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Giovanni Mongiovì

IL CIELO DI NADIRA

Regnum

In copertina: gli occhi di Luana (per gentile concessione);

scudo normanno, Atene, Museo della Guerra.

giovannimongiovi.com

Copyright © 2019 - Giovanni Mongiovì

Non serve che io scriva dell'indescrivibile,

che azzardi la descrizione dell'immensamente perfetto,

la consapevolezza a cui risorgo è già poesia,

la più alta e monda, scritta da mani intangibili,

concepita da mente eccelsa,

ispirata da un cuore smisurato;

amore mio, siamo finiti nell'arte di Dio:

"che un essere ne ami un altro con amore sempre più indissolubile".

Che io ami te ogni giorno di più...

A Valentina e Tommaso... lustru dê me òcchii...

Premessa

PARTE I - LO STRANIERO LEGATO AL PALO

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Capitolo 11

Capitolo 12

Capitolo 13

Capitolo 14

PARTE II - LA GUERRA DEI QĀ’ID

Capitolo 15

Capitolo 16

Capitolo 17

Capitolo 18

Capitolo 19

Capitolo 20

Capitolo 21

PARTE III - LA TREGUA DEL MUḤARRAM

Capitolo 22

Capitolo 23

Capitolo 24

Capitolo 25

Capitolo 26

Capitolo 27

Capitolo 28

PARTE IV - IL RITORNO DI CONRAD

Capitolo 29

Capitolo 30

Capitolo 31

Capitolo 32

Capitolo 33

Capitolo 34

Capitolo 35

PARTE V - LE TRAME DEL POTERE

Capitolo 36

Capitolo 37

Capitolo 38

Capitolo 39

Capitolo 40

Capitolo 41

Capitolo 42

PARTE VI - LA MALEDIZIONE DI PENTESILEA

Capitolo 43

Capitolo 44

Capitolo 45

Capitolo 46

Capitolo 47

Capitolo 48

Capitolo 49

PARTE VII - LE CONDIZIONI DELLA LIBERTÀ

Capitolo 50

Capitolo 51

Capitolo 52

Capitolo 53

Regnum - Il cercatore di coralli

Opere dell’autore

Biografia

Premessa

Per quanto mille fiumi sfoceranno a mare, essi non avranno mai il nome delle acque in cui si gettano, per il ragionevole motivo che il mare non può essere la ragione di un fiume. Allo stesso modo il principio non può ricalcare la definizione del fine, né può superare la sua importanza. Si guardi alla sorgente di un fiume, alle alte rupi da cui sgorga, se ne assaggino le acque, e gli si dia un nome in base a questo.

Non è l’azione a fare l’uomo, non è la mano a compiere l’atto, bensì il cuore, lì dove sorge il motivo, la ragione di tutto. L’essenza del peccato originale non fu cogliere un frutto, ma tutto ciò che mosse quel gesto.

E così la cupidigia può nascondersi in ogni cosa, nella carne succulenta, nel rossore del vino, nelle forme di una fanciulla… o almeno in tale maniera giustifica chi cede. Ma la verità è che essa si nasconde esclusivamente negli occhi e nel cuore di chi sente quell’incendio consumante, quella fiamma divoratrice che è la concupiscenza.

Tra gli illustri di questa gente di antica stirpe greca si narrava una storia, una di quelle sopravvissute al battesimo del cristianesimo e alla spada dell’Islam. Pentesilea, potente amazzone, fu chiamata a combattere in difesa dei troiani. Era una donna bellissima e, come spesso accade nei miti greci, le dee la invidiavano. Per tale motivo Afrodite la volle punire con la più terribile delle condanne: ogni uomo che l’avesse vista avrebbe provato un così inarrestabile desiderio di averla che avrebbe per certo cercato di violentarla. Pentesilea si nascose sotto la sua armatura per tutto il tempo che poté, sennonché, durante una battaglia, Achille la uccise e la spogliò delle sue armi. Solo allora fu evidente come la condanna di Pentesilea superasse la stessa morte… Achille non seppe resisterle…

Al di là del mito, può esistere davvero qualcosa di così straordinariamente irresistibile e maledetto da scuotere irrimediabilmente i desideri di chi lo sta a guardare? Una bellezza di tale potenza da lasciar emergere le malizie dei cuori, ma anche ambivalente, in quanto capace di far affiorare le nobili virtù nell’animo dei meritevoli.

La storia che segue è la prima di tante… la prima di tante storie di uomini e donne, e del sangue che lega ognuno di questi al proprio passato e al veniente futuro. È la storia di questa terra, dei suoi popoli, delle sue guerre, dei suoi vizi e dei suoi sopiti pregi. Tuttavia quella che segue è proprio la prima, ed essendo tale è quindi l’originale… e dunque, in quanto originale, non può che parlare del medesimo desiderio che portò, in principio, l’uomo al suo primo peccato.

PARTE I - LO STRANIERO LEGATO AL PALO

Capitolo 1

Inverno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna

Lì per quella valle in cui le norie1 non fermano mai il loro girare… lì dove il monte di Qasr Yanna poggia le sue radici… lì sul quel pianoro dov’è il Rabaḍ2…

La valle ai piedi dell’antica Enna si perdeva verso oriente; secoli di ingegno arabo l’avevano resa più fertile di quello che altrimenti sarebbe stata. Guardando ad ovest, QasrbYanna3, l’ombelico di Sicilia, si stagliava alta sul monte. Guardando a est, giù dal pianoro, ci si perdeva con lo sguardo in decine di colline, boschi, prati, pascoli e torrenti… ma anche nelle alte ruote idrauliche, in grado di sollevare l’acqua dalla vallata... e nei canali, scavati per trasportarla agli orti. Il villaggio non aveva molte case, forse una trentina, e solo una piccola moschea, come a testimoniare la poca importanza del luogo.

Era appena passato mezzogiorno e per un terreno destinato alla coltivazione di zucche da fiaschi due uomini trascinavano per le ascelle un giovane quasi trentenne. Con i piedi questi sembrava volesse fare i solchi che generalmente fa l’aratro, tanto li puntava al suolo nudi e recalcitrava alla cattura. Teneva lo sguardo basso, e a coloro che osservavano la scena mostrava solo la testa e i suoi capelli corti. Era inverno e adesso le caviglie affondavano nel freddo fango formatisi con la pioggia del mattino.

Il giovane indossava un calzone e una tunica strappata. Quegli altri vestivano abiti decisamente diversi: a foggia larga e colorati. Uno dei due aveva una sorta di turbante ed entrambi portavano barba e capelli lunghi.

Quando giunsero con il disgraziato prigioniero per le vie del Rabaḍ, ognuno si raccolse curioso. Si conoscevano tutti al villaggio e tutti conoscevano gli abitanti dell’ultima casa in fondo alla strada prima degli orti, la casa dei cristiani, gli unici del Rabaḍ.

Si lavorava alacremente in tutta la zona per rendere il terreno sempre adatto alla vita; l’intera area era a votazione agricola e le famiglie si costituivano in villaggi tutti disseminati tra le colline. Non vi era nobile e non vi era guerriero, ma solo contadini che lavoravano per conto proprio e per conto dell’esattore del Qā’id4 di Qasr Yanna.

Proprio la casa di quest’ultimo si trovava all’esatto opposto della casa dei cristiani, nel punto più elevato. Un largo cortile, in parte recintato, si apriva antistante alla grande casa, ed è qui che giunsero i tre dopo aver percorso le labirintiche stradine e i cortili tipici dei centri ad impianto arabo. Proprio nel punto in cui si montava il mercato, e al centro esatto di tale luogo, legarono il malmenato giovane. Lo legarono alle mani e queste ad un palo. Tirarono quindi la corda all’insù, bloccandola ad una biforcazione naturale del legno dell’asta situata sulla testa del condannato, così che questi non si potesse sedere né piegare.

Adesso entrò in scena un uomo del Qā'id, un tipo fin troppo giovane per il ruolo che ricopriva, un tale Umar. Questi era un uomo di bell’aspetto: di origine berbera, era appena olivastro di carnagione, aveva un bel paio di occhi profondi e neri, e un naso dritto e ben proporzionato. La barba nascondeva la sua età e lo faceva assomigliare di più al padre, Fuad, anche lui esattore del Qā'id e scomparso da quasi due anni.

Venendo fuori dall’ufficio delle tasse, ubicato sul lato della casa, Umar tirò per i capelli biondo-ramati la testa del prigioniero e lo costrinse a guardarlo negli occhi. Per come quest’ultimo era livido in volto, quei due dovevano essersi sbizzarriti a malmenarlo.

Dunque furono a tu per tu, e nulla divideva quei fieri occhi neri dal fissare quegli occhi ancor più fieri ma verdi del prigioniero.

«E così hai creduto di potermi insultare e farla franca…» fece Umar.

Ma quell’altro non rispose; non perché non comprendesse l’arabo, ma perché qualunque parola sarebbe stata una parola inutile.

«Non vale la pena di starci a perdere tempo.» completò l’esattore.

Poi fece cenno col capo a uno dei due che glielo avevano riportato in legami, e questi, strappatagli del tutto la tunica, lo sferzò con una corda bagnata.

Gli abitanti del villaggio se ne stavano tutti lì, eppure nessuno aveva il coraggio di mettere piede oltre la recinzione del cortile. I gemiti abortiti in gola da quell’uomo non fecero più impressione dei rossori sanguigni che gli si andavano configurando sulla schiena.

Ognuno commentava con quello accanto che una cosa del genere non era mai accaduta al Rabaḍ. I familiari del tale si nascondevano invece tra la folla, avendo il buon senso e il pudore di non parlare. Gli unici assenti erano quelli della casa dell’esattore, madre, moglie e sorella, i quali preferivano non immischiarsi negli affari del capofamiglia.

Quando poi l’incaricato di quella tortura finì il suo servizio e lasciarono a sé stesso il giovane legato al palo, la folla ritornò alle sue mansioni. Lo lasciarono lì, in balia del freddo della sera e del gelo della notte.

Solo verso mezzanotte qualcuno ebbe la pietà e il permesso di portargli una coperta. Gli uomini di Umar lo lasciarono fare, capendo che passare la notte in pieno inverno e all’addiaccio tra i monti di Qasr Yanna sarebbe stato troppo per chiunque.

In molti videro quel giovane tremare e saltellare per tenersi in moto per gran parte della notte. Poi, al mattino, quando montarono il mercato tutto intorno al cortile, lo videro addormentarsi appeso per i polsi; sembrava una bisaccia legata ad un tronco d’albero. Qualcuno lo credette perfino morto, e addirittura se ne volle accertare mollandogli un ceffone.

Si fece di nuovo pomeriggio; adesso il condannato non mangiava e beveva da un giorno intero. Un gregge di capre calve stazionava nel cortile, belando e addentando fili d’erba. Quella cantilena di animali al pascolo fecero riassopire l’uomo legato a quella gogna, il quale aveva creduto che gli si stessero per rompere le ginocchia e per staccare i polsi... Poi, ad un certo punto, avvertendo una sorta di presenza, questi riaprì gli occhi; in effetti qualcuno se ne stava ad osservarlo già da un pezzo. A tre passi di distanza una ragazza lo fissava ad occhi spalancati. Occhi bellissimi, di taglio meraviglioso, mai visti dal più delle persone, ma che il condannato e tutti gli altri del Rabaḍ conoscevano. Occhi azzurri di un turchese così intenso da perdersi e mai più ritrovarsi; uno strano colore che sfumava verso l’esterno dell’iride in un blu scuro come le profondità del mare. Occhi capaci di causare la confusione delle menti e la dannazione dei cuori.

La ragazza vestiva un bell’abito verde a rifiniture gialle e blu di forma tipica delle genti del Nordafrica, e si teneva stretta al volto un lembo del velo al fine di nascondere le sue fattezze. L’aspetto fisico dal carattere esotico, così differente da quello degli indigeni dell’Isola, costituiva la base per l’opera incommensurabile dei suoi occhi, i quali risaltavano atipicamente. Un ricciolo ribelle sfuggiva dalla costrizione del velo rosso rivelando la tonalità bruna dei capelli.

Quando il prigioniero la vide, tornò a riabbassare lo sguardo, e quindi, ritornando a guardarla poco dopo, recitò lentamente:

«“Conosci tu, oh mio Signore, il cielo di Nadira, i confini dei suoi occhi?”»

Lei lo guardò smarrita e chiese:

«Come conosci queste parole?»

«Da che il Qā'id ha visitato questi luoghi, i versi di questa poesia si sono diffusi per tutto il villaggio e oltre.»

Perciò, fissandola con lo sguardo turbato, la supplicò:

«Slegami, Nadira, mia Signora, te ne prego!»

Ma lei sembrava impassibile, persa in quella richiesta che non riusciva ad accogliere.

«Non conosco i confini dei tuoi occhi, Nadira… ma posso spiegartene le origini se lo desideri… Dammi almeno un po’ d’acqua però...»

A ciò Nadira rientrò in casa senza voltarsi e senza dare peso a quella richiesta; il tintinnio delle cavigliere echeggiò per tutto il cortile mentre correva verso l’ingresso, tutta infreddolita a causa dell'abbigliamento troppo leggero e inadatto per stare fuori.

L’acqua non arrivò mai al condannato, ma appena Nadira mise piede dentro casa e vide Umar, suo fratello, starsene a contare denaro ad un tavolo, domandò:

«Che cosa ha fatto il cristiano perché tu gli riservi questo trattamento?»

Adesso non si copriva più il volto ed era chiaro come le sue labbra carnose e il suo naso perfetto contornassero armoniosamente i suoi occhi.

«Chi?»

«L’uomo legato al palo lì fuori.»

«La sua famiglia si è rifiutata di pagare la jizya5.»

Dunque Umar ritornò a contare il denaro al solito tavolo, credendo di averla liquidata con una sola frase.

«Si congelerà! Sono già due giorni che se ne sta legato a quel palo.»

«Da quando in qua ti sta a cuore la sorte degli infedeli?»

«Stamattina ho visto i tuoi figli giocare attorno a quell’uomo. Dovevi vedere come lo guardava la piccola!»

«Lo slegherò, sta’ tranquilla… ma un’altra notte al fresco non gli farà male.»

«Suvvia, Umar, stanotte si potrebbe gelare più di ieri.»

«Gli porteranno un’altra coperta. Non hai visto come non ho impedito che sua sorella gli prestasse aiuto?»

«“Umar il magnanimo”! Che ne pensi di questo nome?» fece sarcastica lei.

Al che lui sbuffò e con un gesto di stizza diede un colpo di braccio ad una pila di dirham6 d'argento guadagnati tra tasse e commercio.

«Ma io dovrei farmi insultare da quella gente?» domandò lui, alzando lievemente la voce.

«Hai detto che si sono rifiutati di pagare; che ne sai se non hanno potuto? Quella famiglia è la più povera dell’intero Rabaḍ. Ricordo come nostro padre spesso lasciasse perdere una tassa o un tributo pur di non opprimere la povera gente.»

«I dhimmi7 avevano sempre pagato, anche con nostro padre.»

«Tanto meglio! Se i protetti hanno sempre pagato, che cosa sarà una sola volta?»

«Quel tale Corrado, quel rosso, quando suo padre si è presentato senza avere con sé la tassa per la protezione degli infedeli credenti in Dio, si è fatto avanti e, guardandomi con aria di sfida, mi ha detto:

«Lavoriamo per la vostra famiglia da vent’anni… la jizya, quando ci sarà, te la daremo, altrimenti accontentati del semplice fatto che lavoriamo per te.»

Poi se n’è andato per i suoi orti come se nulla fosse. Come avrei dovuto trattarlo?»

«Ma questo dopo che hai colpito suo padre sulla guancia!» s’intromise Jala, loro madre, la quale, avendo udito i toni dall’altra stanza, si era preoccupata che la discussione tra fratello e sorella degenerasse.

Nadira somigliava molto a Jala, eccezion fatta per gli inconsueti occhi azzurri e per la pelle di una sfumatura più chiara. Inoltre Nadira era ben più alta di Jala, la quale amava dire con orgoglio che sua figlia fosse una palma di donna, per via della statura e del fisico longilineo.

Quindi Umar si mise in piedi e, sentendosi accusare, rispose:

«Tali questioni non puoi capirle, madre! Come si fa a determinare se chicchessia non può o non vuole pagare? La punizione serve a far desistere i bugiardi.»

«La nostra è sempre stata una comunità unita, lontana dagli intrighi, dalle gelosie tra razze e religioni diverse... e perfino dalle guerre. La casa dei cristiani in fondo alla strada, l’unica del Rabaḍ, è stata sempre trattata con dignità. Tuo padre lo sapeva cos’era giusto al riguardo. Forse avrai ragione tu… ma non al Rabaḍ di Qasr Yanna; qui ci siamo sempre aiutati tra noi. La gente ieri guardava esterrefatta per come hai trattato quel ragazzo. Il nostro è un mestiere di per sé già odiato… ed è giusto che ti rispettino, e non che ti temano.»

«Il Qā'id chiederà conto al suo ‘āmil8 se le casse sono vuote. E poi, da quando in qua colpire un infedele è diventato un reato? Abbiamo permesso loro di restare seduti in presenza di un fratello, abbiamo permesso loro di sellare il mulo, abbiamo permesso alle loro donne di usare i bagni al contempo delle nostre… quando altrove tutto questo non succede e potrebbero perfino chiedercene conto.»

«Ma quel cristiano che tu hai schiaffeggiato ha impugnato la spada quando i soldati di Jirjis Maniakis predarono il villaggio, benché i dhimmi siano esentati dalla guerra e non possano portare armi.»

«Allora sappi che ritengo questa realtà sbagliata e sarà mio dovere ristabilire l’ordine delle cose. Si sottomettano all’Islam pure loro come hanno fatto tanti dei cristiani che abitavano queste terre, se non vogliono essere trattati in maniera diversa.»

Perciò adesso fu Nadira a rispondere:

«E queste cose da quando le pensi? Da quando sei diventato il cognato del Qā'id?»

«E tu, bambina, da quando hai imparato a rispondere al tuo walī9, protettore e garante? Da quando il Qā'id ti ha messo gli occhi addosso e gli sei stata promessa in sposa? Pensa se gli raccontassi che ti sei intrattenuta a parlare con un cristiano legato ad un palo.»

«Il mio signore Ali avrebbe avuto compassione per quell’uomo.»

«Bene, venga a rimproverarmi quando glielo racconterai… sempre che prima non ti stacchi la lingua perché dai tali confidenze agli estranei.»

Nadira quindi se ne andò delusa e arrabbiata, correndo a rifugiarsi in camera sua. Al passaggio della ragazza la servitù impicciona si diradò velocemente. Dunque, gettatasi sul suo letto, abbracciando i numerosi cuscini che lo ricoprivano, prese a piangere.

«Nadira, ragazza mia.» la chiamò Jala.

Lei sollevò la testa, adesso con i voluminosi grossi riccioli scoperti, e prese ad ascoltare.

«Nadira, figlia, può essere crudele rendersi conto che apparterrai a qualcuno che non conosci abbastanza; e tu hai solo diciannove anni… forse tanti, ma sei inesperta in tutto!»

«Potrebbe staccarmi davvero la lingua?»

«Lascialo perdere tuo fratello. Però sia chiara una cosa: mai e mai più voglio vederti parlare con quell’uomo!»

«Io non gli ho parlato! È stato lui a chiedermi dell’acqua.»

«E che altro ti ha detto?»

«Niente!»

«Bene, perché sappi che quello è un uomo pericoloso, della peggior specie, Nadira. E tuo fratello ha ragione nel volerlo punire.»

«Poco fa hai detto il contrario…»

«Ho detto ad Umar come si sarebbe comportato suo padre… a te dico come la penso io. Adesso va’ a vedere se tua cognata ha bisogno di aiuto; è per questo che non sei ancora la moglie del Qā'id… per assisterla nella sua gravidanza.»

Così filavano via le ore del secondo giorno di quell’inverno del 1060 - il 452 secondo l’egira10 - in cui Corrado il cristiano era stato legato e umiliato al pari di una bestia testarda.

Capitolo 2

Autunno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna

Era ancora l’inizio d’ottobre, ovvero un paio di mesi prima che Umar si vendicasse dell’insolenza del figlio dei cristiani legandolo al palo del cortile, e che Nadira litigasse col fratello.

Sotto il sole del dopopranzo, Khalid, un giovanotto dodicenne tanto vicino ad Umar, un pastorello a cui l’esattore del Qā'id affidava le sue greggi personali, veniva rapido verso il villaggio. Presto giunse davanti la casa di Umar, correndo tanto veloce che parve una folata di vento novembrino. Quindi, ancora col fiatone, tanto che dovette reggersi sulle ginocchia e sul bastone, gridò:

«Umar!»

Non ci volle molto che vennero fuori alcuni della servitù, per via dell’orario affaccendati dentro l’abitazione. Una volta avvertito, il padrone di casa uscì sull’ingresso tutto scompigliato, visto che evidentemente dormiva cullato dal tiepido torpore d’inizio autunno.

«Cosa vuoi? Che urli a quest’ora? Dormivo insieme ai miei figli… e ora ci hai svegliati tutti!»

«Umar, perdonami! Le capre…» e s’interruppe per riprendere fiato.

«Cos’è successo alle mie capre? Te le hanno rubate?» domandò l’altro pieno d’apprensione.

«No, le ho messe nella chiusa.»

«Ma le hai lasciate pur sempre incustodite.»

«Avrei voluto mandare una capra fartasa11, tuttavia tu non avresti compreso i suoi belati.»

Khalid rise; era chiaro che stesse prendendo in giro il suo padrone.

Umar lo prese per l’orecchio e lo spinse al suolo con una pedata assestata sul sedere.

«Vedi di dirmi qualcosa di importante o altrimenti nella chiusa ci metto te!»

E quello, rialzatosi:

«Il Qā'id, Signore… il Qā'id viene verso il Rabaḍ e chiede di te.»

