitò. Odiava interrompere una lezione ed essere così sotto gli occhi di tutti. Ma non aveva altra scelta.
Fece un respiro profondo e abbassò la maniglia di metallo.
Entrò e l’intera classe si fermò e la guardò. Anche l’insegnante.
Silenzio.
“Signorina…”, l’insegnante non ricordando il suo nome andò alla cattedra e raccolse un foglio di carta, osservandolo, “… Paine. La ragazza nuova. Lei è in ritardo di 25 minuti.”
La professoressa, una donna severa e di una certa età, fissava Caitlin.
“Cos’ha da dire per giustificarsi?”
Caitlin esitò.
“Scusi?”
“Non va per niente bene. Potrà anche essere accettabile arrivare in ritardo, lì da dove viene lei, ma certo qui è non accettabile.”
“Inaccettabile,” disse Caitlin, pentendosene immediatamente.
La stanza cadde in un impacciato silenzio.
“Mi scusi” chiese l’insegnante, lentamente.
“Lei ha detto ‘non accettabile’. Intendeva dire ‘inaccettabile’.”
“OH… MERDA!” esclamò rumorosamente un ragazzo dal fondo dell’aula, e l’intera classe scoppiò a ridere.
Il volto dell’insegnante divenne di un rosso accesso.
“Piccola mocciosa. Vai immediatamente dal Preside. Adesso!”
La professoressa andò velocemente alla porta accanto a Caitlin e la aprì. Era a pochi centimetri da lei, abbastanza vicina perché Caitlin potesse sentire l’odore del suo profumo da due soldi. “Fuori dalla mia classe!”
In condizioni normali Caitlin sarebbe sgusciata silenziosamente fuori dalla stanza: in effetti, tanto per cominciare, non avrebbe mai osato correggere un’insegnante. Ma qualcosa si era mosso dentro di lei, qualcosa che lei stessa faceva fatica a comprendere, e sentiva crescere in lei un atteggiamento di sfida. Non si sentiva tenuta a mostrare rispetto per nessuno. E non aveva più paura.
Invece Caitlin rimase dov’era, ignorando l’insegnante e guardando lentamente la stanza alla ricerca di Jonah. L’aula era piena e lei osservò ogni fila. Nessun segno della sua presenza.
“Signorina Paine! Ha sentito quello che le ho detto?”
Caitlin la guardò con atteggiamento di sfida. Poi si voltò e uscì lentamente dalla stanza.
Poté sentire la porta che sbatteva alle sue spalle, e poi udì il brusio sommesso provenire dall’aula, seguito da un “State zitti, ragazzi!”
Caitlin percorse il corridoio vuoto, pensierosa, non capendo del tutto quello che le stava accadendo.
Udì dei passi. In lontananza apparve una guardia della sicurezza. Camminava proprio verso di lei.
“Il pass!” le abbaiò contro, ancora a quasi dieci metri da lei.
“Cosa?” rispose lei.
Lui le si avvicinò.
“Dov’è il tuo pass? Sei tenuta a tenerlo sempre visibile.”
“Quale pass?”
Lui si fermò e la squadrò. Era un uomo brutto e dall’aspetto cattivo, con un grosso neo sulla fronte.
“Non puoi camminare per i corridoi senza un permesso firmato. Lo sai. Dov’è?”
“Non sapevo…”
Lui afferrò il suo CB e disse, “Violazione di permesso corridoio nell’ala 14. La porto ora in presidenza.”
“Presidenza?” chiese Caitlin confusa. “Cosa sta…”
La guardia la afferrò con forza per il braccio e la trascinò lungo il corridoio.
“Non dire una parola di più!” le disse severamente.
A Caitlin non piaceva la sensazione di quelle dita affondate nel braccio e di qualcuno che la trascinava come se fosse un bambino. Sentì che il calore le aumentava nel corpo. Sentì la furia che avanzava. Non sapeva esattamente come, o perché, ma lo sapeva. E sapeva che, nel giro di pochi momenti, non sarebbe stata capace di controllare la sua rabbia, né l’uso della propria forza.
Doveva fermarla prima che fosse troppo tardi. Usò ogni briciolo della sua volontà per bloccarla. Ma fino a che quelle dita erano su di lei, non c’era scampo.
Divincolò il braccio con rapidità, prima che l’intera forza avesse il sopravvento su di lei, e guardò mentre la mano della guardia veniva scagliata via da lei, mandando l’uomo ad incespicare parecchi piedi più in là.
Lui la fissò, sorpreso che una ragazza della sua corporatura potesse spingerlo a quella distanza nel corridoio con una leggera scrollata del braccio. Esitò tra rabbia e paura. Caitlin lo poté vedere combattuto tra l’attaccarla o fuggire. Portò la mano alla cintura, dove era appesa una grossa bomboletta di spray al pepe.
“Mettimi ancora le mani addosso, signorina,” disse lui con fredda rabbia, “e ti colpisco con il gas.”
“E allora non mi metta le mani addosso lei,” rispose lei con aria di sfida. Era scioccata dal suono della sua stessa voce. Era cambiata. Era più profonda, più primordiale.
L’uomo staccò lentamente la mano dallo spray. Si arrese.
“Cammina davanti a me,” disse. “Lungo il corridoio e su per quelle scale.”
*
La guardia la portò davanti all’affollato ingresso dell’ufficio del Preside, e appena l’ebbe lasciata la radio si spense e lui si affrettò verso un’altra postazione. Ma prima di andarsene si girò verso di lei.
“Non fare che ti veda di nuovo in questi corridoi,” le disse in modo brusco.
Caitlin si voltò e vide quindici ragazzi di tutte le età, chi seduto chi in piedi, tutti apparentemente in attesa di vedere il preside. Sembravano dei disadattati e li stavano esaminando tutti, uno alla volta. Un agente stava di guardia, ma senza prestare attenzione, quasi addormentandosi in piedi.
Caitlin non aveva voglia di rimanere mezza giornata in attesa, e ancor meno aveva voglia di incontrare il preside. Non avrebbe dovuto presentarsi a scuola in ritardo, era vero, ma non si meritava un trattamento del genere. Ne aveva abbastanza.
La porta del corridoio si aprì e una guardia trascinò dentro altri tre ragazzi che lottavano e si spintonavano. Il caos esplose nella piccola sala d’aspetto, che era stipata di gente. Poi suonò la campanella e da dietro le porte di vetro Caitlin poté vedere i corridoi che si gremivano. Ora il caos regnava sia dentro che fuori.
Caitlin scorse la sua possibilità. Quando la porta si aprì di nuovo lei si abbassò passando accanto ad un altro ragazzo e scivolò fuori nel corridoio.
Si guardò velocemente alle spalle, ma vide che nessuno sembrava averla notata. Passò rapidamente attraverso la fitta folla di ragazzi, riuscendo a raggiungere il lato opposto per svoltare poi l’angolo. Controllò di nuovo: ancora nessuno.
Era salva. Anche se le guardie avessero notato la sua assenza – cosa della quale dubitava, dato che non era mai stata esaminata – lei era ormai troppo lontana per essere catturata. Corse ancora più in fretta lungo il corridoio, accrescendo così la distanza tra lei e loro, andando in direzione della mensa. Doveva trovare Jonah. Doveva sapere se stava bene.
La mensa era piena zeppa di gente, e lei si mise subito a camminare velocemente avanti e indietro lungo le corsie, cercandolo. Niente. Ripercorse le corsie una seconda volta, osservando attentamente ogni tavolo, ma non riuscì a trovarlo.
Si pentì di non essere tornata da lui, di non aver controllato le sue ferite, di non aver chiamato un’ambulanza. Si chiese se fosse stato seriamente ferito. Magari era in ospedale. Magari non sarebbe neanche tornato a scuola.
Depressa, afferrò un vassoio di cibo e trovò un tavolo dal quale si poteva ben vedere la porta. Si sedette lì, mangiando appena, e guardando ogni ragazzo che entrava, sperando di scorgere un cenno della sua presenza ogni volta che la porta si apriva.
Ma non arrivò.
La campanella suonò e la mensa si svuotò. Lei rimase lì seduta, in attesa.
Niente.
*
La campanella che segnava la fine della scuola suonò e Caitlin stava di fronte al suo armadietto. Guardò la combinazione stampata sul foglietto che teneva in mano, ruotò la maniglia e tirò. Non funzionava. Guardò di nuovo e riprovò la combinazione. Questa volta si aprì.
Osservò l’armadietto metallico completamente vuoto. Lo sportello era ricoperto di graffiti all’interno. Dall’altra parte era completamente spoglio. Deprimente. Pensò a tutte le altre scuole che aveva frequentato, di come era sempre corsa a cercare il suo armadietto, ad aprirlo, a memorizzarne la combinazione e decorarne lo sportello con immagini di ragazzi ritagliate da riviste. Era il suo modo di guadagnare un po’ di controllo, di sentirsi a casa, di trovare il suo posto nella scuola, di rendere qualcosa familiare.
Ma da qualche parte lungo il percorso, un po’ di scuole fa, l’entusiasmo era calato. Aveva iniziato a chiedersi che senso avesse anche solo preoccuparsene, dato che era solo una questione di tempo prima che si fossero trasferiti di nuovo. Era diventata sempre più lenta nel personalizzare il suo armadietto.
Questa volta non se ne sarebbe neppure presa la briga. Chiuse la porta con uno schianto.
“Caitlin?”
Fece un salto.
Lì, a un passo da lei, c’era Jonah.
Indossava dei grandi occhiali da sole. Poté vedere che la pelle al di sotto era gonfia.
Rimase scioccata di vederlo lì. Ed emozionata. In effetti si sorprese per l’emozione che provava. Una sensazione calda e nervosa che partiva dallo stomaco. Sentì che la gola le si seccava.
C’erano talmente tante cose che avrebbe voluto chiedergli: se era tornato a casa senza problemi, se aveva rivisto quei bulli, se l’aveva scorta lì… ma in qualche modo le parole non riuscivano a passare dalla mente alla bocca.
“Ehi,” fu tutto ciò che riuscì a dire.
Lui rimase lì a fissarla. Sembrava insicuro di come iniziare.
“Mi sei mancato oggi in classe,” disse lei, e subito si pentì per le parole che aveva scelto.
Stupida. Avresti dovuto dire, “Non ti ho visto in classe.” “Mi sei mancato” sembra da disperata.
“Sono entrato in ritardo,” disse lui.
“Anche io.”
Lui si spostò, non sentendosi a proprio agio. Lei notò che la viola non era al suo fianco. Quindi era successo davvero. Non era stato tutto solo un brutto sogno.
“Stai bene?” gli chiese.
Lui fece un cenno indicando i suoi occhiali.
Lentamente se li tolse.
Aveva il viso blu e tumefatto. C’erano tagli e cerotti sulla fronte e attorno agli occhi.
“Sono stato meglio,” rispose. Sembrava in imbarazzo.
“Omioddio!”, disse lei, sentendosi male a quella vista. Sapeva che avrebbe dovuto sentirsi bene almeno per averlo aiutato e avergli evitato un danno maggiore. Invece si sentiva male per non essere arrivata prima, e per non essere tornata da lui dopo. Ma dopo che… quella cosa era successa, si era appannato tutto. Non ricordava esattamente neanche come era arrivata a casa. “Mi spiace.”
“Hai sentito come è successo?” chiese lui.
La guardava intensamente, con i suoi grandi occhi verdi, e percepì che la stava esaminando. Come se stesse cercando di farle ammettere che lei era stata lì.
L’aveva vista? Non era possibile. Era privo di conoscenza. Oppure no? Aveva forse visto cos’era successo dopo? Doveva ammettere che era stata lì?
Da una parte moriva dalla voglia di dirgli che l’aveva aiutato, per conquistare la sua stima e la sua gratitudine. Dall’altra parte non c’era modo di spiegare ciò che aveva fatto senza apparire una bugiarda o una tipa strana.
No, rispose dentro di sé. Non puoi dirglielo. Non puoi.
“No,” mentì. “Non conosco assolutamente nessuno qui, ricordi?”
Lui fece una pausa.
“Mi hanno aggredito,” disse. “Mentre tornavo a casa da scuola.”
“Mi spiace tantissimo,” ripeté lei. Le sembrava di parlare come un’idiota, ripetendo la stessa stupida frase, ma non voleva dire nulla che potesse rivelare troppo.
“Sì, e mio papà è piuttosto incazzato,” continuò. “Mi hanno preso la viola.”
“Che sfiga,” disse lei. “Te ne prenderanno un’altra?”
Jonah scosse la testa lentamente. “Ha detto di no. Non se la può permettere. E dice che sarei dovuto stare più attento.”
La preoccupazione segnò il volto di Caitlin. “Ma mi pare tu abbia detto che quello era il tuo biglietto d’uscita…”
Lui scrollò le spalle.
“Cosa farai?” chiese Caitlin.
“Non lo so.”
“Magari la polizia la troverà,” disse. Ricordava, ovviamente, che era rotta, ma pensava che dicendo così avrebbe fornito una prova in più del fatto che lei non lo sapeva.
Lui la guardò attentamente, come per capire se stesse mentendo.
Alla fine disse, “L’hanno distrutta.” Fece una pausa. “Alcune persone hanno semplicemente la necessità di distruggere le cose degli altri, credo.”
“Omioddio,” disse lei, facendo del suo meglio per non rivelare nulla, “ma è una cosa orribile.”
“Mio padre è incazzato con me perché non ho combattuto… ma io non sono fatto così.”
“Che idioti. Magari la polizia li prende,” disse.
Jonah accennò un piccolo sorriso. “È questa la cosa strana. Loro hanno già avuto il benservito.”
“Cosa intendi dire?” chiese lei, cercando di sembrare convincente.
“Ho trovato quei tizi in fondo al vicolo subito dopo. Erano stati pestati peggio di me. Non si muovevano neanche.” Il sorriso gli si allargò. “Qualcuno li ha beccati. Penso ci sia un Dio.”
“Che cosa strana,” disse lei.
“Forse ho un angelo custode,” disse, guardandola con attenzione.
“Forse,” rispose lei.
Lui la fissò a lungo, come se aspettasse che lei si offrisse di dire qualcosa, di accennare a qualcosa. Ma lei non lo fece.
“E c’è una cosa ancora più strana,” disse alla fine.
Mise una mano nello zaino e ne estrasse qualcosa, tenendola davanti a lei.
“Ho trovato questo.”
Lei rimase con lo sguardo fisso, scioccata. Era il suo diario.
Sentiva che le guance le arrossivano mentre lo prendeva, sentendosi felice di averlo di nuovo, ma allo stesso tempo terrorizzata da quella prova della sua presenza lì. Ora doveva sapere per certo che stava mentendo.
“C’è il tuo nome dentro. È tuo, vero?”
Lei annuì, sfogliandolo. C’era tutto. Se n’era dimenticata.
“C’erano alcune pagine staccate. Le ho raccolte e le ho rimesse dentro. Spero di averle prese tutte,” disse.
“Sì, c’è tutto,” disse lei sottovoce, commossa, imbarazzata.
“Ho seguito la scia dei fogli e la cosa strana è che… portavano in fondo al vicolo.”
Lei continuava a tenere lo sguardo basso sul diario, evitando di guardarlo in faccia.
“Come pensi che sia finito lì il tuo diario?” le chiese.
Lei lo guardò negli occhi, facendo del suo meglio per rimanere impassibile.
“Stavo tornando a casa l’altra sera e devo averlo perso da qualche parte. Forse quei ragazzi l’hanno trovato.”
Lui la studiò.
Infine disse: “Forse.”
Rimasero lì, in silenzio.
“La cosa più strana di tutte,” continuò, “è che prima di perdere completamente i sensi, potrei giurare di averti vista, in piedi vicino a me, che gridavi a quei tizi di lasciarmi in pace… Non è una cosa folle?”
Lui la scrutò e lei ricambiò lo sguardo, fissandolo negli occhi.
“Sarei stata decisamente folle a fare una cosa del genere,” disse lei. Suo malgrado un sorrisino le si formò agli angoli della bocca.
Lui fece una pausa e poi sorrise.
“Sì,” rispose, “piuttosto folle!”
Capitolo Quattro
Caitlin era al settimo cielo mentre tornava a casa da scuola, con il diario stretto in mano. Non era così felice da chissà quando. Le parole di Jonah ancora le risuonavano in testa.
“C’è questo concerto stasera. Al Carnegie Hall. Ho due biglietti gratis. Sono i posti peggiori della sala, ma dicono che il cantante sia stupefacente.”
“Mi stai chiedendo di uscire?” aveva risposto lei con un sorriso.
Lui le aveva sorriso a sua volta.
“Se non ti dà fastidio uscire con questo ammasso di botte,” le aveva risposto ironicamente. “Dopotutto è venerdì sera!”
Era praticamente schizzata a casa, incapace di contenere l’eccitazione. Non sapeva nulla di musica classica – non l’aveva neppure mai ascoltata prima d’ora – ma non importava. Sarebbe andata da qualsiasi parte con lui.
Carnegie Hall. Le aveva detto che bisognava vestirsi eleganti. Cosa poteva mettersi? Controllò l’ora. Non aveva molto tempo per cambiarsi se doveva vedersi con lui al bar prima del concerto. Affrettò il passo.
Prima di rendersene conto era a casa, e neppure lo squallore dell’edificio le fece cambiare umore. Salì a salti le cinque rampe di scale e in un batter d’occhio stava già entrando in casa.
L’urlo di sua madre arrivò diretto: “Troia del cazzo!”
Caitlin abbassò la testa giusto in tempo, mentre sua madre le lanciava un libro dritto in faccia. Volò sopra di lei e andò a colpire la parete.
Prima che Caitlin potesse parlare, sua madre la attaccò puntandole le unghie al volto, come degli artigli.
Caitlin riuscì ad afferrarle i polsi giusto in tempo. Si azzuffò con lei andando avanti e indietro per la stanza.
Caitlin sentiva che la sua nuova forza iniziava a ribollirle nelle vene, e sapeva che avrebbe potuto lanciare sua madre da una parte all’altra della stanza senza il minimo sforzo. Ma si impose di controllarsi, e la spintonò solo tanto quanto bastava per mandarla a cadere sul divano.
A quel punto sua madre scoppiò improvvisamente in lacrime. Rimase lì seduta a singhiozzare.
“È colpa tua!” gridò tra i singhiozzi.
“Ma cosa c’è che non va?” le urlò dietro Caitlin, completamente presa alla sprovvista, senza avere idea di cosa stesse succedendo. Quello era un comportamento folle, anche da parte di sua madre.
“Sam.”
Sua madre le porse un pezzo di carta strappato da un quaderno.
Il cuore di Caitlin le batteva forte mentre lo prendeva, una ventata di paura la avvolse. Qualsiasi cosa fosse, sentiva che non poteva essere niente di buono.
“Se n’è andato!”
Caitlin osservò il biglietto scritto a mano. Non riusciva veramente a concentrarsi nel leggerlo, ma poté coglierne dei frammenti: me ne vado via … non voglio stare qui … di nuovo dai miei amici … non venitemi a cercare.
Le mani le tremavano. Sam l’aveva fatto. Se n’era andato veramente. E non l’aveva neppure aspettata. Neanche per dirle addio.
“È per colpa tua!” le sputò addosso sua madre.
Una parte di Caitlin non poteva crederci. Attraversò di corsa l’appartamento, aprì la porta della stanza di Sam, aspettandosi in parte di trovarlo lì.
Ma la camera era vuota. Immacolata. Non vi era rimasto nulla. Sam non aveva mai tenuto la sua stanza così in ordine. Era vero. Se n’era andato sul serio.
Caitlin sentì la bile salirle alla gola. Non poteva fare a meno di sentire che questa volta sua madre aveva ragione, che era colpa sua. Sam gliel’aveva chiesto. E lei gli aveva risposto, “E allora vattene.”
E allora vattene. Perché aveva dovuto dire una cosa del genere? Aveva pensato di scusarsi, di ritirare quello che aveva detto, la mattina successiva, ma lui era già uscito quando lei si era alzata. Pensava di parlargli quando fosse tornata a casa nel pomeriggio. Ma ora era troppo tardi.
Sapeva dove doveva essere. C’era solo un posto dove sarebbe andato: la loro ultima città. Sarebbe stato bene. Meglio, probabilmente, di quanto stesse lì. Aveva degli amici lì. Più l’idea si faceva spazio in lei, meno preoccupata si sentiva. In effetti era felice per lui. Alla fine ce l’aveva fatta. E lei sapeva come rintracciarlo.
Ma avrebbe dovuto occuparsene più tardi. Diede un’occhiata all’orologio e si rese conto di essere in ritardo. Corse in camera, afferrò in fretta gli abiti e le scarpe più carine che avesse e gettò tutto in una borsa da ginnastica. Sarebbe dovuta andare senza trucco. Non c’era proprio tempo.
“Perché devi distruggere tutto quello che tocchi?” le gridò sua madre, proprio alle sue spalle. “Non avrei mai dovuto prenderti!”
Caitlin la fissò scioccata.
“Ma di cosa stai parlando!?”
“È vero,” continuò sua madre. “Ti ho adottata. Non sei figlia mia. Non lo sei mai stata. Tu eri sua. Non sei la mia vera figlia. Mi senti? Mi vergognerei ad avere una figlia come te!”
Caitlin poteva scorgere l’odio nei suoi occhi neri. Non aveva mai visto sua madre pervasa da una tale rabbia. Il suo sguardo parlava di morte.
“Perché hai dovuto cacciare via l’unica cosa buona che c’era nella mia vita?” le gridò sua madre.
Questa volta la donna attaccò con entrambe le mani puntando alla gola di Caitlin. Prima che potesse reagire, si ritrovò con quelle mani al collo che tentavano di soffocarla. Con forza.
Caitlin combatteva per respirare. Ma la stretta di sua madre era come il ferro. Aveva veramente intenzione di ucciderla.
La rabbia pervase Caitlin, e questa volta non riuscì a fermarla. Percepì l’ormai familiare calore pungente che le partiva dalle punte dei piedi e si faceva strada lungo le braccia e le spalle. Si lasciò avvolgere. E a quel punto i muscoli del suo collo sporsero in fuori. Senza che lei facesse nulla, la presa di sua madre si allentò.
Sua madre doveva aver visto che la trasformazione aveva inizio, perché sembrò improvvisamente spaventata. Caitlin buttò la testa indietro e ringhiò. Si era trasformata in qualcosa di spaventoso.
Sua madre lasciò la presa e fece un passo indietro fissandola a bocca aperta.
Caitlin allungò una mano e la spinse, facendola volare all’indietro con una forza tale da mandarla a sbattere contro la parete, demolendola con uno schianto e andando a finire nell’altra stanza. Continuò il volo fino alla parete successiva. Vi sbatté contro e poi collassò a terra, priva di conoscenza.
Caitlin fece un respiro profondo, cercando di concentrarsi. Perlustrò l’appartamento, chiedendosi se ci fosse qualcosa che voleva prendere con sé. Sapeva che c’era, ma non riusciva a pensare chiaramente. Afferrò la sua borsa con i vestiti ed uscì dalla stanza attraverso le macerie, passando accanto a sua madre.
