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Gerolamo Rovetta

L'idolo


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066069735

Indice

PARTE PRIMA.

I. La Conferenza.

II. In via San Paolo.

III. In via Monte Napoleone.

IV. Di sopra, in casa Dionisy.

V. All'hôtel della «Bella Venezia».

VI. Dopo due settimane al club.

VII. Durante il concerto, in casa Dionisy.

VIII. Durante e dopo le Trascrizioni di Liszt sul Don Carlos e il «Pace, mio Dio!» della Forza del Destino.

IX. La signorina Emma e Carlo Borghetti mentre gli invitati si affollano nel «buffet.»

X. Due amici.

XI. Nel Palazzo Visconti.

XII. Sant'Ambrogio.

XIII. I fiaschi di Nino Sebastiani.

XIV. Giordano Mari alla signorina Emma Dionisy.

XV. A Padova.

XVI. Emma!... Povera Emma!...

XVII. Il buon dottore.

XVIII. Il trionfo del nobile Barbarani.

PARTE SECONDA.

I. Il principio della fine della luna di miele.

II. Il ciclo delle conferenze.

III. Alla Minerva.

IV. Sul Corso.

V. All'albergo.

VI. Pietro Schiavino.

VII. La lettera di donna Fanny.

VIII. « A la peau d'Espagne. »

IX. Piccole miserie.

X. Grandi novità.

XI. Al caffè Cova.

XII. Ugo Foscolo e il signor Tancredi.

XIII. I consigli del buon Dottore.

XIV. « L'idolo. »

XV. In Duomo, alla messa delle dieci e mezzo.

PARTE PRIMA.

Indice

I. La Conferenza.

Indice

A Milano: nella «gran sala» del Circolo artistico-letterario.

Un salone qualunque, abbastanza armonico, ornato di bandiere nazionali e di fantasia.

Giordano Mari, illustre pensatore e storico elegante: parla molto e scrive poco, per cui la sua fama è in continuo aumento. Bell'uomo: barba bionda, corta; capelli bruni, lucenti, ondulati; ciuffo alla moderna. Età, forse, quarantacinque anni, che all'occhio superficiale, e dopo le cure e la cura della toeletta, possono anche sembrare, forse, trentacinque. Diritto in piedi, sul palco elevato, accanto al tavolino, colla solita bottiglia e il solito bicchier d'acqua dal fondo arrugginito, parla da tre quarti d'ora sui Precursori della Rivoluzione.

Quando il conferenziere china lo sguardo per rivolgere il discorso alle signore — tutto un parterre fitto fitto di bei visetti intenti, rallegrato dalla vivezza dei papaveri, per la gran moda dei cappellini rossi — egli sorride sfoggiando la lucentezza candida dei denti, e modula la voce penetrante con inflessioni morbide, quasi tenere. Poi, quando rivolge il capo, e un apposito periodo, ai giovani letterati, agli artisti del pensiero che spiccano qua e là, infissi alle pareti, colla testolina ben pettinata, i solini alti, marmorei e l'uggia classica spirante sui labbruzzi anemici, votati alla sigaretta, la sua parola si fa più lenta, la voce più fredda, la frase più acuta; mentre tuona come un poderoso baritono dell'eloquenza quando scaglia un nome, un'apostrofe o dedica una volatina agli artisti della forma, agli scultori ed ai pittori che lo stanno a sentire raggruppati sull'uscio in fondo alla sala, con le facce sudate — con più o meno barba — spiranti un'attonita maraviglia:

— Cribbio, che polmoni!... Che Tamagno!

Giordano Mari (continuando)... Ecco dunque, o signori, sopra la pleiade dei pensatori che apersero la via ai tempi nuovi e abbatterono l'antico edificio della tirannide, ecco elevarsi quattro grandi figure d'uomini e di scrittori, i maestri dell'idea nuova, i critici della storia universale: Montesquieu, Voltaire, Diderot, Rousseau...

Donna Fanny (uno dei cappellini rossi, il più straordinario, il più bizzarro e il più parigino, sottovoce ad Emma, indicandole, s'intende, il conferenziere) Guarda che bella mano! In un uomo, dopo i denti, io guardo subito la mano. Molte fanno un gran caso anche dei capelli; per me niente! Basta che non siano rossi!

La signorina Emma: (un visino sentimentale: non si muove, non risponde, forse non ha nemmeno udito quel che ha detto Fanny: ha tutta l'anima negli occhi e gli occhi nel conferenziere).

Giordano Mari (continuando e fissando Emma che egli non ha mai visto, ma i cui occhi neri, intenti, ha subito notato fin dalle prime parole, e se ne serve, come fanno tutti gli oratori, per dirigere ed appoggiare il discorso)... Giganti della ragione i due primi, del sentimento i secondi: tutti egualmente degni della nostra ammirazione riconoscente, poichè, per dirla col nostro immortale Alighieri:

... ad un fine fur l'opere loro.

Fanny (sempre ad Emma e sempre riferendosi al conferenziere) Gli uomini, i biondi, specialmente, stanno benissimo col gilet bianco e la cravatta nera.

La signorina Emma (pallida, quasi smunta per la grande attenzione. Non è mai stata ad una conferenza, non ha mai sentito un uomo parlar tanto e così bene. Quando gli occhi di Giordano Mari si fermano nei suoi, prova un senso strano, quasi penoso, di soggezione, di oppressione, di timidezza vereconda... e quando Giordano Mari non la guarda più, le sembra d'essere rimasta al buio, d'un tratto).

Giordano (appunto: lasciando Emma al buio, per illuminare co' suoi sguardi i giovani letterati)... Montesquieu è il gran signore dello stile e della dialettica; il gentiluomo squisito che con gli eleganti periodi sbaraglia il vecchio esercito dei teologi: Voltaire è lo spirito diffuso, il re delle moltitudini, a cui con la frase limpida e facile rivela quanto di falso e di ridicolo sia nelle più venerate dottrine. Egli che, come fu detto, disinventa Dio, richiama l'uomo al buon senso...

Guido Bardi (un giovane e già illustre poeta che ha scritto delle novelle in prosa, una delle quali sta per essere pubblicata, tradotta in francese, nella Revue Parisienne, a Nino Sebastiani, ma senza voltarsi, senza muoversi, sempre cogli occhi rivolti a donna Fanny, che occhieggia a sua volta, frequentemente) Taine!... Tutta roba del Taine!

Nino Sebastiani (autore drammatico molto applaudito, che non ha mai letto il Taine: contentissimo di averlo imparato a conoscere, risponde a Guido Bardi, anche lui rimanendo immobile e cogli occhi sempre rivolti alla signorina Emma, che non lo guarda mai) Tutta roba del Taine! Tutta la conferenza non è altro che un mosaico di furti... qualificati.

Guido Bardi (riferendosi a Giordano Mari, con una crollatina del capo) Non è che un falso erudito... un assimilatore.

Nino Sebastiani (sempre fissando Emma che fissa sempre il conferenziere: diventando geloso) Bel merito l'erudizione!... Tutta roba presa dagli altri! Mai niente di originale!...

Giordano Mari (il braccio proteso verso i pittori e gli scultori in fondo alla sala)... Il Diderot, vulcano erompente di eloquenza, lo richiama ai provvidi istinti della natura. Ma se questi hanno distrutta la vecchia società iniqua e artificiosa (nota di petto), Gian Giacomo Rousseau ha posto i fondamenti della società nuova, nella quale gli uomini non devono essere soltanto liberi, ma anche buoni! (Un momento di pausa: un sorriso: ritrova gli occhi fissi, incantati di Emma, vi si ferma coi suoi e ripiglia con sentimento, con voce amorosa, carezzevole)... Egli restaurò con le sue pagine il culto di tutte le cose sane, la solitudine, la campagna, il popolo, il lavoro; e pose in cima del suo ideale sociale la donna, ben sapendo che senza la donna nulla di buono s'è fatto al mondo...

Nino Sebastiani (facendosi sentire dai più vicini) Nemmeno i conferenzieri.

Giordano Mari... Ben sapendo che l'amore (Emma trasalisce, pallida, palpitante, ma non batte palpebra)... Ben sapendo che l'amore è la forza sovrana nella fisica dell'umanità, che la passione, la quale trae le sue radici dalla natura, eguaglia veramente tutti gli uomini, innanzi al compito della vita! (Guarda l'orologio, così per dare ad intendere che parla improvvisando, a ora).

I pittori e gli scultori (approfittando della pausa per applaudire) Maraviglioso! Straordinario! Che forza di polmoni!

La più autorevole tra le barbe più incolte. I polmoni! Va benissimo, ma non è tutto! E l'ingegno? E il ragionamento? E la prospettiva? E il colore? Perchè è sempre — quel che si dice — un'impressione — più o meno — che noi vogliamo ottenere sul nostro pubblico. E dunque, appena il pubblico, sicuro, comincia a sospettare che l'artista possa mai sottintendere una qualche... intenzionetta, oltre alla tecnica della fattura ed alla tonalità dell'effetto, allora guai, si impunta da vera bestia, a non capir niente! E la logica dell'artista sta appunto nel raggiungere una chiarezza tale di... di... procedimento, che il pubblico abbia sempre da capir tutto, anche quando... el capiss no!

Il cavalier Venceslao Dionisy (il padre della signorina Emma: si tiene l'ultimo, scostato d'un passo dalla coda del pubblico stipato fin nella seconda sala, che serve d'anticamera. Le mani incrociate sul dorso, il capo chino, egli non applaude il conferenziere, ma lo segue attento, dignitoso, approvandolo con un buon sorriso di autorevole compiacimento, che gli corre fra mezzo i peli della barba alla Verdi. È appunto questa somiglianza con Giuseppe Verdi che forma l'orgoglio, la soddisfazione, e il quotidiano «perchè» dell'impeccabile vita del cavalier Venceslao, che gl'impone negli atti, nelle parole, nel contegno, sopra tutto nelle approvazioni, quel riserbo calmo e sereno, dovuto alla coscienza della propria autorità personale. È tale la rassomiglianza, che egli stesso ne rimane ingannato, tanto che qualche volta gli accade di prendersi anche lui... per il Maestro).

Giordano Mari (avvicinandosi alla conclusione)... Così la filosofia s'alleava al cuore; così si ponevano da lungi le basi di quella società futura che noi tutti, o signori, vagheggiamo come una superba certezza, e nella quale tutti, sciolti da ogni vincolo favoloso col cielo, possiederemo la piena signoria della terra su cui siam nati e godremo piena la libertà dell'amore e del pensiero!

Nino Sebastiani (con sprezzo) Ancora del Taine...

Guido Bardi (che ha letto tutto) No; questa è di Giorgio Sand.

Nino Sebastiani (che non ha letto niente) Vecchiume romantico!

Giordano Mari (concludendo con arte, con calma, mentre prende i guanti dal tavolino e li tiene in mano)... Noi possiamo veramente dire che sta per aprirsi il nuovo «millennio» della giustizia e della ragione, alla cui salutare autorità noi andremo debitori di tutto, così della fondazione degli ordini nuovi, come della distruzione degli ordini antichi.

Guido Bardi ha appena il tempo di esclamare:

— Ancora il Taine! Accidenti che saccheggio! — e già scrosciano gli applausi. Le smanacciate degli uomini s'alleano ai battimani in sordina delle dame inguantate. Tutti si muovono: il conferenziere s'asciuga dignitosamente la fronte e ridiscende tra i mortali.

II. In via San Paolo.

Indice

Mentre dura il rumore delle seggiole, il fruscìo delle vesti, e il cicaleccio complimentoso delle signore che si alzano, si salutano e si voltano per avviarsi verso l'uscita, mentre i pittori e gli scultori applaudono ancora, ma più fiaccamente, perchè delusi nell'aspettazione del razzo finale, Guido Bardi e Nino Sebastiani, stretti nei gomiti e scivolando abilmente con dei sommessi «pardon!» fra le vesti e gli strascichi delle signore e infine urtando, senza tanti riguardi, e sfondando la folla degli uomini, si precipitano alla conquista dei soprabiti che infilano sbracciandosi e scendendo a salti lo scalone.

Vogliono arrivare i primi a mettersi sulla porta di sentinella, per offrire i loro omaggi e la loro compagnia alle belle signore: anzi, più precisamente, Guido Bardi a donna Fanny, Nino Sebastiani alla signorina Emma.

Ma le due amiche, proprio queste due, si fanno molto aspettare.

— Che cosa succede? — chiede il commediografo al poeta, scambiando una sigaretta con un cerino.

Quasi tutte le signore, sfollando, sono già uscite nell'angusta e tetra via di San Paolo, avvivandola, per un istante, di voci e di risa, rischiarandola, rallegrandola, colla gaiezza delle vesti, coi fiori vivaci dei cappellini... ma, ancora, nè donna Fanny, nè la signorina Emma non si vedono spuntare... e nemmeno il Verdi che le accompagna.

Nino. Che diavolo fanno lassù?

Guido. Andiamo a vedere.

I due giovani rientrano, attraversano la portineria, cacciano la testa nel vano dello scalone, guardano in su:

— Eccole!

Sono in alto, sul primo pianerottolo. Si ode la vocetta allegra e il riso metallico di donna Fanny che fa, colle solite moine, congratulazioni e complimenti al conferenziere, presentato loro dal nobile Barbarani, il piccolo e rumoroso presidente del Circolo artistico-letterario.

Nino Sebastiani e Guido Bardi (si guardano: si fissano: ognuno dei due, fuori un palmo di muso: la sigaretta si rizza fra le labbra e non fuma più).

Nino (colla voce grossa per un'indigestione di gelosia) Io le pianto e me ne vado.

Guido (furente, ma sempre diplomatico) No.

Tutti e due si vendicano, borbottando, scagliando invettive contro il nobile Barbarani: che c'entra lui a fare il presidente di un Circolo artistico-letterario? Se come artista non ha mai dipinto... altro che i suoi baffi? Se come letterato non ha mai scritto... altro che al suo fattore? Se come mecenate non ha mai comperato altro che oleografie? Ma, appunto per questo, i letterati non volevano un artista; gli «artisti» non volevano un letterato, e allora, per non offender nessuno, hanno fatto presidente... un asino pieno di belle maniere, che non sa far altro che presentar la gente... che non si vuol conoscere!

Il Presidente (in alto: sul pianerottolo, con frequenti colpettini di tosse per rischiarare la voce stanca che gli si intorbida frequentemente) Ecco appunto — benissim — il nostro grande conferenziere Giovanni Mari: cioè, volevo dire Giordano, l'illustre commendator Giordano Mari, che ho davvero la squisitissima soddisfazione di presentare ad una delle più amabili e più belle signore, la nostra donna Fanny Simonetti, e, senza eccezione, alla più graziosa popolina di Milano, la signorina Emma Dionisy, di cui ecco l'artefice genitore — benissim: son proprio content!

La signorina Emma (arrossisce dinanzi al conferenziere che le sembra ancor più alto, più biondo, coi denti bianchi ancor più lucenti; china gli occhi quasi abbagliata, e al contatto della sua mano ha un tremito, una vibrazione nervosa).

Il cavalier Venceslao (un cilindro a larghe tese, un foulard bianco attorno al collo: si avanza serio, stendendo le mani al conferenziere: un colpo solo, fortissimo, e basta).

Il Presidente (che è ancora svelto e forte in gamba — soltanto in gamba — scende la scala a salti: vedendo nel vestibolo Guido Bardi e Nino Sebastiani) Benissim! Son proprio content! (Nuove presentazioni: molta cordialità da parte di Giordano Mari, molti complimenti).

Giordano Mari (ai due giovani letterati che si inchinano appena, torvi, muti) Conoscevo già per fama il loro nome... con ammirazione le loro opere...

Tutti insieme escono dal portone e si avviano a due a due. Il piccolo presidente corre innanzi e indietro, da questo a quello, come un cagnolino che tiene in branco le pecore, abbaiando allegramente il suo benissim. Giordano Mari, dinanzi a tutti, si accompagna con Emma. Nino Sebastiani, che resta in fondo col cavalier Venceslao, si oscura ancor di più, e Guido Bardi, camminando a fianco di donna Fanny, si rasserena.

Fra il poeta e il commediografo non c'è nessuna alleanza intima: sono sempre insieme per forza di amore, perchè vanno sempre insieme Emma e Fanny. Ma se l'amore li unisce, la letteratura li divide — la letteratura e la grammatica: croce e delizia. — Delizia del poeta che ne è in possesso, croce del commediografo, che ne fa senza e si scusa dicendo:

— Se nessuno conosce la grammatica, è come non ci sia; dunque è inutile.

