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Luciano Zùccoli
L'amore di Loredana

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066071721
Indice
PRIMA PARTE. I.
II.
III.
IV.
V
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
XIV.
XV.
XVI.
XVII.
XVIII.
XIX.
XX.
XXI.
SECONDA PARTE. I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
XIV.
XV.
XVI.
XVII.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1908
Milano. — Tip. Treves.
L'AMORE DI LOREDANA
PRIMA PARTE.
I.
Indice
— Prendi quelle valigie e portale in questo scompartimento. Su, presto, che il treno riparte!
La voce nota diede un sussulto a Loredana, che stava sola, ancora col velo grigio abbassato sugli occhi, come quando era partita da Venezia.
— In questo? — domandò il facchino.
— Ma sì, su questo!...
Filippo salì, sorrise a Loredana, si volse a prender dalle mani del facchino le valigie, le collocò sulla rete, e sedette infine di fronte alla giovane, con un sospiro di sollievo. Poco dopo, lo sportello era chiuso e il treno riprendeva la marcia.
Filippo non aspettò altro, e si chinò a baciar le mani dell'amica, poi il volto e le labbra, senz'attendere ch'ella raccogliesse il velo sulla fronte.
— Hai fatto bene, — egli disse, enunziando mille pensieri in una volta. — Siamo soli. Fra un'ora saremo giunti. Sai chi ho trovato alla stazione di Venezia? Mi hai visto parlare con un signore alto e calvo? È il conte Lombardi: mi ha invitato a pranzo per lunedì, e ho accettato. Dove saremo lunedì?... Ma tu, cara, sei spaventata?... Quanta gratitudine ti debbo, cara!... Vedrai: non aver paura, non accadrà nulla, non ti toccheranno, non ti faranno nulla....
La campagna triste fra Verona e Peschiera era sinistramente illuminata dalla luce sanguigna del tramonto che alcune nuvole grige interrompevano.
Loredana non diceva parola, tenendo le mani tra le mani di Filippo, sempre col viso celato da quel velo bigio, che pareva la togliesse dal mondo, l'allontanasse da tutti, la dovesse nascondere come una delinquente.
— Ascoltami, cara, — seguitò Filippo. — Hai scritto alla mamma?
— Sì....
— Che cosa le hai scritto?
La fanciulla non rispose subito. Le veniva innanzi agli occhi della mente la visione della sua casetta bianca nel campiello solitario; e la mamma che ogni mattina entrava a chiederle che cosa desiderasse per colazione; poi la mamma usciva, andava per la spesa, e, tornata, preparava la colazione per la figliuola, che con una vestaglia bianca e lunga, raccoglieva intanto i capelli intorno alla testa e si guardava nello specchio e si dava un po' di cipria e si sorrideva. La vestaglia bianca e lunga era stata abbandonata, anche quella, come tutto il resto....
— Le ho scritto, — rispose Loredana scuotendosi. — Le ho scritto che non si dia pensiero; che avrà mie notizie.... Voglio scriverle anche stasera, subito.... Si può?
Filippo scosse la testa.
— Domani ci raggiungerebbe! Puoi scrivere, e io manderò la lettera a un mio amico a Roma, perchè la faccia partire di là.
— Così la mamma la riceverà tardi, — osservò Loredana, — e per tanto tempo non saprà nulla.
— Due giorni: fra due giorni sarà a destinazione....
La fanciulla rimase muta e guardò il tramonto tragico. A quell'ora, la mamma e la figlia terminavan di cenare, e si mettevano alla finestra prospiciente il campiello, dove i bambini del vicinato si raccoglievano a far chiasso. Sul davanzale la mamma disponeva il vassoio col bricco, e andava centellinando l'ultima tazza di caffè....
Loredana guardò acutamente Filippo. Che sapeva egli di tutte quelle cose, delle piccole cose amate, tanto piccole nei giorni di pace e tanto tristi a rammentar come perdute?
Ella ritrasse le mani dalle mani di lui e sentì che il cuore le doleva, che la vita era cupa e misteriosa, che quel cielo pareva farle entrar nell'anima tutta la disperata violenza del suo colore di sangue.... Con quali parole avrebbe ella potuto esprimere quel tormento a colui che le era così vicino e così lontano?...
A Peschiera, nello scompartimento salì un uomo: andava a Brescia e non aveva trovato posto in seconda classe. Vedendo Filippo e la signora col velo, si ritrasse in un angolo, dopo aver posto sulla rete una valigia grossolana, biancastra con gli angoli di pelle rossa; e chiuse gli occhi, senza addormentarsi, quasi per far comprendere che non voleva disturbare, che sentiva di essere importuno, ma sapeva esser discreto.
— Sei stato mai sul lago di Garda? — chiese Loredana, dopo aver guardato con diffidenza il nuovo viaggiatore.
— Sì, due volte. In questo mese, con questo caldo, siamo sicuri di non trovar nessuno che possa importunarci.
— Come farò?... — disse nuovamente la fanciulla, ma poi s'interruppe impacciata.
— Come farai, che cosa? — domandò Filippo, riprendendole una mano e accarezzandola.
Era venuto in mente alla ragazza, fra tanti pensieri gravi e terribili, era venuto anche in mente che non aveva abiti, non biancheria, nulla di nulla. Fuggita dalla casa col pretesto di salutare un'amica, non possedeva che gli indumenti dei quali era vestita, e aveva tre lire nel borsellino.
— Non vuoi dirmi? — incalzò Filippo con la dolcezza di chi prega.
La fanciulla trovò modo di cambiar la frase:
— Ci son negozii a Desenzano?
Filippo capì e si mise a ridere.
— Oh non importa, — disse.
Loredana non osò più insistere e chiedere spiegazioni: non importava, la sua roba, non contavan nulla i suoi abitini modesti, a parecchi dei quali aveva dato mano la mamma; non contavan nulla i suoi oggetti d'abbigliamento, i braccialetti, gli anelli, i pettini per la testa.... Tutto perduto e scomparso per sempre, come la vestaglia bianca! Ella sospirò e si guardò l'abito nero, che aveva indossato di furia, perchè capitato prima sotto gli occhi in quell'ora di decisione suprema.
Il treno rallentò la corsa e si fermò.
— San Martino! — gridò un impiegato, — San Martino della Battaglia!...
Filippo stava per additare alla sua amica la torre storica, allorchè lo sportello fu aperto e un signore attempato salì nello scompartimento.
Era un uomo sui sessant'anni, robusto, acceso in volto, con basette brizzolate e ancor folti capelli bianchi; gli occhi grigi fissarono un istante Filippo, e più attentamente la sua compagna, il volto della quale era sempre celato dal velo.
— Buona sera, — disse Filippo sorridendo. — Vai a Fasano?...
— Oh, — esclamò il signore, mentre stendeva la mano a Filippo. — Non ti avevo riconosciuto!... Sì, vado in villa, per qualche giorno....
Guardò di nuovo Loredana, facendole un inchino, al quale essa rispose con un cenno del capo.
— E tu?... Non ti ho mai veduto da queste parti...!
— Un capriccio, — borbottò Filippo impacciato. — Farò una corsa fino a Riva....
— Bravo, bravo, bravo! — concluse il signore con tutta l'aria di chi non crede una parola.