Sua madre giaceva lì, e gemendo stava iniziando a mettersi seduta.
Caitlin continuò a camminare, diretta verso l’uscita.
Era l’ultima volta, se lo giurò, che la vedeva.
Capitolo Cinque
Caitlin camminava velocemente nella fredda sera di marzo lungo la via laterale, con il cuore che ancora le batteva per ciò che era successo con sua madre. L’aria fredda le pungeva la faccia e la faceva sentire bene. Era tranquillizzante. Respirò profondamente e si sentì libera. Non avrebbe più dovuto tornare in quell’appartamento, non avrebbe più dovuto risalire quei luridi scalini. Non avrebbe più dovuto vedere quel quartiere. E non avrebbe più dovuto rimettere piede in quella scuola. Non aveva idea di dove sarebbe andata, ma almeno sarebbe stato lontano da lì.
Caitlin raggiunse il viale e guardò, alla ricerca di un taxi libero. Dopo circa un minuto di attesa si rese conto che non sarebbe riuscita a prenderne uno. La metropolitana sembrava essere la sua unica possibilità.
Andò a grandi passi verso la stazione della 135a Strada. Non aveva mai preso la metropolitana a New York prima d’ora. Non era sicura di quale linea prendere, a quale fermata scendere, e quello era sicuramente l’orario peggiore per provare. Ebbe paura di cosa avrebbe potuto trovare là sotto in una fredda sera di marzo, soprattutto in quel quartiere.
Scese i gradini fiancheggiati da graffiti e si avvicinò alla biglietteria. Per fortuna c’era qualcuno.
“Devo andare a Columbus Circle,” disse Caitlin.
La grassa donna dietro il vetro la ignorò.
“Mi scusi,” disse Caitlin,” ma io devo…”
“Ho detto giù al binario!” rispose la donna seccamente.
“Non è vero,” ribatté Caitlin. “Non ha detto proprio nulla!”
La donna semplicemente la ignorò di nuovo.
“Quant’è?”
“Due e cinquanta,” disse rudemente la donna.
Caitlin frugò nella tasca e ne tirò fuori tre banconote da un dollaro stropicciate. Le fece scivolare sotto il vetro.
La donna, sempre ignorandola, le diede un biglietto.
Caitlin lo afferrò ed entrò nel tunnel.
Il binario era poco illuminato e quasi deserto. Due senzatetto occupavano la panchina, avvolti nelle loro coperte. Uno dormiva, ma l’altro la guardò mentre lei gli passava davanti. Iniziò a borbottare. Caitlin allungò il passo.
Andò al limite del binario e si fermò, aspettando il treno. Niente.
Dai. Dai.
Riguardò l’orologio. Già cinque minuti di ritardo. Si chiese quanto avrebbe dovuto ancora aspettare. Si chiese se Jonah se ne sarebbe andato. Non poteva biasimarlo.
Notò con la coda dell’occhio qualcosa che si muoveva velocemente e si voltò. Niente.
Guardando meglio le parve di vedere un’ombra scivolare lungo la parete bianca di linoleum, per poi muoversi di soppiatto sui binari. Si sentiva osservata.
Ma guardando di nuovo non vide nulla.
Probabilmente ho le visioni.
Caitlin osservò la grande mappa della metropolitana. Era graffiata e strappata, ricoperta di graffiti, ma vi si poteva comunque riconoscere la linea ferroviaria. Almeno era nel posto giusto. L’avrebbe portata direttamente a Columbus Circle. Iniziò a sentirsi un po’ meglio.
“Ti sei persa, bellezza?”
Caitlin si voltò e vide un grande uomo di colore che le stava accanto. Aveva la barba e quando sorrise vide che gli mancavano alcuni denti. Si chinò troppo vicino e lei ne sentì l’alito tremendo. Ubriaco.
Si mise di lato e si allontanò di diversi passi.
“Ehi troia, sto parlando con te!”
Caitlin continuò a camminare.
L’uomo sembrava sballato, e avanzava lentamente verso di lei barcollando e ondeggiando. Ma Caitlin camminava molto più velocemente e il binario era lungo, quindi c’era ancora spazio tra loro. Voleva veramente evitare un altro confronto. Non qui. Non ora.
L’uomo si avvicinò. Caitlin si chiese quanto tempo mancava perché lei giungesse al punto di non avere più altra scelta che affrontarlo. Ti prego Signore, tirami fuori da questa situazione.
Proprio in quel momento un rumore assordante riempì la stazione, e il treno arrivò. Grazie a Dio.
Salì a bordo e guardò con soddisfazione le porte che si chiudevano lasciando fuori l’ubriaco. Lui imprecò e batté i pugni sulle pareti di metallo.
Il treno partì e in pochi istanti non fu che un proiettile lanciato a tutta velocità. Lei si trovava ora sulla via d’uscita da quel quartiere. Sulla via verso una nuova vita.
*
Caitlin uscì a Columbus Circle e camminò a passo svelto. Controllò ancora l’orologio. Era in ritardo di venti minuti. Deglutì.
Ti prego, fa che sia lì. Che non se ne sia andato. Per favore.
Mentre camminava, appena un paio di isolati più in là, sentì improvvisamente una fitta allo stomaco. Si fermò, sorpresa da quell’intenso dolore.
Si piegò tenendosi il ventre, incapace di muoversi. Si chiese se ci fossero persone a guardarla, ma sentiva troppo dolore per curarsene. Non aveva mai provato una cosa del genere prima d’ora. Respirava a fatica.
La gente le passava velocemente accanto da entrambe le parti, ma nessuno si fermò per vedere se tutto andasse bene.
Dopo circa un minuto finalmente fu capace di rialzarsi lentamente. Il dolore iniziò a calare.
Respirò profondamente, chiedendosi cosa potesse essere stato.
Iniziò a camminare di nuovo, diretta verso il bar. Ma ora si sentiva completamente disorientata. E c’era dell’altro… Fame. Non era una fame normale, ma una sete profonda e inappagabile. Quando una donna le passò accanto con il suo cane, Caitlin ebbe l’impulso di voltarsi a guardare l’animale. Si rese conto che involontariamente ruotava la testa per guardare il cane mentre le passava oltre, e gli osservava il collo.
Con sua sorpresa poté vedere i dettagli delle vene sotto la pelle del cane, e il sangue che vi scorreva dentro. Osservò anche il battito del cuore attraverso il sangue e percepì una leggera sensazione di intorpidimento nei propri denti. Voleva il sangue di quel cane.
Come se avvertisse che qualcuno lo stava osservando, il cane si voltò e guardò Caitlin con paura. Ringhiò e corse via. La proprietaria del cane si voltò a sua volta e guardò Caitlin, senza capire.
Caitlin continuò a camminare. Non riusciva a capire cosa le stesse accadendo. Lei amava i cani. Non avrebbe mai voluto fare del male ad un animale, neanche a una mosca. Cosa le stava succedendo?
I crampi della fame svanirono tanto rapidamente quanto si erano presentati e Caitlin si sentì tornare normale. Quando svoltò l’angolo le apparve il bar e lei affrettò il passo, respirò profondamente e si rimise in sesto. Controllò l’orologio. Trenta minuti di ritardo. Pregò che lui fosse lì.
Aprì le porte. Il cuore le batteva forte, questa volta non per il dolore, ma per il timore che Jonah se ne fosse andato.
Caitlin osservò rapidamente il posto. Entrò velocemente, senza fiato, e subito si sentì osservata. Percepiva gli occhi di tutti su di lei, osservò le file di gente seduta a mangiare alla sua sinistra e alla sua destra. Nessun segno di Jonah. Il cuore le si fermò. Doveva essersene andato.
“Caitlin?”
Caitlin si voltò di scatto. Lì, sorridente, c’era Jonah. Sentì il cuore colmarsi di gioia.
“Mi spiace tantissimo,” disse in fretta e furia. “Di solito non sono mai in ritardo. Solo che… che…”
“Nessun problema,” disse lui posandole gentilmente la mano sulla spalla. “Non ti preoccupare, davvero. Sono felice che tu stia bene,” aggiunse.
Lei guardò i suoi occhi verdi e sorridenti, incorniciati da un volto ancora un po’ gonfio e tumefatto, e per la prima volta in quella giornata si sentì in pace. Sentiva che, dopotutto, ogni cosa poteva iniziare ad andare bene.
“L’unica cosa è che non abbiamo molto tempo se vogliamo arrivare in orario,” disse. “Abbiamo solo cinque minuti. Quindi credo che ci berremo quella tazza di caffè un’altra volta.”
“Va bene,” disse lei. “Sono felice che non abbiamo completamente perso il concerto. Mi sento una tale…”
Caitlin abbassò lo sguardo e rimase scioccata nel constatare che era ancora vestita con i suoi soliti abiti causal, come prima. Aveva ancora in mano la sua borsa da ginnastica con dentro i vestiti e le scarpe eleganti. Il suo piano era di arrivare al bar presto, andare in bagno a cambiarsi ed essere così pronta ad aspettare Jonah. Ora era lì in piedi, di fronte a lui, vestita come una stracciona, con una borsa da palestra in mano. Le guance le si fecero rosse. Non aveva idea di cosa dire.
“Jonah, mi spiace così tanto di essere vestita così,” disse. “Volevo cambiarmi prima di arrivare, ma… hai detto che abbiamo cinque minuti?”
Lui guardò il suo orologio con un lampo di preoccupazione che gli attraversava il volto.
“Sì, ma…”
“Torno subito,” disse lei, e prima che lui potesse rispondere, attraversò il locale di corsa, diretta verso il bagno.
Caitlin entrò rapidamente nel bagno e si chiuse la porta alle spalle. Aprì la borsa e tirò fuori tutte le sue cose eleganti, ora spiegazzate. Si tolse quello che aveva addosso e le scarpe da ginnastica e indossò velocemente la gonna di velluto nero e la camicetta di seta bianca. Tirò fuori anche gli orecchini di finti diamanti e se li mise. Erano economici, ma facevano il loro effetto. Completò il tutto con scarpe nere con il tacco alto.
Si diede un’occhiata allo specchio. Era un po’ arruffata, ma non così male come aveva immaginato. La camicetta leggermente aperta lasciava vedere la piccola croce d’argento che ancora indossava attorno al collo. Non c’era tempo per il trucco, ma almeno era vestita. Passò velocemente le mani sotto l’acqua e si riassettò i capelli, mettendo al loro posto alcune ciocche. Completò il tutto con un nastro nero in pelle.
Stava per correre fuori, quando si accorse dei suoi vecchi vestiti lì ammucchiati e delle scarpe da ginnastica. Esitò, indecisa. Non voleva portarsi dietro la borsa per il resto della serata. A dirla tutta, non voleva più indossare quei vestiti.
Li appallottolò insieme e con grande soddisfazione li buttò nel cestino dell’immondizia nell’angolo della stanza. Ora aveva indosso gli unici abiti che le erano rimasti.
Si sentiva bene ad avanzare verso la sua nuova vita vestita così.
Jonah la aspettava fuori dal bar, picchiettando il piede a terra e guardando l’orologio. Quando lei aprì la porta lui si voltò di scatto e quando la vide, così vestita, rimase immobile. La fissò ammutolito.
Caitlin non aveva mai visto un ragazzo guardarla a quel modo prima d’ora. Non si era mai considerata, in effetti, una tipa attraente. Il modo in cui Jonah la guardava la fece sentire… speciale. La fece sentire, per la prima volta, come una donna.
“Sei… bellissima,” le disse in un soffio.
“Grazie,” disse lei. Anche tu, avrebbe voluto rispondere, ma si trattenne.
Con neo-trovata fiducia si mise al suo fianco, fece scivolare la mano sotto il suo braccio e lo guidò dolcemente verso Carnegie Hall. Lui le camminava accanto, accelerando il passo e tenendo la mano libera sopra la sua.
Era bello stare tra le braccia di un ragazzo. Nonostante tutto quello che era successo quel giorno, e il giorno prima, Caitlin si sentiva ora come se stesse camminando senza toccare terra.
Capitolo Sei
Carnegie Hall era gremita di gente. Jonah le fece strada passando a fatica attraverso quella fitta folla, diretto verso Will Call. Non era facile arrivare lì. Era una folla fitta e difficile da oltrepassare, e sembrava che tutti stessero andando di fretta a fare il concerto. Non aveva mai visto così tanta gente ben vestita in una volta sola. La maggior parte degli uomini indossavano la cravatta nera, e le donne avevano lunghi abiti da sera. C’erano ovunque gioielli che scintillavano. Era eccitante.
Jonah prese i biglietti e la condusse su per le scale. Li porse alla maschera, che li strappò rendendo loro le matrici.
“Posso tenerne uno?” chiese Caitlin, mentre Jonah stava per mettersi i tagliandini in tasca.
“Certo,” rispose porgendogliene uno.
Lei lo strofinò con il pollice.
“Mi piace tenermi cose come queste,” aggiunse lei, arrossendo. “Sentimentale, direi.”
Jonah sorrise, mentre lei infilava la matrice nella tasca frontale.
Una maschera li condusse lungo un lussuoso corridoio con uno spesso tappeto rosso. Le pareti erano decorate da immagini di artisti e cantanti.
“Come te li sei vinti i biglietti gratis?” chiese Caitlin.”
“Il mio insegnante di viola” rispose lui. “Ha i biglietti stagionali. Oggi non poteva venire, quindi li ha dati a me. Spero non tolga valore alla cosa il fatto che non li ho pagati,” aggiunse.
Lei lo guardò confusa.
“Al nostro appuntamento,” rispose lui.
“Ma certo che no,” disse lei. “Mi hai portata qui. Questo è tutto ciò che conta. È meraviglioso.”
Un’altra maschera li condusse attraverso una piccolo porta che si apriva direttamente sulla sala del concerto. Erano in alto, a circa 15 metri, e nella loro area c’erano solo 10 o 15 posti a sedere. Le loro poltrone erano proprio sul bordo della balaustra, a filo con la ringhiera.
Jonah aprì per lei la spessa e sfarzosa poltrona e Caitlin guardò in basso verso l’enorme folla e verso tutti i musicisti. Era il posto più elegante nel quale fosse mai stata. Guardò quel mare di capelli grigi, e si sentì cinquant’anni troppo giovane per essere lì. Ma allo stesso tempo era emozionata.
Jonah si sedette, i loro gomiti si toccarono e lei sentì un fremito di calore per la presenza del suo corpo lì accanto. Mentre si sistemavano e si sedevano, in attesa, avrebbe voluto prendergli la mano e tenerla nella sua. Ma non voleva rischiare di essere troppo sfacciata. Quindi rimase seduta sperando che fosse lui ad allungare la sua mano. Non fece alcuna mossa. Era troppo presto. E forse era timido.
Invece indicò qualcosa, sporgendosi oltre la balaustra.
I violinisti migliori sono quelli seduti più vicini al proscenio,” disse puntando il dito. “Quella donna laggiù è una delle migliori al mondo.”
“Hai mai suonato qui?” chiese Caitlin.
Jonah rise. “Magari,” disse. “Questo teatro è solo a 50 isolati da noi, ma potrebbe essere benissimo un altro pianeta in termini di talento. Un giorno, chissà,” aggiunse.
Lei guardò il palco e le centinaia di musicisti che accordavano i propri strumenti. Erano tutti in cravatta nera e sembravano così seri, così concentrati. Sul fondo c’era un enorme coro.
Improvvisamente un giovane, forse di vent’anni, con capelli lunghi e neri, vestito in smoking, avanzò con fierezza sul palco. Passò proprio in mezzo alle file di musicisti, diretto al centro. Tutto il pubblico si alzò in piedi e applaudì.
“Chi è?” chiese Caitlin.
Il giovane raggiunse il centro e si inchinò più volte, sorridendo. Anche da lassù Caitlin poteva vedere quanto fosse attraente.
“Sergei Rakov,” rispose Jonah. “È uno dei migliori cantanti al mondo.”
“Ma sembra così giovane.”
“Non è una questione di età, ma di talento,” rispose Jonah. “C’è talento e talento. Per ottenere quel genere di talento, devi nascerci, e fare esercizio sul serio. Non quattro ore al giorno, ma otto. Ogni giorno. Lo farei se potessi, ma mio padre non mi lascerebbe.”
“Perché no?”
“Non vuole che la viola sia l’unico interesse della mia vita.”
Caitlin poté percepire il disappunto nella sua voce.
Finalmente l’applauso iniziò a svanire.
“Suoneranno la Nona Sinfonia di Beethoven stasera,” disse Jonah. “È probabilmente il suo pezzo più famoso. L’hai mai sentito?”
Caitlin scosse la testa sentendosi stupida. Aveva fatto una lezione di musica in prima superiore, ma aveva a malapena ascoltato una parola di quanto aveva spiegato al professoressa. Non ci capiva nulla, si erano appena trasferiti e la sua testa era da un’altra parte. Ora avrebbe tanto voluto aver ascoltato.
“Ci vuole una grande orchestra,” disse lui, “e un grande coro. Richiede forse più musicisti e voci sul palco di qualsiasi altro pezzo di musica. È emozionante da guardare. Ecco perché questo posto è così pieno di gente.”
Lei osservò la stanza. C’erano migliaia di persone. E non una poltrona vuota.
“Questa sinfonia è stata l’ultima di Beethoven. Stava morendo, e lo sapeva. L’ha messo in musica. È il suono della morte che si avvicina.” Si voltò verso di lei e sorrise, in segno di scusa. “Scusa se sono così macabro.”
“No, figurati,” disse lei, ed era sincera. Adorava sentirlo parlare. Amava il suono della sua voce. Amava le cose che sapeva. Tutti i suoi amici parlavano delle cose più frivole, e lei voleva qualcosa di più. Si sentiva fortunate ad essere lì con lui.
C’erano così tante cose che avrebbe voluto dire a Jonah, così tante domande che avrebbe voluto chiedergli, ma le luci si affievolirono improvvisamente e dal pubblico venne la sommessa richiesta di silenzio. Avrebbe dovuto aspettare. Si appoggiò indietro e si mise comoda.
Abbassò lo sguardo e con sorpresa vide la mano di Jonah. L’aveva messa sul bracciolo tra loro, con il palmo rivolto verso l’altro, invitandola. Lei allungò lentamente il braccio, giusto per non sembrare così disperata, e mise la propria mano nella sua. Era morbida e calda. Sentì che sua mano vi si scioglieva.
Quando l’orchestra iniziò a suonare e si udirono le prime note – delicate, rassicuranti e melodiose – lei si sentì pervadere dalla gioia, e si rese conto che non era mai stata così felice. Dimenticò tutto degli eventi del giorno prima. Se quello era il suono della morte, voleva sentire di più.
*
Mentre Caitlin stava seduta lì, perdendosi nella musica e chiedendosi perché non l’avesse mai ascoltata e domandandosi quanto avrebbe potuto far durare il suo appuntamento con Jonah, accadde di nuovo. La fitta di dolore la colpì all’improvviso. La prese allo stomaco, come era successo prima in strada, e ci volle tutta la sua forza di volontà per non piegarsi a metà davanti a Jonah. Strinse silenziosamente i denti e cercò con tutte le forze di prendere fiato. Sentiva il sudore affiorarle sulla fronte.
Un’altra fitta.
Questa volta le sfuggì un gemito di dolore, appena un po’, ma quel che bastava per essere udito al di sopra della musica che stava raggiungendo l’apice di un crescendo. Jonah aveva probabilmente sentito, perché si voltò a guardarla, preoccupato. Pose gentilmente una mano sulla sua spalla.
“Tutto bene?” le chiese.
Per niente. Il dolore la stava travolgendo. E anche qualcos’altro: fame. Si sentiva tremendamente affamata. Non si era mai sentita così sopraffatta da una sensazione del genere in vita sua.
Diede un’occhiata a Jonah e i suoi occhi andarono dritti al suo collo. Fissò le vene che pulsavano e le seguì nel loro tracciato dall’orecchio alla gola. Osservò la palpitazione. Contò i battiti.
“Caitlin?” chiese lui di nuovo.
Quel desiderio era incontenibile. Sapeva che se fosse rimasta lì seduta un secondo di più, non sarebbe più stata in grado di controllarsi. Se nessuno l’avesse trattenuta, avrebbe per certo affondato i denti nel collo di Jonah.
Con l’ultimo guizzo di volontà, Caitlin improvvisamente balzò dalla sedia saltando oltre Jonah con un unico salto e correndo su per le scale, verso la porta.
In quello stesso istante le luci della sala si accesero e l’orchestra suonò la sua ultima nota. Intervallo. Tutto il pubblico balzò in piedi e applaudì fragorosamente.
Caitlin raggiunse l’uscita qualche secondo prima che la gente lasciasse i propri posti.
“Caitlin!?” gridò Jonah da qualche parte dietro di lei. Si stava probabilmente alzando per seguirla.
Non poteva permettere che la vedesse in quello stato. E, cosa ancor più importante, non poteva permettere che le stesse vicino in quel momento. Si sentiva come un animale. Girovagò per i corridoi vuoti di Carnegie Hall, camminando sempre più veloce, fino a mettersi definitivamente a correre.
Prima che se ne potesse rendere conto, stava correndo a velocità incredibile lungo i corridoi rivestiti di moquette. Era un animale a caccia. Aveva bisogno di cibo. Era abbastanza consapevole da sapere che doveva portarsi lontano dalla gente. Velocemente.
Trovò una porta d’uscita e vi si buttò contro con la spalla. Era chiusa a chiave, ma lei vi si appoggiò con tale forza da scardinarla.
Si ritrovò presso ad una scala privata. Scese gli scalini di corsa, facendone tre alla volta, fino a che giunse ad un’altra porta. Si buttò anche contro quella con la spalla ed andò a finire in un altro corridoio.
Questo era ancora più esclusivo e più vuoto degli altri. Anche se in totale confusione, poté capire che si trovava in una sorta di dietro le quinte. Percorse il corridoio, piegata a metà per i crampi della fame, e sapendo che non sarebbe potuta resistere ancora molto.
Sollevò la mano e spinse la prima porta che trovò, aprendola di scatto. Era un camerino privato.
Seduto di fronte a uno specchio, intento ad ammirarsi, c’era Sergei. Il cantante. Doveva essere il suo camerino. In qualche modo era arrivata fino a lì.
Lui si alzò, irritato.
“Mi spiace, niente autografi ora,” disse seccamente. “Le guardie devono averglielo detto. Questo è un momento privato per me. Ora, se può scusarmi, mi devo preparare.”
Con un ringhio gutturale, Caitlin gli saltò dritto alla gola, affondandovi i denti.
Lui gridò, ma era troppo tardi.
I denti andarono a fondo nelle sue vene. Lei bevve. Sentiva il suo sangue scorrergli nelle vene, e la fame che veniva placata. Era proprio quello di cui aveva bisogno. E non avrebbe potuto aspettare un secondo di più.