Giordano Mari (camminando diritto al fianco di Emma, pavoneggiandosi, colle falde del lungo abito nero, svolazzanti alla calda auretta del maggio). Ho una grande simpatia per Milano: non è come Roma colla sua storia schiacciante, non è come Venezia colle sue arti troppo belle: a Milano, lo spirito riposa. Quando si è visto ed ammirato il duomo, basta! (Dopo un momento di pausa: più sottovoce, con diretta galanteria) Parlo solo... dei monumenti.

La signorina Emma (si confonde: le sfugge lo strascico dell'abito che aveva in mano: si ferma un attimo e lo riprende, poi continua a camminare, guardando sempre per terra, e notando, ad onta del suo orgasmo, della sua confusione, che anche i piedi di Giordano Mari sono bellissimi e ben calzati).

Giordano Mari (continuando)... È la buona città borghese, rivoluzionaria soltanto in politica: e, ciò che sembra una contraddizione e non lo è, rivoluzionaria per la propria conservazione. Ma in arte? I suoi artisti non fanno che copiare la natura. In letteratura? I suoi scrittori non fanno che copiare... l'articolo di moda. Il suo teatro? Niente Wagner! Niente Ibsen. I milanesi non vogliono pensare... che ai loro affari. Per questo l'opera tipo è la Bohème, il drammettino interessante, fatto soltanto per gli occhi e per le orecchie, e che sul finire vi spreme quattro lacrimette che fanno digerire il pranzo e preparano lo stomaco per la cena.

La signorina Emma (trova che egli parla molto bene, che ha molto spirito, una gran bella voce, e continua a guardar per terra e aspetta un altro complimento, forse il principio di una dichiarazione, e perciò diventa sempre più rossa senza apparente motivo).

Giordano Mari (sospirando, levandosi il cilindro e asciugandosi la fronte come uno che ha molto lavorato ed è molto stanco)... Qui si riposa: la mente non è assediata e oppressa dalle ombre del passato. Cor magis tibi Mediolanum pandit! Come avrei bisogno anch'io di riposare, di ritemprarmi in questa feconda modernità, fuor delle cose morte! Mi ci vorrebbe proprio un po' di Milano!

La signorina Emma (con ansietà, ma vincendo la timidezza, perchè le preme molto di sapere ciò che domanda) Si fermerà, dunque, qualche giorno... a Milano?

Giordano Mari (lusingato, guardando la ragazza e trovandola, davvero, carina carina...) Tutta la settimana.

La signorina Emma (alzando il capo, alzando gli occhi, fissando il Mari contenta perchè in quel momento «tutta una settimana» le par lunga un secolo) Come è stata bella la sua conferenza! È la prima che sento! Che combinazione!...

«Che combinazione?» Di che? Di che cosa? Giordano Mari, stupito, torna a guardarla. Combinazione? Perchè? Di che cosa?

Di ciò che la giovinetta sente in fondo al suo cuore, che «cominciava allora... », cioè no, che ha cominciato un'ora innanzi, quando i suoi occhioni neri e profondi si sono incontrati negli occhi di quell'uomo bello e forte, così in alto sopra tutti gli altri, signore, dominatore di quella folla, ch'egli con una parola faceva fremere di ammirazione, o vibrare d'entusiasmo.

Il cavalier Venceslao (alla coda della comitiva, prende a braccetto Nino Sebastiani: vorrebbe sapere come ha trovato la conferenza).

Nino Sebastiani (con un moto di stizza e di sprezzo) Un mosaico internazionale!

Il nobile Barbarani (staccandosi da donna Fanny e raggiungendo di corsa, perchè sono andati molto innanzi, Giordano Mari e la signorina Emma) Diceva adesso donna Fanny, che vorrà pubblicarle, certamente, le sue conferenze?

Giordano Mari. Sì; le ho già cedute al mio solito editore per l'Italia e alla casa Hartleben per la Germania.

Il nobile Barbarani. Ah! Ah! Benissim! Son proprio content! (si ferma sulle gambette a roncolo per aspettare donna Fanny con Guido Bardi, e dar loro la bella notizia).

La signorina Emma (con un fil di voce, mentre alzatasi la sottana fa un piccolo saltello per ischivare una pozza) E dopo Milano... dove va?

Giordano Mari. Prima a Bologna, poi a Napoli, poi a Roma, dove compirò il mio ciclo di conferenze... poi, a Venezia.

— Lei, appunto, è di Venezia?

— Quasi; ma sono nato a Padova.

La signorina Emma (con un trasporto di entusiasmo) Venezia e Padova sono due gran belle città!

Giordano Mari (dà un'altra rapida occhiata alla signorina Emma, pensando fra sè: è candore o civetteria?)

La signorina Emma (continuando con vivo interesse) E le ha già scritte tutte le sue conferenze?

Giordano Mari (crollando il capo con olimpica superiorità) Scritte? (un sorriso come sopra; un'altra crollatina di capo) Le scrivo dopo, più tardi, quando preparo il volume per l'editore: lo scriverle, non è altro che un lavoro di.... di selezione.

La signorina Emma (con meraviglia ed ammirazione) Ma allora, Dio mio! come fa?

Giordano Mari (dimenandosi ancora di più, quasi da riempiere, all'occhio, colle lunghe falde svolazzanti la stretta via di San Paolo) La mia conferenza non è mai nè un'opera d'arte, nè un'opera letteraria....

La signorina Emma (interrompendolo con uno sguardo e mormorando con un sospiro che si innalzano come un'aureola di ammirazione amorosa attorno alla testa bionda, simpatica, dell'illustre pensatore) Oh! così bella! È stata tanto bella la sua conferenza!

Giordano Mari (non dice di no, anzi pare dica di sì, e continua) Ho solo un merito, forse raro, anzi sempre più raro: la sincerità! E la sincerità è la grande bellezza (pronuncia lentissimamente e con una sapiente modulazione — bel-lez-za — fissando Emma che torna a guardar per terra); la sincerità è la grande bellezza delle anime e delle cose. No; le mie non sono conferenze; io non tengo delle conferenze (un moto stizzoso, di sprezzo. Emma torna ad alzar gli occhi ed a guardarlo incantata), io parlo soltanto perchè ho qualche cosa da dire; forse.... qualche cosa di nuovo....

La signorina Emma (in estasi) Tutto, tanto nuovo... tutto, tanto tanto bello!

Giordano Mari. Certo qualcosa di.... di sincero (continuando a gonfiarsi a vista d'occhio). Come parlo per un'ora, potrei parlare per due, per tre, per un giorno di seguito.

Guido Bardi (con un sorrisetto sarcastico, sottovoce: facendo sorridere donna Fanny) As-sas-si-no!

Giordano Mari. Che cosa sarà la mia conferenza di Bologna? Il seguito di questa d'oggi, di Milano. E a Napoli che cosa dirò? Ciò che non ho avuto tempo di dire a Bologna: e a Roma lo stesso; e lo stesso a Parigi, alla Sorbona, dove mi hanno invitato, perchè il pensiero, araldo dell'arte e della letteratura, non ha più confini ormai, è cosmopolita (seguiterebbe a tener conferenza anche per la strada, se chinando lo sguardo sulla sua compagna, non la trovasse più che mai estatica: carina, carina, molto carina! Avvicinandosi di più, fissandola negli occhi). A lei, signorina, è parsa bella la mia conferenza?...

Emma (risponde soltanto guardandolo; non ha più fiato per dir di sì; nemmeno per tenere sollevato lo strascico della veste, che spazza il marciapiedi del corso Vittorio Emanuele).

Giordano Mari.... Or bene, essa le è parsa bella perchè l'ha sentita sincera: non è merito mio; la bellezza è lo splendore del vero, diceva il divino Platone; e lo dicono anche i suoi occhi, signorina!

Guido Bardi (che allunga il collo per star a sentire, pesta sull'abito di Emma, che si ferma di colpo, chinandosi) Oh, pardon!

Il cavalier Venceslao (di lontano, con una vocetta esile che ricorda i cantori della cappella Sistina e distrugge tutto l'effetto autorevole della bella barba verdiana) Emma! Il signor Sebastiani ti saluta: dice di non poter venire oggi a pranzo da noi!

Nino Sebastiani è invitato a pranzo tutte le domeniche in casa Dionisy: e si sa, non ci manca mai per via della signorina Emma; anzi, per quanto è possibile, cerca di far entrare nelle domeniche anche qualche giovedì; ma stavolta, invece, dopo quella maledettissima conferenza, indispettito, ingelosito, furibondo, e sperando di fare un gran colpo decisivo sull'animo di Emma, ha dichiarato, sempre col broncio, al cavalier Venceslao di aver dovuto accettare un altro invito.

Il cavalier Venceslao (ripete con intenzione) Emma! Hai capito?... Il signor Sebastiani non vuol venire a pranzo!

Emma (distratta, per dire un complimento) Oh chissà come la mamma ne sarà dispiacente!

III. In via Monte Napoleone.

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Dinanzi al portone di casa Dionisy: la via Monte Napoleone, di domenica, a quell'ora, le quattro pomeridiane, è pochissimo frequentata.

Carlo Borghetti (un giovanotto nè bello, ne brutto, nè elegante, nè trascurato: l'aspetto serio, di un uomo che lavora; la cera fosca di Lindoro in collera con Zelinda. Passeggia su e giù da mezz'ora per incontrare «per caso» la signorina Emma, quando torna dalla conferenza: fra sè, stritolando il collo ad un sigaro di Virginia che non vuol tirare) Sono le quattro! Che chiacchierone di un conferenziere! Ancora un giro e poi me ne vado a casa! E poi dopo, si sa, mezz'ora di complimenti col drammaturgo fischiato!... Quel falso Verdi è un gran padre balordo! Lascia sempre sua figlia insieme con donna Fanny, una civetta... peggio, ancora, una donna maritata da un paio d'anni, e che, oltre ai clandestini, ha già un amante ufficiale per paravento!.... (sorridendo sprezzantemente) Il poeta! Un poeta ridicolo!... Come quell'altro, l'amico indivisibile! Un commediografo... seccatore! (e aggrotta le ciglia).

Egli l'ha a morte contro i poeti, e i commediografi italiani specialmente... dal giorno che Nino Sebastiani s'è messo a corteggiare la signorina Emma.

Carlo Borghetti, un nobile di Crema, stabilitosi a Milano, sebbene molto ricco del suo, esercita l'architettura, e sebbene ancora più vicino ai trenta che ai quarant'anni, ha già acquistato una bella rinomanza; ma come egli tiene celato in fondo al cuore con sospettosa e ombrosa selvatichezza il suo amore per la signorina Emma, così tutta la vivacità del suo ingegno, rimane nella vita mondana, sepolta quasi, sotto un mutismo ombroso, sdegnoso, insofferente, lunatico... e che poi, in fondo, non ha altra origine che in un riserbo naturale, in una timida ritrosia.

C'è in lui, come c'era sin da giovane, una preziosa fusione di doti positive e di estri bizzarri. Mentre sarebbe parso a tutta prima che le prerogative principali del suo ingegno fossero il raziocinio matematico e l'austera severità della deduzione, ecco scintillare da quella sua mente eclettica, faragginosa ed equilibrata ad un tempo tutte le genialità, gl'impeti, e gli entusiasmi di un artista... Egli diventa un architetto nel senso classico ed in pari tempo nel senso moderno della parola. L'artista s'innamora delle bellezze del passato; lo scienziato si appassiona dei problemi del presente. Studiando i monumenti — e recando in quelle ricerche una coltura eccezionalmente varia e profonda — si fa archeologo e storico; e la sua dottrina, unita al naturale senso per ogni cosa bella ed armonica, lo guida sin dagli inizii nel lavoro professionale, preservandolo da ogni volgarità, da ogni compromissione venale colla moda bottegaia, sfacciata e pitocca, in fondo, dell'epoca...

Ora, Carlo Borghetti si è buttato con fervore febbrile ad una missione che lo appassiona, che avrebbe consacrata la sua fama, e alla quale egli consacra la sua vita: la ricostruzione del monastero di Pontida qual'era nei tempi epici dei Comuni lombardi. Governo e Provincia gli hanno dato l'incarico: gli occhi di tutto il mondo sapiente si sarebbero rivolti all'opera sua.

Carlo Borghetti (guardando l'orologio) Sono le quattro e mezzo! Un ultimo giro, poi... a casa! (Ne fa due o tre degli «ultimi giri», poi guarda ancora l'orologio). Le quattro e tre quarti!... Vado!

Invece resta; e tanto più la signorina Emma avrebbe tardato a tornare a casa, tanto più egli sarebbe rimasto lì ad aspettarla, trattenuto dalla gelosia, dalla incertezza, dall'ansietà, dalla disperazione.

— Finalmente!

Lontano, lontano, in fondo alla contrada, due cappellini, uno rosso ed uno verde, il verde è l'importante, entrano dal corso Vittorio Emanuele in via Monte Napoleone.

— Eccola!

Un'occhiata rapidissima, un lampo, e l'architetto ha già visto non solo che c'è lei, ma anche, subito, che non c'è lui... il commediografo.

Ah! che sollievo!...

Sorride, diventa rosso, messo in orgasmo e intimidito da quel cappellino verde che si avvicina lentamente. Egli si ferma colla scusa di accendere un altro sigaro, e intanto, mentre tiene colle due mani il cerino per difendere la fiamma dal vento e fuma, fuma come una locomotiva, guarda innanzi, spiando chi c'è in compagnia della signorina Emma.

Carlo Borghetti (fra sè come sopra) Donna Fanny... il poeta... il presidente... il Verdi... Per Dio, chi è?...

Il sangue gli dà un tuffo: l'architetto è diventato pallido: anche il secondo sigaro non tira. In fretta attraversa la contrada; vuole schivare, non vuol fermarsi con quella gente.

In quell'«andante maestoso» che si avvicinava con Emma, in quel gilet bianco, in quel cilindro lucente come un fanale, egli ha subito sentito, indovinato, il gran conferenziere, l'uomo del giorno, un nemico... il nemico!

Il nobile Barbarani (ha visto l'architetto da lontano: fa un piccolo salto, chiamandolo, e si pianta in mezzo alla strada per fermarlo) Carlo Carletto! Son proprio content! (rivolgendosi a Giordano Mari) Adesso le farò conoscere (colpetto di tosse: colla voce più forte) un grande originale. Molto ingegno! Molta erudizione! Matto, ombroso come un cavallo! Ha la specialità dei monumenti, delle antichità, tutta roba interessante per gli appositi amatori, per la storia — bravo! — Ma con la dovuta moderazione! (un altro colpetto di tosse perchè si arrabbia e soffoca) E col dovuto rispetto e le dovute convenienze per chi paga le tasse e ha diritto ai suoi comodi! Milano è una città modernissima — per i milanesi prima di tutto!... Non un museo per i forestieri! Carlo! Carletto!... Don Carlo!

Carlo Borghetti — (risponde seccamente) Ciao. (Si leva appena il cappello e tira via diritto, affrettando il passo e con una faccia tale che tutti sorridono, ma nessuno osa fermarlo).

È proprio fuori di sè. Egli odia in quel punto tutta la gente e tutte le donne. Le donne in ispecial modo: leggiere, vane, civette, false!... Tutte le donne, che poi si riducono per Carlo Borghetti ad una sola, Emma, il cappellino verde, colpevole di farsi accompagnare per la strada da quel ciarlatano dell'oratoria; colpevole.... colpevole, sopra tutto, di non aver mai capito ciò ch'egli si è sempre studiato di nasconderle, a furia di musi, di scontrosità e magari anche di sgarberie!

Il nobile Barbarani (rimane per un istante sconcertato, fermo in mezzo alla strada; poi, brontolando, si mette alla coda prendendo sotto braccio il cavalier Venceslao) Che presunzione! Che arroganza! Per avere il diritto di mancare anche di educazione, bisognerebbe chiamarsi per lo meno... il Brunelleschi!

Giordano Mari (sottovoce, osservando la signorina Emma, dopo di aver osservato l'atto, il turbamento, quasi la fuga del giovanotto) Chi è quel signor.... Carletto?

Emma (con naturalezza... sincera) Mio cugino, l'architetto Carlo Borghetti.

Giordano Mari (con squisita cortesia, per fare un complimento alla famiglia) Oh, oh!... Il sapiente artefice restauratore, il rievocatore, dirò meglio, del monastero di Pontida?

Emma (sorridendo, perchè tutti ridono in coro delle originalità di suo cugino) Già: e si figuri: adesso, perchè lo zio è diventato ministro dell'istruzione pubblica, voleva dare le sue dimissioni, sospendere i lavori...

Giordano Mari (vivamente interrompendola, parlandole più curvo, quasi inchinandola) Come, come, Sua Eccellenza l'onorevole Albertoni sarebbe dunque suo zio?...