E mentre il treno si rimetteva in moto, aperse la valigia e ne trasse un libro, lanciando un'occhiata sospettosa all'uomo che stava nell'angolo dello scompartimento e teneva ancora gli occhi chiusi....
Filippo guardò Loredana ed ambedue pensarono che quell'incontro era noioso, ma senza pericolo. La fanciulla conosceva di vista il signore e ne aveva udito parlare molto a Venezia.
Zio di Filippo, il conte Roberto Vagli, noiato, stanco, indifferente, si occupava poco degli affari altrui, e punto di ciò che faceva il nipote. Egli trovava tutto possibile, tutto giusto, tutto bene, purchè non gli si desse noia e non lo si disturbasse nelle sue abitudini....
Col libro in mano, un romanzo inglese, si volse ancora a Filippo:
— Ti fermi all'Albergo Reale? — domandò.
— Sì, e riparto domattina.
— Io pure: ma tu partirai col battello delle dieci e venti?
— Sì.
— E io più presto, col legno.
Rassicurata così la coppia, poichè per non disturbare e non essere disturbato avrebbe dormito a un altro albergo se fosse stato possibile, il conte Roberto aperse finalmente il libro e si mise a leggere.
Loredana, allora, osò guardarlo un istante con un lieve sorriso. Dalle poche parole scambiate con Filippo, riconosceva bene l'uomo che Filippo le aveva così spesso descritto, e sentì una strana gratitudine pel signore che non si occupava di lei. Forse egli stesso, molti anni addietro, aveva viaggiato in qualche parte del mondo con una fanciulla; certo, i suoi amori non erano stati sempre regolari; aveva fatto male e aveva fatto bene, aveva visto molte cose esotiche, molti paesi lontani, aveva conosciuto molta gente, ormai dispersa. E non giudicava.
II.
Indice
A Desenzano, di piena sera, sul piazzale della stazione, si dovette aspettare che i bagagli di Filippo fossero caricati.
Il conte Roberto era già salito nell'omnibus dell'albergo; Loredana vi si era pure rincantucciata, all'angolo opposto; solo Filippo restava fuori, impaziente, presso la fanciulla.
— Dimmi, — chiese il conte Roberto. — Hai molti bagagli?...
— Cinque bauli, due valigie e tre cappelliere.
— Santo Dio, potevi dirmelo.... Avrei preso una carrozza, per non rimanere in questo sporco omnibus ad aspettare tanto!
Filippo si mise a ridere.
— Ora vengono, zio!... Eccoli qua.
— Cinque bauli! — ripetè lo zio. — Tu viaggi con gli utensili di cucina?...
Ma ricordandosi che il nipote non viaggiava solo, si morse le labbra e si pentì dell'osservazione, che poteva sembrare scortese....
— Sono pesanti! — esclamò poi, udendo sul capo il rimbombo dei bauli calati sull'imperiale. — Chi sa quante deliziose galanterie!...
E sembrandogli così d'aver rimediato allo sgarbo, non disse più parola.
Quando l'omnibus, traballando sul selciato, si mosse, Loredana si sforzò di veder qualche cosa, guardando fuori del finestrino, ma la città le sembrò orribile, soffocata, male illuminata, coi ciottoli che davano al veicolo sobbalzi continui.
Un senso improvviso di paura le pervase l'animo. Pareva che tutto fosse finito, che la mamma fosse morta, il sole sprofondato tra la nuvolaglia; la fanciulla si strinse tacitamente a Filippo, il quale doveva essere per lei ogni cosa al mondo, e Filippo le prese una mano e la tenne finchè l'omnibus non entrò sotto l'atrio dell'albergo.
Scesero primi gli amanti; poi il conte Roberto.
— Buona notte, Flopi, — disse il vecchio al nipote: e volgendosi al direttore dell'albergo, che era accorso salutando, aggiunse: — Questo vostro omnibus balla come un orso....
— Colpa dei ciottoli, signor conte, — rispose il direttore sorridendo. — L'omnibus è solido.
— Buona notte, zio! — disse Filippo stringendo la mano al vecchio.
Il conte salutò, inchinandosi, la sconosciuta e scomparve su per la scala.
Filippo volle due camere comunicanti; ordinò di portar tre bauli in quella della signora, e due nella sua, e li indicò al facchino.
La camera di Loredana era tappezzata di giallo, coi mobili di damasco giallo; la zanzariera azzurrastra, scendendo da un baldacchino centrale, celava tutto il letto. La camera di Filippo era addobbata di stoffa rossa e disposta identicamente all'altra.
Loredana corse al balcone a guardare il lago, che nella penombra sembrava infinito; solo, nettamente, si distingueva il fanale rosso del faro sulla diga.
Ella stava assorta in quella contemplazione, pensando che il paese sconosciuto era ineffabilmente triste, allorchè udì il passo di Filippo. Egli aveva aperto i bauli e sorrideva.
— Mi hai chiesto se ci sono negozii a Desenzano, — disse, quando l'amica gli fu vicina. — Vedi che ho già pensato a tutto? Questo è il baule della biancheria; gli altri due contengono gli abiti....
La fanciulla si chinò per guardare, ma Filippo le afferrò la testa fra le mani e le ricoperse il volto di baci.
— Come sei bella! — esclamò. — Non ti vedevo da tanto, con quel velo misterioso sulla faccia....
Loredana gli rese i baci con un piacere quasi violento, sentendosi rassicurata da colui che ella s'era abituata a credere più forte, più audace, più potente, più libero, più sicuro di tutti.... E, l'anima divenuta a un tratto leggera e aperta, un sorriso sulle labbra, la giovane s'inginocchiò a terra e sollevando con l'agile mano quel cumulo di biancheria e di trine, guardò rapidamente come fosse composto il suo tesoro.
Filippo in piedi osservava la persona snella e pieghevole, la cara testa dai capelli bruni con bei riflessi dorati e il collo bianchissimo e le piccole mani.
— Sì, a tutto; hai proprio pensato a tutto! — disse Loredana, alzando gli occhi a guardare l'amico. — E che cosa è questo?
Ella teneva fra le mani uno scrignetto trovato sul fondo del baule.
— Apri: dev'essere aperto, — disse Filippo.
Loredana mise lo scrigno sul bordo del camino, e aperse. V'erano diversi astucci e ciascuno conteneva un gioiello: orecchini formati da due piccole perle, due braccialetti d'oro a catenella con qualche turchese, e una collana d'oro a maglie piccoline che sosteneva una medaglietta col motto: « Sempre » da una parte, e dall'altra la data di tre mesi prima: « 8 maggio 1893 ». Poi un anello con una perla nera ed uno con una grossa turchese....
Filippo aveva voluto che tutto fosse elegante e semplice, i gioielli, gli abiti e la biancheria, perchè l'amica sentisse d'essere ancora fanciulla, legata ancora alla sua vita di ieri. Ella parve comprendere quella cura gentile e sorrise dolcemente.
— Una mamma non avrebbe fatto meglio, — mormorò.
E andava volgendo e rivolgendo sul palmo la collana e la medaglietta con quella data fatale.
III.
Indice
— Data fatale! — ella pensò e disse ad alta voce, senza rammarico.