Sergei si afflosciò privo di conoscenza sulla sedia e Caitlin si tirò indietro, con la faccia ricoperta di sangue, sorridendo. Aveva scoperto un nuovo sapore. E niente l’avrebbe fermata dal provarlo di nuovo.
Capitolo Sette
Grace Grant, detective della sezione omicidi di New York, aprì le porte di Carnegie Hall e capì subito che non sarebbe andata bene. Aveva già visto la stampa fuori controllo altre volte, ma mai a quei livelli. Un muro di giornalisti, e piuttosto aggressivi anche.
“Detective!”
Le urlarono dietro ripetutamente mentre entrava e la stanza si riempiva di flash.
Quando Grace e i suoi detective attraversarono la lobby, i giornalisti non si spostarono neanche di un centimetro. Grace aveva quarant’anni, era muscolosa e forte, con capelli corti e neri e occhi dello stesso colore, ed era robusta e abituata a farsi strada a spintoni. Ma questa volta non era facile. I giornalisti sapevano che si trattava di qualcosa di grosso e non avevano intenzione di cedere. Questo le avrebbe reso le cose decisamente più difficili.
Una giovane star internazionale assassinata all’apice della sua fama e della sua forza. Proprio nel mezzo di Carnegie Hall e proprio nel mezzo del suo debutto americano. La stampa era già lì noncurante, pronta a recensire il debutto. Senza la minima esitazione quell’esibizione era destinata a finire in prima pagina su tutti i giornali del mondo. Se avesse semplicemente inciampato, o fosse caduto, o si fosse slogato una caviglia, la storia sarebbe saltata sulla pagina numero uno.
E ora questa. Assassinato. Nel mezzo della sua dannata esibizione. Proprio nella sala dove stava cantando solo qualche minuto prima. Era troppo. La stampa l’aveva preso per la gola e non l’avrebbe lasciato andare.
Diversi giornalisti le spingevano dei microfoni contro il viso.
“Detective Grant! Si dice che Sergei sia stato ucciso da un animale selvatico. È vero?”
Lei li ignorò e si fece spazio a gomitate.
“Perché non erano state predisposte misure di sicurezza migliori all’interno di Carnegie Hall, detective?” chiese un altro giornalista.
Un altro ancora gridò: “Ci sono voci che si tratti di un serial killer. Lo chiamano il ‘Macellaio di Beethoven’. Ha qualche commento al riguardo?”
Quando ebbe raggiunto l’altra parte della stanza, Grace si voltò verso di loro.
La folla si ammutolì.
“Il Macellaio di Beethoven?” ripeté. “Non riescono a fare di meglio?”
Prima che potessero farle altre domande, uscì bruscamente dalla stanza.
Grace salì la scala sul retro di Carnegie Hall, scortata dai suoi detective, che continuavano a darle informazioni mentre avanzavano. La verità era che lei li ascoltava a malapena. Era stanca. Aveva appena compiuto quarant’anni la settimana precedente, e sapeva che non sarebbe dovuta essere così stanca. Ma le lunghe nottate di marzo le erano ricadute sulle spalle e lei aveva bisogno di un po’ di riposo. Quello era il terzo omicidio in un mese, senza contare i suicidi. Voleva il caldo, un po’ di verde, un po’ di sabbia soffice sotto i piedi. Voleva un posto dove nessuno uccidesse qualcun altro, dove neppure si pensasse al suicidio. Voleva una vita diversa.
Controllò l’orologio mentre entrava nel corridoio che conduceva al dietro le quinte. L’una del mattino. Senza neanche guardare poteva già immaginare che la scena del crimine fosse sporca di sangue. Perché non l’avevano chiamata prima?
Avrebbe dovuto sposarsi, come sua madre le aveva detto a trent’anni. C’era stato qualcuno. Non era perfetto, ma sarebbe potuto andare. Eppure lei aveva lasciato che la sua carriera prendesse il sopravvento, come aveva fatto suo padre. Pensava che fosse quello che suo padre voleva. Ora suo padre era morto, e lei non aveva mai veramente scoperto ciò che desiderava. Ed era stanca. E sola.
“Nessun testimone,” disse seccamente uno dei poliziotti che le camminava accanto. “La scientifica dice che è successo a qualche ora tra le 22.15 e le 22.28. Nessun particolare segno di colluttazione.”
A Grace non piaceva quella scena del crimine. C’erano già troppe persone coinvolte e in troppi erano stati lì prima di lei. Ogni mossa avesse fatto sarebbe stata sorvegliata. E non aveva importanza quanto perfetta fosse la sua indagine, il merito sarebbe stato preso alla fine da qualcun altro. C’erano troppi dipartimenti coinvolti lì, il che significava troppa politica.
Alla fine passò accanto al resto dei giornalisti ed entrò nell’area delimitata, riservata esclusivamente all’elite delle forze dell’ordine. Mentre si dirigeva verso il corridoio successivo, finalmente le cose si acquietarono. Riuscì a pensare di nuovo.
La porta del camerino era socchiusa. Allungò una mano e calzò un guanto di lattice, poi delicatamente la aprì tanto da vedere all’interno.
In vent’anni da poliziotto non aveva mai visto una cosa del genere. Aveva visto gente uccisa in ogni maniera immaginabile, addirittura in modi che non avrebbe potuto figurarsi neanche nei suoi peggiori incubi. Ma non aveva mai visto una cosa del genere.
Non perché ci fosse tanto sangue. Non perché avesse avuto luogo lì una particolare orribile violenza. Era qualcos’altro. Qualcosa di surreale. Era troppo tranquillo. Ogni cosa era perfettamente in ordine. Eccetto, ovviamente, il corpo. Sedeva accasciato all’indietro sulla sua sedia con il collo in vista. E lì, sotto la luce, c’erano due fori perfetti, dritti nella vena giugulare.
Niente sangue. Niente segni di colluttazione. Nessun abito lacero. Nient’altro fuori posto. Era come se un pipistrello fosse sceso, gli avesse ordinatamente succhiato il sangue e fosse poi volato via, senza toccare nient’altro. Era inquietante. E assolutamente terrificante. Se la pelle della vittima non fosse diventata completamente bianca, avrebbe pensato che fosse ancora vivo, semplicemente appisolato. Fu addirittura tentata di avvicinarsi e sentirgli il battito. Ma sapeva che sarebbe stato stupido.
Sergei Rakov. Era giovane. E da quanto aveva sentito era pure stato uno stronzo arrogante. Poteva essere che avesse già dei nemici?
Chi diavolo poteva aver fatto questa cosa? Si fermò a riflettere. Un animale? Una persona? Un nuovo tipo di arma? O se l’era fatto lui da solo?
“L’angolo d’attacco l’ascia presupporre un suicidio,” disse il detective Ramos, in piedi al suo fianco con il suo taccuino in mano, leggendo fra i suoi pensieri come sempre.
“Voglio tutto quello che avete su di lui,” disse lei. “Voglio sapere a chi doveva dei soldi. Voglio sapere chi erano i suoi nemici, voglio conoscere la sua ex-fidanzata, la sua futura moglie. Voglio tutto. Può darsi che abbia fatto incazzare la gente sbagliata.”
“Sissignora,” rispose, e corse fuori dalla stanza.
Perché avevano scelto proprio quell’orario per ucciderlo? Perché l’intervallo? Si trattava di una qualche forma di messaggio?
Camminò lentamente sulla moquette, in cerchio, guardandolo da ogni angolazione possibile. Aveva capelli neri, lunghi e ondulati ed era incredibilmente attraente, anche da morto. Che spreco.
In quel momento un rumore improvviso si udì nella stanza. Tutti i poliziotti si voltarono. Guardarono in alto e videro che la piccola TV nell’angolo si era accesa. Trasmetteva la registrazione dell’esibizione di quella sera. La Nona di Beethoven pervase la stanza.
Uno dei detective si avvicinò alla TV per spegnerla.
“No,” disse Grace.
Il detective si fermò a metà strada.
“Voglio sentire.”
Rimase lì, osservando Sergei mentre la sua voce si diffondeva nella stanza. La voce che era stata viva solo qualche ora prima. Era angosciante.
Grace fece un altro giro della stanza. Questa volta si inginocchiò.
“Abbiamo già perlustrato questa stanza, detective,” disse di nuovo l’agente dell’FBI, con tono impaziente.
Lei scorse qualcosa con la coda dell’occhio. Si abbassò ben sotto una delle poltrone. Allungò il collo e ruotò il braccio, finché raggiunse quello che voleva. Si alzò in piedi, rossa in volto, tenendo in mano un foglietto di carta.
Tutti gli altri detective la osservarono con attenzione.
“La matrice di un biglietto,” disse lei, esaminandolo con la mano guantata. “Mezzanino destro, poltrona 3. Concerto di oggi.”
Sollevò lo sguardo e fissò severamente tutti i suoi detective, che ricambiarono lo sguardo con espressione assente.
“Pensa che appartenga all’assassino?” chiese uno di loro.
“Beh, di una cosa sono certa,” disse lei, dando un’ultima lunga occhiata al corpo morto del cantante russo. “Non apparteneva a lui.”
*
Kyle camminava lungo i corridoi ricoperti di moquette, avanzando impettito attraverso la fitta folla. Era irritato, come al solito. Odiava le folle, e odiava Carnegie Hall. Era stato ad un concerto lì una volta, negli anni Novanta dell’Ottocento, e non era andata bene. Non dimenticava facilmente un rancore.
Mentre percorreva il corridoio, l’alto colletto del suo mantello nero che gli copriva il collo e gli incorniciava il volto, la gente gli lasciava libero il passaggio. Poliziotti, guardie, giornalisti: l’intera folla si apriva davanti a lui.
Gli esseri umani sono troppo facili da controllare, pensò. Il minimo cenno di controllo della mente, e loro si fanno da parte come pecore.
Kyle era un vampiro del Covo di Mareanera e aveva visto di tutto nei suo tremila e più anni di vita. Era stato presente quando avevano ucciso Cristo. Aveva assistito alla Rivoluzione Francese. Aveva visto il vaiolo appestare l’Europa, e aveva anche agevolato la sua diffusione. Non c’era niente che potesse ancora sorprenderlo.
Ma quella serata lo fece, lo sorprese. E a lui non piaceva essere sorpreso.
Normalmente avrebbe lasciato che la sua presenza imponente parlasse da sé, come al solito, facendosi strada tra la folla. Nonostante la sua età, aveva un aspetto giovane e bello, e di solito la gente lo lasciava passare. Ma non aveva pazienza quella sera, soprattutto date le circostanze. C’erano domande scottanti che necessitavano una risposta.
Che razza di ribaldo vampiro era stato così audace da uccidere un umano così apertamente? Scegliere un luogo pubblico come quello e lasciare che il corpo venisse trovato senza problemi? Andava contro ogni regola della loro razza. Che si appartenesse alla parte buona o a quella cattiva della razza, quella era una linea che non si poteva oltrepassare. Nessuna voleva quel genere di attenzione attirata su di loro. Era un’infrazione del loro credo che prevedeva un'unica punizione: la morte. Una morte lunga, a seguito di tortura.
Chi poteva essere così sfacciato da tentare una cosa del genere? Da attirare una tale quantità di indesiderata attenzione da parte di giornalisti, politici e polizia? E ancora peggio a fare questo nel territorio del suo covo? Questo scagliava una cattiva luce sul suo covo, una luce peggio che cattiva. Li faceva apparire indifesi. L’intera specie dei vampiri si sarebbe riunita e li avrebbe tenuti sott’occhio. E se non avessero trovato questo furfante, ne sarebbe risultata una guerra. Guerra in un momento in cui non potevano permettersene una, proprio nel momento in cui erano in procinto di mettere in esecuzione il loro grande progetto.
Kyle passò accanto ad una poliziotta e lei andò a sbattere contro di lui piuttosto violentemente. Dopodiché si voltò e lo fissò. Lui era sorpreso. Nessun altro essere umano in quella folla possedeva la forza di volontà per dargli anche solo un’occhiata. Lei era certamente più forte degli altri. Oppure lui stava diventando più debole.
Raddoppiò la forza della sua mente, dirigendola tutta contro di lei. Alla fine lei scosse la testa, si girò e continuò a camminare. Avrebbe dovuto prendere nota di lei. Abbassò lo sguardo e vide il suo cartellino. Detective Grace Grant. Poteva rivelarsi un problema.
Kyle continuò lungo il corridoio, passando accanto a molti giornalisti, oltrepassando il nastro e superando alla fine anche un gruppo di agenti dell’FBI. Si diresse verso la porta socchiusa e guardò all’interno. La stanza era stipata con altri agenti dell’FBI. C’era anche un uomo con un abito costoso. Dai suoi occhi guardinghi e ambiziosi Kyle immaginò fosse un politico.
“L’Ambasciata russa non è per niente soddisfatta,” disse con tono deciso rivolto all’agente dell’FBI incaricato. “Vi rendete conto che non è semplicemente una questione di polizia di New York o di governo americano? Sergei era una star tra i cantanti della nostra nazione. La sua uccisione deve essere interpretata come un’offesa al nostro paese…”
Kyle sollevò una mano, e usando la sua forza di volontà chiuse la bocca del politico. Odiava sentir parlare i politici e da questo aveva sentito abbastanza. Odiava anche i russi. In effetti odiava la maggior parte delle cose. Ma quella notte il suo odio era cresciuto a un livello nuovo. La sua impazienza stava dando il meglio di sé.
Nessuno nella stanza sembrò accorgersi che Kyle aveva chiuso la bocca al politico, neanche il politico stesso. O forse gliene erano grati. In ogni caso, Kyle si fece da parte e con la sua mente suggerì a tutti di lasciare la stanza.
“Direi che potremmo prenderci tutti una pausa caffè per qualche minuto,” disse all’improvviso l’agente incaricato dell’FBI. “Per schiarirci un poco le idee.”
Tutti furono d’accordo e annuirono, uscendo rapidamente dalla stanza come se quella fosse la cosa più naturale da fare. Quando anche l’ultimo fu uscito, Kyle chiuse la porta dietro di loro. Odiava il suono delle voci umane, e soprattutto non voleva udirle in quel momento.
Kyle respirò profondamente. Finalmente solo, poteva lasciare che i suoi pensieri si concentrassero interamente su questo umano. Si avvicinò al corpo e tirò indietro il colletto di Sergei, mettendo in mostra i segni del morso. Kyle pose due dita pallide e fredde sui due fori. Le tenne lì e prese nota della distanza tra loro.
Una dentatura più piccola di quanto avrebbe immaginato. Una donna. Il vampiro ribelle era una donna. E giovane. I denti non erano così lunghi.
Riposizionò le proprie dita sopra il morso e chiuse gli occhi. Cercò di sentire la natura del sangue, la natura del vampiro che aveva morso. Alla fine aprì gli occhi di scatto, scioccato. Ritirò rapidamente le dita. Ciò che aveva percepito non gli piaceva per niente. Non era in grado di riconoscerlo. Era per certo un furfante. Non del suo clan, o di nessun altro clan lui conoscesse. E la cosa più preoccupante era che non riusciva a identificare la razza di vampiro alla quale lei appartenesse. Nei suoi tremila anni non gli era mai successo.
Sollevò le dita e le annusò. Il profumo di lei lo atterrì. Di solito quello sarebbe stato sufficiente, gli avrebbe permesso di conoscere esattamente dove trovarla. Ma si trovò di nuovo ad un punto morto. C’era qualcosa che oscurava la sua visuale.
Si accigliò. In un caso come questo non avrebbero avuto scelta. Avrebbero dovuto appoggiarsi alla polizia umana per trovarla. I suoi superiori non ne sarebbero stati contenti.
Kyle era ancora più irritato di prima, se possibile. Fissò Sergei, dibattuto su cosa fare di lui. Nel giro di poche ore si sarebbe svegliato, un altro vampiro senza clan a piede libero. Poteva ucciderlo proprio lì, per il bene, e farla finita con quella faccenda. In effetti gli sarebbe piaciuto abbastanza. La razza dei vampiri non aveva bisogno di ulteriori componenti.
Ma ciò avrebbe garantito a Sergei un grande dono. Non avrebbe dovuto soffrire l’immortalità, soffrire migliaia di anni di sopravvivenza e disperazione. Di notti interminabili. No, sarebbe stata una cosa troppo gentile. Piuttosto, perché non far soffrire Sergei insieme a lui?
Ci pensò. Un cantante d’opera. Sì. Il suo covo ne sarebbe stato piuttosto contento. Questo ragazzino russo poteva intrattenerli qualora ne avessero avuto voglia. Lo avrebbe riportato indietro. Lo avrebbe convertito. A avrebbe avuto quindi un altro servitore a sua disposizione.
E poi Sergei lo avrebbe potuto aiutare a trovarla. Ora il suo odore scorreva nel suo sangue. Avrebbe potuto condurli da lei. E poi gliel’avrebbe fatta vedere.
Capitolo Otto
Caitlin si svegliò tutta dolorante. Aveva la pelle in fiamme, e quando tentò di aprire gli occhi una fitta lancinante la costrinse a tenerli chiusi. Aveva la testa che scoppiava.
Tenne gli occhi chiusi ed usò le mani per capire dove si trovava. Era stesa sopra a qualcosa. Sembrava soffice, ma stabile. Irregolare. Non poteva essere un materasso. Vi fece scorrere sopra le dita. Sembrava plastica.
Caitlin aprì gli occhi, questa volta più lentamente, e sbirciò verso le proprie mani. Plastica. Plastica nera. E quell’odore. Cos’era? Girò la testa appena un po’, aprì gli occhi un po’ di più, e capì. Si trovava adagiata sulla schiena su un cumulo di sacchi della spazzatura. Allungò il collo. Si trovava dentro un cassonetto delle immondizie.
Si mise a sedere di scatto. Il dolore esplose: la testa e il collo le facevano male da morire. La puzza era insopportabile. Si guardò attorno, ora con gli occhi aperti, sentendosi scioccata. Come diavolo ci era finita là dentro?
Si strofinò la fronte, cercando di rimettere insieme gli eventi che l’avevano condotta lì. Non riusciva a ricordare. Cercò di ripensare alla notte precedente. Usò la sua forza di volontà per ricomporre l’accaduto. Lentamente i ricordi riaffiorarono…
Il litigio con sua madre. La metropolitana. L’incontro con Jonah. Carnegie Hall. Il concerto. Poi… poi…
Quella fame. Quella brama. Sì, la brama. Lasciare Jonah lì. Correre via. Girovagare per i corridoi. Poi… Il vuoto. Niente.
Dov’era andata? Cosa aveva fatto? E come diavolo era finita là dentro? Ce l’aveva trascinata Jonah? Aveva fatto quello che credeva con lei e poi l’aveva mollata lì?
Non poteva essere. Non lo credeva tipo da fare cose del genere. Nell’ultimo ricordo, lei che vagava tra i corridoi, era sola. Lo aveva seminato ben indietro. No, non poteva essere stato lui.
E allora cosa?
Caitlin si inginocchiò lentamente sulla spazzatura, un piede scivolò fra due sacchi e affondò più giù. Lei lo tirò fuori rapidamente e trovò un appoggiò solido: bottiglie di vetro che scricchiolarono sonoramente sotto il suo peso.
Sollevò lo sguardo e vide che il coperchio di metallo del cassonetto era aperto. Lo aveva aperto lei la notte precedente e si era tuffata là dentro? Perché mai l’avrebbe fatto? Si allungò e afferrò stretta la barra di metallo sopra di lei. Non era certa di essere sufficientemente forte per tirarsi su ed uscire da lì.
Ma ci provò, e fu sorpresa di scoprire quanto facile fosse: con un unico movimento aggraziato fece oscillare le gambe di lato, ruotò a ventaglio e atterrò sull’asfalto. Con suo stupore l’atterraggio fu particolarmente agile e l’impatto non le provocò alcun dolore. Cosa le stava succedendo?
Proprio mentre Caitlin atterrava sul marciapiede di New York, un’elegante coppia passava lì accanto. Lei li colse di sorpresa. Si voltarono e la fissarono, mortificati, sembrando non comprendere perché una ragazza adolescente saltasse improvvisamente fuori da un enorme cassonetto della spazzatura. Le lanciarono un’occhiata particolarmente stranita, allungarono il passo e si affrettarono ad allontanarsi da lei il più velocemente possibile.
Caitlin non li biasimava. Avrebbe probabilmente fatto la stessa cosa. Si diede un’occhiata: era ancora vestita con gli abiti da cocktail della sera precedente, ora completamente lerci a ricoperti di rifiuti. Puzzava. Fece del suo meglio per darsi una ripulita.
Così facendo fece scorrere le mani lungo il corpo e nelle tasche. Niente telefono. Si spremette le meningi cercando di ricordare se l’aveva preso da casa.
No. L’aveva lasciato nell’appartamento, in camera sua, sull’angolo della scrivania. Aveva pensato di prenderlo, ma era stata così confusa da sua madre che se ne era dimenticata. Merda. Aveva lasciato lì anche il suo diario. Aveva bisogno di entrambi. E aveva bisogno di fare una doccia. E di cambiarsi i vestiti.
Caitlin si guardò i polsi, ma anche l’orologio era sparito. Doveva averlo perso da qualche parte durante la notte. Fece un passo nel vicolo, sul marciapiede affollato, e il sole le colpì il volto. Il dolore si irradiò attraverso la fronte.
Tornò velocemente all’ombra. Non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Fortunatamente era tardo pomeriggio. Sperava che quella sbornia, o qualunque cosa fosse, passasse presto.
Tentò di pensare. Dove poteva andare? Voleva chiamare Jonah. Era una cosa folle perché lo conosceva appena. E dopo quella notte, qualsiasi cosa lei avesse fatto, era certa che lui non avrebbe più voluto rivederla. Eppure era la prima persona che le passava per la testa. Voleva sentire la sua voce, stare con lui. Se non altro aveva bisogno che le facesse capire cos’era successo. Voleva parlare con lui a tutti i costi. Aveva bisogno del telefono.
Sarebbe tornata a casa un’ultima volta per prendere telefono e diario, e poi se ne sarebbe andata. Pregò che sua madre non fosse a casa. Magari, almeno quest’unica volta, la fortuna sarebbe stata dalla sua parte.
*
Caitlin era davanti all’edificio e sollevò lo sguardo con apprensione. Era il tramonto ora, e la luce non le dava più tanto fastidio. Anzi, mentre la notte avanzava, si sentiva più forte ogni ora di più.
Salì le cinque rampe di scale a velocità sorprendente, stupendosi di se stessa. Fece i gradini tre alla volta, senza che le gambe ne risentissero minimamente. Non capiva proprio cosa stesse accadendo al suo corpo. Qualsiasi cosa fosse, le piaceva in sacco.
Ma il buon umore si adombrò quando fu vicina alla porta dell’appartamento. Il cuore iniziò a batterle mentre si chiedeva se sua madre fosse a casa. Come avrebbe reagito?
