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Maria S. Cummins

Il lampionaio


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066069162

Indice

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

X.

XI.

XII.

XIII.

XIV.

XV.

XVI.

XVII.

XVIII.

XIX.

XX.

XXI.

XXII.

XXIII.

XXIV.

XXV.

XXVI.

XXVII.

XXVIII.

XXIX.

XXX.

XXXI.

XXXII.

XXXIII.

XXXIV.

XXXV.

XXXVI.

XXXVII.

XXXVIII.

XXXIX.

XL.

XLI.

XLII.

XLIII.

XLIV.

XLV.

XLVI.

XLVII.

XLVIII.

XLIX.

L.


Cummins

Il Lampionaio

Firenze

Adriano Salani, Editore

Viale dei Mille.

IL LAMPIONAIO

I.

Indice

Oh pensare ad un povero

Bimbo che giorni infantili non ha,

Che non ruzza e folleggia allegro, indomito,

Che Dio pregare e lodare non sa!

Landon.

In città era già quasi buio. Fuori, nell'aperta campagna, la luce doveva indugiare forse un'altra mezz'ora; ma nelle strette vie dove mi conduce la mia storia, l'ombra s'addensava.

Davanti all'uscio d'una casa bassa, nerastra, dall'aria malsana, una ragazzetta sedeva sullo scalino di legno della soglia, guardando lontano nella strada, con occhi intenti. L'uscio s'apriva accosto al marciapiede e la soglia era poco elevata, sicchè i suoi piedini scalzi posavano sul gelido ammattonato. In quella fredda sera di novembre, una lieve nevicata che faceva tutte candide, tutte nitide le piazze ampie ed allegre, circondate da case signorili, rendeva ancor più triste e più lurido l'aspetto delle stradette anguste, dei vicoli tetri, dove la bella neve, mescolandosi alla mota e alle immondizie sempre abbondanti nei luoghi in cui vive agglomerata la povera gente, aveva presto perduto la sua purezza.

Non uno fra i numerosi passanti diretti alle varie mète dei loro affari o dei loro piaceri, notava la ragazzetta lì seduta, perchè non c'era anima al mondo che si curasse di lei. Ell'era scarsamente vestita, e di cenci dei più miseri. Aveva i capelli lunghi ed assai folti, ma così scarmigliati che non le donavano punto. Invero pareva che nulla potesse donare a quel visetto di bimba esile e malaticcia, i cui lineamenti, affilato com'era, e d'un colorito scialbo, non offrivano la minima attrattiva a chi per caso l'osservasse.

Belli erano certo i suoi occhioni neri; ma a contrasto con una faccia tanto minuta e sparuta sembravano smisuratamente grandi, e ne facevano risaltare la singolarità senza conferirle bellezza. Se qualcuno le avesse voluto bene (non gliene voleva nessuno), se avesse avuto la mamma (ahimè, non l'aveva), un'affettuosa parzialità avrebbe forse trovato in lei qualche cosa da lodare. Così invece la povera piccina si sentiva ripetere dieci volte il giorno ch'ella era la più brutta creatura dell'universo; e, purtroppo, era la più maltrattata. Nessuno l'amava ed ella non amava nessuno, nessuno le diceva mai una buona parola, nessuno si dava pensiero di farla contenta e nemmeno di sapere se non fosse infelice. Toccava appena gli otto anni ed era sola sulla terra.

Non aveva che un divertimento, uno unico: le piaceva spiare l'arrivo del vecchio che accendeva il lampione davanti alla casa, veder la fiaccola lucente apparire in fondo alla strada, oscillando al vento, e poi l'uomo salire di corsa su per la sua scala portatile e con gesto rapido e sicuro far sgorgare dall'oscurità la vivida fiamma che diffondeva tutt'intorno la gaiezza del suo chiarore. Un barlume di gioia scendeva allora nel piccolo cuore desolato che ignorava la giocondità. Il vecchio lampionaio non le parlava, non mostrava neanche d'accorgersi della sua presenza, eppure spiando la sua venuta ella provava quasi il sentimento con cui avrebbe atteso un amico.

— Gertrude, — gridò dall'interno una voce aspra — sei andata per il latte? —

La bambina non rispose. Lesta lesta, scivolò dallo scalino, sgattaiolò correndo rasente il muro, e, svoltato il canto della casa, si mise fuor di veduta.

La donna che l'aveva chiamata s'affacciò all'uscio.

— O dove sia quella figliolaccia? —

Passava un ragazzo che aveva visto la fuga di Gertrude, un ragazzo che sull'esempio dell'intero vicinato ostentava di considerare la piccina come una specie di folletto o spirito maligno. Rise forte, additò il canto dietro a cui ella si nascondeva, e, curioso di ciò che sarebbe seguito, continuò il suo cammino con la testa voltata sulla spalla, esclamando:

— Ora sì che ne busca!... Annetta Grant la concia per il dì delle feste! —

In meno che non si dica, Gertrude fu tratta dal suo nascondiglio, gratificata con un ceffone per la sua bruttezza e un altro per la sua impertinenza, poichè prodigava ad Annetta Grant sberleffi a tutta possa, e spedita in un viale vicino col bricco del latte. Ella correva a perdifiato, temendo che il lampionaio potesse venire e andarsene durante la sua assenza. Con grande allegrezza, al ritorno lo scòrse davanti alla casa, appunto nell'atto che saliva sulla sua scala. Si piantò appiè di questa, e rimase così assorta nella contemplazione della fiamma risplendente, che quando l'uomo cominciò a scendere non se n'avvide. Ne seguì che trovandosi ella in dirittura del suo slancio, egli, nel balzare a terra venne ad urtarla e la mandò ruzzoloni.

— Ohe, bimba! — esclamò, chinandosi a rialzarla. — Com'è successo? —

Gertrude si rizzò in un baleno. Era avvezza alle picchiate sode, e non si sgomentava per qualche ammaccatura. Ma il latte?... Ah, il latte s'era versato fino all'ultima gocciola!

— Uhm! Cotesto è un guaio! — riprese egli. — Che dirà la mamma? —

La guardò in viso per la prima volta, e s'interruppe.

— Affemmia, strano tipo, questa figliuola! Sembra una piccola strega!... —

Poi, vedendola mirare con apprensione il latte sparso e volgere uno sguardo ansioso verso la casa, soggiunse amorevolmente:

— Via, non vorrà mica infuriarsi contro uno scricciolo come te! Su, coraggio, mimmina! Se ti sgrida un po', abbi pazienza... Domani ti porterò qualche cosa che ti piacerà, credo.... M'hai l'aria d'esser tanto sola, poverina.... E se la tua vecchia strepita, dille pure che sono stato io.... Ma non t'ho mica fatto male, eh?... O che ci stavi a fare sotto la mia scala, tu?

— Vi guardavo accendere il lampione, — rispose Gertrude. — No, male non me ne sono fatta punto, ma vorrei non aver versato il latte.... —

In quella, Annetta Grant apparve sulla soglia, vide ciò ch'era accaduto, e principiò dal cacciare in casa la bambina, a spintoni, con accompagnamento di bòtte, minacce ed imprecazioni brutali e sacrileghe. Il lampionaio tentò di placarla, ma ella gli sbattè l'uscio in faccia. Gertrude, caricata di rimproveri e di busse, privata del tozzo di pane che soleva esser la sua cena, fu rinchiusa per la notte nella buia soffitta ove dormiva.

Povera creatura! Sua madre era morta in quella casa, cinque anni addietro, e da allora essa era quivi tollerata, non tanto perchè Ben Grant imbarcandosi aveva ordinato alla moglie di custodirla fino al suo ritorno (egli era partito da sì lungo tempo che nessuno l'aspettava più), quanto per certe ragioni particolari della stessa Annetta, la quale, sebbene la considerasse come un peso rimastole sulle braccia, non desiderava provocare inchieste cercando di collocarla altrove.

Gertrude aveva orrore e terrore delle tenebre. Quando si trovò sola, senza lume, chiusa sotto chiave in quel nero stambugio, stette un momento immobile e muta: poi, d'un tratto, cominciò a strillare, a pestare i piedi, a menar colpi furiosi contro l'uscio sforzandosi d'aprirlo.

— Vi odio, Annetta Grant! — urlava. — Vecchia Annetta, vi odio! —

Ma non venne nessuno. Dopo un poco la sua ira sbollì. Ella andò a buttarsi sul suo misero lettuccio, si coprì il viso con le scarne manine, e pianse e singhiozzò che pareva le si dovesse spezzare il cuore. Alfine, esausta, dopo alcuni singhiozzi ancora, sempre più sommessi e interrotti da profondi sospiri, a grado a grado si chetò. Rimosse le mani dal viso, e, torcendole convulsamente, alzò gli occhi alla finestrella, a lato del letto, solo adito che la luce avesse nella stanza: una finestrella con una vetrata di tre piccoli vetri disuguali, connessi rozzamente da un contorno di stucco. Non c'era la luna, però guardando in alto Gertrude vedeva, attraverso la vetrata, splendere incontro a lei un'unica fulgidissima stella, che, ella pensava, vinceva in bellezza ogni cosa al mondo. Spesso ell'era stata fuori la sera sotto un cielo tutto stellato senza riceverne alcuna particolare impressione; ma quella stella solitaria, così grande e sfolgorante, e pur d'aspetto così mite, così soave, sembrava sorriderle, sembrava dirle: «Gertrude, Gertrude, povera Gertrudina!» Non forse somigliava un volto benigno da lei veduto o sognato in un tempo lontano? D'improvviso le balenò un'idea.

— Chi l'accese?... Qualcuno di certo.... qualcuno che dev'essere molto buono, m'immagino.... O come avrà fatto per salire fin lassù? —

E Gertrude s'addormentò volgendo in mente questo problema: «Chi aveva acceso la stella?»

Povera animetta oscurata dall'ignoranza! Chi t'illuminerà? Tu sei una creatura di Dio, bambina! Cristo morì per te. Non manderà Egli qualcuno, uomo od angelo, a dissipare le tenebre che t'avvolgono, ad accendere in te la luce che mai non s'estingue, la luce che risplende in eterno?

II.

Indice

Chi lenirà i tuoi dolori o «scossa dalla tempesta»?

Parole chi avrà di conforto, o «sconsolata» per te?

Emilia Taylor.

La mattina seguente Gertrude non fu svegliata da un gaio cinguettìo di fratellini e sorelline, o dal bacio della mamma, come i bimbi felici, i bimbi che mani amorose aiutano a vestirsi e che sanno che una buona colazione li aspetta. Ma un suono di voci rudi, giungendole dal piano di sotto, l'avvertì che gli uomini d'Annetta Grant, cioè suo figlio e due o tre dozzinanti, si mettevano a tavola per il pasto mattutino, del quale ella non poteva sperare una qualche parte se non trovandosi presente quando essi avevano finito, per prendere quella porzione d'avanzi che alla padrona piacesse di gettarle o spingerle davanti. Scese furtivamente, e si tenne nascosta, finchè non sentì l'odore delle pipe ed i passi degli uomini nel corridoio. Tosto che tutti se ne furono andati, schiamazzando, ella entrò quatta quatta nella stanza, volgendo in giro uno sguardo pieno di paura e di sospetto. Annetta Grant l'accolse male:

— Ah, sei qui?... Faresti meglio a non mostrarla, quella brutta faccia agra.... Se hai fame, mangia un boccone, e poi levati di tra i piedi. Bada bene di non venir a gironzare intorno al fuoco e a seccarmi mentre lavoro, se non vuoi toccarne di nuovo, e peggio di iersera.... —

Gertrude non s'aspettava un'accoglienza migliore, sicchè non ebbe a soffrire un disinganno. Contenta di trovare il meschino cibo lasciato sulla tavola per lei, lo trangugiò avidamente, e senza provocar una seconda intimazione di tenersi al largo, prese il suo vecchio cappuccetto, s'avvolse in uno scialle sbrindellato, già di sua madre, il quale da anni era l'unico indumento che servisse a ripararla dal freddo, e quantunque l'aria frizzante del mattino le gelasse le manine e i piedini nudi, scappò di corsa per la strada.

Dietro la casa dove abitava Annetta Grant c'era un cantiere di legname e carbone, e di là da questo uno scalo, e l'acqua densa e melmosa d'un bacino. In quei paraggi la piccola Gertrude avrebbe potuto trovare numerosi compagni per fare il chiasso. Qualche volta infatti si mescolava ai branchi di monelli dei due sessi, cenciosi come lei, che si trastullavano nel cantiere; ma di rado, perchè fra i ragazzi del vicinato c'era una lega contro la disgraziata creatura. Poveri essi pure, e, la maggior parte, tenuti male, la sapevano però più negletta ancora, e assai più maltrattata che qualunque di loro. Spesso avevano veduto menarle bòtte spietate, spesso avevano udito chiamarla brutta e maligna, e dirle ch'ella non apparteneva a nessuno, che nessuna casa era la sua. Bambini com'erano, sentivano nondimeno il proprio vantaggio, e disprezzavano la reietta. Forse non sarebbe stato così se Gertrude si fosse messa fra loro francamente e avesse cercato di farseli amici. Ma sua madre nel breve tempo ch'era vissuta in casa d'Annetta Grant aveva avuto cura di tenerla lontana da quella marmaglia; e, morta lei, la bimba resa schiava, forse un po' dall'abitudine ma più dalla sua stessa natura, continuava ad astenersi dal partecipare ai rozzi loro spassi, benchè nulla glielo impedisse. Non aveva dunque dimestichezza co' suoi coetanei. Nè essi s'arrischiavano a dimostrarle la loro ostilità se non a parole, perchè non uno avrebbe osato affrontare da solo la piccola Gertrude che, animosa, impulsiva, violenta, si faceva temere quanto odiare. Una volta, tutta una banda di maschi e femmine s'era accordata per darle noia e soverchiarla; ma appunto nell'atto che una delle ragazzette lanciava nel bacino le scarpe tratte a forza dai piedi della vittima, era sopraggiunta Annetta Grant, la quale aveva picchiato di santa ragione la monella e posto in fuga i suoi compagni. Da quel giorno Gertrude andava scalza; però, caso unico, doveva alla megera un benefizio: la ragazzaglia la lasciava in pace.

Era freddo ma splendeva il sole, quando la bambina, cacciata, corse a cercare un ricovero nel cantiere. In un angolo che dalle case vicine rimaneva quasi fuori della visuale, s'inalzava un'enorme catasta di legname da costruzione. Le assi, di lunghezze diverse ed irregolarmente collocate, offrivano da una parte una serie di scalini grazie ai quali riusciva agevole arrampicarsi fino su in cima, dove alcune delle più lunghe sporgevano in guisa da formare una specie di nicchia ben riparata, che dal lato aperto dominava il bacino.

Quel recesso era per Gertrude il porto di sicurezza, l'asilo di pace, il solo luogo donde non venisse mai espulsa. Là, durante le giornate estive la povera creatura solitaria sedeva meditando sulle sue afflizioni, le sue malefatte, la sua bruttezza, e talvolta piangendo ore ed ore. Quando, di tanto in tanto, accadeva che per alcuni giorni consecutivi avesse avuto la fortuna di non irritare nessuno, di non attirarsi gravi castighi come l'essere picchiata o rinchiusa al buio, l'animo suo in quella tregua si rasserenava alquanto, ed ella si divertiva a guardare gli uomini d'una goletta ancorata lì presso, mentre lavoravano a bordo, o vogavano di qua e di là, in una barchetta. La calda luce del sole infondeva nelle vene un tale benessere, le voci dei marinari erano tanto allegre, che la piccola derelitta obliava per un poco i suoi dolori.

Ma l'estate se n'era ita; la goletta col suo equipaggio che serviva a Gertrude di così piacevole compagnia, se n'era ita anch'essa. Era venuta la cattiva stagione, e ultimamente il tempo burrascoso aveva costretto la bimba a rimanersene tappata in casa. Non le pareva dunque vero quella mattina di poter tornare al suo caro nascondiglio. Con viva gioia trovò che il sole c'era arrivato prima di lei e aveva asciugato le travi per modo ch'ella se le sentiva tutte calde sotto i piedini nudi, il sole che splendeva sempre fulgido e gaio anche nel cielo di novembre e le faceva dimenticare Annetta Grant, e il freddo sofferto, e il terrore del lungo inverno!

I suoi pensieri vagarono un po' senza mèta, poi si raccolsero sullo sguardo benevolo e sulla voce del vecchio lampionaio; infine le si affacciò, per la prima volta, alla mente la promessa da lui fatta di portarle qualche cosa quando sarebbe venuto la sera prossima. Se ne ricorderebbe? Ella non credeva.... Eppure, forse sì, perchè quell'uomo aveva l'aria d'esser tanto buono, e tanto s'era rammaricato della sua caduta....

Che mai le porterebbe allora? Qualche cosa da mangiare? Oh, fosse piuttosto un paio di scarpe! Ma no, egli non poteva aver pensato a questo.... Forse non s'era nemmeno accorto che ella non ne aveva....

Gertrude risolse d'andare in ogni caso per il latte prima dell'ora d'accendere il lampione, al fine d'esser di ritorno in tempo, senza che nulla dovesse impedirle di vederlo.

La giornata le sembrò lunghissima; ma, quando Dio volle, la notte venne, e con la notte, True, o meglio, Trueman Flint: così si chiamava il lampionaio.

Ella si trovava sul posto ad aspettarlo, badando però di non dar nell'occhio ad Annetta Grant.

True era in ritardo quella sera, e aveva gran fretta. Potè appena dire alla bambina poche parole, nel suo linguaggio semplice e rozzo, ma erano parole che venivano dall'intimo del cuore più generoso ed onesto che mai palpitasse nel petto d'un uomo. Le ripetè, posandole sul capo con atto benevolo la mano grande e tutta nera di fumo, che gli dispiaceva assai ch'ella si fosse fatta male, poi soggiunse:

— E per soprassalto ne buscasti, poverina.... Vergognaccia! Gran danno, un po' di latte versato! Era una disgrazia, mica un delitto.... —

Levò la mano dal capo di Gertrude, per isprofondarla in una delle vastissime sue tasche.

— Ma eccoti — proseguì — la creaturina che ti promisi ieri. Abbine cura e non tormentarlo.... Scommetto che se è come la sua mamma che ho io a casa, ti piacerà, e presto presto gli vorrai bene. Addio, mimma! —

E presa in ispalla la sua scala portatile, se n'andò lasciando nelle mani della ragazzina un gattino bianco e grigio.

Ella fu così sbalordita nel trovarsi tra le braccia quella cosa viva, tanto diversa da tutte le cose da lei immaginate, che per un minuto rimase irresoluta, non sapendo che avesse a farne.

C'erano molti gatti, d'ogni grandezza e d'ogni colore, là nel vicinato, sia appartenenti ad inquilini delle case, sia rifugiati nel cantiere: povere bestie spaurite le quali, come Gertrude, solevano andare attorno a passi furtivi o scappando, a gambe levate, e spesso si nascondevano tra il legname e il carbone, quasi si sentissero al pari di lei malsicuri del diritto di stare in un qualche luogo. Ed ella aveva anche provato più volte una certa simpatia per loro, ma non le era mai venuta la voglia di pigliarne uno, portarselo a casa e addomesticarlo, perchè essendo il nutrimento e il ricovero tanto avaramente concessi a lei stessa, ben sapeva di non poterli ottenere per un suo beniamino a quattro zampe.

La sua prima idea fu pertanto di deporre il gattino a terra, e lasciarlo andare. Ma la bestiola si raccomandò in maniera tale, che ella non fu capace di resistere. Dalle braccia le salì fino al collo, vi si aggrappò, e spaventato com'era dall'imprigionamento e dal lungo viaggio nella tasca del lampionaio, prese a miagolare con una voce sommessa e flebile che sembrava implorare la compassione. L'eloquenza di quella vocina vinse la paura della collera d'Annetta Grant. E Gertrude; stringendosi al seno il micio, risolse, nel suo cuore di bimba, d'amarlo, di nutrirlo, e di tenerlo ben lontano dagli occhi della vecchia.

A qual punto giungesse in breve il suo amore per quell'animaletto le parole non potrebbero dire. La sua natura fiera, indomita, impetuosa, non aveva fino allora avuto occasione di manifestarsi che in accessi di risentimento appassionato, di torva ostinazione, d'odio perfino. Ma v'erano in quella piccola anima sorgenti di caldi affetti ancor chiuse, una profondità di tenerezza mai evocata, un ardore di devozione al quale non mancava che un oggetto su cui espandersi.

Ella prodigò quindi alla creaturina che dipendeva da lei per il suo sostentamento tutta la dovizia d'amore accumulata nel suo povero coricino desolato. E tanto più l'amava quanto più era obbligata a darsene pensiero, quanto più grandi, erano i disturbi e le ansie che le cagionava. Teneva la bestiola quasi sempre fuori, fra il legname del cantiere, nel suo rifugio favorito. Trovò un vecchio cappello nel quale mise il proprio cappuccetto, e fece così una cuccettina per il micio. Gli portava una parte, degli scarsi suoi pasti, osava per lui ciò che non avrebbe osato per sè medesima, procacciandogli la cena col sottrarre tutti i giorni dal bricco un po' del latte che Annetta Grant la mandava a prendere, ed esponendosi al rischio d'essere scoperta e punita: solo rischio, solo danno, di cui il furto e la frode potessero destare il timore nell'animo della misera bambina ignorante, perchè nessuno s'occupava di sviluppare le sue idee del bene e del male in senso astratto. Ella si divertiva ore intere a trastullarsi col suo gattino fra le cataste di legname, a parlargli, a dirgli quanto le fosse caro. Ma nelle giornate più rigide, non avendo modo di ripararsi dal freddo all'aperto, ed essendo assai pericoloso portare il suo protetto in casa, si trovava in un serio impiccio. Nondimeno, coraggiosamente nascondeva il micino in seno, e correva a rifugiarsi con lui nella soffittuccia ch'era la sua camera. Là, badando di tener l'uscio chiuso, riesciva a far sì che la presenza del suo compagno sfuggisse agli occhi ed agli orecchi della terribile Annetta. Due o tre volte invero, per sua momentanea distrazione, accadde che la vispa bestiola scappasse al piano di sotto, nel corridoio e nella cucina, anzi una volta la donna lo vide e lo cacciò con la granata; ma in quel popoloso quartiere dove i gatti vagabondi erano tutt'altro che rari, il caso non poteva parere così straordinario da provocare un'inchiesta.

Sembrerà strano che Gertrude fosse libera di star fuori a baloccarsi dalla mattina alla sera. I fanciulli delle classi povere sogliono imparare per tempo a rendersi utili. Sono numerose le creature di tenera età che, per le strade, davanti alle porte e nelle corti delle case, vediamo andar curve sotto il peso d'una voluminosa fascina, o d'un paniere di trucioli, o, più spesso, d'un grosso marmocchio al quale si deve badare e prestare ogni sorta di cure. E noi compiangiamo un'infanzia soggetta a cotali fatiche, e giudichiamo troppo dura la sua sorte. Eppure non è quella, alla perfine, la maggiore delle disgrazie: stava per tutti i conti assai peggio la piccola Gertrude, che non era costretta a far nulla, e ignorava la sodisfazione d'aiutare qualcuno. Annetta Grant non aveva marmocchi, e stimava poco i servigi dei ragazzi. Donna attivissima, non sentiva punto il bisogno d'impiegare l'orfanella in qualche faccenda domestica; al contrario, desiderava di levarsela d'attorno. Sicchè, tolta la corsa quotidiana per il latte, Gertrude era sempre in ozio: causa feconda d'infelicità e di scontento, se anche non avesse avuto a soffrire per alcun'altra.

Annetta, una scozzese non più giovane, aveva sortito da natura un cattivo temperamento, che, con gli anni, era divenuto pessimo. Conosceva la vita dal suo lato più rude, era gran lavoratora, e godeva la reputazione di femmina sveglia, ardita, e dominatrice. Ell'aveva reso al marito così disamena la casa coniugale, che egli, lasciando il suo mestiere di falegname, era andato piuttosto per mare. Faceva la lavandaia e teneva alcuni dozzinanti. I suoi proventi sarebbero bastati a sbarcare comodamente il lunario, se non fosse stata la sregolatezza del suo figliuolo, giovinastro turbolento, guastato da lei stessa nella prima età con le intemperanze e le ineguaglianze del suo carattere. Era un valente operaio quando aveva voglia di lavorare, ma scialacquava tutti i propri guadagni e buona parte di quelli della madre. Per certe sue ragioni particolari ella seguitava a tenersi seco la bambina: non erano però tanto gravi che non pensasse talvolta a liberarsi da quel peso.

III.

Indice

Misericordia e amor sul tuo cammino

T'hanno incontrata, o misera reietta.

Wordsworth.

Gertrude aveva il suo gattino da circa un mese, quando in conseguenza del rimanere esposta alle intemperie si buscò una fortissima infreddatura. Allora Annetta, per tema delle noie che una seria malattia della bambina avrebbe cagionato a lei, le ingiunse di non uscire all'aperto, e perfino di starsene nella stanza riscaldata dov'essa lavorava.

Certo, con quella tosse terribile, sarebbe stato buono sedere tutto il giorno accanto alla stufa, e tenersi calduccina, se non l'avesse tormentata il pensiero del micio, che innanzi ch'ella fosse in grado di ritornare nel cantiere a custodirlo poteva sperdersi, o perire d'inedia, o, pericolo non meno grave, dare una corsa nella casa in cerca della sua padrona.

Passò la giornata, senza che la bestiola si facesse vedere. Ma verso sera, proprio nel momento che gli uomini venivano a cena, capitò tra i piedi d'uno di essi, là, sulla soglia della stanza dove Gertrude si trovava con la vecchia Grant ed era preparato il grossolano loro pasto.

— Accidenti! — esclamò l'uomo che tutti chiamavano Iacopino. — È un gatto! O Annetta! Credevo che li odiaste i gatti, voi.

— Non è mica mio, — disse ella. — Cacciatelo fuori. —

Iacopino s'accinse a farlo. Il micio balzò indietro e, girando largo, andò a precipitarsi tra le braccia di Gertrude, la quale trepidante per il suo fato spiava con ansia gli eventi.

Annetta gli domandò:

— O cotesto gatto, di chi è?

— Mio, — rispose coraggiosamente la bambina.

— Tuo? E da quando tieni gatti? Come l'hai avuto? Parla! —

Gli uomini le guardavano. Gertrude aveva paura degli uomini. Essi qualche volta le facevano dispetti e sempre erano per lei una sorgente d'apprensioni. Ella non osava dire a chi dovesse quel regalo, ben sapendo di peggiorare le cose, perchè Annetta Grant non aveva mai perdonato al lampionaio le sue dure rimostranze contro la crudeltà di picchiare una bimba per aver avuto la disgrazia di versare un bricco di latte; nè la soccorreva in quel momento tanta prontezza d'animo da inventare qualche fandonia che spiegasse altrimenti la presenza del gattino. Del resto non avrebbe esitato punto a mentire. La sua deficiente educazione non le aveva inculcato l'amore e l'abitudine della verità a segno ch'ella potesse preferirla quando la menzogna le faceva più comodo o la salvava da un castigo. Tacque e ruppe in lacrime.

— Via, Annetta, — disse Iacopino — dateci la cena e lasciate stare cotesta mocciosa fino a poi. —

La donna accondiscese, non però senza brontolare minacciosamente.

La cena fu presto finita. In quella un sonatore d'organetto venne a fermarsi davanti alla casa e intonò un'aria popolare. I pigionali scendevano e gli si affollavano intorno, attratti dalla scimmietta che ballava in cadenza con la musica. Gli uomini andarono a raggiungerli. Gertrude impedita di uscire corse alla finestra. I grotteschi sgambetti dell'animale la divertivano un mondo; finchè sonatore e scimmia non si furono allontanati, ella stette a guardare intensamente assorta nello spettacolo, così intensamente da non accorgersi che non teneva più il micio, il quale, sfuggitole dalle braccia, era saltato sulla tavola e cominciava a divorare gli avanzi del pasto. Ella seguiva ancora con gli occhi l'uomo dall'organetto, quando vide apparire in fondo alla strada il vecchio lampionaio. Mentre si proponeva di trattenersi finch'egli avesse acceso il lampione, un urlo di rabbia la fece sobbalzare. Spaventata si volse giusto in tempo per vedere Annetta abbrancare il suo caro gattino. Si slanciò alla riscossa, balzò sopra una seggiola, afferrò un braccio della donna; ma costei la respinse vigorosamente con una mano e con l'altra scaraventò la bestiola attraverso la stanza. Gertrude udì un tonfo in un liquido, e un grido straziante. Annetta aveva gettato il povero micio in un gran catino pieno d'acqua calda a bollore pronta per qualche uso domestico. La piccola vittima si contorse un momento e morì in uno spasimo.

Tutto il furore di cui l'impetuosa natura della bambina era capace, divampò. Senza titubare, ella raccolse un pezzo di legno che giaceva lì presso, e lo scagliò contro la megera. Aveva mirato bene. La vecchia Grant era stata colpita alla testa e il sangue grondava dalla ferita; ma ella quasi non sentiva il colpo tanto era eccitata dall'ira dinanzi all'audacia di Gertrude. Fremente, s'avventò su lei, la pigliò per le spalle, aperse l'uscio di strada e la spinse sul marciapiede dicendo:

— Fuori, spirito maligno, e guai a te s'io veggo la tua ombra sulla soglia della mia casa! —

Poi rientrò a precipizio abbandonando l'orfanella sola in mezzo alla notte fredda e buia.

Quando Gertrude era adirata o afflitta piangeva forte, ma di rado singhiozzava come gli altri bambini; invece emetteva a brevi intervalli strilli acutissimi fino a rimanere qualche volta esausta di forze. Ella prese a strillare così, tosto che Annetta Grant l'ebbe lasciata là sulla strada; ma non già per la paura d'essere irremissibilmente espulsa dal suo unico ricovero e di doversene andare, sola sola e di notte, errando per la città, a rischio di cadere assiderata, innanzi l'alba, con quel gran freddo: no, non pensava affatto a sè stessa. L'orrore e il dolore della tragica morte inflitta all'unico essere ch'ella amasse al mondo empivano tutta la sua piccola anima. Ella s'accosciò contro il muro della casa, e si coperse la faccia con le mani, inconsapevole del chiasso che faceva, e del trionfo di quella monellaccia che le aveva un giorno tratto le scarpe dai piedi, e che ora stava spiandola dall'uscio dirimpetto. D'improvviso si sentì sollevare da terra, e si trovò seduta su una delle traverse della scala di True appoggiata ancora sotto il lampione. Il buon uomo che, reggendola saldamente, l'aveva collocata giusto tant'alto da trovarsi con lei a viso a viso, riconobbe la sua piccola amica, e con la stessa benevolenza dell'altra volta le domandò che le fosse successo.

Ma Gertrude, tutt'ansimante, potè rispondere soltanto:

— Oh, il mio gattino! Il mio gattino!

— Come? Il gattino ch'io ti diedi? L'hai smarrito?... Non piangere, via, non piangere.

— Oh no, non l'ho smarrito!... Ah, povero micino mio! —

E la bimba ruppe in un pianto più clamoroso che mai, tossendo nel medesimo tempo con tale violenza che il lampionaio ne fu spaventato. Egli si sforzò di calmarla, e riuscitovi in parte le disse:

— A star qui fuori tu t'infreddi a morte.... Bisogna rientrare in casa....

— Oh, non mi lascerà rientrare! — ella rispose. — E se anche volesse lei, non vorrei io....

— Chi non ti lascerà rientrare?... Tua madre?

— No.... Annetta Grant....

— Chi è Annetta Grant?

— Un'orrida, una perfida donna, che ha affogato il mio gattino nell'acqua bollente!

— Ma la tua mamma dov'è?

— Io non ce l'ho, la mamma.

— A chi appartieni tu, povera creatura?

— A nessuno, e nessuna casa è la mia.

— Con chi vivi dunque? Chi ha cura di te?

— Vivevo finora con Annetta Grant, ma è troppo cattiva, e io l'odio.... Le ho scagliato dianzi un pezzo di legno nella testa.... Magari l'avessi accoppata, l'avessi....

— Zitta, zitta! Non devi dire di coteste cose.... Ora vo a parlarle io.... —

True mosse verso l'uscio della casa cercando di tirarsi dietro Gertrude; ma questa resisteva così energicamente ch'egli la lasciò fuori. Andò difilato nella stanza dove Annetta stava fasciandosi la testa con un vecchio fazzoletto, e senza preamboli le disse che doveva richiamar dentro la bambina perchè lasciandola in istrada rischiava di farla morire assiderata.

— Non è mia, — rispose la donna — e qui c'è rimasta abbastanza. Non esiste al mondo una creatura malvagia come quella: mi maraviglio io stessa d'aver trovato la pazienza di tenerla tanto tempo. Spero che non mi venga mai più sotto gli occhi, o per meglio dire non voglio. M'ha rotto la testa.... meriterebbe d'essere impiccata, meriterebbe! Se mai qualcuno ha avuto in corpo uno spirito maligno è di certo lei!

— Ma che sarà della povera piccina? — insistette il buon True. — La notte è fredda, terribilmente.... Che vi sentireste in cuore se domattina la trovassero morta gelata sulla soglia della vostra casa?

— Che mi sentirei? È forse cosa che vi riguardi? Incaricatevi piuttosto di lei voi stesso. Tanto scalpore menate per quell'insettucciaccio? Portatevela a casa e provatela un po'.... È la seconda volta che venite a parlarmene, e basta.... non voglio ascoltare una parola di più. Ci pensi qualcun altro, oramai; io per me n'ho avuto più che la mia parte.... Quanto al rischiare che muoia gelata o non gelata, lo rischierò.... Eh, i bambini ch'entrano nel mondo di soppiatto sono i meno pronti ad uscirne! Quella lì appartiene al comune. Se ne occupi chi deve. E voi andatevene per i fatti vostri e non v'immischiate in quello che non vi concerne. —

True non se lo fece ripetere. Egli non era uso a trattare con donne, e nulla gli pareva più formidabile d'una femmina irata. Ora gli occhi fiammeggianti e il minaccioso atteggiamento d'Annetta erano forieri d'una tale tempesta che il buon uomo s'affrettò saviamente a ritirarsi prima che scoppiasse sul suo capo.

Gertrude, la quale aveva intanto cessato di piangere, gli alzò gli occhi in faccia con curiosità ansiosa.

— Ebbene, — egli disse — non vuol riprenderti.

— Oh, che piacere! — ella esclamò ingenuamente.

— Sì, ma dove andrai?

— Non so.... Forse con voi, a veder accendere i lampioni.

— E dove dormirai stanotte?

— Non so.... Io, non ho casa. Bisognerà che dorma fuori, ma così avrò il lume delle stelle. Non posso soffrire l'oscurità, io.... Sarà freddò però, non è vero?

— Corbezzoli! Freddo da morirne, bambina....

— E allora che succederà di me?

— Dio soltanto potrebbe dirlo! —

Il lampionaio guardò Gertrude, tutto perplesso ed angustiato. Egli, punto pratico di bambini, stupiva della sua semplicità. Lasciarla lì, esposta, al rigore di quella gelida notte, non poteva; e dall'altro canto non sapeva come se la sarebbe cavata se l'avesse portata a casa sua, perchè viveva solo ed era povero. Ma un altro violento insulto di tosse da cui fu còlta lo fece risolvere a un tratto di dividere con lei il suo ricovero, il suo fuoco e il suo pane, per una notte almeno. La prese per mano e disse:

— Vieni con me. —

Gertrude si mise a correre al suo fianco, fiduciosa, senza domandare dove la conducesse.

True doveva accendere ancora una dozzina di lampioni prima di giungere all'estremità della strada dove il suo giro finiva. La bambina stette a contemplare l'accensione di ciascuna fiammella con un piacere altrettanto vivo e schietto che se si fosse trovata in compagnia del lampionaio unicamente per questo. Appena quando, svoltato il canto, ebbero camminato un pezzo senza fermarsi, domandò:

— E ora dove si va?

— A casa, — rispose True.

— A casa vostra? Anch'io?

— Sicuro. Eccoci arrivati. —

Egli aperse una porticina che metteva in una stretta corticella estesa per tutta la lunghezza d'una decente casa di due piani, dove abitava nella parte posteriore. Attraversarono la corte, passarono davanti a parecchie finestre e all'ingresso principale, ed entrarono da un piccolo uscio sul di dietro. Gertrude tremava dal freddo. Aveva i piedini tutti azzurrognoli a forza di camminare scalza sul lastrico diaccio. V'era una stufa, nella camera in cui erano entrati, ma senza fuoco. La camera era spaziosa e abbastanza ben fornita, ma tenuta male. Il lampionaio s'affrettò a deporre in uno sgabuzzino adiacente la scala portatile, l'accenditoio e il resto, poi tornò con un fastelletto di legna ed accese la stufa. In pochi minuti un'allegra fiammata brillando e scoppiettando diffuse intorno un gradevole tepore. Egli trasse accanto al fuoco un antico seggiolone di legno, vi stese sopra il suo grosso e peloso gabbano che lo trasformò in una comoda poltrona, e sollevata delicatamente la bimba ve la pose a sedere. Dopo di che, allestì la cena. True era un vecchio scapolo uso a farsi ogni cosa da solo. Preparò il tè, poi mesciutolo per Gertrude in una gran ciotola, con zucchero a profusione e tutti i suoi venticinque centesimi di latte, prese da una credenzina una pagnotta, ne tagliò una bella fetta, e invitò la sua piccola ospite a mangiare e bere quanto più potesse, giudicando dal suo aspetto ch'ella non doveva essere stata sempre ben nutrita. E nel vederla assaporare con sì evidente godimento la miglior cenetta che mai le fosse toccata, la sua sodisfazione fu tale, da farlo rimanere a contemplarla intenerito dimenticandosi di prendere la propria parte.

L'infallibile istinto dell'infanzia aveva guidato Gertrude quand'ella, osservando l'uomo che accendeva il lampione, s'era sentita indotta, già assai prima ch'egli le parlasse, a considerarlo come un buon amico di tutti, perfino della più derelitta bambina di questo mondo!

Trueman Flint, nato e cresciuto nel Nuovo Hampshire, essendo rimasto orfano quindicenne appena, era venuto a Boston dove per molti anni s'era guadagnato la vita esercitando qualsiasi mestiere in cui potesse trovar lavoro; così aveva fatto a vicenda il giornalaio, il facchino, il fiaccheraio, lo spaccalegna, insomma di tutto un po'! In alcuni de' suoi impieghi era anche durato a lungo perchè s'acquistava sempre stima e benevolenza tanto si mostrava onesto, capace e di buona indole. Prima di diventare lampionaio aveva servito qualche tempo come facchino nei vasti magazzini d'un negoziante ricco e generoso. Un giorno, mentre rimoveva certi pesanti barili, uno di questi, per disgrazia, venne a cadergli sul petto lasciandolo gravemente malconcio. Il suo stato dapprima quasi escludeva ogni speranza di salvezza; e quando alfine egli cominciò a migliorare, la guarigione fu lenta a segno, che dovette starsene disoccupato un anno intero. La malattia esaurì tutti i suoi risparmi, ma il negoziante al cui servizio gli era accaduto quell'infortunio, volle che nessun comodo gli mancasse, lo fece curare da un medico valentissimo, e gli assicurò una buona assistenza.

Nondimeno da allora True non fu più quello. Quando si levò dal letto la sua costituzione fisica era invecchiata di dieci anni, sicchè l'indebolimento delle forze lo rendeva inabile oramai a lavori faticosi. Il suo antico padrone e benefico amico s'adoperò quindi a trovargliene uno relativamente leggero, ed ottenne per lui l'impiego di lampionaio, al quale egli di frequente aggiungeva altri discreti proventi segando legna o spalando la neve.

Era adesso tra i cinquanta e i sessanta. Alto e membruto, aveva fattezze delle più rozzamente modellate da madre natura, ma esprimenti una grande bontà d'animo. Viveva molto appartato, essendo per temperamento taciturno e ritroso; pochissime persone lo conoscevano, e l'unica ch'egli frequentasse era un suo vecchio compare, sagrestano d'una chiesa vicina: uomo d'età assai avanzata e in voce d'essere oltremodo bisbetico e salvatico.

Ritorniamo a Gertrude. Ella ha terminato la sua cenetta, e ora dorme profondamente, adagiata nell'ampio seggiolone, tutta ravvolta in una calda coperta di lana, con la testa sorretta da un guanciale. True siede accanto a lei, e una delle scarne manine posa sulla sua larga palma. Ogni poco, quand'ella si muove, le riaccomoda intorno la coperta. Ma ecco che il respiro della bambina diviene affannoso: ella dà un sobbalzo, poi parla con rapidità. Che mai turba i suoi sogni? Egli ascolta, attento. Prima, è una supplicazione ardente:

— Oh, no, no! Non lo affogate il mio micino! —

Poi un grido di terrore:

— Ah, la viene a ripigliarmi!... Ohimè, mi ripiglia! —

Infine, con accento commovente di flebile e tenera preghiera, ella si raccomanda:

— O buon vecchio, caro, caro, lasciatemi rimanere con voi! Per pietà, lasciatemi rimanere! —

Grosse lacrime luccicano negli occhi di Trueman Flint, e scorrono nei solchi delle sue ruvide gote. Egli posa il capo sul guanciale, accosta la faccina di Gertrude alla sua faccia e, lisciandole i lunghi capelli scarmigliati, pensa anch'egli ad alta voce.... E che dice?

— Ripigliarti?... No, mai, sta' pur tranquilla.... Vuoi rimanere con me? Ci rimani, sì, te lo prometto, povera mimmina mia!... Sola in questo immenso mondo, come son io! Se piace al Signore, noi due si starà bene insieme.... —

IV.

Indice

Per il vegliardo e per il bimbo l'unica

Speranza è nell'altrui tenera cura.

Con questa all'uom prima lezione ed ultima

Insegnar la pietà volle Natura.

Young.

La piccola Gertrude aveva trovato un amico e un protettore; ed era tempo, perchè le privazioni che soffriva e l'abbandono in cui veniva lasciata stavano per troncare la triste sua vita, ponendo fine così alle sue pene.

La mattina dopo che True Flint l'ebbe raccolta, ella si destò con febbre alta, dolori al capo e alle membra, insomma tutti i sintomi d'una malattia grave. Guardò intorno e si vide sola; ma nella stufa ardeva un bel fuoco, e la tavola era apparecchiata per la colazione. Rimase un momento stupita ed incerta, domandando a sè stessa dove si trovasse, e che le fosse accaduto; non riconosceva su quel subito la camera, vedendola per la prima volta alla luce del giorno. Ma il suo visino sparuto brillò di gioia quando gli avvenimenti della sera innanzi le si riaffacciarono alla memoria, ed ella pensò al vecchio lampionaio, tanto buono, ed alla nuova casa che sarebbe stata la sua, dove sarebbe vissuta con lui. Si levò e andò alla finestra per guardare fuori, sebbene le girasse stranamente la testa e le vacillassero le gambe a segno che appena poteva camminare! Il suolo era tutto bianco di neve, e il tempo ancora burrascoso. Sembrò a Gertrude che il candore di quella neve l'abbarbagliasse. D'improvviso la vista le mancò, una vertigine la travolse. Barcollò e cadde.

Trueman, rientrato di lì a due minuti, fu spaventatissimo trovandola lunga distesa sul pavimento; ma tosto comprese che doveva essere svenuta nel tentare di dar qualche passo per la camera, e non se ne maravigliò punto, poichè durante la notte s'era avveduto che la bambina stava assai male. Portatala sul suo letto, riuscì presto a farle ricuperare i sensi; passarono però tre settimane prima ch'ella potesse levarsi, salvo quando True la prendeva in collo. True si mostrava ruvido e goffo nel maggior numero dei casi, ma non già quando assisteva la sua piccola protetta. Egli sapeva molte cose nel fatto di malattie: era un po' infermiere, un po' medico, alla sua semplice maniera, e quantunque di bambini avesse poca esperienza, il suo cuore affettuoso gli suggeriva tutte le cure necessarie a Gertrude, e lo rendeva prodigo d'una bontà, d'una tenerezza, di cui nessuno aveva mai dato alla poveretta neppure una pallida idea.

Ella, dal canto suo, era molto paziente. Spesso le sofferenze e l'estrema stanchezza del giacere da tanto tempo allettata, la tenevano sveglia la notte intera senza ch'ella mandasse un gemito o facesse il minimo rumore, perchè temeva di destare il buon vecchio il quale dormiva per terra, accanto al suo letto, quando la grande ansietà per lei non gl'impediva di pigliar sonno. A volte, essendo la bimba più fieramente travagliata dal male, egli la reggeva sulle braccia ore ed ore, ed anche allora ella si sforzava d'apparir sollevata, benchè in realtà non fosse, o fingeva perfino d'addormentarsi per indurlo a ricoricarla e prendere anch'egli un po' di riposo. Il suo coricino riboccava d'amore e di gratitudine. Un pensiero l'occupava quasi unicamente: che avrebbe ella potuto fare per il suo caro benefattore quando sarebbe guarita? ma era poi capace d'imparar a fare qualche cosa di utile?

True era tuttavia costretto a lasciarla per attendere al suo lavoro. Durante la prima settimana della malattia Gertrude restò dunque parecchio sola. Egli nell'andarsene le raccomandava con calore di stare ben tranquilla sotto le coperte fino al suo ritorno; e intanto ogni oggetto di cui ella potesse mai aver bisogno si trovava preparato a portata della sua mano. Ma venne il momento che, aumentando la febbre, fu presa da delirio, e per alcuni giorni non seppe più come nè da chi fosse assistita. Alfine un pomeriggio si destò da un sonno lungo e calmo, in pieno possesso del senso e della coscienza, e vide seduta al suo capezzale una donna che cuciva.

Ella si rizzò nel letto per guardare la sconosciuta, la quale non l'aveva vista aprire gli occhi. Ma, sentitala muoversi, questa dette un sobbalzo, e subito esclamò:

— O bambina mia, rimettiti a giacere! —

Così dicendo le pose dolcemente una mano sulla spalla per corroborare la sua ingiunzione.

— Non vi conosco, — fece Gertrude. — Dov'è lo zio True? —

Con questo nome il lampionaio le aveva detto di chiamarlo.

— È uscito, cara, ma tornerà presto. Come ti senti? Meglio?

— Oh sì! Molto meglio! Ho dormito un pezzo?

— A sufficienza. Suvvia, sta' giù. Ora ti porto una scodella di semolino. Ti farà bene.

— Sa lo zio True che siete qui?

— Sicuro. Sono venuta a tenerti compagnia mentre lui è fuori.

— O di dove siete venuta?

— Dalla mia camera. Io abito nell'altra parte di questa casa.

— Mi pare che siate buona, voi. Davvero, mi piacete. Ma mi fa maraviglia di non avervi veduta entrare....

— Non ci hai badato perchè stavi troppo male, poverina.... Basta, adesso spero che non tarderai a guarire. —

La donna preparò il semolino, e quando Gertrude l'ebbe preso, si rimise al suo lavoro. Coricata con la faccia rivolta verso la sua nuova amica, la bambina fissava su lei i suoi occhioni. Stette così a guardarla cucire finchè quella a sua volta la guardò, e disse:

— Che pensi tu ch'io stia facendo?

— Non so, io.... — ella rispose. — Che cos'è? —

L'altra alzò la roba che cuciva, di maniera che Gertrude potè vedere ch'era una vestina di cotone scuro, per una ragazzetta.

— O che bella veste! — esclamò. — Per chi la fate? Per la vostra figliuola?

— No, io non ho figliuole. Ho un figliuolo invece, uno unico: il mio Guglielmo.

— Guglielmo? Che bel nome! E lui è un buon ragazzo?

— Buono? Il migliore che ci sia al mondo, ed il più bello! —

Nel proferir queste parole la donna ergeva il capo, e il suo pallido viso estenuato raggiava tutto d'orgoglio materno.

Gertrude torse lo sguardo con un'espressione triste, così strana in una creatura di quell'età, ch'ella temette che la stanchezza cominciasse ad opprimerla, e stimò necessario farla stare in assoluta quiete. Glielo disse e le impose di chiudere gli occhi e dormire. La bambina li chiuse. Mentre giaceva tranquilla come se avesse obbedito anche alla seconda ingiunzione, l'uscio s'aperse e qualcuno entrò pian piano. Era True.

— Oh signora Sullivan, — egli fece — siete ancora qui! Vi ringrazio tanto d'esservi trattenuta.... Avevo contato di tornare più presto.... E della bimba che vi sembra?

— Sta meglio, signor Flint, molto meglio. È in sè, ragiona.... Io credo che, pur d'avere certi riguardi, oramai tutto andrà bene.... To', è desta! —

True s'accostò alla piccola malata, le posò una mano sulla fronte mandando indietro i capelli, che erano adesso tagliati corti e accuratamente pettinati, poi le toccò il polso, e manifestò con un cenno del capo la sua sodisfazione. Gertrude gli afferrò la mano e la tenne stretta tra le sue. Egli sedette accanto al letto, gettando un'occhiata sul lavoro della signora Sullivan:

— Non mi maraviglierei, signora mia, se ci fosse bisogno de' suoi vestiti nuovi prima che non si credesse.... Tra alcuni giorni, secondo me, sarà in piedi....

— Lo credo anch'io, ma non siate troppo impaziente. La sua malattia è stata grave, e la non può guarire d'un tratto. Avete veduto oggi la signorina Graham?

— Sì, l'ho veduta, pover'anima. Che il Signore benedica la sua cara faccia! M'ha fatto un visibilio di domande su Gertrudina, e m'ha dato questo pacchetto d'ararutte.... mi pare almeno che lo chiamasse così. Dice ch'è una minestrina eccellente per ammalati. Se voi la conoscete, signora Sullivan, siate tanto buona, mostratemi come si fa, perch'io confesso non me lo rammento, quantunque la signorina si sia data la briga di spiegarmelo....

— Sì, volentieri. È facilissimo. Ve ne preparerò una porzione quando ritorno, tra poco. Per ora Gertrude non ne ha bisogno, ha preso dianzi un semolino. Ma il babbo è già in casa, e devo apparecchiare il nostro tè. Arrivederci a stasera, signor Flint.

— Grazie, signora.... avete un cuore d'oro voi! —

Durante alcuni giorni la signora Sullivan venne ancora ripetute volte a prestar le sue cure alla piccola convalescente ed a tenerle compagnia. Ell'era una donna dimessa per indole, gentile d'animo e di modi, il cui placido viso riconfortava la povera creatura ch'era vissuta nel terrore e aveva sofferto ogni sorta di maltrattamenti. Sempre portava con sè il suo lavoro di cucito: solitamente qualche indumento da ragazzina.

Una sera Gertrude, già quasi guarita della sua ostinata febbre, sedeva in grembo a Trueman Flint, vicino alla stufa, ben bene ravvolta in una coperta di lana, e parlava della sua nuova amica. A un tratto alzò gli occhi in faccia al buon uomo e uscì a dire:

— Zio True, conoscete voi la bambina per la quale fa un vestitino?

— È una bambina che ha bisogno di vestitini e di molte altre cose, perchè ch'io sappia, non ha panni da indossare, tranne pochi cenci.... E tu, Gertrude, non ne conosci nessuna che sia in questo caso?

— Direi di sì, — rispose ella piegando un po' la testa da un lato, e strizzando un occhio.

— Bene, chi è?

— Non vi sta seduta in grembo?

— Che? Tu stessa? Eh via, credi forse che la signora Sullivan voglia impiegare il suo tempo a cucire vestiti per te? —

Gertrude chinò il capo.

— Veramente, io non l'avrei creduto.... ma voi diceste....

— Sentiamo, che cosa dissi io?

— Qualche cosa di vestiti nuovi.... per me....

— Sì, cara, per te! — esclamò egli stringendola in un abbraccio rustico ma cordiale. — E sono due mute complete, con calze e scarpe per soprammercato! —

Ella spalancò i suoi occhioni, in atto di stupore, rise, battè le mani. True rise anche lui. Parevano tutti e due molto felici.

— E l'ha comperata lei cotesta roba? È dunque ricca? — domandò ella.

— La signora Sullivan?... Ahimè, punto!... La roba la comperò la signorina Graham, e pagherà alla signora Sullivan la fattura.

— Chi è la signorina Graham?

— È una signorina troppo buona per questo mondo.... si può affermarlo! Ti parlerò di lei un'altra volta,... Oggi no, perch'è tardi. Dovresti già essere a letto e dormire. —

Un sabato Gertrude, che oramai stava benino, era rimasta alzata tutto il giorno. Verso sera però si sentì stanca, e si coricò avanti buio. Destatasi dopo aver dormito profondamente due o tre ore, vide che True aveva compagnia. Accanto alla stufa, un altro vecchio, d'età molto più inoltrata della sua, sedeva di faccia a lui, fumando la pipa. Egli indossava un abito di foggia antiquata e di tessuto ordinario, ma assai lindo; le due sole ciocche di lunghi e candidissimi capelli che ancora gli crescevano, proprio dietro le orecchie, erano pettinate con cura all'insù, e annodate sul vertice del cranio calvo e lucido. Le sue fattezze avevano linee dure e taglienti, e Gertrude pensava che tali dovevano essere tutte le parole uscite dalla sua bocca, tanto le pareva inverosimile ch'egli potesse mai dire qualche cosa di gentile o di piacevole. Il sarcasmo ch'esprimevano gli angoli delle labbra, l'amaro scontento che traspariva da tutta la faccia, colpivano la bambina senza ch'ella sapesse definirli, e le facevano trarre le sue conclusioni sul carattere di quell'uomo. Ben s'apponeva figurandosi ch'egli fosse il signor Cooper, padre della signora Sullivan; e nell'opinione fattasi di lui alla prima occhiata non si scostava notevolmente dalla maggior parte di coloro che lo conoscevano.

Ma l'opinione pubblica e la sua propria faccia calunniavano un poco il vecchio sagrestano. Certo egli non era di un naturale allegro nè amabile. Sventure domestiche e lo sfavore della volubile fortuna lo avevano reso pessimista e portato a non considerare che i dolori della vita, a mostrarsi arcigno dinanzi alla gaiezza e alle baldanzose speranze dei giovani, i quali, soleva egli sentenziare scrollando il capo con un'aria misteriosa, ignorano che sia il mondo. Egli non l'ignorava, e diveniva tanto più severo per le sue follie ed inesorabile per le sue colpe, quanto più la vecchiezza lo allontanava da esso. Anche l'ufficio ch'esercitava da anni in qua, era dei meno atti a combattere una disposizione alla malinconia, tenendolo il suo servizio in chiesa quasi sempre solitario. Eppure in fondo al cuore quel misantropo nascondeva riserve di bontà e di benevolenza, e True Flint, che lo sapeva, si divertiva a trarle alla luce. Egli amava il vecchio per la sua onestà scrupolosa e il suo animo sincero. Da lungo tempo i due amici usavano sedere insieme il sabato sera, nel canto del fuoco, discutendo di politica, di istituzioni nazionali, di diritti individuali; questioni che ogni buon Americano si sente chiamato a sottoporre ai propri speciali criteri. Discorrevano inoltre dei loro sentimenti ed interessi privati. Ma qual si fosse il soggetto del discorso e per quanto la discussione s'accalorasse, mai la loro amicizia non ne aveva sofferto danni o pericoli: caso singolarmente notevole, essendo Trueman Flint, nel temperamento e nel carattere, la vera antitesi di Paolo Cooper. Animoso, fidente, egli era sempre disposto a pigliar le cose dal lato buono, e anche nelle peggiori avversità non si scoraggiava, non disperava, si teneva sicuro che alla fine tutto s'accomoderebbe.

Quella sera avevano conversato su parecchi dei soliti argomenti, ma nel momento che Gertrude si destò parlavano di lei, e s'intende che il loro dialogo attrasse vivamente la sua attenzione.

— Dove mi diceste d'averla raccattata? — domandava appunto il sagrestano.

— Da Annetta Grant, — rispose True. — Ve la rammentate? È quella donna contro il cui figliuolo foste citato come testimonio d'accusa, quando furono rotte le vetrate della chiesa la sera innanzi il quattro giugno. Eh, no, non potete averla scordata, Cooper.... sembrava una furia, al dibattimento, si vendicava non risparmiando nemmeno Suo Onore, il giudice! Bene, era inviperita a quel modo e maltrattava la povera creatura la prima volta ch'io la vidi: la seconda l'aveva cacciata di casa....

— Ah sì, me la rammento!... Un'orca!... Quella lì, m'immagino, non è mai stata amorosa neppure coi figliuoli propri, figuriamoci poi con gli altrui! Ma voi che ne farete della trovatella?

— Che ne farò?... La terrò meco, caspiteretta, e ne avrò cura. —

Cooper fece una risatina piuttosto sarcastica.

— Sì, capisco, caro vicino, voi giudicate avventata questa risoluzione d'adottare una bimba, all'età mia: e forse è. Ma ora vi spiego com'è stato. La notte di cui vi raccontai, la piccina sarebbe morta se io non l'avessi raccolta; e anche dopo ricoverata qui, fu sul punto di morire, più volte; soltanto la grande assistenza che le prestai con l'aiuto di vostra figlia, potè salvarla. Ebbene, quella prima notte, parlando nel sonno, gridò a me tutto il suo dolore, si raccomandò a me come all'unico amico che mai avesse avuto (e credo infatti che sia così), supplicandomi di lasciarla rimanere.... Allora deliberai in cuor mio di far che rimanesse, ad ogni costo di tenermela come una figliuola e dividere con lei il mio ultimo tozzo, avvenga che può.... Il Signore è stato misericordioso meco, signor Cooper, molto misericordioso.... Mi mandò buoni amici nella mia profonda infelicità. Seppi anch'io da ragazzo quanto sia triste l'essere solo al mondo, senza babbo nè mamma; e quando vidi i patimenti di quella disgraziata creaturina, sentii che appunto perchè non era di nessuno apparteneva più particolarmente al Signore, e ch'io non potevo fare di più per servirlo nè dovevo far meno, che spartire con la poveretta il bene ch'Egli m'ha dato.... Ah, voi guardate intorno come per dirmi che qui c'è poco da spartire con chicchessia, e, davvero, molto non c'è.... ma, una cosa sì.... e una gran cosa per chi non l'ha mai avuta: una casa. Io ho ancora le mie brave braccia, e cuore gagliardo, e buona volontà. Con l'aiuto di Dio sarò un padre per quell'orfanella, e forse verrà il tempo ch'ella sarà per me una benedizione incarnata.... —

Il signor Cooper scrollò il capo con aria di dubbio, e borbottò che i figliuoli, anche i veri, sogliono essere tutt'altro che benedizioni.

Ma non ebbe il potere di scuotere la ferma fede di True nella saviezza e nella bontà della propria risoluzione. Questi, trasportato dall'ardore con cui parlava, era sorto in piedi e camminava su e giù per la stanza, a passi rapidi, eccitatissimo. Ritornò a sedere, e riprese:

— D'altronde, caro Cooper, se anche non mi fossi determinato a tenere qui Gertrude la notte stessa che ce la portai, non l'avrei mandata via il giorno dopo perchè, io credo, il Signore mi parlò per bocca d'uno de' suoi santi angeli, e m'impose di perseverare nel mio proposito.

«Voi conoscete la signorina Graham: frequenta regolarmente la vostra chiesa con suo padre, un vecchio signore di bell'aspetto.... Tre settimane fa, dopo quel tempaccio, io mi trovavo da loro, a spalare la neve nel cortile, ed essa mi fece chiamare in cucina.... Ah, sia benedetta la sua angelica faccia! Povera creatura! Il mondo è buio per lei, ma essa lo rischiara per gli altri.... Non vede lo splendore del cielo con gli occhi, come noi, ma lo vede meglio, perchè lo ha dentro l'anima sua, e quando sorride le raggia tutto dal viso, e sembra l'arco celeste del buon Dio che appare tra le nubi... Quante cortesie m'ha usate da che, or saranno cinque anni, mi toccò quella disgrazia nel magazzino del padrone! Anche il giorno della neve, dunque, mi mandò a chiamare per domandar notizie della mia salute e sentire se avessi bisogno di qualche cosa che potesse chiedere al suo babbo per me. Io allora le raccontai il caso di Gertrude, e ve l'assicuro, non avevo ancora finito di dire, che si piangeva tutt'e due. Mi pose in mano una certa somma di denaro, e m'incaricò di far fare dalla signora Sullivan il necessario per vestire la bambina; ma fece ben più: promise di venirmi in aiuto se mai mi trovassi in qualche difficoltà a cagione dell'impegno assunto; poi quando la salutai mi disse: «Non c'è dubbio, True, avete fatto bene: il Signore vi benedirà e vi ricompenserà della vostra buona azione.» —

Egli era così commosso, così infervorato nel suo discorso, da non essersi avveduto di ciò che il sagrestano, per non interromperlo, aveva osservato in silenzio. Gertrude, uscita pian piano dal letto, gli stava accanto, e lo ascoltava con gli occhi fissi nel suo volto, e il respiro mozzo dall'intensa attenzione. Ella gli toccò una spalla; egli si volse, la vide, e le aperse le braccia.

Con la faccetta nascosta nel suo seno, la piccina mormorò ansando, in uno scoppio di lacrime che eran lacrime di gioia:

— Starò dunque con voi.... sempre?

— Sì, finchè Dio mi dà vita, — egli rispose — tu sarai la mia figliuola! —

V.

Indice

Sollecita movea con piè leggero

Per la piccola casa la massaia,

Nè mai nell'alveare ape fu tanto

Alacre e lieta all'opra....

Mitford.

Era una serata di vento. Gertrude, vestita decentemente, coi capelli lisci, con la faccia e le mani pulite, aspettava alla finestra il ritorno del lampionaio che finiva il suo giro. Stava benissimo adesso, meglio che non fosse stata, da anni, prima della sua malattia. Le cure e l'affetto avevano operato prodigi per lei. Ell'era sempre la bambina esile e palliduccia, dagli occhi e dalla bocca troppo grandi nel visetto minuto; ma la dolorosa espressione di sofferenza che le era consueta, aveva dato luogo a quella, piuttosto grave tuttavia, di un'intima felicità.

Di fronte a Gertrude sedeva sull'ampio davanzale una grossa e veneranda gatta, madre del suo perduto tesoro e quindi a lei molto cara. Amorosamente ella le andava passando la mano sul dorso, carezza gradita alla matrona, che dimostrava la sua sodisfazione facendo le fusa.

D'improvviso s'udirono rimbombare nel muro suoni tumultuosi. La casa era vecchia ed offriva un comodo soggiorno ai topi, i quali a giudicarne dalla strepitosa allegria cui s'abbandonavano ne avevano approfittato quella sera per dare un ballo. Pareva quasi che un camino rovinasse mattone per mattone. Gertrude non si spaventò punto. S'era tanto assuefatta ai muri abitati da quel genere d'inquilini quando dormiva nella soffitta d'Annetta Grant, che non faceva più caso di tali rumori. Non così però la veterana felina che subito rizzò le orecchie e manifestò con chiari segni la sua brama di correre a battaglia. Mai cavallo guerriero fu eccitato dagli squilli delle trombe come la brava micia dalle galoppate dell'orda nemica attraverso il solaio.

— Ferma, micina, — ammonì Gertrude — ferma, intendi! Non è tempo di dare la caccia ai topi, ora.... Devi sedere qui e star buona finchè tu non vegga arrivare lo zio True, per sentire che dirà della camera e di me! —

Ella si volse e girò gli occhi intorno con immenso compiacimento; poi, arrampicatasi sul davanzale ch'era larghissimo, all'uso antico, e di dove, rispondendo la finestra nella corte, poteva veder entrare il lampionaio, prese la gatta in collo, si spianò le pieghe del vestitino, gettò uno sguardo d'ammirazione e d'orgoglio sulla sua calzatura, ed assunse un atteggiamento composto col deliberato proposito d'esser paziente. Ma era inutile, non ci riesciva; le sembrava ch'egli non avesse mai tardato tanto; cominciava anzi a credere che non sarebbe venuto più, quando alfine lo vide svoltare entro il cancello. Benchè fosse già quasi buio ella notò che qualcuno lo accompagnava. Non le pareva il signor Cooper nè alla statura, meno alta, nè al passo; pure finì col concludere che doveva esser lui, perchè proseguì fino all'uscio suo ed entrò.

Per quanto avesse atteso Trueman con viva impazienza, Gertrude non gli corse incontro come di consueto. Stette in ascolto, e non appena lo sentì venire dallo stambugio dove soleva fermarsi per appendervi al muro la scala e l'accenditoio, e deporre il camiciotto macchiato e i larghi calzoni che portava sopra i vestiti durante il lavoro, lesta lesta si nascose dietro l'uscio donde egli doveva passare nella camera. Senza dubbio ella gli aveva preparato una grande improvvisata e intendeva di goderne pienamente l'effetto. Ma la gatta, che non era tanto compresa dell'importanza della cosa, non dimenticò le buone creanze; e andò secondo il suo costume a dargli il benvenuto strofinando il capo alle sue gambe.

— Ohe, mustacchiona! — fece True. — Dov'è la mia mimma? —

Così dicendo chiuse l'uscio dietro a sè, e scoperse Gertrude. Ella d'un balzo venne a piantarglisi di fronte, rise; guardò i propri vestiti, poi guardò lui, bene in faccia, per vedere che impressione gli facesse il suo aspetto.

— Corbezzoli, fa mai una figurona spanta la signorina! — esclamò egli sollevandola tra le braccia e portandola più presso al lume. — Tutta vestita di nuovo: abito, grembiule, scarpe! E chi t'ha pettinata? In verità, non dico che tu sia una bellezza, no, ma per carina sei carina!

— La signora Sullivan m'ha vestita da capo a piedi, e m'ha spazzolato i capelli.... Ma ha fatto anche più.... o non vedete che altro ha fatto? —

True seguì gli occhi di Gertrude, in giro per la camera. Lo stupore che il buon uomo andava manifestando era tale da corrispondere all'aspettazione della bimba quantunque grandissima: e si capiva. Uscito la mattina, trovava la sera la sua casa trasformata. Evidentemente mani di donna ci avevano lavorato, facendovi pulizia e mettendo ogni cosa in ordine.

Prima che Gertrude venisse ad abitare con lui egli s'era dispensato da qualsiasi ingerenza femminile nelle sue faccende domestiche. Viveva solo, visite non ne riceveva quasi punte; sicchè gli bastava fare il proprio comodo senza riguardo alle apparenze. Nel suo modesto quartierino la granata veniva adoperata di rado, l'acqua mai. Le due ampie finestre guardanti la corte erano trattate con grande ingiustizia, avendo i cristalli così appannati dalla polvere e dal fumo, che la gaia luce a cui davano adito nella stanza n'era mezzo offuscata. Festoni di ragnatele pendevano agli angoli del soffitto; intorno all'alta e vasta cappa del camino s'accumulava un curioso miscuglio d'oggetti utili e inutili; un visibilio di ciarpame stava raccolto sotto la stufa. I mobili, alcuni dei quali assai buoni, erano collocati a casaccio, in modo da ingombrare lo spazio invece di trarne partito. Durante la malattia della bambina poi, un letto preparato sul pavimento per uso di True, e tutte le diverse cose, necessarie all'assistenza della malata, avevano accresciuto la confusione a segno tale, che quasi ci sarebbe voluto un pilota per condurre i visitatori a salvamento attraverso la camera.

Ora, la signora Sullivan era la nettezza in persona. La sua casa poteva gareggiare con una casa olandese. I suoi vestiti, di un'estrema semplicità ma esenti da ogni più lieve frittella, da ogni più piccola macchia, la facevano sembrare una quacchera; in quelli, anche da lavoro, del suo vecchio padre e del suo figliuolo giovanetto si scorgeva alla prima occhiata la cura d'una figlia, d'una madre, attenta e diligente. A fine d'assistere Gertrude ell'aveva per la prima volta posto piede in una stanza che era a quel punto il contrario della sua: e non sarebbe agevole comprendere quanto meritoria fosse la sua opera di carità, senza considerare che il contrasto era per lei sommamente penoso, e che ella ci pativa a passare qualche volta l'intero pomeriggio in una casa dove, come soleva poi dire quando rientrava nella sua, avrebbe con piacere fatto un po' di pulizia e messo un po' d'ordine solo per vedere che figura farebbe e se qualcuno saprebbe riconoscerla. Ell'era un minuzzolo di donna mingherlina, piccolina, ma aveva più capacità ed energia che non si sarebbe potuto trovarne in una qualsiasi tra venti altre grandi e grosse il doppio di lei. Ella sentiva una sincera compassione della gente che vive in un caos domestico; era sicura che non può esser gente felice. E però non appena Gertrude fu ristabilita risolse in cuor suo d'adoperarsi con tutte le sue forze per la causa dell'ordine e della nettezza che a' suoi occhi era la causa della virtù e della felicità, perchè ella immedesimava la purità e la lindura con la pace dell'anima. Se non che, sensibilissima com'era su questo punto, s'immaginava che True dovesse provare qualche cosa di simile, ed essendo la piccola donnina altrettanto tenera di cuore quanto linda e accurata, non avrebbe voluto per nulla al mondo mortificarlo; perciò andava studiando come entrargli in materia e persuaderlo a una riforma del suo metodo di tenere la casa, quando Gertrude stessa le suggerì il modo d'attuare il suo disegno.

Il giorno innanzi quello del gran ripulimento, la signora Sullivan vide nel corridoio la bambina che stava timidamente presso l'uscio del suo quartierino guardando dentro con viva curiosità.

— Vieni, vieni Gertrude, — disse la donnina benevola — fammi una visita! — E notando ch'ella si peritava d'intrudersi così in casa d'altri, la incoraggiò: — Mettiti a sedere qui accanto alla tavola e guarda che cosa stiro. Gli è proprio il tuo vestitino! Stirato questo, i tuoi panni sono bell'e pronti. Sei contenta di rivestirti un po', non è vero?

— Oh, tanto contenta, signora! — rispose Gertrude. — Potrò portarmeli via, e tenerli tutti da me?

— Sicuro.

— Non so veramente dove riporli.... non c'è posto nella nostra camera.... almeno non un posticino a modo.... — E così dicendo la bambina gettava un'occhiata ammirativa alla cassetta aperta del cassettone dove la signora Sullivan riponeva il vestitino che aveva finito di stirare, sopra una pila d'altri indumenti accuratamente piegati.

— Ma una parte, s'intende, ne indosserai, e per il resto bisognerà trovare un luogo adatto.

— Voi, sì, avete dove metterla la vostra roba, — riprese Gertrude girando gli occhi intorno. — Che bella stanza, questa!

— Non c'è mica molta differenza da quella del signor Flint. È circa della stessa grandezza e ha due finestre come la sua. Soltanto la mia dispensa è più comoda. La vostra non ha che tre angoli; ma quest'è tutto il vantaggio.

— Oh, non c'è paragone, per altro! Voi qui non avete letti, e le seggiole sono tutte in fila e la tavola è lustra che sembra uno specchio, e il pavimento è ben pulito, e la stufa è nuova, e dalle finestre c'entra un sole splendido che consola! Ah, magari fosse così la nostra camera! Avrei proprio scommesso che è anche più piccola della metà.... Figuratevi, lo zio True stamani ha inciampato nelle molle, e diceva che non c'è tanto spazio da far dondolare un gatto!

