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Raffaello Barbiera

Carlo Porta e la sua Milano


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066069056

Indice

INDICE DEI CAPITOLI.

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

X.

XI.

XII.

XIII.

XIV.

XV.

XVI.

XVII.

XVIII.

XIX.

XX.

XXI.

XXII.

XXIII.

XXIV.

XXV.

XXVI.

FONTI DI QUESTO LIBRO. SPUNTI INEDITI. — POSTILLE.

INDICE ALFABETICO.

INDICE DEI CAPITOLI.

Indice

I. — Fervore di nuova vita a Milano al tempo di Carlo Porta. — Due grandi satirici: Giuseppe Parini e Carlo Porta. — La fortuna di Carlo Porta. — Maria Teresa. Pag. 1

II. — Clamoroso supplizio a Milano quando nacque Carlo Porta. — Masnadieri in campagna e fermieri in città. — Pietro Verri combatte le ribalderie dei fermieri. — Nuovi nobili. — Come si comperavano i titoli nobiliari. — Qual era Milano quando nacque Carlo Porta. — Le vie, le tenebre, le torcie dei lacchè. — L'atto autentico di nascita di Carlo Porta. — I genitori e gli antenati del Porta in case di nobili. — Presso i Gesuiti di Monza. — Usi barbari nelle scuole. — Prime prove poetiche del Porta. — È mandato ad Augusta. — Diventa giuocatore. — Sue lettere alla madre. — Il padre lo richiama a Milano. 6

III. — Morte di Maria Teresa. — Le violente tumultuarie innovazioni del figlio Giuseppe II. — Il caso pietoso del poeta Passeroni. — Colloqui del poeta affamato col suo gallo. — Curiose guardie di polizia. — Minacciosi malumori contro Giuseppe II. — La morte e il successore di Giuseppe II. — La vita nelle famiglie borghesi. — Religiosità singolari. — Il nobile Andreani e il suo pallone aereostatico. — Libri, idee, mode francesi. — Discorsi in case aristocratiche. — L'ode del Parini sul vestire alla ghigliottina. — In che cosa consisteva quella moda infame. — Strano difetto di quell'ode. — Sua popolarità. — Carlo Porta la traduce in milanese. — Fine della parrucca. 19

IV. — La Gazzetta del Veladini. — Manifesti incendiari. — Abbaglio del Bonaparte. — In casa di Carlo Porta. — Il Porta contro la democrazia francese. — Napoleone nella guerra d'Italia. — La battaglia di Lodi. — Un pranzo vescovile. — Chiese spogliate. — L'avanguardia dell'esercito francese entra in Milano. — Le coccarde d'un frate e il grido del general Massena. — Solenne ingresso di Napoleone in Milano. — Il comandante austriaco Lamy nel castello. — Cede. — Istituzione della Repubblica cisalpina. — Ruberie e ruberie. — Estorsioni, imposte, generale malcontento. — Tentativo d'insurrezione. — È soffocato nel sangue. — Clamorose feste repubblicane. — Eccitamento delle donne. — Gli «alberi della Libertà». — Folli sfrenatezze. — La gentil mano di sposa della figlia d'un chimico. — Gli energumeni di Via Rugabella. — Racconti di Alessandro Manzoni: la demagoga Sopransi. — Ire contro la guglia del Duomo. — Il buon senso d'un meneghino. — Ancora un racconto del Manzoni: Vincenzo Monti tremante alla tribuna. — Versi italiani di Carlo Porta sui cisalpini. 32

V. — Sconce pubblicazioni volanti. — Carlo Salvador e il suo Termometro. — Vien bastonato e messo in prigione. — Sua tragica fine. — L'eteroclita figura del «terrorista» Ranza. — Sue gesta, suoi opuscoli, suoi giornali, e il suo perfezionamento della ghigliottina. — E anche lui va in prigione. — L'economista Pietro Custodi: da demagogo a barone. — Melchiorre Gioja qual era. — Il giornale Senza titolo e i suoi carnevaleschi collaboratori. — Il giornale di Ugo Foscolo. — I due giornali di Napoleone. 49

VI. — Carlo Porta a Venezia. — Suo impiego, sua miseria, sue spensieratezze. — Venezia dopo la caduta della Repubblica. — Società gioconde. — Quella di Carlo Porta con l'intervento della polizia. — Carlo Porta e i grandi poeti dialettali veneziani. — Le voluttà di Antonio Lamberti. — Una coraggiosa satira civile del Buratti. — Degenerati e degenerate. — Carlo Porta è muto agl'incanti di Venezia. — Poesie veneziane del Porta? — Amori d'una patrizia veneziana col poeta. — Rivali. — L'abbandono. — Come amava Carlo Porta. — Sue drammatiche gelosie. — Sua vita di pubblico impiegato. — Un aneddoto. 60

VII. — Celebrazione repubblicana in piazza del Duomo. — Ciò che portò via e ciò che lasciò Napoleone nel tornare in Francia. — La «fiera» dei pubblici saccheggiatori. — Il bozzetto storico del Porta: Desgrazi de Giovannin Bongee. — Documenti che ne provano la verità. — Giudizi francesi sulle soperchierie francesi. — Stendhal. — L'irruzione degli Austro-Russi. — Suvaroff. — Suoi costumi. — La feroce reazione controllata dal Porta. — Il racconto della contessa Cicognara. — La battaglia di Marengo. — Napoleone di nuovo padrone della Lombardia. — Rialza la Repubblica cisalpina. 90

VIII. — Le società filodrammatiche. — Origine e miracoli del Teatro Patriottico. — Le nudità di moda e le più avvenenti signore di Milano. — Il viaggio d'andata-ritorno d'uno scialle. — La profonda filosofia d'un marito. — Paolina Bonaparte. — Le scatole da tabacco e il giuoco del tarocco. — La moglie di Vincenzo Monti e le sue recitazioni. — Onori ai reduci prigionieri dell'Austria. — Una lettera patriottica che fa ridere. — Alfieri e Alfieri. — La fabbrica d'un teatro repubblicano. — Il sipario d'Andrea Appiani. — Atteggiamenti osceni.... — Le tragedie del Monti. — Carlo Porta attore drammatico. — Malumori di quinte. — Epigramma del Porta. — L'accademia «di sè maggiore»!... 103

IX. — Il teatro ufficiale di Milano: la Scala. — I bollettini delle vittorie napoleoniche. — Ancora Alfieri! — E ancora il Ballo del Papa. — Nefanda celebrazione del supplizio di Luigi XVI. — Le fortune dei cantanti evirati. — Napoleone ne decora uno! — Motto maligno della cantante Grassini. — I fàscini, gli amori e le vicende di costei. — Il suo primo protettore difeso dalla storia. — La più grande rivale della Grassini. — Il mantello fiammeggiante. — La carrozza dei trionfi nelle barricate della libertà. — Ricordo di Lord Byron. — Carlo Porta alla Scala. — Dove si formava l'opinione pubblica? — Gli amanti delle signore alla Scala. 125

X. — La morte del Parini, i suoi manoscritti all'asta, la sua finta tomba. — La nuova borghesia e la vecchia aristocrazia. — La preghiera e La nomina del cappellan di Carlo Porta. — Un'antenata di donna Fabia e della marchesa Travasa. — Le commedie del Maggi. — Lady Morgan a Milano. — Sue impressioni. — Che cosa diceva del Porta. — Un comico ricevimento in casa Litta. — Eleganze in casa Visconti. — Un nobile furibondo contro i nobili. — L'amante del generale Massena. — I «patiti» delle signore milanesi. — Artefici di grido: Canonica e Appiani. — La casa dei Franco-Muratori. 138

XI. — Preti indegni. — El Miserere di Carlo Porta e l'arcivescovo Gaisruck. — Mercato pretino in piazza del Duomo. — Vescovi servili e oppressi. — Il folle eroismo d'un oscuro parroco ribelle a Napoleone. — Monache. — Preti d'altri tempi. — Il Viatico occulto. — Don Alessandro Bolis, modello di don Abbondio del Manzoni. — Un pensiero del Tommaseo. — Predicatori buffi. 155

XII. — Attraverso le gaie novelle monacali e pretesche di Carlo Porta. — Leggende medievali diventate meneghine. — Carlo Porta e il poeta americano Longfellow. — Descrizione della natura. — La salace avventura di un chierichetto. — Le veglie mascherate. — Nascita di Meneghino nell'arte. — Il Meneghino del Maggi e il Meneghino del Porta. — Interno d'un ricovero di monache soppresse. — Storia scandalosa d'un governatore pontificio. — Chi era? — Ce lo dice una nota del Porta nella Biblioteca nazionale di Parigi. — Le sfuriate morali di Meneghino. — Meneghino in una tragicommedia. — Sacrificarsi è per lui un bisogno del cuore. — Lo Sganzerlone del Balestrieri. 165

XIII. — Il capolavoro di Carlo Porta. — Dove la plebe andava a ballare. — Un povero storpio innamorato. — Esame del Marchionn di gamb avert. — Le donne del Goldoni e la Tetton di Carlo Porta. — L'umorismo portiano. — Umoristi. — Carlo Porta grande stilista. — La Ninetta del Verzee. — Carlo Porta ed Emilio Zola. — Come nacque la Ninetta. — Giuseppe Bossi e il suo Pepp perucchee. — Giudizio del Porta su questa novella. — Olter desgrazi de Giovannin Bongee. — Postille del poeta. 183

XIV. — Moderati, accorti ripieghi di Napoleone. — Nuove nomine napoleoniche. — Un ladrone: Sommariva. — I cittadini Visconti e Ruga e le loro mogli. — Il generale Massena lascia Milano con la borsa ricca. — I Comizi di Lione. — Solenne proclamazione della Repubblica italiana: Napoleone presidente, Francesco Melzi d'Eril vice-presidente. — Morte dell'arcivescovo Visconti e del deputato Raffaele Arauco primo marito della moglie di Carlo Porta. — Napoleone disarma Leopoldo Cicognara. — Torna in ballo la moglie del Cicognara. — Murat contro il Melzi. — Una Fossati intrigante politica. — Finte collere di Napoleone. — L'ordine è ristabilito. — Grandi innovazioni. — Il vaiuolo, l'innesto e una poesia di Carlo Porta. — Il Melzi rende onore alla memoria dell'Arauco. — Le poesie dell'Arauco. 195

XV. — Nozze di Carlo Porta. — La moglie. — I figli. — Lettere del poeta alla moglie. — Le feste degli amici Casiraghi e Vincenzo Monti. — La versione della Pulcella d'Orléans del Voltaire compiuta dal Monti. — Il ministro delle finanze Prina affida incarichi di fiducia a Carlo Porta. — Il Poeta e sua suocera. — Nella pace domestica. — Carattere famigliare del Porta descritto da Tommaso Grossi. — I due grandi amici. — Espansioni. — Commovente scena in una famiglia. — Lettere fra il Grossi e Carlo Porta. — Il Porta è proclamato poeta morale. — Giansenisti. — Giovanni Torti. 208

XVI. — Napoleone. — È imperatore in Francia e re in Italia. — Il figliastro vicerè. — Apatia politica del Porta e d'altri lombardi. — Un sonetto amaro del Porta. — Amenità di medici. — Cerimonia dell'auto-incoronazione di Napoleone a Milano. — Dietroscena in famiglia. — Il Regno italico e le sue feste. — Consigli di Napoleone a Eugenio. — Gli dà moglie. — Nozze d'Eugenio con Augusta Amalia di Baviera. — Vecchia e nuova aristocrazia. — Il terribile caso del conte Archinto. — Folla di Grandi a Milano. — Nuove istituzioni civili. — E la libertà politica? 226

XVII. — La satira politica nel Porta. — Il popolo milanese all'epoca della massima potenza di Napoleone. — Una ecclissi di sole. — Ironico sonetto del Porta. — Nuove vittorie napoleoniche e nuove baldorie. — Il brindisi del Porta alla Cascina dei pomi. — Il blocco continentale e i falò di merci inglesi a Milano. — Spie e confische. — La guerra di Russia. — Entusiasmo bellicoso dei nostri. — Eugenio Beauharnais a capo dell'esercito italiano. — Primi bollettini della guerra. — Buone notizie. — I Te Deum e una satira del Porta. 248

XVIII. — La guerra di Russia e gl'Italiani. — I nostri generali e i nostri soldati. — Partenza dei nostri da Milano. — I primi eroismi. — Ciò che racconta il barone Zanòli. — Il vicerè Eugenio insulta i nostri soldati. — Vivo alterco fra il generale Pino e il vicerè. — Il piano di guerra russo. — Lombardi feriti. — Gl'Italiani alla Moscowa. — Scene orrende. — Napoleone biasimato dai nostri sul campo. — All'incendio e al saccheggio di Mosca. — Altre scene d'orrore. — Una bottega di confetti. — Abbigliamenti grotteschi. — Cinico motto di Napoleone sulla sua salute. — Le perdite italiane accertate. — Il ritorno delle «aquile» napoleoniche a Milano. — Il generale Lechi. 256

XIX. — Milano al domani del disastro di Russia. — Le madri desolate. — Ritorno d'Eugenio a Milano. — Nella Corte della viceregina. — Una odiosa dama di Corte. — Le figlie di Amalia Augusta. — Una mascherata, un funesto presagio. — Nuove guerre e nuove sconfitte napoleoniche. — Oltraggi a Napoleone. — Richiamo delle truppe francesi dall'Italia. — Carlo Porta sferra un fiero sonetto contro quelle truppe. — Pranzi costosi. — Aggressioni, invasioni nelle case e altre ribalderie. — Ultimi giorni di Francesco Melzi. — Come Napoleone lo favorisse. — La «Società del Giardino». — Ville e viaggi. 273

XX. — Ingrossa la bufera d'odio contro Napoleone. — Il suo misero capro espiatorio. — Complotti in favore d'un ritorno degli Austriaci. — I partiti. — Le ultime ore del Regno italico. — Tumulti. — La plebe armata. — L'atroce giornata del 20 aprile 1814 e il giovane conte Federico Confalonieri. — L'orrendo martirio del ministro Prina. — Un frate, Ugo Foscolo e un servo del Romagnosi. — Neppure il sepolcro!... — Il generale austriaco Bellegarde e l'arciduca Giovanni a Milano. — Fiera risposta di quest'ultimo. — Un sonetto del Porta a questo proposito. — Ingresso di Francesco I d'Austria a Milano. — Il brindisi del Porta. — Giudizio statario contro i malandrini. — La carestia. 282

XXI. — Uno strano giudizio di Alessandro Manzoni. — La Prineide di Tommaso Grossi. — È attribuita al Porta. — Ire furibonde di questo e pubbliche dichiarazioni. — Nobile tratto del Grossi. — La tragi-commedia Giovanni Maria Visconti scritta insieme dal Porta e dal Grossi. — Esame del manoscritto. — Giudizio di Carlo Tenca. — Giuseppe Verdi s'ispirò a un effetto scenico di quel dramma. 299

XXII. — Ugo Foscolo in casa Porta. — Sue relazioni con la famiglia del poeta. — Lettere sue dagli autografi. — Il suo buon umore dall'esilio. — Le avversità di Luigi Bossi. — Tratti generosi del Porta e di sua moglie per lui. — Il pittore e poeta Giuseppe Bossi in fine di vita. — Grande amicizia del Porta anche per lui. — Morte di Giuseppe Bossi: suo monumento scolpito dal Marchesi. — Lo Sposalizio di Raffaello e il museo del gaudente conte Sannazzaro. — Carlo Porta sul Lago di Como. — Memorie lariane: a Blevio. — Sonetti del Porta contro il favorito della Principessa di Galles. 309

XXIII. — Nella casa del conte Luigi Porro. — Silvio Pellico e il Conciliatore. — Carlo Porta in mezzo ai Carbonari. — Si accorse egli del suo pericolo? — La lotta fra romantici e classicisti. — Perchè Carlo Porta la combattesse. — Il suo verismo. — Giovanni Berchet portabandiera dei romantici. — Il Manzoni difeso con buon umore dal Porta. — Sua lettera da Parigi. — Un giudizio del Manzoni riportato da Ruggero Bonghi. — Un giudice in tribunale strapazza i romantici: risate del Porta. — Giornali in zuffa letteraria. — Le solite soavi polemiche letterarie. — Vincenzo Monti contro l'Acerbi. — Francesco Cherubini. — Abbattimenti del Porta e sgridata del Grossi. 328

XXIV. — Ultimi giorni del Porta. — Il suo amore per Milano. — Strali contro il Cicognara. — Un consolatore: Gaetano Cattaneo. — Servilismo grottesco di costui. — Ancora scherzi ameni del Porta. — Suo testamento morale al figlio. — Suoi pensieri religiosi e sue celie morendo. — Monsignor Tosi. — Morte. — Un tentato assassinio. — Persecuzione contro i Carbonari. — Vincenzo Monti vigilato dalla polizia austriaca. — Milano contristata. — Elogio del Porta scritto dal Manzoni al Fauriel. — L'addio del Grossi sulla tomba del Porta. 343

XXV. — Lavori del Porta lasciati incompiuti. — La guerra di pret. — Vena patetica del grande ironista. — L'apparizion del Tass. — La versione della Divina Commedia in meneghino. — Un'iscrizione vessata. — Scoperte funebri che fanno ridere. — Monumento a Carlo Porta. 357

XXVI. — Il carattere della poesia milanese. — Poeti milanesi anteriori e posteriori a Carlo Porta. — Il Belli, il Giusti e il Porta. — Il dialetto del Porta e il dialetto milanese odierno. — Modo di composizione del Porta. — Valore del Grossi quale poeta dialettale. — Atroce visione risparmiata a Carlo Porta. 367

Fonti di questo libro. — Spunti inediti. — Postille. 377

Indice alfabetico 395

I.

Indice

Fervore di nuova vita a Milano al tempo di Carlo Porta. — Due grandi satirici: Giuseppe Parini e Carlo Porta. — La fortuna di Carlo Porta. — Maria Teresa.

