Читать книгу: «Mater dolorosa»

Шрифт:

Gerolamo Rovetta

Mater dolorosa


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066072100

Indice

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

X.

XI.

XII.

XIII.

XIV.

XV.

XVI.

XVII.

XVIII.

XIX.

XX.

XXI.

XXII.

XXIII.

XXIV.

XXV.

XXVI.

XXVII.

XXVIII.

XXIX.

XXX.

XXXI.

XXXII.

XXXIII.

XXXIV.

XXXV.

MILANO—UNIONE TIPOGRAFICA
I.

Indice

Mentre il conte e la contessa Della Valle partivano per Parigi, o almeno così si doveva credere a Borghignano, una delle città più importanti del Veneto, il duca e la duchessa d'Eleda avevano sciolte le vele alla volta di Palermo.

A trentacinque anni, la duchessa Maria d'Eleda quantunque apparisse, in quei giorni, un po' indisposta, era ancora una donna bellissima. Bionda e bianca, aveva le flessuosità eleganti di una fanciulla, mentre tutto l'insieme le dava quell'aria che si dice aristocratica. Nulla riusciva a meravigliarla, ben poco a commuoverla e anche il tempo sembrava fosse passato dinanzi a lei senza che ella si fosse degnata di accorgersene. In quella freddezza statuaria però c'era qualcosa, da cui Lavater avrebbe tratto conclusioni molto diverse dalle solite che sopra di lei formavano gli osservatori superficiali.

La duchessa d'Eleda lasciò l'unica figlia, cui forse, chissà, abbandonava per sempre, senza versare una lacrima. Lasciò Giorgio, il genero prescelto, con una stretta di mano: cioè stese la mano e, come era solita, l'abbandonò fredda, inerte, in quell'altra che stringeva la sua, e salì col marito, che si espandeva in ogni sorta di tenerezze rumorose, sulla coperta di Newton, il postale da Genova a Palermo.

Quando il canotto che riconduceva sua figlia e Giorgio, tutto ciò che ella aveva amato e amava allora nel mondo, si dileguò dietro le navi ancorate nel porto, rimase fissa collo sguardo nel punto dove aveva vista la barca per l'ultima volta, dov'essa era sparita. E l'espressione angosciosa del suo volto, il tremito delle sue mani, le labbra arse e scolorite, tradivano a poco a poco il dolore smisurato, profondo che la poveretta con tanta forza era pur riuscita a nascondere.

Il duca salutava col fazzoletto; sospirava, piangeva; a chi non lo conosceva a fondo, anche il duca avrebbe fatto pietà.

In questo mezzo le ruote avevano ripreso la loro rapidità regolare, e il Newton salutava Nervi, Recco, Camogli, tutta la fiorita riviera; a poco a poco il sole, perduta la forza de' suoi raggi, spariva dall'orizzonte, e la duchessa d'Eleda era sempre là, fissa, immobile. Essa guardava ancora lontano lontano, con gli occhi della mente e del cuore; ed era così assorta nell'immagine cara del suo pensiero, da non accorgersi della brezza che si faceva più frizzante e dell'acqua sollevata dalle ruote, che ricadeva su di lei in minutissima pioggia.

Povera Maria! Il suo occhio ancora non poteva dare una lacrima, ma quali lacrime dovevano sgorgare dal suo cuore!…

Il duca, appena uscito dal porto, si era legato al collo, per riparare la gola, il fazzoletto col quale ormai non poteva più salutare i suoi figliuoli. Poi s'infilò un soprabito di mezza stagione… Dopo qualche tempo mandò il servo per un berretto di castoro che doveva ripararlo meglio del cappello di feltro…; lo richiamò più tardi per avere il suo plaid, che si gettò sulle spalle, e finalmente, sospirando, accese una sigaretta. Ma la commozione della giornata, le lacrime sparse, il freddo della sera e l'odore del cibo, che dalla sottoposta cucina saliva sulla tolda, gli fecero sentire, oltre il vuoto doloroso dell'anima, il vuoto molesto dello stomaco.

—Maria, fa freddo. È meglio che ci ritiriamo,—disse il duca alla moglie.

—Scendiamo pure.

—Che cosa vuoi mangiare?…

—Non ho fame…

—Vuoi forse che pranzi solo?… Non posso più avere mia figlia, nè mio genero… Ho sofferto e soffro abbastanza per colpa tua!

In quel punto il capitano, che passava per caso, esclamò rivolgendosi a Maria:—Badi, duchessa, farebbe bene a coprirsi…

—Lo dicevo adesso adesso!… Prendi il mio plaid, cara…—e il duca lo offrì subito e con molta insistenza a Maria.—Vuol favorire con noi, capitano?—Il capitano accettò l'invito, e scesero tutti insieme nella sala da pranzo.

Il duca era un gentiluomo compito. Dalla parola melata, dal sorriso facile e complimentoso, discorreva di tutto con una verbosità assordante e frettolosa. Parlò, col capitano, di nautica, di commercio, di politica, della pesca del tonno, dell'America e dell'emigrazione.

L'affabilità del duca aveva una dote particolare: teneva le persone sempre allo stesso posto, come il primo giorno che le avea conosciute. Le strette di mano erano frequenti, le scappellate profonde, ma la cordialità era solo apparente. Per altro chi non lo frequentava, chi non poteva conoscerlo bene, lo diceva un uomo tutto cuore, alla mano, senza superbia… Simpatia invece non ne avevano troppa per la duchessa, che parlava pochissimo, che stava troppo sulle sue, e la chiamavano la Madonna di neve. E così appunto aveva pensato di lei, quella sera, anche il capitano della Newton.

Maria non vedeva l'ora di trovarsi sola, e tentava ogni via perchè terminasse la conversazione, mentre il duca faceva del suo meglio per tirare innanzi. Egli lo sapeva pur troppo: se fosse andato a letto prima del solito, non avrebbe più dormito. Solamente quando le dieci e mezzo suonarono all'orologio della sala, egli disse alla moglie:—Vuoi ritirarti, cara?… Sei stanca, avrai bisogno di riposarti.

Il capitano si alzò e accompagnò la duchessa sulla porta della cabina, dov'era aspettata dalla cameriera. Maria la licenziò quasi subito, si chiuse a chiave… e finalmente, dopo tante ore di martirio, era sola. Allora quasi fosse soffocata dalle vesti, se le strappò dal petto, e prorompendo in un pianto secco… in un singulto, in uno schianto senza lacrime, cadde prostrata in ginocchio mormorando:—Dio! Dio mio! fatemi morire!… fatemi morire!…—E così rimase tutta la notte gemendo e singhiozzando rannicchiata, colla febbre, in un cantuccio della cabina.

II.

Indice

Nobile, ricco, tutt'altro che imbecille, coll'aureola dell'uomo pubblico. Prospero Anatolio aveva avuto tutti i requisiti per essere fortunato in galanteria; invece colle donne egli non era stato mai un Cristoforo Colombo… solo qualche volta un Amerigo Vespucci. E ciò non per altro che per un difetto di pronuncia; difetto che non gli era abituale, ma che gli si faceva pur troppo sensibilissimo quando si trovava vicino a una donna che gli piaceva.

Il povero duca, che fra gli amici parlava spedito, che nel Consiglio Comunale godeva fama di eloquente, quando si metteva a far la corte alle signore si confondeva, ciangottava fra i checchechè e i chicchichì, e invece di un sorriso di aggradimento, otteneva una risatina di buon umore.

E a proposito della balbuzie intempestiva del duca d'Eleda, nel gran caffè di Borghignano si raccontava certo fatterello piuttosto piccante.

Un giorno, alla Camera, il duca d'Eleda doveva fare un lungo discorso sul nuovo trattato di commercio tra l'Italia e il Belgio.

Il nome del relatore, nuovo alle battaglie parlamentari, la importanza della tornata, avevano popolata l'aula e le tribune. Il duca incomincia a discorrere. La sua parola chiara, facile, senza affettati ghirigori, correva spedita e ascoltata, quando nella tribuna, fra le signore, comparisce madamigella Blasch, che aveva da poco tempo sostituita la Clarence-Lory nella troupe del Maynadier.

Fra questa giovane virtuosa… di canto e il neo-deputato esisteva da poco tempo un'intimità molto sospettata. Era una tentazione… superlativa, madamigella Blasch, e vestiva, in quel giorno, un abito di velluto turchino-mare molto attillato. Il volto aveva freschissimo, le labbra tumide, l'occhio stanco. Il duca la vede… Che cosa mai gli ricorda quella donna? Non si sa; ma da un momento all'altro l'agitazione s'impossessa di lui, la paura del pericolo lo confonde, perde la parola, il pensiero divaga, egli impallidisce… è perduto! Allora cocotoni, cu-cuoi, co-commercio, e i prodotti d'esportazione e d'importazione passano fra le risa e i commenti degli onorevoli.

Intanto Prospero Anatolio passava la trentina, e sua madre venendo a morire gli balbettò un nome e una preghiera. La preghiera di finirla con la sua vita da scapolo, il nome della signorina Maria di Santo Fiore.

Era il luglio del sessantuno. La Camera, chiusa dopo la morte del conte di Cavour, non occupava gli ozi del duca; l'infedeltà scoperta di un'amica gli aveva messo nell'animo quello sconforto che qualche volta persuade l'uomo anche a prender moglie e, ad ogni costo poi, non avrebbe voluta estinta la lunga discendenza dei d'Eleda. Tutto ciò calcolato, strinse la mano alla morente, giurando che il nome gli resterebbe impresso nel cuore, e la preghiera sarebbe stata esaudita.

Il duca viveva molto a Torino, allora capitale del regno, e nelle sue corse a Borghignano era un miracolo se interveniva ad una serata di sua madre. Quelle riunioni informate al più austero cerimoniale lo seccavano cordialmente.

Ancora, dunque, egli non conosceva affatto la signorina Maria. Ma sapeva bene che la geologia del Santo Fiore si perdeva nella notte dei secoli, e che la giovinetta, ultimo rampollo dell'albero vetusto, aveva ereditato dalla madre inglese l'indole, il sangue, la bionda e pallida bellezza… e centomila lire di rendita.

Presto egli fece la domanda, e la risposta, favorevole, fu data ancora più presto. I parenti della fanciulla, orfana da vario tempo, diedero una festa di famiglia, dove la high-life di Borghignano fece pompa di tutto il suo splendore e dove Prospero Anatolio incontrò Maria per la prima volta.

Maria, bella a trentacinque anni, allora che ne aveva sedici era una meraviglia. Nude le spalle, nude le braccia, nudo il seno, fra le rose del suo abito bianco, tutta quella nudità, alla quale era costretta per la prima volta, le tingeva coll'amabile rossore della verecondia le carni alabastrine. Il cuore le batteva forte forte, e la commozione delle gioie promesse e fantastiche, le angosce dell'ignoto, i segreti turbamenti dell'innocenza, la rendeano più bella e più attraente.

Prospero Anatolio fu sedotto, affascinato, e:—Vi a-a-aspetta nella mia casa il po-posto venerato di mia madre—balbettò alla fanciulla.

Maria levò sopra di lui il suo sguardo dolce, sereno: e la goffaggine, la confusione del duca, non dissiparono la favorevole prevenzione che ella già sentiva per l'uomo colto e reputato che le stava dinanzi. Invece gli fu grata di quella goffaggine, di quella confusione, che la povera illusa credeva fosse il turbamento dell'amore.

III.

Indice

Ma non era il turbamento dell'amore. Era il turbamento dei sensi.

A Maria il duca Prospero Anatolio non domandò che due cose: il piacere e un figlio maschio.

Egli non pensò mai a farsene un'amica, la cara compagna e l'inspiratrice del suo lavoro, la consigliera, il conforto nelle ore della sconfitta e dello scoraggiamento.

Nè alla donna, a sua moglie, a questo essere, ch'egli a torto o a ragione giudicava inferiore all'uomo, si degnò mai di stender la mano per inalzarlo; invece si compiacque, autocrate capriccioso, di dominarlo dall'alto della propria superiorità. Carezze, baci, moine, specialmente in principio; ma i tesori della mente e dell'anima di sua moglie nè prima nè dopo conobbe o curò, forse distratto, forse incapace d'intenderli; confidenza insomma gliene concedeva pochina, stima del pari, autorità punta.

In questo mezzo, i fatti d'Aspromonte avevano suscitata più viva, più accanita che mai, la lotta per la questione romana. L'avvenire, secondo il duca d'Eleda, si preparava torbido assai. Con la corrente delle riforme, la Chiesa combattuta, il suo potere discusso, minacciato, scemava per necessaria conseguenza anche l'autorità morale della religione. Egli allora sentiva il popolo, che per lui era sempre la plebe, i contadini, dei quali inconsultamente si voleva far tanti dottori, intonare il ça-ira della repubblica. Questa benedetta paura della repubblica gli faceva perder la testa: abbandonò sua moglie, che incinta non poteva seguirlo, e corse a Torino, per opporsi all'irrompere delle idee nuove. È inutile il dire che tutti i suoi sforzi riuscirono vani. Però l'audacia, l'energia ch'egli seppe dimostrare in questa occasione lo misero, come si dice, sul candelliere, ed egli divenne il leader dell'estrema destra.

In una terra di ciechi, un miope fa certo fortuna; ed il partito clericale, forte, disciplinato, minaccioso fuori della Camera, nell'aula parlamentare era impotente, nè avrebbe trovato nel proprio seno chi per l'influenza del nome e delle ricchezze potesse rappresentarlo meglio di lui. Il duca dunque fu riconosciuto e accettato come capo della fazione, e così, o bene o male, se non una celebrità, divenne una notorietà della Camera. Il Governo lo aveva in considerazione, gli avversari in molte occasioni ne cercavano l'alleanza, i giornali, amici o nemici si occupavano di lui assiduamente, per combatterlo o per difenderlo: in una parola, mentre prima la sua vita parlamentare si perdeva intera nella monotonia di un voto dipendente, ora gli presentava tutte le commozioni della battaglia, con un piccolo esercito da guidare: e attorno al suo nome cresceva quel rumore tanto lusinghiero per le piccole ambizioni, quel rumore che precede la fama.

Durante la prima settimana della sua assenza, Prospero Anatolio fece due corse a Borghignano, ed una ne fece nella seconda; poi gli giunse il telegramma che lo avvertiva del parto imminente. Appena lo ebbe ricevuto lasciò senza indugio Torino; ma, prima che egli fosse giunto a Borghignano, la duchessa si era già felicemente sgravata.

Maria aspettava suo marito, come ogni donna in quel momento supremo aspetta il padre della propria creatura. Prospero Anatolio invece entrò in camera con un fare ben poco espansivo e con un'aria soddisfatta ancor meno. Sua moglie gli aveva dato una bambina, mentre sapeva pure ch'egli voleva un maschio ad ogni costo! Due giorni dopo, egli dovè ripartire; e poichè i giornali portarono ai sette cieli l'abnegazione colla quale il duca d'Eleda sapeva anteporre alle gioie ineffabili della famiglia i doveri dell'uomo pubblico, così egli rimase molto tempo senza farsi vedere a Borghignano.

Maria volle allattar lei la creatura, e nell'affetto e nelle cure di madre non si accorse nemmeno della solitudine che la circondava.

Intanto la vita dell'uomo politico alla quale Prospero si era ormai dato interamente, lo teneva, in quei primi anni, quasi sempre lontano dalla famiglia. Solamente nelle vacanze parlamentari egli viveva con sua moglie e colla piccola Lalla; ma poi, finchè restava aperta la Camera, non domandava e non si prendeva congedi; e così ogni giorno crescevano gli insidiatori al talamo trascurato. Ce ne furono di tutte le età e di tutti i metodi: i vecchi coll'astuzia scaltrita, i giovani colla passione, gli uni colla lusinga del mistero, gli altri collo stimolo della vendetta tentarono il cuore di Maria, ma contro la rocca assediata si spuntarono ingloriosamente tutte le arti nemiche.

La virtù di Maria, come tutte le virtù delle donne che resistono, aveva alleati fortissimi. I suoi erano la fierezza di carattere, la nobiltà dei sentimenti e una sagacità molto fine: e fu allora che, con la ripugnanza dell'ermellino, per non aver inzaccherate dal fango neppur le balzane della veste, si ritirò dal mondo, si rinchiuse nella sicura tranquillità della sua casa e, con un pretesto o coll'altro, mise alla porta tutta la buona società di Borghignano.

Si fece una sola eccezione per il conte Giorgio Della Valle, che, quantunque giovanissimo ancora, nutriva da molto tempo per la duchessa Maria un'affezione quasi fraterna. Di ciò, s'intende da sè, la mattina all'ora di colazione, e la sera dopo il teatro, nel gran caffè di Borghignano, si faceva ogni sorta di commenti. Ma anche la maldicenza non faceva a Maria nè caldo nè freddo: aveva quella sua bimba che veniva su vispa come un demonietto; aveva un marito che, elevandosi dalle mediocrità inconcludenti, sapeva tener alto l'onore della casa; aveva un amico onesto, sincero, affezionato, al quale poteva confidare e gioie e timori, con cui discorrere del suo bel sogno di madre… Che cosa poteva desiderare di più?

IV.

Indice

Questo prezioso amico si allontanava per altro troppe volte e per troppo tempo dal palazzo d'Eleda.

Giorgio Della Valle non aveva ancora vent'anni quando si arruolò fra i

Cacciatori delle Alpi. Fu più tardi uno dei Mille. Ferito a Bezzecca nel sessantasei, poco tempo dopo, rinfrancato, si batteva a Mentana.

Molto giovane ancora, e molto poeta, il suo ideale era l'Italia, e la vagheggiava libera e col berretto frigio.

Giorgio Della Valle era un sognatore; ma bisogna ricordare che a vent'anni il Manzoni, il Giusti, il Settembrini avevano avuto quell'istesso ideale, avevano fatto quell'istesso sogno; invece la gioventù scettica e quattrinaia che dorme… e non sogna, senza essere più svegliata per questo, gridava al conte repubblicano la croce addosso, gli arrabbiati chiamandolo un mestatore ambizioso, e i tolleranti un matto pericoloso. Pazienza ancora se si fosse trovato al verde; dei conti che facciano il democratico tanto per isbarcare il lunario, se ne possono trovare a dozzine, ma democratico, ricco e conte?… per l'aristocrazia gretta e provincialesca di Borghignano era proprio roba da chiodi.

Ma intanto ch'egli perdeva il sangue a Bezzecca e il credito d'uomo serio a Mentana, anche la stella del duca d'Eleda cominciava ad offuscarsi. Prospero, per dire il vero, non era mai stato un uomo di serio valore. Ebbe solo un qualche momento di notorietà, poi ricadde nel buio. Quando seguì la convenzione del sessantaquattro, che trasportava la capitale a Firenze, la maggioranza n'ebbe una scossa, le minoranze cambiarono di posto, e i malcontenti di tutti i colori formarono una nuova fazione, che si chiamò allora la permanente, con alla testa il conte di S. Martino. Per questa evoluzione anche il duca, naturalmente, perdette il suo grado, e da capitano che era, o si credeva di essere stato, ritornò alla Camera fantaccino.

Inoltre i clericali puri non potevano essere più tollerati, e nelle elezioni generali del sessantasette anche Prospero, se volle essere rieletto, dovette fare parecchie concessioni al cambiato umore degli elettori. Le discussioni intorno alla libertà della Chiesa e alla liquidazione dell'asse ecclesiastico lo avevano trovato avversario, ma timido e taciturno: egli voleva salvare l'anima, e non voleva perdere il collegio; e quando si riaccesero le controversie sulla questione romana, il deputato di Borghignano non esprimeva il proprio parere altro che nel secreto dell'urna. Ma così, altalenando, finì come doveva finire, cioè coll'essere «a Dio spiacente ed a' nemici sui»; e fu abbandonato da tutti. La sua autorità, la sua influenza furono sminuite, e non vedendosi più ascoltato non apriva più bocca se non per rispondere all'appello nominale. Egli non sapeva più che cosa fare, che cosa tentare, dove andare, a qual santo votarsi, per fare ancora un po' di chiasso, per ritornare, in un modo o nell'altro, un uomo importante.

Fu allora che cominciò a pensare a sua moglie. Con sua moglie vicina, egli avrebbe avuto una casa dove avrebbe dato pranzi, feste, balli, alleati efficacissimi delle mediocrità danarose. Pensò alla bellezza, all'intelligenza, alla fama intatta, alle attrattive della novità che avrebbero circondata a Firenze la duchessa d'Eleda, e sperò, col suo aiuto, di poter ancora far parlare di sè. Prospero Anatolio non poteva avere l'ambizione dell'uomo d'ingegno: era vanità, più che ambizione, la sua. Egli non aspirava ad incidere il proprio nome nelle pagine della storia, ma gongolava leggendolo stampato per le gazzette; e fra tutte, quella che leggeva sempre con maggior interesse, era la Gazzetta di Borghignano, perchè pur guardandola con aria di superiorità sprezzante, Borghignano non la perdeva mai d'occhio. Egli voleva essere un uomo grande; ma si sarebbe contentato (meno male!) che lo tenessero grande, almeno là, a Borghignano.

Fatto il disegno, Prospero Anatolio volle metterlo subito in esecuzione, e perciò il conte Giorgio Della Valle, visitando una sera la sua buona amica, la trovò triste e preoccupata.