— Dov'erano le molle? — domandò la signora Sullivan.

— Per terra, signora, proprio nel mezzo....

— Vedi, io non tengo la roba per terra. E credo che se la vostra stanza fosse ripulita e ogni cosa ci avesse il suo posto, farebbe quasi la stessa figura della mia.

— Vorrei pure vederla messa tutta bene in ordine! — disse Gertrude. — Ma come fare coi letti?

— Appunto ci pensavo. C'è quella dispensina che doveva essere uno stanzino da bagno quando la casa era nuova e abitata da signori; è grande abbastanza da collocarvi un lettino e due seggiole; potrebb'essere una comoda cameretta per te. Ora non c'è dentro che ciarpame da buttar via: se mai ci si trovasse qualche cosa di servibile, si riporrebbe nello stambugio.

— Che bella idea! — esclamò la bambina. — Così lo zio True riavrebbe il suo letto.... Io dormirei là, sul pavimento.

— Ma no, non è punto necessario che tu dorma sul pavimento. Io ho una buona piccola branda dove dormiva il mio Guglielmo quando abitava con noi. Te la presterò se mi prometti d'averne cura, e non di quella soltanto, ma di tutto ciò che sarà messo nella tua camera.:

— Oh sì! — rispose Gertrude. — Ma — soggiunse esitando — credete che ne sarò capace? Non so far nulla io....

— Perchè nessuno t'ha mai insegnato nulla, povera figliuola: una ragazzetta d'otto anni può fare molte cose se ha pazienza e volontà d'imparare. Io te ne potrei insegnare parecchie che sarebbero utili e ti farebbero essere di grande aiuto allo zio True.

— Dite, dite, che cosa posso fare?

— Spazzar la camera tutti giorni, rifare i letti, dandoti qualcuno una mano per voltare le materasse, apparecchiare la tavola, tostare il pane, rigovernare. Forse da principio non ci riesciresti proprio bene bene, ma con la pratica t'andresti perfezionando, e a poco a poco finiresti col diventare una brava piccola massaia.

— Desidero tanto di poter fare qualche cosa per lo zio True! Ma di dove incominciare?

— Prima di tutto bisogna che la casa sia ripulita e messa in ordine da qualcuno. Se sapessi che il signor Flint ne sarebbe contento, chiamerei un giorno la Caterina McCarty ad aiutarci, e non dubito che egli poi si troverebbe assai meglio nella sua abitazione.

— Io sono sicura che sarebbe contentissimo! Si farebbe una cosa grande! Posso aiutare anch'io?

— Sì, farai quello che potrai; ma ci vuole Caterina. Quella è robusta e bravissima per la pulizia.

— E chi è Caterina?

— È la figliuola della signora McCarty che abita nella casa qui accanto. Il signor Flint rende loro vari servigi, come segar le legna e altri. Loro gli lavano la biancheria, ma non sono certo in grado di ripagarlo di tutto il bene che egli fece a quella famiglia. Caterina è una ragazza assai capace, e attiva. Verrà con molto piacere a lavorare per lui, quando che sia. Glielo chiederò.

— Verrà domani?

— Forse sì.

— Domani lo zio True starà fuori tutta la giornata. Va a portare il carbone dal signor Eustachio. Non vi pare che sarebbe il momento buono?

— A maraviglia! Procurerò che Caterina venga domani. —

Caterina venne. La stanza fu ripulita in ogni sua parte, vi fu messo ogni cosa in perfetto ordine. Gertrude ricevette in consegna i suoi vestiti nuovi. Una muta ne indossò, l'altra fu riposta in un armadino trovato nella dispensa che pareva proprio fatto per il suo piccolo corredo.

Quando Trueman ritornò dal lavoro rimase attonito dinanzi al risultato ottenuto col triplice concorso della Signora Sullivan, di Caterina e di Gertrude, per la quale il vivo piacere manifestato dal buon uomo rese memorabile quel giorno: un giorno ch'ella doveva ricordare per tutta la vita come il primo in cui aveva gustato la suprema forse tra le felicità terrene, quella d'essere datori di gioia ad altrui. Non già che la bambina avesse prestato un valido aiuto: le due vicine avrebbero sbrigato la faccenda altrettanto bene, e anzi meglio, s'ella fosse andata dove la mandava sempre Annetta Grant.... fuori dei piedi. Ma lei questo non lo vedeva; era una delle collaboratrici; aveva partecipato al lavoro con tutto il cuore, con tutta l'anima; dovunque le era stato permesso di metter mano s'era adoperata con tutte le sue forze. Poteva dire a buon dritto: «Lo abbiamo fatto noi: la signora Sullivan, Caterina ed io.»

Una donna che non fosse stata di cuor gentile ed affettuoso come la signora Sullivan non avrebbe compreso nè considerato con simpatia il sentimento che rendeva Gertrude così bramosa d'aiutarla. Ma ella sì: perciò le aveva assegnato parecchi piccoli servizi, e la bimba s'era applicata a disimpegnarsene, con un giubilo che nessun favore, nessun dono largitole avrebbe potuto farle provare.

Ella condusse True in giro per la camera, mostrandogli come la brava signora avesse giudiziosamente e ingegnosamente approfittato dello spazio nella disposizione dei mobili. Il letto, posto entro una nicchia del muro abbastanza larga e fonda da contenerlo, lasciava libera l'intera area quadrata della quale, dichiarò egli, era stato fatto un vero salotto. Stentava a credere che metà delle sue masserizie non fosse svanita in aria, così incomprensibile era per lui che si potesse avvantaggiarsi di tanto posto e tante comodità con un po' di sistema e d'ordine.

Ma il suo stupore e il gaudio di Gertrude salirono all'apice quando ella lo fece entrare nell'antico stanzino del ciarpame trasformato in una buona e bella cameretta.

— Affemmia! Affemmia!... —

Il vecchio True non trovava altre parole. Andò a sedere accanto alla stufa, lustra che pareva nuova come quella della signora Sullivan, affermava Gertrude, si stropicciò le mani, ghiacce dall'essere state lungamente esposte al gelo di quella sera invernale, le tese verso il fuoco, e abbracciò in un solo sguardo la sua casa rinnovellata e la sua piccola massaia, la quale, seguendo le accurate indicazioni datele dall'amorevole vicina, si preparava ad apparecchiare la tavola e arrostire il pane per la cena. Ritta sopra una seggiola prendeva le tazze e i piattini di fra le file regolari dei piatti rilucenti nella credenza a tre angoli, dopo aver deposto sul palchetto inferiore, a cui poteva arrivare dal suolo, il vassoio contenente le fette di pane fini e lisce che la signora Sullivan aveva avuto la previdenza di tagliare per lei.

Egli seguì con gli occhi le sue mosse, per due o tre minuti, poi s'abbandonò a un breve soliloquio:

— La signora Sullivan è una gran brava donna, quest'è certo, e la mia casa è adesso una vera casa, e Gertrude va diventando la pupilla de' miei occhi, e io sono felice come.... —

VI.

Indice

Sogna talun che quando la tempesta

Della passione irrompa, egli a sua voglia

Sedarla possa, e dir: Pace! T'acqueta!

Cowper.

Ma a questo punto Trueman fu interrotto. D'improvviso qualcuno, annunziato da un suono di passi rapidi e rumorosi, aveva aperto l'uscio, senza cerimonie.

— Zio True, — disse il nuovo venuto — eccovi il vostro pacco. Voi ve n'eravate dimenticato, ci scommetto, e non me ne sono rammentato neppur io se non quando la mamma l'ha veduto sulla tavola dove l'avevo posato. Che volete, ero tutto preso dal mio ritorno a casa....

— Sicuro, sicuro!... — rispose il lampionaio. — Ti ringrazio, Guglielmo, d'esserti dato la briga di portarlo tu.... È roba fragile, e probabilmente io l'avrei fatto andare in frantumi prima d'arrivar in porto.

— O che cos'è? Non ho potuto indovinare.

— È un gingillo che voglio regalare alla Gertrudina, qui....

— Guglielmo, Guglielmo! — chiamò la signora Sullivan dall'uscio dirimpetto. — Hai avuto il tè, caro?

— Veramente no, mamma. E voi?

— Noi, sì. Ma te ne preparo subito dell'altro.

— No, no! — fece Trueman. — Resta, e prendi il tè con noi.... resta, ragazzo mio, prendilo con noi, stasera! La mia piccola Gertrude sta appunto arrostendo il pane.... Sentirai che famosi crostini! Io intanto metto il tè....

— Resto, e con grande piacere! — disse Guglielmo. — Mamma, non occorre che mi prepariate nulla da cena: prendo il tè con lo zio True.... Bene, vediamo che c'è di bello nell'involto.... Ma no, prima voglio vedere cotesta Gertrudina. La mamma mi ha tanto parlato di lei. Dov'è? Sta bene, ora? È stata molto malata, non è vero?

— Sì, sta proprio benone. Gertrude, vieni qui! Gertrude!... O dove s'è cacciata?

— Là, sotto la panca! — rispose il ragazzo ridendo. — Possibile che abbia paura di me?

— Non mi figuravo che fosse salvatica a questo segno! — esclamò True. — Suvvia, scioccherella, — soggiunse andando verso di lei — esci di lì e guarda Guglielmo. Questo è Guglielmo Sullivan.

— Io non ho nessuna voglia di vederlo, — mormorò Gertrude.

— Non hai voglia di vedere Guglielmo? — replicò il buon uomo. — Tu non sai quel che tu ti dica! Guglielmo è il più bravo figliuolo che mai ci fu al mondo, e m'immagino che tra poco sarete amiconi.

— Io non gli piacerò, — disse la bambina. — So che non posso piacergli.

— O perchè non dovresti piacermi? — domandò il ragazzo avvicinandosi all'angolo dov'ella se ne stava nascosta con la faccia tra le palme, com'era suo costume quando qualche cosa l'angosciava. — Scommetto invece che mi piacerai moltissimo appena t'avrò veduta! —

Così dicendo si chinò, le scoperse la faccia prendendole le mani e tenendole strette tra le sue, le piantò gli occhi addosso, e salutando con uno scherzoso cenno del capo disse piacevolmente:

— Come va, cuginetta Gertrude, come va?

— Io non sono tua cugina, — ella rispose.

— Ma sì, sei.... — affermò egli. — Lo zio True è zio tuo e mio, sicchè siamo cugini.... non è chiaro? E desidero che facciamo conoscenza.... —

Gertrude non seppe resistere alla cordialità di Guglielmo. Si lasciò tirar fuori dal suo nascondiglio e condurre verso la parte meglio rischiarata della stanza. Ma quando fu presso al lume tentò di liberar le mani per coprirsi di nuovo il viso. Egli non glielo permise; e attraendo la sua attenzione sul pacchetto non ancora aperto, eccitando la sua curiosità circa l'oggetto che poteva contenere, riuscì a distrarre il suo pensiero da lei stessa, di guisa ch'ella non tardò a rinfrancarsi.

— Lo zio True dice ch'è per te.... Io non ho idea di ciò che possa essere.... e tu? Tasta, gli è qualche cosa molto duro.... —

Gertrude tastò, e guardò il lampionaio maravigliata e curiosa.

— Guglielmo, aprilo, — disse questi.

Guglielmo cavò di tasca un coltellino, tagliò lo spago, tolse il foglio di carta, e scoperse una di quelle figurine di gesso, tanto comuni, rappresentanti il piccolo Samuele in orazione.

— Oh, che bellezza! — esclamò Gertrude brillando di gioia.

— O come non ho indovinato? — disse il ragazzo. — Avrei pur dovuto riconoscerlo al tasto!

— Ah, tu l'avevi già veduto? — domandò ella.

— Non questo medesimo, ma tanti altri simili.

— Davvero? Io non ne vidi mai. Non c'è al mondo, credo, una più bella cosa. Zio True, dite, è proprio per me? Dove l'avete trovato?

— L'ho avuto grazie a un caso singolare. Minuti prima d'incontrarti, Guglielmo, ero fermo all'angolo della strada per accendere il mio lampione, quand'ecco vedo venire uno di quei ragazzi forestieri che vendono le figurine. Ne aveva dimolte come questa, e anche qualcuna nera, tutte messe in bella mostra sopra una tavola, e camminava con quella roba in capo. Mentre io lo guardavo pensando come mai facesse a reggerle ritte, gli succede d'urtar la tavola nella colonna del lampione, e, patatrac, le figurine precipitano di sotto. Fortunatamente per lui c'era accosto al marciapiede un bel monte di neve morbida, dove sono andate a cascare, la maggior parte senza danno. Solo alcune scappate sui mattoni si sono ridotte in briciole. Mi faceva compassione, poveretto; era tardi, e sicuro doveva averne vendute pochine se gliene restavano tante sulle braccia....

— Sulla testa, volete dire, — osservò Guglielmo.

— Bene, sulla testa, o sulla neve, o dove più vi garba, signorino, — fece il lampionaio.

— Ed io so che cosa avete fatto voi, zio True, come se fossi stato presente. Avete posato la scala e l'accenditoio, e vi siete messo all'opera aiutandolo a raccattarle.... Conosco il vostro costume. Spero che se mai aveste a trovarvi in qualche difficoltà voi stesso, qualcuno di coloro che aiutaste sarà pronto a contraccambiarvi.

— Quello lì, Guglielmo, non ha aspettato ch'io mi trovassi in qualche difficoltà: m'ha contraccambiato subito. Ha strisciato una riverenza, toccandosi il cappello, come se io fossi il primo signore del paese, e con un discorso nel suo gergo, del quale non capivo una saetta, ha insistito perchè accettassi una delle sue figurine. Io stavo per dirgli che non la volevo, ma poi ho pensato che forse piacerebbe alla mia piccola Gertrude....

— Oh sì, mi piace! — disse la bambina. — L'avrò più caro.... no, non più, ma quasi altrettanto caro che il mio gattino; non proprio altrettanto, perchè quello era vivo.... insomma, quasi. Non ha un'aria di ragazzino bravo, dite? —

True vedendo Gertrude tutta rapita dalla sua figurina, andò a preparare il tè lasciando che i due ragazzi s'intrattenessero tra loro.

— Devi aver cura di non romperla, — disse Guglielmo. — Avevamo una volta in bottega un Samuele proprio eguale a questo; io sbadatamente lo lasciai cadere sul banco e lo ruppi in mille pezzi.

— Come lo chiami?

— Un Samuele: sono tutti Samueli.

— E che è un Samuele?

— È il nome del fanciullo che la figura rappresenta.

— O chi sa perchè sta così sulle ginocchia? —

Guglielmo rise.

— Che? Tu non lo sai?

— No. Perchè?

— Prega.

— E ha per questo anche gli occhi vòlti in alto?

— S'intende: pregando volge gli occhi al cielo.

— Dove?

— Al cielo. —

Gertrude guardò il soffitto seguendo la direzione degli occhi di Samuele,, e poi di nuovo la figura. Pareva stupita e insodisfatta.

— Via, non credo che tu non sappia che cosa sia la preghiera, — disse Guglielmo.

— Io no. Spiegamelo.

— Tu dunque non preghi mai? Non preghi Dio?

— No. Che cos'è Dio? Dov'è Dio? —

L'ignoranza della bambina scandalizzò Guglielmo profondamente. Egli rispose con reverenza:

— Dio è in cielo, Gertrude.

— Ma io non so che luogo sia, cotesto.... Non so nulla delle cose che tu dici.

— Infatti, mi pare.... Io credo che Dio sia lassù di là dal cielo che noi vediamo, ma il mio maestro della scuola domenicale dice che «Dio è dappertutto dov'è la bontà».... o alcun che di simile....

— Le stelle sono in cielo anch'esse, dunque?

— Così sembra. Sono nel firmamento oltre il quale io mi figuro che sia il paradiso, il cielo vero.

— Mi piacerebbe andarci, in paradiso.

— Forse, se tu sarai buona, un giorno ci andrai.

— E quelli che non sono buoni non ci possono andare?

— No.

— Sicchè io non ci vo di certo, — disse Gertrude, accorata.

— Perchè mai? Non sei buona tu?

— Oh no! Sono molto cattiva.

— Che strana creatura! — esclamò Guglielmo. — O per qual ragione t'immagini d'essere tanto cattiva?

— Per la ragione che una cattiva come me non c'è mai stata, — ella rispose con accento d'amara tristezza. — Io sono la peggiore bambina del mondo, lo so.

— Ma chi lo dice?

— Tutti. Annetta Grant me lo ripeteva sempre e giurava che tutti lo dicono. E poi lo so io stessa.

— Annetta Grant è quella vecchia perversa con la quale tu vivevi?

— Sì. Come sai ch'è perversa?

— La mamma mi ha raccontato tutto. Ebbene, dimmi un po', non ti mandava a scuola, non t'insegnava almeno qualche cosa? —

Gertrude scrollò il capo.

— Ah, quanto ti rimane da imparare! Che facevi quando stavi con lei?

— Niente.

— Non facevi niente, e non imparavi niente? Misericordia!

— Ma adesso una cosa l'ho imparata: so arrostire il pane. Me l'ha insegnato la tua mamma. Ne ho arrostito una fetta, sul suo fuoco.... —

Così dicendo si rammentò a un tratto che trascurava di arrostire quello per il tè. Subito mosse verso la stufa, ma era troppo tardi; i crostini erano bell'e pronti, e Trueman aveva già messo in tavola.

— Oh zio True! — ella fece. — Volevo prepararlo io, il tè, sapete....

— Lo so, lo so; — diss'egli — ma non importa, lo preparerai domani. —

Gli occhi della bambina s'empirono di lacrime. Pareva molto mortificata, ma non disse nulla. Sedettero a cena. Guglielmo collocò il Samuele nel centro della tavola, come ornamento, e raccontò tante lepide storielle, disse tante piacevoli facezie, che Gertrude finì col ridere di cuore e dimenticò di non aver arrostito lei il pane, dimenticò la sua tristezza, la sua ritrosia, e perfino la sua disgrazia d'esser brutta e cattiva. Per la prima volta fu una bimba allegra. Dopo il tè sedette accanto a Guglielmo nel gran seggiolone, e alla sua maniera tutta speciale, con molte espressioni e osservazioni bizzarre, prese a descrivere la sua vita in casa d'Annetta Grant, e concluse narrando in termini commoventi la tragica morte del gattino.

I due ragazzi sembravano bene incamminati a diventare amiconi secondo il desiderio dello zio True. Questi sedeva di faccia a loro, dall'altro lato della stufa, con la pipa tra le labbra e i gomiti sulle ginocchia, guardandoli amorosamente, bevendosi le loro parole. La sua presenza non li metteva punto in soggezione. Il buon uomo così semplice e tenero di cuore, così facile a contentarsi, a divertirsi, e lento a biasimare, a disapprovare, non era certo fatto per reprimere la gaiezza e la libertà dei giovanetti baldi, dei fanciulli spensierati. Egli rideva quando Gertrude e Guglielmo ridevano; pipava a gran boccate, con aria di tranquilla sodisfazione, quando parlavano posatamente; smetteva di fumare e deponeva la pipa in grembo per asciugarsi di nascosto una lacrima quando la bambina narrava le sue dure sofferenze. Aveva pianto nell'udire la prima volta quella storia, e per quanto spesso la riudisse, non era mai senza piangere.

Gertrude, finito ch'ebbe il suo doloroso racconto, interrotto da Guglielmo con frequenti esclamazioni di pietà e di sdegno, stette un poco in silenzio; poi, avendo il ricordo dei torti patiti eccitato la sua natura indomita e impulsiva, proruppe nelle più acerbe invettive contro Annetta Grant, parlando adesso in un tono tutt'altro che patetico, servendosi di parecchi termini rozzi e triviali usati dalla gente priva d'educazione fra cui era vissuta. Il linguaggio della piccina palesava un odio implacato e perfino una speranza di futura vendetta. True pareva urtato e turbato nel sentirla parlare così irosamente. Mai da che l'aveva presa seco non gli era accaduto d'assistere a un simile sfogo del suo temperamento; e però, nella propria tenerezza per lei, s'era creduto sicuro ch'ella sarebbe sempre docile e gentile come durante la sua malattia e le poche settimane seguenti. Placido, affettuoso, indulgente com'egli era, non poteva immaginarsi che una creatura umana, specie a quell'età, fosse capace d'alimentare sentimenti d'ira e di rancore. Gertrude aveva mostrato tanta dolcezza, tanta pazienza da quando stava con lui, era stata sempre tanto sottomessa a' suoi voleri, ansiosa anzi di prevenirli, che mai il timore d'incontrare qualche difficoltà nel governo della bambina non aveva attraversato il suo spirito. Ma osservando quegli occhi fiammeggianti, notando il piccolo pugno chiuso nell'atto ch'ella minacciava da lontano la vecchia Grant del suo inestinguibile furore, egli vagamente presentì che sarebbe stata un'ardua impresa disciplinare la sua figliuola adottiva, e un senso quasi di sgomento l'assalse all'idea d'aver forse assunto un obbligo al quale non era in grado di sodisfare. Ella d'un tratto cessava d'essere per lui il cucco, il trastullo in cui s'era compiaciuto fino allora. Vedeva in lei qualche cosa che necessitava un freno, ed egli si sentiva inetto ad applicarlo.

Nulla di più naturale: True era veramente inetto a tener fronte a un carattere come quello di Gertrude. Certo, il grande affetto ch'ella gli portava gli conferiva un potente influsso su lei. La sua docilità, la sua pazienza durante la malattia, l'ardore della sua gratitudine per le cure amorevoli da lui prodigatele, l'ansioso desiderio di contraccambiarlo in qualche modo, derivavano unicamente da quell'amore per il suo primo amico: amore profondo che, sempre saldo, sempre più forte, doveva con gli anni divenire una nobile sorgente d'attività, un prezioso incentivo di virtù. Illuminato e invigorito da una luce superiore venuta a tempo a santificarlo, esso le diede, mentre non era ancora che una tenera giovanetta, il coraggio, la fortezza d'animo, l'abnegazione d'una vera donna; e confortò gli ultimi anni del vecchio, circonfuse di serena letizia il suo letto di morte.

Ma per il presente non bastava. La riconoscenza aveva addolcito il cuore di Gertrude per i suoi benefattori; nondimeno gli effetti d'otto anni di mal governo, di cattivi trattamenti, di mancanza d'ogni giudiziosa disciplina, non potevano esser distrutti tanto presto. Era impossibile domare di colpo quella natura selvaggia, nè sviluppare le sue facoltà migliori se non educandole.

La pianta che crescendo in un terreno sterile, priva di sole e di buon nutrimento, vien su torta, stenta, infeconda, non può riaversi a un tratto da sì crudele strapazzo. Trapiantata in un suolo diverso, bisogna raddrizzarla e nutrirla con cura, bisogna ravvivarla alla calda luce del cielo innanzi che ripari i danni della negligenza di cui sofferse nella prima età, e giunga ad espandere i suoi fiori, a maturare i suoi frutti.

Così con la piccola Gertrude: era necessario dare una nuova direzione alle sue idee, un nuovo alimento alla sua mente, una nuova luce alla sua anima, perchè i più alti fini per cui ell'era creata fossero conseguiti.

True lo sentiva, in confuso, e n'era turbato. Non cercò tuttavia di reprimere l'irruenza della bambina. Non sapeva che fare, e però non fece nulla.

Guglielmo tentò, due o tre volte, d'arrestare quella fiumana di parole oltraggiose, ma visto ch'ella non gli dava retta, finì col lasciarla dire. Egli non poteva rattenersi dal sorridere del suo puerile furore, nè dal parteciparvi in una certa misura: quasi quasi avrebbe voluto trovarsi un momento di fronte ad Annetta Grant per manifestarle la propria opinione sul suo carattere con quattro solenni pugni. Ma egli era un ragazzo bene educato da una madre d'animo mite e gentile, e l'escandescenza di Gertrude cominciava a fargli comprendere perchè tutti la credessero tanto cattiva.

Dopo aver durato un pezzo a vuotare il sacco, ella si chetò da sè, quantunque le rimanesse sul volto un'espressione spiacevole: espressione consueta un tempo e che purtroppo la collera faceva ricomparire. Svanì presto, però, e quando, più tardi nella serata, apparve sull'uscio la signora Sullivan, ella le mosse incontro tutta lieta e ridente e ascoltò col più vivo compiacimento i caldi ringraziamenti di True per la prodigiosa trasformazione della sua casa. E nel dare la buona notte a Guglielmo quand'egli se n'andò con la sua mamma, lo pregò di ritornare a farle così gradevole compagnia. I suoi occhioni brillavano mentre ritta sulla soglia con la mano nella mano del lampionaio salutava i visitatori.

— Curiosa quella bimba! — disse Guglielmo alla madre appena si furono allontanati abbastanza da non essere uditi. — Ma a me piace. —

VII.

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La preghiera è sospir che allevia il cuore,

È lacrima cadente

Dagli occhi vòlti al ciel quando il Signore

Solo è presente.

Montgomery.

Sarebbe stato difficile trovare due fanciulli appartenenti entrambi alla classe povera le cui condizioni nella vita presentassero un maggior contrasto che, fino allora, quelle di Gertrude e di Guglielmo. Alla negletta orfanella erano mancate le cure e più ancora l'affetto di cui l'altro aveva sempre goduto. Il marito della signora Sullivan, un intelligente pastore di villaggio, venuto a morire mentre il loro figlioletto era ancora in tenerissima età, non aveva lasciato sostanze che bastassero al mantenimento della piccola famiglia: perciò la vedova era ritornata alla casa paterna col bambino. Il vecchio Cooper dal canto suo aveva bisogno della figliuola, perchè, da quando ell'era andata sposa, la morte aveva fatto strage sotto il suo tetto ed egli era restato solo.

Da quel momento i tre vivevano insieme, in un'umile agiatezza assicurata dal lavoro e dalla frugalità anche ai poveri.

Guglielmo era l'orgoglio della madre, la sua speranza, il suo costante pensiero. Ella non risparmiava a sè stessa nè fatiche nè pene per procurargli il benessere fisico e la felicità morale, per fare che egli progredisse nel sapere e nella virtù.

E come non doveva ella essere superba di quel ragazzo che con la bellezza non comune, i modi attraenti, le precoci manifestazioni d'una nobile e virile natura si faceva amare perfino dagli estranei? Egli era stato un bel bambino; ma ora che toccava i tredici anni, ciò che colpiva nel suo aspetto non era già l'ordinaria bellezza degli adolescenti consistente solo in una chioma ricciuta, occhi vivaci, gote rosate; era qualche cosa d'assai più notevole: l'ampiezza della fronte che denotava un'aperta intelligenza, la calma e la serenità dei larghi occhi grigi, l'espressione risoluta eppur tanto dolce della bocca, lo sviluppo della ben formata persona, il vigore del colorito indizio d'una perfetta salute che prometteva forza e gagliardia nell'uomo futuro. Nessuno poteva passare mezz'ora in compagnia di Guglielmo senza esser tratto ad amarlo e ammirarlo. Era per indole cordialissimo e affettuoso, e la tenerezza materna, la benignità del mondo per lui tutto sorriso, favorivano questa sua naturale inclinazione; aveva una somma esuberanza di spiriti vitali, ma la temperava il deferente rispetto verso i maggiori d'età e i superiori; partecipava con sincera simpatia alle gioie e ai dolori altrui; insomma era una di quelle creature geniali che si cattivano tutti i cuori senza saper come. Amava lo studio, e fino ai dodici anni aveva regolarmente frequentato la scuola. Nelle nostre grandi città i figli dei poveri godono in materia d'istruzione quasi tutti i vantaggi che può dare la ricchezza. E poichè il fanciullo era capacissimo e la madre costantemente lo esortava a trarre il maggior profitto possibile dalle opportunità offertegli, i suoi progressi furono straordinari.

Dodicenne appena, gli si presentò la buona occasione d'entrare al servizio d'un farmacista nella cui bottega c'era molto spaccio e occorreva un ragazzo per aiuto. Il signor Bray gli assegnava un salario piuttosto modico, ma lasciava sperare un aumento; in ogni caso la sua proposta non era disprezzabile date le condizioni di Guglielmo. Quantunque fosse attaccato a' suoi libri, egli desiderava ardentemente d'impiegarsi al fine di contribuire a sostenere il peso della famiglia. E pertanto, ottenuto il consenso della madre e del nonno, accettò.

I giorni di lavoro dormiva nella farmacia, e non aveva quasi mai agio di fare una scappatina a casa dove la sua assenza era dolorosamente sentita. Soltanto il sabato sera ci veniva per trattenersi a passare co' suoi la domenica. Quella era la serata di festa della signora Sullivan, e il giorno del Signore le pareva doppiamente benedetto.

Quando, il sabato che fece la conoscenza di Gertrude, Guglielmo ritornò nella camera di sua madre, sedette a discorrere con lei e col signor Cooper. La conversazione si prolungò per un'ora buona. Egli riferiva gli avvenimenti della settimana, raccontava molti piccoli aneddoti; aveva sempre da dire tante cose intorno alla farmacia, agli avventori, al farmacista suo padrone, alla famiglia di lui, con la quale prendeva i suoi pasti. Per la signora Sullivan tutto ciò che interessava Guglielmo era attraente, ed un osservatore avrebbe notato che anche il vecchio nonno si divertiva a udire il ragazzo più che non volesse lasciar scorgere. Infatti, benchè se ne stesse lì zitto, con gli occhi a terra, come se non ascoltasse, gli accadeva poi d'alludere al soggetto di questo o quel discorso, in modo da provare che lo aveva seguìto attentamente. Di rado rivolgeva al nipotino qualche domanda: ma invero non ce n'era bisogno, perchè la mamma lo interrogava per due. Più di rado ancora faceva commenti; usciva però talvolta in espressioni sdegnose e sprezzanti sia contro singole persone sia contro il mondo in generale, manifestanti quella disistima della natura umana, quella mancanza di fiducia nell'onestà e nella virtù degli uomini, ch'erano un tratto rilevante del suo carattere.

Guglielmo, lì per lì, ne rimaneva un po' avvilito: egli amava tutti, aveva fede in tutti, e le parole del vecchio, il tono con cui le proferiva, erano come un gelido soffio sull'ardore della sua anima giovanile; ma con l'elasticità e il cuor gaio di quell'età felice, si riaveva subito, ritornava qual'era per sua natura.

Egli non temeva il nonno, il quale non aveva mai usato severità con lui, essendosi astenuto da ogni ingerenza nell'educazione che gli dava la madre, ma a volte si sentiva agghiacciare, senza comprenderne il perchè, dal disaccordo tra la propria calda cordialità e la sua misantropia.

Quella sera, venuti a ragionare di Trueman Flint e della sua figlioletta adottiva, Cooper s'era mostrato più amaramente satirico che mai, e, prendendo il suo lume per andare a coricarsi, aveva concluso che, secondo lui, Gertrude non poteva essere per il buon uomo se non una cagione d'impicci e dispiaceri, e ch'era stata una vera pazzia non mandarla addirittura all'ospizio.

Uscito il vecchio, madre e figlio rimasero un poco in silenzio. Poi Guglielmo domandò:

— Mamma, perchè il nonno odia così la gente?

— Ma no, caro, non odia nessuno.

— Non intendevo dir proprio odiare in senso assoluto; questo non lo penso neppure io. Ma infine parla come se non ci fosse persona al mondo di cui abbia stima. O non vi pare?

— Sì.... almeno non ne dimostra. Ma di te, ne ha moltissima, e farebbe qualunque sacrifizio per risparmiarmi un dolore, e ha molta amicizia per il signor Flint, e....

— Sicuro, sicuro.... lo so. Tuttavia non crede che il cuore umano sia capace di gran bontà, e gli sembra impossibile che qualcuno si volga al bene....

— Capisco, ti fa specie quello che ha detto circa la piccola Gertrude.

— Oh, non è la sola di cui voglio parlare! Quello che ha detto di lei m'ha dato occasione d'entrarvi su questa cosa; ma io l'avevo già notata parecchie volte, segnatamente da che non sono più a casa che un giorno della settimana. Per esempio, voi sapete che uomo sia il signor Bray, e in qual considerazione io lo tenga; ebbene, mentre raccontavo dianzi quanto buono e benefico è stato verso la povera signora Morris che ha la figliuola malata, il nonno aveva l'aria di non crederlo, o di non farne alcun conto.

— Ti dirò, Guglielmo, non devi troppo maravigliarti ch'egli sia così: ha sofferto tanti disinganni! Riponeva, come sai, molte speranze nello zio Riccardo, e invece ebbe per cagion sua affanni e guai senza fine; poi, ci fu il marito della zia Sara.... Ah, sembrava un uomo tanto ammodo quando Sarina lo sposò, e finì col truffare il babbo terribilmente, sicchè fu costretto a ipotecare la sua casa di Via Alta, e da ultimo a cederla!... Basta, lo sciagurato è morto, e non voglio inveire contro di lui; ma egli deluse la nostra aspettazione, e Sarina, credo, ne morì di crepacuore. Fu una prova oltremodo dolorosa per il povero babbo, perchè ell'era la minore, e la sua prediletta. E subito dopo, la mamma fu colpita dalla malattia a cui soccombette, secondo lui non senza colpa d'un ciarlatano di medico il quale le prescrisse una cura più dannosa che altro. Una tal somma di disgrazie spiega com'egli veda tutto nero adesso nella vita.... Ma tu non devi badarci, Guglielmo, devi pensare piuttosto a mantenere le buone promesse che dài di te, e vedrai ch'egli ne sarà consolato e superbo. Nulla gli fa tanto piacere quanto il sentirti lodare, e aspetta grandi cose dal suo nipote! —

Qui la conversazione ebbe termine; ma non senza che il ragazzo aggiungesse un nuovo proponimento ai molti già fatti: quello di provare al nonno, se Dio gli conservava la salute e il vigore, che le speranze non sono sempre ingannevoli nè i timori sempre fondati.

Beato il giovanetto che ha ognora dinanzi a sè l'alta mèta d'un sentimento nobile e generoso! Quale stimolo all'attività, alla perseveranza, all'abnegazione! Quale impulso a sforzi di più in più strenui! Timori che spegnerebbero ogni ardore, scoraggiamenti che farebbero perdere ogni baldanza, fatiche che opprimerebbero, ostacoli di fronte a cui cadrebbe l'animo, opposizioni che stremerebbero le forze, tentazioni che sarebbero irresistibili, tutto tutto è superato, abbattuto, domato da colui che con un fine sincero e degno combatte per la vittoria!

Perciò gli uomini venuti al mondo in mezzo agli onori e alle ricchezze, allevati nel lusso, di rado compiono grandi cose. Non sono nati per la fatica, e senza fatica nulla che abbia un reale valore può essere ottenuto. Oh, perchè non si propongono essi, come movente supremo delle loro azioni, come unica mèta della loro vita, di trionfare d'una condizione così svantaggiosa, d'acquistare dottrina, saviezza, virtù, nonostante quelle ricchezze perniciose, quei vani onori, quel lusso snervante che agli occhi chiaroveggenti dei savi e degli angeli sono la più mortale delle insidie? Guglielmo aveva un incitamento al bene fin dai suoi teneri anni. Il suo nonno era di grave età, la sua mamma di debole complessione. Egli doveva divenire il sostegno della loro vecchiaia, doveva lavorare per mettersi in grado di provvedere al loro sostentamento e al loro benessere; doveva fare ancor più: essi speravano da lui cose egregie, e bisognava che le loro speranze non fossero deluse. Non dimenticava però il presente, mentre s'armava per il futuro conflitto col mondo. Si mise a tavolino e imparò le sue lezioni per la scuola domenicale. Poi, secondo il costume, lesse ad alta voce qualche passo della Bibbia. Infine la signora Sullivan, ponendo la mano sul capo del suo figliuolo, offerse per lui al Signore una semplice e fervida preghiera: una di quelle preghiere materne che il fanciullo ascolta con reverenza ed amore, e l'uomo maturo ricorda; preghiere che ci tengono lontani dalle tentazioni e ci liberano dal male.

Quella sera la piccola Gertrude, quando, partito Guglielmo, restò sola con True, sedette su un panchettino basso, accanto a lui, e rimase un pezzo senza parlare, fissando tutta intenta la bianca figurina di gesso che si teneva in grembo. Ma certo, la sua mente infantile lavorava, perchè l'espressione del pensiero le appariva manifesta nel viso. True, il quale di rado era il primo a rompere il silenzio, vedendola così insolitamente cheta, le alzò il mento e la guardò con aria interrogativa.

— Ebbene, — disse poi — non ti pare che Guglielmo Sullivan sia un gran bravo ragazzo?

— Sì, — rispose Gertrude, ma come se, assorta in un'altra idea, non sapesse bene che diceva.

— Ti piace, dunque? — domandò egli.

— Moltissimo, — fece lei, sempre distratta.

Egli aspettava ch'ella cominciasse a discorrere della sua nuova conoscenza; ma per un minuto o due la bambina seguitò a tacere, poi, alzando gli occhi, uscì a dire:

— Zio True?

— Che vuoi, cara?

— Perchè prega Dio, Samuele? —

True inarcò le ciglia.

— Samuele?... Prega?... In verità, non so di che tu voglia parlare....

— Ecco, — riprese Gertrude sollevando la figurina — Guglielmo dice che questo ragazzino si chiama Samuele, e che sta in ginocchio, e tiene le mani giunte, così, e guarda in alto, perchè prega Dio che abita lassù, in cielo. Io non capisco che cosa sia quel cielo che intende lui.... E voi? —

Il buon uomo presa la statuina la osservò attentamente, si dimenò sulla seggiola, si grattò il capo: alfine disse:

— Eh sì, credo ch'egli abbia ragione.... Questo bambino prega, non c'è dubbio; io non ci avevo badato. Ma non so proprio perchè lo chiami un Samuele. Glielo domanderemo uno di questi giorni.

— Bene. E perchè Samuele preghi Dio, lo sapete?

— Lo prega perchè lo faccia buono. Le persone che pregano Dio diventano buone.

— Può Dio far buona la gente?

— Sicuro. Dio è grande. Egli può tutto.

— E come arriva a udire chi prega?

— Dio ode e vede ogni cosa, nel mondo.

— E vive su in cielo? Dove sono le stelle?

— Sì, nell'alto del cielo. —

Gertrude fece molte altre domande: domande strane alle quali il povero True non sapeva rispondere, domande ch'egli si maravigliava di non aver mai rivolte a nessuno. Egli aveva un cuore umile e amoroso ed una fede infantile; se non era fornito che d'una scarsa istruzione religiosa, si sforzava però di mettere a buon profitto i lumi che possedeva. E forse nella sua pratica fedele delle virtù cristiane, specie nell'obbedienza alla gran legge della carità, egli s'avvicinava allo spirito del Divino Maestro, più di molti che grazie a lunghi studi e quotidiane letture si sono resi familiari con le sacre dottrine. Ma non aveva mai scrutato le sorgenti profonde di quelle credenze sulle quali non cadeva dubbio nell'animo suo, e non si trovava affatto preparato a risolvere le questioni che la piccola Gertrude gli andava proponendo in quel subito svegliarsi della sua mente acuta e indagatrice. Le rispondeva tuttavia come poteva meglio, e quando non ci arrivava, non esitava punto a rimandarla a Guglielmo, che, diceva egli, frequentando la scuola domenicale doveva sapere un visibilio di cose in tale materia. Tutto ciò ch'ella giunse a ricavarne si ridusse alla cognizione di questi tre fatti: Dio è in cielo, il suo potere è grande, la preghiera rende gli uomini migliori.

Il suo cervellino in effervescenza era così pieno delle nuove idee, che, venuta l'ora di coricarsi, neppure il piacere d'andar a dormire per la prima volta nella sua cameretta potè distrarnela. E quando fu nel suo lettino, e True ebbe portato via il lume, non s'addormentò. Aveva giusto di faccia la finestra, come nella soffitta d'Annetta Grant; però una finestra molto più grande, che offriva a' suoi occhi una più ampia veduta. Il cielo era tutto sfavillante di stelle, e quello spettacolo ravvivò in lei la maraviglia e la curiosità che un'altra volta le aveva destato. «Chi accendeva quei lumi così fulgidi e così lontani?» Ma adesso, contemplandoli, un subito pensiero le attraversò la mente come un baleno di luce:

— Li accende Dio! Oh, Egli dev'esser pur grande e potente! Ma anche un bambino può pregarlo! —

Balzò dal letto, andò davanti alla finestra, e s'inginocchiò giungendo le mani e alzando lo sguardo al cielo, nell'atteggiamento stesso del piccolo Samuele. Le sue labbra non proferivano parole, ma gli occhi le splendevano irrorati dalla rugiada di due lacrime. Non era forse ciascuna lacrima una preghiera? Ella non chiedeva alcuna grazia, ma ardeva tutta del desiderio di Dio e della virtù. Non era forse quel desiderio una preghiera? Il suo piccolo cuore levato in alto palpitava con veemenza. Non era forse ogni palpito una preghiera? E Dio, senza il cui volere non cade foglia dal ramo, non udiva, non gradiva forse, quel primo omaggio d'una povera creaturina ignorante, non scendeva forse su quel capo innocente la Sua benedizione?

Molte grazie chiese a Dio Gertrude negli anni che seguirono; spesso ella ricorse a Lui per aiuto; in più di un'ora d'amaro dolore attinse conforto alla medesima inesauribile sorgente: quando la forza le falliva quando il cuore le mancava, Egli diveniva la forza del suo cuore. Ma ella non s'appressò mai al Suo trono con un'offerta più pura, con un sacrifizio più degno, che la notte in cui nella prima sua profonda penitenza, nel primo suo atto di ferma fede, nel primo ardore della sua speranza, s'inginocchiò con le mani giunte e gli occhi al cielo, come il piccolo Samuele, e il suo cuore espresse, benchè le sue labbra non le proferissero, le parole del profeta fanciullo: «Eccomi, o Signore!»

VIII.

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Dolce nel primo gusto è la vendetta

Ma in breve amara torna....

Milton.

Il giorno seguente era una domenica. True aveva per costume di trattenersi buona parte della domenica in chiesa con la famiglia del sagrestano; ma Gertrude non avendo cappello non poteva andarci, ed egli non volle lasciarla sola. Ella dunque s'appuntò in capo il suo vecchio scialletto, e passarono la mattinata insieme passeggiando lungo le banchine e guardando i bastimenti. Nel pomeriggio True dormì accanto alla stufa, e la bambina si trastullò con la gatta. Guglielmo venne la sera, però soltanto per accomiatarsi prima di ritornare dal signor Bray. Aveva gran fretta, non poteva nemmeno sedere un momentino: in casa del suo principale si faceva vita assai morigerata, e la porta era chiusa di buon'ora, specie le domeniche. Il vecchio Cooper fece la consueta sua visita. Quand'egli se n'andò, il lampionaio trovò Gertrude immersa in un sonno beato, e pensando ch'era peccato destarla, la mise a letto così come stava.

Ed ella non si destò, infatti, fino al mattino. Grande fu allora la sua maraviglia vedendosi bell'e vestita. Esilarata da questo caso bizzarro saltò su e corse a domandare a Trueman come fosse successo. Egli stava accendendo il fuoco, e Gertrude, avute sodisfacenti risposte alle sue numerose interrogazioni, s'applicò ad aiutarlo del suo meglio preparando la colazione e assettando la stanza. Ella seguiva appuntino gl'insegnamenti della signora Sullivan, rammentandoli tutti, e dimostrava notevole capacità in ogni cosa che intraprendeva. Nel corso di poche settimane, a forza di perseveranza era giunta a rendersi utile in mille maniere. Prometteva davvero di far onore alla profezia della sua maestra, diventando un'ottima piccola massaia. Certo i suoi servizi erano lievi; ma quei piedini agili e pronti risparmiavano molti passi al vecchio True, e segnatamente ella prestava un aiuto essenziale nella pulizia delle camere, sua particolare ambizione. Adesso che la polvere e i ragnateli non c'erano più, la signora Sullivan s'aspettava da lei che non s'accumulassero daccapo. Ella lo sentiva. E bisognava vederla quando, la mattina, mentre il lampionaio era fuori a nettare e riempire i suoi lampioni, accudiva alle faccende munita d'una vecchia granata il cui manico era stato accorciato a fine d'agevolargliene l'uso! Con che zelo, con che diligenza l'adoprava! Spesso la buona vicina dava una capata nel quartierino per lodarla ed assisterla. Nulla rendeva più felice la piccola Gertrude che l'imparare qualche cosa di nuovo. Beninteso, dovette anche lei pagare il noviziato. Vi furono due o tre casi di completa carbonizzazione dei crostini; e, peggio ancora, ell'ebbe a versare copiose lacrime sui frantumi di una tazza da tè dipinta, sgusciatale di mano. Ma lo zio True non la rimproverava mai; sicchè ella scordava presto queste disgrazie che d'altronde l'esperienza le insegnava ad evitare.

Caterina Mc Carty, la quale l'aveva in concetto della più svegliata e destra bambina del mondo, veniva di tanto in tanto a lavare i pavimenti e far altri lavori troppo gravi o difficili per lei.

Animata dal desiderio di rispondere all'aspettazione della signora Sullivan, e soprattutto di essere utile al suo benefattore, di manifestare nel miglior modo il grande affetto che gli portava, Gertrude era di solito buona, paziente, compiacente, quanto solerte. Invero l'indulgenza di True verso la piccina era tale, che di rado egli le imponeva la sua volontà. Ella rimaneva dunque libera di seguire il proprio talento; ma per indisciplinata che fosse, obbediva volentieri ad uno che mai la contrariava, e però non le accadeva di mostrare dinanzi a lui la violenza della sua natura che una volta eccitata non conosceva più freno. Tuttavia, se nella vita tranquilla di cui godeva adesso tra le pareti domestiche, mancava ogni causa d'irritazione, si diedero talora occasioni nelle quali fu palese che covava sempre il fuoco sotto la cenere.

Una domenica Gertrude, che ora possedeva un bel cappuccetto comperatole dallo zio True, aveva assistito con questi al servizio divino della sera, e ritornavano a casa accompagnati dal signor Cooper e da Guglielmo. I due vecchi erano ingolfati in una delle loro consuete discussioni, e i fanciulli, rimasti un po' indietro, discorrevano vivamente della chiesa, del ministro, dell'uditorio, della musica, che per la bambina erano tutte cose nuove ed avevano destato in lei gran maraviglia.

Cominciava a farsi buio nelle strade. Guglielmo l'osservò, e chinando lo sguardo verso la sua piccola compagna che teneva per mano, soggiunse:

— Di', Gertrude, vai qualche volta con lo zio True a vederlo accendere i lampioni?

— Non ci sono andata mai, dopo la notte che mi portò a casa sua, — ella rispose. — Io ne avevo una voglia matta, ma era sempre tanto freddo che lui non me lo permise: diceva che mi sarei buscata di nuovo la febbre.

— Oggi non è punto freddo; sarà una bellissima notte: se lo zio True è contento, si va tutt'e due con lui. Io ci andai più volte.... Ci si diverte un mondo a guardare dentro dalle finestre nei salotti dove i signori stanno a prendere il tè o a conversare in circolo, davanti al fuoco....

— E io godo di veder accendere quei grandi lumi che fanno tutt'intorno una luce così bella, così allegra! Spero che dirà di sì.... Lo pregheremo.... Vieni, — proseguì tirandosi dietro Guglielmo — raggiungiamolo, diciamoglielo subito....

— No, aspetta, ora sta ragionando col nonno.... Glielo diremo poi, quando saremo a casa. Già poco ci manca. —

A stento però il ragazzo poteva contenere l'impazienza di Gertrude. Non appena furono giunti al cancello della corte ella si strappò da lui, si precipitò verso Trueman, fece la sua richiesta che fu benevolmente accolta. E i tre partirono per il loro giro.

Da principio l'attenzione della piccina si concentrò tutta nelle fiammelle che via via s'accendevano. Non aveva occhi per altro. Ma svoltato il canto della strada si trovò di faccia alla vetrina d'una grande farmacia che la fece rimanere incantata. I vivi colori dei liquidi brillanti nei vasi di cristallo che per la prima volta vedeva di sera, così illuminati, cattivarono la sua fantasia. Ed avendole Guglielmo detto che la bottega del suo principale era simile a quella, pensò che doveva essere una delizia passar la vita in un luogo tanto bello. Si maravigliò poi che fosse aperta la domenica mentre tutti gli altri negozi erano chiusi. Egli si fermò per spiegargliene la ragione e appagare la sua curiosità su varie coserelle; sicchè quando si mossero s'avvide che True li precedeva d'un buon tratto. Sollecitò allora Gertrude dicendole che si trovavano adesso nella più signorile delle vie per cui dovevano passare, e che bisognava far presto se volevano vedere a loro agio la casa che più gli premeva di mostrarle. Infatti il lampionaio nel momento che lo raggiunsero già appoggiava le sua scala a un lampione di fronte a un'isola di bei fabbricati. Molte delle finestre avevano le tende chiuse, dimodochè i fanciulli non potevano guardar dentro; ma in alcune le tende non c'erano, o non erano ancora tirate. In un salotto si vedeva un bel fuoco di ceppi e davanti al caminetto signori e signore che conversavano: Gertrude non si sarebbe più staccata di là. In un altro era accesa una splendida lumiera, e sebbene non ci fosse nessuno, la sontuosità del mobilio, l'appariscenza di tutto l'insieme la rapirono. Ella battè le mani dall'allegrezza, e non s'indusse a seguire Guglielmo se non dopo ch'egli l'ebbe assicurata che un po' più oltre c'era una casa non meno stupenda, dove forse avrebbe anche veduto certi bellissimi bambini.

— O come sai che ci saranno? — domandò ella mentre s'incamminavano.

— Io non lo so positivamente, ma credo. C'erano sempre alla finestra quando andavo con lo zio True, l'inverno passato.

— Quanti?

— Tre, mi pare. Ricordo una bellezza di bimba coi ricci biondi e un visino dolce eppure furbetto. Sembrava una bambola di cera, ma molto molto più carina.

— Oh, spero che la vedremo! — esclamò Gertrude ballando sulle punte de' piedi, tanto era eccitata dal piacere.

— Eccoli! — disse Guglielmo. — Ci sono tutti e tre, come allora!

— Dove? dove?

— Là, dirimpetto, in quella grande casa di pietra. Su, attraversiamo la strada.... Ma c'è una mota!... Aspetta, ti porto. —

Prese la ragazzetta in collo e la portò fino al marciapiede opposto. True doveva ancora arrivare. I bambini aspettavano lui, alla finestra. Gertrude non era la sola che si divertisse a veder accendere i lampioni.

Oramai faceva notte, e le persone che si trovavano nelle stanze illuminate non potevano distinguere quelle ch'erano fuori; ma così Guglielmo e la sua compagna avevano maggior opportunità di guardare nell'interno della casa. Una bella casa davvero: senza dubbio v'abitava gente assai ricca. Il salotto era gaiamente rischiarato dalla viva luce d'un gran lume sospeso e dal riverbero del fulgido fuoco di carbone che ardeva nel caminetto. I sontuosi tappeti, le tende di stoffe smaglianti, i quadri in cornice dorata, i grandi specchi che riflettevano l'insieme da ogni lato, diedero a Gertrude la sua prima idea del lusso. E le comodità che si combinavano con quell'eleganza conferendole un'aria di piacevole intimità la rendevano ancor più affascinante per la povera creatura cresciuta nella miseria. Una tavola era squisitamente apparecchiata per il tè; la tovaglia damascata, candidissima, la lucida argenteria, e soprattutto la teiera di famiglia col suo placido ronzio, avevano un aspetto seducentissimo. Un signore in pantofole ricamate stava adagiato in un'ampia poltrona accanto al fuoco; una signora con una cuffietta riccamente guarnita invigilava la cameriera che finiva d'apparecchiare; i bambini, tutti sorridenti come sono i bambini felici, s'erano radunati davanti alla finestra e, ritti sopra un panchetto, guardavano in istrada.

Guglielmo li aveva descritti bene. Erano tre belle e graziose creature, specie una ragazzina, la maggiore, che toccava circa l'età di Gertrude. I capelli biondi scendenti in folti ricci lungo il collo d'una bianchezza nivea, gli occhi azzurri, le guance pienotte e rosee, i lineamenti gentili, la facevano somigliare a un cherubino. Gertrude non trovava modo d'esprimere la sua ardente ammirazione che con grida di gioia, e risa, e salti, o indicando a Guglielmo or questa cosa or quella, in confuso.

— Di', non è un amore di bimba?... Guarda che splendido fuoco!... E la signora com'è bella!... O le scarpe del signore, le hai vedute?... Che sarà quella roba sulla tavola? Qualche cosa di buono, sicuro.... C'è uno specchio sterminato.... Ah Guglielmo, che cari bambini! Vere bellezze!... —

E sempre cominciava e finiva con le lodi dei bambini. Guglielmo era sodisfatto. La sua piccola amica si divertiva quanto egli s'era ripromesso.

Ma True arrivava, e il lume della sua torcia scorreva lungo il marciapiede. Allora essi furono alla lor volta osservati e divennero il soggetto di un'animata conversazione. La ricciutella li vide e li additò agli altri due. Sebbene Gertrude non potesse indovinare che dicessero, l'idea d'essere sottoposta all'esame e ai commenti di qualcuno le dispiaceva forte. Lesta lesta si nascose dietro la colonna del lampione, e non volle più muoversi nè alzar gli occhi alla finestra, per quanto Guglielmo la canzonasse e le dicesse che ora toccava a lei d'essere guardata.

Quando il lampionaio ripigliò la sua scala e proseguì il cammino, ella si slanciò dietro a lui di corsa per isfuggire agli sguardi curiosi; ma tosto che il ragazzo la richiamò dicendole che i bambini s'erano ritirati, non seppe resistere alla tentazione di gettare ancora un'occhiata nel bel salotto e fece giusto a tempo per vederli prender posto alla tavola del tè. Un momento dopo la cameriera venne a tirar giù le tende, Gertrude prese la mano di Guglielmo e affrettarono il passo per raggiungere True.

— Non ti piacerebbe vivere in una casa come quella? — domandò egli.

— Oh sì! — rispose lei. — Non è una magnificenza?

— Io ne vorrei una così. E l'avrò un giorno o l'altro. —

Questa presunzione sbalordì Gertrude.

— L'avrai? E in che maniera?

— Lavorerò, diverrò ricco, e me la comprerò.

— Impossibile. Ci vuole un monte di quattrini.

— Lo so. Ma io ne guadagnerò dimolti. Il signore che abita in quel magnifico appartamento era un ragazzo povero quando arrivò a Boston: o perchè non ho da potere anch'io arricchire al pari di lui? E ne ho la ferma intenzione.

— Come avrà fatto a guadagnare tanto?

— Come abbia fatto lui non so. Ci sono parecchi modi. Certuni dicono che tutto dipende dalla fortuna.... ma secondo me la bravura non è meno necessaria.

— Sei bravo, tu? —

Egli rise.

— Non ti pare? Bene, se non verrà il giorno che mi vedrai ricco potrai dire di no.

— Io lo so che farei se fossi ricca.

— Che faresti?

— Prima di tutto comprerei una bella poltrona grande per lo zio True, con dentro cuscini e sopra splendidi fiori, come quella dove sedeva quel signore; e poi per me una gran lumiera, con tanti tanti lumi tutti in un mazzo, da far nella stanza una luce.... la luce più chiara che ci possa essere.

— Mi sembra che tu vada pazza per la luce, Gertrudina.

— Io sì! Odio le case vecchie, nere, buie.... A me piacciono le stelle, il sole, e i fuochi, e la torcia dello zio True....

— E a me gli occhi fulgenti. I tuoi appunto brillano come due stelle, stasera. Non ci divertiamo, di'?

— Oh, molto! —

Gertrude non faceva che saltare e ballare lungo il marciapiede, e Guglielmo partecipava al suo giubilo, tutto lieto e superbo d'aver a proteggere la strana e fiera bambina nel tempo stesso che le procurava un tale godimento. Cammin facendo seguitarono a intrattenersi sull'uso delle ricchezze che con balda speranza l'uno e l'altra contavano di possedere prima o poi: giacchè la fidente audacia del giovanetto s'era comunicata alla sua piccola compagna, e anch'ella si proponeva di lavorare e diventare facoltosa. Egli le descriveva gli agi ed il lusso di cui avrebbe circondato la sua mamma, il suo nonno, e perfino lo zio True e lei. Era quanto di più sontuoso egli avesse mai veduto o sognato. Tra altro, la mamma doveva portare una cuffietta guarnita come quella della signora che avevano veduta dalla finestra. Gertrude ruppe in una franca risata. Il buon gusto è innato, ed ella, che ne aveva, sentiva che la modesta vedovetta dall'aspetto placido e grave sarebbe stata ridicola con in capo un'acconciatura di fiori gai. Qualunque eleganza meno sobria della semplice lindezza non poteva che snaturare la signora Sullivan. Quanto a sè medesimo, il generoso figliuolo non ci pensava affatto. Nessuna sodisfazione di desiderî egoistici entrava ne' suoi disegni. Egli intendeva di lavorare per i suoi cari, e in loro e da loro aspettava la sua ricompensa.

Beati i fanciulli! Beati come essi soli possono essere! Che bisogno hanno della ricchezza? Che bisogno di qualsiasi bene più materiale e tangibile dei beni che posseggono? Questi valgono assai più dell'oro o della fama. Sono la candida fede, la speranza ingenua dell'infanzia. Con tutta la potenza immaginativa d'una fantasia non frenata da disinganni e delusioni, ogni fanciullo fabbrica gli stessi castelli in aria che milioni e milioni d'altri hanno fabbricato o fabbricheranno fino alla fine dei secoli. Veggono splendere in lontananza vaghe figure, e non sanno che sono fantasmi. Le veggono adergersi e rifulgere, e i loro occhi affascinati si fissano in quelle, sorvolando sugli spazi tenebrosi che si frappongono, senza scorgere i perigli dell'aspra via, senza sospetto dei precipizi e delle insidie in cui molti dovranno cadere. Fiduciosi di guadagnare la gloriosa mèta, imprendono l'arduo cammino esultando. Sia benedetta l'illusione infantile, se pure è illusione! Non togliete d'inganno quei credenti, o uomini savi! Non soffocate quella buona speranza che è un dono di Dio, e che forse nel suo aereo volo li porterà a salvamento sopra qualche passo scabroso, qualche abisso della vita. Ahimè, già dura poco, e una volta spenta, la via si fa più dura!

Certo la gioia che faceva brillare il cuore a Guglielmo e Gertrude derivava in gran parte dalla generosità del sentimento che li commoveva. Nei loro sogni ambiziosi essi vagheggiavano solo la consolazione d'allietare i vecchi giorni di coloro che amavano. Era un nobile spirito di carità filiale, di tenera gratitudine quello che li animava: naturale in entrambi, ma in lui tanto alimentato dalla pia educazione ricevuta da aver assunto il carattere d'un principio, in lei mèro impulso. E guai alla misera natura umana quando è governata unicamente dalle sue passioni! La povera bambina aveva altri impulsi meno felici (chi non ne ha?), e se il primo meritava d'essere incoraggiato e fortificato, era necessario sradicare e distruggere i secondi.

True, acceso l'ultimo lampione di quella strada, svoltò in un'altra seguito dai due fanciulli. Ma dopo una dozzina di passi Gertrude si fermò di botto, risoluta a non proseguire, e tirando Guglielmo per la mano, tentò di farlo tornare indietro.

— Che hai, Gertrudina? — domandò egli. — Sei stanca?

— Oh no! Ma non posso andar più oltre.

— Perchè mai?

— Perchè.... perchè.... — e abbassando la voce la piccina accostò le labbra all'orecchio del suo compagno — qui ci sta Annetta Grant. Vedo la casa.... M'ero dimenticata che lo zio True deve andarci.... E io ho paura.

— Oho! — fece Guglielmo rizzandosi con aria dignitosa. — Vorrei un po' sapere di che hai paura quando io sono con te! Si provi, mo', a toccarti, se n'ha il coraggio. Te, o lo zio True! Riderei. —

E con parole affettuose e piacevoli prese a persuaderla, dicendole che secondo ogni probabilità Annetta Grant non li avrebbe veduti, ma che forse loro avrebbero veduto lei; il che appunto egli vivamente desiderava. I timori di Gertrude furono presto vinti. Ella non era timida, per natura. L'improvvisa scossa provata rivedendo l'antica sua casa, aveva ridestato in lei il suo orrore, il suo terrore della vecchia Annetta; ma non ci vollero gran ragionamenti per dissipare quello sgomento dimostrandole che oramai ella era al sicuro; e bentosto vi succedette il desiderio di far conoscere a Guglielmo la sua persecutrice d'un tempo. Sicchè quando giunsero davanti alla casa aborrita ella sperava anzichè temere di vederla. E per vederla l'occasione non poteva essere migliore. Annetta era affacciata alla finestra e leticava furiosamente con una vicina. Il suo volto esprimeva tutta la violenza della collera che le bolliva dentro, e, brutto com'era sempre, offriva in quel momento una così chiara impronta del suo carattere, che nessuno le avrebbe potuto contrastare il diritto al titolo di megera, virago, dragone, o altro di simile significato.

— Quale delle due? — domandò Guglielmo. — Quella alta che gesticola con una caffettiera in mano? Scommetto che or ora, se non ci bada, rompe il manico....

— Sì, quella.

— O che fa?

— Letica con la signorina Birch. Sempre ce l'ha con qualcuno. Non ci vede mica, noi, non è vero?

— No, è troppo occupata. Vieni, non ci fermiamo qui. È brutta quanto me la figuravo. Io per me l'ho veduta abbastanza, e tu pure, credo. Tira via. —

Ma Gertrude indugiava. Resa coraggiosa dalla certezza che la nemica non s'accorgeva della sua presenza, la fissava intentamente, e i suoi occhi scintillavano animati non più dall'eccitazione d'una sana e innocente allegrezza come poco prima, ma dal fuoco dell'ira e dell'odio, un fuoco che Annetta Grant le aveva acceso nel cuore da anni e che non ancora estinto ridivampava in tutta la sua forza alla vista di lei.

Guglielmo, pensando ch'era tardi e vedendo la torcia del lampionaio già in fondo alla strada, usò, per indurre la bambina a seguirlo, l'espediente di lasciarla e andarsene dicendole:

— Se tu non vieni, Gertrude, io non posso aspettare. —

Ella si volse, attese ch'egli s'allontanasse alquanto, poi, ratta come il baleno, si chinò, raccattò un ciottolo sul marciapiede, e lo scagliò contro la finestra. S'udì un fracasso di vetri rotti e un'esclamazione della nota voce d'Annetta Grant; ma Gertrude non stette ad osservare il risultato della sua prodezza. Quel fracasso, quella voce, ridestarono i suoi terrori; perdutamente, se la dette a gambe, oltrepassò Guglielmo, nè si fermò finchè non si sentì sicura a fianco di Trueman. Guglielmo non li raggiunse che vicino a casa.

— Gertrude, — egli gridò correndo verso di lei tutto ansante — sai che cos'hai fatto? Hai rotto la vetrata della finestra! —

La bambina lo evitò voltando le spalle, fece il grugno, e dichiarò che questa era stata appunto la sua intenzione.

Il lampionaio domandò di che finestra parlassero. Ella confessò tutto, senz'ambagi, e soggiunse che l'aveva fatto apposta. True e Guglielmo tacquero, scandalizzati. Gertrude anch'essa non aperse bocca durante il resto del percorso. Aveva il visetto rannuvolato e un senso d'infelicità nel piccolo cuore. Ella non comprendeva sè stessa nè le proprie sensazioni. Ma l'espressione di quel visetto palesava che quando il male prevaleva violentemente sull'anima sua, la pace e la giocondità ne fuggivano. Povera creatura! Hai pur bisogno che ti sia insegnata la verità! Piaccia a Dio che la luce interiore ti divenga un giorno cara come t'è oggi la luce esteriore.

Guglielmo s'accomiatò da True e da lei sulla soglia della casa, e, secondo il solito, non lo rividero per tutta la settimana.

IX.

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Ma silenzio. Contendere di un'alta

Legge non debbo col voler che forse

Ha reconditi fini a cui non giunge

Il mio intelletto....

Milton.

— Babbo, — disse la signora Sullivan al vecchio Cooper, il quale, pronto per uscire, raccoglieva i vari oggetti che gli occorrevano in chiesa il sabato sera — perchè non fate venire con voi Gertrude? Vi porterebbe una parte di quella roba che non potete pigliare tutta in una volta, e le farebbe tanto piacere.

— Non mi sarebbe che d'impaccio, — rispose egli. — Io posso benissimo portare ogni cosa da me. —

Ma quando ebbe una lanterna e un secchietto da carbone in una mano, una piccola accetta e un paniere di trucioli nell'altra, e una scaletta a piuoli in ispalla, dovette riconoscere che non trovava modo di prendere anche il martello e l'involto dei chiodi.

La signora Sullivan dunque chiamò Gertrude e le domandò se voleva andare in chiesa col signor Cooper e aiutarlo a portare i suoi arnesi.

La bambina fu lietissima della proposta, e presi i chiodi e il martello s'incamminò allegramente.

Giunti alla chiesa, il vecchio sagrestano la lasciò libera dicendole che poteva baloccarsi a suo talento purchè non facesse chiasso e non sciupasse nulla; e passò nella sagrestia dove principiò il suo lavoro di spazzatura e spolveratura e preparò i fuochi. Gertrude intanto, rimasta sola, si divertì qualche tempo a girellare per le navate deserte e tra le panche, osservando da vicino tutto quello che fino allora non aveva veduto che da un angolo della galleria; poi salì nel pulpito e s'immaginò di tenere un bel sermone a un numeroso uditorio. Tuttavia cominciava ad annoiarsi, quando l'organista, entrato senza che ella se n'avvedesse, si mise a sonare una musica sommessa e dolce; allora scese, sedette sugli scalini, e ascoltò con attenzione e piacere vivissimo. Ma di lì a poco la porta in fondo alla navata maggiore si aperse, e una coppia di visitatori venne a distrarre Gertrude attirando tutta la sua curiosità. L'uno era un uomo anziano vestito come un ecclesiastico, piccolo, smilzo, con capelli grigi e radi, fronte alta, lineamenti piuttosto aguzzi, ma quantunque di poca appariscenza, notevole per l'espressione serena e benigna della sua fisonomia; l'altra una giovane signora sui venticinque anni, la quale s'appoggiava al suo braccio. Ella indossava un abito semplicissimo, di colore bruno scuro come il cappellino chiuso nel quale spiccava soltanto, intorno al viso, una guarnizione di nastro celeste. L'unica parte del suo vestiario che fosse ricca ed elegante era un boa di zibellino fermato sotto la gola da un prezioso anello d'oro smaltato. Di statura alquanto inferiore alla media, aveva però un personalino grazioso e ben tornito; i lineamenti erano fini e regolari, la carnagione fresca sebbene un poco pallida, i capelli d'un castagno chiaro e acconciati con gusto. Ella non alzava mai gli occhi mentre veniva lentamente avanzandosi nella navata, e le lunghe ciglia quasi le toccavano le gote. I due passarono davanti al pulpito senza notar la bambina seduta sugli scalini.

— Sono lieto che l'organo vi piaccia, — disse il signore. — Io non posso chiamarmi giudice competente in fatto di musica; ma dicono che lo strumento è di rara eccellenza e che Hermann lo suona con somma perizia.

— Neppure l'opinione mia è di molto valore, — rispose la signora. — La musica è per me un gran diletto senza ch'io ne abbia cognizioni profonde. Ma questa sinfonia è davvero deliziosa: da lungo tempo non avevo sentito melodie che mi commovessero così il cuore. Forse è anche perchè le voci dell'organo risuonano tanto dolcemente nella quiete solenne della chiesa. Io amo la solitudine delle grandi chiese nei giorni feriali. Vi ringrazio d'esser venuto a prendermi stasera. Come mai ci avete pensato?

— M'immaginavo che vi farebbe piacere. Sapevo che Hermann sonerebbe a quest'ora; e poi, vedendovi così pallidina, m'è parso che un po' di moto vi dovesse giovare.

— Infatti. Non mi sentivo bene, e l'aria aperta e frizzante era proprio quello che mi ci voleva. Desideravo perciò fare una passeggiata, ma la signora Ellis era occupatissima, e io non posso uscire sola.

— Credevo di trovar qui il sagrestano.... Ho da parlargli circa la luce; i giorni sono corti ora, e fa buio presto; bisogna che lo preghi d'aprire un po' più le gelosie, altrimenti domani non ci veggo a leggere il mio sermone. Forse è nella sagrestia.... C'è sempre in qualche parte della chiesa, il sabato. Sarà meglio ch'io vada a cercarlo.... —

In quella entrò appunto il signor Cooper, il quale, visto il pastore, venne a lui, e dopo ricevuti i suoi ordini, gli parlò piano chiedendogli senza dubbio d'accompagnarlo in un luogo, perchè questi esitò, guardò la signora e disse:

— Già, sarebbe opportuno ch'io ci andassi oggi, tanto più che ci siete anche voi. Peccato perder l'occasione.... Ma.... non so.... —

Poi, rivolgendosi alla giovane, soggiunse:

— Emilia, il signor Cooper vorrebbe ch'io mi recassi con lui dalla signora Glass, e, certo, dovrei rimaner fuori qualche tempo. Vi dispiacerebbe aspettarmi qui fino al mio ritorno? È vero che abita nella via attigua, ma può darsi ch'io debba trattenermi un poco, perchè si tratta di quei volumi della biblioteca così maliziosamente sfregiati; io ho gran paura che il suo figliuolo maggiore c'entri per molto in questa birbonata. Sarebbe necessario chiarire la cosa prima di domani; e difficilmente io potrei stasera ritornare così lontano. Altrimenti non avrei pensato a lasciarvi.

— Andate, signor Arnold, — rispose Emilia — e quanto a me siate pur tranquillo. Starmene seduta qui in chiesa e ascoltare la musica dell'organo non sarà che un piacere. Il signor Hermann suona ch'è un incanto; il tempo non mi parrà lungo, ve l'assicuro. Dunque non abbiate fretta per causa mia, ve ne prego. —

Il signor Arnold, acquetati i suoi scrupoli, risolse d'andare. Condusse la signora a sedere accanto al pulpito, e uscì col vecchio sagrestano.

Durante tutto questo tempo Gertrude, ritiratasi quatta quatta sull'ultimo scalino in alto, e mezzo nascosta dalla cattedra, era rimasta inosservata. Ma non appena udì la porta chiudersi con un colpo fragoroso dietro i due uomini, si rizzò e cominciò a scendere. Al primo suo passo la giovane diede un sobbalzo ed esclamò piuttosto bruscamente:

— Chi c'è? —

Gertrude si fermò e non rispose. Cosa strana, la signora non aveva guardato in su quantunque dovesse pur avere percepito che il rumore veniva di sopra il suo capo. Seguì un momento di silenzio. Poi la bambina continuò a scendere, correndo. Questa volta l'altra balzò in piedi, e stendendo un braccio dinanzi a sè, ripetette vivamente la domanda:

— Chi c'è?

— Sono io, — disse Gertrude guardandola in viso — io sola.

— Volete fermarvi un poco e parlare con me? —

Gertrude attratta dalla voce più soave che mai avesse udita, venne a fermarsi proprio accosto ad Emilia, la quale le pose una mano sul capo e la trasse a sè chiedendole:

— Chi sei tu, bambina?