Carlo Porta, il grande ironista meneghino, nasceva quando nella sua Milano, pur nella semi-barbarie di tante cose, agitavansi forti spiriti innovatori. Il Beccaria scriveva ardito contro la tortura e il patibolo; il Verri suggeriva le case di correzione in luogo delle prigioni pervertitrici; il Parini scherniva l'aristocrazia fatua e viziosa; a dispetto di sfringuellanti accademie arcadiche, sorgevano due associazioni possenti: la Patriottica e la Palatina; la prima per infondere aliti nuovi alle industrie, la seconda per rifare la storia italiana cui un dottore dell'Ambrosiana, Antonio Muratori, consacrò energie più che umane. Le sale del palazzo principesco di Antonio Tolomeo Trivulzio echeggiavano ancora di scipite pastorellerie d'Arcadia; ma, per volontà riparatrice dello stesso principe, quelle sale si aprirono ai vecchi che per le vie fangose trascinavano la canizie limosinando o venivano gettati a languire in un carcere. Alessandro Volta medita e prova: fioriscono gli studii matematici alle cui cime salgono persino menti muliebri, come l'Agnesi la buona e Clelia Borromeo la bella. La terra si solca di nuove strade e di nuovi canali: il cielo svela nuovi misteri alle acute pupille degli astronomi di Brera.

Il Porta, questo sincero poeta, formidabile nemico delle albagie aristocratiche, del mercimonio pretino, degli ozi frateschi; questo schernitore della letteratura arcadica, delle decrepite convenzioni poetiche, implacabile nel perseguitare l'ipocrisia e l'affettazione, nasce, adunque, quando già intorno a lui fervono idee liberali, principii fecondi, speranze ardite; arriva a tempo per vibrare il suo colpo di martello al vecchio edificio che si sfascia e a rallegrare di celie immortali il popolo suo, che da' rapidi avvenimenti è qua e là sbattuto, come nave in tempesta.

Nel breve periodo che corre dagli ultimi anni del Settecento, durante la dominazione austriaca e il ritorno, nel 1814, di quello stesso dominio, infesto ai liberali, la Lombardia vantò due forti poeti satirici: Giuseppe Parini e Carlo Porta. La loro poesia, acre fiore delle rovine, nacque dalle rovine d'una società destinata a scomparire. Ma il Parini è anche legislatore morale, addita nuove vie di progresso umano, di civiltà. La sua parola non si arresta nella cerchia della sua Milano; passa a tutta Italia, a tutto il suo secolo, con le odi, nelle quali, come in quella terribile del Bisogno, vedi la mente illuminata, senti lo spirito libero talora accorato e intimatore del filantropo, dell'uomo nuovo. Democratico nel sentimento, il Parini è aristocratico al sommo nella forma poetica. Egli, cristiano nel sentire, più di certi scrittori cattolici, è pagano nelle supreme eleganze oraziane. Nutrito fino al midollo dei classici più eletti, rimane classicista sovrano. Il Porta, partecipando, con la sua avversione alle truccature, a quello spirito moderno che vibrava anche in letteratura al suo tempo, partecipò all'ardente lotta dei Romantici contro i vecchiumi convenzionali dei classicisti, egli verista persino spietato, persino scurrile, antecessore d'Emilio Zola e della scuola zoliana, sommersa poi da altre scuole di moda, ma forte di un fondo razionale, come quello che rampollò dall'opera sterminata, titanica, rivelatrice di verità psicologiche umane d'un Balzac.

Al Parini, la lingua aulica; al Porta, il dialetto pittoresco, ch'egli, pur milanese, anzi meneghino, andava a imparare alla scœura de lengua del Verzee, com'egli stesso dice nel memorando suo Miserere, là, fra le pescivendole, gli ortolani, i carrettieri, penetrando nell'anima del popolo, e rendendola in guisa che Milano non ha altro poeta suo, tutto suo, al pari di Carlo Porta.

Milano fu sempre gelosa del suo poeta e, sino a pochi anni addietro, quasi si doleva se qualche volenteroso, non nato e cresciuto all'ombra del Domm (che, come scriveva nell'Italy lady Morgan, è il suo Campidoglio), mostrasse d'ammirarlo, d'amarlo, e cercasse d'interpretarne il pensiero con omaggio fervente. Così certe madri, gelose dei loro figliuoli adorati, patiscono se altri li bacia.

Oggi, Milano è diversa. La vasta, tumultuosa metropoli apre le braccia a tutt'i forestee che tanto irritavano il Porta; e i forestee, anch'essi, onorano il Porta nel centenario della sua morte, ch'è centenario di vita.

Milano eresse al Porta due monumenti, l'uno fra i dotti di Brera, l'altro in mezzo agli alberi e alle anatre dei giardini pubblici; gli dedicò una via e, più tardi, un teatro, persino un caffè; ma, in una biografia compiuta del suo poeta, deve rivederlo figlio ed amante, sposo affettuosissimo, amico a tutta prova, benefattore e uomo di società, attore comico e poeta, e, nello stesso tempo, fiero contro i nemici, inquieto e ammalato, malinconico e piangente per pentimenti profondi, per amarezze ineffabili.

Fa d'uopo soprattutto interrogare le sue opere, le sue Memorie, gli eredi suoi: fa d'uopo frugare nelle sue lettere, violarne persino i segreti, perchè egli si palesi intiero. Non ne sarà offesa la sua memoria, poichè egli fu sempre amante della verità. Non ne uscirà una figura di Plutarco, un eroe: non una figura da altare; ma un uomo comune, con debolezze e virtù; soprattutto, un meneghino di genio, e il più grande poeta, dopo il Manzoni, nato a Milano.

Quando nacque il Porta, l'imperatrice d'Austria Maria Teresa regnava sulla Lombardia, di cui formò alla fine una specie di vice-regno, ponendovi a capo il proprio figlio arciduca Ferdinando; e, prima, al governatore conte di Firmian conferì il titolo di ministro plenipotenziario. Tutte cose che mostrano come ella volesse rialzare il livello politico del suo dominio lombardo.

II.

Indice

Clamoroso supplizio a Milano quando nacque Carlo Porta. — Masnadieri in campagna e fermieri in città. — Pietro Verri combatte le ribalderie dei fermieri. — Nuovi nobili. — Come si comperavano i titoli nobiliari. — Qual era Milano quando nacque Carlo Porta. — Le vie, le tenebre, le torcie dei lacchè. — L'atto autentico di nascita di Carlo Porta. — I genitori e gli antenati del Porta in case di nobili. — Presso i Gesuiti di Monza. — Usi barbari nelle scuole. — Prime prove poetiche del Porta. — È mandato ad Augusta. — Diventa giuocatore. — Sue lettere alla madre. — Il padre lo richiama a Milano.

Nell'anno stesso, 1775, in cui Carlo Porta nacque a Milano, venne soppressa, per volontà assoluta dell'imperatrice Maria Teresa, la Inquisizione, già cara a san Carlo Borromeo, e seguì un supplizio che commosse a lungo Milano. Fu giustiziato un frate sfratato e suddiacono, Carlo Sala di Casletto, già scrivano del Voltaire, reo di furti in sette chiese campestri. Fu condannato alla tortura, a tre colpi di tanaglia arroventata, al taglio della mano destra, perchè ladro sacrilego: quindi fu impiccato e sepolto in terra sconsacrata, sul bastione. Non aveva voluto confessarsi, nè comunicarsi, nè pentirsi. Non è possibile dir quanto e preti e frati e prelati e la sacra compagnia che assisteva i condannati a morte, e autorità e cittadini fecero e tentarono per costringerlo a pentirsi alla fine! Tutto fiato sprecato, tutti passi perduti.

Quando nacque Carlo Porta, tutta la campagna era infestata da masnadieri. Si trattava di disertori delle guerre.... non amnistiati. Ma altri masnadieri, e tollerati e legali, imperversavano entro Milano: i così detti fermieri, appaltatori del sale, tabacchi, poste, polveri, dazii, persino dei giuochi che si facevano nelle sere di spettacoli entro i camerini dei teatri. I fermieri esercitavano sopraffazioni, truffe. Essi facevano gettare dalla strada, nelle case private di galantuomini, merci di contrabbando, e poi ordinavano ai loro cagnotti d'invadere le case, in nome della legge, ed esigevano multe ingenti. Il popolo imprecava. Ma il Governo proteggeva quei masnadieri delle ferme, per amor del grosso denaro, che ne ritraeva negli appalti, e di cui aveva bisogno, con quel po' po' di guerre, nelle quali Maria Teresa era ingolfata. Pietro Verri, a viso aperto, li combattè.

Carichi dei milioni ammassati con quei metodi, i fermieri domandavano a Maria Teresa un blasone per essere più potenti in una terra in cui la nobiltà era la terza dominatrice. Così continuavano l'uso antico; per il quale, i Silva, panattieri, gli Andreoli, cavallanti, e altri di simili origini, diventarono marchesi. Gl'Imbonati (cognome immortalato dal carme del Manzoni), Piantanida, Lattuada, acquistarono il blasone salendo dal volgo. Un Perini, oste alli tre scagni, diventò conte di Bresso. Gli Omodei ebbero per antenato un pastaro di grosso nel plebeissimo Carrobbio, a Porta Ticinese. L'elenco sarebbe lungo e potrebbe recare inutili dispiaceri.[1]

Con duemilacinquecento fiorini, si otteneva il blasone di marchese; con duemila, quello di conte; con mille e seicento, quello di barone; con mille e trecento quello di cavaliere; con mille quello di nobile; con cinquecento si otteneva il semplice don.

Quando nacque Carlo Porta, Milano non assomigliava nemmeno a uno de' suoi inferiori sobborghi d'oggi. La numerazione delle vie non era ancora cominciata; non erano ancora battezzate con precisione le strade, le piazze. Le vie assumevano nell'uso il nome da un oratorio, da una chiesa, da un pantano, da un colatoio d'acque piovane, da un albero: onde Via Pantano, Poslaghetto, Via Olmetto; oppure prendevano il nome dalle numerose botteghe di questi e quegli artefici e mercanti: Via Orefici, Via Spadari, Via Armorari, o da insegne di osterie: Croce Rossa, Tre Re....

Qualche strada prese il nome da qualcuno dei piccoli villaggi scomparsi, come Via Quadronno; dove vedremo svolgersi il dramma amoroso dello sventurato Marchionn di gamb avert, il capolavoro del Porta.[2]

Le strade non selciate, o mal selciate, con ciottoli di torrente. Se ne vedono ancora fra le vecchie vie di Milano, tortuose, semibuie, malinconiche.

Non avevano fanali, cominciati, a olio, nel novembre del 1788, e che facilmente si spegnevano; le tenebre più fitte avvolgevano allora case e mortali, con piacere dei ladri e delle coppie amorose. Chi voleva camminare con qualche sicurezza, quando dal mezzo del cielo non risplendeva la compiacente luna, doveva munirsi d'un fanaletto a mano. Le carrozze dei nobili andavano di volo, accompagnate da lacchè con torcie fumose; lacchè che erano obbligati a perdere il fiato nella corsa affannosa a piedi, seguendo la carrozza sino al palazzo, al cui scalone capovolgevano e spegnevano le torcie entro buchi praticati in dadi di marmo, come se ne trovano anche oggi in qualche casa di via Borgonuovo e altrove.

Il Parini, nel Giorno, descrive le carrozze patrizie correnti di notte, nel buio. Al suo «giovin signor» egli rammenta ironico la scena notturna:

Tu, tra le veglie e le canore scene

E il patetico gioco, oltre più assai

Producesti la notte; e, stanco, alfine,

In aureo cocchio, col fragor di calde

Precipitose rote e il calpestio

Di volanti corsier, lunge agitasti

Il queto aere notturno; e le tenèbre

Con fiaccole superbe intorno apristi;

Siccome allor che il siculo paese

Dall'uno all'altro mar rimbombar feo

Pluto col carro, a cui splendeano innanzi

Le tede de le Furie anguicrinite.

Gli alberghi obbligavano il forestiere che vi prendeva alloggio a pazienze supreme, per tollerare la sporcizia e gli insetti. L'Albergo del Pozzo (soppresso solo in questi mesi) accoglieva ospiti cospicui. Appena una banda di filarmonici erranti lo sapeva, dedicava ai nuovi arrivati, sotto le finestre dell'albergo privilegiato, un concerto: chi sa che musica! Carlo Goldoni vi alloggiò, quando venne a Milano: ne tocca nelle sue Memorie. Più antico era forse l'Albergo del Falcone, e sussiste tuttora. Quali fetori nelle vie, certo non sparse di rose di Gerico! Nell'ode La salubrità dell'aria, il Parini deplora il fimo che fermentava «fra le alte case». Era il fimo delle stalle che si usava tener accumulato, con quanta delizia delle nari e dell'igiene si immagini. Il Parini parla anche di «vaganti latrine». Tiriamo un velo.

Carlo Porta nacque a Milano il 15 giugno 1775. Oltre il nome di Carlo, gli furono imposti quelli di Antonio, Melchiorre, Filippo.

In un sonetto incompiuto (del quale non mi riuscì di vedere l'autografo) Carlo Porta si dichiara nato nella parrocchia di San Bartolommeo il 15 agosto del 1776. Dice precisamente così:

Sont nassuu sott a Sant Bartolamee,

In del mila sett cent settanta ses,

A mezz dì, del dì quindes de quell mes,

Ch'el sô (sole) el riva a quel pont ch'el volta indree (indietro).

Ebbene: il registro delle nascite di quella parrocchia di San Bartolommeo (registro passato a San Francesco da Paola, perchè quella antica parrocchia fu soppressa) reca invece ben chiaramente quello che abbiamo riferito.

Come combinare date così differenti? A chi credere? È vero che non pochi svarioni si trovano nei libri delle nascite, dei matrimoni e delle morti, tenuti dai parroci che godevano funzione e autorità di ufficiali dello stato civile; ma è possibile che l'attestato ufficiale di nascita di Carlo Porta fosse sbagliato così? Non è da escludersi l'abbaglio, l'amnesia nel poeta, che soffriva di nevrosi: non diremo la lieve vanità di togliersi un anno.

Il padre si chiamava Giuseppe. Gl'inferiori, salutando per via quell'integro cittadino, e i preti, ne' libri delle loro parrocchie, gli regalavano tanto di don, spagnolesco indizio di nobiltà; ma la famiglia di Carlo Porta non era nobile.

In uno sferzante sonetto contro un marchese villano che non lo salutava per via, Carlo Porta si dichiara «senza nanch on strasc (straccio) d'on don»:

Sissignur, sur marches, lù l'è marches,

Marchesazz, marcheson, marchesonon

E mì sont Carlo Porta milanes,

E bott lì, senza nanch on strasc d'on don.

Come abbiamo visto, il don (che fra i poeti di Milano andava di diritto al solo Manzoni), era l'ultimo grado di nobiltà. Il don sottentrò nel secolo XVII all'antico dominus. Ma ai soli nobili (e don) d'antica data era permesso d'adornare di fiocchi la testa dei propri cavalli.[3]

Riguardo poi al saluto dei nobili ai non nobili, avveniva questo bel casetto: che nobili, i quali avessero trattato, pur famigliarmente in campagna e in villa coi non nobili, non li salutavano quando li incontravano in città. La villa, adunque, faceva diventare educati, e la città villani.

Un ritratto dipinto a olio di Giuseppe Porta lo mostra con l'aspetto d'un pacifico galantuomo, d'uno di quei felici che vivono a lungo fra il lavoro ordinato e la quiete domestica. Visse la vita de' patriarchi, morendo nonagenario il 17 febbraio 1822 in mezzo ai fratelli, figli, nuore, nipoti intorno al suo letto. Fu pubblico impiegato, ragioniere e amministratore di aziende private. Ai frati della storica chiesa di San Simpliciano, teneva in ordine i conti. Avea mano nell'amministrazione della chiesa di San Pietro in Gessate, prima uffiziata già dagli operosi Umiliati, poi dai Somaschi. Amministrava il collegio di Brera, dove era stato docile e diligente scolaro. La tesoreria dello Stato di Milano (si chiamava così) lo ebbe sottocassiere e poi cassiere generale.

Chi più di Carlo Porta disprezzò i nobili e li derise? Non è senza curiosità lo scoprire nell'archivio civico di Milano che i suoi avi, milanesi tutti, servirono in casa di nobili. Suo nonno, Defendente, fu maestro di casa d'un principe Rasini, che lasciò il proprio nome al vicolo dove dimorava in sontuoso palazzo: passò al servizio di certi marchesi Bussetti; quindi si ritrasse in Romagnano, nel Novarese, a vivere, con le proprie rendite, gli ultimi anni. Il bisnonno Carlo Francesco, morto il 1737, cassiere dei così detti perticati (tassa sui valori fondiari), fu anch'esso maggiordomo in una casa piena di stemmi e di parrucche.

Il domenicano Porta, orientalista, che si occupò d'una Bibbia poliglotta, non apparteneva alla famiglia del poeta.

C'era bensì a Milano una nobile famiglia Porta. Possedeva il palazzo, che fu poi degli arricchiti appaltatori, diventati nobili, si sa, Pezzòli, sulla Corsia del Giardino, ora via Alessandro Manzoni. Un viaggiatore straniero, Carlo De Brosses, che nulla capì del San Marco di Venezia, nelle sue Lettres historiques et critiques sur l'Italie, pubblicate a Parigi nel 1799, magnificava il giardino di quel palazzo, ora pubblico museo, perchè quel piccolo giardino aveva una muraglia dipinta a uso scenario.... Nè quella famiglia Porta ha fila gentilizie con quella di Carlo Porta, salita dal popolo.

