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LIBRO PRIMO
DEL REGNO D'AMORE
CAPITOLO I
Come all'autore apparve Cupido, e questi lo condusse nel regno di Diana, ove a' preghi del medesimo ferí la ninfa Filena.
La dea, che 'l terzo ciel volvendo move,
avea concorde seco ogni pianeto
congiunta al Sole ed al suo padre Iove.
La sua influenza tutto 'l mondo lieto
5 esser faceva e d'aspetto benegno,
da caldo e freddo e da venti quieto.
E Febo il viso chiaro avea nel segno,
che fu sortito in cielo ai duo fratelli,
ond'ebbe Leda d'uovo il ventre pregno,
10 E tutti i prati e tutti gli arboscelli
eran fronduti, ed amorosi canti
con dolci melodie facean gli uccelli.
E giá il cor de' giovinetti amanti
destava Amore e 'l raggio della stella,
15 che 'l sol vagheggia or drieto ed or davanti,
quando il mio petto di fiamma novella
acceso fu, onde angoscioso grido
ad Amor mossi con questa favella:
– Se tu se' cosa viva, o gran Cupido,
20 come si dice, e figlio di colei,
ch'amore accese tra Enea e Dido;
se tu se' un del numer delli dèi,
e se tu porti le saette accese,
esaudisci alquanto i desir miei.
25 I' priego te che mi facci palese
la forma tua e 'l tuo benigno aspetto,
il qual si dice ch'è tanto cortese. —
Appena questo priego avea io detto,
quand'egli apparve a me fresco e giocondo
30 in un giardino, ov'io stava soletto,
di mirto coronato el capo biondo,
in forma pueril con sí bel viso,
che mai piú bel fu visto in questo mondo.
I' creso arei che su del paradiso
35 fosse il suo aspetto: tanto era sovrano;
se non che, quando a lui mirai fiso,
vidi ch'avea un arco ornato in mano,
col quale Achille ed Ercole percosse,
e mai, quando saetta, getta invano.
40 Sopra le vestimenta ornate e rosse
di penne tanto adorne avea duo ali,
che cosí belle mai uccel non mosse.
Nella faretra al fianco avea gli strali
d'oro e di piombo e di doppia potenza,
45 colli qua' fere a dèi ed a mortali.
Quando ch'i'l vidi avanti a mia presenza,
m'inginocchiai e, come a mio signore,
li feci onore e fe'li riverenza,
dicendo a lui: – O gentilesco Amore,
50 se a venire al priego mio se' mosso,
colla tua forza e col tuo gran valore
aiuta me, il quale hai sí percosso
e sí infiammato col tuo sacro foco,
ch'io, lasso me! piú sofferir non posso. —
55 Allor rispose, sorridendo un poco:
– Dall'alto seggio mio i' son venuto
mosso a piatá del tuo piatoso invoco.
Degno è ch'io ti soccorra e diati aiuto,
da che ferventemente tu mi chiame,
60 e ch'io sovvenga al cor, ch'i' ho feruto.
Sappi che in oriente è un reame
tra lochi inculti e tra ombrosi boschi,
ch'è pien di ninfe d'amorose dame.
E quelle selve e quelli lochi foschi
65 son governati dalla dea Diana,
la qual voglio che veggi e la conoschi.
E benché sia la via molto lontana
e sia scogliosa e sia di molta asprezza,
io la farò parer soave e piana.
70 Io son l'Amor, che dono ogni fortezza
ne' gravi affanni e, mentre altrui affatico,
gli fo la pena portar con dolcezza.
In questo regno, del quale io ti dico,
è una ninfa chiamata Filena
75 con bell'aspetto e con volto pudico.
La selva è ben di mille ninfe piena;
ma dea Diana, quando va alla caccia,
piú presso questa che null'altra mena.
Costei sí bella e con pudica faccia
80 io ferirò per te d'un dardo d'oro,
quantunque io creda che a Diana spiaccia.
Tu vedra' delle ninfe il sacro coro
insieme con Diana lor maestra,
e belle sí, ch'i', Amor, me n'innamoro.
85 E portan l'arco fier nella sinestra,
ed al comando della lor signora
cacciando van per la contrada alpestra.
– O dio Cupido, tanto m'innamora,
– risposi a lui – il ben che m'hai promesso,
90 che al venire mi pare un anno ogn'ora. —
Allor si mosse, ed io andai con esso;
alfin venimmo per la lunga via
in un boschetto, ch'avea un piano appresso.
La dea Diana a caso fatta avía
95 una gran caccia e dalla parte opposta
con piú di mille ninfe in giú venía.
E discendeano al pian su d'una costa
inverso una fontana d'acqua pura,
qual era in mezzo della valle posta,
100 non fatta ad arte, ma sol per natura;
ed era d'acqua chiara e sí abbondante,
che un fiumicel facea 'n quella pianura.
E poi ch'al fonte funno tutte quante,
corseno a rinfrescarsi alle chiare onde,
105 ponendo in elle le mani e le piante.
Ed alcun'altre stavan su le sponde
del fiumicello; e delli fiori còlti
facean grillande alle sue trecce bionde.
Ed alcun'altre specchiavan lor volti
110 nelle chiare acque, ed altre su pel prato
givan danzando per que' lochi incolti.
Cupido, ed io con lui, stava in aguato
dentro al boschetto, e ben vedevam quelle,
ed elle noi non vedean d'alcun lato.
115 Poscia ben cento di quelle donzelle
sciolson le trecce della lor regina,
le trecce bionde mai viste sí belle.
Sí come tra' vapor, su la mattina,
ne mostra i suoi capelli il chiaro Apollo,
120 e nella sera quando al mar dechina;
cosí Diana avea capelli al collo,
cosí splendea ed era bella tanto,
che a vagheggiarla mai l'occhio è satollo.
E poi ch'ell'ebbon fatta festa alquanto,
125 tennon silenzio tutte, se non due,
che alla sua loda comincionno un canto.
Delle due cantatrici l'una fue
Filena bella, che m'avea promessa
il dolce Amor con le parole sue.
130 E quando egli mi disse: – Quella è essa, —
pensa s'io m'infiammai, che la speranza
tanto piú accende quanto piú s'appressa.
Ond'io all'Amor: – Se quella a me per 'manza
hai conceduta, percuoti col dardo
135 costei, che in beltá ogn'altra avanza.
Ahi quanto piace a me quando la sguardo!
E cosa desiata, se si aspetta,
tanto piú affligge quanto piú vien tardo. —
Allor Cupido scelse una saetta
140 ed infocolla e posela nell'arco
per saettare a quella giovinetta.
E come cacciator si pone al varco
tacito e lieto, aspettando la fera,
e sta in aguato col balestro carco;
145 tal fe' Cupido e la saetta fiera
poscia scoccò, e, inver' Filena mossa,
il manto sol toccò lenta e leggera.
Quando le ninfe sentir la percossa
e nostra insidia a lor fu manifesta,
150 tutte fuggir con tutta la lor possa.
Sí come i cervi fan nella foresta,
quando sono assaliti, o' capriuoli,
se cani o altra fera li molesta,
che vanno a schiera, e alcun dispersi e soli,
155 e per paura corron tanto forte,
che pare a chi li vede ch'ognun voli;
cosí le ninfe timidette e smorte
fuggiro insieme, ed alcuna smarrita,
quando si furon di Cupido accorte.
160 Filena bella non sería fuggita,
se non che la sua dea la man gli porse:
tanto pel colpo ell'era sbegottita.
L'Amore, ed io con lui, al fonte corse,
dove le sacre ninfe eran sedute,
165 quando la polsa insino a lor trascorse.
Io non trovai se non ch'eran cadute
alle due cantatrici le grillande
de' belli fior, che in testa avieno avute.
Però a Cupido dissi: – Ov'è la grande
170 virtú dell'arco tuo, che tanto puote?
E 'l fuoco ov'è, che tanto incendio spande?
Se l'arco tuo giammai invan percuote,
perché ingannato m'hai colle promesse,
che m'han condutto in le selve remote? —
175 Non potei far che questo io non dicesse
col volto irato, e piú mi mosse ad ira
che del mio scorno parve ch'ei ridesse.
Poscia rispose: – Ov'io posi la mira,
quivi percossi, e quivi il colpo giunse
180 dell'arco mio, che mai invan si tira. —
E quel che segue, col parlar, soggiunse.
CAPITOLO II
Nel quale l'Amore prova per molti esempli che nessuno può far resistenza a lui ed alle sue saette.
– Né ciel, né mar, né aer mai, né terra
potêro al foco mio far resistenza,
né all'arco dur, che mai ferendo egli erra.
Dall'alta sede della sua eccellenza
5 fatt'ho discender piú fiate Iove
colle saette della mia potenza.
E lui mutai in cigno ed anco in bove,
ed in altre figur bugiarde e false,
senza mostrar le mie ultime prove.
10 Nettunno freddo in mar tra l'acque salse
accese tanto il mio fuoco sacrato,
che l'Oceáno estinguer non gli valse.
Ma come fortemente innamorato
della fiera Medusa, che a lui piacque,
15 e di cui 'l viso tanto gli fu grato,
gridava: – Io ardo tra le gelid'acque; —
perché ammortar non potea in sé l'ardore
mercé chiamando, a me soggetto giacque.
Pluton d'inferno, ove non fu ma' amore,
20 infiammai tanto col mio caldo foco,
che 'l feci innamorar col mio valore.
Proserpina, che stava in balli e gioco,
fei che rapío e feila far regina
del tristo inferno e dell'opaco loco.
25 A Febo l'arte della medicina
niente valse contra l'arco mio,
né sapienza, né virtú divina;
ché, bench' e' fosse saggio e fosse dio,
correndo il feci andar dietro a colei,
30 la qual nel bello allòr si convertío.
Ahi quanti sono stati quelli dèi,
ch'i' ho feriti, e quante le persone,
ch'i' ho domate con li dardi miei!
Ercole forte, che vinse il lione
35 e che all'idra sette teste estinse,
Cerbero prese e mozzòe Gerione;
in scambio della spada poi si cinse
la rocca e 'l fuso per la bella Iole:
tanto la fiamma e mia saetta il vinse.
40 Per piú piacer, di fiori e di viole,
esperta all'elmo, adornava sua testa,
come dalle donzelle far si suole.
Tosto vedrai e tosto manifesta
sará a te in effetto la percossa,
45 ch'io fe' a Filena al sommo della vesta,
che gli ha passato giá la carne e l'ossa;
è giá intrato il caldo alle midolle
e giunto al core, ov'egli ha maggior possa. —
E poi mi fe' sguardar su verso il colle
50 ad una naida, che venia alla 'ngiúe,
alla quale io parlai com'ello volle;
ché quando insino a noi venuta fue,
la domandai: – Perché a quest'acqua amena
venuta se'? E, dimmi, chi se' tue?
55 – Una ninfa gentil ditta Filena
smarrita ha qui una bella grillanda
– rispose quella – e di questo ha gran pena.
E perché io la ritrovi ella mi manda,
e disse a me: – Io vidi un giovinetto,
60 che corse lí, e però ne 'l dimanda. —
Ed anco d'altre cose ella m'ha detto:
saresti tu colui, che loda tanto,
che parve a lei di sí benigno aspetto? —
Cupido inver' di me sorrise alquanto,
65 quasi dicendo: – Or vedi la promessa
e la percossa, ch'io gli diei sul manto. —
E come chi da compagni si cessa,
perché parlar vuol tacito e quieto,
mi cessai solo per parlar con essa.
70 – Naida mia – diss'io, – or mi fa' lieto:
dimmi dov'è Filena, se tu 'l sai,
e se tu hai da lei alcun segreto.
– Rifa chiamata sono e seguitai
– rispose quella – giá la dea Diana,
75 e fui nel suo cospetto accetta assai.
Ma una volta in una parte strana
fece una caccia in uno aspro paese,
ed io cacciando andai molto lontana.
Trovai un centauro, e per forza mi prese:
80 oh lassa me, ch'i' non ebbi potere
contra sua forza usar le mie difese!
Però Diana non vuol sostenere
ch'io vada piú con lei, ed hammi posta
che in guardia un fiumicel debba tenere.
85 Io era lí, di lá dall'altra costa,
quando le ninfe con la smorta faccia
vidi fuggire, e nulla facean sosta,
sí come cervi che son messi in caccia,
quando dietro il lion va seguitando,
90 o altra fiera fuggendo l'impaccia.
Ed io della cagion facea 'l domando
del fuggir loro, e Diana non vòlse
darme risposta insino allora quando
tutte le ninfe sue ella raccolse.
95 Allor mi disse: – Qui mi fa fuggire
Cupido falso e sue infocate polse.
Ma io farò querela al sommo sire,
ché 'l regno mio piú volte a tradimento
con falsitá venuto egli è a assalire. —
100 Poi cercò tutte e solo il vestimento
trovò a Filena, ch'era alquanto acceso,
il qual con l'acqua crese avere spento.
Ma giá quel foco sacro era disceso
dentro nel sangue, sí come s'accende
105 un picciol foco nella stoppa appreso.
Il dí seguente, quando il sol risplende,
Diana prese le saette cónte;
ed ogni ninfa ancor suo arco prende,
però che seppon che di lá dal monte
110 era di cervi venuta una schiera
a beverarsi ad una bella fonte.
Filena non andò, ma rimasta era,
ché di non poter ir prese la scusa
ancor pel colpo della polsa fiera.
115 E per la fiamma, ch'ella avea rinchiusa
drento nel cor, faceva la donzella
come un ferito cervio di fare usa,
il qual non trova loco; e cosí ella
or si adornava di fioretti belli
120 la testa sua, come sposa novella,
or sospirava ed or li suoi capelli
mostrava al sole e gli occhi, duo zaffiri,
poscia specchiava ne' chiar fiumicelli.
Per tanti segni e per tanti sospiri
125 io, ch'era giá di queste cose esperta,
conobbi dell'amor li gran martíri.
– Dimmi, Filena, e non tener coperta
la fiamma tua: – chiamandola da parte: —
per tanti segni – dissi – io ne son certa. —
130 Rispose dopo assai lagrime sparte:
– Ahi lassa me! Amor d'un dardo d'oro
ferita m'ha con forza e con sua arte.
Però non ho seguito il sacro coro
di mie sorelle, sol perché m'aiuti:
135 se non mi aiuti, o Rifa, oimè ch'io moro! —
Poscia che i suo' martíri ebbi saputi,
venni per aiutarla e son discesa
non per grillanda o per fiori perduti. —
Quando quest'ambasciata io ebbi intesa,
140 risponder voleva io: – La mente mia
è piú di lei ch'ella di me accesa; —
se non che quella naida n'andó via,
ed in poc'ora trascorse il viaggio
insino al loco ond'ella venne pria.
145 Ond'io all'Amor: – Se se' possente e saggio,
ora il vegg'io e priego, a me perdona,
se del tuo arco dissi mai oltraggio. —
Tempo era quasi presso in su la nona,
ed io pregava che andassimo ratto,
150 colui che a gir ratto ogni altro sprona,
dicendo: – Quando è l'ora, è il tempo adatto;
se poi s'indugia e perdesi quel punto,
spesse volte l'effetto non vien fatto. —
Poscia ch'io fui all'altro colle giunto,
155 vidi Filena lá dal fiumicello,
di cui l'Amor m'avea il cor trapunto.
Di fiori adorno avea lo capo bello;
e perché il fiume correa giuso al basso,
però discesi ed appressaime ad ello.
160 Quando per gire a lei io movea il passo
per entro il fiume, udii sonare un corno,
il qual mi tolse allora ogni mio spasso.
Filena disse: – La dea fa ritorno;
oimè, fuggi via tosto; – e poi levosse
165 i fior, de' quali il capo avea adorno.
Ed incontra alle ninfe ella si mosse,
le qua' tornavan liete con le prede;
ed indi anche Cupido me rimosse,
dicendo a me: – Se Diana ti vede,
170 come Acteon, quando da lei fu visto,
trasmutar ti fará da capo a piede. —
Come colui che crede fare acquisto
di quel che piú desia, e viengli invano,
cosí io me scornai e feime tristo.
175 E lagrimando ingavicchiai la mano,
e risguardava la nobile 'manza
da un boschetto non molto lontano.
Oh credula anco e fallace speranza,
confortatrice all'uom nelle gran pene,
180 che, mentre perdi, acquistar hai fidanza!
Ancor nel core mi dicea la spene:
– Anco avverrá che Filena rimagna,
se a Diana partir gli conviene. —
Poi volle andar la dea alla montagna;
e per non gire, io credo, mille prece
185 fece Filena e Rifa sua compagna.
Ella non assentí, ma gir le fece
amendue seco, e Filena lo sguardo
volse a me, andando, volte piú di diece;
e, mentre andava in su, mi gittò un dardo.
CAPITOLO III
L'autore vien tradito da un satiro, mentre cerca Filena, che, aspramente da Diana punita, in quercia si trasmuta.
Il dardo, che gittò, da me si colse,
che, quando il balestrò, venne sí ritto
e tanto appresso a me quant'ella vòlse.
«Io amo te – occulto ivi era scritto: —
5 l'Amor, che ferí Febo di Parnaso,
ferito m'ha li panni e 'l cor trafitto».
Cupido a me: – Per me non è rimaso
che tu non abbi avuto il tuo desire;
ma questo impedimento è stato a caso.
10 Cercando omai per lei ti convien gire. —
E quando io a lui rispondere volía,
fuggí volando e non mi volle udire.
– O falso Amor – diss'io, – o scorta mia,
perché mi lassi? or dove prendi il volo?
15 perché mi lassi senza compagnia? —
Vedendomi rimaso cosí solo,
passai il fiume insino all'altra banda
e fui sul prato e su quel verde suolo,
ov'io vidi Filena lieta e blanda,
20 quando coll'occhio mi soffiò nel foco,
che amore accende e che Cupido manda.
E sospirando dissi: – Oh dolce loco,
mentre Filena vi tenne le piante! —
E poscia che 'l basciai e piansi un poco,
25 per la via ch'ell'er'ita, andai su avante,
cercando tutti i balzi ed ogni valle
e scogli e schegge intorno tutte quante.
E giá Atalante dietro le sue spalle
posto avea Febo e facea il giorno nero;
30 ed io pur oltre per lo duro calle,
senza riposo; e solo avea il pensiero
a ritrovarla per la selva oscura,
piena di spine senz'alcun sentiero.
Se sol di notte non avea paura,
35 Amor è quel che da fortezza altrui
nelle fatiche e l'animo assicura.
Tra l'aspre selve e tra li boschi bui
tutta la notte andai cercando intorno
insin che in un vallon venuto fui.
40 E quasi su nel cominciar del giorno
trovai un mostro, maladetta fera,
coll'arco in mano, e avea al petto un corno.
Il petto e 'l volto suo tutto d'uomo era,
il dosso avea caprin fino alla coda,
45 con quattro piedi e colla pelle nera.
Un satiro era questo pien di froda:
e satir detti son malvagi e falsi,
che fanno inganni con lusinghe e loda.
E fauni ancora stan tra quelli balsi
50 ed hanno umani i petti ed anco i volti;
l'altro è bovino, e vanno nudi e scalsi.
E semicervi ancora vi son molti,
ingannatori ed animal perversi,
pur ch'altri con lor usi e che gli ascolti.
55 Dal satir, che scontrai, con dolci versi
sí lusingato fui e sí sottratto,
che tutto il mio amor gli discopersi.
Ché quando vidi un mostro cosí fatto,
in man per mia difesa presi il dardo,
60 che la bella Filena a me avíe tratto.
Ed egli il riconobbe al primo sguardo
ch'io l'avea dalla ninfa di Diana;
onde parlò come falso e bugiardo:
– Onde vien' tu in questa selva strana?
65 Di', che ti move e, dimmi, qual è il fine,
pel qual tu vai per questa via lontana? —
Ed io a lui: – Tra cespi e dure spine
smarrito vo, ed or son qui venuto
come chi va, né sa dove cammine.
70 Ma tu, che se' mezz'uomo e mezzo bruto,
mi fai maravegliar quando io ti guato,
ché sí fatto uom non fu giammai veduto.
– Io fui pur uom – rispose – innamorato
di dea Diana, e vagheggiaila ognora,
75 e da lei 'n questa forma fui mutato;
ch'ella pregò lo dio, ch'altru' innamora,
che a ciò rimediasse, e me percosse
del dardo ch'è di piombo e disamora.
Questo ogni amor mi tolse e via rimosse;
80 e però quella dea a me permette
ch'i' possa gire a lei unque ella fosse.
Insieme vo con le sue giovinette
fra questi monti, insieme con lor coglio
li fior, che stanno in su le verdi erbette.
85 A chiunque è innamorato anche ho cordoglio,
che ricordo le pene, ch'io provai
del falso Amor, del quale ancor mi doglio.
E se tu mi dirai dove tu vai,
forse t'aiuterò, se mi richiedi
90 e se sei saggio e secreto il terrai. —
O vano amor, oh quanto ratto credi
quel che vorresti! Alle parole udite
ed al modo del dir fede gli diedi.
Ed io a lui: – Per queste vie smarrite
95 cercando vo le ninfe, ov'elle stanno:
prego, se 'l sai, me diche ove son ite. —
Rispose ancor con falsitá ed inganno:
– Elle sonno ite in un lontan paese,
al qual non potrest'ir per grave aflanno.
100 Ma, se tu ami, perché nol palese
a me, che sai che ho provato l'arme
del fier Cupido e le saette accese?
– Satiro mio – diss'io, – se puoi aitarme,
io te 'l dirò, se prima tu mi giuri
105 tener credenza e ch'io possa fidarme.
– Perché non di', perché non t'assecuri?
– rispose il falso. – Or non sai tu che io
di piombo e d'òr sentito ho i dardi duri?
Io ti prometto e giuro innanzi a Dio
110 di tenerti secreto e d'aiutarte
e conducer la ninfa al tuo desio. —
Cosí mi disse con malizia ed arte;
ond'io m'apersi e dissi con gran pena:
– Vo cercando una ninfa in ogni parte,
115 bella e gentile, chiamata Filena;
per ritrovarla entrai per questo bosco;
la sua beltá dirieto a lei mi mena.
Tra questi spin, che son piú amar che tòsco,
soletto per parlargli io mi son messo,
120 ché piú piacente cosa io non conosco.
– Ed io farò – diss'ei – quel ch'i' ho promesso;
ch'io anderò co' mie' veloci piei
ove la ninfa sta molto da cesso.
Ma perché essa creda a' detti miei,
125 il dardo, che hai in man, mi dá' per segno,
perché segretamente il mostri a lei.
Con mie parole e mio usato ingegno
farò ch'ella verrá in un bosco sola,
e tu girai a lei quand'i' rivegno. —
130 Io gli die' 'l dardo per questa parola,
ed ei ghignò alquanto e poi saltando
andò veloce come uccel che vola.
Forse sei ore avea aspettato, quando
io vidi Rifa mia fida messaggia,
135 e quando a lei fui presso, io la domando:
– Dov'è Filena bella, onesta e saggia?
Per lei cercato ho il bosco in ogni canto,
e gito in ogni scheggia, in ogni piaggia. —
Ella rispose con singolti e pianto:
140 – Piú non appar la misera tapina;
come tu contra lei errato hai tanto?
Quella biforme bestia, ch'è caprina,
dianzi venne a noi, correndo in fretta,
'nanti alle ninfe ed alla lor regina,
145 e mostrò lor lo dardo over saetta,
che balestrò Filena a te dal monte,
e la scrittura «Io t'amo» è tutta letta.
Per la vergogna ella abbassò la fronte,
e dea Diana, a grand'ira commota
150 contra Filena, stante a braccia gionte,
gli die' dell'arco in testa e nella gota;
e poiché l'ebbe dispogliata nuda,
disse alle ninfe: – Ognuna la percota. —
Allor ciascuna verso lei fu cruda.
155 Ridea colui che fatto avie l'accusa,
quel reo biforme maladetto Iuda.
Poscia cosí spogliata e sí confusa
ad una quercia grande fu congiunta,
che sempre debba stare ivi rinchiusa.
160 E quivi vive e sta quasi defunta;
e mille volte fu percossa ancora
drento alla pianta; e quando ella è trapunta,
ad ogni colpo n'esce il sangue fuora
e l'arbor bagna; e quando il colpo giunge,
165 grida piangendo: – Omè, omè, m'accora! —
Udito io questo, ambe le mani e l'ugne
mi diedi al volto e tenni basso il viso
e non parlai, che il gran dolor, che pugne,
parlar non lassa, quand'ha 'l cor conquiso.
170 Poscia, sfogati gli occhi lagrimosi,
con voce fioca e col parlar preciso,
sí come or seguirá, io gli risposi.
CAPITOLO IV
Lamento dell'autore sopra la perduta Filena: promessa di piú bella ninfa fattagli da Cupido.
– Oimè, oimè, o Rifa mia fedele,
come ha permesso la fortuna e Dio
che sia avvenuto un caso sí crudele?
Trovai quel mostro maladetto e rio
5 nella boscaglia in sul levar del sole;
ed e' mi domandò del cammin mio.
Oh lasso me! con sue dolci parole
ei m'ha tradito: or vada, ch'io nol giunga
e non l'occida, a lunge quanto vuole. —
10 Driada disse: – Il falso è sí alla lunga,
che 'nvan per queste selve t'affatichi
che mai per te insino a lui s'aggiunga.
– O Rifa mia, io prego che mi dichi
dov'è la quercia, dove sta unita
15 Filena mia coi begli occhi pudichi,
e, da che io non gli parlai in vita,
la vegga morta e le mie braccia avvolti
a quella pianta, dove sta impedita. —
Mossesi allor con pianti e con singolti,
20 ed io con lei per l'aspero cammino
di quelli boschi e di que' lochi incolti,
insin che giunsi all'arbore tapino;
non alto giá, ma era lato tanto,
quanto in la selva è lato un alto pino.
25 Io corsi ad abbracciarlo con gran pianto,
e dissi: – O ninfa mia, prego, se pui,
prego che mi rispondi e parli alquanto.
Oh lasso me! ché a te cagione io fui
di questa morte; ché quel traditore
30 nefando mostro ha tradito amendui.
Alli miei prieghi ti ferí l'Amore
dell'infelice colpo alla gonnella,
che passò tanto acceso poi nel core.
Prego, perdona a me, Filena bella:
35 perché non parli? perché non rispondi?
Prego, se puoi, alquanto a me favella.
Questa novella pianta e queste frondi
e questi rami io credo che sian fatti
delli tuoi membri e tuoi capelli biondi. —
40 Poiché mille sospiri io ebbi tratti
e mille volte e piú la chiama' invano
con pianti e voci ed amorosi atti,
a quelle frasche stesi sú la mano
e della vetta un ramuscel ne colsi:
45 allora ella gridò: – Oimè! fa' piano. —
E sangue vivo uscí, ond'io el tolsi,
sí come quando egli esce d'una vena;
ond'io raddoppiai il pianto e sí mi dolsi:
– Perdona a me, perdona a me, Filena. —
50 Poi maladissi il falso dio Cupido,
che lei e me condotto avea a tal pena,
dicendo: – Se piú mai di lui mi fido,
perir poss'io, e se al suo consiglio,
seguendo il passo suo, mai piú mi guido. —
55 Quando questo io dicea, con lieto ciglio
Cupido apparve con bel vestimento
broccato ad oro nel campo vermiglio;
e disse a me: – Perché questo lamento
di me fai tu? Non è la colpa mia,
60 se altri a te ha fatto tradimento.
Anche è stato tuo error e tua follia,
da che tu rivelasti il tuo secreto
al mostro, che trovasti nella via.
Pon' fin omai, pon' fin a tanto fleto,
65 ché d'altra ninfa di maggiore stima,
se mi vorrai seguir, ti farò lieto. —
Ed io, mirando l'arbore alla cima,
dissi: – Piú bella non fu mai veduta;
questa l'ultima sia, che fu la prima. —
70 Ed egli a me: – Della cosa perduta
non curar piú; e tanto ti sia duro,
quanto se mai tu non l'avessi avuta. —
Ed io dicendo pur: – Venir non curo, —
della faretra fuor un dardo trasse,
75 ch'era di piombo pallido ed oscuro,
e parve ch'e' nel petto me 'l gittasse;
e perché quello fa che amor si sfaccia,
fece che piú Filena io non amasse.
Allor risposi a lui con lieta faccia:
80 – Voglio venire e voglio seguitarte
ed esser presto a ciò che vuoi ch'io faccia. —
Ed egli disse: – Qua a destra parte
sta una valle tra la gran foresta,
che diece miglia di qui si diparte.
85 Lí debbe dea Diana far la festa
per la sua madre, come fa ogni anno,
e la dea Iuno a venirvi ha richiesta,
sí ch'ella e le sue ninfe vi verranno,
che son sí belle, che, a rispetto a quelle,
90 queste di Diana silvestre parranno.
Tu vederai venir quelle donzelle
tutte vaghette, adorne ed amorose,
incoronate di splendenti stelle. —
E poi si mosse tra le vie spinose,
95 tanto ch'e' mi condusse su nel monte,
ond'io vedea la valle, e lí mi pose.
In mezzo la pianura era una fonte
sí piena d'acqua, che n'usciva un rivo,
nel qual le ninfe si specchian la fronte.
100 E 'n mezzo la pianura, ch'io descrivo,
era una quercia smisurata e grande
e sempre verde quanto verde olivo;
e li suo' rami in quella valle spande,
li quai son tutti di rosso corallo,
105 ed ha zaffiri in loco delle giande.
E tutto il fusto è come un chiar cristallo,
e sotto terra ha tutte sue radice,
come si crede, del piú fin metallo.
Per farlo adorno e mostrarlo felice
110 vi cantan tra le fronde mille uccelli,
e lodi di Diana ciascun dice.
Sul verde prato tra' fioretti belli
vidi migliaia di ninfe ire a spasso
con le grillande in sui biondi capelli:
115 e per le coste giú scendere abbasso
fauni vidi e satiri e silvani,
che alla festa al pian movean il passo.
Dietro son bestie ed hanno visi umani;
e son chiamati dèi di quelli monti
120 e di quegli alpi sí scogliosi e strani.
E naide v'eran le dèe delle fonti,
e driadi v'eran le dèe delle piante,
che hanno i membri agli arbori congionti.
Con le grillande vennon tutte quante
125 giú nella valle a far festa a Diana;
e poi che funno a lei venute avante,
s'enginocchioron su la valle piana;
e fengli offerta sí come a signora,
e cantando dicean: – O dea sovrana,
130 benedetta sii tu in ciascun'ora,
e benedetti li fonti e li boschi,
dentro alli quai tua deitá dimora.
Le fère venenose e c'hanno toschi
non vengan nelli lochi dove stai,
135 né cosa, che dispiaccia, mai conoschi.
Tu facesti smembrar con doglie e guai
il trasmutato in cervio Atteone
con la potenzia grande, che tu hai;
ché delle ninfe le nude persone
140 corse a vedere tra le chiarite acque,
benché fortuna ne fosse cagione.
Ippolito gentil, quando a te piacque,
tornar facesti in vita dalla morte
con quelle membra, con le quali ei nacque. —
145 E quando ell'ebbon lor offerte pórte,
anco alle ninfe fenno riverenza,
sí come a servi principal di corte.
E dilungate dalla lor presenza
tennono nella valle estremo loco,
150 come conviensi a lor bassa semenza.
Giá era il tempo che la festa e 'l gioco
far si dovea e Diana fe' segno
a due sue ninfe, a lei distanti poco,
che chiamasser Iunon dall'alto regno,
155 che scendesse alla festa omai a sua posta
col coro delle ninfe alto e benegno.
Come fa 'n cor colui, al qual è imposta
l'antifona per dir, che prima inchina,
poi a cantar la voce tien disposta;
160 cosí fên quelle due a sua regina,
che s'inchinonno prima al suo comando,
poi, tenendo la faccia al ciel supina,
encomincionno a dir cosí cantando.
CAPITOLO V
Dell'avvenimento di Giunone invitata alla festa di Diana.
– O regina del cielo, o alta Iuno,
moglie e sorella del superno Iove,
che l'aer rassereni e failo bruno,
Diana prega te che venghi dove
5 ella fa festa e con le belle dame
del nobil regno tuo qui ti ritrove.
Il nostro dir, benché da lungi chiame,
noi sappiam ben che l'odi dall'altezza
del monte Olimpo, dov'è il tuo reame. —
10 Queste parole con tanta dolcezza
cantôn due ninfe, Pallia e Lisbena,
ch'anco, quando il ricordo, io n'ho vaghezza.
Né mai cantò sí ben la Filomena,
né per addormentare in mar Ulisse
15 cantò sí dolcemente la Sirena.
Iuno, per dimostrar ch'ella l'udisse,
mandò un lustro e sin a lor discese
come balen che subito venisse.
Le ninfe di Diana inver'il paese,
20 onde venne quel lustro, stavan vòlte,
con gli occhi rimirando e stando intese.
Ed ecco come il raggio spesse volte
pare una via, che 'nsino a terra cada
fuor delle nubi, ove non son sí folte,
25 cosí da alto ingiú si fe' una strada
dal loco, onde Iunon dovea venire,
lucida e stesa insin quella contrada.
Poi, come il chiaro Febo suol uscire
fuori dell'orizzonte la mattina,
30 cosí vidi io per la strada apparire
un nobil carro, e suso una regina
con corona di stelle e sí splendente,
come tra li mortal cosa divina.
E quanto piú e piú venía presente
35 agli occhi miei, tanto parea piú adorno,
maraviglioso il carro e piú eccellente.
E mille ninfe avea intorno intorno
con corone di stelle in su la testa,
lucenti al sole ancor nel mezzogiorno.
40 E d'oro e celestina avean la vesta,
e cantando dicíen: – Viva Iunone! —
con suoni, balli, gioia e con gran festa.
Il carro ad ogni rota avea un grifone,
pappagalli e pavon con belle penne
45 intorno e sopra; e tre 'n ogni cantone.
Poscia che 'l plaustro giú nel pian pervenne,
Diana il carro suo fe' venir anco,
che gran bellezza ancora in sé contenne,
di drappi adorno e d'ogni uccello bianco:
50 mai vide Roma carro trionfante,
quant'era questo bel, né vedrá unquanco.
Con piú di mille ninfe a lei davante
ella si mosse incontra a fare onore
alla regina, moglie al gran Tonante.
55 E poiché fu ballato ben due ore,
le ninfe di Iunon l'altre invitâro
a voler concertar con lor valore,
dicendo: – Acciò che ben si mostri chiaro
chi usa meglio l'arco o voi o noi,
60 se a voi piace, a noi anco sia caro.
Di vostre ninfe due eleggete voi;
e noi due altre; e chi trarrá piú dritto,
da dea Iunon sia coronata poi. —
Alle dèe piacque cosí fatto ditto;
65 e dea Diana una corona pose
nell'aer alta a lor per segno fitto,
fatta di fiori e pietre preziose.
Per parte di Iunon, celeste dea,
vennono due ardite e valorose.
70 Una fu Ursenna e l'altra fu Lippea,
a me promessa, bella giovinetta;
ma che foss'ella, io ancora nol sapea.
A lei diede Iunone una saetta
e l'arco eburneo bello ed inorato:
75 tanto era grata a lei e tanto accetta.
A campo incontra uscîr dall'altro lato
Lisbena e Pallia; e queste due son quelle,
che, 'nvitando Iunone, avean cantato.
E patto fên tra lor quelle donzelle
80 di trar tre volte; e chi piú ritto manda,
dé' coronarsi le sue trecce belle.
Pallia trasse prima alla grillanda,
coll'arco dirizzando a lei lo strale;
ma ello dechinò a destra banda.
85 Poi trasse Ursenna; e ferío altrettale,
sí che fu giudicato d'este due
che fosse il colpo loro ognuno eguale.
Lisbena a saettar la terza fue
e die' sí ritto, che quasi toccata
90 fu la grillanda nelle frondi sue.
Lippea trasse la quarta fiata
e ritto tanto, che toccò una fronde,
che cadde in terra dal colpo levata.
Le sue compagne si fenno gioconde,
95 perché credetton che dentro passasse;
ma spesso il fatto al creder non risponde.
Pallia poi un'altra volta trasse,
prima pregando la sua dea Diana
che 'l dardo alla corona dirizzasse.
100 Ma la saetta tratta andò lontana
dalla grillanda forse quattro dita,
sí che la prece e la spene fu vana.
Lippea bella giá s'era ammannita,
e, dopo lei, col suo duro arco scocca
105 una saetta leggiadra e polita.
Da lei fu un poco la grillanda tócca,
non dalla punta, ma sol dalla penna,
c'ha la saetta appresso della cocca.
E, dopo questa poscia, trasse Ursenna,
110 Lisbena poi; e giá secondo il patto
due volte ognuna avea tratto a vicenna.
Ognuna ancora avea a fare un tratto;
e Pallia pria, per aver la corona,
vòlta a Diana con riverente atto
115 disse: – Se mai, o dea, la mia persona
servito ha te con arco e con faretra,
a questo colpo la grillanda dona. —
Poscia a misura, come un geomètra,
nella corona sí forte percosse,
120 che ne fe' d'ella sbalzare una pietra.
Nel centro avrebbe dato, se non fosse
che Iuno in quella fe' venire un vento,
che 'l dardo alquanto dal segno rimosse.
Ursenna, lieta d'esto impedimento,
125 prese la mira per voler poi trare,
col core e con lo sguardo ben attento.
Non die' nel mezzo, ov'ella credea dare;
ma la toccò e commossela alquanto,
ma non però che la fêsse voltare.
130 Ora in due era omai rimaso il vanto
della battaglia e della gran contesa;
e queste eran pregate da ogni canto.
– Fa', o Lisbena, che vinchi l'impresa
e getta sí, che non abbiam vergogna,
135 con l'arco al segno e con la mente intesa.
– Soccorri, o dea Diana, or che bisogna
– disse Lisbena, – e se lo mio quadrello
tu fai che dentro alla grillanda io pogna,
offerta farò a te d'un bianco agnello,
140 di bianchi gigli e bianchi fior coperto,
e d'un bel cervio a Febo tuo fratello.
Egli è signor e dio e mastro esperto
di trar con l'arco: egli ferí Fetonte,
il quale un gran paese avea deserto. —
145 Lippea ancora al ciel con le man gionte
a dio Cupido insú alzava il volto,
che stava meco ascosto a piè del monte.
– Derizza il dardo mio, ti priego molto,
o dio d'amor, sí come tu percoti
150 col dardo che nel cor a tanti è còlto. —
Poich'ebbon fatti molti e grandi voti
e che pregato avean con gran desire,
mostrando gli atti e' sembianti devoti,
trasse Lisbena, a cui toccò il ferire;
155 e 'l dardo dentro alla grillanda colse
in un de' lati e torta la fe' gire.
In quel che la corona si rivolse,
gittò Lippea nella circonferenza;
e 'l dardo trapassolla e lí si folse.
160 Ora tra lor comincia grande intenza,
ché l'una e l'altra la grillanda vuole,
credendo ognuna aver giusta sentenza;
e diceano a Diana este parole.
CAPITOLO VI
Della caccia del cervo per la gara della ghirlanda tra Lisbena e Lippea.
– O dea Diana, o figlia di Latona,
discerna tua prudenza e tuo gran senno
chi di noi due debbia aver la corona. —
Diana, udito questo, fece cenno
5 che l'una e l'altra andasse a dea Iunone
con riverenza; ed elle cosí fenno.
Lisbena in pria, che crede aver ragione,
umilemente abbassa le ginocchia;
e mosse po' a Iunon questo sermone:
10 – O del gran Iove mogliera e sirocchia,
mira l'onor della mia compagnia,
mira se ho ragione, e bene adocchia.
Io trassi alla corona alquanto pria;
e poi Lippea; ma non trasse ad ora,
15 ché giá pel colpo ell'era fatta mia. —
Lippea incontro a questo dicea ancora:
– O alta Iuno, a cui il sommo impero
ha dato Iove, e sei con lui signora,
se ben si mira qui a quel ch'è vero,
20 Lisbena e le compagne vedran forse
che 'l colpo suo non fu ritto e sincero,
che diede alla grillanda e sí la torse,
perocché la toccòe; ed io, in quel mentro
ch'ella voltòe, la mia saetta porse
25 un poco dopo lei e ferii dentro,
e con tanta misura al segno diedi,
che la mia polsa andò per mezzo il centro.
Però ti prego pel carro ove siedi
e per l'amor che porti all'alto Iove,
30 che la corona bella a me concedi.
Se 'l priego mio, signora, non ti move,
movati il sacro cor, che teco viene:
che abbiam perduto non si dica altrove. —
Iunon rispose: – A Diana appartiene
35 giudicar questo e che la pace pogna
tra te e Lisbena; e cosí si conviene. —
Diana a questo: – Ancor pugnar bisogna
un'altra volta; e la qual parte vince,
abbia l'onore, e l'altra la vergogna.
40 Un cervio sta non molto lontan quince
con corni grandi, e 'l dosso ha tutto bianco,
se non c'ha i piè macchiati come lince.
Questo in la selva è stato sempre franco,
ché mai non lo lasciai morder dai cani,
45 né da persona mai ferire unquanco.
Io manderò miei fauni e miei silvani,
che menin questo cervio su nel prato,
e sia lasciato in mezzo a questi piani.
E tu, o Lippea, li porrai da un lato
50 con le tue ninfe e con le tue compagne,
con quante e quali e come a te sia grato.
Lisbena ancor per piani e per montagne
porrá le ninfe mie dall'altra parte;
e se addivien che il cervio tu guadagne,
55 piaccia a Iunon volere incoronarte.
Ma se le ninfe mie vincon la caccia
o per ingegno o per forza di Marte,
anco Lisbena incoronar gli piaccia,
non per lei tanto, ma per le sorelle,
60 che per vergogna stan con rossa faccia. —
Le ninfe di Iunon gentili e belle
si mostrôn d'accettar volonterose
con arditi atti e con pronte favelle.
Allor Diana a sei silvani impose
65 che menassero il cervio; ed ei menôllo
su delle ripe e delle vie scogliose,
con una fun legato intorno al collo;
poi fu lasciato sciolto presso al fonte,
ch'era sacrato alla suora d'Apollo.
70 – Su su, sorelle, circondate il monte
– dicea Lippea, – e prendete la costa
con archi e spiedi coll'acute ponte.
Ognuna attenta sia nella sua posta:
co' can correnti dietro alli cespogli,
75 come chi sta in aguato, stia nascosta.
E tu, Tirena, va' 'ntorno a li scogli
con cento ninfe: sai ch'io mi confido
in tua virtú; però mostrar la vogli.
Sí come io accenno o col mio corno grido,
80 cosí con quelle cento mi soccorre,
co' cani alani e col tuo arco fido.
Perché, se 'l cervio suso al monte corre,
di lá dall'altra valle non trapassi,
lassú, Ipodria, tu ti vogli porre
85 e con ducento ninfe prendi i passi:
con can mastini e con cani levrieri
fa' che lo pigli e che passar nol lassi.
Or ora essere accorte è ben mestieri;
acciò che onore abbia la nostra dea,
90 mostriam la forza de' nostri archi fieri. —
Non men Lisbena ancora disponea
la schiera sua e facevala forte
con modi e con parol, ch'ella dicea.
– Sorelle, ora conviene essere accorte;
95 ora convien mostrar nostro valore;
ch'altri che noi di caccia onor non porte.
Ora si vederá chi porta amore
a dea Diana e se siete valente,
sí che di questa caccia abbiamo onore.
100 O Lisna bella mia, va' prestamente
sopra del monte e circonda la cima
con cento ninfe: e state bene attente.
Credo che 'l cervio lí correrá prima:
abbiate cani e spiedi, ché non varchi
105 di lá dal monte verso la valle ima.
Chi per la costa discorra cogli archi,
chi di lanciotto e chi di duro spiedo,
quando fia l'ora, la sua mano incarchi.
Alconia, te per principal richiedo,
110 che stii con cento ninfe in su la piaggia;
ché 'l cervio lí verrá, sí come io credo. —
Quando ordinata fu la schiera saggia,
e fu ognuna nel loco che vòlse
quella di Iuno e della dea selvaggia,
115 la bella Iris i gran cani sciolse
d'intorno al cervio abbaianti e feroci;
ed ei fuggí e ver' Diana volse.
Le ninfe sue alzôn liete le voci,
gridando fortemente: – Ad esso, ad esso
120 con le saette e coi passi veloci. —
Le lor verrette scoccavano spesso;
e 'l cervio corre e su lo monte sale;
e dietro i can correndo vanno appresso.
E poi che giunto fu nel piano equale,
125 passato arebbe il monte, se non fosse
che Lisna bella gli die' d'uno strale.
Allora quello addietro alquanto mosse,
ed un fier can mastin gli prese il volto,
e Marsa ninfa d'un dardo il percosse.
130 Per questo il cervio, alla man destra vòlto,
ver' quelle di Iunon fece l'andata;
e questo a Lisna bella increbbe molto.
Ipodria bella, tutta rallegrata:
– Fa' – disse, – o Iuno, che vinciam la festa;
135 dá' or questa vittoria a tua brigata.
L'aspere ninfe della dea foresta
non l'han saputo aver, ma s'è fuggito:
però è degno che perdan l'inchiesta. —
Quando quel cervio presso a lei fu ito,
140 d'un fiero dardo gli passò la spalla,
tal che egli a terra cadde giú ferito.
Come che gente alcuna volta balla
per la vittoria, che giá aver si spera,
e poi si scorna se l'effetto falla;
145 cosí fên quelle, ché Lisbena, ch'era
dall'altra parte, disse: – Abbi memoria,
o dea Diana, della nostra schiera:
fa' che le ninfe tue abbian la gloria
di questa caccia, acciò che non sia ditto
150 ch'altri che tu ne' boschi abbia vittoria. —
Per questo il cervio si levò su ritto;
ché quelle di Iunon non eran corse
insino a lui, ma sol l'avean trafitto.
Poi per la costa giú correndo corse
155 per gire al fonte, che stava a rimpetto;
ma Lisna, quando di questo s'accorse,
un legno attraversò 'n un passo stretto
lá onde convenía ch'egli passasse;
e quel correndo vi percosse il petto.
160 Lisbena in quello d'un dardo gli trasse
nel fianco manco e passò l'altro canto,
onde convenne che 'l cervio cascasse.
L'aspere ninfe s'allegraron tanto,
quanto si possa dir, ognuna certa
165 che d'aver vinto si potea dar vanto.
Tagliôn la testa, e di bei fior coperta
portavanla a Diana, e lei fe' segno
che a dea Iunon ne facessero offerta.
Ella accettò con aspetto benegno:
170 Lippea e le compagne il volto basso
tenean d'ira e di vergogna pregno,
ché 'l lor pensier era venuto in casso.
CAPITOLO VII
Come la ninfa Lippea fu coronata della ghirlanda, che avea vinta.
Per questo Lippea bella è disdegnosa;
e perché vinta gli parea a ragione
quella grillanda tanto preziosa,
andò piangendo all'alta dea Iunone,
5 dicendo a lei: – Perché le paraninfe,
che vengon dietro a te, cosí abbandone?
Queste silvestre e queste rozze ninfe
di dea Diana, tra' boschi assuete
e tra li scogli e valli e tra le linfe,
10 perché han vinto il cervo, stanno liete
e stan superbe e fan di noi dispregio
con beffe e riso e con parol secrete.
Perché a me, che son del tuo collegio,
la mia vinta corona mi si nega?
15 Io 'l dico per l'onor e non pel pregio.
Se il pregio mio, regina, non ti piega,
mover ti debbe la mia compagnia:
vedi che ognuna per me te ne prega. —
Iunon alquanto a ciò sorrise pria,
20 e poi benigna a lei la man distese,
dicendo: – Usar convien qui cortesia.
Dacché Diana tien questo paese,
e noi venimmo ad onorar sua festa,
ben è che 'nverso lei io sia cortese.
25 La tua vittoria a tutte è manifesta,
e tutte veggon ch'è tua la grillanda
e che l'emula tua perde la 'nchiesta.
Ma va' a Diana ed a lei la domanda:
cosí a me piace e voglio che si faccia
30 da te e dall'altra ciò ch'ella comanda. —
Allora andò con reverente faccia
e disse a lei: – O figlia di Latona,
con reverenza io prego che ti piaccia
che mi sia data la vinta corona;
35 tu sai, Diana, che secondo il patto
debbe esser mia, e ragion me la dona. —
La dea rispose a lei con benigno atto:
– D'allora in qua, Lippea, bene ti vòlsi,
che festi alla grillanda sí bel tratto.
40 Del cervio la vittoria io ti tolsi;
quand'egli cadde, io gli rendei la lena,
e su levato alle mie ninfe il volsi,
ché di perder le vidi aver gran pena;
ond'i', a pietá commossa, alla lor parte
45 il feci andar a prego di Lisbena.
Né questo feci per ingiuriarte,
ma perché scaccia invidia e serva amore
sempre l'onor che insieme si comparte. —
E poi la 'ncoronò con grande onore
50 e nel carro la pose seco appresso,
con la grillanda di tanto valore.
Iunon, che stava non molto da cesso,
diede a Lisbena un arco d'unicorno
per premio della caccia a lei promesso,
55 tutto smaltato d'un bianc'osso eborno,
e d'una pelle d'orso un bel carcasso
fulcito tutto d'oro intorno intorno.
Diana intanto il carro a passo a passo
mosse verso Iunon; e, giunta a lei,
60 riverenza gli fe' col capo basso,
dicendo: – O gran regina delli dèi,
Lippea, che sta meco qui presente,
tanto m'è grata e piace agli occhi miei,
che, se a te piace ed ella me 'l consente,
65 prego che facci che meco rimagna
insino all'altra festa rivegnente
e non sia grave a lei nostra montagna;
ché meco la terrò non come ancella,
ma come mia carissima compagna. —
70 La dea assentío ed anche Lippea bella;
e l'altre ninfe ne fenno allegrezza,
mostrando ognuno insieme esser sorella.
E tutto il loco s'empí di dolcezza,
di canti e balli su nel verde prato,
75 il quale ha ben sei miglia di larghezza.
Cupido, ed io con lui, stava occultato;
e dalle dèe sí poco er'io distante,
ch'io intendea lor parlar da ogni lato,
quando l'Amor mi disse: – Tutte quante
80 le ninfe hai viste; or, dimmi, qual tu vuoi?
a qual ti piace piú esser amante? —
E detto questo, d'un de' dardi suoi
d'oro ed acceso mi percosse il petto,
e beffeggiando se ne rise poi.
85 Ed io a lui: – Il grato e bello aspetto
della gentil Lippea tanto eccede,
che nulla paion l'altre a lei rispetto.
Ma perché non è esperta, non s'avvede
ch'io l'ami e che di lei m'abbi ferito,
90 e la mia pena occulta ella non crede.
Per quella fé, con la qual t'ho seguito,
ferisci ancora lei, perché s'avveggia
quant'ha valore in sé l'arco tuo ardito. —
Cupido rise come chi beffeggia;
95 cosí ridendo da me disparío
sí come un'ombra o cosa che vaneggia.
– Ove ne vai – diss'io, – o falso dio?
perché mi lassi? Or veggio ben ch'è folle
chi pone in te speranza ovver desio. —
100 In questo, come mia fortuna volle,
una schiera di cervi giú emerse
e discese nel pian suso dal colle.
Le ninfe tutte per la valle sperse
cursono a far la caccia per lo piano
105 per vari lochi e vie aspre e diverse.
Lippea coll'arco bello, ch'avea in mano,
seguí un cervio, ch'andò verso il monte
e passò a lato a me poco lontano.
Sola soletta e con le voglie pronte
110 gli andava dietro su tra il bosco incolto,
ferendo lui con le saette cónte.
Ed io, che stava lí in quel loco occolto,
per ritrovarla dietro a lei mi mossi,
e tra le frondi del boschetto folto
115 due miglia o quasi cred'io andato fossi,
ch'io la trovai, e la fiera avea morta,
in prima dato a lei mille percossi.
E quand'ella di me si fo accorta,
lassò il cervio e misesi a fuggire
120 su verso il monte timidetta e smorta.
E dietro a lei io comincia' a dire:
– O ninfa bella, io prego, alquanto ascolta,
prego che mie parole vogli udire. —
Come il cacciato cervio si rivolta
125 sol per veder se il seguitan li cani,
cosí ella facea alcuna volta.
E poi fuggía tra quelli boschi strani,
ed io seguíala tra le acute spine,
che mi strappavan le gambe e le mani.
130 – Perché fuggendo sí ratto cammine? —
diceva io a lei. – Io prego che ti guardi
che tra li boschi e scogli non ruine.
Deh! perché non ti volti e non mi sguardi?
Di te ferito m'ha, o cara gioia,
135 il falso Amor co' suoi orati dardi.
Se tu non m'hai pietá, non ti sia noia
almen ch'io t'ami; e questo sol domando,
se tu non vuoi ch'io manchi ovver ch'io muoia.
Io prego il sacro Amor ch'io veggia il quando
140 ferisca te e costrengati tanto,
che sii, com'io, soggetta al suo comando. —
Quand'ella questo udí, si volse alquanto
e disse, vòlta a me, alzando il grido:
– Mai si potrá Amor di me dar vanto.
145 Tutta la forza del crudel Cupido
metto a dispetto e le saette e 'l foco,
ed anco alla battaglia io lo disfido
ch'egli abbia possa a innamorarmi un poco,
e del vano arco, il qual portare egli usa,
150 secura io me ne vo in ogni loco.
Il petto mio trasmutato ha Medusa
contro l'Amor in sasso e 'n dura pietra,
ed a piacergli ha ogni porta chiusa,
sí che suoi dardi e sua vile faretra
155 niente curo; e bench'egli mi fera,
il colpo suo mia carne non penètra. —
E perché ogni ninfa è piú leggera
assai che l'uomo, da me dipartisse,
correndo come veltro ovver pantera,
160 e 'nsin che fu a Diana, non s'affisse.
CAPITOLO VIII
Come Cupido, irato con la ninfa Lippea, la ferí d'una saetta d'oro.
Io era solo e scornato rimaso,
quando scontrai in quella via smarrita
Cupido, come andasse quindi a caso.
E disse a me: – Lippea ov'è fuggita,
5 che m'ha sfidato e mette me a dispetto?
Ma converrá che da me sia punita,
ch'io gli trapasserò il core e il petto
con un acceso dardo delli miei;
e farla a te soggetta io ti prometto.
10 Io, che ho domato Iove ed altri dèi
con la potenza della mia saetta,
non vincerò, non domerò costei? —
Quando egli disse voler far vendetta,
pensa, lettore, s'io mi feci lieto,
15 da che affermava a me farla soggetta.
Egli si mosse, ed io gli andai dirieto;
e sempre per la costa andò all'ingiúe
tra 'l duro bosco e l'aspero spineto.