—Che cosa avete, signora Maria?… avete un po' di spleen o state poco bene?

—No… tutt'altro.—E così dicendo, la duchessa, distratta, continuava a tagliar le pagine di un volume del Charpentier con una stecca di avorio.

—Eppure dovete averci qualche seccatura. Lalla non è stata buona?

—Eh! che volete, ebbe i suoi capricci con miss Dill anche stasera: ma poi si è addormentata tranquillamente.

—E allora?—insistè il giovanotto, sicuro di non ingannarsi.

—Allora, proprio lo volete sapere?… A voi; leggete.—E così dicendo, Maria porse una lettera a Giorgio, sulla quale brillava in tutto il suo splendore uno stemma gentilizio.

—Prospero ha forse ragione… ma io sono così poco amante di novità!… Al pensiero di dover lasciare la mia casa, la mia quiete, le mie occupazioni, per andare a mettermi in mostra, è un pensiero che mi secca… che mi dà noia.

Giorgio intanto leggeva la lettera a mezza voce.

«Ma chère et ma reine,

«Da vario tempo studio intorno a un progetto pel quale imploro la tua approvazione sovrana. Il vivere lontano dalla famiglia, esiliato dalle pareti domestiche, comincia a riuscirmi di un peso insoffribile. Sento farsi più intenso ogni giorno il desiderio delle vostre carezze, ho bisogno di distrarmi col cicaleccio della mia bambina e di rallegrare lo spirito affranto nel tuo bel volto pallido e sereno. Aggiungi a tutto questo, che io incomincio a invecchiare e, cosa peggiore, ad accorgermene. Nelle mani dei camerieri di locanda mi trovo mal servito, mal trattato, e il mio appartamento non è abbastanza comodo, quantunque sia dei migliori. Per soprappiù non istò affatto bene; e lo attribuisco alla cucina dei restaurants, alla quale non ho mai potuto abituarmi. Ho già trovato e fissato il quartiere e ho già dato tutti gli ordini opportuni.

«Per cagione di nostra figlia e della deputazione che, pur troppo, mi tiene sempre legato alla catena, tu pure fosti costretta a condurre una vita tutt'altro che allegra. Ma adesso, essendo più libero, cercherò compensartene: qui a Firenze troverai una società omogenea, si pronostica un carnevale brillante, senza contare poi tutte le feste che si daranno più tardi, in occasione del matrimonio del principe Umberto.

«Dimmi quanto tempo ti occorrerà per fare i preparativi della partenza, con tutto tuo agio, senza darti alcun pensiero di me, che sarò sempre il più innamorato dei mariti e il più devoto dei servitori.

«Salutami lo zio Eriprando, ricordami a miss Dill e a Giorgio, e baciami sulle guance di Lalla.

11 Gennaio 1868.

«Il tuo

«PROSPERO ANATOLIO».

«PS.—Tutto ben calcolato, sarà a prenderti lunedì, 20 gennaio, e ripartiremo il 25. Il cuoco potrebbe venire a Firenze col cocchiere il 18. Intanto Giuseppe e Pietro, che restano a Borghignano, avranno cura dei cavalli, e l'uno o l'altro farà anche la cucina. Regolati per tutte le disposizioni occorrenti. Sans adieu».

A questo punto Giorgio, restituita la lettera, si mise a ridere tutto allegro.

—Come! Ridete?—disse Maria, mortificata.

—Perdonatemi, duchessa; ma se sapeste che buona notizia ho ricevuto da questa lettera!

—Voi?

—Sì, io. Aspettate, e poi mi direte se non ho ragione di essere contento.—Così dicendo, Giorgio, tolta una lettera dal suo portafoglio, cominciò a leggere di nuovo e ad alta voce:

«Carissimo nipote,

«Parto fra otto giorni e vado a Parigi. Devo conferire con Nigra per incarico avuto dal nostro Governo, e poi ripartire per il Belgio e la Prussia.

«Resterò assente un mese o forse due.

«Mia moglie è sempre indisposta, non posso adunque prenderla meco e non vorrei lasciarla qui affatto sola.

Tu sei il mio unico parente, non hai nulla da fare (per la repubblica c'è tempo) e, aspettandola, potresti lasciare il fascio, le loggie e i fremiti di Borghignano, per adempiere ai tuoi doveri di nipote.

«La zia ha i capelli misto-marengo, non temo perciò le tue seduzioni; è irlandese, e l'influenza delle tue idee progressiste potrà anzi farle del bene.

«A proposito della repubblica: il presidente lo prendete bell'e fatto, o lo ordinate apposta? In ogni modo non dimenticarti di raccomandargli la mia testa: potrà sempre riconoscerla dalla coda.

«Attendo una risposta a volta di corriere.

«Fa quello che vuoi. Ti lascio libero della tua volontà: ma, se rifiuti, bada che ti diseredo.

«Ascolta dunque le mie preghiere, unitamente a quelle dei tuoi creditori, e prendi subito il diretto per Firenze. Tua zia ti prepara una benedizione del Santo Padre.

«Ti stringo la sinistra e mi dichiaro colla destra

«L'affezionato zio

«PIER LUIGI DA CASTIGLIONE».

—Ma dunque? Voi pure venite a Firenze?—esclamò Maria; e ne' suoi grandi occhi, invece delle lacrime, brillava adesso la gioia.

—Certamente!… Volete che mi lasci diseredare? Ho già risolto e parto fra otto giorni.

—Oh bravo!… Nel caso contrario, sapete, mi sarei unita io pure a vostro zio…

—E ai miei creditori.

Maria rise del motto, e fra le due buone creature cominciò quella corrente di allegro umore, schietto e sereno, che di tanto in tanto fa così bene all'anima e alla salute. Giorgio mise in canzonatura Prospero Anatolio, il quale sottoponeva il suo progetto alla volontà sovrana della consorte e finiva poi col fissare la giornata e l'ora della partenza. E Maria rispose citando il conte Pier Luigi, che lasciava il nipote libero della propria volontà, minacciando per altro di diseredarlo se non avesse fatto a modo suo. In conclusione, entrambi convennero che tanto Prospero quanto Pier Luigi avevano i loro difetti, le loro pecche; ma erano pure le due eccellenti persone! Maria andava persuadendosi che suo marito non era dalla parte del torto e che, chiamandola presso di sè, le dava veramente una prova d'affetto. Conveniva che, a Borghignano, divertimenti nè distrazioni non ce n'erano affatto, mentre a Firenze avrebbe potuto uscire un po' da quella vita monotona e sollevare lo spirito, specialmente frequentando i teatri; ed anche per l'educazione di Lalla il nuovo disegno di Prospero Anatolio veniva assai opportunamente. Vedendo persone nuove e vivendoci in mezzo, il demonietto avrebbe perduto un po' di quella sua selvatichezza indomabile, e con suo padre vicino avrebbe fatto meno capricci.

Giorgio approvava tutte le considerazioni di Maria, si lasciava burlare a proposito delle sue aspirazioni platonicamente repubblicane, e così, fra una chiacchiera e uno scherzo, quella sera, invece di andarsene alle undici, come era solito, lasciò il palazzo d'Eleda quando la mezzanotte era già suonata.

Un'ora dopo, Maria si addormentava beata, tranquilla, sorridendo alla nuova felicità che l'aspettava a Firenze, senza aver notato il cambiamento del suo umore, senza averne avvertito il perchè, senza domandarsi come mai prima le aveva data tanta pena la lettera di suo marito ed ora invece le procurava tanto piacere.

Il conte Della Valle, un'ora dopo, era ancora al club, e quando la mattina scrisse allo zio accettando di andare a Firenze, non ricordava nemmeno che a Firenze ci sarebbe andata pure la duchessa d'Eleda.

V.

Indice

Maria comparì la prima volta in mezzo al bel mondo fiorentino, nel gran ballo della principessa Balbi della Bicocca. Già essa vi era stata annunziata, e la precedeva quel vociare inquieto, quei mille pettegolezzi coi quali si fabbricano le biografie improvvisate di tutti coloro che attirano la curiosità della gente. Gli uomini ne parlavano con entusiasmo, le donne con una certa diffidenza; esse temevano una rivale.

La bellezza della duchessa d'Eleda aveva raggiunto allora quasi la perfezione, e quel poco che le mancava per esser perfetta, ne accresceva la grazia. Era una bellezza che parlava ai sensi e al cuore; grande, bionda, pallida, l'eterno femminino di Goethe aveva in lei la sua espressione più viva, e la formosità giovanile, i suoi fascini più attraenti. Il poeta Aleardi, allora di moda, la paragonava a una Madonna pensata dal Beato Angelico, e dipinta da Rubens.

Quando non c'è un amante di mezzo che faccia da diafragma, i raggi lucenti della moglie cadono diritto a illuminare il marito: e Prospero Anatolio, come aveva già preveduto, ebbe in suo pro tutta la benevolenza che sapeva cattivarsi la moglie. Cominciavano a dimenticarlo, e la moglie lo ricollocò sul candelliere.

La celebrità, come le donne e la fortuna, si abbandona a chi sa coglierla in buon punto; e una volta raggiunta nessuno o ben pochi ripensano agli espedienti adoperati all'intento. Prospero Anatolio poi, dominato da una gran vanità, non era uomo da fermarsi ad analizzare il successo. Quando lo applaudivano alla Camera, egli dimenticava che il discorso era stato riveduto da un suo collega, costretto, per la disciplina di parte, a tenersi nell'ombra; quando faceva ridere gli amici con un frizzo, dimenticava il Figaro o il Fanfulla, dove lo aveva letto. Adesso si sentiva accarezzato, cercato, adulato, e non pensava a sua moglie, alla forza prima di tutto quell'incenso; quella forza ch'egli per altro, a suo tempo, non avea trascurato di adoperare.

Gli uomini di tutti i partiti, deputati, ministri, senatori, banchieri, artisti alla moda, diplomatici a spasso, generali e ufficialetti, tutto il sesso forte, insomma, si affaccendava attorno al duca e gli faceva corona: e nemmeno il sesso debole gli era avaro di sorrisi.

Maria non aveva amanti; per combatterla e vincerla bisognava dunque sedurre il marito.

E infatti fra le altre, e più delle altre, la baronessa Renata de

Haute-Cour, che da vari mesi faceva delirare invano il povero

Anatolio, aveva cominciato, dopo la venuta di Maria a Firenze, a

mostrarsi con lui di una amabilità molto arrendevole.

La de Haute-Cour era la moglie del ministro di Francia: una donnina che sembrava uscita da un capitolo di Feuillet, piena di grazia e di nervi; che rideva, parlava, gestiva continuamente, e che formava con Maria il più vivo contrasto. La duchessa d'Eleda aveva la maestà, i modi, il sentire di una gran dama; Renata, invece, la storditaggine briosa di uno sbarazzino.

Forse appunto per un tale contrasto, o forse per il rumore, lo scandalo, l'invidia, i desideri, che la de Haute-Cour avea sollevati intorno a sè, Prospero Anatolio da due mesi ne era perdutamente invaghito, e balbettava con lei, balbettava in modo straordinario. Renata non si può dire che rifiutasse il suo omaggio, questo no; ma le piaceva di farlo giocolare, come il micino che corre, salta, scatta, si contorce, fugge e ritorna affaticandoci per ghermire il gomitolo e, quando è lì lì per afferrarlo, uno strappo improvviso glielo porta lontano.

Ma invece al ballo della Principessa della Bicocca, Prospero Anatolio raggiunse il colmo della felicità. Renata era tutta per lui solo: aveva aperto al duca una partita a due colonne sul libricciuolo dei balli, e licenziava con poche parole gli importuni che tratto tratto venivano ad interrompere i loro discorsi.

Gongolante, orgoglioso, egli non avvertiva però che i rivali da lui messi in fuga correvano ad ingrossare le file già formidabili degli adoratori di sua moglie.

Durante le quadriglie, la coppia del duca e della baronessa Renata era la più disattenta di tutte, e fece nascere confusioni disastrose nella grande chaîne e nei comandi à gauche e à droite. Fra un ballo e l'altro era sempre il duca il cavaliere di lei, l'angelo custode del suo ventaglio, il segretario dispotico del suo carnet. Il duca la faceva bere, il duca la faceva passeggiare, il duca provvedeva agli strappi del suo vestito, conducendola dove le cameriere riparavano ai guasti avvenuti nel calore delle danze.

—Il vostro è un capriccio,—gli diceva Renata appoggiandosi mollemente al braccio di Prospero.

—No! No! Per tutto ciò che ho di più sacro al mondo, vi giuro che vi amo, che non ragiono più.

—Ma… domani?

—Domani, come ieri, come oggi, co-come sempre!

—For ever?

—For ever.

—E vostra moglie?

—Mia moglie… Vi amo.

—Guardatela. È bella assai, vostra moglie…

Fatto il giro dell'appartamento, erano entrati insieme nel buffet, e Renata, dietro a una portiera, gli indicava la duchessa, in mezzo alla sala da ballo.

Era appena finito un valzer: Maria, ancora ansante, colle guance leggermente colorite, era ammirata, circondata dal fior fiore della gioventù e dell'eleganza.

—Com'è bella!… No! Non dovete guardarla!

E Renata si strinse più forte al braccio del duca, piena di fascino e di grazia, fingendosi quasi paurosa, quasi mortificata da quel confronto.

—Voglio voi… Amo voi…—le balbettò all'orecchio il duca d'Eleda.

—Vi piaccio dunque… mi amate di più?—esclamò Renata correggendosi a tempo, e con una mano sapiente giuocando colla commenda che brillava sullo sparato tutto a pieghe e a ricami della camicia di Prospero.

—Lo vedete, Renata, non so-ono qui?!…

Renata si guardò intorno con un rapido giro degli occhi. Nel buffet non c'era nessuno. Nascosta dietro alla portiera, non poteva certo esser veduta: si alzò ritta sulla punta dei piedi, e con una sua mossa da monello stordito sfiorò colle labbra il volto di Anatolio, che diventò pallidissimo.

VI.

Indice

Tra Giorgio Della Valle e il duca d'Eleda non c'era molta amicizia.

Giorgio, parlando di Prospero, alzava le spalle chiamandolo clericale; e Prospero chiamava l'altro un repubblicano e faceva altrettanto. Erano rimasti molto tempo salutandosi appena, fatto abbastanza notevole in una città di provincia, fra i rappresentanti di due case cospicue del patriziato; e solo quando successe il matrimonio del duca, cominciarono ad avvicinarsi un po' più. Il conte Eriprando, lo zio della sposa, era stato tutore di Giorgio, e Giorgio era tenuto dai Santo Fiore come un figliuolo. A poco a poco, la consuetudine di vedersi ogni giorno, se non fece nascere fra di loro una straordinaria simpatia, finì col renderli amici apparentemente.

Giorgio rispettava le opinioni politiche e religiose del suo avversario; anzi, per la disparità grandissima che esisteva fra quelle opinioni e le sue, diffidava del proprio giudizio, temendolo alterato dalle prevenzioni, e si ostinava, per paura di eccedere, a voler tener il duca d'Eleda per da più assai che non valesse in realtà. Prospero poi, da parte sua, gli accordava un olimpico compatimento, giudicandolo sempre un ragazzo esaltato, ma innocuo; un po' matto, ma in fondo un ottimo cuore; e sperava, davvero, che maturandosi cogli anni e coll'esperienza avrebbe messo il cervello a partito. Nè lo vedeva di mal occhio in casa; anzi faceva pompa di una tale amicizia; perchè questa amicizia rappresentava la tolleranza del duca verso i suoi avversari politici. Di questa tattica fine egli raccoglieva già i frutti, e durante le ultime elezioni se n'era discorso favorevolmente al gran caffè di Borghignano e su pei giornali;

Adesso per altro, a Firenze, Prospero Anatolio trovò nel conte Della Valle un cambiamento troppo evidente… Giorgio alle volte era con lui così freddo, che si avvicinava a scortese… nè Giorgio aveva tutti i torti.

L'amicizia, la stima ch'egli professava a Maria erano sincere e vivissime, e perciò non poteva perdonare al duca d'Eleda di posporre tutte le virtù e i pregi inestimabili di sua moglie ad una cocotte, con tutti i quarti, ma sempre cocotte.

Anche a Maria non passò inosservata la freddezza del conte verso Prospero; e questa novità, ch'ella non riusciva a spiegarsi, la infastidiva, la addolorava, la teneva continuamente sopra pensiero, tanto che una volta, non potendo più oltre frenarsi, domandò e volle saperne il motivo. Giorgio, preso così all'improvviso, non ebbe tempo di potersi schermire con arte, e la duchessa gli serrò i panni addosso sì fattamente che, pur di uscirne, egli ne attribuì la cagione alle aspirazioni politiche del deputato di Borghignano, troppo contrarie alle sue.

Ma la scusa non poteva soddisfare, perchè quelle aspirazioni erano pur sempre le stesse, mentre invece la freddezza era nuova. Giorgio allora, vedendo di non potersi giustificare, promise di correggersi, e benchè questa promessa non fosse poi mantenuta, Maria non entrò più in tale argomento. Sentiva che Giorgio le nascondeva un segreto, ch'egli non aveva per lei la confidenza di un tempo, e se ne offese.

Intanto anche Prospero Anatolio che, con un grosso rimorso sulla coscienza, avea paura di tutto, non mancò alla sua volta, di far cadere il discorso, trovandosi colla moglie, sullo strano contegno del suo amico, per prevenire il pericolo di qualche inopportuna confidenza e prepararsi, per tutti i casi, il terreno alla propria difesa. Egli pure, come avea fatto Giorgio, non trovando da dire meglio, ne dava la colpa alla politica.—Nemici politici e amici personali, è una bella frase d'effetto, come—Libera Chiesa in libero Stato—del conte di Cavour,—concludeva il duce d'Eleda.—Tutta roba da leggersi sulle gazzette; tutta rettorica! Ma, in pratica, oh! in pratica è un ben altro affare! Oggi un'allusione, domani un equivoco, la corda si fa tesa e si rompe, quando tu meno lo crederesti. Anch'io—continuava—anch'io, se devo dire la verità, ho sempre tollerato Giorgio per un riguardo verso i tuoi, per riguardo a te stessa.

Maria ascoltava e taceva; ma in fondo al cuore sentiva che Prospero, come il conte Giorgio, non era affatto sincero. Impaziente, inquieta, avrebbe voluto ad ogni costo scoprire il mistero, indovinare il perchè della freddezza e degli sgarbi dell'uno, dell'imbarazzo dell'altro.

Povera Maria! pur troppo era vicino il giorno che doveva sciogliere l'enigma e distruggere per sempre la serenità della vita sua!

Nel lunedì ultimo di carnevale si preparava a Corte una festa che chiudeva per quell'inverno i ricevimenti privati. Era grande l'aspettativa e grandissimo nei pochi eletti il desiderio d'intervenirvi. La duchessa d'Eleda, naturalmente, era una delle signore invitate e più delle altre desiderata. L'uomo propone, per altro, e Dio dispone; e il mal di capo che aveva tormentata Maria per tutto quel giorno si accrebbe nel dopo pranzo, accompagnato da brividi molesti che facevano temere la febbre. Giorgio si trovava presente e consigliò a Prospero di mandare pel medico. Il servo va e torna, e riferisce che il medico era uscito di Firenze il mattino e ritornerebbe col diretto delle undici; appena giunto lo manderebbero.

—E se ne chiamassimo un altro?

Maria preferì piuttosto aspettare.

Prospero, suonate le dieci, cominciava ad essere sulle spine, e brontolava fra i denti che il male non bisogna troppo ascoltarlo; poi da un momento all'altro, quasi temendo gli potesse mancare il coraggio se aspettava a risolversi, si fermò sui due piedi, guardò l'orologio e borbottò accigliato che egli doveva recarsi al ballo subito, dovendo conferire col presidente del suo ufficio.

Maria, che aveva notato con inquietudine il crescente malumore di suo marito, non lo trattenne, e così il duca si sentì libero e padrone di andarsene a suo piacimento. Allora, colla tenerezza, tornò ad essere gentile e affettuoso verso Maria; le fece raccomandazioni e carezze, le baciò i capelli e le mani; ma poi, la prudenza gli mancò sul più bello. Era già sull'uscio quando, rivolgendosi a Giorgio, disgustato di quella commedia, gli domandò se si fermava ancora molto tempo.

—Mi fermo ancora un pochino, se la duchessa non è troppo stanca.

—No, no; poi a momenti verrà il medico—rispose Maria.

—Benissimo, cara, fa, fa, come vuoi, e allora tu, Giorgio, dovresti usarmi una cortesia: aspettare che venga il medico e sapermi dire, quando ci vedremo più tardi, che cosa ha detto.

Giorgio alzò il capo e lo guardò senza rispondere. Prospero Anatolio capì di essere andato troppo oltre, ma conoscendo la lealtà del conte Della Valle, pensò d'affrontarlo, e gli ripetè la raccomandazione, guardando intanto Maria come per dirle:—È un tiro solito, ma lo sopporto per amor tuo.

—Io non vengo al ballo stasera—rispose Giorgio seccato—ma in ogni modo ti farò avere le notizie, se proprio le desideri.

Il d'Eleda lo ringraziò, sorrise di nuovo stringendo la mano a sua moglie e usci senza presentire l'uragano che stava per addensarsi sul suo capo.