Il cognome Porta è antico. Secondo lo storico Giulini, si diè ad alcune famiglie che, nel periodo effimero della Repubblica ambrosiana, abitavano presso qualche porta della città e vi avevano qualche giurisdizione. Così Pusterla, porta minore della città. Tutte indagini che, scommetterei, Carlo Porta, spregiudicato, non si è mai sognato di fare.

La madre di Carlo Porta si chiamava Violante Guttieri. Da lettere giovanili del poeta si rileva quante cure ella prodigasse ai figliuoli, non ostante che, al pari del marito, fosse travagliata dalla gotta, malattia passata in eredità a Carlo. Ella ci appare il buon genio, la consigliera, il conforto di lui.

Carlo fu mandato dal padre al collegio dei Gesuiti di Monza; poi, al seminario di Milano. Pochi sanno oggi come si educassero i giovani da quei maestri tabaccosi, pronti a gonfiare con le nerbate le mani degli alunni, attanagliarli con pizzicotti e obbligarli a pane e acqua, quando non comandavano loro di tracciare con la lingua ripetute croci sul pavimento. I maestri dormivano spesso come ghiri, sulla cattedra, lasciando la scolaresca all'arbitrio di alcuni prediletti discepoli servili, che non mancavano di denunciare per le inevitabili punizioni i compagni più vivaci e più odiati. Le aule scolastiche risonavano di voci irose, di colpi, di strilli; certe camerette anguste, basse, che il Porta descrive in un sonetto italiano inedito, si aprivano ai delinquenti come carceri. «Le cose andavano alla pecoresca (narra Francesco Cherubini). Vorrei pur dire di certi biglietti fattimi portare talora da chi non doveva a chi non si doveva, profittando della mia innocenza.»

Alessandro Manzoni, mentre serbava venerazione per il mite padre Francesco Soave, inorridisce al ricordo d'essere stato discepolo di tale

Cui mi saria vergogna esser maestro,

confessava egli nel carme In morte di Carlo Imbonati.

Eppure, non ostante i sonni pomeridiani sulle cattedre e il resto, non s'insegnava male il latino, se devesi giudicare dagli esametri che Carlo Porta, fra una prigionia e l'altra, confortate dalla madre, scriveva nella lingua di Virgilio. In un fascicolo di versi latini composti da lui quand'era scolaro, trovo carmi su città d'Italia, ch'egli non avea mai visitate e che pur doveva descrivere; sono elegie al sonno, ad Andromaca, epigrammi sulla madre di Nerone, su Narciso alla fonte; temi rettorici, alcuni sciocchi addirittura. Fra i temi imposti dal padre maestro e svolti con ampiezza, trovo persino una descrizione del pudore, composta appunto dal Carlin, che scriverà un giorno la Ninetta del Verzee. Una delle primissime poesie italiane del Porta è La penna in mano delle donne, canzonetta in quartine. L'alunno dovette recitarla in una pubblica accademia, in cospetto degli accigliati maestri, de' genitori giubilanti e d'altri invitati in gala. Non c'erano scrittrici.

A studii severi, il Porta non si sentiva nato, e nemmeno, pare, alla poesia che trattava alla peggio, di quando in quando, per passatempo.

Il padre, uomo pratico, voleva fare di lui un negoziante. A sedici anni lo mandò ad Augusta, affidandolo a certo Weith, col desiderio che v'imparasse la mercatura e il tedesco. Ma le sue previsioni errarono. Se vi fu soggiorno fuori di patria increscioso per Carlo, fu quello. Si accese in lui la passione del giuoco; bazzicava, di nascosto, in qualche caffè di giocatori. Soprattutto, detestava le pratiche religiose alle quali il Weith voleva condannarlo. Se il mentore lo vedeva uscire solo di casa, erano sgridate.

Il ragazzo si sfoga con la madre lontana in lettere calde di tenerezza. «Ho ricevuta la tua carissima (le scrive), dalla quale, con sommo mio rammarico, ho dovuto rilevare che, per causa mia, la tua gotta ha notabilmente peggiorato in modo che tu non hai nemmeno di proprio pugno potuto scrivermi; ma quando sarà che tu mi scriverai d'essere perfettamente guarita?» E si lagna con lei di malattia che patisce a un occhio, di tremito ai denti, ed esclama desolato, piccolo Leopardi: «Pazienza! la natura mi ha destinato ad essere infelice!»

Sono queste le lettere nelle quali vedi come quel cuore materno fosse buono. Ella gli raccomandava di scrivere con più garbo l'italiano e d'imparare bene il tedesco. Ed egli: «Non posso impararlo bene, perchè non ho ancora maestro. Figùrati qual negligenza hanno questi signori! Sono già più di tre mesi che sono qui, e non ho imparato niente; anzi no, disimparato.» E finisce: «Addio. Amami, se lo merito.»

Quando il padre venne a conoscere che il figlio giovinetto non voleva saperne di pratiche religiose e giocava d'azzardo in un caffè d'Augusta, invece di imparare il commercio del cotone e della lana e il tedesco, gli tolse l'assegno mensile. E allora il figliuolo ricorre al grembo materno: «La deve scrivere a mio padre che mi sono adattato con buona volontà alle cose di Chiesa, che ho abbandonato intieramente quel caffè che loro non volevano che io ivi andassi, che ho abbandonato decisamente il giuoco, che io faccio il mio dovere nello scrittorio».

Ma Carlo perdeva il tempo lo stesso, e il padre lo richiamò a Milano.

III.

Indice

Morte di Maria Teresa. — Le violente tumultuarie innovazioni del figlio Giuseppe II. — Il caso pietoso del poeta Passeroni. — Colloqui del poeta affamato col suo gallo. — Curiose guardie di polizia. — Minacciosi malumori contro Giuseppe II. — La morte e il successore di Giuseppe II. — La vita nelle famiglie borghesi. — Religiosità singolari. — Il nobile Andreani e il suo pallone aereostatico. — Libri, idee, mode francesi. — Discorsi in case aristocratiche. — L'ode del Parini sul vestire alla ghigliottina. — In che cosa consisteva quella moda infame. — Strano difetto di quell'ode. — Sua popolarità. — Carlo Porta la traduce in milanese. — Fine della parrucca.

I tempi ingrossavano. Era tramontato il sogno di Pietro Verri e degli amici di lui che, un bel dì, volevano chiedere a Vienna una costituzione, non prevedendo, però, nè una rivoluzione, nè un possibile intervento di nuovi vincitori.

Nel 1780, l'imperatrice Maria Teresa, la guerriera, ricca di figli e d'amori, moriva quasi sessantatreenne, lasciando al figlio Giuseppe II lo scettro, e chiudendo una vita di lotte acerbe e di riforme civili e militari memorabili, che la collocarono in un posto eminente nella storia.

Giuseppe II può essere chiamato, per certi riflessi, il battistrada di Napoleone. Pareva che presentisse di non aver lunga vita: per questo affrettò, condensò innovazioni su innovazioni; e accumulò, anche, rovine su rovine. Colpi micidiali mena sulle abbazie, sui conventi, come farà ben presto Napoleone. La Società segreta dei Franco Muratori è proibita per decreto di Maria Teresa con bando e scomunica, ma Giuseppe II la riconosce, e vuole che sia ricostruita, perchè fautrice della filosofia (la gran parola d'allora) e benemerita delle scienze. Il decreto porta la data del 21 gennaio 1786. Ben presto, sotto la Repubblica cisalpina, Francesco Palfi, filosofo, giurista, letterato, uscito da un convento della Calabria, diffonderà i principii della massoneria e ne spiegherà i riti nel poema Ivan, oggi lettura dei topi.

Giuseppe II soppresse tutte le corporazioni religiose, non utili alla società. Abolì persino la Congregazione dei Bianchi, il cui ufficio pietoso era quello di assistere, confortare i giustiziati e seppellirne le salme. Pubblicò un nuovo sistema giudiziario, solennemente inaugurato il 1º maggio 1786; ma il codice non corrispondeva ai principii liberali vantati.

Il barbogio Senato fu soppresso. E quella fu soppressione santissima. Il Senato, s'era opposto all'abolizione della tortura, come Maria Teresa comandava da Vienna, per non offendere le vetuste tradizioni. Durante gli strazii della tortura, inflitti spesso a poveri innocenti, per istrappare ciò che si voleva, gl'illustri signori giudici bevevano le loro brave tazze di cioccolata, la quale faceva parte anch'essa delle auguste tradizioni. Il Senato di Milano a cui appartenne qual segretario il poeta Carlo Maria Maggi, un antecessore (e lo vedremo) di Carlo Porta, finiva dopo quasi tre secoli.... non di gloria.

Un ordine dell'imperatore vieta i giuochi d'azzardo. Si giuoca, infatti, dappertutto a Milano: nei teatri, nelle case, nelle botteghe, nelle sacristie..... Ma il governatore di Milano, arciduca Ferdinando, è preso anch'egli dalla fregola dei subiti guadagni: specula in granaglie come suo padre. Malattia di famiglia.

Giuseppe II abolisce tutte le pensioni. Immaginarsi in quali miserie piombano poveri vecchi, che non hanno più la forza di lavorare per vivere.... alla vigilia di morire! Persino all'abate Gian Carlo Passeroni sono tolte le cinquecento misere lire milanesi annue, che il conte di Firmian, governatore illuminato e liberale, gli aveva assegnate sulle sostanze dei marchesi Lucini, antichi mecenati del povero nizzardo, autore del moralista ma buffoneggiante poema Il Cicerone, lungo centuno canti, nei quali il famoso arpinate è, per dire la verità,

Come l'araba fenice:

Che ci sia ciascun lo dice,

Dove sia nessun lo sa.

Il Parini, intimo amico del Passeroni, confessa d'avergli «grande obbligo», perchè lo ha «smagato dal vezzo d'ingemmare di frasi viete e dimesse i suoi versi».[4]

Il povero nizzardo, costretto a rifugiarsi affamato in una buia, angusta stamberga di legno, ha per unico compagno un gallo, al quale tiene lunghi discorsi filosofici sull'avversità dei tempi. E il consueto andamento di Milano viene sempre più turbato da riforme violente. V'ha chi pensa persino a una sommossa contro Giuseppe II, imitando i Paesi Bassi.

L'irritazione è acuita dal brutale contegno d'una nuova istituzione: della Police, squadra di soldati invalidi, che per mostrare autorità bastonano i cittadini. Qualche cosa di simile, anzi di peggio, vedremo fra poco, al tempo dell'occupazione demagogica francese, quando Carlo Porta scriverà uno de' suoi capolavori: Giovannin Bongee.

Ma, a placare il malcontento, ecco giunge a Milano la notizia della morte dell'imperatore. I Paesi Bassi, insorti, avevano già proclamato la propria indipendenza: l'Ungheria avea respinto minacciosa le riforme, e Giuseppe II dovette ritirarle, riportando un urto terribile alla propria autorità. I disagi, sofferti nella guerra contro i Turchi, contribuirono ad affievolire la fibra già scossa del sovrano. Tutto ciò affrettò la fine d'una fervida vita, che, assoggettata a maggior freno e riflessione, poteva essere tutta illustre. Giuseppe II spirò col nome di Dio sulle labbra, e rassegnato.

Era il 20 febbraio 1790. In quello stesso giorno, il fratello Leopoldo II saliva al trono.

Il nuovo principe ascoltò i reclami; chiamò a Vienna due deputati d'ogni città lombarda; ripristinò le istituzioni paesane abolite e rese gratuite a tutti le scuole pubbliche, dove i ricchi prima pagavano. Le famiglie patriarcali non temettero più morali rovine.

Nelle famiglie borghesi (si chiamavano cittadine) salite dal popolo, come quella di Carlo Porta, l'ordine e la quiete, il raccoglimento patriarcale dominavano. Il padre non era solo il semplice capo della famiglia; era, anche, un'autorità in tutto e per tutto, che i figli dovevano riconoscere e riverire in soggezione perenne. Ai genitori, i figliuoli davano del lei, mai del tu; nemmeno allora che diventavano genitori alla loro volta. Non potevano uscire di casa, senza spiegazioni e regolare permesso. A tavola, tutti dovevano essere radunati puntualmente all'ora prefissa, e aspettare, in raccolti silenzi, che il padre dividesse lui le pietanze numerate; ma tutto questo avveniva pure in altre contrade d'Italia. La madre, nella gerarchia familiare, occupava invariabilmente il secondo posto. Qualche volta (il cuore della mamma!) temperava i rigori di prammatica del genitore, e asciugava col bacio la lagrima del figlio, ma di nascosto. Alla sera, dopo il parco desinare, si doveva, secondo l'uso antico, recitare almeno una parte del rosario a suffragio delle anime dei defunti di famiglia. Talvolta, lo si recitava per liberare dalle fiamme del Purgatorio qualche anima ignota. Questa specie di suffragi anonimi era radicata a Milano. Il Purgatorio offriva (avrebbe detto un moderno), un bel margine per esercitare la pietà religiosa. Alle porte delle chiese (ce n'erano un dì a ogni passo come i conventi), si leggeva: «Oggi si libera un'anima dal Purgatorio». Un'anima sola fra tanti milioni e milioni d'anime purganti, non era gran cosa; ma ciò che doveva più impressionare i non devoti era l'assoluta certezza e precisione cronometrica di quelle promesse liberazioni dagli espiatorii tormenti, dei quali si parlava tanto, nei quaresimali e nelle omelie. D'inverno, durante i lunghi, tetri inverni di Milano, nelle famiglie borghesi, padri, madri, figliuoli si raccoglievano davanti ai focolari. I bambini ballavano a tondo, cantando in coro:

Ara bell'ara,

Discesa Cornara,

Dell'or e del fin — del Cont Marin....

che pareva una filastrocca senza senso; tanto che Carlo Porta l'adoperò nelle sue frammentarie versioni o, meglio, parodie meneghine, dell'Inferno di Dante; e precisamente per rendere l'oscuro verso famoso:

Pape Satan, pape Satan, Aleppe.

Quella cantilena era eco d'una storia deformata dal volgo; il quale credeva che Ara, figlia d'un Cornaro, veneziano, fosse stata uccisa da un conte Marino. L'uccisa era, invece, una spagnuola.

Un avvenimento faceva discorrere Milano per mesi. Chi sa quanto discorrere si sarà fatto nella famiglia di Carlo Porta, quando il teatro di Corte, fatto già rinascere dalle ceneri d'un altro incendio, andò distrutto dalle fiamme verso l'alba del 25 febbraio 1774!

E si pensi quale stupore nella famiglia di Carlo Porta, come dappertutto, destò l'avvenimento del primo pallone aerostatico che s'innalzò al cielo portandosi un uomo! Il nobile Paolo Andreani, lo stesso che aveva introdotto a Milano i parafulmini, si fece costruire, nella sua principesca villa di Moncucco, un pallone alla Montgolfier, e vi salì imperterrito: il primo a Milano, il primo in tutta Italia.

I nuovi sbalorditivi trovati di quella Francia, che s'era levata contro il suo re, e della quale cominciavano a diffondersi nelle famiglie atterrite le raccapriccianti notizie; quei nuovi trovati non potevano esser altro che opera del demonio, come i preti predicavano nelle chiese e a domicilio.

Libri, idee, mode francesi erano già penetrate. Il Parini, in un mirabile sonetto milanese, che ha la parlata evidenza di quelli del Porta (e qual poeta vernacolo sarebbe anche divenuto!), coglie argutamente il discorso che una dama tiene a una signora tenera, a quanto pare, dei Francesi rivoluzionarii:

Madàm, gh'hala quaj nœuva de Lion?

Massacren anc'adess i pret e i fraa

Quij sœu birboni de' Franzes, ch'an traa

La lesg, la fed e tutt coss a monton?

Cossa n'è de colù, de quel Petton,

Ch'el pretènd cont sta bella libertaa

De mett insemma de nun nobiltaa

E de nun Damm, tutt quant i mascalzon?

A propòsit: che la lassa vedè

Quel capell là, che gh'a d'intorna on vell!

Èl staa inventaa dopo ch'han mazzaa el Re?

L'è el primm ch'è rivaa? Oh bell! oh bell!

Oh! i gran Franzès! Besogna dill: no gh'è

Popol, che sappia fa i coss mej de quell![5]

I bosin rozzi, poeti popolari in vernacolo, le cui canzonette si vendevano a un centesimo per le strade, inveivano intanto contro l'eccidio dello sventurato Luigi XVI, forse, e senza forse, eccitati dalle autorità imperanti; e contro la nuova moda che le signore più imprudenti adottarono nel crudo inverno del 1795, mentre intorno erano nevi continue e ghiacci. Si trattava

di mostrare nudi il collo, le spalle, il petto, com'erano costrette ad avere le gentildonne vittime della Rivoluzione francese, mentre venivano trascinate a soccombere sotto la lama della ghigliottina. Un nastro rosso, per raffigurare il sangue, girava intorno al collo ed era condotto sotto le braccia e incrociato sulla schiena, e poi ricondotto sul petto per formare un nodo. Questa moda, in Francia, si chiamava à la victime, e da noi «vestire alla ghigliottina».