Emma. Sì, fratello della mamma.

E così dicendo Emma arrossisce e torna a guardare per terra, confusa, turbata e inebriata. Sente che Giordano Mari le si è fatto più vicino, sente più vicino a' suoi capelli, alle sue guance, quella bocca eloquente, mobile, carnosa, dai bei denti lucentissimi e si sente tutta avvolgere da uno sguardo più fisso, più intenso, più caldo e... — Che peccato! — mormora, sospira ingenuamente. — Siamo già a casa!...

A quattro passi di distanza:

Donna Fanny (dicendo quasi la stessa cosa a Guido Bardi) Che peccato! Siamo arrivati!.... Ed io devo proprio salir un momento dalla signora Dionisy..

Guido Bardi (con una certa ansietà che gli rende la voce un po' velata) E... dopo?... Sì?... Vengo a salutarla?

Donna Fanny. Oggi... non si può. È domenica: devo andare anche da mia suocera: è il suo giorno.

Guido Bardi (si rannuvola... si morde i baffi).

Donna Fanny (guardandolo per consolarlo, con uno sguardo morbido come una carezza) Venga a prendere il caffè — con noi — dopo pranzo. Ma... non si faccia aspettare!

IV. Di sopra, in casa Dionisy.

Indice

Il salottino della signora Letizia, la madre di Emma: persiane chiuse, tendine calate; di primo colpo, buio pesto, poi a poco a poco si comincia a distinguere una figura bianca, gentile, che occupa, mollemente distesa, tutta la lunga poltrona a sdraio: capelli inverosimilmente biondi, occhi inverosimilmente neri: la signora, che è stata bellissima, è ancora bella: soltanto da un paio d'annetti circa non si lascia più vedere altro che allo scuro... sempre più allo scuro. Vicinissimo, un'ombra, una forma confusa, molto chinata su di lei. È il dottor Fabio Speranza che, dopo averle cercato e toccato il polso, è salito adagio, più su, colla mano, dentro la manica larga della soffice veste d'intérieur, e trovato morbido e piacevole il posticino, vi è rimasto, al caldo, senz'ombra di malizia.

Il dottore (eleganza stagionata: tutte le arguzie e le risorse della professione; parla lentamente, sommessamente, con una monotonia di tono e d'argomenti che riposa, calma e persuade) Dunque, per oggi, la mia tosa, restiamo intesi così: la noce vomica, prima quattro gocce, poi cinque, poi sei, a colazione, e così a pranzo. E per il momento, direi nient'altro. Stiamo a vedere. La digestione è abbastanza regolare — vero? — La nutrizione soddisfacente, la cerina... buona; anche quei nostri piccoli fenomeni nervosi non si sono più ripetuti, dunque — da brava — dallo stato generale dell'organismo bisogna ragionevolmente concludere che il meglio è nemico del bene, quindi accontentarsi!

La signora Letizia (languidamente) E le pillole di ferro?

Il dottore (dopo averci molto pensato, gravemente) Io direi anche, se crede (pausa), sospendiamole per qualche giorno (lunga pausa e lungo sospiro). Potremo poi ricominciare più tardi, se sarà il caso la cura ascendente.

La signora Letizia. E dell'Emma che cosa ne dice?

Il dottore (ancora più grave, più serio, scrollando il capo, sospirando profondamente) Mah!... (un'altra pausa, poi risalendo colla mano dentro la manica della signora Letizia e premendole il braccio in modo significativo) Un marito; cara la mia tosa, darle marito. Tutto il resto, l'esercizio, l'aria buona, la montagna, il tennis... non dico di no: hanno ottenuto un risultato al di là del soddisfacente. La ragazza è bene sviluppata, ben nutrita... il pannicolo adiposo abbondante, ma... ma... (sospiro e pausa) tutto alla sua epoca indicata, alla sua stagione prefissa — sicuro. Adesso, Emma... — appunto — ha un certo pallore interessante... un certo brillare degli occhi... Viene la sua stagione per tutto — vero? — per il cappellino di paglia e per la pelliccia. E dunque, eccoci: precisamente: adesso, Emma è nella vera stagione del matrimonio.

La signora Letizia (languidamente) Oh, dottore, è un po' il suo tic quello del matrimonio!

Il dottore (sorridendo e colla punta del dito mignolo rovesciando delicatamente il labbro inferiore della signora Letizia per guardare le gengive un po' esangui) È Domeneddio che ha fatto le cose in modo da giustificarmi pienamente!

La signora Letizia (rivoltandosi sulla poltrona, ridendo e nascondendosi il viso, impone colla mano al dottore di tacere, di non ricominciare colle solite enormità. Poi, quando si è bellamente riadagiata come prima, e il dottore le ha rimesso il cuscino di piume sotto il capo, riprende il discorso seriamente) Io credo che Emma, sotto certi rapporti, sia ancora... nel mondo della luna. Non so se mi spiego...

Il dottore le risponde, approvando col capo, che si spiega benissimo.

— Non sa, non immagina l'amore altro che dalla letteratura, dal teatro... e non è per lei altro che il Romanzo di un giovane povero.

— Oppure il Padrone delle Ferriere, che e più istruttivo.

— In conclusione, Emma non pensa a niente, non le importa niente di nessuno; prende tutto con indifferenza, anche la corte che le fa Nino Sebastiani e... non capisce niente. (Con due occhiate: una innalzata al cielo, l'altra rivolta al dottore, piena di rimpianto) Età felice!

Il dottore (continuando ad accarezzarle la mano, a premerle leggermente le ginocchia; con filosofia) Da brava: tutte le età hanno i loro vantaggi e i loro inconvenienti; e in quanto ad Emma, trovo appunto regolare che lo sviluppo fisico preceda lo sviluppo morale. Regolare ed opportuno: così — vero? — è possibile guidarla, consigliarla, farle fare tutto ciò che potrà riuscire più conveniente per il suo bene. Invece, non prevenendo l'avvicinarsi della crisi, sappiamo noi che cosa ci può capitare? Possiamo prevedere.... le conseguenze? Emma, siamo d'accordo, è fredda di temperamento; è un po'... clorotica, potrà anche accontentarsi di essere amata; ma, d'altra parte, quella sua stessa mancanza di uniformità di carattere..., certi languori... Se avesse bisogno lei di amare? Allora diventerebbe forse pericoloso. (Pausa: poi ripigliando) Potrebbe perdere la testa — vero! — per un poco di buono, e in tal caso che cosa si fa? Esauriti gli argomenti persuasivi — sicuro — noi dovremo sempre finire coll'accettare anche il poco di buono e firmare la ricevuta.

La signora Letizia (con calma, senza scomporsi) Mi spaventa, dottore!

Il dottore. Mah! (Pausa: espressione quasi truce a furia di essere grave e severa). Bisogna prevedere per prevenire. Una volta Emma già maritata, a posto... se le succedesse anche, per un'ipotesi, per una combinazione come ne succedono tutti i giorni, d'innamorarsi... non andrebbe a finire il mondo: anzi, tutt'altro! — È sempre un disastro, un infortunio riparabile quando, parliamoci chiaro, non finisce per essere poi, addirittura, un beneficio. Io direi dunque, per il momento, di non pensarci nemmeno a don Carlo Borghetti. È un fisico troppo sanguigno, una natura troppo energica; prende tutte le cose troppo sul serio, ed Emma finirebbe forse coll'essere sacrificata; mentre tutto al contrario, per quello che si può prevedere, perchè il matrimonio rappresenta sempre un'incognita, con Nino Sebastiani, finirà presumibilmente col fare a suo modo. Ho parlato, alla lontana, colla madre... del Sebastiani (pausa). Sarebbe — pare — contentissima; per il momento fisserebbe a suo figlio — dice lei — un assegno annuo di circa ventimila lire; — quindicimila ne porta l'Emma in dote?.. — dunque, diremo — aspetti un po' — quindici e venti, trentacinquemila — si può fare anche una vita buona, senza pensieri. E poi tre, o quattro volte tanto, in avvenire. Il più lontano possibile — vero? — La signora Sebastiani ha un vizio di cuore ancora compensato, ma, coi dovuti riguardi (pausa), come l'ho tacconata una prima volta, spero di poterla far tirare innanzi magari anche per una ventina d'anni! Nino poi, in quanto a salute, salvo casi impreveduti, potrei anche garantire. Ha un aspetto appariscente, l'indole... d'un cagnolino: oggi sta dietro e obbedisce alla mamma: domani farà altrettanto colla moglie. Se frequenta un po' il palcoscenico, se scrive qualche commedia... roba che passa. Capirà anche lui che una volta ammogliato — vero? — dovrà fare l'uomo serio. — Oggi l'Emma dove è andata? Al lawntennis?

La signora Letizia. No; è andata con Fanny ad una conferenza al Circolo artistico-letterario. Non aveva mai sentito conferenze...

Il dottore. Quel certo Giordano Mari? (pausa: poi) Già, avevo anch'io un biglietto, ma poi — al solito — non ho avuto tempo d'andarci (un profondo sospiro). Sono preso, come si dice, per il collo. Ho finito per far colazione... quasi al tocco. Anche con Venceslao... direi, potrebbe parlarne di questo Sebastiani. E in quanto ad Emma, cominceremo un giorno o l'altro, con un po' di quiete, a tastar il terreno.

La signora Letizia. Venga domani a colazione...

— A che ora? Perchè alle dieci ho l'ospedale.

— Venga alle dodici. (Dopo un momento, interrompendo il dottore che intanto ha continuato a lamentarsi, sedendo più comodo e accavallando le gambe, d'essere in gran ritardo e di non poter nemmeno respirare per le molte visite che ancora gli rimangono da fare) Devo dirle proprio tutta la verità? Io l'Emma... non la capisco! Non me la spiego! E sì, che sono sua madre! Mai una tenerezza, un momento d'espansione — nemmeno d'allegrezza; di quell'allegrezza affettuosa che hanno tutte le ragazze....

Il dottore (fisso, cupo, aggrottando le ciglia) Invece... in certi momenti si mostra nervosa?... È facile all'irascibilità?...

La signora Letizia (continuando)... passano settimane senza che venga a darmi un bacio; anche la sera devo sempre essere io la prima. Mai nessuna confidenza, e come fa con me, tal e quale con quel... buon uomo di suo padre!...

Il dottore (conferma, ripetendo come un'eco) Buonissimo.

La signora Letizia. E così pure rimane dei giorni interi senza dirmi una parola...

— Un po' dispettosa — vero? — un po' contraddicente?

— E mentre io sono impensierita per non potermi spiegare il suo malumore, i suoi capricci, la sua cattiveria, il suo mutismo, e comincio anche ad inquietarmi per la sua salute — ecco, non la sento a discorrere, a ciarlare, a magari ridere come una matta, colla sua cameriera? Di amiche ne cambia una ogni quindici giorni — come faceva colle bambole quand'era bambina. Adesso è un pezzo che tocca alla Fanny... Ma poi durerà anche colla Fanny?... No, no; creda, è proprio vero quello che le ho detto: Emma non pensa ad altro che a divertirsi, e non le importa niente di nessuno! Del resto... (la bella signora guarda il dottore con un'espressione che vuol dire... e dice molte cose), del resto... sarà meglio per Emma — non è vero, dottore?

È questa la solita ripetizione di tutti i giorni: quando il dottore comincia a lamentarsi delle troppe visite che ha da fare, la signora Letizia comincia, per suo conto, a lamentarsi della figliuola che non ha cuore.

È così — ed è sempre stato così, e nient'altro — il loro amore: il bisogno di lamentarsi sempre e di compiangersi l'un l'altra per quelle piccole infelicità... che fanno loro tanto piacere!...

Una grande scampanellata.

Il dottore, senza turbarsi, abbandona il braccio della signora Letizia.

— Visite?

Una seconda scampanellata.

Tutti e due quasi insieme:

— Venceslao.

Il cavalier Venceslao, quando rientra nel seno della sua famiglia, ci tiene ad avvertire ch'è proprio lui, perciò ha imposta la regola al portinaio che «per il padrone» si debba suonare due volte.

Emma (entrando di corsa nel salottino, e precipitandosi addosso alla poltrona della mamma, stampandole sulla bocca due bacioni collo schiocco) Oh, mamma, mamma; che fascino! Che arte! Che maraviglia! Come ti saresti divertita! E anche tu, dottore, perchè non sei venuto! Hai fatto malissimo! Che cosa grande! (un altro abbraccio impetuoso, nervoso, altri due baci sul viso della mamma ancora più risonanti).

La signora Letizia (alzandosi mezzo soffocata, allontanando, come difendendosi, la figliuola) Emma! Emma! Che fai? (guardandosi nello specchio, un po' inquieta per l'amabile incarnatino delle sue guance) Una conferenza!... Si sa, poi, che cosa può essere di straordinario! (Si accomoda la bionda capigliatura a ricci che la figliuola le ha mandata un po' di traverso). Corri sempre da un'esagerazione all'altra!

Il dottore (crollando il capo con aria di sussiego e di sprezzo) Adesso sono di moda i conferenzieri (pausa, poi coll'intenzione di fare dello spirito) i quali non sono poi altro che predicatori vestiti da uomo!

Emma (subito: con slancio) Sei uno stupido!

La signora Letizia (richiamando la figliuola al dovuto rispetto) Oh! Oh! Oh!...

Il dottore (che se la gode: con fina malizietta) Sentiamo un po'... per valutare al giusto merito l'eloquenza di questo signor Giordano Mari... c'era alla conferenza — vero? — anche Nino Sebastiani?

Emma (colla più candida disinvoltura, come se si trattasse del sindaco o del prefetto) Nino Sebastiani? (ci pensa) No. (Ricordandosene) Cioè, sì!

Il dottore (ritorna serio, molto serio, osservando Emma con grande attenzione, mentre, cacciate le dita nei taschini della sottoveste, fa risuonare continuamente le chiavette di casa).

Emma (riprendendo subito, ed esaltandosi, l'argomento che più l'interessa) Non legge, sai? Parla! Senz'esserci preparato! Improvvisando! (Voltandosi vivamente verso donna Fanny che sta per entrare nel salottino seguita dal nobile Barbarani, mentre il cavaliere Venceslao si ferma nel salone e si mette al pianoforte) Non è vero, Fanny?... Non è vero, papà, che cosa straordinaria?

Donna Fanny (più calma, dopo aver abbracciata, senza stringerla, donna Letizia e averle dato per aria i due baci di convenzione) Ha un gran merito!... Anche Guido lo riconosce... (Guido Bardi, s'intende). Come conferenziere è di prima forza!

Il nobile Barbarani (sempre saltellando, dopo aver battuto col palmo della mano sulle spalle e sulla pancetta del dottore) Di primissima forza! Di cartello!... Un vero oratore di cartello! Diceva benissimo il pittore Fioravanti, quello famoso che ha fatto il ritratto anche a donna Ida: È un Demostene, un Cicerone — coi polmoni del Tamagno!...

Il cavalier Venceslao (dal salone, solfeggiando e accompagnandosi cogli accordi del pianoforte) È un'eloquenza dantoniana! Drlirinin!... Irrompente! Drlaronn!... Maestosa! Drlarumm!...

Donna Fanny. E poi è un bel giovane, un bell'uomo! Ha magnifici denti. Il Barbarani ce lo ha presentato, ed egli ci ha accompagnate fin qui. Anche Guido lo ha trovato molto... signore! molto... come si deve!

Il nobile Barbarani. Non frequenta che la migliore società. A Padova è stato l'amante della contessa Pianelli. Lo sapevano tutti: era... ufficialissimo! Stasera gli diamo uno champagne d'onore al Circolo artistico-letterario — Son proprio content! (Al dottore, che intanto ha continuato a guardare e a studiare la signorina Emma) Dovresti venire anche tu — benissim! — Dieci franchi a testa soltanto i soci frequentatori, perchè gli artisti, si sa, in Italia ne han pochi da spendere.

Il dottore (scrollando il capo e sospirando) Impossibile!... Sono così preso in questi giorni!(Guardando l'orologio) Sono le cinque e mezzo e dovrei già essere in via Cusani! Scappo! (Scampanellata; il dottore sente venire altre visite, si siede). Scappo subito.

È la vecchia marchesa Gonzales: vecchia per gli altri, non per sè stessa; ha molte pretensioni di eleganza, di gioventù e la smania di essere ancora corteggiata. Ingrassa ogni giorno, ma per conto suo ha invece l'illusione di dimagrare a forza di stringersi e di patir la sete, cosa che la fa essere sempre eccitata, rabbiosa. Quando le domandano se è stata alla conferenza, monta in furore. Ma come?... Lei?... La marchesa Gonzales alla conferenza di un ateo? Di un... eretico? Sa! Sa! Sa tutto!... Le hanno detto tutto! Le hanno già riferito i suoi amici — perchè lei ha degli amici veri, e tutti simpatici, fedeli, provati e tutti giovanotti! — le hanno riferito che cosa ha detto di bello quel signore! Che teorie! Che massime! Che dottrine!.. Che spropositi!