«Ali ibn12 al-Ḥawwās viene in casa mia?» chiese stupefatto Umar, aggiustandosi con una mano i capelli come se il signore di Gergent13 e di Qasr Yanna fosse già al suo cospetto.

«Viene accompagnato dai suoi fedeli e mi ha detto di informarti che viene con buoni propositi.»

Umar aguzzò la vista e si accorse della carovana che scendeva per le curve tortuose del monte di Qasr Yanna.

«Torna alle tue capre!» comandò al giovane prima di filare dentro di corsa.

Si scatenò una gran confusione in quella casa, e con molto fervore si cercò di rendere ogni cosa degna della visita del Qā'id. Pure in tutto il villaggio si scatenò il putiferio: le donne accorsero all’ingresso del Rabaḍ e alcuni degli uomini, essendo stati avvertiti, tornarono dagli orti più vicini.

Michele e Apollonia, fratello e sorella di Corrado, si accostavano per osservare con curiosità la scena. Avrebbero reso omaggio al Qā'id al pari di tutti gli altri; non importava chi li comandasse, si trattava comunque del loro signore. D’altronde, se non fosse stato per gli stracci che Michele indossava e per i suoi capelli rasati, segni imposti per il suo essere cristiano, nessuno li avrebbe identificati come miscredenti della parola del Profeta. Tra Apollonia e le donne saracene14 del villaggio poi non passava nessuna differenza, eccezion fatta per i tratti più continentali del suo volto. D’altro canto il Rabaḍ era stato colonizzato esclusivamente da berberi già dai primi tempi. Tuttavia, altrove, islamici dall'aspetto più europeo - perché di diversa origine o perché si trattava di indigeni convertiti - pullulavano e la differenza somatica con i cristiani era inesistente. Inoltre, da duecento anni, la stirpe berbera, quella araba e quella indigena si mescolavano con regolarità, tendendo a conformarsi in un sol popolo con caratteristiche più omogenee; dunque in tutto questo il Rabaḍ faceva eccezione.

Vi era un solo termine per identificare gli abitanti dell’Isola… non arabi, non berberi, non indigeni, né nient’altro, ma siciliani. Siciliani saraceni e siciliani greci, ovvero cristiani - così come vi erano siciliani giudei - ma pur sempre tutti da definirsi siciliani. Esulavano dal concetto di siciliani i nuovi giunti, coloro che dall’Africa erano passati in Sicilia ai tempi dell’invasione della dinastia degli ziridi e fino a che Abd-Allah non se n’era ritornato dall’altra parte del Mediterraneo. Questi, devoti all’Islam come gli altri, di etnia berbera come molti, venivano definiti africani, proprio perché provenienti dalla regione che il mondo arabo definiva Ifrīqiya15. Gli ultimi africani erano giunti appena un paio di anni prima, fuggiti dalle devastazioni che imperversavano nella terra di loro provenienza. Riuscire a creare un sol popolo tra siciliani e africani, benché tutti credenti in Allah, era un impresa ben più complicata - e in passato la questione era pure sfociata in disordini civili - rispetto a riuscire ad integrare cristiani e giudei16 nei tessuti della società islamica. La legislazione della sharia17 su questi ultimi, infatti, era chiara, e poco o nulla poteva essere interpretato; essi erano i dhimmi, i vassalli, costretti a pagare la jizya, il testatico, ma comunque aventi il diritto di esistere nella propria fede. Gli africani invece erano i veri antagonisti, coloro con cui i saraceni siciliani dovevano contendersi il primato di dominatori.

Al Rabaḍ, tuttavia, che di africani non se n’erano mai visti, il vero problema della giornata sembrava essere quello di far bella figura davanti al Qā’id ibn al-Ḥawwās, l’emiro di Qasr Yanna, venuto inspiegabilmente a fare visita ad uno dei suoi esattori.

«Se ci fosse stato qui Corrado!» esclamò Apollonia non appena intravide la carovana entrare all’imbocco del borgo.

Apollonia era una donna poco più che ventenne e di bell’aspetto, dai capelli ondulati e castani e dagli occhi nocciola. Il candido colorito della sua pelle la faceva poi apparire ancor più attraente, in quanto tra gli arabi le fanciulle dalle caratteristiche europee erano le più ricercate. Se non fosse stato per la sua religione per certo le avrebbero già fatto la corte, e se non fosse stato per la piccolezza del Rabaḍ e per la sua atmosfera familiare per certo qualcuno l’avrebbe indotta a convertirsi con la promessa di ottenere un vantaggioso matrimonio.

Michele era poco più piccolo di Corrado e somigliava molto a suo padre. Il ragazzo sembrava nato per lavorare e, benché non fosse molto alto, era robusto e instancabile. Gli mancavano anche un paio di denti, essendoseli rotti quando all’età di dieci anni aveva provato a tirare via un grosso chiodo da una trave.

«A quest’ora Corrado avrà già sentito la notizia e starà salendo dall’orto con nostro padre.» rispose Michele.

«Che uomo sarà il Qā’id?» chiese Apollonia, più a sé stessa che al fratello.

Michele la guardò perplesso, quindi, preso da gelosia, rispose:

«Forse dovresti restare in casa come fanno molte donne maomettane.»

«Non conosco nessuno qui al Rabaḍ che tenga sottochiave la sorella.»

«La sorella di Umar non si vede in giro da un pezzo, e se lo fa è a volto coperto.»

«Vuol dire che esiste un fratello più geloso di te. E poi bastano gli occhi di Nadira per attirare gli uomini.»

Le ultime parole di Apollonia erano il perno di molte cose che da lì in avanti sarebbero successe...

Il Qā’id avanzava per le stradine tra il tripudio generale della folla. Ali ibn Ni’ma, più comunemente conosciuto come ibn al-Ḥawwās, era molto amato dalla gente. Il suo medesimo nome significava “il Demagogo”, colui che si attira i favori del popolo. E d’altronde la sua stessa ascesa non avrebbe potuto avere luogo se non grazie al sostegno della gente e alle sue doti carismatiche; uno schiavo di stirpe berbera che si era affrancato allo stato di liberto ed infine era divenuto Qā’id dell’intera Sicilia centrale.

Ibn al-Ḥawwās veniva avanti cavalcando un bellissimo cavallo baio bardato di finimenti gialli e verdi. I pensieri di Apollonia vennero delusi quando si accorse che il signore di Qasr Yanna non era giovane e prestante come se l’era immaginato, ma di mezz’età, brizzolato e leggermente in sovrappeso. Tuttavia non si può dire che il suo aspetto fosse sgradevole; per certo molte di quelle ragazze che lo osannavano al suo passaggio avrebbero fatto di tutto per ricevere le sue attenzioni.

Oltre alla ventina di uomini armati che scortava il Qā’id, attirava l’attenzione una donna in abito nero. Questa cavalcava all’amazzone il destriero immediatamente successivo a quello del suo signore e veniva accompagnata da un paio di ancelle. Inoltre vi era un tizio ben vestito, per lusso secondo solo ad ibn al-Ḥawwās.

Umar si fece trovare sull’ingresso, fece gli ossequi e invitò il suo padrone ad entrare nella sua “indegna dimora”; così chiamò casa sua. Ed Ali, il Qā’id, fece presto a presentare la gente al suo seguito appena scesa da cavallo.

«Mia sorella Maimuna e Bashir, il mio Visir18.»

Allorché Umar fece un segnale con la mano per indicare ai suoi congiunti, che osservano dalla porta, di avvicinarsi.

«Mia madre, Jala… mia moglie Ghadda e i miei figli Rashid e Fatima; questa è mia sorella, Nadira.»

Ognuna di quelle donne accennò un inchino a mani giunte di fronte al Qā’id e quest’ultimo rispose:

«Farò mandare dei doni per premiare la bellezza di questa casa.» soffermando comunque più di uno sguardo sugli occhi di Nadira.

I tappeti più belli e i cuscini più pregiati erano stati preparati in quattro e quattr'otto sul pavimento della stanza più grande, affinché vi si sedessero gli uomini per conversare tra loro. Nelle cucine era stato perfino riacceso il tannūr19 per cuocere le focacce, mentre i giovani correvano alla sorgente più vicina per portare acqua fresca e corrente agli ospiti. Si sedettero tutti attorno al centro della stanza, mentre le donne di casa invitarono Maimuna ad unirsi a loro da un’altra parte, sul retro, sotto una sorta di tettoia delimitata da una siepe formata da rose.

Una fila di donne della servitù cominciò a portare il cibo, frutta, ma anche dolciumi al miele, pane, datteri appena raccolti e succo di melograno. A questo punto, il Visir, lisciandosi la barba dalla strana forma a punta, cominciò con le sue riflessioni e domande tecniche sulla gestione del villaggio:

«Il luogo è piacevole e la gente è devota al suo Qā’id; va a te il merito?»

«Va ad ogni abitante del Rabaḍ e al giogo piacevole riservato loro dal nostro amato Qā’id.»

«Quali sono i numeri della coscrizione del giund20?»

«Quarantuno uomini, già armati.»

«I dhimmi ti sono sottoposti?»

«Vi è una sola famiglia di cristiani… contadini tra i più mansueti.»

«Una sola? Altrove, nell’iqlīm21 di Mazara, i cristiani sono raggruppati in comunità, seppur spesso modeste.»

«I predoni… avete subito attacchi?» chiese a questo punto Ali ibn al-Ḥawwās.

«Non subiamo attacchi dai tempi di mio padre. L’ultimo si ebbe quando Jirjis Maniakis imperversava sulla costa orientale, vent'anni or sono. Perché me lo chiedi, mio Signore?»

«I sudditi di Mohammed ibn al-Thumna, mio cognato, non sono così mansueti come gli abitanti di questo villaggio… e il Rabaḍ è un fragile avamposto ai piedi di Qasr Yanna, dove risiedo.»

«Dobbiamo prepararci a qualcosa, mio Qā’id?»

«Ti dico solo di organizzare la guardia e un pronto fuoco di segnalazione per dare l’allarme alle nostre sentinelle.»

Sotto la tettoia, all’aperto, Jala intanto intratteneva la sua illustre ospite con lo stesso trattamento riservato al fratello. Sedute su degli sgabelli conversavano di frivolezze e banalità.

«A quando il parto?» chiese Maimuna a Ghadda, fissandole l’addome.

«Fra tre mesi… Inshallah22!»

«E tu… Nadira… è davvero inusuale trovarti ancora in casa di tua madre. È forse la piccolezza di questo villaggio la causa per cui non annoveri corteggiatori?»

«A dire il vero, mia Signora, vi sono stati molti corteggiatori… ma Umar ha ritenuto che non siano degni.»

«Della tua bellezza? Tuo fratello ha ragione.»

«Non ho nulla che la metà di te non abbia.»

Allora Maimuna si scoprì i polsi svoltando le maniche; apparvero delle cicatrici, appena rinsaldate e ancora piene di rossore.

«Non hai queste che invece ho io...»

Nadira e le altre la guardarono perplesse, pensarono subito che la sorella del Qā’id si fosse tagliata le vene. Ma Maimuna spiegò:

«Non pensate che io sia una peccatrice; è stato qualcun altro a farmi segare i polsi.»

«Chi, mia Signora?» domandò con quasi le lacrime agli occhi Nadira, la quale quel giorno portava un piccolo dipinto a forma di palma sul mento, un lavoro minuzioso fatto con l'henné23.

«Mio marito, Mohammed ibn al-Thumna, Qā’id di Catania e Siracusa.»

«Perché, mia Signora? Che gli hai fatto?» chiese ancora Nadira, sporgendosi in avanti e afferrandole le mani.

«Esiste qualcosa per cui una moglie vada trattata così?»

Nadira quindi lasciò la presa, sentendo la risposta quasi come un rimprovero.

«Appartenevo ad ibn Meklāti, già signore di Catania, con cui ero sposata, ma Mohammed gli tolse la vita e gli rubò la città e la moglie. E come se non bastasse l’infamia di essere sposata all’assassino del mio primo marito, Mohammed volle farmi questo regalo facendomi tagliare i polsi allo scopo di dissanguarmi. Inoltre, sapete come mio fratello si sia fatto da schiavo a Qā’id con le sue mani… e per questo Mohammed non faceva che ricordarmi il mio stato di plebea.»

«Appartieni ancora al Qā’id di Catania, mia Signora?» domandò Ghadda.

«Mi chiese perdono quando smaltì la sbornia del vino della sera prima… poiché Mohammed fa parte di coloro che bevono e si danno agli eccessi e poi se ne dolgono e pentono il giorno dopo. Io comunque chiesi di potermi recare da mio fratello e lui me lo concesse… ma se non fosse stato per il giovanotto della servitù che mi volle salvare, io oggi non sarei qui a discorrere con voi, sorelle care.»

«Non temi a tornartene da lui?»

«Non tornerò, con la certezza di non rivedere più i miei figli… ma non tornerò!»

«Sei coraggiosa!» esclamò Ghadda.

«Non sono coraggiosa, sono solo la sorella del Qā’id di Qasr Yanna. Se fossi stata una delle donne di questo villaggio per certo sarei tornata da buona moglie.»

«E tuo fratello non ti rimanderà indietro?» intervenne perciò Jala, stupita per il fatto che Maimuna sperasse che il fratello potesse appoggiarla in quel comportamento a suo parere indecente.

«Ali me lo ha giurato.»

Vi fu un attimo di silenzio, come se l’aria fosse carica di preoccupazione per il gesto della donna.

«Nadira, sorella, tuo fratello fa bene a non concederti a chiunque. Hai visto i miei polsi? Hai visto la fine a cui si va incontro quando si finisce tra le braccia dell’uomo sbagliato? E poi tu meriti molto… molto di più di quello che restando al Rabaḍ potrebbe capitarti. Gli uomini comuni non ti meriterebbero, figliola.»

«Chi potrebbe interessarsi ad una ragazza del popolo?»

«Perfino un illustre Qā’id!» fece con rapidità insolita Maimuna, come se aspettasse di dare quella risposta sin dall’inizio.

Nadira rise modestamente, quindi disse:

«Non restano molti qā’id importanti in Sicilia, eccetto tuo marito, tuo fratello e…»

Non aveva ancora finito di parlare che venne colta da una strana consapevolezza: Maimuna era lì per lei e per conto di suo fratello. Fu colta da ansia, apprensione e da una tensione tale che non riuscì più a parlare.

«Nadira, cara, cosa ti turba?» le chiese Maimuna, accarezzandole una guancia.

Jala, al contrario, avendo capito l’antifona ancor prima della figlia, era fuori di sé.

«Nadira, sembra che i complimenti di Maimuna ti diano fastidio.» rimproverò la madre.

«Perché sei qui?» chiese invece seria la ragazza, deglutendo.

«Per appurare se quanto si dice su Nadira del Rabaḍ sia vero. Ti dispiace?»

«No!» rispose la giovane, lasciando trasparire un sorriso nervoso.

Era stato concordato tra Maimuna e il fratello che, se il giudizio sulla ragazza fosse stato positivo, quest’ultima avrebbe dovuto servire da mangiare agli uomini nell’altra stanza, e soprattutto il Qā’id direttamente dalle sue mani.

«Ti pare che il Qā’id di Qasr Yanna venga al Rabaḍ senza motivo? Nadira, Ali sarebbe immensamente felice se tu di persona gli servissi da mangiare.»

Non poco riluttante dentro di sé, non perché dissentisse dalla proposta ma per la serietà del gesto, Nadira si coprì il volto, prese dalle mani di una serva dei dolci fatti di mostarda mischiata a miele e senape e li portò nella stanza in cui gli uomini discutevano.

Il Qā’id interruppe il discorso non appena vide Nadira avanzare verso di lui; era il segnale, la ragazza aveva passato l’esame di Maimuna.

Umar rimase perplesso, tuttavia comprese immediatamente la ragione inerente alla visita del suo signore.

Quando Nadira s’inginocchiò al cospetto del Qā’id e spinse la mano col cibo verso la sua bocca, l’altro le bloccò delicatamente il polso - tanto che lei temette di aver sbagliato qualcosa - la fissò intensamente negli occhi spalancati e cominciò a recitare:

«Conosci tu quelle fonti d’acqua viva, pura e dal color zaffiro?

Dove è possibile specchiarsi, scorgere la propria anima.

Dove si dissetano gli aironi e le fanciulle si scoprono i capelli.

Conosci tu, oh mio Grande, i confini del tuo regno?

Conosci tu quel mare di sconvolgente meraviglia?

Così profondo e ricco di pesci dalle pinne a scaglie.

Così turchese e ciano e azzurro, dove si radunano le reti.

Conosci tu, oh favorito del Supremo, i confini di Sicilia?

Conosci tu quel cielo di incomparabile bellezza e innocenza?

Da cui stilla pioggia nella stagione dei fichi primaticci e dei meloni.

Grazie al quale si rinfrescano gli ibischi, la zagara e le rose.

Conosci tu, oh mio Signore, il cielo di Nadira, i confini dei suoi occhi?»

Sul viso di Nadira scesero rapide due lacrime, che andarono a nascondersi dietro il velo del niqab24. Non riusciva a spiegarsi come fosse possibile che la fama dei suoi occhi avesse oltrepassato i confini del Rabaḍ e addirittura fosse arrivata alle orecchie del Qā’id.

«Hai mai sentito queste parole, mia cara?» domandò Ali, nonostante sapesse già che la risposta fosse negativa.

«No, mio Signore. Ma dev’essere fortunata la Nadira a cui le hai dedicate.»

Il Qā’id sorrise, essendo positivamente colpito dalla modestia della ragazza.

«Quest’estate concessi udienza ad un poeta itinerante che era in cerca di una corte, un tale Mus’ab, e questi mi deliziò per due mesi con le sue doti poetiche. Un giorno mi decantò le lodi di un fiore di tale bellezza che finii per supplicarlo affinché mi dicesse di chi si trattasse. Quel fiore aveva un nome: Nadira; abitava al Rabaḍ ed era la sorella dell’‘āmil. I versi che ho recitato, mia cara, li ho soltanto imparati a memoria… il premio al genio va solamente al poeta Mus’ab, ma il premio alla bellezza di queste parole va a te. Tuttavia, se avessi visto i tuoi occhi prima di sentire queste parole, forse avrei punito Mus’ab per la sua presunzione nel voler descrivere l’indescrivibile. Allah ha fatto di te l’ineguagliabile e l’inspiegabile, mia cara! Ho aspettato un mese, tutta la durata del Ramadan25, prima di venire a conoscere “il cielo di Nadira, il confine dei suoi occhi”, anche se ora mi rendo conto che quel confine non esiste.»

Adesso Ali guardò Umar e gli disse:

«Fratello, ti chiedo la mano di Nadira, a qualunque prezzo tu mi imponga.»

Umar ammutolì e Nadira lasciò la stanza, comprendendo che la questione doveva essere affrontata dagli uomini.

Umar in cuor suo acconsentì immediatamente, e gli avrebbe concesso Nadira pure senza un prezzo, visto che sarebbe diventato il cognato del Qā’id, tuttavia nascose le sue emozioni e il suo assenso affinché l’altro alzasse la posta. Ali assicurò di voler fare di Nadira una delle sue mogli e che non l’avrebbe trattata al pari di una concubina per via della sua provenienza popolare. Inoltre promise doni e benefici per l’intera famiglia. Umar in quel momento guardò Rashid, suo figlio maggiore di soli otto anni, e non poté fare a meno di pensare a come sarebbe cambiata in meglio la loro vita grazie agli occhi azzurri di sua sorella.

Intanto Nadira era corsa a rifugiarsi nel luogo in cui andava da bambina, sotto la fronda di un grosso gelso sito nella proprietà della casa. Non comprendeva perché proprio a lei dovesse capitare qualcosa di così importante. Non si sentiva all’altezza, in quanto credeva di non aver fatto nulla per meritarsi le attenzioni del Qā’id ed una proposta di tale portata. Piangeva e tremava... quindi poggiò la schiena contro il tronco e, ad occhi chiusi, ricordò la causa degli avvenimenti del giorno odierno.

Capitolo 3

Estate 1060 (452 dall’egira) Rabaḍ di Qasr Yanna

Era un venerdì e sotto il sole di mezzogiorno Nadira si recava al pozzo a sud del Rabaḍ con l’intenzione di attingere un secchio d’acqua; Fatima, la nipotina, l’accompagnava. Questa, vestita di rosso, portava un girocollo decorato a fantasie geometriche variopinte e tanti ornamenti pendenti sulla fronte e attaccati al copricapo, così come i berberi usano agghindare le fanciullette. Vi erano anche altre donne che andavano al pozzo, e si rideva e scherzava spensieratamente nonostante l’afa dell’ora più calda.

Al termine del proprio servizio, le altre afferrarono tutte il loro secchio e intrapresero il tragitto verso casa. Rimasero indietro solo Nadira e Fatima.

«Ho sentito dire che questo pozzo sia miracoloso.» esordì una voce maschile.

Nadira, colta di soprassalto, mollò la presa della fune, lasciando cadere il secchio nel fondo del pozzo.

Quel tizio, un giovane che portava una strana kefiah26 gialla arrotolata sulla testa, venne avanti agitando le mani e scongiurandola di perdonarlo per averle fatto prendere quello spavento.

«Non ti avevo visto, buonuomo.» rispose Nadira, coprendosi il viso e tirando a sé la piccola Fatima.

«Dicevo che questo pozzo è miracoloso… ed ora che ti sono più vicino me ne convinco ancor di più.»

E sorridendo continuò:

«Perché se non sei un angelo, spiegamelo tu quale creatura del Paradiso ho davanti.»

«Solo la sorella del capo del villaggio, un uomo molto vicino al Qā’id.» spiegò le sue referenze Nadira, nel tentativo di dissuaderlo da eventuali cattive intenzioni.

«Non devi temere nulla da me.»

Perciò, accennando un inchino con le mani raccolte dietro la schiena, si presentò:

«Mus’ab, poeta e medico.»

«Lascia che parli con mio fratello e ti farò dare l’ospitalità che meriti, Mus’ab.»