— Gertrude.

— E poi?

— Niente.

— O l'altro tuo nome l'hai dimenticato?

— Io non ho nessun altro nome.

— Con chi sei venuta in chiesa?

— Ci sono venuta col signor Cooper. L'ho aiutato a portare i suoi arnesi.

— E t'ha lasciata qui ad aspettarlo come sono stata lasciata io. Dunque dobbiamo tenerci compagnia, non ti pare? —

La bambina rise.

— Dov'eri? Sulla scaletta del pulpito?

— Sì.

— Bene, siedi su questo scalino basso, vicino alla mia seggiola, e discorriamo un poco. Voglio vedere se mi riesce di trovare il tuo secondo nome. Con chi abiti?

— Con lo zio True.

— True?

— Sì: il signor True Flint. Adesso abito con lui perchè mi portò a casa sua la notte che Annetta Grant mi cacciò fuori, sul marciapiede.

— Che? Sei tu quella? Ho dunque già inteso parlare di te! Il signor Flint mi raccontò tutta la tua storia.

— Voi conoscete mio zio True?

— Sì, moltissimo.

— E come vi chiamate, voi?

— Emilia Graham.

— Oh, — esclamò la bambina rizzandosi con un salto e battendo le mani — so, so chi siete! Voi gli avete raccomandato di tenermi seco, lo disse lui, ed io lo sentii.... Voi m'avete dato i miei vestiti.... E siete buona, e siete bella, ed io vi voglio bene.... tanto, tanto bene! —

Mentre Gertrude proferiva queste parole con voce commossa, un'espressione strana, di viva ed inquieta curiosità appariva nel volto della signorina Graham come se i toni di quella voce facessero vibrare una corda della sua memoria. Ella non parlò, ma passando un braccio intorno alla vita della piccina se la trasse ancor più accosto. Il suo aspetto riprese la serena compostezza abituale. Gertrude la guardava con l'aria di maraviglia che aveva da quando era incominciato il loro colloquio; e ad un tratto uscì a dire:

— Avete sonno?

— Punto. Perchè?

— Perchè tenete gli occhi chiusi.

— Sono chiusi sempre, bimba mia.

— Sempre! O per qual ragione?

— Io sono cieca. Non posso veder nulla.

— Non potete vedere! Proprio nulla nulla? Sicchè, me non mi vedete?

— No.

— Ah! — proruppe Gertrude facendo un respirone. — Quanto ne sono contenta!

— Contenta! — esclamò la cieca con l'accento più doloroso che mai fosse udito.

— Oh sì, sono contenta che non mi vediate, perchè così forse mi amerete! — disse la bambina.

— E non t'amerei se ti vedessi? — domandò Emilia strisciandole lievemente la mano sul viso.

— No di certo! — ella rispose. — Sono tanto brutta! E però mi fa piacere che non possiate saper come io sia.

— Ma pensa, Gertrude, — riprese la signorina Graham con immensa tristezza — che proveresti se tu non potessi vedere la luce, nè le cose, nè le persone?

— Ma voi dunque non vedete neppure il sole, le stelle, il cielo?... Siete nel buio?

— Nel buio, sempre, notte e giorno. —

Gertrude dette in un violento scoppio di pianto.

— Oh! — fece quando potè ritrovare un fil di voce tra i singhiozzi. — L'è troppo dura! Troppo, troppo, troppo! —

La sua disperazione fu contagiosa. Per la prima volta la giovane cieca versò amare lacrime sulla propria sventura.

Ma fu un breve momento. Si dominò subito e cercò di calmare la piccina.

— Chetati! Non piangere! Non dire ch'è troppo dura la mia sorte.... Io, sai, la sopporto benissimo.... Essendo avvezza così, sono felice lo stesso.

— Io invece nel buio sarei infelicissima. Lo odio. Non sono contenta, no, che siate cieca.... Me ne dispiace anzi assai.... Vorrei che vedeste ogni cosa, e me pure.... O non ci sarebbe un qualche modo d'aprirveli, gli occhi?

— No, non c'è. Ma non parliamo più di questo; parliamo di te, piuttosto. Dimmi perchè ti figuri d'essere tanto brutta.

— Perchè la gente lo dice. E i bambini brutti nessuno li ama.

— Sì, anche i bambini brutti sono amati, purchè siano buoni.

— Ma io non sono buona. Al contrario. Cattivissima.

— Puoi diventar buona, però, e allora t'ameranno tutti.

— Credete ch'io possa?

— Se ti ci sforzi, sì.

— Mi ci sforzerò.

— Lo spero. Il signor Flint aspetta grandi consolazioni dalla sua bimba, e tu devi fare tutto il possibile per dargliele. —

Emilia le rivolse poi molte domande sulla sua vita in casa d'Annetta Grant. E il racconto che l'orfanella le fece de' suoi molteplici patimenti, le prese l'animo a segno ch'ella non avvertì la fuga del tempo nè la partenza dell'organista il quale, cessato di sonare, aveva chiuso il suo strumento e se n'era andato.

Gertrude era molto comunicativa. Benchè di primo acchito si mostrasse ritrosa con gli estranei, bastava qualche buona parola per guadagnarne la confidenza; e nel caso presente la voce dolcissima d'Emilia, il suo tono di simpatia, le andavano diritto al cuore. Cosa singolare, ella, vissuta sempre fra gente d'umile condizione, anzi, fino a poco addietro, dell'infima plebe, non sentiva punto quel timore, quell'impaccio, che sarebbero parsi naturali in lei nel parlare per la prima volta a una vera signora, nata in mezzo all'opulenza, educata con tutte le raffinatezze del lusso, cólta, di modi eletti. Ella invece si stringeva affettuosamente alla giovane e accarezzava il suo boa con altrettanta libertà che se fosse anch'essa venuta al mondo in un palazzo e le pellicce di zibellino l'avessero avvolta fin nella culla. Non si peritò neppure di prendere ripetutamente la fine mano inguantata della signorina Graham e tenerla tra le sue, premendola forte: sua maniera favorita d'esprimere una calda gratitudine, un'ammirazione entusiastica. Ma non meno profondi erano i sentimenti destati dall'eccitabile e strana creatura nel cuore d'Emilia. Questa ben vedeva a qual segno la povera bambina fosse stata negletta, comprendeva quanto dovessero essere perniciosi gli effetti dei mali trattamenti sofferti nell'infanzia su quella natura capace di virtù ma impetuosa, e quanto importasse combatterli con un'accurata educazione affinchè non ne distruggessero in germe le felici disposizioni. Le due novelle amiche s'intrattenevano così, senza pensare all'ora già tarda, quando il signor Arnold entrò a passi accelerati, un po' trafelato, chiamando Emilia fin dal fondo della navata.

— Cara, temo che abbiate pensato ch'io vi dimenticassi.... Mi son dovuto indugiare assai più che non credevo. Non vi ritrovo stanca e scoraggiata?

— Proprio tanto, siete stato? A me non sembra! — ella rispose. — Gli è che, come vedete, ho una compagnia.

— Una bimba? O di dove è sbucato cotesto topolino? — fece il pastore, gioviale e bonario.

— È venuta in chiesa col signor Cooper. Non è ritornato ancora a prenderla?

— Cooper? No, è andato direttamente a casa, dopo che ci siamo lasciati. Sicuro, non se ne ricordava per nulla.... E ora che si fa?

— Non possiamo ricondurla a casa noi? È lontano?

— Ci sono da qui due o tre lunghe vie, tutte fuori della nostra direzione. Voi non dovete camminar tanto.

— Oh, sono già rimessa in forze! Non mi stancherò. E dovessi anche stancarmi un poco, sarebbe meno male per me che non sapere questa piccina a casa sua sana e salva. —

Se Emilia avesse potuto vedere in quel momento il viso di Gertrude, la viva gratitudine che ne spirava l'avrebbe compensata di qualsiasi fatica.

Il signor Arnold e la signorina Graham accompagnarono dunque Gertrude a casa, e sulla soglia la signorina la baciò, ed ella fu quella notte una bimba felice.

X.

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Col voler che lo spirito governa

Con ogni fiero torto perdonato

Con quanto svelle il cuore del peccato

La donna acquista la salute eterna.

N. P. Willis.

La fanciulla cieca non dimenticò la piccola Gertrude. Nè mai Emilia Graham dimenticava le pene e i bisogni altrui. Ella non poteva vedere il mondo esteriore, ma aveva in sè un mondo d'amore e di compassione che si manifestava in sentimenti e in atti di generosa benevolenza e di carità. Ella viveva una vita d'amore. Amava Dio con tutta l'anima e il prossimo come sè stessa. La sventura sua propria, la sua propria miseria, non avevano rimedio, ed ella le sopportava senza lamenti; ma le sventure e le miserie degli altri erano divenute la sua cura, e l'alleviarle la sua gioia. Nel fare il bene era instancabile. Numerose benedizioni venivano implorate sul suo capo da giovani e vecchi, per benefizi ottenuti; numerose preghiere le venivano rivolte per ottenerne. A tutti ella era pietosa. Ma nessuna storia di dolore l'aveva mai così profondamente commossa come quella di Gertrude. Pronta sempre ad ascoltare chi le narrava i propri guai, ella sapeva che molte creature nascono in povertà, crescono nell'indigenza; sapeva che non pochi sono i fanciulli maltrattati, negletti, abbandonati. Fin qui non era una storia nuova per lei. Ma qualche cosa nella bambina stessa l'attirava, l'appassionava in modo straordinario. I toni della sua voce, l'accento patetico e il calore con cui parlava, il suo tenero e confidente abbandono quand'ella l'aveva tratta a sè, quell'afferrarle e stringerle la mano con atto così spontaneo, e soprattutto la veemenza del suo cordoglio nel comprendere alfine tutta l'immensità della sciagura onde ella era colpita, non le uscivano più di mente. Sognò Gertrude la notte, pensò a lei durante il giorno. Ella non si rendeva ragione del sentimento che la spingeva verso quella piccola estranea, ma era un impulso irresistibile; tanto che mandò a chiamare True Flint struggendosi d'essere più minutamente ragguagliata sul conto suo.

Egli venne, e parlarono a lungo dell'orfanella. Il buon uomo giubilava ascoltando la signorina Graham. Era una grande consolazione per lui che la sua figlioletta adottiva si fosse cattivata la benevolenza d'una persona ch'egli rispettava ed ammirava in sommo grado. Anche Gertrude gli aveva raccontato il loro incontro in chiesa, e parlato con ardore della cara signora ch'era stata così amorosa con lei, e che l'aveva accompagnata a casa, mentre il vecchio Cooper s'era addirittura dimenticato d'averla lasciata lì: ma egli non s'immaginava che quel subito attaccamento fosse reciproco.

Emilia gli domandò se non intendesse di mandare la ragazzina a scuola.

— Veramente, non so.... — rispose True. — È piccina ancora, e poco avvezza a stare con altri bambini. E poi mi dispiacerebbe privarmi della sua compagnia: io godo di vedermela dattorno. —

Ella osservò ch'era tempo che Gertrude imparasse a leggere e a scrivere, e che quanto più presto avrebbe cominciato a stare co' suoi coetanei, tanto più agevolmente ci si sarebbe avvezzata.

— Sicuro, sicuro, — fece egli — è giustissimo. Se dunque credete per il suo meglio che vada a scuola, gliene parlerò. Sentiremo che dice.

— Ma sì. Io credo che ci piglierebbe gusto e farebbe grandi progressi. Circa i vestiti, se qualche cosa le manca, io...

— Oh no, no, signorina Emilia, non occorre nulla! È ben rimpannucciata per ora, grazie alla bontà vostra....

— Basta, ricordatevi che in caso di bisogno dovete ricorrere a me. L'abbiamo adottata insieme quella figliuola, e io mi sono assunta l'impegno di fare per lei tutto ciò che posso. Quindi, se mai, non esitate. Sarò lieta di potervi esser utile, credetelo. Mio padre si sente sempre obbligatissimo verso di voi, signor Flint, per i vostri fedeli servigi che hanno finito col costarvi tanto caro.

— Oh, signorina Emilia, il signor Graham è stato per me il migliore degli amici, e quanto all'infortunio che mi toccò lavorando ne' suoi magazzini nessuno n'ebbe colpa fuori di me; la sbadataggine mia fu la sola causa di tutto il male!...

— So, so che voi lo dite, ma il nostro rincrescimento non è minore per questo. Ve lo ripeto, non dimenticate ch'io mi stimerò felice di poter venire in aiuto alla piccola Gertrude. Mi piacerebbe d'averla qui un giorno, se voi permettete, e se essa è contenta di venire....

— Figuratevi se sarà contenta! Grazie, grazie di cuore.... —

Alcuni giorni dopo Gertrude andò con True a casa Graham per visitare la signorina; ma la governante che incontrarono nell'atrio disse loro ch'ella era malata e non riceveva nessuno; sicchè tornarono indietro pieni di rammarico.

Seppero poi che Emilia si era buscata una forte infreddatura la sera che troppo a lungo era rimasta a sedere in chiesa, e che appunto quel giorno si trovava molto incomodata; nondimeno avrebbe di buon grado fatto passare in camera sua Gertrude di cui desiderava la visita, e assai si dolse con la signora Ellis per averli ella di proprio arbitrio rimandati così bruscamente.

True aspettò il sabato a fine di comunicare alla piccina, in presenza di Guglielmo, il divisamento di mandarla a scuola. Gertrude su quel subito recalcitrò; ma Guglielmo approvava l'idea calorosamente, e quando lo zio True ebbe soggiunto che gliel'aveva suggerita la signorina Graham, ella acconsentì, sebbene non senza riluttanza, a cominciare la settimana ventura, per prova. Quindi il lunedì seguente egli la condusse a una scuola elementare. Vi fu ammessa, e la sua educazione incominciò. Il sabato dopo, il ragazzo, non appena venuto a casa, secondo il solito, entrò come una folata di vento nella camera del vicino, tanto lo pungeva la curiosità di sapere che impressione avesse fatto la scuola a Gertrudina. La trovò seduta alla tavola con davanti il suo abbecedario aperto.

— O Guglielmo, o Guglielmo! — gridò ella vedendolo apparire. — Vieni a sentirmi leggere! —

«Leggere» era forse dir troppo. Le sue cognizioni non s'estendevano oltre l'alfabeto e qualche sillaba compitata. Ma Guglielmo non le fu parco d'elogi, ben meritati del resto, perchè era stata veramente diligentissima. Egli rimase stupito udendola dichiarare che le piaceva la scuola, le piaceva la maestra, le piacevano le condiscepole. S'aspettava invece che tutta la baracca le dispiacesse tanto da farla «andar nei nuvoli»; espressione da lui usata per indicare i suoi accessi di collera. S'era ingannato. Finora almeno, le cose procedevano a maraviglia. Gertrude non gli era mai sembrata così allegra, così felice come quella sera. Egli le promise d'assisterla ne' suoi studi; e i programmi letterari dei due fanciulli salirono tanto alto, che pareva di sentir discorrere un poeta laureato e un filosofo.

Durante alcune settimane tutto infatti andò per la piana. Gertrude frequentava la scuola regolarmente e seguitava a fare rapidi progressi. Guglielmo veniva tutti i sabati a sentirla leggere, e l'aiutava, l'incoraggiava con le sue lodi. Il perspicace ragazzo però ebbe presto il sospetto che ella avesse già avuto qualche attrito con certune delle scolare più grandi contro le quali cominciava a manifestare sintomi d'avversione. Insomma, qual si fosse l'origine dell'ostilità latente, la crisi non tardò a scoppiare.

Un giorno, mentre le bambine erano radunate nel cortile della scuola per la ricreazione, venne a passare di là, lungo il marciapiede, Trueman in abito da lavoro, con la scala portatile e il vaso dell'olio. Gertrude lo vide, e saltando, ridendo, chiamandolo forte, corse in istrada, lo raggiunse. Trattenutasi due o tre minuti, rientrò di galoppo, trafelata ed allegra, eccitatissima dalla gioia di quell'incontro insperato. La truppa delle «grandi» che da un pezzo le si mostravano poco benevole, l'aveva osservata, e tosto ch'ella fu di ritorno una di loro le domandò:

— O chi è quell'uomo?

— È mio zio True.

— Tuo.... che cosa?

— Mio zio, il signor Flint. Io sto con lui.

— Sicchè tu appartieni al lampionaio? — fece la ragazza con tono insolente. — Ah, ah, ah!

— Che c'è da ridere? — disse fieramente Gertrude.

— Uh! Io con lui non ci starei davvero, sudicio affumicato com'è.... Vecchio Negrone! —

L'epiteto ebbe fortuna, e in un baleno circolò da un angolo all'altro del cortile, fra matte risa.

Gertrude era furibonda. Con gli occhi scintillanti e i pugni stretti, si slanciò senza esitare contro la folla, sfidandola a battaglia. Ma sopraffatta dal numero delle avversarie, ed accecata dalla propria collera, ebbe naturalmente la peggio e fu cacciata fuori.

Ella si diresse a tutta corsa verso casa, piangendo e urlando con quanto n'aveva in canna. Nella sua fuga precipitosa dette di cozzo, sul marciapiede, in una signora alta e massiccia, dal portamento piuttosto rigido, la quale camminava lentamente nella direzione medesima, con un'altra d'assai minore statura, appoggiata al suo braccio.

— Misericordia! — esclamò il donnone che tra la violenza dell'urto improvviso e il suo spavento aveva quasi perduto l'equilibrio. — Orrida monella! —

E così dicendo scoteva Gertrude ch'ella era giunta ad afferrare per una spalla. Quest'incidente non servì che a raddoppiare il furore della piccina, e insieme la sua velocità. In pochi minuti ella fu nella camera di Trueman, acquattata in un cantuccio dietro il letto, con la faccia contro il muro e coperta dalle mani, secondo il suo costume nei momenti critici. Là si trovò libera di strillare quanto voleva, perchè la signora Sullivan era uscita e nessun altro l'udiva; favorevole circostanza di cui approfittò largamente.

Non a lungo però. A un tratto sentì chiudere il cancello della corte con un colpo secco, e passi che al suono le parvero d'estranei attirarono la sua attenzione, avvicinandosi all'entrata del quartierino. Ella fece uno sforzo per dominarsi, e dopo due ultimi singhiozzi spasmodici riescì a tacere. Fu picchiato all'uscio. Non rispose nè si mosse dal suo nascondiglio. Senza ripicchiare, qualcuno alzò il saliscendi, ed entrò.

— Non dev'esserci nessuno, — disse una voce femminile. — Peccato!

— No? Me ne dispiace, — disse un'altra i cui dolci toni musicali rivelarono subito a Gertrude la presenza d'Emilia Graham.

— Lo sapevo io che avreste fatto meglio a non venire qui voi stessa! — riprese la prima, ch'era quella della signora Ellis: il donnone a cui Gertrude aveva fatto pigliare quel grosso spavento.

— Oh, non mi dolgo d'esser venuta! — rispose la signorina. — Potete benissimo lasciarmi qui e andare da vostra sorella. Intanto, o il signor Flint o la bimba, probabilmente ritornerà a casa.

— Non è convenienza, signorina Emilia, che voi siate portata in giro come un pacco che si depone qua o là e si viene a riprendere. L'altro giorno aspettando il pastore in chiesa vi buscaste una terribile infreddatura di cui siete a mala pena guarita.... Il signor Graham finirà con l'inquietarsi....

— Oh, non vi mettete in pensiero, signora Ellis! Qui si sta veramente bene. La chiesa è un po' umida io credo. Via, mettetemi nel seggiolone del signor Flint; io son contenta così.

— E sia, allora. Ma per ogni conto, farò un buon fuoco in quella stufa prima d'andarmene. —

L'energica governante afferrò l'attizzatoio, accozzò i carboni, usò senza risparmio le fascine di True, e dopo aver aspettato di veder alzarsi la fiamma e sentirla scoppiettare, mise da parte il boa ed il cappellino d'Emilia, e uscì col suo passo grave e sonoro, il quale, quando erano venute, aveva reso così impercettibile quello leggerissimo della giovane, da far credere a Gertrude che una sola persona attraversasse la corte. Tosto che il rumore del cancello avvertì che la signora Ellis era davvero partita, la bambina cessò il suo sforzo, trasse un profondo sospiro, e si sfogò, ansimando:

— Ohimè! Ohimè!

— Come! — esclamò Emilia. — Tu sei qui, Gertrude?

— Sì, — rispose ella tra i singhiozzi.

— Vieni accanto a me, figliuola. —

Gertrude non se lo fece dire due volte. Balzò in piedi, corse a lei, e gettatasi per terra nascose il capo nel suo grembo, ricominciando a pianger forte con tal violenza, che tutto il suo corpicino ne tremava.

— Ebbene, che t'è successo? — le domandò la cieca.

Ma ella non era in istato di rispondere. Quella lo comprese, e senza più interrogarla se la pigliò sulle ginocchia, le fece posar la testa sulla sua spalla, e asciugò con la propria pezzuola le lacrime che le inondavano la faccia.

Le sue tenere parole, le sue carezze, calmarono la piccina; e quando si fu chetata, invece d'insistere subito per conoscere la causa di quella disperazione, ella molto giudiziosamente le diresse altre domande; infine però le chiese se andasse a scuola.

— Ci sono andata, — rispose Gertrude sollevando la testa. — Ma non ci vo mai più, mai!

— Che dici? E perchè no?

— Perchè odio quelle ragazzacce, — proruppe la bimba, irosamente. — Sì le odio! Brutte! Maligne!

— Gertrude, Gertrude, — ammonì Emilia — non parlare così. Tu non devi odiare nessuno.

— Perchè non devo?

— Perchè è un gran peccato.

— No che non è un peccato! Io vi dico di no! E le odio quelle maligne, e odio Annetta Grant, e l'odierò sempre!... Voi non odiate dunque nessuno?

— Io no.

— Ma nessuno mai affogò il vostro gattino? Nessuno mai chiamò vostro padre Vecchio Negrone sudicio affumicato? Se ve n'avessero fatte di questa posta, odiereste voi pure come me!

— Gertrude, — disse la giovane cieca, solennemente — tu mi dicesti l'altro giorno che sei una bimba cattiva, ma che desideri diventar buona e ti sforzerai di riescirvi. Vero? Ebbene, se vuoi diventar buona e farti perdonare, bisogna che tu perdoni agli altri. —

Gertrude tacque.

— Non brami che Dio ti conceda il suo perdono ed il suo amore?

— Dio che sta lassù in cielo e ha fatto le stelle?

— Sì.

— Credete che mi amerà e permetterà che vada in cielo anch'io una volta o l'altra?

— Sì, se tu sarai buona e amerai tutti quanti. —

Dopo avere riflettuto un poco la bambina concluse:

— Signorina Emilia, proprio non posso. Sicchè non ci andrò mai, lo veggo. —

In quella sentì cadere una lacrima sulla sua fronte. Alzò gli occhi, e fissò nel volto della cieca uno sguardo pensoso.

— Cara signorina Emilia, voi ci andrete?

— Procuro di meritarlo.

— Mi piacerebbe andarci con voi, — disse Gertrude scotendo la testa.

E s'immerse in una profonda meditazione. Emilia stimò di non doverla interrompere.

— Sentite, — riprese alfine la bambina con voce così sommessa ch'era appena un mormorio — vorrei provarmici ma temo di non potere.

— Dio ti benedica e t'aiuti, figliuola mia, — disse la cieca ponendole la destra sul capo.

Nessuna delle due parlò più. Passò così un buon quarto d'ora. Emilia, la quale teneva sempre Gertrude in grembo, s'era accorta, notando la regolarità del suo respiro, che, esausta dalla febbrile agitazione a cui era stata in preda, aveva finito col cadere in un placido sonno. Quando la governante fu di ritorno, ella, mostrandole la piccina addormentata, la pregò di portarla sul letto. La signora Ellis la compiacque, con un'aria di stupore, poi si volse a lei esclamando:

— Affemmia, signorina Emilia, quest'è la medesima spiritata creatura urlante che per poco non è stata dianzi causa della nostra morte! —

La giovane sorrise all'idea d'una bambinetta di otto anni che atterrava e annientava una donna delle dimensioni della signora Ellis, ma non disse nulla.

Perchè pianse Emilia quella notte, ricordando la scena della mattinata? Perchè, china, in ginocchio, lottò aspramente contro un fiero dolore? Perchè con sì fervida istanza chiese a Dio di darle nuova forza e nuovo coraggio, e implorò la Sua benedizione sul capo della fanciulletta? Perchè in lunghi anni di tenebre desolate, in molte ore di lotta terribile, di disperata angoscia, ella aveva sentito che un carattere come quello manifestato da Gertrude poteva, in un momento di suo tremendo predominio, funestare tutta una vita, bandirne per sempre ogni felicità terrena.

E però quella notte ella inalzò al Cielo un'ardente preghiera per impetrare la grazia di rimaner ferma nel suo proposito, di poter con l'aiuto divino conseguire il suo fine immortale curando quella piccola anima della cecità che l'affliggeva.

XI.

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Un influsso da lei spira che il cuore

Dell'afflitto, alla vita, alla speranza,

Richiama dagli abissi del dolore.

Hemans.

Il pomeriggio della domenica seguente trovò Gertrude seduta su un panchetto davanti a un piacevole focherello di legna, nella camera d'Emilia. I suoi grandi occhi erano fissi nel volto della fanciulla cieca che sembrava esercitare su lei un vero fascino, tale era l'attenzione con cui ella seguiva tutte le più fugaci espressioni di quei lineamenti. — Molte altre persone maggiori d'anni e di senno ne avevano, come Gertrude, sentito il dolce incanto senza poterlo definire. Non era la bellezza: almeno non una bellezza appariscente, perchè Emilia non l'aveva mai posseduta, neppure al tempo che due begli occhi color nocciuola illuminavano il suo viso; nè era quella potente attrattiva che danno ad alcune donne la voce e le maniere; la voce sua, benchè armoniosa, era così piana, e le sue maniere così semplici, che non conquistavano la fantasia d'assalto. Non era, infine, la compassione per la sua cecità. Quest'immensa sventura, certo, destava intorno a lei sentimenti di calda simpatia; ma i suoi amici dimenticavano spesso ch'ella non vedeva. Prima di tutto non erano costretti a rammentarsene, posto che Emilia non si lamentava mai, mai non intratteneva egoisticamente gli altri sulla propria infermità; e poi non c'era nulla di penoso nell'aspetto delle sue palpebre chiuse, ombreggiate da lunghissime ciglia. Accadeva quindi che, conversando con lei, qualcuno le parlasse di cose evidenti soltanto per il senso della vista, o perfino richiamasse la sua attenzione su questo o quell'oggetto: ed ella non rimproverava lo smemorato nemmeno con un sospiro, nè mostrava di non curarsi del mondo visibile da cui era esclusa; ma, paga in apparenza delle descrizioni che le venivano fatte e delle immagini che si formava nella mente, discorreva con piacevolezza su qualsiasi argomento preferito da' suoi interlocutori. Alcuni dicevano che Emilia Graham aveva una bocca graziosissima, e ne amavano le variabili espressioni; secondo altri nulla era più seducente in lei che la pozzetta nella sua guancia destra; parecchie ragazze desiderose di piacere confessavano che se avessero sperato di riescir a ondulare i loro capelli come quelli d'Emilia, li avrebbero intrecciati ogni sera: donava tanto! Ma i pochi eletti che grazie alla propria spiritualità erano capaci di comprendere e apprezzare il carattere della giovane cieca, i pochissimi suoi intimi che avevano saputo le sue lotte e veduto i suoi trionfi, se si fossero studiati di spiegarsi donde ella derivasse il potere di rapire i cuori e guadagnar l'amore e l'ammirazione di tutti, giovani e vecchi, avrebbero detto come Gertrude quella domenica che sedeva ai suoi piedi, fissandola intensamente: «Signorina Emilia, voi siete stata con Dio!»

Gertrude, certo, era una strana bambina. Per quanto ignorante, sentiva la superiorità d'Emilia Graham su ogni persona da lei finora conosciuta; e nella sua fede ch'ella appartenesse a un ordine di creature sovrumane, credeva implicitamente alla verità delle sue parole, si lasciava di buon grado guidare ove ella voleva, sicura che non cercava se non di giovarle perchè l'amava.

Con la sua voce soave Emilia impartiva alla piccola uditrice seduta dinanzi a lei sul panchettino, la prima lezione per insegnarle a distinguere il bene dal male. Ella non vedeva il visetto pensoso levato verso il suo viso; ma la profonda attenzione di Gertrude, che non fiatava, non si moveva, e più la stretta delle manine che avevano preso una sua mano e la tenevano, le provavano che di già un gran punto era vinto.

Gertrude non era più ritornata a scuola dopo il suo conflitto con le «grandi». A tutte le esortazioni di True ella aveva opposto un'ostinazione invincibile. Ma la signorina Graham, la quale comprendeva meglio di lui la natura della bambina, fece valere ragioni ben più forti di quelle che aveva potuto adoperare egli, e riuscì nell'intento che a lui era fallito. Ciò che eccitava così fieramente l'indignazione di Gertrude era l'insulto recato al suo vecchio amico; ma ella le presentò la cosa sotto un diverso aspetto, e la persuase che se amava davvero lo zio True, glielo avrebbe dimostrato in assai miglior modo obbedendo a' suoi desiderî che non ostinandosi in una pazza collera. Ottenuta così da lei la promessa che la mattina seguente sarebbe andata a scuola, le diede savi consigli circa il contegno da osservare verso le condiscepole che avevano provocato la sua avversione contro di loro, e la tranquillò dicendole che il signor Flint l'avrebbe certo accompagnata e fatto alla maestra le debite scuse per la sua assenza, nel qual caso ella non aveva più da temere difficoltà nè dispiaceri.

True, infatti, lietissimo della sua resipiscenza, andò alla scuola con lei, chiese della maestra, e nella sua maniera un po' rozza, ma schietta, le espose il caso e le affidò la bambina.

La signorina Browne era una giovane di buon senso e buoni sentimenti. Vide le cose nella vera luce. E chiamate in disparte le ragazze che con la loro malevola petulanza avevano eccitato la collera della piccola, parlò in guisa che si vergognarono della loro condotta e s'astennero in seguito dal molestare Gertrude. Questa poi strinse amicizia con due scolarette dell'età sua, ch'erano tra le più tranquille; nelle ore di ricreazione si divertiva con loro, e non ci furono altri guai.

Passò l'inverno. Ritornarono le tiepide giornate di primavera, liete di sole, in cui Gertrude poteva sedere davanti alla finestra aperta o sulla soglia dell'uscio, quando gli uccelli cantavano, la mattina, tra i rami d'una vecchia acacia piantata nella stretta corte, o il tramonto raggiava la sua luce d'oro nella vasta camera di True e ci si vedeva a leggere fin quasi all'ora di coricarsi.

Ella aveva frequentato la scuola durante tutto l'inverno scorso, e fatto rapidi progressi, come sogliono i fanciulli intelligenti cui non s'è offerta l'opportunità d'istruirsi che ad un'età nella quale la mente già stimolata dall'ambizione è più pronta ad apprendere e più capace di buon profitto. Era fiorente di salute, e sempre linda, perchè Emilia la provvedeva generosamente di vestiti e biancheria, e la signora Sullivan prendeva cura della sua guardaroba. Ed era felice ed allegra, e saltellava per la casa, così vispa, così leggera, che True diceva che il suo uccellino non toccava mai la terra col tallone ma svolazzava attorno sulle punte dei piedini.

Il vecchio non avrebbe potuto amare con maggior tenerezza la sua figlioletta adottiva, se ne fosse stato il vero padre. Quando egli sedeva al suo fianco sulla grande panca che venuta la bella stagione era stata portata fuori, nella corte, e ascoltava, paziente ed attento le storie ch'ella gli leggeva ad alta voce, storie di bambine che non dicevano mai bugie, di ragazzini che obbedivano sempre i genitori, e specie di fanciulli che sapevano dominare il loro temperamento focoso, sembravano proprio fatti l'uno per l'altra, com'erano realmente. Il piacere che il buon uomo trovava in quei libri, donati da Emilia e letti e riletti da Gertrude, era così vivo e costante come se fosse stato un ragazzo anch'egli. Coi gomiti sulle ginocchia e il mento sulle palme, True stava a sentire gl'ingenui raccontini ridendo quando ella rideva, commovendosi non meno cordialmente di lei alle peripezie delle piccole eroine, e godendo del finale trionfo della verità, dell'obbedienza, della pazienza.

Emilia sapeva quale profonda impressione spesso facciano queste prime letture sull'animo dei bambini, e sceglieva i libri per la sua protetta con molta cura e molto criterio. La vita di Gertrude era adesso prospera e tranquilla quanto in passato misera e tormentata. Sei mesi innanzi si sentiva sola al mondo, negletta, non amata da nessuno. Adesso aveva parecchi amici e sapeva che vuol dire essere oggetto di cure affettuose, provveduta del necessario, accarezzata. Tutti i giorni della settimana avevano le loro gioie, ma il sabato e la domenica erano, come per la signora Sullivan, giorni beati, perchè Guglielmo veniva a udirla recitare le sue lezioni, a condurla a spasso, a ridere, a fare il chiasso con lei. Egli aveva sempre tante cose amene da raccontarle, era tanto pieno di vita, di brio, tanto pronto a partecipare a tutti i suoi disegni, a divertirla in mille maniere, ch'ella già dal lunedì mattina cominciava a contare i giorni fino al sabato venturo. E poi, allora, se c'era qualche piccolo guaio, se per esempio il vecchio orologio a pendolo s'era fermato, o s'era rotto un balocco, o peggio ancora le lezioni erano troppo difficili, Guglielmo rimediava a tutto, la traeva da ogni difficoltà, la consolava d'ogni suo puerile dispiacere. La madre stessa non lo attendeva con più ansiosa impazienza di Gertrude.

Ma il pomeriggio della domenica ella lo passava sempre con Emilia, nella camera di lei, ascoltando la sua voce soave, imbevendosi del dolce suo spirito. Emilia non le faceva prediche, non la stancava con esortazioni e precetti. La bambina neppur si sognava d'esser là per imparare qualche cosa. E intanto la giovane cieca diffondeva a grado a grado la luce in quell'anima oscura. Gl'insegnamenti divini, le verità generatrici di virtù, vi s'impiantavano per opera sua, con forza, ma in modo così naturale che Gertrude non s'accorgeva dell'azione esercitata su di lei. In progresso di tempo, però, quando la bontà fu appieno fortificata nell'intimo del suo essere, e le prime sue deboli resistenze al male, le prime sue infantili risoluzioni di perseveranza nel bene si furono maturate in principî saldamente radicati, e confermate nella pratica, ella riandando il passato comprese che là, in quelle domeniche benedette, mentre ascoltava Emilia sedendo su un panchetto a' suoi ginocchi, aveva ricevuto nel cuore i primi raggi della luce immortale che mai non s'estingue.

Così la sua tacita preghiera a Dio era stata esaudita. Egli aveva mandato alla fanciulletta ignara un suo messaggero terrestre, perchè la guidasse verso la pace sempiterna; un messaggero a' cui occhi suggellati erano invisibili i sentieri del mondo, ma che per lunga esperienza conosceva la via del cielo. E chi poteva guidarla meglio di colei che aveva così pazientemente appreso il cammino? Chi poteva esser atto a dissipare le tenebre di un'altra anima, più di colei alla quale Dio aveva dato una fiaccola divina per rischiarare la notte ond'era avvolta la sua vita?

Fu per Gertrude un gran dolore l'apprendere che la sua protettrice sarebbe tra poco andata in campagna per passarvi l'estate. Il signor Graham possedeva una villa amenissima a circa sei miglia da Boston, dove tutti gli anni si recava immancabilmente appena giunto il tempo delle piantagioni. Attivissimo uomo d'affari durante l'inverno, quando cominciava la stagione calda evadeva dal suo scrittoio, abbandonava il libro maestro e la corrispondenza commerciale, per dedicarsi tutto alle salubri fatiche e alle delizie del giardinaggio. Emilia promise alla bambina che un giorno di bel tempo l'avrebbe fatta venire alla villa, e sarebbero state insieme dalla mattina alla sera. Di questa visita Gertrude godette tre mesi avanti, nell'immaginazione, e più di tre mesi dopo, nella memoria.

La compensò alquanto dell'assenza d'Emilia il piacere di veder più spesso Guglielmo, il quale grazie alla lunghezza delle giornate trovava ora modo di fare qualche scappatina a casa, la sera. E Guglielmo sapeva confortarla qualunque fosse la causa del suo dolore.

XII.

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Ogni minuto scoccando

T'apporti di saper nova ricchezza,

Ogni minuto volando

Canti la tua bontà, la tua saggezza.

Cotton.

Una bella sera, sul finir dell'aprile, Gertrude, che era stata a salutare la signorina Graham prima della sua partenza per la campagna, sedeva in fondo alla corte, piangendo amaramente. Ella teneva in mano un libro e una lavagna nuova; i doni che Emilia le aveva fatto nell'accomiatarsi. Ma il libro era sempre involtato in un foglio, e la lavagna cosparsa di lacrime. Assorta nel dolore di quel distacco (il primo per lei dei tanti da cui la vita è contristata) non udì i passi che s'avvicinavano, nè s'avvide che qualcuno le stava dappresso, finchè non sentì due mani posarsi sulle sue spalle. Si voltò e si trovò tra le braccia di Guglielmo, con la faccia lacrimosa contro la sua faccia ridente.

— Olà, Gertrude! — esclamò egli. — Cotesta accoglienza tu mi fai quand'io vengo a casa una sera entro la settimana per passarla con voialtri? La mamma e il nonno sono fuori, cerco di te, e ti trovo immersa in un mare di lacrime che non mi lascia nemmeno vederti in viso. Via, via, smetti di piangere! Se tu ti figurassi come sei orribile così!

— O Guglielmo! — ella balbettò tra i singhiozzi. — Non sai che la signorina Emilia se n'è ita?

— Ita, dove?

— Lontano, a sei miglia da Boston, per rimanerci tutta l'estate. —

Ma Guglielmo dette in una risata.

— Sei miglia! Una distanza enorme, affemmia!

— Io però non posso più vederla.

— La vedrai l'inverno venturo.

— Ohimè, l'è lunga!

— Perchè le vuoi tanto bene?

— Perchè lei ne vuole tanto a me. Non mi vede, poverina, eppure mi ama, quanto, eccettuato lo zio True, nessuno al mondo.

— Io non lo credo.... no, non credo che t'ami quanto t'amo io. Anzi ne sono certo. E come potrebbe amarti del pari, lei che non t'ha mai veduta, mentre io ti vedo, e tu sei la persona che ho più cara dopo la mamma?

— Davvero, Guglielmo?

— Sì, davvero. Quando m'incammino verso casa, penso sempre: «Or ora vedrò la Gertrudina.» Quando durante la settimana succede qualche cosa di nuovo dico in cuor mio; «Questo lo racconterò alla Gertrudina.»

— Io invece m'ero immaginata che non potevo piacerti.

— O perchè no?

— Perchè tu sei molto bello, e io punto. Sentii l'altro giorno Elena Chase dire a Lucrezia Davis, che Gertrude Flint è la più brutta della classe.

— Si vergogni! Scommetto ch'è brutta lei, piuttosto. A me sarebbe sicuro antipatica; non potrei soffrire nessuna ragazza che avesse detto questo.

— Oh, ma è la verità, Guglielmo, la pura verità! — esclamò Gertrude vivamente.

— No, che non è! — protestò egli. — Certo, tu non hai lunghi ricci biondi, e un visino tondo, e occhi celesti, come Bella Clinton, e nessuno pretenderebbe che tu sia una bellezza. Ma quando corri un po' e le tue guance diventano color di rosa, e i tuoi occhioni neri brillano, quando ridi così di cuore per qualche cosa di buffo, tu mi sembri piacente più di tutte le ragazzine che ho mai vedute in vita mia: e posto che piaci a me, l'opinione degli altri non ha peso. Se tu piangi, se tu soffri, io me ne affliggo come d'una pena mia e peggio. Ieri Giorgio Bray picchiò sua sorella Maria perchè aveva strappato il suo cervo volante: avrei voluto rendergliele di santa ragione.... Oh, Gertrudina, io non ti picchierei neanche se tu facessi a pezzi tutti i miei balocchi! —

Guglielmo faceva spesso di queste affettuose dichiarazioni, e Gertrude vi rispondeva con egual calore. Nè erano mère parole. I due fanciulli s'amavano teneramente. I loro caratteri differivano assai: egli era serio, perseverante, paziente e calmo, di temperamento equilibrato; ella eccitabilissima, impetuosa, irrequieta, era pronta alla collera, d'umore variabile, oltremodo sensitiva in tutta la sua natura. Per lui, amato sempre, amato da tutti, farsi amare era un'abitudine. Gertrude, priva d'affetti nella sua infanzia derelitta, non cercava l'altrui simpatia, nè invero la destava se non nei pochi che avevano occasione di conoscerla a fondo, e in circostanze favorevoli. Eppure si volevano un gran bene; su ciò non poteva esserci dubbio. E il legame che li univa, si stringeva ogni giorno più: già forte nella primavera, nell'autunno era divenuto fortissimo, perchè Guglielmo durante l'assenza d'Emilia aveva fatto anche la parte di questa, oltre che la propria, e sebbene Gertrude non dimenticasse la sua amica lontana, l'estate trascorse per lei molto piacevolmente. A scuola continuava a progredire in modo tale che la signorina Graham ne rimase maravigliata quando, in ottobre, ritornò dalla campagna.

L'inverno seguente non fu meno felice. Il tenero sentimento della giovane cieca verso la sua piccola protetta, anzichè diminuito, sembrava aumentato dal tempo e dalla lontananza. Le visite di Gertrude si fecero più frequenti che mai, e più che mai profittevoli; ma non a lei sola. Emilia, la quale l'inverno passato soleva farla leggere di tanto in tanto per giudicare de' suoi progressi, trovò, alla prima prova, che la scolaretta era giunta, nell'arte della lettura, a un grado d'eccellenza non comune tra le persone adulte. Ella non solo leggeva con molta intelligenza, ma aveva intonazioni ed accenti ammirabili. La cieca gustava nell'udirla un sì raro piacere, che ella, conciliando la propria sodisfazione con un benefizio per la bambina, le propose di venire a prestarle ufficio di lettrice un'ora ogni giorno.

Gertrude non capiva in sè dalla gioia all'idea di esser utile alla sua cara signorina; giacchè ella le aveva presentato la sua proposta come la richiesta d'un favore, dicendole che così i suoi occhi servirebbero a tutt'e due. Fu dunque convenuto che Trueman, quando usciva per il suo giro di lampionaio, l'avrebbe condotta in casa Graham, e sarebbe venuto a riprenderla al suo ritorno; accomodamento che permetteva alla piccola lettrice d'essere puntualissima. Soltanto chi ne ha fatto l'esperienza può sapere quanta roba s'arrivi a leggere nel corso di sei mesi dedicando costantemente a quest'occupazione un'ora quotidiana. Emilia non restringeva la scelta dei libri a quelli che non oltrepassano le ordinarie capacità dei fanciulli, stimando non a torto che una ragazzetta dotata di così vivace intelligenza, non avrebbe sofferto per lo sforzo d'intuire cose superiori alla sua comprensione, in cui le poteva accadere d'imbattersi, ma che al contrario il suo ingegno ne sarebbe acuito e accresciuto il suo desiderio di sapere. Opere di storia, biografie, descrizioni di viaggi, furono scorse da Gertrude a un'età in cui generalmente i lettori non si compiacciono che nelle fiabe e nelle figure. E la bambina pareva anzi preferire queste letture serie. Con l'aiuto delle pazienti spiegazioni d'Emilia, ella andava accumulando nel suo piccolo cervello molti fatti importanti, molte nozioni utili. In quegli anni la memoria è forte, e grazie alla potenza della ritenitiva le cose impresse allora nella mente si ricordano quasi sempre meglio di quelle apprese più tardi quando i pensieri sono più disturbati e divisi.

Il suo libro favorito era un trattatello d'astronomia che la confondeva co' suoi enigmi, ma tanto maggiormente l'attraeva, perchè chiarendole alcuni punti, lasciava per lei tutto il resto in un mistero affascinante: mistero ch'ella si riprometteva d'esplorare un giorno, in tutta la sua profondità. Quest'ambizione d'imparare sempre più, di comprendere sempre meglio, era in fin dei fini il preziosissimo tra i benefizi derivatile da' suoi studi. Destate una tale ambizione in un fanciullo, ispirategli l'amore della lettura, e otterrete risultati migliori che da anni di sgobbo sulle panche della scuola dove il cuore non lavora insieme con la testa.

Gertrude frequentò la scuola pubblica fino ai dodici anni compiuti, passando rapidamente di promozione in promozione; ma ciò che aveva imparato con la signorina Graham e con Guglielmo rappresentava una parte considerevole delle sue cognizioni. Guglielmo, amantissimo dello studio, era lieto dell'ardore con cui la sua piccola amica lo secondava.

E realmente la loro collaborazione, il mutuo incoraggiamento che trovavano nella comunanza dei loro gusti intellettuali, erano di grande vantaggio ad entrambi. Due anni dopo che avevano stretto amicizia egli già non poteva più esser detto un fanciullo: passava i quindici, e cominciava ad avere un aspetto virile. Ma la diligenza e il fervore di Gertrude esercitavano su di lui un influsso ancor più vivo: perchè se la bambina di dieci anni, nel suo desiderio d'istruirsi, stava volonterosamente a tavolino fin oltre le nove di sera, il giovanetto quindicenne non doveva stropicciarsi gli occhi e addurre la scusa della stanchezza.

Fu appunto in su quel tempo che principiarono a studiare il francese. L'antico maestro di Guglielmo conservava una gran benevolenza verso l'alunno che era stato sempre il migliore della classe, e che avrebbe certo riportato i primi premi se un dovere imperioso non lo avesse costretto ad interrompere il corso degli studi avanti gli esami finali, per darsi a più umili occupazioni. Ogni qualvolta lo imbatteva, sia in istrada, sia altrove, gli domandava che facesse, e se continuasse a coltivare il suo bell'ingegno. Saputo ch'egli aveva parecchie ore di libertà, caldamente lo consigliò d'imparare la lingua francese la cui cognizione gli sarebbe senza dubbio tornata utilissima, qualunque fosse la carriera che avesse intrapresa; e s'offerse di prestargli tutti i libri necessari.

Guglielmo non mancò d'approfittare del consiglio e dell'offerta, e ci si mise di buzzo buono. Quando era a casa la sera, veniva a studiare nella camera di True, parte per amore della quiete che vi godeva (True era il più quieto uomo del mondo e rispettava troppo la scienza perchè osasse disturbare gli studenti con domande oziose), parte per amore di Gertrude, la quale a quell'ora faceva di solito i suoi compiti. Come era da aspettarsi, inteso che Guglielmo imparava il francese, questa s'invogliò forte d'impararlo anche lei. Egli acconsentì a farla provare, però senza gran fiducia ch'ella avrebbe perseverato nell'intento. Con sua maraviglia, Gertrude invece manifestò non solo una perseveranza mirabile, ma una grande disposizione allo studio delle lingue; e avendola Emilia fornita degli stessi libri che aveva egli, ella progredì di pari passo con lui. E spesso, in capo alla settimana, era riuscita a tradurre più esercizi che non avesse trovato tempo di fare Guglielmo. Il sabato era la loro gran serata; True sedeva nel suo vecchio seggiolone accanto al fuoco, e contemplava i due ragazzi seduti fianco a fianco davanti alla tavola, intenti e chini su una pagina che a lui faceva l'effetto d'un labirinto oltremodo complicato. Gertrude cercava le parole: aveva un'abilità particolare a questo lavoro; i suoi occhi sfavillanti colpivano sempre giusto nel cuore del dizionario, infilzando i vocaboli voluti. A Guglielmo toccava «fare il senso». La prima volta che True colse a volo quest'espressione fu la sola che si fece lecito d'interromperli con un'ingenua facezia.

— Fai «il senso» Guglielmo?... Il «buon senso» mi raccomando.... Ce n'è tanto bisogno in questo mondo! —

Era ben naturale che nelle condizioni propizie di cui fruiva Gertrude, guidata e consigliata da Emilia, assistita e incoraggiata da Guglielmo, il suo intelletto dovesse rapidamente svilupparsi e irrobustirsi. Ma che n'era del piccolo suo cuore che ad un tempo teneramente affettuoso ed impulsivo, sensitivo ed appassionato, ora palpitava d'amore e di gratitudine, ora bruciava nel fuoco divorante che il sentimento d'un torto ricevuto, la coscienza di un'offesa, recata a lei o ad uno dei suoi amici, v'accendeva d'improvviso? Nei suoi due anni d'infanzia felice, aveva ella imparato a padroneggiarsi? Era giunta a distinguere chiaramente il bene dal male, il vero dal falso? In una parola, era Emilia stata fedele alla missione impostasi di sua spontanea volontà, al suo nobile proposito d'addolcire il cuore, d'illuminare l'anima della creatura ignorante? Aveva Gertrude appreso la religione, trovato Dio, cominciato a seguire pazientemente il sentiero ch'è rischiarato da una luce santa e conduce alla pace eterna?

Sì, aveva cominciato, e sebbene spesso le fallisse il piede, sebbene talvolta la pazienza le venisse meno nell'angusta via, ed ella ne uscisse per rallentare il freno al suo irascibile temperamento, bambina qual'era ancora, si poteva fondare una ragionevole speranza sulla sincerità delle sue buone intenzioni, sulla profondità della sua contrizione quando accadeva che il male riprendesse l'antico predominio. Emilia non si risparmiava alcuna pena per insegnarle dove ella dovesse riporre la sua intera fiducia, e già la piccola Gertrude aveva imparato a invocare un soccorso più alto del suo, ad appoggiarsi a un braccio più forte.

La signorina Graham s'era messa a un'ardua impresa assumendosi d'educare il cuore e la mente di una fanciulletta lasciata crescere nell'assoluta ignoranza d'ogni virtù. Su alcuni punti, tuttavia, e dei più importanti, ella non trovò le difficoltà che s'aspettava. Per esempio, dopo avere spiegato una volta la differenza tra l'onestà e la disonestà, la verità e la menzogna, non ebbe occasione alcuna di far rimostranze a Gertrude che, leale per sua natura, non aveva mai commesso la bassezza di mentire se non indottavi da un estremo terrore. Infatti i caratteri fieri ed impetuosi come quello, ch'era in lei il maggior difetto, appunto perchè tali, sono generalmente altrettanto franchi e sinceri. Anche innanzi d'esser divenuta virtuosa, l'orgoglio quasi sempre la ratteneva dal dissimulare la verità. Pochi mesi dopo averla conosciuta, Emilia era ben sicura di poter fidare nella sua parola. E questa certezza che la verità, radice d'ogni cosa santa, aveva così presto preso dimora in quell'anima infantile, era stata il maggiore incoraggiamento a perdurare nei suoi sforzi. Ma l'alterezza e la sensitività di Gertrude sembravano innate; la tirannia, i cattivi trattamenti non avevano potuto soffocarle, anzi s'erano vigorosamente sviluppate in mezzo alle circostanze più sfavorevoli. La bontà, la benevolenza ottenevano tutto da lei, la persuadevano, la soggiogavano; ma ella non sarebbe stata capace di tollerare un freno imposto severamente, per opportuno, per necessario che fosse. Emilia sapeva che spesso l'autorità stessa dei genitori non basta a governare questi spiriti indocili. Ella non conosceva che un potere tanto forte da vincere l'orgoglio umano, da spegnere le passioni terrene: quello dell'umiltà cristiana, innestata nel cuore: umiltà di principio, umiltà di coscienza. L'unico potere a cui l'orgoglio ingenito presti omaggio, e la passione ceda.

Invero ella sapeva pure che un ordine, di qualsiasi natura, dato a Gertrude da lei o dallo zio True sarebbe prontamente obbedito, perchè la bambina, conscia che l'amore lo dettava, per amore vi si sarebbe sottomessa; ma a fine di provvedere ad ogni contingenza, di fare che il cuore fosse retto come la vita, occorreva ch'ella mirasse a un fine più sublime che quello di compiacere le persone a lei care; e insegnandole la dottrina del suo Divino Maestro, Emilia le infondeva la forza di fare e di patire, di sopportare e di perdonare, per quando, indipendente, non avrebbe più avuto altra guida che sè medesima.

Qual profitto Gertrude avesse tratto dalle cure e dall'istruzione ricevute in questi due anni, mostrò il seguito della sua storia. Passò per molte prove, sostenne molte lotte, ebbe sconfitte e vittorie.

La signorina Graham era sodisfatta e piena di speranza, True superbo ed esultante, la signora Sullivan e perfino il vecchio Cooper dicevano che il suo contegno e il suo aspetto s'erano maravigliosamente mutati in meglio, e ch'ella aveva maniere assai garbate per una bambina della sua condizione.

XIII.

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Non fantasia capricciosa

Nè d'ora oziosa influsso passeggero,

Nè clamore di folla, nè aura popolare

Potrà mai farlo errare fuor del retto sentiero.

W. G. Simms.

Era il terzo inverno da che Gertrude stava con True. Un sabato sera Guglielmo entrò, al solito, con la grammatica francese e il dizionario sotto il braccio, ed esclamò, gettando i libri sulla tavola:

— Oh, Gertrude, prima di metterci a studiare bisogna ch'io racconti a te e allo zio True la comica avventura che m'è capitata quest'oggi! Ne ho tanto riso dianzi con la mamma!

— Sì, vi sentivo ridere, — disse Gertrude. — Se non avessi avuto troppo da fare sarei anzi venuta a vedere che c'era di così straordinariamente buffo. Suvvia, racconta.

— Non pensate che sia uno scherzo.... Non sarei esilarato a questo segno se la non fosse stata la più bizzarra vecchietta ch'io abbia mai visto in vita mia.

— Che vecchietta?... Non ci hai detto nulla di vecchie nè di giovani, finora!

— Bene, incomincio.... ecco!... Avete visto come ogni cosa era coperta di ghiaccio stamani? Che splendore! Quando il sole è arrivato al grande olmo di fronte all'ingresso della farmacia, e lo ha fatto brillare tutto, ho pensato che non poteva esserci al mondo nulla di più bello.... Ma questo non ha che vedere con la mia vecchietta.... salvo che i marciapiedi erano abbaglianti come tutto il resto....

— Eh, lo so! — interruppe Gertrude. — Nell'andare a scuola sono sdrucciolata....

— Davvero? — disse Guglielmo. — Non ti sei mica fatta male?

— No, punto. Ma prosegui. Sono impaziente di sapere della vecchietta.

— Verso le undici stavo sull'uscio, guardando fuori, quand'ecco, vedo venire avanti la più strana persona che uno si possa immaginare. Devo descrivervi la sua abbigliatura. Aveva una specie di veste nera, non so se di seta o di raso, stretta stretta e con tutt'in giro una guarnizione di trina d'un bruno incerto: probabilmente una volta era nera anche quella, ma adesso non più. Sulla veste portava un mantello di seta bigia che pareva uscito dall'arca di Noè, e sul mantello una baverina di colore diverso, la quale data, io credo, da una generazione anteriore. Non tento di darvi un'esatta idea del suo cappello: vi dirò soltanto ch'era grande il doppio dei più grandi che sfoggino le altre donne, e che ne scendeva, fin quasi ai piedi, un velo trinato, a disegni vistosi, gettato da una parte. Ma il colmo della stravaganza erano i suoi occhiali, con due lenti enormi, come non se ne sono mai viste; qualche cosa d'orrendo. Un sacchetto da lavoro, fatto di seta nera con cucitevi sopra a zig-zag numerose listerelle di stoffe di tutti i colori dell'arcobaleno, era appeso al suo braccio sinistro, e al sacchetto stavano appuntati, mediante spilli d'ottone, la pezzuola, un immenso ventaglio di penne (te lo figuri, con questo fresco?), un fazzoletto da involtare roba, un giornale.... Misericordia! Non mi rammento neanche la metà degli oggetti che ne penzolavano, tutti in un mazzo, raccomandati alla resistenza del cordone! Eppure il suo vestiario non poteva dirsi la maggiore stranezza in lei. Ciò che la rendeva singolarmente ridicola era la sua andatura: camminava come una vecchia male in gambe, durando fatica a muovere il passo sul ghiaccio, ma con un sorrisetto lezioso sulle labbra e una cert'aria d'importanza! Oh, Gertrude, fortuna che tu non l'hai veduta! Non avresti ancora cessato di ridere....

— Qualche povera pazza, non è vero? — domandò True.

— Oibò! — fece Guglielmo. — Stravagante, certo, ma pazza no.... almeno non pare. Proprio nel momento che passava davanti all'uscio della bottega le è scivolato un piede, ed eccotela bocconi per terra, lunga distesa.... Io accorro spaventato, pensando che quella meschina creatura poteva essere rimasta uccisa da una tale caduta.... Il signor Bray e un altro signore ch'egli stava servendo, mi seguono. Era tutta stordita, ma portata in farmacia è rinvenuta subito. Mi domandate se è pazza? Nemmen per ombra, zio True. Lucida come un dollaro! Il suo primo pensiero, non appena riaperti gli occhi e tornata in sè, è stato d'assicurarsi che teneva sempre il suo sacchetto con le relative appendici; poi le ha contate ad una ad una e, trovato il numero completo, ha scosso il capo in segno di sodisfazione. E ora viene il bello. Il signor Bray mesce un bicchierino di cordiale e glielo offre. Essa, che aveva già riacquistato la sua prosopopea e le sue graziette, retrocede con una riverenza alla moda antica, e protende le mani per esprimere il suo orrore all'idea di bere quella roba. Il signore che era presente alla scena sorride e l'esorta a vuotare il bicchierino senza paura. La vecchietta si volta verso di lui, fa un'altra riverenza, e dice con una vocettina fessa: «Potete affermarmi sulla vostra parola di leale e cortese gentiluomo che non è un liquore inebriante?». Il signore, rattenendo a stento una risata, le ripete che non le avrebbe fatto alcun male. «Allora» dice lei «m'arrischierò a sorseggiare il beveraggio.... Ha una fragranza molto aromatica.» Sembra che non le riescisse meno gradito al palato che all'odorato, perchè, assaggiatolo, ha finito col tracannarlo fino all'ultima gocciola. Posato il bicchiere sul banco, s'è rivolta a me con questo discorsetto: «Giovanottino, senza l'esplicita dichiarazione di cotesto signore circa l'innocuità del liquido, non l'avrei bevuto in vostra presenza non foss'altro per l'esempio: io non ho formalmente assunto l'obbligo della temperanza, ma sono astemia perchè si conviene a una signora: per me gli è affar d'elezione, affar di gusto.»

«Pareva che oramai si fosse riavuta. Infatti si disponeva a rimettersi in cammino, ma l'avventurarsi di nuovo sola sul ghiaccio era una vera imprudenza, e il signor Bray doveva pensarlo, giacchè le ha domandato dove andasse. Con le circonlocuzioni del suo fiorito linguaggio ella ha risposto che andava a passar la giornata dalla signora tale, dimorante nei pressi dei Prati. Io allora tocco una manica al principale e gli dico piano che se non ha bisogno di me, vo ad accompagnarla. Il signor Bray mi dà licenza, per un'ora. Io offro il braccio alla vecchietta dicendole che sarebbe un piacere per me il servirla. Ah, miei cari, bisognava vedere! Se io fossi stato un giovane adulto e lei una ragazza, non avrebbe fatto più vezzosamente la ritrosa, con mossettine del capo e mezzi sorrisetti.... Ma infine prende il mio braccio e partiamo. Sapevo che il signor Bray e l'avventore ridevano alle nostre spalle, ma non me ne importava;. la vecchia signora mi faceva compassione, e non volevo che cascasse una seconda volta.

«I passanti si voltavano a guardarci, e non c'è da maravigliarsene, perchè eravamo senza dubbio una coppia dimolto buffa. Non soltanto essa aveva accettato l'appoggio offerto, ma vi s'aggrappava di peso, con tutte e due le mani, arrotondando le braccia come due anse. Qui però non dovrei ridere di quella poveretta, perchè aveva gran necessità che qualcuno l'aiutasse e la sostenesse per non sdrucciolare sul ghiaccio, e non pesava già tanto da stancarmi. Sarei curioso di sapere chi siano i suoi. È strano che la lascino uscire sola, specie quando le strade sono nello stato d'oggi....

— Come si chiama? — domandò Gertrude. — Non te l'ha detto?

— No, non ha voluto. Io gliel'ho chiesto, ma mi ha risposto semplicemente, con la sua vocettina fessa — e Guglielmo ricominciava a sbellicarsi dalle risa — che ella era la dama incognita, e ch'è l'impegno d'un vero e galante cavaliere scoprire il nome della sua bella. In fede mia, un'avventura impagabile! Non ho sentito mai nessuno parlare in modo così ridicolo. Le ho domandato la sua età.... La mamma dice che ho commesso un'inciviltà madornale, ma in compenso è l'unica.... La vecchia signora lo attesterebbe se fosse qui.

— Ebbene, quanti anni ha?

— Sedici.

— Eh via, Guglielmo! Mi burli?

— No, è l'età che m'ha detto lei. E un vero e galante cavaliere è in obbligo di credere ciecamente alla sua bella dama.

— Povera creatura! — esclamò Trueman. — È rimbambita!

— Non mica, zio True. A momenti parrebbe, quando sballa certe sciocchezze, ma poi subito si mette a parlare sensatamente quanto voi e me. M'ha ringraziato protestandosi gratissima e lodando il raro «spirito di cortesia» che dimostravo col pigliarmi tanta pena d'una vecchia signora come lei. Nello svoltare in via Beacon ci siamo incontrati in un intero collegio di ragazze, tutte bellezze fiorenti, «bellezze da ammazzare un uomo» diceva la mia vecchietta. Appena vedutele apparire da lontano doveva aver tenuto sicuro ch'io cercherei di liberarmi per correre dietro a qualcuna di loro, tanto furiosamente s'attaccava al mio braccio. Sorte ch'io non avessi punto la prava intenzione d'abbandonarla, perchè mi sarebbe stato impossibile. Alcune delle ragazze si fermavano un momento a guardarci con curiosità; io, s'intende, non ne facevo caso, ma la mia dama sembrava credere che ne fossi terribilmente mortificato, e, passate alfine tutte quante, ha rilodato il mio «spirito di cortesia»: sua espressione favorita. —

Guglielmo tacque, sfiatato. True gli pose una mano sulla spalla:

— Sei un bravo e buon ragazzo! — disse; — Tu onori i vecchi, e fai bene, quantunque il tuo nonno pretenda che non sia più di moda.

— Non so di mode, io, zio True, ma stimerei tristo e di basso animo un ragazzo che vedesse una vecchia sdrucciolare sul ghiaccio, e non l'accompagnasse a casa per risparmiarle una nuova caduta.

— Guglielmo è sempre stato buono con tutti, — osservò Gertrude.

— O Guglielmo è un eroe, — disse il giovanetto — o ha due cari amici che lo giudicano con troppa benevolenza, com'è più verosimile. Ma vieni, Gertrude, Carlo XII ci aspetta, e dobbiamo studiare molto oggi, perchè può darsi che non ci capiti tanto presto un'altra occasione. Il signor Bray non istava bene stasera; pare che lo minacci la febbre. Gli ho promesso di ritornar a bottega domani, dopo desinato. Se, Dio guardi, s'ammala, sarò occupatissimo, e non potrò affatto venire a casa.

— Oh, speriamo che non s'ammali! — esclamarono Trueman e Gertrude, a una voce.

— È un così brav'uomo! — soggiunse il vecchio.

— E tratta Guglielmo con tanta bontà! — aggiunse la bambina.

Anche Guglielmo sperava, ma le sue speranze si mutarono in ansiosi timori quando il giorno seguente seppe che il suo ottimo padrone non si trovava in grado di lasciare il letto, e che il medico era impensierito dai sintomi riscontrati.

Si manifestò una febbre tifoidea che in pochi giorni condusse il farmacista alla tomba.

La sua morte fu per Guglielmo un colpo tanto improvviso e terribile, che su quel subito egli non comprese le importanti conseguenze che da questo evento derivavano a lui stesso, nel suo avvenire. La farmacia venne chiusa, essendosi la vedova risolta a vendere i fondi per ritirarsi a vivere in campagna; sicchè rimase privo a un tempo dell'impiego e del prezioso appoggio che aveva nel signor Bray.

Nell'ultimo anno i guadagni del giovanetto erano stati considerevoli, e avevano migliorato le condizioni de' suoi cari, permettendo loro di diminuire le proprie quotidiane fatiche. Il pensiero d'essere a carico della mamma e del nonno anche per un solo giorno era intollerabile al suo spirito indipendente ed energico. E però si mise sollecitamente alla ricerca d'un nuovo posto. Incominciò dal rivolgersi ai farmacisti della città: a nessuno di essi occorreva un ragazzo dell'età sua, e la giornata fu spesa in gite inutili.

Ritornò a casa la sera, disilluso, ma punto scoraggiato. Se non trovava da impiegarsi in una farmacia, avrebbe fatto qualche altra cosa.

Ma che cosa? Questo era il nodo. Dibattè a lungo la questione con sua madre. Ella sentiva che l'ingegno e l'educazione del suo figliuolo gli davano diritto a un posto almeno pari a quello che aveva occupato fino allora, e non poteva sopportare l'idea ch'egli scendesse a servigi più bassi. Guglielmo stesso, senz'essere presuntuoso, non pensava diversamente. Egli ben si sapeva capace di tenere uffici richiedenti assai maggior coltura e attitudine agli affari che non le incombenze affidategli dal signor Bray. Ma se per ora non era possibile conseguire ciò che desiderava, avrebbe preso ciò che si sarebbe offerto. E cercò da tutte le parti. Il guaio era che non aveva nessuno da far dire una buona parola in suo favore, e certo non si può pretendere che la gente abbia fiducia in un ragazzo sconosciuto e senza raccomandazioni.

Tutti i suoi passi riuscivano dunque infruttuosi, e un giorno dopo l'altro se ne tornava a casa silenzioso e depresso, temendo la vista del nonno e della mamma. Quando questa volgeva verso di lui piena di speranza il pallido viso che portava l'impronta di tante cure, di tante fatiche, era uno strazio per il suo cuore doverla rattristare con nuovi disinganni; e non meno lo tormentava il pessimismo del vecchio, il quale addirittura non credeva alla possibilità ch'egli trovasse un'altra occupazione, nè si sarebbe persuaso del contrario finchè non glielo provasse un fatto di cui non si vedeva ancora speranza. In capo a due settimane la signora Sullivan finì con l'astenersi dall'interrogarlo sui risultati delle pratiche fatte, avendo il suo vigile occhio materno scorto tutta la pena che gli cagionavano quelle domande. Aspettava pazientemente che egli le comunicasse le sue notizie, se ne aveva.

Spesso così avveniva che non fosse scambiata tra loro una parola sul modo in cui Guglielmo aveva impiegato la giornata. E molte trepide istanze egli fece per ottenere lavoro, molte mortificanti repulse ebbe a soffrire, di cui sua madre nulla mai seppe.

XIV.

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Se peso egual di tema e di speranza

Tiene in forse l'evento, io, per natura

Sempre a sperar più che a temere inclino.

Comus.

Era questa una prova non conosciuta fino allora da Guglielmo, e la più dura per lui a sostenersi. Eppure la sostenne, e strenuamente: nascose le più aspre sue lotte alla madre ansiosa, al nonno scorato, e con virile risoluzione sperò contro la speranza, Gertrude era adesso il suo maggior conforto. A lei confidava le sue pene, e quantunque non fosse che una fanciulletta, ella sapeva essere una mirabile consolatrice. Presentandogli sempre le cose nella luce più favorevole, predicendo un domani più fortunato, faceva molto per ravvivare la sua fiducia, per fortificare il suo proposito. Dotata d'uno spirito pronto, sagace, osservatore, ella vedeva, assai meglio che non sogliano i fanciulli, le diverse vie per cui poteva esser condotta a termine una faccenda; e spesso dava a Guglielmo utili consigli di cui egli volentieri approfittava. Un giorno gli domandò se non avesse mai pensato a ricorrere ad una agenzia d'informazioni. Egli infatti non ci aveva pensato, e se ne maravigliò seco stesso. Lo fece senza indugio. Gli furono date lusinghiere speranze che per qualche tempo lo rianimarono, ma riuscirono fallaci. E oramai cominciava a disperare, quando gli cadde sott'occhio un annunzio in un giornale che parve offrirgli una probabilità di buon successo. Lo mostrò a Gertrude. Era proprio il fatto suo. Non aveva che da presentarsi. Si chiedeva appunto un ragazzo come lui: quindici anni, svegliato, capace, fidatissimo, disposto ad entrare come socio nella ditta, dopo acquistata la necessaria pratica degli affari. Ella era sicura che nessuno poteva meglio di Guglielmo convenire al richiedente.

Tanto n'era sicura, che la mattina appresso Guglielmo si presentò al recapito indicato, franco e fiducioso come mai per l'innanzi. Il principale, che aveva l'aria d'un uomo assai fine e scaltro, lo fissò con uno sguardo penetrante, lo tempestò di domande, lo sconcertò manifestando qualche dubbio sulla sua capacità e la sua onestà; e dopo averlo fatto discorrere un pezzo, concluse col dichiarargli che anche nel migliore dei casi e con le più valide raccomandazioni, egli non poteva accettare se non un giovanetto la cui famiglia acconsentisse a interessarlo negli affari della Casa investendovi per conto suo una piccola somma.

Questa condizione chiudeva a Guglielmo l'adito a quel posto, quando pure l'uomo gli fosse piaciuto: ma non gli piaceva punto, perchè sentiva in cuor suo ch'era un furfante o giù di lì.

Finora egli non s'era mai perduto d'animo; ma quest'ultimo disinganno l'avvilì per modo che, ritornato a casa, gli mancò il coraggio di trovarsi faccia a faccia con sua madre. Entrò dunque direttamente nella camera di True.

Era la vigilia di Natale. Dagli sportelli aperti della stufa il riverbero d'un bel fuoco di carbone veniva a confondersi coi riflessi del tramonto in una luce purpurea che rischiarava fievolmente la stanza.

Guglielmo trovò Gertrude sola ed occupata a preparare una certa focaccia per il tè, la quale era uno dei pochi prodotti dell'arte culinaria in cui fosse giunta a farsi onore. Ella giusto usciva dalla dispensa con in mano un ramaiuolo colmo di farina, quando lo vide entrare. Egli gettò il suo berretto sulla panca e sedette alla tavola nascondendo il volto tra le palme, con un atto di sconforto che le fece subito indovinare la nuova disfatta patita dal povero ragazzo nella sua lotta contro l'avversa fortuna. Era tanto contrario all'indole di Guglielmo l'entrare così senza dir parola, tanto strano vedere quella radiosa testa giovanile curvarsi sotto il peso del dolore, quel corpo agile e gagliardo accasciarsi, come fosse d'un tratto invecchiato, ch'ella comprese che il valoroso suo cuore cadeva infine vinto.