Il fare asciutto, sgarbato del conte Della Valle aveva indispettito Maria a un punto tale, che rimasta sola con lui, lo trattò con insolita freddezza. Giorgio se ne accorse subito, ma non sapendo come giustificarsi, senza accusar Prospero, non parlò più affatto: tanto che la duchessa, seccata, gli disse di sentirsi molto stanca e che perciò pensava di attendere il dottore coricata.

—Se credete, per altro, che io mi fermi ancora per attendere le notizie, come mi ha detto Prospero…

—Grazie: non importa—rispose Maria.—Quando verrà il dottore, lo pregherò di scrivere un biglietto, e glielo manderò io stessa.—Era un tono che non ammetteva repliche, e Giorgio se ne andò indispettito contro il d'Eleda, per la sua cattiva condotta, prima di tutto, ed anche perchè era la cagione della collera di Maria. Scese lentamente le scale, e, nell'uscire, incontrò appunto il medico che entrava allora. Pensò, per un momento, di risalire insieme; ma poi, riflettendoci, accese una sigaretta e rimase ad aspettarlo passeggiando sotto l'atrio. Poco dopo il dottore scendeva. Maria non aveva che una febbriciattola; un po' di raffreddore; in breve sarebbe stato tutto sparito. Giorgio si strinse nelle spalle e se ne andò al club.

Maria durò fatica prima di poter prender sonno; quel contegno strano e ingiustificabile la impensieriva e addolorava ad un tempo. Anche in suo marito, è vero, aveva notato alcunchè d'insolito; ma non vi fece molto caso, assorta com'era in altri pensieri. Cominciò dall'accusare Giorgio, nel suo cuore, di non essere più il medesimo di Borghignano; di avere segreti e misteri con lei, che lo amava colla tenerezza confidente di una sorella. Poi, dopo di aver cercato e ricercato seco stessa di scoprire la verità, s'interrogò alla sua volta, domandando a se stessa s'ella pure non aveva dato motivo a quello spiacevole cambiamento; e quantunque si trovasse affatto innocente, finì come finisce sempre chi vuol bene a qualcuno, coll'assolvere questo qualcuno e coll'accusare sè di durezza.

—Chi sa!—pensava Maria, che nel difendere l'amico provava un vivo piacere—chi sa!… Giorgio avrà forse qualche noia, qualche dolore, ed invece di confortarlo fo peggio. È impossibile ch'egli sia mutato in questo modo senza una ragione seria, molto seria, ed io ho avuto torto di non pensarci. Se ha risposto sì malamente a Prospero, forse avrà avuto ragione di farlo; forse avrà qualche dispiacere che lo turba, ed io aggiungo alle sue pene anche la mia freddezza…

Ma la duchessa s'ingannava. Giorgio Della Valle, che quella notte era molto fortunato al giuoco, non si ricordava più di lei, ed era allegrissimo.—E se fosse in collera con me e non tornasse?—continuava Maria a pensare,—alla fin fine, se fosse in collera, quasi non avrebbe torto. Sa di non avermi fatto nulla, e, come a me non va più il contegno verso di noi, a lui non parrà scusabile il mio… Come spiegare il nostro malinteso?… Che fare?…—E s'affannava per cercare il modo di rivederlo presto, e scusarsi, senza aver l'aria di corrergli dietro. Si ricordò in quel punto che il giorno innanzi non aveva voluto donare a Giorgio una fotografia, che piaceva molto, della sua Lalla, perchè, essendo una prima copia, desiderava serbarla per Prospero. Ma adesso, riflettendoci, capiva non essere uomo suo marito da badare alla prima copia piuttosto che alle altre; l'affetto paterno del duca, il quale, del resto, idolatrava la bimba, non capiva certe finezze: domani adunque si manderà a Giorgio la fotografia domandata. In tal modo, naturalmente, egli sarebbe venuto subito per ringraziarnela, e così spiegandosi reciprocamente, avrebbero finito col far la pace.

Con questo pensiero si addormentò tranquillamente, e si svegliò la mattina dopo con questo pensiero medesimo. Ancorchè il suo raffreddore non fosse sparito interamente, si alzò presto, e sua prima cura fu di farsi portare il ritratto da mandare a Giorgio.

—E se vi facessi scrivere a Lalla, colle zampine di mosca, il suo nome sotto?… Certo gli riuscirebbe più gradita l'improvvisata!…

Apparecchiato l'occorrente, Maria fece chiamare la bambina; ma come il solito quel folletto si era liberato dalla vigilanza di miss Dill, col pretesto di andare dalla mamma, ed invece era fuggito di corsa nel quartierino. del duca, il quale era pieno di tolleranza per i capricci della figliuola. Infatti Lalla vi metteva tutto sossopra e torturava la flemmatica pazienza di Ioh, un piccolo inglese, il vero tipo del groom.

Lalla era fin d'allora (contava sei o sette anni) l'incarnazione di uno di quei tanti demonietti creati e messi al mondo per la dannazione del genere umano. Amava suo padre fin all'idolatria, perchè in lui aveva sempre il condiscendente d'ogni capriccio, perchè, tollerante, compiacevasi d'ogni sua impertinenza, opponendosi a Maria, quando, più severa, trovava da sgridare e magari da correggere castigando. Egli stesso, senza pensare nè all'educazione, nè alla riuscita di sua figlia, la quale con quei principî non prometteva nulla di buono, si divertiva a giuocare con lei. Le insegnava mariuolerie, si lasciava sfuggire parole un po' ardite, ridendo come un matto quando la piccina le ripeteva. Egli la faceva correre, la faceva saltare, le insegnava la scherma e l'equitazione; e però il quartierino del duca era l'Eden di tutte le delizie di Lalla. Quando poteva scappare da sua madre e da miss Dill era beata; correva là dentro; quei quadri dai colori vivaci, quelle armi, tutto quel disordine era il suo proprio elemento. Ella rifaceva il soldato, la cantante, l'arcivescovo e la duchessa madre nei giorni di ricevimento. Poi si fermava lungamente a divorare collo sguardo le donne nude, scolpite o dipinte; e benchè il duca le avesse insegnato, per tutelare la sua innocenza, che quelle non erano donne, ma anime sante, Lalla faceva già confronti fra quelle anime e sè. Gli astucci, le cassettine, i cassettini, l'armadio, lo scrittoio di Prospero Anatolio non avevano segreti per la sua curiosità infantile, nè riparo alle sue piraterie quotidiane. Prospero quando cercava qualche cosa che non gli riusciva di trovare, andava su tutte le furie brontolando con Maria e con miss Dill perchè non sapevano educare la bimba.

Anche quella mattina, dopo che la duchessa l'ebbe fatta chiamare, miss

Dill dovette cercarla nello studio del duca.

—Cattiva!—le gridò Maria quando la fanciullina entrò in camera.—Cattiva! Hai disobbedito a tua madre, e hai detto delle bugie a miss Dill!

Lalla non rispose; ma con un salto fu sulle ginocchia di sua madre, e l'abbracciò stretta stretta. Miss Dill uscì.

—A voi—disse Maria affettando una severità che era uno scherzo—da brava! scrivete qui, sotto questo ritratto.

—Lasciamelo vedere, mamma.

—Lo hai già veduto ieri: è il tuo ritratto.

—Lasciamelo vedere, mammina bella.

—A te, guarda, sei contenta?

Lalla fece una smorfia e poi:—Sono stata più ferma di Mimì, non è vero, mamma?—Mimì era una piccola amica… una piccola rivale.

—Sì, sei stata più ferma di Mimì, la quale per altro è più ubbidiente di te, e non dice bugie. Scrivi da brava.

—E a chi regali il mio ritratto? al babbo?

—No, al tuo amico Giorgio.

—Al mio amico Giorgio? Ma non avevi detto di regalarlo al babbo?

—Scrivi, presto!

—Ne darai un altro al babbo?

—Sì, gliene darò un altro.

—Quale?

—Oh Dio! Un altro, come questo! Non farmi arrabbiare, andiamo.—E Maria, tenendo sempre Lalla sulle ginocchia, accostò a sè con una mano un piccolo scrittoio di mogano.

—Che cosa devo scrivere?…

—Scrivi…—e Maria, dettando, seguiva cogli occhi la manina di

Lalla—scrivi:—Al buon amico…

—A-mico…

—Giorgio.

—Gior-gi-o.—Basta?

—No! devi scrivere ancora….

—Che cosa, mammetta?

—La tua piccola Lalla.

—Tua piccola Lal-la.

—Brava! Così!—E Maria fece per toglierle di mano la penna.

—No! Aspetta.—La bimba, la quale, prima non voleva cominciare, ora non voleva più smettere, e sotto gli occhi meravigliati di sua madre scrisse, dopo la firma: for ever.

—For ever?!—esclamò Maria, stupita. Lalla guardò la mamma, e col suo intuito precoce, ebbe paura di ciò che aveva fatto.

—Chi ti ha insegnato a scrivere for ever?

Lalla, rossa rossa, balbettò, si confuse, e poichè Maria insisteva per sapere la verità, scoppiò in lacrime, e cominciò a strillare. Allora la mamma, fissandola severamente, la minacciò, se non diceva tutto, di regalare Dèsir, il suo cavallino favorito, a Mimì. Era una minaccia che otteneva sempre un grande effetto.

—Non lo farò più, mamma!… Non lo farò più!…

—Va benissimo, ma prima mi devi dire tutto…

—Ho trovato per terra il portafoglio del babbo…

—Ebbene?…

—Non sapevo di far male… l'ho trovato per terra…

—Ebbene?…

Lalla mentiva; lo aveva tolto invece dal cassettino dello scrittoio, che trovò aperto un giorno, mentre suo padre, nella camera vicina, si mutava d'abito.

—E dunque? Animo, animo! bisogna dir tutto.

—E sotto il ritratto di una signora ho veduto scritto così.

—Dici una bugia.

—No, no! mammetta!—replicò Lalla, contentissima,—Hai anche tu quel ritratto—e così dicendo, scivolò dalle ginocchia di sua madre, corse nel salotto, prese un album, lo portò a Maria, l'aprì, fece passare i ritratti in fretta; poi fermandosi d'un tratto esclamò:

—Eccola! È questa qui!—e col ditino indicò il ritratto della

Haute-Cour.

Maria impallidì, e i suoi occhi si empirono di lacrime.

—Perchè piangi, adesso, mamma?… Non lo farò più. te lo prometto.

Maria si strinse forte alla sua creaturina, e un singhiozzo, che le veniva dritto dal cuore, aprì lo sfogo ad un pianto dirotto. Lalla, che non capiva nulla, ritornò a piangere anche lei; baciava la bocca, le guance, gli occhi della povera sconsolata, e colla vocina infantile continuava a domandarle:—Perchè piangi, mamma?

VII.

Indice

Rinvenuta un poco dallo sgomento di quella scoperta, la poveretta ebbe qualche conforto dal dubbio.

Dubitò delle parole di sua figlia, dubitò della colpa di suo marito. Quelle parole—for ever—non avrebbero potuto, alle volte, essere inspirate da una simpatia vaga?… E se proprio sotto c'era un affetto, non poteva essere un affetto meritevole di perdono, scusabile forse?… Ma in questo modo, per quanto Maria lo desiderasse, non riuscì lungamente a ingannarsi. Messa in sull'avviso, non ebbe che ad osservare, attentamente osservare, per accertarsi della verità.

Maria non era innamorata di Prospero; ma quella scoperta non doveva perciò riuscire meno dolorosa. Il suo affetto di madre, la sua dignità di donna e di moglie, avevano ricevuto un grave oltraggio. Non era innamorata di Prospero, ma gli voleva bene; lo stimava, e aveva bisogno di stimarlo, perchè era il padre della sua creatura, e perchè l'onore di quest'uomo era pure il suo onore. Non era innamorata di Prospero; ma Prospero era suo marito… Ricordava che ieri, ieri ancora, egli l'aveva avuta fra le sue braccia… e pensando adesso che non vi era stata desiderata dall'amore, ma dai sensi, vedeva l'occhio di lui fissarla curioso, disamorato: lo vedeva cercar confronti, invocare altre orme, e il suo pudore, il suo orgoglio ne soffrivano amaramente.

Che cosa fare?…

Il primo pensiero fu quello di fuggire da suo marito, perchè le faceva orrore.

Fuggire?… E Lalla? Lalla la sua figliuola? Lalla piccina ancora? Avrebbe potuto dividerla dal padre? Avrebbe potuto dividerla dalla mamma sua? Avrebbe potuto lei abbandonarla? No; Maria era madre; madre sempre e prima d'ogni altra cosa, e con questo affetto si sentiva rialzar pura, quasi redenta dall'oltraggio patito.

Ma… che fare?… Vederlo ancora?… Continuare a star con lui?

La sua mente si perdeva, l'animo suo ondeggiava in mille dubbi. Ella da sè sola non riusciva a connettere le idee, e non sapeva nemmeno a chi ricorrere per consiglio. Nessuno avrebbe potuto o voluto aiutarla; e poi di nessuno ella stessa si sarebbe fidata.

—Di nessuno?… No, Giorgio mi consiglierà: di lui posso fidarmi.—Con questo pensiero Maria ritrovò un po' di calma; il suo volto turbato si ricompose ed ebbe un sorriso di speranza e di sollievo.

—Giorgio?… sì, Giorgio! Ecco spiegato adesso il suo contegno, la sua freddezza con Prospero,—andava pensando fra sè.—Egli certo sapeva ogni cosa; e il suo carattere franco e onesto soffriva nel vedermi offesa così vilmente. Ed io… che invece dubitavo di Giorgio e della sua amicizia! Ah! Ma ora gli dirò tutto, mi confiderò con lui interamente, e farò… farò tutto quello che egli mi consiglierà di fare.

Dopo una tale risoluzione, Maria scrisse sul momento al conte Della Valle, senza riflettere al passo gravissimo che stava per fare, il seguente biglietto:

«Venite subito da me: ho scoperto tutto e ho tanto tanto bisogno di consigliarmi con voi.—Maria.»

Piegata, suggellata la lettera, fatto l'indirizzo, suonò: poco dopo entrò la cameriera.

—Chi c'è in anticamera?—le chiese Maria, ancora colla voce malferma.

—Giacomo e Lorenzo.

—Mandami Lorenzo.

La cameriera uscì e ritornò quasi subito introducendo un servitorello dai quattordici ai sedici anni.

Era costui un figliuolo della nutrice di Lalla, che aveva ottenuto di entrare al servizio della duchessa, e le era fedele come un cagnolino.

—Sapete, Lorenzo, dove sta di casa il conte Della Valle?

Il ragazzo strinse gli occhi e chinò la testa, pensando, poi, dopo un momento, rispose:

—Sì, signora duchessa. Ora me ne ricordo. Sta in via dei Fiesolani, in quel palazzone vecchio, di faccia alla chiesa di San Filippo.

—Va bene. Gli porterete questa lettera. Se non è in casa, aspettate che ritorni; ma non dovete consegnarla che nelle sue mani.

Rimasta sola nuovamente. Maria raccolse le carte, le buste, le penne sparse sullo scrittoio, e le richiuse in una piccola scatoletta intarsiata.

Ma, in questo punto, un pensiero che le giunse improvviso le fece prima corrugare la fronte; poi le sue guance, quasi sempre pallidissime, diventarono rosse, di bragia, e corse ella stessa in cerca di Giacomo, fin nell'anticamera.

—Lorenzo è già andato?…—domandò al servo affannata.

—Sì, signora duchessa.

—Correte presto! fermatelo! Ch'egli ritorni qui sul momento!

Non aveva terminato di parlare, che già il servitore, fatta a salti la scala, usciva di casa, e dopo pochi minuti, che a Maria, la quale stava ansiosa ad aspettare dietro i vetri della finestra, sembrarono eterni, ritornava indietro con Lorenzo, il quale teneva ancora tra le mani la lettera per il conte Della Valle. Maria, vedendola, respirò liberamente.

—Devo aspettare?—domandò Lorenzo, quando ebbe ebbe restituita la lettera alla duchessa.

—No, non occorre, andate pure.

Era assai forte il turbamento ch'ella provava allora, con quel bigliettino fra le mani; perchè era esso appunto la causa di tanta agitazione.

Sapeva di averlo scritto in un momento di febbre, senza pesarne le parole; e però Lorenzo non era ancor uscito dal palazzo, ch'ella già cominciando a riflettere, sentì subito il timore di aver commessa un'imprudenza. Quanto più ci pensava, tanto meno sapeva rendersi ragione di tutta quella fretta di scrivere al conte Della Valle di quel partito preso così sui due piedi.—Guai, guai, se Giacomo non fosse arrivato in tempo a fermar la lettera!…—A mano a mano la sua inquietudine diventava sgomento, e la imprudenza commessa diventava sempre più grande nella sua mente…—Guai, guai, se Giacomo non fosse arrivato in tempo!…—Pure, anche quando finalmente la lettera le fu restituita intatta, Maria non riebbe la calma.

Era angustiata dal timore e oppressa da una soggezione strana: guardava la lettera, che teneva sempre chiusa in mano, voleva aprirla e non sapeva risolversi, non osava. Finalmente, si fe' coraggio, stracciò la busta:

—Venite subito da me: ho scoperto tutto e ho tanto tanto bisogno di consigliarmi con voi.—Ma s'egli non sapesse nulla, pensava, ho io il diritto di metterlo a parte di un segreto che è il segreto di mio marito?—Ho bisogno di consigliarmi con voi!—Consigliarmi con lui?… No. Io sola devo difendere il mio onore, e poi, non ho forse lo zio a cui rivolgermi, lo zio che mi fu padre e che ho dimenticato!… Il dolore dunque rende ingrati; perchè sono stata ingrata col mio unico parente, e mi sono rivolta per aiuto, per consiglio, a chi?… ad un estraneo!… Un estraneo?… Eppure… scrivendo a Giorgio, ho provato un grande conforto. Ho sentito nel mio cuore che potrei ancora perdonare, che potrei ancora essere felice… Felice?…. per lui dunque?!… Ah! mio Dio! mio Dio! sarebbe possibile?!…

Maria, atterrita, interrogò il suo cuore, e il cuore, duramente, tanto era inesorabile quella risposta, tanto era angosciosa per la poveretta che ormai non poteva più dubitarne, il cuore duramente rispose che ella amava.

—Sono perduta! è più forte di me! sono perduta!—esclamò piangendo disperata; e allora sentì che nessuno al mondo, nemmeno le carezze di Lalla, avrebbero potuto farle dimenticare quel nuovo affetto che, scorto appena nella improvvisa vicenda dei suoi dolori, già cresciuto gigante, la padroneggiava.

—Ed io, io che non voleva perdonare…

In questo punto, ricordando la colpa di suo marito, le sembrò quasi che una mano vigorosa le stringesse il cuore, così da soffocarne ogni palpito. Quella colpa le sembrò odiosa, e la sua virtù, il suo orgoglio, la sua fierezza si ribellarono contro la sua propria passione.

Fu una lotta accanita, crudele; ma ne uscì vittoriosa. Piangendo sempre, perchè quel sacrificio era enorme, era uno di quei sacrifici che uccidono: non consolata ma sicura; colla fede, che tante volte è l'unica difesa della donna, pregò Dio, invocò sua madre per sè, per la propria creatura….

Mentre Maria pregava e piangeva, senza ch'ella se ne accorgesse, si aprì lentamente l'uscio della sua camera, e Lalla, che da due ore non riusciva a spiegarsi quel mistero d'ordini e di contro ordini, cacciò fuori adagio adagio il suo scarno visetto, con gli occhi vivi, pieni di furberia e di malizia, fra le tende della portiera, trattenendo il respiro, tentando di capire, fra i singhiozzi della mamma, che cosa fosse accaduto di nuovo.

Ma quella poveretta non pregava con le labbra, pregava col cuore: e così fu delusa, allora e sempre, la curiosità della piccola imprudente.

VIII.

Indice

Quantunque Maria rimanesse vincente dopo quella lotta, comprese tuttavia che il nemico, se si era ritirato, era per altro troppo forte, e non si poteva fare a fidanza con lui. Una risoluzione occorreva prenderla, e la risoluzione fu presa: quella di allontanarsi da Giorgio.

Riordinò le idee, ponderò bene i suoi disegni, e quando il duca d'Eleda ritornò dalla Camera, fu avvertito che la duchessa lo aspettava e che voleva parlargli.

A tale annuncio. Prospero Anatolio si fermò sui due piedi. La novità della cosa, sua moglie che lo faceva chiamare nelle sue stanze e la coscienza che gli rimordeva, non predicevano nulla di buono. Sentì invece che lo aspettava un quarto d'ora assai difficile. Dubitò della lealtà di Giorgio, delle maligne confidenze di una troppo tenera amica, della stessa perspicacia di sua moglie, e a buon conto preparò la sua difesa.

—Maria minaccerà una tragedia—pensava egli fra sè e sè.—Avrò una scena di lacrime, di gelosie… e, se devo dire la verità, me lo merito proprio. Sono adorato da una moglie che tutti m'invidiano; ed io invece… Già, sicuro, sono molto colpevole. Del resto, Maria non sa fin dove son arrivato; è troppo ingenua per sospettarlo, e così posso ancora difendermi, accusando la solita maldicenza… Povera donna tanto innamorata!—e Prospero Anatolio, mentre, preceduto da Lorenzo, entrava nella stanza della duchessa, si compiaceva ad ammirare la sua figura di Don Giovanni attempatuccio, riflessa dagli specchi delle portiere.