Poi rapidamente si slacciò il corpetto, passò la catena attorno al collo, e sorrise. Nessuno, all'infuori di Filippo, doveva veder quella catena, e nessuno, all'infuori di Loredana e Filippo, sapere e ricordar quella data.
— Gli abiti li vedremo poi; ora scendiamo a cenare, — disse Filippo.
— E tuo zio? — mormorò la giovane titubando. — Se cena anche lui, mi vedrà senza velo.
— E rimarrà ammirato, — concluse Filippo.
Cenarono sul terrazzo illuminato da tre lampioni a gas; il lago era scuro, ma a Loredana pareva meno tetro e misterioso. Sulla strada innanzi all'albergo non poca gente passava e guardava la coppia, forse invidiando. Un piccolo gatto bianco e nero, poi un cane pòmero vennero a corteggiare i forestieri e ad accattar qualche boccone. Le zanzare attratte dalla luce danzavano intorno al capo dei due amanti.
Durante la cena, Filippo spiegò il programma per l'indomani: dovevano cercare un piccolo albergo nascosto o una villetta discreta a Salò o a Maderno o a Gargnano; e veder anche la sponda veronese, dove assai minore era la probabilità d'incontrar gente, poichè i piroscafi non vi approdavano.
— La sponda veronese di là dalla penisola di Sirmione: Salò da questa parte, oltre il capo Manerba....
E Filippo faceva dei gesti in direzione del lago, mentre l'amica sua sorrideva perchè non riusciva a distinguer nulla.... Ma un gesto restò a mezzo: era comparso sul terrazzo lo zio Roberto, seguito dal direttore dell'albergo.
— Se il signor conte permette, — diceva quest'ultimo, — gli servirò io stesso una cena di suo gusto....
— Sì, roba leggera, ve ne prego! — rispose il conte, sedendo a una delle tavole di marmo, poco lontano da Filippo.
E vedendo il nipote, come non si fossero lasciati un momento prima, gli fe' cenno con la mano, salutando:
— Oh, ciao, Flopi!
— Buon appetito, zio!...
Il conte attese che Filippo riprendesse il discorso a bassa voce con la fanciulla per darle un'occhiata; e la vide bellissima, con quel viso bianco e fresco e con quei capelli scuri, che due pettini scintillanti di strass trattenevano a pena. Ma gli parve pure che ella fosse estremamente giovane, non solo per Filippo che aveva da sei anni valicato la trentina, ma per chiunque se la fosse portata via senza passare dal sindaco e dal parroco....
— Che cosa le ha dato da intendere? — pensò il conte Roberto. — Non mi pare un'oca, e sta ad ascoltarlo come l'oracolo.... Che cosa le ha dato da intendere, dico io?
Egli si volse udendo uno stropiccìo di passi: ma mentre s'aspettava di vedersi posta innanzi la prima vivanda, scorse invece il cameriere che gli tendeva un telegramma sopra un piatto....
— Un telegramma per me? — disse stupito.
Filippo troncò il discorso con Loredana e guardò lo zio, che apriva il telegramma. Il conte Roberto lo lesse un paio di volte e se lo mise in tasca senza dir verbo e senza più volger l'occhio al nipote.
Ma cenò di malavoglia, scoperse che il Bardolino non aveva un bel colore e acchiappò con le mani un paio di zanzare che gli ronzavan troppo da vicino.
Loredana s'era ormai alzata da tavola e rientrava; passando presso il conte Roberto abbassò il capo. Filippo la seguiva.
— Ascolta, — disse il conte Roberto, — verrai quest'anno a San Martino a veder la Torre? La inauguriamo a ottobre....
Ma non appena s'accorse che la fanciulla era scomparsa, mutò voce:
— La mamma chiede tue notizie, — disse. — Come la facciamo?
— La mamma? — ripetè Filippo sbalordito. — Che mamma?
— Tua madre, mia cognata, la contessa Vagli, quella che ti ha dato alla luce, bontà sua! — esclamò lo zio Roberto irritandosi.
— E come può sapere che noi siamo qui?
— Chi, noi? Quanto a me, lo sapeva, perchè gliel'ho scritto. Quanto a te, avrai fatto le cose con la testa nel sacco. To' guarda!
E il conte Roberto levò da una tasca e mise sotto gli occhi di Filippo il telegramma:
« Flopi partito oggi constami trovarsi sul lago. Se incontri avvertilo domani denunzieranlo Procura Re. — Bianca ».
Filippo gettò il foglio giallino sulla tavola e non disse nulla.
— Mi pare, insomma, — concluse lo zio, — che non tiri vento propizio per te da queste parti.... Io tornerei indietro....
— Indietro? — esclamò Filippo. — E dove? A Venezia?
— Se preferisci che ti denunzino al Procuratore del Re, è un altro conto.
— Ma perchè mi denunzierebbero?
Il conte Roberto alzò le spalle.
— E me lo domandi, tu che sei avvocato? La tua compagna di viaggio è una bambina; ti denunzieranno per corruzione, per seduzione, che so io? per ratto....
E ricordando la famosa grida citata dal Manzoni, aggiunse con voce tranquillamente allegra:
— « Per rapto de dona honesta ».
— Non faranno niente, — disse Filippo. — In ogni modo, ci penserò....
— Bravo, pensaci! Il Procuratore del Re penserà anche lui a modo suo: e quella disgraziata tua madre si divertirà un mondo, fra due pensatori di questo genere....
Il conte Roberto si guardò intorno, poi seguitò con voce più cauta:
— E chi è quella ragazza?
— Lo hai detto: una bambina, che amo pazzamente, che mi ama, e che voglio tener con me.
— Ma non ha più di sedici anni....
— Diciotto....
— Son sempre pochi. E ha il padre, i fratelli, una famiglia?
— Non ha che la madre.
— La vuol tenere con sè, — mormorò il conte Roberto, come ripensando alla frase del nipote. — O che cosa significa questo?
— Vedremo più tardi, — disse brevemente Filippo.
— È di modesta nascita? — riprese lo zio.
— Di modestissima nascita. Con una madre che l'adora, e che è troppo debole, troppo ingenua, troppo facile a credere, la poveretta si sarebbe perduta....
Il conte Roberto interruppe passandosi la mano tra i capelli bianchi, con un gesto di comico stupore.
— E tu la salvi, — disse poi, — menandola a passeggio sul lago di Garda?
— Chi sa? — rispose ancora brevemente Filippo.
Il direttore dell'albergo ricomparve e i due uomini tacquero.
— Buona, la vostra cena, — gli disse il conte Roberto. — Ma il Bardolino non aveva un bel colore. E poi dovete cambiar posto alle scuderie: il puzzo di lettiera e di fieno vi ammorba tutto l'albergo.
— Il signor conte ha ragione, — assentì il direttore. — Vedremo più tardi!
— Vedrà più tardi, anche lui! — borbottò Roberto fra i denti.
Si alzò da tavola e s'appoggiò al braccio di Filippo ch'era rimasto pensieroso innanzi al vecchio. Il conte Roberto era più alto e più tarchiato del nipote; Filippo aveva statura media, capelli neri e lisci; gli occhi chiari dallo sguardo rapido e vivo dicevano un'anima irrequieta e audace; ma il colorito del volto che intorno agli occhi pareva quasi grigio e certe rughe sottili ricordavano una vita di tempeste e di disordini. L'uomo di sessant'anni, col volto acceso e i capelli bianchissimi, dava più grata impressione di freschezza, o avesse goduto e sofferto meno, o avesse sortito una tempra meno sensibile.