Ma quando allungò la mano sulla maniglia fu sorpresa di realizzare che la porta era già aperta, leggermente socchiusa. L’inquietudine crebbe. Perché era aperta?
Caitlin entrò con esitazione nell’appartamento e il legno scricchiolò sotto i suoi piedi. Attraversò lentamente l’ingresso ed entrò nel salotto.
Quando entrò girò la testa e subito portò una mano alla bocca per lo shock. Fu colpita da una tremenda ondata di nausea. Si voltò e vomitò.
Era sua madre. Stesa lì, afflosciata sul pavimento, gli occhi aperti. Morta. Sua madre. Morta. Ma come?
Il sangue le usciva dal collo e si raccoglieva in una piccolo pozza sul pavimento. Era impossibile che avesse potuto farlo da sola. Era stata uccisa. Assassinata. Ma come? Da chi? Per quanto odiasse sua madre, non avrebbe mai voluto che finesse a quel modo.
Il sangue era ancora fresco e Caitlin improvvisamente si rese conto che doveva essere appena successo. La porta socchiusa. Qualcuno era entrato?
Istintivamente corse verso al sua stanza: telefono e diario erano sulla scrivania, dove ricordava di averli lasciati. Li afferrò e li infilò nella tasca interna del vestito. Poi ripensò a sua madre.
Tornò in salotto. Si guardò attorno sentendo un brivido correrle lungo la schiena. C’era qualcun altro nell’appartamento?
Come in risposta ad una domanda muta, proprio in quel momento tre persone vestite di nero dalla testa ai piedi fecero la loro comparsa dalla stanza attigua. Entrarono con noncuranza nel salotto, diretti proprio verso Caitlin. Tre uomini. Era difficile stabilire quanti anni avessero, sembravano privi di età, forse poco meno che trentenni. Erano tutti di buona corporatura. Muscolosi. Non un briciolo di grasso. Ben vestiti e pettinati. E molto, molto pallidi.
Uno di loro si fece avanti.
Caitlin fece un passo indietro impaurita. Una nuova sensazione si stava insinuando in lei, un sentimento di paura. Non capiva come, ma poteva percepire l’energia di quelle persone. Ed era un’energia molto, molto cattiva.
“Allora,” disse quello che sembrava il loro capo con voce scura e sinistra. “I nodi vengono finalmente al pettine.”
“Chi siete?” chiese Caitlin camminando all’indietro. Guardò la stanza alla ricerca di una qualche genere di arma. Magari un tubo o un bastone. Iniziò a pensare a possibili vie di fuga. La finestra accanto a lei. Conduceva ad una scala antincendio?
“Proprio la domanda che volevamo fare a te,” disse il capo. “La tua amica umana non aveva risposte,” disse accennando al corpo di sua madre. “Speriamo che le abbia tu.”
Umana? Di cosa stava parlando quell’uomo?
Caitlin fece altri passi indietro. Non le era rimasto molto altro spazio. Era quasi schiacciata contro la parete. Ora ricordava: la finestra li accanto portava ad una scala antincendio. Si ricordava di esservisi seduta il primo giorno che avevano trascorso in quell’appartamento. Era arrugginita. E pericolante. Ma sembrava funzionare.
“Proprio una bella mangiata quella a Carnegie Hall,” disse l’uomo. I tre le si avvicinarono lentamente, facendo ciascuno un passo in avanti. “Molto teatrale.”
Caitlin cercò disperatamente di ricordare.
Mangiata? Non aveva assolutamente idea di cosa stesse parlando.
“Perché nell’intervallo?” le chiese. “Che genere di messaggio volevi mandare?”
Si trovava ormai schiacciata contro il muro, senza altra via di scampo. Loro si avvicinarono di un altro passo. Sentiva con certezza che l’avrebbero uccisa se non avesse detto loro quello che volevano.
Rifletté più intensamente che poté. Messaggio? Intervallo? Ricordò il suo vagare per i corridoi ricoperti di moquette, andando di stanza in stanza. Alla ricerca. Sì, ora le stava tornando alla mente. C’era una porta aperta. Un camerino. Un uomo all’interno. L’aveva guardata. C’era stata paura nei suoi occhi. E poi…
“Eri nel nostro territorio,” disse l’uomo, “e conosci le regole. Dovrai rispondere di questo.”
Si avvicinarono di un altro passo.
Uno schianto improvviso.
Proprio in quel momento la porta d’ingresso dell’appartamento si spalancò violentemente e diversi poliziotti in uniforme entrarono, con le pistole spianate.
“Fermi, figli di puttana!” gridò un poliziotto.
I tre si voltarono e fissarono i poliziotti.
Poi camminarono lentamente verso di loro, completamente privi di timore.
“Ho detto FERMI!”
Il capo continuò ad avanzare e il poliziotto sparò. Il rumore fu assordante.
Ma sorprendentemente il capo non si fermò. Sorrise ancora di più. Allungò semplicemente la mano e colse il proiettile a mezz’aria. Caitlin fu scioccata nel vedere come lo fermasse in volo, raccogliendolo nel palmo. Poi tenne sollevata la mano, la chiuse lentamente a pugno e lo sbriciolò. Riaprì poi la mano e la polvere cadde con leggerezza sul pavimento.
Anche i poliziotti guardarono scioccati, a bocca aperta.
Il capo, con un sorriso sempre più ampio, afferrò la pistola del poliziotto. Gliela strappò dalla mano, la sollevò in aria e colpì l’uomo in faccia. Il poliziotto volò all’indietro, andando a schiantarsi contro i suoi uomini.
Caitlin aveva visto abbastanza.
Senza esitare si voltò, aprì la finestra e la scavalcò. Saltò sulla scala antincendio e corse giù lungo i gradini sgangherati e arrugginiti.
Corse più veloce che poteva, svoltando e rigirando. Erano probabilmente anni che quella scala antincendio non veniva usata, e mentre svoltava un angolo un gradino si staccò e lei scivolò e gridò, ma poi riprese l’equilibrio. L’intera scala ondeggiava e oscillava, ma non cedette del tutto.
Aveva già disceso tre rampe quando sentì il rumore. Alzò lo sguardo e vide i tre uomini che saltavano sulla scala. Iniziarono a scendere a velocità incredibile. A velocità impossibile. Molto più rapidi di lei. Lei allungò il passo.
Raggiunse il primo piano e vide che non c’era via di fuga: c’era un salto di quasi quattro metri per arrivare al marciapiede. Si guardò alle spalle e vide che i tre stavano arrivando. Guardò di nuovo in basso. Non aveva scelta. Saltò.
Caitlin si tenne dura, pronta all’impatto, aspettandoselo tremendo. Ma con sua sorpresa, atterò agilmente in piedi, come un gatto, con nessuna conseguenza. Scattò a tutta velocità, sentendosi sicura di poter seminare i suoi inseguitori, chiunque fossero, a debita distanza.
Quando raggiunse la fine del quartiere, sorpresa dalla propria velocità, si guardò alle spalle sicura di vederli ben distanti all’orizzonte.
Ma fu scioccata di constatare che erano a pochi metri da lei. Com’era possibile?
Prima di poter finire di formulare i suoi pensieri, sentì dei corpi su di lei. La stavano già puntellando a terra.
Caitlin chiamò a raccolta tutta la sua nuova forza contro i suoi assalitori. Diede una gomitata a uno di loro e fu piacevolmente sorpresa di vederlo volare parecchi metri indietro. Incoraggiata, ruotò su se stessa e ne colpì un altro, nuovamente soddisfatta di farlo volare dall’altra parte.
Il capo atterrò con forza su di lei e iniziò a soffocarla. Era più forte degli altri. Lo guardò nei suoi grandi occhi neri come il carbone fu: era come guardare gli occhi di uno squalo. Privi di anima. Era lo sguardo della morte.
Caitlin usò tutto il suo potere, ogni briciolo di forza, e riuscì a rotolare su se stessa e staccarselo di dosso. Si rimise in piedi e ricominciò a correre.
Ma non aveva fatto tanta strada che si sentì nuovamente catturata, sempre dal capo. Come poteva essere così veloce? Lo aveva appena gettato dall’altra parte del vicolo.
Questa volta, prima che lei potesse reagire, sentì delle nocche sulle guance e capì che le aveva appena assestato un manrovescio. Forte. Il mondo girò. Riprese presto conoscenza e si preparò a rispondere all’attacco, quando improvvisamente vide gli altri due che, accucciati accanto a lei, cercavano di tirarla a terra. Il capo estrasse da una tasca un pezzo di stoffa.
Prima che lei potesse reagire il pezzo di stoffa le copriva bocca e naso.
Fece un ultimo profondo respiro e il mondo cominciò a girare e si annebbiò.
Prima che tutto diventasse nero, avrebbe potuto giurare di aver sentito una voce cupa che le sussurrava all’orecchio: “Ora sei nostra.”
Capitolo Nove
Caitlin si risvegliò nella più completa oscurità. Sentiva qualcosa di freddo e metallico stringerle dolorosamente polsi e caviglie e gli arti le facevano male. Capì di essere incatenata. In piedi. Le braccia allungate in fuori: tentò di muoverle, ma non ci riuscì. Neanche i piedi si potevano spostare. Udì un tintinnio quando ci provò, e sentì il metallo freddo e duro affondarle ancor più nei polsi e nelle caviglie. Dove diavolo era finita?
Aprì di più gli occhi, con il cuore che le batteva forte, cercando di capire dove si trovava. Faceva freddo. Era ancora vestita, ma scalza, quindi sentiva la pietra fredda sotto i piedi. E sentiva la pietra anche sulla schiena. Era ritta addosso a una parete. Incatenata a un muro.
Guardò fisso nella stanza e cercò di scorgere qualcosa. Ma era buio pesto. Aveva freddo. E sete. Deglutì e sentì che la gola era arsa.
Tirò con tutte le proprie forze, ma neanche il suo nuovo potere era in grado di smuovere le catene. Era completamente immobilizzata.
Caitlin aprì la bocca per gridare aiuto. Il primo tentativo non funzionò. Aveva la bocca troppo secca. Deglutì di nuovo.
“Aiuto!” gridò, con voce rauca. “AIUTO!”, urlò ancora, e questa volta raggiunse il volume giusto.
Niente. Ascoltò attentamente. Udì una sorta di debole fruscio in lontananza. Ma da dove proveniva?
Cercò di ricordare. Dove si era trovata l’ultima volta che era stata cosciente?
Ricordò che stava andando a casa. Il suo appartamento. Si incupì pensando a sua madre. Morta. Le dispiaceva un sacco, come se in qualche modo fosse colpa sua. E provava rimorso. Avrebbe voluto essere una figlia migliore, anche se sua madre non era il massimo con lei. Anche se, come sua mamma aveva sputato fuori il giorno prima, lei non era realmente sua figlia. Voleva veramente dire questo? O era solo qualcosa che le era uscito dalla bocca in un momento di rabbia?
Poi… quei tre uomini. Vestiti di nero. Così pallidi. Che le si avvicinavano. Poi… la polizia. La pallottola. Come avevano potuto fermare il proiettile? Chi erano quegli uomini? Perché avevano usato al parola “umano”? Avrebbe pensato che erano dei pazzi deliranti se non li avesse visti bloccare la pallottola a mezz’aria.
Poi… il viale. La fuga.
E poi… Oscurità.
Caitlin sentì all’improvviso lo stridio di una porta metallica. Strizzò gli occhi quando un fascio di luce apparve in lontananza. Era una torcia. Qualcuno si stava dirigendo verso di lei con una torcia in mano.
Man mano che si avvicinava l’ambiente si illuminava. Si trovava in una stanza ampia e rimbombante, completamente scavata nella pietra. Sembrava antica.
Mentre l’uomo si faceva più vicino, Caitlin poté vederne i tratti. Teneva la torcia alta sul proprio volto. La fissava come lei fosse un insetto.
Era un uomo grottesco. Aveva la faccia contorta, che lo faceva sembrare una vecchia strega macilenta. Lui rise, mettendo in mostra due file di piccoli denti giallastri. L’alito gli puzzava. Si piazzò a pochi centimetri da lei e la fissò. Sollevò una mano sul suo volto e lei poté vedere le sue lunghe unghie gialle e incurvate. Come artigli. Le fece scorrere lentamente lungo le sue guance, non abbastanza forte da segnarle a sangue, ma sufficientemente da farle provare una forte repulsione. L’uomo allargò ancor più il suo sorriso.
“Chi sei?” chiese Caitlin terrorizzata. “Dove mi trovo?”
Lui continuo semplicemente a sorridere, come se stesse prendendo in considerazione la sua preghiera. Le osservò la gola e si leccò le labbra.
Proprio in quel momento Caitlin udì il rumore di un’altra porta metallica che si apriva, e vide diverse torce che si avvicinavano.
“Lasciala!” gridò una voce da lontano. L’uomo che stava di fronte a Caitlin si spostò rapidamente, arretrando di qualche metro. Abbassò la testa per l’ammonizione.
Le torce si avvicinarono e quando furono a breve distanza Caitlin riconobbe il capo. L’uomo che l’aveva inseguita lungo il vicolo.
Lui la guardò, rivolgendole un sorriso dal calore del ghiaccio. Era bello, quell’uomo, senza età, ma terrificante. Malvagio. I suoi grandi occhi neri come il carbone la fissavano.
Era affiancato da altri cinque uomini, tutti vestiti di nero come lui, ma nessuno grande e bello quanto lui. C’erano anche due donne nel gruppo che la guardavano con pari freddezza.
“Devi scusare il nostro servitore,” disse l’uomo con voce profonda, fredda e vivida.
“Chi sei?” chiese Caitlin. “Perché sono qui?”
“Perdona questa rude sistemazione,” disse l’uomo facendo scorrere la mano lungo la spessa catena di metallo che la teneva al muro. “Saremmo più che felici di lasciarti andare,” disse, “se solo tu volessi rispondere a qualche domanda.”
Lo guardò, insicura sulla risposta da dargli.
“Comincio io. Mi chiamo Kyle. Sono Vice Comandante del Covo di Mareanera,” fece una pausa. “Ora tocca a te.”
“Non so cosa tu voglia da me,” rispose Caitlin.
“Tanto per cominciare, il tuo covo. A chi appartieni?”
Caitlin si spremette le meningi, cercando di capire se avesse le traveggole. Era tutto frutto della sua immaginazione? Pensò di essere invischiata in qualche genere di sogno perverso. Ma sentiva il reale freddo dell’acciaio sui polsi e sulle caviglie, e sapeva che non stava sognando. Non aveva idea di cosa raccontare a quell’uomo. Covo? Come per i… vampiri?
“Io non appartengo a nessuno,” disse.
Lui la osservò per un po’, poi scosse lentamente la testa.
“Come vuoi. Abbiamo già avuto a che fare con vampiri ribelli prima d’ora. È sempre la stessa storia: vengono qui per metterci alla prova. Per vedere quanto sicuro sia il nostro territorio. E poi ne arrivano altri. È così che iniziano i cambiamenti delle zone. Ma capisci, non la passano mai liscia. Il nostro è il covo più antico e più potente in questo territorio. Nessuno qui può uccidere e passarla liscia. Quindi te lo chiedo un’altra volta: chi ti ha mandata? Quando hanno progettato di invaderci?”
Territorio? Invasione? Caitlin non riusciva a capire come quello non potesse essere un sogno. Forse qualcuno le aveva dato una qualche droga. Forse Jonah le aveva dato qualcosa. Ma lei non beveva. E non aveva mai assunto droghe. Non stava sognando. Era tutto vero. Troppo incredibilmente, tremendamente vero.
Avrebbe potuto ignorarli, credendoli un gruppo di folli, come quegli strani culti o società completamente visionarie. Ma dopo tutto quello che era successo nelle ultime 48 ore, si ritrovò a pensarci sopra due volte. La sua stessa forza. Il suo stesso comportamento. Il modo in cui sentiva il suo corpo cambiare. Poteva essere che i vampiri esistessero sul serio? E lei era uno di loro? Era carambolata nel mezzo di una qualche lotta tra vampiri? Sempre la sua solita fortuna, ovviamente.
Caitlin guardò l’uomo pensierosa. Aveva veramente ucciso qualcuno? Non riusciva a ricordare, ma aveva questa terribile sensazione che ciò che le era stato detto fosse vero. Che aveva ucciso qualcuno. Il che, più di ogni altra cosa, la faceva sentire malissimo. Sentiva un orribile sentimento di compassione e disgusto scorrergli dentro. Se era vero, allora era un’assassina. Non l’avrebbe mai sopportato.
Lo fissò negli occhi.
“Non mi ha mandata nessuno,” disse infine. “Non ricordo con precisione cosa ho fatto. Ma qualsiasi cosa sia successa, l’ho fatta da sola. E non so veramente perché. Sono sinceramente dispiaciuta per qualsiasi cosa io possa aver fatto,” disse. “Non volevo.”
Kyle si voltò a guardare gli altri. Loro ricambiarono lo sguardo. Lui scosse la testa e si rivolse nuovamente a lei. Il suo sguardo era ora freddo e duro.
“Vedo che mi prendi per uno stupido. Non è una saggia scelta.”
Kyle fece un cenno ai suoi subordinati e loro si affrettarono a sciogliere le catene. Caitlin sentì le braccia che le ricadevano lungo fianchi e fu sollevata dal percepire il sangue che tornava a scorrerle nei polsi. Poi le sciolsero le caviglie. Quattro di loro, due per parte, le afferrarono con forza braccia e spalle.
“Se non rispondi a me,” disse Kyle, “allora risponderai all’Assemblea. Ma ricorda, lo hai scelto tu. Non avranno pietà, non come me.”
Mentre la conducevano via, Kyle aggiunse: “Verrai uccisa in ogni caso, puoi starne certa. Ma il mio metodo sarebbe stato veloce e indolore. Ora vedrai cosa vuol dire soffrire.”
Caitlin cercò di opporre resistenza mentre la trascinavano avanti. Ma era inutile. La stavano portando da qualche parte e non c’era nulla che lei potesse fare se non accogliere il suo destino.
E pregare.
*
Quando aprirono la porta di quercia, Caitlin non riuscì a credere ai propri occhi. La stanza era immensa. A forma di grande cerchio, era contornata da colonne di pietra alte un trentina di metri, riccamente decorate. Era ben illuminata da torce posizionate ogni uno o due metri tutt’attorno alla stanza. Assomigliava la Pantheon. Aveva un aspetto antico.
Mentre veniva condotta all’interno, la seconda cosa che notò fu il rumore. C’era una grande folla. Si guardò attorno e vide centinaia, se non migliaia di uomini e donne, tutti vestiti di nero, che si muovevano velocemente nella stanza. C’era qualcosa di strano nel loro modo di muoversi: andavano così velocemente, così a caso, così… poco umanamente.
Udì una sorta di fruscio e sollevò lo sguardo. Decine di persone saltavano – o volavano – attraverso la stanza, andando dal pavimento al soffitto, dal soffitto al balcone, da una colonna a un davanzale. Ecco cos’era il fruscio che aveva sentito. Era come essere entrati in una caverna piena di pipistrelli.
Osservò tutto con attenzione e ne fu del tutto scioccata. I vampiri esistevano. Anche lei era uno di loro.
La condussero al centro della stanza, con le catene che tintinnavano e i piedi scalzi freddi sulla pietra. La portarono fino a una zona nel mezzo del pavimento, delimitata da un grande cerchio ricoperto di piastrelle.
Quando fu lì al centro, il rumore gradualmente svanì. Il movimento rallentò. Centinaia di vampiri presero posto nell’enorme anfiteatro di pietra di fronte a lei. Sembrava un’assemblea politica, come le immagini che aveva visto delle assemblee di stato, eccetto che qui, invece di centinaia di politici c’erano centinaia di vampiri, tutti intenti a guardarla. Il loro ordine e la loro disciplina erano impressionanti. In pochi secondi erano tutti già perfettamente seduti e in silenzio. L’intera stanza tacque.
Mentre lei stava in piedi al centro della stanza, tenuta ferma sul posto dai servitori, Kyle si fece da parte, giunse le mani e reclinò la testa in segno di rispetto.
Di fronte all’assemblea si trovava un’immensa sedia di pietra. Assomigliava a un trono. Caitlin sollevò lo sguardo e vide che seduto su quella sedia c’era un vampiro dall’aspetto più anziano degli altri. Avrebbe potuto dire assolutamente antico. C’era qualcosa nei suoi occhi blu e freddi. La guardavano come se avessero visto 10.000 anni di storia. Non sopportava la sensazione di quegli occhi addosso. Erano intensamente malvagi.
“Ebbene,” disse l’anziano con voce che sembrava un sommesso rimbombo. “Questa è colei che ha fatto irruzione nel nostro territorio,” disse. La sua voce era greve e priva del benché minimo calore. Echeggiò nell’enorme stanza.
“Chi è il capo del tuo covo?” chiese.
Caitlin lo fissò, insicura su come rispondere. Non aveva idea di cosa avrebbe potuto dire.
“Non ho un capo,” disse. “E non appartengo a nessun covo. Sono qui da sola.”
“Conosci la punizione riservata a chi oltrepassa i confini,” dichiarò con un sorriso che iniziava a formarsi agli angoli della bocca. “Se c’è qualcosa di peggiore dell’immortalità,” continuò, “è l’immortalità nella sofferenza.”
La fissò.
“Questa è la tua ultima possibilità,” disse.
Lei lo guardò non sapendo cosa dire. Con la coda dell’occhio cercò una via d’uscita nella stanza, chiedendosi se per caso ce ne fosse una. Ma niente.
“Come desideri,” disse l’uomo, e annuì quasi impercettibilmente.
Una porta laterale si aprì e ne uscì un vampiro in catene, trascinato da due servitori. Lo portarono al centro, solo a pochi metri da Caitlin. Lei lo guardò con paura, non sapendo cosa stesse per accadere.
“Questo vampiro ha violato la regola dell’accoppiamento,” disse il capo. “Non un’infrazione grave come la tua. Ma pur sempre una violazione da punire.”
Il capo fece un altro cenno e il servitore fece un passo avanti con una piccola fiala di liquido. Allungò il braccio e ne riversò il contenuto addosso al vampiro incatenato.
Il prigioniero iniziò a gridare. Caitlin vide che gli si formavano delle bolle sulla pelle lungo tutte le braccia e poi dei lividi, come se si fosse ustionato. Le sue urla erano spaventose.
“Questa non è una qualsiasi acqua santa,” disse il capo, rivolto a Caitlin, “ma un’acqua particolarmente carica. Dal Vaticano. Ti assicuro che brucerebbe ogni pelle e che il dolore è terribile. Peggio dell’acido.”
Guardò Caitlin a lungo, con espressione dura. La stanza era in completo silenzio.
“Dicci da dove vieni e ti verrà risparmiata una morte orribile.”
Caitlin deglutì a fatica, per niente desiderosa di provare quell’acqua sulla sua pelle. Poi di nuovo pensò che se non era una vera vampira non le avrebbe fatto nulla. Ma non era un esperimento al quale tenesse particolarmente.