—Mi hai fatto chiamare?—chiese a Maria appena furono soli; e per anticipare le tenerezze, si chinò (ella era seduta) e un bacio le sfiorò i capelli.

Maria si alzò vivamente.

—Che c'è di nuovo?—esclamò il duca stizzito.

—Devo parlarti di cose serie.

—Serie proprio?

—Molto serie.

—Allora sentiamo.

—Io conto di partir subito per Santo Fiore. Vi resterò molto tempo.

Almeno fino a che Lalla abbia compiuta la sua educazione.

—Scherzi?

—No: ti prego di dare gli ordini necessari.

—Ci siamo, sa tutto!—pensò Prospero Anatolio; e poi riprese subito, fingendo una gran maraviglia:

—Come? Vuoi andare a Santo Fiore?… ma io non posso lasciar la

Camera!

—So bene. Partirò sola, con Lalla e con miss Dill.

—Mi vuoi separare da te, dalla figliuola?…

—È necessario…

—Non credo… ascoltami, cara—e Prospero Anatolio prese e strinse con tenerezza la mano di Maria,—ti supplico, interroga il tuo cuore, e dimmi se…

—No, no!—interruppe la duchessa—il cuore… non c'entra. Raccomandiamoci invece allo spirito di tutti e due, per non essere costretti a spiegazioni che è meglio lasciare sottintese.

—No, sei in errore, Maria; il tuo cuore e il tuo amor proprio avranno da guadagnare da una mia confessione intera e sincera.

—Non ti comprendo.

—Non vuoi comprendermi, piuttosto. Mi hanno accusato, mi hanno calunniato, lo capisco benissimo: mi hanno accusato, e tu mi condanni subito, alla cieca, senza volermi ascoltare, senza concedermi nessuna difesa!

—Non ci furono nè accuse, ne calunnie… Io non ti condanno, e non so davvero che cosa tu mi debba confessare.

Prospero Anatolio capì di essere andato troppo oltre; ma il ritirarsi era ormai impossibile.

—Perchè dunque vuoi partire così subito e così

improvvisamente?

—Ciò riguarda me sola.

—No, riguarda me pure. È un puntiglio, un capriccio, e voglio sapere il perchè!

Maria alzò il capo e guardò fissamente il marito. La bonacciona timida e paurosa di Borghignano era sparita; col viso pallido, con un sorriso freddo, un po' anche sarcastico, pareva un'altra donna. Il duca sentì un così gran cambiamento, senza poterlo spiegare; lo subì, senza volerlo riconoscere.

—Dunque? Aspetto una risposta;—e Prospero Anatolio si sforzò per rimanere impassibile.

—Amo Giorgio Della Valle—rispose lentamente Maria, senza tremiti nella voce, senza muover ciglio, senza arrossire. Dinanzi alla colpa, infame e ipocrita, del duca, ella si sentiva forte, si sentiva fiera del suo amore così alto, così puro.—Amo Giorgio Della Valle; e non voglio che questo affetto, il quale ha saputo vincere il mio cuore, vinca un giorno anche la mia coscienza, e voglio fuggire.

Prospero Anatolio impallidì, ma si contenne; poi, cessato il primo sbalordimento, si persuase non esser altro che una finzione colla quale Maria voleva ottenere la propria rivincita e vendicarsi. Tuttavia, era una commedia che gli spiaceva molto.

—Volendo risparmiarti l'incomodo di cambiar domicilio—rispose a Maria dopo un momento,—ci sarebbe un altro modo per difenderti, e… per salvarti, come dici.

—Quale?

—Mettere alla porta il Conte Della Valle.

—Faresti capire a Giorgio ciò che è e dev'essere sempre un mistero per lui e per tutti.

—Chi sa? Più fortunato degli altri, nostro cugino avrebbe potuto indovinare l'arcano.

—No, non credo almeno—rispose con calma. Maria, senza voler notare l'insinuazione contenuta nelle parole del marito.

Questi, arrabbiatissimo, cominciò a gridare per difendersi; ma, poichè non sapeva bene che cosa dire, se n'andò brontolando e sbattendo l'uscio con gran dispetto.

Ritornato nel suo studio, e dopo essersi sfogato un poco, egli si mise a passeggiare su e giù, pensando al modo di levarsi d'impaccio col minor danno. Temeva poi anche,—le chiacchiere già, correvano sul fatto suo—che la partenza di Maria facesse troppo rumore e ne seguisse uno scandalo.

—Bisogna impedire questa partenza: bisogna impedirla assolutamente.

Ma come fare?

Il duca aveva fatto il giro dello studio, in lungo e in largo un centinaio di volte, senza aver trovato un buon ripiego. Di tanto in tanto, a ogni nuovo pensiero che gli si affacciava alla mente, si fermava su due piedi, fissando il soffitto, e meditando; poi scrollava il capo e ricominciava a passeggiare, sempre più annuvolandosi. Così passò un'ora, un'ora e mezzo, due, quando a un tratto il suo volto si rischiarò:

—Ah! ah!—borbottò fra sè, sorridendo:—mia moglie vuol confondermi? Per lo meno le insegnerò che sono sempre un uomo di spirito!…—Vano e leggero, il duca d'Eleda teneva di più a parere un uomo di spirito, che non ad essere un uomo onesto.

In fretta, senza chiamare il servo, indossò il soprabito e uscì di casa.

—Via de' Fiesolani! palazzo Castiglione!—gridò al cocchiere montando nella prima carrozza vuota che incontrò per la strada.

IX.

Indice

Il d'Eleda pensava di adoperare Giorgio Della Valle come intermediario ufficioso presso Maria. Giorgio sapeva già ogni cosa; dunque, confidandosi con lui, fosse amico o nemico, non arrischiava molto. Di più Maria per vendicarsi aveva finto con lui di essere innamorata ed egli con quella mossa da scaltro diplomatico rompeva la trama dell'innocente commediola.

—Ma… e se Maria non avesse mentito?—Era questa un'ipotesi sulla quale egli non avrebbe voluto fermarsi nemmeno: un'ipotesi stupida, assurda… che per altro intorbidiva, di tanto in tanto, tutto il sereno del suo ragionare.

—Che! che!… non è possibile; Maria non avrebbe confessato, se fosse proprio stato vero!…—Ad ogni modo, pensò che egli avrebbe capito la verità dal contegno di Giorgio, ed anche per questo lato il passo che stava per fare era molto abile. Intimamente sicuro, tuttavia un certo dubbio istintivo lo inquietava sempre; e quando poi si trovò alla presenza di Giorgio, cominciò a temere di poter scoprire un qualche indizio compromettente.

Oh, allora guai! la sua vendetta sarebbe stata terribile!

Al primo incontro, tanto il duca quanto il Della Valle si sentivano un po' impacciati: Giorgio non riusciva a capire che cosa ci fosse sotto a quella visita, e Prospero Anatolio, come succede sempre a chi si trova impegnato in una risoluzione stata presa senza punto riflettere, dubitava di essersi spinto troppo oltre e, potendolo fare, sarebbe tornato indietro volentieri.

—Sono qui—disse infine al conte Della Valle—sono qui a trovarti, perchè ho… ho gran bisogno di te.

—Di me?—E Giorgio, notando l'aria stravolta, gli domandò se, per caso, era corsa una sfida.

—Appunto—rispose il duca, sorridendo—ho un duello!… Accetti di essere il mio primo?

—Volentieri, ma il tuo avversario chi è?…

—È mia moglie.—Così dicendo il duca fissò di traverso i suoi occhietti grigiastri nel volto del giovanotto.

—La duchessa Maria?

—Pur troppo.—E Prospero Anatolio, vedendo che l'altro era soltanto maravigliato, cominciò a respirare più liberamente.

—Allora accetto—rispose Giorgio, il quale aveva capito adesso che cosa doveva esserci di nuovo.—Accetto; ma confessandoti che mi riuscirebbe più facile una requisitoria contro di te, che una difesa.

—Ti ringrazio della franchezza.

—Che posso fare?

—Maria mi accusa, e non vuoi saperne di ascoltare giustificazioni.

—Ma come ha scoperto?

—Chi sa? non s'è voluta spiegare.

—Che cosa ti ha detto?

—Ha cominciato e ha finito, dichiarandomi soltanto che oggi o domani al più tardi vuol ritirarsi a Santo Fiore.

—Bisognerebbe cercare di persuaderla che si è ingannata o che è stata ingannata. La cosa per altro mi sembra difficile.

—Per ciò appunto sono qui a seccarti. Tu dovresti dire a Maria che io non sono… che lei non è… quantunque alcune apparenze abbiano forse potuto far supporre che fra me e quella signora… insomma, mi capisci?…

—Già, già; ho capito.

—E poi…

—E poi? Che cosa?

—Tu dovresti farle notare che il suo disegno è sconveniente sotto ogni rispetto. Per un dubbio soltanto, ella non ha diritto di allontanarmi dalla mia famiglia.

—È vero. La duchessa non può sapere fin dove arriva la tua… cioè la sua…—Giorgio adesso si trovava impacciato, anche lui, a spiegarsi chiaro.

—In secondo luogo—ripigliò il duca—con un tale procedere ella darebbe aiuto ai pettegolezzi e ne potrebbe venire uno scandalo.

—Tenterò di convincerla, e davvero sarebbe il minor male per tutti; ma non avresti qualche altra persona più influente di me?

—No; perchè lo zio, il conte di Santo Fiore, capirai, non mi conviene di metterlo a parte… di adoperarlo in codesto affare.—

—Certo non sarebbe opportuno; tenterò io.

Il conte Della Valle era buono: Prospero Anatolio aveva bisogno di lui, e ciò bastava perchè questi ottenesse l'indulgenza del giovanotto.

—Quando credi che io vada dalla duchessa?

—Anche subito, non c'è tempo da perdere.

Si concluse che il d'Eleda si sarebbe fermato là ad aspettar le novelle.

Come quell'altro aveva fatto prima, adesso anche Giorgio, durante la corsa, studiava tranquillamente il suo piano, non immaginandosi certo di quante commozioni doveva essere feconda, per la povera donna che gli voleva bene, quella visita così inaspettata.

Appena Lorenzo annunziò il conte Della Valle a Maria, ella si fe' pallida in volto e tutto il sangue le corse al cuore. Pensò di non riceverlo, ma poi riflettendo che in tal caso egli sarebbe tornato, disse a Lorenzo di farlo entrare.

Uscito il servo, sedette per meglio nascondere il tremito convulso da cui era presa; le bastò un minuto per padroneggiarsi, per ricomporsi, e quando Giorgio fu innanzi a lei, la sua voce era tranquilla, la sua mano era ferma. Il giovanotto trovò Maria mutata,—diversa dal solito—la trovò più sostenuta, e, quando egli disse la causa di quella sua visita, fu costretto a notare in lei un vivo malcontento.

—Se io vi parlo di ciò, lo faccio perchè ne fui pregato da Prospero e perchè sentirei di essere per lo meno sconoscente se mi tenessi estraneo a quanto succede nella vostra famiglia.—Giorgio, a mano a mano, sempre più accalorandosi, fece la sua brava difesa, tentando tutti gli argomenti. Parlava col cuore ed era eloquente, perchè in lui la sicurezza di fare un'opera buona suppliva il difetto di convinzione. Maria non parea persuasa, e neanche commossa; ma dentro di lei c'era un cozzo di affetti, una battaglia angosciosa, indescrivibile. Giorgio le inondava il cuore di una gioia suprema, rivelandosi come lo aveva sognato, onesto, nobile, generoso; ma, nel confronto ch'era costretta a dedurne fra lui e suo marito, confronto che terminava coll'essere troppo favorevole al cugino, la coscienza, giudice severissimo, le faceva scontare quella gioia, rimproverandola, quasi fosse una colpa.

Perchè mai lo aveva fatto Iddio così buono, così diverso da tutti gli altri?… Se invece di difendere con tanto calore suo marito, egli lo avesse accusato tentando di volgere in suo pro la collera della moglie tradita: se invece di confortarla al bene, avesse tentato di sedurla al male, allora… oh, allora, infranto l'ideale, il suo cuore avrebbe riavuta la pace.

Senza menomare i meriti del conte Giorgio, non era Domeneddio che lo faceva sublime; era la donna innamorata, che lo pensava tale in cuor suo. Maria non rifletteva nè punto nè poco, che tutto quel nobile disinteresse nasceva anche dall'indifferenza medesima di Giorgio per lei.

Intanto, mentre la duchessa d'Eleda imparava a sue proprie spese quanto la passione fosse potente, sarebbe stata più proclive di certo all'indulgenza verso il marito s'egli non l'avesse offesa di nuovo andando a scegliere appunto il conte per suo intercessore. Essa gli aveva pur confessato di amarlo e di volerlo fuggire; perchè dunque lo adoperava in quel modo?… Era una derisione o una sfida?

—Scusate, conte—disse interrompendolo a un tratto—scusate, ma non c'intendiamo, mi sembra. Voi, come mio marito poco fa, alludete a cose estranee del tutto, che non influirono punto sulla risoluzione che ho dovuto prendere.

—Nulla di meno…

—Vi prego, dite a Prospero che vi faccia conoscere, s'egli crede di poterlo fare, la cagione, la vera cagione per cui gli ho detto che volevo ritirarmi a Santo Fiore; altrimenti, credetelo, nemmeno noi due non potremo intenderci.

—Riporterò al duca le vostre parole; ma vi assicuro, credevo di godere più influenza presso il vostro cuore.—E un po' indispettito e mortificato, Giorgio era lì per uscire, quando sulla porta, voltatosi per salutarla, vide gli occhi di Maria pieni di lacrime. Prestamente le ritornò vicino e prendendole tutte e due le mani, con leggera violenza, gliele strinse, baciandole:

—Vi supplico… siate buona… non vi ostinate nel mentire con me; non mi volete forse più bene?…—Lei?… Non volergli più bene?… Poveretta, se lo avesse potuto, si sarebbe attaccata stretta al suo collo, coprendo di baci quegli occhi che sapevano guardarla con tanta soavità.

—Voi, sempre buona—insisteva Giorgio Della Valle—vorreste essere oggi implacabile?

—Vi ho già detto, conte, ciò che dovete ripetere a mio marito.

La duchessa d'Eleda si era fatta di ghiaccio: la commozione, le lacrime erano cessate ad un tratto; ma non mai, come allora, aveva capita la necessità di fuggire.

—Chi spiega le donne?—pensava Giorgio Della Valle, ritornandosene a casa.—Ieri pareva una sorella per me, ed oggi non mi può soffrire. Se veramente fosse stata un'amica, non avrebbe fatti tanti misteri, nè avrebbe mantenuto tutto quel sussiego. Per dire la verità, ella pareva molto offesa, ma poco addolorata. Ci sarebbe dubbio che avesse anche lei più orgoglio che cuore?

—Dunque… fiasco?…—domandò Prospero Anatolio, quando lo vide entrare con una faccia che non lasciava sperare nulla di buono. Prospero, adesso, sapeva fingere con Giorgio abbastanza bene; ma era rimasto là ad aspettarlo con mille sospetti e mille inquietudini nel cuore. Egli vedeva a mano a mano farsi sempre più grave la propria imprudenza e il rischio sempre maggiore. Cominciava a dubitare della lealtà dell'amico, della fedeltà di sua moglie, e si sentiva meno sicuro: ci fu un momento nel quale aveva pensato d'interrompere quel colloquio troppo pericoloso e forse lo avrebbe anche fatto se Giorgio avesse tardato ancor a ritornare.

—Fiasco… irreparabile.

—Come ti ha ricevuto?

—Mi ha ricevuto trattandomi in un certo modo, con una sostenutezza quasi diffidente, che accresceva la scabrosità dell'argomento.

—Almeno le hai potuto parlare?

—Cioè, ho cominciato; ma lei non mi ha lasciato finire, concludendo in poche parole, che non potevamo intenderci se tu prima non mi dicevi il vero motivo per cui essa vuol partire, e vuol partire subito; e che del resto… non ha nulla da perdonarti!

—Ah! Ah! Va bene; va bene.—E suo malgrado, Prospero Anatolio arrossì fino al bianco degli occhi.

—Dimmi la verità, c'è sotto forse qualche altra cosa che non mi hai raccontato?

—Che!… scuse, pretesti, e niente altro!—Ti ringrazio, intanto, dal profondo del cuore—continuò il duca—per la seccatura che ti sei presa; Sei buon testimonio che io volevo usare la persuasione, l'amorevolezza; ma, vedendo, che con ciò non si riesce, cambierò metodo. A conti fatti, il padrone sono io.

—Non dimenticare peraltro che tu, con tua moglie… sarai sempre dalla parte del torto.

—Chi lo dice?

—Tutti.

—Chi mi ha veduto?

—Nessuno.

—Dunque, calunnie.

Ma nonostante tutte le proteste, le minacce, la collera di Prospero Anatolio, la duchessa Maria, rimasta inflessibile, partì il giorno dopo per Santo Fiore, sola con Lalla e con miss Dill; ed egli, benchè contro genio, questa volta dovette pur riprendere la vita di scapolo.

—No, quella donna non mi ha mai amato, come non ama quell'altro, come non amerà mai nessuno, nemmeno un Santo che volesse dannarsi per lei! Non ha sangue nelle vene, non ha che orgoglio—pensava il duca d'Eleda la prima notte che si trovò solo nell'ampio letto matrimoniale, mentre non era capace di pigliar sonno. Inquieto, perduto in quell'imbroglio di trine e coperte, fu preso da un senso di malinconia; in quel silenzio uggioso la cabaletta di un Ernani ubriaco gli riusciva gradita dapprima, come voce amica che lo confortasse nel suo isolamento, e poi finiva, indispettito, col diventare invidioso di quella volgare e spensierata allegrezza. Allora, rannicchiandosi, si tirava le coltri fin sopra la faccia e là, solo solo sentiva di aver freddo. Ma, così raggomitolato nel talamo deserto, mentre il suo corpo a poco a poco si riscaldava, si riscaldava anche la sua fantasia e volgeva a più miti pensieri verso la moglie; egli stesso era pur costretto a riconoscerlo: in quella donna si era rivelato un carattere singolare.—Quanto orgoglio, quanta dignità, quanta fermezza!—Come tutti lo avrebbero invidiato se una tal donna lo avesse potuto amare… una donna così rara e così piacente!… In quegli ultimi giorni, Il dolore, che ella voleva nascondere, l'aveva fatta ancor più pallida e ancora più bella. I suoi occhi profondi erano circondati da una tinta azzurra, cupa, che tradiva veglie angosciose e lacrime invano celate… Rosse le labbra, i bei capelli in disordine e… e il povero marito che la vedeva, in tutto quello scompiglio della vaga persona, disegnarsi viva nel suo pensiero, sentiva i nervi che martellavano, tormentato da tentazioni affannose.

E dire che quella donna era stata sua, là, in quel medesimo letto, accanto a lui; ma allora insensibile a tanta bellezza, sedotto da allettamenti volgari, egli aveva trascurata tutta quella dovizia di voluttà, di passione, ed oggi, oggi che ne capiva il valore, oggi l'aveva perduta per sempre. Per sempre?!… A questa idea credette di soffocare. Gittò con ansia le coperte dal letto e, puntellandosi coi gomiti, si alzò quasi a sedere: guardò intorno, balbettò senza volerlo il nome di lei, e poi con un movimento repentino del capo, fissò trasognato il letto vicino. Ma lì, dove altra volta egli vedeva le coltri fremer di vita, disegnandosi in leggiadre curve, ora quelle, disanimate, tese con una regolarità desolante, annunciavano il vuoto. La nicchia non aveva più la sua statua.

Gli pareva ancora di vederla: com'era cara in quel disordine, del quale egli pure aveva la sua parte di colpa! Egli che si svegliava sempre colla prima luce del mattino, si godeva a spiare la vaga dormente… I capelli biondi, disciolti coprivano quasi tutto il guanciale, disegnandosi in capricciosi errori attorno al collo e sulle spalle seminude. La bocca umida, le guance fatte rosee da una mite traspirazione… Ricordava ancora quel seno turgido e candidissimo che si rialzava ad ogni respiro. Vinto dalla seduzione di quelle memorie, Prospero Anatolio chiuse gli occhi e, piegandosi dove lo trascinava l'immaginazione sua riscaldata, fece l'atto col quale gli piaceva meglio di risvegliare la giovine sposa: Egli con un soffio leggerissimo usava smuovere prima i capelli dalla fronte di lei, poi i riccioli ribelli che le si torcevano sulla nuca moltiplicandosi: accarezzava col fiato quella bocca socchiusa, fresca, ridente, quel seno pulsante di giovinezza; e, in preda sempre alla irritante visione, egli la vide ancora una volta scuotersi con un fremito, aprire gli occhi, guardarlo trasognata; la vide arrossire, sorridere, gettare un grido di bambina, e poi, vergognosa, stringerlo colle bellissime braccia, nascondergli la testa sul petto, coprendogli il volto con una grossa onda di capelli. Ma tutto ciò gli appariva come in un sogno. Maria era sparita… sparita per sempre.