«Sei gentile, ma tutto ciò di cui ho bisogno credo di averlo già trovato.»

«Hai bisogno d’acqua? Mio fratello non dissentirà dall’accordartene un secchio.» chiese innocentemente Nadira, immaginando che si riferisse al pozzo.

Tuttavia quell’altro sorrise e spiegò:

«Ho viaggiato molto nonostante la mia giovane età: da Bagdad a Grenada. Devo dire di aver visto molte volte occhi turchesi e occhi smeraldo, degni delle settantadue vergini promesse da Allah ai martiri. In Andalus ho trovato fanciulle di stirpe visigota con degli occhi simili ai tuoi… e tra i monti della Cabilia mi imbattei in donne con caratteristiche quasi identiche. Tuttavia, mai… mai… ho trovato un azzurro così intenso incastonato in un viso come il tuo. Il tuo aspetto tradisce la stirpe alla quale appartieni, per certo berbera, come evinco dalle vesti della bambina... E anche tra gli indigeni siciliani ho visto qualcuno che vanti occhi chiari, ma mai come i tuoi. Forse tuo padre è un indigeno? O forse tua madre? Da chi hai ereditato questa fortuna?»

«Ti sbagli… per certo sei stato troppo tempo lontano da questa terra e cadi facilmente in inganno. Non esistono berberi, indigeni o arabi da queste parti, ma soltanto siciliani osservanti la parola del Profeta. È vero, tra i miei nonni e tra le loro madri vi furono delle donne indigene convertite ai dettami del Corano, come accadde in qualsiasi altra famiglia di credenti su quest’isola. Ma ciò è normale se si considera che a passare in Sicilia nei primi tempi furono per la stragrande maggioranza uomini, e solo successivamente vi passarono le famiglie che sfuggivano alle persecuzioni dei califfi e degli emiri d’Ifrīqiya. Ciò nondimeno, per quanto riguarda i miei occhi, perché mai qualcuno dovrebbe indagare su un imperscrutabile dono di Allah?»

In quel momento il muezzin27 richiamò i fedeli alla preghiera del mezzogiorno. Nadira si voltò verso il Rabaḍ e il suo minareto, quindi si affrettò per rientrare.

«Mia madre aspetta quest’acqua già da troppo tempo.»

«Dimmi solo il tuo nome.»

«Nadira.»

«Nadira, scriverò dei tuoi occhi!» esclamò il forestiero.

Già di rientro verso casa, tirando per la mano Fatima, Nadira maturò la certezza che Mus’ab si sarebbe presentato al cospetto di Umar per chiedere la sua mano. Tuttavia i giorni passarono e la certezza scomparve, finché i primi di ottobre fu chiaro l’effetto ben più importante che quell’incontro aveva provocato nello sviluppo del suo destino.

Capitolo 4

Inverno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna

Il viso di Corrado s’illuminava del rosso del tramonto, uniformandosi alle tinte molto vicine dei suoi capelli. Nadira era rientrata in casa già da ore, rifiutando l’aiuto che lui le aveva chiesto; da quel momento non si era fatto vivo più nessuno.

Poi, proprio al tramonto, Corrado prese ad urlare delirante:

«Umar, esci fuori! Esci fuori e veditela con me!»

Ma una voce alle sue spalle, proveniente dall’ingresso del cortile, lo supplicò:

«Ti prego, smettila!»

E lui:

«Nadira, vigliacca… è questa la tua pietà?»

Quella voce alle sue spalle allora si identificò avvicinandosi al palo. Pure un uomo dell’esattore preposto alla guardia si avvicinò, ma questi lo fece minaccioso e intento a fargli pagare l’insulto nei confronti della sua padrona.

«No, ti prego! È febbricitante… non sa quello che dice. Addirittura crede che io sia la promessa del Qā’id.»

Nonostante le implorazioni di Apollonia, la guardia minacciò:

«Un’altra parola e gli stacco la testa!»

Apollonia piangeva, mentre a pochi passi lo fissava preoccupata.

«Sono tua sorella. Guardami, Corrado, guardami!»

Ma lui ruotava la testa convulsamente e continuava a mugugnare un suono indefinito.

Apollonia dunque gli si gettò addosso in un abbraccio compassionevole. Corrado era l’uomo più alto del Rabaḍ e lei una delle ragazze più minute, perciò la testa della sorella si perdeva nel suo petto, lasciato scoperto dalla tunica strappata e dalla coperta sulle spalle.

«Coraggio… coraggio… non durerà tanto.»

«Sorella…» rispose lui a bassissima voce.

«Finalmente mi riconosci!»

«Da quanto tempo sei qui?»

«Da sempre… da sempre, fratello mio. Sarei rimasta anche dopo averti portato questa coperta la notte scorsa, ma nostra madre mi ha costretto a rientrare.»

«E loro dove sono?»

«Nostro padre e nostra madre hanno paura dell’uomo del Qā’id, ed impediscono pure a Michele di venire fin qui.»

«E tu, sorella?»

«Io sono niente, la consistenza di una goccia di rugiada… a chi importa di me?»

Corrado chiuse gli occhi ed ebbe in viso una sorta di spasmo, quindi le disse:

«Vai a casa. Non senti com’è forte il sole a quest’ora?»

La guardia intanto si era avvicinata nuovamente per impedire alla ragazza di prestargli aiuto.

«Sta’ lontana da lui!»

Apollonia si staccò da quell’abbraccio e rispose:

«Ma non vedi che sta delirando? Non è stata sufficiente la lezione?»

«Va’ a parlare con Umar… fosse per me lo avrei già liberato e sarei tornato a casa mia per starmene al caldo.»

Apollonia corse allora verso l’ingresso della casa dei padroni. Quando perciò Umar venne avvertito e giunse sulla porta, lei gli si gettò ai piedi e lo supplicò:

«Ti prego, Signore, qualunque cosa… ma lascia libero mio fratello!»

«Gli ho promesso tre giorni, non posso ritirare la parola data.»

«Non sopravvivrà a questa notte; ha la febbre alta! Ti prego, Signore, lega me a quel palo, ma lascialo andare o morirà.»

«Morirà se è stato scritto che morirà e vivrà se è stato scritto che vivrà… Gettagli addosso un’altra coperta se vuoi. E non umiliarti in questo modo per chi non lo merita.»

Perciò comandò a qualcuno lì accanto di consegnare del cibo alla ragazza prostrata ai suoi piedi e poi di mandarla via. Apollonia a questo si rimise in piedi e rispose arrabbiata, tanto che si fece sentire per l'intera casa:

«Non voglio il tuo cibo, ho già chi mi sfama!»

Dunque la porta le venne sbattuta in faccia senza che le fosse data la possibilità di impugnare quella decisione. Ora le gambe le cedettero e scivolò sulla porta, piangendo più forte di prima.

Quando poi il muezzin richiamò i fedeli per la ṣalāt28 del tramonto, lei, osservando che la guardia si preparava ad inchinarsi verso La Mecca e di spalle al condannato, ne approfittò per violare la proibizione secondo cui non avrebbe potuto avvicinarsi.

«Corrado, mio respiro e vita… Corrado!»

Ma quello emanava una sorta di muggito, sommessamente e ad occhi chiusi.

Apollonia allora prese il suo viso tra le mani e gli disse:

«Ricorda chi sei, Corrado, ricorda chi è tuo padre.»

«Alfeo… del Rabaḍ.» rispose a stento.

«Corrado, fratello, ricorda chi è tuo padre.» ripeté disperatamente Apollonia, insoddisfatta della risposta.

«Alfeo… nostro padre.» ribadì lui, tenendo sempre gli occhi chiusi.

«Non ricordare chi ti ha amato come un figlio, ricorda invece chi ti ha generato. Quelle storie che mi raccontavi la sera davanti al fuoco, quelle che ti ha tramandato tuo padre... il tuo vero padre. Ricorda quando mi parlavi delle lande del nord, fatte di ghiaccio e neve, e di come la gente della tua stirpe sia abituata al freddo più estremo. Ricordalo, Corrado, e forse il tuo sangue da uomo del nord ti saprà scaldare per farti sopravvivere.»

«La compagnia normanna…»

«Esatto, Corrado, la compagnia normanna… continua a ricordare!»

«Mio padre, Rabel… Rabel de Rougeville.»

«Sì, Corrado, fu durante l’estate di vent'anni fa l’ultima volta che lo vedesti; me lo hai raccontato un sacco di volte.»

«Io vidi le mura di Siracusa…» borbottò infine, prima di perdere i sensi in un profondo sonno febbrile.

Capitolo 5

Inizio estate 1040 (431 dall’egira), dinanzi alle mura di Siracusa

Della Sicilia essa era la “porta per l’oriente”, la città che era stata la più gloriosa di tutto il Mediterraneo centrale prima dell’avvento di Roma, la patria dei tiranni e del grande Archimede, una perla tirata fuori dal fondo del mare da delfini divini; questa era Siracusa! Ed infatti la città aretusea era un obiettivo troppo prestigioso per essere ignorata, una tappa che il generale dell'Impero d’Oriente, Giorgio Maniace, non poteva trascurare nella sua missione.

La riconquista completa della Sicilia a favore di Costantinopoli non era cosa facile, e quindi, se si voleva riuscire nell’impresa, bisognava prendere Siracusa ai saraceni, così che questa diventasse una solida testa di ponte per l’arrivo dei rinforzi da est. La città d’altro canto era ben fornita, alimentata da fonti d’acqua interne e difesa da tenaci soldati, i quali si erano ritirati oltre le mura dopo gli scontri iniziali. Il richiamo dei muezzin sui minareti ricordava agli assedianti che conquistarla sarebbe stata un’impresa lunga e logorante.

Giorgio Maniace era un uomo rude e dispotico, e specie con le sue truppe e gli ufficiali al suo comando si dimostrava spesso violento… un perfetto guerriero per dirla tutta. Perfino il suo aspetto testimoniava il suo carattere bruto: orbo di un occhio, era alto più della media e i suoi lineamenti erano grezzi, spiacevoli. Tutto di lui incuteva timore, tanto tra i suoi quanto tra le disgraziate milizie saracene che ci si erano scontrate. Il suo valore era indiscusso già prima che l’Imperatore d’Oriente gli affidasse la missione di strappare la Sicilia agli arabi, ma adesso che da Messina fino alle porte di Siracusa ricomparivano le croci, la sua fama diventava assoluta. D’altronde serviva un carattere forte e un’autorità indiscutibile se si voleva riuscire in un’impresa più grande della stessa guerra contro l’Islam, cioè riuscire a controllare il variegato esercito da lui comandato. Erano molte le stirpi radunate al soldo di Giorgio Maniace: uomini di Costantinopoli e dei suoi possedimenti, pugliesi, calabresi, armeni, macedoni, pauliciani29… ma anche mercenari, i conterati30 che brandivano la lancia al seguito del longobardo Arduino… la guardia variaga, nordici che avevano attraversato le steppe slave per servire l’Imperatore d’Oriente e guidati da Harald Hardrada… e i normanni del basso corso della Senna, tra i più abili guerrieri.

Proprio uno di questi ultimi - tuttavia non ancora soldato - se ne stava a guardare il mare intorno alla quinta ora del pomeriggio, spingendosi con lo sguardo oltre le rovine dell’antica città poste sulla terraferma. La città, infatti, un tempo era stata ben più grande, estendendosi anche su una parte considerevole della costa prospiciente l’isola di Ortigia, lì dove sorge il nucleo della famosa Siracusa. Da duecento anni, tuttavia, dopo il devastante assalto saraceno, consisteva della sola parte insulare e di un’esigua parte della penisola, finita già sotto il controllo di Maniace. A ciò che restava di Siracusa gli uomini rivolgevano i pensieri e le armi nel tentativo di riuscire in quell’assedio che durava ormai da mesi, oltre quel canale stretto ed esiguo che divideva la città.

Conrad aveva nove anni e la guerra l’aveva conosciuta presto, affinché si temprasse al destino che l’avrebbe accompagnato per tutta la sua vita; per natura, infatti, ogni maschio normanno non poteva essere qualcosa di diverso da un guerriero. Ma Conrad era anche un sognatore... Forse perché suo padre riteneva giusto risparmiarlo ancora al battesimo delle armi, Conrad sapeva sognare, senza dover fare i conti con le atrocità degli uomini al massacro che offuscano gli occhi e ottenebrano la mente. Negli occhi verdi di Conrad quindi ci si poteva ancora specchiare e vedere il riflesso della speranza e di quell’idea di casa e di famiglia che per metà gli era stata negata con la morte prematura di sua madre, una nobildonna di discendenza franca.

Rabel de Rougeville si era portato dietro il figlio, e la balia di questi, nella sua discesa in Italia quando il bambino aveva solo un anno. Attirato a Salerno dai lauti compensi che venivano elargiti ai nobili cadetti normanni e invogliato dalle notizie dei compatrioti che l’avevano preceduto, Rabel aveva allora deciso di unirsi ai suoi compagni d’armi e di darsi al servizio del migliore offerente. In quelle terre non mancavano di certo le guerre… terre insanguinate dagli infiniti conflitti tra Costantinopoli e gli ultimi principati longobardi. Per non parlare delle continue scorrerie dei predoni arabi sulle coste calabresi. E così, quando Giorgio Maniace aveva messo su l’esercito per l’invasione della Sicilia, Rabel e i suoi commilitoni avevano risposto all’appello. Messina era caduta subito, ma le battaglie successive erano state cruente, devastanti, tanto per la popolazione quanto per entrambi gli eserciti, con grosse perdite proprio in seno al contingente normanno. In due anni di guerra Maniace era riuscito a spingersi solo a fin sotto le mura di Siracusa, controllando appena la costa ionica. La gente dell’iqlīm di Demona, la cuspide nord orientale dell’Isola a maggioranza cristiana, aveva appoggiato l’invasione, tuttavia il resto di Sicilia era a tutti gli effetti un feudo saraceno e conquistarlo sarebbe stata un’opera lunga e difficile.

Perdendosi con lo sguardo oltre il porto piccolo e la città, Conrad allargò le braccia intento all’impossibile, abbracciare il mare e l’orizzonte. Suo padre lo guardava alle spalle ormai da minuti, e quando, avvicinatosi, gli stropicciò i lunghi capelli biondo-ramati, Conrad si voltò di soprassalto, quasi spaventato che l’altro potesse rimproverarlo per il gesto banale che stava compiendo.

«Vuoi afferrare il mare, figliolo?» chiese Rabel, vestito di una semplice tunica bianca ma armato.

«È la cosa più bella che esista!»

«Temo che le tue tasche siano troppo strette per contenerlo tutto…»

«Dio può contenerlo però!»

«Forse è proprio questo la Terra… le Sue tasche... e noi ci siamo dentro.»

«Roul dice che Dio ci ha scelti tra tutta la gente perché il nostro sangue è il migliore che esista.»

Rabel sorrise e guardò anch’egli il mare.

«Ogni nazione, così come ogni popolo, crede di essere migliore di un’altra. Guarda questa terra… i maomettani credono di avere il favore di Dio, l'Imperatore di Costantinopoli crede di essere il Suo vicario e lo stesso crede il Papa... e prova a passare per la Giudecca di una di queste città e a chiedere da che parte stia Dio. Conrad, figliolo, cerca di divenire tu stesso una persona migliore, indipendentemente dal tuo sangue.

Ho visto maomettani battersi con più onore dei nostri… sono sicuro che Iddio li stimi in gloria indipendentemente dal padrone che servono. Da quando siamo sbarcati su questa terra ho aperto gli occhi su molte cose.»

«E Roul?»

«Roul è il mio migliore amico, ma combattiamo per un bene diverso.»

«Dite che voi non combattete per il compenso?»

«Sono nato soldato e mio padre mi ha cresciuto perché divenissi tale. Da che la nostra stirpe lasciò le fredde lande dello Jylland31 non abbiamo mai impugnato qualcosa di diverso da una spada. Questo è il nostro mestiere, e il compenso per la battaglia è il nostro salario. Tuttavia, mio caro Conrad, il compenso può riempirti le tasche e può riempirti il cuore; sta a te decidere dove metterlo.»

«Dite che il compenso può essere pericoloso?»

«Tutto può essere pericoloso se ci conduce all’asservimento di un vizio e di un fine egoistico. Potere, denaro e donne… guardati bene da tutto questo!»

«Ma voi avete amato mia madre…» affermò confuso e dubbioso Conrad.

«Non c'è nulla di male nel potere quando i tuoi sottoposti diventano i tuoi figli; nulla di male nel denaro quando sfama la tua bocca e quelle di coloro che comandi; e per nulla al mondo niente di sbagliato nel calore della donna che ami. Ma io, figlio mio, ho amato una sola donna e nessun’altra ha potuto prendere il suo posto. Tu le somigli molto… i tuoi occhi, i tuoi capelli, il tuo colorito… e il tuo nome, Conrad, ereditato dalla sua stirpe… Mi presentarono una graziosa fanciulla già due settimane dopo la sua morte, eppure non volli che nessuno prendesse il suo posto e che tu fossi indotto un giorno a chiamare qualcun altro “madre”; non l’avrei sopportato. Se serviva una finta madre c'era già la balia.»

«Cosa devo temere quindi?»

«Il desiderio che spinge all’efferatezza. Quando la brama di avere qualcosa sorpassa l’onore e ogni regola di umana pietà.»

«E le donne?» chiese perplesso Conrad, per via della curiosità tipica della sua età interessato a quell’essere misterioso che è la donna, finora conosciuto solo nel seno della balia.

«Le donne… nulla ti vieta di amarle, ma guardati dagli occhi di una donna che non ti appartiene!»

«Rabel!» chiamò qualcuno giunto tra le rovine appena fuori dall’accampamento.

«Roul, è già il momento?»

Quella domanda presentava il personaggio. Roul Pugno Duro era il compagno d’armi da cui Rabel non si era mai separato. Erano partiti insieme alla volta dell’Italia e si erano sempre protetti in battaglia. Roul era un energumeno di quasi due metri, dalla voce possente e dai modi poco raffinati. Una barba più folta del normale marcava il suo viso e i capelli erano più scuri della media, con una lunga trecciolina che scendeva sul lato destro della testa. Tradivano il suo anormale colorito quasi mediterraneo gli occhi azzurri, i lineamenti nordici e la statura fuori dal comune. Era un poco di buono, lo sapevano tutti, ma era pure un ottimo soldato, uno dei migliori nell’uso dell’ascia da combattimento. Cosa c’entrasse Roul con il nobile animo di Rabel se lo chiedevano in tanti, e forse era proprio il carattere misericordioso del secondo il collante di quell’amicizia. Rabel tollerava gli eccessi di Roul sia perché erano cresciuti insieme e sia perché Roul sapeva coprirgli bene le spalle in battaglia.

«Non ancora; parlano di domattina all’alba. Ma è arrivato il vino e tutti aspettano frate Rabel per festeggiare.»

“Frate Rabel”, è così che l’intera compagnia normanna, sin da quando in trecento avevano passato il Faro32, chiamava il nobile de Rougeville. Adesso era arrivato il vino e chiedevano la presenza di tutti.

Per quanto i viaggiatori arabi più dediti alla mondanità avessero vantato il vino di Sicilia, esso era una cosa rara da trovare. Infatti, dato che gli islamici vietavano la coltivazione della vite sui territori da loro controllati, su queste terre si vedevano solo modeste quantità di acini. Già all’arrivo di Maniace, nel 1038, i cristiani avevano presto ripiantato le viti per riattivare la produzione di massa, ma ancora non erano sorti grappoli a sufficienza e bisognava importare grandi quantità di bevanda se si voleva brindare alla buona sorte.

«E porta anche Conrad; è ora che si diverta come sanno fare gli uomini!»

Rabel fissò il figlio e scosse la testa, indicandogli la sua contrarietà per l’invito dell’altro.

«Willaume e Dreu?»

«I fratelli de Hauteville33 siedono allo scanno della taverna già da un’ora.»

Guglielmo de Hauteville, Willaume nella loro lingua, sarebbe stato soprannominato Braccio di Ferro, in quanto si narra che uccise, con l’ausilio di una sola mano e brandendo la lancia, un campione saraceno che aveva fatto una grande strage di greci e nordici durante una fase precedente dell’assedio di Siracusa. Ma era ovvio, nonostante aleggiasse già la leggenda tra le truppe, che la storia fosse improbabile. Tuttavia il nome della sua casata acquisiva sempre più lustro tra gli uomini del contingente normanno già al suo comando.

«Sarebbe più saggio raccogliersi in preghiera e in contemplazione. Servirà soprattutto l’aiuto del buon Dio. Abd-Allah ha raccolto le intere forze di Sicilia, e dall’Africa ne sono giunti altri. Crede che riuscirà a farci levare l’assedio a questa città, e farà di tutto per ricacciarci da dove siamo venuti. Dobbiamo respingere il contrattacco prima che l’emiro giunga per schiacciarci contro queste mura, ma questa volta temo che non basterà il coraggio dei più prodi a trascinare l’intero esercito.»

«Se bevessi di più e pregassi di meno saresti più ottimista!»

Consapevole di poter poco nel tentativo di convincere l’altro, Rabel si rivolse al figlio, serio che di più non avrebbe potuto.

«Hai sentito? La partenza è per domani all’alba. Sai cosa devi fare.»

Quindi seguì Roul lungo il cammino per la taverna.

Conrad sapeva bene quello che doveva fare, ed era quello che faceva ormai da due anni: preparare il bagaglio del padre, sistemare la sua armatura, dare l’ultima affilata al taglio della spada e preparare lo stendardo con su lo stemma di famiglia, un’ascia danese sovrastata da una verde foglia di quercia inserite in uno scudo a campo rosso... stendardo che proprio Conrad avrebbe sostenuto per tutto il tragitto fino al luogo della battaglia, in marcia a cavallo accanto al padre.

Quei discorsi sulle donne e sul vino fecero una strana ed inedita gola a Conrad - il mistero del proibito fa sempre gola ai ragazzini - cosicché, appena i due cavalieri lasciarono il luogo dei fabbricati in rovina, si diresse anch’egli verso la taverna, la quale era in realtà un ritrovo accomodato a tale uso da un contadino cristiano che sperava di speculare sui bisogni delle truppe.