Posò il ramaiuolo, e pian piano venne a lui, gli toccò un braccio, alzandogli in faccia i grandi occhi ansiosi. La compassione ch'egli sentì nella timida carezza, nello sguardo amoroso, gli diede l'ultimo crollo. Chinò la faccia sulla tavola, e un momento dopo Gertrude udì uno scoppio d'angosciosi singhiozzi che si ripercotevano ad uno ad uno nel più profondo dell'anima sua. Ella piangeva spesso e le pareva una cosa naturale: ma Guglielmo, il gaio, l'animoso Guglielmo, non l'aveva veduto pianger mai: credeva ch'egli non sapesse piangere. Si arrampicò sulla seggiola del giovanetto e cingendogli il collo con le braccia mormorò:

— Io non mi rammaricherei di non averlo ottenuto quel posto: credo che non sia un posto buono.

— Neppur io lo credo; — disse egli sollevando la testa — ma come fare? Non ne trovo nessuno, e non posso star qui senza far nulla.

— Noi siamo ben contenti d'averti a casa.

— Oh, essere a casa è una gran bella cosa.... Godevo di venirci quando stavo col signor Bray, e guadagnavo un po' di quattrini, e sentivo che tutti mi vedevano con piacere....

— Ma anche adesso tutti ti vedono con piacere.

— Non però come allora, — replicò Guglielmo alquanto impazientito. — La mamma mi guarda sempre come se s'aspettasse l'annunzio che finalmente ho trovato un'occupazione; il nonno ha l'aria di pensare ch'io non sarò mai buono a nulla.... Ah, proprio nel momento che cominciavo a guadagnare e ad aiutarli, mi tocca la disgrazia ti perdere il mio impiego!

— Non è colpa tua se il signor Bray è morto; tu non potevi mica guarirlo. Mi sembra impossibile che il signor Cooper ti biasimi perchè ora sei disoccupato....

— Non mi biasima, no.... Ma se tu fossi ne' miei panni proveresti quello che provo io nel vederlo là, seduto nella sua poltrona, tutta la sera, gemendo e borbottando, e guardandomi come se volesse dire: «A cagion tua mi dispero».... Egli pensa che il mondo è tristo, che lui non ci ha mai avuto sorte, e che così non nè avrò io....

— Tu ne avrai.... Sono sicura che sarai ricco un giorno. Allora sì che il nonno rimarrà stupito!

— Gertrude, tu sei una cara bambina.... Hai fede in me.... Se mai divento ricco, ti prometto di farti partecipare alla mia fortuna. Ahimè, — soggiunse, scorato — non è tanto facile! Io m'immaginavo che quando sarei grande, guadagnerei subito dimolto denaro.... Invece veggo che ce ne vuole per arrivarci! —

Chinò di nuovo il capo, volle nascondersi la faccia tra le mani; ma Gertrude gliele afferrò e non gli permise d'abbandonarsi alla malinconia.

— Via, Guglielmo, — ella disse — non fissarti più in questo pensiero. Non c'è chi non abbia i suoi dispiaceri, ma tutti li superano, infine. Forse la settimana ventura ti troverai in una bottega anche meglio che quella del signor Bray, e sarai più contento di prima. Sai, — fece, per mutare discorso, tattica che i fanciulli sanno usare quanto gli adulti — oggi compiono due anni da che sono venuta qui.

— Davvero? Lo zio True ti portò a casa sua la vigilia di Natale?

— Precisamente.

— Vale a dire che Santo Claus portò te verso le buone cose, invece di portartele, non è vero? —

Gertrude non sapeva nulla di Santo Claus, il grande amico dei bambini; e Guglielmo, il quale aveva ultimamente letto la leggenda del buon vecchio che la vigilia di Natale distribuisce balocchi a piene mani, prese a raccontargliela, per esteso.

Quand'ella vide che, infervorato nella sua storia, egli si distraeva senza volerlo, ritornò alla focaccia, pur non cessando d'ascoltarlo con attenzione mentre lavorava la pasta. Giusto nell'atto che stava infornandola, Guglielmo fece punto. Inginocchiata davanti alla stufa, aprendo e chiudendo macchinalmente lo sportello del forno, ella rimaneva pensosa, con un sì vivo sfavillìo negli occhi, che egli le domandò:

— Gertrudina, perchè hai cotest'aria maliziosetta?

— Pensavo — ella rispose — che Santo Claus potrebbe forse venire per te, stanotte; giacchè viene per chi ha bisogno di qualche cosa e porta ai bravi figliuoli ciò che desiderano, spero che ti porti un buon posto dove tu abbia occasione di farti ricco.

— Sicuro! — disse Guglielmo. — Mi ficcherà nel suo sacco, e mi strascinerà fino a un palazzo per offrirmi come dono natalizio a un vecchio Creso, il quale mi regalerà un patrimonio, in contraccambio.... Ci fo assegnamento, perchè se non mi capita una fortuna prima di capo d'anno, devo darmi per disperato. —

In quella i due ragazzi furono interrotti da Trueman che entrò portando trionfalmente un magnifico tacchino, regalo del signor Graham, e un libro per Gertrude, regalo d'Emilia.

— Oh, non è curioso? — esclamò la bambina. — Guglielmo diceva appunto che voi, zio True, siete il mio Santo Claus.... Pare anche a me, davvero! —

Così parlando apriva il libro. E nel frontespizio le si presentò il ritratto del leggendario personaggio. Ella proruppe, giubilante:

— O, guarda, guarda, Guglielmo, come gli somiglia! È tutto lui! C'è il berretto di pelliccia, e la pipa, e il buon viso ridente proprio come il suo.... Ah, zio True, se soltanto aveste invece del tacchino e della lanterna un sacco di balocchi in ispalla, sareste un Santo Claus perfetto!... A proposito, per Guglielmo non avete nulla?

— Sì, una cosuccia... Ma temo che non gliene importerà molto. Non è che un bigliettino.

— Un biglietto per me? — domandò il ragazzo. — Di chi può essere?

— Questo non so dirtelo, — rispose il lampionaio frugando nelle capaci sue tasche. — Svoltavo il canto quando un uomo m'ha fermato domandandomi dove abita la signora Sullivan. Io gli indico la casa. Allora, veduto che ci abito anch'io, mi consegna questo pezzetto di carta, e mi prega di rimetterlo al signorino Guglielmo Sullivan, che, m'immagino, siete voi. —

Guglielmo prese con una mano il biglietto e con l'altra l'accenditoio di True, e sollevando il foglio all'altezza del lume, lesse forte:

«R. H. Clinton desidera vedere Guglielmo Sullivan giovedì mattina, tra le dieci e le undici, al numero 13. Panchina....»

Egli era sbalordito.

— Che vorrà mai? — disse. — Io non conosco nessuno di questo nome.

— So io chi è, — fece True. — È il signore che abita nella grande casa di pietra, in via ***; un riccone. Il recapito dato nel biglietto è proprio il suo banco....

— Che? Il babbo di quei bellissimi bambini che vedevamo spesso alla finestra?

— Precisamente.

— O che cosa può desiderare da me?

— Probabilmente ha bisogno de' tuoi servizi, — disse il vecchio.

— Ma dunque è un posto! — gridò Gertrude. — E un posto buono! Santo Claus è venuto e te l'ha portato.... Lo dicevo io! Oh, come sono contenta! —

Guglielmo tuttavia non sapeva se dovesse rallegrarsi o no. Gli sembrava assai strano quel messaggio da parte d'un signore che non lo conosceva affatto. Certo sarebbe stato naturale sperare con la sua piccola amica e con lo zio True che fosse l'alba d'una nuova fortuna; ma egli aveva ragioni particolari, da loro ignorate, per credere che di questa fortuna, se pur gli si offriva, non avrebbe potuto approfittare. E però si fece promettere da entrambi di non far cenno della cosa nè a sua madre, nè al signor Cooper.

Il giovedì, ch'era il giorno dopo il Natale, egli si presentò puntualmente nel luogo indicatogli. Il signor Clinton, uomo di maniere finissime e d'aspetto benevolo, l'accolse con molta gentilezza, gli diresse poche domande, non chiese nemmeno se avesse raccomandazioni, o attestati del suo antico principale, ma senz'altro gli disse che aveva bisogno d'un giovanetto per le mansioni di secondo commesso nel suo banco, e gli offerse il posto. Guglielmo esitò, perchè quantunque l'offerta fosse molto vantaggiosa per il suo avvenire, non era accettabile per il presente, se, come pareva, il signor Clinton non gli assegnava uno stipendio. Questi, vedendolo titubante, gli domandò:

— Forse la mia proposta non vi conviene, o avete già qualche impegno?

— No, — rispose egli prontamente. — Mi dimostrate una gran bontà onorando me, estraneo, di tanta fiducia da essere disposto ad ammettermi nella vostra Casa, e la proposta mi giunge gradita quanto inaspettata; ma io, finora, avevo servito in un negozio di spaccio al minuto, dove percepivo un regolare salario sul quale mia madre e mio nonno facevano conto.... Certo, preferirei di gran lunga un banco quale il vostro, e credo, signore, che imparerei presto a rendermi utile: se non che, lo so, molti giovanetti di famiglie ricche si stimerebbero fortunatissimi d'essere impiegati da voi senza alcuna rimunerazione, e quindi io non potrei sperare uno stipendio, almeno per i primi anni. Comprendo bene che in capo a un certo tempo mi troverei compensato ad usura dalle cognizioni acquistate nella pratica degli affari mercantili: disgraziatamente non sono in istato di procurarmi questo vantaggio, più che di proseguire gli studi. —

Il signor Clinton sorrise.

— Come mai, giovanotto, siete così informato di queste cose?

— Ho inteso dire da parecchi ragazzi miei condiscepoli, ora commessi in case commerciali, che non ricevono paga, e ho sempre giudicato equo cotesto trattamento; ma per tale ragione appunto mi sono sentito in obbligo di contentarmi del posto che occupavo in una farmacia, perchè sebbene non fosse di mio gusto, mi dava modo di bastare a me stesso e di venire in aiuto a mia madre ch'è vedova, e a mio nonno ch'è vecchio e povero.

— Il vostro nonno, chi è?...

— Il signor Cooper, sagrestano nella chiesa del signor Arnold.

— Ah sì, lo conosco! — disse il signor Clinton; e dopo una pausa soggiunse: — Quello che avete detto, Guglielmo, è esattissimo: non è nostro costume assegnare un qualsiasi stipendio ai nostri giovani commessi, e ciò nonostante siamo tempestati di profferte; ma ho avuto ottime informazioni sul conto vostro, ragazzo mio (non vi dirò da qual fonte per quanto io vegga la vostra curiosità), e inoltre voi mi piacete: credo che mi servirete fedelmente. Ditemi dunque che cosa avevate dal signor Bray: io vi darò altrettanto il primo anno, e in seguito andrò aumentando la vostra paga, se lo meriterete. Siete contento? Allora potete entrare nel mio banco al principio del gennaio prossimo. —

Guglielmo lo ringraziò il più concisamente possibile, e s'affrettò ad accomiatarsi.

Il commesso principale, chino su' suoi registri, ascoltava il dialogo, e pensò che il ragazzo avrebbe dovuto esprimere maggiore riconoscenza dinanzi a una così insolita generosità. Ma il negoziante, osservando Guglielmo mentre gli parlava, ben aveva scorto nei mutamenti del suo viso il succedersi della maraviglia allo scoramento, e della speranza, della gioia alla maraviglia; una gioia piena di gratitudine sincera e così profonda che, egli lo comprendeva, non trovava parole per manifestarsi. E s'era ricordato del tempo in cui, giovanetto e figlio unico di una povera vedova, egli era venuto solo nella grande città, in cerca d'un impiego, e trovatolo dopo lunghi stenti, aveva subito scritto alla mamma per dirle che sperava di poter presto guadagnare abbastanza da provvedere a sè ed a lei.

Da vent'anni cresceva l'erba sulla tomba ove ella dormiva l'eterno sonno, laggiù nella lontana campagna natia, e la faccia del negoziante era solcata dalle rughe che vi avevano impresse i pensieri e le cure; ma quando, ritornato a sedere, egli tracciò quasi inconsciamente su un foglio bianco, con la penna asciutta, le parole: «Cara mamma», ella rivisse per lui e rivisse egli stesso nella propria giovinezza. Quelle parole invisibili incominciavano la lettera che le recava la buona novella.

No, Guglielmo non era ingrato, altrimenti non avrebbe destato nel signor Clinton i ricordi del tempo in cui il suo cuore provava le stesse commozioni.

E tutte le madri che hanno pianto e pregato e ringraziato Dio ricevendo simili notizie da figliuoli teneramente amati, possono intendere qual fosse la felicità della buona piccola signora Sullivan quando Guglielmo le annunziò l'insperata fortuna. Il signor Cooper e Gertrude hanno pure i loro prototipi in tanti vecchi ne' cui occhi smorti e stanchi si riaccende il bagliore della speranza, che sebbene sia stata fallace per essi, vagheggiano ancora per i nipotini; in tante sorelline superbe e liete di vedere il nobile fratello apprezzato alfine dagli altri come fu sempre da loro. Nè in tali occasioni deve mancare l'amico cordiale che, come il bravo True, entra d'improvviso e battendo una spalla al ragazzo esclama:

— Avevo ragione, io? Non c'era bisogno che si rammaricassero tanto, i tuoi.... Glielo dicevo sempre al nonno che le cose si sarebbero accomodate, e bene! —

Ma un punto rimaneva misterioso. Da chi il signor Clinton aveva udito parlare di Guglielmo? La signora Sullivan passò in rivista le sue non numerose conoscenze, e fece mille supposizioni, una più inverosimile dell'altra. E però, visto che il congetturare non serviva a nulla, finirono con l'attribuire, come Gertrude, tutto il merito a Santo Claus.

XV.

Indice

Rinnovi in cielo il dì l'usato corso

O avvolta d'ombra la notte silente

Vigili sulla terra, ella paziente

E fida attende all'opera pietosa

Di lenire la pena sua angosciosa

E nel bisogno porgergli soccorso.

Blacklock.

— Sarei curiosa di sapere, — diceva la signorina Peekout appoggiando le mani al davanzale per sporgersi meglio, e guardando su e giù per la strada, occupazione a cui soleva dedicare dieci minuti dopo rigovernato gli utensili della colazione e prima di preparar la sua «lampada solare» — sarei curiosa di sapere chi sia quella ragazzina snella che passa di qui tutte le mattine conducendo a braccetto quel vecchio cadente. Li vedo sempre a quest'ora quando il tempo è buono e si cammina bene. È una cara creatura, senza dubbio, e dev'essere molto affezionata al pover'uomo.... probabilmente suo nonno. Ho osservato che ha cura di lasciargli la miglior parte del marciapiede, e vigila ogni suo passo; cosa necessaria, del resto, perchè lui vacilla ch'è una passione. Poverina, è pallida, e tutt'ansiosa.... Chi sa se assiste il vecchio lei sola?... Sarei curiosa.... —

Ma la coppia è già fuori della sua veduta ed ella va a vedere se la lampada solare ha bisogno d'una calza nuova.

— Sarei curiosa di sapere, — diceva la signora Grumble, seduta a una finestra d'una casa un po' più in là nella stessa via — se nel caso ch'io fossi un giorno vecchia ed inferma — (la signora Grumble passava i settanta ma non soffriva finora d'altra infermità che il suo temperamento irascibile) — qualcuno m'assisterebbe e si prenderebbe cura di me come quella figliuola lì del suo nonno! Mai e poi mai, ci scommetto! Che pazienza, per una bambina! Chi può essere?

— Guarda, Bella! — diceva una fanciulla ad un'altra con la quale si recava a scuola passando per quella strada, dove si tenevano dalla parte dell'ombra. — Ecco là il vecchio e la ragazzina che incontriamo ogni giorno.... Come puoi dire che non è carina? Io l'ammiro!

— Oh, tu, Rina, hai la particolarità d'ammirare ciò che a tutti gli altri pare orribile!

— Orribile!. — esclamò Rina indignata. — Tutt'altro! Osserva ora quando l'incontriamo, quanto è dolce l'espressione del suo viso nell'atto di guardare il vecchio e di parlargli! Sarei curiosa di sapere che cos'ha quel disgraziato.... Vedi come gli trema il braccio? Quello che appoggia sul braccio di lei.... —

Le due coppie s'incontrano, quasi sfiorandosi, passano, in silenzio.

— Ebbene, non è forse simpaticissima? — domanda Rina, vivamente, non appena sicura di non essere udita.

— Ha begli occhi, — risponde Bella — ma non c'è in lei nient'altro di notevole. Sarei curiosa di sapere come sopporta la noia di passeggiare con quel vecchio che si trascina a stento, pesandole sul braccio e tremando per modo che appena si regge.... E incontro al sole che la ferisce proprio in faccia.... Ah, io non lo farei per nulla al mondo!

— Oh, Bella! Come hai cuore di parlare così? Io lo compiango il poveretto, immensamente!

— Dio buono, a che giova il compianto? Se tu ti metti a compiangere tutti, non avrai da far altro dalla mattina alla sera. — Bella s'interruppe e urtò il gomito alla compagna: — Guarda lì, Guglielmo Sullivan, il commesso del babbo.... O non è una bellezza? Aspetta, voglio fermarlo. —

Ma innanzi ch'ella giungesse a rivolgergli la parola, Guglielmo, il quale camminava prestissimo, l'oltrepassò salutandola con un inchino e un garbato: «Buon giorno, signorina Isabella!» e s'allontanò rapidamente.

Quando la vezzosa Isabella si fu riavuta dallo stupore e dal dispetto che l'avevano ammutolita, non era più il caso di richiamarlo.

— Gentilissimo! — ella mormorò.

— Vedi, vedi, — fece Rina che s'era voltata a guardare indietro — ha raggiunto il vecchio e la simpatica bambina. Oh, prende l'altro braccio dell'infermo.... e proseguono tutti e tre insieme.... Non è una singolare coincidenza?

— Io non ci veggo nulla di singolare, — disse Bella, un po' seccata. — Suvvia, allunghiamo il passo, o arriveremo a scuola in ritardo! —

Lettore! Sei anche tu «curioso di sapere» chi siano quel vecchio e quella ragazzina? O hai già ravvisato True Flint e Gertrude? Il povero True non è più il forte e coraggioso protettore della debole creatura derelitta. Le parti sono invertite. Egli è stato colpito da paralisi. Il suo vigore se n'è ito, non gliene resta nemmeno tanto da camminar solo. Sta tutto il giorno a sedere nel suo seggiolone o sulla vecchia panca, salvo quando esce a passeggiare con la sua figliuola adottiva. Il colpo fu improvviso, e atterrò l'uomo robusto, lo lasciò debole come un fanciullo. E la piccola estranea, l'orfanella che, malata, abbandonata, priva del necessario, aveva trovato in lui un babbo e una mamma, ora per lui è tutto: il suo sostegno, la sua speranza, il suo conforto. Durante i quattro o cinque anni che egli ha amorosamente coltivato quella gracile pianticella, ella ha acquistato forza per il tempo in cui doveva esser egli a sua volta bisognoso d'appoggio e trovarlo in lei. Quel tempo è venuto, ahimè, troppo presto; ella era pronta e ha risposto all'appello. Con la semplicità e l'ardore d'una bambina, ma con la fermezza, la perseveranza, la capacità d'una donna, la piccola Gertrude presta da mane a sera, infaticabile, la sua opera d'infermiera fedele, di diligente massaia in servigio del suo primo, del suo più caro amico. Sempre al suo fianco, sempre attenta ad ogni suo bisogno, ella tuttavia riesce miracolosamente a fare molte cose, senza ch'egli pur se n'avvegga. Come l'ottimo uomo aveva predetto, ella è davvero ne' suoi vecchi giorni la benedizione di Dio incarnata che gl'illumina e fiorisce di gioie soavi fino il sentiero della tomba.

Se l'infermità privava Trueman dell'uso delle membra, aveva per fortuna risparmiato la sua mente, ch'era lucida e serena come sempre: e il pio cuore si riposava, con umile fiducia, in quel Dio di cui egli riconosceva l'amore e la presenza, in cui sperava così fermamente, che nell'amarezza di quella prova poteva sottomettersi appieno e ripetere: «Sia fatta la tua volontà e non la mia!»

Coloro che tutti i giorni notavano l'invalido e la sua piccola custode, e si maravigliavano della devozione, dell'abnegazione di quella fanciulletta, erano lungi dal comprendere i sentimenti d'affetto e di gratitudine ond'era animata Gertrude, dall'immaginarsi qual contentezza fosse la sua nel sostenere, nell'aiutare l'amato suo benefattore. Meno ancora la superbiosa che si sarebbe vergognata di passeggiare col vecchio paralitico, intuiva qual fosse il suo orgoglio. Come poteva ella credere che la ragazzina che avrebbe compianta, se avesse trovato tempo di compiangere qualcuno, si sentiva colmare il cuore della più viva, della più nobile sodisfazione provata in vita sua, quando porgeva l'appoggio del suo braccio al vecchio tremulo, ed era per lei una gloria portare quella croce?

Il mondo esteriore le era indifferente. Non si curava dei commenti della gente oziosa, curiosa, vana. Non viveva ora che per True; per meglio dire viveva in lui, tanto esclusivamente pensava a consolarlo, a prolungare e allietare i suoi giorni.

Da due mesi soltanto egli versava in così affliggenti condizioni. Già prima la sua salute aveva cominciato a declinare, ma era sempre in grado d'attendere al suo lavoro quotidiano, finchè una mattina di giugno Gertrude, entrando nella sua camera, vide con maraviglia che non s'era levato quantunque fosse molto più tardi dell'ora consueta. Accostatasi al suo letto domandandogliene il perchè, s'accòrse ch'egli aveva un aspetto strano e non poteva risponderle. Sbalordita e spaventata, chiamò la signora Sullivan. Fu mandato per un medico. Questi dichiarò ch'era un attacco di paralisi, molto grave. Parve infatti per qualche giorno che True dovesse soccombervi: ma poi andò migliorando. Ricuperò la favella, e in capo a due settimane fu in istato di camminare con l'aiuto di Gertrude.

Il dottore aveva raccomandato quanto più moto fosse possibile senza stancarlo, e però tutte le mattine, innanzi le ore calde, se il tempo era buono, ella si presentava vestita di tutto punto e in cappellino, per condurlo a fare quella passeggiata con cui attiravano inconsapevolmente tanta attenzione.

La piccola massaia, approfittando di questa opportunità faceva la spesa, a fine di non dover poi uscire un'altra volta e lasciare l'infermo solo, cosa che evitava se non v'era costretta. Così la mattina che Guglielmo li aveva raggiunti a gran dispetto di Bella, si diressero accompagnati da lui alla bottega di commestibili dove solevano provvedersi delle cose necessarie. Il giovanotto fece sedere comodamente True, e proseguì verso la panchina ***, mentre Gertrude andava al banco a contrattar gli acquisti per il desinare. Comprò un pezzo di vitello da fare un buon brodo, gettò uno sguardo di desiderio su certi panieri di legumi scelti, e si voltò in là, con un sospiro. Ella aveva in mano la borsa contenente tutto il loro denaro; la teneva lei da alcune settimane, e la sentiva ogni giorno più leggera: sicché sapeva bene che alle primizie non bisognava pensarci, e sospirava ricordando con quale piacere lo zio True mangiava i pisellini novelli, l'anno scorso....

— Quant'è la carne? — ella domandò al rubicondo macellaro che la stava involtando in un foglio.

Egli disse quanto. Era poco, tanto poco che a Gertrude sembrò che quell'uomo avesse veduto dentro la sua borsa, e anche dentro il suo pensiero, e sapesse come sarebbe contenta che non costasse di più. Mentre le dava il resto, egli si chinò sul banco, e le chiese sottovoce che genere di cibi convenisse al signor Flint.

— Qualunque cibo sano, dice il medico, — ella rispose.

— Credete dunque che mangerebbe un po' di pisellini? Ne ho di prima qualità, arrivati freschi freschi dalla campagna, e se gli piacciono, ve ne manderò volentieri. Il mio garzone deve portarne in giro mezzo staio.... Metterò nello stesso paniere anche la carne.

— Oh, grazie, — fece Gertrude — gli piacciono moltissimo!

— Benone, benone. Vedrete che bellezza! —

Ed egli si volse a un'altra avventora così prontamente da lasciar credere a Gertrude che non si fosse potuto avvedere del rossore che le saliva alle gote, delle lacrime che le spuntavano negli occhi. Ma egli se n'era avveduto, e appunto per questo aveva avuto tanta fretta di servire l'altra.... Era un gran brav'uomo quel rubicondo macellaro!

True conservava un ottimo appetito. Egli gustò e lodò assai il desinaretto, e dopo aver mangiato abbondantemente, s'addormentò nel suo seggiolone.

Nell'atto che si destava, Gertrude balzò al suo fianco, gridando:

— Zio True, c'è la signorina Emilia!... La buona signorina Emilia che viene a farvi una visita!

— Iddio vi benedica, mia cara signorina! — disse il vecchio tentando di rizzarsi per muoverle incontro.

— Non vi rizzate, no, ve ne prego! — esclamò la giovane cieca il cui raffinato orecchio aveva percepito la sua mossa. — A quanto mi dice Gertrude temo che vi sia penoso.... Figliuola, portami una seggiola accanto allo zio True.... —

Ella s'accostò al paralitico, gli prese la mano, e parve oltremodo turbata nel sentirla tremare così.

— Ah, signorina Emilia, — egli disse — non sono più l'uomo che ero quando vi parlai ultimamente.... Il Signore mi ha mandato un avviso, e devo dispormi a partirmene dà questo mondo!

— Mi duole assai di non aver saputo nulla della vostra malattia, — disse la visitatrice. — Sarei venuta prima a trovarvi.... Ma ho avuto la notizia soltanto oggi.... Stamani Giorgio, il servitore di mio padre, vi ha visto in una bottega con Gertrude, e me l'ha detto non appena ritornato di città. Cotesta bambina doveva pur scrivermi un rigo.... —

Gertrude stava ritta presso il vecchio accarezzando con le dita sottili le sue ciocche grige. Egli, all'udire Emilia menzionarla, si voltò verso di lei e la guardò.... Ah, quale sguardo d'amore! Mai Gertrude potè scordarlo.

— Cara signorina, — rispose True — non era necessario disturbare nessuno. Dio stesso ha provveduto. Tutti insieme i dottori e tutte le infermiere del paese, non avrebbero fatto per me la metà di quello che ha saputo fare questa mia piccina. Cinque anni sono, quando me la portai a casa, povera scricciola, scalza e livida dal freddo, quando, in questa medesima stanza, me la reggevo sulle braccia, notte e giorno, malata, quasi morente, non mi sarei immaginato che verrebbe così presto la sua volta. No, signorina Emilia, non mi sarei immaginato che il Signore mi abbatterebbe così profondamente, che quei piedini correrebbero tanto di qua e di là per servirmi, che quelle manine verrebbero nelle tristi notti ad accomodare i miei guanciali, che il giorno camminerei appoggiato al suo debole braccio.... Davvero le vie di Dio non sono le nostre vie, nè i suoi pensieri come i nostri pensieri.

— Oh, zio True, — disse Gertrude — io non fo molto per voi! Vorrei fare assai più, vorrei ridarvi la vostra forza.

— Per questo mondo non è più possibile.... Ma tu mi dài ben altra forza che quella del corpo.... Ah, signorina Emilia, — proseguì rivolto alla fanciulla cieca — a voi dobbiamo ogni nostro bene! Io amavo il mio uccellino, ma ero uno sciocco e non sarei riescito che a viziarlo. Invece voi sapevate quello che ci voleva per il suo meglio e per il mio. Voi avete fatto di lei ciò ch'è adesso: uno degli agnelli di Cristo, un'ancella del Signore. Se qualcuno m'avesse detto sei mesi addietro ch'io sarei divenuto un povero invalido, inchiodato in una poltrona, senza sapere chi provvederebbe al necessario per me e per il mio uccellino caro, avrei risposto che non è possibile sopportare con pazienza una tal sorte, e il cuore mi sarebbe venuto meno. Ma ho imparato una gran lezione da questa bambina! Dopo l'attacco, appena ebbi ricuperato la parola, e potei esprimere le idee che mi venivano alla mente, turbato com'ero pensando al mio caso e alle condizioni di Gertrude che non aveva più chi lavorasse per lei, tanto turbato da sentirmi peggio, dissi gemendo: «E che faremo ora?... Che faremo?» Ed essa mi sussurrò nell'orecchio: «Dio avrà cura di noi, zio True.» E quando, dimenticata quella sua risposta, domandai un'altra volta: «Chi ci nutrirà ora, chi ci vestirà?» essa di nuovo disse: «Provvederà il Signore!» Una notte, nel più profondo della mia angoscia, crucciandomi per la mia piccina, esclamai: «Se io muoio, chi s'occuperà di Gertrude?» E la cara creatura ch'io credevo a letto, bene addormentata, posò la testa accanto alla mia, e rispose: «Zio True, la sera ch'io fui messa fuori nella strada buia, ed abbandonata là, sola, senza più casa, senza un amico al mondo, il nostro Padre Celeste vi mandò in mio soccorso; così se mai volesse chiamarvi a Sè e non prendere me pure, mi manderà qualcun altro per sostenermi durante il tempo ch'io devo restare ancora quaggiù.» Da quel momento, signorina Emilia, ho cessato di disperarmi. Le sue parole e i santi insegnamenti della Bibbia ch'ella mi legge tutti i giorni, hanno penetrato il mio cuore, e sono in pace.

«Io pensavo sempre che se fossi vissuto e rimasto sano e forte, Gertrude avrebbe potuto frequentare la scuola e istruirsi, giacchè ha una grande inclinazione allo studio, e impara con molta facilità. È una bambina piuttosto gracile; e poi, non pare proprio fatta per i lavori grossolani e faticosi, perciò mi dispiaceva troppo l'idea che avesse a guadagnarsi la vita duramente. Speravo di vederla diventare maestra di scuola come la signorina Browne, o qualche cosa di simile.... Ma adesso non mi tormento più. Sono persuaso che, come dice lei, tutto avviene per il nostro meglio, perchè altrimenti non avverrebbe. —

Gertrude che, mentre egli parlava, aveva tenuto la faccia nascosta contro la sua spalla, alzò la testa e disse, risolutamente:

— Zio True, io mi sento capace di fare qualsiasi lavoro materiale, o quasi. Per esempio, la signora Sullivan dice ch'io cucio molto bene; potrei far la sarta o la modista. Questi non sono mestieri faticosi.

— Signor Flint, — domandò Emilia — affidereste volentieri a me la vostra bambina? Se Dio vi separasse da lei, la credereste sicura sotto la mia custodia?

— Oh, signorina Emilia! — esclamò l'infermo. — Come non la crederei sicura sotto la custodia d'un angelo? E voi....

— No, non dite questo, — interruppe ella — o mi periterò d'assumere un impegno così solenne. So purtroppo che la mia cecità, la mia debole salute, la mia inesperienza, mi rendono poco atta ad incaricarmi d'una bambina come Gertrude. Ma poichè voi approvate l'istruzione che le ho dato finora, e, per bontà vostra, mi tenete in miglior concetto ch'io non meriti, almeno sarete certo del mio sincero desiderio d'esserle utile. E s'è un conforto per voi il sapere che in caso di vostra morte io sarò lieta di prenderla meco, d'aver cura della sua educazione, e di provvedere a lei finchè io viva, abbiatevi la mia formale promessa — e così dicendo pose la sua destra su quella di True — che questo sarà fatto e che m'adoprerò con tutte le mie forze perchè ella sia felice. —

Il primo impulso di Gertrude fu di slanciarsi verso Emilia e gettarle le braccia al collo, ma la rattenne nell'atto la vista di True che piangeva come un fanciullo. Ella fece posare la testa del vecchio sul suo seno e asciugò con la mano le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi: lacrime di gioia però, della gioia che lo soverchiava in quel suo stato di debolezza, di prostrazione.

La proposta della signorina Graham gli giungeva così inopinata e di tanto superava le sue aspettazioni, da sembrargli una speranza troppo bella perchè osasse affidarvisi: e ad un tratto un dubbio gli balenò, ed accrebbe la sua trepidanza:

— Ma vostro padre! — disse esitando. — Il signor Graham! Egli ha le sue idee particolari, le sue consuetudini, e non è più giovane.... Ho gran paura che non gli garberà avere in casa una bambina....

— Mio padre è molto indulgente con me, — rispose Emilia. — Certo non vorrà opporsi a un disegno che mi sta a cuore. Io mi sono affezionata a Gertrude; la sua presenza mi sarebbe utile e vi troverei un conforto. Mi confido, signor Flint, che voi riacquisterete, almeno in parte, la salute e le forze, e rimarrete con lei ancora molti anni: ma affinchè non siate in ansia per la sua sorte, colgo quest'occasione d'assicurarvi che s'io vi sopravvivo la mia casa sarà la sua.

— Ah, signorina Emilia! — esclamò il vecchio — il mio tempo quaggiù è finito, lo sento; e giacchè volete incaricarvi di questa creatura, sarete presto chiamata a compiere la vostra opera di carità. Ricordo com'ero turbato il giorno dopo ch'io me l'ebbi portata qui, pensando che forse non ero capace d'educarla, e non avevo la possibilità di tenerla ammodo. E voi, cara signorina, ricordate che mi diceste per incoraggiarmi? «Avete fatto bene,» mi diceste, «e il Signore vi benedice e vi ricompenserà.» Quante volte da allora ho ripetuto in cuor mio che le vostre parole erano state una vera profezia, che il Signore stesso ve le aveva ispirate! Ed ora che voi vi proponete di prendere il mio posto perchè Egli mi chiama a Sè, e ch'io vedo più chiaramente che mai le sue vie, vi dico a mia volta, signorina Emilia: «Fate bene!» E se Dio vi ricompensa come ha ricompensato me, verrà il giorno che l'amore e la gratitudine di questa orfanella vi ripagheranno di ciò che avrete fatto per lei.... Gertrude?

— Non è qui, — disse la cieca — l'ho udita correre nella sua camera.

— Povero uccellino! — fece True. — Non le piace sentirmi parlare del momento che dovrò lasciarla. Mi rattrista il pensiero della sua desolazione. Mi par di vederla struggersi il cuore in lacrime dietro il suo vecchio zio. Basta, non importa. Io volevo raccomandarle d'essere una buona figliuola per voi, ma credo che non ci sia bisogno di raccomandazioni.... Le dirò quando torna quel che ho da dirle. Addio, cara signorina, — egli soggiunse, poichè Emilia s'era rizzata e Giorgio, il servitore, l'aspettava sulla soglia — se non vi rivedo più, sappiate che voi avete reso un povero vecchio tanto felice, da non lasciargli nulla da desiderare sulla terra, e che portate con voi la benedizione d'un morente. Vi conceda Iddio di finire i vostri giorni in perfetta pace come io finisco i miei! —

Quella sera, quando Trueman si fu coricato, e che Gertrude ebbe finito di leggergli secondo il consueto qualche pagina della sua piccola Bibbia, egli, chiamatala al suo capezzale, la pregò, come spesso faceva ultimamente, di ripetere la preghiera per i malati, da lui prediletta.

Ella s'inginocchiò, e con solenne e commovente ardore sodisfece alla sua richiesta.

— E adesso, tesoro, la preghiera per i moribondi.... Ce n'è una, non è vero, nel tuo libriccino? —

Gertrude tremò. Sì, c'era, e bellissima. La pensosa fanciulla, cui l'idea della morte era familiare, la sapeva a memoria. Ma come avrebbe potuto proferirne ad alta voce le parole senza tradire la commozione che la scoteva tutta? Eppure doveva provarvisi. Lo zio True desiderava udirla, e sarebbe stato un conforto per lui. Concentrando tutta la propria energia, dominandosi con uno sforzo, ella incominciò, e guadagnando vigore man mano che proseguiva, arrivò fino in fondo. Due o tre volte la voce le fallì, soffocata nel nodo che le serrava la gola, ma subito, per un nuovo sforzo della volontà, risonò tanto limpida e calma, che la divozione dell'infermo non fu disturbata dal dolore della sua bimba diletta. Fortunatamente egli non poteva sentire i palpiti del piccolo cuore spasimante che minacciavano di spezzarlo.

Recitata la preghiera, ella rimase in ginocchio, accanto al letto, con la faccia nascosta nelle coperte. Non era in grado di rizzarsi. Per qualche minuto un silenzio solenne regnò nella stanza. Poi il vecchio le posò una mano sul capo.

Ella alzò gli occhi verso di lui, ed egli disse:

— Tu ami la signorina Emilia, non è vero, uccellino mio?

— Oh, sì, molto!

— Mi prometti d'essere una buona figliuola per lei quando io me ne sarò andato? —

Gertrude ruppe in singhiozzi.

— O zio True, non mi lasciate! Caro, caro zio True, io non posso vivere senza di voi!

— Dio vuole ch'io vada a Lui, Gertrude. Egli è stato sempre buono con noi, e non dobbiamo ora dubitare della Sua bontà. La signorina Emilia può fare per te più ch'io non potessi. Tu con lei sarai felice.

— No, no! Mai più non sarò felice in questo mondo! Non fui mai felice prima d'esser venuta a stare con voi! E se voi morite, desidero di morire anch'io....

— Tu non devi desiderare questo, mio tesoro: sei giovane, e il tuo dovere è di compiere sulla terra il tempo che t'è assegnato procurando di fare il bene. Io sono vecchio, e oramai non altro che un peso inutile....

— Non lo dite, zio True, non lo dite! Voi non siete, non potete essere di peso a nessuno. Vorrei io piuttosto non aver cagionato tanto incomodo a voi....

— Al contrario, uccellino, Dio sa che tu sei stata tutti questi anni la gioia del mio cuore. Ciò che mi affligge è il vederti adesso sempre sacrificata qui in casa a sfaticare invece d'andar a scuola. Ma quaggiù, noi dipendiamo gli uni dagli altri.... in primo luogo da Dio.... e poi gli uni dagli altri.... E questo mi rammenta le cose che ho da dirti. Io sento che il Signore mi chiamerà presto, assai più presto che tu non creda. E tu allora piangerai e sarai oltremodo afflitta, senza dubbio.... Ma la signorina Emilia ti prenderà seco, e ti dirà parole sante che ti conforteranno, ti dirà come ci rivedremo e saremo felici in un mondo migliore; dove non ci separeremo più.... Anche Guglielmo farà tutto il suo possibile per consolarti nel tuo dolore.... E, col tempo, sorriderai di nuovo.... Da principio, ed a lungo forse, tu sarai a carico della signorina Emilia che avrà da pensare a tutto per te: scuola, vestiario, e via dicendo. Ebbene, questo ti voglio dire: lo zio True s'aspetta che tu ti comporti con lei da buona figliuola, e l'obbedisca sempre. E quando sarai più grande forse potrai fare a tua volta qualche cosa per provarle la tua gratitudine. Ella è cieca, e i tuoi occhi dovranno essere i suoi: non è robusta, e tu dovrai essere il suo sostegno come sei stata il mio. Se tu sarai buona e paziente, Gertrude, Dio ti darà la pace e la serenità dell'anima per aver fatto quanto potevano le tue forze, in pro degli altri. E quando avrai qualche dispiacere (nessuno ne va esente) ricordati dello zio True che ti diceva in questi casi: «Su, allegri, uccellino, perchè a parer mio tutto finirà bene!» Andiamo, non addolorarti ora: va' a letto, cara.... E domani faremo una bella passeggiatina; sai che Guglielmo verrà con noi.... —

Gertrude si fece cuore per amor suo, e andò a coricarsi. Stette qualche ora vegliando, ma alfine cadde in un sonno profondo e non si destò fino a giorno.

Sognò ch'era già il mattino e che lei, lo zio True e Guglielmo facevano una passeggiata deliziosa; lo zio True aveva ricuperato la salute e le forze, camminava con passo fermo, gli occhi gli brillavano; Guglielmo e lei erano felici e ridenti.

E mentre ella sognava il suo bel sogno, ed era tanto lontana dal pensare che mai più non avrebbe calcato a fianco del suo primo amico le vie terrestri, il messaggero venne, un dolce e tacito messaggero, e nella quiete della notte avvolgente il mondo sopito, prese l'anima del buon True e la portò a Dio!

XVI.

Indice

Le stelle son magioni edificate

Da natura, ove forse la celeste

Lor dimora hanno l'anime beate

Nella luce immortal che le riveste.

Wordsworth.

Sono trascorsi due mesi dalla morte di True, e da otto giorni Gertrude è stabilita in casa del signor Graham.

Emilia aveva saputo per mezzo d'un giornale la notizia della perdita che così improvvisamente colpiva la bambina. Senz'indugio comunicò allora a suo padre il suo desiderio e i suoi propositi rispetto all'orfanella, ed egli non vi si oppose. Le fece però notare gl'inconvenienti che avrebbe cagionato in quel momento la venuta di questa alla villa, posto che erano in procinto di partire per una visita a parenti dimoranti in un paese lontano, e non sarebbero ritornati che quasi al tempo di rientrare in città per l'inverno. Emilia comprese la giustezza dell'obiezione. Invero la signora Ellis restava a custodia della casa, ma ella ben sapeva che quand'anche avesse acconsentito ad occuparsi di Gertrude durante la loro assenza, era la persona meno atta a consolarla nella sua afflizione.

Questo pensiero la turbava considerandosi ella oramai come l'unica tutela di quell'orfana, e si doleva in cuor suo d'essere così inopportunamente costretta a un insolito viaggio. Ma non c'era rimedio: il signor Graham aveva divisato di farlo, ed ella doveva guardarsi dal contrariare la sua intenzione perchè la presenza della piccola Gertrude non riuscisse, proprio da bel principio, importuna e sgradita, E la mattina dopo il suo colloquio col padre, si recò in città, assai perplessa circa il modo di regolarsi in quelle imprevedute circostanze.

Era una domenica, ma Emilia aveva uno scopo di carità e d'amore, che non ammetteva dilazioni. Un'ora innanzi l'uffizio del mattino, la signora Sullivan, affacciata alla finestra che dava sulla strada, vide fermarsi alla porta di casa la carrozza del signor Graham. Ella corse incontro alla giovane cieca, e con la gentilezza e la bontà in lei naturali la condusse nel suo modesto ma pulitissimo salotto, la fece sedere in una comoda poltrona, le mise in mano un ventaglio, (era una giornata caldissima) poi le disse quanto lieta, grata, fosse della sua visita, e quanto le dispiacesse che appunto Gertrude non si trovasse in casa.

— E dov'è? — domandò Emilia, maravigliata.

— È uscita a passeggiare col mio Guglielmo, — rispose la signora Sullivan.

Molte altre domande seguirono a quella, da parte della visitatrice, e la buona donnina raccontò tutta la lunga e commovente storia del disperato dolore di Gertrude, dolore inconsolabile, e tanto profondo da farle temere ch'ella ne morisse.

— Io non potevo nulla, con lei. Durante la settimana scorsa passò le giornate seduta sul suo panchetto davanti alla poltrona dello zio True, con la testa sul cuscino, e non c'era caso d'indurla a levarsi di lì e a mangiare qualche cosa. Quando le parlavo sembrava che non udisse: s'io tentavo di smuoverla a forza non si dibatteva, (era sempre tranquilla), ma mi si abbandonava tra le braccia come un corpo morto; e non osavo costringerla a venire nel mio quartierino benchè sapessi che il mutar luogo le avrebbe giovato. Se non ci fosse stato Guglielmo, io non so davvero come avrei fatto con quella povera creatura; era una gran pena! Ma lui sa maneggiarla molto meglio di me. Nelle ore che è in casa, adesso va benino. Figuratevi, se la piglia in collo, perchè è forte quel ragazzo, e lei è leggera come una piuma, la porta in un'altra stanza o fuori nella corte, e trova sempre la maniera di rasserenarla, ch'è una maraviglia. La persuade a mangiare, la conduce a far una lunga passeggiata tutte le sere, quando ritorna dal magazzino. Ieri andarono fin oltre il ponte di Chelsea, dove si gode l'aria buona e il fresco, e pare che fosse riuscito a distrarla, a divertirla perfino, perchè me la riportò più colorita e più animata che non l'avessi ancora veduta. Era tanto stanca, che si lasciò mettere a letto nella mia camera, e dormì saporitamente tutta la notte. Tant'è vero che oggi è la Gertrude di prima. Sono usciti insieme stamani; essendo domenica Guglielmo sta tutto il giorno con noi, e non dubito che finirà di consolarla, se è umanamente possibile.

— Guglielmo dimostra molto criterio cercando di distrarla, conducendola fuori di casa, — disse Emilia. — Sono lieta ch'ella abbia amici tanto benevoli. Io promisi al signor Flint che se la sua figliuola adottiva avesse la sventura di perderlo, la prenderei meco, e la mia casa sarebbe la sua. Non ho avuto notizia della morte di quel brav'uomo se non ieri; e considero come un gran favore usato a me non meno che a Gertrude, l'avere intanto preso così amorosamente cura di lei. Ma io ero certa della vostra bontà: altrimenti non mi sarei data pace di non aver saputo subito che il povero True già era venuto a mancare.

— Oh, signorina Emilia, — disse la signora Sullivan — Gertrude ci è tanto cara, e soffrivamo talmente anche noi vedendola soffrire, ch'era bontà verso noi stessi fare tutto il possibile per confortarla. Io credo che Guglielmo e lei non s'amerebbero con maggior tenerezza se fossero fratello e sorella. Il mio figliuolo e lo zio True erano grandi amici. Ah sentiamo tutti vivamente la perdita del nostro buon casigliano, credetelo. Il mio vecchio padre non ne parla molto, ma io vedo bene com'è addolorato e depresso. —

Nel corso della conversazione che si prolungò ancora, la vedova disse che una sua cugina moglie d'un fittaiuolo, la quale viveva nei dintorni di Boston alla distanza di circa venti miglia dalla città, l'aveva invitata, insieme co' suoi, a passare una quindicina di giorni alla fattoria; e che coincidendo l'invito con l'usata vacanza estiva di Guglielmo, si proponevano d'accettarlo.

Ella parlò di Gertrude come se fosse inteso che li accompagnerebbe, e s'estese sul vantaggio che le avrebbe procurato il respirare l'aria di campagna e scorrazzare per campi e boschi, dopo le fatiche sostenute e la lunga reclusione.

Emilia, visto che la ragazzina sarebbe un'ospite attesa e bene accolta, approvò di cuore questa visita, e convenne inoltre con la signora Sullivan che ella rimarrebbe affidata a lei, fino al ritorno del signor Graham a Boston per la stagione invernale. Poi dovette accomiatarsi, senz'aspettare Gertrude; ma lasciò alla vedova un affettuoso messaggio per la loro protetta, e una somma sufficiente ai bisogni di questa durante il tempo stabilito.

Così Gertrude andò in campagna, dove la novità d'ogni cosa intorno a lei, l'abbondanza di cibo sostanzioso, la salubrità del moto all'aria aperta tra il verde, la cordialità e la simpatia delle persone con cui si trovava, fecero rifiorire le rose sulle sue guance e ridonarono al suo cuore la calma e la serenità se non la gioia.

Poco dopo ritornati i Sullivan dalla loro villeggiatura, si trasferirono in città anche i Graham, e l'orfanella passò nella sua nuova casa.

— Sei ancora alla finestra, Gertrude? Che ci stai a fare, cara?

— Aspetto di vedere accendersi i lumi, signorina Emilia.

— Ma non li accendono stasera. Alle otto si leva la luna che rischiarerà le strade a sufficienza per tutta la notte.

— Non intendevo parlare dei lampioni.

— E di che, dunque? — domandò Emilia avvicinandosi alla finestra e posando le mani sulle spalle della fanciulla.

— Delle stelle, cara signorina. Ah, vorrei pure che poteste vederle anche voi!

— Brillano e scintillano, non è vero?

— Oh, sono belle, belle! E tante! Il cielo n'è gremito....

— Come ricordo il tempo ch'io solevo stare a questa medesima finestra, guardando le stelle che tu guardi ora! Mi sembra di vederle con gli occhi tanto le ho presenti nella memoria!

— Io le amo tutte quante, ma la mia più d'ogni altra!

— E qual'è la tua stella?

— È quella fulgidissima, là, sul campanile della chiesa. Ogni notte splende di contro alla mia camera e mi guarda fisso nel viso.... Signorina Emilia, — e la voce di Gertrude si fece sommessa — provo un sentimento come se quella stella splendesse apposta per me, e mi figuro che l'accenda lo zio True, e ch'egli nella sua luce mi sorrida e mi dica: «Vedi, Gertrudina, ho acceso la tua lampada!» Caro zio True! Credete, signorina, che egli mi ami sempre?

— Sì, lo credo fermamente; e credo pure che se tu seguirai il suo esempio e procurerai d'esser buona e paziente al pari di lui, egli sarà in effetto il lume che guiderà i tuoi passi brillando sul tuo cammino di luce altrettanto viva che se la sua faccia ti sorridesse nel fulgore della stella.

— Io ero paziente, e buona quando vivevo con lui.... quasi sempre almeno.... e sono buona quando sono con voi; ma la signora Ellis mi urta. Si direbbe che cerchi di tormentarmi, di provocarmi, e allora io vo in collera; e non so più quel che dico e quel che faccio. Non intendevo d'essere impertinente con lei, oggi, e mi rincresce d'avere sbattuto l'uscio; ma come non perdere la pazienza, signorina Emilia, nel sentirla sostenere davanti al signor Graham che avevo strappato io il Journal di ieri, mentre non era vero? Quello in cui mi vide involtare le vostre pantofole era un altro vecchio foglio, e sono sicura che ella stessa, invece, deve aver acceso il fuoco nella biblioteca col Journal scomparso; ma il signor Graham crederà sempre che sono stata io.

— Non dubito, Gertrude, che tu avevi qualche ragione di sentirti sdegnata, e che, come affermi, quel giornale non è andato perduto per colpa tua. Ma devi ricordarti, mia cara, che non c'è nessun merito a esser buoni e pazienti quando nulla ci irrita. Io desidero che tu impari a sopportare anche le ingiustizie senza perdere la padronanza di te. Sai che la signora Ellis è qui da molti anni; finora ha sempre fatto a modo suo, e non è avvezza coi ragazzi. S'immagina che la tua presenza in questa casa le porterà nuove faccende, la disturberà nelle sue consuetudini; e pero non è da maravigliarsi che, a volte, se qualche cosa va di traverso se la pigli teco. È una donna fidatissima, buona e premurosa per me e per il mio babbo che la tiene in gran conto. Sarei infelice se dovessi temere che tu e lei non potrete vivere insieme amichevolmente.

— Io non voglio farvi infelice! Non voglio disturbare nessuno! — disse Gertrude, eccitata. — Andrò via piuttosto, dovunque, lontano, e non sentirete più parlare di me!

— Gertrude! — esclamò Emilia con tono grave e triste.

Ella teneva sempre le mani sulle spalle della ragazzina, e, parlando, la fece voltare di faccia a lei.

— Gertrude, desideri dunque d'abbandonare la tua amica cieca? Non mi vuoi punto bene? —

Il volto in cui s'incontrò lo sguardo della piccola sdegnosa aveva un'espressione di dolore così commovente, che il suo orgoglio e la sua ira caddero di colpo.

— No, no, cara signorina Emilia! — ella proruppe gettando le braccia al collo della giovane. — Non vorrei lasciarvi per nulla al mondo. Farò tutto quello che voi desiderate! Non andrò più in collera con la signora Ellis, per amor vostro!

— Non per amor mio, Gertrude, — replicò Emilia — per amor di te stessa, per amor del tuo dovere e di Dio! Qualche anno fa non avrei aspettato da te un contegno remissivo e benevolo verso una persona da cui tu fossi stata trattata con ingiustizia; ma adesso che sai distinguere il bene dal male, adesso che t'è familiare la vita del divino Maestro, il quale perdonava le ingiurie, adesso che hai imparato a compiere fedelmente tanti alti doveri, speravo che tu sapessi anche sostenere con pazienza e indulgenza ogni più duro cimento. Ma s'io t'ammonisco quando hai errato, non dispero già che tu divenga un giorno come ti bramo. Poichè tu ti trovi sottoposta ora a una novella prova, t'è necessario raccogliere novelle forze per sopportarla; e ho tanta fiducia in te da credere che, conoscendo i miei desiderî, procurerai di condurti convenevolmente verso la signora Ellis, in qualsiasi occasione.

— Lo farò, cara signorina, lo farò. Non le risponderò mai quando sarà cattiva con me, dovessi mordermi le labbra per tenerle chiuse.

— Oh le cose non arriveranno a questo punto! — disse Emilia sorridendo. — Le sue maniere sono un po' ruvide, ma ti ci assuefarai col tempo. —

Proprio in quel momento s'udì una voce nell'anticamera:

— Vedere la signorina Flint! Davvero? Ebbene, la signorina Flint è nella camera della signorina Graham. O che si mette a ricever visite, ora? —

Gertrude avvampò in viso, fino alle tempie. La voce era quella della signora Ellis e parlava in tono di derisione.

Emilia andò all'uscio e l'aperse.

— Signora Ellis!

— Che volete, Emilia?

— C'è qualcuno da basso?

— Sì, un giovanotto che chiede di Gertrude. Quel certo Sullivan, credo.

— Guglielmo! — gridò Gertrude slanciandosi avanti.

— Scendi pure, e quando avrai finito d'intrattenerti con lui torna qui, — disse Emilia. — Voi, signora Ellis, fatemi il piacere di venir a mettere un po' in ordine la mia camera. Credo che troverete sul tappeto molti ritagli di roba per il vostro sacco dei cenci. La signorina Randolph ne semina sempre in abbondanza quando viene a tagliare un vestito. —

La governante fece la sua collezione, poi sedette sul canapè coi ritagli di colore in una mano e i bianchi nell'altra, e cominciò, parlando di Gertrude:

— Che farete di lei, Emilia? La manderete a scuola?

— Sì, andrà dal signor W. l'inverno prossimo.

— Oh! Non è una scuola troppo costosa per una ragazzina della sua condizione?

— È costosa, sicuro, ma io desidero darle il miglior maestro che conosco, e il babbo non fa obiezioni circa la spesa. Pensa anche lui che se vogliamo destinarla a istruire altre bambine, bisogna che sia bene istruita ella stessa. Gliene parlai la prima sera dopo tornati in città per la stagione, e convenne con me ch'era meglio metterla subito a imparare un mestiere, anzichè farne con una mezza educazione una signorina buona a nulla. Egli acconsentì a lasciarmi libera di regolarmi come mi parrebbe meglio, e ho risolto di mandarla dal W. Resterà dunque con noi per ora. È mia intenzione tenermela dappresso quanto più a lungo sia possibile, non solo perchè le sono molto affezionata, ma perchè è tanto delicata e sensitiva; la morte del vecchio Flint l'ha addolorata immensamente, e dobbiamo cercare in ogni modo di consolarla, di renderla felice.... non vi pare, signora Ellis?

— Io ho sempre badato a fare il mio dovere, — rispose la governante, piuttosto seccamente. — Dove dormirà quando la casa sarà ordinata?

— Nella camerina in fondo al corridoio.

— E allora dove metterò l'armadio della biancheria?

— Non può stare nell'entrata sul di dietro? Io credo che troverà posto benissimo tra le due finestre....

— Bisognerà che lo trovi, — disse la signora Ellis; e uscì dimenandosi e brontolando tra i denti: — Tutto sossopra a cagione di quella piccola villana rifatta! —

I motivi del suo dispetto erano parecchi. Preposta da lungo tempo al governo delle faccende domestiche in casa Graham, esercitava le sue mansioni con un'autorità assoluta, diventata un po' tirannica. Era brava, metodica, scrupolosa in materia d'ordine e di pulizia. A' suoi occhi, dopo tanti anni che viveva tranquilla in una famiglia poco numerosa e non aveva più da fare con bambini, Gertrude era apparsa come un'intrusa, di cui nulla giustificava la presenza, e che non poteva se non commettere malestri, seminar zizzania e guastarle le uova nel paniere. Inoltre usciva dal «basso popolo», come s'esprimeva la governante, la quale non era in fondo di cuor duro ed approvava la carità pubblica e privata, ma aveva un debole per gli «alti natali». Si vantava anzi d'esser nata bene ella stessa, quantunque ridotta dalla fortuna in una condizione inferiore, e le pareva un'offesa alla sua dignità il pretendere ch'ella avesse a prestarsi in servigio di una persona tanto al di sotto di lei nella gerarchia sociale. Ma soprattutto vedeva in quell'ospite sgradita una rivale formidabile nell'affetto della signorina Graham, che, afflitta da cecità e piuttosto cagionevole, era stata fino allora interamente affidata alle sue cure, e in cui aveva riposto tutta la tenerezza che la sua aspra natura le concedeva di sentire per qualcuno.

Date queste circostanze, si comprende che la signora Ellis era lungi dal sentirsi favorevolmente disposta verso Gertrude; e Gertrude dal canto suo non era ancor preparata ad amare cordialmente la signora Ellis.

XVII.

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Imprendere su questo mare un lungo

Venturoso viaggio è tuo destino.

Può il saggio naufragar, lo stolto deve.

Or dunque a tempo di saggezza t'arma.

Ware.

Emilia sedeva sola nella sua camera. Il signor Graham era andato a un'assemblea dei direttori delle banche. La signora Ellis mondava dell'uva passa nel salotto da pranzo. Gertrude s'intratteneva ancora con Guglielmo nella piccola biblioteca a pianterreno. Ed Emilia s'abbandonava al corso de' suoi pensieri mentre il lume della luna invadeva la stanza non meno buia per lei. Ella appoggiava la fronte sulla mano; il suo volto abitualmente placido e sereno aveva un'espressione di profonda mestizia, la sua persona era accasciata in un'attitudine di dolore e di scoramento. E man mano che i ricordi le si affollavano nella mente, e i passati affanni le si ridestavano nel cuore, ella veniva reclinando il capo sui cuscini dell'agrippina, e lente lacrime stillavano di tra le sue dita.

D'improvviso una manina leggera la toccò. Ella diede un sobbalzo, come sempre quand'era sorpresa, perchè, tutt'assorta nella sua meditazione, non aveva udito i passi di Gertrude.

— Avete qualche dispiacere, signorina Emilia? — domandò la fanciulla. — Desiderate che vi lasci sola, o mi permettete di rimanere? —

Il tono affettuoso, la delicatezza della domanda, commossero la cieca.

— Oh, sì, rimani! — le rispose traendola a sè e cingendole con un braccio la vita. — Ma tu che hai? — soggiunse, poichè in quell'atto aveva sentito che ella era violentemente agitata. — Tremi tutta, sei scossa da singhiozzi.... Che t'è accaduto? —

Gertrude proruppe:

— Ah, cara signorina! Mi sembrava che piangeste quando sono entrata, e speravo che mi lascereste piangere con voi.... Sono in tanta desolazione! Non posso far altro. —

Emilia si calmò dinanzi all'intensa angoscia della sua piccola protetta, evidentemente cagionata da una nuova e grave afflizione. Ella volle conoscerla. E seppe questo: Guglielmo era venuto a dirle che partiva, che lasciava l'America, per andare, diceva lei, «in capo al mondo»: nell'India. Il signor Clinton essendo cointeressato in una casa commerciale di Calcutta, aveva offerto al giovane Sullivan di mandarvelo in qualità di commesso a condizioni vantaggiosissime. Gli si schiudeva così un avvenire ben più splendido di quello che poteva sperare in patria: già fin d'ora lo stipendio assegnatogli era tale da bastare non solo a tutte le sue spese personali, ma altresì al benessere de' suoi che d'anno in anno avevano maggior bisogno del suo aiuto; ed anche le probabilità d'avanzamento erano grandi. Pertanto, sebbene l'amoroso suo cuore sanguinasse al pensiero del distacco dal paese nativo e da coloro che amava, egli non esitò un momento a seguire il consiglio datogli a un tempo dal suo dovere e dal suo interesse. Accettò la proposta, e per fiere che fossero le sue intime lotte nel prendere questa risoluzione che lo condannava a un esilio di cinque anni almeno, di dieci forse, vi si mantenne con virile fermezza, e ne parlò gaiamente a sua madre ed al nonno.

— Signorina Emilia, — disse Gertrude quando si fu quetata alquanto — come sopporterò io la partenza di Guglielmo? Come potrò vivere senza di lui? È tanto buono, mi vuol tanto bene! Sempre è stato per me più che un fratello, e da quando lo zio True è morto, che non ha fatto per confortarmi? Io credo che la morte dello zio True non l'avrei sopportata, se non avessi avuto Guglielmo.... E ora ho da rassegnarmi a lasciarlo andar via?

— È un gran dolore — fece benevolmente Emilia — ma, senza dubbio, si tratta della sua fortuna. Tu devi pensare a questo, e farti una ragione.

— Lo so, lo so, sarà un vantaggio per lui.... Ma voi non potete immaginarvi a qual segno io lo ami.... Siamo stati tanto tempo insieme; eravamo noi due soli, e si viveva l'uno per l'altro.... Egli è molto più grande, e mi proteggeva, aveva cura di me.... No, è impossibile che vi facciate un'idea della nostra amicizia.... —

Gertrude aveva inconsciamente toccato una corda che faceva vibrare tutta l'anima d'Emilia.

— Io, figliuola mia, non potermelo immaginare? — cominciò questa. — Ah, comprendo meglio che tu non te lo figuri, quanto egli ti sia caro! Anch'io ebbi.... —

La voce le tremava; s'interruppe bruscamente, s'alzò da sedere, mosse a rapidi passi verso la finestra, e premette la fronte bruciante contro il gelido cristallo; poi ritornò alla fanciulla dicendo con un tono ridivenuto calmo:

— O Gertrude! Nel dolore che t'opprime tu non vedi il gran conforto che ti è concesso.... Pensa, cara, che Guglielmo potrà darti di frequente sue notizie e ricevere le tue.... È una felicità questa di cui devi render grazie a Dio.

— Sì, m'ha detto che scriverà spessissimo alla sua mamma ed a me....

— Inoltre tu dovresti esser lieta della buona opinione che il signor Clinton ha di lui. La piena fiducia che mostra nella sua intelligenza e nella sua probità scegliendolo per quel posto così importante, è un grande onore.

— È vero; non l'avevo considerato.

— E voi due siete stati sempre felici insieme, e vi separerete in perfetta pace. O, Gertrude, Gertrude, una separazione come la vostra non deve affliggerti così: ve n'hanno di ben più crudeli.... Sii paziente, figliuola mia, fa' il tuo dovere, e forse il giorno che vi rivedrete vi recherà tanta gioia, da compensarvi ampiamente di quanto v'avrà fatto soffrire la lontananza. —

Nel proferir queste parole la voce d'Emilia di nuovo tremava. Gli occhi di Gertrude erano fissi nel suo viso con un'espressione di maraviglia.

— Signorina Emilia, — ella disse — comincio a credere che tutti abbiano le loro pene.

— Certo, cara. Come potresti dubitarne?

— Non lo credevo, una volta: io, sì, ne avevo molte, ma stimavo gli altri più fortunati. M'immaginavo che i ricchi, poi, non avessero niente da desiderare; benchè voi siate cieca, e che questa sia una cosa terribile, vedendovi sempre di buon umore e tranquilla avevo finito col persuadermi che essendovici assuefatta non ne soffriste più, e che adesso nulla mai vi tormentasse. E Guglielmo! Era sempre così allegro ch'io non potevo nemmeno figurarmelo con un viso triste; ma un giorno, quando non riesciva a trovare un'occupazione, lo vidi piangere a calde lacrime; e così per la morte dello zio True; e stasera, mentre mi diceva che sarebbe andato via, i singhiozzi gli facevano nodo alla gola. Sicchè se anche voi, anche lui, avete i vostri dolori, e in certi momenti non rattenete il pianto, vuol dire che il mondo è pieno di triboli e che ad ognuno ne tocca la sua parte.

— È questa la sorte dell'umanità, Gertrude, e non dobbiamo lusingarci di sfuggirvi.

— Ma allora chi può essere felice?

— Soltanto coloro che hanno imparato a sottomettersi; coloro che perfino nelle più gravi afflizioni vedono la mano d'un Padre amoroso, e obbedienti al suo volere baciano la verga che li castiga.

— Dura prova, signorina Emilia!

— Sì, molto dura, e perciò ben pochi in questo mondo possono veramente chiamarsi felici. Ma se in mezzo alle nostre miserie leviamo lo sguardo a Dio con fede ed amore, ci è dato, mentre tutto s'oscura intorno a noi, gustare una pace foriera della beatitudine celeste. —

Emilia aveva ragione. Chi, tra quelli che tendono con sincero sforzo verso la mèta d'una vita cristiana, non ha provato, volgendo nelle ore di supremo sconforto il cuore amante e fidente a Colui dal quale ogni nostra virtù deriva, commozioni di gioia estatica, di sublime speranza, ignote ai gaudenti che il mondo chiama felici? Il cristiano che ha così sognato un sogno di pace eterna, può farsi un qualche concetto di ciò ch'è serbato al popolo di Dio, se l'anima con amore indiviso, con fede immacolata, si riposa nel suo Creatore.

Spesso Gertrude aveva trovato nell'influsso delle credenze religiose un sollievo alle sue pene; ma non aveva ancora come quella sera sentito uno spirito non terreno sorgere dal medesimo turbine di dolore che la travolgeva e accendere in lei la fiamma della più nobile, della più pura sensazione che mai l'avesse commossa.

Quand'ella uscì dalla camera d'Emilia era serena, di quella serenità ch'è una forza; e se l'anima dello zio True, guardandola dalla fulgida stella a lei tanto cara, sospirò nel veder le lacrime che le imperlavano le ciglia, la consolò il sorriso della luce divina che splendeva nel suo volto, e che quando ella ebbe chiuso gli occhi al sonno, v'impresse il suggello della pace.

La partenza di Guglielmo fu così affrettata, che la signora Sullivan ebbe appena una settimana per fare tutti i preparativi che la sua previdenza materna stimava indispensabili. Ella era sopraccarica di lavoro, e Gertrude, alla quale Emilia aveva dato libertà di passare quel tempo da lei, le fu di grande aiuto. Guglielmo, occupatissimo durante la giornata, tornava a casa tutte le sere per stare qualche ora con loro.

Una volta rincasò sull'imbrunire. Sua madre e il nonno Cooper erano fuori; e poichè Gertrude aveva appunto terminato il suo lavoro di cucito, egli le disse:

— Se non hai paura di pigliar freddo, vieni a sedere con me sullo scalino dell'uscio, come facevamo in passato: oggi la temperatura è abbastanza mite, ma non c'è da sperare che duri.... E chi sa se avremo più occasione di sederci insieme su questa soglia e guardar la luna sorgere sopra la vecchia casa all'angolo della strada....

— Oh, Guglielmo, — ella l'interruppe — non parlare di non ritrovarci più insieme qui! Mi fa tanta pena la sola idea.... Non c'è una casa in tutta Boston che possa mai piacermi come questa!

— E neanche a me.... Ma non credo a una probabilità contro cento che al mio ritorno tra cinque anni io non trovi al suo posto un bel blocco di magazzini, quando verrò a cercarla.... Vorrei che non fosse, perchè sento che avrò la nostalgia della nostra antica dimora....

— Ma se la demoliscono, che faranno tua madre e tuo nonno?

— Non è facile dire che farà uno qualsiasi di noi a quel tempo; ma se saranno costretti a sgomberare, mi confido d'essere in grado di provvederli di un'abitazione migliore.

— Però tu non ci sarai, Guglielmo.

— Lo so, ma ci scriveremo sempre, e potremo parlarne e regolare ogni cosa per lettera. Il pensiero degl'inevitabili mutamenti è ciò che più mi turba nel lasciarli; temo che si risentano della mia assenza, che abbiano bisogno di me.... Gertrude, tu avrai cura de' miei cari, non è vero?

— Io! — esclamò ella, sbalordita. — Una bambina come me che può fare?

— Se rimarrò lontano da cinque a dieci anni, tu non sarai sempre una bambina, e in molti casi vale più l'appoggio d'una donna che quello d'un uomo; specie d'una buona e brava donna quale tu diverrai senza fallo. Io non ho dimenticato l'ammirabile assistenza che prestasti allo zio True; e quando mi figuro la mamma e il nonno vecchi ed infermi, penso a te sperando che ti saprei accanto a loro; perchè sono certo che tu li potresti aiutare meglio assai che non possa io. E però li lascio affidati a te, Gertrude, benchè tu non sia che una bambina ora.

— Grazie, Guglielmo, della tua fiducia ch'io farò per loro tutto ciò che starà nelle mie forze. E lo farò finchè avrò vita. Ma è possibile ch'essi siano vegeti e sani durante tutto il tempo della tua assenza, e che invece io, sebbene tanto giovane, mi ammali e venga a morire.

— Ahimè, non è che troppo vero! — disse egli con accento di tristezza. — E potrei morire anch'io. Ma è inutile pensare a questo.... Mi pare che non avrei il coraggio d'andarmene se non mi confidassi di ritrovarvi tutti in buona salute e contenti, al mio ritorno. Tu devi scrivermi ogni mese, perchè sarebbe un compito assai più faticoso per la mamma che per te, e, sicuro, essa t'incaricherà quasi interamente della corrispondenza; sarà tutt'uno che le mie lettere siano dirette all'una o all'altra.... E tu, Gertrude, non mi scordare, sai.... voglimi sempre bene come se fossi presente.... Me lo prometti, cara?

— Scordarti, Guglielmo!... Io non penserò che a te, e t'amerò più che mai.... Come potrebb'essere diversamente? Ma tu sarai lontano in un paese straniero, dove tutto ti sarà nuovo, tutto ti distrarrà.... e non penserai di certo a me, altrettanto.

— Se tu lo credi, Gertrude, vuol dire che non mi conosci abbastanza. Tu qui avrai dintorno tanti buoni amici, io mi troverò solo laggiù in mezzo a gente estranea; ma il mio cuore sarà sempre con te e con la mamma, e vivrò più tra voi, che dove sarò in persona. —

Furono interrotti dal ritorno del signor Cooper e non riannodarono più il discorso su questo soggetto. Ma la mattina della partenza, mentre nella stanza attigua la signora Sullivan, china su un baule ben riempito, cercava di nascondere le sue lacrime, e il vecchio stava a testa bassa più del solito, con in mano la pipa spenta, Guglielmo disse sottovoce a Gertrude che ritta sopra una cassetta di libri ne premeva il coperchio affinchè egli potesse chiudere il lucchetto:

— Cara, per amor mio, abbi cura di nostra madre e del nostro nonno.... Sono tuoi quasi quanto miei. —

Nel momento che il giovanetto lasciava così, la prima volta, la sua casa, e andava a sostenere fra gli uomini la lotta per la vita, il signor Cooper, il quale nel suo scetticismo non poteva crederlo capace di vincere contro la fortuna, lo ammonì ripetutamente di non vagheggiare speranze che non si sarebbero mai avverate, e gli rammentò con insistenza quanto fosse inesperto del mondo.

La signora Sullivan invece non si diffuse in consigli al figliuolo che partiva, ma fidando negli insegnamenti da lui ricevuti fin dalla più tenera infanzia si contentò di riassumere il suo monito materno in queste semplici parole:

— Ama e temi Dio, Guglielmo, e fa' ciò che tua madre s'aspetta da te! —

La sera innanzi ella aveva recitato con lui la preghiera usata; quella mattina, lo aveva ancora una volta benedetto. Dopo la colazione, a cui Gertrude prese parte, furono scambiati gli ultimi abbracci, gli ultimi addii. E Guglielmo s'imbarcò.