In preda a tanta follia di desideri, Anatolio si rivoltò smaniando nel letto e finì, senza volerlo, col buttarsi là, rannicchiandosi, dove avrebbe voluto la donna; la donna non c'era più, ma le coltri, le lenzuola, tutta insomma quella parte del letto esalava ancora il profumo della sua carne… un profumo caldo, acuto, inebbriante, che lo aveva involto, con fascini occulti, in quella frenesia convulsa e voluttuosa. Ansando, febbricitante, strinse allora, contro il petto villoso, il guanciale di sua moglie; lo baciò, lo morse e:—Mio Dio—balbettò—co… come so… sono infelice!

X.

Indice

Quel giorno, nel quale Maria volle partire, Firenze era gaia più del solito: godeva una bella giornata di primavera, quantunque si fosse ancora in febbraio. Ma quando la locomotiva uscì avvolta di fumo dall'alta tettoia, ove l'incessante frastuono di un mondo riboccante di vita dava l'ultimo addio ai viaggiatori; quando quel mostro di ferro, novello Mefistofele, gittate in alto il suo sibilo, e salutate

« . . . . le convalli Popolate di case e d'oliveti»

salì sbuffando e poi scese dall'alto declivio dell'Appennino, allora, si passò con brusca rapidità dal giovane Oriente—tepido e profumato—al freddo e ai ghiacci della vecchia Siberia.

Quanto freddo e quanta neve!…

Quel lenzuolo uniforme e bianchissimo tormentava l'occhio e intirizziva lo spirito. Correndo in quel pelago morto e ghiacciato si soffriva l'ansia del naufrago. Non un cespuglio verde, non un filo d'erba che vi rompesse l'uniformità monotona e desolante. Di lontano le case perdute nei campi, serrate dalla miseria e dal freddo, colle muraglie, per il riflesso della neve fatte ancor più tetre, parevano senz'anima viva. Gli alberi aridi, brulli, senza una foglia, screpolati, quasi scheletri immani imprecanti in quel vasto deserto. Non vi era cielo lontano, nè profilo di montagne, nè allegria di borgate dai vecchi castelli o dai nuovi campanili. Una nebbia umida e fitta chiudeva l'orizzonte, la locomotiva sembrava correre precipitando nel vuoto.

Lalla, poverina, sopportava i disagi con sufficiente coraggio. Dopo aver pianto disperatamente abbandonando il suo babbo, alla prima stazione aveva cominciata a ridere, alla seconda a mangiare e alla terza, stanca, si era addormentata.

Chi brontolava, chi sarebbe ritornata indietro, magari a piedi, chi non sapeva giustificare il capriccio della duchessa, era miss Dill.

Miss Dill, avvolta nella pelliccia, cogli occhiali verdi per ripararsi dal riflesso della neve, secca, gialla, grigia, rincantucciata, sepolta sotto i plaids, succhiava mandarini e inghiottiva bile. Finì anche miss Dill, come Lalla, addormentandosi: e quando, più tardi, all'ora solita del pranzo, la risvegliò lo stomaco vuoto, allora sognava appunto d'essere lei la padrona, Maria l'istitutrice, e di sfogarsi strapazzandola senza pietà.

La bella fuggitiva, invece, non dormì un minuto del lunghissimo viaggio. Immobile, con la testa piegata e con l'occhio fisso alla finestrella del carrozzone, sembrava assorta. Ma l'oggetto ch'ella guardava con tanto amore doveva essere raccolto nella sua mente, perchè da troppo tempo più non curava di levar via col fazzoletto l'umidità densa che appannava i cristalli.

Un'immagine, cara al suo cuore, la seguiva sempre in quella sua fuga: ella correva via a precipizio e traballava per l'urto e le scosse rapide del convoglio, pure non riusciva a fuggire del tutto. Ma quantunque vinta, era calma e sorridente: la battaglia era finita. Dopo lunghi giorni, dopo notti d'insonnia e di lacrime, trovava finalmente un'ora di pace.

Piegata la fronte, rassegnata, non aveva fatto ciò che il dovere le aveva imposto? La passione, che serpeggiava irritante nelle sue vene, era riuscita a soffocarla; l'uomo ch'ella amava tanto da sacrificare tutto per lui, l'aveva veduta fredda e indifferente; fuggiva il pericolo, e nulla nascondeva al marito… non era una santa, infine, era una povera donna: che cosa avrebbe potuto fare di più?… Doveva forse squarciarsi il petto colle stesse sue mani, per istrapparne via il cuore? No, Dio ha imposto alla creatura di vivere, oramai la vita per lei era il suo amore. Come, perchè ostinarsi in una lotta ineguale della volontà contro il pensiero? Quell'affetto non le consigliò mai una colpa, non le lasciò il retaggio d'un solo rimorso. Maria usciva intatta dall'incendio come l'amianto, non soffriva l'umiliazione, l'abbattimento di quelli che sono caduti, ma nella sua coscienza grandeggiava l'orgoglio supremo della vittoria; dunque? Dunque perchè combattere ancora, combattere sempre, dilaniarsi, per quello che era impossibile, quando, sola oramai, lontana dal pericolo, sicura di sè, poteva abbandonarsi, riposare serena, nelle care fantasie della mente? Ah! quell'ora di pace troppo a caro prezzo l'aveva guadagnata, e vi si abbandonò in ispirito e corpo. Allora chiuse gli occhi, incrociò le mani sulle ginocchia e, quasi un mistico velo l'avesse separata dal mondo, si raccolse tutta in sè stessa.

I sensi erano vinti e, ritornati all'assalto, sarebbero stati vinti ancora e sempre. L'uomo che si era impadronito di lei, adesso non faceva che prestar le sembianze alla cara immagine del suo sogno; l'amore non era sangue e carne, era pensiero: poetica, virtuosa, casta Maria lo avea idealizzato.

Sarà triste molto la vita, senza ricambio di affetti, sempre lontana, sempre là, sola; ma vi troverà ancora gioie profonde, vere, insperate. Dimenticare non avrebbe potuto, nè voluto allora, nè mai; però quel nuovo battesimo l'ebbe rassegnata e volonterosa.

Così solamente l'amore non era colpa, era virtù; non era debolezza, ma forza sublime, divinità segreta purissima: non più tormento e pericolo, ma consolazione e conforto.

XI.

Indice

Santo Fiore è un villaggio del basso Padovano: una contrada lunga e larga, dalla quale si diramano dieci o dodici viuzze più o meno deserte.

Colline non se ne vedono affatto, e le montagne si perdono lontane, sull'orizzonte.

Santo Fiore era il feudo dei conti di questo nome, e oggi ancora in barba allo statuto del regno, l'autorità dell'antica dinastia in quel villaggio ha salde le radici. Invece di reggere il piccolo popolo col cappellone dei carabinieri, i conti di Santo Fiore adoperavano due altri spedienti: il pane e il lavoro.

Quando il conte Giovanni, padre di Maria, venne a morire, suo fratello Eriprando lasciò Borghignano e fece la sua abituale dimora nel maniero, come egli lo chiamava ridendo, della pupilla, continuandovi da gran signore la filantropia che da secoli facea benedetta la nobile famiglia. Ma troppo presto per quei terrazzani Maria si fe' sposa, il conte ritornò per sempre in città, e allora Santo Fiore rimase sotto la giurisdizione di un segretario, il quale, naturalmente, non poteva largheggiare in opere buone, come avevano usato i padroni.

Da tutto ciò si capisce con quanta contentezza vi fu accolta Maria al suo ritorno. Fu accolta con una vera festa di popolo: una di quelle feste spontanee, sincere, espansive, dove non sono i questurini travestiti che dànno l'intonazione agli evviva, dove il telegrafo non raddoppia le chiamate al balcone e dove, finalmente, l'ispettore di pubblica sicurezza non trema che il consigliere delegato venga a sapere, dai rimproveri del prefetto, che al signor ministro parve quell'entusiasmo inferiore al prescritto.

Maria era stata ricevuta alla stazione dal parroco, dal sindaco, che era suo fittaiolo, dai ricchi e dai poveri del paese; e mentre saliva sul carrozzone del nonno, tutti volevano salutarla, facevano meraviglie e moine a Lalla che sapeva darsi una certa arietta, e cercavano di stringere la mano a miss Dill, che non avevano mai veduta, e che rispondeva con smorfie, trovando, nel suo sentire d'inglese, quel baccano di pessimo gusto.

Il cocchiere dall'antica livrea non era l'impettito auriga superbo, arcigno, pretenzioso, che anticipa dalla cassetta le borie di chi sta in carrozza; ma invece era un vecchietto gaio, lindo, arzillo, il quale aveva servito alle nozze del conte Giovanni e veduta nascere Maria. Anche lui, rimasto sempre a Santo Fiore, contento come una pasqua dell'avvenimento insperato, faceva andare i cavalli con un trotto limitato, ammiccando alla buona i conoscenti, che vedeva alle finestre, come per dir loro:—È qui, è venuta, è tornata finalmente, la padroncina!…—Maria aveva avuto un bel crescere, maritarsi e far figliuoli; il buon uomo la chiamava ancora, come l'aveva chiamata sempre,—la padroncina.—E ciò per la consuetudine di tanti anni, ma più forse, per un delicato riguardo che quel cuore onesto conservava alla defunta contessa, la madre di Maria, che nella rozza devozione del servo, anche morta rimaneva sempre la buona padrona che governava dall'alto su quella casa.

Luigia e Lorenzo venivano dietro in un'altra vettura, tutti e due storpiando un toscano sui generis col castaldo, che li guardava sbalordito e in soggezione.

Sui muri erano stati affissi in carte rosse, verdi, gialle, come gli avvisi dei teatri, sonetti e madrigali, composti dal figlio del segretario comunale, un ragazzotto pieno di genio, che aveva studiato nel ginnasio della vicina città; e alla sera poi la musica dei dilettanti suonò sotto il portico della villa il Miserere del Trovatore, un coro del Nabucco e la Stella confidente.

Ma poi, dopo quel baccano d'un giorno, non ci furono altri divertimenti a Santo Fiore; nè gli abitanti del piccolo villaggio potevano offrire a Maria un elemento ai colloqui piacevoli e alle possibili famigliarità. Il sindaco, il medico, il pretore, lo speziale erano tutte brave persone, le loro donne svelte e chiacchierone, ma non possedevano certo le qualità volute dall'indole fine e dai gusti aristocratici della duchessa d'Eleda.

La muta del filugello, la caccia, la veste o il ganzo di una comare, le novene e le recite dei Due Sergenti prestavano l'argomento a tutti i loro pettegolezzi, dal primo all'ultimo giorno dell'anno.

Però la distanza che separava il villaggio dal Palazzo dei Signori, era enorme, quantunque la duchessa facesse del suo meglio per accorciarla. Solo don Gregorio, il vecchio parroco, il maestro d'una volta e il confessore di Maria, era tal uomo che alla bontà dell'animo accoppiando una coltura non comune, riusciva l'amico diletto, la compagnia cara e cercata dalla giovane solitaria.

Ma don Gregorio era molto innanzi cogli anni; i mille acciacchi della vecchiaia lo tenevano prigioniero rassegnato tra i quattro muri della sua cameretta, ed era miracolo se qualche volta, quando la giornata era tepida, poteva trascinarsi fino al Palazzo. Per questo appunto la curia gli aveva concesso un coadiutore in don Vincenzo, pretucolo grasso, bracato e piaggiatore, il quale menava la vita facendo della mensa un altare, e dell'altare una mensa. Costui divenne lo spavento di Maria, con quel tabacco e con quel sudiciume!… Invece miss Dill, quantunque da buona inglese la propriety l'avesse sempre in bocca, sentiva per lui una grande predilezione. Ma il prete aveva il merito di darle sempre ragione; poi la inchinava, quanto gli permetteva la pinguedine, con ogni sorta di salamelecchi: e non appena vedeva entrare in chiesa quella figura bizantina, le mandava subito lo scaccino con una sedia imbottita ed uno sgabello per posarvi su i piedi; due piedi al doppio del naturale.

Anche Lalla lo vedeva di buon occhio, chè don Vincenzo era un ammiratore entusiasta della sua devozione, dei suoi talenti, della sua grazia; per altro lo derideva anche sovente, e si divertiva dal giardiniere e dal castaldo, contraffacendone la voce nasale, il collo torto, le cupide occhiate agli intingoli e lo scoppiettar della lingua contro il dotto palato.

Un altro che frequentava il Palazzo era Sandrino Frascolini, il figlio del segretario comunale, il piccolo Dante di Santo Fiore, e predestinato già, col tempo, a recitar lui la parte di uno dei Due Sergenti; ma anche con Sandrino, dopo le solite parole, se Maria avesse voluto continuare a discorrere, avrebbe dovuto rifarsi da capo.

I forestieri poi che arrivavano non avevano a litigar per il posto: il conte Eriprando, ammalato di gotta, non si poteva muovere; amiche, Maria non ne aveva, amici ce n'era stato uno soltanto, e non c'era più. Dunque era sola, sempre sola.

In quanto a miss Dill… la rigida signora, invece di uno svago era un incubo. Nata da ricca famiglia di commercianti, alcuni rovesci finanziari l'avevano ridotta a dover cercarsi un posto per vivere; a dover servire: ma orgogliosa e bigotta, alla sventura non si era piegata con rassegnazione. Esigente, dura con gli inferiori, era cavillosa nel difendere le proprie prerogative e piena di sospetti, di diffidenze verso i padroni. Confondeva la dignità colla superbia, e segretamente invidiava la signora fino a volerle male. Riceveva da lei un regalo?… la duchessa non riusciva mai a darglielo in modo da non aggravare il peso della sua condizione. Un giorno, forse sopra pensiero, Maria non trattava l'istitutrice con tutti i riguardi? Miss Dill allora preparava uno scoppio, e lo preannunciava con musi lunghi che duravano per settimane di seguito, e un dolor di capo tanto fastidioso e tanto incomodo per tutta la casa, da spaventare colla sola minaccia. Se Maria in quei giorni avesse aperto il pianoforte, bisognava non aver cuore per tormentarla così; se Lalla faceva i gradini della scala a due a due, era come sua madre anche lei, senza cuore. Maria, per distrarla, le ordinava di uscire in carrozza? Voleva ucciderla. Non la faceva uscire? Le negava di prendere una boccata d'aria. La passera mattugiola pigolava sulle finestre? Lorenzo, Ambrogio, dovevano correre con lo schioppo a spaventarla; ma se il colpo partiva, miss Dill cadeva in convulsioni.

La duchessa, certe volte, si trovava a due dita di perdere la pazienza; ma poi, stimando che quella ferrea natura e inflessibile fosse necessaria coll'indole vivace della figliuola, ne sopportava i difetti e le bizzarrie.

Lalla, malgrado le cure assidue della mamma, cresceva con un certo temperamentino da mettere un po' in apprensione. Maria era costretta a conservare sempre con lei una severità inalterabile, che impediva la tenerezza e la confidenza, mentre fra la signorina e la miss covava una guerra sorda, nascosta, ma altrettanto accanita. Uno dei maggiori difetti di Lalla era la simulazione; quella testolina capricciosa non era mai capace di dire la verità. Nei suoi trasporti infantili c'era sempre finzione od esagerazione. Esagerava il fervore delle pratiche religiose, la paura del castigo, le carezze che faceva alla mamma perchè le perdonasse i capriccetti e le scappatelle. E però, tutto ciò sommato, faceva sì che Maria fosse condannata alla più penosa solitudine: la solitudine nella famiglia.

A distrarla, o a consolarla, non contribuivano certo le visite, frequenti da principio, poi fatte più rare, di Prospero. In quelle occasioni tutti i preti del vicinato erano a pranzo al Palazzo. Miss Dill allora faceva la garbata con don Vincenzo, e Lalla, che ricominciava a sentir la smania di attirarsi l'attenzione del pubblico, aveva sempre pronto qualche digiuno, qualche fioretto alla Madonna, che la faceva ammirare, e quasi santificare in anticipazione, da tutti quei reverendi con la bocca unta.

Fosse per le forti attrattive del frutto proibito, o fosse anche perchè avesse finalmente aperto gli occhi su quel che era Haute-Cour, il fatto sta che il prurito della coniugale riconciliazione durava acuto, insopportabile, fra carne e pelle, al duca d'Eleda. Ma sua moglie, che lo accoglieva sempre colla più schietta cordialità, gli teneva chiusa tuttavia, e inesorabilmente, la sua cameretta; una camerettina elegante, profumata come il nido della capinera, dove, tra le spesse cortine, spuntava fuori un lettino breve, piccolo, tutto a pizzi e a ricami, un lettino candidissimo, da educanda; e il duca d'Eleda, che per quella cameretta avrebbe rinunziato con tutta l'anima a ben più vasti dominii, arrivato a Santo Fiore gaio e cerimonioso, ripartiva poi con un palmo di muso, borbottando il solito ritornello:—La maledetta non ha sangue; è una donna di ghi-ghi-ghiaccio!…

Allora, per vendicarsi o per distrarsi, ritornava più accalorato presso la Haute-Cour, lusingandosi che sua moglie notasse come a lui, spento il focolare domestico, riuscisse facile di riscaldarsi ugualmente.

Un'altra visita che Maria sopportava con rassegnazione era quella del marchese di Vharè. Costui, d'un marchesato un po' dubbio, aveva i suoi possedimenti nelle vicinanze di Santo Fiore, e a Borghignano teneva casa: dissipatore vizioso, l'inverno, anzi quasi tutto l'anno, egli viveva a Monte Carlo, e solamente quando la roulette gli faceva le corna, rimpatriava per cercare un'ipoteca o per vendere, affettando un disprezzo olimpico per la provincia e i suoi abitanti.

Non toccava ancora i trent'anni, eppure contava già molti debiti e parecchie di quelle avventure che in provincia appunto si chiamano scandali, e alla capitale des bonnes fortunes. Quantunque per altro egli fosse il babau dei mariti e dei padri, i buoni e pacifici borghesi provavano un senso di meraviglia e sgranavano gli occhi dinanzi al bel marchese apocrifo, elegante, freddo, epigrammatico, che in una notte, sulla rossa o sulla nera, sapeva perdere, senza tirare un accidente, qualche decina di mille lire, fossero magari dei creditori. Si sarebbero ben guardati dallo scontargli una cambiale: ma si compiacevano di essere con lui in buoni legami d'amicizia, e i pochi fortunati cui era concesso dalla sorte di dargli del tu, quasi se ne gloriavano, e incontrandolo per istrada lo salutavano con un ciao, gridato da un marciapiede all'altro, ciao, che suscitava invidie.

Contuttociò la gente per bene, che non mancava nemmeno a Borghignano, lo stimava secondo il merito; e primo tra quelli il conte Della Valle; tanto che ormai tra di loro un po' di ruggine c'era, e davvero fu un contrattempo che Giorgio lo incontrasse a Santo Fiore.

Ormai otto o nove mesi erano scorsi dall'improvvisa partenza di Maria, e Giorgio non l'aveva più riveduta e anche le notizie gli mancavano affatto; egli le aveva scritto, ma senza averne risposta. Sua zia, la Castiglione, aveva sempre l'incarico di salutarlo e di ringraziarlo da parte della duchessa d'Eleda.

Questo silenzio gli pareva troppo nuovo per non recare anche un po' di meraviglia oltre al dispiacere. Maria alla fine era stata per lui come una sorella e gli era cara come una sorella.—Che cosa mai le ho fatto—pensava Giorgio—per essere trattato in tal modo? Sarò stato forse troppo vivace nel difendere Prospero; ma doveva capire che parlavo sempre a fine di bene. Basta, andrò a Santo Fiore, e Maria dovrà spiegarsi.—E allora, dovendo egli recarsi a Venezia, per un congresso del Comitato operaio, pensò di fermarsi a Santo Fiore.

Maria era nel salotto col marchese di Vharè, quando, prima ancora che Giorgio le fosse annunziato, udì la sua voce: balzò in piedi, corse quasi fino all'uscio; ma intanto che Lorenzo, precedendo il conte, ne diceva forte il nome con quella intonazione particolare di voce colla quale i servi affezionati annunziano una visita che sanno gradita o inaspettata per i loro padroni, ella ritrovò la forza di ricomporsi. Si mostrò gentile col nuovo arrivato; ma lo fu molto più del solito col marchese di Vharè, che non aveva notata la commozione della sua ospite, costringendolo a fermarsi pel pranzo; cosa che spiacque a Giorgio moltissimo.

Egli se ne stava ancora mezzo imbronciato, quando il rumore di due o tre usci sbatacchiati con violenza, gli fece indovinare la venuta di Lalla. Lalla, infatti, entrò poco dopo nel salotto, correndo, saltando com'era avvezza; ma appena vide il marchese di Vharè si fermò come interdetta, arrossì vergognandosi, ed ai rimproveri della mamma per quel precipizio, balbettò qualche scusa, mentre gli occhi lucidissimi e il mento tremante mostravano che le lacrime erano lì lì per spuntare. Il Vharè, per difenderla e per confortarla, la prese, chiudendola fra le ginocchia, e le chiese un bacio. Lalla abbassò allora la testolina forte sul petto, e fece un po' di resistenza prima di cedere al marchese, che con due dita le rialzava lo scaltro visetto, per baciarla sulla bocca; ma, nonostante la resistenza fatta, quando le labbra del giovane toccarono le labbra della bambina, la piccola bocca non restò ferma sotto quel bacio, e lo ricambiò con un sussulto di tutto il corpicino. La crisalide era in via di trasformarsi in farfalla, e le alette, sebbene allora piccolissime, fremevano impazienti di sciogliere il volo.