On vestii che tutt l'han ditt

Brutt de sangu e de delitt,

Infamaa per man del boja;

cantava una bosinada:

Sur la moda malandrina

Del vestir alla ghigliottina.[6]

Ma la tapina musa bosina non bastava. Giuseppe Parini, lo stesso autore del sonetto vernacolo citato e intitolato ironicamente da lui El magon dij damm de Milan per i baronad de Franza («magon» vuol dire dolore che fa nodo alla gola: e si è visto quale angoscia pativano, poverine!); il grande Parini levò quell'ode meravigliosa A Silvia contro il vestire alla ghigliottina, che si diffuse subito manoscritta per Milano e fu tradotta da diversi poeti in dialetto milanese. «Carlo Porta (narrò il Bernardoni, amico del poeta), Carlo Porta, che aveva cominciato a preludere alla poetica carriera che percorse in seguito tanto luminosamente.... colpito dalla inarrivabile bellezza di quell'ode, la stava traducendo egli pure in ottonarii, e già delle strofe, ch'egli mi aveva mostrate e che la facevano giungere poco meno che alla metà, poteva giudicarsi bellissimo lavoro; quando si vide comparire stampata e distribuirsi in gran copia di esemplari e leggersi pubblicamente quella di Francesco Bellati col titolo: Ode a Silvia molto bella d'un autor di conclusion, ecc., ch'era stata ordinata dall'arciduca Ferdinando d'Austria, allora governatore di questa provincia, con l'idea di rendere intelligibili anche alle basse classi della popolazione i sublimi concetti pariniani. E il Porta lacerò tutto quello ch'egli aveva fatto e non ne rimase più alcuna traccia.»[7]

Codesto Bellati non era un poeta volgare. Possedeva un particolare talento nelle traduzioni, o meglio, parodie dei classici latini e italiani in vernacolo milanese, con spirito schiettamente ambrosiano. Il Cherubini lo accolse nella sua Raccolta dei poeti milanesi. Il Porta lo ammirava, e lo seguì nella parodia dell'Inferno di Dante.

Giuseppe Parini si levò fiero e morale anche in quell'ode; ma doveva mostrarsi ancor più severo su quella moda che rappresentava una cinica infamia: la moda più scellerata che siasi mai vista.

A «Silvia ingenua» il poeta poteva toccare il cuore, ricordandole tante giovani vite fiorenti al pari della sua, che erano trascinate a piegare il collo sotto la lama assassina. Manca la commozione, l'elemento più vivo, che meglio dei citati Tereo, Atreo e della signora maga Colchica, doveva vincere la giusta causa. Ma mettiamo pegno che nè i versi del Parini, nè la versione del Bellati, nè le divulgazioni dei due componimenti e le bosinade distolsero le belle vanitose dalla moda-carnefice.

Intanto si cominciava a muover guerra alle parrucche, e i parrucchieri si schieravano, naturalmente, fra i nemici più acerrimi della rivoluzione. Quanti prevedevano di rimanere sul lastrico! La parrucca era un'istituzione che richiedeva molte cure, molto tempo, ogni giorno. Gli uomini portavano coda, ricci, tupè: i più ricchi e i più eleganti sfoggiavano capelli finti, che scendevano in «artificiose anella». Le teste rappresentavano un lavorio architettonico rispettabile, nel quale apparivano la perizia e il vanto del parrucchiere. Nè minor bravura d'artefice richiedeva la diffusione della cipria sulle parrucche. La candidissima polvere di Cipro vi era sparsa con una «volandola». Ma si faceva scendere anche, come una nevicata, dall'alto d'un gabinetto, dove la dama o il gentiluomo sedevano ravvolti in un accappatoio protettore. La morte della parrucca fu la morte di tutto un mondo.

Era nata nel 1629 sulla testa di Luigi XIII, re di Francia.

IV.

Indice

La Gazzetta del Veladini. — Manifesti incendiarii. — Abbaglio del Bonaparte. — In casa di Carlo Porta. — Il Porta contro la democrazia francese. — Napoleone nella guerra d'Italia. — La battaglia di Lodi. — Un pranzo vescovile. — Chiese spogliate. — L'avanguardia dell'esercito francese entra in Milano. — Le coccarde d'un frate e il grido del general Massena. — Solenne ingresso di Napoleone in Milano. — Il comandante austriaco Lamy nel Castello. — Cede. — Istituzione della Repubblica cisalpina. — Ruberie e ruberie. — Estorsioni, imposte, generale malcontento. — Tentativo d'insurrezione. — È soffocato nel sangue. — Clamorose feste repubblicane. — Eccitamento delle donne. — Gli «alberi della Libertà». — Folli sfrenatezze. — La gentil mano di sposa della figlia d'un chimico. — Gli energumeni di via Rugabella. — Racconti di Alessandro Manzoni: la demagoga Sopransi. — Ire contro la guglia del Duomo. — Il buon senso d'un meneghino. — Ancora un racconto del Manzoni: Vincenzo Monti tremante alla tribuna. — Versi italiani di Carlo Porta sui cisalpini.

Il tipografo Veladini pubblicava a Lugano due volte la settimana La Gazzetta di Lugano, ch'era la portabandiera del liberalismo; e i contrabbandieri, numerosi anche allora, la introducevano a Milano, dov'era letta avidamente nei circoli impazienti di novità; mentre sulle cantonate s'incollavano dai rivoluzionari penetrati a Milano stupidi manifesti incendiari, come questo: «Milanesi, massacrate il Governo, il ministro, la nobiltà, se volete liberarvi dal dispotismo, dalla prepotenza, dalle crudeltà, e così godrete la libertà».

La ghigliottina francese aveva fatto dunque proseliti; ma gli ambrosiani non si sarebbero nemmeno mai sognati di servirsene. Napoleone credeva di trovare la Lombardia nelle condizioni della Francia? Ma qui i nobili non erano odiati dal popolo, se anche, come avveniva talora, in teatro sputavano dalle loggie in platea sulle teste; nè qui i contadini mangiavano l'erbe dei fossati e dei boschi per non morire di fame. Innovazioni civili erano cominciate da un pezzo, come abbiamo visto; il tentativo d'avvicinare le classi non era mancato da parte dei patrizi più liberali; e non si aveva bisogno dei Ranza, dei Salvador e degli altri fuorusciti e cialtroni per rialzare un popolo che aveva veduto un Cesare Beccaria, un Pietro Verri, un Parini!

Quel Carlo Salvador, amico del Marat e già, a quanto dicevano, falso testimonio di delitti addossati a innocenti durante le persecuzioni di Robespierre, e predestinati alla ghigliottina, fu uno dei sobillatori più perfidi. Lo ritroveremo più innanzi.

Intanto, a Milano, si tremava al minacciato irrompere dell'esercito rivoluzionario francese.

L'esercito del Bonaparte, passato il Po, s'avanzava. Per ordine del vicario di provvisione, conte Francesco Nava, è celebrato un triduo a San Celso per implorare la Divina assistenza. Solenne processione alla basilica di Sant'Ambrogio, con le più preziose reliquie e al canto dei salmi penitenziali: le monache cantano le litanie sfilando nei chiostri: loro terrori, loro pianti disperati, e risa dei giacobini introdottisi in Milano.

Nella casa di Giuseppe Porta, il disordine non poteva penetrare. Quell'uomo, circondato dal rispetto e dalla riverenza de' figli, serbava nel santuario domestico la calma, l'ordine. Il figlio Gaspare si dava alle operazioni bancarie; e avea quindi d'uopo di testa fredda. L'altro figlio, Baldassare, era anch'esso savio e serio. Carlo sentiva bene la necessità di bandire principii liberali, di fondare istituzioni novelle rovesciando le vecchie, ma odiava le pagliacciate e gli eccessi demagogici. In una poesia inedita, rimasta incompiuta, Paricc penser bislacch d'on Meneghin repubblican, domanda:

Santa Democrazia tant decantada

In stoo secol sapient filosofista,

Comprada, promettuda e regalada,

Dove set? Cosse fet? Non t'hoo mai vista.

Carlo Porta aveva ventun anno, quando entrò in Milano l'esercito francese rivoluzionario. Teniamone nota.

Il Direttorio di Francia scagliava i suoi eserciti contro le vecchie, irritate monarchie d'Europa, che avean giurato di distruggere l'improvvisata repubblica sanguinaria di cui temevano il furore di propaganda e l'esempio sulle masse. Reno ed Alpi dovevano essere varcati dalle truppe repubblicane, che, lacere, affamate, avevano bisogno d'allori e di ristoro in terre di conquista, in cui avrebbero diffuso i proclamati diritti dell'uomo, e, tornando in patria, non dovevano essere apportatrici di malcontento per patite privazioni e delusioni. Tre eserciti si videro irrompere dalla Francia: due verso la Germania, il terzo verso l'Italia, assalendo, in tal modo, l'Austria da due lati; l'Austria, speciale nemica, una cui figlia regale, Maria Antonietta, aveva lasciata la vita altera e spensierata sotto la ghigliottina.

Il Bonaparte, capo dell'esercito francese, scese in Italia, da quella folgore di guerra ch'egli era. Le sue vittorie contro gli Austriaci a Montenotte, a Millesimo, a Diego, furono voli, quali Ugo Foscolo le enumerò nella dedica ardente dell'ode a Napoleone. Le truppe imperiali erano comandate dal settuagenario barone Beaulieu, supremo comandante austriaco in Italia, nato nel Brabante, che, dinanzi all'avanzata del ventisettenne Bonaparte, pensò di trincerarsi a Fombio, villaggio sulla strada maestra fra Piacenza e Lodi. I Francesi non perdono tempo: s'impadroniscono de' suoi cannoni e li rivoltano contro di lui, mentre altre divisioni francesi accorrono e compiono in un baleno la vittoria. In tal modo, la battaglia di Lodi si risolse in un non arduo, per quanto eroico, assalto. Napoleone disse: Non fu gran cosa. Era l'11 maggio dell'anno 1796.

Le porte di Milano erano così spalancate al pallido chiomato Côrso. Il vescovo di Lodi, monsignor Della Beretta, s'affrettò ad ossequiare fervidamente, coi maggiorenti del suo clero, il duce della Rivoluzione regicida, e lo invitò a pranzo; ma Napoleone non si accontentò d'andarvi egli solo con qualche suo aiutante: accompagnò con sè diciotto affamati ufficiali del suo Stato maggiore che non erano attesi; perciò fu necessario al cuoco vescovile, autentico eroe delle batterie di cucina, escogitare gastronomici espedienti per soddisfare tante bocche improvvise. Per ringraziamento, Napoleone mandò il giorno dopo il commissario generale di guerra Saliceti a spogliare la cattedrale degli oggetti preziosi, dopo d'aver ricevuto dal vescovo mille zecchini e tutta la sua argenteria in regalo grazioso.

A che valsero, o monsignore, i tuoi sorrisi e l'elegante tua conversazione francese? Ma non sapevi che il Bonaparte era stato inviato in Italia dalla Repubblica della Senna, col mandato supremo di diffondere i santi principii: la fraternità, la libertà, l'eguaglianza?

Mentre gli avidi saccheggiatori spogliavano la cattedrale di Lodi (le altre chiese della diocesi ebbero pure lo stesso fraterno trattamento), comparvero dignitosi davanti al Côrso i decurioni di Milano, Francesco Melzi e Giuseppe Resta, a rendere omaggio al giovane vincitore.

E il 14 maggio di quel fortunoso anno 1796 il nizzardo generale Massena, con l'avanguardia dell'esercito francese, entrò da Porta Romana in Milano, fra due ali di militi della Guardia civica appena istituita; dopo d'avere ricevute, alla cascina Colombara, le chiavi della città, dorate per l'occasione, e presentate su un cuscino di velluto rosso, dal vicario di provvisione, il nominato conte Francesco Nava. Il governatore austriaco di Milano, il venditore di granaglie arciduca Ferdinando, invece di battersi, se l'era battuta, riparando nel territorio veneto, a Bergamo, e di là, a Vienna.

Il Massena, nel prendere le chiavi dorate della città, disse: «Le prendo da buon repubblicano e desidero restituirle ad un popolo che abbia aperti gli occhi sopra i suoi veri interessi».

Un frate zoccolante si sbracciava a gettare qua e là, per le vie, coccarde francesi, gridando: «Viva la libertà!». Qualcuno gridò: «Morte agli aristocratici!». E il general Massena pronto: «Viva Bonaparte e il popolo di Milano!».

Il popolo scarsamente rispose.

Il giorno dopo (era una radiosa domenica, di Pentecoste) entrò in Milano Napoleone. Il sole risplendeva, l'aria era carezzevole, le campane suonavano a festa. I demagoghi gli andarono incontro gridando evviva. Il Côrso andò ad alloggiare al palazzo Serbelloni, poi passò col suo stato maggiore al palazzo di Corte, dove la banda (dice uno dei narratori del tempo, il Beccatini) suonava la Marsigliese e le altre arie patriottiche affatto nuove agli orecchi ambrosiani, in mezzo agli ufficiali superiori dalle divise turchine, dalle fascie rosse alla cintura, dagli elmi rilucenti, dalle lunghe criniere ondeggianti e dai cappelli con altissimi pennacchi, fra lo sventolio delle vivaci bandiere tricolori.

I francesi non erano in gran numero, secondo il Verri nella sua Storia dell'invasione. «Accampavano senza tende, marciavano senza alcuna compassata forma, erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni non avevano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi. Stavano in sentinella sedendo. Avevano, anzichè l'aspetto di un'armata, quello d'una popolazione arditamente uscita dal suo paese, per invadere le vicine contrade.»

Nel Castello, il comandante austriaco Lamy s'era asserragliato con tremila soldati. Aveva inoltre centocinquanta cannoni, seimila fucili, molto bestiame, gli approvvigionamenti, tutto il materiale da guerra. Se avesse osato la sortita, avrebbe potuto forse prendere tutti? Non osò. Cedette ogni cosa ai francesi. E la Lombardia, ricca di floridissimi pascoli, bella di laghi incantevoli, di verdi colli, di monti, di fiori, superba di monumenti, splendida per opere di pittura e scultura, illustre per ingegni altissimi, eccola, in seguito a uno scontro su un ponte, preda e provincia della Repubblica francese; trattata come terra di conquista. Napoleone volle battezzarla col nome di Repubblica cisalpina il 29 giugno là, nella villa di Mombello sulla pianura milanese, proprio dove errano ora raccolti i pazzi della provincia. E in quella villa lo stesso Bonaparte ordì l'infame trattato di Campoformio, che gettò la Venezia, l'Istria, la Dalmazia tra le braccia dell'Austria; quel trattato cagion di tante guerre nostre, di tanti lutti; lutti anche di ieri, anche d'oggi.

Pure a Milano, alla quale il generale Despinoy, comandante della città, ordina d'illuminarsi la sera del 18 maggio per la «festa della Vittoria» celebrata in quello stesso giorno in tutta la Repubblica francese; pure a Milano si richiedono aggravii di guerra. L'agenzia militare francese spoglia il Monte di Pietà di tutti i pegni preziosi al disopra delle cento lire. Ed ecco requisizione di cavalli; imposta straordinaria a titolo di prestito di 14 denari per ogni scudo d'estimo; imposta di venti milioni di Francia, da ripartirsi fra la provincia di Lombardia, da levarsi principalmente dai ricchi e dai Corpi ecclesiastici. Una sùbita, nera ondata di malcontento sorge, si diffonde. Il 23 maggio, si tenta di suonar campana a martello a due limiti opposti della città per farla insorgere: a Sant'Eustorgio e a San Gottardo; ma il parroco di quest'ultima chiesa presso il Duomo e altri cittadini lo impediscono, per evitare l'immancabile sanguinosa reazione militare. A porta Ticinese, in quel giorno stesso avviene una sommossa, ma effimera. Un giovane popolano, Domenico Pomi, accusato di avervi avuto parte e d'«aver voluto assassinare» un sergente francese, è condannato e fucilato il 26 maggio sulla piazza del Mercato fuori di porta Ticinese.

Ad alcuni cittadini si strappano le coccarde francesi dal petto, dal cappello; ma i soci del club repubblicano detto «Società popolare», che ha sede in via Rugabella, vogliono vendetta e irrompono, si spargono minacciosi per la città; fanno gridare da cenciosi prezzolati morte ai nobili, ai frati, ai re! Insultano tutti quelli che non sembrano dei loro. In piazza del Duomo è un pandemonio. Si viene alle percosse, alle ferite. La notizia del tafferuglio cruento si sparge rapidamente per la città ed eccita altrove gli animi e le voci. Il comandante Despinoy corre in piazza a cavallo, scortato da una squadra di dragoni; scorre al galoppo le strade, ne scaccia i passanti, fa arrestare e percuotere a piattonate di sciabola i renitenti. Il tafferuglio alla fine è sedato, ma i soldati francesi hanno bisogno di pipe!... Requisizione, adunque, di tutte le pipe. E sentono pure il bisogno di misure vendicative per salvare l'onore della bandiera.

Un pover'uomo, certo Giuseppe Pacciarini, l'anzian (addetto ai funerali) del Duomo, viene condannato, perchè reo convinto e confesso (così la sentenza) d'essere capo della rivoluzione che ha avuto luogo il 4 pratile (23 maggio).

Al disgraziato, avvezzo a guidare autorevolmente pomposi funerali della Metropolitana, toccano ben tristi funerali!... Vien fucilato, insieme con un assassino, assassino da molti anni!.... «Non pare (dice un cronista) che il Pacciarini fosse tanto colpevole; e non si sa con certezza chi abbia tramata e condotta quella rivolta.»[8]

Le feste intanto seguivano alle feste. Il 22 settembre, gran festa commemorativa per l'anniversario della «Repubblica madre», leggi Repubblica francese. La prima legione lombarda di truppe cisalpine poco dopo è passata in rassegna sulla piazza del Duomo; riceve la bandiera tricolore e muove al campo; cominciando quell'epopea militare italica, che ci temprò i polsi, è vero, ma seminò i campi di battaglia delle salme di giovani valorosi, che potevano spezzare le catene della madre, l'Italia!

E altra festa (il 9 luglio 1797) nel vecchio lazzaretto degli appestati, convertito in campo di Marte. S'inaugura con fastosa e clamorosa solennità la Repubblica cisalpina. Quattrocento mila persone vi si affollano. Nello stesso giorno Napoleone istituisce il Direttorio esecutivo; tutte cose copiate dalla «Repubblica madre».