La pia e amorosa donna, che da diciott'anni riponeva le sue speranze, il suo orgoglio, la sua tenerezza in quell'unico figliuolo, mantenne anche nel sacrificio supremo il suo spirito d'abnegazione, si separò da lui senza un lamento. Nessuno sapeva con quali sforzi penosi ella domasse il cuore spasimante che si ribellava, nè donde le derivasse la virtù che la sosteneva. E nessuno quindi le attribuiva la forza d'animo di cui diede prova. I vicini rimasero vedendo la piccola vedova attendere tranquillamente come di consueto alle sue faccende il giorno innanzi che il suo figliuolo s'imbarcasse per l'India, e riprenderle il giorno dopo, con la calma e la paziente umiltà che la caratterizzavano.

Oggi che l'emigrazione offre ai giovani l'allettamento di straordinarie speranze, non v'è nella Nuova Inghilterra città nè villaggio, per quanto minuscolo e remoto, dove non sanguinino cuori di madri separate, forse per sempre, da figli adorati. Speriamo, crediamo anzi, che tra questi erranti cercatori di fortuna, ve ne sia più d'uno mosso non da brama d'oro, o d'avventure, o di mutamento, ma dall'amore stesso della mamma che lasciano, dal desiderio ardente di toglierla da una vita di travagli e di povertà. Sia benedetto e prosperi colui che varca il mare con questo fine! E se perisce, non sarà vissuto invano; perchè, soccombendo alla malattia o cadendo colpito da mano violenta, nel fervore della lotta e del lavoro, egli attesta con la sua morte la consolante verità che vi sono ancora figliuoli degni dell'amor materno; l'amore ch'è il più sublime, il più santo, il più puro tipo di Dio sulla terra.

Dopo la partenza di Guglielmo, Gertrude si stabilì definitivamente in casa Graham. Cominciò subito a frequentare la scuola, e fino alla primavera s'applicò allo studio con somma diligenza. La sua vita era piuttosto uniforme, perchè Emilia riceveva, per costume, poche persone, anzi, l'inverno, in città, quasi punte, ed ella non aveva stretto amicizia intima con alcuna delle sue condiscepole. Ma con la sua protettrice passava molte ore felici, facevano insieme piacevoli passeggiate, leggevano buoni libri, conversavano. Attraverso gli occhi penetranti di Gertrude che tutto osservava, e le sue vive e pittoresche descrizioni delle cose che le cadevano sotto lo sguardo, la giovane cieca andava rinnovellando la propria conoscenza del mondo esteriore. Nelle opere di carità e di misericordia la fanciulla era la sua compagna o la sua messaggera. Tutti i dipendenti della famiglia, dalla cuoca al ragazzino che veniva a prendere, sull'uscio, i rimasugli di pane, s'accordavano nell'amare e lodare la piccola Gertrude, la quale non era bella, a rigore, nè vestita con eleganza; ma aveva un'aerea leggerezza nel passo, una grazia nelle movenze, una dignità nel portamento, tali da farli certi che in lei non albergava l'anima d'una pitocca, qualunque fosse la sua nascita o il suo stato; infatti, rivolgendole la parola, la chiamavano sempre «signorina».

I pregiudizi della signora Ellis contro «l'intrusa» non erano vinti: nondimeno, essendo Gertrude sempre manierosa, e tenendole Emilia prudentemente distanti l'una dall'altra quanto più era possibile, non avvenivano conflitti.

Il signor Graham, da principio, vedendola pensierosa e mesta, non s'occupò di lei; ma dopo che ebbe parecchie volte ritrovato il suo giornale accuratamente ripiegato, e veduto miracolosamente ricomparire i suoi occhiali rimasti irreperibili per lui ad onta di lunghe ricerche, cominciò a pensare che ella era una ragazza svegliata: e quando poi un giorno, prendendo in mano l'ultimo numero del Buon Agricoltore, vide che le pagine della rivista erano già tagliate e ben cucite insieme, egli, immaginandosi che Gertrude l'avesse fatto per proprio uso, la dichiarò una ragazza davvero intelligente.

Ella visitava spesso la signora Sullivan. La primavera s'avvicinava, ed esse oramai attendevano notizie di Guglielmo; ma non ne erano tuttavia venute al tempo che i Graham andarono in campagna per passarvi la stagione estiva. Dalla villa, Gertrude scrisse all'amico lontano una lunga lettera che dava un'idea della sua condizione e del suo modo di vita.

Dopo avergli diffusamente espresso il proprio dispiacere di non saper ancora nulla di lui, e raccontato l'ultima visita da lei fatta a sua madre prima di lasciare la città proseguiva:

«Ma tu mi facesti promettere, caro Guglielmo, di parlarti di me, dicendomi che desideravi conoscere tutto ciò che mi concerne in casa del signor Graham. E però se la mia lettera è più noiosa del solito, la colpa è tua, perchè ho molti particolari da riferirti circa il nostro soggiorno a D***.

«Qui si vive in tutt'altro modo che a Boston.... Ma a questo punto mi par di sentirti esclamare: «Ohimè, Gertrude si rimette a descrivermi la villa Graham....» No, non temere: mi rammento sempre come l'ultima volta, non appena incominciato, tu mi ponesti una mano sulla bocca per interrompermi, e m'assicurasti che il luogo t'era già familiare quanto se tu ci avessi abitato fin da bambino, posto ch'io dagli otto anni in su te lo descrivevo almeno una volta la settimana. Ti costrinsi allora a chiedermi perdono della tua inciviltà: ma, devo confessarlo, t'ho parlato tanto della mia prima visita qui, che tu sei scusabile se il soggetto t'è venuto a noia. Voglio dirti solo la disillusione che ho provata: tutto nella villa de' miei ricordi mi sembra più piccolo e meno bello; l'ingresso e il portico non sono così spaziosi come me li figuravo, nè le stanze così alte, nè il giardino e i chioschi e le serre così grandi. No, no, non ti ridescrivo nulla.... Giorni sono la signorina Emilia mi domandò se il luogo mi piacesse e corrispondesse all'impressione che ne avevo serbata. Io le dissi la verità, ed ella non se n'ebbe a male: rise anzi di quelle mie immagini fantastiche della casa e delle sue adiacenze, ed osservò che questo succede sempre quando si rivedono cose vedute nell'infanzia.

«Non ho bisogno di ripeterti ch'ella m'è prodiga di bontà e di gentilezza: chi la conosce come te sa bene che non può esservi al mondo persona migliore nè più amabile. Io non sono in grado di fare che una minima parte di quello che vorrei per contraccambiar la sua benevolenza: ma ella gradisce tanto ogni umile dono, è tanto grata d'ogni piccola attenzione, che par possibile a tutti di procurarle qualche gioia. Per esempio, ieri, trovate alcune viole mammole nell'erba, gliele portai: ella mi baciò e mi ringraziò come se fossero state diamanti. L'altro giorno un bambino, che si chiama Beniamino Gately, venne a sonare alla porta d'ingresso, con una cappellata di maceroni, còlti senza gambi, e chiese della signorina Emilia per offrirglieli egli stesso: e la signorina lo accolse graziosamente e lo compensò con un dolce sorriso e un «grazie, Ben» che egli non dimenticherà tanto presto.... Non fu atto gentile, di', Guglielmo?

«Il signor Graham mi ha dato un giardinetto, e mi propongo di coltivarvi i più bei fiori, per lei: sempre che la signora Ellis non se ne immischi. Ma ho gran paura del contrario, perchè s'immischia in tutto. Ah, Guglielmo, caro, la signora Ellis è la mia croce, la mia gran croce! È proprio il genere di donna che io non posso soffrire. Credo che certe persone siano antipatiche a certe altre per natura; e quest'è il caso tra me e la detta signora. Non lo direi a nessun altro perchè so che non sta bene; e forse non dovrei dirlo neppure a te: ma non so nasconderti nessun mio sentimento. La signorina Emilia ragiona spesso meco sul proposito della governante e sostiene che io devo imparare ad amarla e che quando l'amerò sarò un angelo.

«Sicuro tu penserai che qui ricompare il temperamento della Gertrude d'una volta, e forse è vero, ma tu non sai a che dure prove ella mette la mia pazienza; gli è in piccole cose che mi sarebbe difficile raccontare, nè vorrei annoiarti con sì fatti pettegolezzi se anche potessi; non ti parlo dunque più di lei. Farò ogni sforzo per essere perfetta ed amarla caramente.

«Non credere che io adesso non andando a scuola me ne stia con le mani in mano: sono occupatissima invece. La prima settimana della nostra villeggiatura, tuttavia, le mattinate mi riescivano uggiose. Io, tu lo sai, mi levo col sole; la signorina Emilia però non può essere tanto mattiniera, e non la vedo mai prima delle otto, cioè oltre due ore dopo ch'io sono alzata e vestita. A Boston, questo tempo lo passavo studiando; ma poichè sul principio della primavera ella s'accòrse che crescevo in fretta, e udì il signor Arnold osservare ch'ero molto pallida, giudicò nocivo per me lo stare troppo sui libri, e, venute in campagna, stabilì che dedicherei allo studio soltanto poche ore dopo la colazione, nella sua camera. Mi consigliò pure di dormire più tardi la mattina, se potevo; io proprio non posso, sicchè esco sempre dal letto prestissimo e scendo in giardino. Un giorno, mentre v'andavo girellando, trovai il signor Graham già al lavoro; non senza mia maraviglia, perchè l'inverno, in città, non è questo il suo costume. Ma egli è un uomo bizzarro. Mi chiamò e mi chiese d'aiutarlo a piantare semi di cipolle; a quanto sembra me la cavai benino, posto che da allora pianto tutti i giorni insieme con lui ogni sorta di cose, delle quali mi fa scrivere i nomi su cartellini attaccati a bastoncelli che mette sulle rispettive piantagioni; e, infine, con mia viva gioia m'ha offerto un pezzo di terra per coltivarvi fiori a mio piacere. A lui, vera stranezza, de' fiori non importa affatto; coltiva esclusivamente ortaggi e alberi da frutto.

«Dunque io avrò un giardino! Ma ti vo facendo una storia lunga, mio Guglielmo; eppure vorrei prolungarla ancora tanto, se me ne rimanesse tempo! O potessi vederti, potessi parlarti! A voce ti direi in un'ora più che non in una settimana scrivendoti. Tra cinque minuti sentirò il campanello della signorina Emilia che mi manderà a chiamare per farle un po' di lettura....

«Mi struggo di ricevere tue lettere, caro, e prego Dio mattina e sera che t'abbia in Sua custodia e mandi presto le bramate notizie alla tua affezionatissima

«Gertrude.»

XVIII.

Indice

Dolce cosa! La fata ove dimora

Che far seppe un incanto così bello?

In te, dici? La buona fata allora

Come il cuor del tuo cuore ama, o fratello!

Dana.

Alcune settimane dopo la data di quella sua missiva Gertrude seppe da Giorgio, il quale andava giornalmente in città a fare la spesa, che la signora Sullivan aveva lasciato detto per lei nella bottega del rubicondo macellaro, loro antico conoscente, ch'era giunta una lettera di Guglielmo, e che venisse a leggerla non appena le fosse possibile. Emilia acconsentì di buon grado a permetterle d'andarci subito, ma c'era una difficoltà: Carlotto, l'unico cavallo che il signor Graham teneva, appunto era fuori, e non si presentava nessun'altra occasione.

— O perchè non la mandate con l'omnibus? — domandò la signora Ellis.

Gertrude le rivolse uno sguardo di gratitudine. Era la prima volta che quella donna favoriva un suo desiderio.

— Sola? — disse Emilia. — Non la crederei abbastanza sicura.

— Non abbastanza sicura? Una ragazza così grande! — esclamò la governante che, considerata quale una persona di famiglia, usava parlare alla signorina senza soggezione.

— Vi pare?... Infatti, a me sembra sempre una bambina; ma oramai è quasi una ragazza, come voi dite, e dev'essere capace di badarsi da sè. Gertrude, sei certa di conoscere la strada, dalla stazione degli omnibus, in Boston, alla casa della signora Sullivan?

— Oh, benissimo, signorina Emilia! — rispose la fanciulla.

Senz'altre esitazioni, le furono posti in mano due biglietti per l'andata e il ritorno con la vettura pubblica, ed ella partì tutta raggiante e palpitante di gioia. Trovò la vedova e il vecchio Cooper in buona salute, e lietissimi delle ottime notizie avute da Guglielmo, il quale, dopo un lungo ma pur piacevole viaggio, era arrivato a Calcutta sano e salvo. Egli descriveva la sua nuova casa e le sue nuove occupazioni, parlava de' suoi nuovi principali: il rimanente della lettera era dedicato ad affettuosi messaggi, a domande riguardanti i suoi cari, e Gertrude v'aveva gran parte. Questa desinò con la signora Sullivan, poi ritornò sollecitamente a prendere il suo posto nell'omnibus.

Mentre aspettava la partenza si divertiva a guardare i passanti. Mancava poco alle tre, ed ella cominciava a credere che non avrebbe avuto compagni di viaggio, quando la colpì la voce d'una persona da lei non veduta: una voce strana. Andò verso l'uscio, e le apparve dietro la vettura la figura più bizzarra che mai si fosse offerta a' suoi occhi. Era una vecchia signora, piccola e assai curva. Alla prima occhiata Gertrude riconobbe un medesimo spirito originale nell'idea e nell'esecuzione di ciascuna parte del suo straordinario abbigliamento. Ma non aveva ancora bene osservato i numerosi particolari di quell'insieme stupendamente grottesco, che la sua attenzione fu cattivata dal contegno non meno curioso della vecchietta.

Dopo vani tentativi di salire nel piuttosto incomodo veicolo, ella era rimasta con un piede sul primo scalino e chiamava in suo soccorso il conduttore. L'uomo venne a lei.

— Signore, — ella domandò con tono dignitoso — cotesto cocchio viaggiante è affidato alle vostre onorevoli cure?

— Come dite?... — fece egli. — Ah! Gnora sì, sono il cocchiere. —

Così dicendo aperse l'uscio, e senz'aspettare la cerimoniosa richiesta ch'era sulle labbra della passeggera, le pose una mano sotto un gomito, e innanzi ch'ella s'accorgesse della sua intenzione, la issò fin dentro l'omnibus, e richiuse.

— Ohimè! — ella gemette sedendosi di faccia a Gertrude e accomodando le pieghe del suo velo e gli altri suoi panneggiamenti. — Quell'individuo non è versato nell'arte di porgere aiuto a una signora senza detrimento della sua abbigliatura. Oh Dio, oh Dio! — proseguì tutto d'un fiato. — Ho perduto il mio parasole! —

Si rizzò per cercarlo; ma giusto in quel momento l'omnibus partiva, e l'improvvisa scossa le fece perdere anche l'equilibrio. Se non cadde fu grazie a Gertrude che lesta lesta l'afferrò per un braccio e la rimise a sedere.

— Non vi sgomentate, signora, — disse la fanciulla — eccolo qui! —

E le mostrò il parasole che, quantunque avesse quasi le dimensioni d'un «parapioggia», ella portava attaccato alla cintola, con un nastro verde, e non s'era che spostato. Ma non quel solo oggetto vedevano pendere dal medesimo nastro gli occhi attoniti di Gertrude: c'erano inoltre una borsa enorme, dei più vivi e più diversi colori, una berretta di trina nera, un gran ventaglio di penne, un rotolo di carta da fiori finti, e altre cose ancora parzialmente nascoste da uno scialle nero di seta leggera. Ella faceva alla sua giovane compagna l'effetto d'una ladruncola reduce da una spedizione fortunata. In tal caso, però, la rea aveva una mirabile disinvoltura, giacchè tranquillamente appoggiò i piedi sulla panchetta di contro e si mise a fare il proprio comodo. Cominciò con l'inorridire Gertrude togliendosi di bocca i denti che ripose nella borsa: poi sostituì ai guanti di seta nera che calzava, altri di cotone, staccò il suo lungo velo di trina, lo ripiegò e lo appuntò alla cintola tra il resto, sciolse i nastri del cappello, gettò su questo una larga pezzuola colorata per ripararlo dalla polvere, infine slegò, non senza fatica, il ventaglio e prese a sventolarsi coscienziosamente, socchiudendo gli occhi come se avesse voglia di fare un pisolo. Infatti di lì a poco stette quieta: segno che s'era addormentata. Gertrude, assorta ne' suoi pensieri, guardava i nuvoloni che venivano levandosi da ponente, e quasi aveva dimenticato la sua singolare compagna di viaggio, quando una mano posatasi d'improvviso sulla sua ed una viva esclamazione le fecero dare un sobbalzo.

— Mia cara damigella, — disse la vecchietta — non vi sembra che quelle negre nubi siano foriere d'un temporale?

— Credo, sì, che voglia piovere, — ella rispose.

— Quando sono uscita, stamani, — seguitò l'altra — il sole rifulgeva in un cielo sereno; fin gli alati cantori dell'aria proclamavano nei loro inni la gioia dell'universo; ed ecco che innanzi ch'io sia pervenuta al mio ritiro, le mie delicate gale di trina, — e chinava lo sguardo sul suo corpetto — rischiano d'esser vittime della spietata tempesta.

— Non passa l'omnibus davanti alla vostra porta? — domandò la ragazza impietosita dall'evidente angoscia della vecchia signora.

— No, ahimè, no! C'è almeno mezzo miglio.... E voi siete più fortunata, gentile signorina?

— Al contrario. Ho un miglio intero di cammino dalla stazione, io. —

Mossa da un impulso di simpatia la vecchia s'accostò a Gertrude dicendo con querulo accento:

— Ah, me ne duole per l'immacolata bianchezza dei nastri del vostro cappellino! —

L'omnibus intanto era arrivato alla sua destinazione. Le due passeggere scesero. Gertrude rimise al conduttore il suo biglietto, e fece per avviarsi; ma la bizzarra signora l'afferrò per la veste a la pregò d'attenderla, visto che seguivano la medesima strada. L'attesa fu lunga perchè insorse una difficoltà. La vecchietta si rifiutava di pagare il prezzo chiestole per il suo posto, affermando che non era il prezzo ordinario, e accusando «l'individuo» dell'intenzione d'appropriarsi l'eccedenza di due centini[1]. Gertrude stava sulle spine, perchè s'aspettava da un momento all'altro acqua a torrenti. Finalmente, venuto il conduttore a una transazione con la sua troppo tirata passeggera, si misero in cammino. Avevano fatto un quarto di miglio, circa, a passo di lumaca, quando cominciarono a cadere i primi goccioloni. E Gertrude dovette staccare dalla cintura della sua compagna l'ampio parasole, e reggerlo in guisa da riparare sè e lei. Proseguirono così sotto la pioggia, sempre più fitta. Dopo un altro quarto di miglio, mentre sembrava che si fossero aperte tutte le cateratte del cielo, la fanciulla udì qualcuno correre dietro a loro, e voltandosi vide Giorgio, il servitore del signor Graham, che andava di volo in direzione della villa.

— Oh, signorina Gertrude! — esclamò l'uomo riconoscendola. — Vi bagnerete fino alle ossa, voi, e la signorina Pace.... Sarà bene che vi rifugiate in casa sua, dove sarete al sicuro. Su, lesta! —

Così dicendo pigliò in braccio la vecchietta, e accennato a Gertrude di seguirlo, si slanciò attraverso la strada, nè si fermò finchè non ebbe deposto il suo fardello nell'entrata d'un casinetto vicino. Quasi nello stesso punto vi arrivò anche la fanciulla.

La signorina Pace, giacchè così si chiamava la bizzarra creatura, era tanto sbalordita che le ci volle qualche minuto prima di raccapezzare come si trovasse di botto a salvamento sotto il proprio tetto: intanto Giorgio convenne con Gertrude ch'ella rimarrebbe lì un paio d'ore, finch'egli ripassasse a prenderla col legno al suo ritorno dalla stazione ferroviaria dove andava regolarmente tre volte la settimana, per il suo padrone.

Marta Pace non godeva fama di persona ospitale. Ella era proprietaria del casinetto in cui abitava, e ci viveva affatto sola, senza neppure una serva. Non riceveva mai visite, ma in compenso ne faceva moltissime; e poichè tutti i suoi parenti e i suoi amici stavano a Boston, o ancor più lontano da D***, dove ella dimorava soltanto da qualche tempo, era una costante frequentatrice degli omnibus e altre vetture pubbliche. Per questo, e per la sua assiduità agli uffizi divini, molta gente la conosceva; nondimeno Gertrude forse era la prima ospite che varcava la sua soglia: ospite, del resto, non invitata.

E dovette ella stessa, alla porta, prendere la chiave, aprire, far entrare la padrona di casa nel salotto, aiutarla a levarsi le bavere, gli scialli, i veli in cui era avvolta. Quando però la signorina Marta Pace si fu riavuta, si comportò con l'elegante urbanità che la distingueva. Benchè vivissimo fosse il suo rammarico per i danni sofferti dai propri indumenti, seppe abbastanza padroneggiarlo, da manifestare quasi altrettanto eloquentemente i suoi timori circa quelli di Gertrude. Bisognò che questa l'assicurasse che i suoi stivaletti erano appena bagnati, che il suo vestito e la sua mantellina di ghingano sfidavano la pioggia, e che il suo bel cappellino di paglia era stato ben protetto dalla sciarpa gettatavi sopra, perchè ella si risolvesse a trascurar un momento i doveri dell'ospitalità a fine di mutare l'abito trinato con uno più casalingo.

Lasciata sola, Gertrude, la cui curiosità già era punta dalla strana apparenza del salotto, prese ad esaminare più da vicino i diversi oggetti d'uso e d'ornamento che lo riempivano.

Il salotto veramente non era meno singolare della signora. Come l'abbigliatura di lei, la sua mobilia si componeva di parti eterogenee rappresentanti varie mode di varie età, cominciando da certe seggiole dell'epoca del «Fior di Maggio»[2] fino ai guancialini da spilli che volevano essere moderni, e ai saggi mal riusciti d'erbe cristallizzate.

L'acuto sguardo osservatore di Gertrude si pasceva con delizia in quell'originale miscuglio di poche reliquie d'antica eleganza e di numerosi esempi di cattivo gusto e d'aberrazione, quando la padrona di casa rientrò.

Ella aveva indossato una veste di lana nera, semplice benchè di foggia un po' strana, in cui pareva signora di miglior qualità che con le sue gale di trina da lei tanto pregiate. Portava un gran bicchierone d'acqua pepata, che offerse alla sua ospite dicendole che le avrebbe scaldato lo stomaco ed evitato un'infreddatura; ma la ragazza, rattenendo a stento le risa, ricusò il beveraggio. Allora la signorina Marta sedette e, mentre andava sorbendo con voluttà quello stravagante rinfresco, incominciò una conversazione la quale a momenti induceva la sua interlocutrice a crederla una donna molto sensata, a momenti la persuadeva ch'ella era pazza addirittura.

Gertrude faceva su di lei un'impressione più precisa. La giovane damigella, com'essa diceva, era incantevole, possedeva un intelletto degno d'una regina, aveva le forme snelle, e l'andatura leggera di una gazzella, e movenze più graziose di quelle del cigno.

Quando Giorgio venne a riprenderla, la signorina Pace mostrò un sincero rincrescimento di separarsi da lei, e l'invitò cordialmente a ritornare. Ella glielo promise.

Le consolanti notizie di Guglielmo e le divertenti avventure della sua gita avevano infuso a Gertrude una così briosa allegrezza, ch'ella balzò dal legno e salì le scale con quella sua aerea rapidità di piccola fata che lo zio True tanto amava, e che l'abbattimento cagionatole dalla morte del buon uomo le aveva fatto perdere. Di corsa si diresse verso la sua camera per deporre il cappello e mutar vestito prima d'andare in cerca d'Emilia a cui si struggeva di raccontare gli avvenimenti della giornata.

Ma sulla soglia incontrò Brigida, la donna di servizio, che ne usciva con in mano la granata, la cassetta, e il resto. E, domandatole che ci fosse venuta a fare a quell'ora insolita, seppe che la signora Ellis durante la sua assenza aveva ordinato di ripulire la stanzina da cima a fondo e mettere a posto i mobili da lei destinativi, giacchè era stata allestita provvisoriamente, e si trovava finora un poco sossopra. Turbata, senza ben sapere perchè, all'idea di quest'invasione del suo dominio da parte della governante, ella s'affrettò ad ispezionarlo con un lieve senso d'inquietudine che man mano venne trasformandosi in collera veemente.

Nel lasciare la casa della signora Sullivan per quella del signor Graham a Boston, Gertrude aveva portato seco, oltre il baule contenente i vestiti e la biancheria, una certa vecchia scatola di latta, e l'aveva accuratamente riposta sul palchetto d'un armadio a muro nella sua camera, dov'era rimasta tutto l'inverno chiusa, senz'esser mai notata da nessuno.

Quando la famiglia si trasferì in campagna la scatola v'accompagnò la sua proprietaria, portata da questa e vigilata con grande attenzione. Là, non essendovi nella nuova camera di Gertrude alcun ripostiglio, essa la nascose in un angolo dietro il letto. Ora appunto la sera innanzi la sua gita in città ne aveva estratto e rimirato parte degli oggetti custoditivi. Ognuno era per lei un caro e mesto ricordo, e molte lacrime aveva sparso la fanciulla su quel suo piccolo tesoro. C'era il Samuele di gesso, primo regalo dello zio True, assai deteriorato dal tempo e dai disastri. Esaminando una grave contusione alla nuca, effetto d'un colpo datogli sbadatamente dallo stesso donatore, e rammentando come il buon vecchio si fosse pazientemente ingegnato a riparare il danno, sentiva che non si sarebbe privata della povera figurina per tutto l'oro del mondo. E c'erano le sue pipe, annerite dal lungo uso, umili pipe d'argilla, ma pensando che a lui avevano procurato tanto piacere, ella trovava una consolazione nel conservarle piamente. S'era portata via anche la sua lanterna, perchè non poteva scordare la gaia fiammella che aveva recato il primo raggio di luce nell'oscurità della sua vita. E come poi avrebbe trascurato il vecchio berretto di pelo sotto cui le sembrava di rivedere il benevolo sorriso che tante volte v'aveva cercato, e mai invano?... A queste reliquie s'aggiungevano alcuni balocchi, qualche libro figurato donatole da Guglielmo, un minuscolo panierino ch'egli aveva intagliato per lei in un guscio di noce, e altre coserelle.

Tutti quei vari oggetti, tranne il berretto di pelo e la lanterna, ella li aveva lasciati sul caminetto. Ed ora, entrando nella camera, il suo sguardo corse subito in cerca dei preziosi ricordi. Non c'erano più. Il caminetto era diligentemente spolverato, e affatto sgombro. Si precipitò verso l'angolo dove teneva la scatola di latta. Scomparsa anche questa. In un baleno Gertrude raggiunse la serva, la chiamò, la tempestò di domande ansiose.

Brigida serviva in quella casa da poco, ed era uno dei più stupidi esemplari della sua specie; ma la fanciulla seppe così bene interrogarla, che riuscì a chiarirsi di ogni cosa. La figurina, la lanterna e le pipe erano state buttate in un mucchio di vetri rotti e di cocci e ridotte in briciole, come Brigida affermava; il berretto, dichiarato invaso dalle tignuole e condannato al fuoco; quanto agli altri ammennicoli, ella non era proprio sicura, ma supponeva che avessero finito anch'essi nel camino. E tutto questo, in obbedienza agli ordini formali della signora Ellis. Gertrude lasciò andare Brigida senza farle conoscere la gravità della perdita che soffriva, e chiuso l'uscio si gettò sul letto e dette in un violento scoppio di pianto.

— Ah, questa, — ella pensava — questa era la ragione che la induceva ad agevolare la mia gita! Ed io credevo che volesse compiacere al mio desiderio! Venire qui voleva, per derubarmi, la ladra! —

Saltò giù dal letto con impeto, come vi s'era gettata, e si slanciò per uscire; ma subitamente frenata da un nuovo pensiero, tornò indietro, cadde in ginocchio singhiozzando forte, e nascose la faccia tra le palme. Due o tre volte alzò il capo, quasi in procinto di rizzarsi e correre ad affrontare la sua nemica; ma sempre quel pensiero le riattraversò la mente e la rattenne. Non era paura; oh, no, Gertrude non temeva nessuno. Doveva essere qualche cosa di più forte, e che tuttavia aveva un influsso calmante; giacchè dopo ogni lotta vinta diveniva più tranquilla. Infine si levò, andò a sedersi accanto alla finestra aperta, appoggiò la fronte a una mano e guardò fuori.

La pioggia era cessata, e il sorriso della terra tutta bella, tutta fresca, si rifletteva in uno splendido arcobaleno che misurava l'orizzonte orientale. Un uccellino venne a posarsi sopra un ramo d'un albero vicino alla finestra, e intonò il suo Te Deum. Ondate di deliziosa fragranza s'espandevano da un arbusto di lilla in piena fioritura. E nell'anima di Gertrude si diffondeva una pace prodigiosa. Ella sentì «la grazia che arreca la pace succedere alle passioni che conturbano». Usciva trionfante dal conflitto; aveva riportato la massima delle vittorie umane: la vittoria sopra sè stessa. Più bella di tutte le cose belle che rallegravano la terra dopo la tempesta, dall'iride fulgente incontro al sole, al canto della creatura alata tra le fronde, al ravvivato profumo dei fiori, una luce serena splendeva nel viso della fanciulla, mentr'ella alzava gli occhi al cielo e dal suo cuore, dove l'intima tempesta era sedata, saliva a Dio la tacita offerta del sacrificio.

Il suono della campanina che annunziava il tè la scosse. In fretta bagnò la faccia nell'acqua fredda, si ravviò i capelli e scese. Nella sala da pranzo non trovò che la signora Ellis; il signor Graham era in città, Emilia aveva una fiera emicrania. Per conseguenza ella prese il tè sola con la governante. Costei, sebbene non sapesse quanto preziose fossero per Gertrude le vecchie reliquie distrutte, era conscia d'aver commesso un'azione maligna, e dinanzi al contegno dell'offesa che non dimostrava ombra di collera nè d'astio, anzi s'asteneva fin dal menzionare il fatto, ella si sentiva più confusa e mortificata che non avrebbe voluto confessare. La cosa passò dunque sotto silenzio, allora e poi: ma la signora Ellis provò sempre il cocente sentimento della superiorità di quella fanciulla su lei, in materia di generosità e di pazienza.

Il giorno seguente la cuoca bussò all'uscio d'Emilia, e fatta entrare disse tirando fuori il guscio di noce tagliato in forma di panierino:

— Vorrei sapere, signorina Emilia, dove sia la signorina Gertrude; ho trovato il suo panierino nella cassetta del carbone, e credo che sarà molto contenta di riaverlo. Non s'è sciupato punto.

— Quale panierino? — domandò la cieca.

La donna le mise il ninnolo in mano, e con tono assai concitato le raccontò la distruzione degli oggetti appartenenti a Gertrude, di cui ella stessa era stata testimone indignatissima. Descrisse pure in modo commovente l'angoscia della ragazza nell'interrogare Brigida, avendo ella udito tutto dalla sua camera dove si trovava mentre esse parlavano poco lontano.

Emilia, ascoltando la pietosa storia, si rammentò che nel pomeriggio del giorno innanzi le era parso di sentir Gertrude singhiozzare nella sua stanza alla quale quella di lei era adiacente, ma aveva poi creduto d'essersi ingannata.

— Andate, signora Prime, — disse alla benevola cuoca — andate a portarle il panierino: è nella piccola biblioteca. Ma, ve ne prego, non le dite d'avermi parlato della cosa. —

Ella attese parecchi giorni che la sua protetta si lamentasse con lei del torto patito: ma la brava figliuola tenne dentro il suo dolore e lo sopportò in silenzio.

Era la prima volta che Gertrude giungeva a padroneggiarsi così perfettamente, e fu l'ultima che il farlo le costò una così aspra lotta. Da quel momento ella andò acquistando sempre maggior potere nel governo di sè, e accrescendosi il suo vigore con ogni nuovo sforzo ella divenne un esempio mirabile agli occhi di coloro che sapevano con quale temperamento avesse a combattere.

Toccava quasi i quattordici anni ed era cresciuta così rapidamente, che adesso la sua statura superava l'ordinaria delle ragazze di pari età, anzichè rimanervi inferiore come fino allora. Ma non ne soffriva, grazie al riposo intellettuale, all'attività fisica, all'aria aperta della campagna.

Il suo giardino era per lei una sorgente di vivi piaceri. I fiori ch'ella educava con assidua cura, prosperavano, e tutti i giorni, a colazione, Emilia trovava accanto al suo piatto un bel mazzo fragrante.

Di tanto in tanto visitava la sua vecchia amica, che l'accoglieva cordialmente. La signorina Marta si dilettava di fare fiori artificiali, e i modelli le erano forniti dal giardino di Gertrude la quale perciò di rado arrivava a mani vuote. Ma i risultati corrispondevano così male alle buone intenzioni della fiorista, che sarebbe stato calunniar la natura chiamare le sue fantastiche imitazioni copie fedeli degli originali. Ella però n'era sodisfatta; ed è da sperare che fossero sodisfatti anche i suoi amici a cui destinava i grossi mazzi che portava in giro attaccati alla cintura col famoso nastro verde.

Gli amici di Marta Pace erano numerosi. Parlandone con Gertrude nominava tanta gente da farle pensare che doveva conoscere mezza Boston. Aveva imparato in gioventù l'arte della tappezzeria da lei per molti anni esercitata prestando l'opera sua, come ella raccontava, nelle più cospicue famiglie della città, dove si soleva dire che «Marta Pace possedeva due occhi davanti e due di dietro, e due paia d'orecchie», così acuta osservatrice ella era e di così fine criterio. Nonostante queste sue straordinarie facoltà di visione e comprensione, ella non aveva mai cagionato discordie nè pettegolezzi nelle case che frequentava: Era prudente e coscienziosa, e quantunque assai singolare ne' suoi costumi e nel suo linguaggio, e stravagante in certe sue fantasie a segno d'essere tenuta dagli estranei per una mezza pazza, aveva saputo guadagnarsi e conservare la benevolenza di buone persone, signore e signori, che la ricevevano e la trattavano con grande cortesia. Ella si regolava in modo da visitare per turno, nel corso di ciascun anno, queste famiglie amiche, ogni membro delle quali le stava a cuore, e mantenere viva l'antica intimità.

Un solo dispiacere affliggeva la vecchia zittella: quello di non avere uno sposo. E lo versava spesso nel seno di Gertrude.

— Ah, cara signorina, — ella esclamava allora, dimenticando, a quanto pareva, la sua età ed i suoi acciacchi — camperei pur bene in questo mondo, se avessi un compagno! — E con una mossettina del capo e una cert'aria civettuola, soggiungeva: — Sappiate, bella mia, ch'io qualche volta ci penso a prendere marito! — Poi, accorgendosi della maraviglia e dell'ilarità che questa sua idea destava nella fanciulla, le esponeva le ragioni per cui aveva tanto a lungo differito l'attuazione d'un disegno vagheggiato sempre, e benchè ammettesse di non esser più giovane come nei giorni andati, concludeva invariabilmente: — È vero che il tempo è inesorabile, ma io m'aggrappo alla vita, signorina Gertrude, io m'aggrappo alla vita, e posso ancora maritarmi! —

La moda era un altro soggetto su cui soleva intrattenerla con enfatiche declamazioni, confessando che quanto a lei, ella intendeva d'esserne rigida seguace, a costo di qualunque sacrifizio. Gertrude non poteva astenersi dal pensare che quest'intenzione della signorina Marta non andava meno miseramente fallita di quella d'innamorare un giovanotto. Si persuase anche, a poco a poco, che la vecchietta, quali si fossero le sue possibilità, era oltremodo avara.

Emilia, che la conosceva assai bene e spesso le aveva dato commissioni, non s'oppose alle visite della sua protetta; anzi l'accompagnava più volte. Ella gradiva le occasioni di distrarsi un poco, e la bizzarra conversazione di Marta Pace era per lei un vero divertimento come per Gertrude. Queste visite, del resto, venivano restituite con una sollecitudine che provava la preferenza della vecchia zittella per la parte di visitatrice; e la signorina Graham avendolo osservato, l'invitò a frequentare la villa a suo piacimento: invito di cui quella approfittò largamente.

XIX.

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Dolce è la tua presenza, o giovanetta,

E salutare più che un mite e puro

Cielo, e ch'ogni virtù d'acque sorgive.

Mrs. Barbauld.

Coloro che posseggono una villa a poche miglia da una grande città, non vi godono propriamente la vita campestre. Hanno spaziosi giardini, spesso anche vasti orti dove coltivano le frutta e i legumi per loro uso; quasi tutti tengono cavalli e fanno amene gite nei dintorni. C'è perfino chi ha la sua piccola fattoria, e può vantare il grasso bestiame e i polli di Shanghai che alleva. Ma queste villeggiature suburbane non offrono le attrattive della vera campagna. Non ci sono folti boschi, nè ruscelli mormoranti tra l'erba, nè campi di spighe ondeggianti al vento, nè ampie distese di prati. Da ogni altura si vede la metropoli, tanto vicina che par di sentirne il rumorio; ad ogni ora, omnibus e treni portano al gran mercato degli affari o di là riconducono i villeggianti e i loro ospiti.

Eppure le persone che desiderano un quieto ritiro per viverci appartate nell'intimità della famiglia, sono più sicure di trovarlo in quelle dimore tra campestri e cittadine, che non altrove. Perciò una estate dopo l'altra ritornano al medesimo angolo tranquillo, e non disturbate da visite nè da pettegolezzi conservano un'indipendenza che sarebbe impossibile sia nelle affollate vie della città dove passano sempre conoscenti che vi fermano o salgono da voi, sia nei villaggi dove i forestieri sono oggetto di curiosità e di ciarle, e tutti vogliono conoscerli da presso.

La villa del signor Graham era comoda, però non sontuosa, e non attirava affatto l'attenzione. Il giardino certo era bellissimo, ricco di lussureggianti macchiette d'arbusti, di chioschi, di grandi pergole coperte di viti; ma un'alta palizzata lo nascondeva agli sguardi dei passanti; e la casa, discosta dalla strada, aveva un'apparenza modesta e punto moderna.

Il signor Graham s'occupava con passione d'orticoltura; tuttavia le sue abitudini e i suoi interessi lo tenevano attaccato a Boston. Emilia, non essendo in istato di far vita mondana, non riceveva che i vicini, nelle occasioni di prammatica, e pochi intimi, come il pastore Arnold, il quale faceva spesso verso sera una giterella per vederla e mangiare un po' di frutta.

L'estate trascorreva in una quiete felice. Gertrude trovava nella compagnia della sua benefica amica e nella coscienza d'esserle utile in molte maniere, una viva sorgente di sodisfazione e di gioia, quando d'improvviso ogni suo piacere fu troncato.

Emilia venne còlta da una febbre assai forte, e la prima volta che la fanciulla si presentò alla sua porta desiderosa d'assisterla, la signora Ellis, che intendeva d'esser l'unica infermiera, la respinse rudemente. Alle sue calde istanze replicò che quella febbre era contagiosa, e che la signorina non aveva bisogno di lei, e d'altronde quando stava male non voleva dattorno altri che la sua fida governante.

Da tre o quattro giorni Gertrude errava per la casa, inconsolabile. La mattina del quinto, dopo il suo bando dalla camera della malata, vide la cuoca salire al primo piano con una minestrina: e, mettendole in mano alcuni bellissimi bocciuoli di rose, còlti allora, la pregò di darli ad Emilia e di domandarle se non le poteva permettere d'entrare e vederla un momento.

Aspettò ansiosamente, in cucina, il ritorno della signora Prime nella speranza che le recasse almeno qualche affettuosa parola. Ma la buona donna ridiscese coi fiori, che gettò sulla tavola, sfogando così i suoi sentimenti:

— Cospetto! Si dice che le brave cuoche e le brave infermiere sono garbate come orsi! Non tocca a me dire se sia vero rispetto alle cuoche, ma rispetto alle infermiere, non c'è dubbio! S'io fossi voi, signorina Gertrude, non m'arrischierei d'andarci.... Ho gran paura, sapete, che vi morda!

— E la signorina Emilia non ha accettato le rose? — domandò la giovanetta, profondamente accorata.

— Lei, poverina, non c'entra per nulla. Capirete, non le ha mica vedute.... La signora Ellis le ha scaraventate fuori dell'uscio protestando che tanto valeva portare un veleno a una malata con la febbre, che quei fiori. Ho tentato di parlare io alla signorina, ma quella cara signora m'ha interrotta con un tale «ss-ss-st» da farmi pensare che la fosse per pigliar sonno, sicchè non ho più osato e me ne sono andata pian piano.... Uf! Diventa mai ringhiosa quando per disgrazia c'è qualcuno di malato in casa?... —

Gertrude uscì in giardino e andò vagando come un'anima in pena. Temeva che Emilia fosse molto aggravata, nè poteva pensare ad altro. I suoi libri, il suo lavoro, erano nella camera di questa, dove li teneva usualmente; la biblioteca, che le avrebbe offerto qualche distrazione, era chiusa. Non le rimaneva dunque che quel rifugio, e là passò il resto della mattinata. Così fu non quella mattina soltanto, ma parecchie delle seguenti, perchè Emilia continuava a peggiorare. In capo a due settimane Gertrude non aveva ancora ottenuto di vederla, e non sapeva della sua salute se non quanto ne sentiva dire dalla governante al signor Graham. Questi però parlava ogni giorno col medico, e faceva frequenti visite alla figliuola, sicchè non richiedeva da lei quelle minuziose informazioni che la fanciulla avrebbe tanto desiderato. Una volta ella ardì interrogare direttamente la signora Ellis, ma l'arcigna matrona le rispose:

— Non mi seccate con le vostre domande. Che potete intendere voi di malattie? —

Un pomeriggio, seduta in un grande chiosco in fondo al giardino, presso le aiuole ch'ella coltivava ed erano allora tutte fiorite di reseda e di verbene, Gertrude stava legando e segnando gl'involtini dei semi che aveva raccolti da varie piante. Ella era tutta assorta nel suo lavoro, quando il suono d'un passo vicinissimo la fece sobbalzare. Alzò gli occhi e vide il dottor Jeremy, medico della famiglia, entrare nel chiosco.

— Che fate di bello? — egli domandò, nella rapida e brusca maniera che gli era abituale. — Un assortimento di semi, eh?

— Sì, signore, — rispose ella arrossendo nel vedere i penetranti occhi neri del dottore scrutarla in faccia.

— O dove fu che c'imbattemmo la prima volta? — disse egli con lo stesso fare.

— In casa del signor Flint.

— True Flint! Già.... mi rammento. Voi siete la sua ragazzina. Una brava figliuola. E il povero True, è morto. Peccato, è una perdita per tutti. Questa è dunque la piccola infermiera che vedevo là.... Dio buono, come crescono in furia i bambini!

— Dottor Jeremy, — chiese Gertrude con accento supplichevole — ditemi, ve ne prego, come sta la signorina Emilia?

— Emilia? Non troppo bene in questo momento.

— Oh! Temete forse che abbia a morire?

— Ma no, ma no! Perchè dovrebbe morire? Io non la lascerò morire se voi mi aiutate a tenerla in vita. Come mai non siete in casa ad assisterla?

— Ah, se potessi! — ella esclamò balzando in piedi. — Se potessi!

— E chi ve lo impedisce?

— La signora Ellis. Non mi lascia neanche entrare, dottore; dice che la signorina non vuole altri che lei.

— La signora Ellis non ha voce in capitolo, ed Emilia neppure: quest'è affar mio, ed io voglio voi. Affiderei più volentieri i miei pazienti a voi che a tutte le signore Ellis del mondo. Quella lì non se n'intende d'assistere malati; rimandatela alle sue conserve di coccole rosse, e a' suoi pasticci di zucca. Dunque, è fissato; domani prendete il vostro posto.

— Grazie, dottore, grazie!

— Non mi ringraziate ancora; aspettate di esservici provata. È opera faticosa prestar le cure necessarie agl'infermi. Di chi è l'orto attiguo?

— Della signora Bruce.

— E cotesto pero è suo?

— Sì, signore.

— Per san Giorgio, signora Bruce, farò onore alle vostre pere! —

Così dicendo il dottor Jeremy, uomo sui sessantacinque, ma robusto ed agile, scavalcò il muretto di pietra che divideva il giardino dall'orto, lanciandosi con tale impeto, da arrivare d'un balzo appiè dell'albero.

Gertrude, la quale, esilarata, osservava le sue gesta, lo vide inciampare in un ostacolo e salvarsi dal cader bocconi stendendo le mani e reggendosi al grosso tronco del vecchio e bellissimo pero. In quella una testa ornata d'uno zucchettino di velluto si levò lentamente di tra le alte erbe, e apparvero la faccia e il busto d'un giovanetto di sedici in diciassett'anni che, appoggiato a un gomito, mirava con stupore l'intruso.

Ma questi, punto intimidito, prese immediatamente l'offensiva contro il primo occupante, gridando:

— Rizzati, poltrone! A che stai costì sdraiato facendo gambetta alle persone per bene?

— Chi chiamate voi persone per bene? — domandò il giovane senza risentirsi nè dell'epiteto nè dell'interrogazione.

— Me e la mia piccola amica qui presente, — replicò il dottor Jeremy ammiccando verso Gertrude che affacciata al muretto rideva di cuore del modo in cui egli era stato còlto sul fatto.

Gli occhi dell'altro seguirono la direzione de' suoi e si fissarono sul viso della fanciulla che brillava tutto di gaiezza.

— Posso fare qualche cosa per servirvi, signore? — disse egli poi, rivolgendosi a lui.

— Sicuro! — rispose il dottore. — Io sono venuto qui per cogliere di coteste belle pere; ma voi siete più alto di me, a con l'aiuto della vostra mazza che ha la gruccia ricurva, arriverete meglio al ramo più carico.

— Onorevole ed onesto proposito, — mormorò il giovane. — Sarò lieto di prestarmi per una così buona causa. —

Sollevò la mazza che giaceva accanto a lui, abbassò con essa un ramo fino a portata del suo braccio, e lo scosse vigorosamente. Le frutta mature si sparsero sull'erba. Il dottor Jeremy se ne empì le tasche e le mani, e mosse verso il muro divisorio.

— Ne avete abbastanza? — gli domandò il giovane con voce lenta e strascicata.

— A iosa, a iosa! — rispose egli.

— Tanto piacere! — fece l'altro, buttandosi di nuovo giù, indolentemente, senza cessare di fissar Gertrude.

— Dovete esser molto stanco, — disse Jeremy tornando indietro di due passi. — Io sono medico, e vi consiglierei un pisolino.

— Ah, siete medico? — riprese il pigrone nello stesso tono tra languido ed ironico in cui aveva parlato fino allora. — Seguirò dunque il vostro consiglio. —

E adagiatosi nell'erba, resupino, chiuse gli occhi.

Il dottore vuotò le tasche sulla panchetta del chiosco e invitò Gertrude a pigliarsi la sua parte del bottino. Egli addentava le belle pere sugose, ridendo così forte di quella sua allegra monellata, che quasi i bocconi gli andavano di traverso. A un tratto gli venne in mente di guardar l'orologio.

— Le quattro e mezzo! — esclamò. — Il treno parte tra dieci minuti. Chi mi condurrà alla stazione?

— Non so, signore, — rispose la fanciulla pensando che la domanda fosse diretta a lei.

— Dov'è Giorgio?

— E andato sul prato a prendere il fieno, ma ha lasciato Carlotto, il cavallo bianco, nella corte, con i finimenti e tutto. Ho visto che l'attaccava alla catena dopo avervi portato qui dalla ferrovia.

— Ah! Ebbene, allora, conducetemi voi.

— Impossibile, signor dottore, io non so guidare.

— Bisogna che impariate: v'insegnerò io. Non avete mica paura?

— Oh, no! Ma il signor Graham....

— Non v'occupate del signor Graham. Date retta a me. Rispondo io che ritornerete a casa sana e salva. —

Gertrude era per sua natura coraggiosa. Non aveva mai guidato un cavallo, ma essendocisi messa senza timori, vinse la prova a maraviglia: e poichè il dottor Jeremy continuò a farsi condurre da lei, ella acquistò presto molta perizia nell'uso delle redini. Non è forse questa una bravura particolarmente desiderabile in una donna: a Gertrude tuttavia fu assai utile.

Il medico mantenne la promessa di stabilirla al capezzale della malata. La prima volta che dopo quel loro colloquio visitò Emilia, parlò a questa della fanciulla in termini di grande encomio per la devozione al vecchio True e le qualità di buona infermiera da lei mostrate; poi le domandò per qual ragione fosse stata espulsa dalla sua camera.

— È tanto apprensiva, — ella rispose — teme che la febbre le s'attacchi.

— Non dovete crederlo. È troppo contrario al suo carattere.

— Vi pare? — fece vivamente la cieca. — Ma la signora Ellis....

— V'ha detto una bugia, — l'interruppe egli. — Gertrude invece si strugge di venire ad assistervi. E n'è capace quanto la signora Ellis, anzi meglio, perchè la cosa più necessaria per voi è la quiete, e proprio questa non la potete avere con quel donnone loquace dattorno. Pertanto, io, la signora Ellis la mando a Gerico, fin da oggi, e vi porto qui la mia piccola Gertrude, che non è più rumorosa d'un topolino e ha una buona testa sulle spalle. —

Certo, non era possibile che la fanciulla fosse in grado di provvedere a tutti i bisogni d'Emilia meglio della governante, e neppure altrettanto bene, ed Emilia che lo sapeva non permise che questa venisse mandata a Gerico, perchè quantunque il dottor Jeremy non la potesse soffrire, ella disimpegnava ottimamente le proprie mansioni e sarebbe stato difficile privarsi de' suoi servigi; ma anche in caso diverso non avrebbe voluto umiliarla.

Quindi, per quanto l'ammissione di Gertrude all'ufficio d'infermiera seguisse con gran gioia sua, della paziente, e del medico, fu risparmiata alla signora Ellis la vergogna di sapere che la slealtà della sua condotta nell'averla tenuta lontana da Emilia dando una falsa ragione di quell'assenza, era stata scoperta.

Gertrude assisteva la malata con la vigile e tenera cura che solo un profondo affetto può insegnare.

Quando, la notte, la cieca si destava da un sonno agitato, una bevanda refrigerante s'offriva alle sue labbra, e udendo la signora Ellis russare sonoramente, ella sapeva che non le era porta da lei; durante il giorno non una mosca la molestava ronzando intorno al suo capezzale; il suo tormentoso mal di capo era lenito dalle applicazioni d'acqua fredda sulla fronte ardente, ripetute con pazienza per ore; e i passi dei piccoli piedi instancabili che andavano e venivano erano leggeri e piani.... Notando tutte queste cose, ella comprendeva quale prezioso rimedio le avesse portato il buon dottore.

In capo a due settimane era migliorata a segno da passare la giornata intera fuori del letto, sebbene non potesse ancora lasciar la camera. Quando fu in condizione d'uscire, il medico prescrisse aria e moto.

— Fate una trottatina in carrozza, due o tre volte il giorno, — egli ordinò.

— Ma come sarebbe possibile? — rispose Emilia. — Giorgio è tanto occupato, e chi lo sostituirebbe?

— Vi condurrà Gertrude, — insistette il dottor Jeremy. — È bravissima, sapete. —

Emilia sorrise.

— Gertrude, — ella disse — vedo che il dottore fa gran capitale di te. Crede che tu possa fare qualunque cosa. Ma guidato, tu non hai certo in vita tua, di'?

— O se mi conduce lei tutti i giorni alla stazione, da sei settimane in qua! — replicò egli.

— Dite davvero? — esclamò la signorina Graham alla quale riesciva strana l'idea che un cavallo fosse governato da mano femminile.

E poichè il dottore le assicurava ch'era proprio così, e che non aveva da temere alcun pericolo, Carlotto fu attaccato al legno, ed ella fece la sua trottatina accompagnata dalla signora Ellis e condotta da Gertrude. L'esperimento ebbe esito felicissimo. Queste giterelle, spesso ripetute, giovarono molto alla convalescente, e furono piacevolissime per tutte e tre.

Sul principio d'autunno la salute d'Emilia era rifiorita. Il vecchio Carlotto veniva requisito ogni giorno: ed essendo di solito la governante trattenuta dai suoi doveri di massaia, Emilia e Gertrude andavano sole in un gran buggy di forma antiquata. Così la perizia acquistata dalla fanciulla nel guidare divenne per la cieca, come questa diceva, la sorgente del maggior piacere ch'ella avesse gustato da anni.

Gertrude rivide due o tre volte il pigro giovanottino in cui il dottor Jeremy era andato ad inciampare saltando nell'orto della signora Bruce per rubarvi pere.

Una mattina egli venne a sedersi sul muretto mentre ella era al lavoro tra le sue aiuole, e dopo avere espresso la propria maraviglia per la sua diligenza, e parlato un po' con lei di fiori, le rivolse alcune domande intorno al dottor Jeremy, e finì col chiederle come ella si chiamasse.

Gertrude arrossì. Era molto sensibile su questo punto. Benchè tutti le dessero il cognome di Flint, ed ella solesse portarlo senza pensarci, pure, quando veniva interrogata direttamente, non poteva non rammentarsi che nè quello nè alcun altro le apparteneva.

Emilia aveva fatto cercare Annetta Grant per cavarne qualche cosa sulle origini della bambina; ma costei non abitava più da anni nella sua casa d'allora, e nessuno del vicinato sapeva dove si trovasse nè che fosse avvenuto di lei.

Gertrude, dunque, arrossì alla domanda del giovanetto; nondimeno rispose con dignità che se egli voleva conoscere il suo nome, doveva prima dire il proprio.

— Non ve lo dirò punto! — replicò questi sfrontatamente. — E se non volete dirmi il vostro non me ne importa. —

Ciò dichiarato, se ne andò spingendosi davanti a calci una mela che giaceva sull'erba.

Ed ella rimase dell'opinione che non poteva esserci un ragazzaccio più maleducato.

XX.

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Per sua nobil natura una perfetta

Donna che consigliar sa e comandare,

Eppur nel mite spirito sereno

Dell'angelica luce un raggio splende.

Wordsworth.

Era il crepuscolo di un'afosa giornata di settembre. Emilia, illanguidita da molte ore d'un caldo insolitamente eccessivo per la stagione, sedeva sotto il portico davanti alla casa, godendo il refrigerio d'una deliziosa brezzolina levatasi al cader del sole. A ponente gli ultimi splendori d'un maraviglioso tramonto s'indugiavano nel cielo listato di porpora, mentre la luna, quasi piena, già saliva trionfante nel vespro, cominciando il suo regno notturno. Sempre più vivi, i suoi raggi illuminavano la bianca veste d'Emilia, e davano l'apparenza d'un marmo polito alle mani e alle braccia bellissime, uscenti nude dai drappeggi delle ampie maniche, e posate sui bracciuoli d'una poltrona rustica.

Dieci anni erano trascorsi da quando ella s'era incontrata la prima volta con Gertrude nella chiesa del signor Arnold, eppure sembrava appena meno giovane d'allora tanto lievemente il tempo aveva sfiorato il suo volto e la sua persona.

Ma anche allora ella conosceva le dure prove della vita, e aveva già imparato a distillare dall'amara feccia del dolore il balsamo che lenisce ogni male. Anche allora quest'esperienza e la sapienza derivatane, erano del pari impresse nella sua fisonomia: l'una in un'espressione grave e sommessa, propria di un'età più matura, l'altra nel dolce e calmo sorriso di fiducia e di speranza che rivela i fedeli di Dio.

Perciò il tempo non poteva molto su di lei, ed ella era sempre la stessa: amabile nel suo aspetto esteriore, più amabile ancora nel cuore e nei costumi. Un osservatore attento avrebbe tuttavia potuto scorgere in Emilia una maggior briosità di spirito, una più viva partecipazione alle cose che avvenivano intorno a lei, infine un godimento della vita ch'ella non aveva mai manifestato per l'innanzi. E questi mutamenti erano dovuti, com'ella sentiva e riconosceva, all'intima sua convivenza con una compagna a cui la legava un profondo affetto, e che con la sua calda simpatia, la sua devozione costante, l'acuto suo senso tanto del comico e dell'ameno, quanto del bello e del vero, l'ardore inesauribile dei suoi sforzi per far gustare all'amica diletta i piaceri che gustava ella stessa, aveva ridestato in lei facoltà quasi sopite nelle tenebre ond'era avvolta. Così Gertrude era divenuta veramente, come lo zio True le aveva raccomandato d'essere, «gli occhi della sua benefattrice».

Quella sera però Emilia pareva mesta mentre sedeva sola sotto il portico, esclusa dall'incantevole spettacolo del tramonto, inconscia dei giuochi d'ombra e di luce che faceva sulla sua bianca figura la luna saliente nel cielo. Ella reclinava un poco la testa da un lato, nell'atteggiamento di chi tende l'orecchio a un suono lontano, e ogni volta che il cancello cigolava, investito dalla brezza, dava un sobbalzo, e un'ansietà quasi dolorosa appariva nel suo viso.

Alfine qualcuno spunta di dietro l'alto riparo di legno che sottrae il giardino agli sguardi dei passanti. Solo il raffinato udito della cieca poteva aver distinto quel passo leggero. Ed ella si leva dalla poltrona, e muove incontro alla giovanetta ch'è entrata: una giovanetta in cui sarebbe difficile ravvisare la piccola Gertrude di dieci anni addietro perchè su lei il tempo non è sorvolato senza mutarla.

La Gertrude presente è oramai una signorina, più alta d'Emilia. Ha una bella persona, snella, fine, e carnagione brunetta, ma nitidissima e soffusa alle gote di un color di rosa che le conferisce grande splendore: questo però potrebb'essere l'effetto della rapida camminata dalla stazione alla villa. S'è tolta il cappello, e lo porta in mano dondolandolo per i nastri: abitudine che aveva già da bambina, sicchè non bisogna vederci l'intenzione vanitosa o civettuola di mettere in mostra la rara opulenza della capigliatura.

I suoi occhioni neri sono sempre fulgidi, ma non più di grandezza sproporzionata con la faccia, e se la bocca non è rigorosamente conforme ai cànoni classici, se lo fa perdonare grazie a due file di denti piccoli, regolari, d'un puro candore di perla.

Ella veste un lindo abitino di mussolina operata, molto accollato, e una semplice mantellina nera che non nasconde la rotondità della sua vita sottile.

Ebbene? È Gertrude una bellezza?

No. I suoi lineamenti, le sue forme, possono provocare giudizi assai diversi, ma pochi la proclamerebbero veramente bella. V'hanno però certi visi piacevoli a osservarsi per la loro variabile espressione, visi eloquenti, che dicono la verità e palesano l'intimo sentimento; visi ora illuminati dall'intelligenza, ora sfavillanti d'allegrezza, ora velati di mestizia dinanzi a un caso pietoso, ora accesi di nobile indignazione contro ciò che l'anima aborre, ora santificati dalla presenza divina, quando il cuore si distoglie dal mondo e da sè medesimo, e s'inalza devotamente a Dio. Tale è il viso di Gertrude.

Vi sono personali di donna che senza suggerire paragoni con una regina o con una fata, posseggono una grazia, una flessuosità, una dignità che incantano, ed hanno il potere di muoversi nella loro sfera con sì aerea leggerezza, che mai non riescono d'ingombro. Tale è il personale di Gertrude.

Quali si siano le attrattive della fanciulla, (nè manca chi le pregia altamente) ella non sa d'averle, e questa sua inconsapevolezza ne raddoppia il prestigio. È ancor sempre nella persuasione d'essere brutta, radicata in lei da' suoi teneri anni, ma non se ne sente più mortificata e indispettita come una volta.

Tosto che vide Emilia venirle incontro, Gertrude affrettò il passo, e raggiuntala presso la soglia, le passò con gesto affettuoso un braccio dietro le spalle, come soleva per guidarla, adesso ch'ella era più alta di lei, e la fece svoltare a destra in un vialetto conducente nel giardino.

— Eccomi di ritorno! — disse ravvolgendo più strettamente nello sciallino la sua amica cieca. — Siete stata sempre sola, Emilia, da quando v'ho lasciata?

— Sì, cara, quasi sempre, e ho pensato con affanno che tu giravi per Boston in una giornata di caldo così eccessivo.

— Non ne ho sofferto punto, e godo ora tanto più questa fresca brezzolina, che fa un così gradevole contrasto con l'afa e la polvere della città.

— Ma, Gertrude, — fece la signorina Graham fermandosi — perchè non sei entrata in casa? Devi prendere il tè, figliuola.

— Non ne ho voglia, stasera. —

Camminarono un poco, lentamente, in silenzio; poi la cieca riprese:

— Gertrude, non hai dunque nulla da dirmi?

— Oh, sì, tante cose!... Ma....

— Ma tu sai che saranno tristi per me, e però esiti a parlare. Non è vero?

— Mi parrebbe vanità da parte mia credere che possano affliggervi molto, cara Emilia; ma iersera, quando vi comunicai quello che m'aveva detto il signor W. e quanto io avevo in animo di fare, mi sembraste così turbata al pensiero della nostra separazione, che non mi sono più sentita sicura di far bene.

— E io mi sono rimproverata d'averti lasciato scorgere il mio rammarico, a rischio di distoglierti dal tuo dovere, o di rendertelo più penoso. Sì, comprendo che tu hai ragione, Gertrude; e che invece d'oppormi a' tuoi disegni, dovrei favorirli con tutte le mie forze.

— Ah, cara Emilia! — esclamò vivamente la fanciulla. — Se vi fa pensare così ciò che vi raccontai ieri, sarete persuasa sapendo ciò che ho veduto e udito oggi....

— Come? Le cose vanno forse ancora peggio, dalla signora Sullivan?

— Assai peggio di quel che vi descrissi. Non conoscevo allora le terribili difficoltà contro cui ha da lottare la poveretta.... ma ho passato in casa sua tutta la giornata, perchè il signor W. m'ha trattenuta appena cinque minuti, e mi son potuta accertare che non è prudenza lasciar una donna timida e debole come quella, sola col signor Cooper, adesso che il vecchio si trova in uno stato di mente così spaventoso....

— Ma, sarai poi davvero in grado d'aiutarla, tu?

— Sì, Emilia; so dominarlo meglio di lei, e posso nello stesso tempo far di più per il suo benessere e la sua contentezza. È come un bambino oramai, pieno di capricci. E quando non sia materialmente impossibile, la signora Sullivan lo compiace, a costo di qualsiasi inconveniente, e fin di qualsiasi pericolo; prima di tutto perchè è suo padre e si tiene in obbligo di non contrariarlo, ma adesso, credo, anche per paura.... È tanto irritabile e violento! Mi diceva che spesso gli saltano ghiribizzi oltremodo strani, come d'uscire di notte, con suo gran rischio, o di dormire a finestre spalancate benchè la sua camera dia sulla strada al pianterreno.

— Povera donna! — sospirò Emilia. — E che fa in simili casi?

— Ve lo posso dire perchè ne ho veduto un esempio quest'oggi. Quando sono arrivata lì, il vecchio era in procinto d'accendere un gran fuoco nella stufa nonostante il caldo che in città era intensissimo.

— E la signora Sullivan?

— Sedeva sullo scalino dell'uscio di casa, piangendo.

— Disgraziata!

— Non poteva far nulla con lui, e aveva ceduto per disperazione.

— Dovrebbe avere una donna robusta o un uomo che lo vigilasse e gli prestasse le cure necessarie.

— È precisamente questa l'idea che la sgomenta più di ogni cosa. Dice che morrebbe d'angoscia se vedesse suo padre trattato senza riguardi come lo tratterebbe di certo una persona estranea; e inoltre capisco che rifugge dal mettersi questa persona in casa. Ella è estremamente scrupolosa in materia d'ordine e di pulizia, ed ha sempre fatto tutte le sue faccende da sè: l'ho udita dichiarare più volte che vorrebbe piuttosto tener in famiglia una bestia feroce che una serva irlandese.

— La sua nuova abitazione non le ha procurato finora molto piacere, non è vero?

— Oh, no! Mi faceva appunto notare, oggi, la sua singolare sfortuna: dopo aver tanto desiderato un quartierino con tutti i suoi comodi, in un bello stabile nuovo, ecco che non appena lo ha ottenuto e ammobiliato a modo suo, le piomba addosso una tale disgrazia.

— Ma è strano che non l'abbia veduta venire già prima. Io durante le ultime visite che le feci con te nell'altra casa, m'ero accorta della decadenza intellettuale di quel vecchio.

— L'avevo osservata anch'io, da un pezzo, ma a lei non ne dissi mai nulla, e credo ch'ella non ne abbia avuto il minimo sospetto fino al momento dello sgombero, quando il distacco da tutto ciò che gli era consueto ebbe sul povero signor Cooper gli effetti più funesti.

— Non pensi, Gertrude, che la demolizione della chiesa e la conseguente perdita del suo posto di sagrestano abbiano dato un gran crollo alla sua mente inferma?

— Sì, ne sono anzi sicura. Dopo d'allora non fu più lui, e anche nella casa vecchia si mostrava inquieto e malcontento: ma la disdetta data alla signora Sullivan dai proprietari che avevano risolto di fabbricare su quel fondo magazzini, cagionò il totale sconvolgimento della poca ragione che gli rimaneva.

— Triste cosa! Quanti anni ha?

— Non so esattamente, ma certo moltissimi. Rammento che tempo fa la signora Sullivan mi disse ch'era sugli ottanta.

— È vecchio assai; non è da maravigliarsi se cambiamenti grandi e repentini nella sua vita lo hanno fatto rimbambire.

— Oh, no! E per triste che sia, è infine la sorte che può toccare a chiunque viva fino a un'età così tarda. D'altronde, non soffre, nè il suo umore, a quanto io mi ricordo, è mai stato più lieto; sicchè m'affliggo meno per lui che per sua figlia. Io sono in gran pena, Emilia, sul conto di lei.

— Non ha la forza di sopportare questa sventura?

— Credo che l'avrebbe se fosse in buona salute. Ma non istà bene, e temo che la cosa sia più seria di quanto ella voglia ammettere, perchè è tanto pallida, e ha ultimamente avuto parecchie manifestazioni di sintomi che danno da pensare.

— Ha consultato un medico?

— No, non vuol saperne, e s'ostina a ripetere che si rimetterà presto; io però ne dubito, specie se seguita a non aversi nessuna cura. Questa è la ragione principale che mi fa desiderare d'essere in città il più presto possibile. Sono ansiosa di farla vedere al dottor Jeremy, e spero di riuscirvi senza ch'ella sappia ch'egli viene per lei. Avrò una forte infreddatura io stessa, se non ci sarà altro modo.

— Tu parli d'essere in città come d'una cosa sicura; m'immagino dunque che tutto è già stabilito.

— Ah, non v'ho raccontato la mia visita al signor W.? È vero, scusate.... Ottimo uomo, quanta riconoscenza gli debbo! Mi ha promesso il posto.

— N'ero certa, dopo ciò che v'aveva detto dalla signora Bruce.

— Certa! E io che quasi mi peritavo di parlargliene!... Mi pareva impossibile che avesse tanta fiducia in me.... Invece è stato così buono, benevolo! Non oso riferirvi le parole che m'ha detto circa la mia capacità d'insegnare.... temerei di sembrarvi troppo vana.

— Non hai bisogno di riferirmele, cara; so da lui stesso come egli apprezzi le tue felici attitudini. Non potresti dirmi nulla di più lusinghiero per te, delle cose che ho udite dalle sue labbra.

— Il mio amato zio True voleva ch'io diventassi maestra: era l'apice della sua ambizione. Sarebbe contento ora, non è vero, cara Emilia?

— Senza dubbio si glorierebbe di vederti assistente in una scuola come quella del signor W. Forse però penserebbe come penso io che ti assumi impegni superiori alle tue forze. Tu sarai occupata le intere mattinate a far lezione, e tuttavia ti proponi d'esser l'infermiera della signora Sullivan, e la custode del suo vecchio padre demente. Bambina mia, tu non sei assuefatta a coteste eccessive fatiche, e io mi tormenterò incessantemente con la tema che la tua salute non vi resista.

— Oh, cara Emilia, non dovete affatto mettervi in pena per me! Io sono sana e robusta, e mi sento capacissima di tutto ciò che ho divisato. Il mio solo timore è che voi possiate soffrire alquanto a cagione della mia lontananza, e il pensare che io, lasciandovi....

— So che intendi dire, Gertrude: ma non averlo cotesto timore. Io sono sicura del tuo affetto. Ho fede che non mi posponi se non al tuo dovere, e non vorrei per nulla al mondo che tu mi dessi la preferenza. Caccia dunque dalla tua mente quel pensiero, e non credere ch'io sia tanto egoista da desiderare di trattenerti. Solamente sarei più tranquilla se tu rinunziassi per ora alla scuola. Potresti andare dalla signora Sullivan e stare con lei finchè ha bisogno del tuo aiuto; forse al tempo della nostra partenza per il Mezzogiorno ti troveresti libera d'accompagnarci in quel viaggio, che certo sarà allora per te un ristoro necessario.

— Ma, cara Emilia, come conciliare le cose? Io non posso piantarmi in casa della signora Sullivan a titolo di ospite, sia pure con l'intenzione di renderle servigio, e nemmeno offrirmi a lei in qualità d'infermiera, posto che non vuol riconoscere d'esser malata. Ho ponderato la questione, e veduto che anche usando tutta la finezza e tutta la delicatezza immaginabili, non c'era verso di risolverla. Inoltre, dopo tanto tempo che sto con voi, essa deve credere ch'io non sia più adatta alla semplice vita d'una volta. Ma quando il signor W. mi disse che gli occorreva un'assistente, facendomi comprendere che non gli sarebbe dispiaciuto di dare a me quel posto, mi balenò un modo d'effettuare il mio disegno. Ero certa che se la signora Sullivan avesse saputo che io entravo come insegnante in quella scuola e dovevo cercarmi una dozzina per l'inverno perchè voi l'avreste passato nel Mezzogiorno, invece di ritornare in città, non solo non si sarebbe ricusata d'accogliermi in casa sua, ma non avrebbe permesso che andassi altrove.

— E così è stato?

— Precisamente. Ed io mi sono ancor più persuasa del bisogno ch'ella sente d'un appoggio, tanto l'ha consolata il pensiero d'avermi seco.

— Tu sarai un tesoro per lei, Gertrude: lo so bene!