—Guarda, Lalla—disse Maria dolente per il Della Valle che non si vedeva notato dalla bambina;—guarda chi è venuto a trovarci, il tuo buon amico Giorgio. Da brava, sii gentile, dagli un bacino…

Lalla rispose appena con un'alzata di spalle.

—Non mi riconosci più?—le domandò Giorgio un po' seccato.

—Lalla, su via, obbedisci!—replicò Maria vivamente. Lalla abbassò la testina un'altra volta, allungò il musino, ma non si mosse.

—Quando vi dovete mostrare così ineducata—esclamò Maria in collera più di quanto avrebbe voluto esserlo—ritornate subito subito da miss Dill.—Lalla corrugò le ciglia con un atto comicamente feroce, e opponendosi con mal garbo a Giorgio, che voleva trattenerla, corse via dal salotto.

—Perchè tormentarla, povera piccina?—disse il Vharè alla duchessa.

—Piccina, non è poi tanto piccina. Va per gli otto anni, presto.

Il marchese sorrise…. il perfido marchese che avea lasciate forti impressioni nel cervellino di Lalla.

In una delle sue gite a Santo Fiore, Prospero Anatolio aveva parlato lungamente colla duchessa, a proposito del Vharè. Lalla che da un'ora era occupata nel ritagliare le belle signore del figurino, era là interamente dimenticata dal babbo e dalla mamma, nascosta dietro a un tavolino coperto di fiori e di libri ammonticchiati, e, a poco a poco, la sua attenzione si sviò dalle belle signore e fu invece tutta assorta nei discorsi del duca Prospero Anatolio, dopo aver parlato dei debiti del marchese, raccontava le sue avventure amorose, e tra le altre, il tentato suicidio di un'attrice celebre, la Mirette Croix, gelosa della baronessa Poloniski, sua rivale fortunata.

Il racconto piacque tanto alla piccina, che essa da quel giorno scelse il marchese di Vharè per suo sposo, e fu il principe Incantevole di tutti i suoi castelli fabbricati in aria. Però, quando egli era in villa dalla duchessa, e passeggiava in giardino, Lalla prima lo spiava nascosta: poi, tutto ad un tratto, gli appariva dinanzi rossa e balbettante. Quel giorno, durante il pranzo, se Maria e Giorgio le avessero badato, avrebbero veduto il suo visino pallido, cogli occhi grandi, fissi, incantati nel bel parlatore. Ma invece quel giorno Maria avea ben altro nel cuore, e Giorgio era troppo irritato per poter badare a simili bambinate.

Giorgio non poteva lagnarsi di nulla: ma ciò non impediva ch'egli fosse malcontento di tutto, e che si trovasse a disagio. Accolto con festa, capiva tuttavia di essere diventato straniero in quella famiglia, e quando egli disse di voler partire la mattina dopo, non fu adoperata alcuna insistenza per trattenerlo di più. Anche l'intimità che vedeva concedere ad un uomo per lui disprezzabile, senza reputazione e senza carattere, com'era il marchese di Vharè, lo irritava, mentre cominciava a essere infastidito dalle durezze e dalle impertinenze di Lalla, che non gli avea perdonato d'esser egli la cagione, sebbene involontaria, del castigo ricevuto.

Dopo il pranzo, la serata fu tutta a beneficio del Vharè, che sorretto da un eccellente Bordeaux-Lafitte era riuscito a dimenticare le prossime scadenze e a fare dello spirito: mentre Giorgio annoiato, arrabbiato, aveva perdute tutte le buone intenzioni di spiegarsi con Maria e di riprendere l'intimità di una volta, così che quando, partito il marchese, egli si trovò solo colla duchessa, non iscambiò con lei altro che i soliti complimenti.

—Dunque volete proprio partire domattina?

—Sì, signora duchessa, col treno delle otto.

—Col treno delle otto? Così presto? Non potreste aspettare dopo colazione?

—Ne sono spiacentissimo… è assolutamente impossibile!

Di faccia all'impossibilità non si fecero altri tentativi, e Maria salutò la sera stessa il suo ospite.

—Per Dio, ho fatta una bella gita quest'oggi!—esclamò Giorgio, dando libero sfogo al dispetto, per tanto tempo trattenuto, dopo di essersi rinchiuso, solo, nella sua camera.—Metteva proprio il conto che sacrificassi una giornata di Venezia, per ottenere di questi bei risultati—e, così dicendo, buttò lontano una scarpa che si era levata.—Mah! Le donne?… chi capisce le donne, è bravo davvero! E Lalla?… com'è viziata quella sciocchina!—A questo punto la seconda scarpa raggiunse la prima.—Infine, se Prospero non ha ragione, non ha neanche torto; Maria è senza cuore. In tutto il giorno trattò me, che conosce da vent'anni, come fossi il primo venuto; mentre era tutta smorfie e garbatezze per quel barattiere, per quel marchese da burla, impertinente e sfacciato… Sacripante! ho rotto l'orologio!—Giorgio, dopo essersi spogliato dell'abito, s'era messo a caricare il suo remontoir; ma, accompagnando ogni giro con un movimento nervoso delle dita, terminò a questo punto d'ira crescente, col rompere la molla.

—Sapristi!… Prima che capiti un'altra volta a Santo Fiore, deve passare molto tempo!—borbottò,—No, no, lascio libero il campo al bel marchese!… Ma… ora che ci penso, non ci sarebbe pericolo ch'egli fosse più innanzi con la duchessa di quanto si crederebbe?… L'occasione fa l'uomo ladro; la solitudine, la donna facile!… Che! che! nemmen per idea!… Maria non è altro che un pezzo di ghiaccio!—e così concludendo, il giovinotto, ormai svestito, si cacciò in letto, spense il lume, e ben presto si addormentò.

In tutta quella notte chi, passando dal Palazzo dei Santo Fiore, avesse alzato un po' il capo, avrebbe veduto una finestra illuminata. Come mai? Non c'erano nè poeti nè ammalati là dentro, e faceva un tempo così tranquillo, con una brezzolina fresca d'ottobre, da conciliare il sonno anche alle stelle del firmamento.

Chi vegliava, dunque, in quella stanza, e perchè vegliava?…

Quella era la cameretta di Maria… Povera Maria!

La mattina dopo, prima delle otto, il conte Della Valle era già sceso nel cortile del palazzo e, pronto per partire, accendendo il sigaro dinanzi alla carrozza che doveva condurlo alla stazione:

—La signora duchessa dorme ancora, certamente?—domandò al servitore che gli teneva aperto lo sportello.

—No, signor conte. La signora duchessa è uscita a cavallo.

—Sola?—domandò meravigliato.

—Sola, con Lorenzo.

—Esce di frequente la mattina?

—Quasi sempre, ma molto più tardi.

—Uhm!… poteva almeno fermarsi per salutarmi,—pensò Giorgio tra sè; e montò in carrozza, accomiatandosi più annoiato che dolente da Santo Fiore.

Appena chiuso nel suo coupé, dove per fortuna si trovò solo, accese una spagnoletta, e, quando il convoglio partì, abbassò i cristalli, aspirò con voluttà l'aria fresca balsamica del mattino, ammirando le praterie verdissime, che passando dinanzi ai suoi occhi parevano descrivere dei semicerchi.

—Oh, bella! guarda la duchessa!—esclamò a un tratto levandosi e sventolando il fazzoletto fuori dal carrozzone.

—To', to', to', il Vharè è con lei?… solo?… A quest'ora? ma dove diamine hanno lasciato Lorenzo?—e il giovane rimase meravigliato di quell'incidente persuadendosi a dispetto del suo ottimismo che l'intimità di Maria col marchese era, per lo meno, eccessiva.

Infatti, sopra un poggio, dietro un filare di platani. Maria e il Vharè, a cavallo, aspettavano il paesaggio del treno. Pareva che là a cavallo tutti e due, tutti e due soli, in quell'ora mattutina si fossero dati una posta; ma invece il loro incontro non era che l'opera innocente del caso.

Quel poggio che si chiamava appunto il Poggio dei platani, era adiacente ad una delle fattorie del marchese, dove questi si era recato assai di buon'ora con due periti per fare una stima.

—Ohè! la corsa!—esclamò un di loro, quando udì il rumore sordo, monotono che la precede.

—Sicuro; è l'omnibus di Venezia.—Così dicendo il Vharè puntò lo sguardo per vederlo passare; ma vide invece Maria, che a briglia sciolta saliva l'erta e penetrava, nascondendosi al di là del Poggio dei platani.

—La duchessa? Aspettate un momento, vado e torno,—e l'incorreggibile vagheggino, ch'era pure a cavallo, in due galoppate l'aveva raggiunta.

Maria non avrebbe potuto lasciar partire a quel modo il conte Della Valle senza prima concedere a sè stessa di rivederlo ancora, un'ultima volta.—Lo aspetterò là, al Poggio dei platani,—aveva detto tra sè, e con questo patto trovò un po' di sollievo. Ma adesso, a mano a mano che quel punto nero s'ingrandiva avvicinandosi, un timore, ch'era un'angoscia, le strinse il cuore; e quando quel punto nero diventato un mostro gigantesco, velocemente attraversava la via, il suo timore si mutava in una preghiera appassionata, fervente.—Fate, mio Dio, fate ch'io possa rivederlo, rivederlo ancora per un'ultima volta;—e Iddio, commosso a tanta virtù e a tanto amore, esaudì la poveretta.

—Eccolo! è lui! addio, addio, Giorgio, addio!

—Duchessa, i miei complimenti! La sua apparizione mi fa pensare a

Diana, e al bel tempo antico!

—Ah!… lei, marchese!… mi ha fatto paura!

Il Vharè lo credette e spiegò colla paura il tremito, il rossore, il seno palpitante di Maria. Lorenzo, i due periti, i contadini, rimanevano intanto nascosti dietro una siepe, nella prateria sottoposta: ecco in qual modo la duchessa d'Eleda e il marchese di Vharè apparvero a Giorgio soli, riuniti come a un ritrovo.

Il fatto però, nemmeno per caso, non si ripetè più, nè poteva ripetersi: il Vharè, terminati gli affari, ripartì subito per Monte Carlo, e per molto tempo non ritornò a Santo Fiore. Il conte Della Valle, invece, non si rivide mai più. E questo avvenne per due perchè: perchè glien'era passata la voglia col primo viaggio, e perchè poco dopo, a cagione delle lotte elettorali, si ruppe fra lui e il d'Eleda la buona amicizia.

Fu Prospero Anatolio che ne scrisse alla moglie, contentissimo in cuor suo che un tale incidente la allontanasse da Giorgio. Il marito era sempre sicuro, ma così si sentiva ancor più tranquillo.

Per altro, anche separato da tanti e insormontabili ostacoli, il cuore di Maria era sempre vicino al giovane amato. Il suo era l'affetto di amante e di madre, un affetto che doveva proteggerla nella vita come la preghiera di un angelo.

Tutte le sere Maria aveva un'ora di felicità quando, chiusa nella sua cameretta, leggeva e rileggeva tutti i giornali che parlavano del conte Della Valle, che ne lodavano l'ingegno e il carattere, e se di tutto ciò insuperbiva il sentimento della donna, vedendolo così assorto nel lavoro e nell'affetto del paese, sperava senza confessarlo a sè stessa, sperava la povera gelosa, che non un'altra donna, ma la patria, la patria sola, avrebbe riempito tutto il suo cuore… e allora, dopo tanti dolori e tanto ritegno, finalmente dava l'aire ai pensieri, che, liberi, volavano al suo ideale dorato.

Il conte Della Valle, d'animo forte e coraggioso, ripudiato l'egoismo istintivo, gretto, pauroso della sua casta, si affermava da uomo, com'era stato da giovane, sinceramente liberale.

Non voleva sapere di pregiudizi, di privilegi e di clericaglia più o meno moderata, e aveva scritto nel cuore Roma o morte!… sante parole, ch'egli ricordava più tardi come un conforto, quando faceva molta poesia anche a proposito dell'Italia irredenta.

Insomma Giorgio Della Valle era un rosso; nome col quale si distinguevano allora tutti coloro che più tardi vennero detti radicali; e Maria, sebbene cresciuta in un ambiente tutt'altro che rivoluzionario (anzi la bella duchessa era stata fin allora un po' codina…), a poco a poco, in quelle sere, diventava una rossa anche lei…

XII.

Indice

Sédan s'era già resa; a Porta Pia era stata aperta la breccia; era caduto l'impero Napoleonico; era finito il potere temporale… e in tutta questo gran rumore di avvenimenti il duca d'Eleda aveva perduto la testa e l'equilibrio. Soffriva di vertigini e chiudeva gli occhi, come li chiude il fanciullo impaurito dal bagliore di un lampo, quasi aspettando, da un momento all'altro, il fulmine che doveva scoppiare. Così, a occhi chiusi, il deputato di Borghignano in ogni città vedea la Comune e, dietro le spalle, sentiva gli ultimi crociati discesi per la restaurazione del trono papale. Ma, come appunto quel fanciullo di prima, trovatosi illeso dopo lo scoppio, riapre gli occhi, si guarda intorno e respira confortato, così anche Prospero Anatolio, veduta passar la Comune senza trascinar l'Italia con sè e Vittorio Emanuele salire il Campidoglio senza che la cristianità valicasse le Alpi, pur sempre maledicendo, in pubblico, al partito d'azione, si persuase, in cuor suo, come i clericali potessero vivere ancora e meglio in Italia, che in un altro paese, e non solo vivere, ma chi sa, governare… un dì o l'altro.

Passato dunque il periodo più minaccioso, nel suo animo tornarono a galla le personali aspirazioni e ritornò alla Camera col proposito di nuove audacie. Protestò contro i fatti compiuti; ma poi, quando l'arcivescovo di Borghignano volle ch'egli desse un salutare esempio col rassegnare il mandato, il duca d'Eleda, benchè duca, fece orecchie da mercante, ripetendo il ritornello!.—Bisogna restare sulla breccia, bisogna sacrificarsi alla causa.—Rimase, e fu l'Orlando delle guarentigie. Per un momento, allora, egli ritornò in auge, e un'altra volta ebbe le sue giornate, se non di gloria, almeno di notorietà e nelle elezioni generali la candidatura del vecchio deputato di Borghignano, sostenuta dai neri del vescovado e dell'aristocrazia, trionfò di tutti gli altri colori.

Il 27 novembre 1871 il re d'Italia inaugurava in Roma il Parlamento, e a Roma Prospero Anatolio, che aveva giurato con restrizioni mentali, trovò buon terreno per i suoi cavoli.

Tra quei principotti rimasti fedeli al Vaticano, egli recitava la parte del Cittadino di Gand alla rovescia, acquistandosi una qualche importanza coll'autorità dei milioni, dell'influenza politica e dei titoli. Nè gli amori con Renata, venuta a Roma anche lei colla capitale, amori, che la vanità reciproca aveva resi pubblici in Roma, come già erano a Firenze, valsero, in quell'ambiente di corruzione pretina, a farlo scapitare nell'opinione dei più.

Prospero Anatolio non si vide in tutto l'inverno a Santo Fiore, e per parecchio tempo, contento della nuova vita, non fece alla moglie che rarissime improvvisate e sempre di sfuggita. La bellezza di Maria turbava ancora, in qualche notte di veglia, il sistema nervoso del duca; ma appunto, siccome le sue preghiere non riuscivano a commuoverla ed il suo male, dopo tali incontri, soffriva di recrudescenza, così, anche per rispetto all'igiene, diradò le visite.

Si faceva invece sempre più frequente e più tenera la corrispondenza con Lalla, la quale prodigava al babbo un'affezione morbosa, accompagnata da un grande sfoggio di espansioni. Era nell'indole della signorina di supplire colle apparenze esteriori a ciò che in fondo le mancava: un sentimento sincero; e però, quanto la mamma era fredda e ritenuta, altrettanto alla figliuola piaceva dimostrare calore e gaiezza: il contrapporsi era il suo gusto maggiore, e tanto più se poteva contrapporsi a sua madre.

E forse non le importava neppure di fare più così che così; l'essenziale era che tutto il paese sapesse ciò che faceva.

Il suo pubblico non poteva essere molto ammodo, ma la piccola donnina esordiente nella commedia della vita, faceva ogni sforzo per istrapparne gli applausi. Non era in età da suscitare intorno a sè rumore d'ammirazione o di scandalo; non avrebbe potuto dominare la moda, nè farsi eroina d'un dramma o d'un romanzo sentimentale; peraltro i suoi trionfi se li cercava e se li guadagnava. Una volta ebbe la soddisfazione di essere citata dal pergamo ad esempio delle giovinette per l'affetto figliale, per le sue penitenze e per i suoi digiuni, con un brano di ghiotta e ben digerita eloquenza che guadagnò a don Vincenzo i rimproveri della duchessa, una lavata di capo da don Gregorio, e le smorfie affettuose dell'istitutrice.

Lalla, come non somigliava punto alla duchessa nel viso, così ne differiva nell'animo. Ella era il carattere stesso del duca: lo stesso egoismo, e la stessa leggerezza.

Come Prospero davanti a sua moglie, così anche Lalla provava una certa soggezione davanti a sua madre. L'occhio limpido di Maria penetrava, scrutatore molesto e importuno, nella mente e nel cuore della giovinetta; e costei, che si sapeva sicura contro tutti gli altri, sotto quello sguardo si sentiva dominata e, con un certo dispetto, capiva che a sua madre non avrebbe mai potuto darla ad intendere.

Il marchese di Vharè, il Principe Incantevole dei suoi primi sogni, essa lo aveva messo da parte. Nel paese c'era un altro bel giovanotto, non nobile e meno ricco (era figliuolo del segretario comunale); ma poeta e filodrammatico; il genio di Santo Fiore.

A Sandro Frascolini la gente gli contava le amanti a dozzine. Tutte le più leggiadre ragazze erano sue innamorate; perfino la bellissima Ottavia, la bellezza regina, si comprometteva per lui, cosa che faceva intisichire la moglie del sindaco: e Lalla ebbe per Sandrino un capriccetto.

Lalla, nei suoi quattordici anni, non era bella, ma aveva quel tutt'insieme che è più pericoloso di molto, perchè è più raro della bellezza.

La piccola duchessina aveva i capelli maravigliosi che a giorni, stranezza, tendevano quasi al biondo, a giorni pareano castagni; e la stessa mobilità negli occhi, che passavano dal cinereo al verde cupo; languidi, appassionati, ingenui, modesti, ora saettavano lampi, ora non esprimevano altro che la più timida verecondia.

Snella, magra, di una magrezza flessuosamente voluttuosa, pareva, per l'eleganza del corpo, meno piccola di quanto era realmente. Solo le braccia aveva grassocce e belle con due fossette ai gomiti. Di quelle sue braccia, di quelle fossette, Lalla pareva innamorata, stava ore e ore a sedere sul letto, in camiciuola; piegandole, stendendole, ripiegandole, per ammirarne i contorni e l'azzurro pallido delle vene; poi si cacciava sotto le coltri baciandole con trasporto e con passione; come baciava la bianca Musette, la sua cagnuola cara, che spesse volte si udiva guaire fra le strette nervose della padroncina.

Dunque Lalla, pur non essendo bella, poteva piacere assai, e il giovane Frascolini co' suoi vent'anni e con la conoscenza della vita che s'era procurato, mercè una lunga serie di associazioni alle Letture amene, ne rimase presto ammaliato.

I due giovani, nei primi incontri, non avevano sentito il sussulto arcano, il turbamento foriero delle grandi passioni. Niente affatto. Sandrino entrava in palazzo quasi ogni sera, per lo più con don Vincenzo, e si fermava nel tinello colle cameriere che lavoravano in bianco, col Castaldo, e col vecchio Ambrogio. La sala dove stavano le padrone era vicina al tinello, tanto che sovente ivi giungevano le voci dell'allegra brigata e allora molte volte, quando si udiva anche la voce di Sandrino, Lalla e Maria, colla famigliarità solita di chi sempre vive in campagna, andavano di là per pregare il giovane di qualche commissione od anche soltanto per scambiar due parole. Miss Dill, invece, non si faceva vedere in tinello se non c'era don Vincenzo, e uscivano insieme a passeggiare sotto il porticato, o lungo i viali. Il Frascolini, se ci teneva non poco alla sua professione di spasimante, in tutta il resto era un giovane di criterio. Egli non avrebbe neppure sognato che la duchessina potesse diventare sua conquista, o lui viceversa: tranquillo, economo, regolato, tutta l'ambizione la aveva riposta nei Due Sergenti, tutto lo scopo della sua vita era quello di poter diventare segretario comunale, quando suo padre fosse stato messo a riposo, come suo padre lo era stato dopo suo nonno. In quanto alle sue avventure amorose, la cronaca lo faceva più scapestrato che non fosse in realtà: cominciava solo adesso a filare il perfetto amore colla bellissima Ottavia, lusingato da lei; da lei spronato a fare il salto del Rubicone: cioè ad invadere le Provincie appartenenti al proprietario legittimo. Ma il ragazzo tentennava, misurava il fosso e le gambe, e ancora non si era risoluto al gran passo. Santo Fiore in quei giorni era stato colpito da una sventura; il fuoco aveva distrutto alcune casupole di contadini, lasciando nella più squallida miseria molte famiglie. Le pubbliche calamità sono la fortuna dei filodrammatici, e a Santo Fiore si potevano contare le disgrazie succedute in un certo periodo di anni, dal numero delle repliche dei Due Sergenti. Quell'incendio capitava propizio. Aveva fatto chiasso, la stagione era buona, c'era da aspettarsi una piena… Si sa che i dilettanti, come usavano gli antichi Romani, misurano l'importanza dei loro spettacoli dal numero delle vittime.