La popolazione, sulle prime sbalordita del subitaneo fragoroso cambiamento, e diffidente, finì con l'accettare il mutamento. Parecchi ne erano, anzi, beati, esaltati; fra essi il duca Galeazzo Serbelloni, che diventò presidente della municipalità. Quel duca imbandiva lauti banchetti a ogni momento. Lo chiamavano il «duca-cuoco». Specialmente le donne, come avviene nei sùbiti mutamenti politici, si esaltarono. Si accendevano a quella fantasmagoria di colori, al chiasso dei soldati francesi, di quei

Quatter strascion senza camisa,

Senza sciopp, senza divisa,

Senza scarp, senza calzett,

ma pieni di vita, di brio indiavolato. Un'altra satira cantava con verità:

Esopo dì che, in sto pajes,

In staa prima i donn

A portà l'eguaglianza di Franzes.[9]

Le vie, prima tranquille, erano messe a rumore. In piazza del Duomo, e in altre piazze, al suono delle bande s'inaugurarono gli «alberi della Libertà», sormontati da un berretto frigio rosso. E allora si videro le scene più sfrenate, più sconce, che si potessero ideare. Fratacci e pretacci appesero all'albero le loro lunghe barbe tagliate e le loro tonache, e, intorno, uomini e donne discinte, in catena, si trascinavano ballando e urlando: Viva l'eguaglianza! Si videro signore di liberi costumi, mezzo denudate, ballare trascinate da demagoghi furibondi: sì, signore, anche belle, formose, che apparivano pure, mezzo nude, secondo l'ultimo figurino di moda, nelle loro loggie al teatro della Scala, dove la Marsigliese si suonava e cantava in coro. In piazza della Rosa si tenevano riunioni demagogiche clamorosissime, con urli di morte al papa, ai cardinali, ai vescovi e arcivescovi, preti, frati.... Una ragazza, Sangiorgio, figlia d'un chimico, offerse la propria mano a chi le avesse portato la testa del papa. «In quel club (narrava nei suoi tardi anni il Manzoni, nel crocchio della sera fra intimi amici, alludendo alla Società popolare di via Rugabella), in quel club se ne dicevano e proponevano delle belle! C'era, tra gli altri, la demagoga Sopransi, che era brutta e gobba, ma rivoluzionaria ardente e anzi pazza: e un giorno, in odio al re, propose che nel mazzo da tarocco la figura della regina non si chiamasse più la regina, ma.... «La gobba!» gridò, interrompendo, una maschia voce, in buon milanese e con molto buon senso. E la cosa finì in una risata universale.»[10]

«In uno di quei circoli (racconta alla sua volta Cesare Cantù) un gran patriotta, gran livellatore, che più tardi fu scudiere di Napoleone, poi delegato sotto gli Austriaci, poi intendente sotto i Piemontesi, propose si demolisse la guglia del Duomo. «L'eguaglianza è il primo diritto; non deve dunque soffrirsi che un edificio si elevi sopra gli altri della città». Così diceva in tono di puritano e colle dita tese; e gli ascoltanti ad applaudirlo e gridare: «Abbasso la guglia del Duomo!»

«Era presente un buon meneghino, che aveva imparato da sua madre a voler bene, e da suo padre a non opporsi al male: e, chiesta la parola, lodò il civismo, il patriottismo del preopinante, ma chiese perdono se osava far un'altra mozione: ed era «di metter a quella guglia il berretto rosso, e così sarà visibile per estesissimo tratto quale simbolo della libertà che acquistammo dopo secoli di orribile tirannia»

«Sì, sì! bravo, bravo!» urlarono gli ascoltatori, e la guglia restò salva, aspettando livellatori più radicali.»[11]

Ma si voleva abbattere addirittura il Duomo! I più miti fra gli arruffoni, venuti dal di fuori, e che nulla sapevano del sacro amore degli ambrosiani per il loro tempio, sublime monumento di fede avìta e di storia, volevano trasformarlo in uffici pubblici; ma compresero che si andava contro sentimenti, dei quali era imprudente, per lo meno, non tener conto cauto e rispettoso. Si pensi che, nel Duomo, si affollavano attoniti ogni giorno densi gruppi di contadini; i quali scendevano dalla campagna per vedere anch'essi, almeno una volta nella loro misera vita, el Domm meraviglioso, del quale avevano udito parlare sin dall'infanzia come d'un portento più che umano. Lady Morgan, nella sua Italy, parla di quei contadini raggruppati in famiglie, seduti in estasi prolungate.

In piazza del Duomo era stata eretta, accanto all'albero della libertà, una tribuna con un enorme stendardo nero (roba allegra), nel quale leggevasi in lettere bianche l'annuncio sintetico di tutti i discorsi che si dovevano tenere alle turbe: Diritti dell'uomo. Ma nel club in via Rugabella c'era un'altra tribuna; e in quella salì tremando un grande poeta: Vincenzo Monti. Ma lasciamo narrare ad Alessandro Manzoni, le cui parole furono religiosamente raccolte anch'esse da uno dei suoi adoratori devoti:

«Il barone Ferdinando Porro, che fu prefetto sotto Napoleone, e del quale, non ostante la differenza dell'età, io fui amico (diceva il Manzoni), mi raccontava che, quando nel 1798 il Monti venne a Milano, dove prima per mano del boia era stata abbruciata in piazza del Duomo la sua Bassvilliana, si presentò a lui, che era allora uno dei capi del club repubblicano, pregandolo d'introdurlo in quel club per leggervi un suo sonetto: e il Porro acconsentì. Io salii sulla tribuna, egli mi raccontava, e dissi: Cittadini, al piede di questa tribuna vi è il più gran poeta d'Italia che chiede di recitarvi un suo sonetto: volete sentirlo? — Sì, sì, si gridò da ogni parte. Allora io scesi dalla tribuna, e andai a prendere il Monti: la sua mano tremava come una foglia. Lo trascinai su per la tribuna, ed egli recitò il famoso sonetto, in cui dice che la Repubblica cisalpina aveva

Di Sparta il senno col valor di Roma.

Applausi frenetici; e da quel giorno il Monti divenne il poeta della Rivoluzione.»[12]

Pochi anni dopo, Carlo Porta mandava alla suocera, Camilla Prevosti, alcune sue sestine italiane non eleganti, — tutt'altro, — ma riflessi di quella baraonda demagogica:

E chi lo sa che un giorno non diventi

Qualche signore anch'io d'importanza?

A buon conto sto bene assai di denti,

Ho bastante presenza ed arroganza;

Malcreato, mendace, sprezzatore

Mi farò poi col diventar signore.

Ah! con doti sì belle, egli è un peccato

Che quel tempo prezioso sia trascorso,

In cui bastava ad essere ammirato

Crin mozzo, gran berretto e voce d'orso;

In cui quanto più eri manigoldo

Ne ritraevi onor, rispetto e soldo.

Ah se fosse quel tempo! per Milano

Mi vederebbe correre severo

Con tanto d'occhi e la sciabola in mano,

Gran flagello dei nobili e del clero;

Ma quel tempo felice oggi è passato,

E sol oggi il mio spirto è sviluppato.

Nè oggi mancherebbonmi i talenti

Di volger per rovescio la medaglia,

Massime cogli esempi ognor presenti

D'una quantità simil di canaglia,

Ch'oggi Gracchi corcârsi, e all'indomani

Tigellini si alzâr, Planzj, Sejani.

Specchio fedele di quei figuri e di quel tempo rimangono i giornali; funghi velenosi spuntati da un terreno fracido. Parliamone.

V.

Indice

Sconce pubblicazioni volanti. — Carlo Salvador e il suo Termometro. — Vien bastonato e messo in prigione. — Sua tragica fine. — L'eteroclita figura del «terrorista» Ranza. — Sue geste, suoi opuscoli, suoi giornali, e il suo perfezionamento della ghigliottina. — E anche lui va in prigione. — L'economista Pietro Custodi: da demagogo a barone. — Melchiorre Gioja qual era. — Il giornale Senza titolo e i suoi carnevaleschi collaboratori. — Il giornale di Ugo Foscolo. — I due giornali di Napoleone.

Una delle prime libertà portate da Napoleone fu quella di stampa, senza alcun freno contro gli abusi. Tutti potevano scrivere e pubblicare tutto, infamie comprese. Si arrivò al punto che, per tre mesi continui, si vendettero per le strade di sant'Ambrogio e di san Carlo, da cenciosi strilloni, gl'indirizzi delle pubbliche meretrici «ad uso della gioventù cisalpina».

Gli amici della libertà fu il primo giornaletto apparso sull'Olona; e Il termometro di Carlo Salvador fu il secondo.

Costui l'abbiamo già incontrato; ma è necessario tornare ancora su codesta figura di rivoluzionario nefando e ridicolo.

Era nato a Milano. Per evitare i castighi meritati dalle sue ribalderie, fuggì a Parigi, dove si cacciò fra i terroristi della Senna al tempo delle esecuzioni furibonde e sommarie degli aristocratici. Quali atroci accuse pesassero sopra di lui abbiamo detto più addietro. Appena Napoleone ebbe l'ordine di conquistare la Lombardia si mosse da Parigi e, qualche giorno prima dell'ingresso dell'esercito francese, percorse le strade della sua città eccitando frenetico il popolo a rendersi libero da nobili, preti, frati, sovrani, e gettando a destra e a sinistra coccarde tricolori. La conoscenza del dialetto di Carlo Porta gli agevolava l'ufficio. Si vendette anima e corpo ai comandanti francesi, e per giustificarne le violente ruberie e iniquità d'ogni genere fondò Il termometro, che faceva spavento ai passeri. Ma era tale l'eccesso delle parole di quell'eroe della mannaia che, più di qualche volta, fu battuto come la lana. Gli stessi suoi protettori, che lo pagavano, furono costretti a strappargli di mano la penna maledetta e lo cacciarono in prigione.

Ridotto alla miseria più squallida, Carlo Salvador fu visto, più tardi, errare, come un mendicante reietto, per le vie di Parigi. Disperato, alla fine, si annegò nella Senna.

Peggiore persino del Salvador, parve un buffo omiciattolo dalla lunga zazzera rossigna svolazzante, scialbo e magro, mezzo sepolto sotto un enorme cappellone decorato d'una maiuscola coccarda sfacciata. Strascinava uno sciabolone più lungo di lui, e, declamando contro i principi d'Italia, ai quali minacciava coltellate in abbondanza, agitava le braccia come due fruste da carrettiere irritato. I buoni ambrosiani, vedendolo sulle piazze dove irruiva contro i «tiranni», lo stavano a osservare come un «fenomeno» da baracca.

Chi era? Donde veniva? Era il «cittadino» Antonio Ranza, professore e tipografo. Si chiamava modestamente da sè «capo dei rivoluzionari piemontesi».

Nato a Vercelli, nella cui agitazione popolare del 1790-91 era sorto quale «amico del popolo» e nemico dei nobili, avversava con altri rivoluzionari la Casa Savoia: voleva strapparle il Piemonte per gettarlo fra le braccia della Francia. Evitò il carcere con la fuga. A Lugano, in Corsica, a Nizza, continuò l'apostolato; finchè Napoleone gli aprì con le sue vittorie il varco alla massima scena delle sue geste clamorose: la Lombardia.

Negli orrendi giorni, quando Binasco e Pavia osarono ribellarsi all'invasione francese e furono perciò il primo, per cenno del Bonaparte, orribilmente incendiato, e Pavia abbandonata al saccheggio e alla strage, il Ranza, che a Pavia aveva piantato l'albero della libertà, eccitava alle vendette, alle carneficine, vantandosi d'aver trovato un perfezionamento alla ghigliottina che, secondo lui, doveva essere il tocca-e-sana dei ribelli lombardi.[13]

Il Ranza stampò giornali sterminatori e opuscoli analoghi; alcuni de' quali si possono leggere nella raccolta Custodi, nella Biblioteca Nazionale di Parigi.[14]

Col giornale Il rivoluzionario, che il Ranza pubblicò per isfamarsi, trascese a tali eccessi contro i nuovi magistrati, che non potè arrivare al terzo numero. E anche il Ranza fu cacciato nel Castello, in prigione. Morì nell'aprile del 1801.

Ben altro cervello vantava Pietro Custodi, nato nel 1771 a Galliate Novarese, caro a Pietro Verri per l'amore che portava agli studii severi. Nella tormenta della Repubblica cisalpina, il Custodi si esaltò, e unitosi a un chirurgo Buzzi, demagogo da dozzina, fondò la settimanale Tribuna del popolo, dove non esitò a investire lo stesso Bonaparte. Immaginarsi se il vittorioso permetteva d'essere vilipeso dalla libera stampa, ch'egli stesso aveva elargita al popolo redento!... Ordinò che anche il Custodi fosse arrestato e gettato in un carcere, ma il giovane eroe sfuggì ai gendarmi nascondendosi in un solaio.

Chi mai gli avrebbe detto allora che, solo pochi anni dopo, sarebbe stato creato cavaliere della Corona ferrea e barone del Regno italico? Che sarebbe assunto qual segretario a lato del ministro delle finanze Prina? E avrebbe lasciato nome chiarissimo per la classica sua raccolta degli Economisti italiani?... Morì nel 1842.

Un altro dotto, celebre economista, Melchiorre Gioja, seguiva la manìa del giornalismo polemico e del pubblico oltraggio, egli che doveva comporre più tardi un Galateo delle belle creanze! I suoi giornali Il censore, La gazzetta nazionale e Le effemeridi politiche morivano anch'essi, strangolati dalle mani delle autorità offese. Il Gioja subì il carcere a Parma e a Milano, poi l'esilio. La sua opera Del merito e delle ricompense è una miniera di erudizione. Ma egli era un'anima ignobile. La rivela nella rivoltante scritturaccia contro Bianca Milesi, che, illusa e pietosa, lo aveva assistito in carcere.[15]

Sbocciò anche Il giornale rivoluzionario e Il conciliatore; il primo fu soppresso, il secondo morì d'inedia.

Ma anche un giornale a tratti briosi ebbe l'allegra repubblica: Il senza titolo; anch'esso ampio al pari degli altri.... come un fazzoletto da naso d'educande.

Un furbo libraio francese, Barelle, lo fondò, rimanendo prudentemente fra le quinte, nell'ombra, e cacciando, invece, innanzi quale direttore (estensore dicevasi allora) un suo commesso di negozio, certo Nova, che andava alla messa ogni mattina e che finì in prigione anche lui, per le ingiuriose escandescenze dei suoi anonimi collaboratori, fra i quali (una vera carnevalata!) frati sfratati, preti spretati e un Calderini di Gallarate, soprannominato il «granatiere teologo». Molta prosa v'inserì il Bernardoni, il grande amico di Carlo Porta, propugnandovi persino l'unità d'una Italia repubblicana.

Un avversario detto l'«ulano legislatore» scriveva amabilmente così: «Sapete in che modo discuto io le mie questioni personali? A cazzotti!». E lo chiamavano legislatore!

In un certo numero si legge che un tale comasco (e qui è spiattellato nome e cognome) fa l'incettatore di grano ed è l'amante della moglie del signor tal'altro pure di Como (e qui ancora nome e cognome: mancava soltanto il numero della porta). Come mai la faccia dell'ignoto rivelatore non veniva illustrata da un corteo di pugni? E i pugni fioccavano fra quei gentiluomini. Niente duelli: fior di cazzotti, come insegnava l'«ulano legislatore»!

Benchè svillaneggiato e messo in ridicolo dal Senza titolo, il Ranza vi fa allegramente i conti addosso al piacentino Poggi, estensore dell'Estensore cisalpino, sussidiato dal Direttorio; ma è tutta invidia di quei sussidii!...

Un arguto «associato» domanda al «caro Nova» perchè certo comandante di certa piazza, mentre qualche giorno fa si lamentava d'avere in tasca sole cinquanta miserabili lirette, ora esce con tanto di vestito nuovo e su un cavallo nuovo?

Questa l'alba radiosa della libera stampa sull'Olona, promulgata da Napoleone Bonaparte!

Ma pochi anni passeranno, e nella stessa Milano sorgerà Il conciliatore di Silvio Pellico, di Luigi Porro, di Federico Confalonieri, di Giovanni Berchet, a far dimenticare con le gloriose sue audacie liberali quella effimera, fracida, velenosa fungaia, spuntata sotto gli scrosci di pioggia delle innovazioni rivoluzionarie frettolose; e, più tardi ancora, sorgeranno la. Rivista europea del Battaglia, Il politecnico di Carlo Cattaneo, Il crepuscolo di Carlo Tenca.

Eppure, dalla baraonda dei gazzettieri cisalpini, spuntava qualche cosa di lodevole. Il Monitore italiano va, infatti, citato, a titolo d'onore, a parte. Il manifesto steso da Ugo Foscolo, e la collaborazione del grande poeta, gl'imprimeva un carattere d'altera indipendenza. Il Foscolo vi pubblicava i processi verbali dell'Assemblea legislativa della Repubblica cisalpina; e vi aggiungeva con tono tribunizio (il tono allora comune) severi commenti.[16] Il cittadino Somaglia, nel Consiglio dei Seniori perora a favore dei poveri, dicendo che gli aggravi maggiori dovevano pesare sui ricchi. E Ugo Foscolo a tal proposito prorompe:

«Legislatori! badate che le tacite orme degli opulenti non vi sbalzino da quel seggio, ove rappresentate una nazione costretta a comperare colle proprie sostanze una libertà, che calò dalle Alpi accompagnata dalle desolazioni e dal terror della guerra e seguìta dall'orgogliosa avidità della conquista; una nazione, la quale, colpa forse de' tempi, non peranco ha partecipato dei beni della libertà. Legislatori! mentre voi ritardate il rimedio, il male va crescendo in ragione progressiva: l'onnipotenza dei sacerdoti, l'ambizione dei grandi, l'avarizia del ministero, l'attaccamento alle antiche abitudini, la miseria del popolo, tutto congiura al soqquadro d'una troppo nuova Costituzione.»

Immaginarsi se tali parole potevano piacere ai dominatori! Ma esse, meglio di tutte, compendiavano uno stato di cose infermo e malfermo.