Era appena la quinta ora, come detto, e il sole picchiava ancora forte sulla testa di Conrad. Passava tra le tende affollate da soldati di ogni sorta, con gruppi a destra e a manca tutti in conversazione nel proprio idioma... e tra i preti predicatori, in piedi e in posizione elevata, che facevano la voce grossa dopo decenni di preghiere dette a bassa voce. Benedicendo ogni soldato che passava sotto i loro sgabelli, santificarono anche il ragazzo quando fu loro vicino.

Quindi Conrad entrò nella taverna e fu allora che si trovò a tu per tu col bieco vizio che domina gli adulti. Calici strapieni di vino, giocatori di dadi ad ogni tavolo ed una manciata di prostitute, quelle che ci si improvvisavano per denaro e quelle costrette perché adesso le fanciulle del popolo dovevano darsi ai conquistatori. Conrad scappò via, temendo che tra quegli uomini si imbattesse nella vista di suo padre.

Capitolo 6

Inverno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna

Umar chiuse la porta spazientito. Le richieste della povera ragazza cristiana, che pure si era umiliata al punto di baciargli i piedi, vennero perciò interrotte definitivamente.

«Non ho tempo per gli scocciatori. Se si ripresenta, cacciatela!» ordinò alla solita donna della servitù che in un primo momento le aveva aperto.

I singhiozzi disperati del pianto di Apollonia dall’altro lato della porta vennero ignorati con ancor più facilità delle richieste verbali di poco prima.

Nadira se n’era stata in un angolo buio della stanza d’ingresso, intenta ad osservare la scena che si stava consumando sull’uscio di casa, ma ora che la porta era stata chiusa, tagliando la voce e le speranze alla povera ragazza di fuori, si avvicinò al fratello e gli disse arrabbiata:

«Non bastava la vergogna con cui ti stai già coprendo?»

E lui, estremamente infastidito dal giudizio della sorella, già in collera per la discussione del pomeriggio e per il fatto che sua madre fosse intervenuta in difesa della figlia, minacciò:

«Bada, Nadira… bada… bada che non ti mandi dal tuo Qā’id su di una lettiga!»

«Me ne andrò felice dal “mio Qā’id”, pur di non vederti più!»

«Perché non te ne andasti allora quando venne a chiedere la tua mano? Mi pare che lui volesse portarti al suo palazzo già il giorno dopo.» rispose Umar, indicando col dito in alto verso la direzione di Qasr Yanna, sede del palazzo di ibn al-Ḥawwās.

«Perché richiesi di poter aspettare che tua moglie partorisse, così da vedere il tuo terzo figlio.»

«Come se Ghadda avesse bisogno di una ragazzina dalla testa montata per essere aiutata nella sua gravidanza…»

«Non hai preso neppure un capello di nostro padre...» rispose Nadira, che dunque, avvicinandosi un altro po’, gli puntò il dito in faccia e proseguì:

«Sei un ingrato… con me come con quei poveri contadini che servono questa casa da che sono nati. Se non lo fossi non avresti ignorato quella disgraziata che ancora piange dietro la nostra porta.»

Il richiamo del muezzin allora si levò alto per tutto il Rabaḍ; l’ultimo raggio di sole era scomparso dietro al monte di Qasr Yanna.

«È una disgraziata, hai detto bene, e sempre lo sarà… Spiegami perché devi prendere tanto a cuore questa cosa.»

«Perché se tu fossi stato legato a quel palo, io mi sarei gettata ai piedi del tuo aguzzino con ancor meno dignità della ragazza cristiana.»

Detto questo Nadira scoppiò in lacrime, ma pure continuò, mentre Umar si trovava spiazzato da quell’inaspettata dichiarazione di devozione nei suoi confronti.

«E mi chiedi perché ho chiesto al Qā’id di aspettarmi per tre mesi...»

Tuttavia Umar si fece serio e raccolse in sé tutta la forza che aveva per mostrarsi duro.

«Tu e i tuoi pianti, Nadira. Non riuscirai ad impietosirmi!»

«Mi chiedo quanto ti dispiaccia che ci vedremo solo se Allah vorrà d’ora in avanti.»

«Spero allora che Allah accolga la mia richiesta di tenerti lontana.»

Nadira prese a piangere più forte e, battendogli sul petto, urlò:

«Non sei nulla, Umar… nulla… e forse se sarai finalmente qualcosa sarà solo grazie a me!»

Umar, che non poteva sopportare quelle parole che come lame ferivano il suo orgoglio, le mollò uno schiaffo e le disse:

«Non senti che è l’ora della ṣalāt del tramonto? Va’ a purificarti prima che la notte arrivi completamente.»

«E tu va’ a lavarti pure l’anima!»

Si lasciarono frettolosamente, ognuno per le sue camere, arrabbiati e in collera l’uno con l’altra.

Quando Umar finì la sua preghiera rimase pensieroso e si sedette sul suo letto, rimuginando su quello schiaffo dato in preda all’ira.

«Cos’è successo poco fa sulla porta? Ti ho sentito litigare durante l’adhān34.» domandò Ghadda, venendosi a sedere accanto mentre si teneva il grosso pancione.

«Mia sorella mi manda in bestia! Da quando il Qā’id ha chiesto la sua mano non fa altro che criticare il mio operato.»

«E tu, Umar, non fai altro che provocarla… Da che vivo sotto questo tetto non avevo mai visto nessuno legato al palo del cortile. Non sarà che da quando il Qā’id ha chiesto la mano di Nadira tu ci tieni a ribadire chi comanda in questa casa e sull’intero villaggio? Tutti parlano di tua sorella, molto più di quanto lo abbiano mai fatto di te. Ma in fondo, mio amato, voi due siete uguali… testardi e sempre pronti ad imporre la propria parola sull’altro. Per di più siete cambiati entrambi da quel giorno… lei si è montata la testa, ma tu hai smarrito la via di tuo padre. Manca anche a me l’Umar che conoscevo.»

«Vorresti insinuare che io sia geloso di Nadira? Che io tema di perdere il ruolo di persona più importante di questa casa?»

«Non solo della casa, ma dell’intero Rabaḍ.»

«Io geloso di Nadira; che sciocchezze!» concluse Umar, ridendo nervosamente nel tentativo di nascondere il suo disagio di fronte a quella verità che anche una parte di sé sapeva essere esatta.

«Padrone, la sentinella sul terrazzo chiede di parlarvi.» interruppe una serva da dietro la porta della stanza.

Umar quindi si alzò e ringraziò la fortuna, dal momento che lo stava liberando da quel discorso scomodo.

Ghadda allora lo trattenne per un braccio e gli disse:

«Ti ho mancato di rispetto?»

Ma lui le si avvicinò e, addolcendo l’espressione, la baciò sulla fronte.

Copertosi capo e spalle con una larga sciarpa di pelo di cammello, Umar uscì da casa. Stava per recarsi lì dove partivano le scale per il terrazzo quando vide che la guardia preposta al controllo del condannato le stava dando di santa ragione alla ragazza cristiana. Questa era stata atterrata al suolo, ed ora, a capo scoperto, si parava il volto e gridava, mentre quell’altro gliele dava con la stessa corda con cui il giorno prima era stato colpito Corrado. Proprio Corrado, invece, permaneva nel suo stato di incoscienza.

Umar si fermò e, avendo fresche in mente le parole di sua moglie, come se volesse dimostrare a sé stesso che non fosse geloso di nessuno, ordinò alla guardia:

«Idris, lascia perdere quella povera disgraziata!»

«Ma Umar, sono tre volte che le dico di non avvicinarsi al ragazzo... E poco fa ha approfittato della ṣalāt del tramonto per rifarlo!»

«Va bene… ma non toccarla! Piuttosto mandala a casa.»

A questo punto Apollonia si sollevò un po’, restando comunque piegata sulle sue gambe e seduta sui suoi talloni.

«Fammi restare almeno dentro il cortile. Me ne starò buona vicino al muretto.» lo pregò piena di lacrime.

«Fa’ come ti pare!» la liquidò Umar, spazientito di averla ancora tra i piedi.

Salito sul terrazzo, la sentinella indirizzò subito la sua attenzione sulle ultime curve della strada proveniente da Qasr Yanna, proprio a pochi passi dal Rabaḍ.

«Vengono da questa parte tre uomini a cavallo.»

«A quest’ora? Saranno viandanti che hanno sbagliato strada. Potevano passare la notte a Qasr Yanna però… Perché mettersi in viaggio col buio e con questo freddo?»

«Il cielo è terso stanotte, temo che scenderà il gelo.»

Umar pensò un attimo al prigioniero, ma poi rivolse nuovamente l’attenzione a quei forestieri in avvicinamento.

«Umar, a giudicare da quelli che mi sembrano drappeggi, almeno uno di quei cavalieri dev’essere qualcuno di importante.»

«Hai fatto bene ad avvertirmi, Mezyan. Se è qualcuno di importante è giusto che conosca la mia ospitalità.»

Umar scese giù sul cortile e quindi, guardando Corrado, fece alla guardia:

«Idris, dopo l’adhān della notte aspetta un paio d’ore e poi lascialo andare.»

Quell’altro in risposta chinò il capo, assentendo.

Dopo le ultime considerazioni meteorologiche, Umar avrebbe voluto liberare Corrado già subito, ma ritenne che dare a vedere una manifestazione di potere di tale portata dinanzi a quei forestieri avrebbe giovato alla sua reputazione.

L’esattore del Qā’id li attese quindi sull’ingresso e li vide arrivare mentre gli ultimi bagliori di luce sparivano ad ovest.

Come aveva visto bene la sentinella sul terrazzo, uno dei tre vestiva finemente; per certo era un nobile. Umar si rese immediatamente conto che la stirpe dei tre non era berbera, ma forse araba. D’altronde, oltre l’aspetto, poco o niente distingueva un uomo di origine berbera da uno di stirpe araba, se non l’uso della lingua berbera come idioma parlato in famiglia accanto all’arabo e i rimasugli di una cultura antica ed estranea al mondo islamico importato proprio dagli arabi.

Quello che pareva essere un nobile portava un mantello con un cappuccio bianco, tutto finemente damascato; Umar non ne aveva mai visto uno simile. Scesero da cavallo e uno dei tre, ma non quello su cui era stata rivolta finora l’attenzione, disse:

«Cerchiamo la casa di Umar ibn Fuad.»

«Sono io Umar. Cosa posso fare per voi?»

«Sapete chi avete davanti, Umar?» chiese sempre quello che parlava, riferendosi al tizio che accompagnavano.

«Me lo direte al caldo del braciere.»

Quindi disse al suo uomo nel cortile:

«Idris, sistema queste cavalcature!»

Umar li invitò quindi ad accomodarsi dentro. Non aveva idea di chi avesse davanti, ma non voleva dare l’impressione che la sua ospitalità si basasse sulle generalità dell’ospite. Comprendendo che comunque era al cospetto di un uomo dal lignaggio riguardevole, credette bene di accoglierlo in casa propria ancor prima che si presentasse.

Nella solita stanza ben arredata di tappeti e cuscini, adesso con un braciere accesso al centro, Umar fece gli onori di casa dando il meglio di quello che aveva. Pensò di potersi fidare dei tre, dal momento che insieme ai mantelli e alle borse consegnarono alla servitù anche le spade senza che nessuno gliel'avesse suggerito.

Adesso, alla luce del fuoco e dei lumi, Umar poteva osservarli meglio. L’uomo che sembrava essere il capo degli altri due aveva all’incirca quarant’anni, l’aspetto curato, il viso e il naso sottile; aveva inoltre l’aria di chi sa di valere a questo mondo. Parlava anche lentamente, chiudendo spesso gli occhi con fare saccente. Gli altri due erano vestiti tra loro quasi nella stessa maniera, con lunghe tuniche nere e calzoni bianchi, ma uno dei due portava un grosso medaglione d’oro al collo.

Ognuno di fronte all’altro passarono lunghi minuti prima che qualcuno iniziasse a parlare. Poi Umar volle rompere il ghiaccio nel tentativo di capire se poteva cogliere un qualche affare:

«Sei ricco! Cosa sei, un mercante di perle?»

E quello, sorridendo, rispose:

«I miei agenti quest’anno hanno fatto crescere notevolmente i miei guadagni proprio tramite il commercio delle perle.»

«Avrei detto che tu che fossi un qā’id, se non fosse che un qā’id viaggerebbe con la scorta e con la corte.»

«Salim, fratello… il mio nome è Salim.»

«Bene, Salim… quale affare ti ha condotto in casa mia?»

In realtà Umar avrebbe voluto chiedere come mai non fossero rimasti per la notte a Qasr Yanna invece di rimettersi in marcia al tramonto per fare pochissime miglia. Temette tuttavia che la sua domanda potesse essere mal interpretata, quasi come se stesse chiedendo loro perché non se n’erano rimasti a casa.

«Quell’uomo che hai fatto legare a quel palo… è in vendita? Perché mi è sembrato di vedere un fisico eccezionale.»

«Sei un mercante di schiavi dunque!»

«Sono un uomo che cerca perle preziose tra il genere umano, fratello.»

Immediatamente la mente di Umar venne sfiorata dal pensiero di vendere Corrado a quell’uomo. Poi rifletté che i cristiani del Rabaḍ non erano degli schiavi, pur se servivano la sua casa, e non poteva farsi padrone della loro vita. Quindi rispose:

«Temo che al Rabaḍ non vi sia nessuna di queste perle. Qui ognuno coltiva la sua propria terra e prega tra le sue proprie mura… eccezion fatta per le quattro serve che governano questa casa.»

«Eppure so che nascondi una perla di rara bellezza sotto questo tetto, e che non si tratta di una delle tue quattro serve.»

Umar si fece serio e, avendo compreso che si riferisse a Nadira, rispose:

«La perla a cui ti riferisci non è in vendita, né lo è mai stata.»

«Eppure so che il Qā’id di Qasr Yanna si è affrettato a comprarla, fratello.»

«Perciò comprenderai che genere di uomo la protegge…»

«Non temo nessuno… tanto meno il Qā’id, e questo perché non ho intenzione di fare del male a nessuno… semmai ne avessi il potere. Ciononostante ho sentito parlare di due gemme di zaffiro incastonate in un meraviglioso contorno; di una fanciulla dalle fattezze paradisiache, di un sogno che spacca il petto. Il Qā’id può avere tutto quello che vuole… e ottiene sempre il meglio. Io, però, sono un mercante di perle - come hai detto - e riconosco che di tali perle altri qā’id e signori pagherebbero una fortuna. La fama degli occhi di Nadira, sempre che questo sia il suo vero nome, si è sparsa per tutta la Sicilia centrale, ma io non ti chiedo niente… solo di vederli. Adesso che ibn al-Ḥawwās si è fatto un dono così prezioso gli altri certamente vorranno imitarlo e sarà meritò mio trovare tale rarità tra le fanciulle dell’Isola e oltremare.»

«Cosa vuoi perciò?»

«Solo vedere quell’azzurro di cui si fa tanto parlare.»

Quindi chiuse gli occhi e recitò con mezzo sorriso beffardo:

«“Il cielo di Nadira, i confini dei suoi occhi.”»

Umar si rigirò nervosamente le mani. La richiesta generava sospetto, anche se in fondo non era poi così difficile da soddisfare, non essendoci nessuna violazione di pudore o morale. Il padrone di casa se ne stava pensieroso, diviso tra la gelosia per la sorella e il timore di deludere un uomo più importante di lui. Quell’altro d’altronde aveva compreso sin dall’inizio - o forse gli era stato riportato - quale fosse il punto debole di Umar. Con un altro quell’uomo dalle chiare abilità mercantili avrebbe offerto denaro, tuttavia Umar non riteneva le ricchezze come le riterrebbe un avaro; era l’orgoglio la vera chiave per renderlo vulnerabile.

«Umar, fratello mio, adesso che sei il cognato del Qā’id avrai per certo già pensato a come rendere evidente il tuo stato e a come farti rispettare in quanto tale…»

Umar lo guardò perplesso, in fondo ci pensava da che Ali ibn al-Ḥawwās aveva visitato il Rabaḍ.

«Il mio mantello, ne hai mai visto uno simile?» chiese Salim, essendosi accorto che Umar l’aveva fissato meravigliato.

«Immagino provenga da molto lontano.»

Quell’altro rise, coinvolgendo anche i suoi uomini in quel gesto.

«Questo la dice lunga su di te, fratello. Hai mai messo piede fuori dal Rabaḍ?»

«Frequento con costanza il mercato di Qasr Yanna. Lì vi è una gran quantità di gente: molti fedeli, ma anche contadini cristiani che lavorano la terra entro le mura della città e perfino artigiani giudei provenienti da Qal’at an-Nisā’35. È possibile trovare di tutto: dallo zolfo delle miniere al sale proveniente dai giacimenti, dallo zucchero estratto dalla canna al riso delle risaie. E i giardini della città e le sue fonti… vale la pena recarvisi.»

«Ma Qasr Yanna dista solo mezz’ora da questo villaggio!» rifletté l’uomo col medaglione.

«Forse in salita, fratello!» rispose l’altro nel tentativo di deridere Umar.

«Mio caro Umar, la stoffa del mio mantello proviene dagli opifici di Balarm36. Sei mai stato a Balarm?»

Salim sfruttava con successo l’arte del mercanteggiare, tuttavia ad Umar non stava vendendo beni materiali, ma qualcosa che l’esattore del Qā’id già possedeva: l’orgoglio. Come un mercante fa nascere nel suo cliente il bisogno di avere l’oggetto che intende vendergli, così Salim stava umiliando Umar, facendogli comprendere la necessità di diventare un’altra persona, una che desse a vedere la sua parentela col Qā’id, che ostentasse con orgoglio il suo nuovo stato. Facendogli pesare il fatto che non fosse mai stato a Balarm lo rendeva piccolo… piccolo come poteva essere qualsiasi abitante di un villaggio rurale, benché funzionario del Qā’id. Adesso Salim gli avrebbe proposto la soluzione facendo leva su quell’orgoglio che aveva abilmente smontato e che necessitava di nuova vita.

«Il mantello è tuo, fratello! Ti serve proprio un abito che non ti faccia passare inosservato.»

«È qualcosa di troppo prezioso perché tu te ne privi.»

«Scherzi, Umar? Ne posseggo a centinaia di stoffe del genere… che le mie sarte sapranno confezionare a dovere. D’altronde cosa ti chiedo se non il semplice sguardo degli occhi di una fanciulla… Pensa, essa è l’unica cosa che tu possegga e che valga la pena mostrare… e la tieni pure sottochiave…»

Quindi Umar fece cenno alla serva che se ne stava sulla porta e che reggeva una grande brocca di terracotta piena d’acqua.

«Fa’ venire Nadira.»

La serva perciò uscì dalla stanza.

I quattro rimasero per lunghi minuti in silenzio, attendendo che si presentasse la ragazza che aveva generato tanta curiosità nel forestiero. Nervosamente Umar attinse un pezzo di pane dal piatto posto al centro e lo intinse nel miele, portandoselo poi alla bocca.

Nadira, la quale se n’era stata per tutto il tempo in camera sua dopo l’ultima sfuriata col fratello, mise quindi piede nella stanza. Vestiva ancora il bell’abito verde con le rifiniture gialle e blu del pomeriggio e come al solito, in presenza di uomini estranei, si copriva il viso.

Jala e Ghadda, perplesse e curiose, si accostarono alla porta.

«È lei la fanciulla che ha catturato il cuore di ibn al-Ḥawwās?» chiese Salim, rivolgendosi ad Umar.

«In persona… mia sorella Nadira.»

Salim si mise in piedi, mentre gli altri due al suo seguito si guardarono tra loro, persi in quell’atmosfera divenuta di colpo ammaliante.

Nadira si fermò a metà della stanza, perciò fissò Umar, cercando di capire cosa volesse da lei quell’ospite e che ruolo avesse lui in tutto questo.

«Vieni, ragazza, avvicinati!» le fece Salim, mimando l’invito con la mano.

Umar assentì col capo e lei, riconoscendo di potersi fidare, fece due passi avanti.

Ora gli occhi di Salim si perdevano in quelli della ragazza, ma la guardò con un’intensità tale che lei dovette abbassare lo sguardo sentendosi a disagio, come se l’atto di osservare di un uomo potesse costituire una vera minaccia.

Dopo alcuni secondi Umar intervenne:

«Non ti basterà tutta la notte per saziare la tua vista.»

E rivolgendosi a Nadira:

«Può bastare così, sorella.»

Dunque Salim intervenne:

«No, ragazza, aspetta un momento! E tu, Umar, impazzirei se non ti chiedessi una cosa.»

«Di’.»

«Non vedo schiave negre in questa casa, eppure ogni uomo che si rispetti ne ha almeno una. Verrai con me fino alla mia città, porterai con te tutti gli uomini che vorrai, tanti quanti ne ritieni necessari, quindi riempirò le braccia di ognuno, e coprirò la groppa di ogni cavallo o dromedario che avrai con te di tutto ciò che sembrerà bello ai tuoi occhi… e ti darò pure una schiava negra. Sono un uomo molto facoltoso e nobile di sangue; non rinunciare, fratello! Diranno di te grandi cose, e per certo ti intitoleranno una moschea.»

Le orecchie di Umar, all’udire quell’offerta eccessiva, fischiarono e la sua testa divenne leggera, vuota, persa nella confusione di ciò che quello gli proponeva. Tuttavia Umar pensò bene di bloccare ogni trattativa sul nascere, immaginando quale potesse essere la natura della contropartita.

«Non mancherò di rispetto al mio Qā’id facendomi rendere ricco da qualcun altro.»

Nadira allora uscì definitivamente dalla stanza, pur se rimase con le altre donne in un punto in cui avrebbe sentito senza essere vista.