Roberto e Filippo salirono le scale fino al primo piano; innanzi all'uscio della sua camera, lo zio disse a bassa voce:
— Arrivederci. Io parto domattina presto. Pensa a quello che fai; comunque vada a finire, mi sembra una corbelleria, perchè io credo che l'uomo non è monogamo.
— Grazie. E... scusami, che cosa scriverai alla mamma?
Il conte Roberto alzò bruscamente le spalle e sparì nella sua camera senza rispondere.
IV.
Indice
— Perdonami, cara, — disse Filippo entrando e avvicinandosi a Loredana, che scriveva, seduta innanzi a un tavolino. — Mi ha data una lezione di storia: la torre, la battaglia, i quadri con gli episodii più importanti.... Un quadro rappresenta anche lui, che a quei tempi era tenente di cavalleria e si è battuto a San Martino.... E tu, che hai fatto?
Loredana scriveva a sua madre una lettera felice e disperata, piena d'umiltà e di carezze. Filippo vide che gli occhi dell'amica erano umidi.
— Amore mio, — disse, chinandosi a guardare, — se tu adoperi la carta dell'albergo con la veduta del lago, di Desenzano, dei piroscafi, e il nome del proprietario e l'indirizzo, tanto vale chiamar qui la mamma e il Procuratore del Re.
Si morse le labbra, ma ormai troppo tardi: Loredana lo fissava corrucciata e pallida.
— La mamma e il Procuratore del Re? — disse. — Che cosa significa?
— Nulla, proprio nulla, ti assicuro, — rispose Filippo, accarezzandole lievemente i capelli.
— Che cosa volevi dire? — incalzò la fanciulla. — Come ti son venute queste idee?
— Volevo dire che non dobbiamo trascurare ogni precauzione e che le imprudenze potrebbero recarci qualche noia.
Loredana prese il foglio di carta già coperto di scrittura diritta e uguale, lo fece in pezzi minuti e li gettò a terra.
Filippo conosceva da tempo l'anima sdegnosa e taciturna della fanciulla. Non pareva fosse nata da piccola gente operosa (il padre era stato mercante di stoffe a Rialto); ma la sensibilità intellettuale, l'intelligenza acuta, la rapida intuizione e sopra tutto un orgoglio e un coraggio più pronti all'azione che alla parola, facevan pensare a un'origine aristocratica, a un atavismo imperioso, a un ambiente squisito. E tuttavia, ella ora così carezzevolmente e voluttuosamente femmina, così sommessa a chi sapeva guidarla, che Filippo non ricordava d'aver conosciuto una donna più varia d'atteggiamenti e più degna d'amore.
Da tre anni ella si recava a villeggiare con la madre a San Donà, in una villetta confinante coi poderi dei conti Vagli; e così Filippo le era diventato amico, senza sognare che un giorno egli, a tanta distanza d'età, avrebbe avuto bisogno di quella giovanetta, allora tuttavia con le sottane corte e coi capelli sciolti, che le scendevan per le spalle.
Egli le aveva raccontato molti fatti della sua vita, che gli amici più intimi di lui ignoravano; e senza amarlo, ella ne sentiva la protezione e la forza. Quand'egli partiva o da San Donà o da Venezia per qualche viaggio, una tetra malinconia le piombava sul cuore. Ella trovava in lui i modi, le forme, la perizia di vita, che scarseggiavano o mancavano interamente fra le persone le quali frequentavano la casa della mamma, piccole borghesi che con l'instancabile chiacchierìo la inviperivano e l'allontanavano.
In tre anni, la bambina s'era fatta una giovane bella, della fresca e molle bellezza veneziana, e a Filippo piaceva. Ma anch'egli non l'amava; era la piccola amica....
La piccola amica! Quante volte, sprofondato tra i cuscini della gondola silenziosa, o seduto in un salotto a fianco d'una dama, o in un palco della Fenice tra la luce dorata e lo scintillìo dei diamanti, Filippo Vagli aveva pensato alla piccola amica, che dormiva tranquillamente nella casetta bianca sul campiello muto! E rideva dentro di sè, chiedendosi che cosa avrebbero detto quelle patrizie, le amiche officiali, se avessero conosciuto l'umile sua confidente, colei che sapeva farlo sorridere, sapeva parlare come a lui piaceva, sapeva ascoltare e discutere.
In quei tre anni egli aveva avuto più d'una amante; e la voce, per i meandri molteplici del pettegolezzo veneziano, esagerato ed innocuo, era giunta fino all'orecchio di Loredana, la quale non capiva se quei racconti le facevan piacere o se l'angustiavano; ma intanto si studiava d'osservare le donne che la voce popolare additava quali amanti di Filippo, per vedere s'eran belle, se vestivan bene, se non erano indegne di lui.
Osò parlarne con Filippo, che ne rise.
— Stia attenta, — egli le disse, — e vedrà che ogni mese e fors'anco di quindici in quindici giorni il nome della mia amante cambia. Son discorsi di sfaccendati, i quali mi rendono il favore di sviar la curiosità dietro mille tracce, e non si sono ancora avveduti che io passo tanto tempo vicino a lei.
— Non ha amanti, allora? — chiese Loredana.
Essi parlavan di sera, nel tinello; una sera a metà gennaio del 1893. Spesse volte si trovavan così quasi soli, perchè la mamma, con la fiduciosa ospitalità veneziana accresciuta dalla stima ch'ella aveva per la figlia, non vigilava i loro discorsi e stava innanzi alla finestra della saletta a centellare la ventesima tazza di caffè.
E quella domanda, la quale sarebbe parsa ardita e sconveniente per un'altra fanciulla, ai due amici sembrò così naturale, che si stupirono di non aver mai parlato d'un argomento che si prestava a tante confidenze.
— No, non ho amanti, — rispose Filippo.
Loredana si mise a ridere.
— Neanche la contessa Fausta di Montegalda? — domandò maliziosamente, e soggiunse: — Fausta! Che bel nome!
— Toccato! — pensò Filippo. Quindi rispose: — No!
— Eppure, si ricorda quella sera che andai alla Fenice l'inverno scorso, con la mamma e gli zii? Lei era nel palco della Montegalda, che aveva un così bel diadema di brillanti sui capelli neri; e qualcuno mi disse che lei era innamorato della contessa. Io guardai attentamente e capii che avevano ragione.
— In ogni caso, — osservò Filippo, — tra innamorato e amante v'è un abisso.
— Oh sicuro! — esclamò Loredana con gravità comica. — Un abisso!... E lei, tanto timido, si spaventa degli abissi....
La fanciulla rise e Filippo la guardò. Non gli era mai parsa così bambina come in quell'ora, e tutta fresca, con la bocca sinuosa e ardente appena ombreggiata da una lievissima pelurie sul labbro superiore; e la luce che veniva dai grandi occhi scuri gli sembrò più vivida del consueto.
Prima ancora di riflettere, si chinò e baciò quegli occhi e quella bocca, mentre Loredana abbassava la testa, attonita e sommessa.