Quando presso alla valle giunto fue,
20 vidi io Lippea che guidava il ballo
'nanti alle dèe con le compagne sue.
L'arco suo dur, che mai ferisce in fallo,
prese Cupido, e d'uno stral gli diede
a venti braccia forse d'intervallo
25 sol nelli panni e giú appresso il piede;
ché se a lor desse in petto o molto forte,
sí come a' viri ed agli dèi e' fiede,
perché ad amar le ninfe non son scorte,
pel grande incendio del sacrato foco
30 verrebbon meno e caderebbon morte.
Il caldo cominciò a poco a poco
passargli al cor con l'infocato dardo;
e giá ferita non trovava loco.
Lippea allora a me alzò lo sguardo
35 e con gli occhi mirommi, con li quali
tanto m'accese il cor, ch'ancora io ardo.
L'Amor, movendo poi le splendide ali,
per man menommi insino alla fontana,
menacciando anco con suoi duri strali.
40 Di me s'avvide allora dea Diana
e disse irata e con acerbo volto:
– Or che fa qui quella persona strana? —
Lo dio Cupido meco s'era folto,
ma non veduto; ch'egli alla sua posta
45 si può manifestare e farsi occolto.
Egli mi disse: – Fa', fa' la risposta. —
Onde io andai, e riverente e chino
mi posi al carro suo appresso e a costa.
E dissi a lei: – Mio caso e mio destino,
50 o dea, m'ha qui condotto nel tuo regno
per uno errante ed aspero cammino.
Forse Dio il fe' che alla tua festa vegno:
per lui ti prego, o alma dea selvaggia,
che non mi scacci e che non m'abbi a sdegno.
55 E prego te che una grazia io aggia:
che come starvi Ippolito a te piacque,
cosí possa io tra questa turba gaggia. —
E come chi consente, ella si tacque:
cosí sospeso e dubbioso rimasi
60 e tornai a Cupido presso all'acque.
Il carro della dea ben venti pasi
dal fonte, a mio parere, era distante,
e 'l sol calato all'orizzonte o quasi,
quando con vergognoso e bel sembiante
65 venne Lippea inverso il fiumicello,
ond'io andai dicendo a lei davante:
– O ninfa mia gentil col viso bello,
deh! non t'incresca e non aver temenza
se io, che tanto t'amo, ti favello.
70 Perché pur fuggi e pur fai resistenza
a quell'Amor, ch'anco li dèi percote
con le saette della sua potenza? —
Sí come onesta donna, che non puote
soffrir lascivo sguardo, sottomette
75 e abbassa gli occhi e fa rosse le gote:
cosí fece ella alle parole dette,
che abbassò il viso e diventò vermiglia
e lagrimò e le parol tacette.
– Mostra i zaffiri, c'hai sotto le ciglia
80 – dissi, – o Lippea, ed alza sú la vista,
che alle dèe del ciel si rassomiglia. —
Sfogando il pianto: – Oimè, misera, trista!
Oimè! – diss'ella. – Io ho tanto tormento:
Amor non vuol che a lui io piú resista.
85 Se mai il dispettai, io me ne pento;
se mai il gran Cupido io ebbi a vile,
dico «mia colpa» e dico «me ne mento».
Con la potenza dell'orato astile
di mie parole folli ora mi paga
90 e col foco, che al cor va sí sottile.
Ma io il prego o che il dardo ritraga,
che m'ha ferito il cor, o che mi uccida,
sí che la morte risani la piaga. —
Ed io a lei: – Cupido fu mia guida
95 insino a te, ed egli mi promise
donarti a me con sua parola fida. —
Udito questo, il viso sottomise;
poi disse sospirando e con vergogna:
– Perché, quando ferí, e' non mi uccise?
100 – Da che egli vuole, e questo esser bisogna
– diss'io a lei, – io prego che mi dichi
se tu se' mia, e non mi dir menzogna. —
Come la sposa, cui pudor fatichi,
cosí un «sí» de' labbri gli uscí fuore
105 pur con vergogna e con atti pudichi.
Il viso bianco di smorto colore
prima dipinse e poscia si fe' rosso
de' due color, che fuor dimostra Amore.
Poi disse: – Oimè, oimè che piú non posso
110 celar l'amor! – E questo ella dicendo,
cadea, se non che io gli tenni il dosso.
Soggiunse poi: – Amor, a te mi rendo:
non trova l'arco tuo difesa o scudo;
però invan contra te mi difendo. —
115 Poi disse a me: – O amoroso drudo,
io prego te, da che Amor mi ti dona,
che contra me non sie cotanto crudo,
che tu mi lievi la bella corona,
che io porto in testa e la qual io mi vinsi,
120 e che mai non mi lasci per persona. —
Io gliel promisi e per fede gli strinsi
la bianca mano e con le braccia stese
il capo bianco e 'l collo ancor gli avvinsi.
Contro l'amor non fe' poi piú difese
125 la bella ninfa e mostrossi sicura,
pur con vergogna ed onestá cortese.
Cercando andammo per quella pianura,
e poi salimmo ad alto suso al monte,
in tanto che la notte si fe' oscura.
130 Era giá Febo sotto l'orizzonte
ben venti gradi, ed ella mi condusse
in un bel prato, ov'era un bello fonte.
Ed in quel loco tanto vi rilusse
la chiara luna, che per quella valle
135 ogni fiore io vedea qual e' si fusse.
Di fiori e di viol vermiglie e gialle
la bella ninfa tutto mi coprío;
e poi sul prato mi posai le spalle.
E quando all'oriente in pria apparío
140 il chiaro sol, trovai che n'era andata,
e posto un sasso scritto al capo mio,
nel qual dicea: «Sappi ch'io son tornata
a dea Iunone, alla regina mia;
che colle mie compagne io sia trovata.
145 Tu sai che dea Iunone, andando via,
di lassarmi a Diana ell'ha promesso
che con lei io rimanga in compagnia.
In questo tempo che star m'è concesso,
staremo ed anderem come a noi piace,
150 cercando e boschi e balzi e scogli spesso.
Fatti con Dio e tieni occulto e tace;
e prego che a vedermi torni tosto,
ché solo in veder te 'l mio core ha pace».
Oh lasso! a Invidia nulla è mai nascosto,
155 c'ha mille orecchie la malvagia e rea,
e l'occhio suo in mille lochi è posto.
Questa n'andò all'una e all'altra dea,
dicendo: – Or non sapete ch'una dama
qui delle vostre, chiamata Lippea,
160 il giovinetto qui venuto ell'ama
col core e coll'amor tanto fervente,
che sol per lui di rimaner ha brama? —
E, detto questo, sparí prestamente.
CAPITOLO IX
Come la ninfa Lippea si duole che le convien partire.
Letto ch'io ebbi ciò che nel sasso era,
io mi partii e dentro uno spineto
mi posi a stare ascoso insino a sera,
acciò che il nostro amor fosse segreto.
5 Presso all'occaso ed io scendea la costa
e per veder Lippea andava lieto.
Ed una driada disse: – Fa', fa' sosta —
forte gridando, ond'io maravigliai
e 'nsin che giunse a me, non fei risposta.
10 Quando fu a me, ed io la domandai.
– Non sai – rispose – ciò ch'è intervenuto,
e Lippea quanti per te sostien guai?
L'amor tra te e lei stato è saputo,
e conven che si parta: oh sé infelice,
15 ché contra questo nullo trova aiuto!
Io son sua driada e giá fui sua nutrice:
l'amor, che porta a te, m'ha rivelato,
ed ogni suo segreto ella mi dice.
Se saper vuoi il fatto come è stato,
20 la Invidia, che sempre il mal rapporta,
che mille ha orecchie ed occhi in ogni lato,
disse a Iunone: – Or non ti se' tu accorta
che Lippea ama il vago giovinetto,
che venne qui e tanto amor gli porta? —
25 Poscia sparío, quando questo ebbe detto
la rea, che ha mille occhi e tutto vede
e mille orecchie e tosco ha dentro al petto.
Ah Invidia iniqua, quanto a te si crede!
e perciò volentier tu se' udita,
30 perché troppo al mal dir si dona fede.
A Lippea detto fu che ammannita
stesse ad andarne nel seguente giorno,
quando Iunon volea far sua partita.
Pel gran dolor e per lo grave scorno
35 d'amaro pianto si bagnò le gote,
e smorto diventò suo viso adorno.
E per non far di fuor le fiamme note,
che Amor le aveva acceso dentro al core
coll'arco dur, che mai invan percote,
40 pigliava scusa pianger per l'amore,
ch'ella portava alla Diana dea
e alle sue ninfe come a care suore.
– Sorelle mie – dicea, – perché credea
rimanermi con voi, però 'l cuor piagne
45 che dipartir mi fa la 'Nvidia rea.
E non sará che mai 'l mio pianto stagne:
tanto è l'amor, oh lassa me tapina,
ch'io conceputo ho qui, o mie compagne. —
Poscia andò a Iuno e disse: – O mia regina,
50 per darmi infamia e darmi vitupero,
l'Invidia con sua lingua serpentina
detto ha cosí; ma s'ella dice il vero,
io cada morta, o s'io assento all'arme
di dio Cupido o mai n'ebbi pensiero.
55 Quando deliberasti, o dea, lassarme,
concepii amore a tutte, ed or mi dole
se io le lascio e altrove puoi menarme. —
Iunon rispose a lei brevi parole:
– Voglio che vegni e, quando il carro parte
60 crai, sii la prima sul levar del sole. —
Poscia che mille lacrime ebbe sparte,
dicea fra sé dolente ed angosciosa:
– Come farò? oimè! 'l cor mio si sparte. —
Come va 'l cervio, a cui giá venenosa
65 è giunta la saetta, e move il corso
or qua or lá, e insin che muor non posa:
cosí ed ella per aver soccorso
giva ad ognuna, e poscia
lacrimando deliberò a Diana aver ricorso.
70 E disse: – O dea, tu facesti il domando
ch'io rimanessi, e Iuno fu contenta;
ed io anche assentii per suo comando.
Ed ora pare a me ch'ella si penta,
non so perché: e se fia mia partenza,
75 convien che gran dolor mio cor ne senta,
perché tu, dea, a me benivoglienza
hai dimostrata, e Pallia e Lisbena
e l'altre, con ch'i' ho fatto permanenza.
Però partir da loro a me è gran pena,
80 ch'io amo ognuna come mia sorella,
e sopra tutte te, o dea serena.
Però, ti prego, alquanto tu favella
a dea Iunon ch'io stia sino alla festa,
che ogni anno, come sai, si rinovella. —
85 Rispose a lei Diana: – Manifesta
tu fai te stessa: or sappi che colei,
di cui è sospetto, non è ben onesta.
Vanne con la signora delli dèi;
ché s'ella mi dicesse ch'io v'andassi,
90 sí come a Iove, a lei ubbidirei. —
Per la vergogna tenne gli occhi bassi
la misera e pensava tutt'i modi
per rimanere e che nessun ne lassi.
O Amor folle, che sí forte annodi
95 l'amante con l'amato e sí li leghi,
che dentro consumando li corrodi!
Quando si vide non valer li prieghi,
giva ansiando come fa la cagna,
a cui veder li suoi figliuol si neghi.
100 E lasciò tutte e sol me per compagna
seco menòe; e salse tanto ad erto,
ch'ella pervenne in una gran montagna.
Alquanto andammo lí per un deserto:
alfin venimmo in quel prato fiorito,
105 ov'ella te di fiori avea coperto.
Ella gittossi dov'eri dormito;
e cominciò a dir con pianto amaro:
– O dolce sposo mio, dove se' ito?
dove se' ora, o mio amico caro?
110 Oh ti vedessi 'nanti ch'io mi parta,
da che contra il partir non ho riparo! —
Poi ch'ebbe pianto lí ben una quarta
d'una gross'ora, su in un sasso scrisse
col dardo suo, come chi scrive in carta.
115 E lí lo pose e poi indi partisse;
e per veder te, credo, mille volte
giú per la piaggia mirando s'affisse.
Iunon le ninfe sue avea raccolte,
e perché Lippea sola v'era manco,
120 mandat'avea a trovarla ninfe molte.
La piaggia tutta non avea scesa anco,
che fu trovata e menata a Iunone
coll'animo ansioso e tanto stanco.
Non valse a dir che sdegno era cagione
125 del suo assentarsi, che creso era piúe
a Invidia il falso, ch'a lei 'l ver sermone,
che non la fêsse dalle ninfe sue
battere prima, e poscia l'ha mandata
stretta e legata al monte Olimpo in súe.
130 Nel suo partir m'impose esta ambasciata,
la qual t'ho detta; e disse:
– Dilli quanto da lui mi parto afflitta e sconsolata. —
Tanto negli occhi m'abbondava il pianto,
quando la driada questo mi proferse,
135 che non risposi per lo pianger tanto.
Ma per le vie tant'aspere e perverse
con lei andai insino alla pianura,
ove Lippea di be' fior mi coperse.
E ratto corsi a legger la scrittura,
140 la quale avea scolpita su nel sasso,
quand'ella fece la partenza dura.
Ella dicea: «Perduto ho il bello spasso,
ch'io avea, vedendo te, o dolce drudo:
partir conviemmi, ed io il mio cor ti lasso.
145 Troppo Cupido a me è stato crudo:
egli, ch'io non ti veggia, t'ha nascoso,
e di te m'ha ferito a petto nudo.
Fátti con Dio, o mio primaio sposo
ed ultimo anco: oimè, che non ho spene
150 di rivederti mai, né aver riposo!
Ché quel reame, che Iunon si tiene,
è alto tanto e posto sí lontano,
che mai nessun mortal tanto su vene».
Letto ch'io ebbi quel tra me pian piano,
155 volsi alla driada il lacrimoso volto,
il qual io mi percossi con la mano,
dicendo: – Il mio conforto chi l'ha tolto?
Or dove se', Lippea ninfa mia?
O dolce amore, in quanto duol se' vòlto!
160 Driada, dimmi se c'è modo o via
o che io la giunga, o s'egli c'è speranza
ch'io venga ove Iunone ha signoria.
– Il correr delle ninfe ogni altro avanza
– rispose quella; – e 'l regno di dea Iuno
165 è tanto ad alto ed ha sí gran distanza,
che non vi puote andar mortale alcuno. —
Cosí mi disse e poi si mosse a corsa,
d'ogni sperar lasciandomi digiuno,
e se n'andò correndo piú che un'orsa.
CAPITOLO X
Nel quale l'Amore discorre delle varie impressioni dell'aere con l'autore, a cui da Venere vien promessa la ninfa Ilbina.
Oh Speranza vivace e sempre verde!
Se ogni cosa all'uom toglie fortuna,
ella sempre rimane e mai si perde.
Questa soletto al lume della luna
5 mi mise tra li boschi e tra li rovi
con gran fatica e senza posa alcuna.
Dicea fra me: – Ben converrá ch'io provi
ogni mio ingegno e cerchi ogni paese,
che Lippea bella mia ninfa ritrovi. —
10 E giá cercando er'ito ben un mese
per l'aspro bosco e per la selva amara,
quando Cupido a me si fe' palese.
E come quando Febo si rischiara,
perché la nube grossa s'assuttiglia,
15 che prima ostava alla sua faccia chiara;
cosí una luce splendida e vermiglia
mi die' nel volto; e, mentre l'occhio innalzo,
per veder meglio aguzzando le ciglia,
io vidi lui, che stava su in un balzo
20 e disse a me: – Ricòrdati che tue
giá tante volte m'hai chiamato falzo.
Però t'ho tolto l'allegrezze tue;
ma io prometto a te di ristorarte,
se falso e traditor non mi di' piúe.
25 Ma sappi prima che forza né arte
al regno di Iunon giammai perviene:
tant'ello dalla terra si disparte;
ché 'l regno, il quale Saturnia mantiene,
è posto in aere su nel freddo loco,
30 onde la pioggia e la grandine viene.
Lí non riscalda la spera del foco,
che non riscalda in giú tanto da cesso,
né anco il sol niente o molto poco;
ché 'l raggio del gran Febo in giú riflesso
35 non riscalda da lungi o molto oblico,
ma ben dappresso è riflesso in se stesso.
E quando a questo loco, ch'io ti dico,
il vapor di quaggiú salendo giugne,
ratto che sente il freddo a sé nemico,
40 in sé si strigne ed in sé si congiugne
e fassi nube; e, quand'egli è costretto,
si fa la pioggia, perché l'acqua smugne.
Ma nella state quel vapor, che ho detto,
ha molto in sé del terrestro vapore
45 sulfureo e secco e d'ogni umido netto.
E questo, quando sente l'umidore,
sí come fa all'acqua la calcina,
s'accende, e con gran rabbia n'esce fuore
quindi il baleno e 'l tuon con gran ruina.
50 E di questo vapor Vulcano a Iove
fa tre saette nella sua fucina.
Che se ben miri quanto è piú forte ove
sta sulfurea fiamma inclusa ed arda,
tanto piú furiosa ella si move,
55 sí come apparir può nella bombarda,
ché poca fiamma accesa tanto vale,
che tuona e rompe ed esce fuor gagliarda;
perché la state vieppiú alto sale
del chiaro Febo il suo riflesso raggio,
60 e risal meno obliquo e piú eguale.
Però questo vapor, che pria dett'aggio,
conven che 'l sole il lieve in piú altura
a farlo nube in piú alto viaggio.
Ov'ei trova adunata piú freddura,
65 ivi si stringe, e l'acqua da lui scossa
grandine fassi: sí 'l ghiaccio la 'ndura.
Ma, perché nell'inverno non ha possa
il sol, che tanto insú il vapor lieve,
'nanti ch'assai insú faccia sua mossa,
70 ancor non fatto nube si fa neve;
e raro e sperso fatto ghiaccio cade,
come bambace in terra, lieve lieve.
A cosí alte e sí fredde contrade
da che salir non puoi, qui a te venni,
75 ché di tanta fatica io t'ho pietade. —
E, detto questo, con parole e cenni
mi fece scender giú per una scheggia;
e, quando in un bel prato giú pervenni,
io vidi ninfe; e ciò, ch'occhio vagheggia
80 mai di bellezza, risplendeva in loro:
tanto ognuna era bella e tanto egreggia.
Parean venute dal superno coro
quaggiú nel mondo, creatur celeste
use con Iove in l'alto concistoro.
85 Quando mi viddon, fuggîr ratte e preste
alquanto a lungi e poi voltôn lor volti,
me risguardando tacite e modeste.
– Io prego – dissi – che da voi si ascolti
di questa mia venuta la cagione,
90 che m'ha condutto in questi boschi incolti.
Cercando vo il regno di Iunone:
da che fortuna m'ha condutto a voi,
prego vostra pietá non m'abbandone.
– Al regno di Iunone andar non puoi
95 – mi rispose una, – ché sí in alto è posto,
che montar non potresti insino a loi. —
E quando questo a me ebbon risposto,
passâro un monte e sí ratto fuggîro,
che appena il vento si movea sí tosto.
100 Ed io dirieto a lor, con gran suspiro,
presi la costa e salsi il monte ratto;
e quando giú nell'altra valle miro,
io vidi l'arco di Iunon lí fatto
ed alto in aere, il qual per segno diede
105 Dio a Noè, con lui facendo il Patto.
E come re ovver regina siede
nell'alto tron, cosí su quel si pose
Venus vestita d'òr da capo a piede,
con la corona di mirto e di rose,
110 con lieta faccia ed aspetto sí bello,
piú che mai dèe ovver novelle spose.
Cupido allor volar come un uccello
vidi per l'aere; e credo sí veloce
Cillen non corse mai, né tanto snello.
115 Venus mi disse in questo ad alta voce:
– O giovin, c'hai montata insú la costa,
spronato dall'amor caldo e feroce,
la bella ninfa, che a te fe' risposta,
da me e dal mio figlio a te è sortita,
120 che l'abbi a tuo voler ed a tua posta.
Fa' che tu passi qua, dov'è fuggita
nell'altra valle, e tanto lí rimagne,
che da Cupido per te sia ferita. —
Per questo io trapassai l'aspre montagne,
125 tanto ch'io la trovai nell'altro piano,
che stava a coglier fior con le compagne.
Cupido lí non molto da lontano
di quella bella ninfa mi ferío
d'una saetta d'oro, ch'avea in mano.
130 Però io con ingegno e con desio
m'appressa' a loro e dissi: – O ninfe belle,
in questo loco sí silvestre e rio
per consigliarmi alcuna mi favelle:
deh! non v'incresca che alquanto qui stia,
135 stancato tra le selve amare e felle. —
La ninfa, che risposto m'avea pria:
– O giovin – disse, – non abbiam temenza,
né anco incresce a noi tua compagnia.
Ma noi Minerva, dea di sapienza,
140 aspettiam qui; e da noi qui s'aspetta
con lo gran carro della sua eccellenza;
ché qui tra noi è una giovinetta,
che vuoi menare al suo regno felice,
la qual tra le sue ninfe ha per sé eletta;
145 e non sappiam di qual di noi si dice.
Noi non voramo, quando ella discende,
che alcun uomo con noi trovasse quice.
Per quella cortesia, che 'n te risplende,
ti prego che di qui ti parti alquanto,
150 ché tua presenza sospette ne rende.
– O ninfa, veder te m'è grato tanto
– risposi a lei – e tanto a te mi lego,
che io non posso andar in alcun canto.
Ma io a me stesso la mia voglia niego
155 contra mia voglia ed al partire assento,
da che ti piace: tanto può 'l tuo priego.
E, da che io mi parto con tormento,
dimmi chi se'; e quando qui ritorno,
prego, del tuo parlar fammi contento. —
160 Per la vergogna arrosciò il viso adorno,
e ch'io non fossi udito ella temea:
però ella mirava intorno intorno.
Poscia rispose: – Io nacqui giá 'n Alfea,
Ilbina ho nome e tra li duri scogli
165 vo seguitando la selvaggia dea.
Piú non ti dico: omai partir ti vogli. —
CAPITOLO XI
Come la dea Minerva discese e seco menò Ilbina ninfa.
Io me n'andai in un boschetto alpestro,
distante a quelle ninfe, a mio parere,
ben quasi una gettata di balestro,
sí ch'io poteva udire e ben vedere
5 tutti lor atti e tutte lor parole,
ed aspettando mi stava a sedere.
Ed ecco, come quando il chiaro sole
tra le men folte nubi sparge il raggio,
che quasi strada in cielo apparir sòle,
10 cosí da cielo ingiú si fe' un viaggio;
e la via lattea, che pel caldo s'arse,
piú che quella in splendor non ha vantaggio.
Le ninfe tutte alla strada voltârse;
e come quando rischiara l'aurora,
15 cosí lucente in cielo un carro apparse.
E poco stando io vidi una signora
splendente quanto il sol su la mattina,
quando dell'orizzonte egli esce fòra,
incoronata come la regina,
20 che venne a Salomon dal loco d'Austro
per udire e saper la sua dottrina.
Quando piú presso ingiú si fece il plaustro,
lo scudo cristallin gli vidi in mano,
lucente quanto al sol nullo alabastro.
25 Ed era sí scolpito e sí sovrano,
che tanto adorno nol fece ad Achille,
per preghi della madre, dio Vulcano.
Appresso al carro stavan le sue ancille,
inclite ninfe, intorno a coro a coro,
30 ed ogni coro in sé n'ha piú di mille.
Non ebbe piú splendor, né piú lavoro
il carro, a cui Fetòn lasciò lo freno,
quando trasse i corsier dal cammin loro.
Vedendo lo splendor tanto sereno,
35 l'alpestre ninfe stavan ginocchioni
con reverenza sul basso terreno.
Quando discesa fu con canti e suoni
la dea Minerva e che fu posto fine
a tanti balli ed a tante canzoni,
40 le ninfe alpestre riverenti e chine
dissono: – O dea, qual vorrai che vegna
di noi e che al tuo regno al ciel cammine? —
Rispose ella: – Di voi ognuna è degna;
ma ora eleggo Ilbina e voglio questa,
45 che venga meco ove da me si regna. —
E, detto questo, con canti e con festa
la coronò d'alloro e poi d'uliva,
e di fin òr gli fe' vestir la vesta.
Poi per la strada, che da ciel deriva,
50 la menò seco pel cammin ad erto,
forte a salire ad uom mortal, che viva.
Io, che m'era occultato in quel deserto
tra dure spine e pungenti cespogli,
il viso alzai di lacrime coperto.
55 – Perché, o Palla, Ilbina mia mi togli?
– dissi piangendo; – e perché a questa volta
d'Ilbina, o dio Cupido, ancor m'addogli? —
E fuora uscii e con fatica molta
per la celeste strada insú mi mossi
60 dietro alla ninfa, la qual m'era tolta.
E ben un miglio cred'io andato fossi,
che la dea Venus si chinò a pietade:
tanto con li miei preghi io la commossi.
Nell'aere apparse con grande beltade;
65 poi scese al carro con faccia proterva,
il qual saliva le splendenti strade.
– Non senza gran cagione, o dea Minerva
– disse Venus, – io vengo tra la schiera,
che segue te e tuo comando osserva,
70 ché insino al cielo, ove il gran Iove impera,
d'un vago giovinetto è giunto il grido,
che sempre ha 'n me sperato e sempre spera.
Ed io ed anche il mio figliuol Cupido
una ninfa, ch'è qui, gli abbiam promessa,
75 sí come a nostro caro amico e fido.
E se tu vuoi sapere quale è essa,
Ilbina ha nome, che la dea Diana
la mandò a te ed halla a te concessa.
E perché la mia spen non fosse vana,
80 Iunon la confermò e fe' che scese
Iris, sua nuncia, presso una fontana.
Acciò che mie parol sien meglio intese,
mira colui che sal su per la via:
il mio figliuol colui d'Ilbina accese.
85 Costui è quel, di cui prego che sia
la detta ninfa; ed egli è quel che fue
dato da Iuno a lei per compagnia.
Vedi che move ratto i passi insúe
e per la costa omai è tanto stanco,
90 che a pena dietro a te può seguir piúe. —
Minerva, vòlta verso il destro fianco,
mi rimirò; ed io era da lunge
tre gettar di balestro o poco manco.
Come che 'l servo se medesmo punge,
95 che è visto ed aspettato dal signorso,
che affretta i passi insin che a lui aggiunge;
cosí fec'io insin ch'io ebbi corso
al carro, ove Ciprigna s'era posta,
che mi aspettava per darmi soccorso.
10 °Come persona a compiacer disposta
a chi la prega, cosí Palla fece
a Citarea benigna risposta:
– Se a Iunone, a cui imperar lece,
io ho rispetto ed a te che 'l domandi,
105 che puoi dir: «Voglio», e fai cotanta prece,
io mi contento far ciò che comandi;
ma chiama Ilbina e vedi se consente
innanti che 'l mio carro piú su andi. —
Come donzella, che tra molta gente
110 si dé' sposar, ed ègli detto: – Vuoi
per tuo marito costui qui presente? —
che, vergognando, abbassa gli occhi suoi;
cosí Ilbina si fe' vergognosa,
parlando questo le dèe amendoi.
115 Però gli disse Venere amorosa:
– O ninfa, che tra l'altre piú elette
piú bella se' e piú pari graziosa,
perché della vergogna sottomette
il tuo bel volto? perché hai temenza
120 del mio parlar, che gran ben ti promette?
Vien' su nel carro di tanta eccellenza:
io ti voglio parlar quassú da presso:
vien' su avanti alla nostra presenza. —
Come la zita col volto sommesso
125 va per la via e move il passo raro,
tal andò al carro e poi montò su in esso.
Mentre salea, io vidi un foco chiaro,
che gli abbruciò l'estremitá del panno,
ond'ella mise un gran suspiro amaro.
130 Quando s'avvide Palla dello 'nganno
e che conobbe il foco, il fumo e 'l segno
del sospirar, che fe' con tanto affanno,
si volse a Citarea con grande sdegno:
– Come se' tanto ardita, o rea e falza,
135 tradir le ninfe, che son del mio regno?
Nata nel mare giú tra l'acqua salza,
de li membri pudendi, e tra le schiume,
qual è quella superbia, che t'innalza?
Madre e maestra d'ogni rio costume,
140 pártite e vanne al regno tuo, lá dove
ogni tuo atto è vano e torna in fume.
Tu lodi il tuo figliuol, che ferí Iove;
ma non fu il vero: Iove anche è diverso
da quel che il cielo ed ogni effetto move.
145 Quel sommo re, che regge l'universo,
porta odio a te e 'l tuo figliuol descaccia,
sí come falso amor, rio e perverso. —
Come chi scorna, ch'abbassa la faccia
e mormorando seco il capo scuote,
150 mostrando irato e con segni minaccia;
cosí Ciprigna con le rosse gote
partíssi quindi ed al figliuol ricorse,
come chi sé vendicar ben non puote.
E giá ad Ilbina sarebbon trascorse
155 le fiamme e 'l sacro foco insino al core,
se non che Palla il suo scudo gli porse,
che ha tanta virtú, tanto valore,
che ogni fiamma di Cupido ammorta,
ogni atto turpe ed ogni folle amore.
160 E questo scudo, che Minerva porta,
è di cristallo e 'l capo gorgoneo
ha sú scolpito di Medusa morta,
vinta per forza e ingegno di Perseo.
CAPITOLO XII
Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del suo reame.
Con miglior labbia poscia a me rivolta
la dea Minerva splendida e serena,
mi disse: – Attento mie parole ascolta.
Se vuoi lassar Cupido, che ti mena
5 tra' duri scogli dell'aspro deserto
con tanti inganni e con cotanta pena,
e vuoi salir la strada suso ad erto,
meco venendo all'alto mio reame,
chiuso agli stolti ed alli saggi aperto,
10 io ti farò amar dalle mie dame,
che fanno i lor amanti esser felici,
e te faran beato, se tu l'ame.
Le ninfe di Diana servitrici,
rispetto a quelle, ti parran villane,
15 incolte, indotte, zotiche e mendíci.
O ben dell'aspre selve, o cose vane,
tanto veloce lo tempo vi toglie,
che come d'ombra nulla ne rimane!
Non posson contentar l'umane voglie,
20 che 'n sé non hanno esistente bontade,
e 'l ciel le logra, mentre sopra voglie.
E, perché il ciel voltando sempre rade,
quel che fu nuovo riveste l'antico;
però le cose belle si fan lade.
25 E, perché meglio intendi ciò ch'io dico,
vien' su nel carro mio, che alla 'nsú monta,
tra l'esercito mio saggio e pudico. —
Io salsi il carro e nella prima gionta
io dissi: – O dea Minerva alta e benegna,
30 del regno tuo alquanto mi racconta.
E dimmi qual è 'l modo ch'io vi vegna
e dove sta e chi 'l regge e nutríca,
e della sua beltá ancor m'insegna.
– Al regno mio, del qual vuoi ch'io ti dica
35 – rispose quella – e vuoi ch'io ti dimostri,
non vi si può salir senza fatica;
ché nel cammino stanno sette mostri
con lor satelli ad impedir la strada,
che l'uom non giunga a' miei beati chiostri.
40 E chi losinga acciò che a lei non vada,
chi fa paura e chi occulta il laccio,
che impacci altrui o che dentro vi cada.
E s'alcun vince e trapassa ogni impaccio,
lassati i mostri, trova una pianura.
45 ove non caldo è mai troppo, né ghiaccio.
Chi su per l'erbe di quella verzura
s'ingegna sempre di salire avante,
del regno mio poi trova sette mura.
E ogni muro dall'altro è piú distante
50 che cento miglia, e dentro alla sua mèta
un regno tien di ninfe oneste e sante.
Ed una donna umíle e mansueta,
a chiunque sale, il sacro uscio disserra
benignamente e mai a nullo il vieta.
55 Ma pria conven che l'uom basci la terra:
allora quella ratto apre la porta
e va con lui; se no, 'l cammin egli erra.
Tra quelli regni dietro a questa scorta
chi entra trova le muse elicone,
60 ed ognuna gli applaude e lo conforta.
Con lieti balli e soavi canzone
il menano a diletto su pel monte,
facendo melodia dolce e consone.
Pervengon poi al pegaseo fonte,
65 ove i poeti bevon la sacra onda;
e poi d'alloro inghirlandan la fronte.
All'altro giro, che vieppiú circonda,
va poi chi prega la guida che 'l mene,
e dietro a' passi suoi sempre seconda.
70 Sette reine, nobili camene,
che dienno alli gran saggi le mamille,
di latte di scienza tanto piene,
si trovan lí e nitide e tranquille
mostran sette scienze, ovver sett'arti,
75 con dolce dire e con soavi stille.
Altra regina trovi, se ti parti,
che splende quanto il sol nel mezzogiorno,
quando ha li raggi meno obbliqui o sparti.
Quella regina è tutta intorno intorno
80 fulcita d'occhi assai vieppiú che Argo
ed ha del sole il nobil viso adorno.
Con tutti gli occhi il regno lungo e largo
ella contempla e rende tanta luce,
ché quivi non può 'l viso aver letargo.
85 La scorta saggia altrove anco conduce,
dov'è l'altra regina sí modesta,
ch'ogni costume e senno in lei riluce.
Fabricio e Scipion nutricò questa.
Ella è che ad ogni troppo pone il freno
90 ed è negli atti e nel parlare onesta.
Altra reina è anco dentro al seno
d'esto mio regno, di tanta fortezza,
che a nulla violenza mai vien meno.
Né mai menacce, né losinghe apprezza;
95 né fortuito caso mai la piega;
né muta faccia a doglia, né a dolcezza:
il piombo solo è che la vince e spiega
sí come il diamante, e cosí face
di questa dea chi umilmente la prega.
100 Da questo regno sí alto e capace
la guida sale alla nobile Astrea,
che con Saturno resse il mondo in pace.
Ma, poiché fu la gente fatta rea
e l'avarizia resse il mondo male,
105 ritornò al cielo, ov'ella è fatta dea.
Al nobil mio reame poi si sale,
ove si trovan tre altre reine,
ognuna in nobiltá a me eguale.
Con queste tre sí alte e sí divine
110 contemplo Dio, che regge l'universo,
principio d'ogni cosa, mezzo e fine.
Il regno mio è fatto a questo verso,
com'io t'ho detto: or di' se vuoi venire
o per le selve errando andar disperso. —
115 Io era pronto e giá volea dire:
– Io voglio, o dea, seguire il tuo consiglio
e dietro a' piedi tuoi sempre vo' ire. —
Ma, quando in aer su alzai il ciglio,
vidi Venus, la quale una donzella
120 mi mostrò lieta e Cupido suo figlio,
non vista mai al mio parer sí bella;
e cenno mi facían che su non gisse,
ché fermamente mi darebbon quella.
E parve che Cupido mi ferisse
125 di piombo e d'oro; e con quelle due polse
fece che allora non mi dipartisse.
Quella del piombo il buon amor mi tolse,
ch'avea d'Ilbina, e con quella dell'oro,
oh lasso me! che a boschi anco mi volse.
130 Per questo non seguii quel sacro coro;
per questo lascia' io la compagnia,
che mi menava all'alto concistoro.
Risposi a Palla: – O dea, la possa mia
non si confida e forse non può tanto
135 che vinca i mostri e saglia sí gran via. —
Cosí discesi di quel plaustro santo
e giú nell'aspre selve ritornai
intra le spine e punto d'ogni canto.
Ratto ch'io giunsi, Venere trovai,
140 che mi aspettava in una valle piana,
sí bella quanto si mostrasse mai.
Di mirto e rose e d'erba ambrosiana
portava su la testa tre corone
e faccia avea di dea e non umana.
145 Ella mi disse: – Or di': per qual cagione
volevi lasciar me e 'l mio figlio anco
o per Minerva o per muse elicone?
Se sí poco salendo fosti stanco,
se tu fossi ito per quelle erte vie,
150 saresti, andando insú, venuto manco.
Ma, se verrai nelle contrade mie,
le ninfe del mio regno al tuo desio
saran condescendenti e preste e pie.
E quella ninfa, ch'io e 'l figliuol mio
155 t'abbiam mostrata, ancor te la prometto;
e mezzo e guida a ciò ti sarò io.
– O Citarea – diss'io, – a te soggetto
sempre son stato ed anco al tuo Cupido,
sperando aver da voi alcun diletto;
160 onde per tue parole mi confido
la bella ninfa aver, che mi mostrasti,
e, ciò sperando, dietro a te mi guido
per questi lochi sí spinosi e guasti. —
CAPITOLO XIII
Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura, la quale gli rende ragione di molti fenomeni.
Appena eravamo iti un miglio e mezzo,
ch'io vidi in una valle una donzella
sotto una quercia, che si stava al rezzo.
Io andai a lei e dissi: – O ninfa bella,
5 di qual reame se'? O dolce dama,
deh, fammi cortesia di tua favella,
e dimmi il nome tuo come si chiama.
Cosí soletta senza compagnia
aspetti tu alcun, che forse t'ama? —
10 Ella si volse e riverenzia pria
fece alla dea; e poi cosí rispose
alle parol della domanda mia.
– Del van Cupido saette amorose
giammai sentii; ed egli mi dispiace
15 e suoi costumi e sue caduche cose.
Dall'alto regno, che a Vulcan soggiace,
son io venuta all'ombra a mio diletto,
ché starsi al fresco alle sue ninfe piace.
Se vuoi saper come il mio nome è detto,
20 Taura son chiamata e qui dimoro
a questo orezzo e nullo amante aspetto.
E spesso l'altre ninfe del mio coro
vengono qui e vanno quinci a spasso
con vestimenti e con corone d'oro.
25 Ma tu chi se' e dove movi il passo? —
Ed io risposi: – L'amor m'ha condutto
per questo loco faticoso e lasso.
Chi sono e donde vengo a dirti il tutto
sarebbe lungo: io gusto ora l'amaro,
30 sperando di fatica dolce frutto.
Se la dea assente, io prego, fammi chiaro:
o ninfa bella, volentier domando,
perché io so poco e domandando imparo.
Però, mentr'io sto teco dimorando,
35 dimmi del regno, che Vulcan nutríca
sotto il suo freno e sotto il suo comando.
Il tuo dolce parlare anche mi dica
del loco ov'egli sta, s'egli ti done
che piú dell'altre ninfe a lui sie amica.
4 °Cupido giá del regno di Iunone
assai mi disse con suo parlar breve,
e della grandin disse la cagione
e delle nubi e pioggia e della neve
e delli tuoni, e disse del baleno,
45 ch'anco a' giganti è timoroso e greve.
Ma non mi disse ben espresso e appieno
come si fa la sube e la cometa
e la stella che corre e poi vien meno. —
Allor la ninfa con la vista lieta
50 rispose: – In pria conven che le parole,
le qua' disse Cupido, io ti ripeta.
Ciò, che non scalda il foco ovvero il sole,
conven che da sé venga in gran freddezza,
come natura e filosòfia vuole.
55 Però nell'aer sopra a tanta altezza,
dove non scalda il raggio che 'nsú riede,
e ove il foco non scalda a piú bassezza,
sta 'l regno freddo che Iunon possede:
li duo vapori, acquatico e terrestro,
60 lí si fan nube, sí come si vede.
E 'l vapor terreo e secco è da sé presto
ad accendersi ratto, purché senta
l'umido intorno, a sé opposto e molesto.
Sí come la calcina, che diventa
65 focosa all'acqua e fuor manda il calore,
che prima parea fredda e quasi spenta;
cosí levato 'nsú il doppio vapore,
l'acquatico si stringe e quindi piove,
perché quivi è compresso dal freddore.
70 Il terreo allor si aduna e si commove
dentro alla nube, e quel moto l'accende:
è la fiamma rinchiusa in stretto, dove
con grave tuon la densa nube fende,
e spesse volte la saetta scaccia
75 col balenar, che subito risplende;
il balenar vien subito alla faccia;
ché presto l'occhio può veder la luce,
se opaco o grande spazio non l'impaccia.
Ma 'l tuon, che seco il balenar produce,
80 l'orecchia dalla lunga nol può udire,
se l'aer seco a lui non lo conduce.
E ben che 'l foco sia atto a salire,
niente meno ingiú la nube spande,
che 'l freddo denso insú non lassa ire.
85 Or, se saper tu vuoi quel che domande,
dirò pria della stella, che nel cielo
permuta loco e par correndo ell'ande.
Se 'l vapor terreo passa l'aer gielo,
sottile e secco è ad ardere disposto
90 piú che la stoppa a lume di candelo.
Quand'egli vien lassú, dove sta posto
il regno di Vulcan, l'accende il foco
nel primo capo, e la fiamma tantosto
per lui trascorre e non a poco a poco,
95 ma ratto e presto; e la fiamma corrente
pare una stella che tramuti loco.
E fa un fregio sú chiaro e lucente
per la via che trascorre, ed in un tratto
poscia vien meno e non appar niente.
100 E se 'l vapor è di materia fatto
che sia grossa e viscosa e sulfuresca,
non atta a consumarsi molto ratto,
quando ha passata la contrada fresca,
va su infin che l'aer caldo trova,
105 e lá s'accende come a fiamma l'ésca.
E pare un trave acceso che si mova:
questo è la sube, e spesso ha la figura
o di colonna o di altra cosa nova.
E se 'l vapor, che 'l sol lieva in altura,
110 è grosso e secco e molto denso e spesso
e di materia a consumarsi dura,
quando egli giunge sú al foco appresso,
s'accende quella parte che 'n pria monta,
e quella fiamma scende giú per esso
115 in quella parte che non è ancor gionta,
ma sta giú verso l'aere distesa
lunga e nelle sue parti ben congionta.
Allor la parte ch'è nel foco accesa,
pare una stella, e l'altra la sua chioma,
120 cioè la parte nell'aer distesa.
E però questa «cometa» si noma,
quasi «comata», e chi ben questo mira,
dato fu a lei il suo proprio idioma.
Se saper vuoi perché il sol non tira
125 piú 'nsú 'l detto vapor, poiché è focoso,
ma secondando il primo moto gira,
sappi che ogni cosa ha 'l suo riposo
nel proprio loco, come hai giá udito,
e, se si parte quindi, va a ritroso.
130 E però quel vapor, quando è ignito,
sta dentro fermo presso a quella spera,
la quale è d'ogni lieve il proprio sito.
E sappi ancor che tanto la lumiera
dura della cometa e tanto è vista,
135 quanto dura il vapor e sua matèra;
ché mai la fiamma può veder la vista
o la luce del foco per se sola,
s'ella non è con altro corpo mista. —
Tacette poscia dopo esta parola;
140 ond'io a lei risposi: – Ammiro alquanto
come s'accende il vapor che 'nsú vola.
Ed anco ammiro come può esser tanto,
che se ne faccia vento e pioggia ancora
e l'altre cose dette nel tuo canto. —
145 Sub brevitá questo rispose allora:
– Pensa del cibo dentro al corpo umano,
quando è indigesto e quando egli evapóra:
il qual, quando è cacciato fuor dell'ano,
s'infiammeria come trita vernice,
150 se si scontrasse in acceso vulcano.
Cosí il vapor, che sú 'l mio canto dice,
s'infiamma giunto nell'aere acceso
e d'ogni impressione è la radice. —
Cupido, quando a questo io stava atteso,
155 venía per l'aere quasi uccel veloce
colle saette in mano e l'arco teso.
– O Taura – chiamò ad alta voce, —
tu proverai che piú 'l mio foco infiamma
che quel del tuo Vulcano, e che piú coce.
160 Ei l'ha provato, e sallo la mia mamma. —
Cosí dicendo, un colpo tal gli porse
col dardo acceso di sacrata fiamma,
che trapassolla e insino a me trascorse;
e tanto m'infiammò quella saetta,
165 ch'io grida' aiuto, e l'Amor non soccorse.
Taura bella, di dolor costretta,
gridò al ciel: – Vulcano, ora m'aita,
e del crudele Amor fammi vendetta. —
E, detto questo, cadé tramortita.
CAPITOLO XIV
Come Cupido fece battaglia con Vulcano e come a prego di Venere Giove discese dal cielo e pose pace fra loro.
Parve che quella voce andasse al cielo,
ché venne con un tuon un gran baleno
a lei sopra la faccia e 'l petto anelo.
E nel dir «miserere» ed anche in meno
5 l'aere si turbò e féssi fosco,
il quale pria era chiaro e sereno.
E ben mille ciclopi fuor d'un bosco
io vidi uscir e fuor delli gran monti,
alti, che tanto abeti io non conosco.
10 Questi hanno sol un occhio in le lor fronti,
fabbri di Iove e duri nelle braccia,
crudel, nelle battaglie arditi e pronti.
Poi tra le nubi con irata faccia
e con tempesta apparve il gran Vulcano
15 co' tuon, co' quali a' giganti minaccia.
E tre saette avea nella sua mano;
cosí discese giú con sí gran grido,
ch'egli facea tremar tutto quel piano.
– Dov'è – dicea, – dov'è 'l crudel Cupido?
20 Dove se' ito, traditor bugiardo?
Vieni, ché alla battaglia io ti disfido.
Ahi, gran prodezze mostrarsi gagliardo
contra una ninfa, a cu' il petto hai ferito
sí crudelmente col tuo crudo dardo!
25 Ma, se tu se' sí grande e sí ardito,
perché non vieni, o nato d'adultèro,
in campo alla battaglia, ov'io t'invito? —
Cupido, in questo, superbo ed altèro
vidi venir volando, e mai uccello
30 corse alla preda sí ratto e leggero.
Ed a Vulcan: – Ritorna a Mongibello,
sciancato, storto e dal ciel messo in bando:
ritorna alla fucina ed al martello.
Il dardo orato mio, il qual io mando,
35 tu proverai; e, se ti giunge addosso,
tu griderai a me: – Mercé domando. —
Poi scoccò 'l dardo, ed arebbel percosso,
se non ch'e' si gittò alla supina:
per questo il colpo andò da lui rimosso.
40 Su ratto si levò e con ruina
il folgore gittò, il qual la spada
corrode e nulla fa alla vagina,
ch'ello è fiamma sottile e fa che vada
dentro alli pori e ciò che non ha poro,
45 cosí disfá, come il sol la rugiada.
Questo di piombo le saette e d'oro
fuse nella faretra, e smunse e róse
ciò che v'avea di metallin lavoro.
Quando Cupido le polse penose
50 volle trar fuor per trarre un'altra volta,
nulla trovò, mentre sú la man pose.
Onde ei, scornato e con furia molta:
– Io ho l'altr'arme – disse – e 'l foco sacro:
quest'arme a me da te mai non fia tolta. —
55 Cosí dicendo, furibondo ed acro
corse in Vulcano e sí gl'incese il mento,
che 'l volto d'ogni barba li fe' macro.
E, di questa vendetta non contento,
col foco s'avventò nelli ciclopi;
60 e, poi che 'l capo incese a piú di cento:
– Tornate alle caverne come topi
– diceva a lor, – tornate, o turba inerte,
o falsi e vili e neri quanto etiòpi. —
Vulcano, in questo, sú a braccia aperte,
65 fuggendo, salse al regno di Iunone,
ove il vapore in saette converte.
Ma dietro a lui, leggier come un falcone,
andò Cupido, e mai corse sí ratto
dall'arco suo scoccato verrettone.
70 E disse a lui: – Vulcan, non verrá fatto
l'avviso tuo: farò che le saette
far non potrai per me a questo tratto. —
Cosí dicendo, tutte nubi umette
'sciuccòe col foco e tanto consumolle,
75 che 'ntorno al caldo l'umido non stette;
ché, quando è consumato l'umor molle,
accendersi non può 'l secco vapore,
sí che Vulcan non fece quel ch'e' volle.
Per questo cominciò con gran rumore
80 a gridar forte, chiamando difese
contra Cupido, stimol dell'amore.
Allora Venus sue braccia distese
al cielo e disse con parol divote
al sommo Iove, tanto ch'e' la 'ntese:
85 – Guarda il vecchio marito, che non puote
piú difensarsi contro il mio figliuolo:
vedi ch'e' l'ha percosso e che 'l percote.
Tu sai che, quando il giganteo stuolo
volle pigliar il cielo e discacciarte,
90 piú che null'altro t'aiutò ei solo.
E fece le saette con sua arte:
con quelle, o Iove, tu gettasti a terra
li gran giganti con le membra sparte. —
In men che alcun non apre gli occhi o serra,
95 vidi Iove discender giú 'n quel loco,
ove Cupido a Vulcan facea guerra.
– Cessa – disse al fanciullo – il sacro foco;
Amor, se pensi quanto l'hai feruto,
tu dirai ch'egli è troppo, e non è poco.
100 E s'egli avesse a te ferir voluto,
come potea, nella tua persona,
nullo al suo colpo aver potevi aiuto. —
A questa voce del signor che tona,
cessò il foco Cupido e reverente
105 disse al padrigno: – O padre, a me perdona. —
Nulla cosa a sdegnarsi è piú fervente
che 'l buon Amore, e nulla cosa ancora
si placa e torna piú leggeramente.
Posta la pace, si partí allora
110 colle sue ninfe Iove e suoi satelli,
de' quali il regno suo in ciel s'onora.
Ma pria la vita a Taura, ed i capelli
rendé a Vulcano, che parea un menno,
ed a Cupido i dardi orati e snelli.
115 Poiché i duo guerreggianti pace fenno,
Vulcan disse all'Amor: – Perché sí rio
ver' me se' stato e con sí poco senno?
Se non che, quando a te saetta' io,
trassi come a figliuol, non a figliastro:
120 tu non scampavi mai dal colpo mio.
E provato averesti ch'io so' il mastro
di saettar e che non si può opporre
a me mai scudo, unguento ovver impiastro.
Io son che getto a terra le gran torre
125 e li gran monti, e che soccorsi a Iove,
quando i giganti vòlsonli 'l ciel tôrre.
Della saetta mia, quando si move,
i grandi effetti e le varie ferite,
nulla è filosofia che le ritrove. —
130 Rise Cupido alle parole udite
e fe' come fa alcun, che par ch'assenta
a quel che non è ver, per non far lite.
E, come aquila fa, quando s'avventa
alla sua preda rapace e feroce,
135 ch'ali non batte, perché non si senta;
cosí ciascuno ingiú venne veloce
alla dea Venus. Benigna l'accolse
e poi a Vulcan proferse questa voce:
– Assai, marito mio, il cor mi dolse,
140 quando tu fulminasti il dolce figlio
e che guastasti le su' orate polse.
Ma piú mi dolse che la barba e 'l ciglio
egli arse a te e che con tanta asprezza
nell'aer su ti pose a tal periglio.
145 Or della doglia io sento gran dolcezza,
da che tra voi è la concordia posta,
la qual prego che duri con fermezza. —
Vulcan non fece a lei altra risposta
se non che con l'Amor volea la pace;
150 ché la sua sposa, che gli stava a costa,
piú 'l riscaldò che 'l foco, ov'egli giace,
e, se non pel figliastro, facea forse
cosa ch'è turpe e con beltá si tace.
Per questo si partí e su ricorse
155 al regno suo; e Taura sua partita
fece una seco, onde gran duol mi morse.
Però a Cupido: – Amore, ora m'aita:
tu sai che 'l colpo insino a me pervenne,
allor che Taura fu da te ferita. —
160 Egli ridendo mosse le sue penne,
e fuggí via l'Amor senza leanza
ed alla piaga mia non mi sovvenne.
Venus a me: – Assai piú bella 'manza,
– disse – nel regno mio ti doneraggio. —
165 Però, al conforto di tanta speranza,
la seguitai per l'aspero viaggio.
CAPITOLO XV
Come l'autore trova una ninfa di Cerere, chiamata Panfia, la quale gli conta il reame di Eolo, dio delli venti.
L'amor con la speranza è sí soave,
che fa parer altrui dolce e leggera
la cosa faticosa e da sé grave;
ché sempre mai, quando l'animo spera
5 aver il premio della sua fatica,
piglia l'impresa con la lieta ciera.
Questa tra spine e tra pungente ortica
menava lieto me per duro calle:
tanto quella promessa a me fu amica;
10 quando vidi una ninfa in una valle,
che cogliea fiori, e suoi biondi capelli
di color d'oro avea sparsi alle spalle.
– A quella che lí coglie i fiori belli
– diss'io a Venus – volentieri irei,
15 se piace a te che alquanto gli favelli. —
La dea consentí ai desii miei;
ond'io andai, e, quando gli fui appresso,
queste parole dirizzai a lei:
– O ninfa bella, mentre a me è concesso
20 ch'io parli teco, prego, a me rispondi:
chi se' e questo loco a chi è commesso? —
Allor, rispersa de' capelli biondi,
inver' di me alzò la lieta testa,
e poi rispose con gli occhi giocondi:
25 25 – Eolo regna qui 'n questa foresta,
che regge i venti ed halli tutti quanti
sotto il suo freno e sotto sua potèsta;
ché, quando contra il ciel funno i giganti,
seguîro il padre, e le colpe paterne
30 spesso tornano a' figli in duri pianti.
Però gl'inchiuse Dio tra le caverne,
ed Eolo diede a lor, che gli apre e serra
e che sotto suo impero li governe.
Se ciò non fosse, l'aere e la terra
35 subbissarieno ed in ogni contrada
farian grande ruina e grande guerra.
Panfia ho nome, e la dea della biada
alla figlia Proserpina mi manda;
e spesse volte vuol che a lei io vada.
40 E coglio questi fior, ch'una grillanda
gli vo' portar, ché delli fior che colse
gli sovvien anco, e però me 'n domanda,
quando Cupido con sue fiere polse
ferí 'l disamorato infernal Pluto,
45 allor ch'a Ceres la figliola tolse.
Ma tu chi se' e come se' venuto
cosí soletto in questa valle alpestra?
Vai vagabondo o hai 'l cammin perduto? —
Ed io a lei: – Venus è mia maestra;
50 seco mi guida al loco, ov'ella regna,
e per darmi conforto ella mi addestra.
Ed ha concesso a me ch'io a te vegna;
o ninfa bella, prego mi contenti;
e quel che ti domando, ora m'insegna.
55 Dimmi ove stanno e donde son li venti,
ché, quando scendi all'infernal regina,
io credo che li veghi e che li senti. —
Ed ella a me: – Perché ratta e festina
Ceres mi manda, per fretta non posso
60 appien de' venti darti la dottrina.
Ma sappi che la terra dentro al dosso
ha gran caverne, meati e gran grotte,
ove li venti stanno in vapor grosso.
Tra quei meati e quelle rupi rotte
65 diventa quel vapor sottile e raro,
quando di sopra al dí cresce la notte;
ché, quando un loco a sé prende un contraro,
l'altro contraro prende un loco opposto,
e quanto posson tengon loco varo.
70 E però, quando è ito il fin d'agosto,
e che 'l dí manca e fassi qui il verno,
allor che il sole in bassi segni è posto,
nelle caverne, ch'Eolo ha 'n governo,
s'inchiude il caldo. E di ciò dán certezza
75 l'acque che stanno nell'alvo materno,
che hanno il verno alquanto di caldezza,
come si vede e come appare al senso;
la state hanno sotterra piú freddezza.