Salim tornò a sedersi, umiliato da quel rifiuto. Dunque, lisciandosi la barba, disse lentamente:

«Un giorno, quando mio figlio era ancora un bambino, lo vidi giocare con alcuni robā’i37 d’oro; li usava come se fossero piccoli blocchetti di legno, facendone pile e lasciandoli cadere. La serva, contrariata, gli gridava dietro come una forsennata, intenzionata a farglieli deporre. Infine mi ci avvicinai io, tirai dalle tasche alcune monete di vetro colorato e gliele proposi in cambio di quelle d’oro. Il bambino accettò prontamente lo scambio.

Ecco, tu, mio caro Umar, sei come quel bambino, disposto a rinunciare ad un offerta d’oro pur di accontentarti di semplice vetro colorato.»

«Col vetro colorato la gente ci compra il pane!» esclamò Umar, infastiditosi per quel giro di parole usato allo scopo di offenderlo.

«Ma tu non vorrai restare per sempre un uomo da vetro colorato… Hai in casa qualcosa che vale più dell’oro… e credimi se te lo dico, il tuo Qā’id non ti sta rispettando per niente!»

«Mia sorella appartiene già ad Ali ibn al-Ḥawwās!» alzò i toni Umar, mettendosi in piedi e puntando il dito su Salim.

«Il “Demagogo”, colui che ammalia il suo popolo con semplici parole… Ha una dote, è certo… e io non saprei fare di meglio. Ma comprendi, fratello, che ibn al-Ḥawwās è capace di offrire solo parole? Solo monete di vetro colorato!»

«Pagherà il prezzo di Nadira quando potrà averla.»

«Io ti offro di più e senza neppure chiederti di averla. Sinceramente l’amor carnale mi appaga meno dell’oro e del piacere di spenderlo.»

Umar si trovò spiazzato; possibile che quello non intendesse ciò che pensava sin dall’inizio della seconda proposta?

«Spenderlo come, in questo caso?» chiese.

«Non penserai che creda che la bellezza di Nadira si fermi ai suoi occhi? E questo deve averlo capito anche il tuo Qā’id, altrimenti si sarebbe limitato a guardare. Ciò che tua sorella nasconde sotto il velo dev’essere per certo degno dei suoi occhi, ne sono sicuro. Ti chiedo solo che lei balli per me, stasera, in questa stanza.»

Umar sentì un fuoco salirgli nelle orecchie. Quello sfidava la sua gelosia come se il suo ruolo di protettore della ragazza valesse nulla.

«Jamal, fa’ dono del medaglione che porti al collo al mio amico!» comandò Salim ad uno dei suoi, credendo ancora di poter comprare Umar.

Quello si alzò e infilò al collo del padrone di casa il grosso medaglione.

Umar quindi lo avvicinò alla vista per analizzarlo: si trattava di un oggetto molto costoso, ben intagliato, ben inciso e molto pesante.

«Così ti noteranno tutti, fratello!» commentò Salim, sorridendo.

Tuttavia Umar si tolse il cimelio e lo lasciò cadere sul piatto del pane.

«In questa casa non si è mai suonato o ballato!» concluse perentorio.

«Jamal nel suo bagaglio ha un mizud38 e sa suonarlo bene.»

Nadira, al di là della porta, restava sbigottita da quelle richieste e immaginava già, così come immaginavano Jala e Ghadda, che presto Umar sarebbe andato in escandescenza.

«Jamal sarà allora felice di suonare alla presenza delle tue concubine.» rispose proprio quest’ultimo.

Salim adesso si fece serio e si mise in piedi.

«Ho viaggiato molto… ho conosciuto molta gente… e perfino i qā’id non mi hanno mai rifiutato nulla!»

Umar dunque imitò l’altro, sollevandosi.

«Tu credi di poter comprare tutto, ma l’onore non si può comprare né svendere! Io sono il garante di tutte le donne di questa casa e non permetto che nessuno soltanto pensi di poter trattare al pari di una prostituta mia sorella!»

E quell’altro, adesso sogghignando:

«Se il Qā’id non avesse udito di Nadira, prima o poi l’avresti svenduta al primo offerente… forse anche a chi l’avrebbe trattata come tale. Fidati della parola di uno che conosce il mondo.»

«E tu fidati di me che conosco me stesso. Hai profanato la mia ospitalità, per cui non posso tollerare ancora la tua presenza in questa casa.»

E guardando la solita serva che reggeva la brocca, continuò:

«Fa’ consegnare a questi uomini le loro cose e i loro cavalli.»

Umar li fissò per tutto il tempo in cui, umiliati oltre ogni dire, quelli raccolsero le proprie cose e lasciarono la casa. Tuttavia il sorriso di Salim non scomparve mai dal suo viso; nervosamente sembrava voler nascondere l’imbarazzo.

Poi, giunto sulla porta, questi disse:

«Ascolta il mio avvertimento, Umar: hai promesso Nadira al Qā’id, e proprio davanti al Qā’id e davanti ai suoi ospiti tra non molto ella danzerà senza alcuna vergogna!» e se ne andò, scomparendo nel buio della notte insieme agli altri due.

«Chi era l’uomo che ti sei inimicato?» chiese Jala quasi in preda all’ansia.

«Era colui che non voglio diventare!» tagliò corto Umar, ritirandosi in camera sua e invitando le altre a fare altrettanto.

Capitolo 7

Inverno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna

Quando Idris finì di prostrasi per la ṣalāt del tramonto poté rendersi conto che Apollonia, contravvenendo al divieto, abbracciava suo fratello. Senza che la ragazza si avvedesse di nulla la tirò per il velo, scoprendole i capelli, e poi, appigliandosi proprio ai capelli sciolti, la trascinò all’indietro per terra, intanto che lei si dimenava con le gambe. Idris ne aveva abbastanza di quella presenza che rendeva fastidioso un compito già sgradevole di suo, e quindi, intenzionato a darle una lezione una volta per tutte risolutiva, decise che l’avrebbe ammansita usando la corda nel modo in cui il giorno prima aveva fatto con Corrado. La prese a colpire dove capitava, mirando soprattutto al volto. Apollonia intanto cercava di coprirsi con le braccia mentre urlava.

Più in là Corrado tremava, socchiudeva gli occhi e tornava a serrarli stretti in preda ai dolori febbrili. Vide ad un tratto l’immagine di un uomo… un uomo adulto, denudato da testa a piedi e legato al palo di un pennone. Quell’uomo tuttavia non gridava ai colpi inferti dal suo torturatore, ma fieramente sopportava stringendo i pugni.

«Roul, che fanno a quell’uomo?» domandò Corrado a nessuno.

La scena che si stava consumando davanti al suo sguardo aveva ridestato un trauma d’infanzia. Nondimeno, se Corrado fosse stato pienamente cosciente, avrebbe per certo tentato di sradicare il palo a cui era legato nel tentativo di farla pagare a colui che in quel momento si accaniva su sua sorella.

Casualmente ci pensò Umar a farlo smettere, proprio nel momento in cui questi si accingeva a salire sul terrazzo.

Apollonia, dunque, avendo avuto il permesso di starsene buona buona in un angolo, si rannicchiò con le spalle al muretto e versò lacrime tra le sue ginocchia.

Quando Umar stabilì l’orario della liberazione del prigioniero, Apollonia pianse più forte, avvertendo il sollievo per qualcosa che sembrava non avere più fine.

In seguito Idris prese per le redini i destrieri dei tre ospiti e li condusse nelle stalle attigue alla casa.

«Non farmi pentire di essermi fermato quando poco fa Umar me lo ha chiesto.» avvertì la guardia, fissando Apollonia.

La ragazza non poteva rischiare di contravvenire un’altra volta alla proibizione, e questo non per la paura di essere picchiata un’altra volta, ma temendo che fosse costretta a tornarsene a casa.

«Fratello, fratello! Io sono qui, non me ne vado.»

Poi si avvicinò un altro po’, trascinandosi sul suolo con gambe e mani; se ne stava comunque ad almeno quattro passi di distanza.

«Corrado, mio respiro e mia vita, devi resistere solo un altro po’. Fratello, rispondimi, fammi capire che vi è ancora il battito dell’anima nel tuo petto.»

Quindi si avvicinò mezzo passo in avanti e disse:

«Io so bene che la tua gelosia per me è quella di un fratello per una sorella… ma lo stesso non può dirsi della mia devozione per te...»

Nonostante la mente dell’altro fosse annebbiata e la sua comprensione delle cose quasi inesistente, Apollonia faticava a dire ciò che teneva serbato in cuore da anni, quel sentimento che l’aveva più volte fatta vergognare dinanzi all’icona della Vergine.

«Non giudicarmi come sorella fedele, poiché per Michele forse non sarei rimasta qui con tanto sacrificio… Non giudicare affatto queste azioni, Corrado, perché ciò che scopriresti potrebbe allontanarti da me… e per me questo sarebbe peggio che vederti morire.»

Quando Idris tornò sul cortile lei smise di confessare ciò che le avrebbe causato l’ostracismo del villaggio, un’emarginazione maggiore di quella che già viveva per il suo essere cristiana.

Essendo il buio completo, il muezzin echeggiò l’adhān della notte. Idris allora si sedette sul muretto, abbastanza distante da non sentire la ragazza, ma abbastanza vicino per intervenire se lei si fosse avvicinata come in precedenza.

«Un paio d’ore e ti porto a casa.» disse sorridendo Apollonia.

Tuttavia ritornò seria quando si accorse di non sentire più le dita dei piedi e quando immaginò un effetto ancora peggiore che quel freddo poteva causare su suo fratello. Cominciò a tremare per la temperatura e cercò di riscaldarsi le mani soffiando dentro i pugni.

«Ragazza, va’ a casa! Non vedi che tremi?» l’incoraggiò Idris, vedendola in quello stato.

«Non me ne vado… manca poco ormai.» rispose invece a Corrado.

I suoi occhi nocciola guardavano all’insù, al viso di suo fratello, mentre le lacrime si raggelavano appena sotto le palpebre, non avendo la giusta inclinazione per scorrere giù.

«Quanto ti gioverebbe adesso che tu avessi un po’ di fede in Dio…» chiese tra sé e sé Apollonia in relazione a Corrado, conoscendo la sua apatia nei confronti degli argomenti religiosi.

«Lo so, fratello mio, che ti rifiuti di credere che esista un Dio capace di permettere tutto il male che ti è capitato. Lo so che Cristo e tutti i santi ti delusero già una volta, quando le tue preghiere non vennero accolte mentre speravi nel ritorno di tuo padre.»

«Rabel de Rougeville.» borbottò Corrado.

Apollonia si zittì improvvisamente; suo fratello era ancora cosciente. Che avesse sentito la sua dichiarazione d’amore di poco prima…

«Corrado, fratello, ebbene tu sei vivo!»

«Rabel de Rougeville!» ripeté lui con tono più elevato e tutto d'un fiato, quasi piangendo e quasi gridando.

«Ricorda il santo che protegge tuo padre, appellati a lui!» lo invitò Apollonia, nel tentativo di tenerlo sveglio e impegnato.

«Sant’Andrea…»

«‘Agìou Andréas39.» ripeté Apollonia in greco, ovvero nella lingua della liturgia cristiana in Sicilia.

In famiglia Apollonia si esprimeva in una sorta di volgare latino, e lo stesso faceva sia con i cristiani di Qasr Yanna che con molti indigeni convertiti all’islamismo. Quando tuttavia si trattava di pregare, rispolverava il vecchio greco... a dire il vero neppure tanto compreso. Diversamente, al Rabaḍ, essendo un luogo ristretto e abitato prevalentemente da circoncisi, Apollonia e famiglia si esprimevano in arabo; quello di Sicilia ormai peculiare rispetto alla lingua del Profeta. Talune volte usavano pure qualche parola berbera che avevano appreso sentendo parlare le donne di tale stirpe al pozzo e gli uomini nei campi.

Apollonia chiuse gli occhi e a mani giunte cominciò a recitare le sue preghiere, invocando Maria madre di Dio, la Vergine, in favore di Corrado. Ovviamente pregava a bassa voce, essendo proibito per un non seguace dell’Islam far sentire le proprie orazioni alle orecchie di un credente… ed Idris se ne stava anche fin troppo vicino.

«Mariám Theotókos, ‘e Parthénos40...» cominciò.

Corrado avvertiva la voce di Apollonia così come avvertiva in quel momento la voce dei suoi ricordi, ridestati da quell’immagine della Madonna e dei santi a cui sua sorella si appellava.

Capitolo 8

Inizio estate 1040 (431 dall’egira), vallate ad est di Tragina

I vessilli sventolavano indomiti al vento; un vento incerto quel giorno, forse neppure Dio sapeva da che parte stare… così come, al giudizio dei posteri increduli, Dio era confuso su chi dovesse sostenere in quella battaglia. Da un lato, al grido di “Allahu Akbar41”, i saraceni di Sicilia e d’Africa - arrivati in supporto dei primi - pronti a ricacciare via l’invasore. Dall’altro lato, inneggiando “Cristo vince”, gli uomini al soldo di Costantinopoli, per i quali gli invasori erano quegli altri.

Invitati dal loro comandante, al riparo tra il Jebel42 e le Caronie, gli uomini di Abd-Allah si prostravano verso La Mecca e involontariamente verso l’esercito nemico. Raccolti in preghiera lo erano pure gli altri, tuttavia, non in un unica orazione armoniosa, ma chi in latino e chi in greco.

L’accampamento era stato montato a circa venti miglia a levante del monte su cui è arroccata la cittadina di Tragina43, e qui, tra le tende, Conrad aveva osservato il padre allontanarsi con l’intero esercito appena qualche ora prima.

Eccetto per la presenza di un modesto villaggio di mercanti e contadini, si trattava di una zona lontana dai centri abitati, ricca di boschi da un lato, sui versanti dei monti più alti, e di colline erbose adatte al pascolo dall’altro. Un fiume scorreva proprio nel punto più basso della valle, e di questo un rivolo perdurava nonostante l’estate, assicurando l’approvvigionamento idrico ai soldati.

Ora Conrad fissava il punto in fondo alla strada in cui aveva visto suo padre per l’ultima volta. La mattina l’aveva aiutato ad indossare, sulla lunga tunica bianca, la pesante cotta di maglia, la quale aveva sul petto una croce rossa. Faceva già caldo nelle prime ore successive all’alba, per cui aveva tenuto l’elmo al riparo dal sole, affinché risultasse più fresco quando suo padre l’avrebbe messo. Come ultimo gesto, prima di salire in groppa al suo cavallo, Rabel aveva stropicciato i capelli del figlio e in cambio Conrad gli aveva passato lo stendardo e l’elmo. Poi uno sguardo e via a confondersi nella marea umana di soldati in avanzamento verso la radura appena fuori dal campo; qui Giorgio Maniace aveva arringato le sue truppe. Conrad era salito perciò sullo sgabello appena lasciato libero da un frate benedicente e aveva cercato di individuare Rabel tra gli uomini radunati lì in fondo. Poi aveva visto Roul, testa e spalle svettare oltre gli altri, ed aveva immaginato che suo padre fosse lì vicino.

Sapevano tutti che quella sarebbe stata la battaglia più importante dell’intera campagna siciliana, tuttavia Rabel aveva cercato di nascondere la sua tensione per tutte le ore in cui quel giorno era stato insieme al figlio.

«Sono in molti quegli altri?» aveva chiesto Conrad.

«Le vedette parlano perlopiù di fanteria. Noi abbiamo un cavallo!»

«Potrei assistere alla scena questa volta...»

«Conrad, figliolo, te l'avrò ripetuto cento volte: tu resti qui con le donne, la servitù e i monaci…» chiosò Rabel, che pure continuò:

«Ma se le cose dovessero mettersi male, alle prime avvisaglie, scappa sulle colline e nasconditi.»

«C'è questa possibilità? Tancred e Roul dicono che le cose andranno come sono andate finora… Vinceremo e porteremo a casa lauti compensi.»

«E hanno ragione… non c'è nulla di cui preoccuparsi. Il nostro è un mestiere difficile, è vero, ma sappiamo il fatto nostro. E poi, guai a portare sconforto tra i soldati!»

Così Rabel aveva rincuorato il figlio.

Era già mezzogiorno e per l’accampamento si respirava tutta l’apprensione per quell’attesa snervante. Ogni tanto qualcuno tornava dal campo per venire a dare notizia circa l’andamento della battaglia. Qualcuna tra le ragazze della servitù piangeva, per certo affezionata a qualche soldato con cui era nata una tresca. Poi un prete da campo avvicinò Conrad, il quale se ne stava ancora seduto sullo sgabello sotto il sole, e gli disse:

«Figliolo, tuo padre non tornerà anzitempo se te ne resti qui a fissare il fondo della strada.»

Cornrad lo guardò dal basso verso l’alto.

«To’ un pezzo di pane!» completò sempre quello.

Quindi il ragazzo l’afferrò e l’addentò.

«Se hai bisogno di qualcosa per tenere occupata la mente oltre che lo stomaco, vieni con me.»

Lo portò su una collina spoglia di vegetazione e dalle tonalità dorate poiché arsa dal sole. La cima era scoperta di terra, cosicché una grande roccia di grigia ardesia affiorava frastagliata. La fronda di un ulivo, l’unico presente, radicato a lato della formazione rocciosa, era occupata da un piccolo gregge di capre e da un vecchio pastore che in viso dimostrava di avere più rughe che anni. Il prete girò dietro e s’infilò per un apertura della roccia. Conrad restò sbalordito nel vedere che l’interno della spelonca era abbastanza spazioso da permettere la presenza di almeno venti uomini ed era completamente dipinto con colori vivaci, essendo riportate tutto attorno alle pareti immagini di storie bibliche e di vite di santi; lo stile era tipicamente quello delle pitture sacre d’Oriente. Un piccolo inginocchiatoio in fondo ed una croce al muro indicavano il luogo in cui ci si prostrava.

«Padre, voi siete forestiero, partito al seguito dell’esercito; come conoscete questo posto?»

«I frati di rito greco vi si riuniscono per pregare da secoli. Sono stati loro a dirmelo. Ma adesso prega il Signore e la Madonna, affinché tuo padre ritorni sano e salvo.» concluse il religioso prima di lasciarlo solo.

Fu così che Conrad si ritrovò da solo, inginocchiato, ad occhi chiusi, stringendo il crocifisso al petto, a pregare perché Dio riportasse indietro suo padre.

Quando tornò all’accampamento era già sera. Corse non appena si avvide che alcuni uomini a cavallo erano tornati dalla battaglia. Dunque accelerò quando si accorse che uno di quelli era il grosso Roul; il sangue sulla sua ascia danese e sulla sua cotta di maglia era ancora fresco.

«Ragazzo, dov’eri?» chiese il guerriero non appena Conrad fu su di loro.

«Un prete mi ha condotto sulle rupi…» spiegò l’altro, tuttavia non volle rivelare cosa ci fosse andato a fare per paura che la sua intimità venisse derisa.

Quindi si stranì in viso… se suo padre fosse tornato incolume per certo sarebbe stato in prima fila tra quegli uomini. Tutto d’un tratto il viso di Roul gli apparve triste, come se la sua furia fosse stata mortificata da un evento nefasto. Solo adesso razionalizzò cosa si nascondesse dietro quella coltre umana di soldati del nord di cui Roul era l’apri fila.

«Dov’è mio padre?» chiese, pur immaginando già la risposta.

«Abbiamo vinto, figliolo.» si fece avanti Tancred, un altro tra i più vicini a Rabel, forse nel tentativo di controbilanciare il dispiacere del ragazzino; questi brandiva ancora la sua lunga picca e vestiva di un mantello rosso.

«Sì, quelli che sono rimasti li abbiamo messi in fuga.» s’intromise un altro.

«È stata una grande vittoria!» esclamò qualcuno nel gruppo.

«Pure il vento ci è stato favorevole oggi… ma il vento più micidiale l’abbiamo portato ancora una volta noi della compagnia normanna.» aggiunse Tancred.

Tuttavia Conrad, proprio mentre l’ultimo parlava, si aprì un varco tra gli uomini.

Rabel se ne stava disteso al suolo. La sua gola era segnata da una grossa macchia di sangue, presumibilmente lì dov’era stato inferto il colpo mortale; un colpo che doveva essere stato eseguito con incredibile potenza visto che aveva trapassato la cotta di maglia. La bionda chioma era scoperta, poiché evidentemente qualcuno l’aveva liberato dell’elmo e dal cappuccio.

Conrad rimase a fissarlo immobile, senza avere il coraggio di avvicinarsi. La sua mente non aveva mai concepito che tutto questo potesse succedere veramente.

A questo punto Roul gli poggiò una mano sulla spalla e gli disse:

«L’esercito si è dato all’inseguimento… altri di noi giacciono caduti sul campo e aspettano che andiamo a raccoglierli… ma noi… noi, mio caro Conrad, non potevamo darci al saccheggio o metterci a pensare agli altri morti quando il figlio di uno di noi attende suo padre con ansia.»

«Non me lo avreste portato con questa urgenza se il suo respiro fosse stato già assente sul campo di battaglia.» fece Conrad, mentre le prime due lacrime rigavano i suoi zigomi.

Roul allora si chinò e cercò di rincuorarlo.

«No, Conrad, no… tuo padre è caduto davvero in battaglia!»

Mentiva per non colpevolizzarlo, ma Conrad non era così stupido da crederci. Rabel aveva esalato il respiro finale lì all’accampamento nella speranza di vedere per l’ultima volta il viso del suo ragazzo; la pezza intrisa di sangue posta sul collo indicava che avevano provato a prolungare la sua agonia in attesa che Conrad tornasse.

«Tocca a te chiudere i suoi occhi.» lo spinse alle spalle Roul.

A tu per tu con quegli occhi azzurri, Conrad non seppe trattenere la sua disperazione. Intanto le donne, i frati, la riserva che difendeva l’accampamento e la servitù avevano formato un cerchio intorno alla scena. Conrad colse come una sorta di delusione negli occhi di suo padre, ma ovviamente era solo la voce della sua testa a suggerirglielo, il suo senso di colpa per non esserci stato.