— Ciò che egli fa, è ben fatto! — ella pensò. — Ciò che egli fa, si può fare!
Loredana pensava in tal maniera, pure senza amare Filippo, e Filippo la baciava senza amarla. Ma ambedue con ogni sforzo avrebbero difeso quella loro strana amicizia, perchè sentivano l'un per l'altra una fiducia, che nessuno al mondo aveva mai loro ispirato.
Fu in quello stesso mese di gennaio che Filippo trovò un giorno la casetta in festa. Era l'onomastico della mamma e v'eran due o tre famiglie, recatesi a portar dolci e augurii alla buona donna. Intorno a Loredana, tutta vestita di rosa e lievemente scollata, stavano altre fanciulle, e alcuni giovanotti scherzavano con la piccola amica di Filippo, la quale rideva e si scaldava presso il caminetto, avanzando i piedini con una mossa non priva di civetteria.
Filippo guatò lo spettacolo. Tra quei giovani, uno fermò specialmente la sua attenzione, un biondo con occhi cerulei; si chiamava Adolfo Gianella, era impiegato in una banca e possedeva qualche po' di terra in provincia di Vicenza. Parlava poco, vigilava gli amici, ascoltava, serrando le labbra, i madrigali ch'essi rivolgevano alla giovinetta; e sopra tutto, pareva noiato e diffidente per la presenza di Filippo. Egli stava presso il caminetto, in piedi, di fronte a Loredana; e v'era nel suo atteggiamento muto un significato di padronanza e di protezione, che svelava in lui il fidanzato o almeno l'innamorato serio. Dai suoi occhi si sprigionò più d'una volta qualche occhiata cupida al collo bianco e perfetto di Loredana. Il contegno di Adolfo Gianella divenne a poco a poco tanto chiaro, che i suoi compagni smisero di corteggiare quella e si volsero alle altre ragazze.
Filippo se ne andò, con un male in cuore, con una rabbia, con un'angoscia, che lo stupivano e lo facevano tremare.
Entrò nel salotto della contessa di Montegalda e parve distratto tutto il tempo che vi rimase. Fausta gli passò vicino, gli fece un lieve cenno di seguirla e quando furono nella sala da ballo, deserta, gli chiese:
— Che cosa avete, Flopi?
— Mi fa male il cuore! — egli rispose.
— Male? — ripetè Fausta. — Un male fisico?
— Fisico. Un aneurisma, — disse Filippo sbadatamente.
— Mio Dio! — esclamò la contessa con voce soffocata. — Siete pazzo? Di aneurisma si può morire!
— Si può morire di tutto, amica, mia! — concluse Filippo.
La giovane voleva insistere, chiedere quali cure facesse, ma Filippo le lanciò un'occhiata stranamente beffarda, e rientrò nel salotto, dove si intavolava una partita di boston.
Egli aveva bisogno di sapere, e tuttavia stette parecchi giorni senza recarsi a trovar le signore De Carolis. La comparsa di quel giovanotto biondo con gli occhi cerulei gli aveva fatto sentire che un giorno Loredana gli sarebbe stata tolta per sempre e ch'egli non avrebbe potuto nulla per impedire una cosa tanto semplice e tanto grave, poichè non aveva intenzione di sposare la fanciulla, d'affrontare una lotta con la propria famiglia, con la madre, con le sorelle e coi cognati.... Loredana avrebbe appartenuto ad Adolfo Gianella, impiegato di banca e piccolo possidente.
Fausta di Montegalda conobbe in quei giorni molte amarezze; Filippo era irascibile e pareva che il fasto e l'eleganza della giovane signora lo irritassero, quando per l'addietro gli erano stati tanto cari. In un convegno, egli sbadigliò più d'una volta, mentre Fausta gli esponeva, come nei primi tempi del loro amore, i progetti per la primavera, per l'estate, per l'autunno, tutto un programma di divertimenti, studiato in modo da non dover vivere troppo lontani l'uno dall'altra.
Quello stesso giorno, Filippo incontrò in Piazza, sotto le Procuratie Nuove, Loredana che camminava frettolosa, di ritorno dall'aver fatto alcune compere. Egli la salutò e tirò dritto, perchè evitava di farsi vedere dagli amici con una fanciulla, ch'essi non conoscevano e che non apparteneva al loro « mondo »; il quale era un gruppo di men che duecento persone. Ma tornò presto indietro, e corse a casa delle De Carolis.
Loredana era molto impacciata; Filippo era freddo e pieno di rabbia. Anche il fatto, punto nuovo, d'averla trovata sola per istrada, gli faceva dispiacere, sebbene non avesse mai ignorato che la signora De Carolis permetteva alla figlia, come del resto usavan tutte le sue amiche, di uscire sola a far compere o di andare sola a far visita alle conoscenti.
Infine, per togliere quell'ombra che s'addensava tra di loro, la fanciulla raccontò a Filippo che l'avevano fidanzata, da un mese circa, ad Adolfo Gianella.
— Le piace? — domandò Filippo.
— No, per niente.
— Le pare che sarà felice con lui?
— Ne dubito molto.
— E allora?
Allora? La mamma aveva consigliato così; la famiglia Gianella era contenta; Adolfo era innamorato e minacciava d'uccidersi e di uccidere, se Loredana non fosse stata sua. Poi, che cosa poteva fare ella al mondo? Adolfo era un giovane onesto, in buona posizione, e le voleva bene davvero.... Ella s'era rassegnata e il fidanzamento era avvenuto.
— Senza dirmi nulla! — interruppe Filippo.
— Non osavo, — confessò la fanciulla, guardando l'amico a occhi socchiusi, tra le lunghe ciglia. — Del resto, che cosa poteva importare a lei? Lei non si occupa di queste piccole miserie.
Filippo non rispose, ma disse a se medesimo, che infatti egli non poteva e non doveva occuparsi dell'avvenire di Loredana, poichè non voleva toglierla ad Adolfo e sposarsela lui.
— Tutto ciò che la riguarda m'interessa, — osservò. — La mia amicizia aveva qualche diritto.
La fanciulla chinò il capo e non rispose. Una sofferenza nuova sorgeva nel suo cuore per quell'interrogatorio. Aveva qualche diritto, Filippo? E allora anche lei aveva qualche diritto, e pur tuttavia Filippo le aveva sempre taciuto, anzi le aveva sempre negato quell'amore per la contessa di Montegalda, del quale si parlava ormai con sicurezza in città.
La madre sopravvenne, e mostrò a Loredana i campioni di alcune stoffe per gli abiti della fanciulla. Filippo volle sceglierne due egli stesso, ma la signora De Carolis osservò ch'eran troppo cari; bisognò contentarsi dei più semplici, che a Filippo sembrarono anche molto brutti. Egli comparò mentalmente la vita modesta, quasi povera della sua piccola amica col lusso onde si circondava Fausta; e fu intenerito, ricordando che Loredana non si lagnava mai, non badava a quei particolari meschini, non invidiava nessuno.
Fausta sarebbe rimasta intontita se avesse potuto sapere che la povertà di Loredana era più gradita a Filippo che non l'eleganza di lei.