Sí che 'l vapor, in prima grosso e denso,
80 convien che s'assuttigli e sparso cresca
il verno, riscaldato ovvero accenso.
Però dall'arto loco cerca ond'esca:
cosí per le fissure e pori esala,
e 'l sole il tira insino all'aura fresca.
85 Lí ripercosso, poscia all'ingiú cala
e fassi vento, e, dove luna il tira
ovver Saturno, quivi move l'ala.
Il vapor che rimane e che si aggira
nel ventre della terra, perché appieno
90 non può uscir del loco, ond'egli spira,
ritorna addietro in fondo giú nel seno
dell'alma terra; e però innanzi alquanto
che sia il tremoto, ogni vento vien meno.
E poi ritorna e con impeto tanto,
95 venendo insieme, la terra percote,
che la fa almen tremare in alcun canto.
Questo è 'l tremoto, e voglio ch'ancor note
che 'l vapor caldo inchiuso ha tal valore,
che nulla cosa ritener il puote.
100 Se fusse un monte qual tu vuoi maggiore,
tutto d'acciaio dentro alla montagna,
per mille parti ne uscirebbe fore.
Cosí il vapor inchiuso in la castagna
o in altra cosa, quando è riscaldato,
105 convien che n'esca e quel che 'l tiene infragna.
Io ho veduto giá ch'egli ha levato
del loco un monte e fatta un'apertura
sopra la terra con sí grande iato,
che 'l re d'inferno avuta ha gran paura
110 che non discenda insin laggiú il raggio
e non illustri la sua patria oscura.
E dico a te che anco veduto aggio
Eolo re temere alcuna volta,
quand'apre i monti e dá a' venti il viaggio.
115 Egli escono con furia ed ira molta,
quasi lioni o Cerbero feroce,
quando si vide la catena sciolta.
E discorrendo van per ogni foce;
e, se si scontran due venti inimici,
120 il turbo fanno, il qual cotanto nòce.
Quest'è che gitta a terra li edifici
con gran ruina e percuote li tetti,
e svelle gli arbor dalle lor radici. —
E giá poneva fine alli suoi detti,
125 se non ch'io dissi: – Deh! di' se la luce
del sol fa nell'inferno alcuni effetti. —
Allor rispose: – Il sol, ch'è primo duce
di ciò che nasce, pietre preziose,
oro ed argento di laggiú produce.
130 Ver è che Pluto tutte queste cose
dona alla sposa sua, la quale è figlia
di quella che l'andata a me impose.
Io dirò a te una gran maraviglia:
che d'oro mi mostrò un sí gran monte,
135 che'ntorno gira piú di diece miglia. —
E disse: – Io prego, quando lassú monte,
che tu nol dichi agli uomini del mondo
e d'esta mia ricchezza non racconte;
ché son sí avari, che 'nsin quaggiú al fondo
140 ei cavarieno a rubbar il tesoro,
il qual m'è dato in sorte e qui nascondo;
e son sí ghiotti e cupidi dell'oro,
che giá han cavato ingiú trecento braccia:
che non vengan quaggiú temo di loro. —
145 E, detto questo, con la lieta faccia,
ridendo, inchinò alquanto e disse: – Addio; —
e poi n'andò come chi fretta avaccia.
Alla mia scorta allora torna' io;
e seguitaila insin all'oceáno
150 per un viaggio molto aspero e rio.
Nettuno a noi col suo tridente in mano
venne risperso di marine schiume,
sí che sua barba e 'l capo parea cano.
Con lui vennon le ninfe d'ogni fiume,
155 delle quali al presente non ne narro,
ché 'n altra parte il contará il volume.
Nettuno poi ne pose sul suo carro
e solcòe 'l mar; e li mostri marini
facean, mirando noi, al plaustro sbarro.
160 Triton sonava, e li lieti delfini
givan saltando sopra l'onde chiare,
che soglion di fortuna esser divini.
Poiché mostrato m'ebbe tutto il mare
e che dell'acque la cagion mi disse,
165 perché sotto son dolci e sopra amare,
in terra ne posò e lí s'affisse,
e fe' ballar per festa le sue dame:
e poi dicendo: – Addio, – da noi partisse.
Allor Venus andò al suo reame.
CAPITOLO XVI
Del reame di Venere, e come le ninfe del medesimo reame dispiacquero all'autore, perché usavano atti disonesti d'amore; onde Venere il menò a ninfe piú oneste, ma piú piene d'inganno.
Chi di Venus ben vuol saper il regno
com'è disposto, sguardi pure agli atti;
ché ogni balla si conosce al segno.
Come gli uomini sonno dentro fatti,
5 nell'opera di fuor si manifesta:
quella è che mostra i saggi ed anco i matti.
Poiché passata avemmo una foresta,
io vidi il regno suo piú oltra un poco
e gente vidi quivi in gioia e festa.
10 Ed in quel regno quasi in ogni loco
eran distinte ninfe a sorte a sorte
in balli e canti ed in solazzi e gioco.
Quando si funno di Ciprigna accorte:
– Ecco la nostra dea – dissono alquante, —
15 che torna a suo reame ed a sua corte. —
Ben mille ninfe allor venneno avante,
di rose coronate e fior vermigli,
vestite a bianco dal collo alle piante.
E de' loro occhi e dell'alzar de' cigli
2 °Cupido fatto avea le sue saette
e l'ésca, con la qual gli amanti pigli;
ché quelle vaghe e belle giovinette
con que' sembianti moveano lo sguardo,
che fa la 'manza che assentir promette.
25 Non era lí mestier pregar che 'l dardo
traesse dio Cupido a far ferita
o ch'egli al suo venir non fosse tardo;
ch'ognuna mi parea che senza invita,
solo al mirar e ad un picciol cenno,
30 che nella vista sua mi dicesse: – Ita. —
Poiché diversi balli quivi fenno
'nanti a Ciprigna con canti esquisiti
e misurati suon con arte e senno,
io vidi dame e vidi ermafroditi,
35 uomini e donne insieme, venir nudi,
ove natura vuol che sien vestiti.
Al viso con le man mi feci scudi
per non vedergli; ond'ella: – Perché gli occhi
– mi disse – colle man cosí ti chiudi? —
40 Risposi a lei che gli atti turpi e sciocchi
e ciò che vuol natura che sia occolto,
enorme par che 'n pubblico s'adocchi.
Ed ella a me: – Un luoco dista molto,
ove tengo mie ninfe tanto oneste,
45 che, solo udendo amor, le arroscia il volto;
talché, quando Diana fa sue feste
o va alla caccia tra luochi selvaggi,
spesso vuole che alcuna io gli ne preste.
Li sta la ninfa, la qual voglio ch'aggi,
50 la qual, perché non gissi, io ti mostrai
a lato a me tra gli splendenti raggi. —
Partissi allora, ed io la seguitai
insino a quelle, e di tant'eccellenza
Natura ninfe non formò giammai.
55 Né Fiandra, né Roma, ovver Fiorenza,
né leggiadria giammai che di Francia esca,
mostrâro ninfe di tant'apparenza.
D'una di quelle Amor mi fece l'ésca
ad ingannarmi, e fui preso sí come
60 uccello o all'amo pesce che si pesca.
Venere Ionia la chiamò per nome.
Allor dall'altre venne la donzella
con la grillanda su le bionde chiome.
E, come va per via sposa novella
65 a passi rari e porta gli occhi bassi
con faccia vergognosa e non favella,
cosí la falsa moveva li passi
per ingannarmi e, quando mi fu appresso,
mi riguardò; ond'io gran sospir trassi.
70 Venere disse a lei: – Io ho promesso
a questo giovinetto che ti guide:
a lui ti diedi ed or ti dono ad esso. —
Sí come putta che piangendo ride
per ingannar, cosí bagnò la faccia,
75 dicendo: – O sacra dea, a cui mi fide?
In prima, o Iove, occidermi ti piaccia;
in prima, o Citarea, voglio morire,
che alcun uomo mi tenga tra le braccia. —
E per podermi ancor meglio tradire,
80 'sciuccava gli occhi a sé con li suoi panni,
nel cor mostrando doglia e gran martire.
Chi creso arebbe che cotanti inganni
e tanta falsitá adoperasse
ninfa, che non parea di quindici anni?
85 Io pregava Cupido che tirasse
contro di lei omai il suo fiero arco
e che al mio voler la soggiogasse.
Ed io il vidi col balestro carco
nell'aer suso in uno splendor chiaro,
90 e ferirla mostrò con gran rammarco.
Non fe' all'Amor la ninfa piú riparo,
ma il capo biondo sul mio petto pose
e che io l'abbracciassi mostrò caro.
Allor Venus di rosse e bianche rose
95 a lei ed anco a me risperse il petto;
e poi sparí come ombra e si nascose.
Quand'ella vide me seco soletto,
cosí mirava intorno con sospiri
come persona, quand'ella ha sospetto.
100 – Perché, o ninfa mia, intorno miri?
– diss'io a lei. – Deh! alza gli occhi belli,
che hai nel viso, quasi duo zaffiri.
Perché stai timorosa e non favelli? —
Allor alzò la faccia a me e parlommi,
105 'sciuccando gli occhi a sé co' suoi capelli.
– Pel sommo Iove e per li dèi piú sommi
per l'aere e 'l cielo, il qual nostr'amor vede,
pel duro dardo il qual gittato fommi,
ti prego, amante, che mi dia la fede
110 che non m'inganni e che vogli esser mio,
da ch'io son tua e Venus mi ti diede.
Or ti dirò perché ho sospetto io:
qui stan centauri e fauni incestuosi,
turpi in ogni atto scostumato e rio.
115 E stanno tra le selve qui nascosi,
e qui la 'Nvidia maledetta anco usa
con sue tre lingue e denti venenosi.
Ed io temo lor biasmo e loro accusa;
però pavento, e sai che colpa occolta
120 innante ai numi e al mondo ha mezza scusa.
Però, acciò che teco non sia còlta,
prego che la partenza non sia dura
a te, né anco a me per questa volta. —
Un monte mi mostrò e: – Su l'altura
125 – mi disse sta un boschetto; io lí verraggio
a te, quando la notte sará oscura. —
E, perché 'l suo consiglio parve saggio,
io me partii; ma prima li die' il giuro
d'amarla sempremai con buon coraggio.
130 Ed ella del venir mi fe' sicuro.
Cosí n'andai; e, quando al loco fui
colla speranza del venir futuro,
dissi pregando: – O Febo, i corsier tui
movi veloci verso l'occidente,
135 perché piú ratto questo dí s'abbui.
E tu, Atlante, il ciel piú prestamente
movi coll'alte braccia e grandi e forti,
perché la notte giunga all'oriente.
O cerchio obliquo, che i pianeti porti,
140 fa' sí che entri il sole in Capricorno,
che sia la notte lunga e il dí raccorti,
acciò che tosto passi questo giorno
e venga Ionia, che venire aspetta,
quando sia notte, meco a far soggiorno.
145 Io benedico il foco e la saetta,
o dio Cupido, col qual m'hai ferito;
e la tua madre ancor sia benedetta,
che, quando con Minerva insú er' ito,
per me avvocò ed ella mi ritorse;
150 ed ella ha fatto ch'ancor t'ho seguíto.
E qui al suo reame ella mi scorse
ed hammi data Ionia, e che a me vegna
n'aggio speranza senza nessun forse,
e spero in te e 'n lei che mi sovvegna. —
CAPITOLO XVII
Dove si tratta dell'inganno, che fu fatto all'autore dalla ninfa Ionia.
E giá il chiaro sol sí calato era,
che nell'altro emisperio a quello opposto
faceva aurora e quivi prima sera.
E, per meglio vedere, io m'era posto
5 alto in un sasso e lí cogli occhi attenti
stava sperando che venisse tosto.
Intanto fûn del sole i raggi spenti;
e giá 'l cielo mostrava ogni sua stella,
e non sentéa se no' 'l soffiar de' venti.
10 – Quando verrai, o Ionia ninfa bella?
– dicea fra me; – perché tanta dimora?
Qual sará la cagion che sí tarda ella? —
Qual va cercando l'angosciosa tora,
a cui il figlio o la figliola è tolta,
15 che soffia e cerca e mugghia ad ora ad ora,
e poi si folce e coll'orecchie ascolta;
tal facea io, ed alquanto la spene
dalla sua gran fermezza s'era vòlta.
Queste son le saette e dure pene,
20 che balestra agli amanti il folle Amore;
ché se speranza o tarda o in fallo viene,
quanto sperava, tanto ha poi dolore;
ché sempre volontá s'affligge tanto,
quanto a quel che gli è tolto avea fervore.
25 Io cercai per quel bosco in ogni canto
insino al primo sonno e chiamai forte,
aggirando quel loco tutto quanto,
come fe' Enea alla suprema sorte
cercando della misera Creusa,
30 rimasa in Troia dentro delle porte.
Eco tapina, che vive rinchiusa
tra le spelonche, mi dava risposta
al fin della parol, come far usa.
Per ritrovarla scesi poi la costa,
35 e driada trovai su nel sentiero,
che a guardar le ninfe ivi era posta.
– Deh dimmi, driada, prego, e dimmi il vero,
se delle ninfe ve ne manca alcuna,
o se 'l numero loro è tutto intero.
40 – Quando la notte ieri si fe' bruna
– rispose quella, – Ionia n'andò via,
e non era levata ancor la luna. —
E disse a me che cenno fatto avía
la dea Ciprigna, acciò ch'andasse a lei
45 cosí soletta senza compagnia.
– Ma io, o giovin, volentier saprei
perché tu ne domandi ed a quest'otta
come vai quinci, e dimmi che far déi. —
Risposi: – Iersera, quando il dí s'annotta,
50 io vidi lei; ond'io maravigliai
che sí soletta andar s'era condotta;
ch'i' so che in questo loco stanno assai
centauri e fauni, e so che qui ed altrove
sono alle ninfe infesti sempremai.
55 Io temo, o driada, che alcun non la trove
e, sol da questo mosso, quaggiú vegno:
questo a venir di notte qui mi move.
– Se Citarea, la dea di questo regno
– rispose quella – volle ch'ella gisse
60 ed acciò ch'ella andasse gli fe' segno,
nullo saría centauro che ardisse,
né che potesse impedirgli l'andata,
la qual i fati e la dea gli prescrisse.
Ma, se questo non è e fie trovata,
65 null'altra cosa, credo, la ripara
che non sia presa e che non sia sforzata. —
Ahi, quanto esta risposta mi fu amara,
credendo fermamente fosse presa!
E questa opinion mi parea chiara;
70 ond'io risalsi insú tutta la scesa,
che avíe fatta, e giunsi su nel piano,
ove aspettato avíe con spene accesa.
Io dicea meco: – O ninfa, alla cui mano
or se' venuta? O vaga giovinetta,
75 qual fauno t'ha scontrata o qual silvano?
Questa è, Cupido, tua crudel saetta,
e grave pena è la tua fiamma dura,
se tardi o togli quel che spene aspetta.
E l'altra è gelosia e la paura,
80 che, perché la bellezza troppo s'ama,
però in nulla parte è mai secura. —
Cosí andai chiamando quella dama,
come colui che una persona sola
vuol che lo 'ntenda e timoroso chiama,
85 che dice ratto e parla nella gola;
e tal i' la chiamai ben mille volte,
qual Eco rende 'l suon della parola.
Tant'eran giá del ciel le rote vòlte,
che Aurora giá mostrava sua quadriga,
90 e giá Titon gli avea le trecce sciolte,
quando pel pianto e per la gran fatiga
convenne che giú in terra io mi colcasse,
e piú per lei cercar non mi diei briga.
In questo parve a me che in me entrasse
95 il sonno, che ristora e che riposa
a' mortali le membra stanche e lasse.
Mentr'io dorméa, apparve a me, amorosa
e piena di splendor, la bella Ilbina,
in apparenza piú che umana cosa.
100 – Lévate su, – mi disse, – ch'è mattina:
Cupido tante volte t'ha tradito,
egli e la madre sua, che è qui reina.
Sappi che a Ionia il petto egli ha ferito
d'un dardo oscuro ed impiombato e smorto,
105 che 'l venir suo a te ha impedito.
L'amor, che avea a te, in lei è morto;
e ad un fauno vile, rozzo e negro
l'han data per amante e per conforto:
colui del suo bel viso ora sta allegro.
110 E perché queste cose, c'ho racconte,
le sappi appieno e tutto il fatto intègro,
quand'ella a te venía quassú nel monte,
perché piacesse a te piú la sua vista,
di rose s'adornò il capo e il fronte.
115 Cupido allor d'una saetta trista
ed impiombata dentro al cor gli diede,
colla qual fa ch'all'amor si resista:
questa ogni amor gli tolse ed ogni fede
a te promessa. E poi con l'altro astile,
120 il quale è d'òr, da cui amor procede,
sí come l'ésca el foco del focile,
cosí accese lei; e poi mostrògli
un fauno bovin, cornuto e vile.
Però ti prego che seguir non vogli
125 questo Cupido e che non vogli ire
piú tra le selve e tra li duri scogli.
Se al regno di Minerva vuo' venire,
lassú l'animo tuo sará contento,
lassú trova la voglia ogni desire. —
130 Poscia sparí; e 'l sonno mio fu spento,
e giú di terra mi levai sú erto,
ché 'l letto mio fu 'l duro pavimento.
E per voler di questo esser ben certo,
sí come il bracco va cercando a caccia,
135 cosí cercando andava io quel diserto;
e trovai Ionia stare intra le braccia
del fauno duro ed abbracciargli il seno.
Ond'io con grande voce e gran minaccia
corsi ver' lor, di furia e d'ira pieno;
140 ond'elli, spaventati, fuggîr presti.
Ma, perché Ionia potea correr meno,
rimase addietro; ond'io: – Ché non t'arresti?
perché fuggi cosí, o mala putta?
Son queste tue parole ed atti onesti?
145 Tu m'hai fatto aspettar la notte tutta
ed hai lasciato me sol per restarte
con un mostro cornuto e fèra brutta. —
E, perché del fuggir le ninfe han l'arte
e son veloci, sen fuggí sí ratto,
150 che non la giunsi mai in nulla parte.
Allor meco pensai ch'io era matto
seguitar piú Cupido, ch'è fallace
nelle promesse ed infedel nel fatto.
Con voce irata ed animo audace
155 queste parole contra Amor profersi,
volendo seco guerra e mai piú pace,
sí come si contiene in questi versi.
CAPITOLO XVIII
Dove si tratta del reggimento della casa de' Trinci e della cittá di Foligno.
– O vano e rio e traditor Cupido,
nelle promesse iniquo ed infedele,
morto sia io, se piú di te mi fido!
Che tu non se' piatoso, ma crudele,
5 e come falso il tosco amaro ascondi
nella dolcezza d'un poco di mèle.
Perché, o falso e rio, non ti confondi
aver tradito me, che li miei passi
seguíto han dietro a' tuoi sempre secondi?
10 e tra li scogli e tra li duri sassi
condotto m'hai, con tue promesse ladre,
tra lochi montuosi e lochi bassi?
Non è venusta dea tua falsa madre;
anche è pellice obbrobriosa e sozza,
15 nemica a tutte l'opere liggiadre.
Io prego che la lingua gli sia mozza
a chi ti chiama e chiamerá mai dio;
ché chiunque il dice, mente per la strozza. —
Quando queste invettive dicea io,
20 una dea venne innante a mia presenza,
saggia ed onesta, coll'aspetto pio.
«Io son nel ciel la quarta intelligenza —
avea nel manto e nella fronte scritto: —
Minerva manda me, dea di scienza».
25 E bench'io avessi el cuor cotanto afflitto,
quand'io la vidi presso me venire,
m'inginocchiai, ché prima stava io ritto.
Benignamente a me cominciò a dire:
– Dimmi, per qual cagion tu ti lamenti?
3 °Chi t'ha condotto in sí fatto martíre? —
Ed io a lei: – Li falsi tradimenti
del rio Cupido lamentar mi fanno:
egli m'ha indutto in cotanti tormenti.
E se saper tu vuoi il mio affanno,
35 ed egli ed una ninfa m'han tradito,
usando meco falsitá ed inganno.
S'io fossi con Minerva insú salito
nel regno suo, ella mi promettea
il ben, il qual contenta ogni appetito.
40 Ed io lassai l'andar con quella dea
per l'amor di Cupido, e tornai vòlto
nella ruina d'esta selva rea. —
Rispose quella con benigno volto:
– Minerva a te mi manda ed anco Ilbina,
45 ch'io ti tragga del cammino stolto.
Degno è chi dietro al folle Amor cammina
e chi nel suo voler fonda sua voglia,
che cada in precipizio ed in ruina.
Tu stesso se' cagion della tua doglia,
50 da che sapei che donna ha per usanza
ch'ella si volta e move come foglia.
Ahi, quanto è stolto chi pone speranza
in cosa vana! ché, quando si fida,
quand'ella manca, ancor egli ha mancanza.
55 Non sai che 'l folle Amor sempre si guida
dietro a Concupiscenzia, e di lei è figlio
quei che coll'arco l'amador disfida?
E questo, se non ha el mio consiglio,
convien che erri e come cieco vada
60 smarrito per le selve in gran periglio.
Ma, se tu vuoi tornar in tua contrada,
séguita me, ed io sarò tua scorta;
e riporrotti nella dritta strada. —
Da quella selva tanto errante e storta
65 mi pose nella via, la qual conduce
dov'è della virtú la prima porta.
Ivi parlommi e disse la mia luce:
– Per questa via ritroverai Topino,
che ad onta il trapassò il grande duce.
70 E dietro al tuo signor movi il cammino
(per U e go, e per quel nominollo,
ch'a Pier fu nel papato piú vicino).
A lui e a' suoi passati il grande Apollo
diede per segno due mezzi destrieri
75 con redini vermiglie intorno al collo,
in campo bianco, a teste vòlte, e neri;
ed a' suoi descendenti il fiero Marte
per gran virtú promesso ha fargli interi.
Come si trova nell'antiche carte,
80 di Tros di Troia un suo nepote scese,
detto anche Tros e venne in quella parte
ad abitare in quel nobil paese,
ove il Topino e la Timia corre:
tanto l'amor di quel bel loco il prese.
85 E Troia dal suo nome fece porre,
chiamato or Trieve, ché antico idioma
si rinovella e mutando trascorre,
tanto che Persia Perugia si noma,
e Spello in prima fu chiamato Specchio:
90 cosí un vocabol su nell'altro toma.
E questo Tros poi in quel tempo vecchio,
Flamminea pose al nome della stella,
che a battaglie influir non ha parecchio.
Flamminea chiamò la cittá bella,
95 ché «flammeo» è chiamato Marte fèro:
cosí l'astrologia ancor l'appella;
ché Marte avea promesso far intero
il segno de' cavalli in campo bianco:
però cosí nomarla ebbe pensiero.
100 La cittá il nome e 'l loco mutò anco;
e fo Flamminea Foligno nomata,
perché l'antichitá sempre vien manco.
Ed in quel loco anch'è la strada lata,
la via Flamminea ed or detta Fiammegna:
105 cosí da' patriotti ora è chiamata.
Da questo Tros vien la progenie degna
de' troian Trinci, ed indi è casa Trincia,
che anco ivi dimora ed ivi regna.
E costui anco tutta la provincia
110 Asia cosí chiamò dall'Asia grande,
com'uom che nuovo regno a far comincia.
E, se certezza di questo domande,
quivi è 'l monte Soprasia cosí detto,
che sopra a quella patria piú si spande.
115 Da questo scese il prence, a cui subbietto
amor t'ha fatto e l'influenzia mia,
quando prima spirò nel tuo intelletto.
Come andò Paulo alla man d'Anania,
al magnanimo torna, che detto aggio,
120 ove mai porte serra cortesia. —
Andai al mio signor cortese e saggio;
e come alcun domanda ond'altri vène,
cosí mi domandò del mio viaggio.
Risposi a lui: – Seguíto ho vana spene
125 del rio Cupido, ed egli mi condosse
tra selve e boschi con acerbe pene.
Ivi saría smarrito, se non fosse
che una donna venne a me davanti,
ed ella a te tornar anco mi mosse. —
130 E poscia che gl'inganni tutti quanti
gli dissi di Cupido, e come foi
con lui tra' boschi per diversi canti,
di dea Minerva gli ragionai poi
e come m'invitò e fui richiesto
135 ch'andassi seco alli reami suoi,
e che Cupido, quando vide questo,
egli e la madre sua mi fecer segno,
tal ch'io tornai al bosco sí molesto.
Rispose a questo quel signor benegno:
140 – Come l'animo tuo tanto sofferse
non seguitar Minerva all'alto regno,
da che ella t'invitò e ti proferse
il carro suo eccellente e di splendore,
e d'essere tua guida anco s'offerse?
145 Non sai che ogni senno e buon valore
vien dal suo regno e che da lei procede
ciò che per probitá s'acquista onore?
Prego, se mai a me avesti fede,
che questo regno tu vadi cercando;
150 ché poi io vi verrò, s'ella il concede. —
Che risponder dovea a tal domando
se non: – Farò, signor, ciò che m'hai imposto,
ché ogni priego tuo a me è comando? —
E, perch'egli ad andarvi era disposto,
155 questo, a cercar di quel regno felice,
mi diede piú fervor ad andar tosto,
nel tempo che 'l seguente libro dice.
LIBRO SECONDO
DEL REGNO DI SATANASSO
CAPITOLO I
Come la dea Pallade appare all'autore e gli descrive la sedia e signoria di Satanasso.
Febo la notte addovagliava al giorno
ed era in compagnia col dolce segno,
che prima fa di fiori il mondo adorno,
quando a cercar mi misi il nobil regno
5 di dea Palla Minerva, per comando
d'un mio signor magnanimo e benegno.
E come alcun che parla seco, quando
va pel cammin soletto, faceva io,
e questo dicea meco ragionando:
10 – O alto re, monarca, o sommo Dio,
non vedi tu che 'l mondo va sí male
e quanto egli è perverso e fatto rio?
Non vedi il vizio che la virtú assale?
E da che questo da te si comporta,
15 o tu nol vedi o dell'uom non ti cale.
Giá l'avarizia ha ogni pietá morta
ed ogni parentela ed ogni fede:
il vizio alla virtú serra ogni porta.
Non vedi che superbia sotto il piede
20 tien la giustizia e con orgoglio e pompe
s'è posta armata su nella sua sede?
Non vedi tu che la lussuria rompe
le leggi di natura e che 'l corrotto
quel di novella etá poscia corrompe?
25 Signor e Dio, se Abraam o Lotto
in Sodoma e Gomorra tu non trovi,
cioè nel mondo a tanto mal condotto,
perché tu 'l foco e 'l zolfo giú non piovi?
e se tu odi tante a te biasteme,
30 perché a fulminar Vulcan non movi?
perché tu non disfai il crudel seme,
peggior che Licaon e che i giganti,
se non che lor fortezze son piú sceme? —
Minerva in questo venne a me davanti,
35 e non la conoscea che fosse quella;
ed una dea pareva alli sembianti.
Come che saggia e vergine donzella,
d'oliva e d'òr portava due corone,
talché mai 'mperator l'ebbe sí bella.
40 Scolpito avea l'orribile Gorgone
nel bello scudo, ch'ella ha cristallino,
il quale porta e contro i mostri oppone.
Quando a lei fui e reverente e chino,
ella mi disse: – Dove andar intende
45 l'animo tuo per questo aspro cammino? —
Risposi a lei: – Tra belli monti scende
Topino in Umbria, ed in quel bel paese,
sinché al Tevere l'acqua e il nome rende,
regna un signor magnanimo e cortese:
50 egli mi manda a cercar un reame,
al qual Minerva m'invitò e richiese.
Ma, perché allor Cupido di tre dame
colle saette sue m'avea invaghito,
con quali e' fa che fortemente s'ame,
55 non accettai da quella dea l'invito,
ma dietro al folle amor con molti affanni,
sí come cieco, andato son smarrito.
Or ch'io mi so' avveduto de' suo' inganni
e che ogni cosa si può dir niente,
60 la qual vien men per correre degli anni,
che non andai con Palla il cor si pente;
e 'l detto mio signore anco sen duole,
ch'io non fu' al suo comando ubbidiente.
Però mi ha detto in espresse parole
65 ch'io cerchi infin che truovi ov'ella regna,
ch'egli al suo regno poi venir vi vuole.
Però ti prego, donzella benegna,
o tu m'insegna il loco, ove la trovi,
o di guidarmi infino a lei ti degna.
70 E s'al mio basso prego non ti movi,
mòvati quel signor, il qual mi manda,
e li congiunti suoi antichi e nuovi. —
Minerva, poiché 'ntese mia dimanda,
sorrise alquanto e fece lieta cèra,
75 mostrando faccia dilettosa e blanda.
Rispose poi: – Virtú e fede vera
del prince, che tu dici, e suoi passati,
e che ne' figli e nepoti si spera,
lui e suo' amici a me fatt'han sí grati,
80 ch'io son venuta a te, e son colei
che t'invitai a' mie' regni beati. —
Allora la conobber gli occhi miei,
ond'io m'inginocchiai e mia persona
prostrai in terra innanti alli suoi pièi,
85 dicendo: – O dea Minerva, a me perdona,
s'io te lassai e seguitai Cupido
per la via ria e abbandonai la buona.
E quella fiamma, che fe' errar giá Dido,
Ercole e Febo, innanzi a te mi scuse
90 e 'l pentimento, pel qual piango e grido. —
Allor porse la mano e sí la puse
benignamente in su la mia man destra
e poscia in questo modo mi rispuse:
– Da che Cupido e la sua via alpestra
95 non vuoi piú seguitar, io acconsento
menarti meco ed esser tua maestra.
Ma dimmi prima se tu se' contento
combatter contra i mostri ed esser forte,
che nel viaggio dánno impedimento. —
100 Risposi: – O sacra dea, piú mi conforte
che Adriana Teseo, quando il fe' saggio
scampar del laberinto e della morte.
Pensa se del venir gran voglia io aggio,
quando cosí soletto mi son mosso
105 a cercar te per questo aspro viaggio.
Tu sai la mia virtú e quant'io posso;
e, s'ella è poca, io spero aver ardire,
se io mi guiderò dietro il tuo dosso.
Ma prego, o sacra dea, mi vogli dire
110 qual è 'l cammino e prego che mi mostri
chi sta in quel viaggio ad impedire.
– Il primo e principal di tutti i mostri
– rispose – è Satanasso ed ha 'l governo
del mortal mondo e delli regni vostri.
115 Giá piú tempo è ch'egli uscí for d'inferno,
e prese questo mondo a gran furore
e ciò che muta tempo, o state o verno.
Nel primo clima sta come signore
colli giganti, ed un delle sue braccia
120 piú che nullo di loro è assai maggiore
Tu vederai il suo busto e la sua faccia,
e gloriarsi e dir che 'l mondo vince,
e giá la sua superbia al ciel menaccia.
E con lo scettro in mano il mondan prince
125 in mezzo il mondo siede triunfante,
come signore e re delle province.
E sua cittá ha fatta somigliante
al vero inferno e li vizi egli tiene,
la morte e le miserie tutte quante.
130 E perché questo tu lo sappi bene,
convien che tu discendi in quel profondo,
onde ciò che si parte, alla 'nsú vene.
Visto lo primo cerchio e poi il secondo,
l'anime afflitte e gli altri cerchi ancora,
135 ritornerem tu e io quassú nel mondo.
Il regno di Satán cercherai allora
e la sua gran cittá e l'alto seggio
anche vedrai e chi con lui dimora.
Or, perché 'l mondo va di male in peggio,
140 se ben pensi chi 'l guida, da te stesso
chiaro il vedrai sí com'io chiaro il veggio.
Tu ragionavi, a me venendo adesso,
ond'è che 'l mondo è sí di vizi pieno
e perché tanto mal da Dio è permesso.
145 Or sappi ben che Dio ha dato il freno
a voi di voi; e se non fosse questo,
libero arbitrio in voi sarebbe meno.
E voglio ancor che ti sia manifesto
che vostra carne, le piú volte, volta
150 vostra ragion dal segno d'atto onesto.
E perché al vizio è prona gente molta,
Satáno vince; e questa è la sementa
e la zizania sua mala ricolta.
Vince anco le piú volte quando tenta,
155 ché 'n mille modi torcer vostra nave
puote dal porto ritto, ove si avventa;
ché correre a vertú sempre par grave
a vostra carne, la qual sempre incíta
a quel che par al senso piú soave.
160 Facciamo omai di qui nostra partita:
il tempo è breve, ed è distante il loco,
ov'è d'andar al ciel prima salita.
– Minerva mia, te primamente invoco,
e poi le muse, che dell'acqua chiara
165 del fonte pegaseo mi diate un poco. —
Cosí risposi e poi: – Or mi dichiara
di questo che mi dá gran maraviglia:
tu sai che domandando l'uomo impara.
Quando fu che Satán e sua famiglia
170 lasciò di sé e de' suoi l'inferno vòto
e venne su, ove si more e figlia?
Vorrei saper ancor, ché non mi è noto,
s'egli è signor di tutti quegli effetti,
che influisce il cielo ovver suo moto. —
175 Allora mi rispose in questi detti.
CAPITOLO II
Come l'autore narra a Minerva che e' si confida vincere Satanasso e suoi vizi.
– Vergine saggia e bella il cielo adorna,
di cui Virgilio poetando scrisse:
«Nova progenie in terra dal ciel torna».
Resse giá 'l mondo, e sí la gente visse
5 sotto lei in pace, che l'etá dell'oro
el secol giusto e beato si disse.
La terra allora senza alcun lavoro
dava li frutti e non facea mai spine;
né anco al giogo si domava il toro.
10 Non erano divisi per confine
ancor li campi, e nullo per guadagno
cercava le contrade pellegrine.
Ognuno era fratello, ognun compagno;
ed era tant'amor, tanta pietade,
15 ch'a una fonte bevea il lupo e l'agno.
Non eran lance, non erano spade;
non era ancor la pecunia peggiore
che 'l guerreggiante ferro piú fiade.
La Invidia, vedendo tanto amore,
20 di questo bene a sé generò pene,
e d'esto gaudio a sé diede dolore:
con quella doglia che a lei si convene,
andò in inferno, ed alli vizi dice
quanta pace avea il mondo e quanto bene.
25 E l'Avarizia, d'ogni mal radice,
seco ne trasse e menolla su in terra
per conturbar quello stato felice.
Vennon con lei la Crudeltá e la Guerra,
l'Inganno e Froda e la Malizia tanta,
30 che ha guasto 'l mondo e fa che cotanto erra.
Presa ch'ebbe la terra tutta quanta,
non gli bastò, e 'l mar ebbe assalito
la rea radice d'ogni mala pianta.
Quando Nettuno vide l'uomo ardito
35 cercar il mare e non temer tempesta
e di solcarlo e gir per ogni lito,
trasse di fuor del mar la bianca testa
e 'l suo tridente, ed ebbe gran pavento,
dicendo: – Oimè! Che novitá è questa?
4 °Come ha trovato l'uom tanto argomento,
che passa il mar e non teme dell'onde,
e va e vien a vela ad ogni vento? —
Come cosa nociva si nasconde
che non si trove, però che si teme
45 che, se si trova, gran mal ne seconde;
cosí Natura de' denari il seme
pose e nascose nel regno di Pluto,
perché la gente non turbasse insieme.
Ma l'amor dell'aver tanto cresciuto
50 sfondò la terra e 'l gran Pluto infernale
robbò, gridante lui, chiamando aiuto.
Questo fu poi cagion di maggior male,
ché ruppe amor e legge ed ogni patto,
e fe' il figliolo al padre disleale.
55 Vedendo Astrea il mondo esser disfatto
e 'l viver santo, e guasto il giusto regno
dal mostro reo, che fu d'inferno tratto,
lassò la terra prava a grande sdegno,
sí come indegna della sua presenza,
60 e tornò al ciel, ov'ella è fatta segno.
Allor li vizi senza resistenza
uscîro di comun da Mongibello
col loro ardire e con la lor potenza.
E come quei che han preso alcun castello,
65 gridan: – Brigata, sú! il castello è nostro! —
per veder se si leva alcun ribello;
cosí, usciti dall'infernal chiostro,
Satan e i suoi questo mondo pigliâro:
allor d'inferno uscí il primo mostro.
70 E sua superba sede collocâro
in mezzo il mondo, dov'è il primo clima,
onde l'un polo e l'altro vede chiaro.
Lá sta la via che al regno mio sublima,
su per la qual nessun può mai venire,
75 se colui non combatte e vince in prima.
Lí stanno i vizi sol per impedire
che verso il cielo alcun insú non saglia
con grandi orgogli ed onte e con ardire.
Chi come Circe la mente gli abbaglia,
80 chi canta dolce piú che la sirena,
e chi menaccia e chi dá gran battaglia.
Di mille se un passa e anco appena,
viene in contrada di splendor sereno,
di belli fiori e dolci canti piena.
85 Ed in quel pian sí chiaro e tanto ameno
stanno quei ch'ebbon fama di virtute,
benché battesmo e fede avesson meno:
ché non vuol l'alto Dio che sien perdute
le prodezze in inferno, e senza fede
90 vuol che null'abbia l'eternal salute.
Chi, oltre andando, piú suso procede,
trova nel gran giardin quattro donzelle:
oh beato chi l'ode e chi le vede!
Tre altre piú divine e vieppiú belle
95 ne stan piú su, e con queste sto io,
accompagnata da quelle sorelle.
Ed in quel loco bel vagheggio Dio,
e veggio il primo artista nel suo esemplo
tra le bellezze del suo lavorio.
100 Poi vo piú alto ed entro nel gran templo
del sommo Iove, e con la mente mia
a faccia a faccia il Creator contemplo.
Anche domandi quanta signoria
ha Satanasso; ed, a ciò dichiararte,
105 convien con fondamento sappi in pria
che Dio è primo prince in ogni parte
sempre e di tutto, ed a' primi motori
la sua virtú comunica e comparte.
E questi dopo lui sonno signori
110 di tutte quelle cose, che 'l ciel move,
perché de' cieli son governatori.
Adunque ciò che da influenzia piove,
o che fa 'l tempo, cioè state o verno,
ovver natura delle cose nòve,
115 tutto procede dal moto superno;
e la virtú vien da' motor primai,
a cui de' cieli Dio dato ha 'l governo.
Piú che gli altri motor Satán assai
ha di potenza, e da lui esser mossa
120 puote ogni spera ed influir suoi rai.
E se ogni cosa natural è scossa
dai ciel, che viene in terra, or puoi sapere
quant'ella è grande e ampia la sua possa.
E, poiché colpa gli fe' l'ali nere,
125 Dio spesse volte l'operar gli toglie,
sí come in Iobbe si poteo vedere.
Vero è che a certe cose egli lo scioglie,
ché vuol che sia signor sopra la gente
che segue la sua legge e le sue voglie.
130 E tu lo proverai s'egli è possente
coi vizi suoi ed anco s'egli stanca
la carne vostra, quando a lui consente.
Ma non temere e l'animo rinfranca;
reduci i grandi esempli alla memoria,
135 ché fortezza incorona, se non manca.
Nella battaglia s'acquista vittoria.
Nessun mai per fuggir o per riposo
venne in altezza, fama ovver in gloria.
E, se il cammino è duro o faticoso,
140 pensa del fine e pensa qual sia il frutto
fra te medesmo saggio e virtuoso. —
Allor allor alla briga condutto
stato essere vorria: tanta speranza
mi die' il suo dir e rinfrancòme tutto.
145 E però dissi con grande baldanza:
– Andiam, ché nullo mostro pel sentiero
di potermi impedire avrá possanza.
– Non ti fidar di te, né sie altèro
– rispose, – ché colui è piú da lunge,
150 che stima esser piú appresso nel pensiero.
Nessun giammai a buon termine giunge,
se del gir poco o del tornar addietro
non fa a sé gli spron, con che si punge.
Perché di sé presunse il gran san Pietro,
155 cadde, da vento piccolo commosso,
non come ferma pietra, ma di vetro. —
Quando udii questo, di vergogna rosso
sí diventai, che dissi per scusarme:
– Minerva, senza te niente posso.
160 Perché spero da te la possa e l'arme
– diss'io, – credo cosí esser difeso,
se dietro a te ti degni di guidarme. —
Allor si mosse, quando m'ebbe inteso.
CAPITOLO III
Come l'autore mediante la dea Minerva ritornò dell'inferno, dove era disceso.
Denanti a me andava la mia guida,
e poi io dietro per una via stretta,
seguendo lei come mia scorta fida.
Andando come alcun che non sospetta,
5 subitamente un gran tuon mi percosse,
sí come Iove il fa, quando saetta.
E questo il sentimento mi rimosse,
tanto ch'io caddi quand'egli mi colse,
sí come un corpo che senz'alma fosse.
10 Dal punto che li sensi il tuon mi tolse,
insin che 'n me tornai, una gross'ora,
al mio parer, di tempo il ciel rivolse;
ché, quando io caddi, veniva l'aurora,
e giá toccava l'orizzonte il sole;
15 e poscia il vidi un mezzo segno fuora.
Su mi levai senza far piú parole,
cogli occhi intorno stupido mirando,
sí come l'epilentico far suole.
Dicea fra me: – Oh Dio! or come e quando
20 son qui venuto? – e stava pauroso.
Dov'è Minerva, ch'andai seguitando?
Sotto qual parte del ciel io mi poso?
Sto sotto il Cancro, o sto io sotto l'Orse
con quelli che han sei mesi il sol nascoso? —
25 Cosí, mirando intorno, alfin m'accorse
che mi guardava e stava a destra banda
la saggia donna, che la via mi scorse.
A me parlando senza mia domanda,
mostrò due vie, e disse: – D'este due
30 prendi qual vuoi, ed a tuo piacer anda.
Questa, ch'è arta e che mena alla 'nsúe,
è nel principio molto aspera e forte,
ma poi nel fine ha le dolcezze sue.
Quest'altra, che tu ve', che ha sette porte
35 e che è lata e mena giuso al basso,
è dolce in prima e poi mena alla morte. —
Oh semplicetto me, ignorante e lasso!
Presi la via, che all'ingiú conduce,
perché piú lieve mi parea al passo.
40 E nell'entrata è ver che quivi è luce;
ma, perch'è scura quanto piú giú mena,
andai poi come un cieco senza duce.
Cosí, privato di luce serena,
io giunsi in poco tempo insino al centro,
45 onde nullo esce senza forza e pena.
Quando mi vidi condutto lí entro,
dicea tra me: – Come son qui venuto
in questo fondo, ove io cosí m'inventro?
– Non cercar ora come se' caduto
50 – disse Minerva dalla lungi alquanto, —
ma pensa uscirne e che a ciò abbi aiuto;
ché 'ngiú andando sei disceso tanto,
che piú che 'n testo loco non si scende,
e chi n'uscisse sal da ogni canto.
55 – Io prego, o dea, il braccio a me distende
– diss'io, – ché uscirne m'affatico invano,
se tu con la tua destra non m'apprende. —
Allor dea Palla stese a me la mano
e di quel fondo, dove io m'era messo,
60 mi trasse su, tirandomi pian piano.
Quand'io fui ito un miglio su da cesso
dal loco, che Satán lassato ha vòto,
trovai Cocito e 'l laco suo da presso.
E, perché questo laco è piú remoto
65 da ogni caldo di sole e di foco,
piú fredda cosa non ha 'l mondo toto.
E tutto il freddo e ghiaccio, ch'è 'n quel loco,
ove la tramontana fa 'l zenitte,
rispetto a quello par niente o poco.
70 De' traditori l'anime confitte
vid'io nel ghiaccio, che Iuda e Caino
seguiron giá con fatti e parol fitte.
E, perché in poco tempo gran cammino
avea a far, di lí la dea mi trasse
75 inverso a un monte, a quel laco vicino.
Per una grotta volle ch'io andasse
dentro fra 'l monte, e sette miglia suso
per la via oscura e con le gambe lasse.
Quant'io vedrei con ciascun occhio chiuso,
80 tanto vedea lí con l'occhio aperto,
insin che uscimmo fuor per un pertuso.
Quand'io fui giunto su nel monte ad erto,
l'anime vidi di chi Dio biastema,
in un gran piano di fumo coperto.
85 Ancor, pensando, al cor me ne vien téma,
ché io vedea a tutti arder la bocca,
e tutti quanti avean la lingua scema.
E come spesso la grandine fiocca,
sí caggion sopra lor saette accese,
90 e non invan, ch'ognuna ad alcun tocca.
Satáno trasse fuor d'esto paese,
sí come Palla disse, i gran giganti,
quando co' vizi suoi il mondo prese.
Vero è che lí ne stanno ancora alquanti
95 distesi in terra e con caten legati,
sí che non son nel mondo tutti quanti.
Io vidi lor quando son fulminati,
che biastimavan la virtú eterna,
superbi, altèri e con li volti irati.
100 Poi ne partimmo e per una caverna
intrammo un monte, e tanto la dea salse,
che fummo insú la terza valle inferna.
Chiunque con fatti e con parole false
inganna altrui con doli ovver con frode,
105 quivi ha lo scotto con amare salse;
ché strascinati son dietro alle code
in forma di cavalli da' dimòni,
e chiunque corre piú, quello è piú prode.
E sopra quelli stan cogli speroni
110 altri dimòni, e tra le pietre dure
strascinan l'alme supine e bocconi.
E quivi del mal peso e di misure
si fa vendetta e d'ogn'infedel arte,
de' giochi, d'arcarie e di man fure.
115 La dea mi disse: – Andiamo in altra parte,
ché 'n poco tempo al cerchio d'Acheronte
di piaggia in piaggia a me convien menarte. —
Allor intrammo per un alto monte,
sempre montando, ed al sommo salito
120 vidi gran valle, quando alzai la fronte.
Il vizio contro natura è punito
acerbamente in quella valle piana;
lí sta in tormento ciascun sodomito.
Questi omicidi della spezie umana
125 l'amor, che figlia e fa congiunti insieme,
spreggiano e gittan come cosa vana.
Sopra esti destruttor dell'uman seme
il foco e 'l zolfo puzzolente piove,
e dentro al fuso rame ancor si geme.
130 Salimmo poi nel quinto cerchio, dove
li sette vizi avevan giá le case,
anzi che gisson dell'inferno altrove.
Ell'eran grandi e vacue rimase,
sí come a Roma sono le ruine
135 delle anticaglie con le mura pase:
sordide tutte e piene di fuline,
deserte dentro e con le mura rotte,
piene di rovi, d'ortiche e di spine.
La dea a me: – Lá dentro in quelle grotte
140 stava Cerbero giá rabbioso cane
con tre bocche latranti aperte e ghiotte. —
Per una intrammo di quelle gran tane,
sinché le male bolge ebbi salite:
alfine uscimmo in contrade lontane,
145 ove trovammo la cittá di Dite
con le mura di foco intorno intorno,
con le torri alte e con le case igníte.
Ogni casa parea ardente forno.
Vedea i demòni colle acerbe viste,
150 che lí per manegoldi fan soggiorno.
Io vidi tormentar l'anime triste;
e secondo le colpe, che han commesse,
cosí conven che lí doglia s'acquiste.
Io vidi molte per mezzo esser fesse
155 con dure seghe, ed alcune co' denti
mordevan sé, lacerando se stesse.
E questo è 'l duol che piú gli fa dolenti,
il verme della stizza, e maggior gridi
fa trarre a lor che tutti altri tormenti.
160 Vidi i rattori e vidi gli omicidi
tagliare a pezzi e le lor membra crude
rifar, e poi tagliarle ancor gli vidi.
Io farò come quel che 'l dir conchiude.
Sappi, lettor, che 'l Iudice del tutto,
165 che vede il core, il vizio e la virtude,
non vuol mai che 'l ben far non abbia frutto
d'onore e di letizia, e non vuol mai
che 'l male alfin non partorisca lutto
con piena e con tormento di gran guai.
CAPITOLO IV
Dove trattasi del limbo e del peccato originale.
Uscito er'io della cittá del foco
dietro a mia scorta, ch'andai seguitando;
e, poi che insú andato fui un poco,
la domandai e dissi: – Dimmi quando
5 noi perverremo ove Satán dimora,
che dica questo inferno al suo comando. —
Ed ella a me: – Insú andando ancora,
convien che noi passiam duo altri cerchi,
'nanzi che d'esto inferno usciamo fòra.
10 Il limbo è 'l primo che convien che cerchi;
un altro poi convien che ne trapassi,
'nanzi che su nel mondo tu soverchi. —
Ben sette miglia insú movemmo i passi,
e trovammo una porta, ov'era scritto
15 nell'arco suo, ch'avea di smorti sassi:
«In questo limbo, ovvero in questo Egitto,
è pena privativa e sol di danno,
e nullo senso in questo loco è afflitto.
Dentro è la gran prigion di quel tiranno,
20 che tenne giá gli amici da Dio eletti
e vinse Adamo a tradimento e inganno».
Per legger questi detti io mi ristetti
presso alla porta lí, ch'era serrata;
e, poich'io gli ebbi intesi e tutti letti,
25 Minerva con la man chiese l'entrata.
Non so chi fusse il portinar cortese,
che ratto aprio e diedene l'andata.
Quand'io fui dentro, vidi un bel paese,
di fiori e d'arboscelli e d'erbe adorno,
30 sí come Tauro fa nel suo bel mese.
Ma qual è luce al cominciar del giorno,
tal era quivi; e per mezzo la valle
eran fantini ed anche intorno intorno,
che su per le viol vermiglie e gialle
35 givano a spasso, e alcuni dietro ai grilli,
dietro agli uccelli e dietro alle farfalle.
Ed una schiera, ch'eran piú di milli,
vedendo noi, insieme si ristâro
ed ammirârno timidi e tranquilli.
40 – O fanciulletti, a cui ritorna amaro
il peccato d'Adamo, ed a cui costa
il non aver baptismo tanto caro,
al mio domando fatemi risposta:
perché iustizia per altrui offesa
45 vostra innocenzia in questo loco ha posta? —
Quando questa parola ebbono intesa,
suspiron tutti con dolor, che viene
di mezzo il cor, che gran doglia appalesa.
Poi un di loro a me: – Se noti bene,
50 io ti dichiarerò, sí come estimo,
perché giustizia qui chiusi ne tiene.
Quando Dio fece il nostro padre primo,
gl'impeti rei ovver concupiscenza
non volle fusse in suo corporal limo.
55 E questo grande dono ed eccellenza
ebbe per grazia e non giá per natura,
e sol tenendo a Dio obbedienza.
E cosí l'alma sua splendente e pura
Egli creò e di iustizia santa,
60 formata alla sua immago e sua figura;
ma di questa eccellenza e grazia tanta,
il Creator iustamente privollo,
quando la vile e testé nata pianta
incontra al suo Fattor alzò lo collo,
65 ed a subgestion del mal serpente
volle saper quanto sa il primo Apollo.
E, perché non fu a Dio obbediente,
a lui la carne diventò rubella
contra lo spirto e legge della mente.
70 Benché sia l'alma da sé pura e bella,
niente meno quand'ella il corpo avviva,
per due cagion diventa brutta e fella.
Prima è che nasce di iustizia priva;
l'altra è che quand'ell'è al corpo unita,
75 nella bruttezza sua si fa cattiva;
ché vorrebbe ire al bene ed è impedita
dal corpo, collo qual ella sta insieme,
ed al mal far la tira ed anche invita.
Questa bruttura va di seme in seme
80 in tutti quelli che nascon d'Adamo,
ch'ogni uman corpo da quel primo geme.
Per questo infetti in questo loco stiamo
dannati pel peccato originale,
ché 'l mal della radice è in ogni ramo.
85 Oh lassi noi, ché l'acqua baptismale,
per la qual l'uomo a Dio figliol rinasce,
sanati arebbe noi da questo male!
Se non che noi dal ventre e dalle fasce
di nostre mamme la morte ne tolse
90 e menonne quaggiú tra queste ambasce. —
Ciascun di loro al ciel la faccia volse,
al suon d'este parol, con sí gran pianti,
che facean pianger me: sí me ne dolse.
Addomandato arei di loro alquanti
95 di quai parenti stati eran figlioli,
se non che ratto mi sparîr dinanti.
Parecchie miglia poi andammo soli,
sinché trovammo grandissima rupe,
alta vieppiú che nullo uccello voli,
100 ch'avea le sue caverne oscure e cupe,
sí come quando è sí buia la notte,
che par che gli occhi riguardando occúpe.
Trovammo lí sette gran porte rotte,
tutte di rame, e di ferro il verchione,
105 le qua' serravan giá quelle gran grotte.
Palla mi disse: – Qui 'n questa pregione
il drago Satanasso giá ritenne
l'anime circumcise, elette e buone,
sinché 'l Figliol di Dio su dal ciel venne
110 e per la colpa delli suoi amici
pagò il bando e la morte sostenne.
Allor ardito e con splendor felici
venne quaggiú vittorioso e forte
contra Satán e gli altri suoi nemici,
115 e disse a lor: – Levate via le porte:
traete fuor la mia turba fedele,
che menar voglio alla celeste corte. —
Allor Satán, omicida crudele,
a lui s'oppose e cominciò la guerra,
120 come giá fece contra san Michele.
Puse le rene lá dove se serra;
ma Cristo lui e 'l catarcion d'acciaio
e queste porte allor gettò a terra.
Quando in la grotta entrò 'l lucido raio,
125 Adamo disse: – Questo è lo splendore,
che mi spirò in faccia da primaio.
Venuto se', aspettato Signore:
dal petto, dalle mani e dalle piante
il sangue hai dato in prezzo del mio errore. —
130 L'anime a lui amiche tutte quante
trasse del limbo l'alto Emanuél,
vittorioso lieto e triunfante.
Adamo ed Eva e 'l lor figliolo Abél,
Seth e Noè, che fece la santa arca,
135 Abraám, Isac e ancora Israél
e Moisés e ciascun patriarca
e David re e tutti li profeti
menò al cielo, ov'è 'l primo Monarca. —
Ed io a lei: – Li saggi e li poeti
140 sonno egli qui? e gli antichi romani?
o sonno in lochi piú felici e lieti? —
Ella rispose: – In questi prati vani
non son cotesti, che lor alti ingegni,
come giá dissi, han lochi piú soprani.
145 Virtú e fama loro ha fatti degni
a star con Marte ed a star con le muse
e con Apollo in piú splendenti regni. —
Poscia la man deritta alla mia puse,
trassemi per la porta, onde mi mise;
150 e, ratto ch'io fui fuora, ella si chiuse.
Cosí dal tristo limbo mi divise.
CAPITOLO V
Come l'autore trova certe anime, che stavano penando presso al limbo.