«Padre!» urlò prima di gettarcisi al petto.

«Non c'è niente da guardare!» urlò più forte ancora Roul, rivolgendosi alla folla.

«Maledetti greci!» sentenziò quindi a bassa voce.

Con questa frase Roul evidenziava tutto il suo disprezzo per la gente del luogo, ovviamente i cristiani, ritenuta “greca” per via della religione di rito orientale. Tuttavia quell’esclamazione di intolleranza includeva pure Giorgio Maniace e le truppe regolari al suo seguito, visti i cattivi rapporti del generale con gli uomini dei contingenti ausiliari.

La gente si diradò impaurita dalla reazione di Roul. Conrad invece scappò, intento a trovare il prete che l’aveva dissuaso dalla sua fedele attesa.

Roul seguì il ragazzo, mentre questi cercava come un dannato il religioso tra le tende.

«Figliolo, fermati! Chi diamine cerchi?»

«Quel prete che mi ha convinto a salire sulle rupi.»

«Chi è?»

«Parlava la nostra lingua.»

Poi pensò di cercarlo direttamente nella chiesa rupestre, quindi corse per inerpicarsi sulla collina. Giunto in cima udì il belato delle capre ma non vide il pastore... poi entro dentro. Essendo che la luce del crepuscolo stava per scomparire, i colori vivi che l’avevano colpito a mezzogiorno erano svaniti e all’interno della grotta era percepibile a stento una sorta di penombra. Roul tuttavia lo seguiva con una torcia e quando mise piede nella grotta tutto riprese luce. Conrad in quel momento se ne stava a gettare pugni di terra contro il dipinto del Cristo e contro quello della Madonna, non avendo altro con cui offendere quelle mura di pietra. Piangeva a dirotto e adesso la rabbia contro il gesto benintenzionato del prete aveva lasciato il posto all’ira verso Dio e verso quelle preghiere inascoltate.

Roul era un uomo bruto, per certo profano nei modi, ma quando vide il sacrilegio di Conrad, vuoi per reale timore, vuoi per superstizione, lo bloccò da dietro sollevandolo con un solo braccio.

«No, Conrad, loro non c'entrano niente.»

«Non mi hanno ascoltato!» gridò il ragazzino con tutto il suo fiato, ma l’ambiente chiuso gli ruppe sordamente la voce.

«Ti aspettavi i miracoli?»

«Me lo ha detto quel prete!»

A ciò lo mollò giù e lo costrinse a guardarlo negli occhi.

«Stammi a sentire, figliolo… tuo padre mi ha fatto giurare che mi sarei preso cura di te, e il mio onore mi vieta di mancare alla promessa fatta ad un amico morente. “Fino a che non ti avrò condotto a Rougeville dai tuoi parenti”… così mi ha fatto giurare.»

«Non li conosco i miei parenti.» rispose Conrad, singhiozzando e piangendo, adesso ad occhi chiusi poiché la luce della torcia li bruciava arrossandoli.

«Poco mi importa, non mancherò a questo giuramento in cui è implicato il mio onore e il sangue di tuo padre soltanto perché tu hai qualcosa da ridire.»

«Che altro vi ha detto?»

«Che dovevi farti forza, figliolo. Quindi adesso scendi all’accampamento e abbi il coraggio di guardarlo in faccia. Gli uomini della nostra stirpe sono soliti essere indomiti guerrieri sprezzanti della morte. E se sei arrabbiato è una cosa buona... avrai più fervore in battaglia. Ma non prendertela con i santi… prenditela con i vivi!»

«Per questo cercavo quel prete.»

«Lascia perdere anche il prete… È coloro che hanno ucciso tuo padre che devi odiare, è verso quelle bestie che devi trovare la tua vendetta.»

«Chi?»

«Siamo in questa terra da due anni e mi domandi “chi”? Non hai visto gli occhi di quella gente d’Africa? Non hai visto come il loro sguardo mediti nefandezze nei tuoi confronti? Perfino la gente di Akḥal, che ci è alleata, ci guarda con odio. Quelli hanno ammazzato, hanno violentato le donne della gente che c'era prima di loro, e l'hanno costretta ad inchinarsi al loro Dio. Hanno insozzato il sangue di questa gente rendendolo spregevole quando hanno ingravidato queste fanciulle. Loro, quei barbari maomettani, loro hanno ucciso tuo padre!»

«Voi avete detto di combattere soltanto per il compenso, e che i motivi di questa guerra non vi interessano.»

«Figliolo, se non odii il tuo nemico non puoi sopravvivere in battaglia.»

«Significa che mio padre non abbia odiato abbastanza?»

«Tuo padre aveva l’animo di un re… sarebbe stato giusto che lui comandasse e non che scendesse in battaglia. Però tu, giovane Conrad, quell’odio che proverai pensando al suo sacrificio ti servirà. Diventerai un ottimo guerriero, ne sono certo. Tuttavia, per questa sera non pensare alla vendetta, pensa soltanto ad onorare tuo padre. Verrai all’accampamento per chiudergli gli occhi?»

Conrad si asciugò con una mano il viso e rispose:

«Verrò.»

Perciò Roul, guardandosi attorno, commentò:

«Seppelliremo tuo padre qua dentro, sotto gli occhi vigili del Signore e di tutti questi santi. Non vedo posti migliori qui attorno.»

«I frati di rito greco ci vengono a pregare.»

«Significa che saranno felici di vegliare per questo martire della cristianità.»

Scesero fino all’accampamento, e quindi, una volta chiusi gli occhi al povero Rabel e preparata la salma, risalirono in solenne corteo fino a dentro la chiesa rupestre. Adagiarono il corpo sotto la croce dell’inginocchiatoio e vegliarono, i religiosi, le donne e i nobili soldati, stringendosi attorno al ragazzino per tutta la notte.

L’indomani all’alba il prete che Conrad aveva odiato, il quale scoprì chiamarsi Jacob, officiò il funerale, quindi seppellirono Rabel in una fossa scavata all’interno della grotta e in mezzo ad un recinto fatto con lastre di ardesia. Coprirono il cadavere con lo scudo che gli era appartenuto, quello lungo terminante con una punta in basso tipico della gente normanna, e gettarono della terra come sigillo finale.

Conrad restò a vegliare quel luogo per un giorno intero anche dopo il funerale. Dormì rannicchiato presso l’inginocchiatoio, non mangiò nulla e pianse parecchie volte. Fuori da quella grotta l’attendeva la vita, la vita senza suo padre, e lui era sicuro che non ce l’avrebbe fatta mai e poi mai da solo. D’altronde Rabel era lì, sepolto sotto i suoi piedi, e lui l’avrebbe atteso fedelmente; questa volta senza farsi distrarre da nessuno. Moriva dentro tutte le volte che pensava che le ultime parole che suo padre avrebbe voluto rivolgergli gli erano morte in bocca. Poi fissava i santi sulla parete rocciosa e, al contrario di quanto Roul gli aveva detto, non riusciva a non odiare anche loro.

Capitolo 9

Inverno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna e dintorni

Umar invitò tutte le donne della casa a ritirarsi nelle proprie stanze. Spinse delicatamente Ghadda per le spalle, inducendola a recarsi in camera sua, ed elargì una carezza al viso di Jala.

Solo Nadira se ne stava ancora sull’ingresso, desiderosa di spiegazioni.

«Umar, dimmi chi era quell’uomo.»

«Solo un ricco mercante di passaggio che aveva voglia di provocarmi.»

«Non ti sembra strano che si sia messo in viaggio da Qasr Yanna proprio a quest’ora, e che non abbia passato la notte lassù?»

«Evidentemente per vedere “il cielo di Nadira” non si può aspettare l’alba.» rispose sarcastico Umar, pieno ancora di malcelata gelosia.

«Faresti bene ad informare il Qā’id… all’alba! Mi è sembrato di sentire un certo dissenso verso in mio signore Ali.»

Umar la guardò con aria di sufficienza e le disse:

«Adesso t’immischi anche nelle questioni di sicurezza del Rabaḍ? L’adhān della notte è passato già da un pezzo… va’ in camera tua, sorella!»

Nadira a quel punto, mentre l’altro si allontanava infastidito, si ritrovò a fissare l’argilla cotta delle mattonelle.

Pian piano ogni braciere, ogni lume e ogni candela della casa venne spenta, dando fine a quel lungo giorno.

Corrado, ancora legato al palo, aveva smesso già da un pezzo di dare segni di conoscenza, e Apollonia, rannicchiata tra le ginocchia, si era assopita; lei infatti aveva dormito ancor meno del fratello.

Idris, più in là, se ne stava perso ad osservare il cielo stellato, aspettando il momento in cui avrebbe potuto liberare il prigioniero e tornarsene a casa.

Una sorta di botto rombò per il cortile; lo scoppiettio di quello che pareva un fuoco seguì il primo rumore. Apollonia aprì gli occhi e vide un insolito bagliore provenire da presso le stalle. Idris allora cominciò ad urlare, dimenandosi come un pazzo per richiamare l’attenzione di altri. Mezyan intanto scendeva a rotta di collo per le scale del terrazzo, annunciando al compagno di sotto:

«Le stalle hanno preso fuoco!»

«Chiama Umar!»

«Chiama gli altri!»

Mezyan prese a battere come un forsennato sulla porta, mentre Idris corse via per chiamare gli uomini che facevano da sentinelle all’ingresso del villaggio; era stato proprio il Qā’id, infatti, a consigliare ad Umar di far montare la guardia nei punti strategici del Rabaḍ.

Apollonia si mise in piedi e, nel silenzio che precede la tempesta, nel frattempo che Mezyan se ne stava a bussare sulla porta, si guardò attorno. Ombre scure come i demoni dell’Averno si muovevano attorno alla casa e per le strade del villaggio. Aguzzò la vista per rendersi conto se si trattasse degli abitanti del Rabaḍ accorsi per l’emergenza, tuttavia concluse che i compaesani non sarebbero stati così silenziosi e guardinghi nell’avvicinarsi. Si strinse perciò a Corrado, e questi, sentendo il tocco sulla sua pelle, aprì gli occhi.

Umar usciva sul cortile in quel momento, in tempo per assistere al secondo boato, causato dal divampare improvviso di una sostanza infiammabile. Fiamme si elevavano con ancor più rapidità dal tetto del magazzino delle granaglie. Intanto la gente cominciava a venire fuori dalle proprie abitazioni.

Mezyan e un’altra decina di uomini facevano già la spola tra il pozzo più vicino e le stalle. Adesso si cominciarono ad avvertire alcune urla, mentre da altre parti, persino da alcune case, si elevavano altre fiamme; l’intero Rabaḍ prendeva fuoco. Il rumore inequivocabile di ferraglia rese inoltre evidente ciò che stava succedendo: assaltavano il villaggio.

Apollonia afferrò per i fianchi Corrado e raccolse tutte le sue forze per issarlo, in modo che la corda ai suoi polsi saltasse oltre la biforcazione a cui era stata incastrata. Gridò per l’intenso sforzo, quindi finì a terra trascinata dal peso del fratello. Lo sciolse perciò dai legami e l’aiutò a sedersi facendogli appoggiare la schiena al palo. Poi si passò un braccio attorno alla nuca e provò a sollevarlo... tuttavia lui, non essendo in grado di camminare, cadde a peso morto. Corrado urlò, avvertendo intenso dolore alle braccia e alle ginocchia. Apollonia dunque si sentì impotente; avrebbe voluto caricarlo a peso sulle spalle, ma proprio lei, piccola e fragile, non poteva niente. Gli afferrò infine il viso tra le mani e, guardandolo piena di lacrime, gli promise:

«Non ti lascio qui.»

«Va’ a nasconderti!» rispose Corrado, ansimando.

«Vado a chiamare Michele; lui ti porterà a casa!»

Apollonia scappò di corsa, correndo veloce tanto quanto i suoi calzari le permettevano e perdendosi tra le stradine del Rabaḍ.

Corrado, rimasto solo e seduto con le spalle al palo, guardò alla sua sinistra, verso la casa di Umar. Una moltitudine di uomini in quel momento attraversava il cortile, e il rumore della ferraglia, proveniente poco prima dagli isolati del villaggio, sembrava scomparire. Corrado pensò a cosa stesse rischiando sua sorella standosene per strada durante quell’assalto... dunque inorridì al pensiero che non tornasse.

Umar, che in quegli istanti se ne stava presso la stalla, confuso, impotente e soprattutto disarmato, ritornò sul cortile avendo capito la natura della minaccia. Tuttavia un colpo improvviso alla testa lo tramortì facendolo crollare al suolo. Adesso le urla delle donne della casa, forse della servitù, forse delle padrone, si levarono alte, e in poco tempo pure dall’abitazione di Umar cominciò ad innalzarsi del fumo nero. Corrado si guardò attorno terrorizzato, quindi si accorse che per le strade non vi era un solo uomo del Rabaḍ.

Quando gli assalitori vennero fuori dalla casa, due di loro tiravano per le braccia Nadira. Corrado, sentendo le urla, comprese la sua identità ancor prima di vederla.

Quindi, nel buio illuminato dai falò, gli ignoti nemici si avvicinarono proprio al prigioniero, il quale, appoggiata la nuca al palo, ansimava, avendo la febbre alta e molta paura. Corrado allora immaginò che adesso l’avrebbero ucciso, così come avevano fatto con Umar e con tanti altri del villaggio.

«Ehi tu, infedele, mettiti in piedi!» comandò uno di quegli uomini, togliendosi dal volto il lembo di turbante che lo nascondeva.

Nadira spalancò gli occhi: quel tizio era il ricco mercante che poco prima aveva visitato casa sua.

«Non riesco, ammazzatemi seduto!» richiese rassegnato Corrado.

Quell’uomo invece strinse per la nuca Nadira e la costrinse ad inginocchiarsi al cospetto di Corrado.

«Conosci questa ragazza?»

Lui la guardò attentamente; ce l’aveva a nemmeno tre palmi di distanza dal suo viso. Sapeva benissimo chi fosse, gli occhi di Nadira non potevano essere confusi, tuttavia non vedeva il suo viso completo e i suoi capelli scoperti da quando lei, ancora fanciulla, scorrazzava spensierata per il Rabaḍ. Oltretutto Corrado non aveva mai visto la sorella dell’uomo del Qā’id in quello stato: Nadira, vestita dei soli abiti della notte, era una maschera di lacrime.

Corrado assentì col capo. Dunque quel tale che si era presentato come Salim gli disse:

«Va’ dal tuo Qā’id, e digli che se vuole rivedere il suo ultimo gioiello deve ridarmi mia moglie!»

Nadira comprese immediatamente la vera identità del ricco mercante… si trattava di Mohammed ibn al-Thumna, Qā’id di Catania e Siracusa, asceso ad emiro più potente dell’intera Sicilia quando anni prima, senza ormai più un potere centrale, i qā’id si erano scontrati tra loro. Previde immediatamente dove fosse capace di arrivare quell’uomo: immaginò i propri polsi segati proprio come li aveva fatti segare a Maimuna.

Il Qā’id afferrò ancora per la nuca Nadira, inducendola a sollevarsi, e la consegnò ai suoi uomini. Infine costrinse Corrado ad alzare il capo ponendogli il taglio della sua scimitarra sotto il mento.

«Se vuoi farla pagare a chi ti ha trattato così, vieni a cercarmi quando ti sarai rimesso… tu e i tuoi amici incirconcisi.»

A ciò Mohammed ibn al-Thumna lasciò il cortile e poi il Rabaḍ, consapevole che gli incendi del villaggio avevano a quel punto già allarmato le sentinelle di Qasr Yanna, e che suo cognato avrebbe fatto presto ad intervenire.

A Nadira intanto erano state legate le mani con una lunga fune e dell’altro capo di questa la tiravano giù per la strada che scendeva dall’altopiano, proprio come si farebbe con un mulo. Il Qā’id e i suoi si spostavano illuminando il cammino con poche torce e i piedi nudi di Nadira si ferivano tra i sassi e i rovi. Quando poi giunsero al guado del torrente che scorreva sotto il Rabaḍ, precisamente sotto una delle grandi norie, Mohammed ordinò che la ragazza fosse sciolta e, ponendole un fine vestito femminile, la invitò a coprirsi come si conviene alle donne. Quindi, guardando i numerosi uomini al suo seguito, disse:

«Se qualcuno osa mancare di rispetto alla ragazza se la dovrà vedere con me… si tratta pur sempre della promessa di un qā’id, e come tale va trattata!»

A quel punto saltarono tutti a cavallo e si dileguarono verso est. Nadira dovette aggrapparsi ai fianchi di Jamal, l’uomo col grosso medaglione.

Cavalli in gran parte neri andavano tutti nella stessa direzione. Erano suppergiù in cinquanta coloro che li montavano, tutti vestiti con un burnus44 nero e con calzoni del medesimo colore. Avevano visi cupi e parlavano la lingua più comune tra molti mori d’Africa. Nadira riconobbe quell’idioma, era in questo modo che spesso lei si esprimeva in famiglia, però non l’aveva mai sentito parlare tanto fluentemente e con quell’accento così tipico.

I cavalieri spronavano blandamente i propri destrieri e questi, a passo lento, avanzavano sotto la luna formando una lunga processione.

«Signore, chi sono questi uomini? E dove mi portate?» chiese Nadira al braccio destro del Qā’id, non appena ebbe calmato i suoi singhiozzi.

«Sono i tagliagole d’Africa di ibn al-Menkūt. Hanno tradito il proprio qā’id per servirne uno più conveniente. Ma il loro signore di adesso è un amico del mio padrone e gli ha fatto dono dei suoi mercenari perché se ne avvalga in questi giorni.» rispose Jamal.

«E questi stranieri la taglieranno anche a me la gola?» domandò la ragazza con l’innocenza tipica di chi non conosce il mondo e trema di fronte a tutto ciò che è nuovo.

Jamal sorrise e rispose:

«Non temere, al mio signore servi viva.»

Non passò molto che si fermarono nei pressi di un borgo al confine tra le terre controllate da ibn al-Ḥawwās e quelle dominate da ibn al-Thumna. Altri brutti ceffi stazionavano già presso il villaggio, un gruppo di case dall’aspetto molto simile al Rabaḍ di Qasr Yanna. Questi altri, tagliagole della stessa sorte di quelli che avevano devastato il Rabaḍ, resero omaggio a Mohammed, prostrandosi quando lui scese da cavallo.

«Consegna la ragazza alle donne del villaggio e, quando l’avranno rimessa in sesto, rimandala da me.» ordinò il Qā’id a Jamal, e questi rispose accennando un inchino.

Nadira venne condotta alla luce delle torce in una casa modesta, e qui delle donne dai visi tristi si presero cura di lei lavandole i piedi, pettinandole i capelli e dandole da mangiare. Nadira chiese chi fossero e una di queste rispose che tre giorni prima i tagliagole di ibn al-Menkūt avevano catturato il villaggio, uccidendo tutti gli uomini e stuprando ogni donna come rito di iniziazione al loro nuovo stato di schiavitù.

Infine Nadira venne condotta dal Qā’id, il quale soggiornava in una sontuosa tenda issata a lato della moschea.

L’arrivo della ragazza venne annunciato dal suono dei numerosi bracciali, cavigliere e sonagli che le erano stati posti addosso. Gli occhi inoltre erano stati tinti col kajal45, ma quando comparve di fronte a Mohammed questo già si sbiadiva al contatto con le lacrime e rigava di nero gli zigomi fino al mento.

«Vieni Nadira, avvicinati! Nella mia tenda si sta più caldi e comodi. Le notti d’inverno possono essere troppo lunghe quando non si riesce a dormire.» la invitò Mohammed, stando seduto a gambe incrociate su dei cuscini.

Nadira s’introdusse nella lussuosa tenda e, avvicinandosi al fuoco del braciere, esordì:

«So chi sei.»

«Perciò non mi stupisce che mio cognato si sia invaghito di te... Sarebbe stato strano se avesse scelto in moglie una donna stupida!»

«Non puoi immischiarmi nei tuoi affari di famiglia.»

«Vorrai dire nei “nostri” affari di famiglia… cognata! Sai quello che il tuo Qā’id mi ha fatto?»

«Tua moglie ti teme… dopo il male che le hai cagionato.»

«Non è forse nella mia mano la vita e la morte della mia casa e dei miei sudditi?»

«La vita di ognuno è nella mano di Allah, non nella tua.»

«Ma Allah ha i suoi disegni, e questi non possono essere cambiati. Se con Maimuna è successo quello che è successo non è forse anche Sua volontà?»

«Dunque anche il fatto che non voglia tornare da te è Sua volontà… accettalo e lasciami andare.»

Mohammed rise e spiegò:

«Nascono diverse sorti di uomini al mondo: vi è chi il proprio destino lo subisce e vi è chi dal destino viene usato per cambiare i tempi, le stagioni e i popoli. Io nobile ci sono nato, e nella mia Siracusa ho saputo farmi grande per poi prendermi mezza Sicilia. Faccio un servizio ad Allah e al Suo imperscrutabile destino, essendo al mondo per cambiare i tempi, le stagioni e i popoli. Non esiste male… non esiste bene, ma solo la volontà di Allah.»

Nadira allora cadde sulle sue ginocchia e col viso a terra lo implorò:

«Ti prego, mio Signore, mia madre gridava quando mi hai strappato dalle sue braccia, e la casa era invasa dal fumo… Fammi andare ad assicurarmi della sua salute, e poi ritornerò da te.»

«Se rivedrai tua madre dipenderà solo da Ali, il tuo Qā’id.»

Nadira perciò alzò lo sguardo, restando comunque inginocchiata.

«Non farmi restare; gli uomini di cui ti circondi sono infidi e criminali… hanno fatto molto male alla gente che vive in questo villaggio.»

«Non ti faranno nessun male, non temere. La sorte di una sposa illustre non può essere paragonata a quella delle comuni villane date per il sollazzo dei soldati.»

«Ma tu fai schiave perfino le nostre sorelle, e questi tuoi soldati hanno massacrato tutti gli uomini!»