Una sera a pranzo dalla contessa Lombardi, Filippo s'irritò sordamente incontrando Fausta gemmata come un idolo, coperta di merletti preziosi, superba. C'era il marito, il conte Ettore di Montegalda, e Filippo non potè subito dire a Fausta qualche parola crudele; ma non gliene mancò l'occasione durante la serata; e ripensando ai campioni delle stoffe per gli abitini di Loredana, sentì il bisogno di criticare l'abbigliamento di Fausta, con tanta ingiustizia, che la contessa ne rimase stupefatta.
— Via, via, — ella disse, sforzandosi a ridere, — voi non potete giudicar di queste cose!
— Voi, piuttosto, non potete dare un giudizio di nulla e di nessuno! — rimbeccò Filippo. — Credete di vivere, e siete tanto lontana dalla vita quanto la terra dal sole!
Fausta aveva l'abitudine di comandare, d'imperare sempre e dovunque. Era bella, alta, formosa, coi capelli nerissimi e gli occhi azzurri; gli uomini la desideravano, le amiche ne tolleravano il potere, il marito ne era orgoglioso senza mai aver pensato ad amarla.... Sentendosi, per la prima volta dacchè viveva, così umiliata e torturata da Filippo Vagli, ella ne provava un dolore inesprimibile, e invece di ribellarsi, a poco a poco era tratta a soggiacere a quella forma di dominio non mai provata. Se un giorno ella aveva amato Filippo tepidamente, lasciandosi prendere per accidia e per noia, ora la rudezza insospettata dell'amante, la prepotenza che si tramutava qualche volta in sarcasmo, la soggiogavano; e temeva di perderlo, e si chiedeva ansiosa se quella irascibilità, quella voglia di tormentare non fossero i sintomi della stanchezza; e divenendo umile, moltiplicava le cure gentili per l'innamorato, cercava di farsi piccola e buona.
Ma ella era ormai condannata a scontare ciò che Filippo soffriva per Loredana; ogni episodio triste o increscioso dell'amicizia tra la fanciulla e il conte Vagli si ripercuoteva nell'amore tra il conte Vagli e Fausta; la quale non capiva, non sapeva darsi ragione, non sospettava menomamente la causa di quella mutazione improvvisa, e cominciava a credere che Filippo fosse malato davvero, seriamente, più di quanto egli aveva detto.
— Quel suo fidanzato è molto antipatico! — disse un giorno Filippo a Loredana. — Perchè mi guarda sempre di sottecchi, e scappa appena giungo io? Non potrebbe trattare da persona educata?
Adolfo Gianella voleva togliere di mezzo Filippo: la presenza di quest'ultimo, le sue cortesie e la sua assiduità presso una fanciulla dalla quale non doveva sperar niente, gli sembravano strane e sospette.
— È il mio amico! — aveva risposto Loredana alle insistenze del fidanzato. — È il solo amico che io abbia: mi vuol bene come un fratello. Perchè devo fargli uno sgarbo e mandarlo via, dopo tre anni d'amicizia onesta?
Adolfo non capiva. Un conte, un libertino, un pessimo soggetto, preso da sentimento purissimo per una giovinetta di diciotto anni, bella e povera? Non aveva mai udito raccontar nulla di simile. Ed essa, fredda e testarda, continuava a ripetere ch'era l'amico, e che non lo avrebbe mandato via, e che Adolfo non doveva pensar male.
Ogni giorno si tornava daccapo; il carattere passionale d'Adolfo s'accendeva e s'inveleniva; il giovane avrebbe voluto che la signora De Carolis intervenisse a favore di lui, ma la mamma giudicava con la testa della figlia, e non ricordava nemmeno di averla rimproverata una volta in diciotto anni. Anzi, vedendo che la figlia era triste, anche la signora De Carolis cominciava a pensare, senza avere il coraggio di dirlo, che Adolfo era brutale; e si pentiva d'avere accolta e favorita la proposta della famiglia Gianella, che voleva unire i due giovani. Non si poteva negarlo: la pace della casetta bianca era stata turbata da Adolfo Gianella; Loredana, sempre allegra, aveva mutato carattere per colpa di lui; egli, geloso, inquieto, pieno di sospetto, guardava tutti in cagnesco, non voleva che si andasse a teatro, s'irritava per la spensieratezza di Loredana, l'offendeva con incessanti osservazioni, pretendeva ch'ella fosse già grave e prudente come una madre di famiglia, e infine, anche nei momenti buoni, era querulo e noioso, pedante e meschino.
Per quel contrasto incessante, la fanciulla era accasciata; e più d'una volta Filippo la trovò con gli occhi rossi e gonfi.
— Non bisogna sposarlo, sa? — egli diceva recisamente. — È un matrimonio impossibile. Che cosa farà quel ragazzo quando sarà suo marito e avrà i diritti più stupidi e più antipatici? Vuole che parli io con la mamma?
La fanciulla non aveva il coraggio di togliersi da quella situazione tormentosa: tutta la famiglia Gianella, madre, padre, zii, cugini di Adolfo, le stavano attorno, magnificando le virtù del giovane, facendo disegni per l'avvenire, dimostrandosi tanto sicuri, tanto lieti per quel matrimonio singolarmente felice, che Loredana soffocava e taceva. Ma non si sarebbe potuto trovare un uomo il quale fosse più di Adolfo incapace di comprenderla, tanto che essa, buona con tutti, era sempre con lui irritata, nervosa, dolente.
Da ultimo egli voleva anche legger le lettere ch'ella riceveva dalle amiche, delle quali non si fidava punto; una mattina, mentr'egli s'era recato a dare il buon giorno alla fidanzata, sopravvenne il portalettere, e Adolfo s'impadronì della posta, aperse la lettera d'una ragazza che scriveva a Loredana da un paese della provincia, domandò notizie delle persone ch'eranvi ricordate, e finì col mettersi la lettera in tasca.
Quando giunse Filippo verso sera, la fanciulla vibrava ancora tutta di sdegno e d'ira; raccontò ogni cosa all'amico, anche quel che aveva taciuto fino a quel giorno, le angherie, le taccagnerie, la diffidenza oltraggiosa, la gelosia irragionevole, la presunzione di Adolfo.
— Non lo voglio, non lo voglio, non lo voglio! — esclamava con gli occhi sfavillanti di rabbia. — Qualunque cosa piuttosto di questo matrimonio! Mai, mai, mai!
Filippo aveva ascoltato in silenzio, guardando il pavimento a piastrelle bianche e rosse e segnando col piede il ritmo d'una marcia.
A un tratto sollevò il capo, afferrò le mani dell'amica, e chiese:
— Vuole venire con me?
La fanciulla non capì subito.
— Dove? — ella domandò.
— Via, lontano, fuori di Venezia, per sempre! — incalzò Filippo.
— Fuggire? Fuggire con lei? — ella disse sottovoce, già tremando senza saperne la ragione.
— Mi ascolti, — mormorò Filippo.
Andò fino al limitare della saletta, vide che la mamma leggeva attentamente un libro mal rilegato, e continuò, tornando presso Loredana:
— Quella che noi chiamiamo amicizia, non è che amore. Se n'è accorta?
Essa, ferma e fissa, con gli occhi spalancati, non rispose.