Una sera, per le vie di Milano, un vecchio e un figlio giovinetto cadono travolti sotto una carrozza a due cavalli. Il Foscolo li trae dalle ruote in istato miserando, arresta il cocchiere che vuol fuggire coi cavalli spaventati, e pubblica sul Monitore italiano una fiera lettera al ministro della polizia, Sopransi, invocando provvedimenti e pene.

Ancora più bello è l'atto (oggi si dice gesto) del Foscolo, quando sul Monitore si offre spontaneo al Capitano di Giustizia, in luogo del cittadino Breganza, collaboratore del giornale, assente e inquisito, autore d'un articolo che feriva il Governo.

Il Monitore italiano fu fondato da giovani patriotti; vi convenivano verso un'unica meta e settentrionali e meridionali d'Italia; quasi preludio dell'unità della patria. Vi appartenevano scrittori del Veneto, di Napoli, del Piemonte, del Piacentino. Tre soli, alla fine, rimasero redattori: Foscolo, Gioja, Custodi. Al 42mo numero il giornale, costante censore del Governo, fu soppresso; e sulla sua tomba precoce, sorse il Monitore cisalpino, composto da rifugiati politici, a capo dei quali stava il romagnolo Giovanni Compagnoni, politico, giornalista, romanziere, poeta, scienziato, autobiografo, autore delle Veglie del Tasso, stese in italiano e in francese, che ottennero voga; negazione della verità e del buon gusto. Nel Monitore cisalpino, lavorò un conte, avventuroso giramondo: Bartolomeo Benincasa di Sassuolo, che servì da spione agli inquisitori di Stato negli ultimi anni della Repubblica di Venezia. Insieme con l'amica Giustina Winne, contessa di Rosenberg, il conte Benincasa compose, fra altro, un romanzo Les Morlaques; suonata a quattro mani, che deve aver divertito solamente i due innamorati suonatori.

Napoleone volle esser tutto; fu anche giornalista. Fondò e ispirò due giornali: Le Courrier de l'armée d'Italie e La France vue de l'armée d'Italie. Quest'ultimo per preparare l'opinione pubblica all'assassinio di Campoformio. Lo dirigeva un Jullien; laddove figurava quale direttore un ignoto presta-nome: Iacopo Rossi; e così il Courrier.

Il Jullien non potè tacere neppur lui davanti all'infamia perpetrata dal suo padrone col mercato di Campoformio; cagione di tante guerre, compresa l'ultima nostra. Non con l'asprezza spiegata dal Monitore italiano del Foscolo, ma non senza coraggio, il Jullien si mostrò contrario nel Courrier a quell'iniquità; e fu licenziato. Il giornale passò allora nelle mani dello stato maggiore francese. Si stampava a Milano, nella così detta patriottica tipografia di Via San Zeno «dietro al palazzo di giustizia» dove, più tardi, l'Austria alloggiò il boia.[17]

VI.

Indice

Carlo Porta a Venezia. — Suo impiego, sua miseria, sue spensieratezze. — Venezia dopo la caduta della Repubblica. — Società gioconde. — Quella di Carlo Porta con l'intervento della Polizia. — Carlo Porta e i grandi poeti dialettali veneziani. — Le voluttà di Antonio Lamberti. — Una coraggiosa satira civile del Buratti. — Degenerati e degenerate. — Carlo Porta è muto agl'incanti di Venezia. — Poesie veneziane del Porta? — Amori d'una patrizia veneziana col poeta. — Rivali. — L'abbandono. — Come amava Carlo Porta. — Sue drammatiche gelosie. — Sua vita di pubblico impiegato. — Un aneddoto.

Al padre di Carlo Porta doleva che questi consumasse i giorni nell'ozio, e lo consigliò d'andare a Venezia, a quell'archivio delle finanze, come impiegato.

Era il 1798 quando Carlo lasciava un'altra volta la famiglia per la città delle lagune dove, giovane e brioso com'era, liete accoglienze non gli potevano mancare, nè brigate allegre, nè passatempi. Eppure vi andò di malavoglia, e vi trasse giorni angustiati. Le lettere che manda da Venezia alla famiglia sono quasi tutte lamentevoli. Uno Zuccoli assumeva colla Repubblica cisalpina, a nome di certo Gaetano Borella, un contratto, impiantando a Milano una vasta amministrazione; e Carlo Porta desidera ottenervi un posto migliore di quello in cui il padre lo ha collocato a Venezia. È sempre corto a quattrini; e arriva a scrivere al fratello Gaspare: «Mando al Monte di Pietà il mio tabarro e mi lusingo che avrò da vivere così un'altra settimana».

La Serenissima Repubblica era caduta: al folle lusso di tante spensierate famiglie era successa la miseria: eppure il brio, el morbin, degli abitanti non era scomparso. Da una lettera, conservata alla Quiriniana,[18] veggo la triste pittura che della decaduta Venezia il poeta della Tunisiade e delle Perle dell'Antico Testamento, il patriarca Pyrker invia all'imperatore Francesco I. In quell'arsenale glorioso, che ferì un giorno la fantasia di Dante, l'anno stesso dell'ignominiosa caduta della Repubblica (1797), erano tremila e trecento gli operai: e in breve ne restarono soli settecento. I gondolieri presso le famiglie patrizie, in quello stesso anno, erano millesettecentonovantasette, e in breve ne rimasero dugento e novanta. La poveraglia tendeva le palme ai passanti. Eppure le sagre erano ancora numerose, allegre, colle bandiere svolazzanti dai mille colori, co' fieri ritratti di barcaiuoli vincitori nelle regate, con cembali e trombe squillanti, e scampanìo festoso. Si proibivano i giuochi d'azzardo, ma si apriva il teatro La Fenice alle voluttuose veglie carnevalesche. Le belle figliuole di Canaregio non portavano più attorno al collo roseo le fini collane d'oro, i manini, ma, sbattendo sdrucite pianelle, salivano i ponti di pietra con lo stesso sorriso, col medesimo regale incesso di ieri. Nei luminosi vesperi estivi, sulla laguna smagliante, si banchettava, si cantava nelle barche adorne di frasche e di pendule lanterne colorate.

Carlo Porta, in quel carnevale, si trovava nella necessità di partecipare alle baraonde giulive e sciupava in una sola sera lo stipendio d'un mese. Voleva mostrarsi generoso con amici e anche con gente sconosciuta cui pagava all'osteria pranzi e cene: voleva darsi l'aria d'un signore: confessava al fratello Gaspare che delle tante lettere raccomandatizie delle quali era fornito non volea servirsi, per non sembrare pitocco. Divenne persino capo d'una società di capi ameni, detta della Ganassa, perchè avea lo scopo di mettere in moto continuo le ganasce, a mense lautamente imbandite.

La polizia, sospettosa, come tutte le polizie che si rispettano, s'era fitta in capo che quei buontemponi si raccogliessero a congiurare contro lo Stato. E un giorno entrò d'improvviso nella sala del cenacolo della ganassa, e la perquisì per ogni buco. Restava da esaminare l'interno d'un antico armadio; ma era chiuso con doppia chiave. Ciò accrebbe i sospetti.

— Aprite! — intimò al domestico il capo della pattuglia.

— No gavemo le ciave, sior! — gli rispose il servo.

— Non avete le chiavi? Cercatele! —

Alcuni momenti dopo, ecco si presenta Carlo Porta. Cammina lento, con aria misteriosa. Adagio adagio apre l'armadio entro cui si sospettavano celati armi ed armati come nel cavallo di Troia; ed: — Esamini pure l'eccelsa polizia — dice con voce ferma — esamini pure ogni pezzo, diligentemente. —

Era una collezione di gusci d'ostrica, e un ammasso di ossa di pollo, tutti avanzi delle mense, ivi raccolti, come in museo. Scoppiò una risata; la Società della Ganassa festeggiò l'evento con un altro simposio; e, forse il giorno dopo, Carlo Porta scriveva al fratello quel biglietto rattristante: «Vessato intanto dalla fame e dalla paura di fare una trista comparsa col padrone della mia casa per l'impossibilità di corrispondergli l'altra pigione di fitto....»

Tommaso Grossi, il più intimo e caro amico di Carlo Porta, ci dice in alcuni cenni biografici che il Porta a Venezia, avendo conosciuto alcuni poeti dialettali veneziani, «per la prima volta sentissi bollire fortemente in seno il desiderio di far versi». E noi dobbiamo credergli. Ma dobbiamo anche ricordare che, prima ancora di ricevere quelle impressioni determinatrici del suo genio, Carlo Porta aveva verseggiato a Monza e a Milano; sappiamo che, a vent'anni, aveva cominciato a tradurre in milanese l'ode del Parini A Silvia.

Il Porta aveva conosciuti a Venezia gli almanacchi che Antonio Lamberti andava pubblicando, ingemmandoli delle sue vernacole Stagioni campestri e cittadinesche, pitture vivide e fedeli dei costumi veneziani, nelle quali si sente (chi lo crederebbe?) un anticipato lamento socialista. E, tornato a Milano, Carlo Porta volle pubblicarne qualcuno anche lui, in milanese.

Allora spirava vento propizio agli almanacchi. Ne uscivano a stormi, in vernacolo e in lingua, coi titoli più stravaganti, e il pubblico li comperava perchè conditi di satira. Un almanacco censura le mode di allora, le vesti muliebri così aderenti alle cosce che un professore d'anatomia potrebbe rilevare ogni muscolo, quasi ogni fibra; biasima le nudità dei seni: ride delle scarpe «piccole come un sospiro». Al teatro alla Scala, le dame calano le cortine misteriose de' loro palchetti colla scusa di ripararsi dal freddo?... È un almanacco a ricamarvi su storie maligne. L'Almanacco degli almanacchi li passa tutti in rassegna. Nella Biblioteca Ambrosiana n'è raccolto un cumulo; ma vi si trovano forse i due almanacchi che il Porta scrisse in milanese? Non esistono nemmeno nella libreria lasciata dal poeta; e nelle numerose sue carte, non ve n'è traccia. Tutte le ricerche mosse per averli nelle mani riuscirono vane. O rondinelle smarrite, come vi chiamavano almeno? Forse: Il Meneghino critico? Era, è vero, un almanacco in versi milanesi, ma lo scarabocchiava un Sommaruga, scempiato e stentato verseggiatore, che volea farla da moralista. El Lavapiatt de Meneghin ch'è mort era anch'esso del bel numero uno; ma reca la data del 1792, e il Porta non scriveva così male in milanese. La Gran Torr de Babilonia? Oppure El Verzee de Milan? Nemmeno. O Il borgo degli Ortolani? Quest'è del '94; e non è del Porta. L'ombra del Balestrieri in cerca de la veritaa, ch'è del 1800? El servitor de la bon'anema del pover poeta Balestrieri, del 1804? El Caffè de la Reson, del 1805? Oppure Meneghin Peccenna?

Rimane assodato che i primi tentativi del Porta nel patrio dialetto furono due almanacchi. «Ma (narra il Grossi) essendo stato fieramente e scurrilmente satirizzato in un altro almanacco scritto pure in dialetto, e credo da un parrucchiere — almanacco il quale, quantunque privo affatto d'ogni merito, godeva però a quei tempi qualche favore a motivo dello sfacciato e plateale ardimento con cui era scritto — il Porta s'indispettì talmente che depose il pensiero d'esser poeta, e stette molti anni fermo nel proponimento che aveva fatto di non prender mai più la penna per scrivere un verso; ed ecco come le goffe e petulanti contumelie d'un ciarlatano pervengano qualche volta a soffocare il genio e a stornarlo dalla sua via.»

Più tardi nell'ardore della battaglia a favore del Romanticismo, un almanacco d'un classicista dottor Paganini, lo attaccava, ma di ciò a suo luogo.

Nei brillanti bagordi di Venezia d'allora, al Caffè Florian, covo d'implacabili eleganti maldicenti, o alla trattoria del Salvàdego, a San Marco (vi pendeva per insegna un pelosissimo selvaggio dipinto), Carlo Porta avrà incontrato il maggiore dei poeti veneti dialettali, il terribile satirico Pietro Buratti, anch'egli giovane allora, elegante nella veste, mordace nella parola; tanto mordace che pose in satira persino il proprio padre, commerciante ricchissimo, il quale, irritato, lo diseredò, privandolo d'una rendita annua di tremila e più ducati e d'un palazzo a Bologna.

Carlo Porta deve avere conosciuto a Venezia un altro poeta, Camillo Nalin, ch'era impiegato computista in un ufficio governativo. E vi conobbe, forse, il patrizio democratico Iacopo Vincenzo Foscarini, che si firmava el barcariol. Il Nalin sereno, scherzoso; il Foscarini ardente d'affetto per la sua Venezia. E il Porta si sarà incontrato nell'autore della famosissima Biondina in gondoleta che, musicata dal maestro Mayr, si cantava al chiaro di luna sotto il ponte di Rialto, lungo il Canal grande e nelle sale più aristocratiche delle capitali d'Europa, tanto piacque quella maliziosa, voluttuosa cantilena, scritta per la briosa corrottissima Marina Querini-Benzon; laddove Antonio Lamberti compose poesie, se non più graziose, ben più rilevanti di quella barcarola, che lo rese celebre.

Pietro Buratti, come poi Carlo Porta, compose poesie oscene; ma egli si servì dell'oscenità per frustare vizi ridicoli, brutture morali. Egli le recitava in una allegra società detta Corte busonica, nella quale sedette, per qualche tempo acclamatissimo, Gioachino Rossini, vero re dei buontemponi giocondi. La Corte busonica era sorella maggiore della portiana Società della ganassa; banchetti, e celie sboccate, e risa, e scherzi pepati la rallegravano. Le studiate, raffinate corruzioni, i sapienti e complicati piaceri, le aberrazioni, proprie di questo nostro tempo avido di sensazioni artificiali e perverse, non solo non erano compiute da quei gaudenti del giorno per giorno e dell'occasione grossolana e chiassosa; ma il Buratti, che non avea peli sulla lingua, lanciava le sue impetuose satire atroci contro coloro che imbestialivansi in immonde aberrazioni. Le sue strofe contro una ebrea pervertita, contro una cantante degna di lei, contro rammolliti patrizi degenerati, giravano pei caffè, suscitavano risate, scandali; e intanto i rei erano inchiodati alla gogna.[19]

Quelle poesie devono essere piaciute, per affinità di gusti, a Carlo Porta, come piacevano al Rossini, come andavano a sangue allo Stendhal che loda il Buratti nel volume Rome, Naples et Florence.

Ma Pietro Buratti ebbe momenti grandiosi. Spiegò un civile e non immune coraggio, come poeta satirico, che Carlo Porta, prudente, non ebbe mai; e in un'ode per la morte d'un suo bambino, tentò nell'angoscia paterna di scrutare il perchè degli strazi inflitti da un destino crudele a poveri bambini infermi e morenti: ardita filosofia, alla quale non arrivò mai Carlo Porta; che tuttavia superava il Buratti nella vivezza dei profili comici, nell'espressione del linguaggio pittoresco, nell'arte, soprattutto: arte, che nel poeta milanese sembra la stessa natura che parla, che agisce.

Il 3 novembre 1813, le lagune erano bloccate dagli Austriaci e dagl'Inglesi alleati, che prendevano la rivincita su Napoleone, contro il quale ormai tutta la Germania allora si sollevava. Il principe Eugenio Beauharnais era respinto dagli Austriaci vittoriosi sino alle rive dell'Adige. E, intanto, a Venezia, il generale Serras, successogli al governo, imponeva, con un tratto di penna, ai cittadini un prestito di due milioni, da pagarsi entro ventiquattro ore. I commerci, già consunti, precipitavano a rovina, famiglie già agiate erano ridotte a elemosinare all'ombra, sui ponti; miseria, fame, sete; mancava l'acqua nei pozzi; il tifo mieteva le vittime a centinaia. Discordie tra il prefetto di Venezia, barone Francesco Galvagna, col Serras, baruffe da piazza; per cui le condizioni della città diventavano, se pur era possibile, più penose. E Pietro Buratti, buon veneziano, ne fremeva. A un pranzo, dato dal prefetto Galvagna, egli lesse e recitò una sua ode fulminea contro gli stranieri invasori e ladri, contro la feccia democratica francese e contro gl'inganni di Napoleone. Il Buratti si buscò tre mesi d'arresto per quella satira, che rimane la più possente, la più alta nella letteratura civile dei dialetti d'Italia.

E quel poeta civile e filosofico, e satirico implacabile, componeva anche canzonette veneziane, piccoli capolavori di malizia sorridente e di grazia; e riempiva quaderni e quaderni di versi fluenti, sgorgati da un estro ridanciano inesauribile, saettando contro questo e contro quello. Il suo crudo poemetto L'omo ha parti mirabili.

Tale il poeta maggiore che il Porta deve avere conosciuto a Venezia e che, a quanto pare, gli servì d'esempio, come vedremo nei confronti parziali; eppure nè di lui, nè d'altri poeti veneti nessuna traccia, nessun ricordo resta nelle carte del poeta milanese.

Nel carteggio colla famiglia, nemmeno una parola sulle singolarità, sulla magìa di Venezia. Neppur una! E nessun cenno altrove. Come mai un giovane poeta poteva rimanere insensibile a tanta bellezza? Egli si abbandonava alla gastronomica società della «ganassa» e mostra di non accorgersi degl'incanti dell'arte e della natura che lo avvolgeva? Sono eclissi estetiche, che, nei temperamenti portati alla satira, possono avvenire. Ma il peggio è che il giovanotto mostra di non accorgersi delle splendide formosità e delle caratteristiche grazie femminili di Venezia!

Carlo Porta, giovane, libero, non ebbe per amante a Venezia una giovane bella; ma una donna matura.

Il Grossi dopo aver detto che l'amico suo fece a Venezia «la conoscenza di alcuni coltivatori di quel dialetto, ed ebbe occasione frequente di ascoltare poesie vernacole», soggiunge: «Ivi fu che per la prima volta sentissi bollire fortemente in seno il desiderio di far versi: ne scrisse di fatto alcuni in veneziano sopra argomenti festevoli, ma non furono da lui conservati; egli solea dire che non valevano la pena di esserlo».