Lalla ancora non sapeva che cosa fossero nè i commedianti nè il teatro, ma la sua curiosità era stata desta dai facili entusiasmi della Pierina e della Nena, le due figliuole del vecchio Ambrogio, una delle quali, la Nena, aveva ottenuto di entrare al servizio particolare della signorina.

Già due o tre volte Lalla aveva pregato inutilmente la mamma che le permettesse di assistere ad una recita, e quel no ripetuto aveva cambiata la sua curiosità in un desiderio acutissimo; poi Maria le permise di prender parte alla serata a beneficio dei poveri incendiati; e la sera della rappresentazione, mentre stava preparandosi per andare al piccolo teatrino, le scappò detto colla Nena:—Come sono curiosa stasera di vedere che cosa sa fare il Frascolini!

—Eh! caspita! ci metterà tutto l'impegno, con una duchessa in platea!… Basta poi che la bella Ottavia gli lasci il tempo di vederla.

—Come?…

—Non sa che Alessandro spasima per la sposona dello speziale?

—Per quella pretensiosa?

—Sicuro; e ha piantato su due piedi la signora Veronica, che dalla rabbia voleva finire come i topi.

—La poetessa?—domandò Lalla, sorridendo.

—Sì, signorina. Con tutta la sua scienza, era così oca da lusingarsi che Alessandro fosse cotto per lei; con quel muso! Il ragazzo si mostrava compito, si sa bene; la Veronica è moglie del sindaco, come sarebbe a dire del suo principale…

—E dunque?

—E dunque quando ha capito che la preferita era la bella Ottavia, una domenica dopo la messa cantata,—pare che durante la funzione avesse scoperto un certo telegrafo fra i due,—si serrò in camera, chiuse le finestre e, detto fatto, ingoiò uno scatolone intiero di fiammiferi!…

—Oh! graziosa!

—Per fortuna il signor Domenico, non so bene per quali faccende, doveva andare in camera sua; sale, la trova chiusa; bussa, nessuno risponde. Aveva veduto entrare sua moglie poco prima; torna a bussare più forte: lo stesso silenzio.—Che si senta male?—dice fra sè quel buon uomo e chiama la signora Veronica per nome, grida, urla, ma tutto indarno. Allora, spaventato, dà un colpo di spalla e, patatrac, fa saltar l'uscio dai gangheri: mamma mia! il signor Domenico si sente bruciare il naso, la gola, da un odore acre, che toglie il respiro; in camera era buio pesto, ma sul letto vede una luce azzurra, bigia, fumante, tremolare, muoversi, dilatarsi.—Che sia il diavolo?!…—Spalanca con un pugno le finestre e… indovini un po', duchessina? La fiamma usciva dalla bocca della Veronica tutta impastata di fosforo. Quel mammalucco…

—Bada, Nena, è il tuo sindaco!

—Scusi del termine; per me dico pane al pane!… Quel mammalucco del signor Domenico si fa portare un secchio di latte, e di sopra e… e di sotto lo fa entrare nel corpo alla moglie!

—Ma Sandrino, quando ha saputo la tragedia, che cosa ha fatto?

—Che vuole?… Ha dovuto subirle tutt'e due; l'una per amore, l'altra per forza. È pieno di cuore, quel povero ragazzo, e bisogna dire che egli è anche un gran bel figliuolo; ha una carnagione bianca, morbida, come un pan di burro!… Senta, padroncina, non faccio per dire, ma prima di trovarne un altro, bisogna girare tutta l'Italia, e mezza Lombardia!

Ma la padroncina s'era fatta seria e non riuscirono a farla sorridere nemmeno gli spropositi della Nena. Il suo cervellino vagava, vagava molto lontano, e per la prima volta considerava Sandrino sotto il nuovo aspetto di conquistatore. Quella cronachetta di avvelenamenti e di gelosie prestava le ali cartilaginose ai nuovi pensieri della giovinetta, e a poco a poco l'oscuro figliuolo del segretario comunale si trasformava in un piccolo eroe da romanzo.

Quando Lalla entrò nel teatrino dei filodrammatici, il suo occhio cercò subito la Veronica e la bella Ottavia, e invece di seguire il dramma che si svolgeva sul palcoscenico, per tutta la sera fu assorta nell'altra commedia, appena abbozzata, ma che già la fantasia compiva dei tre noti interlocutori: Alessandro, Veronica, Ottavia. E Lalla era in buon punto per assistere anche a quella commediola. I direttori dello spettacolo l'avevano fatta sedere sopra il seggiolone del sindaco, portato là in mezzo al teatro, apposta per lei. Da un lato aveva la sedia vuota, dall'altro miss Dill, che di tanto in tanto, piegava la testa verso la porta, dove, mezzo dentro e mezzo fuori, c'era don Vincenzo, più unto e più rosso del solito, colla papalina sulle ventiquattro, che faceva il moscardino col brigadiere dei carabinieri, fumando un sigaro in barba ai decretali. Ma durante le situazioni commoventi del dramma, che assorbivano la attenzione del pubblico, penetrava egli, adagio adagio, in mezzo alla folla, e, giunto alle prime sedie, toccava nel gomito miss Dill, offrendole di nascosto la scatola aperta. Miss Dill lo guardava con gli occhi bramosi, e allungava due dita, gialle, che dopo aver deviato sulla mano del prete, si sprofondavano nella tabacchiera.

Ma la signorina, non aveva tempo di osservare quelle tenerezze, intenta com'era alle innamorate di Frascolini, sedute l'una di faccia all'altra, ai due lati opposti della platea.

La Veronica vestiva di nero; e portava nei capelli il suo mazzolino, ormai caratteristico: quel mazzolino dai sentimentali—non ti scordar di me—ch'essa chiamava: Ferghit menichts.

Nell'insieme, la sora Veronica somigliava moltissimo al San Luigi dell'Oratorio, composto di una testa di legno grossa e lunga, color singhiozzo, e di due assicelle in croce, coperte da una tonaca nera. Inseparabile, come il mazzolino, teneva fra le mani, nelle sere di rappresentazione, il libretto dei Due Sergenti, e, sensibilissima, nei momenti che il dramma volgeva al tenero, una goccia gialla le tremolava sotto la punta del naso… Era una lacrima che la Veronica raccoglieva nel libro con una rapido scrollar della testa.

Molte volte, per altro, quella furtiva lacrima era avvertita dalla bella Ottavia, che ne rideva malignamente, ricercandone la cagione in una fistola. Del resto l'Ottavia, un bel biondone davvero, sentiva più disprezzo che odio per la rivale. Fiera della sua pinguedine soda e sana, credeva fermamente che dell'amore se ne comperasse così a un tanto al peso. Guardava dall'alto al basso la sindachessa, con certe occhiate tra la sfida e la compassione, e, guardandola, allargava con le dita gli orli del busto, sempre troppo stretto per contenere le dovizie del seno, che coll'altalena della respirazione faceva soffrire il mal di mare alla fotografia del signor Niso, che luccicava, legata in oro, sulle carni fresche e rosee della sposona.

Scarso presidio per quelle alture insidiate!

Il Frascolini, anche dalla scena non la perdeva di vista; e quando la tela era calata, si scorgeva dai buchi del sipario il suo occhio fisso guardare, guardare, sebbene qualche volta, per forza si facesse vedere a lanciare un'occhiata assassina anche sull'altra infelice, che allora, allungava il collo voltandosi verso l'Ottavia con una faccia che voleva dire:—Ha guardato me, crepa di rabbia.—Quella corrispondenza d'amorosi sensi veniva poi interrotta, durante la recita, perchè Alessandro temeva di perdere, come si suol dire, la battuta.

Assolto dal peccato di origine non c'era proprio malaccio nel giovane attore; a quel tanto che mancava d'arte suppliva coll'esercizio e colla persona maschia e bella.

Tutte le contadinotte se lo contendevano, ammirandolo; e intanto celiavano sopra la Veronica e invidiavano la bella Ottavia… e Lalla vedeva quest'ultima insuperbire del suo trionfo.

Ma dove Frascolini proprio furoreggiava, era nel finale dell'ultimo atto, dopo la famosa traversata. Compariva sulla scena coi capelli arruffati, il petto e le braccia nude, pallido in volto; e allora col fascino della voce bellissima e della parte da eroe faceva impressione anche su Lalla.

—E così, s'è divertita?—domandava la Nena alla padroncina, mentre l'aiutava a spogliarsi.

—Abbastanza.

—Ha sentito com'è bravo Alessandro?!… Ha veduto com'è bello?!… E la sindachessa col libretto della lavandaia? Smorfiosa! Ma l'Ottavia non deve aver paura di lei, nè di nessuno: è la più bella del paese. Ha notato come lo guardava?… Pareva lo volesse mangiare coi baci!—E la Nena continuò sul medesimo argomento fino a che Lalla, volendo troncare il discorso, s'inginocchiò per dire le sue preghiere.

—Buona notte, duchessina.

Lalla rispose con un cenno del capo, e la cameriera, mentre usciva, vide la piccola devota ripetere tre o quattro volte, rapidamente, il segno della croce, baciare e ribaciare la medaglina della Madonna che teneva al collo. Le orazioni durarono molto tempo; i baci fervorosi furono ripetuti, si segnò ancora prima di coricarsi; ma con tutto ciò la signorina passò una notte agitatissima.

La sua mente era presa dal giovane filodrammatico e il sonno tardava a venire. Pensava, con dispetto, alla superba sicurezza dell'Ottavia e alle parole della Nena che l'avevano offesa, quantunque alludessero alla signora Veronica.

—Come?—non deve aver paura di lei, nè di nessuno?…—Eppure… eppure, se volessi, potrebbe diventar gelosa di me, la più bella del paese; e che dispetto, quella goffa, dovrebbe allora sentirne in cuor suo!… Ma, e se il Frascolini fosse proprio innamorato?… Che cosa si diranno mai quando si troveranno soli, lui e l'Ottavia? Diranno di volersi bene?…—Come si fa a volersi bene?…—e la mente della giovinetta si affaticava dietro un ignoto pieno di seduzioni nuove e arcane, un ignoto che il sangue cominciava allora a rivelarle.

Pareva lo volesse mangiare coi baci!… Un bacio?…—e Lalla baciava e ribaciava le sue piccole mani, le braccia rotonde, per capire cos'erano mai, come potevano essere quei baci che mangiano. Si addormentò alla fine, ma dormì male. Vedeva muoversi una figura di uomo, avvicinarsi e allontanarsi da lei, senza mai sparire. Quell'uomo ora pareva Sandrino, ora il marchese di Vharè, poi di nuovo Sandrino come l'aveva veduto nell'ultima scena del dramma: col petto nudo, colle braccia nude, coi capelli arruffati; e si faceva sovente così vicino, che la fanciulla ne sentiva il tepore.

XIII.

Indice

—Bada, Nando, la civetta dà il segno!—diceva, qualche giorno dopo la famosa recita di beneficenza, il Frascolini, juniore, chiuso nel casotto della ragnaia, a un giovane contadinello che gli faceva le veci d'uccellatore.

—Bada! Sta attento!… Tira gli zimbelli! Maledetti tordi; che cos'hanno, l'accidente, stamattina, che non voglion zirlare!—E così dicendo, chinato, guardando in tralice dal finestrino, si cacciò in bocca un fischietto, soffiandovi dentro con tanta forza, da diventar rosso, enfiato. La frasconaia s'era messa in movimento: tutti gli zimbelli svolazzavano con voli brevi, continui, e i richiami, chiusi nelle gabbie, tratti in inganno dal fischietto, rispondevano confusamente coi loro canti vari e stonati.

—Eccoli!… Son tordi!

Tutt'e due, dentro al casotto, alzati a mezzo, non respiravano nemmeno; attenti, fissi, collo sguardo al pertugio, spiavano il momento buono: i tordi saltellando, zirlando, a mano a mano si erano fatti più vicini all'agguato, e Sandro stava già pronto, per dar la tirata, con una mano sulla corda dello spauracchio, quando da un momento all'altro, la civetta dà un inaspettato allarme col chinar del capo, i fringuelli cominciano a spionciare e i tordi fuggono spaventati.

—Bestiaccia d'una civetta! Ora vo e le tiro il collo!

—Ci sarà certo qualcuno, che viene verso il roccolo—obbiettò Nando, alzandosi ritto per guardare.

—Animale! se lo pigliasse il cimurro!—e rapidamente cacciatosi in testa il cappello, Sandrino uscì dal casotto sbatacchiando l'uscio con dispetto, pronto a dire il fatto suo al malcapitato. Ma chi mai avrebbe potuto pensarlo?… Egli si trovò faccia a faccia con Lalla e con miss Dill.

—Duchessina, signora miss, è un miracolo, un onore, si accomodino… prego… restino servite.—Il giovinetto, confuso, sorpreso da quella visita che gli capitava per la prima volta, continuava a balbettar complimenti, fermo, impalato sull'uscio, mentre Musette, ch'era pure della comitiva, coi denti gli scoteva i calzoni, dimenando la coda ed abbaiando festevolmente.

—Miss Dill, in tanti anni, non aveva mai veduto uccellare, e ci siam presa la libertà di venire; abbiamo fatto male?

—Ma che dice mai?… è un onore, un onore grandissimo. Peccato che non sia mattina di buon passo… Entri entrino… Nando, marmotta! pulisci la panca. Compatiranno; si sa bene, se lo avessi saputo prima… ma qui siamo alla militare, sans façon, come si dice!…

Miss Dill fece il suo ingresso nel casotto, come sarebbe entrata in una cattedrale; dura, impettita, cogli occhiali sul naso, che arricciò di molto per la puzza di pollina.

Lalla, invece, indugiò all'aperto con Sandrino, facendosi dire il nome dei vari uccelletti e chiedendo un'infinità di perchè a proposito degli allettaioli, delle reti e degli zimbelli.

Lalla, quel giorno, era proprio carina, carina assai. Indossava un vestitino bianco, succinto, di squisita eleganza. Il collo era nascosto dalla sciarpa di pizzo, il mento quasi sprofondato nel fiocco; in testa un cappello strano, ma di buon gusto… Una specie di panierino capovolto, stretto alle tempie, circondato, quasi coperto da un foulard scarlatto; così che il musetto vispo, furbo, freschissimo, si scorgeva appena. Bene però le si vedevano gli occhi vispi e pungenti di sotto la lunga tesa del cappello. La candida rotondità del braccio appariva, essendo brevi le maniche del vestito, fra i ricami di un mezzo guanto di reticella che, quasi toccava il gomito colle manopole; e il braccio bellissimo si movea di continuo dinanzi agli sguardi di Sandro, avendo la fanciulla qualche nuovo oggetto sempre da indicargli coll'ombrellino.

Così avviluppata, quella creatura vaga, flessuosa, sottile, era tutta una seduzione, perchè era tutta un mistero: dai capelli che le scendevano sulla fronte come una frangettina di ricciolini, e dei quali si sentiva penetrante, soavissimo il profumo, fino al piccolo piede che compariva e spariva leggiadramente, chiuso serrato nelle ghette di lino.

—Sa?… Temevo quasi di riuscirle importuna.

—Come?… lei?…—esclamò il giovane, con stupore.

—Alle volte, non si sa mai, avrebbe potuto averci visite, o aspettarne qualcuna.

—Visite, quassù, al roccolo?!…

—Via… non faccia tante meraviglie; la Nena, sa, mi ha detto tutto.

Alessandro stava apparecchiando uno di quei non capisco, i quali, se esprimono il contrario di quello che dicono, servono, nulla di meno, per rispondere qualche cosa, quando opportunamente capitò fuori la miss.

—Poveri uccellini—interruppe Lalla, che l'aveva veduta colla coda dell'occhio—poveri uccellini, come devono soffrire legati a quel modo!—Dal brusco cambiamento della sua interlocutrice Alessandro capì benissimo che non doveva continuare il primo discorso e le fece subito una dissertazione tecnica sulla braca.

—Le dobbiamo ancora le nostre congratulazioni per la sera di beneficiata; ma non è colpa nostra… lei non si lascia più vedere.

—Bene, bravo; bisogna correggere però il vostro costume dell'ultimo atto. Manca di proprietà; lo ha detto anche don Vincenzo.

—È indicato così nella commedia.

—Cattivo, cattivo; mi ha fatto piangere tutta sera—continuò Lalla, che non aveva versato nemmeno una lacrima.

—Oh! duchessina, si sa bene, da noi, poveri dilettanti, si fa… come si può…

—Non le è mai venuto in mente di far l'artista?

—A me no—rispose Sandrino—quantunque l'organista mi abbia assicurato che avrei una bella voce da tenore.

—Oh, oh, per il teatro ci vuol altro—concluse miss Dill, la quale, per dire gentilezze, parea fatta apposta.

—Giorgio il Mulatto di Alessandro Dumas?… è bello?—domandò la signorina entrando nel casotto con Sandro e leggendo il titolo di un libro della biblioteca circolante, rimasto aperto, sopra un palchettino.

—Bello o brutto, non fa per lei!—esclamò la miss, strappando il libro di mano alla fanciulla.

Lalla, senza scomporsi, osservò, frugò in ogni cantera, in ogni ripostiglio del casotto, domandando conto di ogni particolare, come già avea fatto prima nella frasconaia; ma una cosa la colpì singolarmente e, senza essere veduta dalla miss, colla punta, colla sola punta delle dita, toccando il braccio di Sandrino lo fece voltare dalla parte della finestra; di sopra c'erano scritti pochi versi.

—Madama Veronica?—chiese con un garbo pieno di finezza.

Alessandro sorrise, arrossì e non rispose: lentamente, a mezza voce, la fanciulla lesse allora questa melanconica strofetta:

«Ovunque il guardo io giro

Amico mio, ti vedo;

E l'ultimo respiro,

Lo dici e te lo credo,

Non può rapirti a me».

—Che cosa succede? Che cos'è questo frastuono?—domandò a un tratto miss Dill, levando il naso dal libro.

—Fringuelli, fringuelli di passo!—rispose Nando allegramente. Infatti tutti i fringuelli della ragnaia si erano messi a spionciare con tanta forza da rompere la testa.

—Questa volta, qualche cosa si prende!

—Oh! bravo, signor Alessandro, bravo!—Lalla, ritornata bambina, batteva le mani dall'allegrezza.

—Finalmente! temevo non si prendesse altro che emicrania, con questa puzza!—e, per vederci meglio la miss forbiva il pince-nez col fazzoletto. Tutti tacevano, raccolti attorno al finestrino. Lalla aveva preso sotto il braccio Musette perchè stesse ferma, gli zimbelli ritornarono in ballo:—Zitti, ecco ci sono—e Sandro facendo guizzare, per lo spavento, miss Dill, che non sapeva di che si trattasse, tirò con forza lo spauracchio.

—Presi!—gridò Nando correndo fuori del casotto, con Musette fra le gambe.

—Aspettate! aspettate! Vengo anch'io! Voglio vedere, povere bestiole!—e la zitellona corse fuori tenendosi alzato l'abito con tutte due le mani.

Intanto anche Alessandro era lì per uscire.

—Senta—gli disse Lalla all'uscio, fermandolo—può prestarmi questo libro?—e indicava il romanza di Dumas.

—Volentieri, s'immagini, quando vuole, duchessina.

—Ma non ne dirà nulla nè a miss Dill, nè alla mamma?

—No, no…

—Viene a casa nostra stasera?

—Verrò certo…

—Venga, e il libro lo dia alla Nena: ma di nascosto che nessuno lo veda.—Il Frascolini, in quel mistero, in quel primo segreto della giovinetta, non capì nulla, nulla affatto… forse perchè non ebbe tempo per riflettere. Improvvisamente la voce della miss e lo squittire di Musette attrassero la sua attenzione.

—Mostro! scellerato! canaglia! Oh, è orribile!—sbraitava l'inglese. Sandro e Lalla raggiunsero la vecchia in quattro salti e la trovarono più verde del solito, gli occhiali per aria, il classico cappellone di sghembo. Miss Dill coll'ombrello picchiava giù botte di santa ragione sulle spalle del povero Nando, il quale, stretto fra la istitutrice e la rete, se le pigliava tutte come trasognato, mentre Musette gli mordeva i calzoni.

—Che cosa avvenne?—domandò Lalla, non potendo trattenersi dal sorridere.

—Il mostro ha schiacciato, sotto i miei occhi, la testa di quelle povere bestiole!… Ma io ti ammazzerò, brigante!—e la sensibile miss ricominciò le ombrellate. Ridendo, senza più poter trattenersi, i due giovani volevano persuaderla che l'uccellatore non aveva fatto nè più nè meno del dover suo, quando, a un tratto, videro Lorenzo attraversare i campi, correndo, a salti, rovesciando i segnali, calpestando i mozziconi del granoturco e venire dritto nella direzione della ragnaia.

—È Lorenzo quello laggiù?

—Sì, mi pare; corre in cerca di noi…

—Presto, duchessina, presto! Ritorni a casa; è arrivato il padrone!