— Me ne sono accorto io, — proseguì Filippo. — So che ti amo, sento che ti amo, sento che noi possiamo essere felici. Io non posso sposarti; capiscimi bene, non posso sposarti perchè tutta la mia famiglia ci darebbe tali e tanti dispiaceri, che, in confronto, ciò che hai sofferto finora ti sembrerebbe una gioia. Sono ignoranti, caparbii e feroci.... Ma ti offro lo stesso il mio amore e la mia vita.... Anch'io sono stanco; anch'io non posso più trascinare questa esistenza tormentosa e inutile. Dimmi che accetti, e saremo felici.... Partiremo subito....
Loredana tolse le mani dalle mani di Filippo e si alzò in piedi: fece alcuni passi come per uscir dalla camera, ma si fermò e si addossò al muro; piangeva in silenzio e le lagrime le scendevan giù per le guance.
Filippo le si avvicinò di nuovo. Era pallido e la sua voce tremava. Disse:
— Sei offesa?
Ella negò con un movimento del capo.
— Allora non mi ami d'amore, come ti amo io?
La risposta non venne. Loredana guardava l'amico attraverso il velo delle lagrime. Egli fece un passo come per allontanarsi, ma la fanciulla, rapidamente, istintivamente lo trattenne con un gesto.
— Sì, l'amo anch'io, — ella mormorò sottovoce.
Filippo l'afferrò per il busto e la baciò sulla bocca.
— Pensaci, — disse. — Pensa che saremo tanto felici.... La mamma perdonerà. Ti vuol troppo bene per condannarti. Capirà che tu avevi il diritto di vivere, di sottrarti a un avvenire spaventoso. Tu saprai farti perdonare, non è vero? poichè conosci la strada per giungere al cuore della mamma! Dimmi che accetti, e partiremo subito....
Essa, sempre addossata al muro, sempre immobile, con gli occhi pieni di lagrime, non rispondeva. Ma una scampanellata fece sussultare lei e Filippo.
La fanciulla s'asciugò prestamente gli occhi, e corse nella saletta.
— Dev'essere Adolfo, — ella disse alla mamma. — Io ho l'emicrania, non voglio vederlo, mi chiudo nella mia camera!
La mamma sospirò e alzò lo sguardo al soffitto. Loredana tornò da Filippo, gli strinse le mani, mentr'egli la baciava ancora sulla bocca.
— Pensaci! — ripetè Filippo.
Ella fece un gesto vago e scomparve, per chiudersi nella sua cameretta.
Adolfo Gianella saliva le scale, e Filippo udendone il passo, diceva con la signora De Carolis:
— Mi dispiace molto che la signorina sia indisposta; spero non sarà nulla....
— È malata? — chiese Adolfo sopraggiungendo e salutando Filippo con un saluto freddo e un'occhiata di sbieco. — Dov'è stata iersera? Avrà preso freddo, o avrà mangiato qualche cosa d'indigesto....
Filippo se ne andò subito, e senza volerlo si disse, ridendo dentro:
— Tu, dovrai mangiare fra poco qualche cosa d'indigesto!...
Ripensò, quella notte, all'idea della fuga, balenatagli così di repente; e più vi pensava e più gli pareva buona. La signora De Carolis non avrebbe osato nulla contro la figlia adorata; Adolfo avrebbe trovato una consolazione nel pensiero che una fanciulla capace di scappar col conte Vagli non era degna di lui.... Infine, la cosa si sarebbe saputa da pochi, malamente, e si sarebbe sminuita, polverizzata per così dire, nel classico pettegolezzo veneziano. Filippo trovava l'onestà della sua disonestà; amava Loredana; sentiva che le sarebbe stato fedele, che l'avrebbe fatta contenta, ch'ella non avrebbe sofferto, e poichè di matrimonio era assurdo parlare a causa dell'opposizione formidabile che avrebbe trovato in famiglia, la fuga, una fuga prudente, senza troppo scandalo, senza chiasso, metteva termine a una situazione insopportabile per lui e per la piccola amica.
Gli venne anche il pensiero di Fausta; ma la disgraziata donna s'era in quel periodo di tempo totalmente perduta agli occhi di lui, pel suo strano contegno d'umiltà, nel quale egli non capiva nulla. Egli pensava con rammarico alla devozione della sua amante: Fausta non era fatta per obbedire, per tacere, per soffrire; ogni donna ha il suo fascino e il suo destino. L'asservimento aveva smorzato la bella fiamma di quegli occhi cilestri e tolto al viso il colorito della fresca giovinezza.
— È veramente doloroso, — pensava Filippo, — ch'io non possa amarla!
A poco a poco, ribadita dal conte, l'idea della fuga conquistava anche Loredana; nulla pareva più dolce che la vita con Filippo, e la fanciulla non trovava termini di paragone se non nella paura di quel matrimonio. Adolfo aveva svelato un nuovo difetto, insolito in un giovane: l'avarizia. Egli spiegava certe sue miserabili economie con la necessità di aver denaro pel giorno degli sponsali, d'aver molto denaro per far bella figura; ma la fidanzata gli credeva poco, e notava, senza volerlo, quasi arrossendo, che intanto lo spirito gretto di lui si rivelava nei regalucci ch'egli le faceva e che sarebbero rimasti in casa a fare non bella, ma triste figura. Egli anche — aveva scoperto Loredana, ormai maestra di scoperte incresciose — egli mangiava troppo, ingordamente, magnificando la bontà delle salse e dei sughi. La madre sua si beava vedendolo così allegro, con un appetito quasi insaziabile; e Loredana, per non odiare l'uno e l'altra, inventava un'emicrania ogni qualvolta la signora Gianella l'invitava a pranzo.
Sui primi di maggio, quando la ragazza pensava di farsi qualche abitino nuovo e di comperarsi qualche piccolo oggetto d'eleganza, Adolfo decretò che gli abiti e i cappelli dell'anno precedente, ritoccati qua e là, potevano servire ancora; e la petulanza del fidanzato le sembrò tanto grave, che senza ribatter verbo, ella si ritirò nella sua camera e vi restò fin che Adolfo non se ne fu andato.
Ma egli giudicava quei malumori con la presunzione di un esperto conoscitore di donne, sorridendo e aspettando che la bufera si calmasse.
Era ben lungi dall'imaginare che proprio quel giorno, otto maggio, qualche cosa di terribile e d'irreparabile doveva avvenire nella vita di Loredana.
Sua madre l'aveva lasciata sola in casa, dopo la visita di Adolfo; la donna di servizio era andata alla stazione a incontrare il fidanzato che giungeva a Venezia per passarvi alcuni giorni di vacanza. Loredana non doveva aprire ad alcuno e stava nella sua camera, sdraiata sul lettuccio, leggendo un romanzo. Verso le quattro udì una scampanellata; corse al balcone, vide Filippo, e la tentazione fu troppo forte: andò subito a tirare il cordone e la porta si spalancò innanzi al conte, che credeva di trovar la fanciulla con la mamma.
Quando seppe ch'era sola, egli la guardò in silenzio ed ella guardò lui; le loro bocche si unirono e così, dopo tre anni, la piccola amica diventò la piccola amante.