— Oh, no! Purtroppo non spero d'essere di grande utilità. Ma per poco ch'io possa, sarà sempre più di quanto potrebbe in questo caso qualsiasi altra. La signora Sullivan, essendo vissuta sempre ritiratissima, non ha nessuna amica intima, e davvero non vedo, me eccettuata, chi ammetterebbe volentieri sotto il suo tetto. Con me c'è avvezza, e mi vuol bene. Io non le do impaccio, anzi mi concede perfino d'aiutarla nelle sue faccende, benchè spesso dica ch'io sono diventata una signorina, non usa alle fatiche materiali. Sa poi che ho un certo influsso sul signor Cooper: vi parrà forse strano, e io stessa non so spiegarmelo, ma l'ho, positivamente. Io credo che sia in parte perchè egli non mi fa punto paura e m'oppongo con fermezza a' suoi insensati capricci, in parte perchè gli sono meno familiare di sua figlia. Ma c'è anche un'altra cosa che mi conferisce un gran potere su quel povero vecchio. Egli, com'è naturale, m'associa nella sua memoria con Guglielmo: ci ha veduti per tanti anni sempre insieme, abbiamo lasciato la casa quasi ad un tempo, e non ignora che la corrispondenza con lui è tenuta principalmente da me. Sembra che da quando la sua mente si è indebolita, egli non pensi che al suo nipote, sicchè in qualunque momento, e per quanto eccitato e caparbio si mostri, io riesco a calmarlo proferendogli le ultime notizie dell'assente; e non importa se gli ripeto cento volte il contenuto d'una medesima lettera: per lui è sempre nuovo. Non avete idea, cara Emilia, di come io giunga a dominarlo, grazie a questo piccolo fatto. Ho notato oggi che la mia facoltà di dirigere i suoi pensieri sollevava la signora Sullivan d'un gran peso; ed ella pareva tanto felice, quando mi sono accomiatata stasera, parlava con sì lieta speranza del conforto che sarebbe per lei l'avermi presso di sè quest'inverno, ch'io mi sono sentita compensata del mio sacrificio. Ma poi, non appena vi ho veduta, al mio ritorno, e ho pensato che voi andate via, lontano, e che passerà chi sa quanto tempo prima ch'io sia di nuovo la vostra compagna, ho provato.... —

Gertrude non potè proseguire. Chinò la testa sulla spalla d'Emilia, e pianse.

La signorina Graham la consolò con immensa tenerezza.

— Siamo state felici insieme, — ella disse — e tu mi mancherai, dolorosamente. La metà almeno di ciò che ho goduto della vita in questi ultimi anni la devo a te; ma non t'ho mai tanto amata come in questo momento che ti accingi a lasciarmi, perchè nel tuo sacrificio di te stessa vedo la più nobile, la più preziosa virtù di cui possa fregiarsi una donna. So che i Sullivan ti sono molto cari, e ben a ragione, e comprendo il tuo desiderio di riconoscere le tue antiche obbligazioni con loro; tuttavia il preferirli a noi, ora, rinunziando senza un lamento al bel viaggio dal quale ti ripromettevi tanto piacere, mi prova che la mia Gertrude è la buona e brava fanciulla ch'io speravo di vederla divenire e pregavo Dio di farla. Tu sei nella via del dovere, figliuola mia, e sarai ricompensata dall'approvazione della tua coscienza se non altrimenti. —

Mentre Emilia terminava di dire queste parole, svoltavano in un viale del giardino dove incontrarono una servetta che le cercava per avvertirle che la signora Bruce e suo figlio erano nel salotto e chiedevano di tutt'e due.

— Le hai comprato i suoi bottoni, in città? — domandò la signorina Graham a Gertrude.

— Sì, — rispose questa — e li ho trovati adattatissimi al vestito; probabilmente le preme di sapere se ho eseguito bene la commissione; ma come mi presento, così?

— Io mi fo accompagnare da Caterina; tu entra in casa dalla porta laterale e vai alla tua camera senza che ti vedano. Ti scuserò intanto con la signora Bruce; poi, quando ti sarai rinfrescata gli occhi e ti sentirai più calma, scendi in salotto. —

XXI.

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Ma non forse sarà miglior consiglio

Ritirarci? S'appressa una tempesta.

Milton.

Quando, mezz'ora dopo, Gertrude entrò nel salotto, il suo viso non mostrava più traccia della commozione d'animo che l'aveva tanto turbata. La signora Bruce le mandò dal canapè un amichevole cenno di saluto: il signor Bruce si rizzò e le offerse la sua seggiola, mentre il signor Graham le indicava un posto accanto a lui, nel vano della finestra, dicendo con tono benevolo:

— Vieni qui, Gertrude. —

Ella non accettò nè l'una nè l'altra profferta. Andò a sedersi invece sull'ottomana, ch'era presso a una porta vetrata aperta a due battenti, di dove una scalinata metteva nel giardino. Subito il giovanotto la raggiunse, e adagiatosi in un atteggiamento d'indolenza sui primi scalini, prese a discorrere con lei.

Il figlio della signora Bruce non era altri che il signorino dallo zucchetto di velluto, che anni addietro soleva schiacciare dormitine nell'erba, sotto il pero. Egli aveva fatto di recente un viaggio in Europa, e superbo della rinomanza che gli davano i suoi baffi, il suo sarto francese, e il possesso d'un bel patrimonio, si compiaceva più che mai in sè medesimo.

— Avete dunque passato tutta la giornata a Boston, signorina Flint?

— Sì, quasi tutta.

— Ci avrete trovato un caldo terribile, eh?

— Piuttosto!

— Dovevo andare in città anch'io per certi affari che premevano moltissimo alla mamma. Facendo uno sforzo sono arrivato fino alla stazione; ma non ho potuto proseguire.

— Il caldo v'aveva disfatto?

— Sì.

— Poverino! — esclamò Gertrude con un accento tra compassionevole e ironico.

Egli alzò gli occhi verso di lei, cercando d'indovinare dall'espressione del suo viso s'ella lo dicesse sul serio o volesse canzonarlo, ma essendo il salotto scarsamente illuminato, a fine di godervi un po' di fresco, non potè pronunziare un giudizio nella propria mente, e però riprese, per chiarirsi:

— Io aborro il caldo eccessivo, signorina Gertrude. O perchè mi ci sarei esposto senza necessità?

— Perdonate, m'era parso che parlaste d'affari importanti....

— Affari della mamma. Nulla che importasse a me. E per lei quella temperatura era una scusa. Se avessi saputo che voi eravate nel treno, come ho scoperto poi, avrei perseverato nel mio proposito, attratto dal piacere di percorrere la via Washington al vostro fianco.

— Io non ho preso per via Washington.

— Ma l'avreste fatto con una scorta conveniente.

— Se avessi dovuto far un giro vizioso per accompagnare la mia scorta, il vantaggio d'essere scortata sarebbe stato assai dubbio, convenitene! — ella disse ridendo.

— Che spirito pratico avete, signorina! Intendete dire che quando andate in città è sempre con un programma d'operazioni prestabilito, e che niente al mondo può stornarvi da quanto vi siete proposta?

— No, no. Credo anzi che sia facile persuadermi o dissuadermi, adducendo ragioni sufficienti. —

Il giovane si morse le labbra.

— Dunque, voi non fate cosa alcuna senza la sua brava ragione. Allora, ditemi, di grazia, qual'è quella per cui portate quel cappellone a larghe tese lavorando in giardino?

— È un'antica consuetudine mantenutasi per la sua comodità ad onta delle invenzioni moderne che certo offrirebbero un migliore riparo dal sole. Devo riconoscermi colpevole di un po' d'ostinazione nel mio debole per quel vecchio cappello.

— Perchè non confessare piuttosto la verità, ossia che lo portate per avere quell'aria seducente e pittoresca a segno che la vostra immagine turba i sonni dei vicini? Per esempio i miei sogni del mattino sono, come voi non l'ignorate, ossessionati da quel cappello non scompagnato dalla faccia della sua proprietaria; tant'è vero ch'io mi sento attirato, quasi da una forza magnetica, verso il vostro giardino, tutti i giorni, di buon'ora.... Ah, signorina Gertrude, voi avrete da regolare un gran conto con Morfeo, che defraudate così de' suoi diritti; e la coscienza vi rimorderà per i danni cagionati alla mia salute dall'espormi alla rugiada mattutina....

— È una dura ingiustizia il condannarmi per misfatti assolutamente involontari; ma poichè le vostre visite in giardino sono per me una minaccia di rimorsi futuri, mi vedo in obbligo di proibirle.

— Oh, non sarete così barbara! Specie dopo che mi son dato tanta pena per impartirvi tutte le mie poche nozioni d'orticoltura....

— Devono esser poche davvero, oppure ho io poca memoria, — fece Gertrude ridendo.

— Ingrata! Avete dimenticato quanto m'affannai anche ieri a farvi conoscere le differenti varietà di rose? Non ricordate più quello che ve ne dissi, diffusamente, cominciando dalle rose di Damasco? E come, nel finire, non trovavo parole adeguate in lode delle rose umane, soprattutto di quella tanto soave, tanto leggiadra che mi stava dinanzi mentre parlavo?

— Ricordo che diceste un visibilio di sciocchezze; ma v'ingannate se credete ch'io le ascoltassi.

— Oh, signorina Gertrude! È fiato sprecato dir cose gentili a voi; tenete sempre i miei complimenti in conto di buffonate.

— V'ho dichiarato parecchie volte ch'era inutile prodigarmi tante parole lusinghiere. Sono sprecate, sicuro, e ho piacere che finalmente lo abbiate capito.

— Bene, sarò serio. O dove eravate stamani?

— A che ora?

— Alle sette e mezzo.

— In treno, sulla via di Boston.

— Possibile? Così presto? Io credevo che foste partita alle dieci. Sicchè, mentre io spiavo dal muro del giardino l'occasione di darvi il buon giorno, voi eravate lontana cinque o sei miglia. Rimpiango quell'ora di buon sonno, perduta!

— Davvero, è gran peccato!

— E altra mezz'ora, stasera. Perchè vi siete fatta aspettar tanto?

— Io? Quando?

— Quando sono venuto qui.

— Oh, non pensavo affatto che la vostra visita fosse per me.

— Non è che per voi sola.

— Ben, — disse al giovane il signor Graham avvicinandosi e intromettendosi un po' bruscamente nella loro conversazione — siete amante del giardinaggio? V'ho sentito parlare di rose....

— Già.... La signorina Flint ed io abbiamo avuto una vera discussione sui fiori, sulle rose in particolare.... —

Gertrude tentò di trar partito da quell'intervento per svignarsela e andare presso le signore che sedevano sul canapè; ma Ben Bruce, il quale s'era rizzato vedendo l'altro venire a lui, s'accòrse della sua intenzione e le sbarrò il cammino in modo che ella non poteva passar oltre senza respingerlo con aperta sgarbatezza.

Il signor Graham ripigliò:

— Ho in idea di mettere una piccola fontana nel giardinetto della signorina Flint. Volete venire con me? Mi darete un consiglio....

— Ma signore, non è troppo buio?...

— Che, che! Per quello che abbiamo da fare ci si vede abbastanza. Di qua, prego.... —

E benchè ad onta delle sue maniere parigine torcesse il muso e scotesse la testa con aria minacciosa, il giovanotto fu costretto a seguire il padrone di casa.

La ragazza potè allora riferire alla signora Bruce i risultati delle commissioni ch'ella le aveva affidate, e darle i bottoni che le piacquero moltissimo.

Quando i due signori rientrarono, la conversazione divenne generale.

— Signor Graham, — cominciò la signora Bruce — domandavo ad Emilia che giro farete nel Mezzogiorno: a quanto vedo dall'itinerario, vi siete proposto un viaggio delizioso.

— Così credo. Lo avevamo divisato da un pezzo. Per Emilia sarà ottima cosa: e mi figuro il piacere di Gertrude che non ha mai viaggiato finora!

— Ah, andate anche voi, signorina Flint?

— Sicuro, sicuro, — disse il signor Graham prima che l'interrogata rispondesse da sè — Gertrude ci è necessaria: non possiamo far senza di lei.

— Quanto vi divertirete! — riprese la signora fissando sempre la giovanetta.

— Io speravo d'accompagnare il signor Graham e la signorina Emilia, — rispose Gertrude — e pensavo a questo viaggio con ardente desiderio; ma dovrò invece rimanere l'inverno a Boston, come oggi appunto ho risoluto.

— Che diamine dici? — domandò il signor Graham. — Spiegati! Cotesta è nuova per me!

— E per me pure, signore; altrimenti vi avrei informato prima. M'immaginavo ch'era vostra intenzione ch'io venissi con voi, e nulla, credetelo, mi sarebbe stato più gradito. Purtroppo sono sorte circostanze che me lo impediscono; se non ve l'avevo ancora detto, gli è perchè io stessa le ignoravo.

— Ma noi non possiamo mica privarci della tua compagnia, Gertrude: non voglio sentirli cotesti discorsi. Tu devi venire, a dispetto d'ogni circostanza.

— Temo assai che non potrò, assolutamente, — replicò ella, sorridendo con grazia, ma senza perdere la sua fermezza. — È gran bontà da parte vostra il desiderarlo.

— Desiderarlo?... Ti dico che insisto su questo punto. Tu sei sotto la mia tutela, bambina, e io ho diritto di stabilire ciò che devi fare. —

Il signor Graham cominciava ad irritarsi. Gertrude ed Emilia erano turbate ma tacevano.

— Dimmi le tue ragioni, almeno, se ne hai, — egli ripigliò con veemenza. — E intendo di sapere chi t'ha messo in capo cotesta idea stravagante.

— Vi spiegherò tutto domani, signore.

— Domani? No, cara, subito. —

La signora Bruce, vedendo addensarsi una burrasca domestica, si rizzò per battere prudentemente in ritirata.

Il signor Graham contenne l'ira finchè ella e suo figlio non si furono accomiatati, ma chiuso appena l'uscio dietro a loro, proruppe:

— Ora mi dirai che significa cotesta novità! Io prendo tutte le mie disposizioni, regolo i miei affari in modo da rimaner libero di passare l'inverno in viaggio, e ciò non tanto per mia propria sodisfazione quanto per procurare un piacere a voi due; ed ecco che quando è fissato ogni cosa, e siamo quasi in procinto di partire, Gertrude annunzia che ha risoluto di non accompagnarci. Sono davvero curioso di conoscere le sue ragioni. —

Emilia s'assunse d'esporre i motivi della condotta di Gertrude e concluse approvandola pienamente. Suo padre, che l'aveva ascoltata con impazienza e interrotta con molti poh! ed uh!, finito ch'ella ebbe scattò di nuovo, più indignato che mai:

— Dunque, essa preferisce i Sullivan a noi, e tu incoraggi questi suoi sentimenti! Vorrei un po' sapere che cosa hanno fatto loro per lei, a paragone di quello che ho fatto io!

— Le hanno dato le maggiori prove d'affetto, per anni, e adesso che sono colpiti da una grave disgrazia non ha cuore d'abbandonarli. Io per me confesso che stimo giusta la sua risoluzione.

— E io invece no. Giusta? Vuole farsi schiava nella scuola del W. e peggio che schiava nella famiglia Sullivan, piuttosto che stare con noi che l'abbiamo tenuta sempre come una signorina, e, meglio ancora, come una figliuola!

— Oh, signor Graham! — l'interruppe Gertrude vivamente. — Non si tratta di preferenza o di scelta, ma di dovere!

— E che te lo crea cotesto dovere? Forse l'essere stata qualche anno loro casigliana? O l'averti mandato quel ragazzo ch'è laggiù a Calcutta una sciarpa di pelo di cammello, una gabbia di miseri uccellini, e un monte di lettere, ti pone in obbligo di tradire i tuoi propri interessi per prenderti cura dei suoi parenti malati o pazzi? Non posso davvero ammettere che i loro diritti su te siano da compararsi ai miei. Non t'ho io dato un'ottima educazione? Ho forse risparmiato spese, sia per farti istruire sia per renderti felice?

— Signore, — rispose Gertrude umilmente eppure con serena dignità — io non ho mai pensato a numerare i benefizi ricevuti e proporzionarvi la mia condotta. Certo in tal caso devo riconoscere che le mie obbligazioni verso di voi sono immense, e che avete i diritti più ampi a' miei servigi.

— Servigi! Io non ho bisogno dei tuoi servigi, bambina. La signora Ellis può fare altrettanto bene le cose necessarie ad Emilia ed a me; ma mi è cara la tua compagnia, e tu ti mostri molto ingrata parlando di lasciarci come fai.

— Babbo, — disse Emilia — io ho creduto sempre che il vostro fine nel dare una buona educazione a Gertrude fosse quello di renderla indipendente da tutti e non già dipendente da noi.

— Ed io ti dico, figliuola mia, che questa è una questione di sentimento. Tu la consideri diversamente da me; basta; posto che mi date contro tutt'e due, non voglio più discutere. —

Così dicendo egli prese un lume, andò nel suo studio, chiudendosi dietro l'uscio con forza o per dir meglio sbattendolo, e non si fece più vedere tutta la sera.

Povera Gertrude! Il signor Graham, che era stato sempre così buono, indulgente, generoso, che non le aveva quasi mai parlato con severità, si sentiva profondamente offeso da lei. La chiamava ingrata, credeva ch'ella avesse deluso la sua benevolenza, che posponesse lui e sua figlia ad altri amici secondo il suo parere assai meno meritevoli. Addolorata, ferita nell'intimo del cuore, ella non tardò a dar la buona notte ad Emilia, afflitta del pari, e corse a rifugiarsi nella sua camera ove diede a' suoi sentimenti uno sfogo che la lasciò spossata. E non chiuse occhio.

XXII.

Indice

La virtù è ardita e la bontà

non conosce paura.

Shakespeare.

Lasciata in età di tre anni alla mercè della compassione e della carità d'un mondo ove ella non apparteneva a nessuno, e nessuno l'amava, Gertrude finchè era vissuta con Annetta Grant aveva trovato ben poca di quella compassione e ancor meno di quella carità. Ma sebbene il suo spirito turbolento si ribellasse contro i mali trattamenti usatile, ella era allora troppo piccina per poter ragionare su tale soggetto e venire a conclusioni filosofiche sulla durezza e la crudeltà degli uomini. E fosse anche stato altrimenti, queste impressioni sarebbero svanite in quell'atmosfera di bontà e d'amore che l'aveva circondata nel periodo seguente della sua vita, quando, tenuta cara e protetta nella casa dell'ottimo suo padre adottivo, ella aveva goduto assai più di tenerezza paterna che non soglia toccare in sorte agli orfani.

E avendo, grazie a un simile caso provvidenziale, incontrato nella dolce Emilia una seconda prova del fatto che i vincoli del sangue non sono sempre necessari ad unire strettamente due cuori in un vivo reciproco affetto, ella, per questa sua singolar fortuna, non aveva fino allora conosciuto alcuno dei mali derivanti da una condizione dipendente dalla generosità altrui. Il contegno ostile della signora Ellis era stato a volte per lei una fonte d'irritanti molestie; ma la governante dipendendo anch'essa dalla buona opinione di coloro che serviva, doveva frenarsi, e d'altronde la pazienza e la remissività di Gertrude avevano finito col vincere la sua inimicizia.

Il signor Graham le si era mostrato sempre benevolo. Da principio, naturalmente, egli aveva badato poco all'orfanella accolta in casa sua per compiacere la figliuola cieca: purchè fosse tranquilla e manierosa, e non disturbasse nessuno, il resto non gl'importava. Vedeva che Emilia le voleva un gran bene, che trovava un conforto nella sua compagnia, e quantunque gli paresse un gusto bizzarro, era lieto di contentarla. Ma in capo a qualche tempo cominciò a notare nella favorita di sua figlia una vivacità di mente, una correttezza di modi che gliela fecero entrare in grazia; e quand'ebbe scoperto le attitudini di Gertrude al giardinaggio e veduto con qual amore e quale perseveranza ella coltivasse i fiori, tutte le sue simpatie le furono cattivate. Non solo le assegnò un pezzo di terra per suo uso, ma maravigliato dei felici risultati da lei conseguiti nella prima stagione, ampliò il giardinetto donatole e lo abbellì con vari ornamenti ponendovi mano egli stesso. Emilia non esprimeva un desiderio rispetto all'educazione della fanciulla, che suo padre non fosse pronto ad esaudire; e Gertrude, grata di tutto cuore a tanta bontà, si studiava di manifestargli il suo profondo sentimento delle obbligazioni ch'ella aveva con lui, trattandolo col maggiore rispetto e usandogli i più affettuosi riguardi.

Sfortunatamente per la stabilità delle loro amichevoli relazioni, il signor Graham non possedeva nè lo spirito indulgente e disinteressato dello zio True, nè la pazienza angelica e l'abnegazione d'Emilia. Era un uomo liberale e stimabilissimo, godeva fama d'essere d'animo retto ed alto, e in molte occasioni la sua condotta aveva giustificato quest'opinione del mondo sul conto suo. Ma, ahimè, era egoista e spesso considerava le cose solo in quanto lo concernevano. Egli aveva mantenuto e fatto educare Gertrude; ella gli piaceva, la preferiva ad ogni altra persona come compagna di viaggio per Emilia e per sè; nessuno vantava su lei diritti pari ai suoi; e però non poteva nè voleva ammettere doveri che la sottraessero alla sua autorità.

Eppure, mentre faceva la parte del tiranno, egli s'illudeva stimandosi il migliore amico che la fanciulla avesse sulla terra. Incapace di comprendere la generosa sodisfazione d'adoperarsi per l'altrui bene, presente o futuro, senza connettervi alcun vantaggio proprio, aveva sfogato la collera suscitatagli dai suoi meschini sentimenti egoistici, mortificando per la prima volta Gertrude con parole dure e severe.

Nel corso delle lunghe ore d'una notte insonne ella ebbe tempo d'esaminare le circostanze in cui si trovava, e meditare sui casi suoi. Lì per lì non aveva sentito che una commozione simile al dolore e allo sgomento d'un bambino aspramente sgridato; ma questa era a poco a poco svanita dinanzi a più amari pensieri che sorgevano nella sua mente.

— Quale diritto ha il signor Graham di trattarmi in tal guisa, — diceva a sè stessa — di significarmi ch'io devo accompagnarli nel loro viaggio di piacere, e di parlare degli altri miei amici come se, non contando nulla per lui, non dovessero contar nulla per me? Esige egli dunque che la mia libertà sia il prezzo dell'educazione datami, e ho io perduto la facoltà di dire sì e no? Emilia non pensa così; Emilia che m'ama e ha bisogno della mia compagnia mille volte più di lui, giudica che la mia risoluzione è giusta, e dianzi m'esortava a porre in atto i miei disegni, m'assicurava che questo è il mio dovere. E la solenne promessa fatta a Guglielmo? Mi può essere forse imposto di mancarvi? No, sarebbe tirannia il pretendere ch'io rimanga con loro, e sono lieta d'aver deliberato di sciogliermi da questo servaggio. E poi ho studiato per diventare maestra; e il signor W. dice che bisogna dedicarsi all'insegnamento subito, finchè s'è ancor freschi di studi. Se cedessi ora e continuassi a vivere qui in mezzo al lusso, probabilmente finirei col non trovar più la via di riacquistare la mia indipendenza. È una crudeltà da parte del signor Graham il voler privarmi del mio libero arbitrio! —

Così parlava l'orgoglio: e il cuore di Gertrude, che v'inclinava per natura ed era tenuto in freno soltanto dalla forza d'una rigida e coscienziosa volontà, ascoltò per qualche momento le sue suggestioni. Ma si dominò tosto. Ella s'era accostumata a considerare la condotta altrui con quello spirito di carità cristiana, che desiderava in chi giudicasse la sua; e più miti sentimenti succedettero all'ira che l'aveva eccitata.

— Forse, — ella pensò riandando i discorsi di quella sera — il signor Graham è mosso, in fin dei fini, da pura benevolenza; può darsi che pensi come Emilia ch'io mi sobbarco a fatiche troppo gravi. È impossibile ch'egli sappia quanto forti siano le ragioni che m'inducono a questo passo, da quali vincoli di gratitudine io sia legata ai Sullivan, e qual bisogno abbiano di me adesso. E dal canto mio non credevo che facesse proprio assegnamento sulla mia compagnia per il giro nel Mezzogiorno. Emilia, è vero, parlava come se fosse sottinteso ch'io andrei con loro, ma lui non me ne toccò mai per nulla, non mi fece alcun invito; sicchè non potevo presumere di cagionargli un gran rammarico nè un gran disturbo. Certo, se aveva divisato questo viaggio col fine di procurare un piacere a tutt'e due come ha detto, si comprende che debba essere alquanto stizzito. D'altronde, avendomi tenuta così a lungo sotto la sua tutela, gli pare d'avere un diritto a dettarmi la mia condotta. Ed è stato sempre tanto pieno di bontà e d'indulgenza per me, per un'estranea verso cui non ha nessunissimo obbligo! Oh, mi tortura l'idea ch'egli abbia a giudicarmi ingrata!

«Rinunzierò dunque al mio posto d'insegnante, viaggerò con loro, e lascerò la cara signora Sullivan soffrire, senz'assisterla, morire forse durante la mia assenza? No, questo è impossibile! Mai non tradirò in tal modo il mio proprio cuore, il mio senso della rettitudine e della lealtà. Per quanto mi dolga l'offendere il signor Graham, non devo permettere che il timore della sua collera mi distolga dal mio dovere! —

Deliberato così di sfidare la tempesta a cui sapeva di non poter sottrarsi, e raccomandata la sua causa a Colui che giudica secondo la giustizia, Gertrude tentò d'acquetare la sua angoscia nel sonno; ma invano. Non appena il sopore che le invadeva la mente cominciava a sollevarla del peso ond'era oppressa, sogni di non meno dolorosa natura ridestarono in lei la coscienza della realtà. Ora vedeva il signor Graham offeso e sdegnato come la sera innanzi, e l'udiva minacciarla delle più severe manifestazioni del suo malcontento s'ella avesse osato contrariare i suoi disegni: ora le appariva Guglielmo, il Guglielmo giovanetto che era partito cinque anni addietro, e con aria afflitta le additava la camera dove sua madre giaceva in deliquio, pallida d'un pallore di morte, come ella l'aveva trovata, visitandola ultimamente.

Esausta da questa successione di visioni affannose, Gertrude, quando fu interrotto quel sonno senza riposo, non cercò di riaddormentarsi. Levatasi, andò a sedere presso la finestra, e stette a contemplare la luna che scendeva sull'orizzonte mentre si diffondevano nel cielo i primi albori. Là, nella tranquilla comunione con sè stessa, ella raccolse la forza e il coraggio di cui, lo sentiva, avrebbe avuto gran bisogno per attraversare con calma e fermezza il giorno che sorgeva: triste giorno che doveva vedere la sua separazione da Emilia, e il suo addio al signor Graham, il quale minacciava d'essere d'un carattere ancor più penoso.

Parrà strano che occorresse a Gertrude una straordinaria energia morale per sostenersi in quell'emergente. Ma fatto sta che non sono comuni in una fanciulla diciottenne tanto ardire e tanta risolutezza da affrontare la collera d'un uomo anziano, dalla cui liberalità è dipesa lungo tempo, vivendo nella sua casa, dove il suo volere è legge, e spezzare di schianto i legami delle antiche abitudini col proposito d'aprirsi da sè una via nel mondo in opposizione ai desiderî e alle intenzioni di quell'uomo: nè la grata e pacifica Gertrude sarebbe stata capace d'un tal passo, se non l'avesse spinta un urgente motivo. Il signor Graham governava la famiglia con un'autorità dispotica, che l'aveva assuefatta a rispettare ogni suo capriccio, e sebbene egli fosse sempre indulgente, e in generale buono e cortese, nessuno osava provocare ad ira un temperamento che, eccitato, diveniva violentissimo.

Non può quindi far maraviglia che la giovanetta si sentisse mancare il cuore nell'atto in cui, mezz'ora innanzi la colazione, stava davanti all'uscio della sala da pranzo, con la mano sulla gruccia. Indugiò un momento, chiamò di nuovo a raccolta tutte le sue forze per cimentarsi contro il formidabile avversario, poi, risolutamente, aperse ed entrò.

Com'ella s'aspettava, il signor Graham era già lì seduto nella sua poltrona, e sulla tavola presso a lui giaceva il giornale ch'ella soleva leggergli tutte le mattine. Per questo appunto era venuta.

S'avanzò verso il vecchio signore salutandolo col consueto «buon giorno».

Quegli rispose al saluto ostentando un certo sussiego. Gertrude sedette e si sporse per prendere il foglio, ma egli vi posò sopra la mano.

— Volevo leggervi le notizie, signore.

— Ed io non voglio che tu legga nè faccia nessuna cosa per me, finchè non so se tu sia disposta a trattarmi col dovuto rispetto.

— Oh, io non ho mai inteso di trattarvi altrimenti!

— Quando i ragazzi si mettono a contrasto con le persone maggiori di età e di senno, mancano loro di rispetto nel modo più grave; ma io sono pronto a perdonare il passato se tu m'assicuri, come spero farai dopo aver avuto agio di riflettere da iersera in qua, che hai riacquistato il retto senso del tuo dovere.

— Non posso dire, signore, che le mie idee circa il mio dovere siano mutate.

— Intendi forse di significarmi che persisti nella tua follia? — esclamò il signor Graham rizzandosi e parlandole con un tono che le fece tremare il cuore a dispetto de' suoi coraggiosi propositi.

— Stimate follia fare ciò ch'è giusto?

— Giusto? C'è una gran differenza tra la tua opinione e la mia su ciò ch'è giusto in questo caso.

— Eppure, signor Graham, credo che se voi conosceste tutte le circostanze, non biasimereste la mia condotta. Ho esposto ad Emilia le ragioni che la determinano, ed essa....

— Non mi citare Emilia! — l'interruppe egli camminando a gran passi per la stanza. — Sono persuaso che quella buona figliuola darebbe senz'esitare la sua testa a chiunque gliela chiedesse: ma io so un po' meglio di lei ciò ch'è dovuto a me; e, ve lo dico chiaro e tondo, signorina Gertrude Flint: se voi lasciate la mia casa come vi proponete di fare, la lasciate con la mia riprovazione, la quale potrebbe avere per voi, uno di questi giorni, conseguenze non lievi; tanto più, — soggiunse borbottando tra i denti — che v'incorrete senza nessuna necessità.

— Mi duole nell'anima di dispiacervi, signore, ma io....

— No, che non te ne duole, altrimenti non t'opporresti a' miei desiderî con tanta audacia, — ribattè il signor Graham avvedendosi che il viso di Gertrude, per quanto triste sempre e turbato, aveva preso un'espressione di maggior fermezza dopo le severe e pungenti parole con cui egli credeva di sgomentarla. — Ma ho detto abbastanza, in materia d'una cosa che non merita davvero tanto scalpore. Va' o resta, come ti pare. T'avverto però che se te ne vai non puoi contare più affatto sulla mia protezione e sul mio aiuto. Dovrai provvedere a te stessa o ricorrere ad estranei. Tu, m'immagino, ti confidi che il tuo amico di Calcutta s'incarichi di mantenerti, o anzi ritorni in patria e pigli cura speciale di te; ma, bambina, se questa è la tua speranza vuol dire che conosci ben poco il mondo; scommetto che oramai quello lì ha sposato un'Indiana.... E comunque sia, sta' pur certa che te t'ha bell'e scordata.

— Signor Graham, — rispose con alterezza la fanciulla — il signor Sullivan probabilmente non rimpatrierà che tra parecchi anni, e v'assicuro ch'io non fo assegnamento su lui nè su alcun'altra persona per mantenermi; intendo di guadagnarmi la vita col mio lavoro.

— Eroica risoluzione! — fece egli, sprezzante. — E annunziata con una dignità che spero sarai in grado di sostenere. Devo dunque considerarla come irrevocabile?

— Sì! — disse Gertrude che nei sarcasmi del signor Graham aveva attinto la forza di proferire la temuta parola definitiva.

— E ci lasci?

— È necessario. Credo che questo sia il mio dovere, e però sacrifico volenterosamente, non solo il mio benessere, ma ciò che per me, non ne dubitate, è ben più prezioso: la vostra amicizia. —

Il signor Graham non mostrò d'aver udito: anzi, dimentico della gentilezza in lui abituale, mentre la giovanetta parlava ancora, coperse la sua voce con una violenta scampanellata.

Caterina vi rispose portando la colazione. Emilia e la signora Ellis entrarono dietro a lei e sedettero a tavola. Il pasto mattutino cominciò in mezzo a un silenzio insolito dei commensali che parevano tutti più o meno impacciati. Infatti Emilia aveva inteso da lontano la voce di suo padre vibrare con tono irato, ed era piena d'ansietà; e la governante vedeva chiaramente nelle facce dei tre altri che qualche cosa di spiacevole era accaduto.

Il signor Graham tuttavia fece onore alla copiosa colazione col consueto appetito; poi, terminato che ebbe, si rivolse alla signora Ellis e l'invitò formalmente ad accompagnare sua figlia e lui nel loro prossimo viaggio, di cui parlò accennando alla probabilità d'un soggiorno di alcune settimane all'Avana.

La signora Ellis, che non sapeva nulla del divisato giro nel Mezzodì, accettò con grande piacere, e tutta alacre e lieta si mise a fare un visibilio di domande sull'itinerario e sulla durata della loro assenza, mentre la cieca nascondeva il viso turbato dietro la sua tazza, e Gertrude, la quale aveva letto ultimamente le Lettere di Cuba e parlato al signor Graham dell'incantevole idea che le davano di quell'isola, ponderava in cuor suo se fosse mai possibile ch'egli volesse vendicarsi scendendo a una così bassa piccineria per mortificarla.

Tosto che si furono levati da tavola, Emilia si ritirò nella sua camera dove la giovanetta non tardò a raggiungerla.

Interrogata da lei ansiosamente, questa, nel riferirle la scena di poc'anzi, si guardò dal ripetere le acri e ingiuriose osservazioni del vecchio, perchè la buona amica le palesava con l'angoscia tradita dal suo aspetto un sentimento profondo quanto il suo proprio del torto che le veniva fatto giudicandola e trattandola con tale ingiustizia. Le disse però che la sua partenza era già cosa intesa, e che, essendo il signor Graham poco benevolmente disposto verso di lei, stimava opportuno andarsene senz'indugio, tanto più che la sua presenza in casa della signora Sullivan non sarebbe forse mai stata utile come in quel momento. Emilia comprese la ragionevolezza del suo proposito, lo approvò, e s'offerse d'accompagnarla in città nel pomeriggio; ella si rassegnava piuttosto a questo brusco distacco che a vedere Gertrude umiliata dal contegno di suo padre, perchè il pensiero d'un dispregio usato alla sua protetta le era intollerabile.

Il rimanente della giornata fu dunque impiegato dalla fanciulla nel fare le valigie e altri preparativi. La signorina Graham sedeva presso all'amata figliuola adottiva, e le dava consigli sulla sua futura condotta, deplorando la necessità della loro separazione e scambiando con lei promesse reiterate d'imperituro e immutabile affetto.

— Oh, se almeno poteste scrivermi, cara Emilia! Sarebbe un gran conforto durante la vostra lunga assenza!

— Ti farò avere quelle notizie che mi sarà possibile mandarti con l'aiuto della signora Ellis; ma per quanto rare e scarse debbano essere, sii certa ch'io penserò sempre a te, e non dimenticherò mai di raccomandare la mia diletta alla protezione e alla cura di Colui che può esserle miglior amico e miglior consigliere di me! —

Gertrude andò poi a cercar la governante e la fece restare attonita dicendole che veniva ad accomiatarsi da lei. Ma la maraviglia e la curiosità della brava signora furono presto soverchiate dal bisogno d'esaltare la cortesia e la generosità del signor Graham, e le delizie d'un viaggio come quello a cui ella s'apparecchiava. Dopo averle augurato molto piacere, la giovanetta la pregò di scriverle qualche volta; ma parve che la sua richiesta non fosse udita, perchè la signora Ellis invece di rispondere le domandò se credeva che un abito di casimiro fosse adatto per viaggiare nel Mezzogiorno; essa allora la ripetè con maggior calore, ma l'altra l'eluse di nuovo, manifestando il desiderio di sapere quante paia di sottomaniche avrebbe dovuto mettere nel suo bagaglio. La postulante di favori epistolari non si diede per vinta; sodisfatto a tutte le sue domande, tornò alla carica, riescì finalmente a farsi ascoltare, ed ottenne la promessa d'una lettera, che, dichiarò la signora Ellis, sarebbe stata la sola da lei scritta nel corso di anni ed anni.

Prima di lasciar la casa, Gertrude si presentò al signor Graham nella speranza d'un amichevole commiato; ma egli al suo timido «addio» non rispose che mormorando appena percettibilmente la semplice e universale formula di saluto, d'un significato così profondo quand'esce dal cuore, e così gelida quand'è proferita con indifferenza, a fior di labbra; poi le voltò le spalle e, prese le molle, si mise ad accomodare il fuoco nel caminetto.

Ed ella se n'andò con le lacrime agli occhi e l'animo contristato, perchè il signor Graham era stato sempre buono con lei.

Ma trovò una ben diversa accoglienza in cucina dove salì per salutare la cuoca e la serva.

— Cara signorina Gertrude, Dio vi benedica! — esclamò la signora Prime inciampando su per la scaletta che metteva nella stanza di sotto, e asciugandosi le mani nel grembiule. — Come sentiremo la vostra mancanza! La casa ci sembrerà vuota quando voi non ci sarete più. Affemmia, se non ritornate, noi qui si muore in capo a quindici giorni. L'anima e la vita di questo luogo siete voi. Ma avete tanto senno, che certo fate quel che va fatto; se ve ne andate bisogna dunque rassegnarsi, si avesse anche a consumarci gli occhi dal piangere, Caterina ed io!

— Sicuro, sicuro! — disse la serva irlandese. — Siete tanto buona, che fin ci venite a cercare in cucina per darci un saluto. Non vi scordate di nessuno, voi, signorina Gertrude.... Ah, non potrete mai essere più felice di quanto noi vi desideriamo! Vi devono portar fortuna tutte le benedizioni che vi accompagnano!

— Grazie, Caterina, grazie! — rispose Gertrude commossa dall'ingenua tenerezza di quelle buone e semplici creature. — Dovete venire a trovarmi qualche volta, a Boston; e anche voi, signora Prime; vi aspetto, sapete. Addio! —

L'«addio» che contraccambiò il suo, ora fu cordiale e sincero, e la seguì attraverso l'atrio, e risonò ancora al suo orecchio tra il rumore delle ruote mentre la vettura si metteva in moto.

XXIII.

Indice

Uno di quei caparbi egli è che quando

Sposano un'opinione, onore, e fede,

Ed onestà la chiamano, e piuttosto

Dalla vita si parton che da quella.

Rowe.

Da circa due mesi Gertrude, lasciata la casa del signor Graham e separatasi da Emilia, abitava con la signora Sullivan che l'aveva cordialmente accolta, e faceva lezione nella scuola del signor W.

Era un mattino di novembre.

Alzata col sole, ella si lavava e pettinava in una camera così fredda, che prima d'aver finito si sentì le dita mezzo intorpidite: nondimeno, innanzi di cominciare i lavori della giornata, non omise d'implorar sovr'essi la benedizione del Cielo. Poi entrò pian piano nella camera attigua dove la madre di Guglielmo dormiva ancora, accese una piccola stufa di ferro, al quale fine i materiali erano già accuratamente preparati, e ciò fatto, scese con passo leggero al pianterreno per accendere il fuoco nella cucina, ch'era una comoda stanza in cui d'inverno la famiglia prendeva i suoi pasti.

La tavola era apparecchiata e la colazione quasi pronta, quando giunse la signora Sullivan. Tutta ravvolta in un ampio scialle, più pallida ed esile che mai, ella appariva assai debole e malaticcia.

— Gertrude, — disse alla fanciulla — perchè mi lasci dormire la mattina mentre tu sei in piedi e lavori? È stato così ogni giorno questa settimana.

— Per un'ottima ragione, zietta: — rispose quella — io dormo la notte e mi desto all'alba, voi invece fate proprio l'opposto. D'altronde, mi ci diverto a preparar la colazione.... Guardate che bellezza di caffè! — Ne versò un poco in una tazza e lo riversò nella caffettiera. — È mai chiaro? O non vi struggete di berlo, stamani, con questo freddo?

La signora Sullivan sorrise. Le aveva insegnato lei a farlo, perchè ella non ne era pratica avendo lo zio True preferito sempre il tè.

— Ora, — proseguì Gertrude scherzosamente, tirando una poltrona nel canto del fuoco — bisogna che vi mettiate qui e che badiate al ramino finchè l'acqua non bolla; io intanto scappo a vedere se il signor Cooper è levato e vuol permettermi di pettinare il suo codino. —

Uscì, mentre la vedova pensava in cuor suo che una figliuola buona a quel modo non poteva esserci al mondo, e di lì ad alcuni minuti ritornò col vecchio, ch'era molto pulitamente vestito, lo condusse al suo posto a tavola, aspettò che fosse seduto come avrebbe fatto con un bambino, poi gli appuntò il tovagliuolo al collo e servì la colazione.

Nel tempo che la signora Sullivan mesceva il caffè, Gertrude, evitando delicatamente d'attirare i suoi sguardi, sbucciò una patata arrostita, sgusciò un uovo sodo, e pose l'uno e l'altra nel piatto del signor Cooper; il che risparmiava a questi la difficoltà per lui sempre maggiore di compiere quelle operazioni da sè, e a sua figlia l'angoscia che soffriva notando la sua inettitudine e la crescente sua negligenza in materia di quella pulizia ch'era per la brava massaia una cosa sacra.

La povera donna non aveva appetito. A fatica la fanciulla potè indurla a prendere qualche cosa; però certe ostriche fritte che si trovò inaspettatamente dinanzi la tentarono, e assaggiatane una finì col mangiarne parecchie gustandole come da un pezzo non gustava più alcun cibo. Gertrude, osservando la sua faccia patita, il languore che denotava l'atteggiamento della sua persona, si confermò nell'opinione che soltanto un'infermità grave poteva aver trasformato in tal guisa l'energica benchè piccola signora Sullivan, e risolse di non lasciar trascorrere un altro giorno senza che un medico la vedesse.

Terminata la colazione bisognava rigovernare, mettere in ordine le camere, far la spesa per il desinare e prepararlo in parte: faccende che la giovanetta sbrigò quasi tutte ella stessa, prima di vestirsi per andare alla scuola dove da due mesi era maestra assistente. Alle nove meno un quarto comparve sull'uscio di cucina, e disse con tono gaio al vecchio che stava accoccolato davanti alla stufa guardando tetramente il fuoco:

— Venite, signor Cooper! Non volete vedere un po' come va la fabbrica della nuova chiesa? Il signor Miller v'aspetta: diceva ieri che spera nella vostra compagnia durante il lavoro. —

Il vecchio si rizzò, prese dalle mani di Gertrude il suo pastrano e l'indossò aiutato da lei, poi la seguì macchinalmente, con un'aria d'indifferenza. Andare o restare, per lui era tutt'uno. Camminando in silenzio al suo fianco, lungo la strada, ella fu tratta a meditare sulla strana coincidenza che la faceva una seconda volta la compagna d'un vecchio infermo, in passeggiate quasi giornaliere; nè potè astenersi da una comparazione tra il buon zio True, tanto affettuoso e gioviale, e quel Paolo Cooper, misantropo e sempre malcontento, in cui la demenza senile esagerava ancora le naturali tendenze d'un carattere mai stato amabile. Ma per quanto sfavorevole a quest'ultimo riescisse il paragone, non diminuiva la sua benevolenza e le sue premure verso il disgraziato ch'era per lei oggetto di sincera pietà.

Giunsero presto alla chiesa nuova; un bell'edifizio che sorgeva nel posto medesimo di quella demolita, dove il signor Cooper aveva tenuto per molti anni l'ufficio di sagrestano. L'interno non era tuttavia finito, e numerosi operai vi lavoravano alacremente.

Un uomo che precedeva Gertrude e il suo compagno sulla scalinata della porta maggiore, portando un trogolo colmo di calcina, si fermò nel vestibolo udendosi chiamare per nome da una voce ben nota, e deposto il suo carico si volse a rispondere:

— Buon giorno, signorina Flint! State bene, non è vero? Gran bel tempo oggi.... Ah, signor Cooper, siete venuto ad aiutarmi un poco; bravo! Ci sembra di non poter fare nulla di buono senza di voi, tanto pratico di questa chiesa. Per di qua, signore.... Se favorite di venir con me vi mostrerò quello che abbiamo fatto dopo la vostra ultima visita, e mi direte il vostro parere. —

Così parlando s'avviò con l'antico sagrestano; ma la giovanetta lo trattenne un momento per pregarlo d'accompagnare il vecchio a casa quando sarebbe andato a desinare, giacchè doveva passar di lì.

— Sicuro, signorina, con molto piacere, — rispose l'uomo. — Mi segue sempre volentieri quando lo lasciate sotto la mia custodia. —

Ottenuta questa promessa, Gertrude si diresse a passi affrettati verso la scuola, rallegrandosi nella certezza che il signor Cooper era al sicuro per tutta la mattinata in un luogo dove avrebbe trovato una gradevole distrazione, e che la signora Sullivan, sollevata dell'obbligo di vigilarlo e occuparsi di lui, si sarebbe concessa in pace il riposo a lei tanto necessario.

Quegli che così cordialmente coadiuvava Gertrude nella sua opera pietosa, era un bravo muratore che aveva spesso lavorato per il signor Graham, e del quale ella s'era guadagnata la stima e la gratitudine assistendo amorevolmente, nell'inverno scorso, la sua famiglia afflitta allora da malattie. La fanciulla, che passava ogni giorno davanti alla chiesa in costruzione, l'aveva veduto, e le era nata l'idea d'affidargli per qualche ora il signor Cooper pensando che questi si sarebbe forse divertito ad osservare gli operai al lavoro. Durò fatica a persuadere il vecchio, che non voleva saperne di visitare l'edifizio alla cui erezione era stato tanto avverso, non solo perchè contraria a' suoi interessi, ma anche per il grande amore che lo legava all'antica sua chiesa. Tuttavia quando fu lì, la fabbrica, gradatamente, cattivò la sua attenzione, e poichè il Miller si dava cura ch'egli si trovasse bene, e perfino gli faceva credere d'esser utile, egli finì col passarvi quasi le intere mattinate, immaginandosi di vigilare i muratori e tutti i diversi lavoranti. Taluni giorni Gertrude passava ella stessa a riprenderlo, altri pregava il Miller d'accompagnarlo.

Un notevole mutamento si manifestava nello stato del demente da che ella aveva preso dimora in casa della vedova Sullivan. Egli era divenuto più docile, e si mostrava più contento e meno irritabile. Da principio la maggior tranquillità e la consolante presenza di Gertrude parevano aver prodotto un effetto benefico anche sulla salute della povera donna; ma ultimamente la sua debolezza andava aumentando, e due o tre volte ella era d'improvviso caduta in deliquio. La giovanetta sentì ridestarsi tutti i suoi timori, più vivi che mai. Perciò quella mattina uscì col fermo proposito di recarsi dal dottor Jeremy, non appena libera da' suoi doveri di scuola, per chiedergli di visitare la malata.

Ella esercitava il suo ufficio d'insegnante con piena sodisfazione del signor W., e non v'incontrava difficoltà alcuna, fuor delle piccole noie e dei momentanei scoraggiamenti cui vanno soggetti tutti i maestri a cagione della pigrizia, della caparbietà o della stupidità di certi alunni. Varie cause la costrinsero a indugiarsi quel giorno un'ora più del solito. Battevano le due quand'ella sonava il campanello alla porta del medico. Le aperse una cameriera che la conosceva di vista essendo ella venuta altre volte in casa dei suoi padroni. La ragazza le disse che stavano per mettersi a tavola, ma che senza dubbio il dottore l'avrebbe ricevuta lo stesso, e la fece entrare nel tinello dov'egli si trovava. Ritto con la schiena contro la stufa, mangiava una mela, com'era suo invariabile costume, avanti pranzo. Vedendo Gertrude posò il frutto e le mosse incontro a mani tese.

— Gertrude Flint, se non m'inganno! Bene, ho piacere di vedervi, finalmente! Sarei curioso di sapere perchè vi siete fatta così desiderare. —

Ella si giustificò spiegandogli che viveva con una donna inferma e un vecchio cadente i quali avevano bisogno d'assistenza, e che il resto del suo tempo era tutto preso dalla scuola, sicchè non gliene avanzava per fare visite agli amici.

— Magre scuse, — esclamò il dottore — magre scuse! Ma ora che vi teniamo, non vi lasceremo scappare tanto presto. — E, andato a piè della scala conducente alle stanze superiori, gridò con quanto n'aveva in canna: — Signora Jerry! Signora Jerry! Scendete lesta per quanto è possibile, e mettetevi la vostra berretta più bella: abbiamo un'ospite a pranzo!... Pover'anima! — soggiunse sottovoce, volgendosi a Gertrude con un sorriso bonario. — Non può spicciarsi in furia, che ve ne pare?... E grassa! —

Ma Gertrude protestò che doveva affrettarsi a ritornare a casa, e disse il fine della sua visita, esponendo al medico lo stato della signora Sullivan.

— Un'ora non porta conseguenze in un caso come cotesto, — insistette egli. — Voi dovete desinare con me e poi andrò dove vorrete, anzi ci andremo insieme nel mio carrozzino. —

Ella esitò un poco. Il cielo s'era annuvolato, e cominciava a cadere qualche fiocco di neve; la strada era lunga; d'altronde, sarebbe stato meglio che ella accompagnasse il dottore, perchè nella via dove abitava gli stabili erano quasi tutti nuovi e non ancora numerati, e forse da solo egli avrebbe stentato a trovare la casa.

Intanto scese la signora Jeremy. Per grassa era grassa bracata, e in quel momento l'insolita celerità de' suoi movimenti, e l'ansia d'avere inaspettatamente a pranzo una persona estranea, le tingevano il viso di porpora. Ella diede a Gertrude un bacio affettuoso, poi girò gli occhi intorno, e visto che non c'era nessun altro, li fissò sul marito, con uno sguardo di rimprovero.

— Via, dottor Jerry, non vi vergognate? Mai più non presterò fede alle vostre parole.... Farmi credere che ci fosse capitato un qualche ospite straordinario....

— E qual ospite più straordinario di Gertrude Flint, in casa nostra? —

— Quanto a cotesto, è vero; — disse la signora — Gertrude s'è fatta realmente straniera qui, e le tengo in serbo una solenne ramanzina su questo proposito. Però, dottor Jerry, sapevate che non mi sarei messa la berretta rosa e lilla per comparire con lei, che mi vede altrettanto volentieri in quella vecchia coi nastri gialli.... sebbene mi dicesse, la birichina, quando la comprai, ch'io avevo scelto la più brutta berretta di Boston. Te ne rammenti, eh? —

Gertrude rise di cuore ricordando la divertente scenetta nella bottega della modista dove aveva accompagnato la signora Jeremy.

— Ma vieni, figliuola, — riprese questa — il desinare è pronto. Levati il mantello e il cappellino, e passiamo di là. Il dottore ha molte cose da dirti e se ne strugge. —

Erano a tavola da alcuni minuti, senz'avere ancora scambiato altre parole che le consuete, quando a un tratto il medico posò il coltello e la forchetta, e scoppiò a ridere, a ridere tanto che n'ebbe gli occhi pieni di lacrime.

La fanciulla lo guardò con aria interrogativa; sua moglie disse:

— Figurati, Gertrude, che durante un'intera settimana ha seguitato a dare, due o tre volte il giorno, in una di queste risatone sterminate. Io sulle prime n'ero sbalordita come te; e confesso che ancora non capisco bene che cosa possa essere avvenuto di tanto buffo tra il signor Graham e lui.

— Andiamo, signora Jerry, — egli l'interruppe frenando la propria ilarità — non mi prevenite; voglio raccontarla io. Non credo — disse poi volgendosi alla sua ospite — che voi siate vissuta cinque anni con quel signore lì senza aver conosciuto che razza d'animale protervo, caparbio, ostinato, egli sia.

— Dottore! — ammonì la signora, severamente, scotendo il capo.

— Cara moglie, nè le strizzatine d'occhi nè le scrollatine di testa mi fanno senso: io non ho peli sulla lingua; la mia opinione sul conto del signor Graham è questa, e non dubito punto che sia anche quella di Gertrude; soltanto, essendo la buona figliuola ch'ella è, non la manifesta.

— Io non ho mai notato in lui nulla di simile, — disse la signora Jeremy — eppure lo conosco bene quanto voi. Lo incontro spesso per la strada, e sempre mi saluta con un sorriso raggiante e un bell'inchino.

— Eh, sì, Gertrude ed io sappiamo che cortese gentiluomo egli sia, con chi dice e fa a modo suo; ma se qualcuno è di parer contrario....

— In politica, per esempio, — suggerì ella. — Certo la divergenza delle vostre vedute politiche è la sola causa di cotesta antipatia.

— Ma no, ma no! — egli ribattè. — Si può riscaldarsi disputando di politica, come mi riscaldo anch'io, ed essere nondimeno una buona pasta d'uomo. Non intendevo parlare di questo.... Quello che non posso patire nel signor Graham, è la sua pretensione di dettar legge a chiunque abbia da trattare con lui, i suoi procedimenti dispotici che par ch'egli sia il Gran Mogol della Cocincina. Credevo che si fosse corretto un poco, dopo la seria lezione ch'ebbe anni sono con quel caso doloroso del povero Filippo Amory; ma a quanto vedo ricomincia da capo. Ah, ah, ah! — proruppe di nuovo il buon dottore ridendo, e sporgendosi verso Gertrude per darle una picchiatina su una spalla. — Ci ho proprio gusto che abbia trovato un'opposizione ragionevole, e dove meno se l'aspettava! —

Lo sguardo della fanciulla espresse un così profondo stupore a questa chiara allusione al suo dissenso col signor Graham, ch'egli s'affrettò a rispondervi:

— Siete curiosa di sapere come io ne sia informato? Ve lo dico subito. In parte lo ricavai dal signor Graham stesso, e mi diverto ancora ricordando con qual furberia il vecchio volpone cercasse, a furia d'arzigogoli, di nascondere la sua disfatta, e persuadermi anzi che in fin dei conti aveva fatto valere la propria autorità, mentre io capivo benissimo che era stato battuto da un campione più forte di lui....

— Dottor Jeremy, — fece Gertrude — non crederete, spero....

— No, cara, non credo che vi dilettiate di pugilato, ma so che siete una ragazza di senso retto, che discernete ciò ch'è giusto e lo fareste a dispetto di chiunque, non escluso il signor Graham. Quando v'avrò raccontato tutto, comprenderete in qual modo io sia giunto alle mie conclusioni e abbia intuito le cose più a fondo che il detto signore non avrebbe voluto. Un giorno, circa due mesi fa se non erro.... è una data che voi rammentate certo meglio di me.... io fui chiamato dal signor W. per i suoi bambini attaccati dal «crup». Mentre discorrevo con lui, gli venne annunziata una visita. Andò a riceverla, e al suo ritorno mi disse che vi aveva in quel momento fissata come assistente nella sua scuola. Io non me ne maravigliai sapendo che Emilia vi destinava all'insegnamento, e mi compiacqui che vi fosse toccato un così buon posto. Uscito appena di là, ecco che m'imbatto nel signor Graham, il quale s'accompagna con me per un tratto di strada, e mi parla del viaggio che intende fare nell'inverno.

«— Però, — gli dico io — Gertrude Flint non viene con voi, non è vero? — Gertrude? — fa egli. — Ma sì, beninteso. — Ne siete proprio sicuro? — gli domando. — L'avete invitata? — Invitata? No, — risponde — ma sono certo che sarà ben contenta d'approfittare d'una così bell'opportunità: è una fortuna rara per una ragazza nelle sue condizioni. — Allora io, un po' urtato da quel suo modo di parlare, gli replico con tono altrettanto positivo: — Secondo me invece non è probabile che accetti l'invito. —

«Ah, bisognava vedere, cara Gertrude, come si rimpettì la Dignità Sua!... E mi snocciolò un discorsetto.... no, non posso ricordarmene senza ridere, specie se penso che se l'è dovuto rimangiare.... Mi sarebbe difficile ripeterlo parola per parola, ma insomma, a sentir lui, non solo era impossibile che voi osaste opporvi a' suoi desiderî, ma io commettevo un atto di fellonia facendo questa temeraria supposizione. Mi guardai bene dal dirgli ciò che mi aveva comunicato il signor W.; e rimasi con una enorme curiosità di sapere come l'andrebbe a finire.

«Divisai due o tre volte di fare una giterella alla villa dei Graham con mia moglie, per vedere Emilia ed essere informato da lei; ma un medico non è padrone del proprio tempo, sicchè ne fui sempre impedito.

«Finalmente, una domenica, la signora Prime viene a trovare sua nipote ch'è in servizio qui da noi. Sento dalla cucina la sua voce, e scendo subito, smanioso d'interrogarla. La buona donna vi vuole molto bene, Gertrude, e vede con gli occhi del cuore ciò che vi concerne. Mi disse, senza dubbio, la verità, benchè forse non tutti gli esatti particolari.

«Due giorni dopo incontro di nuovo il signor Graham. — Ebbene, — gli domando — quando partite? — Domani, — mi risponde. — Davvero! — esclamo io. — Dunque non avrò il piacere di salutare le vostre signore. Vorreste in cortesia incaricarvi d'una mia commissione per Gertrude? — Io non so dove si trovi Gertrude, — dice lui con sussiego. E io, affettando una gran maraviglia: — Che? V'ha lasciato? — Sì, — conferma seccamente. — Ed ha osato venir meno al rispetto dovutovi? — proseguo io citando le sue stesse parole. — Farsi giuoco della vostra dignità? — Dottor Jeremy! — egli esclama. — Desidero non sentir più menzionare quella ragazza che s'è condotta con altrettanta ingratitudine che stoltezza. — Poh, Graham! — io replico. — Quanto all'ingratitudine, dicevate che prender Gertrude per compagna di viaggio non era da parte vostra se non largirle un nuovo favore: e visto che ella vi rinunzia al fine di rendersi indipendente, mi pare che dia piuttosto prova di saviezza. Me ne rincresce bensì per voi e per Emilia. Sentirete tanto la sua mancanza! — Egli ribatte: — Potete risparmiarvi di compiangerci, dottore. Noi non ci perdiamo nulla. — Ah! — dico io. — Mi sembrava che anzi vi dispiacesse molto perdere la sua compagnia. — Viene con noi la signora Ellis! — risponde con un'enfasi che vuol significare tutta l'esuberanza del compenso. — E io: — Amabilissima donna! — Graham pareva seccato perchè sa che la signora Ellis è la mia antipatia. —

Sua moglie, la quale era di buon cuore, gli osservò:

— Andiamo, dottor Jerry, non avreste dovuto attaccare così un uomo nel suo punto debole. Perchè eccitar la sua collera per nulla?

— Facevo le vendette di Gertrude.

— E io sono certa che Gertrude non provava punto il bisogno d'essere vendicata: e non sente verso il signor Graham che affezione e rispetto.

— Oh, sì, è vero, Signora Jeremy! — disse la fanciulla. — È stato tanto generoso con me, tanto indulgente....

— Salvo quando intendevate far uso della vostra volontà! — l'interruppe il dottore.

— La mia volontà era ben di rado in opposizione co' suoi desiderî.

— Ma quando era?

— Mi sottomettevo come giudicai sempre mio obbligo finchè un dovere più alto non mi costrinse a fare diversamente.

— E fu per te un gran dolore il dispiacergli, — disse la signora. — Questo è il retto sentimento d'una donna, e sta' pur sicura che il dottor Jerry in cuor suo lo loda, quantunque cianci come se fosse una bella cosa in una giovanetta il trovar sodisfazione nel mortificare un vecchio signore. Basta, lasciamo questo discorso. Egli ha detto quel che aveva da dire: ora tocca a me. Io vorrei sapere in che modo sei sistemata, con chi vivi, e se ti piace insegnare a scuola. —

Gertrude rispose a tutte le sue domande; poi il medico la interrogò sullo stato di salute della signora Sullivan, che quando egli curava lo zio True gli era stata spesso menzionata da lui e dalla fanciulla come una loro buona vicina ed amica. Intanto la neve fioccava sempre più fitta; ed essendo Gertrude manifestamente ansiosa di ritornare a casa, i suoi benevoli ospiti non cercarono più dì trattenerla.

Ella promise di ripetere la sua visita non appena le fosse possibile; il dottor Jeremy fece attaccare, e partirono insieme.

XXIV.

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Non ha la vita un umile

Dover ch'ella non curi,

Nè miseri ed oscuri

Luoghi ov'ella non scenda,

Perchè un raggio benefico

Di sole vi risplenda.

Lowell.

— Ho pensato, dottore, come faremo perchè la signora Sullivan non si spaventi, — disse Gertrude mentre stavano per giungere alla casa.

— O che dovrebbe spaventarla? — egli domandò.

— Voi, se sa a bella prima che siete un medico. Vi presenterò come un amico che m'ha condotta a casa nel suo legno, essendo sopravvenuta questa burrasca di neve.

— S'ha dunque a recitare una piccola farsa, eh? Capocomica: Gertrude Flint. Un incognito: il dottor Jeremy. E che dovrò dire nella prima scena?

— Di questo lascio la cura a voi che ne sapete più di me. M'affido interamente alla vostra accortezza per ottenere dalla signora Sullivan qualche cognizione de' suoi sintomi, senza palesarle se non a poco a poco la vostra qualità di medico.

— Ah, capisco! Devo cominciar dal passare per uno di quei curiosi che tempestano il prossimo di domande. Sì, sì, credo che la parte sia nelle mie corde. —

Entrarono. All'udire aprir l'uscio la vedova si levò dalla sua poltrona, col viso turbato, e dato appena a Gertrude il tempo di presentarle l'amico che l'accompagnava, le domandò ansiosamente se suo padre non fosse con loro.

— No, — ella rispose. — Non è ritornato a casa?

— Non l'ho più riveduto da stamani. —

La giovanetta, mostrando una tranquillità ch'era lungi dal sentirsi nel cuore, le disse che il Miller aveva promesso di vegliare sul signor Cooper, il quale era certo con lui, al sicuro.

— Del resto, — soggiunse — vo io a pigliarlo.

— Oh, mi duole assai che tu esca di nuovo con questo tempaccio!... Ma sono in tanta pena per il nonno!... E tu no, figliuola?

— Io no, davvero. Non dubito ch'è in chiesa, sano e salvo. Ci vo immediatamente. Sapete bene, zietta, che la neve non mi sgomenta.

— Mettiti allora il mio scialle grande. —

La signora Sullivan andò a prendere lo scialle da un armadio ch'era nell'anticamera, e Gertrude approfittò della sua assenza per pregare il dottor Jeremy d'aspettar il suo ritorno, posto che l'agitazione d'animo spesso faceva cadere la povera donna in deliquio, ed ella temeva di lasciarla sola nell'inquietudine in cui si trovava a cagione della prolungata assenza di suo padre.

Il tempo era infatti pessimo, e oramai calava la sera. La forza del vento impediva a Gertrude di reggere un ombrello aperto, sicchè i turbinanti fiocchi di neve l'accecavano mentre affrettava il passo lungo i marciapiedi bagnati. Percorse così parecchie vie innanzi di arrivare alla chiesa. Entrò nell'edifizio già quasi deserto avendo i muratori terminato la loro giornata, e vide subito che il signor Cooper non c'era. Disperava di potersene procurare notizie, quando le venne incontro il Miller che scendeva dalla galleria. Egli pareva stupito di vederla, e le domandò se il vecchio non fosse a casa. Udito che no, le disse ch'egli non aveva potuto in nessuna maniera persuaderlo a lasciarvisi condurre all'ora di desinare; perciò se l'era dovuto portare seco, ma credeva che avanti sera si sarebbe indotto a farsi accompagnare alla propria abitazione da uno dei ragazzi.

Dunque era probabile che fosse tuttavia coi Miller. La famiglia aveva di recente sgomberato, e Gertrude non sapeva dove abitasse adesso; nondimeno non volle permettere che il muratore, il quale doveva ancora finire un lavoro, venisse con lei, e s'avviò sollecitamente seguendo le sue indicazioni. Fu un'altra camminata disagiosa. Trovate, non senza qualche difficoltà, la strada e la casa, salì e picchiò all'uscio esterno ch'era socchiuso. Nessuno rispose. Aspettò un poco, poi si risolse ad entrare. Da una stanza a destra giungeva un tale schiamazzo di voci infantili ch'ella non tentò nemmeno di farsi intendere, e, tralasciando le cerimonie, entrò anche in quella. Alla sua comparsa uno stormo di bambini si disperse tutt'intorno e si rimpiattò negli angoli, mentre la signora Miller, piena di confusione vedendosi sorpresa in mezzo al disordine della sua cucina, spingeva contro il muro un cavalletto carico di panni da asciugare, scoprendo così agli sguardi di Gertrude quegli ch'ella cercava, accoccolato presso il fuoco nel consueto suo atteggiamento malinconico. Ma la fanciulla aveva appena mosso un passo dalla soglia per andare a lui, quando successe una cosa strana che la fece indietreggiare esterrefatta. Da un tettuccio collocato lungo la parete, dirimpetto all'uscio, si rizzò di scatto una persona che vi giaceva, la quale guardandola fissamente stese una mano verso di lei come per respingerla, e mandò un acuto strido.

Quella voce, quella figura non le erano che troppo note. E, pallida, tremante, ella quasi si sentiva ripresa dall'antico terrore in presenza d'Annetta Grant.

— Va' via! Va' via! — gridava costei, poichè dopo un momento d'esitazione Gertrude s'inoltrava nella stanza. Di nuovo ella s'arrestò dinanzi agli occhi fiammeggianti e alla faccia sconvolta della vecchia, temendo d'eccitarla maggiormente.

La signora Miller s'interpose.

— O che vi gira, zi' Annetta? Questa è la signorina Flint: una signorina buona come ce n'è poche.

— No, è un'altra.... so io chi! — affermò Annetta con veemenza.

La donna trasse Gertrude in disparte, nell'ombra del cavalletto, e le parlò sottovoce. La vecchia, appoggiata sul gomito, le spiava dal lettuccio, in atto d'ansiosa attenzione.

Gertrude apprese che la signora Miller era una nipote di Ben Grant; ma da molti anni non aveva saputo più nulla di lui nè di sua moglie, finchè questa, giorni addietro, le era piombata in casa nel più deplorevole stato di miseria e minacciata dalla febbre a cui ora si trovava in preda.

— Io certo non potevo negarle un ricovero; — soggiunse la Miller — però, come vedete, non ho posto da alloggiarla ammodo, e non solo è un grande inconveniente per me avere una malata nella cucina, ma temo che tra il chiasso dei bambini e tutti gli altri disagi, la disgraziata vecchia non regga, e mi muoia qui.

— Non avete di sopra una cameretta che non vi sia proprio indispensabile?

— Ci sarebbe quella della nostra Giannina; anzi, lei, da figliuola di buon cuore com'è, s'era subito offerta di cederla alla povera zia Annetta, e andar a dormire coi piccoli; ma noi non s'ha mica la possibilità di mantenere due fuochi; e però io ho pensato di farle intanto alla meglio un letto in cucina e star un po' a vedere.... Purtroppo oggi è assai peggiorata, e ora dalle sue stranezze capisco che vagella.

— Ha bisogno di quiete. Vogliate riscaldare la camera di Giannina a mie spese, e accomodarvi la malata. Io procurerò di mandare domani un medico a visitarla. —

La moglie del muratore cominciò a profondersi in ringraziamenti. Gertrude l'interruppe:

— Non mi ringraziate, signora Miller. Annetta non è un'estranea per me. La conobbi in passato, e forse mi preme più che a voi stessa. —

L'altra la guardò con maraviglia, ma ella non aveva tempo da perdere in spiegazioni. Desiderosa di parlare con la vecchia Grant e assicurarla dei suoi sentimenti benevoli, s'accostò franca e risoluta al suo lettuccio sfidando l'ira selvaggia che ardeva negli occhi della delirante, fissi su lei.

— Annetta, — le disse — mi ravvisate?

— Sì, sì, — mormorò quella, rapidamente, ansimando. — Che siete venuta a fare?

— Ad aiutarvi, spero. —

Ma Annetta pareva piuttosto incredula. Nello stesso tono soffocato e ansioso domandò:

— E Gertrude dov'è?... l'avete veduta?

— Sta bene, — rispose la fanciulla, stupita, perchè non aveva fino allora dubitato che la riconoscesse.

— Che dice di me?

— Dice che vi perdona e vi compiange, e che si confida di potervi soccorrere, di farvi guarire.

— Davvero? Dunque non volete uccidermi?

— Uccidervi? Ma tutt'al contrario. Vi dico che speriamo di confortarvi e vedervi rimessa in salute. —

La signora Miller s'avvicinò con una tazza di tè che aveva intanto preparata. Gertrude la prese e la porse alla vecchia, la quale avidamente bevve, continuando tuttavia a fissarle gli occhi in viso di sopra l'orlo della tazza. Bevuto ch'ebbe, lasciò ricader la testa sul guanciale, e si mise a borbottare frasi sconnesse in cui non si distinguevano le parole, eccettuato il nome di suo figlio Stefano. Visto che i suoi pensieri sembravano rivolti altrove, la fanciulla, cui premeva di ritornar a casa per non abusare della cortesia del dottor Jeremy, rimasto con la signora Sullivan, si scostò dal letto, dicendo:

— Arrivederci. Verrò presto a trovarvi.

— E non mi farete male? — gridò Annetta rizzandosi di nuovo.

— Oh, no, davvero! Anzi vi porterò qualche cosa che vi piacerà.

— Non conducete qui Gertrude! Non voglio vederla!

— Sarò sola. —

La vecchia Grant si ripose a giacere, e non parlò più, ma non cessò dal seguitare con gli occhi la visitatrice, spiando attenta ogni sua mossa, finchè non fu uscita dalla stanza. Il signor Cooper tenne docilmente dietro alla sua giovane guida, e arrivarono a casa tutti ammollati, ma senz'altri guai.

La spedizione di Gertrude era durata circa un'ora.

Il dottor Jeremy, seduto presso alla stufa di ferro, coi piedi sul parafuoco, aveva l'aria contenta d'un uomo che si trovi a casa propria con tutti i suoi comodi. Sembrava ch'egli fosse lì per compiacere a sè stesso anzichè a un assente il cui ritorno doveva rimetterlo in libertà. Egli s'era intrattenuto con la signora Sullivan in amichevoli discorsi, ricordando la gente d'una cittadetta rurale dove tutt'e due avevano passato qualche anno della loro infanzia, e le sue maniere cordiali, la sua piacevole conversazione erano così bene riuscite a vincere la ritrosia della timida e schiva donnina, che quantunque gli fosse inavvertitamente accaduto di palesarsi, ella si lasciò interrogare sullo stato della sua salute senza ombra di quell'angoscia che s'immaginava, nella sua eccitazione nervosa, di dover provare alla sola vista d'un medico. Quando Gertrude ritornò, il dottore s'era già fatto una chiara idea del caso, e tosto che si trovò solo con lei, essendo l'altra andata a provvedere il vecchio di roba asciutta da mutarsi, le comunicò la sua opinione.

— Cara Gertrude, — disse — quella è una donna molto malata.

— Davvero? — mormorò la giovanetta, inquietissima, lasciandosi cadere sopra una seggiola.

— Sì, — rispose egli con aria pensosa. — Vorrei averla veduta sei mesi prima!

— Come, dottore? La sua malattia risale a tanto tempo addietro?

— A ben più addietro, anzi. È una malattia grave che s'è andata sviluppando a grado a grado, e temo che oramai la scienza medica sia impotente a combatterla.

— Dottor Jeremy, — disse Gertrude angosciata — non intendete mica dirmi che la mia zietta morrà senza rivedere Guglielmo, e ci lascerà soli, me e il suo povero vecchio padre? Oh, non mi figuravo che si trattasse d'una cosa tanto seria!