Tirò nuovamente le catene, ma quelle non cedettero.
Sentiva il cuore che le batteva forte e il sudore affiorarle sulla fronte. Cosa mai poteva dirgli?
Lui la fissava con sguardo inquisitorio.
“Sei coraggiosa. Ammiro la lealtà al tuo covo. Ma ora il tuo tempo è scaduto.”
L’uomo fece un cenno e lei udì un suono di catene. Si voltò a guardare e vide due servitori che portavano un grande calderone. Ad ogni tirata, lo sollevavano in aria di diversi metri. Quando fu in alto, a circa cinque metri da terra, lo fecero oscillare, così da portarlo proprio sopra la sua testa.
“Poche gocce di acqua santa sono state versate su quel vampiro,” disse il capo. “Sopra di te ce ne sono litri. Quando si riverserà sul tuo corpo, ti darà il più tremendo dolore che tu possa immaginare. E proverai questo dolore per una vita. Eppure rimarrai viva, immobile, indifesa. Ricorda. Lo hai scelto tu.”
L’uomo annuì e Caitlin sentì che il cuore le batteva dieci volte più veloce del normale. I servitori ai suoi fianchi agganciarono le catene alla pietra e corsero via, affrettandosi ad allontanarsi da lei il più velocemente possibile.
Quando Caitlin sollevò lo sguardo vide che il calderone si inclinava e il liquido iniziava a riversarsi. Riabbassò lo sguardo e chiuse gli occhi.
Ti prego Signore. Aiutami!
“No!” gridò, e la sua voce riecheggiò nella stanza.
Poi venne sommersa.
Capitolo Dieci
L’acqua le ricoprì il corpo intero, impedendole quasi di respirare o di aprire gli occhi. Eppure dopo circa dieci secondi, quando i suoi capelli, il suo corpo e i suoi abiti erano completamente zuppi, Caitlin sbatté le palpebre. Si preparò a sentire il dolore.
Ma non venne.
Sbatté ancora le palpebre, poi guardò in alto, al calderone, chiedendosi se fosse ora completamente vuoto. Lo era. Guardò a se stessa, vedendosi bagnata fradicia. Ma stava perfettamente bene. Neanche un briciolo di dolore.
Il capo, rendendosene improvvisamente conto, si alzò dalla sua sedia a bocca aperta. Era evidentemente scioccato. Anche Kyle si voltò e la guardò ammutolito. L’intera assemblea, centinaia di vampiri, si alzò in piedi, e sussulti di stupore si diffusero per la stanza.
Caitlin si rese conto che non era quello l’effetto che si erano aspettati. Erano tutti sbalorditi.
Per un qualche motivo l’acqua non aveva avuto conseguenze su di lei. Forse dopotutto non era un vampiro?
Caitlin scorse una possibilità.
Mentre tutti se ne stavano lì, troppo scioccati per reagire, lei chiamò a raccolta le sue forze e con un movimento secco spezzò le catene. Poi partì a tutta velocità allontanandosi dal’assemblea, diretta verso la porta laterale. Pregò che conducesse da qualche parte.
Poté percorrere metà della distanza prima che qualcuno si riprendesse dallo sbigottimento e riuscisse a reagire.
“Prendetela!” sentì infine gridare il capo.
E a seguire, il suono di centinaia di corpi che si mettevano in moto per raggiungerla. Il rumore rimbalzava contro le pareti, veniva da ogni parte, e Caitlin capì che non stavano semplicemente correndo verso di lei, ma saltavano dal soffitto, dai balconi, con le ali aperte, a tutta velocità per acciuffarla. Le si avventavano addosso come avvoltoi sulla loro preda. Lei allungò il passo, correndo più forte che poteva.
Brancolava nel buio, guidata solo dalle torce, e svoltando ad una curva vide finalmente in distanza una porta. Era aperta. E della luce proveniva da oltre la soglia. Era sicuramente un’uscita e sarebbe stata perfetta eccetto che per quell’ultimo vampiro.
Davanti alla porta, a sbarrarle i cammino, c’era un vampiro grande e di corporatura possente, completamente vestito di nero pure lui. Sembrava più giovane degli altri, poteva avere vent’anni, e i suoi tratti erano più definiti. Anche nella sua frenesia, anche con la sua vita in pericolo, Caitlin non poté fare a meno di notare quanto straordinariamente attraente fosse. Però le stava bloccando l’unica via d’uscita.
Caitlin poteva seminare gli altri, ma non era in grado di passare oltre quell’uomo senza andargli direttamente contro. Lui aprì la porta di più, come se le stesse facendo strada perché lei ci passasse attraverso. La voleva ingannare? Lei abbassò lo sguardo e vide che teneva in mano una lunga lancia.
Quando lei si avvicinò lui la sollevò e la puntò dritto contro di lei. Ora Caitlin era a pochi metri dalla porta e non poteva fermarsi. Le erano alle calcagna e se avesse rallentato anche solo un poco, sarebbe stata la sua fine. Quindi corse dritta contro di lui, chiudendo gli occhi e preparandosi all’inevitabile impatto con la lancia che le avrebbe trapassato il corpo. Almeno sarebbe stato veloce.
Quando riaprì gli occhi lo vide scagliare la lancia, e di riflesso abbassò la testa.
L’uomo aveva mirato troppo alto. Decisamente troppo alto. Lei riallungò il collo e vide che dopotutto non aveva per niente puntato a lei, ma ad uno dei vampiri che stava volando in basso verso di lei. La lancia dalla punta argentata colpì il vampiro alla gola e un tremendo stridio riempì la stanza mentre la creatura cadeva al suolo.
Caitlin guardò questo nuovo vampiro con stupore. L’aveva appena salvata. Perché?
“Vai!” le urlò.
Lei riprese velocità e attraversò di corsa la porta aperta.
Quando svoltò, lui girò con lei e tirò la porta con tutta la sua forza chiudendola saldamente dietro di loro. Poi afferrò una grande sbarra di metallo e la posizionò contro la porta sbarrandola. Fece diversi passi indietro, standole accanto e osservando la porta.
Lei non poteva fare a meno di guardarlo, studiando la linea della sua mascella, i suoi capelli e occhi castani. L’aveva salvata. Perché?
Ma lui non la stava guardando. Osservava ancora la porta, con la paura negli occhi. E per una buona ragione. Dopo un secondo che l’aveva bloccata, un corpo andò a sbatterle contro. La porta era spessa un paio di metri, acciaio puro, e le sbarre erano anche più spesse. Ma non era sufficiente. I corpi si schiantarono contro la porta, all’interno, e la scardinarono quasi. Era questione di secondi e l’avrebbero completamente buttata giù.
“Muoviti!” le gridò lui, e prima che Caitlin potesse reagire la afferrò per un braccio e la trascinò via. La tirava facendola correre veloce come non mai, più veloce di quanto pensasse di essere capace, e nel giro di pochi secondi erano in fondo a un corridoio, poi un altro, girando e svoltando ogni qualvolta fosse possibile. L’unica cosa che avevano per vedere dove andavano erano alcune torce qua e là. Non sarebbe mai riuscita ad uscire da lì da sola.
“Cosa sta succedendo?” tentò di chiedere Caitlin mentre correvano, senza fiato. “Dove stiamo…”
“Da questa parte!” gridò lui, tirandola improvvisamente verso una direzione diversa.
Dietro a loro Caitlin udì uno schianto, seguito dal suono di un’orda che si avvicinava velocemente a loro.
Raggiunsero una scala a chiocciola fatta di pietra che si avvolgeva verso l’alto lungo una parete. Lui corse a piena velocità verso i gradini, trascinandola con sé, e prima che lei potesse rendersene conto, stavano risalendo la scala, in cerchio, saltando tre gradini alla volta. Salivano rapidamente.
Quando furono in cima, sembrava che la scala terminasse contro una parete. Sopra di loro c’era un soffitto di pietra e Caitlin non riusciva a vedere altre vie d’uscita. Era una scala cieca. Dove l’aveva portata?
Anche lui era confuso. E arrabbiato. Ma sembrava determinato. Fece qualche passo indietro e con uno scatto si scagliò di corsa contro il soffitto. Era incredibile. Con una forza sovrumana riuscì a sfondarlo creando un buco. La pietra si sbriciolò e la luce penetrò attraverso la nuova apertura. Luce vera, elettrica. Dove si trovavano?
“Vieni!” le gridò.
La afferrò per un braccio, trascinandola verso l’alto e verso l’esterno, attraverso il soffitto e verso la stanza ben illuminata.
Lei si guardò attorno. Sembrava di essere in un palazzo di giustizia. O in un museo. Era una struttura grandiosa e bellissima. I pavimenti erano ricoperti di marmo, la stanza era tutta di pietra, c’erano colonne. Era circolare. Assomigliava a un edificio del governo.
“Dove siamo?” chiese lei.
Lui la afferrò e scattò di nuovo, trascinandola attraverso la stanza alla velocità della luce. Si diresse contro due enormi porte d’acciaio. Lasciò andare il polso di Caitlin e vi corse direttamente contro, colpendole con forza con la spalla. Le porte si aprirono immediatamente con uno schianto.
Lei lo seguì a breve distanza, questa volta senza esitare. Udì il rumore di pietra che si muoveva dietro di lei e capì che la folla era vicina.
Erano fuori ora, finalmente, e l’aria fredda della notte le sferzò il volto. Era così sollevata di essere fuori dai sotterranei.
Cercò di orientarsi. Erano chiaramente a New York. Ma dove? Ciò che le stava attorno sembrava vagamente familiare. Vide una strada, una taxi che passava. Si voltò per guardarsi alle spalle e vide l’edificio che avevano appena lasciato. Il Municipio. Il covo era sotto il Municipio.
Scesero i gradini e attraversarono di corsa il cortile, diretti alla strada. Non avevano fatto molta strada che un rumore di porte che si aprivano si udì dietro di loro, e la calca di vampiri apparve.
Correvano verso un grande cancello di ferro. Quando furono più vicini videro due addetti alla sicurezza. Quelli si voltarono e li videro correre verso il cancello. Sgranarono gli occhi per lo stupore e afferrarono le loro pistole.
“Non muovetevi!” gridarono.
Prima che potessero reagire, lui la afferrò con forza, fece tre ampi balzo e saltò con tutta la sua forza. Caitlin sentì che volavano nell’aria, a 3 metri, poi 6, oltrepassando il cancello metallico e atterrando con leggerezza dall’altra parte.
Appena toccarono terra ripresero a correre. Caitlin guardò il suo protettore scioccata, chiedendosi quale mai fosse l’entità della sua forza. Chiedendosi perché si stesse prendendo cura di lei. E chiedendosi perché lei si sentisse così bene accanto a lui.
Prima che i pensieri potessero divagare molto, si udì uno schianto metallico alle loro spalle, seguito da dei colpi di pistola. Gli altri vampiri erano passati attraverso la recenzione e anche i poliziotti gli stavano dietro. Erano già vicinissimi.
Continuavano a correre, ma non funzionava. Il gruppo gli si avvicinava rapidamente.
Lui le afferrò improvvisamente la mano e svoltò ad un angolo, proseguendo lungo una strada laterale. Terminava con un muro.
“È un vicolo cieco!” gridò Caitlin. Ma lui continuò a correre, trascinandola con sé.
Raggiunta la fine del vicolo, si inginocchiò e con un dito sollevò una grande botola metallica.
Lei si voltò e vide la ressa di vampiri che si dirigeva dritto verso di loro: erano a poco più di 5 metri.
“Andiamo!” gridò lui, e senza aspettare una sua reazione la afferrò e la spinse nel buco.
Lei si tenne salda alla scala e quando sollevò lo sguardo lo vide mettersi su ginocchia e mani, pronto all’impatto. Sollevò la botola come uno scudo.
La folla lo attaccò. Lui si agitava selvaggiamente e lei udiva i colpi mentre, vampiro dopo vampiro, li rispediva indietro con il pesante oggetto di ferro. Cercava di raggiungerla ed entrare con lei nella botola, ma non ci riusciva. Era circondato.
Caitlin stava per saltare fuori ed aiutarlo, quando improvvisamente uno dei vampiro si staccò dalla calca e scivolò nel buco. La vide, sibilò e si diresse verso di lei.
Lei cominciò a scendere velocemente la scala, facendo due pioli alla volta, ma non era sufficientemente veloce. Lui atterrò su di lei ed entrambi iniziarono a cadere.
Mentre precipitava, si preparò all’impatto con il fondo. Fortunatamente atterrarono in acqua.
Quando si sollevò in piedi si trovò immersa fino ai fianchi in lurida acqua di scolo.
Ebbe appena il tempo di pensare che il vampiro atterrò accanto a lei come in un tuffo. Con un unico movimento lui si girò su se stesso e la colpì in faccia, facendola volare parecchi metri indietro.
Lei atterrò di schiena nell’acqua, e lo guardò mentre piombava ancora su di lei, mirando alla sua gola. Riuscì a rotolare via dalla sua traiettoria giusto in tempo, rialzandosi in piedi di scatto. L’uomo era veloce, ma lo era anche lei.
Lui cadde di faccia, poi si rialzò e si voltò da una parte e dall’altra, pronto ad affrontarla, pieno di rabbia. Cercò di graffiarle il volto. Lei schivò il colpo e la mano la mancò per un soffio: sentì il movimento d’aria sulla guancia. La mano dell’avversario colpì la parete con una tale forza da rimanere conficcata nella pietra.
Ora Caitlin era fuori di sé. Sentiva una furia scalpitante pulsarle nelle vene. Si avvicinò al vampiro intrappolato e ruotò una gamba piantandogli un calcio bel assestato nello stomaco. Lui collassò.
Poi lo afferrò da dietro e lo scagliò contro il muro, di faccia. La testa dell’uomo colpì violentemente la pietra. Caitlin era fiera di se stessa e pensava di averlo messo al tappeto.
Ma fu sorpresa da un improvviso dolore al volto, e si ritrovò ad essere colpita di nuovo. Il vampiro si era ripreso in fretta, molto più velocemente di quanto lei avesse creduto possibile. Prima di rendersene conto, lui le era addosso. Atterrò su di lei con uno schianto e la fece andare a terra. Lo aveva sottovalutato.
Ora la mano di lui era sulla sua gola, e stringeva sul serio. Lei era forte, ma lui sembrava esserlo di più. Lui aveva una forza antica che gli scorreva lungo il corpo. La sua mano era fredda e umida. Lei cercò di resistere, ma era troppo per lei. Cadde in ginocchio e lui continuò a stringere. Senza che neanche se ne rendesse quasi conto, l’uomo stava spingendo la sua testa verso l’acqua. All’ultimo momento lei riuscì a gridare: “Aiuto!”
Un attimo dopo la sua testa era sott’acqua.
*
Caitlin sentì il caos nell’acqua, le onde che si increspavano e capì che qualcun altro era atterrato lì. Stava velocemente perdendo ossigeno e non era capace di reagire.
Sentì delle forti braccia sotto di lei e si sentì tirare fuori dall’acqua.
Si tirò su e ansimò bisognosa di aria, inspirando più profondamente che mai. Continuò a respirare, andando in iperventilazione.
“Stai bene?” le chiese lui, tenendola per le spalle.
Annuì. Non riuscì a fare di più. Guardò oltre e vide che il suo attaccante era steso lì, galleggiando nell’acqua a pancia in su. C’era sangue che gli zampillava dal collo. Era morto.
Lei sollevò lo sguardo verso il suo salvatore, che la stava guardando con i suoi occhi castani. L’aveva salvata. Di nuovo.
“Dobbiamo muoverci,” disse afferrandola per un braccio e facendole strada nell’acqua che li copriva fino alla vita. “Quella botola non terrà a lungo.”
In quel preciso istante la botola sopra di loro venne improvvisamente rimossa con uno strappo.
Loro iniziarono a correre. Svoltavano tunnel dopo tunnel e sentivano il suono dell’acqua sciabordante alle loro spalle.
Lui svoltò di colpo e il livello dell’acqua scese fino alle loro caviglie. Cominciarono ad acquistare veramente velocità.
Imboccarono un altro tunnel e si trovarono nel mezzo di una infrastruttura principale di New York. Vi erano lì degli enormi tubi bollenti che rilasciavano nell’aria delle grandi nuvole di vapore. Il calore era insopportabile.
Lui la condusse lungo un altro tunnel e improvvisamene la sollevò e se la mise sulla schiena, facendo in modo che le braccia di lei si stringessero attorno al suo petto. Salirono una scala, saltando tre pioli alla volta. Quando raggiunsero la cima lui colpì con un pugno una botola e la face volare in fuori davanti a loro.
Erano di nuovo in superficie, nelle strade di New York. Dove esattamente, non ne aveva idea.
“Tieniti forte,” disse lui, e Caitlin strinse la presa attorno al suo torace, tenendosi le mani salde l’una nell’altra. Lui corse sempre più rapidamente, ad una velocità che lei non aveva mai provato. Ricordava di essere stata su una motocicletta una volta, anni prima, e ricordava la sensazione del vento che le scompigliava i capelli a quasi cento chilometri all’ora. Era una sensazione simile. Ma ora stava andando più veloce.
Probabilmente dovevano essere a 130 chilometri all’ora, poi 150, poi forse 200… semplicemente aumentava sempre di più. Gli edifici, la gente, le auto, tutto diventò un amalgama confuso. E senza che se ne rendesse conto, si erano staccati da terra.
Erano in aria, volavano. Lui aprì le sue grandi ali nere, sbattendole lentamente dietro di lei. Erano sopra le auto, sopra la gente. Caitlin guardò in basso e vide che stavano volando sopra la 14a Strada. Poi, pochi secondi dopo, la 34a. Pochi attimi ancora ed erano sopra Central Park. Le si mozzava il fiato.
Lui controllò dietro di loro, e così fece anche lei. Riusciva a vedere a malapena, con il vento che le sferzava sugli occhi, ma poteva vedere sufficientemente bene da capire che nessuno, nessuna creatura, li stava seguendo.
Lui rallentò un poco, poi si abbassò gradualmente scendendo di quota. Ora stavano volando a filo con gli alberi. Era bellissimo. Non aveva mai visto Central Park in quel modo, i suoi sentieri illuminati, le cime degli alberi proprio sotto di loro. Si sentiva come se potesse allungare una mano e sfiorarle. Aveva la sensazione che non sarebbe mai stato così bello come in quel momento.
Strinse più forte le mani attorno al suo petto e ne sentì il calore. Si sentiva al sicuro. Tutto quel contesto surreale riprendeva normalità tra le sue braccia. Avrebbe voluto volare così per sempre. Quando chiuse gli occhi e sentì l’aria fresca che le carezzava il volto, pregò che quella notte non finisse mai.
Capitolo Undici
Caitlin sentì che rallentavano e poi che iniziavano a scendere. Aprì gli occhi. Non riconosceva nessuno degli edifici sotto di loro. Sembrava fossero nella parte superiore della città. Probabilmente da qualche parte nel Bronx.
Mentre scendevano volarono sopra un piccolo parco e in lontananza le sembrò di vedere un castello. Quando si avvicinarono si accorse che si trattava veramente di un castello. Cosa ci faceva un castello lì a New York?
Si scervellò e si ricordò di averlo già visto prima, quel castello. In una cartolina da qualche parte… Sì, era un qualche museo. Mentre risalivano una collinetta e volavano oltre i suoi bastioni, oltre le sue piccole mura medievali, si ricordò improvvisamente di cosa si trattava. Il Cloisters, il Monastero. Il piccolo museo. Era stato portato lì dall’Europa, pezzo dopo pezzo. Aveva centinaia di anni. Perché la stava portando lì?
Scesero agevolmente sulle mura esterne e atterrarono su un’ampia terrazza di pietra che si affacciava sul fiume Hudson. Atterrarono nel buio, ma i piedi calarono delicatamente sulla pietra e lui la fece scendere con gentilezza.
Lei rimase lì, di fronte a lui. Lo guardò attentamente, sperando che fosse ancora reale, sperando che non volasse via. E sperando che fosse così meraviglioso come quando l’aveva visto la prima volta.
Lo era, forse ancora di più. La guardava con i suoi grandi occhi scuri, e in quel momento Caitlin si sentì persa.
C’erano così tante domande che voleva chiedergli, e non aveva idea di come iniziare. Chi era lui? Come poteva volare? Era un vampiro? Perché aveva rischiato la vita per lei? Perché l’aveva portata lì? E, cosa più importante di tutte, tutte ciò che aveva visto era stata solo un’allucinazione? Oppure i vampiri esistevano veramente, proprio lì a New York? E lui era uno di loro?
Aprì la bocca per parlare, ma tutto quello che riuscì a dire fu: “Perché siamo qui?”
Nel momento in cui la pronunciò, capì che si trattava di una domanda sciocca, e si odiò per non aver chiesto qualcosa di più importante. Ma lì al freddo, in quella notte di marzo, con il viso un po’ intorpidito, fu il meglio che riuscì a fare.
Lui la guardava. Il suo sguardo sembrava perforarle l’anima, come se le potesse vedere dentro. Sembrava che si stesse chiedendo quanto potesse raccontarle.
Finalmente, dopo quella che sembrò un’eternità, lui aprì la bocca per parlare.
“Caleb!” gridò una voce, ed entrambi si voltarono.
Un gruppo di uomini – vampiri? – tutti vestiti di nero, camminavano verso di loro. Caleb si voltò e li guardò. Caleb. Le piaceva.
“Non abbiamo ricevuto avvisi del tuo arrivo,” disse l’uomo al centro, con tono cupamente serio.
“È stato imprevisto,” rispose Caleb inespressivo.
“Allora dovremo prenderti in custodia,” disse, facendo cenno ai suoi uomini, che lentamente accerchiarono Caleb e lei. “È la regola.”
Caleb annuì con atteggiamento imperturbato. L’uomo al centro guardò Caitlin, che percepì la disapprovazione nel suo sguardo.
“Sai che non possiamo lasciarla entrare,” disse l’uomo a Caleb.
“Ma lo farete,” rispose Caleb categoricamente. Fissò l’uomo con uguale determinazione. Era uno scontro di volontà.
L’uomo rimase lì e lei vide che era insicuro sul da farsi. Seguì un lungo e denso silenzio.
“Molto bene,” disse, girandosi di scatto e facendo strada. “È il tuo funerale.”
Caleb lo seguì e Caitlin camminò al suo fianco, non sapendo cos’altro fare.
L’uomo aprì un grande portone medievale afferrandolo per un anello d’ottone. Poi avanzò all’interno, facendo cenno anche a Caleb di entrare. Altri due uomini in nero stavano ai lati dell’ingresso, sull’attenti.
Caleb prese Caitlin per mano e la condusse attraverso la porta. Mentre oltrepassavano l’enorme portone, Caitlin si sentì come se stesse accedendo a un altro secolo.
“Immagino che non dobbiamo pagare per entrare,” disse Caitlin a Caleb, sorridendo.
Lui la guardò, sbattendo le palpebre. Gli ci volle un po’ per capire che si trattava di una battuta. Alla fine sorrise pure lui.