«Non tutti… ho lasciato rimanere i contadini cristiani. Circondarsi di infedeli paga molto, visto che riempiono lautamente le mie tasche con la tassazione della jizya. Gli iqlīm orientali, pieni di incirconcisi e giudei, sono una miniera d'oro per le tasche di chi comanda.»

«E lo paghi col denaro della jizya quest’esercito di mercenari?» chiese Nadira con la stessa irriverenza che mostrava con Umar. Adesso infatti capiva che le suppliche non potevano trovare accoglimento nel cuore roccioso di Mohammed.

Lui la fissò attento e serio, quindi rispose:

«Se non fosse per lo scopo per cui ti ho preservato, se non fosse per i tuoi occhi e la tua bellezza, mia cara Nadira, li farei segare anche a te i polsi… e ancor peggio ti farei tagliare quella lingua intromettente. Sei mia prigioniera, ricordalo! Non esiste persona a questo mondo la cui vita possa essere spezzata quanto la tua… un filo di cotone arso dal fuoco che si sfalda al tocco della mia mano.» disse e mimò Mohammed, sfregando indice e pollice tra loro.

«Ti presenterai al mio cospetto sempre al meglio delle tue fattezze; per il piacere dei miei occhi. Non ti permetto di piangere se così rovini il tuo volto. Non ti permetto di digiunare se così smagrisci le tue forme. Se indosserai o no il jilbāb46 in mia presenza sarà solo per mia volontà. Ma non temere, proteggerò il tuo onore, da me e da chiunque altro, affinché Ali non ti disprezzi e ti rifiuti perché non sei più vergine. Il tuo Qā’id è un pezzente, uno schiavo che si è fatto strada con la lusinga e le promesse, ma saprebbe rinunciare alla sua villana se questa non sapesse dargli ciò che spera di prendersi la prima notte. Tu e la tua verginità valete ancora troppo come contropartita da offrire in cambio di mia moglie. Ma se Ali si mostrerà ottuso, allora gli scatenerò contro le forze dell’inferno, devasterò le sue terre, massacrerò i suoi sudditi, porterò via le donne dalle sue città per farne delle schiave e soprattutto farò di te quello che mi aggrada. L’attacco al tuo villaggio è stato indolore per molta gente, poiché rapido e con l’unico scopo di rapire la ragazza dagli occhi zaffiro, ma se Ali non mi ascolterà, allora molti soffriranno e dovranno inchinarsi al loro nuovo Qā’id… se vorranno continuare a vivere.»

«Ibn al-Ḥawwās saprà riscattarmi dalle tue mani, ne sono sicura. E mio fratello…»

«Tuo fratello è morto! L'ho visto io stesso cadere. Ha avuto quel che si meritava, quel leccapiedi!»

Nadira si gettò sui cuscini e prese a piangere più forte.

«Umar… Umar!» chiamò disperata, piena di dolore e di dispiacere per averci litigato per un giorno intero senza mai potergli dire quanto lo amasse.

«Tuo fratello era un brav’uomo. Sono sicuro che in Paradiso avrà il trattamento riservato ai martiri. Però non piangere, Nadira.» rincuorò cinicamente Mohammed.

«Non piangere!» ripeté poi urlando, rivelando che ciò che gli interessava fosse soltanto che lei la smettesse di piagnucolare.

«Non sopporto questo frignare in mia presenza.» concluse infine.

«Ti prendi cura di me e mi inviti nella tua tenda; ma come pretendi che io stia tranquilla al sentire queste parole? Addirittura mi chiedi di non piangere...»

«Io non desidero la tua serenità, io pretendo che tu finga al mio cospetto. La prossima volta che ti convocherò sorriderai. È un ordine! Adesso vai. Rimarrai con le donne, ma Jamal ti terrà d’occhio.»

Nadira venne riaccompagnata dalle donne che prima l’avevano truccata, e queste, recluse come lei tra quelle quattro mura, cominciarono ad odiarla in quanto, come credevano, rappresentava la ragione di quella guerra e della loro sventura.

Capitolo 10

Autunno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna

Quando Ali ibn al-Ḥawwās lasciò il Rabaḍ per tornarsene a Qasr Yanna, Nadira non volle nessun dono per sé, nonostante il Qā’id le avesse promesso la luna. Infine, dopo mille insistenze, Nadira richiese che le venisse donata una copia del testo del poeta Mus’ab, visto che a lei apparteneva più che agli altri. Bashir, il Visir, fece allora in fretta a scrivere quelle parole su un foglio di pregiata carta proveniente dalle fabbriche di Balarm.

Nadira non aveva molta dimestichezza con la scrittura e dovette fare appello all’imam47 del Rabaḍ, il quale, dopo tre giorni di lettura e rilettura della poesia, dovette cacciare la ragazza spazientito. Intanto lei aveva imparato tutti quei versi a memoria, e di conseguenza anche la servitù fece presto a memorizzare molte di quelle parole che adesso la padrona recitava in loro presenza. “Conosci tu, oh mio Signore, il cielo di Nadira, i confini dei suoi occhi?”, questo fu il verso che con più ricorrenza veniva ricordato.

Come c'era da immaginarsi, la notizia del veniente matrimonio tra Nadira e il Qā’id si sparse con inconsueta velocità fuori dalla casa di Umar. Tra la gente del Rabaḍ si scatenò perciò un entusiasmo così grande che la ragazza faticò non poco di fronte all’imbarazzo di assistere agli inchini e alla sottomissione di gente con cui era perfino cresciuta insieme. E alla fine, la notizia del “cielo di Nadira” e del matrimonio della ragazza col Qā’id giunse pure tra le mura in cui vivevano i cristiani del Rabaḍ.

Un giorno, Alfeo, il capofamiglia, un poveruomo che dimostrava vent’anni in più di quelli che aveva, richiamò attorno al tavolo tutti i suoi figli. Era l’ora di pranzo e quel giorno pure Apollonia e Caterina sua madre avevano seguito gli uomini nell’orto, per dare una mano e per mangiare in famiglia senza dover aspettare la sera. Alfeo e Michele avevano appena finito di irrigare l’orto dei broccoli, e quindi, chiudendo le paratie della saqija48 che passava per il terreno, accantonarono la zappa per andare a mangiare. Michele fischiò a Corrado, il quale se ne stava allo shaduf49 dalla mattina, intento ad issare l’acqua dalla gabiya50 per rifornire i piccoli canali e gli orti.

Caterina bolliva latte di capra nel pentolone e Apollonia gettava legna nel fuoco quando Alfeo, richiamando tutti, richiese che si sedessero al tavolo sotto il tetto del ritrovo di campagna. Numerose, e sovente non distanti tra loro, erano infatti le masserie sparse per le contrade dell’Isola, così come i semplici accomodi per i contadini, essendo che i saraceni avevano incentivato sin dall’inizio la piccola proprietà e la coltura intensiva.

Adesso ce li aveva tutti davanti, Corrado, Michele e Apollonia, mentre sua moglie si affaccendava ancora nella preparazione del cibo. Alfeo aveva appreso appena da un giorno la notizia di Nadira. Aveva sentito i suoi ragazzi parlarne e Apollonia provare ammirazione per la ragazza dagli occhi azzurri, e quindi, essendo padre, ora non poteva fare a meno di pensare quale sarebbe stato il futuro dei suoi tre figli.

«La sorella di Umar è stata promessa in moglie al Qā’id.» esordì, dando la notizia che già tutti conoscevano.

«Padre, se ne parla dovunque!» rispose Corrado.

«“Il cielo di Nadira, i confini dei suoi occhi.”» aggiunse Apollonia, intanto che si sfregava le mani per togliere lo sporco del carbone che si era attaccato e senza sapere che in viso risultava ancor più annerita.

«Figliola, ci vorrebbe un qā’id anche per te.»

«Padre, cosa dite?» domandò perplessa Apollonia, imbarazzata e confusa.

«Un qā’id cristiano ovviamente.» continuò il concetto Alfeo.

«Non esiste un qā’id cristiano.» ribatté Caterina, la quale aveva dato tanto del suo aspetto e del suo carattere alla figlia, ma che ora portava malamente i segni dell’età e della povertà.

«Non un qā’id, è certo, ma desidero comunque trovare un buon partito per Apollonia.»

«Padre, io sto bene così!» spiegò la ragazza, guardando per un attimo Corrado.

La paura di doversi separare dalla famiglia, e quindi da suo fratello, la tormentava da anni, però, adesso che tale paura si palesava nella volontà di suo padre, si sentiva incapace di difendersi. D’altronde la sua unica arma sarebbe stata quella di dichiarare il suo sentimento a Corrado… un’eventualità che la terrorizzava ancor più della prima paura.

«Non dire sciocchezze! Nessuno sta bene “così” alla tua età. Corrado e Michele ti troveranno un marito… quello che c'è sul mercato, è ovvio… non un qā’id… ma il meglio di quello che si trova. Ho un’unica figlia femmina e ci tengo a sfruttare al meglio la situazione.»

«Ma padre, come pensate di potervelo permettere? Vi siete accorto degli abiti che indossiamo?» fece notare polemico Michele, alzandosi e mostrando gli strappi e i brandelli presenti sulla sua tunica.

«Apollonia è una donna di bell’aspetto e non ha nulla da invidiare alla sorella di Umar. Se non fosse per gli stracci che possiamo permetterci avrebbe trovato anche lei un qā’id.» chiosò Alfeo, alzando la voce arrabbiato.

«Voi parlate col cuore di un padre, ma tutto ciò che desidero per me è davvero tra queste quattro mura.» spiegò Apollonia, accarezzando la mano del padre e inducendolo a calmarsi.

Quindi si sforzò di non guardare Corrado, nel timore che rivelasse a cosa e a chi si riferisse la sua ultima frase.

«Va bene, padre, diteci se avete in mente qualcuno ed io e Michele sistemeremo la cosa.»

Sentire quelle parole dalla bocca di Corrado fu un colpo al cuore per Apollonia. Aveva sperato per anni che suo fratello provasse per lei qualcosa che andasse al di là dell’affetto familiare acquisito in vent’anni di convivenza. Aveva sperato che lui lo capisse senza che lei glielo dichiarasse. Aveva costruito la favola e adesso crollava tutto il castello. D’ora in poi il suo sguardo si perse nel vuoto, fissando un punto indefinito fuori dalla porta.

«Non ho trovato nessuno tra i cristiani di Qasr Yanna che potrebbe migliorare la nostra condizione sposando Apollonia.»

«Alessandro! L’ho visto personalmente farle la corte.» propose Michele.

«È un donnaiolo.» chiarì Corrado.

«E a noi cosa importa?» ribatté Michele.

«Importa perché i vizi costano.»

«Hai detto bene, Corrado. E poi ha cercato di truffarmi già tre volte al mercato. No, nessuno di Qasr Yanna. Voglio che dopo il Christoúgenna51, quando la terra non si lavora, andiate nell’iqlīm di Demona, lì dove la gente conosce ancora il greco e per la maggior parte si è cristiani. Andate fin lì e trovate un marito per vostra sorella… e poi pensate anche a voi.»

Corrado e Michele si guardarono, quindi un attimo dopo risero di gusto al pensiero di dover cercare moglie.

«Corrado, tu sei stato da quelle parti; che sai dirmi delle ragazze?» chiese Michele entusiasta.

«Avevo solo nove anni.»

«Ma te le ricorderai le donne...»

«Ricordo le abitanti di Rametta52… pelle chiara e occhi nocciola!»

«Basta!» rimproverò Alfeo, che pure disse:

«Quante volte vi ho detto di non parlare di quegli anni? Corrado è come se ci fosse nato in questa casa!»

Quindi i due ragazzi si scambiarono un’occhiata d’intesa sottobanco: al gesto di Michele indicante il proprio torace, Corrado rispose gesticolando a piene mani per lasciare intendere che il seno delle ragazze dell’iqlīm di Demona fosse abbondante. Apollonia se ne accorse; era troppo! Corse fuori senza dare spiegazioni e in lacrime. Andò perciò a nascondersi oltre gli orti in una piantagione di sommaco. Quel giorno non mangiò e quando Corrado, cercandola, le passò vicino, lei si accovacciò con attenzione per non farsi scoprire.

Capitolo 11

Inverno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna

Prima di perdere nuovamente conoscenza, Corrado fece in tempo a vedere l’icona della Madonna, quella inserita in una nicchia sulla facciata di casa, la quale era un segno obbligatorio per i cristiani. Michele l’aveva trasportato a spalla intanto che Apollonia li aveva anticipati facendosi largo tra la gran confusione di gente in preda al panico e intenta a spegnere gli incendi divampati poco prima. La casa di Umar veniva divorata dalle fiamme mentre al magazzino delle granaglie decine di uomini facevano avanti e indietro con l’intenzione di salvare quante più sementi possibili; tra di loro vi era anche Alfeo.

Caterina piangeva sulla porta mentre i suoi due figli naturali riportavano a casa l’altro, immolatisi e quasi morto per difendere l’onore della famiglia che lo aveva accolto.

Michele adagiò Corrado sul letto e corse a dare supporto al padre e ai compaesani contro le fiamme del magazzino.

Apollonia portava la lanterna, ma si bloccò sulla porta quando si accorse che sua madre aveva spogliato Corrado dei suoi abiti madidi di sudore e della rugiada della notte, per coprirlo con coperte asciutte. Non ricordava di averlo mai visto nudo, per questo arrossì e temette ad avvicinarsi. Poi, nelle ore più buie della notte, si ritrovò di nuovo da sola a vegliare su di lui, così come aveva fatto nei due giorni precedenti. Ora con una pezza bagnata frizionava la fronte di lui nel tentativo di fargli scendere la febbre.

Quando Corrado aprì gli occhi, i primi bagliori che anticipano l’aurora penetravano già dalla finestrella e l’adhān dell’alba risuonava per tutto il Rabaḍ, segno che la spiritualità doveva avere sempre la meglio sulle disgrazie. La febbre era scesa e Corrado cominciava a riprendere il controllo dei suoi muscoli. Le scure ecchimosi ai polsi gli ricordavano la causa della sua infermità e l’odio per colui che gli aveva causato quell’umiliazione… proprio a lui, nobile di fiera stirpe indomita.

Corrado aveva sopito il suo animo guerriero in vent’anni di quotidianità familiare. Quella realtà fatta di affetto, di una casa, di genitori amorevoli, di un fidato fratello e di un’amata sorella, aveva ripagato il disagio di essere lontano dalla sua gente, perduto in mezzo ad un popolo che da ragazzino gli avevano insegnato a disprezzare. In quegli anni, l’umiliazione di essere sottomesso all’esattore del Qā’id, a Fuad prima e ad Umar dopo, era stata ripagata dall’amore di Caterina, la madre che non aveva mai avuto.

Corrado adesso si ritrovò col capo dormiente di Apollonia appoggiato sul suo petto. Benché fosse stato ad intermittenza incosciente sapeva bene quanto avesse fatto per lui quella ragazza. Le passò perciò una mano tra i capelli e le accarezzò la guancia e l’orecchio.

Apollonia aprì gli occhi, tuttavia lui non poteva vederla. Era questo tutto ciò che lei poteva pretendere da quella vicinanza: fingere di dormire per godere delle carezze dell’altro. Sorrise immaginando che quelle mani fossero motivate da altri sentimenti, ma quelle briciole erano tutto ciò che poteva avere.

«Ho sete.» disse Corrado pensando a voce alta.

Apollonia a questo punto non poté più fingere di dormire e si rizzò sullo sgabello al quale stava seduta.

«Vado a prenderti dell’acqua.» rispose fin troppo velocemente, generando nel fratello il sospetto che in realtà non stesse dormendo.

«No, lascia che la prenda nostra madre. Tu resta qui.»

Perciò lo sguardo di Corrado si soffermò sul viso di Apollonia: un grosso livido ancora arrossato partiva dall’angolo della sua bocca e saliva fino a metà della guancia.

«Cosa ti è successo qui?» chiese, sfiorandole il viso.

Apollonia si ritrasse e rispose:

«Non ricordi proprio nulla?»

In realtà Apollonia sperava che Corrado non ricordasse affatto quel particolare... che non si fosse reso conto che Idris l’aveva colpita, affinché non gli andasse il sangue alla testa e ne volesse chiedere conto.

«Chi è stato a farti questo?» domandò ancora Corrado, appoggiandosi alla spalliera del letto.

Apollonia ne uscì combattuta: da un lato avrebbe voluto proteggere Corrado dal suo stesso temperamento, dall’altro non avrebbe mai voluto mentirgli.

«Dopo quello che è successo stanotte, che importa chi è stato?»

Corrado fu di colpo catapultato nella consapevolezza degli eventi a cui aveva assistito la notte prima; adesso tutto gli ritornava alla mente.

«Hanno rapito Nadira!» fece tutto d’un fiato, come se a quella verità vi stesse giungendo in quel momento.

«Lo so, Corrado… lo so… Quella povera ragazza! Fratello, la bellezza è una maledizione di Dio, e l’uomo è uomo! Jala ha visto tutto, gliel’hanno strappata via dalle braccia. Non si fa che parlarne in tutto il villaggio e Michele mi ha raccontato tutto, anche ciò che non sapevo.»

«Umar… quel cane di Umar! L’ho visto con i miei occhi cadere morto.»

«Umar è vivo... e anche la sua famiglia. Sono fuggiti in tempo prima che la casa crollasse su sé stessa. Ma dodici paesani, Corrado… dodici paesani… sono morti per difendere il Rabaḍ!»

Corrado si crucciò per i dodici abitanti del villaggio, ma poi la rabbia verso Umar ebbe il sopravvento.

«Avrebbe fatto bene a morire quel maledetto di Umar!»

«Allora è meglio che non ti dica chi è stato a trascinarlo lontano dalle fiamme mentre se ne stava svenuto e sua madre lo cercava come una disperata nel fumo.»

«Sei stata tu?» chiese furioso, puntandole un dito in faccia.

«No, io non sono stata in grado di trascinare neppure te. È stato Michele, quando è venuto per portarti a casa.»

«Michele!» urlò Corrado, volendo chiedere conto al fratello.

«Sta’ calmo, ti prego! La gente è tutta molto provata, e anche nella nostra famiglia è calato il lutto. Ho visto nostro padre rientrare a casa in lacrime. Abbiamo perso il raccolto di un anno e molti di quei dodici erano pure amici suoi.»

«Michele!» chiamò di nuovo Corrado.

«Finirà male se ci litigherai… Non fare quest’altro torto a nostro padre. Ti prego, Corrado!» lo supplicò lei prendendogli le mani.

«Quale torto gli avrei fatto?»

A questo punto Alfeo e Michele, avendo udito il richiamo di Corrado, misero piede nella stanza.

Apollonia lasciò allora le mani del fratello e si mise subito in piedi, come se quegli altri potessero interpretare con malizia quel gesto d’affetto, come se sapessero dei suoi sentimenti.

«Nessuno si era mai accorto di noi, Corrado, ed ora grazie a te siamo diventati un fetore per tutti i maomettani del Rabaḍ, e soprattutto per la casa di Umar.» spiegò Alfeo con il viso completamente annerito dal fumo.

«È per questo che Michele ha tratto in salvo il nostro nemico ancor prima di trarre in salvo me? Per pareggiare il torto che ho fatto a quello sterco d’uomo?» fece Corrado infuriato.

«È proprio così… Preghiamo Iddio che col gesto di Michele tutto ritornerà com'era prima.»

«Prima che prendessi le vostre difese, padre?»

«Non ti avevo chiesto nulla.»

«Ma quell’uomo vi ha umiliato!»

«Comandano loro; che c'è di strano?»

«Per questo non vi siete degnato di venire mentre me ne stavo lì?»

«Umar lo deve capire che noi non c’entriamo niente col tuo gesto.»

La rabbia di Corrado lasciò spazio alla delusione.

Apollonia si accorse quindi del viso basso del fratello e cercò di rincuorarlo:

«Suvvia… in fondo nostro padre ha ragione. Che pretendevi di fare insultando l’uomo del Qā’id?»

Ma Corrado, invece di starla a sentire, puntualizzò:

«Mio padre, il mio vero padre, sarebbe stato fiero di me, e lo sarebbe stato anche se legato a quel palo ci fossi morto. Voi invece mi rimproverate pure!»

Adesso i toni si surriscaldarono sul serio. Alfeo si indignò gravemente per quelle parole, mentre Michele se ne stava in silenzio poiché sapeva di aver tradito la fiducia della persona che più ammirava.

Caterina sopraggiungeva sulla porta quando il marito fece un passo avanti e sbottò:

«Dov’è oggi il tuo vero padre? Ha preferito farsi ammazzare lasciandoti solo! Per cosa, Corrado, per l’onore? Per non essere umiliati? Sono certo che per la gente come tuo padre queste sarebbero state ragioni più che sufficienti per farsi ammazzare, abbandonando il proprio figlio al suo destino. Tuttavia non sono queste le ragioni per cui il tuo vero padre non ti ha cresciuto… tuo padre si è fatto ammazzare per denaro!»

Corrado a questo si alzò dal letto, ma, accorgendosi di essere nudo, si coprì alla buona con la coperta che aveva addosso; Apollonia intanto si era prontamente girata.

«Era un soldato!» giustificò Corrado.

«Ed io sono un contadino… con un padrone da servire!»

Corrado fece un altro passo verso Alfeo e rispose:

«Per questo da duecento anni leccate i piedi a dei pagani. Comincio a pensare che il gusto della polvere fra i denti vi piaccia. È per questo che la mia gente ha in mano l’altra parte del Faro mentre voi vi fate schiaffeggiare per una tassa non pagata. Roul lo diceva sempre: “Maledetti greci!”.»

Detto questo passò oltre ed uscì di casa.