Appresso al limbo, intorno e in ogni canto
son gran montagne selvagge e spinose
ed aspre sí, che mai le vidi tanto.
Ed anime stan lí, che van penose
5 intorno errando per quel loco incolto
tra rovi e spin, che mai producon rose.
E, perch'è quivi l'aer grosso e folto,
io non scorgea alcun, bench'io mirasse,
tanto che 'l conoscesse ben nel volto.
10 Però Minerva assentí ch'io andasse
ivi tra lor e, se trovava alcuno
conosciuto da me, ch'io gli parlasse.
Allor me misi tra quell'aer bruno
e tra gli sterpi, ed acuto mirai,
15 tanto che l'occhio mio ne conobbe uno.
– O anima gentil, che tanto amai,
'nanzi che 'l corpo ti lassasse sola,
perché tra questi lochi asperi stai?
Son qui i compagni della prima scola?
20 è qui Arnoldo ed Agnolo da Riete?
Potrei parlar ed udir lor parola? —
Rispose a me con sembianze non liete:
– Accorso e gli altri due, che tu m'hai detti,
son fuor d'inferno in piú alta quiete.
25 Tra questi asperi luochi siam ristretti
quei che tu vedi, e tra montagna oscura,
ché su del mondo non uscimmo netti;
ché l'etá pueril, ch'è da sé pura,
ora è dal mondo rio cosí corrotta,
30 ch'è piena di malizia e di bruttura,
ed in tutti que' vizi è mastra e dotta,
che la natura a quell'etá occulta,
e senza possa col desío n'è ghiotta.
'Nanzi che alcun di noi all'etá adulta
35 venuto fusse, ordinò l'alto Dio
che nostra carne su fusse sepulta.
Se tratti non ne avesse il Signor pio
di quella vita breve e che sta in forsi,
tanto ne arebbe infetti il mondo rio;
40 ché noi saremmo in maggior colpe corsi,
e poi puniti in piú acerbo loco
e da piú pena in questo inferno morsi.
Per la montagna ingiú scendendo un poco,
i figli stan di quelle ree contrade,
45 sovra li qual Dio piovve solfo e foco.
Se fussono venuti a piena etade,
sarebbon in piú colpa ed in piú duolo:
adunque dar lor morte fu pietade.
E lí con loro sta 'l picciol figliolo,
50 che Gregor dice che nel sen paterno,
Dio biastimando, lasciò 'l corpo solo.
In piú penoso loco sta in inferno
chiunque a far male alcuno induce o tira
o non corrige, quando egli ha 'l governo.
55 Quel loco è lí e quel padre martíra,
a cu' il figliol co' denti troncò il naso,
ascondendo nel bascio la iusta ira. —
Io credo che sarei con lui rimaso,
se non che Palla: – Assai – disse – hai veduto:
60 vedi che 'l sole omai giunge all'occaso.
Sotto i piè nostri è giá Schiron venuto:
vedi che 'l tempo corre e non si folce
e non s'acquista mai, quand'è perduto. —
Quanto con lui lo star mi parve dolce,
65 tanto da lui partir mi fu amaro;
quand'ella disse: – Al venir ti soffolce. —
Quivi lassai il mio amico caro,
figliol di Senso, il perugin Batista,
che 'l mondo il fece infetto, ch'era chiaro.
70 Di gran piatá avea carca la vista,
quando Palla mi disse: – Perché 'l viso
porti tu basso? Or che dolor t'attrista? —
Ed io a lei: – Perciò che m'hai diviso
da colui con ch'i' stava, o sacra dea,
75 e 'l suo dolce parlar anche hai reciso.
In chiaro e bel latino a me dicea
che Dio la morte acerba altrui permette,
perché innocenza non diventi rea. —
Ella rispose: – E perché sian subiette
80 a lei tutte l'etadi e da' mortali
in ogni loco ed ogni ora s'aspette;
e perché son cresciuti tanto i mali,
che al vizioso sol peccar non basta,
se nel suo vizio molti non fa eguali.
85 Come il fermento corrompe la pasta,
e l'altre poma un sol fracido melo,
cosí la prima etá l'altra poi guasta.
Questa è l'iniquitá e 'l grande scelo
far rio altrui e sé tanto peggiore,
90 quanto s'appressa piú al canuto pelo.
Però provvede Dio che alcun si more
in quell'etá, che non è d'anni piena,
perché malizia non gl'imbrutti il core.
E forsi che il morir tolle la pena,
95 ché destinata morte è forse impiastro
ad altri mali, a che fortuna il mena.
State contenti a ciò, che fa quel Mastro,
che regge il mondo e sa il come e 'l quando
e dispon voi sí come in cielo ogni astro. —
100 Poscia tacette, ed io gli fei domando
dicendo: – O dea, un dubbio, il qual or penso,
la mente mia non vede, in lui pensando:
come il dimòn, che non ha corpo o senso,
dal foco corporal ovver dal ghiaccio
105 in questo inferno puote esser offenso? —
Ed ella a me: – A molti ha dato impaccio
il dubbio, il qual il tuo parlar mi dice:
ma io dichiarerò quel che ne saccio.
Sappi ch'amor è la prima radice
110 d'ogni allegrezza, e l'odio è fundamento
di ciò che attrista ovver che fa infelice.
Però alcun voler, quand'è retento
d'andar a quel ch'egli ama o che si toglia,
quanto piú l'ama, tanto ha piú tormento.
115 Sappi ancor ben che quanto piú alla voglia
è odioso quel che la ritiene,
tanto piú se n'affligge e piú n'ha doglia.
Se queste mie premesse noti bene,
comprenderai il foco, onde si duole
120 il dimonio in inferno e le sue pene,
ché non puote ir dov'ama e dove vòle,
e vedesi in prigione e fatto sozzo,
libero prima e piú bello che 'l sole.
E' stava in cielo, ed ora sta nel pozzo
125 di tutto il mondo e vede ogni suo velle
ed ogni suo desio essergli mozzo.
Come superbo, estima che le stelle
reggere debbia ed essere il sovrano,
fatto e creato tra le cose belle.
130 E, bench'egli dal ghiaccio e da Vulcano
sensualmente non possa esser leso,
perché da lui è ogni senso strano,
niente meno dal corpo egli è offeso,
perché a quel corpo, ch'era a lui subietto,
135 ora subiace e sta dentro a lui preso.
E non è maggior onta ovver dispetto,
che da quel servo, ch'è avuto in balía,
esser signoreggiato ovver costretto.
E se per arte di nigromanzia
140 il demòn si costrenge ed è legato,
ben lo pò far piú alta signoria.
E perché in ogni modo, in ogni lato
e' cerca di fuggir, quinci argumenta
che dal corpo, ove sta, egli è penato.
145 Nell'aer sopra lí, dove diventa
folgore lo vapor, molti ne stanno
e molti fra la gente, ove si tenta.
Ma nell'ultimo dí dell'ultim'anno
tutti in inferno seranno serrati,
150 nel gran supplicio dell'eterno affanno. —
Noi eravamo insú tanto montati,
che, nove miglia piú andando sopre,
suso nel mondo seriamo allitati,
perché quel loco solo un cerchio il copre.
CAPITOLO VI
Come l'autore, uscito dall'inferno, venne nel mondo nell'emisfero di Satan.
Non è nella riviera genovese,
ovver tra gli Alpi freddi della Magna,
né trovariasi mai 'n altro paese
aspera tanto e repente montagna,
5 quant'una, che trovammo sí alpestra,
che fe' maravigliar la mia compagna.
Mirando intorno, io vidi una finestra
a piè del monte con questa scrittura,
la qual legger mi fe' la mia maestra:
10 «Voi, che salir volete su all'altura
e che volete uscir di questo fondo,
intrate dentro questa buca oscura.
Qui è la via che mena suso al mondo:
chi salir vuol, convien che pria qui entre
15 e saglia poi, girando suso a tondo».
Minerva poi mi mise dentro al ventre
del duro monte, e forse un miglio er' ito,
che dietro a lei insú salendo, mentre
io venni manco, caddi tramortito
20 e ratto al ciel, sí come Ganimede
quando Tonante fu da lui servito.
Lí mostrato mi fu come procede
da Dio l'anima nostra, allora quando
al corpo organizzato la concede.
25 Infundendola Dio 'nsieme e creando,
non di materia, ma celeste forma,
l'unisce al corpo e dona al suo comando.
Poi torna' in me com'uom che prima dorma;
e, su levato, presi il dur viaggio
30 dietro alla dea, de' piè seguendo l'orma.
Sei miglia er' ito, quando vidi il raggio
del chiaro sole scender d'una buca;
onde Minerva a me col parlar saggio:
– Insin lassú convien che ti conduca
35 e per quel foro ti convien uscire,
se vuoi vedere il sole e che a te luca. —
Allor piú ratto cominciai a salire,
ché di veder il sole avea disio;
ed ella mi spronava col suo dire.
40 Ma dicea meco: – Or come potrò io
caper pel foro di quel sasso fesso,
che non è una spanna, al parer mio?
E, quando fui a quel pertuso appresso,
vi pontai 'l capo per la voglia presta,
45 tanto che un poco fòra l'ebbi messo.
E poscia ne cavai tutta la testa;
poi la persona mia sospinsi tanto,
ch'io n'uscii nudo senz'alcuna vesta.
E caddi in terra con omèi e pianto;
50 e quando prima il miser occhio aperse,
vidi una vecchia brutta starmi a canto.
Questa le membra nude mi coperse;
poi, come donna riputando dice,
queste parole inver' di me proferse:
55 55 – Io son la Povertá, prima nutrice,
che l'uom ricevo colle membra nude,
quand'egli arriva nel mondo infelice.
E quando gli occhi a lui la morte chiude,
vo con lui alla fossa e lí rimagno,
60 ove l'altre person si mostran Iude.
E mentre in vita con lui m'accompagno,
sí impazientemente mi sopporta,
che fa di me sempre querela e lagno.
Niente reca, quando al mondo apporta;
65 e fatica e timore è la sua vita;
ed al partir niente se ne porta.
Allor conoscer può nella partita
che 'l vostro essere umano è come un sogno,
e sogno par la parte che n'è ita.
70 Sí come l'òr, ch'è falso e di mal cogno,
vanisce al foco, vostra vita manca;
e ciò ch'è falso manca nel bisogno. —
Poi levai sú la mia persona stanca,
e la vecchia tacette e poi disparve;
75 ond'io gli occhi voltai dalla man manca.
Mentr'io mirava, una cosa m'apparve
mirabil sí, che, a volerla narrare,
le mie parol mi paion levi e parve.
Vidi un gigante giovine cantare,
80 bello e membruto e col leuto in mano,
e lieto lieto cominciò a ballare
e coglier fiori su pel lordo piano;
e poi mi parve che s'inghirlandasse
di quelli fiori come garzon vano.
85 Ed una rota grande, che voltasse
di sopra a lui, e, quando ella si volve,
parea che a poco a poco il consumasse.
Come di neve statua si risolve,
quando sta al sole, cosí a poco a poco
90 si disfece e di poi diventò polve.
Quasi fenice antica, che nel foco
arde se stessa e poi delle penne arse
un'altra nasce nuova ed in suo loco,
cosí di quella polve un altro apparse
95 giovin gigante e inghirlandò le chiome,
sotto la rota ancora a consumarse.
Costui addomandai come avea nome,
ed anche dissi a lui ch'io avea brama
di quel disfar saper il quale e 'l come.
100 Rispose: – Il nome mio come si chiama
non posso dir, ché da me fu negletto
quell'operar, che, morto, vive in fama.
Io con mill'altri e piú sto qui subietto
a questa rota, che di sopra volta,
105 che muta a parte a parte in noi l'aspetto;
ché della vita breve avemmo molta,
e negligenti andammo a passo lento
sino all'estremo, dove ne fu tolta.
Però ha fatto Dio che in anni cento
110 nessun vive di noi piú di mezz'ora,
e l'altro tempo in polve giaccia spento.
E questa pena ha l'uom nel mondo ancora;
che, mentre il ciel a lui si volve intorno,
a parte a parte conven ch'egli mora.
115 Cosí a morte corre in ogni giorno
mosso dal tempo, che volando passa
e, poich'è ito, non fa mai ritorno.
E quella dea, che scrive il tempo e cassa
il cammin tutto dell'etá compiuta,
120 un delli mille trapassar non lassa.
Il cielo è quella rota che trasmuta
tutte l'etadi della vita breve
e che la testa bionda fa canuta. —
Poi, come si disfá al sol la neve,
125 cosí, parlando, colui si disfece,
o come cera che 'l caldo riceve.
Minerva allor di lí partir mi fece;
ed io a lei: – Da che parlar non posso
piú con colui, rispondi a me in sua vece.
130 Se 'l cielo sopra noi non fosse mosso,
lo stare ei fermo sarebbe cagione
ch'ogni operar quaggiú fosse rimosso? —
Ed ella a me: – Quest'altra gran quistione
richiede piú il dir aperto e sciolto,
135 che non è questo, e piú lungo sermone.
Il tempo e 'l ciel, che sopra voi è vòlto,
è una cosa, e, non voltando il cielo,
ciò che da tempo pende, saria tolto:
fatica, fame, sete, caldo e gelo,
140 e ciò che segue al moto alterativo,
morte e vecchiezza col canuto pelo.
E, non voltando, l'uomo saria vivo
e volontá e la virtú, che 'ntende,
ed ogni senso arebbe piú giulivo.
145 Qui quel che disse l'agnol, si comprende,
quando iurò per l'alto Dio vivente:
«Mai non sará piú tempo, ovver calende,
ed ogni verbo avrá solo il presente,
e cesserá il preterito e 'l futuro,
150 e ciò, che or corre, sará permanente»;
e nell'Apocalisse è questo iuro. —
CAPITOLO VII
Dove trattasi del regno d'Acheronte.
Miglia' di mostri piú oltre trovai,
i quai bench'io li narri e li racconte,
appena a me si crederá giammai.
Anime vidi al lito d'Acheronte,
5 ch'avean sette persone e sette facce;
e queste su in un ventre eran congionte.
Pensa sette uomin, che l'un l'altro abbracce
dietro alle reni e con sette man manche,
con sette destre ed altrettante bracce.
10 Ed avean sol un ventre e sol due anche
e sol due gambe e sol un umbillico:
sí fatti mostri non son trovati anche.
E ciascun delli visi, i quali io dico,
quant'era piú appresso a quel davante,
15 piú giovin era e dietro piú antico,
sí che la prima faccia era d'infante
or ora nato, e l'altra puerile,
d'adolescente il terzo avea sembiante,
giovine il quarto, il quinto era virile,
20 il sesto di canuti era cosperso,
e l'ultimo un vecchiaccio tristo e vile.
Miglia' di mostri fatti a questo verso
stavano a lato di quell'acqua bruna,
per passar l'onde del lago perverso,
25 il qual avea assai maggior fortuna,
che mai Carribdi, Scilla o l'Oceáno,
quando ha reflusso o quando volta luna.
Vidi Caròn non molto da lontano
con una nave, in mezzo la tempesta,
30 che conducea con un gran remo in mano.
E ciascun occhio, ch'egli avea in testa,
parea come di notte una lumiera
o un falò, quando si fa per festa.
Quand'egli fu appresso alla riviera
35 un mezzo miglio quasi o poco manco,
scòrsi sua faccia grande, guizza e nera.
Egli avea il capo di canuti bianco,
il manto addosso rappezzato ed unto;
e volto sí crudel non vidi unquanco.
40 Non era ancor a quell'anime giunto,
quando gridò: – O dal materno vaso
mandati a me nel doloroso punto,
per ogni avversitá, per ogni caso
vi menerò tra la palude negra
45 incerti della vita e dell'occaso.
Pochi verran di voi all'etá intègra;
spesso la vita alli mortali io tollo,
quand'ella è piú secura e piú allegra. —
Dava col remo suo tra testa e 'l collo
50 a' mostri, che mettea dentro alla cocca;
e forte percotea chi facea crollo.
Poscia rivolto a me, colla gran bocca
gridò: – Or giunto se', o tu, che vivi,
venuto qui come persona sciocca. —
55 Minerva a lui: – Costui convien ch'arrivi
all'altra ripa sotto i remi tui,
'nanzi che morte della vita il privi.
– Su la mia nave non verrete vui
– rispose a noi con ira e con disdegno, —
60 ché altre volte giá ingannato fui.
Un trasse Cerber fuor del nostro regno,
l'altro la moglie; or simil forza temo:
però voi non verrete sul mio legno. —
Minerva a lui: – Io chiedo ora il tuo remo,
65 ch'io vo' menar costui, o vecchio lordo,
da questo basso al mio regno supremo.
Lassame andar, consumator ingordo,
ché a te non è subietta quella vita,
per la qual vive uom sempre per ricordo. —
70 Ratto ch'egli ebbe esta parola udita,
si vergognò ed abbassò le ciglia,
e senza piú parlar ne die' la ita.
Navigato avevam ben giá due miglia,
ed io mi volsi addietro, e vidi ancora
75 venuta alla rivera altra famiglia,
solcando noi per quella morta gora,
con gran tempesta tra le morte schiume,
col vento non da poppa, ma da prora.
Sí come il falso argento torna in fume
80 nel ceneraccio, che fa l'alchimista,
o cera che al foco si consume;
cosí a' mostri la lor prima vista
vidi mancare ed anche la seconda,
come cosa non stata o non mai vista.
85 E poi la terza colla testa bionda,
la quarta e poi la quinta venne meno,
navigando oltra per quell'acqua immonda;
mancò poi il sesto di canuti pieno;
sicché di lor rimase un sol vecchiaccio:
90 non sette piú, ma un tutti pariéno.
La nave a riva avea a venir avaccio,
quand'io addomandai un gran vecchione,
che stava a lato a me a braccio a braccio.
E dissi a lui: – Perché 'l demòn Carone
95 sí vi disfá? e perché, navigando,
sei parti ha tolte alle vostre persone? —
Rispose: – Quel Signor, che 'l come e 'l quando
sa della morte e la vita concede
non mai a patti, ma al suo comando,
100 nel mondo sú lunga vita ne diede;
e fummo negligenti alla virtude
e ratti a far le cose brutte e fède.
Però menar ne fa per la palude,
e nella ripa esto crudel pirata
105 la vita a noi vecchiacci ancora chiude.
E quando addietro la nave è tornata
e mena quei che stan dall'altro canto,
in quel rifatti siamo un'altra fiata.
E ritornamo a quella riva intanto,
110 ove pria fummo; e lí da noi s'aspetta
anche 'l nocchier con pena e con gran pianto.
Questa è da Dio a noi giusta vendetta,
da che a ben far nostra vita fu tarda,
che sempre a morte nostra vita metta.
115 La Morte non è mai all'uom bugiarda,
ché lo minaccia in viso e fallo accorto;
ma egli chiude gli occhi e non si guarda.
E, benché l'uom si vegga giunto al porto
degli anni suoi, è sí ne' vizi involto,
120 che prima il viver che 'l mal fare è scòrto.
In quell'etá, che fa canuto il volto,
alcun nell'operar tanto è difforme,
ch'e' non par vecchio, ma fanciullo stolto.
Ed io lassú, dove si mangia e dorme,
125 fui giá Del Bruno chiamato Francesco
e fiorentin lascivo vecchio enorme.
Qui sta, (or poni un «vo» di dietro al «vesco»,)
Pier d'Alborea, che 'n tre vescovati,
secco negli anni, nel peccar fu fresco. —
130 Noi eravamo al porto giá appressati;
e tutti vennon men su nella riva,
sí come un'ombra ed uomin non mai stati.
Io scesi in terra con la scorta diva,
ed ella disse a me: – Se ben pon' mente,
135 la vita umana non si può dir viva;
ché solo solo un punto è nel presente,
e nel futur non è ed anco è 'ncerta,
e del passato in lei non è niente.
E, perché questa cosa ti sia esperta,
140 pensa che un oro puro a parte a parte
a poco a poco in piombo si converta.
Se un venisse a te a domandarte,
tu non potresti dir che quel fusse oro,
da che dall'esser òr sempre si parte.
145 Cosí è la vita di tutti coloro,
che 'l tempo mena a morte; e chi ben mira,
non dirá mai: – Io vivo, – ma – Io moro; —
ché, mentre il cielo sopra voi si gira,
logra la vita, ed è cagion quel moto
150 del caso e qualitá che a morte tira. —
In questo ad ira Caròn fu commoto
e gridò forte: – Questa simil pena
ha l'uom; ma, come a cieco, non gli è noto;
ché 'l ciel fa il tempo, quel nocchier che mena
155 l'uom navigando d'una in altra etade
sino alla ripa, ov'è l'ultima cena.
Dal tempo ha 'l corpo ogni infermitade;
e ciò, che è nel mondo all'uom molesto,
sí vien dal cielo o da natura cade. —
160 Poi si partí Caròn fiero e rubesto.
CAPITOLO VIII
Dove trattasi della pena del gigante Tizio e quello ch'e' significhi.
Caròn la nave irato addietro mosse
e Palla opposta a lui mosse le piante;
e quasi un miglio credo andato fosse,
che trovammo giacere un gran gigante
5 legato in terra e dietro resupino,
e sopra lui un gran vóltore stante,
che 'l becco torto avea come un uncino:
il petto gli smembrava il grande uccello
con grave doglia al misero tapino.
10 – Minerva mia – diss'io, – che mostro è quello,
a cui il fegato dal vóltore è roso
tanto, che poco n'è rimaso d'ello? —
Perché «mostro» il nomai, gli fu noioso,
al mio parer; però la testa grande
15 alzò, parlando irato e desdegnoso.
E disse: – O tu, che qui di me domande,
Tizio son io, a cui 'l fegato pasce
questo avoltore e tutto il giorno prande.
E poi la notte in petto mi rinasce
20 e fassi preda allo bramoso rostro:
queste pene sostengo e queste ambasce.
Simile a me, che m'hai chiamato «mostro»,
in ciascun uomo è la parte mortale;
e che questo sia vero, io tel dimostro.
25 Come vóltore, il caldo naturale
l'umido radicale in voi divora,
poi rinasce del cibo, ma non tale,
però che sempre la lega peggiora;
oltre la gioventú putrido fasse;
30 per questo l'uomo invecchia e discolora.
Se 'l cielo sopra voi non si voltasse,
non averebbe il detto uccello il pasto,
né converria che cibo il ristorasse.
E se a me il petto è roso e guasto,
35 la notte integramente lo risaldo;
sí che io in sempiterno vivo e basto.
Ma quel ch'è in voi consumato dal caldo,
se si rifá per prandio ovver per cena,
non sempre è sí perfetto, né sí saldo.
40 E questo alla vecchiezza e morte mena,
e fame e sete; sí che vostro stato
vien meno ed ha a questa simil pena. —
Io non risposi, quand'ebbe parlato,
ché non volle Minerva; ond'ei la testa
45 ripose risupina insú quel prato.
Trovammo poi in una gran foresta,
quant'un gigante grande, la Vecchiezza
tra molta gente dolorosa e mesta.
Ell'era guizza e piena di gravezza,
50 magra, canuta e senza nessun dente,
poggiata ad un baston per debilezza.
Dirieto a lei veniva una gran gente,
che parevano vivi, ognun coniunto
inseme con un morto puzzolente.
55 Cosí erano uniti a punto a punto,
sí come san Macario e san Bordone,
quand'un viveva e l'altro era defunto.
Quand'io considerai cotal passione
esser coniunti i vivi colli morti:
60 – Oimè! – diss'io, – oh quanta afflizione! —
La vecchia mi guatò con gli occhi torti
e dissemi: – Se mai nel mondo riedi
dietro a colei che t'ha li passi scorti,
simile a quella pena, che tu vedi,
65 lí troverai e le person penose.
Ma, perché forse questo a me non credi,
sappi che 'l mondo nomina le cose
non per diritto, ma per lo traverso:
però le veritá gli son nascose.
70 Quando l'uom nasce nel mondo perverso,
che a vivere incomincia usate dire;
ma questo dir dal ver tutto è diverso,
però ch'allora incomincia a morire;
e, perché insieme insieme vive e more,
75 col vivo il morto è lí anco l'unire.
Tutti gli anni, li mesi e tutte l'ore
che son passate, e ciò c'ha 'l tempo scemo,
nell'uomo è morto ed è di vita fuore.
Oh quanto è stolto quel, che 'l «ben faremo»
80 conduce insino al serrar delle porte
e 'l ben poi principiar in sull'estremo!
Queste alme son dannate a cotal sorte,
perché nel mondo non fûr le lor vite
vive nell'operar, ma pigre e morte.
85 E, se ben miri, son qui ben punite,
ché vive dalli morti hanno tormenti,
e come morte a morti sono unite. —
Quando ebbe detto delli negligenti,
piú oltre mi mostrò quivi dappresso
90 l'Infermitá, che facean gran lamenti.
E disse: – Su nel mondo vanno spesso;
non può fare Ipocráte ed Avicenna
che 'l corpo uman non sia da loro oppresso. —
Non poteria giammai scriverlo penna
95 la schiera grande che io vidi de' Morbi,
che fere all'uom, o che ferir gli accenna.
Quivi eran zoppi, monchi, sordi e orbi;
quivi era il Mal podagrico e di fianco,
quivi la Frenesia cogli occhi torbi.
100 Quivi il Dolor gridante e non mai stanco,
quivi il Catarro con la gran cianfarda;
l'Asma, la Polmonia quivi eran anco.
L'Idropisia quivi era grave e tarda,
di tutte Febbri quel piano era pieno,
105 quivi quel Mal che par che la carne arda.
Sí d'ammirazione io venni meno,
ch'arei laudato l'error d'Origene,
se non che Fede a me tirò il freno.
Dice che l'alma, che nel corpo viene,
110 è un dimonio, il qual Iddio rinchiude
dentro alla carne sol per dargli pene.
E però il corpo umano è fatto incude
di tutti i colpi che 'l mondo saetta,
perché di sua superbia si denude.
115 – Sta' fermo su la Fede, ch'è perfetta, —
disse Minerva, che, senza mio sermo,
vedea l'opinion, ch'i' avea concetta.
Ed io a lei: – Perché nel corpo infermo,
subietto al cielo e brutto e tanto vile,
120 che tanto o poco piú è vile un vermo,
l'anima nostra, ch'è tanto gentile,
Dio la rinchiude ed in lui la trasfonde?
Trovò piú miser loco o sozzo o vile,
ove materia in nulla corrisponde
125 alla sua forma? E però maraviglio
che l'anima del corpo si circonde. —
Come si schiara il padre verso il figlio,
che si rallegra quando egli ha ben detto,
cosí la dea ver' me rallegrò il ciglio.
130 E disse: – Se 'l volere e lo 'ntelletto
con vostra carne fosse insieme unito,
il vostro arbitrio saria al ciel subietto.
E s'egli fosse dal cielo impedito,
non ritrarria la carne, che rimove
135 spesse fiate dal vano appetito;
ché, se lo corpo all'obietto si move
e 'l voler vostro fusse uno con lui,
fren non sarebbe a ritirarlo altrove.
Questo è principio per provare a vui
140 che puote l'anima aver subsistenza,
forniti che ha 'l corpo i giorni sui. —
Io anche dissi: – O dea di sapienza,
se 'l ciel mi tira, ed io tirato vado,
mosso dal corso ovver dall'influenza,
145 dunque che biasmo avrò, se fo alcun lado?
O che loda e che onor io debbo avere,
s'io surgo al bene o s'io nel mal non cado? —
Ed ella a me: – Il ciel 'n voi ha potere
solo nel corpo, e s'e' al mal corresse,
150 il vostro velle il puote ritenere.
Se prava ancor complessione avesse
da tempo o loco o da suoi genitori,
esser potrebbe ch'al mal si movesse;
perché, secondo che 'n voi son gli umori,
155 cosí si move il carnal desidèro
ad ire, invidie, ad odii ed amori.
Ma volontá in voi ha 'l sommo impero
di ciascun senso umano, e può guidarlo
e soggiogarlo ad ogni ministero.
160 Dunque l'arbitrio, del qual io ti parlo,
perché guida il timon di tutto il legno
e può a scoglio ed a porto drizzarlo,
di biasmo e loda egli diventa degno,
secondo che va ritto o che devia
165 dal dritto porto ovver dal dritto segno. —
Poscia di quindi noi andammo via.
CAPITOLO IX
Come l'autore trova la Morte, la quale parla acerbamente contro i mortali.
– Le rote delli ciel tanto son vòlte
– disse Minerva, – che, da che venisti,
tre ore della vita t'hanno tolte.
La vita e 'l tempo, se tu ben udisti,
5 son una cosa; e quanto dell'un perde,
tanto perdi dell'altro e tanto acquisti.
Convien omai che tu cammini inver' de
colei, la quale a ciò che nasce è fine,
e che fa secco ciò che pria fu verde.
10 Non col passo dei piè te gli avvicine
o meno o piú, ma di sopra li cieli
voltati fan che tu ver' lei cammine.
– Con tanta oscuritá il dir mi veli
– risposi a lei, – che ben io non l'intendo
15 qual fine è questo, se tu non riveli.
Per quel che tu m'hai detto, ben comprendo
che giá tre ore mia vita è scemata,
mentre noi queste cose andiam vedendo. —
Ed ella a me: – Stolto è colui che guata
20 solo alla vita e non rimira il porto,
al qual fa ogni dí una giornata.
In questa valle, nella qual t'ho scorto,
vedrai la Morte – Palla mi sobiunse; —
però fa' che, passando, tu sie accorto. —
25 Sí gran timore allora al cor mi giunse,
quand'io udii dover veder la Morte,
che ancor mi punge: tanto allor mi punse.
E le mie guance diventonno smorte,
ché 'l sangue si restrinse tutto al core,
30 come natura fa, perché 'l conforte.
Però la dea a me: – Perc'hai timore
di quella cosa, che convien che sia
e debbesi aspettar in tutte l'ore?
Dato è il quando e l'ordine e la via
35 del pervenire al termine giá posto:
né fia la morte piú tarda, né in pria.
E, se non sai se egli è tardo o tosto
della tua vita il tuo ultimo punto,
star déi ognora accorto e ben disposto.
40 Acciò che tu non sia improvviso giunto,
propon' che il tempo incerto, che ti resta,
sia tutto giá presente ovver consunto.
Il tempo logra a voi la mortal festa;
e le tre Parche tessono alla voglia
45 di quel Signor, che a tempo ve la presta.
E, quando Morte di quella vi spoglia,
rimane in voi ciò che non gli è subietto:
però l'alma non sente mortal doglia;
ché vostra volontá e l'intelletto
50 e tutto quel che 'n voi non è brutale,
subsiste piú vivace e piú perfetto.
In terra torna il corpo animale,
e l'alma, ch'è dal ciel, su al ciel riede,
ciascun al suo principio originale. —
55 Gran passion gran conforto richiede;
però Minerva alla mia gran paura
questa monizion lunga mi diede.
Com'uom che va per la via non sicura,
che mira e tace pel sospetto grande,
60 cosí, temendo, intorno io ponea cura.
E però Palla a me: – Mentre tu ande
inverso a quella, a cui pervenir déi,
perché pur temi e di lei non domande? —
Ond'io risposi: – Volontier saprei
65 quant'ella sta ancor a noi da cesso,
innanti ch'io pervenga insino a lei. —
Ed ella a me: – A voi non è concesso
del cammin vostro di saper il quanto;
ma ella in ogni loco è molto appresso;
70 ch'ella discorre ed è veloce tanto
per questa valle, per la qual tu vai,
che in ciascun punto ell'è in ogni canto. —
Per questo piú acuto allor mirai
e vidi lei in un caval sedere
75 negro e veloce piú che nessun mai.
Avea le guance guizze, magre e nere:
crudel la vista e sí oscura e buia,
ch'io chiusi gli occhi per non la vedere.
E perché ogni uomo volontier s'attuia
80 gli occhi per non vederla, tanto è brutta,
per ciò ella va occulta come fuia.
– Mia – sí dicea, – mia è la gente tutta:
quanta n'è nata e nascerá al mondo,
destruggerò e l'altra ho giá destrutta.
85 Quando alcun crede star sano e giocondo,
io l'assalisco, e quanto è piú gagliardo,
piú tosto al mio voler lo mando al fondo.
Imperatori o re non ho in riguardo;
a' miseri, che stanno in pena acerba,
90 mando mie' morbi, ed a lor io vo tardo.
Ciò che nasce nel mondo, a me si serba,
e che ha carne e corpo, cresce e vive:
tutto fia mio insino all'ultim'erba. —
Di molti morti io vidi poscia quive
95 sí grande strage, che rispetto a quella
nullo poeta sí grande la scrive;
non quella che riempiè i moggi d'anella,
non quella che la peste fe' in Egina,
né quella, della qual Lucan favella.
100 Di quelli morti tra la gran rovina
un si levò, che solo il cuoio e l'osse
avea e verminose le intestina.
E disse: – Poiché noi siam nelle fosse,
son nostri alunni e compagni li vermi.
105 Oh fine oscuro delle umane posse!
E, perché questo io meglio vel confermi,
guatate i corpi fracidi di noi:
per me' vedergli, alquanto state fermi.
Quali ora siete voi, ed io giá foi:
110 e quale io sono, tutti torneranno
que' che son nati e che nasceran poi.
In questo loco papi meco stanno,
imperatori, re e cardinali;
né piú che gli altri qui potenzia hanno,
115 perché all'estremo tutti quanti equali
ne fa la morte, ai ben felici atroce,
e tarda e dolce agl'infelici mali.
Oh lasso me! L'indugio quanto nòce!
E quel, che si dé' fare, averlo fatto,
120 oh quanto acquista del tempo veloce!
Io perdei Pisa e poi Lucca in un tratto;
e questo il fe' la mia pigrizia sola,
ché non soccorsi, com'io potea, ratto.
Io fui giá Uguccion dalla Fagiola. —
125 Poi come morto ricadde supino,
ratto ch'egli ebbe detto esta parola.
Io ingavicchiai le mani, e 'l viso chino
tenea: per questo il cor sí m'invilío,
ch'io non curava piú del mio cammino.
130 Ma quella, che guidava il passo mio,
disse: – Che hai, che stai ammirativo
e, come pria, venir non hai disio?
Non sapei tu che ombra è 'l corpo vivo,
e che trapassa e fugge come un vento,
135 e cibo a' vermi è poi, di vita privo?
Se tu non vuoi, morendo, essere spento,
cammina sí, che quella vita cresca,
che 'l ciel non logra col suo movimento. —
Come infingardo, a cui l'andar incresca,
140 e, perché vada ratto, alcun gli grida,
ch'allor s'affretta e li passi rinfresca;
cosí fec'io al dir della mia guida,
tanto ch'io trapassai il regno afflitto
del rio pirata e crudele omicida.
145 E dietro alla mia dea andando io dritto,
pervenni in loco, ove trovai una porta;
e quel che seguirá quivi era scritto,
il qual io lessi ed anco la mia scorta.
CAPITOLO X
Dove l'autore discorre delle pene, che l'uomo dá a se stesso per false opinioni.
«Voi, che salite al secondo reame,
intrate qui per questa porta inferna,
che sempre aperto tiene il suo serrame.
Dentro ve fa la via una caverna,
5 la qual salendo sette miglia gira,
ove nulla è che chiaro occhio discerna.
Questa conduce al loco, ove martíra
l'uomo se stesso, e di sé fa vendetta,
e fassi il colpo, onde piange e sospira».
10 Vista che avemmo la scrittura e letta,
intrammo la caverna alla man destra
per una via oscura ed anco stretta.
Ma dietro all'orme della mia maestra
io sempre andai, e per un sasso fesso
15 uscimmo fòra, a guisa di finestra.
E su nell'aere, alquanto a noi appresso,
vidi una donna alata trasmutarse
in diverse figure spesso spesso.
Grande come gigante prima apparse;
20 poi piccola si fece e lieta e trista;
giovine e vecchia poi la vidi farse.
– Chi se' – gridai, – che piú cambi la vista,
che Acchilogo, e nullo essere vero
par che 'n te sia, ovver che 'n te persista?
25 – La Falsa Opinion son del pensiero
– disse volando, – e questo loco tegno,
ov'io dimostro il bianco per lo nero.
Qui sta la Fantasia, qui sta lo Sdegno,
Speranza, Amor, Timor e Alterezza,
30 Sospizion, 'Resia sta in questo regno.
Io fo povero alcun nella ricchezza
e fo la povertá allegra tanto,
ch'alcun la porta e nulla n'ha gravezza;
sí come avvien che 'n povertá alquanto
35 equal son due, e l'un non se ne cura,
e l'altro si lamenta e fa gran pianto.
Se da sé fosse quella soma dura,
alli due pazienti equal sería,
se l'operante è di simil natura. —
40 L'Opinion, ovver la Fantasia,
per l'aer se n'andò, movendo l'ale,
e mutava sembianti tuttavia.
– Quella è la grave peste e 'l grave male
– disse Minerva a me; – quella è cagione
45 di molto duol, che l'uom nel mondo assale.
S'alcuno è ricco, e la sua opinione
a questa veritá gli contradice,
egli se stesso in povertá ripone.
Nessun può esser in stato felice,
50 se a quello non concorre il suo parere,
come concorre al frutto sua radice.
Come la frenesia, che fa vedere
un per un altro, e 'l vin, quando ubbriaca
non lassa ben vedere le cose vere;
55 cosí tre passion, che son la ra'ca
di tutti i vizi: il troppo amore e spene
e 'l timor anco all'uom la mente opaca.
Per queste tre, quando son troppe, avviene
che si disvia ed erra l'intelletto,
60 tanto che 'l ver non può conoscer bene:
come alcun che ha il palato infetto,
che gusta il dolce, e pargli che sia amaro
e giudica in contrario il proprio obbietto.
Altramente il superbo ovver l'avaro
65 estima alcuna cosa, ed altramente
l'animo buono e di vertú preclaro.
E secondo l'etá cosí la gente
credon le cose, ed altramente estima
chi porta l'odio che chi d'amor sente.
70 La puerizia ovver l'etade prima
errando crede che solazzo e gioco
tra tutti i ben sovran tenga la cima.
E, poiché quell'etá tramuta loco,
dietro all'amor ne va l'adolescenza,
75 e i ludi giá passati estima poco.
Nell'etá terza, c'ha piú conoscenza,
reputa i giochi e l'amor esser vano,
e solo estima onore ed eccellenza.
Poi nella quarta etá dal capo cano
80 s'avvede ch'ogni etá era ingannata,
e pone all'avarizia allor la mano.
Se, quando è su la morte, addietro guata,
il cammin della vita, il qual è ito,
gli pare un'ombra o cosa non mai stata.
85 Svegliasi quando del mondo è partito,
e vede ciò c'ha tempo esser menzogna,
rispetto all'eternal, che è infinito.
Sí come spesso avvien, quando alcun sogna,
che, mentre dorme, gli par manifesto
90 aver dell'oro in man quanto bisogna,
e, quando torna in sé e ch'egli è desto,
e' qui si scorna e dice nel suo core:
– Oimè! oimè! perché non fu ver questo? —
cosí l'anima umana, quando è fuore
95 della sua carne, allor ella comprende
che il mondo è sogno, e conosce il suo errore.
Iti eravamo omai quanto si stende
quell'ampia valle, e noi trovammo un colle,
che ben duo miglia su da alto pende.
100 Minerva salse il monte e poscia volle
che dietro a lei seguissi le vestige,
se non voleva andar sí come uom folle.
Quand'io fu' in cima, vidi il lago Stige,
fatto alla forma ch'io l'avea veduto
105 giú nell'inferno in ogni sua effige.
Io era insino al lito suo venuto,
e per mirar fermai i passi mei,
per la gran nebbia risguardando acuto.
– Questa negra palude, che tu véi,
110 è quella, per cui iura il sommo Iove
– disse Minerva – e iuran gli altri dèi.
Ciò che cade da cielo, ovver che piove,
ciò che dall'aere o su dal foco cade,
e ciò che l'acqua sé purgando move,
115 si aduna qui da tutte le contrade:
ogni sozzura ed ogni sucidume,
tutta la marcia delle cose frade. —
Per penetrar la nebbia e 'l folto fume,
facea cogli occhi miei lo sguardo aguzzo,
120 come fa alcun, quand'egli ha poco lume.
Quanto piú m'appressava, maggior puzzo
senteva al naso e tanto n'era offenso,
che soffiando io facea dell'aere spruzzo.
Tutta la timiama ovver l'incenso,
125 che mai d'Arabia ovver d'Assiria venne,
non mitigaría quel fetore immenso.
Lí eran l'arpie con pallide penne,
con facce umane, storte, irate e guerce,
fetenti sí, che 'l naso nol sostenne.
130 Facean lamenti su le smorte querce,
e 'l misero Fineo mangiava sotto
vivande, ch'eran di lor sterco lerce.
Una di lor mi disse questo motto:
– O tu, che questo inferno passi vivo,
135 dietro alli passi di Palla condotto,
perché ti atturi il naso e mostri schivo?
Tu sai che l'uomo nel vostro emispero
piú di noi non è netto ovver giulivo:
ché egli è un sacco pien di vittupèro,
140 e tra gli altri animal che son nel mondo,
vuole in nettarsi maggior ministero.
Tu sai ch'e' per la cima e per lo fondo
e dello corpo suo per nove fori
sparge il fastidio, piú che noi immondo.
145 Al sucidume e suoi corrotti umori
per delicanza concorron le mosche,
sí come l'api sopra belli fiori.
– Trapassa ratto este contrade fosche
– disse a me Palla – e non gli far risposta:
150 basta che l'abbi viste e le conosche. —
Allora mi partii senza far sosta
e vieppiú oltre una gente trovai,
ch'avean la soma in la lor testa posta,
la qual convien che portin sempremai.
CAPITOLO XI
Dove si tratta della pena di Sisifo.
Noi pervenimmo in una gran foresta,
ove gente trovai, ch'ognuno un sasso
avea per soma su nella sua testa.
Per una piaggia insú moveano il passo,
5 e, giunti al monte, poi scendeano al piano,
e poi risalian su laggiú da basso.
Venir ver' noi non molto da lontano
un'alma carca vidi d'un gigante
maggior sei volte e piú d'un corpo umano.
10 Io dissi a lei, quand'io gli fui davante:
– Dimmi chi se', che porti sí gran soma,
ch'appena portería un elefante.
– Sisifo son, che 'l gran poeta noma,
– disse. E poi giunse: – A voi mortali è posta
15 soma maggior ch'a me, e piú vi doma.
E perché meglio intendi mia risposta
e che tu sappi ben ch'io non agogno,
a quel, che ora dirò, l'orecchio accosta.
Il timor della morte e del bisogno,
20 amor e speme a voi pon maggior pesi,
che non fa l'enco, quando appare in sogno. —
E, perché questo dir non ben compresi,
dissi a Minerva: – O dea, questo sermone
ben non intendo, se non l'appalesi. —
25 Ed ella a me: – Quel Signor, che dispone
e regge il tutto, a chiunque al mondo nasce
della sua soma sua gravezza pone.
Con pena prima sta dentro alle fasce
e col sudor di colei che 'l nutríca,
30 e di colui che poi, vivendo, il pasce.
Poi che cresciuti son, chi s'affatica
dietro all'aratro e la terra rivolta,
ché non produca spine ovver ortica;
chi con paura e con fatica molta
35 giunge, cercando il mare, alla vecchiezza,
sepolto dentro a' pesci alcuna volta;
chi mercatanta per aver ricchezza,
e quel, che con fatica egli rauna,
a chi pervenga nulla n'ha certezza;
40 et tamen senza sonno e posa alcuna
la voglia sempre ha fame e mai non s'empie
ed al piú pasto, piú riman digiuna;
chi segue Marte e le sue opere empie
facendo sé centauro biforme,
45 armato a ferro indosso e nelle tempie;
chi mangia a posta altrui e vegghia e dorme
sol per aver il rimorchiato pasto,
e va subietto dietro all'altrui orme;
chi, per sanar all'uom il membro guasto,
50 Ippocrate si fa; e chi legista
per vender le parole e far contrasto. —
Quand'ella dicea questo, alzai la vista
inverso il monte e vidi un'altra gente,
ch'avea la soma di splendor sofista.
55 – Chi son color che 'l carco hanno splendente?
– diss'io a Minerva. – Saria forse quello,
perché si porti piú leggeramente? —
Ed ella a me: – Perché 'l peso sia bello,
non è però che egli sia piú lieve,
60 né dá a colui, che 'l porta, men flagello;
ché una libra di penne è tanto greve,
non piú, né men quant'una libra d'oro
al dosso che la porta e la riceve.
E se saper tu vuoi chi son coloro,
65 son quelli, dalli quai si signoreggia,
e però 'l peso han con sí bel lavoro.
Come la bestia, che ben somereggia,
va piú adornata ed ha miglior prebende
ed è onorata di freno e di streggia;
70 cosí han quelli il peso che risplende,
ma sotto quel colore sta nascosto
la soma greve, che la mente offende.
Per questo giá gridò Cesare Agosto:
– Quando sará ch'io scarchi i pesi gravi
75 del pondo imperial, sopra me posto? —
Gridò Gregorio che 'l manto e le chiavi
ed ogni reggimento ha tanto pondo,
che gli altri sonno a rispetto soavi.
Ahi! quanti credon su nel mortal mondo
80 alcun aver in poppa il prosper vento,
e sé averlo in prora e non secondo!
Che se colui, il qual credon contento,
dicesse quant'è afflitta la sua voglia,
direbbon sé aver minor tormento.
85 Ahi! quanti son che sguardano alla invoglia
della gran soma, a cui se lo somiere
dicesse il suo gran peso e la gran doglia,
piglierian le lor some volentiere,
come minori e di piú lieve affanno,
90 piú atte al loro dosso e piú leggiere!
Ahi! quanti son che or a basso stanno,
che 'n terra con la soma caderiéno
del signorile scettro e primo scanno!
Quanti son ricchi ed in stato sereno,
95 che, della povertá portando il peso,
la forza e la vertú lor verria meno!
Saul in terra morto andò disteso,
portando la soma alta e con bei fregi,
che, stando a basso pria, non era offeso.
10 °Chi sta in alto, il basso non dispregi;
e chi sta al basso ed ha la soma oscura,
non abbia invidia a prenci ed a gran regi. —
E poscia ad altri molti io posi cura,
ch'ognun sopra la soma era premuto
105 da circumstanti suoi per fargli iniura.
Udii gridar indarno: – Aiuto! aiuto! —
con pianti e con sospir; ma la pietade
ivi era sorda a chi non era muto.
Ed uno a noi gridò: – Guai a chi cade!
110 ché, bench'abbia abbondanza di consigli,
non però trova chi aiutarlo bade. —
La dea rispose: – O tu, che sí bisbigli,
perché al caso tuo cordoglio porto,
t'adiuterò, se 'l mio consiglio pigli.
115 Se vuoi alla gran soma alcun conforto,
pensa di quei che portan maggior carchi
che non hai tu, e portanli piú a torto.
E guarda ben che l'amor non ti carchi,
e la spene e 'l timor se ti dán pena,
120 degno è che sol di te tu ti rammarchi. —
Poich'ebbe esto consiglio, un'ora appena
egli era stato, e quivi un fanciul venne
con bella faccia e di letizia piena.
Due ali adorne avea di belle penne
125 piú che paone, ed in mano avea l'arco,
dal qual Achille giá 'l colpo sostenne.
Costui gli pose sopra tanto carco,
mostrando il dolce e celando l'amaro,
che 'l fece pianger con pianto e rammarco.
130 Poi venne un altro, che tutto contraro
era a quel primo in tutte sue fattezze,
col viso negro quanto il primo chiaro.
Questo gli pose ancor molte gravezze,
poi venne innanti a noi una donna anco
135 col riso in bocca e piena d'allegrezze.
E, benché egli fusse lasso e stanco,
con altri pesi ancor gli carcò il dosso.
Allora disse: – Oimè! che vengo manco. —
Mentre diceva: – Oimè! che piú non posso
140 portar tante gravezze, – e' cadde in terra,
fiaccandosi la testa ed anche ogni osso.
– Io fui da Lucca e detto Forteguerra
– diss'egli a noi: – a far la grande impresa
m'indusse spem, che fa che spesso uom erra.
145 Ella mi fece far la molta spesa
e posemi l'incarco della parte,
che sempre a chi n'è capo troppo pesa.
– Nulla averebbe potuto gravarte
– diss'io a lui, – se tu alla scorta mia
150 creduto avessi in tutto ovver in parte.
Ma, s'e' ti piace, volentier vorria
che mi contassi le doglie penose,
che la speranza pone in questa via. —
Ond'egli, sospirando, mi rispose:
155 – Sappi che la fallace e vana spene
principalmente si fonda in due cose.
O ella aspetta scemarsi le pene,
ch'ella sostien, o desiando sguarda
poter avere alcuno amato bene.
160 Se l'una e l'altra d'este due si tarda,
ovver che manchi, l'animo tormenta;
ma affligge molto piú, quand'è bugiarda.
Benché tante fiate a noi ne menta,
come hai provato, ancor se gli dá fede:
165 tanto con le losinghe altrui contenta;
che 'l miser'uomo sempre ratto crede
quel che desia; ma quel, ch'egli ha 'n temenza,
non crede si rimova, se nol vede. —
Poi piú non disse; e femmo indi partenza.
CAPITOLO XII
Dove l'autore parla di Flegias e della pena, che cagiona il timore.
Dietro a Minerva cento passi o quasi
su salsi un monte e pervenni alla cima
a veder quei che temon tutti i casi.
Lí era un piano, e, quando mirai prima,
5 vidi una strada insino all'altra sponda
lunga due miglia, quanto alla mia stima,
ch'era diamètro nella valle tonda:
quivi saper può bene il geomètra
quanto quel piano intorno a sé circonda.
10 Ne' semicerchi della valle tetra
anime vidi di fuor della strada,
la qual lastreco avea di nera pietra.
Ed ognuna dell'alme in alto bada
un grande sasso, che cader minaccia
15 tanto, che par che tosto in capo cada.
Per questo alzata insú tengon la faccia,
temendo che non cada con ruina
il sasso a lor in testa e che gli sfaccia.
Ahi, quanto punge del timor la spina!
20 e quanto affligge il core il mal futuro,
che l'uomo aspetta e quasi lo indovina!
Pensa, lettor, se stessi sotto un muro,
che fosse per cadere, o sotto un tetto,
e se 'l dovervi stare fosse duro!
25 Pensa se avessi un uom incontra 'l petto
coll'arco teso e fuggir non potessi,
ed ei dicesse: – Tosto ti saetto! —
Cosí han questi, di paura oppressi,
gli archi di contra e però stan tremanti
30 che sassi e dardi non percuota ad essi.
Per dar lor piú timor, al volto innanti
discorrono i Mal sogni e 'l Mal presaggio,
l'upupa, il gufo e 'l corvo con lor canti.
Su per la strada era il nostro viaggio,
35 e trovai Fleias ch'era qui il primaio
del gran timor con pallido visaggio.
– O Fleias, – dissi io, – che a tanto guaio
se' posto qui e tremi vieppiú forte
che 'l vecchio can nel freddo di gennaio,
40 Apollo ha posto te a cotal sorte
per tua superbia e di te fa vendetta,
che 'n sempiterno questo tremor porte.
Assai è minor pena a chi suspetta
solo in un punto ricever il duolo,
45 che sempre temer l'arco e la saetta;
ché 'l timor seco mena grande stuolo
d'assalitori, ed ognuno il cor punge:
adunque è meglio aver un colpo solo.
Per darti piú timore ancor s'aggiunge
50 all'arco il sasso, e temi che non caggia
e non ti fiacchi il capo, quando giunge.
– Nel mondo, ove tu sal' di piaggia in piaggia
– rispose, – proverai simil doglienza,
se vi pervieni colla scorta saggia.
55 Lí vederai tu il don di provvidenza
farsi una lima che se stessa rode,
di mille casi avversi c'ha 'n temenza.
E vedrai le ricchezze non far prode:
tanto di povertá il timore affligge,
60 che 'l possessor di lor lieto non gode.
Che giova all'uom la vita, se l'effigge
dell'orribile morte ognor l'accora
e sempre di paura lo trafigge?
L'affaticato cibo, che ristora,
65 mentre si mangia, infermitá e sospiri
menaccia al proprio corpo, che 'l divora.
Se suso inverso il ciel ancor tu miri,
menaccia a te il Giudice di sopra,
se gli fai cosa, per la qual s'adiri.
70 La terra, che convien che ancora il copra,
e giú l'interno ancor gli fa paura,
sí come punitor di sua mal'opra.
Se a destro ed a sinistro si pon cura,
vede che ogni vizio quivi offende,
75 e teme a' suoi coniunti ogni sciagura. —
Ahi quanto di vergogna il viso accende,
quando alcun riprendente è poi ripreso
di quel medesmo, del qual e' riprende!
Cosí io feci, quando l'ebbi inteso;
80 e però dissi: – Prego mi perdoni,
se, Fleias, col mio dir t'avessi offeso.
– O tu, ch'andi la strada e che ragioni
e dietro a dea Minerva movi i passi,
vedendo d'esto inferno le magioni:
85 – cosí gridò un de' miseri lassi
e poi subiunse: – io prego che tu torche
verso me il viso, innanti che tu passi. —
Io mi voltai e vidi un su le forche
col capo chino tanto, che le guancia
90 a lui toccava quasi una dell'orche.
– Morte e paura io posi in la bilancia
– subiunse, – e poi la morte col capestro
elessi a me per men pungente lancia.
Troppo temendo in me il caso sinestro,
95 me stesso uccisi: io son Architofelle,
che fui nel consigliar sí gran maestro.
Meco sta qui Saúl, re d'Israelle,
e quei roman, che sol timor gli strinse
e non vertú a spogliarsi la pelle. —
100 Alquanto inver' di lui li passi pinse
sol per parlarli; ma la dea non volle
ch'io parlassi a colui, che sé estinse;
ché, se fortuna il ben temporal tolle,
non lieva però mai d'alcun la spene,
105 s'egli da se medesmo non è folle.
– Tu vederai, se tu ammiri bene,
non tremar nullo, ch'abbia sé ucciso:
risguarda, ed io dirò onde ciò viene. —
Però io riguardai con l'occhio fiso;
110 poi, vòlto a lei, diss'io: – Perché non trema
qualunque dalla vita ha sé diviso? —
Ed ella a me: – Quando la spen si scema
tanto in alcun, che niente rimane,
colui non ha amor, né anco téma;
115 ché le paure e l'allegrezze umane
procedon da speranza e dall'amore,
che porta l'uomo a vostre cose vane.
Però, se tutto, amor e spene, more,
mor la letizia, che da lor procede,
120 e la paura, e sol ha poi il dolore.
Il qual il disperato fuggir crede,
fuggendo sé, e uccide allor se stesso
con crudeltá, credendo far mercede.