Aveva un sorriso bellissimo.
La fece pensare a Jonah. Si sentiva confusa. Era strano da parte sua provare forti sentimenti per qualsiasi ragazzo, figurarsi per due nello stesso giorno. Aveva ancora a cuore Jonah. Ma Caleb era diverso. Jonah era un ragazzo. Caleb, per quanto sembrasse giovane, era un uomo. O era… qualcos’altro? C’era qualcosa di lui che Caitlin non era in grado di spiegare, qualcosa che le impediva di guardare da un’altra parte. Qualcosa che le faceva desiderare di rimanere accanto a lui. Jonah le piaceva. Ma aveva bisogno di Caleb. Stargli vicino le dava una sensazione universale.
Il sorriso di Caleb svanì velocemente come era comparso. C’era chiaramente qualcosa che non andava.
“Temo ci sia un prezzo ben più alto da pagare per l’ingresso,” disse. “Se quest’incontro non va come spero.”
La guidò attraverso un altro passaggio in pietra, all’interno di un piccolo cortile medievale. Perfettamente simmetrico, circondato sui quattro lati da colonne ed archi, il cortile era illuminato dalla luna ed era meraviglioso. Non riusciva a credere come potessero trovarsi ancora a New York. Sembrava fossero piuttosto nel mezzo della campagna europea.
Attraversarono il cortile e scesero lungo un viale lastricato di pietra che faceva riecheggiare i loro passi. Erano scortati da diverse altre guardie. Vampiri? Si chiese perché, se così fosse, si dimostrassero così civili. Perché non attaccavano Caleb, o lei stessa?
Percorsero un altro corridoio in pietra e oltrepassarono un’altra porta medievale. Poi si fermarono di colpo.
Lì in piedi c’era un altro uomo, vestito di nero, che assomigliava a Caleb in maniera impressionante. Indossava un grande mantello rosso che gli scendeva dalle spalle ed era affiancato da numerosi servitori. Sembrava detenere una posizione di una certa autorità.
“Caleb,” disse in un sussurro. Sembrava sorpreso di vederlo.
Caleb rimase lì calmo, guardandolo.
“Samuel,” rispose lui senza espressione.
L’uomo rimase lì a fissarlo, scuotendo impercettibilmente la testa.
“Neanche un abbraccio per il tuo fratello perduto da tempo?” chiese Caleb.
“Sai che questa è una cosa seria,” rispose Samuel. “Hai violato molte leggi venendo qui stanotte. Soprattutto portando lei.”
L’uomo non si preoccupò neanche di voltarsi verso Caitlin. Lei si sentì insultata.
“Non avevo scelta,” disse Caleb. “È giunto il giorno. La guerra è alle porte.”
Un brusio sommesso eruppe tra i vampiri che stavano dietro a Samuel, e tra il gruppo che si stava formando e allargando alle loro spalle. Caitlin si voltò e vide che ora erano circondati da oltre una decina di persone. Iniziava a provare un senso di claustrofobia. Erano decisamente in minoranza numerica e non c’era via di fuga. Non aveva idea di cosa avesse fatto Caleb, ma qualunque cosa fosse, sperava che lui riuscisse a trarsi d’impaccio.
Samuel sollevò le mani e il brusio si acquietò.
“E per di più,” continuò Caleb, “questa donna,” disse accennando a Caitlin, “è la Prescelta.”
Donna. Caitlin non era mai stata chiamata così prima. Le piaceva. Ma non capiva. La Prescelta? Lui aveva dato alla frase una strana enfasi, come se stesse parlando del Messia o di qualcosa del genere. Si chiese se fossero tutti pazzi.
Un altro brusio si propagò e tutte le teste si voltarono a guardarla
“Ho bisogno di vedere il Concilio,” disse Caleb. “E devo portarla con me.”
Samuel scosse la testa.
“Sai che non ti potrei fermare. Ti posso solo dare un consiglio. E ti suggerisco di andartene immediatamente, tornare alla tua postazione e attendere le convocazioni del Concilio.”
Caleb lo fissò. “Temo non sia possibile,” disse.
“Hai sempre fatto di testa tua,” disse Samuel.
Samuel si fece da parte e fece un gesto con la mano lasciando intendere che erano liberi di passare.
“Tua moglie non ne sarà felice,” disse Samuel.
Moglie? Caitlin rifletté, e sentì un brivido freddo correrle lungo la spina dorsale. Perché provava quell’improvvisa e assurda gelosia? Come potevano essersi sviluppati così velocemente i suoi sentimenti per Caleb? Che diritto aveva di sentirsi così possessiva nei suoi confronti?
Sentì che le guance le arrossivano. Provava per certo un interesse. Non aveva per niente senso, ma lo aveva completamente a cuore.
Perché non mi ha detto…
“Non chiamarla così,” rispose Caleb, anche lui con le guance in fiamme. “Sai che…”
“Sai che cosa!?” si udì gridare una donna.
Tutti si voltarono per vedere una donna che avanzava di gran carriera verso di loro dal fondo del corridoio. Anche lei era completamente vestita di nero, aveva lunghi capelli fluenti e rossi che le arrivavano sotto le spalle e grandi occhi verdi e brillanti. Era alta, di età indefinibile e sorprendentemente bella.
Caitlin si sentì umiliata in sua presenza, come se fosse appena sprofondata. Questa sì che era una donna. O era… un vampiro? Qualsiasi cosa fosse, era una creatura con la quale Caitlin non avrebbe mai potuto competere. Si sentiva svuotata, pronta a cederle Caleb, chiunque lei fosse.
“Sai che cosa!?” ripeté la donna, guardando Caleb con durezza mentre si dirigeva verso di lui, arrivando a pochi passi di distanza. Diede un’occhiata a Caitlin, e la sua bocca si piegò in un ghigno. Caitlin non aveva mai visto nessuno guardarla con tale odio.
“Sera,” disse gentilmente Caleb, “non siamo sposati da 700 anni.”
“Ai tuoi occhi, forse,” ribatté lei duramente.
Iniziò a camminare attorno a Caitlin e Caleb. La guardò dall’alto in basso come se fosse un insetto.
“Come osi portare lei qui,” gli sibilò contro. “Davvero. Potevi fare di meglio.”
“È la Prescelta,” disse Caleb con indifferenza.
Diversamente dagli altri la donna non sembrò sorpresa. Si lasciò invece andare a una breve risata canzonatoria.
“È ridicolo,” rispose. “Ci hai portato addosso la guerra,” continuò, “e tutto per un’umana. Una banale infatuazione,” disse con crescente rabbia. Ad ogni frase la folla dietro di lei sembrava trarre sostegno, lasciando emergere una rabbia comune. Si stavano trasformando in una folla infuriata.
“Infatti,” continuò Sera, “abbiamo il diritto di farla a pezzi.”
La folla alle sue spalle iniziò a mormorare in approvazione.
Il volto di Caleb lampeggiò d’ira.
“Allora dovrai passare sul mio corpo,” rispose Caleb, guardandola con pari determinazione.
Caitlin si sentì pervadere da un certo calore. Lui stava mettendo la sua vita davanti a tutto per lei. Di nuovo. Forse gli interessava davvero qualcosa di lei.
Samuel fece un passo avanti e si mise fra loro, portando le mani in fuori. La folla si tranquillizzò.
“Caleb ha richiesto un’udienza con il Concilio,” disse. “Gli dobbiamo almeno questo. Lasciate che presenti il suo caso. Lasciamo decidere al Concilio.”
“Perché dovremmo?” disse seccamente Sera.
“Perché lo dico io,” rispose Samuel, con ferrea determinazione nella voce. “E sono io che do gli ordini qui, Sera, non tu.” Samuel la fissò a lungo con durezza. Alla fine lei si arrese.
Samuel si fece da parte e indicò la scala di pietra.
Caleb prese la mano di Caitlin e la condusse avanti. Scesero i larghi scalini di pietra immergendosi nell’oscurità.
Dietro di lei Caitlin udì una secca risata fendere la notte.
“A non rivederci mai più.”
Capitolo Dodici
I loro passi risuonavano sull’ampia scala di pietra mentre scendevano. Era illuminata appena. Caitlin allungò un braccio e fece scivolare la propria mano sotto il braccio di Caleb. Sperò che lui le permettesse di tenerla lì. E così fece. Addirittura strinse il braccio attorno al suo. Ancora una volta sembrava che tutto andasse bene. Sentiva di poter scendere nell’oscurità più profonda fino a che era insieme a lui.
C’erano così tanti pensieri che le scorrevano nella mente. Cos’era questo Concilio? Perché lui aveva insistito per portarla lì? E perché lei sentiva una tale urgenza di stargli accanto? Non avrebbe avuto difficoltà ad opporsi a lui dicendogli che non voleva andare, che avrebbe preferito aspettare di sopra. Ma in verità non aveva la minima voglia di aspettare di sopra. Voleva solo stare con lui. Non poteva immaginarsi da nessun’altra parte.
Niente di tutto ciò aveva alcun senso. Ad ogni svolta, invece di ottenere delle risposte tutto quello che le veniva in mente erano nuove domande. Chi erano tutte quelle persone al piano di sopra? Erano veramente dei vampiri? Cosa ci facevano lì? Nel Monastero?
Svoltarono un angolo e si ritrovarono in una grande stanza che la colpì per la sua bellezza. Era incredibile, sembrava di essere scesi all’interno di un vero castello medievale. Alti soffitti ricoprivano stanze scavate in pietra del medioevo. Alla sua destra si trovavano numerosi sarcofagi, sollevati al di sopra del pavimento. Intricate figure medievali erano intagliate sui loro coperchi. Alcuni erano aperti. Era lì che dormivano?
Provò a ripensare a tutte le storie di vampiri che aveva sentito. Si diceva dormissero in delle bare. Che stessero svegli di notte. Forza e velocità sovrumane. Sembrava che tutto combaciasse. Lei stessa sentiva un po’ di fastidio al sole. Ma non era una sensazione insopportabile. Inoltre era indifferente all’acqua santa. E per di più quel posto, il Monastero, era pieno di croci: c’erano croci enormi ovunque. Non sembravano avere alcun effetto su quei vampiri. Sembrava piuttosto che fossero totalmente a casa loro.
Avrebbe voluto chiedere a Caleb tutte quelle cose e altre ancora, ma non aveva idea di come iniziare. Decise di cominciare con l’ultima.
“Le croci,” disse, accennando a una di esse mentre ci camminavano sotto. “Non ti danno fastidio?”
Lui la guardò senza capire. Sembrava essere perso fra i suoi pensieri.
“Le croci non fanno male ai vampiri?” chiese Caitlin.
Lui sembrò capire.
“Non a tutti noi,” rispose lui. “La nostra razza è molto frammentaria. In questo assomiglia molto agli umani. Ci sono molte specie nella nostra razza, e molti territori – o covi – per ogni specie. È piuttosto complesso. Le croci non fanno nulla ai vampiri buoni.”
“Buoni?” chiese Caitlin.
“Proprio come la tua razza umana, ci sono le forze del bene e le forze del male. Non siamo tutti uguali.”
Lui chiuse così il discorso. Come al solito le risposte risvegliarono nuove domande. Ma lei tenne a freno la lingua. Non voleva fare la ficcanaso. Non in quel momento.
Nonostante gli alti soffitti, i passaggi erano stretti. La porta di legno ad arco venne aperta e loro vi passarono attraverso abbassando la testa. Quando entrarono nella nuova stanza, l’altezza nuovamente li sovrastò e si ritrovarono in una altro ambiente spettacolare. Sollevando lo sguardo poté notare vetrate colorate ovunque. Alla loro destra c’era una sorta di pulpito, e davanti ad esso si trovavano decine di piccole sedie di legno. Era imponente e bellissimo. Sembrava veramente una specie di convento medievale.
Non scorse segno di vita e non percepì alcun movimento. Non si sentiva assolutamente nulla. Caitlin si chiese dove fossero.
Entrarono in un’altra stanza, con il pavimento che scendeva con una leggera pendenza, e lei sussultò. Quella stanzetta era piena di tesori. Era una sorta di museo e ogni oggetto era conservato con cura in teche di vetro. Proprio davanti a lei, sotto forti luci alogene, si trovavano quelli che dovevano essere antichi e inestimabili tesori del valore di centinaia di milioni di dollari. Croci d’oro. Grandi calici d’argento. Manoscritti medievali…
Caitlin seguì Caleb attraverso al stanza e si fermarono di fronte ad una lunga teca di vetro. All’interno c’era un magnifico bastone d’avorio, lungo qualche metro. Lui lo fissò attraverso il vetro.
Rimase in silenzio per parecchi secondi.
“Cos’è?” gli chiese lei alla fine.
Lui rimase con lo sguardo fisso, in silenzio. Poi disse: “Un vecchio amico.”
Aveva detto tutto. Non le offrì altri dettagli. Lei si chiese che genere di storia potesse esserci tra lui e quell’oggetto, o che tipo di potere esso contenesse. Lesse la targa: inizio del XIV secolo.
“È conosciuto come pastorale. È un bastone usato dai vescovi. È sia una verga che un bastone. Una verga per punire e un bastone per guidare chi ha fede. Il simbolo della nostra chiesa. Ha il potere di benedire, ma anche di dannare. È ciò che noi preserviamo. È ciò che ci mantiene salvi.”
La loro chiesa? Ciò che preservano?
Prima che Caitlin potesse fare altre domande lui la prese per mano e la condusse lungo un’altra porta.
Raggiunsero un cordone di velluto. Lui lo slacciò e lo tirò indietro per farla entrare. Poi la seguì, riallacciò il cordone e la condusse verso una piccola scala di legno a chiocciola. La scala scendeva, sembrava penetrare direttamente nel pavimento. Lei lo guardò confusa.
Caleb si inginocchiò e aprì un chiavistello segreto nascosto nel pavimento. Una botola si sollevò e Caitlin poté vedere che la scala continuava più in basso, in profondità.
Caleb la guardò dritta negli occhi: “Sei pronta?”
Voleva rispondere No. Invece gli prese la mano.
*
La scala era stretta e ripida, e conduceva nell’oscurità più profonda. Dopo un continuo girare e rigirare, scendendo sempre più giù, finalmente vide una luce in lontananza e iniziò a sentire del movimento. Appena ebbero svoltato l’angolo, entrarono in un’altra stanza.
Era un salone grande e ben illuminato da torce sparse ovunque. Era identico alle stanze del piano di sopra, con ampi soffitti di pietra, arcuati e ricoperti di intricate decorazioni. Dalle pareti pendevano grandi arazzi e l’ampio spazio era riempito da mobili medievali.
La stanza era anche gremita di gente. Vampiri. Erano tutti vestiti di nero e si muovevano in modo disordinato nello spazio. Molti di loro sedevano su varie sedie e alcuni parlavano tra loro. Nell’altro covo, quello sotto al Municipio, Caitlin aveva percepito qualcosa di malvagio e oscuro, si era sentita in costante pericolo. Qui al contrario si sentiva stranamente rilassata.
Caleb la condusse attraverso la lunga stanza, fino al centro. Mentre camminavano il movimento attorno a loro calò e anche il rumore si spense. Sentì tutti gli occhi puntati su di loro.
Quando raggiunsero l’altro lato della stanza, Caleb si avvicinò ad un grande vampiro più alto di lui e con le spalle ben più ampie. L’uomo abbassò lo sguardo, indifferente.
“Ho bisogno di un’udienza,” si limitò a dire Caleb.
Il vampiro si voltò lentamente e passò attraverso l’ingresso, chiudendosi con forza la porta alle spalle.
Caleb e Caitlin rimasero lì in attesa. Lei si voltò e guardò la stanza. Tutti – centinaia di vampiri – li stavano guardando. Ma nessuno si mosse per avvicinarsi.
La porta si aprì e il grande vampiro fece loro cenno. Entrarono.
Questa stanzetta era più piccola, appena illuminata da due sole torce poste alle estremità. Era anche completamente spoglia, eccetto per un lungo tavolo sull’altro lato. Dietro ad esso sedevano sette vampiri che li guardavano con sguardo torvo. Sembrava una schiera di giudici.
C’era qualcosa in quei vampiri che li faceva sembrare molto più anziani. C’era durezza nelle loro espressioni. Si trattava definitivamente di una schiera di giudici.
“Sessione di Concilio!” gridò il grande vampiro, battendo il suo bastone sul pavimento e poi uscendo rapidamente dalla stanza. Chiuse la porta con forza dietro di sé. Ora c’erano solo loro due di fronte ai sette vampiri.
Caitlin stava esitante al fianco di Caleb, insicura su cosa fare o dire.
Seguì un impacciato silenzio mentre i giudici li studiavano. Sembrava che stessero fissando le loro anime.
“Caleb,” disse una voce grave, proveniente dal vampiro che si trovava nel mezzo. “Hai abbandonato la tua postazione.”
“No, signore,” rispose lui. “Ho tenuto la mia postazione fedelmente per 200 anni. Questa notte sono stato costretto ad entrare in azione.”
“Tu non entri in azione se non per nostro ordine,” rispose l’uomo. “Ci hai messi tutti a rischio.”
“Era mio dovere dare l’allerta per la guerra imminente,” ribatté Caleb. “Penso che sia giunta l’ora.”
Un sussulto si levò dal Concilio. Seguì un lungo silenzio.
“E cosa te lo fa pensare?”
“L’hanno inzuppata di acqua santa, e la sua pelle non ne è stata bruciata. La dottrina ci dice che sarebbe giunta l’ora quando il Prescelto fosse arrivato, e fosse rimasto indenne all’attacco delle nostre armi. E ciò avrebbe annunciato al guerra.”
Un sussulto sommesso si diffuse nella stanza. Tutti fissarono Caitlin, esaminandola. Alcuni dei giudici iniziarono a parlare tra loro, fino a che quello al centro batté il palmo sul tavolo.
“Silenzio!” gridò.
Gradualmente il brusio si smorzò.
“Quindi hai messo a repentaglio la vita di noi tutti per salvare un’umana?” chiese.
“L’ho salvata per salvare noi stessi,” rispose Caleb. “Se lei è la Prescelta, noi non siamo nulla senza di lei.”
A Caitlin girava la testa. Non sapeva cosa pensare. La Prescelta? Dottrina? Di cosa diavolo stava parlando? Si chiese se lui potesse crederla qualcun altro, qualcuno di più importante.
Si sentiva sprofondare, non tanto per il modo in cui il Concilio la guardava, ma perché iniziava a temere che Caleb l’avesse salvata solo per un suo vantaggio personale. Che non fosse realmente interessato a lei. E che il suo affetto per lei sarebbe svanito quando avesse scoperto la verità. Avrebbe scoperto che lei era semplicemente una ragazza ordinaria, nella media. Non importava ciò che era accaduto negli ultimi giorni: l’avrebbe abbandonata. Proprio come tutti gli altri ragazzi nella sua vita.
Come a confermare i suoi pensieri, il giudice al centro scosse lentamente la testa, osservando Caleb con sussiego.
“Hai fatto un grave errore,” disse. “Quello che sbagliando non vedi è che tu hai dato inizio a questa guerra. La tua fuga è quello che ha svelato loro la nostra presenza. E inoltre lei non è quella che tu pensi.”
Caleb iniziò: “E allora come spieghi…”
Questa volta fu un altro membro del Concilio a parlare: “Molti secoli fa ci fu un caso simile a questo. Un vampiro risultò immune alle armi. Anche allora la gente pensò che si trattasse del Messia. Non lo era. Era solo un mezzosangue.”
“Un mezzosangue?” chiese Caleb. Sembrò improvvisamente incerto.
“Un vampiro di nascita,” continuo, “uno che non è mai stato tramutato. Sono immuni ad alcune armi, ma non a tutte. Ma questo non li rende uno di noi. E non li rende neanche immortali. Te lo faccio vedere,” continuò, e si voltò improvvisamente verso Caitlin.
Lei si sentiva nervosa con quegli occhi addosso che la esaminavano. “Raccontami piccola, chi ti ha tramutata?”
Caitlin non aveva idea di cosa stesse parlando. Non sapeva neanche che significato avesse quella domanda. Ancora una volta quella notte si trovò a chiedersi quale fosse la risposta migliore da dare. Esitò, avendo la sensazione che qualsiasi cosa avesse detto, avrebbe avuto un impatto decisivo non solo sulla sua salvezza, ma anche su quella di Caleb. Voleva dare la risposta giusta per lui, ma non sapeva proprio cosa dire.
“Mi spiace,” disse, “ma non so di cosa state parlando. Non sono mai stata tramutata. Non so neanche cosa significhi.”
Un altro membro del Concilio si sporse verso di lei. “E allora chi è tuo padre?” chiese.
Fra tutte le domande possibili, perché doveva chiederle proprio quello? Era sempre stata la domanda che lei stessa si era posta, per tutta la vita. Chi era? Perché l’aveva lasciata? Era una risposta che lei desiderava più di ogni altra cosa al mondo. E ora, a richiesta, non era certo in grado di fornirla.
“Non lo so,” disse alla fine.
L’uomo si riappoggiò allo schienale, con aria trionfante. “Vedi?” disse. “I mezzosangue non vengono tramutati. E non conoscono mai i loro genitori. Ti stai sbagliando, Caleb. Hai commesso un grave errore.”
“La dottrina dice che il nostro Messia sarà una mezzosangue, e che ci condurrà alla spada perduta,” ribatté Caleb in sfida.
“La dottrina dice che una mezzosangue porterà il Messia,” lo corresse il membro del Concilio. “Non che lo sarà.”
“Stai facendo l’analisi di ogni singola parola,” gli rispose Caleb. “Io sto dicendo che la guerra ha avuto inizio e che lei ci condurrà alla spada. Il tempo è scaduto. Abbiamo bisogno che lei ci porti alla spada. È l’unica speranza che abbiamo.”
“Favolette,” rispose un altro membro del Concilio. “La spada di cui parli non esiste. E se anche esistesse non sarebbe certo un mezzosangue a portarci da lei.”
“Se non lo faremo noi, lo farà qualcun altro. La cattureranno, troveranno la spada e la useranno contro di noi.”
“Tu hai messo in atto una grave violazione portando qui questa ragazza,” disse un altro di loro, seduto ad un’estremità del gruppo.
“Ma io…” iniziò Caleb.
“BASTA COSÌ’!” gridò il capo del Concilio.
La stanza si ammutolì.
“Caleb. Hai consapevolmente violato diverse leggi del nostro covo. Hai abbandonato la tua postazione. Hai disonorato la tua missione. Hai scatenato una guerra. E hai messo a repentaglio la vita di tutti noi per un’umana. Neanche un’umana, ma una mezzosangue. Quel che è peggio, l’hai portata qui, proprio in mezzo a noi, mettendoci tutti in pericolo.
“Ti condanniamo a cinquant’anni di reclusione. Non lascerai più questo territorio. E spedirai questa mezzosangue fuori da queste mura all’istante.”
“E ora, andatevene.”