Nei manoscritti di lui non trovo, infatti, traccia di poesie veneziane. Nemmeno nella raccolta del Cicogna, conservata al Museo Correr di Venezia, dove quel diligentissimo radunava tutto ciò che di notevole gli cadeva sotto gli occhi, ho trovato ombra di ricordi portiani. Venezia non conserva memoria del soggiorno ivi tenuto dal Porta. Le ricerche, per sapere dove abitasse il poeta lombardo riuscirono vane. Il registro d'anagrafe non poteva, in quel tempo, che essere irregolarissimo per i continui mutamenti di governo, per il tumultuario irrompere e scomparire di gente nuova. D'altra parte, il poeta milanese, allora giovane oscuro, non attirava la speciale attenzione de' concittadini del Goldoni.

O povera Andriana Diedo-Corner! Che amore fu il tuo per il bel giovanotto milanese fiorente nella freschezza de' suoi giovani anni! Egli aveva aspetto simpatico: i capelli nerissimi, ricciuti, e gli occhi neri, vivi, sormontati da sopracciglia lunghe e vellutate, e denti come perle. Al modo dell'Alfieri, del Foscolo e del Manzoni (il quale, a diciotto anni, per dirla di volo, s'innamorava egli pure d'una signora veneziana), il Porta cominciò in un sonetto a ritrarre sè stesso: è un frammento nel quale egli si dipinge qual era, nè troppo breve di statura, nè tanto sottile, di tinta pallida e delicata:

Sont on omm nè tropp nan, nè tropp gugella,[20]

Sto per dì più ben faa, che nò malfaa,

Sont magher, senza vess ona sardella,[21]

Sont palid de color, e delicaa.

Ghoo la faccia bislonga e gho i zij negher,[22]

E ghoo negher i cavij, la barba negra,

Negher i œugg anca lor....[23]

La Diedo, vedova d'un patrizio Corner, apparteneva ad una delle undici nobili famiglie Corner che, al cadere della Repubblica, erano disseminate in diverse parrocchie di Venezia. Abitava a San Paterniano, presso la casa che fu poi del glorioso dittatore Daniele Manin nel 1848. Non ricchissima, viveva peraltro con agiatezza. Non era più giovane, ma si lasciava corteggiare, e i cavalieri non le mancavano. Dell'insigne cultura della sua contemporanea Cecilia Corner non possedeva briciolo: aveva in compenso cuore capace di buoni e durevoli sentimenti. Ella amava il bel Porta con quella tenace e pur troppo spesso funesta passione con cui le donne mature, appassionate, s'avvincono come edere ai giovani.

Ignorasi quale soprannome gli oziosi maldicenti del Caffè Florian le appioppassero. Un codice della Marciana[24] reca i soprannomi inflitti a parecchie dame d'allora. Una Romilde Bon era chiamata addirittura «la fiera di Sinigaglia». Una Fontana Vendramin era detta «lo scheletro di santa Maria Maddalena». E una Teresa Corner-Duodo «le affumicate immagini de' suoi maggiori», e via via. La Diedo-Corner è risparmiata.

Questa buona dama veneziana incontrò il Porta in casa dell'amico conte G. Pozzi, marito d'una contessa Secchi. Al Pozzi cui si doveva, a Venezia, l'impianto degli uffici delle finanze, fu raccomandato Carlo Porta, e non invano, poichè questi non tardò a ottenere impiego in quegli uffici e a frequentare la casa del protettore.

Fu il Pozzi stesso che si affrettò a presentare il simpatico giovane milanese alla Corner; la quale lo invitò a visitarla, e lo avvolse ben presto nella sua fiamma amorosa.

Ma questa passione, mentre deliziava i due amanti, irritò al sommo il povero conte, il quale accampava diritti nel cuore della Corner, e non soffriva rivali. Ecco ciò che Carlo Porta confidava al fratello Gaspare in una lettera:

«Pozzi si è avveduto della mia amicizia colla nota dama, ad onta di tutti i riguardi usati per celargliela; ed è diventato una vera bestia. Buono per me ch'egli non fu lusingato d'altro dalla medesima che d'una pura amicizia, e che siamo perciò in grado di riderci delle di lui insolentissime stravaganze. Egli mi ha scritto una lettera impertinente con cui, rinfacciandomi le obbligazioni che avevo verso di lui, mi tacciava d'ineducato sovvertitore della di lui amicizia e m'imponeva di guardarmi d'ora innanzi dal porre più piede nella di lui casa. L'eguale intimazione l'ebbe pure la mia compagna; e noi siamo entrambi decaduti dalla sua grazia per il delitto d'averlo tollerato con mille riguardi e sacrifizi durante il tempo ch'egli si studiava d'inspirare amore all'una, col tentare di scacciarne l'altro, che godeva sopra di lui una simpatica preminenza ed una anteriore amicizia. Martedì vi compiegherò un plico di lettere dal medesimo dirette alla dama, e viceversa; dal quale rileverete a chiare note quale animo cattivo egli copra col velo d'una insinuante bonomia. Io gli ho risposto per le rime.»

Il Pozzi, pover'uomo, avrà capito che compariva ridicolo colle sue furie da Otello arrivato in ritardo. Deluso, non gli restava che mostrare indifferenza. Ma andò più in là: si mostrò pentito delle feroci gelosie, e continuò a invitare a pranzo la Corner e il proprio rivale, a farli padroni della sua casa e della sua tavola. Non poteva mostrarsi più celestiale.

Per il Porta, ogni nube non era dissipata. Egli ebbe la debolezza di confidare i propri amori a un falso amico, a certo F. Busto, il quale lo rese ridicolo nelle brigate: peggio ancora, arrivò al punto di calunniarlo, forse per invidia. Sentiamo lo stesso poeta in un'altra lettera espansiva a Gaspare; lettera che rivela quanto era ingenuo e poco corretto allora.... anche nello scrivere l'italiano:

«Carissimo fratello,

Tutti li guai col C. P. (conte Pozzi) sono ottimamente terminati. La sua condotta presente è quella dell'uomo ravveduto, e per conseguenza la più consolante tanto per me quanto per la nota dama. Noi siamo entrambi padroni della sua casa, della sua tavola: ci visita spesso con la più grande cordialità ed amicizia, ed io vi scriverei forse da casa sua, se un preventivo impegno non mi avesse fatte rifiutare oggi le di lui grazie. Credevo insomma il tutto a buon porto, quando invece mi trovo in faccia a tutto il paese un nemico più feroce nel F. B. (Busto). Una sincera confessione dell'avvenuto fra me e la dama, che la mia soverchia delicatezza ha voluto fargli, e che era stata da lui accolta con una superiorità ed indifferenza estrema, m'aveva lusingato che non avrei incontrato più alcun ostacolo ne' miei amori, ma mi sono ingannato: invece che all'uomo di mondo io ho fatte le mie confidenze al primo minchione, ed alla prima bestia che si possa conoscere. Sono tre giorni ch'egli parla di me, e della dama in una maniera che non si parlerebbe di una prostituta a prezzo, e del più vile ruffiano di questo mondo, ed ha l'impudenza di fare con chiunque li capita un trionfo del di lui ineducato e mal onesto procedere. Tutte le accuse che mi fa sono un impasto di menzogne, di contraddizioni e frivolezze. Fortuna mia che quanto è superiore ad ogni eccezione in paese la dama, altrettanto è desso conosciuto e distinto in stravaganza di cervello e di operato; per il resto, guardimi il Cielo, io sarei l'uomo più infame del mondo, se si badasse alle sue dicerìe. Che volete dippiù? Protesta e giura che mai più mi vedrà di buon occhio, e che mai mi sarà amico se campassi cent'anni: diffatti, mi fugge da per tutto, mi guarda con occhio fiero, e mi fa accorgere che al finire dell'attuale locazione di questa nostra casa, si determinerà a viver solo. Che il Cielo lo faccia! Io vi giuro che non mi sento reo di nessun delitto verso il medesimo, fuorchè di aver avvicinata una dama che merita tutti i riguardi per tutti i rapporti, e da esso vilmente e fuor di ragione maltrattata. Se questo è il titolo della nostra dissensione, io ne sono tranquillissimo, perchè assai vantaggiosamente compensato dalla amicizia della medesima. Io allora farò più a lungo con essa la mia vita, e più da vicino, postochè nella di lei casa ho aperta da un momento all'altro la mia. Questa è tutta la dolorosa istoria mia, e della dama: esaminatela a fondo; datemi voi quei pareri di cui non è capace in questo momento la mia testa riscaldata; e vi assicuro che ne approfitterò con l'istesso trasporto col quale bramo ognora giustificarmi presso di voi nelle mie vicende.»

La passione, come si vede, accecava il giovanotto; lo traviava, senza ch'egli in quella calda febbre se n'accorgesse neppure. La Corner lo invita nella vicina Padova in un'altra sua casa; ed egli vi accorre, mentre pensa a rompere ogni laccio e a tornarsene a Milano. A Gaspare, il quale era già entrato in corrispondenza colla Corner avendola conosciuta in una gita fatta a Venezia, scrive premuroso:

«Favorito dalla dama Corner, mi trovo con essa in Padova da due giorni.... La dama vi contraccambia i più cordiali saluti. Se le scrivete, non ditele per carità ch'io bramo di ripatriare!»

A Venezia non celebravasi festa alla quale egli non accompagnasse l'amica sua. Nella sera dell'8 febbraio 1799, le sale della Società degli Orfei risonavano di musiche e di canti: qualche giorno dopo, baldorie a Santa Maria Mater Domini per festeggiare la nomina del vecchio cavalier Pesaro, commissario straordinario dell'imperatore austriaco; il re dei coreografi e ballerini, Salvatore Viganò, deliziava al teatro della Fenice tutti quanti.... Per codesti spassi, occorrevano quattrini, e il Porta, al verde, si trovava costretto a ripetere la solita malinconica cantilena:

«Caro Gasparino, nello scorso mese io ho provato la miseria più grande, e se non avessi fatta la faccia franca coll'approfittare degli amici, io sarei stato al duro caso di mangiare pane e acqua. Oggi ho scosso il mio salario, ridotto già alla metà dai debiti pagati e da qualche effetto disimpegnato. Insomma, credetemi che, anche colla più esatta economia non mi è assolutamente possibile di vivere col solo mio soldo.»

E più tardi, collo slancio esclamativo d'un futuro bohème del Murger: «Oh beati dodici zecchini! con quanta impazienza gli aspetto».

Ma i denari non venivano, la guerra degli Austro-Russi contro i Francesi (ne parleremo presto) impediva le comunicazioni fra Milano e Venezia. Le lettere erano violate, i corrieri saccheggiati.

Nel 31 luglio, dopo un lugubre cannoneggiamento che sentivasi in più parti della vicina terraferma, il giulivo suono delle campane di tutte le chiese di Venezia annunciava che Mantova «il baluardo d'Italia (così esprimevasi il servile Nuovo Postiglione, giornale di allora) aveva ormai ceduto all'immortale Kray». E, in quella sera, illuminazione del teatro a S. Luca; dappertutto luminarie, dappertutto musiche e cene. Al canto del Te Deum, sotto le cupole d'oro di San Marco, assistevano per ringraziare il Dio degli eserciti austriaci gli ufficiali dell'ex-esercito veneto! E a tali feste Carlo Porta partecipava colla Corner a braccetto. «Sabato (scriveva al fratello) vi scriverò per rapporto a B. Oggi, la festa pubblica per la resa di Mantova non mi permette estendermi di più, dovendo accompagnare la nota dama a godere della comune esultanza.»

Avvicinavasi il giorno che Carlo avea fissato di abbandonare Venezia per Milano, dove lo richiamavano il desiderio di vita più agiata e gli affetti domestici, e nel cuore della gentildonna tempestano vere angosce, deliri. Fa pietà.

Ella non può distaccarsi dall'amico, il quale le porta affetto, ma non così serio che a lei debba sacrificare tutta la propria gioventù e il proprio avvenire. Nel 10 settembre di quell'anno egli lo confessa candidamente, a Gaspare, con questa lettera punto sentimentale:

«La Corner, che vi scrive, vi farà abbastanza capire, senza che io parli, le novità del giorno. Essa ha saputo ch'io devo partire, ed è nella massima desolazione. Io, per verità, le voglio bene; ma l'amore anche per questa volta cede al mio interesse. Vorrei tranquillizzarla, e non posso, e forse voi ne avrete sentita la di lei disperazione.... Io ho finito col prometterle, giurarle e stragiurarle che al morire di mio padre ritornerò a Venezia per convivere con lei, e che lo farò poi anche prima.... Voi, nel risponderle, potreste lusingarla sull'effettuazione del progetto. Così essa non perderebbe la premura per noi, che ci può essere utile, e non mi darebbe di quei disturbi che cavano l'anima. Basta, tocca a voi, e mi raccomando. Vi abbraccio. Addio.»

Ma, al momento del distacco, l'affetto in lui si ravviva; e lo fa gemere.

«Vi confesso, caro Gasparino, che non mi sarei mai immaginato che il distacco da Venezia mi dovesse costar tanto. Ogni dì che passo, mi accorgo sempre più dell'attaccamento non equivoco della dama, per cui non posso essere indifferente. Essa mi esibisce mantenermi a di lei spese; vuol fare un testamento a mio favore se mi trattengo; promette trovarmi impiego, piange, strilla, si dispera, ed io qualche volta, per dirvi la verità, la imito perfettamente. Nullameno, sono duro nella mia risoluzione come un marmo, e pretesto doveri imprescindibili per partire. Infine, per acquietarla, ho dovuto giurarle e prometterle quello che il tempo le farà dimenticare, ch'io le ho giurato e promesso. Le ho detto che col diventare io padrone di me ritornerò senza alcun dubbio da lei; che farò delle scappate di tanto in tanto a Venezia, e che, in somma non vivrò che per lei. Succederà poi quello che dovrà succedere.»

Egli illudevasi che «come donna e come veneziana» essa lo pregasse presto di non mantenerle la promessa. Come si ingannava! Carlo lasciava sul finire di quell'anno 1799 Venezia, e la infelice nel 17 maggio scriveva irritata a Gaspare Porta:

«Signor Gasparo stim.mo,

Padova, 17 maggio 1800.

Rispondo all'istante alla stimatissima sua: s'intende della politica di lei riposta, come il signor Carlo non vuol farmi tenere il mio ritratto, e che ricerca le sue lettere. Ella, come organo esatto e fedele, accetti di risponderle: che le sue lettere sono e saranno sempre nelle mie mani: che non capisco come si voglia violentarmi di tal maniera circa il mio ritratto, quando io esattamente le mandai ogni cosa: che lo suppongo in pezzi, e per questo piglia il mezzo termine di voler le sue lettere. Io però me ne burlo. Lo tenga, lo fracassi, ma le sue lettere stanno nelle mani di me, unica vendetta e difesa al caso di nuove sopraffazioni e vituperi. Mi ha tradito sulla fede in onore, amicizia e amore. Io sono l'offesa, l'abbandonata, e quella che à saputo amarlo e che l'amo, benchè meriti il mio odio. Le sue penultime lettere lo confermano. S'immagini!... troppe cose contengono queste, perch'io debba privarmene. Piccata di amore, di delicatezza, d'amor proprio, non ho che il suffragio di queste. E sono certe volte così romanzesca che non curo nulla che le mie soddisfazioni; e, se ne farò cattivo uso, sarà sempre minor male di quello che lui fece a me. Venga lui, parli con me, e le avrà.... Per ora, intanto, mi do il piacere di rassegnarmi. Di lei sin.

Andriana Diedo-Corner».

Più tardi, scrivendo allo stesso, si mostra rappacificata. Gli parla di alcuni indumenti, e nel chiudere la lettera — proprio come sogliono certe povere donne innamorate, le quali si struggono d'impazienza per conoscere ciò che loro preme e si sforzano, nello stesso tempo di non lasciarlo scorgere, chiedendolo, talchè lo celano quasi, lo soffocano fra parole di pura convenzione, magari in un poscritto, alla sfuggita — la povera abbandonata chiede notizie del suo «Carlino». Non poteva dimenticarlo!

Carlo Porta non frenava, nelle questioni d'amore, certi impeti. S'indispettiva alle finzioni; non sapeva fingere, benchè talora, come abbiamo visto, se lo proponesse ingenuamente.

Piuttosto di sottomettersi al capriccio femminile, frangeva con violenza i legami e per sempre. Volea regnare solo e padrone assoluto ne' cuori; non tollerava amori in partita doppia. Nella Biblioteca Ambrosiana, in un volume manoscritto, sta un suo sonetto italiano, inedito, a una donna, cui dice: «O amate me solo, signora; o addio». E un'altra delle sue aperte confessioni è diretta a Giuseppina N..., la stessa del sonetto a una Sura Peppina:

Amo chi m'ama, e chi non m'ama io sprezzo;

Nè pretendo che alcun m'ami per forza.

.......................................

La fedeltade nell'amore apprezzo,

Anzi con questa più il mio amor s'afforza;

Non tollero rivali, e i lacci io spezzo

Con chi più amanti di tener si sforza.