E, se speranza non avesse appresso
125 il fren d'alcun timor, cresceria tanto,
che faria stolto per lo troppo eccesso.
Cosí il timor, se seco non ha accanto
dolcezza di speranza, tanto teme
e tanto vien in doglia ed in gran pianto,
130 che nol sostiene e sé di morte oppreme;
ch'ogni timor all'uomo è sí a noia,
che piú tosto vuol morte che lui inseme.
Nulla allegrezza e nulla cara gioia
è tanto dolce, che rispetto a quella
135 non sia piú amaro all'uom temer che moia.
E tu sai ben che l'Etica favella
che 'l timor troppo nullo portar puote:
tanto la mente e l'animo flagella.
E da qui il timor van, se tu ben note,
140 in mille modi il suo balestro scocca
nel mondo all'uom e l'animo percuote;
tanto che giá come presente tocca
quel che non è e forse fia niente,
e giá piangere fa la mente sciocca.
145 Se a questo e a quel ch'io dissi ben pon' mente,
nulla pena è maggior che star in forse
di quel che spiace e che pò far dolente.
Ognun ch'al van timor ben si soccorse,
spregia la morte e sol teme il Monarca,
150 che 'l tempo breve e la vita ne porse:
cosí senza timor secur si varca. —
CAPITOLO XIII
Come l'autore vede la Fortuna.
Per l'aspero cammin di quella valle
eravamo iti, al mio parer, un miglio,
lasciando il van timor dietro alle spalle,
quando per veder meglio alzai lo ciglio
5 e dalla lunga la Fortuna io vide
mirabil sí, ch'ancor me 'n maraviglio.
Minerva a me: – Se ti losinga o ride,
e s'ella mostra a te il viso giocondo,
fa' ch'allor ben ti guardi e non ti fide.
10 Quella è che molti inganna in questo mondo
col rider suo e spesso alcun inalza
per abbassarlo e farlo ire al fondo.
Guarda la faccia sua quant'ella è falza
e che di chiara in torba la trasmuta,
15 quando da alto alcuno in terra sbalza. —
Quando da presso poi l'ebbi veduta,
conobbi quant'è grande quella donna,
quant'è sinistra e quanto alcuno adiuta.
Era maggior che non fu mai colonna,
20 e sol dinanti avea capelli in testa,
e d'oro fin dinanti avea la gonna.
Ma dietro calva, e dietro avea la vesta
tutta stracciata, ed era di quel panno,
che vedoa porta in dosso, quando è mesta.
25 Ghignando con un riso pien d'inganno,
volgea con una man sette gran rote,
che come spere in questo mondo stanno.
La quarta er'alta insino onde percote
con le saette Iove, ove il vapore,
30 dal gel costretto, da sé l'acqua scuote.
La terza d'ogni lato era minore,
e le seconde poi minor che quelle;
e minime eran poi quelle di fuore.
Nella metá le ruote paralelle,
35 dico nella metá, ch'alla 'nsú monta,
erano orate e preziose e belle.
Ma l'altra parte, quando su è gionta,
giú vien calando a quella donna dietro;
quanto piú cala, piú del mal s'impronta
40 e fassi oscura; e da quel lato tetro
descender vidi molti a capo basso
con gran lamento e doloroso metro.
Poiché caduti son con gran fracasso,
ogni amico li fugge e li dispregia:
45 chi li sospinge e chi lor dá del sasso.
Ma alli salenti dalla parte egregia
ognun si mostra amico ne' sembianti:
chi li losinga e chi di loda 'i fregia.
Come da due nel carro triunfanti
50 mescolato era il dolce con l'amaro,
usando inver' di lor contrari canti,
cosí su ad alto e giuso due cantâro
nel colmo delle rote e due di sotto,
un d'allegrezza e l'altro del contraro.
55 La dea Minerva giá m'avea condotto
sino alla donna, che voltava il giro:
allor parlò, che pria non facea motto.
E disse: – Io, che a basso e ad alto tiro
le sette rote, son la dea Fortuna
60 e solo a quei dinanti lieta miro.
Nullo su ad alto aggia fermezza alcuna
in me di securtá ovver fidanza,
ch'io mostro faccia chiara, e quando bruna.
E nullo a basso perda la speranza
65 tutta di me, ché spesso io son la scala
di poner in ricchezza e gran possanza.
Ma vegga ben ognun, anzi ch'e' sala,
che non si lagni poi, né faccia grido,
se 'l mando a quella parte che 'ngiú cala;
70 ché, quando si lamenta, ed io mi rido;
e se me chiama cruda, ed io lui pazzo,
che 'n tanta sicurtá faceva il nido.
E questo è 'l gioco mio e 'l mio solazzo,
atterrar quel dalla parte suprema,
75 ed esaltare un vestito di lazzo.
Se falsa alcun mi chiama e mi biastema,
io non me 'n curo, e lamentevol voce
dell'allegrezze mie niente scema. —
Io riguardai la rota piú veloce,
80 di cui il cerchio quasi terra tocca;
e lí stava uno a gran tormento e croce.
E quando sotto va l'anima sciocca,
tra 'l duro suolo e la rota s'accoglie,
e gli strascina il ventre giú e la bocca.
85 – Colui che su e giú ha tante doglie,
è Ission ed ha tal penitenza,
ché volle a Iove giá toglier la moglie;
ché la sposa di Dio sua Provvidenza
procacciò di veder col suo intelletto,
90 sí come vano colla sua scienza.
Saper si puote bene alcuno effetto,
quand'è futuro, nella sua cagione,
come puoi nella Fisica aver letto.
Ma quel che vuol Fortuna e Dio dispone,
95 se Dio non lo rivela, mai si vede
da intelletto creato o per ragione.
Or mira quel che su nel colmo siede
del terzo cerchio e piú salir non pò,
che cosí ride e securo esser crede.
100 Quegli è il milanese Barnabò;
ma tosto mostrerá Fortuna il gioco,
com'ella sòle e s'apparecchia mò.
L'altro, che sale dietro a lui un poco,
è suo nipote, il qual del reggimento
105 il caccerá e sederá in suo loco.
E quanto ad una cifra cresce il cento,
cotanto accrescerá il biscion lombardo
e di Toscana fie in parte contento;
se non che 'l giglio roscio, c'ha lo sguardo
110 sempre a sua libertá, contro lui opposto
fará che 'l suo pensier verrá bugiardo.
Nella seconda rota in cima è posto
Cola Renzo tribuno, ed è salito
nel colmo, ond'altra volta fu deposto.
115 Ma stato è troppo folle e troppo ardito,
c'ha presa la milizia su nel sangue
de' principi roman tanto gradito,
per che Colonna ed altri ancor ne langue;
ma tosto Roma a lui trarrá il veleno,
120 c'ha nella lingua il malizioso angue.
Nel primo cerchio, che si volge meno,
stanno li duci che si mutan spesso:
però da ogni parte n'è sí pieno.
E quel, che sale al sommo ed è sí presso,
125 tre volte a quella ruota gira intorno,
e su e giú tre volte será messo.
Egli è chiamato Antoniotto Adorno:
Genova bella, nella quale è nato,
metterá ne' malanni e nel mal giorno.
130 Nel quinto cerchio lá dall'altro lato
regina sta magnifica Ioanna
col capo di Sicilia incoronato.
Ma la Fortuna, che ridendo inganna,
mostrerá a lei ed a quel che sal poi,
135 che chi in lei fida, sta in baston di canna.
Del sesto cerchio se tu saper vuoi,
lí sonno posti i novelli Caini,
consumatori de' fratelli suoi,
quei Della Scala spiatati Mastini
140 e piú crudeli che rabbioso cane;
ma tosto abbasso calaranno chini.
Dall'altra rota, che di lí rimane,
Ioanni dell'Agnello fará il salto,
mutando il fasto e le sembianze vane.
145 E proverá quant'è duro lo smalto
del suol di Lucca, quando la percossa
egli averá, cadendo su da alto.
Romperagli quel caso l'anche e l'ossa;
ed in un punto le terre, ch'egli ha,
150 e Pisa del suo iugo sará scossa;
ed ei saprá s'è duro: e ben gli sta.
CAPITOLO XIV
Dove trattasi della pena, che dá l'Amore, quando ha il vero fondamento.
Poscia salendo un monte ruinoso,
noi ci partimmo ed, in un pian saliti,
trovammo altro martír molto penoso.
Uomin vedemmo insieme molto uniti,
5 come di molti corpi un si facesse;
ma i volti eran distinti e dispartiti.
Pensa, lettore, un mostro che avesse
un grande busto, e, bench'egli foss'uno,
un collo molti capi contenesse.
10 Vero è che lor color o bianco o bruno
e lor gionture e lor lineamenti
aperti si parean in ciascheduno.
Lí stan dimoni e con spade taglienti
dividon quelli, e, quando alcun si parte,
15 li capi piangon tutti e son dolenti.
Non credo che spargesse giammai Marte
cotanto sangue; né fo mai battaglia
di tai ferite, né si legge in carte.
Non vale qui lo scudo ovver la maglia;
20 ché la iustizia dá le gran percosse,
ed ei fatt'han le spade, che li taglia.
Vidi un dimonio, che irato si mosse
ed un recise intorno in ogni canto,
sí ch'e' rimase come un fusto fosse.
25 Un capo sol rimase e con gran pianto
a me si volse e disse: – O tu, che mena
seco Minerva, a me risguarda alquanto.
Vedi l'amor quanto a noi torna in pena
E tanto affliggon piú le parentele,
30 quanto pria strinson con maggior catena.
Ahi, quanto a' vivi torna amaro il mèle
del dolce amor de' figli e de' congiunti,
quando gli uccide la morte crudele!
Diece figliuoli in salda etade giunti,
35 nove nepoti ebb'io ed un fratello,
e poi li vidi in un mese defunti.
Com'io, che 'n questo inferno ti favello,
intorno intorno son cosí tagliato
e, perché troppo amai, ho tal flagello;
40 cosí interviene all'uom, quando l'amato
figlio o fratel gli è tolto, e piú tormenta,
quanto piú forte è coniunto e legato.
La casa, onde fui io, è tutta spenta;
fui da Perugia, di santo Ercolano,
45 e de' Vencioli la prima somenta. —
Per la piatá ingavicchiai la mano,
e volea dar risposta a sue parole;
ma e' sparío sí come un corpo vano.
Ond'io dissi alla dea: – Se tanto duole
50 la cosa amata, quand'altrui si toglie,
ben è stolto colui ch'ama e ben vuole.
Se non voglio d'amor sentir le doglie,
non posso avere al cor migliore scudo,
se non che d'ogni amore mi dispoglie.
55 E, se questo facessi, saría crudo;
ché, se non amo le persone note,
sarei di caritá e di piatá nudo.
Né anco il posso far, ché mal si pote
ben rifrenar a che natura inclina:
60 tanto a quel corso son le cose mote.
– Tra tutte l'altre cose la piú fina
– disse Minerva a me – è 'l dolce amore,
se dal ver fundamento non declina.
Ma, se nel fundamento sta l'errore,
65 quanto piú l'edifizio cresce o sale,
tanto fa piú ruina e duol maggiore.
Fundamento è che quanto alcun ben vale,
tanto si stimi e tanto amore accenda,
quant'egli ha di bontá e men di male.
70 E, s'egli è ben che d'altro ben dependa,
non s'ami quasi per sé esistente,
se vuoi che, quando è tolto, non t'offenda.
Fundamento è che quel, ch'è dipendente,
non s'ami come fermo e per sé stante,
75 ch'ei da se sol non ha essere niente;
ché 'l Creator le cose tutte quante
fe' di niente, e, s'egli le lassasse,
niente tornerian come che innante.
Adunque come il servo, che estimasse
80 essere sue le cose del signorso
e come proprie sue cosí le amasse,
se poi gli fusson tolte, saría morso
di gran dolore ed avería li duoli
per quell'error, nel qual è in prima corso;
85 cosí fanno li padri de' figliuoli,
e de' coniunti li mondani stolti,
che gli estimano stanti e per se soli.
E 'l giusto Iobbe de' figliuoli adolti,
quando fûr morti, fe' questa risposta:
90 – Dio me gli diede e Dio me gli ha ritolti. —
Tu mi dicesti nella tua proposta:
– A nullo, amando, voglio avere affetto,
dacché, perduto, tanto amaro costa. —
Io dico ch'abbi amor, ma sia perfetto
95 e temperato sí, che, se 'l divide
o Dio od altro, non t'affligga il petto. —
Ed io a lei: – Maestra, che mi guide,
dimostra a me ancora un altro vero,
ch'è sí oscur, che mai mia mente il vide.
100 Tu di' che volontá ha 'l summo impero
di nostra barca e che regge il timone
di tutti i sensi e 'l carnal desidèro.
S'egli è cosí, or dimmi qual cagione
piú volte vince questa volontade,
105 che non pò far quel che vuol la ragione,
che par contrario alla sua nobiltade,
poiché libero arbitrio gli è concesso,
sí che 'l sí e 'l no sia in sua libertade.
Io so d'alcun c'ha 'l piede in amor messo
110 e non ha forza a poterlo ritrare:
tanto Amor puote e vince per eccesso.
Ben so che ogni cosa debbo amare
in quanto è buona, e solo in Dio è buona;
e, benché 'l sappia, io non lo posso fare. —
115 Ed ella a me: – Vostra natura è prona
agl'impeti de' sensi, e, se v'indura
per molta usanza e troppo s'abbandona,
allora l'uso converte natura,
sí che ragion non può guidare il freno
120 del desiderio bene a dirittura.
Di diecemila uno ed ancor meno
si trova, che co' sensi non s'accorde
in tutto o in parte col voler terreno.
L'amor vi può legar con quattro corde:
125 la prima è di Cupido la gran fiamma,
l'altra è di cupidigia e voglie ingorde,
poi de coniunti, figli, padre e mamma,
e 'l quarto amor d'amici ed è sí poco,
quanto rispetto a mille è una dramma.
130 Or sappi di Cupido che 'l gran foco
e l'amor de' coniunti tanto lega
e l'amor della borsa e d'ampio loco,
ch'è molto forte che ragion il rega,
se gran virtú non rompe il gran legame,
135 che tanto forte inver' l'amato piega.
E, benché Dio ne dica ch'ognun l'ame,
ciascuna d'este fun sí forte tiene,
ch'a lui non lascia ir, benché vi chiame.
E perciò nel Vangelio si contiene
140 che amiate Dio col core e colla forza,
sí come il primo e piú sovrano bene.
E, se avvien ch'altro amore vi torza,
rompete quella fun, ch'altrove tira
colla vertú, che giammai non s'ammorza.
145 Siate come Sanson, commosso ad ira,
quando li fe' la moglie il grave laccio,
cioè l'amor carnal, a chi ben mira.
E cosí, Dio amando senza impaccio,
colla virtú che sta nelli capelli
150 e non sta nella carne ovver nel braccio,
d'amor carnal non si senton fragelli. —
CAPITOLO XV
Come l'autore riconosce la cittá di Dite in questo mondo, e quindi trova Circe, la quale trasmuta gli uomini.
Nel terzo regno su per quella piaggia
noi devenimmo, ed, alzando le ciglia,
sí come piacque alla mia scorta saggia,
vidi di Dite la cittá vermiglia,
5 di mille miglia intorno, ed in figura
a Dite dell'inferno s'assomiglia.
Di ferro ardente avea le grandi mura,
a ogni cento piè avea una torre,
con guardian, che mi facea paura.
10 Attorno delle mura un fiume corre,
ardente piú che non è il fuso rame,
quando in campana per canal trascorre.
Bolliva piú assai che 'l Bollicame,
e, perché ferve, però Flegetonte
15 il suo vocabol convien che si chiame.
Dalla ripa alla porta era per ponte
attraversato e steso un sottil filo,
pel qual chi in Dite va, convien che monte.
Non fe' sí sottil riga giammai stilo,
20 né filò sí sottil giammai aragna,
com'è la via che mena in quell'asilo.
Su per quel fil sottil la mia compagna
prima si mosse, e, poiché un passo diede,
disse che andassi dietro a sue calcagna.
25 Io non andai, ma tenni fermo il piede,
dicendo a lei: – Non verrò, perché temo,
ché non son io legger quanto tu crede. —
Cosí, standomi fermo su l'estremo
di quella ripa, dicea: – Non verraggio,
30 se noi per altra via non anderemo. —
Palla, per rifrancare a me il coraggio,
tre volte lá e qua 'l filo trascorse,
come colui ch'assecura il viaggio.
E, poiché la sua man alla mia porse,
35 resposi: – Io vegno, da che piú ti piace;
ma forte temo e del cader so' in forse. —
Su per lo fil piú sottil che bambace
io passai Flegetonte e sua mal'onda,
ch'ardea di sotto piú che una fornace.
40 Quando giunse Minerva all'altra sponda,
ella chiamò come chi chiama forte
un che sia lunge e vòl che gli risponda.
E disse: – Aprite a noi queste gran porte,
ché siam discesi nel maligno piano
45 per veder Pluto, il tempio e la sua corte. —
Risposto fu: – Il vostro passo è vano:
nullo entrar puote, s'e' non porta seco
o presente o denar nella sua mano. —
La dea subiunse: – Me' che denar reco:
50 però apri a noi tosto, o portinaio,
a me ed a costui, il qual è meco. —
Mamon, che tra coloro era il primaio,
la gran porta di Dite in fretta aperse,
ratto ch'udí nominar il denaio.
55 Ma, quando vide poi che nulla offerse,
con grande sdegno ne guardò in tortoni,
e poscia irato este parol proferse:
– Or dimmi dove son questi gran doni,
che di' ch'arrechi, o donna, e ch'a noi porti,
60 che piú che li denar di' che son buoni.
Ma entrasi cosí nelle gran corti?
Uscite fuora e ritornate addietro
tu e costui, a cui ha' i passi scorti.
– Da tal Signor il mio andar impetro
65 – disse Minerva, – ch'io non ho temenza,
quantunque mostri a noi il volto tetro.
E 'l don, che reco meco, è la scienza,
che non si perde mai quand'io la insegno:
però piú che null'oro è di eccellenza.
70 Palla son io, che a questo loco vegno,
e son dell'arme, d'arti e di scolari
prima maestra e forma d'ogni ingegno. —
Mamon rispose: – Chiunque vuol, impari,
ché la scienza qui non è di pregio,
75 e nulla vale a rispetto ai denari.
Ma, se veder volete il gran collegio
del nostro Pluto, andate alla man destra,
e 'l mio consiglio non abbiate a spregio. —
Minerva a lui: – Ognun male ammaestra,
80 se pria no' impara; e mal guida saría
chiunque non sa il cammin, pel quale addestra. —
Cosí dicendo, non prese la via,
ch'egli avea detto, ma salí s'un'erta,
che ben due miglia d'un monte pendía.
85 Nell'altra valle selvaggia e deserta
Circe trovai, la maladetta maga,
che fa che l'uomo in bestia si converta.
Con gli occhi putti e con la faccia vaga
losinga altrui e con ridente grifo,
90 acciò che l'alme a sue malíe attraga.
Nella sinistra man tenea un cifo,
il qual empiè di sí brutto veneno,
che ancor, pensando, me ne viene schifo.
Io vidi un uomo, a cui lo porse pieno,
95 diavolo farsi, quand'ella gliel diede,
a membro a membro e l'uman venir meno.
In piè di cigno in prima mutò il piede
e poi le gambe, e poi d'un babbuino
mise la coda e 'l membro ove si siede.
100 Il ventre fe' squamoso e serpentino,
e negro il petto piú che gelso mézzo,
le man pelose e l'ugne quasi uncino.
Mentre si trasmutava a pezzo a pezzo,
mise due ali assai piú ner che corvo;
105 cornuto il capo e 'l viso fe' d'un ghezzo.
La bocca fe' d'un porco, il naso córvo:
cosí dimon si fece a poco a poco
cogli occhi rosci e collo sguardo torvo.
Per tutti i nove fòr gittava foco;
110 ma nella bocca egli era acceso piue
che una fiamma, in che soffiasse coco.
Mentr'i' ammirava, ancor ne vidi due
del maladetto cifo abbeverarne;
e l'un diventò lupo, e l'altro bue.
115 Io vidi molti poscia trasmutarne
in cani e volpi ed in leoni ed orsi,
e draghi farsi dall'umana carne.
Per tutti i lochi, ch'io avea trascorsi,
non stetti cosa a veder tanto vaga
120 quanto che questa, quand'io me n'accorsi.
– Ahi, gente fatta alla divina imago
– disse Minerva, – perché 'n te trasmuti
la bella effigie in lupo ovver in drago?
Perché visson giá questi come bruti,
125 a lor Iustizia questa pena rende,
che li sembianti umani abbian perduti;
ché non è uom, se 'l vizio tanto apprende,
che non conosce il male e non ha pena
e non vergogna e téma, quando offende;
130 ché Dio ha posta in voi luce serena,
che fa che il mal da prima si conosca,
e vergogna e timor dá, che 'l raffrena.
Ma, quando alcun tanto il peccato attosca,
che non vergogna e che non ha timore,
135 segno è che quella luce in lui è fosca.
E questo mena poi in piú errore,
ch'e' piace a se medesmo quando pecca,
e del mal suo s'allegra e dell'angore.
Ogni bontá umana allor è secca,
140 che loda il vizio per virtude vera,
e piacegli chi uccide, robba e mecca.
E, se in tal vizio indura e persevèra,
allora 'n lui 'l peccar si fa necesse,
e di emendarsi al tutto si dispera.
145 Sappi anco che non toglie l'uman esse
il male, al qual fragilitá conduce,
né da ignoranza le colpe commesse;
ché tutta non oscuran quella luce,
che Dio ha posto in voi, della ragione,
150 che téma, duolo e vergogna produce.
Quel che vedesti, che si fe' demòne
e fe' l'aspetto tanto brutto e rio,
fu spoletino e detto Servagnone:
ladro, assassin, biastimator di Dio
155 e dispettoso d'ogni cosa bona
e nemico ad ogni atto onesto e pio.
L'altro s'assomigliò a Licaona,
il terzo al mostro posto nel Labrinto,
che uomo e toro fu 'n una persona.
160 Né l'un né l'altro ben era distinto:
or puoi saper di lor qual fu il peccato,
che 'n lor l'aspetto umano ha tutto estinto,
e perché 'n bestia ciascuno è mutato. —
CAPITOLO XVI
Delle tre Furie infernali e delli tradimenti mondani.
Nullo, se non Iddio, conosce il cuore,
e vede ogni palese ed ogni occolto;
ma l'uom pò iudicar sol quel di fòre.
Però chi estima altrui secondo il volto
5 ovver nell'apparenza che fuor vede,
spesse volte gli avvien ch'egli erra molto.
E per questo intervien ch'è poca fede
e che gli antichi ed ognun ch'è ben saggio,
si guarda piú, e meno ad altri crede.
10 Io era ancor nel loco che detto aggio,
ove sta Circe nella valle trista,
che 'n bestia sa mutar l'uman visaggio.
Lí era gente piú piacente in vista
che nullo albergator nel proprio albergo
15 o mala putta di losinghe artista.
E mentre dietro a dea Minerva pergo,
ella mi disse: – Fa' che qui ti guardi,
e fa' che sempre tu mi venghi a tergo.
Se tu per mezzo del mio scudo sguardi,
20 tu vederai pel mio cristallin vetro
i cor di tutti questi esser bugiardi. —
Onde, sguardando ed a lei stando dietro,
io vidi ciò ch'a me prima era oscuro;
e forte mi fia a dirlo in questo metro.
25 Per queste rime mie, lettor, ti giuro
che alcun di quelli dentro era un serpente
e nella vista fuor pareva uom puro.
Ed alcun altro, quando posi mente,
di fuor pareva pur un sant'Antonio
30 e dentro un lupo rapace e mordente.
Agnol di fòre, e dentro era un demonio
alcun di quei, quando li vedea nudi:
se dico il ver, Dio mi sia testimonio.
– O sacra dea, che tanto ben mi scudi
35 – diss'io a lei: – oh quanto tradimento!
quanti Gani stan qui e quanti Iudi!
Sí come ad Amasa giá prese il mento
Ioab e disse a lui: – Salve, fratello! —
mentre l'uccise con pena e tormento;
40 cosí sotto al sembiante blando e bello
molti di questi nascondon l'inganno,
che portan dentro al cor malvagio e fello. —
Ed ella a me: – Quando risurgeranno
questi cotal dalla falsa apparenza,
45 la vista, che han dentro, prenderanno;
ché Dio ha dato lor questa sentenza,
che forma umana da lor non si pigli,
da che han mutata in bestia lor semenza.
Or mira in alto ed alza su li cigli. —
50 Ond'io li alzai e vidi le tre Furie
col volto irato e cogli occhi vermigli.
Figura avean di donna, a cui iniurie
un'altra donna pel tolto marito,
quando si turba che con lei lussurie.
55 Col viso irato, crudele ed ardito
strigneano i denti e strabuzzavan gli occhi
inverso me, menacciando col dito.
– Regina mia – diss'io, – or non adocchi
che di paura io vengo tutto manco
60 e tremanmi le gambe e li ginocchi? —
Ed ella a me: – Sta' forte e col cor franco,
e non temer niente i lor fragelli,
mentre hai lo scudo mio e staimi a fianco.
Quella che di scorzoni ha li capelli,
65 Megera ha nome, crudeltá dell'ira:
vedi c'ha tutti i peli a serpentelli.
Aletto è l'altra, che 'n torton ti mira,
che ha tanti serpi d'intorno alle tempie,
e nasce di colei ch'al ben sospira.
70 L'altra, c'ha le sembianze tanto scempie,
è quella falsa crudeltá, che nacque
del mostro che di cibo mai non s'empie.
Ella gridò, ch'al mio parer gli spiacque
ch'io dicessi: – Cosí venne Medusa
75 per l'amor di colui che regge l'acque.
Tesifone, costui a faccia chiusa
vedrá il Gorgon: or t'è venuto in fallo
che 'l faccia pietra, sí come e' far usa. —
Per mezzo del mio scudo del cristallo
80 vedrai quel mostro, ed io a viso nudo
veder nol curo; ed ella il perché sallo. —
Io stavo a prova ben dietro allo scudo,
quando apparve Medusa, il crudel mostro,
superbo, orrendo, dispettoso e crudo;
85 e sopra quelli di quel tristo chiostro
sol con lo sguardo un tal veneno asperse,
ch'era piú ner che non fu mai inchiostro.
Allor tutti pigliôn forme diverse
dentro alla mente, e secondo le colpe
90 cotal figure avean nel cor submerse.
Alcun si fe' leon ed alcun volpe,
alcun dimonio, alcun lupo rapace;
ma tutti avían di fuore umane polpe.
– O sacra dea, chi è colui che pace
95 mostra nel volto e par soave e piano,
e dentro al cor come un diavol giace? —
Ed ella a me: – È Iacopo d'Appiano.
Molti son qui de' traditor di Pisa;
ma egli sopra tutti è il piú sovrano.
100 'Nanti che fusse l'anima divisa
dal corpo suo, tal era nel pensiero;
però è trasmutato in questa guisa.
Egli tradí il nobil messer Piero
de' Gambacorti e fe' dei figli preda,
105 mentre a lor si mostrava amico vero.
E lasciò dopo lui l'avaro ereda
colui che fe' la bella Pisa schiava
e per dinar la die', che si posseda.
E quel secondo, in cui tossico e bava
110 sparse Medusa e venenolli il petto,
e c'ha la mente dentro tanto prava,
fu re di Cipri, chiamato Iacchetto.
Al suo fratel maggior diede la morte,
mentre a riposo giaceva nel letto,
115 cioè al re Pietro magnanimo e forte,
che 'n Alessandria giá mise la 'nsegna
dentr'alla piazza e vinse le sue porte.
Quel terzo, c'ha la faccia sí benegna
e dentro è tutto quanto serpentino
120 e c'ha la mente di venen sí pregna,
fu Della Scala e fu crudel Mastino.
Il suo fratel maggior uccise pria
e poi fu del minor ancor Caino.
Morto il primaio, ed ei sen fuggí via
125 per la paura, ed allor di Verona
l'altro fratel pigliò la signoria.
Mandò pel fratricida e a lui perdona;
e tanto amore inver' di lui accese,
che la bacchetta signoril li dona.
13 °Costui il donator ligato prese
e stretto el fece mettere in prigione:
cosí fu grato a chi fu a lui cortese.
E poi 'n quell'ora ch'ognun si dispone
in su l'estremo, e contrito e confesso
135 si rende a Dio con gran divozione,
costui mandò il dispiatato messo,
e fe' mozzare al suo fratel la testa,
e di vederla contentò se stesso.
Or fu mai crudeltá maggior che questa?
140 Non quella ch'a Tieste fece Atreo,
quando i figli mangiar gli die' per festa;
non quella di Nettunno e di Teseo;
ch'ognun di questi, a chi ponesse cura,
iniuria il fece cosí esser reo.
145 Ma costui non offesa, non iniura,
non la cagion, per che fu morto Remo,
che pria bagnò di sangue l'alte mura.
Ma sol si fece d'ogni piatá scemo,
ché dopo lui 'l fratello non regnasse:
150 per questo il fe' morir su nell'estremo.
O doppio fratricida, se tu lasse
la doppia prole, il tuo paterno esempio
degno è ch'ancor da lor si seguitasse;
ché l'uno uccise l'altro crudo ed empio,
155 e della Scala fu l'ultima feccia,
che sen fuggí del veronese tempio
dietro a colei che solo in fronte ha treccia.
CAPITOLO XVII
Come l'autore vede il tempio di Plutone.
Continuando per la gran foresta
io vidi il tempio di Pluton da cesso,
presso ad un'acqua, che avea gran tempesta.
E, quando giunto fui insino ad esso,
5 vidi ch'era fundato in sulla rena
di quel gran fiume, che li corre appresso.
Io forte ammiraria che non sel mena
quel gran torrente: tanto forte corre,
quando tra' vento e quando egli è 'n gran piena,
10 non fusse che quel tempio ha una torre,
che su la pietra viva sta fundata:
però quell'acqua non la pò via tôrre.
Quando Minerva fu in sull'intrata,
mi die' la mano; e, quando dentro fummo,
15 ratto dal portinar fu domandata:
– O voi ch'entrate qui, adorate il Nummo? —
La dea rispose: – Certo adoro Deo;
ché fuor di lui ogni altra cosa è fummo. —
Similemente anche risposi eo,
20 perché mi ricordai della risposta,
che fe' san Paulo dentro al Coliseo.
Io vidi su in una sede posta
seder Plutone e poscia Radamanto,
Minos ed Eaco star dall'altra costa.
25 Ben mille poi sedíen dall'altro canto
nel crudel tempio, formato al contrario
a quel che fece Cristo umile e santo;
ché in quel di Cristo il pover volontario
era il piú ricco, ed umiltá fa grande,
30 sí come apparve in Pietro, suo vicario.
In questo, in cui avarizia si spande,
quell'è maggior che piú aver possede,
e quel si fa che regga e che comande.
Iustizia, caritá e ferma fede
35 fundâr quest'altro, e 'l sangue e dura morte,
che die' 'l martirio dietro al primo erede.
Però sta fermo ed anco è tanto forte,
che nol vincon Satán e tutti i suoi,
né posson contro lui l'infernal porte.
40 In mezzo a quel collegio venne poi
un mostro armato in forma tanto brutta,
che, pur pensando, ancor par che mi nòi.
La faccia umana avea di mala putta
e tutto il busto in forma serpentina;
45 ed ella d'oro era coperta tutta.
Sotto suoi piè teneva una regina
tanto formosa, che la sua beltade
non parea cosa umana, ma divina.
E colla coda armata di tre spade
50 la percoteva tanto asperamente,
che ogni gran crudel n'aría piatade.
– Quel c'ha la faccia umana ed è serpente
– disse Minerva, – della belva nacque,
che diede ad Eva il cibo fraudulente. —
55 Poi, rimirando, sí come a lei piacque,
io vidi l'idol Nummo del talento,
che stava presso alle tempestose acque.
E credi a me, lettor, ché non ti mento,
che da Pluto e da' suoi era onorato
60 vieppiú che Dio assai per ognun cento.
Plutone in prima a lui inginocchiato,
poi tutti gli altri gli offersero un core,
il don che al sommo Dio saría piú grato.
E come Ignazio «Iesú Salvatore»,
65 cosí tra quelli cori io vidi scritto
«denar», «denar», «denar» dentro e di fuore.
La vergine, a cu' il petto avea trafitto
colla sua coda armata il mostro fello,
menata fu all'idol quivi ritto.
70 E come Pirro innanzi al tristo avello
del padre Achille uccise Polisena,
stando ella mansueta come agnello;
cosí la fèra con dispregio e pena
sacrificò la verginetta pura,
75 spargendo quivi il sangue d'ogni vena.
Ed ella intorno intorno ponea cura
a' circumstanti per aver difese,
e nullo la subvenne in tanta iniura.
Un angel venne ed in braccio la prese,
80 dicendo: – La donzella ch'è qui morta,
è viva in ciel, onde prima discese. —
E poscia verso la celeste porta
con lei in braccio mosse il santo volo,
come falcon che 'nsú la preda porta.
85 Il mostro, che del drago fu figliuolo,
inver' la gente, ch'era quivi, corse,
blando leccando alcun come cagnolo.
Ed alcun altro crudelmente morse
prima col dente acuto e venenoso,
90 poi con la coda, che come uncin torse.
Nel tempio, a quel di Dio fatto a ritroso,
Proserpina era reina infernale,
adulterata spesso dal suo sposo;
ché, non guardando chi, come, né quale,
95 purch'al marito suo si dica: – Io pago, —
la 'spone ad adulterio e ad ogni male.
E presso al fiume su in un gran drago,
che diece colli avea e diece teste,
stava a seder coll'occhio putto e vago.
100 Il vestimento suo, il qual ei veste,
di purpura era, e teneva il piè manco
dentro nell'acqua di sí gran tempeste.
Poi in un cifo ben pulito e bianco
vidi ch'e' bebbe sangue e inebriosse
105 piú che briaco, ch'io vedesse unquanco.
In questo il mostro inver' di noi si mosse;
e diece teste mison sette corni;
e fieramente l'un l'altro percosse.
Quando será, o putta, che tu torni
110 al primo stato, alla tua madre antica,
nel prato, ove coglievi i fiori adorni?
Tu giá vivesti nel mondo pudica,
e Luna in cielo e ne' boschi Diana
innanzi ch'a Pluton tu fussi amica,
115 allora quando in ogni cosa vana
davi del calcio, e quando eri tenuta
come regina e non come puttana.
Poscia che quella donna ebbi veduta,
Minerva di quel tempio rio mi trasse
120 per quella porta, ond'ella era venuta.
E su per una via volle che andasse,
ove demòni stavan con uncini,
con reti e lacci, ch'alcun ve cascasse.
– O dea – diss'io, – qual via vuoi che cammini?
125 Or chi será colui, che quinci vada,
che in alcun d'esti lacci non ruini? —
Ed ella a me: – Per mezzo della strada
chi va e non declina a nulla parte,
securo va che ne' lacci non cada.
130 E, perché qui bisogna senno e arte,
il fren ti metterò; e, s'io ti meno,
non temer mai che possi illaquearte. —
Cosí dicendo, ella mi mise un freno;
poscia mi mise nell'aspro viaggio,
135 ch'era d'uncini e lacci e reti pieno.
Quando io vi penso, ancor paura n'aggio
di que' dimòni e di que' lacci tesi,
ne' quai cade ciascun che non è saggio.
Da ogni parte io vidi molti presi,
140 fra' quai conobbi messer Gualterotto;
e vennemi piatá quando lo 'ntesi.
E' disse a me: – Perché da me fu rotto
nel mondo ogni statuto e li decreti,
però tra questi uncini io son condotto.
145 Leggi iustiniane e que' de' preti
non usa il mondo se non per guadagno:
però lassú son fatte come reti.
Come rompe il moscon la tela al ragno,
e non la mosca, cosí gli uomin grandi
150 straccian le leggi e danvi del calcagno. —
Poi disse: – Or satisfa' a' miei domandi:
dimmi s'è ver che li pisan sian schiavi,
e de' Lanfranchi miei, mentre tu andi. —
Ed io a lui: – Le signorie soavi
155 non si conoscon mai dalli subietti,
se non poscia ch'e' provan le piú gravi.
Sappi ch'i tuoi pisan son sí costretti
sotto quel giogo, che 'l dinar lor mise,
che i Gambacorti sono or benedetti.
160 Poscia che 'l traditor d'Appiano uccise
messer Pier Gambacorti e i figlioli anchi
a tradimento e piangendo ne rise
ed uccise anche i primi de' Lanfranchi,
egli vendette la cittá d'Alfea,
165 sí che li tuoi pisani or non son franchi. —
Tanto m'avea menato oltre la dea
continuando per l'aspero calle,
che, se piú detto avesse, io non l'odea.
Quando noi fummo in una lunga valle,
170 la dea Minerva allor mi trasse il camo,
che m'avea posto in bocca e sulle spalle.
E, quando un altro monte salivamo,
vidi color che dietro son cavalli,
e son dinanzi nepoti di Adamo,
175 avvolti di serpenti verdi e gialli.
CAPITOLO XVIII
Dove si tratta delli centauri.
Quando giunsi nel monte suso ad alto,
mirai la valle, maledetta chiostra,
ove i centauri stanno a far l'assalto.
Come soldati, quando fan la mostra,
5 spronando lor cavalli, van gagliardi,
o come cavalier che vanno a giostra;
cosí i centauri lí con archi e dardi
descorron per la valle a mille, a cento,
veloci piú che tigri o leopardi.
10 Palla scendea la costa a passo lento:
e 'l sesto miglio avea a scender forse,
quand'io ebbi timore e gran pavento;
ché 'l maggior de' centauri sí s'accorse
di noi che scendevamo, e presto e fiero
15 con ben mille de' suoi, venendo, corse.
Non si mosse corsier mai sí leggiero,
né capriolo ovver corrente cervo,
com'ei correva superbo ed altiero
coll'arco teso in man. Ed in sul nervo
20 egli avea giá una saetta posta;
e, giunto, disse col parlar protervo:
– Fermate i passi e fate la risposta:
con qual licenza qui, con qual valore
ardite voi di scendere la costa,
25 senza licenza del nostro signore,
che 'n mezzo il mondo siede triunfante,
come re principale e imperadore?
A te saettarei, che vien dinante,
se non che allo scudo mi rassembre
30 amica di Perseo ed al sembiante. —
La dea rispose: – O animal bimembre,
a cui ha dato forza il fiero Marte,
e con cui 'l sol sta in mezzo di novembre,
l'onor dell'arme è anco mio in parte.
35 Io son Bellona, che costui scorgo,
che do nelle battaglie ingegno ed arte.
Veder lo puoi, se bene sguardi il Gorgo,
ch'io porto nel mio scudo de cristallo,
che per difesa innante al petto porgo. —
4 °Chiron, che inseme è uomo e cavallo,
udito questo, gli fe' reverenza,
e féla far a ciascun suo vassallo.
Allora io scesi giú senza temenza
ivi fra loro; e, poi ch'io vi fui giunto,
45 uomini vidi stare a gran sentenza;
ché da' centauri a lor bevuto e smunto
era lo sangue da tutte le vene,
quanto ve n'era insin ch'era consunto.
E, quando è vòto, che piú non ne viene,
50 e' son compressi e messi allo strettoio,
e trattogli ogni umor con guai e pene.
Io vidi alcun solo aver l'ossa e 'l cuoio,
e volergli esser anche il sangue tratto,
gridando lui: – Oimè, oimè, ch'io muoio! —
55 Tra lor iustizia ha posto questo patto:
che poscia son lasciati insin che cresce
in loro il sangue e l'umor sia rifatto,
e poi ripresi, ed anco quanto n'esce
lor tolto è 'l sangue, e, poiché son bevuti,
60 restretti sonno e messi alle soppresce.
Fra quegli spirti magri e desvenuti
Minerva, andando, tanto mi condusse,
che tra quei duoli pungenti ed acuti
io trovai 'l Laberinto; e ch'ello fusse
65 nol conoscea, se non ch'io vidi dentro
quel che del toro Pasife produsse.
Egli mugghiava fortemente, e, mentro
stav'io a vederlo e ad udir i lamenti,
che l'anime facean nel cieco centro,
70 venían tre alme a quelli gran tormenti
belle e membrute, pien di sangue e grasse,
ma nella vista angosciose e dolenti.
Come leon, che allegro e crudo fasse,
vista la preda, e mostra maggior ira,
75 non altramente Nesso inver' lor trasse,
il quale amò la bella Deianira.
Trasse il centauro che nutrí Achille,
e come sanguesuga il sangue tira.
Trasse Medon ed Imbro e piú di mille;
80 ed ognun le succhiava quanto puote,
come cagnol che succhia le mammille.
Poscia che l'alme fûn del sangue vòte,
divennon magre, ed ognuna si fece
qual è la fame indosso e nelle gote.
85 Diss'io: – O spirti, se parlar vi lece,
chi foste e perché sète sí destrutti?
per qual iustizia o colpa o in qual vece?
– Capitan di campagna fummo tutti
– rispose l'uno, – e qui per un cammino
90 venuti a queste pene e a questi lutti.
Ed io, che parlo a te, sono Ambrosino,
figliuol di Barnabò, del gran lombardo,
e sol qui tra costor io fui latino.
L'altro, ch'è qui, è Annichin Mongardo;
95 fra Moriale è 'l terzo; e questa asprezza
abbiam, ch'ognun fu crudo e fu bugiardo.
E molt'erra chi crede aver fermezza
fede d'uom d'arme ovver di meretrice,
da che 'l denaio a suo piacer la spezza.
100 Se ben attendi al mio parlar che dice,
vedrai ch'amor e fede mal si fonda,
quando l'utilitate ha per radice.
Perché alla colpa la pena risponda,
noi siam succhiati, che smongemmo altrui,
105 quando noi fummo in la vita gioconda.
Se tra li vivi perverrete vui,
dite a color che vanno a saccomanno,
che faccian sí ch'e' non vengan fra nui.
Dite a Ioanni Aguto il nostro affanno,
110 a Ioan d'Azzo, agli altri compagnoni,
che per centauri su nel mondo stanno,
che la lor crudeltá li fa pregioni,
ed e' si fan la corda che li mena,
ove stan questi del sangue ghiottoni. —
115 Ed io a lui: – Ai miseri c'han pena,
avervi compagnia, o n'han diletto,
o veramente alquanto il duol raffrena.
Però mi di' perché hai tu suspetto
che alcun non venga qui in questa soglia,
120 ché non intendo ben perché l'hai detto. —
Ed egli a me: – Non per ben ch'io lor voglia,
ma come su in ciel di piú consorti
è piú letizia, qui è maggior doglia. —
Poi, perché funno allo strettoio attorti,
125 per quella afflizion piú non mi disse;
onde n'andammo tra' centauri forti.
E poco er'ita Palla, che s'affisse;
e trovammo un gran mostro, in cui coloro
curson cogli archi, e ciascuno el trafisse.
130 Sí come fa il leon che prende il toro,
che 'l morde e per la fretta nol manduca,
ma succhia il sangue dove ha fatto il foro,
ovver come fa l'orso, quando suca
il favo mèl; cosí facean ad asto,
135 succhiando il sangue a quel per ogni buca.
– Diomede son io, che son sí guasto —
– diss'egli a me, – che giá gli uomini vivi
diedi a' cavalli miei per biada e pasto.
Se tu nel tuo emispero mai arrivi,
140 prego che di lassú da te si dica
(ed a chi nol puoi dir, fa' che lo scrivi)
che chi degli altru' affanni ovver fatica
pasce cavalli o altra cosa vana,
e chi, robbando, sua vita nutríca,
145 sará menato in questa valle strana,
ove stan questi del sangue assetiti
vieppiú che 'l cervio alla viva fontana. —
Poscia che avemmo i suoi sermoni uditi,
Minerva verso un monte la via prese,
150 nel qual senz'ali mai saremmo iti;
ch'avea le ripe sue tanto distese,
che, secondo che disse la mia scorta,
nullo mai vi salí ovver descese.
Vero è che giú ai piè era una porta,
155 la quale aveva scritto su l'usciale
queste parole in una pietra smorta:
«Chi vuol montare insú, di qui si sale;
e suso sta in una gran pianura
il gran Satán altiero e triunfale».
Allora intrammo quella porta scura.
CAPITOLO XIX
Come l'autore trova Satan trionfante nel suo reame.
Dentro la porta su per una grotta
fu la via nostra insin in co' del monte
con poca luce, come quando annotta.
Quando fui su e ch'io alzai la fronte,
5 vidi Satáno star vittorioso,
ove risponde il deritto orizzonte.
Credea vedere un mostro dispettoso,
credea vedere un guasto e tristo regno,
e vidil triunfante e glorioso.
10 Egli era grande, bello e sí benegno,
avea l'aspetto di tanta maièsta,
che d'ogni riverenza parea degno.
E tre belle corone avea in testa:
lieta la faccia e ridenti le ciglia,
15 e con lo scettro in man di gran podèsta.
E, benché alto fusse ben tre miglia,
le sue fattezze rispondean sí equali
e sí a misura, ch'era maraviglia.
Dietro alle spalle sue avea sei ali
20 di penne sí adorne e sí lucenti,
che Cupido e Cilleno non l'han tali.
Ed avea intorno a sé di molte genti,
che facean festa, e questi tutti quanti
al suo comando presti ed obbedienti.
25 Ma i primi e principal eran giganti
con orgogliosi fasti e con gran corti,
con presti servidor, che avean innanti.
Alla guardia di questi arditi e forti
erano quei che son viri e cavalli,
30 con li lor capitani saggi e accorti.
Su per li prati ancor vermigli e gialli
andavan donzellette e belle dame
con melodie soavi e dolci balli.
Quand'io stava a mirar tanto reame
35 e vedea il gran Satán nell'alto seggio,
sí bello ed obbedito pur ch'e' chiame,
io dissi: – O Palla, or che è quel ch'io veggio?
Giá calo ad adorarlo li ginocchi:
tanto egli è bello, e grande il suo colleggio. —
40 Ed ella a me: – O figlio mio, se adocchi
per mezzo del cristallo del mio scudo
– allor mel diede ed io mel posi agli occhi, —
tu vederai il vero aperto e nudo,
e non ti curerai dell'apparenza,
45 alla qual mira l'ignorante e rudo.
Ché chi è saggio risguarda all'essenza,
ché su in quella sta fundato il vero,
e non si muta ed ha ferma scienza. —
Allor mirai e vidi Satan nero
50 cogli occhi accesi piú che mai carbone
e non benigno, ma crudele e fèro.
E vidi quelle sue belle corone,
che prima mi parean di tanta stima,
ch'ognuna s'era fatta un fier dragone.
55 E li capelli biondi, ch'avea prima,
s'eran fatti serpenti, ed ognun grosso
e lungo insino al petto su da cima.
E cosí gli altri peli, ch'avea indosso;
ma quelli della barba e quei del ciglio,
60 mordendo, el trasforavan sin all'osso.
Le braccia grandi e l'ugne coll'artiglio
avea maggior che nulla torre paia;
e le man fure e preste a dar di piglio;
e di scorpion la coda e la ventraia;
65 nell'ano e presso al membro che l'uom cela
di ceraste n'avea mille migliaia.
Argo non ebbe mai sí grande vela,
né altra nave, come l'ali sue,
né mai tessuta fu sí grande tela;
70 ma non atte a volar troppo alla 'nsue,
se non come l'uccello infermo e stanco,
che tenta volar alto e cade ingiue.
Serpentin era il piè deritto e 'l manco;
e diece draghi maggior che balena
75 faceano a lui il seggio e 'l tristo banco.
E questo a Satanasso è maggior pena:
che sempre insú volar s'ingegna e bada,
e la gravezza sua a terra el mena.
E Dio permette ben che alla 'nsú vada;
80 ché, quanto piú volando in alto monta,
tanto convien che piú da alto cada.
Io 'l vidi in piè levar con faccia pronta
dall'alto seggio suo, e con orgoglio
udii ch'e' disse: – O Dio, alla tua onta
85 sopra gli astri del cielo or salir voglio:
io intendo prender l'uno e l'altro polo
al tuo dispetto, ed ora il ciel ti toglio. —
Cosí dicendo, alla 'nsú prese il volo:
ben diece miglia insú s'era condotto,
90 quando 'l vidi calar al terren sòlo
a trabocconi e col capo di sotto,
e come un monte fece gran ruina.
E, poiché 'n terra fu col capo rotto,
la faccia verso il ciel volse supina,
95 e fe' le fiche a Dio 'l superbo vermo
e biastimò la Maiestá divina.
Poi si levò sí come fusse infermo,
e verso il suo gran seggio mosse il passo
con mormorio e dispettoso sermo.
100 E lí a seder se puse fiacco e lasso;
e menacciava Dio, alzando il mento,
che fe' che 'l suo volar li venne in casso.
Quando 'l vidi cadere, io fui contento,
perché conobbi che quanto piú sale,
105 tanto egli ha piú ruina e piú tormento.
Tenendo io 'l bello scudo per occhiale,
vidi i neri giganti e lor palazzi,
pieni d'invidia, d'ira e d'ogni male.
Vidi mutati in pianti lor solazzi
110 e che smongono altrui e sono smonti
dalli centauri e dalli lor regazzi.
Vidi che li gran sassi e li gran monti
conducean sopra sé per far la torre,
sopra la qual da loro al ciel si monti.
115 Sí come, quando vòlsono il ciel tôrre,
che pusono Ossa sopra il gran Peloro,
talché Iove gridò: – Vulcan, soccorre! —
cosí in quel pian s'ingegnan far coloro;
ma, perché la lor possa non seconda,
120 ritorna sempre invano il lor lavoro.
Ed ogni volta che la voglia abbonda
piú che la possa, avvien che mal viaggio
faccia l'impresa e che 'l fattor confonda.
Però colui che è prudente e saggio,
125 perché l'impresa non gli torni invano,
fa che la possa sempre abbia vantaggio.
Elli facean le torri nel gran piano,
e chi portava sassi e chi la malta,
chi ordinava e chi facea con mano.
130 Io vidi una di quelle andar sú alta
sin dove del vapor fa pioggia il gelo,
tal ch'io dicea fra me: – Giá 'l cielo assalta; —
quando Iove percosse su da cielo
con un gran tuono, e la torre e 'l gigante
135 mandò a terra il fulgoroso telo.
Per parlarli, ver' lui mossi le piante
e dissi: – Chi se' tu, caduto a terra
di sí gran torre col capo dinante?
– Io son Fialte, e fui nella gran guerra
140 – rispose, – che facemmo contra Dio,
che le saette contra noi disserra.
Cosí le grandi imprese e 'l lavorio
fanno il gran signor sí com'io feci,
e poi caggiono a terra sí com'io.
145 Cadde Alessandro, il gigante de' greci,
cadde Priamo e cadde la gran Troia,
che combattuta fu per anni dieci.
Cadde Pompeo e Scipio, la gran gioia
dell'alta Roma e Cesare ed Agosto,
150 Dario e Assuero con pena e con noia. —
Io averia al suo detto risposto,
se non che a me apparve un altro obietto,
al qual lo sguardo mio mi venne posto.
Io vidi che Satán di mezzo al petto
155 un serpentello con tre lingue scelse,
che parea pien di tosco maladetto.
Tra' giganti el gittò quando lo svelse;
ed egli il suo venen tra loro sparse,
ch'era piú ner che non son mézze gelse.
160 Allora ogni gigante un drago farse
cominciò dentro; e, l'uman quindi tolto,
e' fuor nel viso sí com'uomo apparse.
Ma non si può giammai tenere occolto
amor, né invidia o colpa ch'aggia il core,
165 che non appaia alquanto su nel volto.
L'imago dentro cominciò di fuore
appalesarsi e mostrarsi in la faccia;
e questo fe' tra lor guerra e romore.
Sí come quando il mar prima ha bonaccia
170 e poi si turba e tutto in sé ribolle,
e l'acque, che son sotto, sopra caccia,
e pare ogni onda grande quanto un colle,
quando la luna solo il fratel mira,
e tutto il lume suo a noi ne tolle;
175 cosí facean color commossi ad ira,
e davansi fra sé li colpi gravi,
e con grand'onte l'un l'altro martíra.
Non fecer mai abeti sí gran travi,
come eran le lor lance lunghe e grosse,
180 né mai sí grandi legni portôn navi.
Pensa, lettor, che quei c'hanno gran posse,
dánno gran colpi, e cosí anche credi
che, quando coglie, han piú gravi percosse.
E poscia a maggior fatti io mossi i piedi;
e, poco andato, tanto mi stancai,
185 ch'a riposarmi giú in terra mi diedi,
insin ch'apparson li raggi primai.
LIBRO TERZO
DEL REGNO DE' VIZI
CAPITOLO I
Come l'autore fu a battaglia con Satanasso e, umiliandosi, lo vinse.
Dell'orizzonte il sole era giá fuora,
e, per aver la lena, io m'era assiso
come chi stanco a riposar dimora.
E, risguardando, tenea in alto il viso,
5 perché ammirava il superbo arrogante,
che fu ribello a Dio in paradiso,
quando la dea a me su venne avante:
– Or ti bisogna assai esser gagliardo
ed usar le tue forze tutte quante.
10 – Minerva mia, a cui sto i' a riguardo,
che di guidarmi dietro a te ti degni
al loco, ov'io d'andar di desio ardo,
prego che m'addottrini e che m'insegni
quai sonno i mostri, che tengon la strada,
15 che l'uom non saglia a' tuoi beati regni.
Da che convien che alla battaglia vada,
dammi fortezza e dammi la dottrina
ch'io non sia preso e che vinto non cada. —
Rispose a questo a me quella regina:
20 – Quando il gran mostro su vorrá levarte,
e tu col capo sempre ingiú declina.
Questa fie la vittoria, e questa è l'arte,
con che si vince sua superbia ardita:
va', ché, se vuoi, potrai da lui aitarte. —
25 Andai, quando la dea ebb'io udita,
come colui che a duello combatte
o per dar morte o per perder la vita.
Quale Davíd incontra a Goliatte,
gigante grande, ed egli era fantino
30 e non avea all'armi le membra atte;
tal pareva io, quando presi il cammino
contra Satán, se non ch'a lui rispetto
ben mille volte er'io piú piccolino.
Quand'io fui presso e contra al suo cospetto,
35 e' s'adirò da che m'ebbe veduto,
e mostrò grande sdegno e gran dispetto.
Io saría morto e del timor caduto,
se non che Palla con voce e con cenni
mi rinfrancava il cor e dava aiuto.
40 Andai piú innanti e insino a lui pervenni,
e del piè il dito, piú ch'un trave grosso,
colle mia braccia avvinchiato gli tenni.