Lo sdegno e la veemenza della marchesa sono tali che tutti tacciono ammutoliti. La signora Letizia è quasi mortificata di aver mandato Emma alla conferenza; donna Fanny di esserci stata lei; ed Emma, scossa, confusa, china il capo, quasi vergognosa, quasi addolorata.

Il silenzio è grave, penoso, rotto soltanto dagli accordi e dai solfeggi del cavalier Venceslao, e dal risonare delle chiavettine del dottore, il quale, in punta di piedi, gira intorno alla ricerca del suo cappello... poi, pianino, passando vicino ad Emma, toccandole, premendole le mani, le ricorda, sottovoce, le cartine di fosfato che ha da prendere prima di pranzo, e sparisce senza che nessuno se ne accorga.

Il nobile Barbarani (a un tratto scattando dalla seggiola e fermandosi ritto dinanzi alla marchesa) Miscredente?... Un ateo?... Un eretico?... Benissim! Ma in tal caso (un colpettino di tosse) sia quel che si sia — mi piace sempre dire la verità! — son proprio content d'essere un miscredente anch'io; perchè il Diderot, il Voltaire, il Rousseau, li leggo e li ammiro anch'io, e in quanto alla filosofia e alla storia c'è poco da ridere: credenti, o miscredenti, la storia — per sua regola, marchesa — resta quello che è; non si può cambiare.

Emma (si sente sollevata; lo guarda, sorride) Che bel vecchietto quel Barbarani! Leale, franco, simpatico...

V. All'hôtel della «Bella Venezia».

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Giordano Mari (entrando cerca il portiere che non c'è, chiama il cameriere che non risponde, entra nel burò dove non trova nessuno; si mette a brontolare prima a mezza voce, poi molto più forte).

Il direttore (che si era addormentato in quel caldo pomeriggio, risvegliandosi e avanzandosi nel buio) Il signore?... domanda?...

Giordano Mari. Domando se ci sono lettere, telegrammi per me.

Il direttore (che non si ricorda chi è) Scusi?...

Giordano Mari (risentito) Per Dio! Giordano Mari.

Il direttore (lo guarda c. s.)

Giordano Mari (furibondo) Il numero 15!

Il direttore (con calma) Adesso domanderemo al cameriere.

Per il numero 15 c'era un telegramma ed una lettera: erano stati portati in camera: e per Giordano Mari dovevano essere importanti assai, perchè, ordinato in fretta da pranzo, fa le scale d'un fiato.

Col telegramma, invece di una sola lettera, ce ne sono due. Una da Roma, l'altra col bollo di città.

Giordano, prima di aprire, guarda di chi sono: la lettera di Roma è quella che egli aspetta dall'onorevole Rocco Marana, sotto-segretario di Stato all'istruzione pubblica. Quella di città è del suo editore.

— Ma perchè mi scrive? Se l'ho avvertito che domattina sarei andato io da lui?

Da quella lettera Giordano Mari sente che deve aspettarsi una contrarietà, un rifiuto; tuttavia legge prima il telegramma:

«Impossibile ottenere rinnovazione: voci attendibili assicurano solito sovventore prossimo fallimento. Regolati.»

«Finardi.»

— Anche gli usurai che falliscono! Quando il diavolo ci vuole mettere la coda! E adesso... a quest'altro! — E comincia più lentamente ad aprire e a leggere la lettera di Roma. È la risposta ad una sua domanda per certa missione all'estero che ha più volte sollecitato e che gli procurerebbe, oltre al divertimento e all'onore di un paio di commende, anche qualche biglietto da mille:

Ministero

della

Pubblica Istruzione

Gabinetto del Sottosegretario di Stato.

Carissimo amico,

«Cattive notizie! Il tuo invio a Lipsia per l'esame e il possibile ricupero dell'epistolario galileiano, scoperto in quella città, — e di doverosa rivendicazione da parte del Governo italiano di fronte alle irregolarità di acquisto emerse dal recente processo — pareva cosa sicura. S. E. il ministro, anche l'altra sera, dopo un lungo colloquio intorno a molte altre cose, me ne aveva dato la quasi certezza, mostrando di ricordarsi molto bene di te, de' tuoi titoli e delle tue benemerenze. Credevo di potergli far firmare a giorni il relativo decreto e le commendatizie ufficiali presso i corpi diplomatici, allorchè, stamane, apprendo che la missione è irrevocabilmente affidata all'onorevole Toscolani. Questo nome, in questi momenti, ti dice tutto; ti dice specialmente, come non sia dipeso da mancanza di buon volere da parte mia l'esito negativo della pratica. Un elemento così irrequieto e tempestoso, da sottrarsi all'opposizione parlamentare ed extra-parlamentare, alla vigilia, o quasi, di un voto di vita o di morte pel Gabinetto, ha avuto il sopravvento anche nel campo... teoricamente sereno della scienza e delle arti. Tu sei troppo uomo di mondo, sebbene non rotto ancora a questa vitaccia politica, per non comprendere certe supreme necessità del momento. A voce, e spero presto, a Roma, potrò dirti di più. Per ora non volermene e gradisci una filosofica stretta di mano dal tuo

Affezionatissimo

Rocco Marana

Giordano Mari non dice una parola, non fiata, ma sotto gli occhi gli appaiono due solchi lividi, profondi. Apre l'altra lettera, quella dell'editore di Milano.

Amodei e C. Editori

Gabinetto del Direttore

Illustre e carissimo Mari,

«Mi offrite le vostre conferenze sui Precursori della Rivoluzione? Quali sono e quante sono? perchè io non ne conosco altro che una, la solita di Venezia, Torino e Genova; sempre bella, ma sempre quella, come la bandiera dei tre color! E poi... mi domandate duemila lire — anticipate — per un volume di conferenze? È vero che non è che una domanda... ma io non vi posso dare... che una risposta. Vi voglio molto bene, ma non posso, per voi, disgustarmi col mio interesse.

Affezionatissimo

Amodei.

«P. S. — Devo assentarmi da Milano per il matrimonio di mia nipote. Sono spiacente per me... e per voi. Vi avrei fatto conoscere l'architetto Carlo Borghetti, una vera capacità, un erudito fenomenale. Avrebbe potuto esservi utilissimo per la vostra monografia su sant'Ambrogio... o il signor Ambrogio, come volete voi.»

Giordano Mari, pallidissimo, resta fermo, immobile su due piedi. È una disdetta. Tutto gli va male... tutto! tutto!... C'è fin da ridere, tanto è curiosa!... E ride infatti; ma ad un tratto il riso gli si ferma sulle labbra ed ha un sussulto in tutta la persona: riapre, rilegge il telegramma:

«Impossibile ottenere rinnovazione: voci attendibili assicurano solito sovventore prossimo fallimento. Regolati».

— Ma allora?... E le altre?... E tutte le altre?...

Anche gli ultimi echi degli applausi di un'ora innanzi, le febbrili compiacenze del successo, tutto è svanito, dileguato ormai... persino il bel viso ridente di donna Fanny e gli occhi intenti, appassionati di Emma. E sì che quest'ultima, mentre egli legge la lettera del Marana, gli è tornata in mente... quale nipote dello zio ministro.

— E le altre cambiali?... E tutte le altre?...

Fa due, tre passi verso la finestra, sempre cupo, sempre pensoso, a testa bassa. Prende macchinalmente le forbici dalla toeletta e macchinalmente continua e continua a tagliarsi, a regolarsi, a limarsi le unghie...

— E le altre?... E tutte le altre?...

Rimane ancora diritto in piedi, immobile, a testa bassa, occupato delle sue unghie, ma a mano a mano il suo viso da pallido diventa giallo, gonfio, sformato... i solchi sotto gli occhi diventano sempre più profondi. Non ha più trentacinque anni nè quarantacinque... ne dimostra sessanta...

— E le altre?... Almeno dieci... dodicimila lire?...

Nella cameretta si sente solo il rumore del respiro greve, affannoso del Mari, e un tic-tic-tac delle unghie dure, che saltano via, mozzate dalle forbici.

Cameriere (battendo all'uscio) Signore...

Giordano Mari (trasalendo, voltandosi) Che c'è?

Cameriere. Il pranzo è servito.

VI. Dopo due settimane al club.

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Giordano Mari ha rimandato ad altra epoca le sue conferenze di Bologna, Roma e Napoli; trovandosi a Milano, vuole invece approfittare dell'occasione, per fare tutte le ricerche necessarie e compiere sul posto l'importante monografia Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi, che gli deve aprir la strada alla cattedra di storia in una delle principali Università del Regno. Intanto approfitta delle sere, e un po' anche del giorno (le biblioteche e gli archivi si chiudono presto) per far conoscenze e frequentare il bel mondo di Milano, in compagnia del presidente del Circolo artistico-letterario, il nobile Barbarani, sempre felicissimo, «proprio content», quando può fare il cicerone delle belle signore coi personaggi un po' celebri che passano da Milano.

— Sarà un debole — diceva il presidente Barbarani, scusandosi di questa sua manìa cogli amici che lo pigliavano a giuoco — ma a me la gente di talento... non mi dispiace! Si parla di tutto volentieri, e si vengono a sapere tante cose anche curiosissime, che saranno vere sì, saranno vere no, questo non implica, ma interessano moltissim. Mediolanum, eccone una bella, per esempio, si compone di due parole, Med e Lan, che nell'idioma celtico significano Fertile terreno!

Ma questa volta, a proposito di Giordano Mari, altro che pigliarlo a giuoco! Per poco non lo pigliavano a... bastonate! Nino Sebastiani era furente contro di lui, perchè pareva che il grande uomo di Padova facesse la corte alla signorina Dionisy; e Guido Bardi gli teneva il broncio, perchè anche donna Fanny si montava la testa e civettava a segno da compromettersi. E oltre questi due, che lo lasciavano indifferentissimo, perchè già noti in Galilea pei loro furori da Otello, anche Carlo Borghetti non si prendeva il gusto di diventare ogni giorno più villanissim?... certamente per quelle gelosie, invidie e battibecchi tra scienziati, che, dacchè mondo è mondo, purtroppo, si sono sempre ripetuti, cominciando dal Caro col Castelvetro?...

La mattina di quel giorno, proprio per far dispetto, e dare anche una prova di indipendenza e di prepotenza ai tre moschettieri di casa Dionisy, Nino, Guido e Carlo Borghetti, il nobile Barbarani fa staccare una lettera d'invito, al club, per Giordano Mari: e fa male.

Questa volta, anche tutti gli altri soci, molto esclusivisti e però molto diffidenti e difficili nell'ammettere persone estranee, gli fanno osservazioni e lamentele.

— Quella è gente del tuo Circolo artistico-letterario! Bisogna andar adagio! tirar dentro il primo che capita! Va bene, è un letterato, uno scrittore, uno scienziato, anche un genio! Quella è roba del tuo Circolo artistico-letterario! Ma qui, al club, che cosa ci verrebbe a fare? Intanto — come individuo — da dove è saltato fuori?

— Dalla più eletta società di Padova!

— Ma chi è, in fine? Chi è?

— È stato per tre anni l'amante ufficialissimo della contessa Pianelli, alla quale ha fatto la corte anche Don Carlos, sicchè mi pare — e il piccolo Barbarani tutto impettito si mette le mani sui fianchi, — mi pare, è sempre stato in buona compagnia!

Ma Guido Bardi e Nino Sebastiani soffiano nel fuoco, preparano una cabala contro Giordano Mari — tutti gli avrebbero voltate le spalle appena si fosse presentato — e il nobile Barbarani, a sua volta, per parare il colpo, continua a fare tutto il giorno una gran propaganda per il conferenziere!

Al club:

Il presidente Barbarani è in piedi in mezzo a sette od otto sportsmen, sdraiati intorno alla finestra del grande terrazzo. Nino Sebastiani, sul canapè, nell'ombra della sala, legge il Corriere della Sera: Guido Bardi, seduto al tavolo, col capo fra le mani, legge l'ultimo fascicolo della Revue des Deux Mondes.

Il nobile Barbarani. Vi assicuro — parola d'onore — per quanto pieno di talento, non esclude che sia anche di una educazione perfettissima! È qui il nostro Guido? precisament! Non è un letterato e un poeta di primissimo ordine, e medesimamente il più compito gentiluomo? E il bravo Sebastiani? Tutti applaudono le sue commedie che sembrano scritte addirittura da un francese, e con questo?... Gentilezza e cortesia sono il suo emblema.

Il Bardi e il Sebastiani (tutti e due insieme scattano come molle: ma dopo un'occhiataccia torva e un'alzata di spalle, tornano a leggere).

Il nobile Barbarani (un saltetto di compiacenza, quindi ripiglia tendendo l'amo nel circolo dei «fashionables») Di cavalli, per esempio? Anche di cavalli, Giordano Mari se ne intende moltissim! Dei varii sport? (movimento di curiosità). È una vera competenza! Un'erudizione speciale!... Certi suoi confronti coi Greci e coi Romani, e con le nostre corse del giorno d'oggi, sono interessantissimi e curiosissimi! Le bighe, per esempio, erano nè più nè meno dei nostri tilbury: e anche nel Longchamp dei Greci, nell'ippodromo, tiravano a sorte ciascuno il suo posto e partivano insieme a un segnale convenuto. Invece l'ippodromo dei Romani era poi il circo, cioè la nostra pista: precisamente! E anche i Romani — tal e quale — avevano per l'appunto i loro bravi... — aspetta un moment (pausa, poi:) gli editores ludi! — benissim! Nè più nè meno della nostra Società delle corse! E anche le scommesse! Ma, allora — grazie tante! — come le prendevano sul serio! Sotto Giustiniano, per esempio.... (si ferma interdetto, per timore di Guido Bardi che alza il capo e sta a sentire) o sotto un Costantino.... (stizzito) Già l'uno o l'altro, non importa, è il fatto storico che preme! (Tossisce, si rischiara la voce: con impeto quasi aggressivo contro il Bardi) E questo è positivissimo!.. I varii partiti — che si chiamavano le fazioni — invece di scommettere, tranquillamente, per Sansonetto o per Drusilla, si appassionavano al punto da far degenerare la discussione in una guerra punica ferocissima, che durava persino due o tre giorni, con venti e magari trentamila morti!... (Una risata, un saltetto e una fregatina di mani) Altro che totalizzatore!

Il Bardi e il Sebastiani continuano a leggere, sogghignando per quella erudizione da dizionario; ma, intanto, perdono terreno: i soci del club s'interessano allo sport dei Greci e dei Romani, ed anche a Giordano Mari; essi fanno parecchie altre domande sul conto degli editores ludi ed anche sui meriti della contessa Pianelli, delle corse degli auriga nel circo e delle avventure amorose del conferenziere a Padova; e così il piccolo Barbarani trionfa col suo grand'uomo, a dispetto del poeta e del commediografo.

— Benissim! Son proprio content.

Ed anche un'ora dopo, sempre al club, ma nella sala da pranzo, egli continua a raccontare, a sdottoreggiare ed a sfiatarsi, sempre a proposito del suo illustre amico di passaggio.

Il nobile Barbarani, potentissimo come presidente del Circolo artistico-letterario, anche al club gode di una certa considerazione come direttore di mensa.

Quel giorno, al pranzo delle sette, c'è poca gente; mancano pure Guido Bardi e Nino Sebastiani, che quasi sempre, del resto, pranzano in famiglia; e il nobile Barbarani, fattosi più sicuro anche per questa assenza, è sul punto di arrischiare il gran colpo coi fedeli commensali, immersi, beatamente, nel tepido profumo del consumè, annunziar loro, cioè, che per l'indomani egli ha invitato a pranzo, proprio al club, e proprio lui, il grande Giordano Mari! (Tossisce, si rischiara la voce più che mai arrochita e incomincia).

— Dunque, domani... — benissim! — sarà una conversazione veramente piacevoliss... (ma il resto gli rimane in gola: entra nella sala per mettersi a tavola l'architetto Carlo Borghetti, sempre in ritardo al pranzo delle sette, perchè arriva alle sette e un quarto da Pontida: linea di Lecco-Bergamo-Milano).

Carlo Borghetti.

Il nobile Barbarani.

I soliti commensali.

Il maggiordomo e un cameriere in frak: servitori in livrea.