Ecco come esprimevasi quest'uomo, che la rompe risoluto colle amanti e si studia di mostrarsene indifferente. Eppure si lascia dominare da strane gelosie. Paolo Mantegazza, in un articolo sul nervosismo degli uomini grandi, pubblicato in un numero del Fanfulla della domenica del 1880, dopo aver toccato del temperamento del Porta, uomo «appassionato, convulsivo, pieno di nervosismi», racconta questo curioso aneddoto: «So dalle labbra della mia mamma un aneddoto del poeta, che per via femminile è anche un po' mio parente. Una notte egli si sveglia ad un tratto tormentato dalla gelosia per una donna adorata, e che villeggiava in Brianza. Di certo egli è tradito, di certo in quella notte istessa la donna del suo cuore dorme con un rivale. Balza dal letto, corre alla porta; domanda con lauta promessa di danaro i due migliori cavalli delle scuderie pubbliche e via di volo per Brianza. Era d'autunno inoltrato.... I cavalli volano e il postiglione interpreta fedelmente la furia del Porta. Si arriva alla villa fra le tenebre, e il poeta, lasciata la vettura a piccola distanza, a piedi, come ladro notturno, prende d'assalto muri e cancelli, appoggia una scala al balcone del primo piano; risveglia i dormienti mette a rumore cani, servi e ogni cosa. Poi si nasconde non so dove, spaventato egli stesso per lo spavento di tutti e forse vergognoso della sua pazza impresa. Riesce però a trovarsi colla donna amata che dorme il sonno dell'innocenza.... Il resto della scena mi è ignoto, ma sarà tutto finito, come se non si fosse trattato di uomini di genio o di nevrosici.»

Dopo l'avventura amorosa con la patrizia veneziana, nulla sappiamo di quella poveretta, che trovava nel suo cuore ferito accenti di dignità e di sdegno. Carlo Porta era ancora un ragazzo, non ostante il suo ingegno naturale e certa penetrazione; era ancora un inesperto, un egoista, soprattutto. Non comprendeva il male che aveva fatto con l'accondiscendere a una passione, che sin dalle prime si capiva doveva finire presto e male. Mai le donne amino uomini più giovani di loro: non ne ricaveranno che lagrime. Paolo Heyse, il novelliere tedesco che amò tanto l'Italia, ha una novella su questo soggetto. La sua protagonista, una signora matura innamorata, scopre il tradimento del proprio adorato: lo sorprende mentre egli contempla amoroso, estatico, una giovane bella, di casa, che giace seminuda, addormentata. Ella, nel vedere la scena, ne riceve tal colpo, che cade ammalata; e poi, guarita alla meglio, esclama: Come fui sciocca!

Qui dobbiamo un po' considerare la vita di Carlo Porta quale pubblico impiegato: vita un po' agitata a motivo dei rapidi mutamenti politici: vera fantasmagoria, lanterna magica tumultuosa.

In una domanda autografa indirizzata, negli anni maturi, a' superiori d'ufficio e che si conserva nell'Archivio di Milano, il Porta compila il proprio «stato di servizio» come impiegato pubblico. Trasferito da Venezia a Milano nel 1799, egli venne conservato nel medesimo impiego presso la «Intendenza generale delle finanze della Lombardia». Il suo stipendio limitavasi ad annue milleseicentotrentasette lire milanesi, e bastavano alla sua vita, considerato come allora, non ostante i balzelli, tutto costava poco in confronto di adesso, dal vino squisito col quale si brindava a' nuovi padroni, alle camere dove si dormivano sonni interrotti da risse di nottambuli e da canzonacce straniere. Ma, ben presto, impiego e stipendio gli sono tolti. Difatto, non era egli impiegato per decreto del Governo austriaco? L'arruffata Repubblica cisalpina crollò al ritorno vittorioso dell'esercito austriaco fiancheggiato dai russi condotti dal feroce Suvaroff; una reazione austro-russa imperversante per tredici mesi desolò la Lombardia fino al 14 giugno 1800, giorno della battaglia di Marengo, vinta gloriosamente da Napoleone che ritornò padrone di Milano e rialzò la Repubblica cisalpina; e Carlo Porta non avea egli forse continuato nell'impiego di nomina austriaca durante quella reazione? Ciò formava un'imperdonabile colpa agli occhi di que' signori della ripristinata Repubblica, ignari che il Porta avesse maledetto i ladroni che, guidati dal Suvaroff, s'erano rovesciati sull'infelice Lombardia. L'arcivescovo Filippo Visconti, patrizio milanese, deturpando la propria canizie venerabile, incensava il Suvaroff: e il Porta ne scattava di sdegno:

Con la mitria e 'l puvïaa

L'è andaa in Domm, el l'ha incensaa;

Dandegh finna la soa dritta

A on eretegh moscovitta!...

Ciò non valse a salvarlo. Un decreto di reciso licenziamento dall'impiego, firmato Soldini, diceva: «il cittadino Carlo Porta è ringraziato».

Ma il Porta non s'abbandona all'ozio. Diviene per tredici mesi «capo di corrispondenze» presso quel Gaetano Borella fornitore generale delle «sussistenze militari» nella Repubblica cisalpina, impiego cui già aveva aspirato. Più tardi, nel 1804, è riammesso nell'impiego primitivo, quale sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del Debito pubblico.

Egli fu impiegato diligentissimo; nè mai s'accapigliò co' superiori. Una volta, uno di costoro gli negò un favore; egli scagliò contro di lui un paio di sonetti, ma ne tenne il nome segreto.

Durante l'orario d'ufficio, quale cassiere (come poi divenne al Monte Napoleone), non conversava coi colleghi: se ne stava taciturno; ma la facezia usciva talvolta brillante dal suo labbro. Un aneddoto: chi riscoteva le pensioni doveva presentare, come adesso, l'attestato di vita. Un pensionato non si poteva capacitare di tale formalità:

— Ma lei non mi vede che son vivo? — dice al Porta.

— Sì, — risponde il poeta, aprendo un cassetto; — ma non basta: venga qui dentro, che la presenterò ai miei superiori. —

Salì poi al posto di cassiere; e, come succede ai burocratici nati, ci teneva quasi al pari d'un regno.

VII.

Indice

Celebrazione repubblicana in piazza del Duomo. — Ciò che portò via e ciò che lasciò Napoleone nel tornare in Francia. — La «fiera» dei pubblici saccheggiatori. — Il bozzetto storico del Porta: Desgrazi de Giovannin Bongee. — Documenti che ne provano la verità. — Giudizi francesi sulle soperchierie francesi. — Stendhal. — L'irruzione degli Austro-Russi. — Suvaroff. — Suoi costumi. — La feroce reazione controllata dal Porta. — Il racconto della contessa Cicognara. — La battaglia di Marengo. — Napoleone di nuovo padrone della Lombardia. — Rialza la Repubblica cisalpina.

Carlo Porta era, dunque, tornato da Venezia nella sua Milano, e intanto gli avvenimenti politici incalzavano. Qui bisogna chiarirli.

Dopo che, nel 5 luglio 1797, il ministro della polizia, generale Porro, ordinava che a tutte le bandiere sparse nel dipartimento dell'Olona fosse «tolto il color bleu e sostituito il verde» (la bandiera, che doveva diventare più tardi quella di tutta Italia); dopo la celebrazione dell'anniversario del quinto anno della Repubblica francese, celebrazione svoltasi nella piazza del Duomo, con infernale tuonare d'artiglierie, che infransero molti vetri degli artistici finestroni colorati del tempio, e con la mostra spettacolosa delle immagini dei due Bruti (il primo non bastava più!) e di Publicola e di Catone, buonanime (ritratti, s'intende, tutti dal vero.... e che il popolo ambrosiano conosceva di vista benissimo); dopo, infine, aver firmato il trattato di pace di Campoformio, per il quale l'Austria riconosceva la Repubblica cisalpina, Napoleone tornò rapido in Francia.

E, in Francia, lo avevano preceduto i nostri cimelii più preziosi: il famoso papiro della Storia giudaica di Giuseppe Flavio, una Divina Commedia, manoscritti figurati di Leonardo da Vinci, e insigni capolavori d'arte, fra cui il cartone della scuola d'Atene di Raffaello; ma questo fu il destino di tutte le terre italiane, per le quali il liberatore passò. L'orgoglio francese veniva accarezzato da quelle ruberie, gabellate per trofei di vittoria.

Napoleone ci lasciò un Direttorio e due Corpi legislativi, ben lontano dal riflettere che non erano adatti al carattere, allo spirito, ai bisogni dei Lombardi.

Il Direttorio cominciò a sopprimere, per volontà di Napoleone, una folla di monasteri, di monache, di frati. I beni delle mense vescovili vennero avocati alla nazione. La chiesa votiva di San Sebastiano, eretta per la cessata peste del 1577, fu trasformata in circolo politico, assordante.

Ma la Repubblica cisalpina era destinata a non lunga vita, come tutte le improvvisazioni senza logica base. Invano, fetidi giornali, che già conosciamo, vomitavano velenose ingiurie e diffamazioni per intimidire e imperare. Invano, nel detto gran giorno della festa del quinto anno della Repubblica francese, un carro tirato da sei cavalli inghirlandati e con piume tricolori in testa, aveva condotto in clamoroso trionfo una giovane seminuda col berretto frigio in capo, appoggiata a un'asta, che simboleggiava la Francia; mentre, a' suoi piedi, sei Genii spargevano rami d'alloro. E ciò per abbagliare il popolo. Ma il popolo milanese ne aveva abbastanza di quei buffoni e di quelle buffonate. Già Napoleone aveva frenato più volte gli eccessi dei demagoghi, facendo, ad esempio, strappare dalle cantonate un proclama del giornalista Lattanzi, che bestemmiava Cristo e la religione; di quel Lattanzi nato nella Campagna romana, e che il Monti chiamò nella Mascheroniana «del rubar maestro....».

Ma non sempre arrivava, o voleva arrivare, per sopprimere gli oltraggi alla religione e al pontefice, come quando nella sera del 25 febbraio 1797 al teatro della Scala si rappresentò il turpe Ballo del Papa, ove si vide Pio VI gettar via il triregno, mettersi in testa il berretto frigio, e ballare sconciamente con cardinali, preti, monache, frati, fra le urla di Viva! e di Morte! dei demagoghi.[25]

Così il Bonaparte sapeva benissimo delle innumerevoli trufferie che si commettevano nelle pubbliche amministrazioni. Un giorno scrisse al Direttorio: «Tali orrori fanno arrossire d'essere francese». Ma faceva capire ch'era inutile sottoporli al Consiglio di guerra, aggiungendo: «Corrompono i giudici. È una fiera, e tutto si mercanteggia.» Si poteva continuare così? Il generale Despinoy venne chiamato «il generale delle ventiquattr'ore», perchè a ogni momento mandava alla Municipalità l'ordine di consegnargli, «entro ventiquattr'ore», cavalli, buoi, letti, coperte di lana, tela, stivali, sciabole. Pietro Verri lasciò scritto ch'era un «saccheggio prolungato». E intanto, i «bosini» beffardi delle vie cantavano:

Liberté, Fraternité, Egalité.

I Franzes in carroccia e nun a pè.

E qui dobbiamo mettere nella sua luce, che è luce storica pur troppo, uno dei capolavori di Carlo Porta: le sestine Desgrazi de Giovannin Bongee.

È un vivo episodio delle brutali violenze che, durante la Repubblica cisalpina, si commettevano a Milano, a danno de' cittadini pacifici e troppo inoffensivi. In Giovannin Bongee è rappresentato il popolano scemo, debole, che mentre ostenta coraggio da leone, per emulare forse nelle vanterie i demagoghi trionfanti, le piglia sode da quei «prepotentoni de frances», i quali vanno a godere la moglie di lui dopo d'averlo ben bene bastonato. E ancor lui fortunato, che è preso a scappellotti soltanto! I soldati francesi erano avvezzi a ben altro! Le cronache milanesi del tempo riboccano di furti e d'aggressioni a mano armata da parte di malviventi fuorusciti, a' quali si mescolavano quasi sempre soldati cisalpini. Nè i soli furti, ma e le risse che i soldati accendavano coi cittadini, e gli omicidii. Il Porta scriveva al fratello Gaspare a Galbiate: «Ieri notte (la lettera è senza data, ma è di quel tempo) fu compromessa la sicurezza de' cittadini da una numerosa ciurma di ubbriachi che scorreva armata per le contrade, e tagliava a fette, bastonava e maltrattava quanti loro succedeva d'incontrare. Entrarono anche in qualche casa a frastornarvi le conversazioni ed a commettere degli eguali delitti. Ora tutto è tranquillo mediante l'arresto che fu fatto di venti e più di questi scellerati.» Tali le condizioni della pubblica sicurezza d'allora; e questo il rispetto ai cittadini. Il Bongee, da buon meneghino, servo fedele de' vecchi padroni, versa le proprie querimonie nel seno di qualcuno di que' parrucconi illustrissimi, i quali odiavano i rivoluzionari francesi e formavano ardenti voti per il ritorno degli ordini aristocratici.

Bongee, in milanese, significava una volta «buzzone, uomo di gran pancia», e il Porta ne fa un cognome.

«Questo è il primo lavoro (rammentava Tommaso Grossi) che abbia acquistato al poeta celebrità durevole. Levò rumore grandissimo in Milano e in ogni luogo ove il dialetto milanese è inteso. Fu copiato a mano, più volte, anche dallo stesso Porta, e distribuito agli amici, e stampato e ristampato.» Quel linguaggio meneghino, misto d'italiano e di francese storpiati, che il Bongee adopera narrando le proprie disgrazie; linguaggio che il popolino allora, e in circostanze come quelle, avrebbe usato, suscitava alte risa. Il Manzoni ammirava la perfezione artistica del carattere di Giovannin Bongee. E Ugo Foscolo, in una briosa lettera al Porta, che leggeremo più avanti, lo chiamava scherzosamente «Omero dell'Achille Bongee». Ma nessuno avrebbe pensato che il popolano milanese, bistrattato così vilmente dallo straniero invasore, sarebbe divenuto, mezzo secolo più tardi, uno degli eroi delle barricate nelle «Cinque giornate» contro un altro straniero. Alte risa, sì, suscitava al suo tempo Giovannin Bongee, miserabile, ignorante, cornuto, bastonato: non oggi, dotati come siamo d'una coscienza più sensibile, con un sentimento più educato della giustizia, quell'infelice ci fa ridere. Desta, anzi, sdegno e pietà; sdegno per le violenze; pietà, per la vittima. Oggi, nel Porta, vediamo balenare quasi un vendicatore, celato sotto il lepido verso, che mostra di quali armi gli stranieri si servivano per conculcare ancor più gli oppressi deboli e inermi. La stessa oppressione e lo strazio quanto ridestarono il sentimento della dignità! Lo stesso infame bastone austriaco quanto servì al sacro odio patriottico!

Famosi storici francesi (il Thiers ed altri) confessano le soperchierie, le ribalderie dei soldati e degli ufficiali francesi, commesse sugli abitanti di Lombardia, per il solo loro gusto, per il loro divertimento. Lo Stendhal, nel libro Rome, Naples et Florence, dove parla tanto di Milano, arriva a dire: «Quant à l'insolence du soldat français, elle était superlative: faites-vous réciter un des chefs-d'œuvre de notre poésie nationale». E alludeva al Giovannin Bongee del Porta.[26]

Ma un moscovita, Suvaroff, doveva rovesciare ogni baracca.

L'Austria e la Russia, di concerto con l'Inghilterra e con la Turchia, nel maggio del 1799, erano pronte a dar guerra alla Francia, che la prevenne e la intimò. I due eserciti si posero di fronte. Gli Austriaci erano capitanati dal generale Melas; i Russi dal maresciallo Suvaroff, che assunse poi il comando di tutti; i Francesi dal generale Schérer, vecchio e debole.

Suvaroff! Quale tipo di capitano bizzarro, buffo e terribile! Piccolo, magro, tutto nervi, occhi accesi, bocca enorme, grossi denti, faccia piena di rughe con certi tic spasmodici. Odia gli specchi, non vuole carrozze, non letti. Dorme per terra, e, all'alba, emette un acutissimo chicchirichì, come un gallo, per isvegliare i soldati. Comanda e combatte in camicia, brandendo uno sciabolone enorme, su un cavallo indemoniato come lui. Mangia carne cruda. Al campo porta una cappella ambulante piena di reliquie e prega più volte il giorno, baciando la terra; e, inginocchiato, bacia la bandiera russa; ma al solo nome di «francese» balza in piedi tremendo, con gli occhi iniettati di sangue.

— Bajonetta! bajonetta! Carica alla bajonetta! — egli grida. — La palla? È una vecchia pazza, che non sa quello che si fa. La bajonetta è giovane, vigorosa, e non sbaglia. — «En avant et frappe!» è il suo motto.

I Francesi non aspettano di essere attaccati. S'impadroniscono dei forti di Rivoli. Ma lo Schérer viene battuto, e si ritira sbigottito prima al Mincio, poi all'Oglio, poi all'Adda. Suvaroff passa l'Adda, piomba sul generale Serurier, fa prigione lui e tutta la sua divisione. A Cassano, il Melas irrompe contro i Francesi, e ne abbatte l'ala sinistra. Ormai la via di Milano è aperta ai nuovi barbari.

I notabili austriacanti milanesi sono giubilanti. Muovono incontro agli Austro-Russi nel villaggio di Crescenzago. L'arcivescovo Filippo Visconti li guida, s'incontra nel Melas, e, quasi piangendo di commozione, gli presenta le chiavi della città, quelle famose chiavi dorate.... E usseri austriaci si schierano in piazza del Duomo, dove, fra vituperii, si abbatte l'albero della libertà. Alcune dame inghirlandano le bandiere austro-russe; si grida «evviva i liberatori! evviva la religione!» Suvaroff è ricevuto in Duomo dall'arcivescovo in mitria; bacia tre volte il pavimento, quindi l'altare. Il primate lo incensa, lo benedice. Ed è allora che Carlo Porta vibra il suo verso contro l'arcivescovo; il quale fa tutto l'opposto di sant'Ambrogio. Il fiero santo proibì all'imperatore Teodosio di entrare nel tempio, perchè aveva le mani grondanti di sangue; invece, egli, suo successore sul soglio ecclesiastico, lo accoglie in festa, dà la diritta a lui, eretico, e lo incensa. I versi del Porta li abbiamo letti.

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10 октября 2024
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4064066069056
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