Allora a stizza vieppiú fu commosso,
e le gran braccia stese con grand'ira,
45 e 'nsú tirommi, tenendomi il dosso.
A questo gridò Palla: – A terra mira;
pensa ch'a darti morte egli t'afferra,
e per gittarti a basso insú ti tira.
Fa' come Anteo, e vincerai la guerra,
50 che tante volte le forze francava,
quante toccava la sua madre terra. —
Come colui che se medesmo aggrava,
che tien le membra come fosson morte,
cosí fec'io, quando insú mi levava.
55 Mirabil cosa! Allora i' fui sí forte,
che gli feci abbassare ingiú le braccia,
e giú mi pose con le mani sporte.
Le reni in terra, insú tenea la faccia;
e con ingegno e forza e con li morsi
60 facea com'uom che volentier si slaccia.
Cosí le dita sue da me distorsi,
che m'avean preso; e sí me dilungai,
che cento passi e piú a lunga corsi.
Quando sei spenta, ancor potenzia hai,
65 o gran superbia! Per questo fui preso,
ché d'esto scampo io me ne gloriai.
Chinossi allora, tutto d'ira acceso,
il crudel mostro, e con la man feroce
volea levarmi nell'aer sospeso.
70 Allor gridò la dea ad alta voce:
– Abbassa a terra! – Ed i' a terra mi diede
col ventre e il volto e colle braccia in croce.
Cosí prostrato, entrai di sotto al piede
del gran superbo, col qual chiude il calle,
75 il qual senza battaglia mai concede.
Per questo a terra giú diede le spalle
e nel pian cadde con sí gran fracasso,
che tremar fece tutta quella valle.
Quando vidi caduto Satanasso
80 cosí prostrato, io misi la mia testa
ed intrai su la via per l'arto passo.
Come alli vincitor si fa gran festa,
tal fece a me la scorta onesta e saggia:
poscia si mosse insú veloce e presta.
85 Prese la via per la pendente piaggia
e disse: – Vieni e sempre alla 'nsú sali,
ed alla 'ngiú nullo tuo passo caggia. —
Mentr'io movea alla 'nsú del desio l'ali,
ed io sentii a me gravar le penne
90 da una che dicea: – Vo' che giú cali. —
La mia persona abbracciata mi tenne,
tirandomi alla 'ngiú con tale scossa,
ch'appena ritto il piede mi sostenne.
E del salir sí mi tolse la possa,
95 che, andando insú, io non potea seguire
la scorta, che a guidarmi s'era mossa.
Dietro alla guida insú volea pur gire,
ed ella mi tirava seco ingiue
e suso meco non volea venire.
10 °Cosí insieme luttando amendue,
ella tirando ingiú ed io insú lei,
sí mi stancava, ch'io non potea piue.
– Oimè! – dicea fra me – chi è costei,
che ha le voglie sí lascive e pronte,
105 che vuol menarmi ov'io gir non vorrei? —
La dea salito avea molto del monte,
e, vòlta a me, gridò: – Perché non vieni?
perché ristai? perché quassú non monte?
Cotesta donna, che ti sta alle reni
110 pensa che è muliere, e tu se' viro;
però vergogna t'è, se la sostieni. —
Allor con gran fatica e gran sospiro,
usai mie forze e camminai fin dove
Palla aspettava col suo dolce miro.
115 Sí come sotto il giogo tira il bove
con tutta la sua possa il grosso trave,
che, punto dallo stimolo, si move;
cosí tirai insú la donna grave
dietro a Minerva per quell'arta via
120 contra la forza di sue voglie prave.
E quanto a poco a poco io piú salía,
tanto piú la gravezza venía manco
di quella che me 'ngiú tirava pria.
Alla mia scorta appena era giunto anco,
125 quando di lei nulla sentia fatiga,
e fui leggero e niente era stanco.
– Chi è colei che dá qui tanta briga
– diss'io a Palla, – e fa che l'uom s'arreste
e, giú tirando i passi, altrui intriga?
130 – Parte è in voi angelica e celeste
– rispose quella, – e fa che si cammine
per sua natura a tutte cose oneste.
E questa ha sempre le voglie divine:
della fatica presente non cura,
135 sol che conduca altrui poscia a buon fine.
L'altra è parte brutale, vile e oscura;
e questa guarda al diletto presente
e per buon fin non sostien cosa dura.
Questa è l'ancilla mal obbediente,
140 questa è la mala e repugnante legge
a quella c'ha Dio posta in vostra mente.
Come il signor, che ben sua casa regge,
la fante e la mogliera, ch'è provosa,
battendola e privandola, corregge;
145 cosí costei alla ragion ritrosa
ed arrogante, superba e proterva,
batter conviensi e dargli poca posa:
allor verrá subietta come serva.
CAPITOLO II
Delle cagioni onde viene la superbia, e come ella è vizio principale.
Una giornata inverso l'oriente
salía la strada, ed al merizo è vòlta
poi anche una giornata similmente.
Poi inver' la parte, ove lo sol s'occolta,
5 gira altrettanto a modo che le scale
si fan nel campanile alcuna volta;
poi verso il corno anche altrettanto sale.
Cosí per sette giri insú si monta
al regno glorioso ed immortale.
10 Su questa via quando Palla fu gionta,
mostrò a me quant'ella insú sublima,
piú bella assai che qui 'l dir non racconta.
E questa via, che noi salimmo in prima,
è stretta ed erta e quanto piú su viene,
15 tanto è piú larga e piana inver' la cima.
In mezzo al gir, che ho detto, si contiene
la trista valle, ove sua signoria
co' suoi giganti Satanasso tiene.
Alquanti insú con noi venían per via;
20 ma eran pochi rispetto agli assai
d'un'altra gente, che alla 'ngiú venía.
Insú andando, il viso mio voltai,
e vidi insú levato il gran superbo
ed a seder, come prima, el trovai.
25 Ahi! quanto si mostrava a me acerbo
e quanto egli pareva d'ira pieno,
io nol potrei giammai spiegar con verbo.
Intorno intorno spargeva il veneno;
e i suoi irsuti peli eran serpenti,
30 ch'a lui mordeano il volto, il collo e 'l seno.
Ed ei le labbra si mordea co' denti,
come fa alcun che se medesmo turba;
e con tre bocche soffiava tre venti,
i quali andavan dietro a quella turba
35 che 'ngiú venía, e percotea lor tempie,
come il vento Austro, quando il mar conturba.
Quasi vessica che di vento s'empie,
cosí quel vento infiava le lor teste
e le lor viste dispettose ed empie.
40 Poich'eran fatte assai maggior che ceste,
sí come lucciol spargean le parole
e di quelle fregiavan le lor veste.
E, come nuovo arnese mostrar sòle,
a farsi fama, il nuovo mercatante,
45 quasi invitando chi comperar vòle;
cosí mostravan certe merci sante,
e 'l vento, che dal mostro si deriva,
soffiando, le portava tutte quante.
Io ammirando dissi: – O Palla, o diva,
50 deh, dimmi, che dimostran queste cose?
Che io 'l sappia e che altrui lo scriva.
– Questi tre venti – a me la dea rispose —
sonno il fomento e sonno la cagione,
perché le genti son superbiose.
55 Il primo vento è della nazione,
per la qual molti mostrano eccellenza
e voglion soprastar l'altre persone.
Ma questa loda è sol della semenza,
onde è disceso, ché virtú s'apprezza
60 appo li saggi e vera sapienza.
L'altro vento, che soffia, è la ricchezza
la qual, se megliorasse il possessore
e seco avesse la vera fermezza,
meritarebbe loda ed anco onore;
65 ma, perché le piú volte il buon fa rio,
enfia qui il capo e poco ha di valore.
Se il terzo vento saper hai desio,
è quel che toglie il grazioso dono,
che ne dá la natura ed anche Dio.
70 Benché da sé sia prezioso e buono,
vostre virtudi se ne porta il vento,
quando da Dio conosciute non sono.
– Da che di questo – dissi – m'hai contento,
dimmi, perché 'l superbo è tanto grande,
75 e perché enfia e fregia il vestimento?
– Il ragionar che fai, mentre tu ande
– rispose quella – per questa salita,
mi piace, ed io farò quel che domande.
Superbia è grande, che è la prima ardita
80 contra la mental legge e la divina,
e prima fa che non sia obbedita.
A tutti gli altri vizi ella cammina
e va dinanti e fagli a Dio ribelli
e fa che la sua legge ognun declina:
85 però è maggior tra' vizi falsi e felli.
Or ti dirò, e fa' che tu ben odi,
perché si fregia e gonfia li cervelli.
Superbia puote essere in tre modi,
sí come si dimostra dalla Musa,
90 la qual hai letta e che tu tanto lodi.
Prima è superbia nella mente inchiusa:
questa odia li maggior, questa presume
pomposa, ingrata ed obbedir recusa.
Ed a' difetti suoi non vede lume
95 e pon mente agli altrui ed è perversa,
iniuriosa e con altier costume,
con suoi equali, con li qual conversa,
discorde ed arrogante; e lor dispregia
ed onteggiando li minori avversa.
100 L'altra è in bocca, quando ella si pregia,
vantando con parole e con iattanza,
che son le lucciol, delle qual si fregia.
L'altra è ne' fatti a dimostrar che avanza;
ed alcun questo mostra in santitade,
105 come gl'ipocriti hanno per usanza.
Nella scienza alcuno o in beltade
mostra eccellenza, e chi in adorno manto,
chi ne' conviti o in altra vanitade.
E questo vizio or è cresciuto tanto,
110 che nella mensa e nel vestir non puote,
piú che 'l vassallo, il signor darsi vanto.
Ora superbia fa le borse vòte
all'avarizia, e Venere e la gola,
ne' servi, in ornamenti e nelle dote.
115 Cesar, del qual cotanta fama vola,
prodigo fu chiamato nel convito,
perché die' piú ch'una vivanda sola.
Ora la vanitá, non l'appetito,
e la superbia gran vivande chiede
120 e 'l banco d'oro e d'argento fornito.
Ed ha Mercurio, Orfeo e Ganimede,
che serva e suoni e che quell'altro mesca
innanti a Iove, mentre a mensa siede.
O farisei, il mio dir non v'incresca,
125 ché non vi tocca e non vi s'apparecchia
con sumpti e fasti il letto ed anche l'ésca.
Il mondo, che nel vostro far si specchia,
per vostro esemplo lassa questo vizio,
sí che la lunga usanza non s'invecchia.
130 A questo diede esemplo il buon Fabrizio,
che moderava giá 'l triunfo a Roma,
e Scipion scusoe quasi ogni offizio.
Ora messere e maestro si noma,
sol che tre fave egli abbia nel tamburo,
135 che risuonin parole a soma a soma. —
Ben mille poi trovai nel cammin duro,
ch'avíen del viso infiata sí la pelle,
che ciascun occhio in lor facea oscuro.
Io dissi ad uno: – I' prego che favelle,
140 e di' chi fusti e perché tu non vedi
la terra e 'l cielo e l'altre cose belle. —
Rispose: – Se del nome mi richiedi,
detto fui Alardo e fui 'n Parigi artista
e tanto a vanitá ivi mi diedi,
145 ch'io curai solo a parer buon sofista;
e cosí fen quest'altri, che stan meco:
però a ciascuno è qui tolta la vista,
ché 'n sapienza ognun fu vano e cieco. —
CAPITOLO III
Dichiaransi gli effetti della superbia.
Il vento, quale spira Satanasso,
gonfia le teste e poscia in alto mena
e poi da alto fa cadere a basso.
Sí come il vento fa la vela piena,
5 io vidi fare a tre la testa grossa
ed ire in alto e poi cader con pena.
E nel cadere ebbon sí gran percossa,
che Simon mago non die' tal crepaccio,
quand'egli si fiaccò il cervello e l'ossa.
10 – Io, che cosí caduto in terra giaccio
– disse un di lor, – son quel superbo Sesto,
che a Lucrezia diede tanto impaccio,
quand'io gli maculai il letto onesto;
onde caddi io e 'l mio padre Tarquino
15 per tanta offesa e per cotanto incesto.
E l'altro qui caduto a capo chino
chiamato fu Nabucodonosorre,
che a sé attribuí l'onor divino.
Il terzo è quel che fece la gran torre
20 giá di Babel e chiamato Nembrotte,
che volle contra Dio rimedio porre.
E cento volte noi tra 'l dí e la notte
innalza il vento, che 'n testa percuote;
e poi cadiam con l'ossa fiacche e rotte.
25 Qui anche sta il novello nipote
e 'l sesto prete grande, a cui del regno
gonfia anche il vento la testa e le gote.
E quand'è divenuto grosso e pregno,
cade da alto e gran fiacco riceve,
30 sí come noi e sí com'egli è degno.
In lui apparve ben quant'egli è grieve
la signoria e dispettosa e dura
d'alcun villan, che da basso si lieve. —
Tanto i' avea preso, andando, dell'altura,
35 che vidi aver Satán, quand'io mi volse,
la faccia sua ver' noi a derittura.
Allor soffiò, e quel vento mi colse
e nella fronte sí forte percosse,
che ogni forza di salir mi tolse.
40 Io sería in giú tornato, se non fosse
che gridò Palla: – Giú 'n terra ti poni,
se vuoi che 'l vento il capo non t'ingrosse. —
Però mi posi in terra in ginocchioni,
il petto e 'l viso umiliai di botto,
45 e cosí insú mi mossi in groppoloni.
Quando la dea mi vide esser condotto
in tanta altura, ch'ella vide stare
il gran Satán ai nostri piedi sotto,
su ritto ed erto mi fece levare.
50 Allor d'un dubbio, ch'io avea concetto,
cosí lei cominciai a domandare:
– Come poteo il mostro maladetto
desiderar a Dio esser equale,
ch'esser non puote e nol cape intelletto?
55 Ché 'l desiderio sempre move l'ale
dietro all'obietto dalla mente appreso,
e questo nulla mente apprender vale. —
La dea rispose, quando m'ebbe inteso:
– In due superbie offese il Creatore
60 il rio Satán, e quelle io t'appaleso.
Se, sol per sua bontá, alcun signore
levasse un servo giú da basso limo
e ponessel in stato e grande onore,
ed ei dicesse fra se stesso: – Io stimo
65 meritar piú che quel che m'ha donato,
per mia bontá, ed esser piú sublimo; —
costui sería superbo e sería ingrato.
In questo modo enfiò Satan le ciglia
contra colui che allor l'avea creato.
70 E da che 'l servo in possa s'assomiglia
al suo signor, quant'egli, al parer mio,
piú di dominio e d'eccellenzia piglia;
cosí fec'egli, che innalzò il disio
ad aver possa a far quelle due cose,
75 le qua' solo a sé serba il sommo Dio,
cioè creare e le cose nascose
saper, che sonno occulte nel futuro:
per questo il gran superbo a Dio s'oppose.
Alla tua mente omai non è oscuro
80 come il vil verme volle assomigliarse
al primo Ben supremo, eterno e puro.
Dunque superbia prima è reputarse
d'aver il ben da sé e ch'a lui vegna
per sua bontá o per suo ben guidarse.
85 E cresce poi che si reputa degna
di maggior fatti: allor presume e pensa
com'ella a' suoi maggiori equal pervegna.
Per questo poi incorre in piú offensa;
c'ha invidia a' grandi ingrata e sconoscente
90 del don, che 'l suo maggiore a lei dispensa.
Anche non è a lor obbediente,
ché li dispregia e non cura lor legge;
e questo di piú male è poi semente,
ch'ella s'adira, s'altri la corregge,
95 e sta proterva e 'l peccato difende,
odia chi l'ammonisce e chi la regge.
Per questo poi in altro mal descende,
ché non medica il male, il ben non ode;
cosí mai a sanitá atta si rende.
100 E, perché è pomposa, ama le lode;
sí come il foco s'avviva da' venti,
cosí se ne esalta ella e se ne gode.
Di mille vizi da lei discendenti
comprender pòi che nascon d'esto seme,
105 se nella mente tua ben argumenti.
Perché la gente ben vivesse inseme,
fe' Dio la fede e fe' le parentele;
e la superbia l'una e l'altra oppreme,
ch'ella, a chi la fa grande, è infedele,
110 fa parte tra compagni e lor divide,
e ne' coniunti è spietata e crudele.
Romul per questo il suo fratello uccide:
nullo mai grande un altro grande appresso
senz'odio o invidia vederá, né vide.
115 Il dispiatato sangue, il grande eccesso
delli fratelli qui non si ricorda,
da che tra li maggiori avviene spesso.
Se ben la citra, Italia, non s'accorda
della tua gente, or pensa la cagione,
120 la qual fa in te discordante ogni corda.
Sostenne giá Pompeo e Scipione
star nella barca e non guidare il temo
e star nel campo sotto altrui bastone.
Ma nelle barche tue esser supremo
125 vuol ciascheduno ed esser soprastante
chi servir deggia nel vogar del remo.
Per questo le tue membra tutte quante
han odio insieme, e per questo è mestiero
che 'l capo signoreggino le piante.
130 Per questo il grande teme e regge altèro,
e quello che sta a basso, nel cor porta
quel che superbia figlia nel pensiero.
Indi diventa la iustizia morta
nel mal punire e nel premiare il bene:
135 però la nave tua va cosí torta.
O dea Iunon, perché tarda e non viene
tra cotal gente un Lico crudo e diro,
da che politico ordin non sostiene?
Perché non regge tra li serpi un tiro?
140 perché non regge nelle selve un ranno,
che gli arbori consumi a giro a giro?
L'altre province sotto un capo stanno;
ma per le parti tue e per le sètte,
piú che nell'idra in te capi si fanno,
145 ch'un ne rammorti, e rinasconne sette.
Ma un verrá, che convien che ti dome,
e che le genti tue tenga subbiette:
e tiro e ranno sia in fatti e nome. —
CAPITOLO IV
Ove trattasi del vizio dell'invidia e della sua natura.
Condutti avea giá Febo li cavalli
alla pastura sotto l'Oceáno
e giá mostrava i crin vermigli e gialli,
quando Palla mi die' lo scudo in mano,
5 dicendo: – Questo la notte fa luce
e 'l corpo opaco fa parer diafáno. —
Poi l'altra piaggia salse la mia duce;
e lí trovai una gran porta aperta,
che al vizio dell'Invidia ci conduce.
10 Forse tre miglia avea salita l'erta,
quando la vidi star nella sua corte
inordinata, confusa e diserta.
Era giganta e con le guance smorte,
con molte lingue ed ognuna puntuta,
15 e suoi capelli eran di serpi attorte.
Non fu saetta mai cotanto acuta,
quant'ella in ogni lingua avea un coltello;
e tossico parea quel ch'ella sputa.
Duo ner diavoli avea dentro al cervello;
20 e, benché 'l corpo e 'l capo avesse opaco,
col bello scudo io vedea dentro ad ello.
Nel core un vermicello e piú giú un draco
vidi, ch'aveva dentro alle 'ntestina,
e avea la coda aguzza piú ch'un aco.
25 La pelle umana avea e serpentina,
unita una con l'altra e inseme mista,
e di cigno li piè, con che cammina.
Sempre pallida sta e sempre trista;
ma, quando vede il male over che l'ode,
30 alquanto ride e rallegra la vista.
Di vipera è la carne ch'ella rode;
e ben è ver che mangia carne umana;
ma solo quando pute, gli fa prode.
Però la carne, ch'è pulita e sana,
35 prima la imbrutta, corrompe e disquarcia,
e, quando pute, nel ventre la 'ntana.
E come mosca è avida alla marcia,
cosí è ella ghiotta di bruttura:
di questo il ventre e la bocca rinfarcia.
40 Quando a sí brutta cosa io ponea cura,
gli uscí un dimon di bocca quatto quatto
e tra le genti andò come chi fura.
E del venen, che di lei avea tratto,
mise all'orecchie a quelli e parol disse;
45 e poi, ov'era pria, ritornò ratto.
Parve che quel venen al cor corrisse;
come licor che per condotto vada,
mi parve che alle man poi riuscisse.
Nel core un drago, ed in man si fe' spada
50 puntuta quant'un ago e sí tagliente,
quanto rasoio suttilmente rada.
Il drago, che nel cor occultamente
era rinchiuso, le man furiose
fece ad ognun de tutta quella gente.
55 Io vidi poi molt'anime ulcerose,
piene di schianze siccome il mendíco,
che alla porta del ricco invan si pose.
In questo uscí, 'n men tempo ch'io non dico,
l'altro diavolo come un traditore,
60 che nuocer vuole, mostrandosi amico.
Trasse l'Invidia allor tre lingue fòre
sí lunghe, che un'asta all'altra posta,
al mio parer, non sarebbe maggiore.
Ed alla gente, che gli stava a costa,
65 mostrava quelle schianze ovver la rogna,
con tre gran lingue scoprendo ogni crosta.
E, come fa il ghiotton che si vergogna,
che mira qua e lá, perché suspetta
ch'altri a sua ghiottonia mente non pogna;
70 cosí facea la belva maladetta,
che ritirò le tre lingue nefande,
quando quel che percote se n'addetta.
Oh, detestanda bocca, a cui vivande
son maculare il bene e farlo poco,
75 e palesare il male e farlo grande!
Poi vidi con tempesta e con gran foco
uscir di fuor di lei il gran dragone
ed assalir la gente di quel loco.
E, come in Colco fece giá Iasone,
80 cosí un dimonio a lui li denti trasse,
grandi e puntuti quanto uno spuntone.
E 'n terra arò, perché li seminasse.
Nacqueno allor del maladetto seme,
come che pianta a poco a poco fasse,
85 uomini armati ed uccisersi inseme;
e tanto sangue fu in quel loco sparto,
ch'ancor, pensando, la mia mente teme.
Allora il verme, ch'era il mostro quarto,
gli rose il core, ond'ella si ritorse
90 come la donna, quando è presso al parto.
E, poiché dentro al petto egli a lei morse,
diventò grande e fessi un basalisco,
e sú sin alla bocca li trascorse.
Ancor dentro nel cor ne contremisco,
95 pensando ch'egli uccide chiunque sguarda:
però vedi, lettor, s'io stetti a risco.
Non fe' sí gran tempesta mai bombarda,
quanto fec'egli, quando fuor uscío,
venendo a me con la crista gagliarda.
100 Ma, quando vide sé in lo scudo mio,
perché lo sguardo suo è che uccide,
lí si specchiò e subito morío.
Quando l'Invidia morto il figliol vide,
le man si morse con sospiri e pianto,
105 con gran singolti, voci ed alte gride.
Allor inver' di lei mi feci alquanto,
dicendo: – O brutta e maladetta fèra,
o crudeltá, che 'l mondo guasti tanto,
nel bel giardin di sempre primavera
110 tu da primaio insidiosa intrasti
con falsitá e con bugiarda céra;
i primi nostri, vergognosi e casti,
servi facesti di concupiscenza;
e i gran doni di Dio però fûr guasti.
115 Non ti ritenne poi l'alta innocenza
del iusto Abel, ch'era il primaio buono,
nato nel mondo d'umana semenza.
Né che 'n quel punto egli facea il dono
d'offerta a Dio: allora piú feroce
120 tu l'uccidesti senza alcun perdono;
per che gridoe la terra ad alta voce
per lo sangue innocente; e cosí fece
per l'altro, il qual tu occidesti in croce.
Le man fraterne armasti nella nece
125 del bel Iosef, ed a ciò consentire
facesti i suoi fratelli tutti e diece.
Non avesti piatá del gran martíre
dell'etá puerile e del lamento
del vecchio padre, che volea morire,
130 quando del figlio vide il vestimento
tinto di sangue; e tu, o fèra cruda,
stavi ridente e col volto contento.
Ahi, belva trista e d'ogni piatá nuda!
A te Pilato, sol per saziarte,
135 dimostrò il Re giá tradito da Iuda,
tinto di sangue e con le vene sparte.
Per recarti a piatá, disse: – Ecco l'Uomo
fragellato nel corpo e in ogni parte. —
Ma tu, crudele, allora festi como
140 cane alla preda, che l'ira il trafigge,
o come l'orso, quando vede il pomo;
ché allor gridasti: – Tolle, crucifigge; —
e niente ti mosse, o dispiatata,
in tanta maiestá l'umile effigge.
145 Superbia è la tua madre, onde se' nata;
e 'l timor vile è quel che ti notríca,
ed anco è 'l padre, dal qual se' creata.
Però d'ogni virtú tu se' nemica,
mentre vuoi esser tu la piú eccellente
150 e che di te meglio d'altri si dica.
Odio tu porti a quel ch'è piú splendente,
s'e' tua virtú ecclissa o falla meno
come il lume maggior il men lucente.
Allor nel core ti nasce il veneno
155 inver' di quello, e cerchi che s'estingua
quello splendor ch'è piú del tuo sereno.
E col rancor del core e colla lingua
giammai non posi e colli denti stracci
la carne umana marcia che t'impingua,
160 insidiando con occulti lacci. —
CAPITOLO V
Di tre spezie d'Invidia e di Cerbero, dal quale l'autore fu assalito.
Mentr'io dicea, ed ella strignea i denti
irata verso me ed era morsa
da' suoi capelli, ch'erano serpenti.
E giá Minerva avea la via trascorsa,
5 al mio parer, un gittar di balestro,
ond'io per giunger lei mi mossi a corsa.
Però partimmi e pel cammin alpestro
sí ratto andai, ch'io fui appresso a lei
come scolar che va dietro al maestro.
10 Ed ella a me: – Li figli, che li piei
seguitan d'esta belva e 'l suo calcagno,
se vuoi sapere, or nota i detti miei.
Sappi che, quando alcun, sol per guadagno
o altro bene, d'invidia s'accende
15 contra il vicino artista ovver compagno,
questo ha alcuna scusa, s'egli offende;
ché sempre alla cagion, che 'l bene scema,
alcuna invidia ovver rancor si stende.
Ma, se la volontá la gran postema
20 ha dell'invidia senza essere lesa,
e senza pro e senza alcuna téma,
cotale invidia non può aver difesa;
ché sol malizia ha quel rancor commosso
senza esser adontata ovver offesa:
25 sí come il can che non può roder l'osso,
che, quando vede ch'altro cane il rode,
con impeto, abbaiando, gli va addosso.
E questo non fa ei che gli sia prode;
ma sol malizia el fa esser nemico,
30 talché si duol di quel ch'altri si gode.
Cotal invidia il vizioso antico,
sí come è scritto, alli giovani porta,
in quel che senza posa egli è inico.
La terza invidia, che chiude ogni porta
35 della piatá nell'uomo e che è segno
ch'ogni luce mentale in lui sia morta,
è quella c'ha il cor tanto malegno,
che del dono, che dá Dio ovver natura,
concepisce odio ed anche n'ha disdegno
40 ché, quando è bona alcuna creatura
e pò far pro ed offesa non reca,
nulla scusa ha colui che gli ha rancura.
Dunque sola malizia è che l'acceca
e move a invidia; e tal colpa di rado
45 riceve grazia della sua botteca. —
Cosí Minerva a me di grado in grado
li membri dell'invidia mi descrisse
e quel ch'è piú difforme dal men lado.
E piú detto averebbe; ma s'affisse,
50 perché trovammo in terra una catena
maggior che da Vulcan giammai uscisse;
la qual era sí grande, che appena
l'averebbon portata due cameli,
se l'avesseno avuta in su la schiena.
55 – Cerbero, che ha a serpenti tutti i peli
– disse a me Palla, – d'esta fu legato
nelle tre gole, c'ha tanto crudeli,
quand'egli dal fort'Ercol fu menato
nel mondo su, come menar si sòle
60 un fero toro a forza e suo mal grato.
Giunto che fu presso ove luce il sole,
perché negli occhi il raggio gli percosse,
forte latrò con tutte e tre le gole.
E con tal forza addietro ingiú si mosse,
65 che avería tratto seco il forte Alcide
inver' l'inferno, credo, se non fosse
ch'egli sguardò le braccia ardite e fide
del buon Teseo, ed egli li sobvenne,
quando alla 'ngiú cosí calar lo vide.
7 °Cerber, tirato, su nel mondo venne,
forte latrando con tutti e tre i musi,
perché la mazza d'Ercole sostenne.
Poi che fu su, tenne gli occhi suoi chiusi
ché sempre il raggio lucido è noioso
75 agli occhi infermi ed alle tenebre usi.
Quando morí il grand'Ercol virtuoso,
ché la camicia la vita li tolse,
tinta del sangue che era venenoso,
quel can malvagio allora si disciolse,
80 ché colli denti esta catena rose;
e libero fuggí dovunque vòlse.
L'Invidia allor quiritta questa pose
in questo loco, ch'a lei è subietto;
ed halla qui tra l'altre infernal cose. —
85 Minerva appena a me questo avea detto,
ch'io cominciai udire il trino abbaio
di Cerber, cane orrendo e maladetto.
E come un gran rumor, che da primaio
confuso pare e, quanto s'avvicina,
90 tanto egli par piú vero ed anco maio,
cosí facea del can la gran ruina.
E po' el vidi venir con tre gran bocche,
correndo giú per quella piaggia china.
– Guarda – disse la dea, – che non ti tocche;
95 ché, s'e' la bava addosso altrui attacca,
mestier non è che mai piú cibo imbocche. —
Le fiere gole, con che 'l cibo insacca,
quando latrava, parean tre gran tane,
vermiglie come sangue e come lacca.
100 Minerva avea il mele ed avea il pane;
e fenne un misto ed al mostro gittollo:
allor tacette quel rabbioso cane
e, per piú averne, ratto stese il collo
e ventiloe la coda ed alzò 'l mento
105 come il mastin, quando non è satollo.
Mentr'egli, per piú averne, stava attento,
la dea accennò ch'io prendessi la via;
ond'io quatto su andai a passo lento.
Quando Cerber s'avvide ch'io fuggía,
110 mi risguardò e poi scosse la testa
e con tre gole borbottò in pria.
Poscia corse ver' me con gran tempesta,
come alla preda affamato lione,
quando adirato sta nella foresta.
115 – Fa', fa' che ratto a lui lo scudo oppone
– gridò Minerva, – se non vuoi morire,
ov'è scolpito l'orribil Gorgone. —
Il gran periglio dá maggior ardire,
se non dispera; ed io lo scudo opposi,
120 quando su contra me il vidi venire.
Egli lo morse coi denti rabbiosi;
poi li ritrasse a sé, perché s'avvide
che al cristallo non eran noiosi.
Allor gridai: – O Palla, che mi guide,
125 perché tu a questa volta m'hai lasciato?
perché tu a me medesmo sol mi fide? —
Per questo corse e posemise a lato,
dicendo a me: – Perché 'l timor t'assale,
da che natura ed io t'abbiamo armato?
130 Per questa piaggia, per la qual tu sale,
se tu non lassi l'arme da te stesso,
nulla nuocerti può over far male. —
Quando questo dicea, ed ivi appresso
in terra vidi guasto un corpo umano,
135 mezzo corroso e con lo petto fesso.
Ed era senza piedi e senza mano
sí come un corpo ch'a' lupi rimagna,
e brutto e lacerato a brano a brano.
Di simil corpi, lí 'n quella campagna,
140 cosí disfatti, n'era un grand'acervo,
il qual mi demostrò la mia compagna.
Quel primo, ch'io trovai, disse: – Io fui servo
giá d'Atteon e fui 'l primo che 'l morsi,
quando mi parve trasmutato in cervo.
145 Ma poi, quando fui qui, ed io m'accorsi
ch'io fui il cane e ch'egli era uomo vero;
ma per la 'nvidia l'intelletto torsi.
E noi, che stiamo in questo cimitero,
siam cosí rosi, ché rodemmo altrui
150 con lingua e fatti e dentro nel pensiero.
Quel grande invidioso è qui tra nui,
che volle a sé che un occhio si traesse,
perché al compagno sen traesson dui:
ed anco ha doglia, quando 'l ben vedesse. —
CAPITOLO VI
Dichiarasi come l'invidia si oppone alla virtú.
Mentr'io admirando stava stupefatto,
vidi quegli uomin guasti rifar sani
e nelli membri interi ed in ogni atto.
E poi vidi venir ben mille cani,
5 latrando contra loro inseme in frotta,
mordaci e grandi piú che cani alani.
Come in la mandra fa la lupa ghiotta,
che morde e guasta ed anco uccide e strozza;
cosí facean quei can di quegli allotta.
10 Quale rimane ai lupi alcuna rozza,
cosí li vidi rosi, e sí rimasi
e cogli occhi cavati e lingua mozza,
e senza mani e piedi e senza nasi,
e sviscerati e le budella sparte,
15 e col cor dentro roso e petti spasi.
Io vidi un, ch'era guasto in ogni parte;
al qual io dissi: – Prego che mi dichi
chi fusti, e vogli a me appalesarte.
– Io fui al tempo de' romani antichi
20 – rispose quello, – che Roma a ragione
visse in virtú e cogli atti pudichi.
Fui con molt'altri contra Scipione:
ah, invidia, nemica di virtude!
ah, invidia, ch'a bontá sempre t'oppone!
25 Non valse a lui mostrar le membra nude
pien di ferite in ragion delle spese,
che richiesono a lui le lingue crude.
Non valse a lui mostrar che ne difese;
e che, s'egli non fosse, dir non valse,
30 sarian le roman case state incese;
ché, quando per virtú in gloria salse,
allor l'Invidia, per tirarlo a basso,
contro lui mosse mille lingue false.
Ond'egli fuor di Roma mosse il passo,
35 dicendo: – O madre ingrata al figliol pio,
o patria invidiosa, ora ti lasso:
tu non possederai il corpo mio.
Ed io, che parlo, fu' il primo tra quelli,
ché invidia contro lui mi fe' sí rio.
40 Però son posto qui alli fragelli,
che tu hai visti, e invidia ne tormenta
in quello che ne fe' malvagi e felli.
Iustizia fa ch'ognun di noi diventa
san nelli membri, e cosí fa rifarne
45 almen nel mese delle volte trenta.
E, come noi mangiammo l'altrui carne
sí come cani, e cosí per vendetta
da invidiosi can fa divorarne. —
E giá la dea insú n'andava in fretta,
50 ond'io partimmi e non gli fei risposta;
e, mentr'io andava per la strada incerta,
trova' una fossa occulta in la via posta,
e senza voglia mia il piè vi posi,
e caddi in terra alla sinistra costa.
55 Subito mille cani, ivi nascosi,
vennon contro di me con grandi gridi
e colli denti di cani rabbiosi.
Ahi, quanto io ammirai, quando li vidi!
Ed anco ebbi timor di lor concorso,
60 quando disseno: – Preso è; uccidi, uccidi! —
Sí come il can quando è percosso e morso,
ch'ogni altro can gli abbaia e fagli guerra,
quando grida per doglia o per soccorso,
cosí la Invidia fa, quand'altri è 'n terra;
65 e quando vede alcun condutto al laccio,
manifesta il venen che dentro serra.
Io m'ingegnai di terra levar 'vaccio.
Mirabil cosa! Quand'io fui levato,
ognun fuggío e nessun mi die' impaccio.
70 E giá, salendo, io era tanto andato,
che giunsi all'altra spiaggia inver' ponente,
ove Avarizia tiene el principato.
Ivi trovai fuggire una gran gente,
con sí gran furia, che l'un dava inciampo
75 nell'altro per fuggir velocemente.
Sí come quando in rotta è messo un campo,
che par ch'ognun disperso si dilegue
tra spini e fiumi e monti in loro scampo,
e con la spada il vincitor li segue,
80 forte correndo, e spesso avvien ch'un solo
mille giá messi in fuga ne persegue;
cosí fuggendo andava quello stuolo,
tra 'l qual conobbi Bencio da Fiorenza,
che fu di Giorgio Benci giá figliuolo.
85 Io dissi a lui: – Un poco sussistenza
prego che facci e che di dir ti piaccia
perché fuggite voi, per qual temenza. —
Rispose, andando e voltando la faccia:
– Donna sta qui, per cui fuggiam sí forte:
90 ella col suo timor ne mette in caccia.
In questa piaggia tien la brutta corte
ed è chiamata trista Povertade,
spiacente tanto, ch'appena è piú Morte.
Per mezzo delle spine e delle spade
95 noi la fuggiamo per ogni periglio,
per mezzo a' fiumi e per l'aspre contrade. —
Allor per veder quella alzai il ciglio
e dalla lunga vidi quella vecchia,
ch'è ostetrice prima ad ogni figlio.
100 Avea i peli canuti ad ogni orecchia;
è dispiacente sí, che a lei appena
la Morte in displicenzia s'apparecchia.
Malanconia e fame seco mena;
e per suoi damigelli avea gaglioffi;
105 e di miseria la sua corte è piena.
E barattieri ha seco e brulli e loffi
e quelli a cui non fa bisogno punga,
e nudi che sospiran con gran soffi.
Per questo van fuggendo tanto a lunga,
110 e la fatica mai non li fa stanchi:
tanto han timor che costei non li giunga.
Il loco, ove fuggíano, io mirai anchi
e vidi l'altra corte, dove vanno,
ove lor pare alquanto esser piú franchi.
115 Lí stava una regina in alto scanno
ed era grande in forma gigantea,
e vestita era d'oro e non di panno.
E, benché fosse adorna come dea,
nientemeno avea volto lupardo
120 e la sua vista traditrice e rea.
Mentr' i' a vederla ben drizzai lo sguardo,
io vidi cosa, ch'il creder vien meno;
ma io 'l dirò, e non sarò bugiardo.
Vidi che della poppa del suo seno
125 lattava e nutricava un piccol drago;
ma ben parea a me pien di veneno.
Mentre el suggea desideroso e vago,
da quel, ch'egli era pria, si fe' piú grande
che un grosso trave rispetto d'un ago.
130 Allor richiede aver maggior vivande,
ché tutto il latte, che la madre stilla,
non basta al grande iato, ch'egli spande.
Però, affamato, prende la mammilla
e cava il sangue, e quel convien che suchi;
135 e, perché è poco, il venen disfavilla.
– Convien che ad altra preda ti conduchi
– disse colei: – o figlio, io non ti basto,
da che hai piú fame quanto piú manduchi. —
Allora il drago, per aver il pasto,
140 tra quelle genti rapace si mosse,
come fa il lupo tra le mandre el guasto.
E, non sguardando qualunque si fosse,
or questo or quel divora e 'l sangue beve
colli suoi denti e coll'ultime posse.
145 E, s'egli cresce al pasto che riceve,
e quanto cresce, tanto ha piú appetito,
convien ch'ogni gran cibo a lui sia breve.
Vidi poi il drago crudele ed ardito
venir ver' me con sí grande tempesta,
150 che di paura io sarei tramortito,
non fusse che Minerva presta presta
a me soccorse, e tra lui e me si mise,
e, quando venne, gli tagliò la testa.
Mirabil cosa! Sette ne rimise,
155 e tutte e sette quelle teste nuove
anco la dea gli tagliò e ricise.
Nacquene in lui ancor quarantanove;
e fu quell'idra, giá morta da Alcide,
quando nel mondo fece le gran prove.
160 Quando dea Palla di questo s'avvide,
che ogni capo ne rimette sette,
quantunque volte la spada il ricide,
non con quell'arme piú gli resistette,
ma disse a me: – Qui è bisogno il foco:
165 quest'è quell'arme ch'a morte lo mette. —
Descender vidi allora su 'n quel loco
una gran fiamma, e quel serpente estinse
e féllo come pria diventar poco.
In questo modo la mia scorta el vinse.
CAPITOLO VII
Ove trattasi del vizio dell'avarizia.
Io stava ancora a quel dragone attento,
a cui, mangiando, fame cresce tanto,
quanto a sei cifre crescerebbe un cento,
quando la dea mi disse: – Or mira alquanto
5 a quella lupa cruda, che ha la 'nvoglia
sí preziosa e sí adorno il manto.
Ben converrá che, quando ella si spoglia,
la sua bruttura ed i figliol dimostri,
che parturisce sua bramosa voglia. —
10 Allor mirai e vidi cinque mostri,
quand'ella si spogliò il bel mantello,
ch'avean diversi volti e vari rostri.
Il primo avea il viso umano e bello;
e quanto piú venía verso la coda,
15 tanto era serpentino e rio e fello.
Minerva disse a me: – Quella è la Froda,
che guastò il vero amore e vera fede,
che fa temer che l'un l'altro non proda.
Quell'altro mostro, che dietro procede,
20 che ha faccia umana e lingua tripartita
e che trascina il petto e non sta in piede,
è quella biscia maladetta ardita,
che nacque prima del drago crudele,
che diede morte, promettendo vita.
25 Il terzo mostro, che ha in bocca il mèle
e porta nella man la spada nuda
nascosa dietro, sol perché la cele,
è quel dimon, ch'entrò nel cor di Giuda,
quando col bascio il gran Signor tradío
30 per l'appetito della lupa cruda.
Il quarto mostro, piú malvagio e rio,
è quel che 'l secol d'oro e l'etá lieta
conturbò prima con dir «tuo» e «mio».
E 'l coltel sanguinoso e la moneta
35 vedi che porta, ed è pien di veneno,
fiero e rapace senza nulla pietá. —
Poi tanti mostri parturío del seno
e tanto brutti la bramosa lupa,
ch'a numerargli ognun ne verría meno.
40 – Ella è nel ventre tanto grande e cupa
– disse Minerva, – e mena a tanti lacci,
ch'ogni intelletto grande e legge occúpa.
Perché nel fundamento ben lo sacci,
attendi ch'avarizia è voglia accesa
45 di conservar o ch'acquistar procacci.
Se ad acquistar questa voglia fa impresa,
sta in faticosa cura e sempre in moto
e sempre al pasto con la mente attesa;
ché sempremai 'l voler, quand'è rimoto
50 da quel ch'egli desia, si move e corre,
insin ch'è pien, se gli par esser vòto.
E, perch'empier non puossi e fame tôrre
giammai l'avaro e bramoso appetito,
salvo al desio non voglia termin porre,
55 per questo avvien che quanto piú è ito
oltra, acquistando, tanto s'affatica:
però tal cura cresce in infinito.
E quanto vien piú verso l'etá antica,
tanto piú cresce e per amor del pasto
60 ogni altro amor disprezza ed inimica.
Quinci escon i gran mal, che 'l mondo han guasto;
ché, quando questa brama non s'affrena,
sforzando, ruba altrui con onte ed asto
Questa è che al furto ed alle forche mena
65 e fa l'usura e barattier ricetta;
questa è d'inganni e di menzogne piena.
Questa fa che 'l figliol la morte aspetta
del vivo padre, e, per esser ereda,
spesse fiate a lui la morte affretta.
70 Questa è che assassina, uccide e preda,
dispregia Dio, all'uom è traditrice,
e meretrica ed in molt'atti è feda.
Questa è 'l mal seme e questa è la radice
d'ogni altro mal; ché di lei uscir puote
75 ogni altro vizio, sí come si dice.
L'altra avarizia ancor, se tu ben note,
è voglia accesa a conservare in arca;
e questa fa cadere in molte mote.
Questa è troppo tenace e troppo parca;
80 ed è senza piatá e non sobviene,
se il bisognoso chiede o si rammarca.
Deh, dimmi, avar, che giovan l'arche piene,
se l'Avarizia sí ti tien la mano,
che a te, né ad altri non ne puoi far bene?
85 E forse lasserai erede estrano,
che non vorresti, e forse sará alcuno,
che dir potrai: – Ho conservato invano. —
Or non sai tu ch'ogni ben è comuno
nel gran bisogno e che nell'ampia mensa
90 parte ci ha 'l nudo povero e digiuno?
Ma ciò ch'avanza o che mal si dispensa,
il bisognoso può dir che gli è tolto
e la indigenza iniustamente offensa. —
Quando tutto il processo ebbi raccolto,
95 i' dissi a lei: – Non ho bene compreso
un detto, che 'l pensier mi grava molto.
Tu di' che la Menzogna, s'io l'ho inteso,
è figlia della lupa iniqua e ria,
che dopo il pasto ha piú 'l disio acceso.
100 Or come è questo, dacché nacque in pria
del petto invidioso del serpente,
ch'è menzonaio e padre di bugia? —
Ed ella a me: – Non è inconveniente
ch'un atto rio di piú radici nasca,
105 com'io ti mostrerò apertamente.
Tu sai che fura alcun, perché si pasca;
ed alcun fura per la voglia sola,
che ha d'esser ricco, e per mettere in tasca.
Tu vedi ben che l'uno e l'altro imbola,
110 ed un di questi da avarizia è mosso,
e l'altro el move il vizio della gola.
Perché tal dubbio sia da te rimosso,
dirò dove virtú e 'l mal si fonda;
e chiaro tel dirò quantunque posso.
115 Non vien dal fior, né anco dalla fronda,
s'egli è amaro e vizioso il frutto,
ma da la raica e 'l ramo, onde seconda.
E cosí l'atto, s'egli è bello o brutto;
e, s'egli ha 'n sé bontá ovver malizia,
120 vien dalla volontá, ond'è produtto;
ché 'l voler, intendendo, el fine inizia
e sa 'l perché e 'l modo, e l'ordin guida;
ed ella fa il fin buono ed anche 'l vizia.
Onde, se alcun per bene un uomo uccida,
125 servando l'ordin iusto, cotal atto
non faría lui colpevole omicida.
Il tempo è poco: omai andiam piú ratto. —
Ond'io mi mossi; e forse eravamo iti
quant'un grosso balestro avesse tratto,
130 ch'io risguardai agli oppositi liti
e vidi il mostro opposito e distante
a la lupa rapace e suo' appetiti.
Le mani avea forate tutte quante,
i piedi avea di gallo e la gran cresta,
135 e d'uomo il volto e tutto altro sembiante.
Genti eran seco, che facean gran festa;
ed egli stava in mezzo grasso e croio;
poi si spogliò e donò a lor la vesta.
Poi, poco stando, ed ei prese un rasoio
140 e scorticossi, e poi le ven si punse;
e donò a quelle genti il proprio cuoio
e poscia il sangue, che da sé desmunse.
Alfin e' diventò come Eco trista,
ch'ancor risponde e d'amor si consunse.
145 La dea a me: – L'immago, che hai vista,
del prodigo è, c'ha suoi atti contrari
a quella lupa, che bramando acquista.
Egli non cura robba, né denari;
dissipa e fonde e li suoi ben ruina.
150 Quest'altra aduna e tien con modi avari.
Il liberal per mezzo a lor cammina:
cosí ogni virtú giammai non erra,
s'ella alle parti estreme non declina.
Da un lato l'avaro a lei fa guerra,
155 amando troppo l'oro e per eccesso;
dall'altro quel che mai la borsa serra:
ché la pecunia e l'altro ben, concesso
all'uso umano, egli ama tanto poco,
che non mira ond'è e quanto e come spesso:
160 però oppositi stanno in questo loco. —
CAPITOLO VIII
Dove si ragiona del vizio dell'avarizia
Un gran torrente, poi, polito e chiaro
trovammo in quella via, che gira in tondo,
ove pena sostien chiunque fu avaro.
E presso al fiume, ov'egli è piú profondo,
5 vidi del miser Cadmo le figliuole
con brocche in mano; e nessuna avea fondo.
E, quando alcuna empire l'idria vòle,
perché 'l lor vaso è sfondato di sotto,
quanto sú metton, giú convien che scóle.
10 E sempre stan con l'appetito ghiotto,
affaticate, che credono empire,
quando che sia, ognuna il vaso rotto.
Migliaia vidi posti a tal martíre,
che di quel fiume stanno su la rupe,
15 ed un di loro a me cominciò a dire:
– Sí come noi le voglie rotte e cupe
nel mondo avemmo e sempremai bramose
piú che mai cagne ovver che magre lupe,
cosí iustizia qui 'n pena ne pose,
20 che sitibondi stiamo appresso all'onda
dell'acque sí abbondanti e copiose. —
Poscia una donna vidi in sulla sponda
come un gigante e col vestire adorno,
con bella faccia e con la treccia bionda.
25 Dinanti a lei ed anche intorno intorno
stavano molti, ch'eran piú assititi
che Orlando, quando alfin sonò 'l corno.
E, benché siano al fiume in sulli liti,
non mai però verun dell'acque toglie,
30 ché dal voler di Dio sonno impediti.
La bella donna di quell'acqua coglie
con diligenza, con una gran brocca,
per saziar le lor bramose voglie,
ed a quell'alme la trasfonde in bocca;
35 ma la lor sete tanto piú s'accende,
quanto piú acqua in gola lor trabocca.
Ella mi disse: – O tu, che vivo ascende
e contemplando vai questo reame,
la pena di costoro alquanto attende.
40 Benché 'l poeta Copia mi chiame,
nientemen mia acqua mai fa spenta
la sete a questi e loro ardenti brame.
Or pensa la lor pena se tormenta,
da che l'arsura lor mai non s'estingue,
45 né, quantunque acqua beva, si contenta.
Però qui stanno ianti colle lingue,
come sta il can che ha corso, e con gran folla
corrono a me, che la lor sete impingue.
– O voglia ingorda e cupa mai satolla,
50 a cui la sete maladetta cresce,
quanta piú acqua del mio fiume ingolla,
qual tutta l'acqua, che nutríca pesce,
non saziaría e non faría dir: – Basta, —
né quanta n'entra in mare ovver che n'esce:
55 nel mondo, onde mi mena la dea casta
– risposi a Copia, – non è questa sete,
al mio parer, cotanto ingrata e vasta. —
La donna a me: – Lassú non conoscete,
rispetto a quell'arsura che martíra,
60 quant'è poca quell'acqua, che bevete.
La millesima parte, chi ben mira,
quando: – Vorrei – si dice, o: – Se avesse!
non si chiede del ben, che l'uomo disira.
Sí come 'l ricco chiese che daesse
65 un gocciol d'acqua Lazzaro col dito,
che la sua lingua tanto non ardesse,
tal chiede l'uom rispetto all'appetito;
colui ch'empirsi d'un gocciol si fida,
di tutto il fiume mio non sería empíto.
70 Qui sta Pigmalion, e qui sta Mida,
che di far oro col tatto a Dio chiese,
e per tal don di sé fu omicida.
Ancora chiedon con le voglie accese:
a lor, né ad altri mai potei dar tanto,
75 ch'elli dicesson ch'io fussi cortese. —
Rispose a questo un ch'era quivi accanto:
– Pensa se io, a cui non dái niente,
mi debbo lamentar e far gran pianto. —
E mentre che per questo io posi mente,
80 egli mi disse: – Io son preite Antióco,
e son dannato qui tra questa gente.
Idropico giammai, fabbro, né cuoco
non ebbon sí gran sete; e sempre chiedo
che questa donna mi dia bere un poco.
85 Maggior dolor non è, sí com'io credo,
che di eccellenza aver gran desidèro
o di ricchezza o d'ira o d'atto fedo;
ché, se quel ch'uom disia non viene invero,
l'animo affligge, e, se inver venisse,
90 ha sempre mancamento e non è intero. —
Risponder gli volea, quand'esto disse;
ma per la folla e per la grande stretta
convenne ch'io sospinto addietro gisse,
però che quella gente maladetta
95 fanno gran calca, ed insieme s'oppreme
ciascun, che l'acqua in prima a lui si metta.
Per questo poi turbar li vidi inseme,
sí come quei fratelli fên la guerra,
in Tebe nati dal serpentin seme,
100 e come nel teatro alla gran terra
ne' giuochi salii dispiatati e crudi,
sí come dice Seneca e non erra,
stavano disarmati senza scudi
li condannati, chiusi in poco spazio,
105 colli coltelli in mano, a petti nudi,
e di lor carne facean tanto strazio,
finché l'un l'altro crudelmente uccide,
ch'ogni Erode crudel ne saria sazio.
Quando cotanto mal l'occhio mio vide,
110 dissi a Minerva: – Io prego mi contenti
d'un dubbio, pria che piú in alto mi guide.
Di tutti i cieli e di tutti elementi,
se nell'Apocalisse io ben discerno,
di tutti i regni e di tutti li venti
115 commesso ha Dio agli angeli il governo
sí come a motor primi e generali,
sí che lor moto vien dal piú superno.
Ora mi di': se li ben temporali
sono commessi ad agnol che sia buono,
120 da che son seme di cotanti mali?
Ché, se penso l'origine, onde sono,
cavati son d'inferno, ove natura
nascosto avea cosí nocivo dono.
Ed anco questo don, s'io pongo cura,
125 tutte le volte nuoce a' possessori,
se l'appetito a sé non pon misura.
E Satanasso disse: – Se mi adori —
quando nell'alto monte menò Cristo,
– io ti darò e regni e grandi onori. —
130 Adunque da lui è cotale acquisto:
nullo guadagno grande e ratto viene,
se non con froda o con rapina misto.
Chiaro è lo testo che questo contiene,
ché nell'Apocalisse chi ben cerca,
135 questo testo e la chiosa vedrá bene.
Dice: «Qualunque per guadagno merca,
convien che della bestia porti il segno»,
come chi serve a Dio porta la cherca.
E questa bestia, come fermo io tegno,
140 è un diavolo; e la froda e la bugia
il segno son del serpente malegno.
Ed anco in ciò che fa, convien che sia
Cristo simile al Padre e che ambedoi
tengan un modo, un ordin e una via.
145 Ma Cristo solo a' buon seguaci suoi,
s'io ben estimo, commise ogni cosa
alta e perfetta, e questo veder puoi.
Del sangue suo la sua dotata sposa
commise a Pietro e l'una e l'altra chiave,
150 la qual d'aprir il ciel ora si posa.
E quella dolce Madre, a cui disse: – Ave —
giá Gabriello, diede al suo diletto,
il qual amò con piú amor soave.
Il nome suo commise al vaso eletto,
155 che 'l predicasse tra 'l popul gentile,
e che alla fede el facesse soggetto.
Ma la pecunia, come cosa vile,
commise a quel discepol, ch'era rio
lupo rapace in mezzo al santo ovile.
160 Questo ne dice Cristo, al parer mio,
che nullo puote mai, sí come ei pone,
a Mammona servir ed anco a Dio.
Sí come alcuno espositor espone,
delle divizie Mammona è ministro;
165 sicch'egli alle divizie si prepone. —
Quand'ebbi detto, il cammino a sinistro
prese la dea ed alla mia proposta
mi disse: – L'opra dimostra il maistro; —
e non mi volle dare altra risposta.
CAPITOLO IX
Del vizio dell'accidia e delli suoi descendenti rami.
Giá er'io gionto in su la piaggia quarta,
ove l'Accidia sta ad impedire
l'andar alla vertú per la via arta,
quando la dea mi cominciò a dire:
5 – Accidia è tedio ed un increscimento
di far il bene ovvero a Dio servire;
ché sempre a quella cosa si sta attento,
che dá diletto ovver piacere al cuore,
ed ogni altra è con pena e con istento;
10 e tanto ogni vertú ha piú valore,
quanto è prodotta con piú allegrezza
e con maggior fervor di buon amore,
ché amor ogni virtú pone in altezza,
e tanto piace a Dio ed ègli accetto,
15 che 'l ben, quanto ha d'amor, tanto l'apprezza;
e come amor il ben fa piú perfetto,
cosí l'accidia, ch'all'amor s'oppone,
el fa essere vile e fallo infetto.