Fuori, il rumore del tram, quando passa; dentro, l'odorino del consumè.

Carlo Borghetti (spettinato, accigliato, la faccia sudata e stanca, saluta col capo a destra e a sinistra, mentre il servitore di dietro gli spinge la seggiola: appena seduto, sorbisce in fretta due o tre cucchiaiate di brodo: disgustato).

— Porta via.

Un servitore gli porta via subito il consumè: il cameriere gli versa da bere.

Il nobile Barbarani (con grande cautela, senza nemmen guardare Carlo Borghetti, quasi avesse timore di toccarlo soltanto cogli occhi) Dunque, certissimo, non è vero?... Stasera sarai anche tu, di casa Dionisy?

Carlo Borghetti (fissandolo bieco) In casa Dionisy? Stasera?

— Venceslao festeggia il venticinquesimo anniversario della prima rappresentazione dell'Aida. Tutto un concerto verdiano, interessantissim. (Tossisce: poi in falsetto, per tastare il terreno e preparare l'altra notizia dell'invito a pranzo) Io vi condurrò anche Giordano Mari, una persona proprio simpatici.... simpatichissima!

Carlo Borghetti (in collera, strapazza il maggiordomo perchè non trova il «menu»: poi pianta un palmo di muso).

Il Barbarani perde coraggio.

Uno dei commensali lontano (dopo un momento di silenzio) Un concerto? Con questo caldo? Non è finita la stagione dei concerti? (Ancora silenzio: rumorìo tranquillo, moderato, composto di piatti e di posate: i servitori camminano in punta di piedi...)

Un altro commensale. L'Aida! (col lungo sospiro dell'abbonato) Bei tempi per la Scala! La prima dell'Aida, la prima dell'Otello....

Il Barbarani (scattando sulla seggiola) Mai più! (Riscaldandosi) L'Aida del Verdi è stata scritta, nientemeno, per commissione del vicerè d'Egitto, col premio di centocinquantamila lire e rappresentata al Cairo con grande sfarzo nel 1871. Dunque settant'uno e venticinque...

I due commensali insieme. Novantasei!...

Barbarani (a Carlo Borghetti con un filo di voce e di speranza) Domani, per esempio, tu sei capacissimo di ritornare ancora a Pontida e di fermarti, magari, tutta una settimana?

Carlo Borghetti (sempre ingrugnito) No; per ora non mi muovo più da Milano. (Beve di colpo tutto il bicchiere di vino che ha dinanzi: il cameriere gliene versa dell'altro).

Barbarani. Come? Come? Come? Bevi durante il pasto? E bevi vino?... Che cosa vuol dire quest'infrazione alle regole, al metodo di cura?

Carlo Borghetti. Vuol dire che ho sete.

Barbarani (punto leggermente) Benissim: son proprio content della bella notizia.

Carlo Borghetti (che non ha sete, ma beve per stordirsi, e per calmare il suo dispetto contro la signorina Emma, e la sua rabbia contro Giordano Mari: sforzandosi, volendo rimediare alla sgarbatezza) Sono stato molto al sole; tutto il giorno al sole.

Il commensale più lontano (mangiando) Proseguono... alacremente... i lavori... a Pontida?

Carlo Borghetti (non risponde: non risponde mai alle domande che gli fanno al club a proposito de' suoi lavori. Invece brontola e si arrabbia di nuovo contro una fetta di «rosbiffe» che non vuol cedere).

Barbarani (con uno sguardo obliquo all'architetto e a quel «rosbiffe», che minaccia di offuscare i suoi meriti di direttore di mensa) Forse non hai scelto... bene. (Chiamando il cameriere perchè gli riporti il piatto) Giorgio!...

Borghetti (con stizza: butta sul tondo coltello e forchetta) Porta via (E vuota tutto d'un fiato il terzo bicchier di vino).

Il nobile Barbarani (con sollecitudine paterna) Oh! Oh! Oh!... Non ci sei abituato!... Non bevi mai per la dilatazione di stomaco.... Oh! Oh! Oh!... Adagio!... È Gattinara vecchio!

Carlo Borghetti (con le guance che gli son diventate subito rosse per quel terzo bicchiere: prorompendo in una sghignazzata) E Gattamelata?... Come sta il tuo Gattamelata?

Barbarani (stupito, inquieto, senza capire) Gatta?.. melata?...

Borghetti. Già: il grand'uomo patavino! Stasera, dunque, te lo porti in trionfo, da mia zia?

Barbarani (contento dello scherzo: sperando nella combinazione del pranzo per il giorno dopo) Ah! benissim! Giordano Mari?... Desidera vivissimamente di fare la tua bellissima conoscenza! Ha per te un'ammirazione addirittura straordinaria? Naturalissima, del resto: due persone di vero talento; due competenze reciprocamente simpati.... simpatichissime!

Carlo Borghetti (sempre colle guance accese: una guardatura ed un sogghigno insoliti) Dunque?... Si è deciso?

— ...?

— Per la bruna o per... l'altra?

— Cioè?

— Per donna Fanny o per la...

— ...?

— O per il matrimonio?

Uno dei commensali, il più furbo (a guisa di commento) Per il peccato... o per la dote?

Barbarani (serenissimo: non sospettando mai che l'austero e lunatico architetto potesse avere delle viste particolari su donna Fanny, e tanto meno sulla signorina Emma) Se dovessi proprio giudicare spassionatissimamente, starei quasi per dire viceversa. — Precisament. — Donna Fanny avrebbe un debole per il conferenziere: si capisce subito, del resto... basta guardare la faccia d'itterizia del Bardi!... Invece, mi pare, a Giordano Mari ha fatto colpo la fanciulla... (a Carlo Borghetti coll'aria, quasi, di congratularsene) la tua leggiadrissima cuginetta.

Ancora il commensale di prima (seguendo cogli occhi gli asparagi al burro che fanno il giro della tavola) Spieghiamoci: gli ha fatto colpo la fanciulla o la dote?

Un altro commensale di faccia. L'una e l'altra: sono belle tutte e due.

Carlo Borghetti (a Giorgio che gli presenta il piatto degli asparagi) No! Ho detto di no! Porta via!

Il Barbarani (con un sospiro per la mortificazione del cameriere: al vicino di tavola) Quell'architett è proprio incontentabilissim!

Il più vecchio e il più autorevole dei «fashionables»: un pezzo ancora vivo del Museo del Risorgimento. (Nel 1857 ha ucciso in duello, per una delle belle signore di Milano, di cui era l'amante, un ufficiale degli usseri, austriaco: rifugiatosi a Torino, ha portato una lettera di Cavour al conte Nigra, a Parigi) I nostri giovani, per altro, del giorno d'oggi, hanno un gran torto: lasciano troppo libero il passo ai forestieri.

— Per forza!...

— Si rendono noiosi!

— Insopportabili!

Il nobile Barbarani. E poi, tutti lo stesso sarto, tutti lo stesso parrucchiere! Che cosa risulta? Che sono tutti eguali, e le donne amano la varietà!

Intanto il pranzo volge alla fine: si fa più vivo il risonare dei piatti e dei bicchieri, cresce l'animazione fra i commensali che parlano più forte, ridendo, scherzando; non si sente più il tram nemmeno quando passa, ed il pettegolezzo diventa meno prudente, meno riguardoso.

— E donna Fanny, per un esempio, credete che si diverta, con Guido Bardi?

— Poeta, come il Petrarca, sarà benissim...

— Ma un gran poeta seccatore!

— Esigente! Gelosissim!

— Donna Fanny non ha più un momento di respiro, di libertà, specialmente poi quando suo marito è a Roma, e quell'altro può fare il tiranno a tutto spiano.

— Sicuro, l'amore moderno è così monotono e poco divertente che le nostre povere signore devono ricorrere al marito come ad un sollievo, come ad una liberazione.

— Allora questo onorevole Simonetti perchè non sta di più con sua moglie? Perchè non resta a Milano? Che cosa fa, sempre a Roma?

— Tace, e vota per Rudinì.

— Finchè sta in piedi Rudinì sarà sempre contento, anche se cade sua moglie!

— E Nino Sebastiani?

— Il commediografo?

— Perchè?... È in pericolo anche il commediografo?

— Il nobile Barbarani (tossendo due o tre volte e riuscendo ad imporsi colla vocetta strillante) Anche il commediografo!... Mea culpa! Deve dire mea culpa anche il commediografo? Perchè continua anche lui, colle sue pose di Romeo e di Otello, a filare il sentiment e la gelosia, sempre alla lontana? Perchè non farsi avanti? Che cosa aspetta, santo Dio? Che il frutto vada in fiore e il fiore in semenza?... Le ragazze, si sa, e le ragazze oneste tanto più, non amano che il matrimonio! — La signorina Emma gli piace? — E dunque coraggio! La sua brava domanda e il suo bravo matrimonio; altrimenti.... aspetta e aspetta, che cosa succede? Che ne capita un altro sull'orizzonte; e se quest'altro, come nel caso, se si verificasse, del nuovo pretendente, è un bell'uomo e un uomo anche di genio, con una splendida posizione, con un grande avvenire, e col fascino della gloria, parliamoci chiaro, io trovo naturalissim che la ragazza possa perdere, come si dice, la sinderesi, e allora, signori miei.... (Il Barbarani s'interrompe).

Carlo Borghetti (a mano a mano, da rosso acceso, è diventato sempre più pallido: dopo inghiottito un altro bicchiere di vino, nel posare il bicchiere a calice con troppa forza sulla tavola, gli si rompe fra le dita).

Barbarani (vedendo la mano di Carlo Borghetti insanguinata: chiamando forte) Giorgio! Giorgio!

VII. Durante il concerto, in casa Dionisy.

Indice

Nel salone del concerto: la folla degli invitati: il maestro Arnaldi, del Conservatorio, eseguisce mirabilmente le Trascrizioni di Liszt sull'Aida: mormorii di approvazione: il cavalier Venceslao, — la cui bella testa italiana ha maggior risalto col frak e la cravatta bianca — ritto in piedi, accanto al pianoforte, volta le pagine della musica, ringrazia sorridendo, con dignitosa affabilità, il pubblico plaudente, o lancia occhiate terribili se appena uno si muove o dice una parola.

In fondo al salone, nascosti dalla portiera dell'uscio a destra: Guido Bardi e donna Fanny: scena di gelosia, sotto voce, ma vivacissima: quella stessa mattina donna Fanny è stata veduta sul Corso, dopo la messa in duomo delle dieci e mezzo, con Giordano Mari.

Accanto alla portiera dell'uscio a sinistra: Nino Sebastiani, colla faccia stralunata e l'occhio sempre attento con inquietudine ansiosa verso il grande finestrone che mette sul terrazzo: si lascia fare una gran corte dalla contessina d'Arborio: una nanerottola napoletana, pertinacemente signorina dopo i trent'anni, che ha perduto una riputazione e sta formandosene un'altra, tutto ciò con un volumetto di Note e frammenti — versi e prose — assai fisiologicamente psicologici.

Nella sala da giuoco: la marchesa Gonzales, più gonfia per le strettoie del busto, più che mai abbarbagliante per i vividi colori dello sfarzoso abbigliamento, più che mai bisbetica e più che mai rabbiosa, per la smania che la rode di un bicchier d'acqua gelata, si sfoga colle sue conoscenze — tutti uomini e tutti bei giovinotti! — contro quel genio inconcludente di Guido Bardi, che non è corso ancora a complimentarla, e per conseguenza anche contro donna Fanny, che scappa via in furia dalla messa, per trovarsi sul Corso con quel luterano... che nessuno sa chi sia!

Nel salottino verde e quasi buio della biblioteca: la signora Letizia, quella sera più che mai sofferente, e perciò lontana dalla luce, lontana dal caldo, lontana dalla folla. Mollemente sdraiata sulla lunga e morbida poltrona, come in un lettuccio, scintillante di gemme e ancora affascinante, in quel mistero della fida penombra per l'incerto bagliore delle spalle e delle braccia ignude, essa sospira e langue, co' suoi più intimi, per il caldo che l'opprime, per i suoi nervi, per Venceslao che ne fa strazio a suon di musica, per Emma ingrata e disobbediente che non si cura di lei, che non si fa mai vedere, che non le vuol bene affatto.... E di tanto in tanto interrompe il lamento e manda il dottore sulle traccie della figliuola, per tenerla d'occhio, per sapere almeno con chi parla. Ma anche il dottore sembra molto preoccupato, sfiduciato, e se ne va in punta di piedi alla ricerca di quella tosa senza giudizio, scrollando il capo e sospirando.

Sul terrazzo: Emma e Giordano Mari. Ci si vede appena, perchè la notte è bella, ma senza luna, e il salone di faccia, illuminato, lascia il terrazzo ancor più nell'ombra.

Le Trascrizioni di Liszt sull'Aida stanno per finire.

Emma. No! No! Adesso no! Mi lasci andare dalla mamma! Chissà che cosa dirà la mamma!

Giordano Mari. Resti ancora!... Tacerò!... Non ho sempre taciuto tutti questi giorni?... Tacerò! Per me sarebbe una colpa parlare! Per questo l'ho sempre sfuggita! (con una amarezza che mostra i bei denti candidi fra la barba bionda) All'uomo consacrato alla ragione, non è concessa la follia del sentimento!... Eppure... questo le dicevo, questo le voglio dire, questo solo. Era il misterioso fascino della simpatia o la suggestione eterna della bellezza? Era la visione di un'anima o l'incontro fatale del destino? Tutto; la folla, il fragore delle approvazioni, l'ansia del successo, il momento presente, l'evocazione immaginosa del passato, tutto si allontanava, illanguidiva, spariva!.. I suoi occhi soltanto; non vedevo altro che i suoi occhi dolci e buoni; i suoi occhi lucenti e fissi, che si erano impadroniti di me, coll'intimo, profondo turbamento di una nuova commozione, che si eran fatti oramai i visibili e magici conduttori della mia parola e del mio pensiero.... Signorina! (trattenendola perchè il maestro Arnaldi ha finito, scoppiano gli applausi, ed Emma rossa, confusa, intimidita, tremante e fremente, vuole scappar via) Ancora!... Ancora! Vederla soltanto! (Le afferra la mano colla quale Emma tiene il ventaglio, gliela stringe forte, le fa male, molto male).

Emma (non si oppone, non dà il più piccolo grido. È lui: essa è contenta che la faccia soffrire; è contenta di quel dolore: essa lo sente; essa sola lo sa!)

Giordano Mari (continuando a stringere la povera manina) Vederla così!... Così bella!... Tacerò... o parlerò, ma come parlerebbe un babbo colla sua figliuola.

Emma (interrompendolo, urtata, offesa da quel confronto nella poesia del suo cuore) No! No! (ed alza l'altra mano rimasta libera per chiudergli la bocca... ed anche per nascondere quei denti bianchi di cui sente istintiva la vicinanza e l'insidia) No! No! Così no!... Così no! Non dica così!

Giordano Mari (lasciandole la mano rimasta tutta rossa, tutta livida) Eppure, signorina, è la verità: la verità che io non devo mai dimenticare che domando alla vita, al passato, che cerco di evocare dalla storia e di concretare colla filosofia e colla scienza: la verità; l'inesorabile e spietata verità che mi nega Dio... e mi toglie lei.

Emma (alza gli occhi sbigottita, poi rimane a guardarlo maravigliata: il cielo profondo, immenso, è pieno di stelle, e il pensiero di quell'uomo vi spazia solo, libero, sicuro. Egli impone un nome e una legge ad ognuna di quelle stelle e ne diventa il padrone. E, inconsapevolmente, la giovinetta superstiziosa e pia, la signorina cattolica e aristocratica, pensa che doveva essere così, così biondo, così bello e così forte — e pure in frak collo sparato bianco — l'angelo ribelle, il Lucifero di Milton. Essa ritrae da quell'uomo l'immagine della grandezza, e si sente umile al suo confronto, si sente debole, piccina. China il capo confusa; rimane intimidita, ma non lo fugge, gli si avvicina invece con un moto irresistibile, pieno di grazia, di verecondia e di abbandono.... gli si avvicina palpitante, attratta da un misterioso e nuovo sgomento, attratta, commossa, dall'irresistibile poesia dell'amore).

Giordano Mari (guardandola, trovando maravigliosi quei capelli, i contorni di quel collo sottile, di quelle spalle candide e delicate, sboccianti colla fragranza d'un fiore dal modesto decolleté) Dunque?... papà... no?

— No.

— Eppure... è così. È perchè sono oramai un giovine vecchio, che lei deve avere in me tutta la fiducia, ed io devo impormi la calma e il ragionamento. Per questo ho aspettato che il Barbarani me lo dicesse tre volte, in tre occasioni diverse, prima di farmi presentare a sua madre, prima di venire in casa sua. Per questo è la prima volta che oso parlarle da solo a sola... (si avvicina di più, quasi a toccarla).