Capitolo Tredici
Caitlin e Caleb si trovavano sulla grande terrazza aperta fuori dal Monastero e guardavano la notte. In lontananza si vedeva il fiume Hudson, che si insinuava tra gli alberi spogli di marzo. A ben guardare si scorgevano anche le piccole luci delle auto che attraversavano il ponte. La notte era completamente silenziosa.
“Ho bisogno che tu risponda a qualche domanda, Caleb,” disse lei sottovoce, dopo diversi secondi di silenzio.
“Lo so,” le rispose Caleb.
“Cosa ci faccio qui? Chi pensi che io sia?” chiese Caitlin. Le ci volle qualche secondo in più per raccogliere il coraggio per porre l’ultima domanda, “E perché mi hai salvata?”
Caleb fissò l’orizzonte per parecchi secondi. Caitlin non riuscì a capire cosa stesse pensando, o se mai avrebbe risposto.
Alla fine si voltò verso di lei. La guardò dritto negli occhi, e il potere del suo sguardo la paralizzò. Anche se avesse voluto, non sarebbe mai riuscita a guardare da un’altra parte.
“Io sono un vampiro,” disse con tono inespressivo. “Appartengo al Covo Bianco. Ho più di tremila anni e sono in questo covo da ottocento.”
“Perché sono qui?”
“I covi e le razze di vampiri sono sempre in guerra. Siamo molto territoriali. Sfortunatamente tu ci sei carambolata proprio in mezzo.”
“Cosa intendi dire?” chiese. “In che modo?”
Lui la guardò confuso. “Non ricordi?”
Lei lo fissò perplessa.
“L’uccisione. È quella che ha messo tutto in moto.”
“Uccisione?”
Lui scosse la testa lentamente. “Quindi non ricordi. Tipico. Le prime uccisioni sono sempre così.” La guardò dritta negli occhi. “Hai ucciso la scorsa notte. Un uomo. Ti sei nutrita di lui. A Carnegie Hall.”
Caitlin era frastornata. Non poteva credere di poter anche solo nuocere a chiunque, eppure in qualche modo, nel profondo, percepiva che era vero. Aveva paura di chiedere chi avesse ucciso. Poteva trattarsi di Jonah?”
Come se le leggesse nel pensiero, Caleb aggiunse: “Il cantante.”
Caitlin riusciva a stento a capire. Era una situazione così surreale. Si sentiva come se l’avessero appena marchiata con un segno indelebile. Stava malissimo. Incapace di controllarsi.
“Perché l’ho fatto?” chiese
“Hai bisogno di mangiare,” rispose lui. “Perché tu l’abbia fatto lì e in quel momento, questo nessuno lo so. Questo ha dato inizio alla guerra. Eri nel territorio di un altro covo. Un covo molto potente.”
“Quindi mi sono trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato?”
Caleb sospirò. “Non lo so. Potrebbe esserci molto di più.”
Caitlin lo guardò. “In che senso?”
“Forse dovevi essere lì. Forse era il tuo destino.”
Lei pensò. E pensò a fondo, timorosa di porre la domanda successiva. Alla fine raccolse tutto il suo coraggio e disse: “Quindi ciò significa che… sono un vampiro?”
Lui distolse lo sguardo. Dopo parecchi secondi, finalmente rispose: “Non lo so.”
Si voltò a guardarla.
“Non sei un vero vampiro. Ma non sei neanche un vero umano. Sei a qualche punto nel mezzo.”
“Una mezzosangue?” chiese.
“Questo è come lo chiamano loro. Io non ne sono sicuro.”
“Di cosa si tratta esattamente?”
“È un vampiro che è nato così. La nostra legge – la nostra dottrina – impedisce a un vampiro di unirsi con un umano. Però a volte capita che un vampiro ribelle lo faccia. Se l’umano mette alla luce un bambino, il risultato è un mezzosangue. Non totalmente umano, né totalmente vampiro. È considerato con severità nella nostra razza. La punizione per unirsi con un umano è la morte. Non ci sono eccezioni. E il bambino è considerato un reietto.”
“Ma pensavo di averti sentito dire che il vostro Messia sarà un mezzosangue? Come possono guardare un mezzosangue dall’alto in basso se proprio un mezzosangue sarà il loro salvatore?”
“Questi sono i paradossi della nostra religione,” rispose.
“Dimmi di più,” lo incitò lei. “In cosa precisamente è diverso un mezzosangue?”
“I veri vampiri si nutrono dal momento in cui vengono tramutati. I mezzosangue non iniziano a farlo fino a che non raggiungono l’età.”
Caitlin aveva paura di porre la domanda successiva.
“E quand’è?”
“18 anni.”
Caitlin si fermò a riflettere. Tutto iniziava ad avere senso. Aveva appena compiuto diciotto anni. E le sue fitte di fame erano appena cominciate.
“I mezzosangue poi sono mortali,” continuò Caleb. “Possono morire, come i normali esseri umani. Noi invece non possiamo. Per diventare un vero vampiro, uno dovrebbe essere tramutato da un vero vampiro, uno che abbia il reale intento di nutrirsi. I vampiri non hanno il permesso di tramutare chiunque vogliano, ciò allargherebbe troppo la nostra razza. Devono ricevere il permesso dal Concilio Superiore.”
Caitlin aggrottò la fronte nel tentativo di capire tutto per bene
“Tu hai alcune delle nostre qualità, ma non tutte. E dato che non sei una purosangue, sfortunatamente, la razza dei vampiri non ti accetterà. Ogni vampiro appartiene a un covo. È troppo pericoloso non farne parte. In condizioni normali potrei fare richiesta per la tua inclusione nei nostri ranghi. Ma dato che sei mista… non concederanno mai il permesso. Nessun covo lo farebbe.”
Caitlin pensò. Se c’era qualcosa di peggio che scoprire che non era un’umana, era scoprire che non era totalmente qualcosa. Scoprire che non poteva appartenere a nessun luogo. Lei non si collocava né da una parte né dall’altra, era bloccata a metà tra due mondi.
“E allora cos’era tutta quella storia del Messia? Quel parlare di me come…la Prescelta?”
“La nostra dottrina, la nostra antica legge, dice che un giorno giungerà un messaggero, un Messia, e ci condurrà alla spada perduta. Dice che un giorno inizierà la guerra, una guerra definitiva tra le razze dei vampiri, una guerra che si allargherà anche alla razza umana. Si tratta della nostra versione dell’Apocalisse. L’unica cosa che può fermarla e che può salvarci tutti è la spada perduta. E l’unica persona che può condurci ad essa è il Messia.
“Quando ho visto ciò che ti è successo stanotte, ho avuto la certezza che fossi tu. Non ho mai visto nessun altro vampiro immune all’acqua santa.”
Caitlin sollevò lo sguardo e lo fissò.
“E ora?” gli chiese.
Lui guardava l’orizzonte.
“Non ne sono sicuro.”
Caitlin lo guardò. Si sentì pervadere da un crescente senso di depressione.
“Quindi,” iniziò timorosa della risposta che avrebbe ricevuto, “è solo per questo che mi hai salvata? Perché pensavi che vi avrei portarti da una qualche spada perduta?”
Caleb la fissò, con un’evidente espressione di confusione stampata in volto.
“Che altra ragione ci dovrebbe essere?” le chiese.
Caitlin sentì che le mancava il fiato, come se fosse stata colpita da una mazza. Tutto l’amore che aveva provato per lui, il legame che pensava ci fosse tra loro, se ne stavano ora andando in un soffio. Aveva voglia di piangere. Avrebbe voluto girarsi e correre via, ma non sapeva dove andare. Provava vergogna.
“Bene,” disse, ricacciando indietro le lacrime, “almeno tua moglie sarà felice di sapere che stavi solo facendo il tuo lavoro. Che non provi niente per nessun altro. O per niente, se non per una stupida spada.”
Si girò e iniziò ad allontanarsi. Non sapeva dove stava andando, ma doveva andare via da lui. I suoi sentimenti era troppo intricati. Non sapeva come fare chiarezza tra essi.
Aveva percorso solo pochi metri quando sentì una mano sul braccio. Lui la fece girare su se stessa. Era lì davanti a lei e la guardava negli occhi.
“Non è mia moglie,” disse sottovoce. “Eravamo sposati una volta, ma è stato 700 anni fa. È durata solo un anno. Nella razza dei vampiri, sfortunatamente, le cose non si dimenticano facilmente. Non ci sono annullamenti.”
Caitlin si scrollò la mano di Caleb dal braccio. “Va bene, qualsiasi cosa sia, sarà contenta di riaverti per sé.”
Detto questo ricominciò a camminare, diretta verso i gradini.
Lui la fermò di nuovo, questa volta sorpassandola e piazzandosi davanti a lei per bloccarle la strada.
“Non so in che modo ti ho offeso,” disse, “ma qualsiasi cosa abbia fatto, ti chiedo scusa.”
È quello che non hai fatto, avrebbe voluto dirgli Caitlin. È che non ti interessavo veramente, è che non mi vuoi bene suo serio. Che sono stata solo un oggetto, un mezzo da utilizzare per uno scopo. Proprio come ogni ragazzo abbia conosciuto in vita mia. Avevo pensato che questa volta, forse, sarebbe stato diverso.
Ma non disse tutto questo. Invece abbassò la testa e fece del suo meglio per trattenere il pianto. Non ci riuscì. Sentì le lacrime calde che le scorrevano lungo le guance. Lui le mise una mano sotto il mento e le sollevò il capo, costringendola a guardarlo.
“Scusa,” le disse, con voce che esprimeva sincerità. “Hai ragione. Non è questo l’unico motivo per cui ti ho salvata.” Fece un respiro profondo e continuò: “È che provo qualcosa per te.”
Caitlin sentì che il cuore le saltava nel petto.
“Ma devi capire che è proibito. Le leggi sono molto rigide su questo. Un vampiro non può mai, mai, stare con un umano, o con un mezzosangue, o con chiunque non sia un vero vampiro. La punizione sarebbe la morte. Non c’è via di scampo.”
Caleb abbassò lo sguardo.
“Quindi, capisci,” concluse, “se dovessi provare qualcosa per te, se volessi agire per motivi diversi dal bene comune, ciò significherebbe per me la morte.”
“E allora che ne sarà di me?” chiese lei. Si guardò attorno. “È chiaro che non sono la benvenuta qui. Dove dovrei andare?”
Caleb abbassò lo sguardo scuotendo la testa.
“Non posso andare a casa,” aggiunse Caitlin. “Non ho più una casa. La polizia mi sta cercando. E anche quei vampiri malvagi. Cosa devo fare? Uscire là fuori da sola? Non so neanche più cosa sono?”
“Vorrei tanto avere la risposta. Ci ho provato. Veramente. Ma non c’è nient’altro che io possa fare. Nessuno può opporsi al Concilio. Verremmo entrambi condannati a morte. Io sono ora recluso per i prossimi cinquant’anni. Non posso andarmene da qui. Se lo facessi verrei esiliato per sempre dal clan. Cerca di capire.”
Caitlin si voltò per andarsene, ma lui la trattenne un’altra volta.
“Devi capire! Tu sei basilarmente un essere umano. La tua vita sarà finite tra 80 anni. Ma per me si tratta di migliaia di anni. La tua sofferenza è breve. La mia è senza fine. Non posso vivere da esiliato per l’eternità. Il mio covo è tutto ciò che ho. Ti voglio bene. Provo qualcosa per te. Qualcosa che io stesso faccio fatica a comprendere. Qualcosa che non ho mai provato per nessuno in 3000 anni. Ma non posso arrischiarmi a lasciare queste mura.”
“Allora,” disse Caitlin, “te lo chiedo di nuovo. Cosa ne sarà di me?”
Caleb guardava in basso, in silenzio.
“Capisco,” rispose Caitlin. “Non sono più un tuo problema.”
Caleb aprì la bocca per parlare, ma questa volta se n’era andata. Andata sul serio.
Caitlin attraversò velocemente la terrazza e scese i gradini di pietra. Se ne andò veramente, diretta verso il Bronx in quella buia notte newyorkese. Non si era mai sentita più sola.
Capitolo Quattordici
Kyle camminava lungo il corridoio di pietra, affiancato da un piccolo gruppo di vampiri. Percorrevano rapidamente il corridoio e i loro passi risuonavano; uno dei suoi assistenti reggeva una torcia che illuminava loro il percorso.
Si stavano dirigendo verso il Salone delle Autorità, una camera sotterranea alla quale nessun vampiro mai accedeva, a meno che non ottenesse il permesso di farlo. Kyle non era mai stato così in profondità. Ma quel giorno era stato convocato dal capo supremo in persona. Doveva trattarsi di una cosa seria. In 4000 anni Kyle non era mai stato convocato. Ma aveva sentito di altri a cui era successo. Erano scesi laggiù e non erano più ritornati in superficie.
Kyle deglutì a fatica e allungò il passo. Era sempre stato dell’idea che fosse meglio affrontare rapidamente le brutte notizie, e farla finita il prima possibile.
Giunsero ad una grande porta aperta, sorvegliata da diversi vampiri che li guardavano con freddezza. Alla fine i guardiani si fecero da parte e aprirono completamente la porta. Ma dopo che Kyle fu passato tirarono fuori i loro bastoni e impedirono al seguito di entrare. Kyle sentì che la porta veniva sbattuta alle sue spalle.
Kyle vide dozzine di vampiri in riga, sull’attenti, disposti lungo la parete tranquillamente in piedi su entrambi i lati della stanza. Di fronte a lui nel mezzo della stanza, su un’enorme sedia di metallo, sedeva Rexus, il suo capo supremo.
Kyle fece diversi passi avanti e chinò il capo, aspettando di essere chiamato.
Rexus lo guardò con i suoi occhi blu, freddi e severi.
“Dimmi tutto quello che sai su questa umana, o mezzosangue, o qualunque cosa sia,” iniziò. “E anche della spia. Come ha fatto ad infiltrarsi nei nostri ranghi?”
Kyle fece un profondo respiro e iniziò.
“Non sappiamo molto della ragazza,” disse. “Non abbiamo idea del perché l’acqua santa non le abbia fatto nulla. Ma sappiamo per certo che è stata lei ad attaccare il cantante. Ora lo abbiamo in custodia, e appena si riprenderà ci aspettiamo che ci conduca da lei. È stata lei a tramutarlo. Lui ha nel sangue il suo odore.”
“A quale covo appartiene?” chiese Rexus.
Kyle rimescolò i pensieri nell’oscurità, cercando di scegliere le parole migliori.
“Pensiamo sia semplicemente un vampiro ribelle.”
“Pensate!? Non ne siete certi?”
Kyle si senti avvampare per il rimprovero.
“Quindi l’hai portata qui senza sapere nulla di lei,” disse Rexus. “Hai messo in pericolo il nostro covo.”
“L’ho portata qui per interrogarla. Non avevo idea che fosse immune…”
“E cosa mi dici della spia?” chiese Rexus interrompendolo.
Kyle deglutì.
“Caleb. Lo abbiamo portato qui 200 anni fa. Ha dimostrato molte volte di essere leale. Non abbiamo mai avuto alcuna ragione per sospettare di lui.”
“Da chi era stato ingaggiato?” chiese Rexus.
Kyle fece una pausa. Deglutì a fatica.
“Da me.”
“Quindi,” disse Rexus, “anche in questo caso hai permesso che una minaccia si infiltrasse tra noi.”
Rexus gli lanciò un’occhiataccia. Non si trattava di una domanda. Era un’affermazione. Ed era piena di accusa.
“Mi dispiace, signore,” disse Kyle, reclinando il capo. “Ma in mia difesa posso affermare che nessuno qui, nessun vampiro ha mai sospettato di Caleb. In molte occasioni…”
Rexus sollevò una mano.
Kyle si fermò.
“Mi hai costretto a dare inizio a una guerra. Ora sarà necessario riorganizzare tutte le nostre risorse. Il nostro piano maestro dovrà essere accantonato.”
“Mi spiace, signore. Farò tutto ciò che posso per trovarli e fargliela pagare.”
“Temo sia troppo tardi per questo.”
Kyle deglutì, preparandosi a ciò che sarebbe potuto accadere. Se si trattava della morte, era pronto.
“Non è più a me che devi rispondere. Io stesso sono stato convocato. Dal Concilio Supremo.”
Kyle sgranò gli occhi. Per tutta la vita aveva sentito chiacchiere sul Concilio Supremo, l’organo di governo dei vampiri, al quale anche il capo supremo doveva rispondere. E ora sapeva che esisteva davvero, e che l’avrebbero convocato. Deglutì.
“Sono molto insoddisfatti per ciò che è accaduto qui oggi. Vogliono delle risposte. Spiegherai il tuo errore, racconterai perché è scappata, perché una spia si è infiltrata nei nostri ranghi e dirai dei nostri piani per eliminare ulteriori spie. Poi accetterai la loro sentenza di giudizio.”
Kyle annuì lentamente, terrorizzato da quello che sarebbe accaduto. Non sembrava ci fosse nulla di buono.
“Ci incontreremo alla prossima luna. Questo ti dà del tempo. Nel mentre ti suggerisco di trovare quella mezzosangue. Se ci riuscirai, potresti avere salva la vita.”
“Ve lo prometto, signore. Convocherò ognuno dei nostri vampiri. E condurrò io stesso la caccia. La troveremo. E gliela farò pagare.”
Capitolo Quindici
Jonah era seduto nella stazione di polizia ed era parecchio spaventato. Di fianco a lui sedeva suo padre, più nervoso di quanto l’avesse mai visto; dall’altro lato si trovava l’avvocato che avevano appena assunto. Di fronte a loro, nella piccola e ben illuminata stanza per gli interrogatori, stavano cinque poliziotti. Dietro a questi ve ne erano altri cinque, in piedi, tutti agitati e in movimento.
Si trattava della notizia più scottante della giornata. Non solo un cantante di fama mondiale era stato assassinato, proprio durante il suo spettacolo, proprio a Carnegie Hall; non solo era stato uccio in modo sospetto, ma le cose erano anche riuscite a peggiorare. Quando la polizia aveva seguito l’unico indizio che aveva, andando a visitare l’appartamento della sospetta assassina, quattro poliziotti erano rimasti uccisi. Dire che la situazione era precipitata era un eufemismo.
Ora non solo stavano ricercando il “Macellaio di Beethoven” (o “L’assassino di Carnegie Hall”, come alcuni giornali la chiamavano), ma stavano anche seguendo un assassino di poliziotti. L’assassino di quattro poliziotti. Ogni forza dell’ordine in città era coinvolta nel caso e nessuno avrebbe avuto pace fino a che non fosse stato risolto.
E l’unico indizio che avevano era ora seduto di fronte a loro a quel tavolo. Il suo accompagnatore quella sera.
Jonah sedeva con gli occhi sgranati, sentendo le gocce di sudore che gli affioravano nuovamente sulla fronte. Era in quella stanza da sette ore. Durante le prime tre ore si era continuamente asciugato il sudore dalla fronte. Ora lasciava semplicemente che gli scivolasse lungo il volto. Era accasciato sulla sua sedia, stremato.
Non sapeva cos’altro dire. Un poliziotto dopo l’altro era entrato nella stanza, e tutti gli avevano posto le stesse domande. Tutte varianti sullo stesso tema. E lui non aveva risposte. Non capiva perché continuassero a chiedergli ripetutamente e con insistenza le stesse cose. Da quanto la conosci? Perché l’hai portata a quello spettacolo? Perché se n’è andata durante l’intervallo? Perché non l’hai seguita?
Come era potuto succedere? Lei era apparsa nella sua vita ed era così bella. E così dolce. Lui adorava stare con lei. Adorava parlare insieme a lei. Era stato certo che si sarebbe rivelato un appuntamento da favola.
Poi lei aveva iniziato a comportarsi in modo strano. Poco dopo l’inizio della musica aveva percepito una certa irrequietezza crescere in lei. Gli era sembrata… malata non era la parola giusta. Gli era sembrata… ansiosa. Più che ansiosa: era come se stesse per esplodere fuori dalla propria stessa pelle. Come se avesse dovuto andare da qualche parte, e velocemente anche.
All’inizio aveva pensato che fosse semplicemente perché il concerto non le piaceva. Si era chiesto se non fosse stata una cattiva idea portarla lì. Poi si era domandato se per caso non gradisse la sua compagnia. Ma poi quella condizione era sembrata diventare più intensa, tanto che la sua pelle quasi irradiava calore. Allora aveva iniziato a chiedersi se magari avesse qualche genere di disturbo, o forse intossicazione da cibo.
Quando poi era effettivamente schizzata via dal suo posto, si era chiesto se volesse raggiungere il bagno. Era confuso, ma era rimasto pazientemente in attesa alla porta, dando per scontato che sarebbe tornata dopo l’intervallo. Ma dopo quindici minuti, dopo il suono dell’ultimo campanello, era tornato da solo al proprio posto, confuso.
Dopo un’altra quindicina di minuti si erano levate le luci in sala. Un uomo era salito sul palco e aveva annunciato che il concerto non sarebbe proseguito. Che i biglietti sarebbero stati rimborsati. Non aveva spiegato il motivo. Tutto il pubblico aveva mormorato, irritato ma anche confuso. Jonah frequentava concerti da una vita e non gli era mai capitato che uno venisse interrotto dopo l’intervallo. Il cantante aveva avuto un malore?
“Jonah?” lo chiamò bruscamente il detective.
Jonah sollevò lo sguardo verso di lei, sorpreso.
La detective lo osservava con sguardo truce. Si chiamava Grace. Era il poliziotto più duro che avesse mai incontrato. Ed era inarrestabile.
“Non hai sentito quello che ti ho appena chiesto?”
Jonah scosse la testa.
“Voglio che tu mi racconti da capo tutto quello che sai di lei,” disse. “Dimmi di nuovo come l’hai incontrata.”
“Ho già risposto a questa domanda un milione di volte,” rispose Jonah con frustrazione.
“Voglio sentire ancora.”
“L’ho incontrata in classe. Era nuova. Le ho ceduto la mia sedia.”
“E poi?”
“Abbiamo parlato un po’, ci siamo visti in mensa. Le ho chiesto di uscire. Lei ha accettato.”
“Tutto qui?” chiese la detective. “Non ci sono assolutamente altri particolari, nient’altro da aggiungere?”
Jonah combatteva dentro di sé per capire quanto raccontare loro. Ovviamente c’era dell’altro. C’era il fatto che quei bulli l’avevano picchiato. C’era il suo diario, trovato misteriosamente accanto a lui. I suoi sospetti che lei fosse stata lì. Che lei lo avesse aiutato. Che in qualche modo avesse addirittura dato il benservito a quei ragazzi. Del come, non aveva la più pallida idea.
Ma cosa doveva dire a quei poliziotti? Che era stato preso a botte? Che pensava di ricordare di averla vista lì? Che pensava di averla vista mettere al tappeto quattro ragazzi che erano ciascuno il doppio di lei? Niente di tutto ciò aveva un senso, neppure per lui. Sicuramente non avrebbe avuto senso neanche per loro. Avrebbero semplicemente creduto che stava mentendo, inventando un sacco di frottole. La stavano cercando. E non sarebbe stato lui ad aiutarli.