E sappi che di questo è la cagione
20 la sensualitá, che sempre è prona
a ciò che contradice alla ragione;
e se al ben far la volontá la sprona,
vi va con tedio, se vertú assueta
non l'ha domata pria e fatta buona.
25 Ma, se corre a virtú gioconda e lieta,
e spiace a lei ciò ch'a ragion dispiace,
segno è ch'è buona, domata e quieta. —
Coll'occhio, poi, che meglio e piú vivace
prende certezza e piú il ver conferma,
30 vidi l'Accidia ed ogni suo sequace.
Ell'era vecchia, magra, trista e 'nferma,
e posta tra le spine e campi incolti,
debile sí, che 'n piè non stava ferma.
E mostri intorno intorno ell'avea molti,
35 ch'avean orribil forma ed apparenza,
e tutti malanconici ne' volti.
– La prima sua figliola è Sonnolenza,
che si distende ovver dorme o sbaviglia,
quando di Dio si parla o di scienza;
40 e, se di risi o giochi si bisbiglia,
sta colle orecchie e sta cogli occhi attenta
e vigilante e colle liete ciglia.
L'altra è la Tepidezza pigra e lenta,
in cui caldo d'amor sí poco serve,
45 ch'adopra come fiamma quasi spenta;
noiosa a chi l'aspetta ed a chi serve,
non cura il tempo che veloce vola,
né fa che, operando, si conserve.
La Negligenza è la terza figliuola,
50 che sempre indugia nel tempo veloce,
gravata ancor d'accidiosa stola.
Per lei gridò giá Curio ad alta voce
al grande imperator che sempremai
a cosa apparecchiata indugio nòce.
55 Mentre lo 'ndugio va di crai in crai,
il tempo manca e crescono gli affanni,
e li novelli aggravan li primai.
E, mentre Negligenza tra li panni
e tra la spen del «ben farem» si siede,
60 il tempo corre in sua ruina e danni.
Il quarto mostro, che 'n giú move il piede,
Mollizia è, nemica del costante,
che alquanto sale e poscia addietro riede.
E, benché alla 'nsú mova le piante,
65 quando egli avvien che trovi cosa dura,
per debilezza torna e non va innante,
e perde il palio, che sta su l'altura,
che sol si dá a chi ben persevéra insino
al fine e 'nsin che 'l cammin dura.
70 E, perché ben conoschi questa fiera,
de' suoi figliol dirò la radice anco,
ond'ha origin questa brutta schiera.
E sol perché in loro è scemo e manco
il vigor dell'amor, e però avviene
75 ch'ognun di loro è tristo, lento e stanco.
Non è che mai da sé sia grave il bene,
ma è la voglia ch'estima se stessa
di non poter, e però nol sostiene.
E l'altra figlia, ch'a lei piú s'appressa,
80 Malizia ha nome, il mostro piú rubesto,
che di pensar malfar giammai non cessa.
E, perché questo a te sia manifesto,
sappi che Accidia in la virtú ha tedio,
e ciò ch'a ragion piace, a lei è molesto.
85 E, perché a lei nel ben non piace sedio,
anco su vi s'attrista ed ègli amaro,
da lui si parte per trovar rimedio;
e, per aver all'angoscia riparo,
fugge dalla virtú, ch'a lei è noiosa,
90 inverso il vizio, alla virtú contraro.
Lasciato il bene, su nel mal si posa;
ivi si pasce e diletta e s'impregna
di questa figlia rea e maliziosa. —
Dicendo questo a me la dea benegna,
95 io vidi mover con veloci passi
la vecchia pigra e trista, che lí regna.
E li suoi mostri, che pria parean lassi,
si mosson dietro a lei gagliardi e presti
sí come giovin, che correndo spassi.
100 E non parean pigri, tristi e mesti,
ma ratti e tosti e con facce gioconde,
non sonnolenti, ma attenti e dèsti.
Ed io, che non sapea la cagion onde
questo avvenisse, dissi: – O dea, al fatto
105 quel, che tu giá m'hai ditto, non risponde.
Io veggio che costor van tutti ratto:
adunque non è ver quel che si dice,
ch'ognun di lor sia infermo, lento e sfatto. —
Ed ella a me: – Questo non contradice
110 a quel che ho detto, se ben tu riguardi,
ch'amor d'ogni atto umano è la radice.
Ora costor solleciti e gagliardi
corron cogli appetiti inverso il male,
e quando vanno al ben, van pigri e tardi;
115 ché, come sai, la parte sensuale,
se non si doma, al mal ratto si move
e verso il ben par ch'abbia fiacche l'ale. —
Poscia Minerva mi condusse dove,
nel mezzo del cammin, trovai due vie;
120 maravigliar mi fên le cose nòve,
ché su nell'una dolci melodie
gli angeli cantan, sí dolci canzone,
ch'io me n'innamorai quando l'odíe.
E come a Roma nel campo d'Agone
125 il premio si mostrava ai forti atleti,
d'ingrillandarli di belle corone;
cosí quegli angiol colli volti lieti
prometteano a chi sal, con dolce invito,
di coronarli e di farli quieti.
130 – Venite su – diceano – al gran convito
del nostro Re e del celeste Agnello,
che sol contentar può 'l vostro appetito.
Su pel viaggio tutto onesto e bello
venite al gran Signor, che su v'aspetta,
135 e noi ognun di voi come fratello.
Su troverete ciò ch'all'uom diletta,
su senza morte è sempiterna vita,
su sta la securtá non mai suspetta. —
Io mi credea che tutti a tanta invita
140 salisseno correndo insú devoti,
bench'assai dura fusse la salita.
Ed io ne vidi pochi tardi e pioti
e gravi andar sí come Idropisia
e come infermi e d'ogni fervor vòti.
145 Quando poi rimirai all'altra via,
benché fusse lotosa e pien di spine,
per quella quasi ognun ratto corría.
E, perché su per quella ognun cammine,
stavan demòni con coron d'ortiche,
150 che conduceano altrui a mortal fine.
Tra le punture e tra le gran fatiche
andava ognun sollicito e giocondo
e con gran festa alle cose impudiche.
E, quand'io vidi i servitor del mondo
155 servir senza gravezza e con disio
e li serventi a Dio con tanto pondo:
– Di questo il tipo – dissi nel cor mio —
fu quando Iuda andò ratto e festíno
a tradir quel che fu ver uomo e dio,
160 e vigilante andò fin al mattino;
e Pier nel ben non vegliò solo un'ora,
ma stava dormiglioso a viso chino,
quando Cristo gli disse: – Sta' su ed òra:
non vedi Iuda tu, il qual non dorme,
165 ma ratto corre al mal e non dimora? —
E questo esemplo al ver tutto è conforme. —
CAPITOLO X
Del vizio dell'ira e delle sue specie.
Noi divenimmo in su la quinta strada,
e trovai sangue in ogni lato sparso,
come in su l'erbe cade la rugiada.
Ed ogni luogo ivi era guasto ed arso,
5 sí come Erode, a gran furor commosso,
arse le navi in la cittá di Tarso.
Poi risguardai e vidi un fiume rosso,
tutto di sangue e grande quanto il Reno,
ed anco, al mio parer, era piú grosso.
10 Ahi, quanto di stupor io venni meno,
vedendo un fiume spumoso e fumante,
di sangue uman sí grosso e tanto pieno!
Sí come manca il cuor all'elefante,
vedendo il sangue ovver liquor sanguigno,
15 cosí mancava a me il core e le piante.
Per l'argine del fiume sí maligno
andai tanto, insino ch'io trovai
tre belle donne col viso benigno.
E vidi dietro a lor, quando mirai,
20 tre gran diavoli sí orrendi e brutti,
che sí deformi non fûn visti mai.
Addosso alle tre donne intraron tutti
e trasmutâro lor belle sembianze,
e gli atti umani in lor furon destrutti.
25 Quelle lor facce, pria benigne e manze,
si fên crudeli e diventôn di cane,
e di scorzon si fên le bionde danze.
Di coltei sanguinosi armôn le mane;
e le gran serpi, ch'avean nelle teste,
30 soffiavan gracilando come rane.
Di ferro arruginato fên le veste
e di ceraste fenno le cinture,
col morso e col venen troppo moleste.
Quand'io vidi mutar le lor figure,
35 conobbi le tre Furie infernali,
a sé ed anche altrui amare e dure.
Di pipistrello avean le lor brutte ali,
e 'l collo e 'l dosso avvolti di serpenti,
con viste acerbe, crudeli e mortali.
40 – Queste, che mordon se stesse co' denti,
sonno dell'ira il vizio triforme:
in cotal modo ell'usan tra le genti.
Quella che nella vista è men difforme
e che par men molesta in questo loco
45 e che si desta e poi ratto si addorme,
è l'Ira prima: è lieve e dura poco,
sí come fiamma accesa nella stoppa
tosto si lieva, e poi s'estingue il foco.
E, benché nel durare non sia troppa,
50 il colpo furioso, quando coglie,
non fa men male a chi in quello s'intoppa.
E questa tra le case si raccoglie
e tra la turba pronta e garrizzaia
e tra gli amici, il marito e la moglie.
55 L'altr'Ira è dentro, e di fuor non abbaia,
ma pensa far vendetta e non favella,
sol perché l'ira di fuor non appaia.
Questa è chiamata Ira amara e fella;
cerca vendetta e nel cuor si richiude;
60 e poscia alfin si placa e non flagella;
ché, benché pensi le vendette crude,
passando il tempo lungo, e l'ira passa
e le man placa, pria di piatá nude.
E l'Ira terza mai vendetta lassa,
65 rabbiosa nello cor, e sempre seve,
insin ch'occide o, divorando, abbassa.
Questa è detta Ira difficile e grieve;
crudele e tirannesca ovver superba,
che mai non posa, se 'l sangue non beve.
70 Megera è questa con la vista acerba;
di ratta occision non è contenta,
ma per piú tormentar la vita serba.
Ella si gode quando altrui tormenta:
guarda quant'ha crudele e brutta faccia
75 e che d'ogni piatá la cera ha spenta! —
Io vidi l'Ira poi con crudel faccia;
e fe' le fiche a Dio il mostro rio,
stringendo i denti ed alzando le braccia.
Mentre cosí faceva, ei partorío
80 orrendi mostri e prima la Biastema
col viso altèro e biastimante Dio.
Ahi, creatura vil, di bontá scema,
putrido verme e posto in gran bassezza,
come biastemi la Vertú suprema?
85 Ché, da che l'Ira sempre mai disprezza
colui, con cui si turba, or pensa quince
se pecchi, dispregiando tanta altezza.
E, se ti levi contra il primo Prince,
sol per tal atto diventi idolatra:
90 tanto il furor e cecitá ti vince.
– Quell'altro, che ha la faccia iniqua ed atra,
è Sdegno inchiuso nella fantasia,
il qual, quand'esce fuor, com'un can latra,
e dice contumelia e villania
95 ed avvilisce, obbrobri recitando
con la rabbiosa voce e con follia.
Il terzo mostro ancor brutto e nefando,
Immania ha nome ed Inumanitade,
ch'è come un cane o bestia, divorando.
100 Questo tra 'l sangue crudo e tra le spade
prende diletto e, benché altri gridi,
non ha misericordia, né pietade.
Dall'ira escon battaglie ed omicidi,
insulti, oltraggi, onte, risse e guerra,
105 le grandi espulsion de' propri nidi.
Se 'l detto mio attendi, che non erra,
questa è che ha guasto il mondo e le gran ville
e che li gran reami gitta a terra.
Questa è ch'uccise Ettòr ed anche Achille,
110 e che ha divisa Italia e che redusse
Roma e Cartago in foco ed in faville.
Quando Dio l'uomo da prima produsse,
non l'armò giá di denti ovver d'artigli,
sol perché pio e mansueto fusse.
115 Ma 'l miser'uomo, purché ira il pigli,
fèra crudel si fa, e nella vista
par ben ch'ad un dimonio s'assomigli.
E, se saper tu vuoi quanto s'attrista,
quando Ira sua vendetta far non puote,
120 e quanta doglia in se medesma acquista,
ella si morde i labbri e si percote,
e rompe e spezza e furiosa mira,
e svelle a sé la barba dalle gote.
E ciò che far non può la crudel Ira
125 incontro altrui, adopera in se stessa
e fassi preda a sé e si martíra.
E, se la spen di far vendetta cessa
o troppo tarda, allora questa fèra
piange per la vendetta non concessa.
130 Perché ben abbi la scienza intera,
ira è disio d'alcun mal vindicarse,
ch'alcun riceve e vendicarlo spera.
Onde, se alcun vedesse iniuriarse
da un grande eccellente ovver signore,
135 ed ei non possa o speri d'aiutarse,
costui non move l'ira, ma furore,
e questo è sol, ché gli manca la spene,
ch'accende il sangue a stizza presso al core.
E sappi ancora ch'ira solo avviene
140 per mal che l'uom riceve iniustamente:
però apparenza di iustizia tiene.
Per questo avvien ch'ogni irato si pente,
quando si vede a torto aver punito
colui che non ha colpa ed è innocente.
145 Ed, ogni volta ch'alcuno è impedito
da quel che molto spera o far intende,
se non è forte, è dall'ira assalito.
E chiunque ha seco l'ira, parvipende
colui che 'l turba; e, s'egli è parvipenso,
150 questa è prima cagion che d'ira accende;
ch'ognun diventa di furore accenso,
ch'è dispregiato o che riceve oltraggio,
se alto cor non spregia, quando è offenso. —
Poi seguitammo insú nostro viaggio.
CAPITOLO XI
Trattasi della pena dell'ira.
Insieme su andammo per la riva
del crudel fiume; e non era ito molto,
ch'io vidi il suo principio, onde deriva.
Non fu giammai sí gran popul raccolto,
5 quanto una gente, ch'io vidi in un piano,
d'anime nude, quando alzai il volto.
Ognun di loro avea la spada in mano;
tra se medesmi facean la gran guerra,
spargendo i membri in terra e 'l sangue umano.
10 Ancora il cuore il pianto fuor disserra,
quand'io ricordo i colpi delle spade
e 'l sangue vivo, che correa per terra.
E, quando cosí sparto in terra cade,
trascorre a valle; e questa è la cagione
15 che 'l fiume fa di tanta crudeltade.
Da quella parte, dove il sol si pone,
le Furie volar io vidi veloci,
piú che alla preda mai nessun falcone,
con spade sanguinose e con gran voci,
20 con facce irate e con serpenti in testa,
irsute in alto e tumide e feroci.
Giammai si mosson venti a piú tempesta,
quando il lor re a loro apre la gabbia,
che li tien chiusi nella gran foresta,
25 quanto le Furie si mosson con rabbia,
cogli occhi accesi e toscosi serpenti,
col fuoco in mano e con rabbiose labbia.
E, come a suon di tromba e di stormenti
s'accende a piú furor la gran battaglia,
30 cosí facean tra sé le crudel genti.
Ognun perfora l'altro, smembra e taglia.
Non viddon tanto sangue i miser prati
dell'Affrica, di Troia e di Tessaglia.
Tutti si son nemici e tutti irati;
35 e nullo colpo lor mai fere indarno,
ché son, se non di spade, disarmati.
Pensando, ancor m'impallido e descarno,
vedendo che del sangue de' tapini
si facea il fiume vie maggior che l'Arno.
40 Megera poi de' guelfi e ghibellini
trasse le insegne fuor tutte resperse
di sangue vivo e peli serpentini.
E l'una contra l'altra andâro avverse,
e tanto sangue su quel pian si sparse,
45 che tutta quella terra sen coperse.
Di questo il fiume vidi maggior farse:
allor le Furie corson come l'oca
dentro in quel fiume nel sangue a bagnarse.
Ahi, cieca Italia, qual furor t'infoca
50 tanto che 'n te medesma ti dividi,
onde convien che manchi e che sie poca?
Non guardi, o miseranda, che ti guidi
dietro a due nomi strani e falsi e vani?
che per questo ti sfai e i tuoi uccidi?
55 Per questo i tuoi figliol sí come cani
rissano insieme e fan le gran ruine,
e i cittadini fai diventar strani.
Non sapendo il principio ovvero 'l fine,
l'offesa o il beneficio, prendi parte
60 contra li tuoi e cittá pellegrine.
Pel sangue effuso e per le membra sparte,
li tuoi figlioli a' mal nati fratelli
e te a Tebe è degno assomigliarte;
ché, allora allora nati, fûn ribelli
65 tra se medesmi ed uccisonsi inseme,
con dure lance e con crudi coltelli.
Ma tu se' peggio che 'l serpentin seme,
ch'elli, in cinque scemati, fên la pace,
e tu la cacci quanto piú ti sceme.
70 Sí come alcun, che, ascoltando, tace
e che attende e mostrasi contento,
udendo il ver ch'agazza e che gli piace,
cosí stett'io; e poscia piú di cento
corsono addosso ad un con gran corruccio
75 e ferito il lasciôn in gran tormento.
Ed egli, vòlto a me: – Io son Uguccio,
che ressi giá lo popul di Cortona,
tra i quali fui come tra pesci il luccio.
Cosí ferita è qui la mia persona,
80 ché la iustizia, secondo l'offese,
agli offendenti angoscia e pena dona. —
Ahi, quanta doglia allor il cor mi prese,
quando in tormenti vidi quel signore,
che vivo fu magnanimo e cortese!
85 Per mitigare alquanto a lui 'l dolore,
diss'io: – Cortona è retta da Francesco,
pregio di casa tua e gran valore.
Da lui venuto son quaggiú di fresco;
convien che a lui di te novelle io porti,
90 se mai di questo inferno quaggiú esco.
Minerva, che m'ha qui li passi scorti,
di senno ha dato a lui sí gran tesoro,
c'ha i mentali occhi a tutti i casi accorti.
Il popul cortonese ha buon ristoro
95 de' loro affanni e lieto vive adesso,
subietto all'onde celestine e d'oro. —
Piú dir volea, se non che un appresso,
che ben di mille colpi era feruto,
e senza gambe e mezzo 'l capo fesso,
100 gridò: – Io fui da te giá conosciuto. —
Perché pe' colpi io ben nol conoscea,
risposi: – Al mio parer, mai t'ho veduto. —
Ed egli a me: – So' il prence d'Alborea,
che, quando nella vita io era vivo,
105 fui crudo piú che Silla ovver Medea.
Di sangue al grande fiume io feci un rivo
sol delle genti nate in Catalogna,
'nanzi ch'io fussi della vita privo.
Io dirò 'l vero a te e non menzogna:
110 ben ventimila ne mandai al sonno,
che desterá la tromba, che non sogna.
– Iudice mio, – diss'io – signore e donno,
di quel ch'io veggio in te e che mi dici,
gli occhi la doglia testificar ponno.
115 Io mi ricordo de' gran benefici,
che nella vita lieta a me donasti
con quell'amor, qual è tra veri amici.
Or che li membri tuoi veggio sí guasti,
io delle pene tue tanto mi doglio,
120 che con parol non posso dir che basti.
Ma una cosa da te saper voglio:
per mancamento di quale vertude
tu diventasti sí senza cordoglio?
– Quella che, alzando ed abbassando, lude,
125 tradimenti – rispose – e lusinghe anco
delle person del mondo, che son Iude,
nullo stato alto lassano esser franco;
e quanto ha di timore alcuna cosa,
tanto ha d'amore e di clemenza manco.
130 E, se la Signoria non prende a sposa
la Virtú mansueta ovver Clemenza,
è a sé ed anche altrui pericolosa;
ché, quando ira s'aggiunge alla potenza,
se la vertú benigna non raffrena,
135 fa piú ruina, quant'ha piú eccellenza.
Sí come Dio, ridendo, rasserena,
e, turbato egli, tornaría in caosse
la terra, il cielo e ciò che frutto mena:
il gran Nettunno, quando irato fosse,
140 turbaría il mare, ed infiaríansi l'onde,
e le nereide ancor serían commosse;
cosí, le Signorie stando iraconde,
quanto piú alto son, maggior fracasso
e maggior mal convien che ne seconde.
145 Innanzi che di qui tu movi il passo,
sappi: chi spregia altrui, a sé a rispetto,
riputando sé alto ed altrui basso,
d'ira e di crudeltá viene in effetto;
ché sempre ira invilisce e parvipende,
150 se bene hai inteso ciò che Palla ha detto.
Dall'ira crudeltá nasce e discende,
e voglio che tu sappi da me ancora,
ch'Ira Superbia in sua maestra prende,
ed ogni vizio scorge ed avvalora. —
CAPITOLO XII
Trattasi di certi che furono viziosi nell'ira, e si passa a discorrere del vizio della gola.
Non medico giammai meglior se trova,
né piú esperto nella medicina
che quel che pria l'infermitá in sé prova.
Cosí mostrò quell'anima tapina,
5 che della crudeltá mi disse il vero;
poscia soggiunse con vera dottrina:
– Ogni animo in se stesso è molto altèro,
se estima alcuno a sé esser fedele,
e poscia il trova falso e non sincero.
10 Se non è, molto piú si fa crudele:
per questo, Silla dinanzi al senato
morí per l'ira grande e sputò il fele;
ché, come a te Minerva ha giá 'nsegnato,
contra chi inganna e contra chi dispreggia,
15 agevolmente ognun diventa irato.
Però colui che, lusingando, freggia
con atti e risa e con dolci parole,
e poscia inganna come chi dileggia,
quel ch'è ingannato, tanto irar si suole
20 e tanto incrudelir di quell'inganni,
quanto fidava, e tanto mal gli vuole.
Per questo posto son tra li tiranni,
che, benché mostrin faccia mansueta,
nascondon lor vendetta sotto a' panni.
25 Per cotal colpa io venni a questa meta:
i traditori a me fûn la cagione
ch'io diventai crudele e senza pièta. —
Domizian mostrommi e poi Nerone
e molti altri tiranni, e nulla staccia
30 ha tanti fori, quant'han lor persone.
Forata e fessa avean tutta la faccia,
ed avean mozzo l'uno e l'altro piede
e dagli omeri suoi ambe le braccia.
– Tutta questa gran turba, che tu vede,
35 la notte – disse – risanan le piaghe;
poi la mattina, quando il giorno riede,
prendon le spade ovver l'acute daghe;
tra sé fan la battaglia irati e fieri,
sí ch'elli stessi a sé dánno le paghe. —
40 Io stava ad ascoltarlo volentieri,
se non che Palla disse che n'andassi,
però ch'altro vedere era mestieri.
Per una stretta via vòlse ch'intrassi:
sempre salendo, giunsi su in un balzo,
45 ove vendetta della gola fassi.
Io dirò 'l vero, e forse parrá falzo:
vidi in terra utricelli su in quel giro
ovver vessiche, quando il viso innalzo.
E, lamentando con molto sospiro,
50 gridavano a gran voci: – Omei, omei! —
come persona afflitta e che ha martíro.
Per ammirazion fermai li piei
dicendo: – Che vessiche o che utricelli
son questi, che tu odi e che tu véi? —
55 E poscia m'appressai a un di quelli
e dissi: – O utricello ovver vessica,
prego, se puoi, che tu a me favelli
e con aperta voce tu mi dica
chi sète voi, innanzi che su varchi,
60 e quale affanno o doglia vi affatica. —
Rispose come alcun che si rammarchi:
– Stomachi siamo noi e molto offensi,
stomachi siam del troppo cibi carchi;
ché Dio ne fece, se tu ben il pensi,
65 nel corpo umano, ed anco la Natura,
che 'l cibo a' membri per noi si dispensi.
E l'uomo ha fatto di noi sepoltura
a tutti gli animali: il troppo e spesso
fa generare in noi ogni bruttura.
70 In noi si sepelisce arrosto e lesso;
e, quando nostra voglia è piena e sfasta,
s'adduce il terzo, il quarto e 'l quinto messo.
Con savoretti or questo or quel si tasta;
per dilettar la gola e la sua porta,
75 aggrava noi gridanti: – Oimè, che basta! —
Però 'l mal cresce, e la vita s'accorta;
ché, perché 'l cibo in noi non ben si cuoce,
si manda a' membri crudo e non conforta.
La quantitá del vin, che tanto nòce,
80 si corrompe pel troppo; e quinci è 'l grido
delle incurabil doglie e di lor croce.
L'animal bruto a Cerere e a Cupido
non acconsente e non prende acqua o ésca,
se no' al bisogno, ed anco non fa nido.
85 E, benché a noi ed a natura incresca,
il miser'uomo intana dentro al petto
ciò ch'anda o vola o che nel mar si pesca. —
Io stava ad ascoltar con gran diletto,
quando Palla mi disse: – Volta il viso. —
90 Ond'io 'l voltai, sí come a me fu detto.
E, risguardando ben con l'occhio fiso
per l'aer tenebroso e quasi opaco,
io vidi cosa, che spesso n'ho riso.
D'un'acqua fresca vidi un ampio laco,
95 ed un altro di vin, ch'era sí grande,
che maggior mai nol chiedería briaco.
Intorno a questi eran tutte vivande,
ed anco vini eletti v'eran tutti,
che bevitor ovver ghiotton domande.
100 Di sopra appresso avean tutti que' frutti,
che mai fûnno in giardino ovver reame
o da Natura fusson mai produtti.
Lí stavan genti dolorose e grame,
che per brama del pasto maggior pianti
105 facean che 'l tristo, in cui entrò la fame.
Prostrati in su li liti tutti quanti,
quando assetiti voglion prender l'onde,
e l'acqua e 'l vino a lor fuggon dinanti.
In questo i pomi con le verdi fronde
110 si fletton giuso sotto le lor ciglia
alle bocche affamate e sitibonde.
L'uva s'abbassa bianca e la vermiglia,
sí che tocca la bocca a loro o quasi;
poi si ritrânno, e mai nessun ne piglia.
115 Cosí scornati e delusi rimasi,
mirano al cibo su le mense posto
e dell'ottimo vin pien tutti i vasi.
Se, per prendere il lesso ovver l'arrosto
ovver il vino, alcun le man distende,
120 da sua presenza si fuggon tantosto.
In mezzo all'acqua, che 'l laco comprende,
Tantalo vidi stare insin al labbro;
e mai dell'acqua ovver de' frutti prende.
Sí grande sete mai non ebbe fabbro,
125 né giovin ch'abbia la febbre terzana,
che fa la lingua e lo palato scabbro,
quant'egli ha sete in mezzo alla fontana,
quando vuol bere e l'acqua da lui fugge,
sí che sua spene sempre torna vana.
130 E, perché egli niente ne sugge,
spesso sbaviglia e batte i denti a vòto,
ché di fame e di sete si destrugge.
Cosí privato di cibo e di poto
sta tra li frutti con bramosa voglia
135 ed assetito dentro l'acqua a noto.
– O tu, che sali sú di soglia in soglia
– disse uno a me, – nel mondo, onde tu vieni,
a questa, che tu vedi, è simil doglia?
Ché alcun tra gli ampi campi e cofan pieni
140 bramoso sta e fame non si tolle,
ché l'avarizia el tien con duri freni.
Ver è che dá di morso alle cipolle
spesso spesso messere Buonagiunta,
ricco pisan; ma non che si sattolle. —
145 Ancora al detto suo fe' questa giunta:
– Tra molti cibi sta la voglia magra,
acciò che dal dolor non sia trapunta;
ché 'l mal del fianco, febbre e la podagra,
perché del cibo troppo non s'imbocchi,
150 menaccia con la doglia acuta ed agra.
Ma certo non fu' io di quegli sciocchi:
io son Pier tosco, che dissi: – Addio, lume,
ch'i' ho piú caro il vin, che non ho gli occhi.
Il medico dicea: – Bevi del fiume,
155 ché, se tu bevi mai rinchiuso in botte,
convien che 'n te il vedere si consume.
Del buon liquore, che al lor padre Lotte
fecer le figlie, io bevvi un grosso vaso,
dicendo: – O giorno, addio, ch'io vo di notte. —
160 Quel poco lume, che m'era rimaso,
ché l'altro m'avea tolto la taverna,
ecclipsò tutto calando in occaso:
però sto qui ed ho la sete eterna. —
CAPITOLO XIII
Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola.
Io stava ad ammirar cogli occhi attenti,
quando Palla mi disse: – Ché non miri
del vizio della gola i gran tormenti? —
Allor mirai; e giammai li martíri
5 dir non potrei con questo parlar brieve,
a' quai conduce Bacco, e li sospiri,
non per colpa del vin che si riceve
(che utile è da sé e ben conforta,
se temperatamente altrui lo beve),
10 ma perché la fortezza, ch'è giá morta,
par che susciti alquanto nel presente:
però la gente matta e non accorta
a questo mira; ed anco che splendente
entra e soave, e non sguardan li matti
15 che 'l troppo morde, poi, piú che serpente.
Quindi son gli occhi rossi e i nervi attratti,
il furor cieco, rabido e rubesto,
e di scimia canini e porcini atti.
Quando Minerva m'ebbe detto questo,
20 vidi una donna tutta brutta ed unta,
e col volto lascivo e disonesto,
ch'avea la vesta stracciata e consunta,
e di cane e di porco avea due grugni
e lingua a spada armata su la punta
25 e le man fure ed artigliose l'ugni,
e, come fa 'l leon, quando divora,
mangiava il pasto, ch'avea tra li pugni.
– O tu, che qui contempli la signora
– disse a me un, – che regge questo loco,
30 sobvieni al gran dolor, il qual m'accora.
Alla mia lingua, ch'arde come foco,
un poco d'acqua con la man mi dona,
che tanto incendio in lei rifreddi un poco. —
Ed io fra me: – Quest'è quella persona,
35 che non sobvenne a Lazzaro mendíco,
sí come Luca nel Vagniel ragiona. —
Ed io risposi a lui: – Tu sai, amico,
che Abraam, a cui chiedesti l'acque,
rispose a te, sí come anch'io ti dico:
40 – Lazzaro giá alla tua porta giacque
infermo e nudo, e chiedeva mercede;
e di lui mai in te piatá non nacque.
Dio vuol che chi abbundò e non ne diede
al povero di Dio, quando ne chiese,
45 egli non n'abbia qui, quando ne chiede. —
Ahi, quanto si scornò, quando m'intese!
E dicea seco com'uom che borbotta:
– Io mi credea che fussi piú cortese. —
Ed io lo addomandai e dissi allotta:
50 – Perché la lingua qui ha maggior pena
che gli altri membri, e piú è incesa e cotta? —
Rispose: – Nella mensa lauta e piena
Cerere e Bacco fan le teste calde;
la lingua allor nel van parlar si sfrena
55 con motti lerci e con parol ribalde;
e, mentre il buon Falerno i cor fa lieti,
balestra le iattanze ardite e balde.
Allor s'apre il serrame alli secreti:
sempre mal tace la mensa satolla,
60 se i mangiator virtú non fa star cheti.
Quivi si sparla che fama si tolla,
quivi la lingua dá le gran percosse
e strazia l'altrui vita, rode e ingolla.
Per questo noi abbiam le lingue rosse
65 d'ardente foco e abbiamole puntute,
come di spada ognuna armata fosse.
Se vuoi saper dell'anime perdute,
che stanno qui pel vizio della gola,
che solo in general forse hai vedute,
70 qui stanno li scolar di monna Ciuola;
tra' quali è Ciaffo, e fu di Camollía,
che piú degli altri usava quella scola.
Egli anche dice che si bevería
del vino il laco, quando egli s'approccia,
75 se non che tosto se ne fugge via;
e dice che, a la bocca se la doccia
di Fontebranda avesse e fusse Greco,
la bevería sin all'ultima goccia.
E molti altri compagni son qui meco,
80 tra' quali è la brigata spendereccia
che fe' del molto avere il grande spreco.
Chi spreca, quando egli ha la bionda treccia,
degno è che, quando giunge al capo cano,
venga di povertá sino alla feccia.
85 Da Leonina infino a Laterano
stanno anche meco mille ghiottoncelli,
e dicono che gli uomin di quel piano
prendon per paternostri i fegatelli,
l'aman per tempo in cambio della Chiesa,
90 corrono alle taverne ed ai bordelli. —
Io l'ascoltava colla mente attesa,
quando Palla mi fe' del partir cenno;
onde n'andai per la via da noi presa.
Cinquanta passi e men da noi si fenno,
95 ch'ella mi disse per farmi ben dotto:
– Contra golositá fa' ch'abbi senno.
Sappi che gola è appetito ghiotto
d'aver diletto in pasto e sí bramoso,
che vince la ragion e tienla sotto.
100 S'è naturale, non è mai vizioso;
e vizioso si fa, se sfrena tanto,
che a Dio ed a ragion vada a ritroso.
Questo appetito può sfrenar nel quanto:
in troppo prender pasto, in troppo stare
105 a mensa, in troppi cibi, in buffe e canto.
Nel quale ancora questo può peccare,
quando non fame l'appetito sveglia
ovver bisogno, ma sol dilettare.
Ahi, come è dur sí ben guidar la breglia
110 tra 'l quanto e 'l qual nel pasto, ch'uom non cada,
se molta vertú attenta non ci veglia!
Ché questo passo ognun convien che guada
del prender pasto; ma servar misura
è forte, se vertú ben non vi bada.
115 Quand'altri sfrena sí, che troppo cura,
perché con dilicanza s'apparecchi,
costui pecca nel qual ed epicura.
Non in un modo i cibi, ma in parecchi,
non per bisogno 'i cuoce e s'affatica:
120 però Natura fa che raro invecchi.
Ahi, gola miseranda! ché la mica
col favor della fame ha piú diletto
che le molte vivande, e me' notríca.
Mira colui che quivi sta a rimpetto. —
125 Ed io sguardai, e ben due passi e piue
aveva il collo lungo sopra il petto.
– Colui desiderò 'l collo di grue
– disse a me Palla, – a dar piú dilettanza
alla sua gola, il cibo andando ingiue.
130 Or l'ha sí lungo, ch'ogni struzzo avanza;
e la sua gola sempre di sete arde,
né mai di poter bere egli ha speranza.
Nel tempo ancor si pecca, se ben guarde:
in questo peccan le persone stolte,
135 ch'al pasto sempre lor par esser tarde.
Non due fiate il dí, ma vieppiú volte
il poto e 'l cibo da questi si prende,
come le bestie fan, che son disciolte.
Nel modo d'usar cibi anco s'offende,
140 ch'alcuno è scostumato, alcun ghiottone,
alcun le braccia su la mensa stende.
Anche è vorace alcun come lione;
ed alcun su nel cibo soffia il fiato,
alcun per fretta va incontra 'l boccone. —
145 Quando Minerva questo ebbe parlato,
quell'Epicur col collo di cicogna
rispose e disse con lungo palato:
– Ancor detto non t'ha ciò che bisogna,
ché non t'ha detto le cinque figliuole,
150 perché nomarle forse si vergogna.
La prima figlia, che saper si vòle,
è Immondizia del cibo, che guasto
corromper in lo stomaco si suole;
ché, quando ha troppo vin con troppo pasto,
155 perché cuocer nol può, fuor per la bocca
corrotto esala e fa al naso contrasto,
e sopra erutta e sotto quello scocca,
il qual balestra come traditore,
che apposta alle calcagne, e 'l naso tocca.
160 La seconda figliola è vie peggiore,
Ebetudo, di mente inferma e mesta,
che toglie all'intelletto ogni valore.
La terza ha nome brutta e trista Festa,
di buffonie e di giuochi; e questa è quella
165 che al Batista giá tagliò la testa.
La quarta è quella che troppo favella.
La quinta è truffe ed opere scurrile:
questa in la lingua porta la fiammella,
e nullo è vizio piú che questo vile. —
CAPITOLO XIV
Della lussuria e delle sue specie.
Su nell'ultima piaggia io era giunto;
e, quando per la strada io movea 'l passo,
scontrai Cupido, il qual m'avea trapunto,
non però mai ch'e' mi gittasse al basso:
5 timor di Dio e vergogna del mondo
mi tennon ritto come quadro sasso.
Trovai adunque lui vaghetto e biondo,
de cui beltá negli altri versi scrissi,
che mai sí bello fu, né sí giocondo.
10 Ma ora veggio ben che 'l falso dissi;
ch'egli è crudele e brutto e pien di tosco,
chi ben rimira lui cogli occhi fissi.
Quando mi vide, egli fuggí in un bosco,
ch'era ivi appresso, ove nulle eran frondi;
15 ma era smorto, secco e tutto fosco.
– Perché, Cupido, da me ti nascondi?
– chiamava io forte, dietro seguitando; —
perché pur fuggi, perché non rispondi?
Io son colui che teco venni, quando
20 le ninfe mi mostrasti e la via dura,
e sempre stetti presto al tuo comando.
Demostra la tua faccia bella e pura. —
Allor voltossi, ed era sí travolto,
che, quando el vidi, mi mise paura.
25 Egli era smorto, e gli occhi brutti e 'l volto;
e su nel capo nero avea due corni,
e gli atti avea pazzeschi come stolto.
Allor fuggio da me com'uom che scorni,
coll'arco in mano e cogli oscuri dardi;
30 né credo che piú a me giammai ritorni.
La dea a me: – Se questo Amor riguardi,
egli è cosa infernal, e chi lo scuopre
conosce i modi suoi falsi e bugiardi.
Chiamato è 'l forte dio nel mondo sopre
35 da quegli stolti, che sol guardan fòre
all'apparenza, che spesso il ver copre.
Ma, perché sappi ben che cosa è amore,
sappi che amore è presente diletto
ovver futur piacer, che spera il core.
40 E questo puote aver triplice obietto:
primo è l'utilitá, qual se si toglie,
manca l'amor, che all'util facea aspetto.
L'altro è amor vero, a cui le verdi foglie
non secca tempo o loco, e che sta fermo
45 ad ogni caso, che Fortuna voglie;
e non è losinghiero in atti o sermo
e coll'amico sta costante e vivo,
quando è in avversitá povero o infermo.
E questo vero amore, il qual descrivo,
50 si chiama virtuoso ovver onesto,
tesoro alli mortal celeste e divo.
Il terzo amor, ch'io dico dopo questo,
«piacer concupiscibile» si chiama,
ché sol da corporal desio è desto.
55 E questo è il folle amore, il qual tant'ama,
quanto dura il diletto e la bellezza,
e poi si secca in lui la verde rama.
Questo è Cupido, di cui gran fortezza
racconta il mondo e ch'a nullo perdona
60 e che infiamma li dii e la vecchiezza;
e che giá ferí Febo si ragiona,
quando la bella Dafne si fe' alloro,
che imperatori e poeti incorona;
e ch'egli porta le saette d'oro,
65 e Pluto innamorò, quando gli piacque,
e Iove fe' mutar in cigno e toro.
Di questo anco si dice ch'egli nacque
di quella che fu data a dio Vulcano,
nata de' membri osceni in mezzo all'acque.
70 E dal ver, forse, questo non è strano;
ché di Venus, cioè concupiscenza,
nasce Amor cieco, fanciullesco e vano;
e da quel nasce poi la rea semenza
di molti vizi, a' quai lussuria induce.
75 E, perché n'abbi perfetta scienza,
sappi che la Natura e l'alto Duce
ad alcun fin perfetto ha ordinato
ogni appetito che 'n voi si produce.
E, se da quel buon fin è disviato,
80 quanto quel fine ha piú perfezione,
chi erra in quello fa maggior peccato.
Tra tutte cose uman, che sonno buone,
la meglio è conservar l'umana spece,
prima nell'esser, poi in coniunzione.
85 Ed a questi duo fin l'alto Dio fece
l'appetito lascivo: a questo solo,
ed a null'altro fine usarlo lece.
Di questo al padre nasce il bel figliolo
e tutta prole umana, il degno frutto
90 fatto a laudare Dio nell'alto polo.
E, se questo buon fin fusse distrutto,
mancaría l'uomo, amore e parentele
e stato di vertú verría men tutto.
Adunque quel peccato è piú crudele,
95 dal qual questo buon fine è impedito;
e questa specie a Dio piú è infedele.
Questo è il vizio nefando subdomito,
pien di vergogna detestando scelo
e strazio umano e infernale appetito,
100 pel qual il foco piobbe giá da cielo
infino a terra e aprilla ed engollosse
insieme il biondo col canuto pelo,
l'un ch'era stato, e l'altro che non fosse
corrotto tanto. Ahi, smisurato eccesso,
105 che Dio facesti che tant'ira mosse!
Per questo in terra fu il diluvio messo,
quando Dio vide che malizia tanto
avea corrotto l'uno e l'altro sesso.
E, per disfar cotanto infetta pianta,
110 Noè servò e i figli dentro all'arca,
sola nel mondo la progenie santa.
Natura d'esta offesa si rammarca
innanti a Dio e priega ch'egli scocchi
le sue saette quel sommo Monarca.
115 Dell'altro vizio omai convien ch'io tocchi,
ch'è grosso come trave, e quasi stecca
vien reputato da' miseri sciocchi.
Dicon che uomo e femmina non pecca,
consentendosi insieme, essendo sciolti,
120 se l'un coll'altro fornicando mecca.
E, perché in questo error son ciechi molti,
tanto è piú grave il mal, se ben discerno,
quanto nel suo error ne tien piú involti.
Sappi che ha ordinato Dio eterno
125 che tutti gli animali, i cui figlioli
richiedon padre e madre e suo governo,
che insieme s'apparecchino duo soli,
(o reptile che sia o quadrupéde,
o che in acqua ovvero in aere voli),
130 e stiano uniti insieme in questa fede,
ché, quando avvien che alcun di loro si parte,
s'abbandonan li figli, s'e' non riede.
E, se il padre e la madre ognun ci ha parte
giá nella nata ovver nascenda prole,
135 pensa se pecca qual di loro si parte;
ché, se l'un lassa l'altro, quando vuole,
chi il patrimonio e senno dá alli figli?
chi guarda e dá la dote alle figliole?
Però determinonno i gran consigli
140 della ragione e delli saggi antichi
che sien le mogli e sien padrifamigli.
Questa la casa e quel di fuor notríchi
i maggior fatti, ed insieme coniunti
nel matrimonio fedeli e pudichi.
145 Del terzo vizio se vuoi ch'io racconti,
è l'adulterio; e piú pericoloso
nullo è nel mondo e che piú altri adonti.
Quando la moglie si tolle allo sposo,
l'animo mite rabido diventa:
150 tanto al consorzio uman questo è noioso.
Per questo Troia fu deserta e spenta,
e la real progenie fu disfatta
in Roma, che di Troia fu sementa.
Questo peccato in ciel gran colpa accatta;
155 ché avviene spesso che 'l marito pasce
gli altrui bastardi e la moglie gli allatta.
E, quando cresce ed è fuor delle fasce,
avvien che alcuna al fratel si marita
e forse al proprio padre, del qual nasce.
160 Perché la moglie è col marito unita
in una carne in fede ed amor puro
per tutto il tempo che dura lor vita,
però chi cerca averla, è ladro e furo;
e, se la donna ad adulterio piega,
165 commette anco peccato grave e duro,
ch'è traditrice, fuia e sacriléga,
ch'al matrimonio e fede fa lo 'nganno
ed anco al sacramento che la lega;
e dell'altrui sudore e dell'affanno
170 spesso nutríca li figlioli altrui,
onde è tenuta a soddisfar il danno
al marito, che crede che sian sui. —
CAPITOLO XV
Trattasi piú in particolare delle specie e de' rami discendenti della lussuria.
– Di questa brutta porca di Lussuria,
bench'abbia in sé materia copiosa,
conviene ch'io ne parli con penuria.
Da che Natura e Dio la tien nascosa,
5 non puote alcun giammai senza vergogna
parlar di sí nefanda e brutta cosa.
E forse el fece Dio, perché bisogna
che l'Innocenza pura non impari
la puzza occulta di questa carogna.
10 Ma ora li maggiori han fatto chiari
sí li minori e dotti anco in quell'arte,
che piú che i mastri sanno gli scolari.
Di questo vizio dirò d'ogni parte
in general, ché, se tutto distinto
15 volessi dire, impirei troppe carte.
Il quarto membro (e poi dirò del quinto)
è l'atto, che fe' Pasife col toro,
madre del mostro chiuso in Laberinto.
Nel quinto pecca ciascun di coloro,
20 che, losingando ovver rapendo, tolle
la vergin 'nanti al suo marital toro.
E, perché d'esto mal ardito e folle
il futur matrimonio è impedito,
però l'antica e nova Legge volle
25 che quello strupador gli anelli il dito
e facciagli la dote, o che la testa
perda, se quella nol vuol per marito.
L'altro è chi stupra, losinga o molesta
le vergin sacre del santo collegio,
30 che fu giá in Roma nel tempio di Vesta.
E questo male è detto «sacrilegio»;
ché quella cosa, ch'è dicata a Dio,
s'imbrutta o sforza e trattase in dispregio.
E l'altro male ancor nefando e rio
35 è con parenti, ed è chiamato «incesto»,
ché macula l'amor onesto e pio. —
Quand'io diceva: – Quanto mal è questo! —
vedemmo dalla lunga Citarea;
ond'ella andò piú ratto ed io piú presto.
40 Dimonio ella mi parve e none dea,
quando la vidi, e non pareva bella
com'era, quando apparve al iusto Enea.
Di fuor adorna avea la sua gonnella;
e, quando la scoprii, sí brutta fiera
45 mai vista fu sí come pareva ella.
Minerva a me: – Questa puttesca cèra
nel mondo è bella solo in apparenza,
che fa la cosa falsa parer vera.
E qui rassembra la Concupiscenza;
50 e però 'l nome del pianeto piglia,
che sopra quella parte ha piú influenza.
Cupido è il primo mostro, ch'ella figlia,
il qual è fanciullesco, stolto e cieco
in quella parte, che nell'uom consiglia.
55 Egli è che verso Dio fece esser bieco
giá Salamone, ed Aristotil prese
sí, che fu cavalcato come pieco.
E, benché paia saggio nel palese,
Cupido nel secreto e luoghi occolti
60 è come un pazzo e fa le grandi offese.
Egli esser fa li saggi matti e stolti,
e fanciulleschi quei dell'etá vecchia
negli atti turpi, lascivi e disciolti.
Quest'è che fa che l'antica si specchia
65 la faccia guizza e fa le trecce bionde
del pelo altrui, che si pone all'orecchia.
L'altro è turpe parlar parole immonde.
Ahi, quanto è ragionevol che si taccia
quel che Natura occulta e che nasconde!
70 Il turpe eloquio a poco a poco caccia
da sé vergogna, il qual è primo freno,
ch'è posto all'uom che peccato non faccia.
E 'l parlar brutto e turpe ovver osceno
dimostra il core; ché quel vaso versa
75 sempre il liquor, del qual è dentro pieno.
L'altra figliuola iniqua e piú perversa
è l'odio di Dio, come si legge:
tanto Lussuria fa la mente avversa!
Non che quel sommo Ben, che tutto regge,
80 mai odiar si possa per se stesso;
ma odiare si pò nella sua legge.
Ad ogni vizio, che 'n mal far è messo,
sempre ogni impedimento è odioso,
ma piú alla lussuria per eccesso;
85 però che l'atto suo è furioso,
e quanto piú il disio corre fervente,
tanto lo 'mpedimento è piú noioso. —
Poscia nel fango vidi una gran gente
coll'arco in mano e colle dur saette;
90 e ferivansi insieme crudelmente.
E, perché scudo mai niun si mette,
né arme indosso, mai non tranno in fallo,
quantunque volte l'un l'altro saette.
Ed un gridò: – Io son Sardanapallo
95 lussurioso, che nel gran reame
non vissi come re, ma come stallo,
vestito come donna tra le dame,
seguendo della carne ogni talento:
or posto son tra 'l fango e tra 'l letame.
100 Vivo ebbi l'arra, ed ora ho 'l pagamento;
ch'ogni peccato la pena riceve
prima nel mondo e poi qui ha 'l tormento.
Vero è che su nel mondo è ratto e brieve,
e qui ogni dolor dura in eterno
105 ed anco è piú intenso e vieppiú grieve,
però che 'l mal, il qual è sempiterno,
rispetto a quella doglia, ch'è finita,
nulla ha proporzion, s'io ben discerno.
E sappi ben che su la mortal vita
110 ha l'uom della lussuria molte pene,
se la ragion e vertú non l'aita.
La prima è trista e furiosa spene:
quant'è maggior l'amore, il quale aspetta,
tanto, aspettando, piú pena sostiene.
115 L'altra è la gelosia sempre suspetta:
ciò, che timor possiede o gelosia,
assai tormenta piú che non diletta.
Ogni amadore ed ogni signoria
vuol esser sola ed odia ed inimica
120 ogni consorte ed ogni compagnia.
L'altra è il periglio, affanno e la fatica.
Mai vil gaglioffo chiese il suo bisogno,
quanto amor chiede la cosa impudica;
e poscia, avuto, passa come un sogno
125 quel ch'era chiesto con tanto fervore
e con parol, di quali ancor vergogno.
E va languendo il misero amadore,
chiedendo aiuto alli suoi gran martíri,
e dice, se non l'ha, che tosto more.
13 °Cogli occhi lagrimosi e con sospiri
dietro alla 'manza va il misero amante,
per grazia a lei chiedendo che lui miri.
E quel, che acquista con fatiche tante
e con le spese, ratto si dilegua
135 sí come un'ombra che fugge davante.
E, perché amore i duo amanti adegua,
abbassa i grandi ed, a viltá condutti,
convien che altra colpa ne consegua;
ché si fan femminili e fansi putti,
140 mostrando amore; e di questo poi nasce
la bestialitá e gli atti brutti.
E, perché Venus si notríca e pasce
di Bacco e Cerer, ch'ogni virtú enerva
e fa l'infermitá con le sue ambasce,
145 il corpo infermo e la mente fa serva
e fálla oscura, e quella parte toglie,
ove si posa e risplende Minerva.
In questa mota qui tra queste troglie
stan li nefandi e vili ermafroditi,
150 che, essendo maschi, altrui si fecen moglie.
E i lor mariti ancor qui son puniti
e posti meco qui tra queste mote,
e tutti siam di duri archi feriti;
ché questa è iusta pena, se ben note,
155 ché quel ch'è amato dall'amor lascivo
è l'arco e la saetta, che percuote
il cor del tristo amante, quando è vivo;
e l'atto consumato è 'l brutto fango,
il qual infastidisce e viene a schivo:
160 ed io qui questo in sempiterno piango. —
LIBRO QUARTO
DEL REGNO DELLE VIRTÚ
CAPITOLO I
Del paradiso terrestre e di Enoc e d'Elia e dell'albero della scienza del bene e del male.
Lasciata addietro avea la prava terra
e delli vizi la maligna schiera,
e trapassata avea tutta lor guerra.
E sopra l'orizzonte giá 'l sole era
5 ben quattro gradi, in quella parte posto,
che li fa state e qui fa primavera;
quando, per poter giungere piú tosto,
andava dietro alla scorta benegna,
la qual a seguitar m'era disposto,
10 Detto m'avea che nullo è che pervegna
ad alto fine ovver a nobil cosa,
se non chi s'affatica e chi s'ingegna.
Ond'io per quella via sí faticosa
andava in fretta come il pellegrino,
15 che, 'nsin che giunge al termine, non posa.
Quando fui presso al fin di quel cammino,
il paradiso vidi ch'è terrestro,
il qual fe' Dio per singular giardino.
E, s'egli è bello, pensisi il Maestro,
20 il qual el fece e posel dove il sole
ha piú vertú e 'l cielo a lato destro.
Lí era un pian di rose e di viole
e d'altri fiori e di maggior fragranza
che qui, dove siam noi, esser non suole;
25 ché ogni frutto, quanto ha piú distanza
da quello loco, tanto ha vertú meno,
e quanto piú s'appressa, in virtú avanza.
Tra quelli fiori e l'aere sereno,
e tra le melodie di quel piano
30 io trapassai di dolci canti pieno.
Da quel giardino er'io poco lontano,
ch'io vidi un serafino in su la porta,
ch'è posto lí da Dio per guardiano,
il qual un gran coltel nella man porta;
35 e l'uno e l'altro è di color di foco,
talché lor fiamma al sol non parea smorta.
Quando appressato a lui mi fui un poco,
egli mi disse, la spada vibrando:
– Guarda come trapassi in questo loco,
40 dal qual per colpa fu l'uom messo in bando,
non solamente per gustar del pomo,
ma perch'e' trapassò di Dio il comando. —
Minerva a me insegnato avea siccomo
l'intrata da quell'angelo si chiede,
45 senza il qual modo non v'entra mai uomo.
In terra mi prostrai da capo a piede,
ed ivi in croce spasi le mie braccia
come nel legno Quel che a noi si diede.
E dissi: – O angel, prego ch'e' ti piaccia,
50 per amor del Signor, ch'è sí cortese,
che nullo, che a lui torni, mai discaccia,
che lí mi lassi entrar nel bel paese.
Tu sai ch'Egli al ladron su nella croce
simile grazia fe', quando gliel chiese. —
55 L'angel allora, al suon di questa voce,
la porta aprío e diedene l'entrata,
levando via il coltel tanto feroce.
Come buona speranza il cor dilata
d'allegrezza, cotal a me quell'orto
60 dava letizia e la contrada grata,
ove null'uom giammai sarebbe morto
senza sua voglia e non giá per natura,
ché sol per grazia venía tal conforto;
ché nulla cosa, c'ha in sé mistura
65 di qualitá ed opposita azione,
di venir men puote esser mai secura.
Mentr'io ascoltava la dolce canzone
degli uccelletti, ed io vidi venire
due venerande ed antiche persone.
70 Il meno antico a me cominciò a dire:
– Come tu in questo luogo se' intrato?
con qual potenzia vien'? con qual ardire? —
Minerva allor rispose: – Io l'ho menato;
l'agnol di Dio a lui la porta aperse,
75 quando umilmente da lui fu pregato.
Giú del centro d'inferno, ove s'immerse,
colle mie mani io da primaio el trassi,
e feci sí, ch'in quel loco non perse.
Palla son io, che gli ho guidato i passi
80 per mezzo a' vizi e tra le fiere crude
insino a voi, ai qual vuol Dio che 'l lassi,
ché demostriate a lui ogni vertude:
quassú venute sonno e quassú stanno,
quando fuggîr del mondo, ch'è palude.
85 Tornar io voglio al mio beato scanno:
a questi lascio te, dolce figliuolo:
costor inverso il ciel ti guidaranno. —
Cosí dicendo, in alto prese il volo;
ed io, piangendo, dissi: – O dolce Palla,
90 perché di te cosí mi lasci solo?
Dietro alli passi tuoi ed alla spalla
lasciato ho 'l mondo, o scorta e mia auriga,
il qual, rispetto a questo, è una stalla.