Emma (trasalendo: allontanandosi) È finito! (infatti il pianoforte tace) Mi lasci andare.

Giordano Mari (senza muoversi: rimanendo appoggiato alla ringhiera del terrazzo) Ricominciano. Chi è quel signore calvo e pingue che si accinge a cantare?

— Il maggiore Costamagna.

— Che cosa viene adesso?

— Il Credo di Jago.

— Ecco, incomincia. Suo padre volta le pagine lanciando occhiate terribili: chi oserebbe muoversi adesso? Entrare in sala?

Emma (sorride e resta).

Giordano Mari (ritornando a guardarla molto e riprendendo il discorso di prima per ispirarle sicurezza e far combattere da lei stessa l'ostacolo dell'età, che egli capisce sarebbe stato il primo sollevato dalla gente contro di lui) Se non come suo padre... pensi, signorina, io avrò per altro... quasi l'età del ministro Albertoni!... Di suo zio!

Emma (subito) Ma lo zio è molto più giovine del babbo!... È fratello della mamma! (mettendosi, sorridendo con una cert'aria maliziosa, l'indice sulla bocca per raccomandare il segreto di quella sua gran confidenza) Ha due anni meno della mamma!

Giordano Mari (trovandola ancora più graziosa e piacente in quel passaggio dal candore sentimentale alla furberia birichina) Lei, vuol bene a Sua Eccellenza?

Emma.... Sì; è molto simpatico.

Giordano Mari (con aria disinvolta, senza parere: ma ha parecchie domande da fare che gli premono assai: fissando, ammirando la fanciulla tutta bianca e vaporosa, come l'evocazione fantastica di quella notte calda di giugno, egli non le dà, per sfondo al bel quadro, il cielo immenso e stellato: ma invece tutte le finestre illuminate dello splendido e ricco palazzo, in cui si raccoglie il superchic della nobiltà e dello sfarzo milanese. Quel fiore candido e profumato, quella fanciulla soave deve essere l'apportatrice di pace nelle preoccupazioni finanziarie che lo turbano, che lo agitano, che diventano di giorno in giorno più gravi e più minacciose: e nello stesso tempo la nipotina prediletta di Sua Eccellenza il ministro Albertoni deve essere pure l'araldo gentile della sua gloria: ed anche sotto questo rispetto la sua fortuna: e guardandola pensa con compiacenza) Non una fortuna cieca, ma con due occhi maravigliosi. (Forte) E Sua Eccellenza, vedendola così bella, vedendola così buona, le vorrà molto bene?

— ... Sì; credo.

— Per altro... non vivono insieme?

— Lo zio è quasi sempre a Roma.

Giordano Mari (con voce timida, commossa, profonda — un capolavoro — anche perchè sta perdendo sinceramente la testa) Voglia un po' di bene anche a me, signorina!

Emma (diventa rossa, poi pallidissima).

Giordano Mari (supplichevole, umile, implorandola, domandandole scusa) Non ho detto niente! Non ho detto niente! Non mi risponda! Non mi risponda! Non mi mandi via!... Stiamo a sentire. Non parlo più! Che meraviglia di musica!

La voce baritonale del maggiore Costamagna è un po' aspra, un po' sforzata, ma la signorina Emma e Giordano Mari non se ne accorgono e la trovano davvero deliziosa. Emma sente che comincia allora un'altra vita per lei: che non è più la fanciulla di poco prima: sente che essa ormai appartiene a quell'uomo, il quale, fino dal primo momento che le è apparso, l'ha subito dominata, si è impadronito della sua immaginazione e dei suoi sensi... e Giordano Mari, in quel punto, è vinto a sua volta da un desiderio solo, quello di abbracciarla; dal desiderio ardentissimo di quei capelli odorosi, di quel bel corpo flessuoso e candido come giglio. Non fosse la ricca ereditiera; non fosse la nipote di un'Eccellenza, non la bacerebbe ugualmente molto volentieri?.. E per questo egli sente che il suo amore è spontaneo e disinteressato, e che egli dunque ha tutto il diritto di amarla.

Costamagna finisce il Credo: Venceslao ringrazia il pubblico: il buon dottore approfitta del movimento della folla e capita sul terrazzo in punta di piedi.

Il dottore (ad Emma: Giordano Mari si è allontanato a tempo) Ma con l'umidità del giardino, la mia tosa, vuoi anche buscarti un po' di febbre?... Qui! Da brava! (le prende il braccio e lo mette sotto il suo) Andiamo — vero? — dalla mamma!... È un po' nervosina stasera... (sospiro, pausa) non bisogna tenerla agitata. E Sebastiani? (pausa) Hai veduto Sebastiani?

Emma (assai distratta, tenendo dietro coll'occhio a Giordano Mari, che entra nel salone e si avvicina a donna Fanny) No!

Il dottore (osservandola) Non hai la cerina solita... hai le labbra pallide... (toccandole la mano e tastandole il braccio) sei fredda... fredda. Sei stata troppo sul terrazzo senza niente sulle spalle. (Pausa: torna a fissarla, a studiarla) Hai preso — vero? — le cartine di fosfato?

Emma. Sì; le ho prese.

Il dottore. Allora — vuoi? — andremo dopo dalla mamma. (Pausa, fa due o tre passi, conducendo Emma verso Nino Sebastiani, il quale, appena vede il conferenziere entrare nel salone, fa un sospiro di sollievo e, voltando le spalle alla finestra del terrazzo per mostrarsi affatto indifferente con Emma, parla forte e gestisce molto animatamente colla contessina D'Arborio. — Il dottore ad Emma con una strizzatina d'occhi assai espressiva) Dobbiamo sentire anche noi che cosa dice il nostro Nino Sebastiani?

Emma (che ha visto Giordano Mari allontanarsi dal salone con donna Fanny: nervosissima) No. Non seccarmi sempre con quel tuo antipatico Sebastiani! Andiamo dalla mamma!

Il dottore (scrolla il capo, diventa sempre più tenebroso: con un sospiro) Mah!.. (Poi, mentre passano vicino al cavalier Venceslao) La signora Letizia... ti raccomanda di non stancarti troppo. Prendi un bicchierino di Bordeaux, con due dita di Vichy.

Il cavalier Venceslao (calmo, affabile, sorridente) Adesso daremo le Trascrizioni di Liszt sul Don Carlos.

VIII. Durante e dopo le Trascrizioni di Liszt sul Don Carlos e il «Pace, mio Dio!» della Forza del Destino.

Indice

Giordano Mari e donna Fanny dietro la stessa portiera che nascondeva prima donna Fanny e Guido Bardi.

Giordano Mari (tenero) Finalmente!

Fanny. Bravo, professore! (Quando è stizzita o vuole scherzare lo chiama sempre professore). Vi ricordate che ci sono anch'io a questo mondo!

Giordano Mari (inchinandosi graziosamente ed osservando con un sorriso di compiacenza e una cert'aria di ricognizione tutto ciò che rivela lo scollo del busto o che lasciano trasparire i veli e le trine) Bellissima!...

Fanny (percuotendolo leggermente sui capelli col ventaglietto lungo, chinese) E... soltanto per lei!

Giordano Mari (continua ad ammirarla, approvandola per la toilette e il resto) Brava! Brava! Patet dea!

Fanny (calmandosi; fissando, come Emma, i bei denti bianchi di Giordano Mari) Con questi calori!... Con un programma storico-biografico di dodici numeri!.. Dall'Oberto di San Bonifacio al Falstaff!.. (Sempre come sopra e cogli occhi sempre più lucenti) Se proprio non fosse stato per il signor professore, avrei inventata l'emicrania; oppure che mio marito doveva arrivare da Roma!

— Vi offrirò un quadretto votivo: Per grazia ricevuta!

Fanny (Percuotendolo ancora col ventaglio, ma più forte e sul naso) Sciocco!.. (Tornando in collera) Tutta sera, sempre con Emma!.. Ed io, invece, per tutta sera, rimproveri, minaccie, disperazioni e lacrime! Un bel divertimento! Musica e gelosia! E intanto Emma si monta la testa. Non dica di no! Si vede subito! Si monta la testa! Voglio sapere di che cosa parlavate, vicini vicini, come due colombe, sulla ringhiera del terrazzo, il professore fissando le stelle, la signorina, la punta dei piedi! — Voglio saperlo!

— Si parlava di cose indifferentissime! Di arte, di letteratura, di filosofia; di Nietzsche e... di Puvis de Chavannes.

— Una conferenza! Un'intiera conferenza! (Più stizzita che mai) Lei, caro signore, doveva farsi presentare alla marchesa Gonzales, come le avevo imposto; doveva far la corte alla marchesa Gonzales e tenerle alla marchesa le sue conferenze! Invece, il grand'uomo si diverte a farsi ammirare, a farsi adorare dalle fanciulle sentimentali, dalle fanciulle poetiche, ispirate! (Con un sorriso e un'occhiatina maliziosa) Ma... no, professore! (Scrollando il capo e cantarellando sottovoce) No! No! No! Con Emma, tempo perso! Appartiene alla drammatica! (battendo comicamente le sillabe) Alla dram-ma-ti-ca!

— Vede dunque? Le sue accuse sono ingiuste! Ho preferito la signorina Dionisy alla marchesa Gonzales, semplicemente per il senso estetico.

— Lei non professa l'estetica, ma la storia: deve, dunque, preferire la marchesa, per il senso storico.

Donna Fanny (continua a scherzare, a punzecchiare Giordano Mari a proposito della signorina Dionisy: continua a scrollare il capo, a dir di no, ma, colla bocca mobile e quasi scintillante, si avvicina, come attratta irresistibilmente, alla bocca di Giordano Mari) Lei, no!... Mai! Giammai! Emma appartiene alla drammatica, al-la dram-ma-ti-ca!

Giordano Mari (punto sul vivo, ma trattenendosi) Lei vorrebbe rendermi anche ridicolo! Crede che io non mi veda bene?.. Non mi conosca a fondo? La signorina Emma? Troppo ricca e troppo giovane: potrei quasi essere suo padre.

Fanny (risentita e prorompendo) Adagio, col padre, perchè anch'io allora, l'avverto, non ho che tre o quattro anni più di Emma!

Giordano Mari. Appunto; anche lei. Se avessi dovuto chiederla ai suoi genitori, mi avrebbero risposto di no.

Fanny (pensa, riflette, ridiventando seria per quanto le è possibile) Appunto; e allora, anche per ciò... ho ragione di non fidarmi! Lei... (fermandosi colla punta del ventaglio, in atto di possesso, sullo sparato bianco della camicia di Giordano Mari) lei potrebbe architettare un bell'intreccio, romantico-sentimentale, col lieto fine del matrimonio...

Giordano Mari (diventa attentissimo: è anche un po' inquieto, ma si mostra indifferente e cerca di fare lo spiritoso) Per rubare anche il mestiere al commediografo Sebastiani?

Fanny. Sicuro. Il mestiere e la signorina Dionisy, in un colpo solo. Lei...

Giordano Mari. Io?..

Fanny... Sì, lei; lei potrebbe pensare, per esempio: io faccio perdere la testa alla ragazza parlandole anche di Nietzsche e di Puvis de Chavannes, visto che tutte le strade conducono a Roma; e, una volta ben bene innamorata, la ragazza stessa può volere e imporsi al dispetto degli amati genitori... oppure la sensitiva comincia a perdere i colori e l'appetito, comincia a dimagrare, a languire, a soffrire, finchè salta in iscena il buon dottor Speranza; tasta il polso, scrolla il capo, pausa, sospiro, caso grave... e subito, recipe, il professore!

Giordano Mari (sentendosi diventar rosso, ride forte, troppo forte).

Donna Fanny (mettendogli il ventaglio sulla bocca) Sst!.. Silenzio! Non sentite? Pace, mio Dio! Ispiriamoci... e facciamo la pace anche noi.

— Chi è quel brutto sgorbio di soprano?

— La maestra Perticari. Ha insegnato a stonare, a bocca stretta, a tutta Milano.

— E il cavalier Venceslao?.. Come è grave, solenne in quel voltar del foglio!

— Ha una gran bella testa decorativa!

Finchè dura il canto. Giordano Mari e donna Fanny continuano a parlare molto sottovoce.

Donna Fanny (quando il «Pace, mio Dio» sta per finire) Cessa il canto; bisogna andare. — Io di qua: (indicando nel salone Guido Bardi) Ecco pronta... l'espiazione. Voi scappate in fretta di là, e speriamo che non vi abbiano veduto.

— E... domani?

— Domani?.. Due giorni di seguito? È impossibile.

— Sì! Sì! Da brava!

— Come si fa?...

— Un telegramma dell'onorevole! Arriva l'onorevole! Dovete andare alla stazione.

— Mai più: è una scusa che mi può servire soltanto per il pubblico; non per Guido Bardi. (Con arguzia e molti sottintesi) Vorrebbe venire anche il poeta incontro all'onorevole... alla stazione!

— Ah no!... Viva Dio!

Giordano Mari insiste, prega, supplica: donna Fanny risponde che non può e ripete:

— È impossibile!

Ma continua a scherzare, a ridere, a guardarlo, a fissarlo.

Ad un certo punto, lui si fa molto vicino; lei, pronta, si tira indietro e lo minaccia col ventaglio:

— È impossibile. E poi... lo avete meritato? — No. Dunque... non voglio.

La signora Perticari ha finito. Scoppiano gli applausi: anche Venceslao ringrazia col solito sorriso dolcemente dignitoso; tutti si muovono: bisogna andare, scappar fuori dal nascondiglio: non c'è più tempo di ostinarsi, c'è appena il tempo di cedere e di intendersi.

Donna Fanny. Alle due? Può alle due?...

Giordano Mari. Sempre! Quando vuole! Qualunque ora!

Donna Fanny (gemendo) Ma, Dio mio, come farò?... (ci pensa: l'ha trovata) Sì, va bene; alle due. Per essere libera, inviterò mia suocera a colazione.

Guido Bardi (la lente ficcata nell'occhio; i baffi da gatto più irti che mai, avvicinandosi a donna Fanny colla faccia da volerla mordere: l'ha veduta mezzo nascosta dalla tenda della portiera, ma non ha potuto capire se quell'altro era proprio Giordano Mari) Con lui? Ancora?

Donna Fanny (comicamente tragica) Sì; con lui! (percuotendolo col ventaglio sul braccio: con un'occhiata che lo calma) E col Barbarani! Lui non è stato solo altro che con Emma. Sapete?... È il Sebastiani che mi pare molto in pericolo!

Guido Bardi (ridendo con precauzione perchè gli può cadere la lente dall'occhio) Oh! Oh! Oh! Povero Nino!

Giordano Mari (nell'altra sala, incontrandosi col nobile Barbarani) E l'architetto? Don Carlo Borghetti? Non è ancora venuto?

Il Barbarani. Adesso! Adesso! In questo momento! Te l'ho detto, non è vero, che si è tagliata una mano con una bottiglia?... Cioè con un bicchiere?

Giordano Mari. Andiamo a cercarlo! Mi presenterai.

Il Barbarani (per cavarsela) Non è venuto in sala: appunto, per via della mano fasciata. Ha salutato appena la zia, la signora Letizia, poi si è messo subito a giuocare all'écarté, una partita interessantissima, colla marchesa Gonzales.

— Andiamo anche noi a vedere; così mi presenterai a tutti e due.

Barbarani (imbarazzato) Ti dirò — come vuoi, ma proprio stasera, quel lunatico nervosissimo...

È la terza volta che il Barbarani cerca scuse per ritardare quella presentazione: Giordano Mari, a cui invece preme assai dopo la lettera dell'editore Amodei, dopo certi discorsi fatti a Brera e all'Ambrosiana, e per altri suoi fini particolari, di entrare in amicizia con don Carlo Borghetti, il cugino della signorina Emma, lo guarda, lo fissa diventando serio.

Barbarani (subito) Felicissim... (Tossendo più forte) Felicissimo!... Soltanto, volevo dir questo: un'ora di tête-à-tête colla signorina Emma sul terrazzo; lunghissima conversazione e intimissima, sotto la tenda dei segreti, con donna Fanny... Diventi troppo pericoloso.

Giordano Mari (con fatuità: prendendolo a braccetto) Ormai, passò quel tempo, mio caro. Non sono più pericoloso per le signore.

— Ma sei pericolosissimo per me.

— Per te?...