—Il babbo, il babbo! è arrivato il babbo!—e Lalla, dopo avere abbracciato miss Dill per la contentezza, ed essersi abbandonata a un'allegrezza assai espansiva, si avviò ratto per ritornarsene a casa, avendo peraltro trovato il momento di dire piano a Sandrino:—Si ricordi la promessa.

Maria conosceva benissimo quella passeggiata, perchè era sempre minutamente informata di tutto ciò che faceva la sua figliuola, e la circondava di una vigilanza attiva e prudente, senza lasciarla mai in balìa di sè stessa, non essendo miss Dill, per Lalla, altro che una esecutrice scrupolosa degli ordini che riceveva dalla madre. Anche per la gita al roccolo di Frascolini, la permissione l'avevan dovuta chiedere a lei, e lei l'aveva accordata, non vedendoci ragioni per doverla rifiutare. Il Frascolini vecchio era stato un famigliare del conte defunto; il Frascolini giovine era cresciuto, per dir così, nella corte e nel tinello del Palazzo: come supporre dunque che, da un momento all'altro, fra Lalla e lui potessero nascere altre relazioni fuori del profondo rispetto dall'una parte e della affabilità cortese dall'altra?

XIV.

Indice

Le visite di Prospero Anatolio a Maria si erano fatte a mano a mano più frequenti.

Egli si trovava in un momento di sconforto e di tristezza: di sconforto, perchè come uomo politico aveva fatto un capitombolo; di tristezza, perchè la Haute-Cour era ritornata a Parigi, dove suo marito aveva avuto un impiego importante al Ministero degli affari esteri.

L'Onorevole di Borghignano era stato preso dalla fisima di voler creare un nuovo partito politico che dovea intitolarsi Cattolico di Sua Maestà o Conservatore, o qualche cosa di simile. In una parola era uno di quei tanti pasticci dei quali ciascuno mangia una fetta brontolando dopo che si è disgustato la bocca e lo stomaco. I moderati se ne servirono per i loro connubi durante le lotte elettorali: poi lo sconfessarono perchè era un partito anticostituzionale; e i clericali, adoperatolo come mezzo di passaggio nelle pubbliche amministrazioni, non ne vollero poi più sapere, perchè i Cattolici di S. M., riconoscevano il regno dei buzzurri. Credendo di aver innalzato un edificio, Prospero Anatolio non aveva eretto altro che un impalcato che viene demolito appena compiuta la fabbrica.

E in quanto alla separazione del duca d'Eleda e della baronessa Renata… fu una grave, una dolorosa separazione, specialmente per il duca. Oltre la perdita della donna, Prospero Anatolio aveva tutte le consuetudini da rompere e da rifare; si trovava sbilanciato, gettato fuori dell'orbita, privo del centro di rotazione, dove la sua vanità poteva sfoggiare tutti i suoi apparati, dove egli passava ed era fatto passare per un grand'uomo, e dove le sue idee, le sue aspirazioni, i suoi gusti trovavano sempre una corrispondenza simpatica. Adesso, e a quell'età, come avrebbe potuto sostituire la Haute-Cour?… Non c'era più che sua moglie: e a tal uopo egli andava e tornava assiduo, persistente, a Santo Fiore, alleandosi quel buon don Gregorio, il quale, pover'uomo, circondato, abbindolato con ogni arte, era rimasto preso dalla diplomazia e dalla politica del duca d'Eleda, che per la prima volta, fra le tante, era riuscito ad ottenere un buon successo.

Nulla di meno la posizione rimaneva sempre la stessa; e anche quest'ultima visita era terminata col malumore di Prospero.

Quella sera, dopo la partenza del babbo, Lalla era nel salotto rincantucciata nella poltrona, spettinata, cogli occhi e il naso rossi, tutta avvolta nello scialle, perchè sentiva, o almeno dicea di sentire, quei brividi di freddo che corrono fra carne e pelle, dopo un pianto dirotto. Ma, mentre tutte le altre volte in simili casi usava di ritirarsi per tempo, quella sera invece ai fermò dopo il pranzo, e quando udì la nota voce di Sandro diede una scappatina in tinello, dicendo alla mamma che lo volea pregare di serbarle vivo il primo cardellino maschio che gli capitasse in ragnaia. Il cardellino, naturalmente era un pretesto; ma da ciò non è lecito supporre che l'amicizia fra i due giovani fosse in così breve tempo diventata più intima. Sandro era ancora le mille miglia lontano dall'immaginare la fortuna, o la disgrazia, che lo aspettava. Se non che da quel giorno i discorsi della signorina lo impacciavano; erano sempre pieni di frizzi, di allusioni ai suoi amori, allusioni e frizzi che lo facevano poi andare in bestia contro quella chiacchierona della Nena. Quando Lalla lo pregava di alcune commissioncelle, compere di lana, o di lapis, o di carta per il disegno, nelle gite che egli frequentemente faceva in città, o quando si tramava qualche clandestino passaggio della biblioteca circolante—basta—soggiungeva Lalla—basta che la signora Ottavia non se n'abbia a male;—oppure:—mi raccomando, non lo sappia la signora Ottavia, se no mi leva gli occhi!

Il giovinotto restava muto, e arrossiva; ma pur si sentiva lusingato della buona opinione che Lalla aveva di lui. Quella parte di seduttore fortunato non gli spiaceva punto. Ma le cose, intanto, non progredivano; l'amicizia era stazionaria, ci voleva una qualche occasione: e poichè l'occasione non manca mai di venire, quando c'è chi la vuole, così capitò anche al Frascolini, la sera stessa che si maritò la Pierina, la sorella della Nena, l'altra figliuola di Ambrogio.

La duchessa d'Eleda, che aveva fatto tenere a battesimo la Nena, fece anche cresimar la Pierina. Ambrogio, a Santo Fiore, s'era guadagnata una condizione intermedia fra il pensionato e il servitore. Era l'unica persona, quel vecchio, che a Maria ricordasse sua madre, la povera contessa, la quale, paurosa dei cavalli com'era, non si fidava che di lui solo, e quando usciva in carrozza, non voleva saperne d'altro cocchiere.

Ambrogio, entrato fanciullo in palazzo, s'era ammogliato là dentro; là dentro aveva veduto crescere le sue figliuole; là dentro moriva rispettata, soccorsa, la sua compagna, e anche lui non ne sarebbe uscito che per andare a raggiungerla in camposanto. Maria, che per tutto ciò gli voleva bene, non solo aggiunse del proprio alla piccola doterella della Pierina, ma le regalò un buon corredo, e volle che la sera degli sponsali si facesse il rinfresco in una stanza del palazzo—uno stanzone grandissimo, a terreno, che metteva in giardino—e finalmente con una finezza di sentire che fece piangere il buon uomo di commozione e d'orgoglio, volle che sua figlia e miss Dill assistessero alla piccola festa.

Dagli sposi e da Ambrogio erano stati invitati al rinfresco il sindaco con la sua signora, don Vincenzo, padre e figlio Frascolini, il medico condotto, il farmacista e la Ottavia. Tutti costoro, in certo modo, rappresentavano le autorità, la parte eletta della riunione, quantunque anche il cuoco, la Luigia e Lorenzo, avessero molte pretese.

L'ampio locale era abbellito con frasche di semprevivi, con tappeti e con tende, vecchie e stinte, che di sera facevano ancor buona figura, ed era illuminato da lucerne di diverse epoche e di diverso sistema, candelabri scompagnati alti e bassi e, all'intorno, attaccati al muro con cordicelle, a due a due, tutti i fanali delle carrozze, lustri e belli che parevano di argento. Il rinfresco doveva consistere in una focaccia, paste, caffè, liquori, vino rosso, Asti spumante e castagne a lesso e arrosto; ma il cuoco, d'accordo colla Luigia, aveva preparato una sorpresa; il suo regalo di nozze agli sposi; un enorme tacchino farcito e un croccante, rappresentante la torre di Sebastopoli, che teneva chiuso fra le mura il solito canarino. Don Vincenzo, richiesto, aveva ceduta per la festa e fatta trasportare a proprie spese la spinetta del Coro, e l'organista, che era anche maestro di scuola, veterinario, amico del sindaco, di Ambrogio, del signor Niso e nemico dichiarato del medico, suonava, con maggiore agilità in chiave di violino che in chiave di basso, il valzer, la polca, la mazurca, tutto a tempo di marcia, per non generar confusioni.

La Pierina era vestita di bianco, come una sposa di lusso. Quel vestito era un regalo della padrona, uno de' suoi rifiuti, che la buona ragazza avea messo da parte per tirarlo fuori appunto il dì delle nozze, e pareva nuovo, così attillato a quel suo corpo fiorente, dal quale traboccavano felicità, amore e salute.

Quella però che più di tutte spiccava per la eleganza e lo sfarzo era la maestosa moglie del farmacista, con un bell'abito nuovo fiammante, lana e seta, color sangue di drago, scollato, da far vedere certe cose di cui Giunone sarebbe rimasta invidiosa. Il sesso maschile le era sempre vicino, d'intorno, di dietro, davanti, con un orgasmo, un calore, che veniva tutto da lei. Don Vincenzo; il quale con miss Dill sembrava prediligere un altro genere di bellezza, pure le discorreva serrato alle sottane, col naso rosso, le labbra tremanti e, se abbassava gli occhi sovente, non è che guardasse per terra. Tutto questo entusiasmo, mentre indispettiva e faceva allungare il muso a Sandrino, sollecitava invece l'amor proprio del signor Niso, più rifinito, più sfrittellato, più malandato del solito, il quale, in un cantuccio della tavola, pelava un piatto di castagne lessate, colle unghie orlate di nero, che ricordavano tutti gli empiastri della farmacia. Ed egli le pelava, quelle bollenti castagne, le pelava con ogni cura, poi le infilava colla punta del coltello e le offriva in giro alle signore. Di tanto in tanto l'Ottavia, quella sera tutta moine e carezze con lui, per ricompensarlo della spesa dell'abito, gli passava da canto, allargava la bocca, e il signor Niso v'introduceva una tigliata, scoccandole dopo qualche buffetto sull'abito per far cascare le briciole di focaccia o di zucchero, che vi s'erano fermate sopra; e, quand'ella si allontanava le teneva dietro cogli occhi, sospeso, col coltello nell'una mano e la castagna da pelare nell'altra, e pareva, dall'espressione del viso, che egli rifacesse mentalmente la somma di tutto quanto gli era costato quell'abito, di fattura, guarnizioni, fodere e stoffa.

Ma non era l'egregio farmacista, era piuttosto la signora Veronica quella che più si doveva compiangere. Quasi non bastasse per la sua piena sventura la stoffa lana e seta, color sangue di drago, c'era di più il Frascolini, geloso e attento all'Ottavia, e che non aveva ballato o discorso con lei neppure una volta; trascuranza proprio imperdonabile, stata notata con dispiacere anche dal signor Domenico che ne fece le proprie lagnanze con Frascolini padre, nella sua triplice qualità di marito, di amico e di sindaco.

Anche il canarino, il canarino prigioniero nella torre del croccante, giocò alla signora Veronica un tiro birbone. Appena demolita Sebastopoli, l'uccelletto, fra le risa e le grida dell'allegra comitiva, uscì vivo di sotto i minuzzoli e andò a svolazzare attorno al soffitto. Allora gli uomini, che volevano lasciar la mano alle signore, rimasero fermi, mentre la parte gentile della brigata, in sciame, correva di qua e di là, perseguitando l'innocente volatile, spaventandolo coi fazzoletti, o colle bucce delle castagne, quando si fermava sui quadri, o sulla cordicella dei fanali, o sullo stipite delle porte. Solamente la sposa, che approfittava della confusione generale per lasciarsi prendere qualche piccolo acconto dal marito, e la bella Ottavia, che temeva sciupare la veste in quelle strette, si tenevano discoste, attente allo spettacolo. Il povero canarino aveva già corsa tutta la stanza, in giro, un centinaio di volte; ma dàlli e dàlli, chi la dura la vince; colpito in mezzo al corpo da una castagna, precipitò dritto in un angolo, rasentando il muro, sfinito, con le ali aperte, distese. La Veronica, ansante anche lei, e colla gocciola al naso, gli si avvicina piano piano, in punta di piedi, fa cenno alle compagne di scostarsi, e gli è addosso col fazzoletto, ma il canarino trova il verso di fuggire ancora, e volando di traverso, passa così vicino all'Ottavia, che lo prende di colpo, con tutte due le mani.

Il baccano fu indiavolato, lo schiamazzo assordante, e le più sfacciate allusioni non rispettavano nemmeno la veste di don Vincenzo; mentre la Veronica diventava verde dalla rabbia, Sandro diventava pallido per il dispetto, e saliva un pudibondo rossore sulla fronte onorata del signor Niso.

Lalla e miss Dill si recarono dagli sposi dopo che Maria era andata a dormire, e ciò per non lasciarla sola tutta la sera, e per non mettere in soggezione gli ospiti, finchè mangiavano il tacchino e il croccante. Infatti, quando si presentò la duchessina coll'istitutrice. la brigatella si mostrò un poco intimidita e vergognosa: nessuna sapeva più come muoversi, nè quali discorsi incominciare e i più arditi tentavano appena una scempiaggine a mezza voce, coll'aria di voler dire:—Guardatemi, che io non soffro di soggezione!—Soltanto la Nena e la sposa, l'una per dimestichezza, l'altra fatta ardita dalla felicità che le schizzava dagli occhi, furono attorno, con ogni festa, alle due signore, mentre Ambrogio guardava fra le lacrime la figliuola della sua padroncina, la guardava con le mani giunte, come la Madonna, povero vecchio, senza essere buono d'infilare una parola sola di tutta la grande poesia d'affetti che gli prorompeva dal cuore. Il sindaco, che altre volte si era trovato con Lalla, fattosi animo, ruppe il ghiaccio, e presa per mano la Veronica, con un discorsetto di circostanza la presentò alla duchessina; cosa che il signor Niso non ebbe mai il coraggio di tentare, quantunque vi fosse spinto dall'Ottavia con certi pizzicotti nelle braccia da lasciarvi il livido.

Lalla fu amabilissima colla Veronica, forse per mortificare quell'altra, e si congratulò con lei per i bellissimi versi che la sindachessa aveva dati alle stampe in onor della sposa; versi che incominciavano così:—Bella, immortal, benefica—fiamma ai tormenti avvezza… Questa fa l'unica soddisfazione ch'ebbe la Veronica in tutta la sera; ma fu per altro una grande soddisfazione!

Intanto, a poco a poco, l'affabilità e la scioltezza della signorina avevano rimesso il buon umore nella festicciuola. L'organista, che aveva approfittato dell'interruzione per rifarsi col vin rosso e coll'Asti spumante, ricominciò, sulla spinetta, una mazurca strisciata. Lalla e la miss, ci s'intende, non presero parte al ballonzolo, e anche don Vincenzo, che si era dato al serio, stava seduto vicino a miss Dill e le faceva una corte silenziosa, interprete e complice la tabacchiera. Ma tuttavia, se il reverendo poteva rinunciare alle occhiatacce sull'Ottavia, non sapeva dividersi da quel vinello rosso, limpido, abboccato, con una punta di sale, e, colla scusa di offrirne alla miss, se ne teneva sempre accanto un vassoio coi bicchieri colmi. Le coppie che avevano cominciato a muoversi composte, serie ed attente, volendo mostrare alle signore la loro singolare perizia, terminarono presto, eccitate dal calore del vino e dall'ardore dei sensi, a ballare per il piacere di ballare e di stringersi, a suono di musica. Composta, grave, arcigna, la signora Veronica, col suo vecchio vestito di seta nera, ballava col signor Francesco, il cuoco della duchessa, tenendosi impettita e impalata dinanzi al ballerino, col mazzetto di Verghiss che le batteva il tempo sul capo, serrata nell'abito fino al mento, perchè non potendo, pur troppo, essere impudica, come quella sporca dell'Ottavia, si sfogava sfoggiando il suo permaloso pudore di donna magra. Il signor Francesco le insegnava il modo di montare la crema e di farla spumante; ma la donna istruita aveva ben altro da osservare; teneva fissa la coda dell'occhio, augurandosi fosse avvelenata sopra Sandrino e quell'altra che, così stretti, riscaldati dall'alito e dall'ardore reciproco, avevano rifatta la pace e si scambiavano torrenti di voluttà cogli occhi, colle mani, colle ginocchia, dimentichi affatto del mondo e del signor Niso, il quale, per incarico avuto da Ambrogio, preparava lo zucchero nei bicchierini del punch con parsimonia e giusta misura. Sandrino e l'Ottavia formavano la coppia più scandalosa; peraltro dopo quella degli sposi, che ballavano sempre insieme, che perdevano il tempo spessissimo, e allora, vergognandosene, fuggivano a nascondersi, non si sa dove, per riapparire poco dopo, l'uno dietro all'altra, lui pallido, lei rossa rossa, spettinata e coll'abitino bianco sgualcito, rincantucciandosi quieti vicino al dottore, intento nel raccontare a Lorenzo le sue gesta del quarantotto.

Lalla per forza aveva dovuto accettare da Ambrogio due dita di vino santo, vecchio di dieci anni e, non essendoci abituata, le ronzava nella testa e nelle orecchie, mentre si sentiva bruciare la faccia e la gola dall'afa, dal caldo che faceva là dentro. Tutte quelle persone le passavano dinanzi confusamente; ma le libere carezze degli sposi, la voluttà acre di Sandra e dell'Ottavia, dovevano per forza colpire anche i sensi della fanciulla.

E la Nena le sussurrava all'orecchio e la faceva osservare i due gruppi.—Ma che cos'ha, padroncina, sta poco bene?…

—No… un po' di caldo!…

—Ha ragione, qui dentro si soffoca; faremo aprire. Babbo…—e la Nena corse da Ambrogio, il quale, quando seppe che la padroncina aveva caldo, non domandò il permesso a nessuno e spalancò tutte le porte. L'aria pura che invase la stanza fu accolta con un grido di gioia, e le coppie dei ballerini uscirono fuori sparpagliandosi sotto il portico, e lungo i viali, in giardino. Era una sera punto fredda; c'era del resto tanto amore e tanto vino in quella gente, da sentir caldo anche sotto la neve. Soli, nello stanzone, rimasero la Veronica e il cuoco. La fiera sindachessa non lo lasciava più scappare, sperando di renderne geloso il Frascolini, che passeggiava a braccio dell'Ottavia, superba di lui e del fru fru cadenzato del suo strascico sangue di drago. Ma il signor Niso aveva finito lo zucchero, le castagne eran tutte pelate, e, tanto per non stare in ozio, imbacuccato, venne fin sulla porta ad ammirare la moglie.

—Quel seccatore mi tiene d'occhio—disse l'Ottavia all'amico;—abbi pazienza, vo e torno. E con la maestà che le era particolare, si avvicinò scodinzolando al marito, pregandolo con una carezza di annodarle dietro la vita lo scialle con cui si era coperta. Sandrino intanto, non sapendo che fare, andò in cerca della duchessina, che del resto aveva già profondamente riverita al suo primo apparire. Essa, miracolo, non aveva miss Dill alle costole. L'inglese cominciava a soffrire d'emicrania, a star chiusa, e, per riaversi, passeggiava con don Vincenzo in giardino…

Lalla, senza udire le parole, aveva indovinata la manovra dell'Ottavia, e perciò si sentì pungere vedendo che il giovinotto la faceva servire da comodino.

—Bravo, signor Alessandro!… nemmeno un giro di polca!

—Se mi fossi appena immaginato ch'ella si potesse degnare…

—Via, via, non dica bugie; per me non c'è tempo!

—Scherza, lei, scherza… ha sempre voglia di scherzare…

—Ma, intanto, nemmeno un giro di polca; e questo è un fatto vero.

—Le ripeto e le giuro, signora duchessina, se io avessi supposto, solamente supposto la sua degnazione, sarei stato tanto felice che…

—No, no; era felice abbastanza, per non voler esserlo di più.

Quelle due dita di vin santo non erano ancora svanite dalla testolina di Lalla, e le davano ardire, quantunque, per sua natura, non ne avesse bisogno.

—Ma non sa, signorina Lalla, che per ballare un giro di polca con lei farei voto, come Tristano di Rocca Bruna—era questi un eroe sentimentale le cui imprese, ridotte in cinque atti, erano destinate a succedere, un giorno o l'altro, nel teatro di Santo Fiore, alle lacrimevoli vicende dei Due Sergenti—farei voto di non ballare mai più, mai più, per tutta la vita?

Lalla, a questa scappata, rispose ridendo con un riso lungo, fresco, sonante.—Vorrei quasi provare per vederla in un bell'impiccio.

—Ebbene, provi dunque: io le giuro di mantener la promessa.—E il giovane con la testa in fiamme per aver bevuto un po' troppo anche lui, per il caldo, per il lungo contatto coll'Ottavia, ma più che altro per l'influenza arcana esercitata dallo sguardo vivo, appassionato, ammaliante della fanciulla, e da quella sua personcina carica di elettricità, sentiva, con quel giuramento, di essere quasi sincero.

Бесплатный фрагмент закончился.

178,42 ₽
Возрастное ограничение:
0+
Дата выхода на Литрес:
16 января 2025
Объем:
490 стр. 1 иллюстрация
ISBN:
4064066072100
Издатель:
Правообладатель:
Bookwire
Формат скачивания:

Похожие книги