— Calmatevi, figliuola mia, — fece amorevolmente il dottore — io non volevo spaventarvi. Può vivere ancora qualche tempo. Giudicherò meglio il suo caso dopo averla osservata altri due o tre giorni. Ma è una pericolosa imprudenza il rimaner qui sola con questi due vostri amici infermi: anche non considerando che rischiate d'ammalarvi voi pure se abusate così delle vostre forze. Manca alla signora Sullivan la possibilità di tenere un'infermiera o almeno una persona di servizio? Mi diceva che non ha nessuno....

— Oh, no, il suo figliuolo provvede largamente ai suoi bisogni! So che non spende mai tutto l'assegno ch'egli le manda pregandola di non risparmiare.

— Allora dovete senz'indugio persuaderla a prendere qualcuno che v'aiuti; e se non lo fate voi lo farò io.

— Sì, gliene parlerò; è un pezzo che vedo quanto sia necessario; ma le fa tanta paura l'idea di mettersi in casa una donna estranea, che non ho osato mai toccare questo tasto.

— Sciocchezze! Mèra immaginazione! State pur sicura che s'avvezzerà presto a essere servita. —

La signora Sullivan rientrò. Gertrude raccontò allora il suo inaspettato incontro con Annetta Grant, e pregò caldamente il dottor Jeremy, che conosceva la storia della sua dolorosa infanzia, di voler visitare la malata.

— Sarà una visita di pura carità, — ella soggiunse — perchè Annetta è di certo senza quattrini, e sebbene i Miller, vostri antichi clienti, l'abbiano ricoverata, non vi sono tra loro vincoli di parentela tanto stretti da obbligarli a pagare per lei. Ma questo a voi non importa, lo so bene.

— Punto, punto, — rispose il medico. — Ci andrò stasera stessa, giacchè il suo stato lo richiede, e domattina passerò qui per darvi notizie e sentire quel che la signora Sullivan ha ancora da dirmi circa le sue notti insonni. Ma voi, Gertrude, non tardate più a mutarvi le scarpe e le calze. O volete che uno di questi giorni io conti fra i miei pazienti anche voi? —

Il buon dottore aveva conquistato la vedova Sullivan. Quando fu partito ella intonò le sue lodi:

— Che differenza dal comune dei medici! — (tutta la classe le destava una inesplicabile avversione). — Così socievole, così amabile! Davvero, Gertrude, con lui mi pareva di poter parlare liberamente del mio male come con te stessa. —

La fanciulla fece anch'ella i più caldi elogi dell'ottimo suo amico, e venne l'ora del tè prima che avessero mutato il soggetto dei loro discorsi. Preso il tè, il vecchio Cooper, stanco delle insolite fatiche di quella giornata, si lasciò agevolmente persuadere a coricarsi, e la signora Sullivan s'adagiò sul sofà. Era, com'ella soleva dire, il suo momento più felice. Gertrude arrischiò allora la proposta di prendere una persona di servizio, secondo che il dottor Jeremy le aveva raccomandato. Con sua maraviglia la malata non oppose alcuna obiezione. Infatti ella riconosceva di non poter più sbrigare da sè le faccende domestiche, nè permettere che Gertrude, già tanto occupata, ne sopportasse tutto il peso come la settimana scorsa. Questa la consigliò di prendere la Giannina Miller, una ragazza che faceva proprio al caso loro; e fu convenuto di mandarla a chiamare la mattina seguente.

Sono le dieci. Tutto è silenzio e quiete nella casa. Gertrude sola veglia ancora. Ha teso l'orecchio all'uscio del signor Cooper, e il rumoroso respiro del vecchio l'ha accertata ch'egli dorme profondamente. La signora Sullivan, grazie all'effetto d'una pozione calmante ordinatale dal dottor Jeremy, è caduta in un sonno tranquillo, benefizio che non godeva da tempo. I dieci uccellini di Calcutta dormono anch'essi tutti in fila serrata, sul medesimo sottile ballatoio, nella spaziosa loro gabbia appesa davanti alla finestra e coperta da un panno di lana a fine di ripararli dall'aria fredda della notte. La giovanetta ha chiuso gli usci, preparato ogni cosa per la mattina appresso, spento i lumi. La casa è in ordine e sicura. Ed ora ella s'è ritirata nella sua camera, a leggere, a meditare, a pregare. Le sue cure si moltiplicano, le prove cui è sottoposta sono sempre più severe. Ella si vede di fronte un grande dolore e una grande responsabilità, ma non rifugge nè dall'uno nè dall'altra. Anzi, ringrazia Dio d'averle dato la forza di rinunziare agli agi ed ai piaceri, nonostante la propria fralezza e l'ira d'un uomo che non avrebbe voluto offendere, per trovarsi là al suo posto, a combattere la battaglia della vita e aspettarne coraggiosamente l'esito. Ringrazia Dio di sapere a chi ricorrere, poichè fra le amare tristezze della sua infanzia e della sua prima giovinezza non le è mai venuto meno il soccorso dell'amore di Colui che muta le tenebre in luce. Nessuna sventura, quantunque grave, potrà più gettare un'ombra in quell'anima che illuminano i raggi emanati dal trono divino. Ma per salda che sia la sua fede, per valoroso che sia il suo cuore, Gertrude è una tenera natura femminile: ed ella piange, mentre siede soletta nella sua camera, piange sopra sè stessa e sopra il giovane che, lontano in paese straniero, conta i giorni e i mesi e gli anni fra cui si confida di ritornare a sua madre ch'egli invece non rivedrà mai più!... Ma col ricordo della sua promessa di tener ella presso quella madre il luogo d'una figliuola la cui mano amorosa deve ora assisterla e servirla nella malattia che la travaglia, le si riaffaccia la necessità di dominare i propri sentimenti; ferrea necessità, alla quale ella ha imparato per tempo a sottomettersi. Raccoglie allora tutta la sua energia, si calma, asciuga le lacrime che le offuscano la vista, e si raccomanda a Quegli ch'è la fortezza dei deboli e la consolazione degli afflitti: poi, confortata dalla comunione del suo spirito col Padre celeste, va a coricarsi anch'ella, e vinta dalla stanchezza, dopo una giornata fisicamente e moralmente faticosa per lei, non tarda a seguire gli altri inquilini della casa nel regno dei sogni.

XXV.

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.... V'ha chi dice

Che barlumi d'un mondo più remoto

Da noi, visitan l'anima nel sonno.

Shelley.

Fu una vera fortuna per Gertrude che ricorresse appunto la settimana del Rendimento di Grazie, tempo di vacanza nella scuola del signor W., perchè così ebbe agio d'attendere alle molteplici sue faccende. Un'altra fortuna ella stimava l'aver ottenuto Giannina, la quale, lieta di compiacerla, accettò volentieri la sua proposta, quantunque, ella diceva, l'idea d'andar a servire fuor della sua famiglia non le fosse mai garbata; ma come rifiutarsi d'aiutare la cara signorina Flint ch'era stata tanto buona con lei e co' suoi? C'era piuttosto da temere che la signora Miller, avendo in casa Annetta Grant malata gravemente, non potesse privarsi della sua figliuola maggiore; anche questa difficoltà però fu tolta dal ritorno inaspettato di Maria, la secondogenita.

Dopo alcuni giorni di tirocinio sotto la direzione di Gertrude, Giannina, ragazza molto accurata e capace, si trovò in grado di sollevare la signora Sullivan de' suoi più faticosi doveri di massaia, e prestarle i servizi personali che il suo stato richiedeva. Gertrude quindi fu libera di fare frequenti visite alla vecchia Grant, la quale era nel colmo della febbre e aveva gran bisogno d'assistenza.

La memoria delle sevizie patite sotto la potestà di quella megera durava ancor viva nella fanciulla, ma scevra oramai d'ogni senso d'amarezza, d'ogni desiderio di vendetta. S'ella ricordava il passato, era soltanto per compiangere la sua persecutrice e perdonarle; se pensava al modo di contenersi verso la sua tiranna, già tanto detestata, era con l'unico fine d'esserle utile e di consolarla.

Vegliò notti e notti al capezzale della malata, che sebbene sempre in delirio, non mostrava più ombra del terrore destatole sulle prime dalla sua presenza.

Costei le parlava molto della piccola Gertrude, talvolta in modo da farle credere che l'avesse riconosciuta, ma più spesso come se fosse altrove; infine, dopo un pezzo, ella comprese che la scambiava per sua madre alla quale doveva somigliare notevolmente. Questa, invero, era stata assistita nell'ultima sua malattia dalla stessa Annetta, ma la sciagurata, assalita dagli antichi rimorsi nel vagellamento della febbre, si figurava che la morta fosse ritornata al mondo per chiederle conto della sua creatura. Solo le continue assicurazioni di benevolenza e le tenere cure prodigatele dalla giovanetta con pazienza instancabile, l'indussero da ultimo nella persuasione che la madre offesa avesse ritrovato la sua bambina in buona salute e al sicuro, ed ignorasse i torti e i crudeli trattamenti da lei sofferti.

Una notte, l'estrema della vita d'Annetta Grant, Gertrude, che non aveva lasciato la malata se non per poche ore ed era venuta a riprendere il suo posto d'infermiera, udì il proprio nome insieme coi nomi d'altre persone nelle rapide frasi sconnesse che la vecchia andava borbottando. Ella s'accostò al letto, tendendo l'orecchio, perchè sempre sperava di cogliere in mezzo a quei vaniloqui incoerenti un qualche indizio sulle proprie origini. Ma il suo nome non fu ripetuto, e il resto si perdette in un mormorio indistinto.

A un tratto la delirante si rizzò, e rivolgendosi a qualcuno ch'ella vedeva nella sua allucinazione, gridò forte:

— Stefanino! Stefanino! Rendimi l'orologio e dimmi che hai fatto degli anelli!... Ne chiederanno.... quei tali.... e io che dirò? —

Fece una pausa. Poi, tenendo gli occhi fissi verso la parete, soggiunse con voce più debole, ma vibrante d'intensa commozione:

— No, no, Stefanino, non lo dirò mai a nessuno.... mai, mai.... —

Aveva appena proferito queste parole, che diede un sobbalzo, si volse, e vista Gertrude accanto a lei, le domandò urlando:

— Avete udito, eh? Avete udito?... Sì, lo so.... e volete raccontarlo.... Ma se parlate!... —

Ella tentò di slanciarsi fuori del letto, e ricadde esausta sui guanciali.

Gertrude corse a chiamare il Miller e sua moglie, i quali, aspettandosi d'avere a levarsi quella notte, s'erano coricati vestiti nella camera attigua; poi, per tema che la sua presenza turbasse ancor più la morente, si ritirò lasciandola affidata alle loro cure.

Circa un'ora dopo la donna venne a trovarla in cucina, dove aveva cercato la quiete di cui sentivano bisogno i suoi nervi scossi e il suo animo contristato, e le disse che Annetta s'era calmata; ma giaceva in uno stato di grande prostrazione, e pareva prossima alla sua fine. Tuttavia ella credette meglio non rientrare nella camera. Sedette presso la stufa e prese a meditare sulla strana scena di cui era stata testimone. Spuntava l'alba quando la signora Miller le annunziò che la vecchia Grant aveva reso l'ultimo sospiro.

La sua opera di misericordia, di perdono, d'amore cristiano, era dunque compita. Ed ella s'affrettò a tornarsene a casa per riposare. Doveva armarsi di nuova forza, di nuovo coraggio, a fine di sostenere le fatiche e le pene che la sorte ancora le preparava.

E forza e coraggio non comuni erano necessari alla fanciulla per attraversare una di quelle funeste sequele di malattie e di morti fra le persone più prossime, che si danno nella vita, e in cui un colpo succede all'altro con tale fulminea rapidità, che prima d'esserci riavuti già veniamo atterrati novamente.

Meno di tre settimane dopo sepolta Annetta Grant, Paolo Cooper soccombette a una breve malattia. Quantunque nessuno di questi due casi toccasse Gertrude nei sentimenti più profondi del suo cuore, pure l'adempimento dei doveri ch'ella s'era volontariamente imposti richiedeva uno sforzo fisico e morale assai grave per una giovanetta di diciotto anni, già tormentata dalla minaccia d'una terza disgrazia, e ben più dolorosa.

Anche l'assenza d'Emilia era una dura prova, perchè nelle ore d'angoscia ella soleva ricorrere alla buona amica per consiglio e conforto, e da lei imparava la pazienza e la rassegnazione, virtù di cui le offriva un vivente esempio. Un'unica lettera, scritta dalla signora Ellis, le aveva recato notizie del suo viaggio, e queste non erano molto sodisfacenti.

I Graham soggiornavano all'Avana, dove avevano preso alloggio in una pensione tenuta da una signora loro connazionale, e affollatissima d'ospiti venuti da Boston, Nuova York e altre città settentrionali.

«Non è mica un viaggio molto piacevole, in fin dei fini!» scriveva la governante. «V'assicuro, Gertrude, ch'io vorrei piuttosto essere in pace, a casa, e non tanto per me quanto per Emilia. Già non può trovarsi bene, qui, poverina, perchè l'abitazione manca d'ogni comodo: le finestre invece di cristalli hanno grate come nelle prigioni, non c'è un tappeto in nessuna stanza, nè un caminetto, nè un braciere, sebbene qualche volta la mattina il freddo si faccia sentire. E poi c'è una vedova, con un fratello e le nipoti: la quale vedova è una donna frivola e vana e secondo me, credetemi o no, ha messo gli occhi sul signor Graham, o vuol pigliarsi giuoco di lui. Veste pomposamente, parla forte, ha modi imperiosi: a lei piace dominare, e lui è tanto grullo da seguirla come un cagnolino, e prender parte ad ogni sorta di gite, a piedi, in vettura, a cavallo.... Non è ridicolo? Un uomo di sessantacinque anni sonati! Emilia ed io non scendiamo più che di rado nel salotto, giacchè l'allegra brigata non tiene il minimo conto della nostra presenza. Essa non si lagna, non fiata nemmeno, ma io vedo che non è felice, e desidera di ritornare a Boston: lo desidererei anch'io se non ci fosse quella terribile traversata.... Ah, Gertrude, mi sembra un miracolo ch'io non sia morta dal mal di mare nel venir qui, e la sola idea di risalire a bordo d'un piroscafo mi sgomenta a segno, che non so proprio come farò a tornarmene indietro!...»

Gertrude scriveva spesso alla signorina Graham; però, non potendo questa leggere le sue lettere che mediante gli occhi della signora Ellis, non le era dato di manifestarvi i suoi pensieri e sentimenti più intimi come usava nei colloqui con l'amica piena d'indulgenza e di simpatia, perchè avrebbe dovuto esporli alla censura della governante.

Ogni corriere delle Indie orientali portava notizie di Guglielmo Sullivan, i cui affari prosperavano e ch'era contento nell'esilio pensando che i suoi cari godevano, lietamente com'egli credeva, i frutti delle sue fatiche. Egli scriveva quindi sempre nel consueto suo tono gaio e vivace.

Una domenica sera, poche settimane dopo la morte del vecchio Cooper, Gertrude sedeva accanto alla signora Sullivan, stesa sul suo letto, e teneva in mano una lettera aperta di cui le leggeva per la terza volta il contenuto. I numerosi bolli postali sulla facciata esterna del foglio ne mostravano la provenienza. Era arrivata il giorno stesso. La madre ascoltava intenta quella lettura, e così dolorosamente la colpiva il contrasto tra le proprie riflessioni e le fulgide speranze di quel figliuolo ignaro della fosca nube che s'addensava sul suo capo, ch'ella chiudeva le palpebre, abbandonandosi, oppressa da una tristezza profonda come non mai; mentre la giovanetta, ripetendo le parole con cui Guglielmo esprimeva la gioia del momento agognato in cui avrebbe potuto stringere di nuovo tra le sue braccia «la cara piccola mamma» che si struggeva di rivedere, gettava uno sguardo furtivo sul corpo consunto, sul viso emaciato della povera donna, e si sentiva gelare il cuore.

I primi timori del dottor Jeremy non erano infondati. E l'inferma, aggravatasi ancora per l'ansietà cagionatale dalla malattia del padre e per il dolore della sua morte, declinava rapidamente verso la tomba.

Gertrude non era tuttavia riuscita a comprendere se ella ne fosse consapevole o no. Mai la signora Sullivan aveva parlato su questo soggetto, nè accennato in alcun modo a un presentimento della sua prossima fine. Anche ora, osservando la sua placida apparenza, la fanciulla propendeva a credere ch'ella s'illudesse sul proprio stato.

Ma il dubbio fu rimosso. Dopo essere rimasta qualche minuto assorta nella sua intensa meditazione, ch'era forse una preghiera, la malata riaperse gli occhi, e fissandoli in quelli della sua giovane amica, disse con voce chiara è calma:

— Gertrude, io non rivedrò più Guglielmo! —

Gertrude non rispose.

— Vorrei scrivergli e dirglielo io stessa, — ella proseguì — ma sarà meglio, se non ti spiace, di scrivere tu per me, come tante volte, ch'io ti detti ciò che devo dirgli.... Non c'è tempo da perdere; perchè sento che vo mancando, e non è probabile che mi duri a lungo la forza di farlo.... Toccherà a te, figliuola mia, dargli la notizia, quando tutto sarà finito; ne hai abbastanza di tristi doveri, tu; voglio almeno risparmiarti la pena di prepararlo al colpo che l'aspetta.... Sei disposta a cominciare la lettera oggi?

— Sicuro, zietta mia, se vi pare che sia bene così.

— Sì, cara, mi pare. Ciò che gli scrivesti l'ultima volta, concerneva soltanto la malattia e la morte del nonno, non è vero? Di me non gli dicesti nulla che lo potesse impensierire?

— Nulla affatto.

— Allora è tempo d'avvertirlo, povero ragazzo! Non c'è bisogno che il dottor Jeremy me lo dica, perchè io sappia che muoio!

— Ma ve l'ha forse detto? — domandò Gertrude, andando al tavolino e preparando l'occorrente per scrivere.

— Oh, no! È troppo prudente. Però, quando glielo dissi io, s'astenne dal contraddirmi. Tu lo sapevi? — ella domandò, guardando intensamente la fanciulla ch'era venuta a sedersi sulla sponda del letto e china verso di lei le lisciava i capelli.

— Da alcune settimane, — mormorò Gertrude imprimendo un bacio sulla pallida fronte della malata.

— Perchè me l'hai taciuto?

— Non era necessario ch'io parlassi, — rispose la pia giovanetta. — Sapevo che il Signore non poteva chiamarvi in un momento che la vostra lampada non fosse alimentata ed accesa.

— Arde, ma fievolmente, — disse la donna con cristiana umiltà.

— E qual fiamma sarà vivida se la vostra langue? Non siete voi stata per lunghi anni un esempio mirabile di pietà e di pazienza? Eccettuata Emilia, non conosco persona al mondo altrettanto degna del Cielo.

— No, no, Gertrude, non sono che una povera peccatrice, piena di debolezza. Per quanto fervidamente io desideri di giungere al cospetto del nostro Salvatore, il mio cuore terreno si strugge di rivedere un'ultima volta il mio figliuolo, e a tutti i miei sogni della beatitudine celeste si mescola il cocente rammarico che questa gioia, l'unica ch'io bramassi ancora quaggiù, debba essermi negata.

— Oh, zietta, siamo tutti creature umane! Finchè la vostra anima immortale è chiusa nelle spoglie mortali, come potreste cessar di pensare a Guglielmo, e non bramare la sua presenza nell'ora della prova suprema? Un sentimento naturale come questo non può essere un peccato.

— Non so.... Forse anche non è. E se fosse, spero d'ottenere, innanzi di lasciar la terra, la grazia di espiare con un perfetto spirito di sottomissione le rivolte d'un cuore materno. Leggimi, cara, qualche santa parola di conforto: sembra che tu abbia il dono d'aprire sempre il buon libro alla pagina che meglio conviene al mio bisogno. Ah, sì, davvero, è un peccato in me ogni querela, assistita come sono dall'affetto e dalle cure di quella in cui Dio m'ha dato una figliuola benamata! —

Gertrude prese la Bibbia, e avendola aperta al Vangelo di San Marco le cadde lo sguardo sul passo dell'agonia di Gesù nell'orto di Getsemani. Con savio criterio ella stimò che nulla poteva essere appropriato allo stato d'animo della signora Sullivan più che la commovente descrizione della lotta sostenuta dal Salvatore contro la propria umanità; nulla più atto a quetare il suo spirito, a sedare la ribellione della sua natura umana, che il visibile conflitto tra l'umano e il divino, con tanta patetica evidenza narrato dall'Apostolo; nulla più efficace che l'esempio del Figlio di Dio, il quale alla Sua preghiera, tre volte ripetuta, che venisse allontanato da Lui, se era possibile, il calice amaro, aggiungeva piamente: «Sia fatta la Tua volontà e non la mia!»

Senza esitare ella lesse, ed ebbe la sodisfazione di vedere che la lettura aveva avuto lo sperato effetto, perchè quando tacque, indovinò sulle labbra della madre di Guglielmo, giacente in un atteggiamento di calma serena, le parole del Redentore. Non volendo disturbarla nelle sue meditazioni, non le rammentò la lettera al figliuolo, e sedette presso il letto in silenzio. Mezz'ora dopo la malata dormiva d'un placido sonno. Il suo volto aveva un'espressione di pace e di letizia così soave, che la fanciulla godeva nel contemplarlo. Innanzi ch'ella si destasse, l'ombra della notte invase la stanza. Gertrude, invisibile nel buio, sussultò udendo il suo nome. Prontamente accese una candela, e s'accostò a lei.

— Oh, cara, che bel sogno ho fatto! — disse la signora Sullivan. — Siedi qui accanto a me: voglio raccontartelo. La realtà stessa non può essere più viva. Mi pareva d'attraversar l'aria a volo, librandomi sopra le nubi, in mezzo a fulgide stelle. Benchè rapido, il moto era tanto dolce che non mi stancava. Ed io viaggiavo, viaggiavo, passando in alto su terre e su mari. Infine vidi sotto di me una città bellissima, con chiese, torri, monumenti e un visibilio di gente che andava e veniva in tutte le direzioni. Avvicinatami, potei distinguere le facce di quegli uomini e quelle donne, e in una strada affollata notai un giovane che mi ricordava Guglielmo. Gli tenni dietro, e tosto mi sentii sicura ch'era lui stesso. Egli naturalmente mostrava un'età maggiore di quando ci lasciò, e il suo aspetto era proprio quale me lo sono sempre figurata, secondo le descrizioni che ci ha date nelle sue lettere dei cambiamenti fatti in questi anni. Lo seguii attraverso parecchie strade, finchè egli entrò in un vasto e bell'edifizio che sorgeva nel centro della città. Entrai anch'io. Passammo per ampie sale e altre stanze, tutte riccamente mobiliate, e ci fermammo in un salotto da pranzo. Nel mezzo c'era una tavola coperta di bottiglie, di bicchieri, e d'un magnifico servito ove restavano ancora dolci e frutta quali mai non ne vidi in vita mia. Vi sedeva intorno una brigata di giovanotti, molto ben vestiti, ed alcuni di così attraente apparenza, ch'io ne sarei rimasta incantata se non avessi avuto lo strano potere di leggere nei loro cuori e scoprire il male che vi s'annidava.

«Uno aveva un viso piacentissimo in cui brillava l'intelligenza; era infatti dotato di non comuni facoltà mentali; ma io, vedendo più addentro che non si vegga d'ordinario, m'accorgevo, grazie a una specie d'istinto, che tutto il suo acume, tutta la sua genialità, non erano per lui se non mezzi d'ingannare gli uomini abbastanza folli od ingenui da lasciarsi cogliere a' suoi lacci; e portava in tasca, io lo sapevo, un paio di dadi falsati.

«Un altro era la delizia della compagnia per il suo spirito arguto e faceto; ma a me non sfuggivano i primi indizi dell'ebbrezza, e non dubitavo che di lì a un'ora non sarebbe più stato padrone dei propri atti.

«Un terzo si sforzava invano di sembrare felice; al mio sguardo scrutatore la sua anima appariva a nudo, e io non ignoravo ch'egli era torturato dall'angoscia d'aver perduto il giorno innanzi, al giuoco, tutto il suo denaro e parte di quello del suo principale, e dalla paura di non aver tanta fortuna da rivincere quella sera l'ingente somma.

«E come questi tre, tutti i presenti erano sulla china d'una vita viziosa, e più o meno prossimi alla rovina. Nondimeno avevano un'aria piacevole e gaia, da cui Guglielmo, gli occhi del quale andavano dall'uno all'altro, pareva attirato e sedotto.

«Uno di loro gli offerse un posto alla tavola, che tutti lo sollecitarono a prendere. Sedette, e il giovanotto che stava alla sua destra colmò un bicchiere di vino limpido e generoso invitandolo a bere. Egli esitò un momento, poi lo accostò alle labbra. In quella io gli toccai una spalla. Si volse, mi vide, e subito il bicchiere gli cadde di mano, e il vino si sparse a terra in mezzo ai frantumi del cristallo. Gli feci un cenno. Egli si rizzò e mi seguì. L'allegra compagnia lo richiamava a gran voce; anzi, uno dei commensali gli afferrò un braccio e tentò di trattenerlo, ma egli si liberò con una scossa nè volle ascoltare le loro proteste. Non eravamo però ancora usciti dal palazzo, quando colui ch'io avevo osservato per il primo e che sapevo essere il più astuto e il più pericoloso della brigata, sbucò da una stanza vicina al portone dov'era arrivato da un'altra parte, e sussurrò qualche parola all'orecchio di Guglielmo. Il mio figliuolo titubò, si voltò indietro, e forse avrebbe ceduto alla tentazione, s'io non mi fossi piantata di fronte a lui, alzando l'indice con un gesto di minaccia, e scotendo il capo. Allora egli respinse risolutamente il tentatore, si slanciò fuori, e scese a precipizio la lunga scalinata d'ingresso, prima che potessi raggiungerlo.

«Ma io mi movevo con grande rapidità, sicchè non tardai a ritrovarmi al suo fianco, e presi a guidarlo attraverso le vie formicolanti di gente. Molte furono le avventure che incontrammo, e da ogni parte scorgevo tranelli tesi agl'incauti ed agl'inesperti. Più d'una volta il mio occhio vigile salvò lo spensierato ragazzo da qualche insidia in cui senza la sua mamma sarebbe certo caduto. Di tanto in tanto lo perdevo di vista, e dovevo ritornare sui miei passi: ora lo aveva diviso da me la folla, ora s'era volontariamente indugiato dove il popolino si divertiva, per assistere da spettatore a' suoi sollazzi o mescolarvisi. Però sempre obbediva al mio ammonimento e proseguivamo insieme il cammino. Intanto calava la sera.

«A un tratto, passando per una via rischiarata da numerosi lampioni, m'avvidi che Guglielmo non mi accompagnava più. Lo cercai di qua e di là, ma non riuscii a trovarlo. Ansiosa, corsi un'ora di strada in strada chiamandolo a nome: nessuna risposta. Alfine, spiegate le mie ali, m'inalzai sopra la città popolosa e l'esplorai con lo sguardo nella speranza di scoprirvi il mio figliuolo come già appena arrivata.

«Non fui delusa. Egli m'apparve in una sontuosa sala, illuminata a giorno, tra un'accolta di gaudenti del gran mondo. Una splendida giovane s'appoggiava al suo braccio, e io le vedevo nel cuore che la virile bellezza e le attrattive dello spirito di lui non la lasciavano indifferente. Allora tremai per Guglielmo! Ella era avvenentissima e ricca, ed anche molto elegante e corteggiata, come mostravano la ricercatezza del suo abbigliamento e l'ammirazione che destava intorno a sè. Ma io penetravo l'anima sua, e sapevo quanto ella fosse vana, superba, frivola, gelidamente egoista; sapevo che se amava Guglielmo era perchè la seducevano i suoi pregi esteriori, le sue piacevoli maniere, il suo radioso sorriso, e non per la nobiltà della sua natura, che non poteva apprezzare. Mentre essi passeggiavano nella sala e quella ch'era decantata come la regina della festa dava a lui solo il suo tempo e i suoi pensieri, io scesi invisibile accanto a mio figlio e di nuovo gli toccai una spalla. Egli guardò in giro, ma prima che avesse scorto il volto materno, la voce della sirena cattivò tutta la sua attenzione, ed ogni mio sforzo per staccarlo da lei fu inutile, poichè non mi udiva nemmeno. Infine ella disse alcune parole che svelarono all'alta mente del mio Guglielmo la follia e l'egoismo di quell'anima mondana. Allora, io, cogliendo il momento in cui ella stessa aveva indebolito il suo fascino su di lui, me lo strinsi tra le braccia, e, aperte le ali, volai lontano lontano, portando meco il premio conquistato. Salendo così nell'aria sentivo il mio figliuolo abbandonarsi sul mio petto, e il giovane nel fiore della virilità ridivenire il bambino che soleva posarvi come in un caldo nido la bionda testolina ricciuta. A rapido volo ritornavamo al luogo natio, passando su terre e su mari. E non sostammo finchè io non vidi la mia diletta Gertrude che ci aspettava in un verde prato, sul pendio d'una collina, all'ombra di grandi alberi. Volavo verso di lei per deporre a' suoi piedi la preziosa mia creatura, quando mi destai pronunziando il tuo nome....

«Ah, cara, l'amarezza del calice che debbo vuotare è oramai svanita! Un angelo del Cielo me lo porge. Io non desidero più di rivedere mio figlio in questo mondo, perchè sono persuasa che la mia dipartita s'accorda coi disegni d'una misericordiosa Provvidenza. Adesso credo che nella mia veste mortale sarei forse impotente a salvare Guglielmo dalle tentazioni, a distorlo dal peccato; ma il puro spirito materno avrà maggiore virtù. Nella certezza che la mamma veglia su lui dalla sua dimora celeste, che s'adopra a mantenerlo nel retto sentiero, egli troverà una più valida difesa contro il pericolo, un più sicuro rifugio per l'anima insidiata, ch'ella non potrebbe offrirgli se fosse sulla terra. Adesso, o Padre, io posso dire dal profondo del cuore: «Sia fatta la Tua volontà e non la mia!» —

Da quell'ora fino alla sua morte, che seguì circa un mese dopo, la signora Sullivan conservò la stessa tranquillità d'animo, la stessa perfetta rassegnazione. Come ella diceva, il suo dolore aveva perduto ogni amarezza. La lettera che dettò per Guglielmo esprimeva la sua piena fede nella bontà e nella saggezza della Provvidenza divina, e lo esortava a sottomettersi con reverenza ed amore ai decreti dell'Onnisciente. Gli ricordava le prime lezioni ch'ella gli aveva date, la pietà e la padronanza di sè inculcategli fin dai più teneri anni, e gli rivolgeva come estrema sua preghiera la raccomandazione che il suo influsso su di lui venisse aumentato anzichè diminuito dalla morte, che la sua presenza fosse da lui sentita come reale e continua. Infine ella che fedelmente aveva lottato contro le avversità, lo ammoniva di guardarsi dai pericoli e dalle insidie che accompagnano la prospera fortuna, e di non smentire mai, nè screditare l'educazione ricevuta.

Gertrude piegò la lettera credendola finita, poi uscì per recarsi alla scuola dove insegnava. Ma tosto che si fu allontanata, la signora Sullivan la riaperse, e con la sua mano debole e tremante aggiunse sul foglio già quasi riempito alcune righe che dicevano la disinteressata, paziente, amorosa devozione della fanciulla, chiudendo con queste parole: «Figliuolo mio, finchè avrai cara la memoria del tuo nonno e della tua mamma, non cessar di mostrare tutta la gratitudine di cui il tuo cuore è capace a colei che le mie forze non mi consentono di lodarti quanto merita.»

Ella si spense così lentamente, a grado a grado, che la catastrofe quasi fu un colpo inaspettato per Gertrude, la quale, pur vedendo l'opera distruttrice della malattia, non poteva risolversi a credere che sarebbe una volta compiuta.

E fu nel silenzio della notte, senza nessuno fuor della giovane Giannina tutta sgomenta, per aiutarla e sostenerla, ch'ella assistette alla dipartita di quell'anima a lei tanto cara.

— Ti fa paura vedermi morire? — le domandò la signora Sullivan circa un'ora innanzi la sua fine.

— No, — ella rispose.

— Ebbene, volgimi un poco verso di te, — disse la morente — affinchè il tuo viso, figliuola mia buona, sia l'ultimo aspetto terrestre su cui si posino i miei occhi. —

Gertrude obbedì. E la madre di Guglielmo spirò, con la mano nella mano di lei, e uno sguardo di profondo affetto negli occhi che la fissavano mentre si spegneva.

XXVI.

Indice

Quale la gioia si fosse o il dolore

Che in sorte avesse a lei dato il Signore,

Dirittamente ognor la vera via

Della virtù cristiana ella seguia.

Giovanna Baillie.

Soltanto quando la sua opera d'amore fu così terminata, Gertrude s'avvide che le continue fatiche, sostenute notte e giorno, avevano fatto soffrire il suo organismo ed esaurito le sue forze. Durante la prima settimana seguita alla morte della signora Sullivan il dottor Jeremy temette per lei una grave malattia. Ma dopo aver lottato parecchi giorni contro sintomi assai minacciosi, ella si rimise, e sebbene ancor pallida e patita potè riassumere il suo ufficio di maestra e occuparsi della ricerca d'una nuova casa.

Già più d'una famiglia amica le aveva offerto ospitalità, sollecitandola ad accettare l'invito con un calore così cordiale che rendeva difficile il ricusarlo; ma per quanto commossa profondamente dalla benevolenza manifestatale nel suo dolore e nella sua solitudine, ella volle piuttosto tenersi alla risoluzione presa di trovare addirittura una dozzina fissa. E quando le ragioni su cui la fondava furono intese dagli amici cortesi, essi non poterono che approvare la sua condotta e cessando d'importunarla le prestarono invece con gran premura, il loro aiuto per attuare il suo proposito.

La signora Jeremy sulle prime era rimasta male e si sentiva quasi offesa dal rifiuto della giovanetta di stabilirsi subito in casa sua e rimanerci finchè volesse, magari sempre; e anche il dottore insisteva con un così perentorio «Su, Gertrude, vieni da noi immediatamente e zitta!» ch'ella aveva paura, date le sue condizioni di salute, d'essere portata via senza poter protestare. Ma dopo aver di propria autorità ordinato a Giannina d'impaccare la roba della signorina Flint, chiudere la casa, e ritornarsene dai suoi genitori, egli acconsentì a sentir che cosa Gertrude sapesse dire a giustificazione della sua ritrosia. I ragionamenti su principî generali con cui ella spiegò perchè credesse di non dover accettare la generosa profferta, non valsero per altro a persuadere quell'ottima coppia.

— Voleva, per la sua dignità, uno stato indipendente? Scusa che non si reggeva ritta! O non sarebbe indipendente lo stesso, stando con loro? La sua compagnia era tanto gradita a tutt'e due, ch'ella poteva esser sicura di fare anzichè ricevere un favore, sicchè le obbligazioni non le avrebbe lei, ma viceversa. —

Allora si trovò costretta ad usare l'argomento che veramente aveva avuto il maggior peso sull'animo suo, e che, ella non ne dubitava, doveva parere decisivo anche al dottor Jeremy.

— Dottore, — ella disse — voi, spero, non condannerete in me un sentimento che, lo confesso, ha molto corroborata la mia risoluzione. Io vi menzionerei malvolentieri questo motivo che più d'ogni altro mi ha indotta a prenderla, se già non conosceste lo stato delle cose tra me e il signor Graham, abbastanza a fondo da potermi comprendere e, almeno fino a un certo punto, approvare. Sapete ch'egli era contrario alla mia determinazione di non accompagnarli nel loro viaggio, quest'inverno, e di stabilirmi a Boston; quindi sospetterete che lui ed io non ci siamo lasciati in buona armonia. Egli mi disse che io non sarei certo capace di guadagnarmi la vita e mi troverei ridotta a dipendere da estranei. Ora, giacchè lo stipendio che ricevo dal signor W. è sufficiente a tutti i miei bisogni, sono ardentemente desiderosa di collocarmi in modo da mostrargli al suo ritorno che affermando, o, se si vuole, vantandomi d'essere in grado di bastare a me stessa, non presumevo troppo delle mie forze!

— Dunque, Graham supponeva che senza il suo potente appoggio voi sareste ridotta alla mendicità? — fece il dottore. — Col vostro ingegno e la vostra cultura? L'è da par suo!

— Oh, no, no, non volevo dir questo! — esclamò la fanciulla. — Mi considerava semplicemente come una bambina, e non comprendeva che facendomi educare ed istruire, aveva provveduto al mio sostentamento in anticipazione. Era naturalissimo che non avesse troppa fede nella mia capacità di lavorare: non m'ha veduta mai alla prova.

— Capisco, capisco. Pensava che dovreste un giorno chiamarvi ben contenta di ritornare in casa Graham.... Da par suo, sì, da par suo!

— Via, non credo poi che arrivasse a cotesto segno! — osservò la signora Jeremy. — Era adirato e non badava a quel che diceva. Scommetterei dieci contro uno che non se ne rammenta più nemmeno, e a me pare una specie d'orgoglio da parte di Gertrude il darvi tanta importanza.

— Non saprei, signora Jerry, — obiettò suo marito. — Se è orgoglio, è però un orgoglio onorevole ch'io lodo, e non giuro che se mi trovassi ne' panni di lei, i miei sentimenti non sarebbero identici. Perciò io non insisto più per distorla dal suo proposito. Può stare a dozzina, e tuttavia passar una buona parte del suo tempo con noi, sia ore, sia giornate; e non occorre dirle che caso mai s'ammalasse o fosse altrimenti disturbata, la nostra porta è sempre aperta.

— Ma sicuro! — disse la signora. — Se proprio sei risoluta, cara Gertrude, fa' dunque come credi meglio; soltanto in una cosa tu devi assolutamente compiacermi. Lascia questa casa vuota e triste; vieni via con me, oggi stesso, e rimani da noi finchè tu abbia trovato una dozzina conveniente. —

Per un breve soggiorno, Gertrude accettò la cordiale ospitalità ben volentieri; quindi seguì i suoi amici, senz'indugio. E fu soprattutto grazie alle assidue cure del valentissimo medico, e all'assistenza della signora Jeremy, la quale vegliò su lei con materna sollecitudine, ch'ella potè sfuggire alla malattia che seriamente la minacciava.

Il signor W. e sua moglie conoscevano le dure prove sostenute dalla fanciulla quell'inverno, ed erano per lei pieni di benevolenza e di simpatia. Essi pure le offersero la loro casa fino al ritorno del signor Graham e d'Emilia, facendole vive istanze perchè accettasse; ma quando ella ebbe spiegato che non sapeva quanto durerebbe l'assenza loro, e che del resto probabilmente non avrebbe più vissuto coi signori Graham in avvenire, convennero ch'ella si regolava con saviezza provvedendo a stabilirsi addirittura da sè.

Così i coniugi Arnold, i quali avevano costantemente usato affettuose attenzioni alla signora Sullivan e a Gertrude, ed erano stati le sole persone ammesse oltre il dottore nella camera dell'inferma, volevano ad ogni costo che la giovanetta, due volte orfana, su cui credevano d'avere quasi un diritto di tutela, stesse con loro, sotto la loro protezione, fino ch'Emilia non fosse ritornata dal suo viaggio: perchè come i W. limitavano a questo termine il loro invito. Ma la famiglia del pastore essendo numerosa, e la sua casa relativamente piccola, come la sua paga, l'offerta era mossa da un puro sentimento benevolo: pertanto egli, e la prudente ed economa sua consorte, udito da Gertrude ch'ella guadagnava abbastanza da potersi mantenere con decoro, e aveva risolto di conservare la propria indipendenza, l'approvarono entrambi vivamente; anzi la signora la consigliò e l'aiutò nel modo più efficace.

Ella aveva una sorella vedova che suppliva alla deficienza della sua rendituccia tenendo a dozzina alcune signorine venute a Boston per compiere i loro studi. Gertrude non la conosceva, ma ne aveva spesso inteso parlare con molti elogi; e la sua speranza di trovare da lei una dimora gradevole e non troppo costosa, non fu delusa. La signora Warren, avendo appunto libera una bella camera sul davanti, grande e chiara, acconsentì di buon grado a darla alla giovane maestra che la sorella caldamente le raccomandava. Le condizioni erano convenientissime, e Gertrude poteva prendere subito possesso della sua nuova abitazione.

La signora Sullivan le aveva lasciato tutti i suoi mobili, parecchi dei quali comperati di recente, e scelti, secondo il desiderio di Guglielmo, tra i migliori per qualità e fattura. A fine di risparmiarle le fatiche dello sgombero, dopo i tanti strapazzi a cui s'era sottoposta, la signora Arnold e le sue due figliuole maggiori insistettero amorevolmente perchè ella non s'occupasse che della scuola e affidasse a loro l'incarico di far trasportare e disporre nella sua stanza i mobili che desiderava collocarvi, ed invigilare l'imballaggio del resto: giacchè la fanciulla non voleva che alcun oggetto fosse venduto. Fu per lei un gran sollievo l'essere dispensata dall'assistere al doloroso spettacolo dello spogliamento e dell'abbandono di quella casa ch'era stata il piacere e l'orgoglio della cara amica perduta. E quando entrò nella camera cedutale dalla signora Warren, sebbene le si stringesse il cuore alla vista di quei mobili a lei tanto familiari, ella, ammirando la cura e il buon gusto con cui ogni cosa era disposta per riceverla, pensò che avrebbe commesso un peccato desolandosi e chiamandosi sola al mondo, mentre v'erano anime così buone e mani così operose, pronte a venirle amorosamente in aiuto.

La sera, passò nel salotto da pranzo, dove s'aspettava di trovare alla tavola del tè soltanto persone sconosciute; ma con sua grata maraviglia vide tra le commensali Fanny Bruce, la quale, lasciata a Boston dalla madre e dal fratello che viaggiavano per diporto, era già da parecchie settimane nel numero delle dozzinanti della signora Warren. Fanny, ora una scolaretta dai dodici ai tredici anni, aveva spesso avuto occasione d'incontrarsi con Gertrude durante la villeggiatura estiva, ed ammirava fervidamente la sua vicina da cui sempre otteneva doni di fiori, prestiti di libri, aiuto in lavoretti di fantasia. La notizia della sua venuta data dalla padrona di casa, le aveva fatto concepire la speranza di stringere con lei più intima amicizia, e quando nei grandi occhi neri e nel sorriso della giovanetta scòrse la gioia che anch'essa provava rivedendola, si sentì incoraggiata, a segno che facendosi innanzi salutò la cara signorina Flint con una vigorosa stretta di mano, e pregò d'esserle messa accanto a tavola.

La piccola Bruce era una ragazzina di buone disposizioni e cuore affettuoso, ma negletta dalla madre che riponeva tutto il suo orgoglio nel figliuolo, il famoso Ben, egli pure ammiratore di Gertrude. Più volte quella mamma troppo amante dei divertimenti e quell'indolente fratello l'avevano così piantata in qualche dozzina mentre essi facevano un viaggio di piacere; nè sempre era capitata bene come dalla signora Warren.

La povera creatura, non incorata da alcuna simpatia negli sforzi della sua buona volontà, sentiva che i suoi progressi, il suo benessere morale, non importavano a nessuno, neppure a' suoi, e questo senso d'abbandono era per lei una sorgente d'infelicità profonda.

Gertrude presto s'accòrse che Fanny viveva molto appartata. Ella era d'alcuni anni minore delle sue compagne, tre signorine eleganti, che non accondiscendevano ad ammettere quella bambina nella loro intimità; e la signora Warren, tutta presa dai suoi doveri di padrona di casa, non s'occupava di lei in particolare. La sua solitudine doveva destar la compassione d'una in cui era sempre vivo il dolore per la morte o la lontananza delle persone più dilette. Questo sentimento induceva Gertrude a invitarla frequentemente nella sua camera, quantunque nulla le fosse gradito a quel tempo, come la quiete ed il silenzio. Anzi giungeva a dimenticare la propria afflizione fino a cercar di divertire un po' la sua piccola ospite, la quale invece si stimava già abbastanza fortunata di poterle tenere compagnia nel suo ritiro, leggere i suoi libri, vedersi sicura della sua amicizia. Durante il mese di marzo, che fu insolitamente burrascoso, Fanny passò quasi tutte le serate con Gertrude; e questa, che dapprima sentiva di fare un sacrifizio col dar continuo accesso ad un'estranea in camera sua, privandosi così della sua libertà intima, a poco a poco riconobbe quanto vera fosse la profezia dello zio True ch'ella sforzandosi di fare felici gli altri avrebbe fatto la felicità propria. La conversazione animata e spesso piacevole della ragazzina la distraeva, le impediva di troppo concentrarsi nel suo cordoglio: e l'affezione reciproca che l'avvinceva a lei la salvava dallo scoramento della coscienza d'esser sola al mondo.

Venne l'aprile. E nessuna notizia d'Emilia dopo quella lettera della signora Ellis. Il cuore di Gertrude si struggeva nell'angoscioso desiderio di poter versare come una volta le sue pene nel seno dell'amica tanto cara, di dirle quante volte in quel triste inverno ella avesse sospirato il dolce tocco della mano leggera che soleva posarsi amorosamente sul suo capo, il suono della voce soave che la confortava al solo udirla, e qual bisogno provasse del buon consiglio, dell'incoraggiamento, della consolazione che sempre trovava in lei. Per qualche tempo la fanciulla aveva scritto regolarmente; ma poi, non sapendo ella più dove dirigere le lettere, l'ultima delle quali spedita innanzi la morte della signora Sullivan, ogni sua comunicazione coi viaggiatori era troncata.

Una sera Gertrude sedeva alla sua finestra, pensando agli amici ch'ella aveva amati con amore di figliuola e di sorella e da cui la morte o le vicende della vita l'avevano divisa, quando fu pregata di scendere al pianterreno per ricevere il pastore Arnold e la signorina Anna, sua figlia, venuti a farle visita.

Dopo i complimenti d'uso, Anna le disse:

— Avrete, sicuro, saputo la notizia, Gertrude?

— No, non ho inteso nulla di speciale, — rispose ella.

— Come! — esclamò il signor Arnold. — Ignorate il matrimonio del signor Graham? —

Gertrude sussultò, sbalordita.

— Dite sul serio? Il signor Graham s'è ammogliato! Quando? Con chi?

— Con la vedova Holbrook, una cognata del signor Clinton. Si sono conosciuti all'Avana dove la signora soggiornava anch'essa, in compagnia d'altri Americani settentrionali.

— Ma è strano che voi ne siate rimasta così all'oscuro! — osservò Anna. — Eppure c'era l'annunzio in tutti i giornali: «Maritati alla Nuova Orléans J. H. Graham Esq.[3] di Boston e la signora N. N. Holbrook.»

— Non vedo giornali da due o tre giorni, — disse Gertrude.

— La cecità della signorina Emilia le impedisce di scrivervi, naturalmente, — riprese l'altra. — Il signor Graham, però, avrebbe dovuto mandarvi la partecipazione delle sue nozze. — E poichè Gertrude taceva, soggiunse ridendo: — Forse la sposina ha accaparrato tutta la sua attenzione.

— Sapete qualche cosa, voi, di cotesta signora Holbrook? — domandò quella.

— Non molto, — rispose il signor Arnold. — La vidi poche volte, in casa Clinton. È una bella donna, molto appariscente, che ama il lusso e i ritrovi mondani, a quanto pare.

— Oh, io ebbi occasione di vederla spesso! — fece Anna. — E vi so dire ch'è grossolana, chiassosa, impetuosa.!... Proprio un genere di persona da ridurre la signorina Emilia alla disperazione! —

Una viva angoscia apparve nel viso di Gertrude. Il pastore guardò sua figlia con aria di rimprovero.

— Anna, — egli disse — sei ben sicura di non parlare inconsideratamente?

— La mia autorità è Isabella Clinton, babbo. Il mio giudizio si fonda su ciò che l'udivo dire a scuola circa sua zia Bella, come la chiamava sempre.

— E Isabella dipingeva sua zia in modo così sfavorevole?

— Non mica con cattiva intenzione; al contrario, credeva di lodarla; ma a me quelle lodi non davano una gran buona idea della signora.

— Non dobbiamo condannarla prima d'averla conosciuta meglio, — replicò benignamente il signor Arnold. — Potrebbe darsi che sia invece tutto l'opposto di quello che tu ti figuri.

— E di Emilia non potete dirmi nulla? — chiese Gertrude. — Ritorneranno presto?

— Non so altro che la notizia letta nei giornali, — rispose egli. — Voi, quando aveste lettere? —

Ella disse la data dell'unica missiva della signora Ellis, e riferendo ciò che questa le aveva raccontato di un'allegra compagnia di Americani degli Stati settentrionali incontrata all'Avana, espresse l'opinione che la nuova signora Graham fosse appunto quella tal vedova che le descriveva.

— Senza dubbio, — affermò il signor Arnold.

Sapendo tanto poco dei fatti, non avevano materia da continuare il discorso su questo soggetto, e parlarono d'altro. Ma Gertrude non poteva pensare se non ad Emilia: quel matrimonio aveva conseguenze di così vitale importanza per la sua diletta amica, che la sua mente vi ritornava sempre, ed ella durava fatica a seguire il senso delle parole che fluivano rapidamente dalla bocca della giovane Anna Arnold.

Per fortuna la necessità di rispondere a una domanda che non aveva inteso affatto, venne rimossa dall'improvvisa comparsa dei Jeremy. Il dottore teneva nella destra una lettera suggellata diretta a Gertrude Flint: la scrittura del recapito era quella del signor Graham. Egli la porse subito alla destinataria, poi disse guardando Anna e stropicciandosi le mani:

— Ora, signorina Arnold, saremo informati su queste famose nozze. —

La viva curiosità dei presenti dispensava Gertrude dalle cerimonie. Ella ruppe il suggello e scorse rapidamente il contenuto della busta.

Questo consisteva in una lettera di due o tre pagine fittamente coperte dei caratteri della signora Ellis, e d'un biglietto, non tanto breve, del signor Graham stesso. Per quanto maravigliata di ricevere una missiva da parte d'un signore che aveva dichiarato con tanta collera di non voler sapere più nulla di lei, ella era soprattutto ansiosa d'aver notizie d'Emilia, e però dette la precedenza al documento della governante in cui era più probabile trovarle. Diceva così:

Nuova York, 31 marzo 1852.

«Cara Gertrude,

«Posto che allo sposalizio assistevano molte persone di Boston, credo che oramai vi sarà giunta all'orecchio la gran nuova. Il signor Graham s'è riammogliato. E la sposa è la vedova Holbrook: la medesima vedova di cui vi scrissi. L'ha voluto e l'ha avuto. Non esito a dire che non è lui quello dei due che ha fatto un buon affare. Ama la vita tranquilla e, pover'uomo, può farne il pianto, perchè alla signora invece piacciono i divertimenti e l'allegra compagnia. Bisognava vedere come essa gli dava la caccia, all'Avana; scommetterei però che egli in fondo non intendeva di lasciarsi pigliare. Ma lo raggiunse anche alla Nuova Orléans, e insomma la conclusione è che l'ha spuntata ed oggi è sua moglie.

«Emilia s'è contenuta ammirabilmente; mai non ha detto una parola contro questo matrimonio, nè avrebbe potuto trattare la vedova in modo più benevolo e grazioso: ma, ohimè, come si troverà, poverina, in mezzo alla gioventù spensierata che invade ora la casa e la riempie di chiasso e di confusione? Io non ci sono avvezza, e mi garba poco; figuratevi poi la nostra Emilia! La nuova signora del resto è abbastanza gentile con me, adesso ch'è maritata. Considera che lo richiedono le convenienze, essendo io da tanto tempo nella famiglia di cui è venuta a far parte.

«M'immagino, cara Gertrude, che sarete stata desiderosa di sapere che ne fosse di noi, e apprenderete con maraviglia che siamo già a Nuova York, sulla via del ritorno: ossia, per essere esatta, sulla via del ritorno sono io sola. Avrei voluto scrivervi dalla Nuova Orléans, ma c'era un da fare, un andirivieni tali, che non riuscivo mai a cogliere il momento opportuno; e dopo quell'orrida traversata in piroscafo da Charleston a qui, mi sentivo disfatta; per una settimana non sono stata proprio buona a nulla. Non posso però più differire perchè Emilia è oltremodo ansiosa di darvi sue notizie e avere le vostre. Povera Emilia! Non istà punto bene.... mi spiego, non voglio dire che sia malata; è piuttosto in uno stato d'abbattimento morale, d'irritazione nervosa. Si stanca presto, per ogni minima cagione si scuote, si sconturba, contro l'usato. Io credo che ne siano causa la nuova signora Graham, e lo sciame delle nipoti e compagnia bella, e altre cose sgradevoli. Non si lagna mai, si direbbe anzi che sia lieta delle terze nozze di suo padre; ma a me è sembrata sempre tutt'altro che felice durante questo inverno, e ora ha qualche volta un aspetto così triste che m'impensierisce. Parla molto di voi ed è un grande rammarico per lei non avere più vostre lettere.

«Basta, veniamo ora al punto principale. Sappiate che hanno stabilito d'andare tutti insieme in Europa, Emilia compresa. Secondo me l'idea è della sposa; comunque sia, il viaggio è deciso. Il signor Graham intendeva ch'io li accompagnassi: ma vorrei essere impiccata anzichè avventurarmi un'altra volta per mare, e glielo dissi chiaro e tondo. Perciò egli vi scrive chiedendovi d'accompagnare Emilia. Se il mal di mare non fa paura anche a voi, spero che non ricuserete l'invito, perchè sarebbe una cosa terribile per lei doversi mettere nelle mani d'una estranea; e purtroppo, cieca com'è, non può far senza di qualcuno che l'assista. Io sono certa ch'essa non ha la minima voglia di prender parte a questo viaggio; ma non osa pregare suo padre di lasciarla a casa, per tema ch'egli la creda avversa alla sua nuova moglie.

«Tosto che s'imbarcheranno, cioè alla fine d'aprile, io ritornerò alla villa per badarvi durante la loro assenza.

«Ora Emilia mi detterà un poscritto a questa lettera: di mio non v'aggiungo altro, salvo che siamo impazientissime di sentire la vostra risposta, e che, lo ripeto, mi confido che voi non vi negherete di partire con lei.

«Vostra sinceramente

«Sara H. Ellis.»

Il poscritto era il seguente:

«Non ho bisogno di dire alla mia amata Gertrude quanto ho sentito la privazione della sua compagnia, quanto vivamente ho desiderato d'averla di nuovo accanto a me; nè che ho pensato a lei giorno e notte e pregato il Signore di sostenerla nelle prove dolorose e nelle fatiche in cui doveva cimentare la sua forza e il suo coraggio.

«La lettera scritta dopo la morte del signor Cooper fu l'ultima che mi pervenne, e non so se la signora Sullivan sia ancora viva. Scrivimi subito, figliuola mia, nel caso che tu non possa venire con noi. Il babbo ti dirà i nostri disegni e ti chiederà d'accompagnarci in Europa; sarà per me un gran sollievo e una gran gioia l'aver meco la mia cara Gertrudina, a condizione però ch'ella non abbandoni alcun altro dovere. Io m'affido al tuo cuore perchè tu risolva di fare ciò ch'è giusto.

«Come già sai, il babbo s'è riammogliato. Questo è per noi tutti un grande cambiamento, ma non dubito che i risultati ne saranno felici. La signora Graham ha con sè qui all'albergo due nipoti le quali saranno anch'esse del viaggio in Europa. Due bellissime ragazze, mi dicono; specie Bella Clinton che tu vedesti a Boston qualche anno fa.

«La signora Ellis è stanca di scrivere, e però chiudo assicurando la mia Gertrude del devoto affetto di

«Emilia Graham.»

Non senza curiosità, la giovanetta aperse poi l'epistola del signor Graham. Ella pensava che questi doveva essersi trovato impacciatissimo nello scriverle: avrebbe egli mantenuto il suo tono severo e imperioso, o si sarebbe degnato di spiegarsi e scusarsi? Se Gertrude l'avesse conosciuto meglio non avrebbe fatto la seconda ipotesi: il signor Graham non si scusava mai, posto che mai non credeva d'avere il torto. Ecco la lettera:

«Signorina Gertrude Flint,

«Sono passato a terze nozze, e ho divisato di fare un viaggio in Europa. C'imbarcheremo il 28 aprile. Mia figlia viene con noi, e poichè la signora Ellis teme il mare, mi trovo indotto a proporvi di raggiungerci a Nuova York, ed accompagnarci per assistere Emilia. Certo, non ho dimenticato l'ingratitudine con cui già dispregiaste un'altra simile mia offerta, e nulla avrebbe potuto spingermi a darvi una nuova opportunità di manifestare sentimenti di tal natura, se non il desiderio di rendere felice la mia figliuola, e insieme d'esser utile a una giovane ch'è stata così a lungo nella mia famiglia, provvedendola con sincera benevolenza d'un onorevole collocamento.

«Vi pongo dunque nella possibilità di cancellare dalla mia mente il ricordo della vostra condotta verso di me, col compiacerci questa volta; e se vi risolvete a ritornare da noi, vi darò modo di tenere nel mondo il posto d'una signora.

«Dato che partiamo per l'Europa alla fine del mese venturo, sarà bene che siate qui entro la quindicina. Scrivete e indicatemi il giorno del vostro arrivo: verrò io stesso ad aspettarvi allo sbarco. La signora Ellis ha gran premura di essere a Boston; spero dunque che vorrete sollecitare la vostra venuta.

«Voi dovrete incontrare varie spese, e però v'includo una somma sufficiente a coprirle. Se avete debiti, fatemi sapere a quanto montano e sarà mia cura che tutte le pendenze vengano regolate prima della vostra partenza.

«Confidandomi che abbiate oramai riacquistato il senso del vostro dovere, sono disposto a chiamarmi l'amico vostro

«J. H. Graham.»

Gertrude sedeva presso a un lume rischiarante in pieno la sua faccia, la quale, nello scorrere lo scritto del superbo signore, avvampava tutta di sdegno e d'orgoglio offeso. Il dottor Jeremy che spiava le sue impressioni la vide farsi rossa e lanciò un'occhiata diffidente verso la lettera; poi, non appena il signor Arnold e la sua figliuola, trattenutisi ancora pochi minuti per udire le notizie, se ne furono andati, pregò la fanciulla di comunicargliene il contenuto, assicurandola che se si rifiutava avrebbe creduto le parole del signor Graham assai più insultanti di quanto forse erano in realtà.

— Mi scrive per invitarmi ad accompagnarli in Europa, — rispose ella.

— Davvero! — fece il dottore con un fischio sommesso. — E s'immagina che voi sarete tanto grulla da fare i bagagli e partire immediatamente, al suo comando?

— Ma, Gertrudina, — disse la signora Jeremy — tu ci andrai di certo volentieri!... Figurati, cara, che piacere, un viaggio in Europa!

— Non dite sciocchezze, signora Jerry! — esclamò il dottore. — Bel piacere viaggiare con un vecchio tiranno, e la figlia cieca, e la moglie volgare e prepotente, e le nipoti vanitose e smorfiose.... In una bella condizione si troverebbe Gertrude, schiava dei capricci di tutta la compagnia!...

— Dottor Jerry, — l'interruppe la signora — dimenticate Emilia.

— Emilia.... sicuro, essa è un angelo, e non tratterebbe mai nessuno senza riguardo, men che meno poi la sua favorita; ma ora anche lei rappresenta una parte secondaria, e non credo di sbagliare dicendo che stenterà a difendere i propri diritti, e mantenersi al posto che le si compete, nell'allargata cerchia della famiglia di suo padre.

— È dunque necessario che qualcuno la sostenga, e vegli su lei per salvarla da noie e dispiaceri, — disse Gertrude.

— Sicchè intendete di piantarvi sulla breccia? — domandò egli.

— Intendo d'accettare la proposta del signor Graham, e raggiungere subito Emilia, — ella rispose. — Ma spero che la buona armonia esistente a quanto pare tra lei e le sue nuove parenti, rimarrà indisturbata, e che non avrò quindi da prendere le armi per conto suo; quanto a me stessa non ho ombra di paura.

— Allora, sei risoluta di partire? — disse la signora Jeremy.

— Sì. Nulla fuorchè il mio dovere verso la signora Sullivan e suo padre avrebbe mai potuto indurmi a lasciarla. Questo dovere è compiuto, e poichè io posso esserle utile e ch'ella mi desidera, non esito un momento. Vedo assai chiaramente dalla lettera della signora Ellis che Emilia non è felice; io non devo negligere nessuna cosa che mi sia dato fare per consolarla. Pensate quale amica è stata per me!

— Oh, lo so! Io credo che, in fin dei fini, tu godrai il viaggio a dispetto degli spauracchi che il dottore ti rizza contro; nondimeno è un sacrificio da parte tua lasciare la tua bella camera e tutti i tuoi comodi per l'incerto genere di vita che t'offre il viaggiare in così numerosa compagnia. —

Il dottore interruppe:

— Se fa un sacrificio? La grazia! Non ne ho mai visto fare uno maggiore, perchè si tratta non solo di perdere i trecentocinquanta dollari l'anno che si guadagna, e la sua piacevole e tranquilla abitazione di Boston, ma d'abbandonare quell'indipendenza per cui ha tanto lottato e che le premeva a segno di non voler accettare l'ospitalità in casa d'amici se non per un brevissimo soggiorno.

— No, dottor Jeremy! — esclamò la fanciulla con calore. — Nulla ch'io faccia per amore d'Emilia può essere chiamato sacrificio. È una gran gioia per me.

— Per te è sempre una gioia fare il bene, — osservò la signora.

— Oh, non oserei affermarlo! — disse Gertrude. — Spesso anzi i miei desiderî tenderebbero a sviarmi. Ma in questo caso no. Il pensiero che la nostra cara Emilia abbia a dipendere da un'estranea per quei piccoli servigi che soltanto il suo affetto verso chi glieli presta può renderle accettabili, mi torturerebbe. Durante anni abbiamo vissuto l'una per l'altra, goduto e sofferto insieme: devo andare con lei; non posso neanche sognarmi di fare diversamente.

— Vorrei essere persuaso che il vostro sacrificio sarà, almeno fino a un certo punto, apprezzato, — borbottò il dottore. — Ma scommetto che invece Graham s'immaginerà di obbligarvi enormemente riprendendovi seco. Forse vi parla come a una mendicante, in quella lettera: non sarebbe la prima volta in vita sua che si comporta in cotesto modo. Sicuro, niente al mondo avrebbe indotto il povero Filippo Amory a ritornarci. — Poi a voce più alta soggiunse: — Vi fa qualche scusa per la scortesia con cui vi trattò quando lo lasciaste?

— Pare che stimi di non avere alcun torto.

— Neppure scusarsi, dopo essersi condotto come non dovrebbe un gentiluomo! Già me lo figuravo. Io protesto ch'è una pazzia esporvi di nuovo a simili trattamenti. Ma ho sempre udito dire che le donne sono piene d'abnegazione nelle loro amicizie: ora ne veggo la prova. Gertrude è un'eccellente amica. Signora Jerry, dobbiamo coltivare le sue buone disposizioni; chi sa che una volta o l'altra non si dia il caso anche per noi d'avere a chiederle qualche gran servigio.

— E io sarò lieta se potrò rendervelo. Nessuno più di me è in debito verso il consorzio umano. Sento che il mondo è tacciato d'egoismo, di durezza, d'insensibilità: ma verso di me fu pietoso. Sarei ingrata se non alimentassi nel mio cuore uno spirito d'amore universale: più ingrata ancora se non fossi pronta a fare quanto sta nelle mie forze per i cari amici che mi hanno prodigato tesori d'affetto quali mai toccarono in sorte a un orfano!

— Gertrude, — disse la signora Jeremy — io credo veramente che tu facesti bene lasciando Emilia quando te ne partisti da casa Graham, e che fai bene adesso ritornando a lei. E se l'essere tu la buona figliuola che sei è in qualche modo merito suo, certo ella ha sopra di te un sacro diritto.

— Oh, sì, lo ha! Fu lei quella che per la prima m'insegnò a distinguere il bene dal male.

— Ed ora coglie il frutto di questa conoscenza, in voi, — aggiunse il dottore. — Sì, è una cosa molto bella! Ma se siete determinata di farlo, cotesto giro in Europa, dovete occuparvi senz'indugio dei vostri preparativi. E, prima di tutto, il signor W. acconsentirà egli a sciogliervi dai vostri impegni?

— Lo spero. Mi dispiace assai d'essere costretta a chiederglielo, perchè già l'inverno scorso dovetti mancare da scuola due settimane, e fu tanto indulgente con me; ma posto che di qui a pochi mesi siamo alle vacanze estive, forse non gli sarà difficile farmi supplire. Gliene parlerò domani.... —

La signora Jeremy offerse a Gertrude una soffitta per riporvi i suoi mobili, le cedette la sarta che aveva fissato appunto per sè, infine stabilì con lei ogni cosa perchè ella in una settimana fosse pronta alla partenza.

Il signor W., sebbene a malincuore, la lasciò libera, manifestandole il suo vivo rammarico di perdere, com'egli disse, una così preziosa assistente; e dopo alcuni giorni di grandi faccende per gli affrettati preparativi, ella s'accomiatò da Fanny tutta in lacrime, dal premuroso dottore e dall'ottima sua moglie, i quali l'avevano accompagnata alla stazione. Gertrude promise di scrivere ai Jeremy, e questi s'incaricarono di spedirle le lettere di Guglielmo.

Di lì a meno d'una quindicina la signora Ellis ritornò a Boston e portò notizie della giovanetta, che era arrivata a Nuova York felicemente. Una settimana appresso la signora Jeremy ricevette una lettera, in cui Gertrude le diceva che si sarebbero imbarcati il 28. Grande quindi fu la sua maraviglia quando gliene pervenne una seconda recante la data del 29, giorno in cui ella credeva la famiglia del signor Graham in viaggio per l'Europa. E lesse quanto segue:

Nuova York, 29 aprile.

«Mia cara signora Jeremy,

«Certo, sapendo che ieri era il giorno fissato per la nostra partenza, sarete stupita di vedere che siamo sempre qui, e più ancora d'apprendere che il nostro viaggio all'estero è differito a tempo indeterminato.

«Ier l'altro il signor Graham venne còlto dall'antico suo male, la gotta, e l'accesso fu tanto grave, da minacciare seriamente la sua vita. Benchè oggi sia alquanto sollevato e il medico lo dichiari fuori di pericolo, soffre tuttavia molto, e non è, nè sarà per mesi, in grado d'avventurarsi ad attraversare l'oceano. Egli ha un ansioso desiderio d'essere a casa sua, e non appena si troverà abbastanza ristabilito da poter viaggiare, ritorneremo alla villa di D. Includo un biglietto per la signora Ellis, contenente varie indicazioni che Emilia la prega di seguire. Lo mando a voi perchè non sappiamo dove dirigerlo, fidando nella vostra bontà per farglielo pervenire.

«La signora Graham e le sue nipoti che si ripromettevano un grande piacere dal giro in Europa, sono dolenti d'aver dovuto così mutare tutti i loro disegni per l'estate: specie la signorina Clinton, la quale sperava d'incontrarsi a Parigi con suo padre, assente da più d'un anno. Quanto ad Emilia ed a me, non possiamo davvero rimpiangere un viaggio che ci faceva solo paura, e se la causa del differimento non fosse la malattia del signor Graham, confesso che mai sapremmo difenderci da un senso d'egoistica sodisfazione al pensiero di ritornare alla cara vecchia villa, dove noi contiamo d'essere stabiliti entro il corso del mese venturo.

«Dico noi perchè nè Emilia nè suo padre vogliono sentir parlare di separarsi novamente da me.

«Saluti cordiali a voi e all'ottimo mio amico, dottor Jeremy. Abbiatemi sempre per la vostra devota

«Gertrude Flint.»

XXVII.

Indice

La vedo.

Fluente in ricci d'or libera scende

Per gli omeri la chioma, e sulla bella

Bocca suona una voce melodiosa.

Non ella!

Di beltà più soave un'altra splende.

Nè melodia sgorgar sì dolce, io credo,

S'ode qual dalle labbra sue di rosa.

La vedo.

Non forse è quella dalla fronte pura

E bianca al par di netto avorio? Quella

Dai grandi occhi celesti? Ell'è l'amata?

Non ella!

È più leggiadra un'altra creatura

Di mente saggia e volontà temprata.

Carolina Gilman.

La casa di campagna del signor Graham aveva un grande atrio con due porte, l'una in dirittura dell'altra, le quali durante le giornate calde rimanevano aperte dando adito a una fresca corrente d'aria. Perciò le vicinanze dell'ingresso principale donde l'ombreggiato cortile esterno che scendeva fino alla strada, in lieve pendio, offriva una vista piacevole, erano divenute un ridotto favorito della famiglia, specie nelle ore mattutine innanzi che il sole v'arrivasse. E là, in un gaio mattino di giugno, Isabella Clinton e sua cugina Rina Ray s'erano comodamente stabilite, ciascuna secondo le proprie idee della comodità.

Isabella, sprofondata in una gran poltrona che aveva spinta fin presso la soglia, teneva in mano un lavoro di tappezzeria, ma non faceva che guardare oziosamente verso la strada. Ella era una bellissima ragazza, alta, snella, fine, di colorito delicato, con chiari occhi azzurri e folti capelli biondi pioventi in lunghi ricci. La vezzosa bambina che Gertrude aveva contemplato incantata, mentre questa dalla finestra osservava lo zio True nell'atto d'accendere il lampione di fronte alla casa di suo padre, era divenuta una non meno vezzosa giovane. La sua rara bellezza, posta in rilievo da tutta l'eleganza che il buon gusto può suggerire e tutto il lusso che il denaro può permettere, destava intorno a lei l'ammirazione della gente, le attirava le lusinghe e le carezze di quanti l'accostavano.

Rimasta orfana di madre in tenera età, e lasciata per qualche anno in cura a donne di servizio, ella aveva imparato presto ad apprezzare più che non valgano le attrattive esteriori onde natura era stata con lei tanto prodiga; e sua zia, sotto la cui tutela si trovava da quando aveva lasciato la scuola, non era certo la persona più atta a combattere questa vanitosa idolatria di sè stessa.

Non si sarebbe ingannato chi avesse attribuito la sua aria di conscia superiorità e il gesto protervo con cui il piccolo piede batteva lo scalino della soglia, alla persuasione che Isabella Clinton, la bellissima e ricchissima damigella, era quanto mai seducente nel suo abito da mattina, di casimiro celeste, ornato di sontuosi ricami, e aperto davanti su una sottana bianca, di cambrì, per metterne in mostra le non meno sontuose gale. Nè poteva far maraviglia ch'ella si compiacesse della propria apparenza, la quale avrebbe pienamente sodisfatto i critici più severi.