— Precisamente!... E questa sera, per esempio, non ti presenterei una seconda volta, per tutto l'oro del mondo, nè al poeta, nè al commediografo. — Ohi! Furiosissimo l'Otello! E, per vendicarsi, ha promesso di scrivere un dramma in collaborazione con la contessina d'Arborio. La conosci? No? Quella brutta sagoma, più larga che lunga?... Quell'originale che fa la Sand?

Giordano Mari (vivamente: coll'interesse di chi vuole acquistar cognizioni che, non si sa mai, possono sempre diventare utili) La contessina d'Arborio? Una signorina letterata?

Barbarani (spiritoso) Signorina e letterata... press'a poco.

— È ricca? Molto ricca?

— Questo poi sì. In mancanza di doti, ha una gran dote: un milioncino.

— Dov'è?... Voglio conoscerla.

Barbarani (con entusiasmo) Subito! Benissim! Son proprio content!

Giordano Mari (con calma) No, no; dopo. Prima mi presenterai a don Carlo Borghetti.

Nella sala da giuoco: soli, ad un tavolino, la marchesa Gonzales e l'architetto. La marchesa sta facendo la partita all'écarté, per far passare il tempo e farsi passare la sete. Essa è in fortuna, marca sempre il re; e prova un ristoro alla compressione del busto — sforzo sovrumano di tre persone, la sarta e due cameriere — gridando addosso a donna Fanny.

La marchesa (giuocando) È una matta! Non si può dir altro, è diventata matta! E per chi? Per un maestro di scuola. Sì; me l'ha detto uno dei miei amici, per mettermi in guardia; a Padova faceva il maestro di scuola. Un antipatico predicatore di spropositi!... Dev'essere anche un repubblicano, un socialista. Io, col mio colpo d'occhio famoso, appena visto, l'ho subito giudicato: è un po' di tutto... Peuh! — Ho fatto il punto (lo nota).

Carlo Borghetti (risponde per lo più a monosillabi e giuoca distratto. Ha la faccia stralunata, un certo sorriso strano, melenso: ha una mano fasciata).

La marchesa. Finirà, quella matta, a far nascere uno scandalo; a disgustare anche Guido Bardi, e... allora?

Carlo Borghetti. Allora... poco male.

La marchesa (facendo due occhi e una bocca da mangiarselo vivo) Poco male?!

Carlo Borghetti. Sicuro! Se donna Fanny si lascia far la corte da un altro, vuol dire che il Bardi non le preme; e se non le preme, anche se lo perde... poco male.

La marchesa. Poco male?... Malissimo! Una donna di giudizio deve pensare innanzi tutto alla propria riputazione; e il giorno nel quale Fanny non ha più l'usbergo del Bardi, addio, ti saluto. La sua riputazione è andata! (Rabbiosissima) Non avete atouts?

— Sì.

— Allora state attento!... Prendete.

Carlo Borghetti prende, ritira le carte. La marchesa ripiglia il giuoco e il discorso:

— Lui, come lui, il Bardi, ormai è stato accettato: dunque finchè c'è lui, non c'è nessuno; e finchè lui resta al suo posto, nessuno ha il diritto di accorgersi degli altri, di mormorare. — Marco il re! — (nota il punto, e si calma un poco). Sicuro; bella novità! Il Bardi, anche versi a parte, non è divertente. Ma quello scrivano di Padova è per di più un ineducato. Con me, per esempio, il suo obbligo era di farsi presentare. Ma, però, io sono una donna giusta e sincera: in fatto di sgarberia, anche quell'altro, anche il poeta può darsi il vanto! In tutta la sera non ha trovato un momento per venirmi a salutare. Ma io so come vendicarmi: invito a pranzo la Fanny coi miei amici: tutti giovanotti! tutti simpatici! e lui, quel noioso insopportabile... niente!... A casa.

Carlo Borghetti (non sorride più: è diventato molto scuro) Dunque avevo ragione io: poco male.

— Voi?

— Se questo Bardi è noioso, è insopportabile, donna Fanny merita indulgenza.

— Niente affatto: lo ha voluto? Adesso è in dovere di tenerselo; così vuole la morale!

Carlo Borghetti (si ferma dal giuocare: la guarda).

La marchesa. Tocca a voi (Si china, vedendoci poco, per enumerare colle dita gonfie e corte, coperte di grosse gemme, le marche del piattello) Sono nove; dieci per nove, novanta. Se perdete anche questa partita, sono cento lire, per i miei poveri. Tocca a voi!

— Giuoco il re di cuori.

— Lo piglio io e allora faccio il punto. (Mescolando le carte) Anche quell'altra, sapete? Anche la Dionisy... l'amica... (Mettendo il mazzo di carte sul tavolino) Alzate.

— Mia cugina?

La marchesa (fa cenno di sì col capo) Alzate.

Carlo Borghetti (rauco, torvo) Con.... Giordano Mari?

La marchesa (più forte) Alzate! Bravo! (Dando le carte, poi guardando le proprie e mettendole a posto) A' miei tempi — e non sono lontani — le ragazze oneste, come si deve, usavano di prender marito prima di farsi far la corte dal terzo e dal quarto!... Ma adesso? Ragazze e maritate... non c'è più distinzione; è tutta una charlotte!

Carlo Borghetti (ancora più rauco e ancora più torvo) E... credereste?

La marchesa. Credo tutto. (Storce la bocca nera con ironia maligna e appunta come un istrice i peli corti dei baffetti) Mi hanno fatta diventare.... di una fede straordinaria!

Entrano in quel punto nel salottino il nobile Barbarani, saltellante, e Giordano Mari impettito, maestoso.

La marchesa (sottovoce, in fretta) Giuocate! Giuocate! Arriva il grand'uomo col servitore di piazza!

Il nobile Barbarani (avvicinandosi alla marchesa col suo compagno dietro: due o tre colpetti di tosse) Permetta, cara marchesa gentilissima, che finalmente possa avere l'onore di presentarle io stesso il mio amico Giordano Mari, illustre pensatore, filosofo, illustre letterato, di cui la bellissima fama, certo... certissim... (e si fermerebbe anche da sè, ma la marchesa lo interrompe, offrendo la mano, assai graziosamente, anche al luterano).

La marchesa (perfettissima: vieux régime) Giordano Mari, e basta il nome, caro Barbarani. Basta il nome. Non sono poi così dell'altro mondo: anch'io ho applaudita, ho ammirata la sua bellissima conferenza. (Abbassa gli occhi, si dà una rapida occhiata orizzontale: tutto è a posto: amabilmente, facendo scorrere la collana di perle) Tutti speriamo di sentirne un'altra; sarà presto?

Giordano Mari (rivolgendosi collo sguardo anche a Carlo Borghetti) Per ora, no. Ho dovuto interrompere il ciclo delle mie conferenze per un lavoro più serio, più importante... (alzando gli occhi al cielo e mostrandosi stanchissimo) che mi occupa assai.

Barbarani (pronto, pigliando la palla al balzo) Un lavoro storico, alla Momsen, interessantissimo: Ambrogio vescovo, nella civiltà de' suoi tempi.

La marchesa (coi peli dei baffetti che tornano a rizzarsi, per pungere) Cioè... Sant'Ambrogio?

Barbarani (con acume e competenza) A' suoi tempi, non era ancora santo: era soltanto vescovo!

Giordano Mari (sempre rivolgendosi cogli occhi e col discorso all'architetto) Per questa mia monografia, per rivederla, per completarla, mi sono fermato a Milano. Qui, sul luogo, ho molte ricerche da fare; moltissimi documenti da consultare. E, perciò, devo scusarmi con lei, signora marchesa, se, dopo aver ottenuta la gentile permissione di esserle presentato, non ho potuto, prima d'ora, procurarmi l'onore e il piacere della sua ambita conoscenza.

La marchesa. Appunto: pensavo anch'io: — che mai vuol dire questo ritardo? — Forse qualche... divieto? Ma, adesso, capisco benissimo: Sant'Ambrogio! E quando si ha da fare coi santi, non si scherza e non c'è più tempo per i poveri mortali. Dico bene, Barbarani?

Barbarani. Benissim! Son proprio content!

E il nobile Barbarani era davvero molto contento. Ormai, per le leggi dell'etichetta, era la marchesa che doveva presentare Giordano Mari a quel lunatico impetuoso del Borghetti.

Carlo Borghetti (alzandosi e offrendo alla marchesa, con un inchino, un biglietto di banca) Se permette, marchesa... il mio debito.

La marchesa (mostrando le cento lire a Giordano Mari e poi chiudendole nel portamonete colle dita tremanti e con un lampo di gioia ingorda negli occhi spelati) Sono... per i miei poveri. (Trattenendo Carlo Borghetti mentre le dà la mano e fa per andarsene, e presentandolo) L'architetto Carlo Borghetti: Giordano Mari.

Giordano Mari (Un grande inchino, e tutti i soliti complimenti: molto espansivo. L'altro risponde appena senza guardarlo, occupandosi solo della sua mano che gli si è un po' sfasciata).

La marchesa. Soffrite?

— No.

Barbarani. Dovresti farti fasciare di nuovo e un po' meglio col taffetà, dal dottor Speranza.

— No.

La marchesa (che ha sempre bisogno di muoversi per quella sete che la brucia viva, ma non la dimagra: alzandosi adagio, appoggiando le mani al tavolino, soffiando e sbuffando; due minuti per ripigliar fiato; poi, accettando il braccio del Barbarani, e avviandosi con un po' di ondulamento) Andiamo in cerca del dottore (si sentono gli accordi al pianoforte) Sst! (ascolta un momento) il Falstaff!... Andiamo a farci vedere nel salone, da Venceslao. È troppo buono; non merita dispiaceri.

Giordano Mari, per lasciar passare tutta la magnifica marchesa col Barbarani, resta indietro, vicino a Carlo Borghetti.

Quella presentazione è stata troppo breve, troppo superficiale; egli ha paura che Carlo Borghetti gli sfugga; vuol trattenerlo ad ogni costo; ma, per trattenerlo, bisogna parlare.

Che cosa dire? Che cosa dire?

Giordano Mari ha la smania di parlare e non trova una parola. È rimasto ad un tratto, per combinazione, per dispetto, col cervello vuoto e colla lingua di piombo. Eppure bisogna parlare, parlare! Bisogna rompere il ghiaccio, o lasciarselo scappare!

Ma ogni istante che passa è un'occasione perduta; ad ogni istante cresce l'impiccio del momento... Giordano Mari si sente persino ridicolo.

Parlare? Parlare?... bisogna trovar le parole per parlare!

Carlo Borghetti rimane sempre più impenetrabile, freddo, muto, in un atteggiamento quasi ostile: si sforza per annodare la fasciatura di seta nera attorno alla mano.

Giordano Mari (a un tratto, con premurosa gentilezza) Permette? Potrei aiutarla?

Carlo Borghetti (cacciando subito la mano nella sottoveste) Grazie; ho finito. (Gli volta le spalle e fa per andarsene).

Giordano Mari (tenendogli dietro ostinatamente, dicendo il primo scherzo, le prime parole che gli corrono sulle labbra) È stato un duello, non è vero? Me l'ha detto l'amico Barbarani! Un duello con una bottiglia!

Carlo Borghetti (fermandosi, voltandosi, fissandolo serio) No, non è vero; non l'ha detto. Il Barbarani non dice sciocchezze! (Guarda ben fisso Giordano Mari ancora per un istante, poi dà un'alzata di spalle e se ne va).

L'altro rimane sbalordito, a bocca aperta.

IX. La signorina Emma e Carlo Borghetti mentre gli invitati si affollano nel «buffet.»

Indice

Emma ha sentito dal Barbarani che suo cugino Carlo si è ferita una mano «abbastanza serissimament» col vetro di un bicchiere. Inquieta, corre a cercarlo dappertutto: lo trova, alla fine, solo soletto, seduto in un angolo della stanza più lontana, in fondo all'appartamento. È lo studio del cavalier Venceslao, denominato «lo studio del Maestro», perchè le pareti sono tappezzate colla raccolta completa di tutti i ritratti di Giuseppe Verdi, coi quadri allegorici di tutte le sue opere; coi ritratti degli interpreti più famosi. Sulle scansie, sulle mensole, statuette, figurine in bronzo, in terracotta: Aida, Ernani, Otello, il Trovatore, Falstaff, il gruppo dei tre congiurati del Ballo in maschera. Il calamaio, in argento russo, sempre pronto, con un quinterno di musica, vicino al pianoforte verticale, rappresenta una tomba colla iscrizione in oro: A Carlo Magno sia gloria e onor!

Emma (correndo appena lo vede, presso il cugino, che, sorpreso, si alza di colpo chinandosi per salutarla) Ti sei fatto male?...

Carlo. No, no.

Emma. Mi ha detto il Barbarani che ti sei tagliato una mano con un bicchiere?

— Non è niente!

— Che non sia rimasto nella ferita qualche pezzettino di vetro?... Lasciami vedere!

— Grazie, ma non ne val la pena! Mi son fatto lavare anche col sublimato.

— Emma (con stizza) Quel benedetto dottore! C'è sempre, tranne quando occorre! È appena andato via!

Carlo (sforzandosi per sorridere, per scherzare) Non è necessario amputarmi la mano, proprio stasera!... Il tuo dottore potrà aspettare fino a domani!

Emma (osservandolo) Ti sforzi per scherzare, ma devi soffrir molto. Sì, perchè sei pallidissimo. (Gli tocca la fronte) Dio mio, come bruci!... E hai gli occhi rossi, gonfi! Si direbbe persino che hai pianto! E poi ti sei nascosto quaggiù, solo solo, vuol dire che la tua mano ti fa soffrire. Forse avrai anche un po' di febbre...

Carlo. Ma no!

Emma. Lasciami vedere. Voglio vedere!... Almeno ti fascierò un po' meglio. Un po' più stretto. (Gli prendo la mano, gliela sfascia lentamente, e lentamente ricomincia a fasciarla di nuovo).

Carlo (Sta lì, proprio lì, sotto le sue labbra, quella testina cara e adorata... tanto cara e adorata e tanto bella! La fissa cogli occhi imbambolati, mentre quei due o tre bicchieri di vino bevuto, senza esserci avvezzo, gli ronzano nel cervello. Ad un tratto, barcollando, si china, quasi per baciarla, per toccarla colle labbra... ma non la tocca; si tira su: è ancora più stravolto: fra sè, confusamente, sentendo la vocetta del Barbarani ripetere ciò che aveva detto a pranzo: «Le ragazze oneste non amano altro che il matrimonio... La ragazza gli piace? Avanti!... La sua brava domanda e il suo bravo matrimonio...»: forte) Emma!

Emma (spaventata) Ti ho fatto male?

Carlo. No...

Emma. Allora, lasciami fare. (E colla ingenuità spensierata di una fanciulla semplice, sincera... innamorata di un altro, essa gli sfiora il naso, coi suoi bei capelli fini e odorosi, attortigliati in una massa pesante sulla nuca: gli si fa vicina vicina, quasi addosso, avvolgendolo col suo stesso profumo, col suo stesso calore, rivelandogli inconsapevolmente, coi suoi atti, colle sue movenze graziose e serpentine, l'incanto della sua bellezza giovane e fresca) Così... così... Ecco; così va bene!

Carlo (a un tratto: rauco) Emma... Vuoi... volete sposarmi?

Emma (lo guarda: scoppia in una risata) Sì! Altro!... Quando vuoi!

Carlo (di colpo, abbracciandola) Ti amo! Ti amo tanto!

Emma (sciogliendosi con un grido: poi, a mano a mano, fissando Carlo: l'espressione del suo volto diventa triste, dolorosa: i suoi occhi, ad un tratto, si riempiono di lacrime) Tu? Tu? (con maraviglia, quasi con disperazione) Tu? Carlo?

Carlo (supplichevole; come scusandosi, come domandandole perdono) Sì, ti amo tanto!... Sempre.

Emma. Sempre?... E non mi hai mai detto niente?... Non mi hai mai detto niente?

Carlo. Ho sempre pensato di parlare: cento volte sono stato sul punto di parlare. Non ho mai osato. Ero contento di vederti, mi bastava vederti: ecco la mia più grande felicità! Parlando, temevo di perderti, mentre invece non ho mai preso sul serio il tuo matrimonio col Sebastiani. (Con un'alzata di spalle) Tu? con Sebastiani? Non l'ho mai creduto! Certi giorni mi faceva dispetto, ero geloso anche di lui, per la sua sfacciataggine, per le sue arie di intimità, quasi di padronanza; lo avrei strozzato! Ma poi vedevo te così indifferente... mi calmavo, ridevo del Sebastiani, e, dopo averlo trovato ridicolo, pensavo che anche lui, forse, ti amava davvero, e allora mi faceva compassione.