E sempre, andando insú con gran fatiga,
95 le tue vestige, o donna, seguitai,
tra 'l mezzo delli mostri e di lor briga.
Ora, che tu cosí lasciato m'hai,
per tutto l'universo, che ti trovi,
io anderò cercando sempremai. —
100 Un degli antichi padri ed a me novi,
disse: – Non è bisogno tanto pianto,
ma con noi insieme omai i passi movi
per questo paradiso in ogni canto.
Enoc è questo primo, ed io Elia,
105 quai Dio ne pose in questo loco santo.
Delle vertú ti mostrerem la via. —
Allor pel prato di que' fiori belli
una con lor mi mossi in compagnia,
tra verzillanti foglie ed arbuscelli
110 e tra le melodie dolci e gioconde,
ch'ivi faceano inusitati uccelli,
quando trovai un arbor senza fronde,
ch'era di spoglio di serpente avvolto,
sí come un'edra ch'un ramo circonde.
115 Lo spoglio avea di forma umana il volto;
e l'arbore di spine era pien tutto
intorno a sé, siccome luogo incolto.
Ogni altro legno ivi era pien di frutto,
e di be' fiori e frondi fresco e bello;
120 e questo solo era secco e destrutto,
e su non vi cantava alcun uccello.
E, non sapendo perché questo fusse,
il padre Enoc addomandai di quello.
– L'arbor profano è questo, che produsse
125 – rispose Enoc – il frutto del suo ramo,
col qual il drago il primo uomo sedusse,
quand'egli ingannò Eva e poscia Adamo
a non servare a Dio obbedienza
col pomo dolce, ov'era il mortal amo.
130 «Legno» chiamato fu «della scienza
del bene e mal»; che è prima solo bene,
poscia del mal il ben ha sperienza.
Le piú fiate al miser uomo avviene
ch'e' non conosce il ben, se non in quella
135 che n'è privato o c'ha contrarie pene. —
Poscia trovammo la pianta piú bella
del paradiso, la pianta felice,
che conserva la vita e rinovella.
Su dentro al cielo avea la sua radice
140 e giú inverso terra i rami spande,
ove era un canto, che qui non si dice.
Era la cima lata e tanto grande,
che piú, al mio parer, che duo gran miglia
era dall'una all'altra delle bande.
145 – Questa gran pianta di gran maraviglia
– disse a me Enoc – è l'arbore vitale,
che vita dona a chi suoi frutti piglia.
Fitto nel cielo sta il suo pedale;
indi vien la vertú, che gli dá Dio,
150 che possa l'uomo rendere immortale.
Un ramoscello dall'angelo pio
n'ebbe giá Set e piantollo in la fossa
del padre Adamo suo, quando morío.
E quello crebbe e féssi pianta grossa,
155 e poscia posta fu nella piscina,
che sol di sanar uno ebbe la possa;
ché profetato avea Saba regina,
che su dovea morir quel gran Signore,
che faría nuova legge e piú divina.
160 Allor il legno di tanto valore
da Salamon fu di terra coperto,
insin ch'a far suo frutto apparse fòre;
ché, quando piacque a Dio, venne su ad erto,
e di quel legno la croce si fece,
165 ove l'Agnel di Dio per noi fu offerto,
quando su 'n quella il prezzo satisfece. —
CAPITOLO II
Della condizione del paradiso terrestre e de' fiumi, che quindi escono.
E poscia: – Flecte ramos, arbor alta.
– Elia e Enoc insieme alto cantâro,
come chi in coro la sua voce esalta.
Alla lor prece l'arbore preclaro
5 giú s'abbassò, ed e' colson le fronde,
che son sí dolci, che vince ogni amaro,
dicendo a me: – Del frutto, che nasconde
quest'arbor dentro a sé, nullo ne coglie
salvo che l'alme felici e ioconde.
10 E poi mi fên gustar di quelle foglie,
che porgono alla 'ngiú que' santi rami,
le quai mi contentôn tutte mie voglie.
O cupidigia, che tanto t'affami
e che quanto piú mangi e pasto hai preso,
15 tanto apri piú la bocca e piú ne brami,
se gustassi del legno al ciel disteso,
ratto faresti come san Matteo,
quando il nostro Signor egli ebbe inteso:
che lasciò la pecunia e 'l teloneo,
20 e sí gli piacque, ch'a rispetto a quello
ogni altro cibo gli era amaro e reo. —
Quindi n'andammo in un boschetto bello,
dove Adamo fuggí e steo nascosto,
quando mangiò del cibo amaro e fello,
25 allor che non sostenne un sol fren posto,
un sol comando, il quale Dio gli diede,
ma fu ardito a romperlo sí tosto.
Ei si nascose. Oh matto chiunque crede
fuggir ovver celarsi da Colui
30 che tutto puote ed ogni cosa vede!
E poscia mi partii con ambidui
tra' belli fiori di quel prato adorno;
e, quando ad una fonte io giunto fui,
considerai che era mezzo giorno,
35 ché 'l sol toccava in alto giá 'l zenitto,
e nullo corpo facea ombra intorno.
Dicea fra me, insú mirando fitto:
– Com'è che qui il caldo non offende,
da che li raggi insú rifletton ritto?
4 °Ché 'n quella obliquitá che 'l raggio scende,
come si prova nella prospettiva,
in tale a parte opposta si distende.
Però, se 'l raggio ingiú ritto deriva,
per linea retta ritorna in quel verso,
45 ed ei lí si raddoppia e si ravviva.
E questo luogo è pian, pulito e terso
assai a questo, e nol torce in oblico
concusso alcun, che 'l raggio mandi sperso. —
Allor mi disse il padre piú antico:
50 – Tu forse ammiri che qui non fa male
il troppo caldo noioso e nimico.
Sappi che, dove il giorno è sempre equale
alla sua notte, quanto il dí riscalda
il sol, che 'nver' zenitto suso sale,
55 tanto la notte col fresco risalda;
e però quella patria, se pon' cura,
fie temperata, né fredda, né calda.
E, benché tanto il sol vada in altura,
non fa di caldo sotto il loco accenso,
60 quando in cotale altezza poco dura.
Non è sola cagion del caldo intenso
l'altezza dello sol, ma sua dimora
col raggio insú riflesso, s'io ben penso. —
Il suo parlar mi die' piú dubbio allora,
65 ed io di domandar non avea ardire,
come scolar che troppo il mastro onora,
che mostra ancor non voler assentire
con parole, ma tien il capo basso,
facendo vista d'altro voler dire.
70 Ond'ello: – Parla; – ed io: – Cotesto passo
ha forse veritá solo in quel clima,
ov'è la gran cittá di Satanasso.
Ma questo loco tanto si sublima,
che ben tre ore nell'alto emisfero
75 vedete il sole innanzi agli altri in prima.
E cosí, quando il giorno si fa nero
nell'occidente, a voi ben per tre ore
luce quassú il celeste doppiero.
Che cagion è che qui non è ardore,
80 se qui diciotto or mostra all'aspetto
nel giorno il sol con suo chiaro splendore? —
Ed egli a me: – Se intendesti il mio detto,
io parlai sú del clima di quel loco,
ov'ha reame il primo maladetto.
85 E, perché questo da quel dista poco,
il sol, che dura in questo loco santo,
come argumenti, accenderebbe il foco;
se non che 'nsú egli è levato tanto,
che mai vapor, che faccia pioggia o vento,
90 salir o nocer può in nessun canto.
Ma 'l nono ciel e 'l primo movimento
move qui l'aere, e dolce aura spira
tal, che conforta ciascun sentimento.
E, quando il detto cielo intorno gira,
95 il foco e gli altri ciel voltan con esso
ed anche seco quest'aere tira.
Per questo il raggio in diritto riflesso
si frange e sparge; e, quand'è cosí sparso,
non accagiona il caldo intenso e spesso.
100 Però dal sol non è questo luogo arso,
s'el manda il raggio ritto, o alto el move,
o se la notte sol sei ore ha scarso. —
Dal ditto loco poscia andammo dove
nasceva un fiume, ch'era tanto grande,
105 che mai verun maggior fu visto altrove.
Elia mi disse senza mie dimande:
– Questa grand'acqua, che qui ritto emerge,
per tutto il mondo poscia si dispande.
Imprimamente questo loco asperge;
110 poiché la terra ha qui bagnata e infusa,
per tutta l'altra terra si disperge
per li meati, sí come Aretusa,
che bagna pria Calabria e di quindi esce,
poi va in Trinacria sotterra rinchiusa.
115 Di questo nasce Gange e 'l Nil, che cresce
tanto la state, ed il Danubio e 'l Reno
ed il Tanai col saporoso pesce.
Di questo Ibero e il grande Geon pieno,
che passa rifrescando l'Etiopia
120 e che bagna anco l'arabico seno.
Di questo il Po, che d'acqua ha sí gran copia,
che, quando il mondo seccò per Fetonte,
tra tutti i fiumi n'ebbe meno inopia.
Ma l'acqua d'ogni fiume e d'ogni fonte
125 principalmente vien dall'Oceáno,
e da Natura corre prima al monte.
Perch'è spognoso e perché dentro è vano,
e' scaturisce pel caldo impellente
e poscia scende e corre giuso al piano.
130 Ed ogni fiume piú pieno e corrente
diventa per la pioggia, quando cade;
e questa è l'altra causa conferente. —
Poi ci movemmo per le adorne strade
tra la fragranza e soavi melode,
135 tra 'l nettar dolce in scambio di rosade.
Ivi ogni senso si rallegra e gode,
alla verzura si conforta il viso,
l'orecchie a' canti degli uccelli, ch'ode.
Rallegra tutto il cor quel paradiso;
140 ivi ogni cosa intorno m'assembrava
un'allegrezza di giocondo riso.
La doppia scorta, la qual mi guidava,
si movea innanti, ed io seguía lor piante
e con diletto lá e qua mirava.
145 E, quando fummo andati alquanto avante,
trovammo in giro un ampio ed alto muro,
ch'avea le torri di duro diamante.
Elia mi disse: – Qui l'intrare è duro,
se l'uomo in prima non si gitta a terra
150 e se: – Peccai – non dice col cuor puro.
Allor colei, che la porta apre e serra,
gli dá l'entrata e fagli anco la scorta;
e chi senza lei andasse, il cammin erra.
Ella ti menerá sino alla porta;
155 dentro la Temperanza troverai,
che gl'impeti rifrena e 'l troppo accórta. —
Per questo al duro muro m'appressai.
CAPITOLO III
Della vertú della temperanza e sue laudi.
Perché l'intrare a me fusse concesso
nel bel reame della Temperanza,
mi feci a quella porta alquanto appresso.
E, poiché fui in debita distanza,
5 mi postrai 'n terra, dicendo: – Peccavi, —
sí come per intrare lí è usanza.
Ed allora una donna con due chiavi
aprío la porta, e poi la mia persona
levò di terra con parol soavi.
10 – Questa gran donna, che l'intrata dona,
è quella, senza cui – mi disse Elia —
né Dio né uomo al peccator perdona.
Ella è che al ciel t'insegnerá la via:
dietro alli passi suoi ti guida omai;
15 con lei noi ti lasciamo in compagnia. —
Quei patriarchi pria ringraziai;
poscia mi volsi alla scorta novella
e ch'ella mi guidasse io la pregai.
Dentro alla porta intrai insiem con ella;
20 e, poiché dentro fummo ed ella ed io,
allor mi fece don di sua favella.
– Se saper – disse – vuoi il nome mio,
io sono l'Umiltá, il primo grado
d'ogni virtú, che vuol salir a Dio.
25 Come Superbia è prima in ogni lado,
ardita a romper la legge divina,
cosí alle vertú io 'nanti vado.
Chi senza me su per andar cammina,
ritorna addietro intra li luoghi bassi
30 e non s'accorge quando egli rovina.
– Io prego, o donna, che tu non mi lassi
– a lei risposi riverente e piano, —
ché sempre seguirò dietro a' tuoi passi. —
Benignamente a me porse la mano;
35 e, poiché 'n alto luogo giunto fui,
che d'ogni amenitá era sovrano,
la Temperanza con belli atti sui
io trovai quivi e con tanta maiésta,
quant'hanno i santi, dov'è il dolce frui.
40 Se ogni cosa è bella in quanto onesta,
e tutta l'onestá da lei procede,
quindi si sa quanto era bella questa.
Ella stava a sedere in una sede.
La nova scorta appresso a lei si pose,
45 non però in alto, ma giú basso al piede.
E sette donne, adorne come spose,
stavan con lei, e d'oro le corone
aveano in testa e di fiori e di rose.
E una un orso e l'altra avea un leone,
50 legato ed ammansito con un freno;
la terza similmente un gran dragone.
E come fa 'l cagnol che dorme in seno,
cosí le fère si stavan con loro
ed anche il drago senza alcun veneno.
55 Intorno intorno a tanto concistoro
eran tranquilli giuochi e dolce canto
di diverse persone a coro a coro.
Perché da loro er'io distante alquanto,
cenno fatto mi fu che m'appressasse
60 alla regina del collegio santo.
Io m'appressai e le ginocchia lasse
in terra posi, ed ella anco fe' segno
che confidentemente a lei parlasse.
– Alta regina, a questo loco vegno
65 – diss'io a lei – dal mondo con fatiga,
per contemplar di te e del tuo regno.
Minerva fu a me primiera auriga;
ella è che m'ha scampato e sú condotto
per mezzo delli vizi e di lor briga.
70 E ch'io venisse a te mi fece dotto,
che m'insegnassi questo tuo reame
e delle tue donzelle tutte e otto.
– Dacché di me sapere hai sí gran brame,
– rispose quella, – ascolta, e dirò pria
75 del mio uffizio e poi dell'otto dame.
Dio fatto ha l'uomo per sua cortesia
e posto in mezzo lui tra 'l bene e 'l male,
ché lá e qua ei combattuto sia.
E diede a lui la parte sensuale,
80 la qual al male impetuosa corre
come sfrenato e indomito animale.
E però Dio mi volle con lui porre,
ché 'nverso il mal egli precipitára,
se con miei freni a lui non si soccorre.
85 Per farti ben la mia risposta chiara,
com'egli verso il mal si move ratto,
cosí va tardo alla parte contrara;
ché, come infermo debil e disfatto,
si move col disio inverso il bene,
90 se con forti speroni ei non è tratto.
Perciò altra virtú esser conviene
cioè Fortezza, e questa i sproni mova,
quando uom come infingardo si ritiene.
Ella è che fa che l'uom, il qual si trova
95 nella battaglia, vince e non s'ammorza,
sí come il cavalier di buona prova,
o come il buon nocchier, che allor si sforza
che ha la gran tempesta in mezzo all'onda,
quando el combatte da poppa e da orza.
100 Ed io 'l mantengo, quando va a seconda,
ché 'l fo attento che 'l timon non lassa,
senza lo qual la nave si profonda,
e che non dia de' calci a chi lo 'ngrassa;
e, quando esalta la fortuna destra,
105 io fo che tiene il freno e che si abbassa.
Cosí armato a dritta ed a sinestra,
da un de' lati Fortezza el defende,
dall'altro lato son io sua maestra.
Donna è che con mill'occhi su risplende,
110 che 'l guida dietro e innanti, e 'l fine sguarda,
tanto che chi lo segue non l'offende.
Piú suso sta dell'uom la quarta guarda,
Astrea dico, che resse la gente
'nanti che fosse fallace e bugiarda.
115 Alle otto dame omai tu porrai mente;
dirò de' loro uffizi, se m'ascolti,
che reggono il reame qui presente.
In prima sappi che impeti molti
son rei nell'uomo contra bona legge;
120 ma tre son li peggiori e li piú stolti.
Il primo è l'ira in cui governa e regge;
e questa fa il cor di pietá nudo
contra li suoi subietti e la sua gregge.
Clemenza è detta ovver Mansuetudo
125 la prima dama, che dalle radici
stirpa l'ira del core troppo crudo.
E, secondo duo nomi, ell'ha duo uffici:
l'uno è che li superbi e troppo altèri
inchina a' servi, quasi a dolci amici;
130 l'altro è che quei, che son crudeli e fèri
e c'hanno alla vendetta accesi i cori,
li fa al perdonar dolci e leggeri.
Però è detta donna de' signori,
ché li reami e Stati senza lei
135 non saríen signorie, ma gran furori.
Ed anco è detta sposa delli dèi,
che son propizi e non corron mai tosto,
ma tardi alla vendetta contr'a' rei.
Ell'è che esser fe' Cesare Agosto
140 contra 'l nemico suo giá mansueto,
il qual a tradir lui s'era disposto.
Ed egli el chiamò seco nel secreto
dentro alla cambra sua cogli usci chiusi,
ove gli disse con parlar quieto:
145 – Non è bisogno, amico, che ti scusi,
ch'è manifesto e non ne puoi far niego
del tradimento, che contra me usi.
Ma una cosa a te chiedendo prego,
che della tua amistá mi facci dono;
150 ed io similemente a te mi lego.
E ciò c'hai detto o fatto ti perdono. —
E, per piú fede, a lui la destra porse:
cosí 'l fe' amico a sé verace e buono.
Questa è, che fe' ch'Alessandro soccorse
155 con gran benignitá al suo vassallo,
quando del suo bisogno egli s'accorse,
e desmontò de su del suo cavallo,
e del suo manto le membra gli avvolse,
ché uopo non avea d'altro metallo.
160 Traian l'insegne al suo gran carro folse
solo alla voce d'una vedovetta,
al cui parlar mansueto si volse,
dicendo: – Imperador, fammi vendetta,
ché 'l tuo figliolo il mio figliol m'ha tolto,
165 ond'io a lamentarmi son costretta. —
Ed ei rispose con benigno volto:
– Il mio figliolo, o donna che ti lagni,
ti dono in cambio di quel c'hai sepolto. —
Cesare primo, il maggior tra li magni,
170 li suo' famigli ovver li suoi subietti
non li chiamava «servi», ma «compagni»,
facendo a loro onore in fatti e in detti. —
CAPITOLO IV
Delle spezie e rami della temperanza.
Io stava ad ascoltar come scolaio,
che dal maestro prende la dottrina,
mentre narrò dell'impeto primaio.
E poi continuò quella regina:
5 – Sappi che rifrenar io debbo ogni atto,
al qual la parte sensual inclina.
Il diletto del gusto e quel del tatto
vuole Dio ch'io rifreni e ch'io m'oppogna:
questa è la mia materia, ch'io pertratto.
10 E ciò ch'è inonesto e fa vergogna
al nobil uomo, e ciò ch'el fa brutale,
ho io a regolar quanto bisogna.
Vero è ch'io anco reggo in generale
i vizi tutti e la lor circumstanza,
15 e rifren ciò che la ragione assale.
E questo suona el nome «Temperanza»,
cioè ch'ella rifreni, regga e tempre
ogni inonesto e ciò che in troppo avanza.
E questo tu per regola tien' sempre,
20 ch'a ciascuna virtude s'appartiene
corregger ciò, che la ragion distempre.
Iusto e prudente è l'uom, se noti bene,
e temperato, ed anche ha in sé fortezza
e tutte le vertú insieme tiene;
25 ché dal peccato ovver dalla dolcezza,
che gli è opprobriosa, si disparte,
o che, vincendo, sofferisce asprezza.
Ogni virtú, ogni scienza ed arte
ha sua materia propria, che pertratta;
30 ma 'n general l'una all'altra comparte.
La sensualitá brutale e matta
reggo io con queste dame a me propinque,
e ciò che all'uom opprobrio e biasmo accatta.
E questi vizi in radice son cinque,
35 e prima l'ira, della quale ho detto
ch'è opposta alla clemenzia, delinque.
Poscia è superbia, il vizio maladetto
dell'avarizia ed anco della gola
e di lussuria il bestial diletto.
40 Omai contempla la mia bella scòla:
la bella donna, che ti scorse il passo,
che mi sta a piè umil senza parola,
vince superbia e vince Satanasso
(mirabil cosa!), che 'nsú monta tanto,
45 quanto nel suo pensier si pone a basso.
L'altra donzella, che mi siede accanto,
la moderata Parcitá si chiama:
ell'è la quarta in questo regno santo.
Ella lega la lupa sempre grama
50 e pon mesura alla voglia bramosa,
che mai non s'empie e che, mangiando, affama.
L'altra, ch'è tanto adorna e gloriosa,
è Continenza, agli angioli sorella
e del sommo Fattor celeste sposa.
55 Ella Cupido e Venere fragella,
ogni turpe atto fugge ed hallo a sdegno,
e sdegna chi ne tratta o ne favella.
La sesta donna in questo nostro regno
a Cerere ed a Bacco pone il freno,
60 ché del bisogno non passino il segno.
E, perché tutto sappi ben appieno,
dirò dell'altre mie compagne ancora,
che stanno meco nel regno sereno.
Io suadisco ciò che l'uomo onora,
65 e vieto ciò che a lui è turpe e lado,
perché sua dignitá sia piú decora.
Però la donna del settimo grado
è chiamata Onestá ed ha la vesta
tutta inorata sopra il bel zendado.
70 Vedi che tutte l'altre gli fan festa;
vedi che adorna tutte di splendore
della corona, ch'ella porta in testa.
Com'io li desidèri di furore,
i quali rifrenar all'uomo è forte,
75 tempro col freno dello mio valore;
cosí è altra donna in questa corte,
Modestia chiamata, e tiene il loco,
che qui gli è dato nell'ottava sorte.
Ella è che 'l modo pon tra 'l troppo e 'l poco
80 negli atti esteriori, in fatti e in dire,
nel rider, nell'andar, nel prender gioco,
in suntuositá e nel vestire;
e dove e quando, innanzi a cui e come,
oltra i termini suoi, non lassa ire.
85 Tra noi coronat'ha le bionde chiome;
Modestia è detta, perché serva il modo,
sicché 'l suo uffizio è consequente al nome.
In questo regno, nel qual io mi godo,
sta la Vergogna ovver l'Erubescenza;
90 la qual non per virtú però la lodo,
ma perché è freno e perché ha temenza
di fare il lado; e questo è atto buono
e che mena a virtú, se ha permanenza.
Ma 'n quei che saggi o che antichi sono,
95 perché debbono il capo aver esperto,
il vergognarsi trova men perdono.
Però Vergogna in testa non ha 'l serto
perché non è virtú, come siam noi,
che 'l capo di corona abbiam coperto.
100 Dell'altre cose, che qui saper vuoi,
elle diranno co' lor dolci canti,
una cantando pria e l'altra poi. —
Clemenzia, al cielo alzando gli occhi santi,
un canto cominciò tanto soave,
105 piú che mai musa, che cantar si vanti.
– Non ha peccato – disse – tanto grave,
che dell'intrar a te, Signor e Dio,
chiunque si pente non trovi la chiave;
ché se' sí mansueto e tanto pio,
110 che tua clemenzia il peccator soccorre,
pur ch'e' si penta e non voglia esser rio.
La tua piatá, che a vendicar non corre,
a quel che volle a te assomigliarse
e la sua sede a lato alla tua porre,
115 pur ch'e' volesse ancora umiliarse
alle tue braccia, dicendo: – Peccai, —
ad abbracciarlo non faríale scarse.
Per questo, o Signor mio, saper mi fai,
che sempre si perdoni a chi si pente;
120 al superbo non si perdona mai.
Quando al ciel venne il grido della gente
di Sodoma e Gomorra e di lor setta,
tu descendisti a vederlo presente;
ove m'insegni ch'io non creda in fretta,
125 quando la fama il peccator condanna,
e tardo e con piatá faccia vendetta.
Per questo tu ponesti, o santo Osanna,
l'asprezza della verga dentro all'arca
colla dolcezza insieme della manna.
130 La Maddalena, o sommo Patriarca,
tu ricevisti pio e mansueto,
quando a te venne di peccati carca,
e del suo cor compunto e del suo fleto
piú ti pascesti che su nella mensa
135 del fariseo, e piú staesti lieto.
La donna, ch'era allor allor comprensa
nell'adulterio e menata nel tempio,
benignamente da te fu defensa;
dove, alto mio Signor, mi désti esempio
140 che sol del peccator voglia l'emenda,
e chi altro ne vuol, è crudo ed empio,
e quel, che egli fa, nullo riprenda;
ch'altru' accusando, quel se stesso pugne,
quand'egli avvien che 'n quel medesmo offenda.
145 Tu giá facesti e fai che ancor si ugne
il core a' regi, perch'e' sien benegni,
e 'l re dell'api fai che non trapugne;
in questo esempio, mio Signor, m'insegni
che sieno i grandi grati e mansueti,
150 e che non sian superbi in li lor regni. —
E poscia, al cielo alzando gli occhi lieti,
Parcitá cominciò sua cantilena,
poiché Clemenzia ebbe i suoi detti quieti.
– Beato – disse – è l'uom che si raffrena
155 e pone a quella voglia la mesura,
che sempre brama e mai diventa piena.
Beato quello che non sforza o fura
per piú avere e non prende l'affanno,
sempre sudante d'infinita cura;
160 ma, com' Fabrizio nel povero scanno,
del poco e con vertú piú si contenta
che di piú posseder con froda e inganno.
Ma piú felice è l'uomo, il qual diventa
perfetto sí, che tutto il disio taglia,
165 e di ricchezza ha ogni voglia spenta,
e che 'l piú e 'l meno non cura una paglia,
e che niente alla Fortuna chiede,
quando losinga e quando dá battaglia.
Colui di tutto il mondo è ricco erede,
170 che, avendo o non avendo, piú non vuole;
ché, quanto uom non desia, tanto possede. —
Qui finí 'l canto ed anco le parole.
CAPITOLO V
Della virtú della continenza e delle sue spezie, e dell'astinenza.
Cominciò Continenza il terzo canto,
quando l'onesta Parcitá si tacque;
e prima gli occhi alzò al cielo alquanto,
dicendo: – A Dio verginitá sí piacque,
5 che lei elesse sposa, in lei discese,
quando di vergin madre al mondo nacque.
A san Ioanni l'angel fu cortese
per la verginitá, a lor sirocchia,
quando, di terra su levando, el prese,
10 dicendo: – Su, su, lieva le ginocchia:
fratelli e servi siamo in quel Signore.
che ciò, che è futur, presente adocchia. —
Non pure il cielo a lei fa onore,
ma l'universo ed ogni creatura
15 alla bellezza di tanto valore.
Subietti stanno a lei, quando scongiura.
li maladetti piovuti da cielo,
per forza, per amore o per paura.
La vergin sacra giá accese il velo
20 nel foco estinto; e l'altra la gran nave
trasse con un capello d'un sol pelo.
Il capricorno sí feroce e grave
da lei pigliar si lassa, ed ella el regge;
e segue lei mansueto e soave.
25 Ma, perché è scritto nell'antica Legge:
«Crescete insieme vo' e moltiplicate»,
come in quel testo piú volte si legge,
per questo molti la verginitate
impugnano, perché non è feconda
30 come lo stato delle coniugate.
Convien che a questi detti si risponda
che funno a tutte spezie e fûn comuni
non a persona prima ovver seconda,
ché vòlse Dio e vuol che sianvi alcuni,
35 perché alle cose sue meglio s'attenda,
che d'ogni atto venereo sian digiuni.
Benché verde grillanda o sacra benda
adorni quella c'ha la mente negra,
non però vergin esser si comprenda;
40 ché la verginitá pura ed allegra
è la mente incorrotta a Dio divota,
cogli atti onesti e colla carne intègra.
E, se l'integritá fusse rimota
contra 'l voler, non però si sospetti
45 perder corona e la celeste dota.
La castitá è poi de' men perfetti;
ma, se si parte dalle cose sozze,
il frutto di sessanta in cielo aspetti,
se non trapassa alle seconde nozze,
50 se lassa ciò in che Marta s'affanna,
se piú non vuol marito che rimbrozze,
e se con Michelina e con sant'Anna
abita sola e dimora in quel templo,
ove si gusta la celeste manna;
55 se dalla tortora anche piglia esemplo,
che beve turbo e sola sempre è 'n lutto,
quasi dicendo: – Io castitá rassemplo. —
Il matrimonio è poi di minor frutto;
perché convien che la famiglia rega,
60 non può inverso Dio attender tutto;
ché quanto piú col mondo alcun si lega
ed alla cura bassa sta piú attento,
tanto dal contemplar di Dio si piega.
Allora è santo e vero sacramento,
65 se in una vera fede egli è fundato,
in santa pace e in un consentimento;
se solo a quel buon fine egli è usato,
pel quale al primaio uom, quando fu fatto,
la sposa Dio gli trasse del costato.
70 Se bestiale ovver meretricio atto
fra lor non si usa, allor è continenza,
ché fuor de' miei confini e' non è tratto. —
Poi, come donna che fa reverenza,
lassando il ballo, tal atto fe' ella,
75 e prese il quarto canto l'Abstinenza.
Alzando gli occhi al ciel, quella donzella
disse: – La mente mia libera e lieta
sublimo al mio Signor, che mi favella.
Egli è che spira e che mi fa profeta:
80 Egli è che ciba me, lui contemplando:
Egli è che di vertú mi fa repleta.
Di me all'uomo fe' il primo comando;
e, quando el ruppe, a morte ed a fatiga
e tra mille timori el pose in bando.
85 L'offizio mio quella parte castiga,
dov'è 'l desio e quel voler ribello,
che alla legge mental dá sí gran briga.
Li tre fanciulli ed anche Daniello
profeti fei, perché funno abstinenti
90 e parlavan con Dio, com'io favello.
Avventurate giá l'antiche genti,
a cui il pasto delle giande ed erbe
fe' 'l viver lungo e san senza tormenti!
Ora li cibi e le mense superbe
95 son sí cresciuti, che la vita brieve
è inferma e poca e pien di doglie acerbe.
Ora, se innanzi al pranzo non si beve,
pare altrui pena; e troppa dilicanza
fa che 'l cibo comune al corpo è grieve.
100 Il corpo, che del poco ha sua bastanza,
se non ha buono assai e spesso e presto,
mormora guasto dalla mal usanza.
Or pochi fanno quel digiun richiesto
per decima da Dio, che gli sia offerta,
105 del tempo, che a ben far n'ha dato in presto.
E non val ch'è precetto e che si accerta
ch'estirpa i vizi e le virtú acquista,
e che lieva la mente a Dio sú erta. —
Qui lasciò 'l canto come 'l citarista;
110 poi come fa'l falcon, quando si move,
cosí Umiltá al cielo alzò la vista,
dicendo: – O alto Dio, o sommo Iove,
nulla umiltá che pretenda bassezza,
possibil è che mai in te si trove.
115 Ma, permanendo in sé la tua altezza,
il tuo Figliuol l'umanitá si unío
non con difetti, ma con l'altra asprezza,
sí ch'egli, essendo insieme e uomo e Dio,
in quanto Dio che satisfar potesse,
120 e in quanto uom patisse ove morío,
per colui che, produtto allora in esse,
ruppe la sbarra del comando primo
ed attentò che, quanto Dio, sapesse.
Però convenne che 'l superbo limo
125 s'umiliasse quanto insú era ito,
ed egli non potea piú ire ad imo.
Ed anco 'l suo peccato era infinito,
pensando quel Signore, in cui presunse
e che a non obbedirlo fu ardito.
130 Per questo, Dio umanitá assunse
ed un si fece seco e fu quell'Agno,
che pei peccati altrui s'offerse e punse.
O alto mio Signor, tu se' sí magno,
che tutti quanti i ciel son la tua sede,
135 e la terra è scabello al tuo calcagno.
Alla grandezza tua, che tanto eccede,
l'umiltá sola gli fece la casa,
quando umanò 'l tuo eterno Erede
nel petto di Maria, qual è rimasa
140 speranza a' peccatori e sempre advoca
che Piatá tenga a lor la porta pasa.
Quella Umiltá, che 'n croce si fe' poca,
fu esaltata e, posta al lato destro
appresso a Dio, in alto si collòca.
145 E, quando al mondo stette per maestro,
con umiltá conversò tra la gente
non come prince, ma come minestro;
ove li gradi mostra, a chi pon mente,
dell'umiltá, e prima che subietta
150 sie a' maggiori e presta ed obbediente.
L'altra è che a' suoi egual si sottometta;
l'umiltá terza alli minor subiace:
questa è suprema ed è la piú perfetta.
Di un'altra umiltá, che nel cor giace,
155 il primo grado non dispregia altroi;
l'altro, s'è dispregiato, non gli spiace.
Il terzo grado è dopo questi doi;
che, s'egli è dispregiato, se ne goda
e non si turbi, perché altri el nòi;
160 e che avvilisce sé, quando altri el loda,
e sol risponde, quando altri el domanda,
e non si cura, benché opprobrio oda;
e come il buon corsier, che cosí anda
come altri mena il fren, cosí la voglia
165 pon nell'arbitrio di chi ben comanda;
e, benché alcuno a lui la vesta toglia,
o se la sua mascella li percuote,
non contendendo, lo mantel si spoglia
e paragli anco l'altra delle gote. —
CAPITOLO VI
Della fortezza e delle sue spezie.
Menommi poi l'Umilitá piú suso,
tanto ch'io giunsi al reame secondo;
e, come il primo, il varco aveva chiuso,
ed anco 'l muro avea girante in tondo
5 ed era tutto quanto d'oro fino,
alto ben cento piè da cima al fondo.
Enginocchiato, al mur mi fei vicino;
allora l'uscio grande ne fu aperto;
e noi intrammo su per quel cammino.
10 Forse duo miglia era ito suso ad erto
tra dolci canti e tra li belli fiori,
da' quai tutto quel pian era coperto,
ch'io vidi in mezzo delli sacri còri
star la Fortezza ardita e triunfante
15 come una dea adorna di splendori.
Mirava al cielo e tenea le sue piante
fisse e fermate su 'n una colonna,
ch'era tutta di fino adamante.
La spada in mano avea la viril donna
20 e l'elmo in testa ed in braccio lo scudo,
e la panziera in scambio della gonna.
– O vertú alta, o nobil Fortitudo
– diss'io a lei inginocchiato appresso, —
che non curi Fortuna e suo van ludo,
25 per l'aspero viaggio mi son messo,
passando i vizi insú con grande affanno,
per veder questo regno a te commesso,
e per veder le dame che qui stanno;
e vengo, alta regina, ché m'insegni
30 l'offizio e l'operar, che da te hanno.
Se 'l priego basso mio, donna, disdegni,
Minerva disse a me ch'io ti richieggia
e che venissi qui, ove tu regni. —
Siccome, quando le sue schier vagheggia,
35 si mostra ardito il nobil capitano,
ed ognun delli suoi, perch'egli il veggia,
cosí fec'ella con la spada in mano,
e cosí se mostroe ogni sua ancilla,
in forma femminile ardir umano.
40 Non mai Pantasilea ovver Camilla
tanto valor nell'arme dimostrâro,
né donna d'Amazona o d'altra villa.
– Da c'hai passato il cammin cosí amaro
– rispose quella, – e mándati Minerva,
45 degno è che io t'insegni e faccia chiaro.
La parte, che nell'uom debbe esser serva,
per due cagioni alla ragion s'oppone
e contra buona legge sta proterva.
Prima è dolcezza delle cose buone
50 secondo il senso, e, quando troppo move,
a questa Temperanza il fren gli pone.
L'altra è quand'ella andar non vuol lá, dove
la ragion ditta e fállo per paura
o per diletto, che la tiri altrove.
55 Ora a' due offizi miei porrai ben cura.
Uno è che arma l'uom e che lo sprona
alla vertú contra ogni cosa dura.
E, perch'abbia vittoria, la corona
io gli dimostro; e, se vince l'asprezza,
60 prometto fama e premio, che 'l ciel dona.
L'altro è che, come Ulisse, la dolcezza
lassa di Circe e, come Sanson fiero,
svegliato, i lacci di Dalida spezza.
E giammai non ti caggia nel pensiero
65 che di fortezza virtual sia armato
chi il mal fa forte o casual mestiero,
cioè per furia o ira, o che infiammato
sia d'amor troppo, e forse per temenza
o per guadagno ovver come soldato.
70 Per molta ovver per poca esperienza
alcun par forte; ma vera radice
nullo ha di questo, ma sola apparenza;
ché la fortezza, che fa l'uom felice,
è animo costante a non volere
75 ciò ch'a ragione ed a Dio contradice,
per questo apparecchiato a sostenere
ogni fatica, ogni briga e periglio
e voler contrastar con suo potere,
e per le quattro cose, a quali è figlio,
80 la patria, il padre, la vertú e Dio,
ire alla morte con allegro ciglio.
Non ha però di morte ella il disío;
ché quanto al mondo è utile sua vita,
tanto il morir gli dole e pargli rio.
85 Ma la sua carne libera e espedita
tiene alla morte, e sol quando bisogna
e in bene di color che l'han largita;
ch'è meglio assai che l'uom la vita pogna,
che Cloto fila e fa corte le tele,
90 che viver vizioso e con vergogna.
Perché non fusse a' nemici infedele
nelle promesse, il buon Regulo Marco
tornò alla morte ed al dolor crudele.
Ristette solo Orazio su nel varco
95 del ponte, insin che gli fu dietro rotto,
portando de' nemici tutto il carco,
e poi nel Tever si gittò di sotto
non per fuggir, ma che non contentasse
color ch'a ritener s'era condotto.
100 Fortezza fe' che Curzio si gittasse
nella ruina, acciò che la sua morte
da morte la sua patria liberasse.
Omai contempla la mia bella corte.
Questa che 'n testa porta due ghirlande,
105 perché a destra ed a sinistra è forte,
Magnanimitá è, che ha 'l cor sí grande,
che Fortuna nol flette, se minaccia,
né lieva in alto con losinghe blande;
ma tra la gran tempesta e gran bonaccia
110 conduce la sua barca con salute,
e troppa spene o tèma non l'impaccia.
Non per ambizion, ma per vertute
s'ingegna di salir in grande onore,
e solo a questo ha le sue voglie acute,
115 e, non perch'i subietti ella divore,
ma per far prode, sí come fa 'l lume,
che, posto in alto, mostra piú splendore.
Il vizio d'arroganza, e che presume,
ha ella in odio e la gloria vana
120 sí come cosa opposta al buon costume.
Troppa audacia ancor da lei è lontana
e 'l timor troppo e l'animo pusillo,
e la temeritá da lei è strana;
ed è verace, e l'animo ha tranquillo
125 e tra li grandi mostra aspetto magno,
ed eccellente ed alto è 'l suo vessillo,
ed usa tra' minor come compagno.
L'onor e la vertú vuol che antiposta
sia all'utilitá ed al guadagno.
130 Quell'altra donna, che gli siede a costa,
è sua sorella, chiamata Fidanza:
questa è seconda, in questo regno posta.
Questa comincia con molta baldanza
le cose dure, pria pensando il fine
135 e la fatica ed ogni circumstanza.
La terza poscia di queste regine
è Pazienza, ed ella è che sostiene
della battaglia le piú acute spine.
E sono dolci a lei l'amare pene,
140 pensando il premio e 'l grande onor che spera,
ché senza affanno non si monta al bene.
La quarta è la vertú che persevéra
insin al fine, e l'opera conduce
tutta perfetta e tutta quanta intera.
145 Ogni atto buono ed arduo, che produce
la volontá zelante ed iraconda,
a questo mio reame si reduce.
Io dico l'ira, quando non abbonda
tanto che offusche il lume della mente,
150 ma quella che a ragion sempre seconda.
In questo regno mio tanto eccellente
stanno i romani antichi e li gran reggi
e gli uomin forti dell'antica gente,
i quai voglio che odi e che li veggi.
155 Quivi sta Ettòr e quivi stan coloro
che in magnanimitá fûn li piú egreggi. —
Allor partíssi, e tutto il sacro coro,
seguendo la Fortezza, i passi mosse,
sin che trovammo una gran porta d'oro.
160 La donna principal quella percosse;
e senza alcun indugio ne fu aperta;
ma quel portier che aprío, non so chi fosse:
tanto attesi a seguir la scorta esperta.
CAPITOLO VII
De' magnanimi e valentissimi, ne' quali risplendette la virtú della fortezza.
Non credo che sia loco, sotto il cielo,
sí delettoso e di tanta allegrezza,
né tanto temperato in caldo e 'n gielo,
quanto quel dove andai con la Fortezza.
5 E lí trovai armato il fiero Marte,
quanto un gigante grosso ed in altezza.
E molta gente avea da ogni parte
e tanto appresso a lui, quanto vantaggio
ebbon in forza e in battagliosa arte.
10 E sopra tutti lor scendeva un raggio,
il qual si derivava dal pianeta,
che dá nella battaglia buon coraggio.
Sí come luce ch'esce di cometa,
cosí scendeva lor sopra la chioma,
15 secondo la vertú piú chiara e lieta.
Quando piú bella e piú in fior fu Roma,
non ebbe in sé sí bella baronia,
né quella che di Troia ancor si noma.
Come tra' fiori e dolce melodia
20 l'anime vanno tra gli elisii campi,
facendo insieme festa in compagnia;
cosí su' prati dilettosi ed ampi
givano questi in gran solazzo e gioco
col raggio in capo, che par che gli avvampi.
25 – Secondo il raggio, quanto è assai o poco
– Fortezza disse, – qui si manifesta
la vertú de' baron di questo loco.
Colui, che sí gran fiamma ha su la testa,
Ercule fu, quel valoroso e forte,
30 che morto fu con venenosa vesta.
Tornò d'inferno e fuor delle sue porte
Cerbero trasse e menollo nel mondo
con tre catene a tre sue gole attorte.
L'altro, ch'è dopo lui e poi secondo,
35 è Cesar ceso nel ventre materno,
che 'l raggio ha poi piú chiaro e piú giocondo.
Tutta la zona donde viene il verno,
la Francia, il Reno e l'antica Bretagna,
sommise a Roma sotto 'l suo governo.
40 E poi quel terzo, il qual egli accompagna
e che da tanti è qui menato a spasso
su per li prati della gran campagna,
è quel che di combatter mai fu lasso
nella battaglia, il fortissimo Ettorre,
45 per la cui morte Troia venne al basso.
Non bastò, Achille, a lui la vita tôrre,
ma 'l trascinasti intorno delle mura
delle porte troiane e delle torre.
Il quarto, c'ha la luce chiara e pura
50 su nella testa, è Alessandro altèro,
che fece a tutto il mondo giá paura.
Egli ebbe l'Oriente tutto intero:
forse, se non che morte el lievò tosto,
di vincer Roma gli riuscía 'l pensiero.
55 L'altro, a cui tanto raggio in capo è posto,
è quell'Ottavian, da cui si dice
ogni altro imperator «Cesare Agosto».
O alto core, o anima felice,
la terra tutta facesti subietta
60 fin dove il caldo accende la fenice.
Fatt'hai di Cesar tuo la gran vendetta,
e Perugia condutta a trista fame,
e guasta tutta pompeiana setta.
Recasti tutto il mondo ad un reame;
65 per tua virtú, dal ciel discese Astrea
e chiuse a Ian del tempio ogni serrame.
Risguarda omai el magnanimo Enea,
che si rallegra e parla con lui insieme,
e ben in vista par figliuol di dea.
70 Vedi da lui disceso il nobil seme,
Romulo dico, innanti al cui valore
tutte l'altre fortezze fûnno sceme.
Vedi che tutti que' gli fanno onore
e stangli innanzi come figli al padre;
75 ed ha dal forte Marte piú splendore.
La grande Roma e l'opere leggiadre
di farsi grande e vendicare il zio
e la Sabina a Roma dar per madre,
il Capitolio e 'l tempio, che fe' a Dio,
80 la milizia, il senato e la virtude
el fan sí grande in questo regno mio.
Oh secolo feroce! oh genti crude!
il padre de' roman da' roman poi
fu ucciso ed occultato in la palude.
85 Quell'altro, che piú presso sta a loi,
è il gran Pompeo, il quale in mare e in terra
fe' gloriosi li triunfi suoi.
Questo fu vincitor in ogni guerra,
in Grecia, nell'Egitto ed in Tessaglia
90 e ove 'l libico mar la secca serra,
sinché col suocer ebbe la battaglia,
u' Fortuna mostrò che contra lei
non è fortezza o senno che vi vaglia.
Vedi il piatoso amator delli dèi,
95 difensor delle leggi, il buon Catone,
refugio a' buon e riprensor de' rei.
Mira il chiaro splendor di Scipione,
in tanta gioventú verenda immago,
tanta onestá in etá di garzone,
100 a cui die' 'l nome la vinta Cartago,
l'Affrica subiugata ed Anniballo,
che contra Roma fu peggior che drago.
L'altro è che 'l gran francioso da cavallo
gittò a terra, e detto fu Torquato
105 dal torque, che gli tolse, argenteo e giallo.
Mira Camillo, il forte Cincinnato,
il qual fortezza e vertú fe' sí grande,
ch'andò al triunfo, tratto dell'arato.
Se di quegli altri tre tu mi domande,
110 che vanno inseme, a cu' il figliol di Iove
del raggio a lor fa 'n capo tre grillande,
quello, che i passi innanzi agli altri move,
è 'l sovran re di Francia Carlo Magno,
che contr'a' sarracin fe' le gran prove.
115 L'altro, che va con lui come compagno,
è 'l valoroso Boglion Gottifredo;
che della Terrasanta fe' 'l guadagno.
Il sepolcro di Cristo e 'l santo arredo
ei conquistò; ed ora l'ha 'l soldano,
120 non iusto possessor, ma come predo.
Il terzo, ardito, con la spada in mano
è 'l re Artus, e i suoi atti pregiati
nomati son da presso e da lontano. —
E giá la dea a me avea mostrati
125 li gran troiani ed anche li gran greci,
che eccellenti e forti erano stati,
e detto avea de' Fabi e delli Deci;
quando vidi un con molta gente intorno:
ond'io a domandar oltra mi feci:
130 – Chi è colui, che 'l raggio ha tanto adorno,
o dea Fortezza, che sí come 'l sole
faría la notte parer mezzogiorno,
e che di fiori, rose e di viole
li spargon sopra il petto e sopra il viso,
135 sí come a' novi amanti far si sòle? —
Ed ella a me: – Colui, che festa e riso
riceve qui per la vertú che vince,
or ora debbe andare in paradiso.
Ed è concesso a lui che passi quince,
140 che 'l suo valore a te sia manifesto:
chiamato fu 'l cortese signor Trince.
Innanzi a quell'Urbano, il qual fu sesto,
sotto il vessillo scritto in libertade,
che servitú per chiosa ebbe nel testo,
145 tutte sue terre e tutte sue contrade
di santa Chiesa a lei volson le piante
e rivoltônsi con lance e con spade.
Ma questo con pochi altri fu costante,
e tra quei pochi di costui apparse
150 la fede ferma piú che diamante;
tanto ch'egli per questo il sangue sparse,
drizzando a Dio il core e le sue mani,
che 'n liberalitá mai fûnno scarse.
Per questo greci, dardani e romani
155 l'aspergono di fior, come tu vedi,
e fangli festa in questi grati piani.
– O sacra dea – diss'io, – se mel concedi,
andrò a lui, e reverente e chino
abbracciar voglio i sui amorosi piedi;
160 ché 'l suo figliol dal mondo pellegrino
quassú salir mi mosse: egli mi manda:
per lui messo mi son in 'sto cammino.
– Consentirei – respuse – a tua dimanda;
se non che su nel ciel tu 'l trovarai,
165 se il core e tua vertú tanto insú anda. —
In questo sopra lui disceson rai,
quali il sol la mattina all'oriente
intensi manda li splendor primai.
Li tre colle grillande prestamente
170 insieme in compagnia a lui n'andâro,
facendo via a lor tutta la gente,
ed entrôn dentro in quello splendor chiaro.
Allor vennon da cielo agnoli molti,
che quelli quattro a Dio accompagnâro.
175 Quelli bei fiori, ch'elli avíeno còlti,
spargean sopra la gente, andando insue,
che ammiravan con sospesi volti,
sinché, allungati, non si viddon piue.
CAPITOLO VIII
Nel quale la Fortezza scioglie un dubbio dell'autore, e appresso incominciasi a trattare della prudenza.
L'intelletto dell'uom, che mai non posa,
che sempre cerca e sta ammirativo,
sinch'e' non trova la cagion nascosa,
dicea fra sé: – Nel loco sí giolivo
5 come star puote chi non si battezza
o non credette in Cristo, essendo vivo? —
Però addomandai la dea Fortezza:
– Come qui 'n questo loco tanto ameno,
di tanta festa e di tanta dolcezza,
10 stan questi che 'l battesmo ebbono meno?
Non so se fuor del cielo è luogo al mondo,
che sia sí bello e di letizia pieno. —
Ed ella a me: – Tu cerchi sí profondo,
che scusata serò, se bene aperto
15 alla domanda tua io non rispondo.
Ma sappi in prima, ed abbilo per certo,
ch'ogni male da Dio será punito,
ed anco addolcirá ogni buon merto.
Ma del voler di Dio, ch'è infinito,
20 quanto a cercar alcun piú vi s'affanna,
tanto pel grand'abisso va smarrito.
Se li non battizzati egli condanna,
sol che li tien per sempre del ciel fòre,
per questo non gl'iniuria e non gl'inganna;
25 ché quei, che ebbon di vertú 'l valore,
di pena sensitiva non martíra,
s'altro peccato non dá lor dolore.
E ciò che 'l ciel non toglie, mentre gira,
dico memoria, volontá, intelletto
30 e ciò che l'alma sciolta seco tira,
possono usare ed usan con diletto,
e la vertú che ama e che ragiona,
e contemplar con atto piú perfetto.
Ma 'l ben che Dio per grazia ne dona,
35 se 'l dá a costui ed a quel nol concede,
non però fa iniuria a persona.
Per grazia è solo, non giá per mercede
salir al paradiso; e tal acquisto
far non si pò senza battesmo e fede;
40 ché i battezzati col ben far permisto
son quelli, a' quali Dio promette il cielo
ed alli circoncisi innanzi a Cristo.
Che alcun puniti siano in caldo e gelo
per gran delitti e scelerosi mali,
45 apertamente ne 'l mostra il Vangelo.
Ma questi, ch'ebbon le vertú morali,
benché del ben di grazia sien privati,
non però perdon li ben naturali.
E però qui tra questi belli prati
50 a te mostrati son, che ti sia nota
la gran vertú, della qual fûn dotati.
Sí come Ezechiel vide la rota
e vide Ieremia un'olla accesa,
ed altro intende la mente devota;
55 cosí qui altra cosa s'appalesa
agli occhi tuoi, ed altra dalla mente
nel senso vero debbe esser intesa. —
Poiché mostrata m'ebbe la gran gente,
quelle sante donzelle si partîro;
60 ed io su salsi una piaggia repente,
tanto che io pervenni al quarto giro,
ove la quarta porta era chiusa anco;
e 'l muro tutto avíe de fin zaffiro.
Inginocchiato il pié diritto e il manco,
65 come chi vuol intrar quivi far usa,
venne una ninfa vestita di bianco.
Io percepetti ben ch'era una musa,
ché 'n capo avea d'alloro una grillanda;
e questa aprí a me la porta chiusa.
70 Tutti i bei fior, che Zefiro ne manda,
e tutto il canto della primavera,
allor che amor la compagnia domanda,
nulla saríeno al canto che quivi era:
il lume di quel regno era sí accenso,
75 che ogni luce di qua parría da sera.
E, benché lo splendor fusse sí intenso,
non però quello i mortali occhi offende,
ma piú acuto fa il visivo senso:
cosí l'occhio mental, quand'egli intende,
80 si fa piú vigoroso e fassi forte,
quanto l'obietto visto piú risplende.
Della Prudenzia pervenni alla corte;
e ben pareva la casa del Sole:
tanti splendori uscían delle sue porte.
85 Intorno al pian vid'io le grandi scole
de' filosofi saggi e de' poeti,
d'Apollo e di Mercurio santa prole.
Pensa se gli occhi miei erano lieti,
vedendo di Parnaso il sacro monte,
90 qual per veder sostenni fami e seti;
vedendo intorno al pegaseo fonte
le nove muse, e di peneia fronda
incoronarsi le tempie e la fronte;
vedendo lo stillar della sacra onda;
95 udendo i dolci canti e le favelle,
a' quai degno parea che 'l ciel risponda.
Come dal sole è 'l lume delle stelle,
cosí dalla gran corte di Prudenza
venía la luce in queste cose belle.
100 Nell'aula di tanta refulgenza
la musa intrar mi fe', di cui le piante
venni seguendo insú con riverenza.
Tra molte donne in mezzo a tutte quante
una ne vidi, e dietro avea due occhi,
105 duo nelle tempie e duo ne avea dinante.
Io dissi a lei, calando li ginocchi:
– O donna, che 'l passato a mente rechi
e che 'l presente miri e 'l fine adocchi,
priego che l'ignoranza in me resechi;
110 e la mia mente illustra, acciò che io
non caggia o vada errando com'e' ciechi.
Venuto son quassú dal mondo rio
dietro a Minerva, ed ella fu mia duce;
ella è che ha guidato il passo mio.
115 Ella mi disse che tua chiara luce
delle tre tue sorelle illustra ognuna
e dietro a te ciascuna il piè conduce;
e che lor mente sería oscura e bruna,
sí come stella senza l'altrui raggio
120 o come senza il sole oscura luna.
Io vengo a te per l'aspero viaggio,
come scolar che volentieri impara,
ch'a lungi cerca chi lo faccia saggio. —
Sí come, quando a Febo s'interpara
125 alcuna nube, e poscia manifesta
la bella faccia, che il mondo rischiara;
cosí schiarò sei occhi della testa,
de' quai gli risplendette tutto il volto;
poi mi rispose con parola onesta:
130 – Sí come il senso e l'appetito stolto
la Temperanza regge e fren lor pone,
che è mesura tra lo troppo e 'l molto,
e sí come Fortezza lo sperone
porge al voler, s'è tardo o se declina
135 dalla vertú e dalle cose buone;
cosí qui illustro con la mia dottrina
la luce d'intelletto ovver mentale,
ché l'arte e l'uso la vertú raffina.
Questo splendore e luce naturale
140 è prima legge all'uomo, ed ella è atta
poter discerner tra lo ben e 'l male.
Ed in duo modi può diventar matta,
quand'ella non al fin del corso umano,
ma nella via il suo piacere adatta:
145 cioè in diletti, ovver nell'amor vano,
in troppa cupidigia, in usar froda,
o in rapina, o nell'arte di Gano.
Io dirò 'l vero, e voglio ch'ognun l'oda:
inganno, tradimento e falso gioco,
150 pur ch'util abbia, per vertú si loda.
Prudente è chi al fine, ovver al loco,
al qual creato fu, drizza il cammino,
e non al mondo, ov'egli ha a viver poco;
e per la via fa come il pellegrino,
155 che per la via, s'è saggio, non si carca,
per ritornar ov'egli è cittadino,
e, mentre il corpo posa, col cor varca. —