Nonostante tutto si sentiva protettivo nei suoi confronti. Non capiva a fondo cosa fosse successo. Una parte di lui non ci credeva, non voleva crederci. Aveva veramente ucciso quel cantante? Perché? C’erano veramente due buchi nel suo collo come dicevano i giornali? Lo aveva morso? Era una specie di…
“Jonah,” disse bruscamente Grace. “Ho detto: c’è dell’altro?”
La detective lo stava fissando.
“No,” rispose lui alla fine. Sperò che lei non capisse che stava mentendo.
Un altro detective si fece avanti. Si chinò su di lui guardandolo fisso negli occhi. “Ha detto niente ieri sera che facesse pensare che fosse mentalmente instabile?”
Jonah aggrottò le sopracciglia.
“Intende dire pazza? E perché dovrei mai pensare una cosa del genere? È stata una buona compagnia. È intelligente, carina. Mi piace parlare con lei.”
“Di cosa avete parlato esattamente?” Era di nuovo quella donna.
“Di Beethoven,” rispose Jonah.
I detective si guardarono. Dall’espressione confuse e spiacevole stampata sui loro volti chiunque avrebbe potuto pensare che lui avesse risposto “pornografia”.
“Beethoven?” chiese uno dei poliziotti, un uomo nerboruto sui cinquant’anni, con tono canzonatorio.
Jonah era esausto e ebbe voglia di rispondere per le rime.
“È un compositore,” disse.
“So chi è Beethoven, teppistello,” disse bruscamente il poliziotto.
Un altro detective, pure lui di buona stazza e di circa sessant’anni, con grandi guance rosse, fece tre passi avanti, mise la sua mano tozza sul tavolo e si chinò verso Jonah, abbastanza vicino perché lui ne potesse sentire l’alito cattivo che sapeva di caffè. “Senti ragazzino, questo non è un gioco. Quattro poliziotti sono morti a causa della tua fidanzatina,” disse. “Ora, noi sappiamo che tu sai dove si nasconde,” disse. “Sarà meglio che inizi a dire qualcosa e…”
L’avvocato di Jonah sollevò una mano. “Questa è una supposizione, detective. Lei non può accusare il mio cliente di…”
“Non me ne frega niente del suo cliente!” gridò il detective in risposta.
Un denso silenzio calò nella stanza.
Improvvisamente la porta si aprì e un altro detective entrò. Indossava dei guanti di lattice.
In una mano teneva il telefono di Jonah e lo appoggiò sul tavolo, accanto a lui. Jonah fu felice di rivederlo.
“Niente?” chiese uno dei poliziotti.
L’uomo si sfilò i guanti e li gettò nel cestino. Scosse la testa.
“Niente. Il telefono del ragazzo è pulito. Ha ricevuto un po’ di messaggi da lei ieri, ma nient’altro. Abbiamo provato a chiamare il numero della ragazza. Non prende la linea. Stiamo estrapolando tutti i dati di quel numero ora. Ad ogni modo, il ragazzo dice la verità. Prima di ieri lei non l’aveva mai chiamato né gli aveva mandato dei messaggi.
“Ve l’avevo detto,” disse seccamente Jonah, rivolto ai poliziotti.
“Signori, abbiamo finito qui?” chiese l’avvocato di Jonah.
I poliziotti si voltarono e si guardarono.
“Il mio cliente non ha commesso alcun crimine e non ha fatto niente di sbagliato. Ha collaborato totalmente con questa indagine rispondendo a tutte le vostre domande. Non ha intenzione di abbandonare lo stato o la città. È disponibile per ulteriori interrogatori in qualsiasi momento. Chiedo che ora venga rilasciato. È uno studente, e la mattina deve andare a scuola.” L’avvocato guardò il proprio orologio. “È quasi l’una di notte, signori.”
Proprio in quel momento un forte trillo risuonò nella stanza, accompagnato da una vibrazione. Tutti gli occhi si voltarono all’istante verso il telefono di Jonah, che giaceva sul tavolo di metallo. Vibrò di nuovo e si accese. Prima di prenderlo Jonah già sapeva chi era. E lo sapevano anche tutti gli altri presenti.
Era un messaggio di Caitlin.
Voleva sapere dove lui si trovasse.
Capitolo Sedici
Caitlin controllò il telefono un’altra volta. Era l’una del mattino e aveva appena mandato un messaggio a Jonah. Nessuna risposta. Probabilmente stava dormendo. Oppure, se era sveglio, non voleva saperne di lei. Ma era l’unica cosa che poteva pensare di fare.
Mentre lasciava il Monastero, nella fresca aria notturna, riuscì un po’ alla volta a fare ordine tra i suoi pensieri. Più si allontanava e meglio si sentiva. La presenza di Caleb, la sua energia, lentamente la abbandonavano e lei si sentiva in grado di poter di nuovo riflettere liberamente.
Quando era stata con lui, per qualche ragione non era stata capace di riflettere a fondo da sola. La sua presenza l’aveva pienamente sovrastata. Non era riuscita a pensare a niente o nessun’altro.
Ora che era di nuovo da sola, e lontana da lui, ricordi di Jonah le tornavano alla mente. Si sentiva in colpa perché Caleb le era piaciuto: aveva come la sensazione di aver tradito Jonah. Jonah era stato così gentile con lei a scuola, così amichevole con lei durante il loro appuntamento. Si chiese cosa provasse per lei ora che era fuggita a quel modo. Probabilmente la odiava.
Attraversò il parco di Fort Tyron e controllò di nuovo il telefono. Fortunatamente era piccolo e l’aveva nascosto per bene nella tasca interna del vestito aderente. In qualche modo era sopravvissuto a tutti quegli eventi.
Ma la batteria no. Era due giorni che non lo metteva in carica e quando lo guardò vide che si stava scaricando. Mancavano solo pochi minuti perché si spegnesse del tutto. Sperava che Jonah le rispondesse prima che il telefono morisse del tutto. Se così non fosse stato, non avrebbe avuto altro modo di raggiungerlo.
Stava dormendo? La stava ignorando? Non poteva biasimarlo. Anche lei l’avrebbe ignorato, in quelle condizioni.
Caitlin continuò a camminare attraverso il parco. Non aveva idea di dove si stesse dirigendo. Tutto quello che sapeva era che doveva allontanarsi il più possibile da quel luogo. Da Caleb. Dai vampiri. Da tutto ciò. Voleva indietro la sua vita normale. Nella sua testa pensava che, se fosse andata sufficientemente lontano, forse tutto quello che era successo sarebbe svanito. Forse il sorgere del sole avrebbe portato un nuovo giorno e tutto quello che era accaduto sarebbe stato lavato via come un brutto, bruttissimo sogno.
Controllò il telefono. Ora stava lampeggiando, quasi completamente scarico. Sapeva per esperienza che le rimanevano circa trenta secondi. Lo fissò per tutto il tempo che la lucetta lampeggiò, sperando, pregando che Jonah le rispondesse. Che all’improvviso la chiamasse dicendo Dove sei? Vengo subito. Che l’avrebbe salvata da quella situazione.
Ma proprio mentre lo guardava divenne tutt’a un tratto nero. Scarico. Completamente morto.
Infilò di nuovo il telefono in tasca, rassegnata. Rassegnata a quella nuova vita. Rassegnata al fatto che non le fosse rimasto nessuno. Avrebbe potuto contare solo su se stessa. Come aveva sempre fatto.
Uscì dal Parco di Fort Tryon e si ritrovò nel Bronx, di nuovo nel reticolato della città. Le diede un senso di normalità. Di direzione da prendere. Non sapeva esattamente dove andare, ma le piaceva il fatto di essere diretta verso il centro cittadino.
Sì, era lì che sarebbe andata. Penn Station. Avrebbe preso un treno e avrebbe abbandonato tutto. Forse sarebbe tornata alla sua città precedente. Forse suo fratello era ancora lì. Avrebbe potuto ricominciare da capo. Comportarsi come se non fosse mai successo nulla.
Si guardò attorno: c’erano graffiti ovunque, poco di buono ad ogni angolo. Ma stranamente questa volta la lasciarono in pace. Forse capivano anche loro che Caitlin si trovava al capolinea. Che non c’era niente che fosse rimasto da portarle via.
Vide un segnale. 186a Strada. Sarebbe stata una lunga camminata. Mancavano 150 isolati a Penn Station. Le ci sarebbe voluta tutta la notte. Ma era quello che le ci voleva. Per farsi chiarezza in testa. Per liberarsi di Caleb, e di Jonah. Degli eventi che avevano animato le ultime due serate.
Vedeva ora un nuovo futuro davanti a sé, ed era determinata a camminare tutta la notte per raggiungerlo.
Capitolo Diciassette
Quando Caitlin si svegliò era mattina. Più che vederlo, sentì la luce del sole che la colpiva, e sollevò la testa intontita cercando di capire dove si trovava. Sentì la roccia fredda che le toccava la pelle delle braccia e la fronte. Dov’era?
Quando alzò la testa e si guardò attorno, si rese conto di essere in Central Park. Ora ricordava che a un certo punto della notte si era fermata lungo la strada per riposarsi. Era così stanca, talmente esausta. Doveva essersi addormentata da seduta, con le braccia e la testa appoggiate al rmuretto di marmo.
Era già mattina inoltrata e fiumane di persone riempivano il parco. Una donna con la figlia piccola le passò accanto e la guardò con espressione perplessa. La donna si strinse la bambina vicino mentre passavano.
Caitlin si tirò più su a sedere e si guardò attorno. Un po’ di persone la osservavano e lei si chiese cosa mai pensassero di lei. Guardò i suoi abiti sporchi. Erano luridi. A quel punto non le interessava più. Voleva solo uscire da quella città, da quel posto che ormai associava con ogni cosa andata storta.
Poi ne fu colpita di nuovo. Fame. Avvertì una fitta e si sentì affamata come non mai. Ma non era una fame normale. Era un’urgenza folle e primordiale. Di nutrirsi. Proprio come quella provata a Carnegie Hall.
Un ragazzino che giocava con un pallone da calcio, non più grande di sei anni, lo mandò per sbaglio proprio vicino a lei. Si avvicinò correndo. I suoi genitori erano poco più avanti, a circa dieci metri.
Quella era la sua possibilità. Ogni parte del suo corpo gridava per un po’ di cibo. Fissò il collo del bambino, mettendo a fuoco il sangue pulsante sotto la pelle. Poteva sentirlo. Quasi fiutarne l’odore. Aveva voglia di balzargli addosso.
Ma da qualche parte qualcosa in lei la bloccò. Sapeva che sarebbe morta di fame se non si nutriva e che sarebbe forse crollata in breve tempo. Ma preferiva morire che fare del male a quel bimbo. Lo lasciò andare.
La luce del sole le faceva male, ma era sopportabile. Era a causa del suo essere una mezzosangue? Cosa succedeva agli altri vampiri? Forse questo le dava un po’ di vantaggio.
Si guardò attorno, socchiudendo gli occhi per la violenza della luce, e si sentì confusa e stordita. C’erano così tante persone. Così tanta confusione. Perché si era fermata proprio lì? Dove stava andando? Sì… Penn Station.
I piedi le facevano male, le pulsavano per il troppo camminare. Ma ormai non mancava molto. Non più di trenta isolati. Avrebbe percorso il resto della strada, avrebbe preso il treno e se ne sarebbe andata da quell’inferno. Si sarebbe fatta coraggio e ce l’avrebbe messa tutta per tornare alla normalità. Se si fosse allontanata abbastanza dalla città, forse forse sarebbe successo.
Caitlin si rimise lentamente in piedi, pronta a mettersi in cammino.
“Ferma!” gridò una voce.
“Non ti muovere!” urlò un’altra.
Caitlin si voltò lentamente.
Di fronte a lei c’erano almeno una decina di ufficiali di polizia di New York in uniforme, tutti con le pistole puntate contro di lei. Si tenevano a distanza, a circa 5 metri, come se avessero paura di avvicinarsi di più. Come se lei fosse un qualche tipo di animale selvatico.
Lei li guardò e stranamente non provò paura. Al contrario sentì una strana sensazione di pace crescerle dentro. Iniziava a sentirsi più forte degli esseri umani. E ad ogni momento che passava si sentiva sempre meno parte della propria specie. Provava una strana sensazione di invincibilità, sentiva che non aveva importanza quanti fossero quei poliziotti, o che tipo di armi usassero: lei sarebbe potuta fuggire o avrebbe potuto batterli tutti.
Allo stesso tempo però si sentiva stanca. Una parte di lei non aveva veramente più alcuna voglia di scappare. Dai poliziotti. Dai vampiri. Non sapeva dove – o da cosa – stesse fuggendo. In qualche modo, anche se era strano, avrebbe gradito essere attaccata dalla polizia. Essere arrestata sarebbe stato perlomeno qualcosa di normale, di razionale. Forse le avrebbero dato una scrollata e le avrebbero fatto capire che dopotutto era un’umana.
I poliziotti si avvicinarono lentamente e con cautela, con le pistole spiegate, muovendosi con estrema cautela.
Lei li osservava mentre si avvicinavano, più incuriosita che spaventata. I suoi sensi si erano acuiti. Riusciva a scorgere ogni minimo dettaglio. La forma delle loro pistole, il contorno dei grilletti, addirittura la lunghezza delle loro unghie.
“Tieni le mani alte in modo che possiamo vederle!” gridò un poliziotto.
I più vicini erano a pochi metri da lei.
Si chiese come sarebbe potuta essere la sua vita. Se suo padre non se ne fosse mai andato. Se non si fossero mai trasferiti. Se avesse avuto una madre diversa. Se fossero rimasti fissi in una città. Se avesse avuto un ragazzo. Sarebbe mai stata normale? Sarebbe mai stata normale la sua vita?
Il poliziotto più vicino era ora a mezzo metro da lei.
“Girati e metti le mani dietro la schiena,” disse il poliziotto. “Lentamente.”
Lei abbassò lentamente le braccia, si voltò e le portò dietro la schiena. Sentì il poliziotto che le afferrava saldamente un polso, poi l’altro, strattonando le sue braccia in modo troppo rude, troppo violento, usando una forza che non era necessaria. Che meschino. Sentì la stretta fredda delle manette e il metallo che le tagliava la pelle.
Il poliziotto le afferrò la nuca, le premette i capelli con troppa forza e si chinò portando la bocca vicino al suo orecchio. Quindi sussurrò: “Sei fritta.”
E poi accadde.
Tutt’a un tratto si udì l’orribile suono di ossa che si spezzavano, seguito da spruzzi di sangue, e la sensazione e odore del sangue caldo su tutta la sua faccia.
Udì urla e grida, poi spari, e tutto nella frazione di un secondo. Caitlin si gettò istintivamente a terra atterrando sulle ginocchia, girò su se stessa e sollevò lo sguardo: solo allora si rese conto di cosa stava succedendo.
L’uomo che l’aveva presa per i capelli era morto, decapitato, e la sua testa era divisa a metà. Gli altri poliziotti stavano sparando selvaggiamente, ma non avevano alcun vantaggio. Una calca di vampiri – quelli del Municipio – erano scesi tra loro. Stavano facendo a pezzi i poliziotti.
I poliziotti riuscirono a sparare ad alcuni di loro, ma non servì a nulla. Continuavano ad attaccare. Era un bagno di sangue.
Nel giro di pochi secondi tutti i poliziotti erano annientati.
Caitlin sentì improvvisamente la calda e ormai familiare ondata attraversarle il sangue, sentì il potere che la pervadeva, salendole dai piedi e scorrendole attraverso spalle e braccia. Tirò le braccia e spezzò le manette. Portò poi le proprie mani di fronte agli occhi e le fissò, scioccata dalla propria forza. Il metallo tintinnava penzolandole dai polsi, ma ora aveva le mani libere.
Balzò in piedi, guardando affascinata la scena raccapricciante che le si presentava davanti agli occhi. Tutti i vampiri erano chini sui corpi dei poliziotti. Sembravano troppo distratti per notarla. Capì che doveva fuggire. Il prima possibile.
Ma propria prima che potesse formulare il pensiero, sentì una fortissimo morsa di ghiaccio dietro al collo. Guardò e riconobbe il volto. Era Kyle. E aveva l’aspetto della morte.
Le sorrise, una sorta di ghigno.
“Non ti stiamo salvando,” disse. “Ci prendiamo semplicemente ciò che è nostro.
Caitlin tentò di resistere. Cercò di colpirlo con un braccio, ma lui la bloccò con facilità e la afferrò per la gola. Non riusciva a respirare. Semplicemente non poteva combattere alla pari con lui.
“Sarai anche immune ad alcune cose,” disse, “ma non sei per niente forte quanto me. E non lo sarai mai.”
In quel momento vi fu un’altra esplosione d’azione, e Caitlin poté respirare di nuovo. Fu scioccata dal vedere Kyle improvvisamente scaraventato all’indietro. Venne scagliato con una tale forza da andare a colpire violentemente il muretto di marmo mandandolo in frantumi ed atterrando dall’altra parte.
Lei si voltò a guardare per vedere quale ne fosse stata la causa.
Caleb.
Era lì.
Prima che Caitlin potesse capire cosa stava accadendo, sentì la sua familiare e salda presa attorno alla vita, le sue braccia e il suo busto muscoloso, e si sentì sorretta da lui mentre correvano, sempre più veloci, come avevano fatto la notte precedente. Attraversarono di corsa Central Park diretti verso sud e in pochi istanti gli alberi divennero una foschia indistinta. Caitlin e Caleb si sollevarono in aria. Ancora una volta stavano volando.
Erano in alto, sopra la città, quando Caleb aprì le sue ali e le avvolse attorno a lei.
“Pensavo non potessi andartene,” disse infine Caitlin.
“Infatti non posso,” disse Caleb.
“Quindi… questo significa che sarai…”
“Esiliato. Sì.”
Caitlin si sentì sopraffare dall’emozione. Aveva rinunciato a tutto per lei.
Mentre volavano sempre più in alto, quasi fino alle nuvole, Caitlin non aveva idea di dove stessero andando. Guardò in basso e vide che stavano lasciando la città. Si rilassò. Era così felice di essere lontana da tutto quello, così pronta a ricominciare. E più di tutto era felice di essere tra le braccia di Caleb. Il cielo davanti a loro brillava di un tenue arancione, e lei desiderava solo che quel momento non finisse mai.
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AMATA (Libro 2 in Appunti di un vampiro)

Caitlin e Caleb partono insieme alla ricerca dell’unico oggetto in grado di fermare l’ormai imminente guerra di vampiri e umani: la spada perduta. Un oggetto appartenente alla tradizione vampiresca del quale si dubita fortemente addirittura l’esistenza.
Se mai c’è una speranza di trovarla, è necessario rintracciare gli antenati di Caitlin. È veramente lei la Prescelta? La loro impresa inizia dalla ricerca di suo padre. Chi era? Perché l’ha abbandonata? Mentre la ricerca si sviluppa, i due rimangono scioccati dallo scoprire la sua vera identità.
Ma non sono loro gli unici ad essere alla ricerca della leggendaria spade. Anche il Covo di Mareanera la vuole, e sono sulla loro tracce. Quel che è peggio, il fratello minore di Caitlin, Sam, è ancora ossessionato dalla ricerca del padre. Ma Sam stesso si ritrova presto invischiato nel bel mezzo di una guerra tra vampiri. Metterà a repentaglio l’impresa di Caitlin e Caleb?
Il viaggio di Caitlin e Caleb in un turbinio di località storiche: dalla Vallata dell’Hudson a Salem, fino al cuore della Boston storica, proprio nel luogo in cui le streghe venivano impiccate sulla collina di Boston. Perché questi luoghi sono così importanti per la razza dei vampiri? E cosa hanno a che fare con gli antenati di Caitlin, e con il suo ceppo d’origine?
Ma i due potrebbero anche non farcela. Il loro amore reciproco sta sbocciando. E la loro relazione vietata potrebbe distruggere tutto ciò che hanno programmato di raggiungere…
AMATA è il seguito di TRAMUTATA, ed è un libro di 51.000 parole.
“AMATA, il secondo libro della serie Appunti di un vampiro, è eccezionale quanto TRAMUTATA, pieno zeppo dio azione, romanticismo, avventura e suspense. Questo libro è una meravigliosa aggiunta alla seria e vi farà desiderare di continuare a leggere le opere di Morgan Rice. Se avete apprezzato il primo libro, mettete le mani anche su questo e preparatevi ad innamorarvi di nuovo.”
--Vampirebooksite.com
“La serie APPUNTI DI UN VAMPIRO ha una trama forte, e AMATA in particolare è il genere di libro che farete fatica a chiudere la sera. Il finale è di una tale tensione ed è così spettacolare da spingervi immediatamente a comprare il libro successivo, almeno per vedere cosa succederà in seguito. Come potrete notare, questo libro costituisce un grande passo avanti per la serie, e si merita un bel 10 come giudizio”
--The Dallas Examiner
“In AMATA, Morgan Rice dà nuovamente prova di essere una narratrice di talent… Coinvolgente e divertente, mi sono trovato a godere questo libro molto più del primo, e sono decisamente curioso di vederne il seguito.”
--The Romance Reviews


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Chi è Morgan Rice
Morgan è l’autrice della serie fantasy Bestseller L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende dieci libri.
Morgan Rice è l’autrice Bestseller di APPUNTI DI UN VAMPIRO, una serie per ragazzi che comprende dieci libri, è stata tradotta in sei lingue ed inizia con TRAMUTATA (Libro 1), da scaricare GRATUITAMENTE!
Morgan è anche autrice dei Bestseller ARENA ONE e ARENA TWO, i primi due libri di THE SURVIVAL TRILOGY, un thriller post-apocalittico ambientato nel futuro.
A Morgan piace ricevere i vostri commenti, quindi sentitevi liberi di visitare il suo sito http://www.morganricebooks.com per tenervi in contatto con lei.
Libri di Morgan Rice
L’ANELLO DELLO STREGONE
A FEAST OF DRAGONS (Libro #3)
A CLASH OF HONOR (Libro #4)
A VOW OF GLORY (Libro #5)
A CHARGE OF VALOR (Libro #6)
A RITE OF SWORDS (Libro #7)
A GRANT OF ARMS (Libro #8)
A SKY OF SPELLS (Libro #9)
A SEA OF SHIELDS (Libro #10)
THE SURVIVAL TRILOGY
ARENA ONE: SLAVERSUNNERS (Libro #1)
ARENA TWO (Libro #2)
APPUNTI DI UN VAMPIRO
TRAMUTATA (Libro #1)
AMATA (Libro #2)
BETRAYED (Libro #3)
DESTINED (Libro #4)
DESIRED (Libro #5)
BETROTHED (Libro #6)
VOWED (Libro #7)
FOUND (Libro #8)
RESURRECTED (Libro #9)
CRAVED (Libro #10)