Emma. Ma perchè non me lo hai detto subito? Perchè? Mi volevi bene? Tu? Tu? Ma... io non ci ho mai pensato. Tu?... A me?... Se siamo sempre stati insieme! Mi hai vista sempre!... Anch'io ti voglio bene, molto, molto... (si ferma come interrogando sè stessa, si passa una mano sui capelli, sospirando, stralunando gli occhi) Sì, molto: come a un fratello; ancora di più! Se tu me lo avessi detto prima, forse... Chissà? Chissà? Chissà?

Carlo (fissandola, le prende una mano).

Emma (guardandolo timidamente) Io non sapevo nulla. Ti ho fatto dispiacere? Ti ho fatto del male?

Carlo (tenendole sempre stretta la mano) Sì, molto; adesso. Ma non importa per me. Dimmi soltanto, francamente, lo voglio; adesso è troppo tardi? Ho parlato troppo tardi?

Emma (lo guarda ancora fisso fisso: ad un tratto, si lascia cadere sul canapè, scoppiando in lacrime. Sono quelle lacrime stesse che durante il suo colloquio con Giordano Mari le erano corse tante volte alla gola, e che adesso soltanto trovano libera la via di prorompere, per quel gran dolore del suo povero amico).

Carlo, immobile, muto, l'osserva attentamente: le lacrime e i singhiozzi di Emma sembrano calmare il suo turbamento, il suo sconvolgimento. Egli non trema più; non è più barcollante. I suoi occhi sono più incavati, ma vivi; lo sguardo è risoluto. La sua voce è mutata; è un'altra; ma pure è ferma, chiara. — Le lacrime di Emma son la risposta della fanciulla: egli non ha più nulla da sperare: il suo destino è segnato. L'uomo — un uomo — a costo di morire, non deve nè imprecare, nè lagnarsi contro il proprio destino; deve accettarlo, subito: un uomo deve essere forte.

Carlo. Adesso è troppo tardi?... Giordano Mari, non è vero?... Lo ami?

Emma (col capo chino accenna di sì).

Carlo. Te lo ha detto?... Ve lo siete detto?

Emma (aspetta un istante, guarda Carlo, torna a chinare il capo e accenna un'altra volta di sì).

Carlo. Stasera?

Emma. Sì.

Carlo. E... hai fissato? Avete fissato? Vi sposerete?

Emma. Non so. Questo... non so.

Carlo. Non sai?

Emma (sottovoce, timidamente: sempre senza osare di guardarlo) Non me lo ha detto.

Carlo. E... (ancora un'ultima esitazione: forse coll'ultimo filo di speranza) e quando lo dirà?

Emma. Allora... sì.

Carlo. E la mamma? Ma la tua mamma?

Emma. Non so certo, avrò molto da lottare, da soffrire; ma pure... oramai è deciso; è così. Quel che lui mi dirà di fare, farò.

Carlo. Anche... anche contro tua madre?

Emma. Lui non mi potrà mai consigliare una cosa mal fatta.

Carlo. Ma... lo conosci? Sei sicura di lui? — Come ne sei sicura? Lo conosci bene?

Emma. Lo sento!

Carlo. E subito?... Ti sei innamorata subito? In così poco tempo? Come ha fatto? Come hai fatto?

Emma. Non so: appena l'ho visto; fin dalla prima volta. L'ho visto così grande! Tanto superiore a me! E la prima volta che mi ha parlato ho sentito... che era padrone lui di me. Mi pareva quasi di dovermi inginocchiare dinanzi a lui.

Carlo. E vi siete veduti... molte volte?

Emma. Due... tre soltanto.

Carlo. E... vi siete detto di volervi bene?

Emma. No, mai, stasera...

Carlo. Stasera sì?

Emma (balbettando). Non domandarmi più niente... più, più; te ne prego. Ora sai tutto (quasi con rassegnazione accorata: quasi col presentimento di dolori misteriosi, lontani) Non parlamene più. Mi fa male; tanto male. Per me... e anche per te.

Carlo (dandole la mano) Sei buona: hai sempre ragione. Ti prego; soltanto questo: dimentica quanto ti ho detto.

Emma. Dimenticare quanto mi hai detto? Ma, Carlo, ti par possibile? Potrei dimenticarlo?

Carlo. Ebbene, anche fra me e te dev'essere come se io non ti avessi parlato... non ti avessi detto niente.

Emma. Con lui, come con tutti gli altri, come fra me e te: sarà come se tu non mi avessi detto niente.

Carlo. E sarò... sono tuo fratello?.... Ancora?

Emma (con entusiasmo) Sì! Sì! Sempre! Sempre!

Carlo (dopo un momento di silenzio) Asciugati gli occhi. Cerca di ricomporti. (Più serio, quasi grave) Lui adesso dove sarà?

Emma (interrogandolo cogli occhi, meravigliata) Non so. Perchè?

Carlo. Poco fa, nervoso, irritato, gli ho risposto male. L'ho offeso; l'ho provocato. Voglio cercarlo, vederlo: gli domanderò scusa. Tu gli vuoi bene: gli domanderò scusa.

X. Due amici.

Indice

Nella sala del buffet:

Giordano Mari (prendendo il sorbetto: la sola cosa che in quel momento gli possa passar dalla gola: fra sè) Consigliarmi col Barbarani?... Mi par di sentirlo, quel piccolo guerriero da club!

— Felicissim! Una questione d'onore? Benissim!

— E, intanto, se io piglio una sciabolata?... E pazienza la sciabolata; ma se mi toccasse di restare a letto?... Di non potermi muovere per una decina di giorni?.. Allora gli affari? Chi potrei mandare a Padova da quel vecchiaccio esoso di mio fratello colla lusinga del gran matrimonio?.. E l'armistizio da concludere col Finardi e compagnia? — Benissim! Felicissim! — ma, intanto, se sono a letto e non mi posso muovere?... Io devo restare sulla breccia: cambiali e signorina Dionisy. (Dopo due o tre cucchiaini di sorbetto: con un sospiro) Ma se anche mi lascio insultare senza chiederne ragione, addio poesia e addio matrimonio, per un altro verso! (Con stizza sempre crescente: le contrarietà, le incertezze, i «pasticci» lo urtano, gli seccano, lo fanno andare in bestia) Questi borghesi arricchiti colle macchine e coi traffici e diventati nobili coi quattrini... Che piccola e brutta gente! Hanno nel sangue tutti i pregiudizii della stirpe bottegaia, compresa la fissazione che si debbano pagare i debiti sino all'ultimo soldo, non un minuto dopo della scadenza. E insieme si sono caricati anche dell'altra zavorra, i pregiudizii aristocratici. Vi parlano di correttezza e di diritto divino, di economia domestica e di splendore del casato; sono forti sul terreno e nell'aritmetica, hanno la vanità del loro stemma e del loro bilancio: fanno da maggiordomo o da gentiluomo, da fattore o da principe, secondo le ore della giornata e, come tutti gli ibridi, hanno, per atavismo, tutte le avidità del mercante e, per innesto, tutti i fumi del patrizio! (Il sorbetto ingollato in fretta e in furia gli dà un dolore nevralgico acutissimo alle tempie: si ferma, chiude gli occhi: quando il dolore gli passa e li riapre, rimane distratto, guardando fisso il resto del sorbetto, e facendo scorrere fra le dita il cucchiaino) Ed Emma?... Carina, lei, a dispetto della razza! Carina in tutti i modi! Colla freschezza sana e soda di una bella figliuola del popolo, e i piedini da marchesa. Con un'affettuosità sentimentale, docile, remissiva e credenzona; coll'onestà profonda della donna borghese nel sangue, e nell'anima, invece, le raffinatezze romantiche. Facile ad esaltarsi, ad entusiasmarsi e facile anche ad accontentarsi. Un amore di moglietta, sempre in adorazione dinanzi a suo marito... e che suo marito potrà educare in tutto e per tutto all'osservanza delle leggi ed alla moderazione. (Cercandola cogli occhi lustri) Ma dov'è? Dove s'è cacciata quella... marmottina? Il colpo mi è riuscito, stasera, ma non bisogna perderla d'occhio. (Finisce in fretta il gelato; si asciuga i baffi col fazzoletto: gli viene un'idea) Se, invece, andassi a consigliarmi direttamente da lei, riguardo a quell'«oltracotante» di suo cugino?... Mi ascolterebbe tremando, a bocca aperta — che bocchina deliziosa! — ed io mi farei consigliare di non prendere la cosa sul serio per amor suo, di lei. Già, nessuno mi toglie dalla testa che quel bisbetico architetto è un altro Sebastiani, e, anzi, con più gradi di bollore! È innamorato della fanciulla. (Con un sorrisetto di compiacenza) E... il poeta?... È gelosissimo del professore! La gran simpaticona quella Fanny! E poi suo marito è deputato: un voto di più per la mia cattedra. (Rannuvolandosi) E Borghetti? È il Borghetti che mi manca sul più bello! (Tornando all'idea di prima) Emma! Emma! (La cerca cogli occhi, in mezzo a tutta quella gente, — le signore sedute, gli uomini in piedi, — che si affolla rumorosamente mangiando e bevendo attorno alla tavola del buffet). Dov'è andata? Forse da sua madre? Anche quella suocera, un ideale! Per farla scappare, basterà aprir le finestre! (Guarda ancora tra la folla, alzandosi in punta di piedi) No, non c'è. E nemmeno suo cugino! E nemmeno il commediografo! Che io abbia preso un gambero, e che la marmottina non sia invece altro che una famosa civetta? E che si diverta a tener in gioco l'architetto, il commediografo, e magari anche il professore? (Va a spiare fra le tende dell'uscio a destra, che mette nel salottino dove si fuma).

Niente. Emma non si vede.

C'è un generale che si sfoga col prefetto contro i socialisti, e c'è Venceslao col sindaco di Milano: il cavalier Venceslao, le belle mani bianche da pianista incrociate dietro le reni, la bella testa un po' china, approva, umile in tanta gloria, una idea del sindaco, il quale vorrebbe intitolare col nome di Verdi una delle principali piazze di Milano.

Ad un tratto, Giordano Mari, sempre spiando fra le tende dell'uscio a destra, sente la voce di Sebastiani e caccia fuori la testa: Sebastiani non è con Emma. È invece colla d'Arborio.

Giordano Mari (si nasconde di nuovo, ma in modo da poter osservar bene la d'Arborio da vicino: fra sè, con stupore ammirativo) Un milioncino, mi ha detto il Barbarani! (Dopo aver calcolata la grossa dote accanto alla grossa contessina) Sarebbe guadagnato!... Ma sarebbe sempre un milioncino!

La D'Arborio (strillando forte perchè ha «un gran secreto», una confidenza da fare al Sebastiani) Sì! Sì! Voi mi avete conquistata! Io vi voglio aprire tutto il cuor mio! Ma solo a voi! Più vicino!... Solo a voi! (Nino Sebastiani non si muove: la d'Arborio gli va sopra, quasi addosso) Ditemi la verità: la verità del pensiero, del sentimento vostro: avete voi pure tutta questa grande ammirazione settentrionale (sottovoce) per i Promessi Sposi?

Nino Sebastiani (soffoca) ... No.

La D'Arborio (strillando) Ed io nemmeno! Solo a voi lo dico! Ed io nemmeno! Propriamente no!

Giordano Mari (guardando dall'uscio a sinistra) Finalmente! (Emma esce dallo studio del Maestro: è seguita da Carlo Borghetti) Toh, toh, toh! Era coll'architetto! (Giordano Mari pensa che l'architetto, per vantarsi, avrà raccontato alla signorina la scena successa fra di loro: un sogghigno cattivo gli fa diventare la faccia lunga e verdognola).

Emma (appena lo vede, gli corre subito appresso: un po' più timida, arrossendo, combattuta dalla verecondia e dall'amore) Carlo, mio cugino, vuole parlarle, vuole scusarsi con lei per alcune parole di poco fa. (Supplichevole, fissandolo con gli occhi belli, illuminati) Mi promette, non è vero, di essere generoso, di essere buono?

Giordano Mari (dignitoso, diplomatico) Ma... che cosa le ha detto il signor Carlo Borghetti?

Emma. Ha timore di averle risposto male, di averla offesa.

Giordano Mari (interrompendola: eroico) Appunto: volevo rivolgermi al Barbarani ed al maggiore Costamagna per avere una spiegazione.

Emma (trasalendo, con un grido represso) No! No! È sofferente! Sta proprio male! Le domanda scusa! Le vuol domandare scusa! (Avvicinandosi palpitante, tremante, con uno sguardo che è tutto una preghiera, una carezza, una promessa) Per me! Per me! Lo faccia per me! (Congiungendo le palme, timidamente, con un'ondata di rossore che corre dalle spalle alla fronte) Voglio così!

Giordano Mari (cavalleresco, inchinandosi, offrendole il braccio) Allora, sia. Mi conduca da suo cugino.

Emma (lo avvolge con uno sguardo amoroso: i suoi occhi hanno un lampo, le sue labbra un tremito: passa leggermente la manina morbida e bianca sotto il braccio di Giordano Mari, e gli risponde appoggiandosi tutta, coll'aria quasi di abbandonarsi, di farsi portare) Grazie.

Giordano Mari (inebriato) Dov'è?

Emma (indicando il Borghetti colla punta del ventaglio) Là!

Succede un gran movimento nella sala del buffet: le signore che hanno finito di cenare si alzano per cedere il loro posto alle altre signore, rimaste in piedi. Carlo Borghetti in quella ressa è ricacciato indietro. Emma e Giordano Mari non possono più andare avanti.

Giordano Mari (chinando il viso verso quello di Emma, che irresistibilmente sporge il suo) Devo perdonargli dunque? E devo volergli bene anch'io, perchè gliene vuol lei?

Emma (trasportata fra gli angioli) Sì; per questo.

Giordano Mari (dopo un momento: con un risolino maliziosetto, indicandole Nino Sebastiani) E... dovrei voler bene anche a quello là?

Emma (scotendosi con dispetto) Oh, a quello poi no! (Senza rifletterci) È vero, sa? Prima mi era indifferente; adesso mi è antipatico.

Giordano Mari (che invece riflette molto, riprende prudentemente l'affabilità paterna) Bambina! Sempre... una cara bambina!

Sono interrotti: Emma rimane appoggiata al braccio di Giordano, ma, presa in mezzo da tutta quella gente, deve rivolgere e ricambiare complimenti, ringraziamenti e saluti. Finalmente la calca si dirada e possono avvicinarsi a Carlo Borghetti, che intanto, per rinfrescarsi, ha continuato ad inghiottire champagne frappè.

Carlo Borghetti (molto sudato: stranamente pallido: si avvicina, vuol parlare, vuol sorridere, ma non sa fare che una smorfia).

Emma (arrossendo a sua volta per l'imbarazzo del cugino e sforzandosi per essere disinvolta e per aiutarlo) Il signor Mari non è in collera; anzi, ha per te moltissima simpatia.

Carlo Borghetti (a Giordano Mari: colla voce troppo alta e fuori di tono) Le devo domandar scusa!

Emma (vivamente: si mette il ventaglio sulle labbra, facendogli segno di tacere) Piano! Parla piano!

Borghetti (rauco) Le voglio domandare scusa.

Giordano Mari (compitissimo) Scusa? Fra di noi? Fra due buoni amici?

Borghetti (borbottando a guisa d'eco le ultime parole) Buoni amici. Ho detto anche alla signorina Emma... (la guarda e i suoi occhi si riempiono di lacrime) buoni amici.

Giordano Mari (osservandolo con qualche inquietudine) Il torto è mio: lo scherzo a proposito della sua piccola ferita è stato inopportuno.

Borghetti (rintontito) Scherzo? Io non scherzo mai. Ho detto amici, ripeto amici.

Giordano Mari (dà un'occhiata espressiva alla signorina Emma, quasi imponendole di allontanarsi. Sarebbe rimasto lui con suo cugino Carlo: non lo avrebbe lasciato).

Emma (dolcemente, felice di mostrarsi ubbidientissima a quel primo comando, rientra nella sala del buffet, e sparisce in mezzo ad un gruppo di signore).

Giordano Mari (prendendo confidenzialmente sotto braccio Carlo Borghetti, e facendo un po' di violenza per condurlo via) E adesso, non è vero? — ce ne andiamo via anche noi?... E alla romana; ringrazieremo domani, portando un biglietto di visita.

Carlo Borghetti (lasciandosi trascinare) Sì; domani: basta un biglietto di visita.

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Возрастное ограничение:
0+
Дата выхода на Литрес:
16 января 2025
Объем:
340 стр. 1 иллюстрация
ISBN:
4064066069735
Издатель:
Правообладатель:
Bookwire
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