Si sentiva un verme, soprattutto per l’ultima frase. Quell’uomo con cui litigava era colui che l’aveva accolto e cresciuto al pari degli altri figli e lui ora si mostrava ingrato, sminuendolo nel paragone col padre che invece l’aveva lasciato all’età di nove anni. D'altronde, che cosa pretendeva da quella famiglia che della sottomissione al padrone aveva fatto la propria sopravvivenza? Il cuore di Corrado era indomito di nascita, è vero, ma anche completamente incompatibile con la natura mansueta di Alfeo. Ad un certo punto, mentre se ne stava seduto sotto il fico sul retro della casa, ancora arrotolato nella coperta, arrivò alla conclusione che l’inadatto fosse lui, e che per via del suo carattere avrebbe causato solo problemi a quelle persone che amava più di ogni altra cosa. Faceva freddo e lui non era del tutto guarito, ma fu in quel momento che maturò la decisione di partire. Il cuore gli batté forte dentro il petto e il respiro si fece profondo. Adesso gli ultimi decenni scomparvero; Corrado sentì i suoi ventinove anni come se fossero nove, come se il tempo al Rabaḍ non fosse mai trascorso.

Apollonia venne fuori piangendo, intanto che lui se ne stava immerso in quei pensieri.

«Ancora non ti sei ripreso… entra per favore.» lo pregò.

Corrado tuttavia sorrise compiaciuto per la decisione maturata di getto pochi minuti prima.

«Sono contento che Michele abbia salvato la vita ad Umar.» rispose lui, lasciandola completamente perplessa.

«E adesso cosa c’entra?»

«C’entra perché è arrivato il momento che io mi comporti così come è in uso tra la mia gente. Chiederò conto ad Umar per ciò che mi ha fatto e la farò pagare ad Idris per ciò ha fatto a te. Non credere che io non l’abbia visto stanotte!»

«Così ti farai ammazzare!»

«Poco importa, poiché questo non è vivere… è strisciare!»

«Ragiona, non ci va così tanto male... Prima che Umar colpisse nostro padre non ci avevano mai fatto nulla.»

«Se Umar è improvvisamente cambiato allora lo sono anch’io.»

«E se se la prenderanno con noi?»

«Nostro padre e Michele sapranno discolparsi disconoscendomi, così come hanno fatto in questi giorni.»

Apollonia gli si gettò alle gambe, abbracciandolo.

«Non te lo permetto, a costo di raccontare tutto a nostro padre.»

«Tu non lo farai, sorella, non tu che non mi hai mai tradito.»

Apollonia alzò lo sguardo e lo fissò... Al che lui le accarezzò con un dito lo zigomo.

«La vendetta è una delle rovine dell’uomo. Me lo hai raccontato tu di come la guerra di vent’anni fa non ebbe successo per i cristiani a causa della vendetta di quel tizio.»

«Arduino il longobardo… ma non fu per la sua vendetta che gli eserciti cristiani se ne tornarono al di là del mare; fu perché il suo generale volle umiliarlo pubblicamente… proprio come Umar ha fatto con me.»

Capitolo 12

Inizio estate 1040 (431 dall’egira), vallate ad est di Tragina

Passarono diversi giorni, forse una settimana o più, tempo in cui Conrad non smise di frequentare la chiesa rupestre. Vi dormì, vi mangiò, vi pregò e pian piano cominciò a scambiare qualche parola con chi vi ci si recava, soprattutto con quei pochi frati di rito greco che conoscevano la lingua d’oïl, ma anche con alcuni della servitù e dei soldati di guardia all’accampamento. Conrad vi passò così tante ore che nei pochi momenti in cui mise il naso fuori, i suoi occhi dolsero per l’intensa luce solare. Imparò chi fosse ciascuno dei personaggi dipinti sul muro, il nome di tutti i santi e si affezionò all’immagine di Sant’Andrea, orante a bocca aperta e facente il simbolo trinitario con la mano; proprio quel santo apostolo sovrastava la sepoltura del padre.

Roul e gli altri avevano girovagato tra le campagne per giorni, ed ora, di ritorno dall’inseguimento, rincasavano all’accampamento insieme al grosso dell’esercito. Erano le prime ore del pomeriggio quando Conrad sentì la gran gazzarra che proveniva da sotto e giurò che per certo tra le tende si festeggiava.

Non passò molto che il suo affidatario venne su.

«Figliolo, vieni fuori!»

Conrad allora uscì, ma rimase davanti l’ingresso.

«L’intero esercito ritorna.»

«Festeggerete voi per la vittoria… io porto il dolore per mio padre.»

«Molti dei soldati hanno perso un parente nella battaglia, un fratello e perfino un padre… Pochi giorni fa hanno sepolto anche loro i propri morti, e non in un bel mausoleo come questo, ma in mezzo al campo. Adesso però è giusto godere dei nostri sacrifici… loro sono morti anche per questo.»

«Non voglio lasciare mio padre.» avanzò Conrad.

«E se qualche infedele profanasse questo luogo?» rafforzò la sua tesi.

«Lo punirà il buon Dio, ma a tuo padre non possono ammazzarlo due volte. Oggi festeggeremo insieme, e poi, compenso in tasca, torneremo a Siracusa per dar manforte a quelli di noi che sono rimasti, in modo da completare l’assedio. Si è fatto un grande bottino in questi giorni… Dio solo sa quanti villaggi sono stati predati nell’inseguimento e sulla strada di ritorno! Ognuno avrà la sua parte e a te spetterà quella di tuo padre.»

«Non me la sono guadagnata.»

«Cosa ti sei guadagnato di tutto ciò che tuo padre ha fatto per te? Ragazzo, comincio a stancarmi dei tuoi capricci! Oggi quasi stentavo a credere che te ne fossi stato quassù per più di una settimana. Ma io non sono tuo padre, e se non potrò onorare la promessa che ho fatto a lui allora è tanto meglio che ti stacchi la testa con due dita piuttosto che averti tra i piedi!»

«Cosa volete da me?» chiese dunque Conrad alzando la voce.

«Che ti convinci che tuo padre è morto e che la smetti di frignare. E che tu sappia che io ero amico di Rabel, non tuo, per cui non mi farò scrupoli ad appenderti allo stendardo se non farai quello che dico.»

«Prendetevi la parte del bottino di mio padre e lasciatemi in pace.»

Quando dopo questa frase Conrad si voltò per andare a rintanarsi dentro la grotta, Roul l’afferrò per la nuca e lo issò ad oltre due metri d’altezza. La mano del guerriero abbracciava quasi tutto il collo del ragazzino, quindi la strinse a tal punto che gli occhi del più giovane parvero schizzare fuori.

«Mi chiamano Pugno Duro e dovrei farmi insultare da te, lurido moccioso? Non ci starò un niente a sfracellarti su queste rocce!» urlò che pareva il Diavolo.

Dunque lo fece cadere scompostamente lasciando la presa.

«Se qualcuno dovesse vedere come cerchi di calpestarmi, la mia reputazione verrebbe messa a repentaglio. Ho ucciso uomini per molto meno! Ringrazia tuo padre e il mio onore se oggi non ti strozzo. Adesso alzati e vieni all’accampamento!»

Conrad era ferito, più che nel corpo nell’anima, ed evitava di guardare l’altro negli occhi, standosene ancora rannicchiato sull’erba secca. Neppure suo padre l’aveva mai disciplinato in tale modo.

Ad un certo punto vide la gigantesca mano di Roul avvicinarsi al suo volto; strinse perciò gli occhi immaginando il concretizzarsi di quella minaccia.

«Alzati e vieni con me. Ti farò vedere come viveva tuo padre, ti farò conoscere i suoi amici, ti farò bere quello che lui beveva e ti farò andare con le donne che lui preferiva.» lo invitò Roul con un inusuale tono gentile, porgendogli la mano.

Conrad l’afferrò e si rimise in piedi, quindi si asciugò le lacrime che bagnavano le sue lentiggini e forzò un’espressione di durezza.

«Così mi piaci!» si complimentò l’energumeno prima di voltargli le spalle e cominciare a scendere dall’erta.

«Roul!» chiamò invece Conrad.

«Che altro c'è?» rispose spazientito l’adulto tra i due.

«Voglio che mi portiate con voi nella prossima battaglia.»

Roul rise, era compiaciuto che i suoi mezzi portassero risultati, ma rise di gusto.

«Moccioso, che cosa vorresti tu?»

«Volete insegnarmi a vivere come viveva mio padre… bene, portatemi anche a combattere. Mio padre mi insegna la spada da che cammino. So farlo!»

«Me ne darai una dimostrazione non appena sarà possibile. Per quanto riguarda la guerra… beh, figliolo, prima devi preparare il tuo cuore… devi imparare ad odiare!»

«Io so già odiare! Mettetemi qui davanti un infedele e vedrete come lo riduco a brandelli.»

«Non basta, non sei abbastanza forte.»

«Datemi la vostra ascia e abbatto quest’ulivo in tre colpi.»

Roul rise ancor più forte e rispose:

«Tu non sapresti neppure sollevarla la mia ascia! Verrai con me in battaglia, ma non adesso. L’esercito regolare di Costantinopoli è composto da uomini che abbiano compiuto almeno diciotto anni. Noi non siamo certo al loro scarso livello, ma lascia che ti spunti almeno qualche pelo prima di venire.»

«Il prossimo anno?» chiese innocentemente Conrad.

«Il prossimo anno… va bene.» accordò Roul per toglierselo davanti.

«Vendicherò mio padre!»

Roul questa volta non rispose, piuttosto mise una mano sulla spalla dell’altro e riprese a scendere.

L’accampamento era un brulicare di gente; prima di allora a Conrad non era sembrato così grande. L’aria era quella della festa e tutto intorno i soldati ridevano e scherzavano, questa volta senza mostrare quella diffidenza che intercorreva tra stirpi diverse. Un tizio a lato della strada, presso le grandi tende, aveva una cassa piena di strani oggetti metallici con punte su più lati. Roul ne prese uno, lo mostrò a Conrad e gli spiegò:

«Vedi questo arnese, ragazzo? È così che Abd-Allah intendeva sconfiggerci, disseminando il terreno con centinaia di questi cosi. Ma i nostri cavalli sono ferrati con piastre larghe e i pungoli non ci hanno fatto un bel niente. Comincia ad imparare qualcosa sulla guerra.»

Carri carichi della roba del bottino continuavano ad arrivare scortati dai soldati regolari e confluivano presso il largo spiazzo antistante la tenda del comando, quella di Giorgio Maniace; ovviamente anche i carri e i buoi facevano parte del bottino. Su qualcuno di questi carri vi erano anche uomini e donne presi prigionieri nelle scorrerie: si trattava dei malcapitati civili mori che non erano riusciti a nascondersi. Molte di quelle donne avrebbero fatto parte dei festeggiamenti come iniziale atto di servitù, prima di essere mandate in Terraferma come bottino da recapitare alle famiglie dei nuovi padroni. Le donne avrebbero fatto parte delle corti nei palazzi nobiliari e gli uomini sarebbero diventati servi della gleba, oppure, sia uomini che donne, sarebbero finiti in mano ai mercanti di schiavi giudei, i quali li avrebbero sparsi nei mercati di tutto il Mediterraneo. Ai cristiani era infatti teoricamente proibito commerciare direttamente esseri umani ridotti in schiavitù, ma la verità era che il traffico dei prigionieri rendeva bene a tutti, cristiani e non.

Una delegazione degli abitanti di Rametta arrivava con carichi di provviste da destinare alle truppe. Rametta, arroccata in posizione formidabile sulle Caronie, era caduta in mani saracene solo nel 965, l’ultima tra tutte le città di Sicilia, ed era considerata il baluardo della cristianità siciliana e dell’eroismo mostrato per la difesa della fede. Giorgio Maniace l’aveva ripresa poco dopo il suo passaggio oltre il Faro, ingaggiando una sanguinosa battaglia in cui i guerrieri normanni avevano pagato il maggior contributo di sangue. Adesso i suoi abitanti sostenevano la riconquista cristiana in ogni modo a loro possibile, inviando uomini e vettovaglie. Lo stesso facevano i cittadini di Rinacium53 - nome della città negli atti ufficiali - a poche miglia ad ovest da lì, essendo il centro abitato di una certa consistenza più vicino all’accampamento.

Dopo poco tempo si presentò Tancred, il quale portava un otre di vino.

«Alcuni ne hanno già prosciugati tre!» disse questi, porgendo al suo commilitone l’oggetto a cui si riferiva.

«To’, fatti un sorso!» invitò Roul, passando il vino a Conrad.

Il ragazzino afferrò l’otre e ne ingurgitò un boccone, quindi stranì in viso e lo mandò giù a fatica. Gli altri due risero di gusto vedendo la difficoltà del figlio di Rabel a comportarsi da adulto.

«Mi sa che per le donne c'è ancora tempo!» esclamò Roul, sottolineando il fatto che se Conrad avesse ancora difficoltà col vino, figuriamoci con le donne.

«Cosa ti aspetti? Ha solo nove anni.» fece notare Tancred.

«Io a nove anni andai con la mia prima baldracca!» rispose Roul, pur se la cosa sembrava assurda.

Quella fu l’ultima frase che Conrad ascoltò con lucidità. Al secondo sorso di vino cominciò a vedere annebbiato e a non discernere più le singole voci dall’enorme e nebuloso vociare di migliaia di bocce parlanti in decine di lingue differenti.

«Pugno Duro, mi sa che il tuo figlioccio l’abbiamo perso...» commentò Geuffroi, un nobile normanno loro amico.

«È il figlio di frate Rabel, non il mio… Il figlio di Pugno Duro saprebbe bere il fuoco di questo monte.» si vantò Roul, speculando su un erede mai avuto e indicando il Jebel.

«Donne, dadi e vino… fuori dalla tenda della guardia variaga se la spassano alla grande!» s’intromise un altro, arrivando tutto eccitato e col fiatone.

Si diressero al luogo interessato, sennonché, una volta giunti presso lo spiazzo della tenda del comando, dovettero desistere da ogni proposito. Conrad se ne stava ancora rimbambito e seguiva i vecchi amici di suo padre senza capire alcunché. Decine e decine di persone, soldati di ogni genere, religiosi e persino alcune donne non ancora del tutto ricomposte lì dove si erano lasciate scoprire, se ne stavano tutte attorno al centro dello spiazzo, intente ad assistere a qualcosa. Regnava il silenzio e l’apprensione era tipica di quando sta per succedere qualcosa di terribile. Pure gli uomini della guardia variaga, coloro che avrebbero dovuto spassarsela, se ne stavano attenti a fissare il centro della scena. Roul perciò si fece largo spostando gli individui davanti a lui; Tancred, Geuffroi e Conrad ne approfittarono per avanzare.

Dalla tenda di Giorgio Maniace vennero fuori quattro uomini, quattro stratioti54 di Costantinopoli, riconoscibili dall’armatura e dall’aspetto mediterraneo. Tutt’attorno alla scena che stava per concretizzarsi, altri soldati romei55… calabresi, macedoni e pugliesi, si schierano a protezione, temendo la reazione di qualcuno tra la folla.

A questo punto Tancred rivolse la parola ad un compagno d’armi lì vicino, il quale probabilmente aveva assistito alla scena sin dall’inizio.

«Amico, che diamine succede qui?»

E quello, a bassa voce e mettendo una mano sulla bocca:

«Maniakes56 e Arduin… pare che sia nata una discussione tra loro.»

«Per cosa?»

«Parlavano in greco, non ho capito tutto… però…»

«Però cosa?»

«Pare che l’alterco sia scoppiato per un cavallo.»

I carri col bottino erano stati in parte svuotati e degli uomini fidati smistavano la roba secondo la tipologia a cui essa apparteneva. Effettivamente un bellissimo purosangue arabo, nero come la pece e dal pelo lucidissimo, stazionava davanti ai carri. A questo punto i quattro stratioti fecero presto a tirare la bestia verso il luogo da cui erano usciti. Si fecero avanti anche alcuni longobardi57, ma le picche dei soldati a protezione li fecero desistere dall’intervenire.

Venne allora fuori Giorgio Maniace, con le mani ai fianchi e tutto furioso. Questi col suo occhio buono cominciò a fissare in cagnesco ogni presente. Poi urlò nella sua lingua, ma tutti compresero:

«Qualcun altro ha intenzione di sfidare lo Strategos58?»

Questa domanda introduceva ciò che stava per concretizzarsi.

I quattro che avevano portato dentro il cavallo adesso tiravano fuori di forza, peggio di come si farebbe con una bestia, Arduino, capo del contingente longobardo. Afferrarono questi per la barba, affinché si assoggettasse alla prossima volontà di Maniace, e lo legarono al pennone posto all’angolo della tenda del comando, quello con su issata la bandiera con l’aquila bicefala di Costantinopoli. Infine Giorgio Maniace strappò una sferza di corde dalle mani di un suo servitore lì accanto e, dopo aver fatto denudare la schiena e il fondoschiena del malcapitato Arduino, lo prese a colpire personalmente. Ovviamente quell’altro non emise suono, duro e testardo com’era.

Comandare altra gente non è mai stato cosa facile, si rischia di far contento uno e scontento un altro, tuttavia Giorgio Maniace non faceva contento nessuno, ed eccetto la gente del popolo che lo vedeva come il liberatore della cristianità, per il resto lo odiavano tutti.

Ciò che era accaduto sotto gli occhi dell’intero esercito era qualcosa di incredibile: un capo… un capo delle truppe ausiliarie, era stato umiliato al pari di uno schiavo. Maniace contava sul pezzo più grosso dell’esercito, quello regolare affidato al suo comando diretto, per cui gli era facile far valere le sue pretese. Arduino controllava invece i conterati, uomini armati di scudo e lancia reclutati con la forza in Puglia; è chiaro che, eccetto per qualche fedele nobile longobardo, nessuno l’avrebbe difeso.

Il nocciolo della questione aveva poi dell’assurdo:

Per farla breve Arduino si era rifiutato di consegnare quel bellissimo purosangue arabo al suo generale, lo Strategos, ed era nata una discussione in cui nessuno dei due aveva voluto cedere. All’ennesimo rifiuto di Arduino, Maniace aveva deciso che dargli una lezione esemplare avrebbe ammansito la sua indisciplinatezza.

Tuttavia non sempre la forza risolve le contese, anzi spesso le conseguenze derivate dal suo uso e abuso risultano più spiacevoli della causa per cui si era deciso di attuarla. Ciò che quel gesto scatenò non poteva immaginarlo neppure Maniace, il quale, a dire il vero, spinto da un pessimo carattere, spesso agiva d’impulso e senza badare ai risultati delle sue azioni. Per di più, mentre l’esercito dava importanza alla vittoria sul campo e intendeva spassarsela, lui valutava la riuscita fuga di Abd-Allah un insuccesso. Tutta colpa della flotta che aveva permesso all’emiro saraceno di imbarcarsi al di là dei monti e di raggiungere la capitale Balarm. Chi comandava la marina, il quale avrebbe dovuto fornire supporto alle truppe di Maniace, era Stefano il Calafato, tuttavia l’abilità militare di quest’ultimo non poteva minimamente paragonarsi alla capacità del generale. Stefano comandava la flotta soltanto perché era il cognato dell’Imperatore, e a causa di questa considerazione che non teneva conto del merito, Giorgio Maniace non lo sopportava.

«Così finisce chi sfida Geórgios Maniákis!» concluse il generale, guardando gli astanti nella loro interezza e stendendo verso di loro il braccio con la sferza.

La folla a quel punto iniziò a diradarsi, ma era chiaro che la festa fosse finita lì, nella visione della schiena sanguinante di Arduino. Il longobardo perciò venne raccolto dai suoi fedelissimi e riportato nella sua tenda. Non sarebbe finita lì e tutti lo sapevano...

Roul e i suoi compagni d’armi si ritirarono mestamente verso la sezione di accampamento in cui si erano sistemati; perfino il vino e le donne persero il loro ascendente per quella sera.

Una volta ritiratisi in disparte, ed era già il tramonto, Roul, appoggiandosi al palo a cui era legato il suo cavallo, esordì:

«Ciò che abbiamo visto oggi ha dell’assurdo!»

«Io dico che saremmo dovuti intervenire.» avanzò Tancred.

«Noi rispondiamo a Guaimar di Salerno, non ad Arduin.» rispose Roul.

«Anche Arduin risponde a Guaimar. Ci ha assoldati lo stesso signore.»

«Allora che gli ristabilisca l’onore il suo signore! Non è anche Guaimar un longobardo?» fece notare Geuffroi, d’accordo con Roul.

«Non è questione di sangue o di fratellanza, è questione che nessun nobile, per giunta di buona stirpe, sia meritevole di subire quel trattamento. Non saremmo intervenuti se al posto di Arduin ci fosse stato Willaume de Hauteville?»

«Willaume gli avrebbe strappato il cuore con un morso!» esclamò Roul.

«Ma Willaume si guarda bene dal contraddire quel maledetto cane rabbioso di un macedone!» affermò qualcuno… bensì non era chiaro chi avesse parlato.

Il fatto che i tre soldati fecero un gesto di riverenza la dice lunga su chi fosse il tizio sopraggiunto.

«Willaume, noi parlavamo solo perché il fiato fa parte del compenso.» si giustificò Tancred con un filo di ironia, proprio colui che metteva in dubbio il non intervento da parte di tutti.

«Tancred Lunga Chioma, un giorno mi spiegherete perché vi chiamano così.» rispose Willaume, ovvero Guglielmo d’Hauteville.

«Lunga Chioma era mio nonno… io ho solo ereditato il nome.»

Poi guardò il più grosso fra tutti e subito dopo Conrad lì accanto.

«Roul Pugno Duro, è onorevole quello che fate per questo fanciullo.»

«Willaume, qualcosa più forte del sangue mi lega a mio fratello Rabel.»

«Ciò dimostra che dietro quell’ascia c'è un cuore…»

Dunque riprese fiato e disse:

«Ad ogni modo voglio che sappiate che provengo dalle tende della guardia variaga… e la cosa non è piaciuta neppure ad Harald.»

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Возрастное ограничение:
0+
Дата выхода на Литрес:
07 апреля 2020
Объем:
520 стр. 1 иллюстрация
ISBN:
9788893985512
Правообладатель:
Tektime S.r.l.s.
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