A' suoi piedi, su uno degli scalini bassi, sedeva Rina Ray, che nell'aspetto e nelle maniere, come in molti punti del carattere, presentava un vivo contrasto con la cugina. Ella era una di quelle creature vivaci, giocherellone, carezzevoli, che il mondo chiama care bambine, tanto piccina che i suoi modi fanciulleschi non le si disdicevano; tanto spiritosa da farsi perdonare qualche infrazione delle buone creanze; troppo spensierata perchè potesse essere costantemente savia e gentile: ma di cuore così affettuoso, così fervente di generosi entusiasmi, che i suoi difetti erano scusati dalle persone disposte ad amarla come ella desiderava e cercava d'essere amata da tutti. Avvenente d'altronde, e sempre animata, allegra, contenta. Ammirava Isabella, le voleva bene, e fino a un certo segno si lasciava dominare da lei; però sapeva tenerle testa con fermezza nei casi in cui i loro sentimenti non s'accordavano.

All'opposto dell'elegantissima signorina Clinton, ella di rado era ben messa per la ragione che, quantunque ne avesse ampiamente la possibilità, non se ne curava. Quella mattina aveva infilato sulla sua veste di seta scura una cappa di flanella rossa, e, freddolosamente, se la teneva stretta intorno alla persona, dicendo ch'era mezzo assiderata, e che volentieri sarebbe andata a scaldarsi al fuoco in cucina, se non avesse avuto paura d'incontrarvi quel dragone femmina della signora Ellis.

— O perchè, Bella, se proprio bisogna star qui a sedere sulla soglia, non sediamo piuttosto su quella dell'uscio di dietro, dove c'è il sole? — domandò alla cugina. — Ah, capisco! — soggiunse. — La carnagione!

— La carnagione! — fece Isabella. — Io non temo di sciuparla, più di quanto lo temi tu. Sono sicura di non andar soggetta a lentiggini, nè ad abbronzamenti.

— Sì, lo so; ma diventi rossa ch'è uno sgomento.

— E se anche non fosse non andrei lo stesso dall'altra parte. Mi piace sedere qui, sul davanti, e guardar la gente che passa. Chi saranno quei due laggiù sulla strada? È un pezzo che li vedo venire; però non li distinguo ancora bene. —

Rina guardò nella direzione indicatale, e, dopo aver osservato un minuto la coppia che s'avanzava, esclamò:

— Ma è Gertrude Flint! Sarei curiosa di sapere dov'è stata. Il signore che l'accompagna mi pare e non mi pare.... Non credevo che ci fosse da avere un cavaliere elegante in questi paraggi.

— Elegante! — disse Isabella con sarcasmo.

— E perchè no, cara cugina? T'assicuro che questo è un figurino.

— Oh, io non darei un quattrin bacato di tutti i galanti della signorina Gertrude!

— Davvero? Eppure faresti meglio ad aspettare d'aver veduto bene prima d'affermarlo. Voialtri miopi non dovete pronunziare giudizi così affrettati. Ti dico ch'è un cavaliere col quale tu stessa non disdegneresti di mostrarti: è il signor Bruce.... quello che conoscemmo alla Nuova Orléans.

— Impossibile! — esclamò Isabella rizzandosi di scatto.

— Te ne accerterai coi tuoi propri occhi, — replicò Rina — giacchè viene qui con lei.

— Curioso! Perchè mai l'avrà accompagnata?

— Per dar prova del suo buon gusto. Non avrebbe potuto trovare una compagnia più amabile.

— Io non sono del tuo parere su questo punto. Confesso che non vedo nulla di tanto amabile in quella ragazza.

— Perchè non vuoi. Tutti la dicono attraentissima. Il signor Bruce apre il cancello per farla passare, con altrettanto rispetto che se fosse una regina. Mi piace questo suo contegno.

— Guarda! Ha quel famoso cappellino chiuso, bianco. E quell'abito di ghingano a scacchi! Che ne deve pensare il signor Bruce, critico tanto fine in materia d'abbigliamenti femminili? —

Gertrude e il suo compagno intanto s'avvicinavano alla casa. Ella alzò gli occhi, vide le due signorine sulla soglia, e sorrise piacevolmente a Rina, la quale faceva comici sberleffi e le lanciava occhiate significanti, dietro le spalle d'Isabella. Ma il giovanotto, la cui attenzione era tutta rivolta a lei, non s'accòrse delle altre, e queste lo udirono distintamente dire, nell'atto che le porgeva un involto che egli aveva galantemente portato:

— Penso che non entrerò. Sarebbe una tal seccatura doversi mettere a conversare con estranei! Ditemi, non lavorate più in giardino, la mattina?

— No, — rispose Gertrude — del mio giardino non esiste più se non la memoria!

— Come! — esclamò egli. — Spero che i nuovi venuti non avranno osato.... —

S'interruppe accorgendosi che la fanciulla guardava verso la casa, e guardò anch'egli nella medesima direzione. Vedute Isabella e Rina ritte di fronte a lui, fu costretto a riconoscerle e salutarle. S'avanzò dunque verso di loro, e confidandosi che non avessero inteso le sue parole, porse a entrambe la mano.

Esse, invece, le avevano intese, ma credevano che egli ignorasse di chi parlava; per tanto s'astennero dal farne cenno.

S'ingannavano però. Il signor Bruce sapeva benissimo che le nipoti della nuova signora Graham erano precisamente la signorina Clinton e la signorina Ray da lui conosciute alla Nuova Orléans; tuttavia non aveva nessuna voglia di ritrovarsi con loro. Ma il manifesto piacere delle giovanette nel rivederlo lusingò la sua vanità, e la conversazione divenne tosto così animata, che Gertrude potè entrare in casa e salire senza ch'essi avvertissero la sua scomparsa.

Ella andò nella camera d'Emilia dove aveva sempre libero accesso. Mentre raccontava la sua gita mattutina e l'esito delle varie commissioni di cui s'era incaricata, la governante sporse la testa dall'uscio, e con una faccia e una voce che palesavano una grande inquietudine, domandò:

— Non è ritornata Gertrude? Ah, meno male, siete qui! Presto, ditemi se la signora Wilkins ha le fragole....

— Ne ho accaparrate i tre quarti. Non le ha ancora mandate?

— No, ma sono contenta di sapere che vengono. Mi dà tante noie questo pranzo! —

La signora Ellis finì d'entrare, chiuse l'uscio, e sedette mandando un gemito che somigliava a un grugnito:

— Affemmia, cara Emilia, non potete farvi una idea di quello che le nostre ragazze hanno avuto da stirare oggi! — ella esclamò. — La signora Graham e le sue nipoti mettono nel nostro bucato un visibilio di biancheria fina, trinata, ricamata.... O non è una vergogna? Ricche come sono, dovrebbero dar da lavare e stirare fuori, mi sembra.... Ho aiutato io stessa quanto potevo, ma dice bene la signora Prime: non s'ha che due mani per una. E io avevo da parlare col macellaro, e fare i budini e il blancmanger, e per giunta mi tormentavo a cagione di quelle benedette fragole che m'ero dimenticata d'ordinare.... Dunque la signora Wilkins non aveva ancora spedito le sue frutta al mercato?

— No, ma le stava preparando in fretta; se tardavo un poco, non trovavo più nulla.

— Fortuna che siete arrivata prima! Non so che avrei fatto senza le fragole, perchè mi sarebbe mancato il tempo d'andare a caccia d'altra frutta. Ne avrò appena abbastanza per tutto quello che mi rimane da sbrigare avanti pranzo! La signora Graham non aveva mai tenuto una casa finora, e non sa quanto ce ne vuole per le diverse faccende. Quando ritorna di città pretende di trovar ogni cosa in perfetto ordine, e non domanda nè cura chi abbia spicciato il lavoro. —

In quella s'udì la cuoca chiamare dalla scala di servizio:

— Signora Ellis! Il garzone dell'ortolana ha portato le fragole, ma non sono mondate: dice che non c'era tempo.

— Ohimè! — esclamò la governante, stanca e seccata. — E chi le monderà, vorrei un po' sapere? Caterina non ha un minuto d'avanzo, e io men che meno.

— Le monderò io, — disse Gertrude seguendo la governante che scendeva. — Lasciate fare a me, signora Ellis!

— No, no! — fece la cuoca. — Vi macchiereste le dita, signorina Gertrude; non le toccate.

— E che importa? Le mie mani non hanno mica pelle di guanto: sono lavabili con acqua e sapone. —

La governante accettò con gratitudine l'aiuto della giovanetta, la quale sedette nel salotto da pranzo, e si mise all'opera.

Intanto Bella e Rina facevano tutto il possibile per intrattenere piacevolmente il signor Bruce, che seduto sulla scalinata dell'ingresso, con la testa appoggiata a un pilastro del portico, lanciava ogni tanto un'occhiatina verso l'atrio, e su per la scala, nella dolce speranza di veder riapparire Gertrude. Infine, non contandoci più, stava per accomiatarsi, quando sua sorella Fanny entrò dal cancello, e attraversato di corsa il cortile passò davanti al trio, precipitosamente, con l'intenzione di salire in casa difilato.

Ma Ben stese un braccio, la colse a volo, e le sussurrò qualche parola all'orecchio prima di lasciarla andare.

— Chi è cotesta piccola selvaggia? — domandò Rina Ray, mentre Fanny spariva nell'atrio come un baleno.

— Mia sorella, — rispose il giovane col suo tono di noncurante indolenza.

— Davvero? — disse vivamente la fanciulla. — La vidi qui altre volte, ma non feci attenzione a lei. Non sapevo che fosse vostra sorella. Che bella ragazzina!

— Vi pare? — fece Ben. — M'incresce di non poter dire come voi. Secondo me è uno spauracchio. —

Fanny ricomparve, si fermò un momento a piè di scala, e gridò senza cerimonie:

— Dice che non può venire perchè è occupata.

— Chi? — le chiese Rina afferrandola a sua volta e trattenendola.

— La signorina Flint. —

Il viso di Ben si tinse d'un lieve rossore che non isfuggì a Bella Clinton.

Rina domandò:

— E che sta facendo?

— Monda le fragole.

— Dove vai, Fanny? — disse alla ragazzina il fratello.

— Di sopra.

— Hai dunque il permesso di girare per tutta la casa?

— La signorina Flint m'ha detto che posso andar a prendere gli uccelli.

— Che uccelli?

— I suoi. Metterò la gabbia al sole e canteranno stupendamente. —

Corse su per le scale, e non tardò a ritornare con la gabbia contenente i minuscoli monias che Guglielmo aveva mandati da Calcutta.

— To', Rina, devono essere quelli lì gli uccelli che ci destano tutte le mattine col loro schiamazzo! — esclamò Isabella.

— È probabile, — disse Rina. — Fanny, portateli qui, vi prego. Vorrei vederli. Dio, che piccole creaturine! Guardate, signor Bruce.... Bellini, carini!

— Posa la gabbia là, sulla soglia, perchè possiamo vederli meglio, — disse il giovane.

— Temo che li spaventiate, — rispose Fanny. — La signorina Flint non vuole che si spaventino.

— Sta' tranquilla, — replicò egli — tratteremo gli uccellini della signorina Flint coi più benevoli riguardi. Di dove li ha avuti? Lo sai?

— Vengono dalle Indie orientali. Glieli mandò il signor Sullivan.

— Chi è cotesto signore?

— Un suo grande amico. Ella riceve spesso lettere da lui.

— Quale signor Sullivan? — domandò Isabella. — Conoscete il suo nome di battesimo?

— Credo sia Guglielmo, — disse Fanny. — La signorina Emilia chiama sempre questi uccelli i Guglielmini.

— Bella! — esclamò Rina. — Gli è il tuo Guglielmo Sullivan!

— Che uomo fortunato! — fece Ben con accento sarcastico. — Proprietà d'una bellissima signorina, e grande amico di un'altra!

— Non so che tu voglia intendere, — disse agramente Isabella alla cuginetta. — Il signor Sullivan è un giovane socio di mio padre, ma sono anni ch'io non lo vedo.

— Fuorchè ne' tuoi sogni, Bella, — insistette l'altra. — Tu dimentichi.... —

La signorina Clinton pareva ora adirata sul serio.

— Sognate il signor Sullivan, voi? — escì a dire Fanny piantandole gli occhi in faccia. — Voglio andar a domandare alla signorina Flint se accade anche a lei.

— Brava, — disse Rina — vengo anch'io. —

Attraversarono l'atrio correndo, apersero l'uscio della sala da pranzo, e fecero l'interrogazione ad una voce.

Còlta così di sorpresa, Gertrude non arrossì nè si confuse; rispose tranquillamente:

— Sì, qualche volta. Ma che ne sapete voi due del signor Sullivan? Perchè mi fate cotesta domanda?

— Oh, per nulla! — rispose Rina. — Anche altre persone lo sognano, e facciamo un'inchiesta per sapere quante sono. —

Richiuse l'uscio e tornò indietro di volo.

— Gertrude Flint è stata più franca e sincera di te! — gridò alla cugina con aria di trionfo. — Era meglio confessare la tua piccola debolezza che arrossire e negar la verità! —

Ma lo scherzo, a Bella, non garbava; n'era vivamente offesa, e non lo nascondeva. Il signor Bruce, impacciato e seccato, s'affrettò a lasciare che le due ragazze accomodassero la questione tra loro. Tosto ch'egli se ne fu andato, la signorina Clinton piegò il suo lavoro di ricamo, e con gran dignità salì nella sua camera, mentre Rina, la quale rideva ancora, si trattenne da basso, desiderando d'approfittare dell'occasione per stringere amicizia con Fanny Bruce. Questo desiderio nasceva dal fatto che le piaceva non poco il fratello, e ch'ella aveva concepito la tanto comune ma spesso erronea speranza d'avvantaggiare la propria causa entrando in dimestichezza con la sorella. Fors'anche l'induceva a questo passo l'aver osservato che Gertrude sembrava godere le simpatie dell'uno e dell'altra.

Invitò dunque Fanny a sedere accanto a lei, le cinse la vita con un braccio, poi cominciò dal discorrere della signorina Flint, e indagare quali fossero le origini dell'intimità di questa con la famiglia Bruce, e se fosse più o meno grande di quanto pareva.

La ragazzina, comunicativa per sua natura, l'informò, senza farsi pregare, delle circostanze che l'avevano condotta a legarsi così strettamente con una amica d'alcuni anni maggiore.

— Anche vostro fratello la conosce da un pezzo, non è vero?

— Sì, credo, — rispose Fanny in tono di noncuranza.

— E a lui, piace?

— Non so, ma penso che debba piacergli; come potrebb'essere diversamente?

— Che v'ha sussurrato in un orecchio quando ci siete passata accanto sulla scalinata? —

Ella non se ne rammentava lì per lì; ma avendole Rina ripetuto ciò ch'era venuta a riferire, non esitò a rispondere:

— M'aveva detto di domandarle se non sarebbe tornata presto a intrattenersi un po' con lui, e di dirle che si tediava mortalmente ad aspettarla. —

Rina sporse le labbra in atto di dispetto.

— Vorrei sapere — ella ripigliò — se la signorina Flint usa ricevere visite qui, ed è trattata da pari a pari.

— Ma sicuro! — la rimbeccò Fanny con prontezza. — E perchè no? È la più compita signorina ch'io abbia mai conosciuta. La mamma dice che le sue maniere sono finissime, e mi raccomanda di prenderle per modello. —

In quella Gertrude, che era andata a mettere le fragole nella ghiacciaia, attraversava la parte posteriore del lungo atrio. La ragazzina la chiamò:

— Signorina Gertrude, siete lesta?

— Or ora vengo, Fanny, — rispose la giovane.

— A far che? — interrogò di nuovo Rina.

— A leggere, — disse la piccola Bruce. — Oggi essa leggerà alla signorina Emilia il rimanente dell'Amleto di cui le lesse ieri i tre primi atti, ed io ho il permesso di star con loro, ad ascoltare. Ci capisco poco o nulla, quando lo leggo da me, ma sentito da lei diventa tutto piano. È una lettrice maravigliosa. Sono venuta apposta per udire la fine della tragedia. —

Restata sola, Rina si stese sul sofà che era nell'atrio, e s'addormentò. Fu destata dalla signora Graham, la quale arrivava da Boston poco innanzi l'ora d'andare a tavola, e trovatala lì a dormire,, ancora in veste da mattina, la scosse per un braccio e le disse con quella sua voce che ad onta delle migliori intenzioni non poteva essere se non grossa e rude:

— Su, su, Rina Ray, svegliati e va' a vestirti per il pranzo! Ho veduto alla finestra Bella già pronta e veramente splendida. Vorrei che ti dessi anche tu un po' di cura d'abbellirti, di comparire! —

Ella sbadigliò, e, col suo comodo, obbedì all'ordine della zia. Era sua politica, quando aveva offeso in qualche modo la cugina, contenersi come se ne fosse inconsapevole; Isabella dal canto proprio faceva bensì il broncio, ma lo smetteva presto, troppo essendole necessaria la sua compagnia. E così non tardavano a ritornare amiche più di prima.

— Bella, — disse Rina, mentre si ravviava i capelli, allo specchio — ti rammenti quella ragazzetta che tutte le mattine nell'andare a scuola incontravamo in compagnia d'un vecchio paralitico?

— Sì.

— Io credo, sai, che fosse Gertrude Flint. Ha fatto un gran cambiamento, sicuro: ma i lineamenti sono sempre gli stessi, e certo non c'è al mondo un altro par d'occhi come quelli.

— Non dubito punto che sia la medesima persona, — rispose Isabella freddamente.

— L'avevi già pensato?

— Sì, quando Fanny ha detto che conosce Guglielmo Sullivan.

— E perchè l'hai taciuto?

— Oh Dio, Rina, io non m'appassiono tanto per lei, come te e qualcun altro!

— Chi altro? —

Isabella a sua volta punzecchiava la cuginetta.

— Il signor Bruce, bambina. O non vedi ch'è mezzo innamorato di lei?

— No, non lo vedo, punto. Si conoscono da molto tempo, così mi ha detto Fanny, ed è naturale che tratti con gentilezza e con rispetto una ragazza tenuta dai Graham in tanto conto. Ma non credo davvero ch'egli voglia prendersi d'amore per una che, oltre l'esser povera, non ha nemmeno una famiglia.

— Forse infatti non vorrebbe.

— E non è. Gertrude Flint non fa per lui. Egli ha frequentato molto il bel mondo non solo a Boston ma a Parigi, e gli si conviene una moglie di spirito gaio, amante della buona compagnia, che sappia spendere e figurare.

— Dici bene.... Una Rina Ray, per esempio.

— Questa è ridicola, Bella!... Parrebbe che non si possa parlare senza pensar a sè stessi! Che me ne importa a me di Ben Bruce?

— Io non so se te ne importi: ma so che non mi strapperei i capelli a proposito di lui, come fai tu in questo momento. Suona la campana per il pranzo, e tu sarai in ritardo, al solito. —

XXVIII.

Indice

Dalla natura sua, savia, sincera,

Schiettamente leale, a lei deriva

La dignità ch'è salda come un centro.

Lowell.

Il crepuscolo di quel medesimo giorno trovò Gertrude ed Emilia sedute a una finestra che s'apriva verso ponente e dominava una magnifica veduta. La giovanetta descriveva alla sua amica cieca il pomposo spettacolo offerto dai cumuli di splendide nuvole tinte di porpora e d'oro; questa, ascoltando la maravigliosa descrizione dell'aspetto assunto dalla natura nell'ora più cara ad entrambe, partecipava al godimento della compagna.

Lentamente la gloria del tramonto svanì. Solo una lunga striscia d'oro pallido listava ancora l'orizzonte, mentre le stelle spuntavano ad una ad una, e sembravano guardare entro quella finestra con un sorriso di saluto.

Nel salotto terreno c'era gente venuta di città: suoni di voci allegre e di risa salivano portati dalla brezza vespertina, ma così addolciti per la lontananza che contrastavano con la quiete della camera senza turbarla.

— Dovresti scendere, Gertrude, — disse Emilia. — Pare che si divertano, e mi farebbe piacere sentire le tue risa fra quelle degli altri.

— No, no, cara, sto più volentieri con voi; — rispose la fanciulla — costoro sono quasi tutti estranei per me.

— Come vuoi, figliuola; ma mi rincresce tenerti appartata dalla gioventù.

— Non potreste mai tenermi in vostra compagnia più a lungo di quanto io desideri starci; sapete che vi preferisco ad ogni altra persona. —

E ripresero la loro conversazione che, sebbene misurata e calma, non mancava d'amenità, e neppure d'arguzia.

Furono interrotte da Caterina mandata dalla signora Graham ad annunziare la visita della signora Bruce, la quale desiderava salutare Emilia.

— Bisogna dunque ch'io scenda, — disse la cieca. — Vieni anche tu, Gertrude?

— No, non vorrei, salvo che non abbia chiesto di me. Caterina, m'ha menzionata, la signora Graham?

— Ha «minzionato» soltanto la signorina Emilia, — rispose la ragazza.

— Allora resto qui. —

Emilia non insistette e andò senza di lei.

Ma poco dopo il campanello della porta di casa squillò di nuovo. Pareva una serata di ricevimento. E questa volta Gertrude fu invitata espressamente a scendere, perchè il dottor Jeremy e la sua signora volevano vederla.

Il salotto era pieno quand'ella entrò; non rimaneva una seggiola libera. Tutti gli occhi si fissarono sulla giovanetta che si presentava inaspettata dai più, e sola. Al contrario di ciò che s'attendevano Isabella e Rina, le quali l'osservavano curiose, ella non mostrò pur ombra d'impaccio nè di goffaggine: ma girato placidamente lo sguardo di gruppo in gruppo finch'ebbe scoperto la signora Jeremy, attraversò la vasta sala con la grazia che la distingueva, e altrettanta franchezza e disinvoltura che se non ci fosse stato nessuno.

Salutò la signora, cordialmente come sempre, poi si volse in cerca del dottore. Questi sedeva nel vano d'una finestra, con Fanny, mezzo nascosto dalla tenda. Prima ch'egli potesse venire a lei, la signora Bruce le diresse un cenno amichevole, da un angolo nella parte opposta della stanza. Ella andò a stringerle la mano. Ben, il quale si trovava lì presso in un circolo di signorine e giovanotti eleganti, ed era così assorto nello spiare ogni sua mossa che lasciava senza risposta una domanda di Rina Ray, s'alzò prontamente e le offerse la seggiola dicendo:

— Sedete qui, signorina Gertrude, ve ne prego.

— Grazie, — ella rispose — ma vedo là il mio buon amico dottor Jeremy, che m'aspetta; non vi disturbate dunque.... —

Il dottore le venne incontro fino a metà della sala, le prese tutt'e due le mani, e la condusse nel vano della finestra dove la fece sedere al posto prima occupato da lui accanto a Fanny. Allora Ben Bruce, con grande stupore di quanti lo conoscevano, gli portò la propria seggiola, collocandola di faccia a Gertrude. Nessuno avrebbe creduto capace di tanto rispetto per l'età canuta quello zerbinotto che vantava la sua educazione moderna.

— È forse una figlia del signor Graham? — domandò a Isabella Clinton una giovanetta seduta vicino a lei.

— Oh, no! — rispose questa. — È una ragazza che la signorina Graham ha fatto educare, e ora tiene seco: una specie di lettrice e damigella di compagnia. Il suo nome è Flint.

— Come dite che si chiama quella signorina? — domandò un galante ufficialetto sporgendosi verso Isabella.

— Signorina Flint.

— Flint.... Ah, una graziosa persona, assai fine! Con che gusto originale s'acconcia i capelli!

— Sì, quella pettinatura dona molto al suo tipo, — osservò la giovanetta che aveva interrogato per la prima la nipote della signora Graham. — Non vi sembra?

— Non saprei, — rispose il tenente. — Ma qualche cosa le dona certo, perchè ha un aspetto piacentissimo. Bruce, — egli soggiunse rivolgendosi a Ben che ritornava dopo aver compiuto il suo straordinario sforzo di gentilezza — chi è cotesta signorina Flint? Sono stato qui altre volte, ma non l'avevo mai veduta.

— Non ve ne maravigliate. Si mostra di rado, — disse quegli. — Carina, eh?

— Ha una bella figura, ma non mi sono ancora fatto una chiara idea di lei. Prima di tutto, chi è?

— Una specie di figlia adottiva del signor Graham, credo.... una protetta della signorina Emilia.

— Ah, poverina! Un'orfana?

— Sì, m'immagino, — mormorò Ben mordendosi le labbra.

— Peccato! Poverina! — riprese l'altro. — Ma avete ragione, Ben, è carina assai, segnatamente quando sorride; v'è un non so che d'attrattivo nel suo viso. —

V'era senza dubbio per Ben Bruce, perchè pochi minuti dopo Rina s'avvide ch'egli non era più nel salotto, e lo scoperse affacciato dal portico alla finestra nel cui vano sedevano il dottore, Gertrude e Fanny, discorrendo con loro. La conversazione era animatissima: pareva ci fosse una battaglia di frizzi fra gl'interlocutori; il vecchio medico rideva forte, e le due ragazze spesso gli facevano eco. Rina sopportò finchè potè, poi con atto risoluto attraversò a rapidi passi la sala, e s'unì al loro gruppo, curiosa di conoscere la causa di tanta ilarità.

Ma per lei era un enigma: si parlava d'un buffonesco berretto con una lunga nappina, e di pisoli sull'erba nelle ore pomeridiane; il dottor Jeremy faceva bizzarre allusioni a un vecchio pero, a trappole tese ai ladri, e altre ancora che ricordavano a Gertrude le circostanze del suo primo incontro con lui e col giovane Bruce.

La signorina Ray cominciava a comprendere che essendole il soggetto del discorso affatto estraneo, ella aveva un po' l'aria di un'intrusa; ma Gertrude accortasi del suo impaccio l'invitò gentilmente a sedersi, facendole posto accanto a sè, e disse:

— Il dottore parla del tempo ch'egli, o se vuole, che noi, lui ed io, s'andava a rubare frutta nell'orto della signora Bruce, dove il signor Bruce ci colse in flagrante.

— Volete dire, mia cara, — l'interruppe Jeremy — che noi cogliemmo il signor Bruce. Credo che s'io non l'avessi risvegliato così energicamente, questo giovanotto dormirebbe ancora!

— Certo, quel primo nostro incontro fu il più gran risveglio della mia vita! — disse Ben parlando in apparenza al dottore, ma rivolgendo a Gertrude uno sguardo significativo. — E non mi costò un pisolo solo.... Quanto mi dispiace, signorina, che abbiate cessato di coltivare le vostre aiuole, come allora! Di grazia, perchè mai?

— La signora Graham ha fatto rimodernare tutto il giardino, e il nuovo giardiniere non ha bisogno de' miei servigi nè li desidera. Egli ha i suoi metodi e i suoi disegni: non m'è lecito di competere con un professore dell'arte. Io non farei che guastare.

— Ma io invece dubito che i risultati ottenuti da lui siano altrettanto felici. Non vedo più la quantità di bei fiori che c'era nelle stanze a tempo vostro.

— A lui non piace coglierli come piaceva a me. Io desideravo ornare di fiori l'appartamento anzichè curarmi dell'apparenza del giardino; il giardiniere ha idee affatto opposte alle mie. —

Rina diresse al signor Bruce alcune domande sul soggetto del giardinaggio, e il dottore continuò a discorrere animatamente con Gertrude, finchè la signora Jeremy si levò per accomiatarsi ed avvicinatasi alla finestra disse:

— Dottor Jerry, avete dato a Gertrude la sua lettera?

— Oh, povero me! — esclamò il dottore. — Per poco non l'ho dimenticata.... — Frugò nelle sue tasche e tirò fuori una busta coperta di francobolli d'ogni colore che ne denotavano la provenienza esotica. — Guardate, Gertrude, roba di Calcutta, genuina. —

Ella prese la lettera, e ringraziò il dottore, palesando con l'espressione del suo viso ch'era lieta di riceverla; quel piacere però si velava di mestizia, perchè non le erano pervenute ancora se non una volta sola notizie di Guglielmo dopo ch'egli aveva saputo la morte della madre, e il suo scritto era stato uno sfogo di dolore così veemente, che la vista de' suoi caratteri quasi le faceva male, prevedendone ella un altro non meno disperato.

Il signor Bruce, che la fissava aspettandosi di vederla mutar colore e conturbarsi nel ricevere quella lettera in presenza di tanti testimoni, fu tranquillato dalla compostezza con cui essa la tolse dalla mano del dottore e la tenne, senza dissimularla, nella propria, mentre salutava lui e la signora. Ella li accompagnò fino alla porta di casa, poi s'avviò per salire alla sua camera; ma a piè della scala incontrò il giovane, il quale, indovinata la sua intenzione, era venuto in fretta dal portico raggiungendola nell'atrio, a tempo per impedirle il passo.

— È dunque una lettera molto importante, — diss'egli — giacchè private la compagnia della vostra gradita presenza per l'ansietà di conoscerne il contenuto.

— È d'un amico delle cui notizie sono infatti ansiosa, — ella rispose gravemente. — Vogliate, prego, scusarmi con vostra madre, se chiede di me; quanto agli altri ospiti, io sono per loro un'estranea, e nessuno s'accorgerà della mia assenza.

— Oh, signorina Gertrude, è inutile venir qui per vedervi; siete per lo più invisibile.... In qual parte del giorno c'è maggior probabilità di trovarvi libera da impegni?

— Quasi in nessuna. Sono oltremodo occupata, io. Ma signor Bruce, non voglio più tenervi lontano dalle altre signorine.... Buona notte! —

E Gertrude così dicendo corse su per le scale, lasciando Ben incerto se stizzirsi contro di lei o contro sè medesimo.

All'opposto di quanto la fanciulla s'immaginava, la lettera di Guglielmo lenì il dolore ch'ella aveva anticipatamente provato pensando a lui. La morte del nonno, e specie quella della madre, perdita ben più grave, avevano così profondamente abbattuto l'animo del giovane, che la prima sua risposta alle comunicazioni di Gertrude era stata scritta in un tono di scoramento e d'angoscia tale, da spaventarla, da farle temere perfino che la cristiana virtù della fortezza gli fosse venuta meno sotto il peso della doppia sventura.

Fu dunque un grande sollievo per lei il vedere che egli adesso scriveva con maggior calma. S'era preso a cuore l'ultima preghiera della madre in cui ella lo esortava a sottomettersi ai voleri di Dio, e quantunque sempre intensamente afflitto, andava acquistando pazienza e rassegnazione. Ma in questa lettera non parlava a lungo di sè e del proprio cordoglio.

Le tre pagine coperte di fitti caratteri erano quasi tutte dedicate a Gertrude. Con fervide parole egli le manifestava la sua gratitudine per l'attiva bontà e l'amore con cui ella aveva rallegrato e confortato gli ultimi giorni de' suoi cari, e pregava il Signore di benedirla, e ricompensarla della abnegazione e della sua costanza. Chiudeva dicendo:

«Tu sei tutto quanto mi resta al mondo; le mie speranze, le mie fatiche, le mie orazioni, sono per te sola. Se prima t'amavo, Gertrude, ora mi sento avvinto a te da un vincolo più forte d'ogni legame terreno. Mi conceda il Cielo di potere un giorno rivederti!»

Per più di un'ora, dopo finito di leggere, ella rimase assorta nelle sue meditazioni. Ritornava col pensiero alla casa dello zio True divenuta la sua, ai giorni in cui Guglielmo e lei passavano insieme, da buoni compagni, tante ore felici e non si sognavano nemmeno la lunga separazione che doveva seguire così presto; riandava nella memoria gli eventi successivi che l'avevano recata alle sue condizioni odierne. Le voci dei visitatori che s'accomiatavano la scossero dalla sua fantasticheria.

La signora Bruce ed i suoi figliuoli si trattennero ancora finchè furono partite le carrozze con gli ospiti venuti dalla città, e nell'atto che, fermi sotto la finestra di Gertrude, salutavano la signora Graham, questa disse:

— Rammentatevi, signor Bruce, noi pranziamo alle due. Verrete anche voi, spero, signorina Fanny. Conto poi su tutt'e due per la nostra gita. —

Dunque, Ben Bruce, uno dei prossimi giorni pranzerebbe in casa Graham; Gertrude udì, e i suoi pensieri, abbandonando il passato, si concentrarono nel presente.

Le attenzioni del giovane per lei erano state osservate quella sera; ed ancor più l'ammirazione che egli aveva trovato modo di manifestarle coi complimenti sussurrati al suo orecchio. Nè questa nè quelle erano cercate o desiderate dalla fanciulla, che, d'alta mente e aliena d'ogni civetteria quale era, non se ne sentiva affatto lusingata; anzi l'offendeva nel suo rispetto di sè stessa l'aria presuntuosa e sicura con cui le faceva la corte. Giovanetto diciassettenne, lo aveva giudicato indolente e ineducato. Il suo senso di giustizia tuttavia l'avrebbe fatta recedere da questo giudizio se quando la loro conoscenza s'era rinnovata, dopo alcuni anni, egli avesse mostrato un mutamento vantaggioso nel carattere e nelle maniere. Ma così non era, nè l'esteriore politezza data dall'uso del mondo e dalla studiata eleganza poteva abbagliare il discernimento di Gertrude: ella aveva quindi presto avvertito che gli antichi difetti permanevano, rafforzati, anzi, e posti in rilievo da una mal celata vanità. Adolescente, egli aveva fissato la fanciulla con insistenza, per sfrontatezza, e chiesto il suo nome per curiosità oziosa: giovane bellimbusto, voleva amoreggiare con lei perchè il tempo gli pesava e non sapeva che fare di meglio.

Ma con somma sua maraviglia Ben Bruce aveva trovato che la «campagnuola», com'egli soleva chiamarla avendola sempre veduta in campagna, era totalmente insensibile alle sue lusinghe, alla sua preferenza ambita da più d'una bellezza cittadina. Ella pareva non curarsi dell'ammirazione che le tributava, e s'egli ricorreva ai motti pungenti aveva la peggio. Se la cercava, come soleva quando ella coltivava il suo giardino, non giungeva a distrarla dal suo lavoro nè a trattenerla dopo finito; se l'incontrava per via e s'accompagnava a lei lasciandole scorgere nella sua fatuità che presumeva di farle un grande onore, ella opponeva alle stucchevoli adulazioni un contegno fermamente dignitoso; quando poi egli arrischiava qualche complimento più diretto, lo pigliava nel senso d'uno scherzo e ribatteva con tanta giocosità e tanta arguzia, da suscitare nell'opaco spirito del povero Ben il dubbio d'essersi reso ridicolo. E ciò non perchè Gertrude si compiacesse nel ferire i sentimenti d'un uomo disposto ad amarla, ma perchè comprendeva ch'egli non era sincero, e il suo nobile orgoglio non tollerava di venir preso a giuoco.

Era una cosa nuova per Ben Bruce il vedere una signorina indifferente a' suoi meriti; e la sua ambizione ne fu stimolata al punto, ch'egli si propose di guadagnarsi ad ogni costo le grazie della fanciulla. Non trascurava dunque nessuna occasione di trovarsi con lei.

Ma mentre si sforzava di conquistarla, rimase còlto egli stesso nel proprio laccio; poichè pur non riuscendo a destare simpatia in Gertrude, non poteva essere insensibile anche lui a' suoi pregi. Perfino la comparativamente ottusa intelligenza di Ben arrivava a riconoscere la grande superiorità di quella giovanetta sulla maggior parte delle sue coetanee, a sentire nella sua vivace originalità, in contrasto con l'insipida vita mondana, un incanto che finì col vincerlo.

L'ardore e la perseveranza del giovane nel manifestarle la sua ammirazione avevano già cominciato ad importunarla quando, sul principio dell'autunno, ella aveva lasciato la casa del signor Graham; s'era perciò rallegrata udendo, poco appresso, che egli accompagnava sua madre a Washington, e sarebbe stato assente parecchi mesi.

Ben, invece, si staccò a malincuore da Gertrude; tuttavia, in mezzo alla spensierata gaiezza delle città meridionali, trovò modo d'ingannare il tempo abbastanza piacevolmente. Si ricordò di lei incontrandosi alla Nuova Orléans coi Graham e la loro compagnia: anzi, bisogna dire ad onore del suo criterio, che più la comparava con le vane figlie della moda, e più alto ella saliva nella sua stima.

Glielo aveva detto senza esitare, rivedendola per la prima volta, la mattina che con grande maraviglia delle due cugine era venuto ad accompagnarla fino a casa: e da allora la crescente passione delle sue parole e delle sue maniere, in cui appariva una sincerità che vi mancava per l'innanzi, impensieriva la fanciulla. Ella risolse pertanto quella sera d'evitare il signor Bruce in ogni possibile occasione; ma dovette bentosto persuadersi che non era facile.

Il giorno seguente il signor Graham ritornò di città verso mezzogiorno e andò a sedere nell'atrio dove stavano, al solito, le due signorine; poi, spiegato il suo giornale, lo porse a Rina chiedendole di leggergli le notizie.

— Che debbo leggere? — domandò ella prendendo il foglio, piuttosto di mala voglia.

— L'articolo di fondo, prego. —

Rina voltò e rivoltò le pagine del giornale, le scorse in fretta con l'occhio, e dichiarò che non sapeva quale articolo fosse quello. Il signor Graham la guardò attonito, e le additò in silenzio la colonna desiderata. La ragazza incominciò, ma aveva appena letto alcune righe ch'egli l'interruppe dicendo con impazienza:

— Meno furia! Non arrivo ad afferrare una parola! —

Ella cadde nell'eccesso opposto, strascicando le sillabe, così intollerabilmente da farsi interrompere di nuovo dal suo uditore, il quale le ordinò di dare il foglio a Isabella.

Questa lo prese dalle mani dell'imbronciata Rina, e finì di leggere l'articolo, non però senza essere due o tre volte ammonita a pronunziare in modo più intelligibile.

— Desiderate qualche altra cosa, signore? — ella domandò.

— Sì, ti prego, cerca le notizie marittime, e leggimi la lista dopo i piroscafi. —

Più fortunata di sua cugina, Bella trovò subito il posto, e lesse:

«A Canton, aprile 30, nave mercantile Anna Maria, Ray, s. c. r. n. t....» O che significa?

— Scaricante, s'intende. Avanti. —

Bella seguitò a compitare con aria perplessa due o tre altre enigmatiche abbreviazioni, finchè il signor Graham quasi le strappò di mano il giornale mormorando:

— Stupida! Non saper leggere le notizie marittime! Dov'è Gertrude? Dov'è Gertrude Flint? Quella è la sola ragazza capace a qualche cosa ch'io abbia mai veduta.... Rina, fa' il piacere d'andare a chiamarla. —

Sebbene alquanto riluttante, Rina andò, e disse a Gertrude ciò di cui era richiesta. Ella ne fu stupita; da quando aveva resistito alla volontà del vecchio signore mantenendo con fermezza il suo proposito di lasciare la casa, egli non le aveva più chiesto di fargli la consueta lettura. Nondimeno obbedì sollecitamente alla sua chiamata, e sedutasi nella poltrona accanto alla porta, abbandonata da Isabella, cominciò dalle notizie marittime, e senz'altre domande passò d'articolo in articolo nell'ordine che sapeva preferito dal signor Graham.

Sdraiato nel suo ampio seggiolone, di faccia a un'ottomana su cui poggiava il piede gottoso, egli pareva quanto mai sodisfatto, e quando Bella e Rina furono salite nella loro camera, osservò:,

— Non sembra d'essere tornati ai giorni antichi, eh, Gertrude? —

Poi chiuse gli occhi, e di lì a pochi minuti il suo respiro profondo e regolare avvertì la giovanetta ch'egli s'era addormentato.

Visto che non le sarebbe stato possibile passare senza rischio di destarlo, ella posò il giornale, e si chinò per prendere dalla sua tasca un lavoretto, giacchè ben di rado rimaneva un momento oziosa. In quell'atto notò sulla soglia un'ombra, e alzando il viso si vide davanti proprio la persona che s'era proposta d'evitare.

Il signor Bruce la fissava con la sua aria indolente d'uomo sicuro di sè, da cui sempre tanto si sentiva offesa. Egli teneva in una mano un mazzo di rose reggendolo in modo da presentarlo alla sua ammirazione.

— Bellissime! — ella disse gettando uno sguardo ai ramicelli carichi d'una lussureggiante fioritura di rose muscose ancora in bocciuolo: ve n'erano di porporine e di bianche.

Parlava a voce sommessa temendo di rompere il sonno del signor Graham. Egli abbassò la sua fino a un mormorio appena percettibile per dirle, mentre faceva oscillare le rose sul capo di lei:

— Le credevo belle quando le ho còlte, ma adesso il paragone le fa scomparire. —

E guardava espressivamente le gote della fanciulla.

Questo vieto complimento, parve a Gertrude oltremodo insulso, venuto dalla bocca del signor Bruce. Ella si rizzò, per uscire dalla porta della facciata, dicendo:

— Attraverso il portico e mando a dire alle signore che siete qui.

— Oh, no, ve ne prego! — fece egli sbarrandole il passo. — Sarebbe una crudeltà. Io non ho il minimo desiderio di vederle. —

Il suo gesto era così risoluto, che Gertrude si trovò costretta a ritrarsi dalla soglia e sedere di nuovo. Ma nel farlo una viva contrarietà si mostrava nel suo viso. Tolse di tasca un lavoro di cucito e vi si applicò.

Ben Bruce trionfava. E tentò d'approfittare della vittoria:

— Signorina Gertrude, volete farmi l'onore di portare oggi questi fiori nei capelli?

— Io non porto fiori vistosi, — ella rispose senza levar gli occhi dalla mussolina che cuciva.

Egli s'immaginò che fosse a cagione d'un lutto, perchè ella indossava un semplicissimo abito nero, e scelti tutti i bocciuoli di rose bianche glieli offerse pregandola di ornarne per amor suo quei serici capelli bruni con cui il loro candore avrebbe fatto un mirabile contrasto.

— Vi sono obbligatissima, — disse Gertrude — non ho mai veduto rose più belle, ma io non sto punto sulle gale, lo sapete, e credetemi, dovete scusarmi.

— Sicchè voi rifiutate i miei fiori?

— Ma no, li accetto con piacere, — ella replicò, rizzandosi — se mi permettete d'andar a prendere un vaso d'acqua e metterli nel salotto dove tutti potremo goderli.

— Io non li ho recisi e portati qui a benefizio dell'intera famiglia, — replicò Ben, con tono quasi di risentimento. — Se voi non volete ornarvene, li offrirò a qualcuno che lo farà volentieri. —

Egli pensava che questa minaccia la spaventerebbe, perchè la sua vanità era tale, che ascriveva il contegno della fanciulla a mèra civetteria, e posto che in altri casi simili esso non aveva potuto se non aumentare la sua ammirazione per lei, lo credeva dettato dal desiderio di produrre quest'effetto.

— La punirò, — disse in cuor suo, rifacendo accuratamente il suo mazzo di rose, col proposito di presentarlo a Rina la quale senza dubbio sarebbe stata lieta di riceverlo.

— Dov'è Fanny, oggi? — domandò Gertrude, premendole di mutare discorso.

— Non so, — rispose Ben secco secco, per significare che non aveva nessuna voglia d'intrattenersi su Fanny.

Seguì un breve silenzio, durante il quale egli stette a fissare le dita della fanciulla intenta a cucire.

— Come siete assorta nel vostro lavoro! — disse infine. — Non alzate gli occhi un momento.... Vorrei essere attraente come quel pezzo di mussolina!

— E io vorrei che foste altrettanto innocuo! — pensò ella.

— Non vi date gran pena per far passare piacevolmente il tempo a un ospite venuto col solo fine di vedervi. —

— Credevo che veniste perchè invitato dalla signora Graham.

— E non dovetti corteggiare Rina un'ora buona, per ottenerlo, l'invito?

— Se l'avete carpito con inganno non meritate che vi si faccia festa, — ella ribattè, sorridendo.

— È molto più facile piacere a Rina che a voi, — osservò egli.

— Rina è molto affabile e graziosa.

— Sì, ma io non darei un vostro sorriso per.... —

Gertrude l'interruppe:

— Ah, una visita! È una nostra vecchia amica.... Lasciatemi passare, vi prego, signor Bruce. —

Mentre parlava, il cancello del cortile era stato aperto e richiuso, e il giovanotto, voltatosi a guardare in quella direzione, vide venire innanzi la signora a cui Gertrude era così ansiosa d'andare incontro.

— Non abbiate tanta fretta d'abbandonarmi, — egli disse. — Quella piccola centenaria, che a quanto sembra vi procura una grande sodisfazione con la sua comparsa, ci metterà mezz'oretta ad arrivare fin qui camminando del suo passo!

— È una vecchia amica, vi ripeto, bisogna ch'io vada a riceverla. —

L'aspetto di Gertrude s'era fatto serio. Il giovane si vergognò d'insistere più oltre nella sua incivile opposizione, e, rizzandosi, lasciò libera la soglia che ingombrava.

La signorina Marta Pace, giacchè era lei la vecchietta che faticosamente attraversava il cortile, vedendo la fanciulla diede segni di viva gioia, e si mise ad agitare con gesto teatrale un enorme ventaglio di penne, suo favorito modo di saluto. Quando questa le fu presso, ella le prese tutt'e due le mani e si trattenne un poco a discorrere; poi proseguirono insieme verso la casa dove entrarono dalla porta di dietro.

Ben, deluso, capì ch'era inutile aspettare il ritorno di Gertrude, e si diresse verso il giardino nella speranza d'attirare l'attenzione di Rina.

Il signor Bruce era troppo fidente nel potere della ricchezza e d'un grado elevato nel bel mondo, perchè non si tenesse sicuro che l'orfana sarebbe pronta ad accettare come un'insperata fortuna il suo nome e il godimento del suo patrimonio, se glieli avesse offerti. Per quanto fredda, per quanto disdegnosa ella gli si mostrasse, nulla gli avrebbe fatto ammettere che una ragazza senza famiglia e senza un centesimo, volesse lasciar perdere una tale occasione di collocarsi.

Più d'una madre fornita di prudenza e mondana saviezza aveva cercato la sua amicizia; più d'una signorina, anche tra quelle di cospicuo parentado, e ricche, aveva gradito le sue attenzioni; e persuaso com'egli era che col molto denaro da lui posseduto poteva comperarsi per isposa la fanciulla preferita, chiunque ella fosse, gli sarebbe parsa risibile l'idea che Gertrude si stimasse al di sopra delle altre.

Egli non era tuttavia risoluto al grave passo di una deliberata rinunzia ai numerosi vantaggi di cui godeva. S'era proposto di conquistare la considerazione e l'amore della ritrosa giovanetta, e benchè ne fosse preso più che non credesse, per ora non mirava ad altro. Costretto a riconoscere di non aver fatto breccia fino a quel momento, meditava di ricorrere a una tattica diversa, e, con un egoismo e una bassezza troppo comuni, s'appigliò a un artifizio che, se conseguiva il suo fine, doveva cagionare la mortificazione, e forse l'infelicità d'una terza persona. Appunto col disegno di fare la corte a Rina per ingelosire Gertrude, egli si dirigeva verso il giardino dove si confidava che la sua presenza l'avrebbe attirata.

Oh, quale vergognoso e colpevole inganno! Rina già era inclinata ad amare Ben Bruce, e il suo cuore tanto tenero e anche tanto credulo, la disponeva a cader vittima della duplicità di costui.

XXIX.

Indice

È questo il mondo che ammiriamo? Questa

L'umanità che chiamasi civile?

Anna More.

Mentre, mezz'ora innanzi il pranzo, la signora Graham, le sue nipoti, Ben e Fanny Bruce, e il tenente Osborne, sedevano nel salotto, la sovrastante camera d'Emilia risonava di un'allegria che pungeva la loro curiosità. Non un'allegria clamorosa o sguaiata, ma schietta. Si distinguevano le risate argentine di Gertrude, a cui Emilia stessa univa in qualche scoppio le sue. Ed alle loro voci si mescolava una terza, oltremodo strana.

Rina Ray corse due o tre volte alla porta anteriore dell'atrio per udir meglio, e indovinare il soggetto di quell'ilarità cordiale; l'ultima, rientrò annunziando che Gertrude scendeva con la regina delle streghe.

Gertrude aperse l'uscio chiuso di colpo da Rina dietro a sè, e fece entrare la signorina Marta Pace, la quale s'avanzò a passettini misurati e minuti verso la signora Graham, e si fermò davanti a lei con una profonda riverenza.

— Come state, signora? — disse questa, che quasi sospettava Gertrude d'averle fatto una burla.

— La padrona di casa, m'immagino, — disse la signorina Marta.

L'altra confermò il proprio diritto a quel titolo.

— Una signora maestosa! — mormorò la bizzarra vecchietta a Gertrude, ma in modo d'essere udita, e spiccicando le sillabe con l'enfasi che le era particolare.

Poi si rivolse a Bella Clinton, che cercava di nascondersi nell'ombra d'una tenda, e avvicinandosi a lei con le mani alzate in atto di stupore, esclamò:

— La signorina Isabella, com'è vero ch'io godo la luce del giorno! E radiosa come un'aurora! Bontà celeste! S'è mai prodigiosamente espanso il fiore della vostra bellezza! —

La fanciulla aveva riconosciuto Marta Pace non appena comparsa nel salotto, ma nel suo sciocco orgoglio si vergognava di passar per familiare d'una persona così eccentrica, e avrebbe voluto fingere di non sapere chi ella fosse. Non glielo permise Rina, la quale venne avanti dicendo forte:

— O, signorina Pace, di dove siete capitata? —

La vecchietta le strinse le mani con aria estatica:

— Voi dunque mi riconoscete, signorina Caterina! Iddio versi le Sue benedizioni sul vostro capo per la memoria che serbate d'una vecchia amica!

— Certo, v'ho riconosciuta alla prima occhiata! Non vi si dimentica facilmente, voi.... Bella, non ravvisi la signorina Marta? Eppure io la vidi sempre in casa tua....

— Ah, è lei? — disse la superbiosa, mal tentando di far credere ch'ella in realtà non aveva ravvisato una persona che visitava spesso i suoi genitori, un tempo, ed era da loro tenuta in molta stima.

— Temo, — sussurrò udibilmente, come dianzi, Marta Pace, volgendosi a Rina — temo che in quel petto si celi un cuore orgoglioso! — Poi, senza mostrare d'accorgersi di Ben Bruce e del tenente ai quali voltava le spalle, soggiunse:

— Galanti, a quanto veggo.... giovani galanti.... Vostri o suoi? —

Rina, avvedutasi ch'essi avevano inteso e se ne divertivano, rideva dai precordi.

— Oh, miei, signorina Marta, — rispose senza esitare — miei tutt'e due! —

La vecchia zittella girò gli occhi intorno, e non trovando il signor Graham andò a domandare a sua moglie:

— Signora, dov'è il novello sposo? —

Un po' confusa, la signora Graham disse che suo marito sarebbe venuto tra poco, e l'invitò a sedersi.

— No, grazie, vi sono obbligata, ma io ho uno spirito investigatore, e, col vostro permesso, ispezionerò la sala. Vedo volentieri tutto ciò ch'è moderno. —

Ella incominciò dall'esaminare i quadri che ornavano le pareti. Ad un tratto si volse a Gertrude e domandò, abbastanza forte da essere distintamente udita:

— Cara, dite un po', che ne hanno fatto della seconda moglie? — E poichè la fanciulla la guardava stupita, si spiegò meglio: — Oh, intendo parlare dell'effigie: so bene che l'originale se n'è partito dal mondo, or è gran tempo: ma l'effigie della seconda signora Graham dove sarà? Stava sempre appesa qui, se la memoria non mi tradisce. —

Gertrude le mormorò all'orecchio la sua risposta, che provocò questo soliloquio della signorina Pace:

— Nel solaio! Già, gli è il corso della natura: il nuovo oblitererà fin la memoria dell'antico! —

E presa la giovanetta a braccetto terminò con lei il suo giro d'ispezione; poi, fermandosi davanti al gaio crocchio che si divertiva a guardarla, chiese di far la conoscenza del signor Bruce e d'essere presentata al «membro del compartimento della guerra» come designava l'ufficiale. Rina compì con aria cerimoniosa questa formalità e presentò il tenente Osborne anche a Gertrude, perchè l'indignava la trascuranza di sua zia che aveva creduto di potersene dispensare. Fu portata una seggiola alla signorina Marta, e questa sedette nel circolo dei giovani, che seguitò a intrattenere piacevolmente fino all'ora del pranzo.

Gertrude era risalita a prender Emilia per accompagnarla a tavola, dove il suo posto era accanto a lei. Occupata da un lato a servire la sua amica cieca, come sempre soleva, e avendo dall'altro la loquace vecchietta, non le rimaneva tempo di badare ad altri, con vivo rincrescimento del signor Bruce ch'era ansioso di farle notare le sue premure per Rina, la quale aveva i capelli ornati di rose muscose e il viso raggiante di sorrisi.

Anche Isabella godeva della manifesta ammirazione del suo tenentino. Le due ragazze, felici, conversavano animatamente coi loro adoratori, e nessuno pensava a disturbarle. Soltanto la signorina Marta di quando in quando attirava l'attenzione generale con le sue osservazioni, che, volessero essere facete o serie, non mancavano di suscitare un'ilarità qualche volta fuori di luogo, ma sempre irresistibile.

Il padrone di casa si mostrava pieno di riguardi verso quell'ospite singolare, e la signora, che sapeva render soavissime le sue maniere se le pareva opportuno, ed era amante degli spassi, nulla risparmiava per eccitarla a discorrere; tanto più che Marta Pace conosceva mezzo mondo, e faceva commenti appropriati e divertentissimi su quasi tutte le persone nominate nel corso della conversazione. Infine il signor Graham l'indusse a parlare di sè medesima e della sua vita solitaria: e Fanny Bruce che le sedeva a fianco le domandò arditamente perchè non si fosse maritata.

— Ah, mia graziosa damigella, — rispose la vecchietta — viene per ognuna la sua ora, e anch'io posso ancora prendere un compagno!

— Dovreste farlo, signorina Pace, — disse Graham che conosceva il suo punto debole. — Adesso avete un patrimonio, e vi converrebbe un marito per bene, che v'aiutasse ad amministrarlo saviamente.

— Oh, io non posseggo che una minima porzione di ricchezze mondane, e non sono più nel primo fiore; — fece Marta — nondimeno conto di non rimaner sola: approvo il matrimonio, e ho già posto gli occhi sopra un giovanotto.

— Un giovanotto! — esclamò Fanny scoppiando a ridere.

— Sicuro, signorina Francesca! — ella replicò. — Amo la gioventù, io, e tutto ciò ch'è moderno. Mi aggrappo alla vita, sì, mi aggrappo alla vita!

— Ma certo, — osservò la signora Graham — la signorina Pace deve sposare un uomo più giovane di lei; qualcuno a cui possa lasciare i suoi averi se mai dovesse sopravviverle.

— È vero, — rincalzò suo marito. — Presentemente, signorina, voi non sapreste in favore di chi fare un testamento, salvo che non vogliate nominare erede Gertrude: ella, credo, farebbe ottimo uso del vostro denaro.

— Questa sarebbe per me una considerazione di gran peso, — disse la vecchia zittella. — Fremo all'idea che i miei piccoli risparmi vadano scialacquati. Ora, io so bene che di poveraglia ce n'è abbondanza, e che i legati fanno gola a molti: ma io non intendo largire il mio a gente di tal fatta. Credetemi, signore, nove decimi di costoro saranno sempre poveri, checchè facciate.... No, a questi nulla! Ho altre intenzioni. —

Il signor Graham domandò, poi:

— Che n'è della famiglia del generale Pace?

— Tutti morti, — rispose Marta vivamente — tutti morti! Feci un pellegrinaggio alla tomba di quel ramo del parentado. Fu una scena mesta e commovente! — ella proseguì in tono patetico. — Sopra un tumulo erboso circondato da una ringhiera di ferro sorge un monumento bellissimo, di marmo bianco, nel quale sono sepolti tutti quanti. E sul puro suo candore alabastrino spiccano incise queste lettere:

PACE

— Come dice cotesta epigrafe? — chiese la signora Graham, credendo di non avere ben udito.

— Pace, signora, Pace: niente altro. —

Per solenne che fosse il soggetto, i commensali rattenevano a stento le risa; e la padrona di casa, visto che Rina e Fanny erano in procinto di lasciarle scoppiare irrefrenabilmente, invitò le signore a levarsi da tavola dandone l'esempio.

I signori, poco desiderosi di trattenersi, le seguirono nel vasto atrio che offriva un grato refrigerio durante le calde ore dei giorni estivi. La signorina Marta e Fanny Bruce costrinsero Gertrude a rimanere contro sua voglia con la compagnia, la quale pertanto non fu scemata se non della signora Graham a cui era difficile privarsi della sua siesta.

L'originale vecchietta eccitava la curiosità degli astanti a segno tale, che le conversazioni particolari furono sospese per concentrare l'attenzione in ciò che diceva e faceva lei.

Bella, invero, aveva sempre la sua aria un poco sprezzante, e si sforzava d'attrarre i pensieri del tenente Osborne verso altri soggetti, riuscendovi in parte: ma Rina si divertiva un mondo, e contenta che il signor Bruce le fosse accanto e godesse con lei del medesimo piacere, non cercava di meglio.

Il discorso non tardò a cadere sugli abbigliamenti femminili e la moda, due temi favoriti di Marta Pace. Dopo essersi dilungata sul suo amore del bello, specie nell'arte della sarta e della modista, ella s'alzò da sedere con un gesto deliberato, andò a Isabella Clinton, l'unica che mostrasse di voler evitarla, e prese ad esaminare la stoffa del suo vestito; poi, la pregò di rizzarsi e permetterle di studiarne la fattura, dichiarando che la descrizione d'un così perfetto e moderno capolavoro sarebbe una festa per le orecchie delle sue amiche giovani.

Ma la fanciulla si rifiutò di compiacerla; anzi, sdegnosamente, si scosse di dosso la mano della vecchia signora come se quel contatto la contaminasse.

— Via, Bella, — le sussurrò la cugina — rizzati, non essere così dispettosa.

— Perchè non ti rizzi tu e non le fai vedere il tuo vestito a benefizio delle sue volgari amiche?

— A me non l'ha chiesto, ma lo farò ben volentieri se si contenta. —

E Rina, tutta gaia e ridente, andò a piantarsi davanti a Marta, dicendo:

— Signorina Pace, ammirate il mio abito finchè volete, e magari, se vi piace, prendetene un modello: sarò superba dell'onore. —

Caso raro, l'abito di Rina era veramente bellino e degno d'osservazione. Marta fece i suoi commenti, e specie lodò quell'inutile e uggioso prolungamento della gonna ch'è lo strascico. Sodisfatta la sua curiosità, si volse a guardare se la seggiola da lei lasciata era sempre libera, poi cominciò a ritirarsi in quella direzione con un movimento retrogrado composto d'una serie di riverenze.

Fanny Bruce, la quale occupava una seggiola vicina, notò ch'ella aveva calcolato esattamente quanti passi doveva fare per finire l'ultima riverenza sedendosi, e mossa da una maliziosa tentazione mise una mano sulla spalliera. Uno sguardo e un sorriso d'Isabella l'incoraggiarono; ella tirò la seggiola indietro, impercettibilmente, ma abbastanza da minacciare la sicurezza della vecchietta.

Questa, cercando di posarvisi, perdette l'equilibrio, e sarebbe caduta se Gertrude, che vigilava, essendosi accorta delle intenzioni di Fanny, non fosse balzata verso di lei a tempo per gettarle un braccio intorno alla vita e metterla a sedere, incolume, non senza lanciare in quell'atto alla ragazzina un'occhiata di rimprovero. Tutta confusa, la piccola Bruce, rapidamente si voltò dall'altra parte, e per disgrazia pestò il piede gottoso del signor Graham, al quale il dolore strappò una viva esclamazione.

— Fan, — le disse suo fratello che aveva veduto soltanto la seconda malefatta — vorrei che tu imparassi un po' di gentilezza.

— E da chi ho da impararla? — lo rimbeccò Fanny con petulanza. — Da te, forse? —

Ben parve adirato, ma s'astenne dal redarguirla. La vecchia zittella còlse la parola a volo.

— Gentilezza! Ah, virtù rara, quanto amabile! Notevolmente sviluppata però nelle maniere della mia cara amica Gertrude, che ben si converrebbero a una principessa. —

Bella increspò le labbra e sorrise, disdegnosa.

— Tenente Osborne, — ella disse — non pare a voi che la signorina Devereux abbia bellissime maniere?

— Perfette! Lo stile de' suoi ricevimenti è l'eleganza stessa.

— Di chi parlate, — domandò Rina. — Della signora Harry Noble?

— No, della signorina Devereux, — rispose Bella. — Ma anche la signora Noble è finissima.

— È vero, — confermò Ben. — Senti, Fanny? Abbiamo trovato un modello per te. Tu devi imitare la signora Noble.

— Io non so nulla di cotesta signora, — ribattè la ragazzina. — Voglio imitare piuttosto la signorina Flint. — E rivolgendosi a questa con una serietà che le esprimeva chiaramente un sincero rincrescimento della villania commessa, domandò: — Signorina Gertrude, come devo imparare la gentilezza?

— Vi rammentate — le disse ella sottovoce e guardandola in modo significativo — ciò che il vostro maestro di musica vi rispose quando gli domandaste come dovevate imparare a sonare con espressione? Ebbene, io vi darei la stessa regola rispetto alla gentilezza. —

Fanny si fece di bragia.

— Che v'ha detto? — chiese il signor Graham. — Via, Fan, fateci conoscere la regola di Gertrude.

— M'ha detto ch'è quella datami dal maestro di musica lo scorso inverno.

— Ossia? — disse Ben vivamente.

— Io domandai al signor Hermann come avrei potuto imparar a sonare con espressione, ed egli mi rispose: «Coltivate il vostro cuore, signorina Bruce, coltivate il vostro cuore.» —

Questo nuovo precetto d'educazione venne accolto con espressioni di sentimenti diversi quanto i caratteri degli uditori. Il signor Graham si morse le labbra e s'allontanò: la sua gentilezza non si fondava nel cuore, ma quella di Gertrude sì, ed egli lo sapeva; Isabella sorrise con aria di superbo disdegno; Rina e Ben Bruce erano mezzo stupiti e mezzo esilarati; il tenente Osborne mostrò di non essere inaccessibile alla nobilissima verità enunciata, perchè volse a Gertrude uno sguardo d'ammirazione e simpatia; il viso d'Emilia manifestò quanto pienamente ella partecipasse all'opinione della sua protetta, la quale era un po' confusa nel vederla così divulgata e commentata; la signorina Marta poi non esitò ad approvarla con un forbito elogio:

— Le parole della signorina Gertrude sono d'oro. L'unica gentilezza vera è la spontanea offerta del cuore. Forse quest'eletta compagnia di giovani e donzelle accondiscenderà ad ascoltare dalla bocca d'una vecchierella la storia d'un raro esempio di sì fatta gentilezza cordiale, ch'ebbe la sua degna ricompensa. —

Tutti si dichiararono ardentemente desiderosi di sentir la storia della signorina Marta, ed essa incominciò:

— Un giorno d'inverno, alcuni anni or sono, una vecchia signora, piena di debolezze, ma dotata d'una certa perspicacia, e della sua parte d'esperienza del mondo, (Marta Pace è il suo nome) si pose in cammino, per speciale invito, alla volta della casa d'un degno gentiluomo: l'onorevole signor Clinton, padre della signorina Isabella, la vezzosa damigella qui presente. Tutti i grandi alberi della nostra buona città di Boston scintillavano di diacciuoli più fulgidi dei diamanti che brillano nelle miniere di Golconda, e i marciapiedi erano insidiosi per i passi malfermi od incauti.

«Io perdetti l'equilibrio e caddi. Due galanti signori mi sollevarono e mi portarono in un vicino emporio farmaceutico, dove mi fecero riacquistare i sensi smarriti e mi ravvivarono con un fragrante cordiale. Io ripresi la perigliosa via trepidando, e certo non sarei giunta alla mèta con le ossa incolumi, senza l'aiuto d'un cavaliere dalle guance rosate, il quale mi raggiunse, e, passato il mio debole braccio sotto il suo, più giovane e forte, protesse i miei passi fino al termine del viaggio non breve.

«Nè il coraggio di cui doveva far prova la nobile mia scorta per compiere la sua impresa, era men che straordinario, mie graziose damigelle! Figuratevi nella vostra immaginazione un giovanetto fresco e bello come un raggio di sole, snello come una freccia, un vero Apollo insomma, attaccato al piccolo corpo curvo d'una povera vecchina quale Marta Pace. Io non mi risparmio, signorine; se m'aveste veduta in quel momento, senza dubbio direste che ora ho molto migliore apparenza. Avevo la dentiera in tasca invece che in bocca, il fintino di riccioli era stato spinto indietro dalla mia recente caduta, e i miei occhialoni, gli stessi che portava mio padre, così grandi da coprirmi mezza faccia, sarebbero bastati da soli ad eccitare la curiosità dei passanti. Ma egli procedeva imperterrito; e nonostante gli sguardi lusinghieri e i seducenti sorrisi che venivano a lui da una doppia fila di bellissime fanciulle in cui c'imbattemmo, nonostante le sghignazzate dei giovanottini dell'età sua, sosteneva la mia fragile persona con altrettanta cura che se fossi stata un'imperatrice, e moderava il baldo suo passo in accordo con la lentezza a cui mi costringevano le mie infermità. Ah, quale spirito di cortesia manifestò il mio cavaliere dalle guance di rosa! Se l'aveste incontrato, signorina Caterina, o voi, signorina Francesca, i vostri cuori palpitanti sarebbero involati per sempre! Era un modello incomparabile!

«Dov'egli fosse diretto non so, perchè seguì il mio cammino, e non mi lasciò prima d'avermi recata a salvamento alla dimora del signor Clinton. Certo non penso ch'egli ambisse la conquista del mio vecchio cuore, ma credo ch'esso lo seguì, perchè spesso ancora il mio pensiero ritorna a lui.

— Ah, fu questa dunque la sua ricompensa! — esclamò Rina.

— No. Cercate d'indovinar meglio.

— Ma io non so nulla di più desiderabile, signorina Marta.

— La sua fortuna nella vita signorina Caterina! Ecco la ricompensa ch'egli ebbe: e forse ancora non ne misura tutta la grandezza!

— Come sarebbe a dire? — domandò Fanny.

— Narrerò in succinto il rimanente. La signora Clinton m'incoraggiava sempre a discorrere durante le mie visite. Ella, conoscendo il mio gusto, lo secondava, e io godevo della sua indulgenza. Le raccontai pertanto l'avventura occorsami, ed esaltai i meriti del nobile giovanetto, il mirabile spirito di cortesia da lui dimostrato. Era presente il degno gentiluomo e prestava orecchio attento alle mie parole, perchè egli pregia la buona educazione: e quando raccomandai il mio cavalierino spiegando tutta l'eloquenza di cui ero capace, vidi che m'ascoltava con piacere, benevolenza e simpatia. Promise di parlare col ragazzo, e così fece. Gli lesse nel prestante aspetto la nobiltà dell'animo, e questa favorevole impressione fruttò al bravo figliuolo un posto di commesso dal quale salì di grado in grado fino a quello di socio e agente fiduciario che ora occupa in una cospicua casa commerciale. Signorina Isabella, mi rallegrerebbe il cuore sentire le ultime notizie di Guglielmo Sullivan.

— Sta bene, a quanto credo, — rispose la bella fanciulla seccamente. — Non mi consta nulla in contrario.

— Oh, Gertrude può informarvi! — disse Fanny. — Nessuno ne sa quanto lei circa il signor Sullivan. Essa vi dirà ogni cosa. —

Tutti gli sguardi si volsero a Gertrude che stava appoggiata alla seggiola d'Emilia, col viso acceso e gli occhi lucenti per la commozione destatale dal racconto di Marta Pace. Questa, maravigliatissima d'udire ch'ella conosceva quel tanto ammirato cavaliere di cui serbava sempre una dolce memoria, s'affrettò a interrogarla. Gertrude venne a sedere accanto a lei, e senza nessuna esitazione, nessun impaccio, rispose a tutte le sue domande. Ella parlava a voce sommessa, nè d'altronde le notizie di Guglielmo importavano al resto della compagnia; sicchè furono riprese le conversazioni particolari, e anche loro due rimasero libere d'intrattenersi del comune amico.

Brevemente la giovanetta disse quali fossero lo stupore e la curiosità del ragazzo, della sua famiglia, de' suoi amici, che non avevano mai potuto indovinare l'origine di quella fortuna: e le vane congetture suscitate dalla inattesa chiamata del signor Clinton, e chiuse con l'attribuire tutto il merito all'agenzia di Santo Claus, divertirono la vecchia zittella a segno che le sue risate erano quasi altrettanto sonore, e punto meno allegre di quelle della gaia compagnia raccolta più in là presso alla soglia, e provocata ora ad un'ilarità più viva che mai dalla birichineria di Rina e di Fanny.

Mentre la signorina Pace incaricava Gertrude di interminabili messaggi e complimenti da inserirsi nella sua prossima lettera a Guglielmo, ricomparve la signora Graham che aveva rinfrescato l'abbigliatura e la faccia, e interruppe tutti esclamando con quel suo vocione dai toni bruschi:

— Come, ancora qui? Vi credevo già in cammino attraverso i boschi. Rina, hai forse abbandonato l'idea di salire il Sunset Hill[4] dopo averla tanto accarezzata?

— Ho proposto la gita, zia, un'ora fa; ma Bella dice ch'è troppo caldo. A me pare invece un tempo adattatissimo per una passeggiata.

— Tra poco raffresca, — ripigliò la signora Graham — e credo che fareste bene a partire senz'indugio, perchè se volete prendere per i boschi la distanza non è tanto breve.

— Chi conosce la strada? — domandò Rina.

Nessuno rispose; e interrogati uno per uno, tutti dichiararono la propria ignoranza in proposito, con grande maraviglia di Gertrude la quale credeva che ogni parte del terreno boscoso e del colle fosse familiare al signor Bruce. Ma ella non stette ad ascoltare le loro discussioni, perchè s'accòrse che Emilia si sentiva stanca ed aveva un principio d'emicrania, e la persuase a ritirarsi nella quiete della sua camera dove l'accompagnò. Nell'atto che ne chiudeva l'uscio, Fanny le gridò da piè della scala:

— O non venite con noi, signorina Flint?

— No, — ella disse — oggi non vengo.

— Allora non vo neppur io. Ma perchè non volete venire?

— Farò più tardi una passeggiata con la signorina Emilia, purchè stia abbastanza bene: voi potete accompagnarci, se vi fa piacere, ma vi divertireste assai più andando sul colle. —

Intanto, nell'atrio, la compagnia teneva consiglio a bassa voce. Qualcuno aveva detto che Gertrude era pratica dei sentieri attraverso i boschi: ma Bella s'opponeva alla proposta d'invitarla a partecipare alla gita, Rina esitava tra la sua simpatia per lei e la tema di un'infedeltà del signor Bruce, il tenente Osborne s'asteneva dal mostrarsi propenso a ciò che Bella disapprovava, e il signor Bruce taceva fidando nella necessità di prendere Gertrude per guida, posto ch'egli aveva con subdola astuzia celato la propria perfetta idoneità a prestare questo servigio. Infatti, come aveva preveduto, si finì con lo spedire Rina a farle l'ambasciata.

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Возрастное ограничение:
0+
Дата выхода на Литрес:
16 января 2025
Объем:
661 стр. 2 иллюстрации
ISBN:
4064066069162
Издатель:
Правообладатель:
Bookwire
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