Quella medesima sera, la fanciulla andò a teatro con la madre e un'altra signora. Aveva il suo abitino rosa lievemente scollato e un cappellino di paglia rossa a tricorno, sotto il quale i capelli parevan più bruni e i riflessi più dorati. Ella stava attentissima alla rappresentazione, « L'amore ricama », una commedia francese in tre atti; teneva gli occhi fissi alla scena, la bocca dalle labbra purpuree un poco schiusa. Filippo la vide e fu colpito da quell'atteggiamento ingenuo, quasi infantile, come se un'altra anima, la vera anima della giovinezza indifesa, si fosse sovrapposta a quella ch'egli conosceva. Sentì il rimorso per ciò che aveva osato poche ore innanzi, nella cecità della passione e dell'egoismo.
Ma l'atto finiva e parecchi spettatori alzandosi e volgendosi guardavano la fanciulla con ammirazione.
— Imbecilli! — mormorò Filippo, guardando a sua volta Loredana, sorridente e bianca sul fondo scuro del palchetto. — È mia!
E la certezza di quell'amore tacito e misterioso, pericoloso e crudele, potè meglio d'ogni altro pensiero. Filippo stette un istante a fissar la folla in platea, la quale, ammirando la piccola amante non osava sospettare ch'ella conoscesse già i baci, tutti i baci d'un uomo; e la stupidità della moltitudine non gli sembrò mai più amena.
Due mesi eran passati da quel giorno indimenticabile, quando, sui primi di luglio, Loredana si decise, e abbandonò la casetta bianca sul campiello solitario per seguire Filippo Vagli.
V
Indice
La mattina dopo l'arrivo a Desenzano, Loredana corse al balcone dell'albergo e vide sotto il sole fastoso scintillare il lago di cobalto. Lontano, a levante, un piccolo paese si spingeva per una lingua di terra molto innanzi nell'acqua.
— Andremo laggiù, — disse tra di sè, contenta di vedere paesaggi nuovi, ella che non si era mai allontanata da Venezia se non per pochi chilometri.
Il colore del lago, così azzurro da dare quasi all'acqua una densità materiale, era mirabile. La fanciulla, abituata alle trasparenze leggere della laguna, ne restò meravigliata e sentì come un piacere intenso per quella vita liquida che si stendeva ampiamente sotto i suoi occhi.
Filippo bussò discretamente all'uscio ed entrò.
— Amore mio, come sei elegante! — disse.
Loredana vestiva tutta di bianco, con una cintura bianca e lo scarpe bianche, e sorrideva all'amico, il quale era superbo della sua candida bellezza.
— Ogni cosa fatta a pennello! — dichiarò Loredana, indicando l'abito; e soggiunse, dopo una lieve esitazione: — Tu mi portavi con te, nella tua mente, quando ordinavi i miei abiti!
Ma il pensiero non le si era presentato così; era stato piuttosto un senso di molestia per quella strana perizia dell'amico suo, la quale svelava una lunga e costante dimestichezza con le donne, una singolare esperienza d'anime e di corpi femminili. Nulla a lei importava di ciò che era finito ieri: ma domani?
Ella disse, attirando Filippo sul balcone:
— Vedi, laggiù? Quel paese che si spinge nel lago? Là, vuoi andare?
— No, — rispose Filippo. — Quello è Sirmione; noi andremo a Maderno o a Gargnano o più oltre, nel Trentino, a Riva....
— Che peccato! Dev'essere molto bello, laggiù.
— Vuoi? Se ti piace, io non ho nulla in contrario. Farà molto caldo, ecco tutto. Sirmione è grazioso. Manderemo a vedere se vi sono alloggi....
Mandarono a vedere; partì un uomo dell'albergo con la vettura; tornò dopo colazione. V'erano alloggi, modesti ma puliti, nell'unica trattoria del paese; si poteva tentare....
La cosa piacque molto a Loredana. In quel tempo, Sirmione non vantava ancora alcun grande albergo nè uno stabilimento di bagni. Vi arrivavano di tanto in tanto gli escursionisti, quasi tutti tedeschi, a visitar le grotte leggendarie di Catullo; mangiavano, ammiravano, ripartivano. Il piroscafo v'approdava una volta al giorno, se il tempo non era cattivo. Tutto questo, raccontato dal direttore dell'Albergo Reale, accese la fantasia della ragazza, che già pensava di vivere più anni in quella penisoletta con Filippo, lontani dal mondo e pur vicini, obliati e felici....
Nel pomeriggio, sotto un sole rovente, per la strada piana e bianca di polvere, gli amanti partirono in una carrozzella alla volta di Sirmione, seguiti da un baroccio coi bauli che avevano spaventato il conte Roberto. Quando giunsero al punto nel quale si lascia la strada provinciale per volgere a sinistra e inoltrarsi nella penisoletta, la fanciulla fu molto contenta. Dal balcone dell'albergo di Desenzano non avrebbe mai imaginato un paesaggio così bello. A destra e a manca, tra i rami degli ulivi e il fogliame degli alti pioppi, scintillavano le acque del lago riccamente turchine, immote nella accidia delle ore calde. È a un gomito di quella strada che s'incontra una casetta modesta, con uno svelto cipresso innanzi, e sotto si stende il lago irto per buon tratto di canne fragili; angolo pittoresco, riprodotto migliaia di volte da sapienti e da timidi pennelli.
— Andremo un giorno a vedere quei paesi laggiù! — disse Loredana, indicando i gruppi di case sulla sponda veronese. — Voglio veder tutto il lago.
— Ti piace? — domandò Filippo.
— Ah, immensamente! Sarò felice! — esclamò la fanciulla in un impeto di gioia, battendo le mani.
Tacque. La fronte le si rannuvolò subitamente; ripensava alla mamma, cui non aveva ancor dato notizie, e che era sola ormai nella casa deserta. Per celare a Filippo la tristezza improvvisa, si volse indietro a guardare il baroccio che correva tra un nugolo di polvere.
Ma già si vedeva la torre del castello Scaligero, cinta a metà da mura grigiastre, e la strada si ampliava; la carrozza oltrepassò il ponte di legno che dalla porta del castello mette in paese, e la rocca apparve lacerata da lunghe feritoie, circondata tutta intorno dall'acqua; lo stemma degli Scaligeri, ancor visibile, il leone di San Marco, in rilievo, la croce bianca in campo rosso del Comune, posti simmetricamente sull'alto della porta che guarda a occaso, dicono i tre dominii che si susseguirono.
Le donne e i pescatori raccolti in gruppo sulla piazza osservarono l'equipaggio insolito e il carro coi bauli, ma nessuno si mosse. Non avevano alcun bisogno dei forestieri. L'acqua li faceva liberi, e quell'anno la pesca delle sardelle era stata insolitamente fortunata.
Si fece incontro alla vettura il proprietario dell'albergo, e aiutò Loredana a discenderne. Era un uomo tozzo dal viso rubicondo; non abituato a cerimonie, salutò con una certa dimestichezza e annunziò che gli « sposi » si sarebbero trovati benissimo in casa sua. Aveva tutto approntato, rinfrescato, ripulito con cura; le due camere e il salotto guardavano il lago; di giorno faceva caldo, ma si tenevan le persiane chiuse e si scendeva in giardino; di sera, poi, era una bellezza ovunque. A pochi passi di là, comparve anche la moglie dell'albergatore, più timorosa per l'aspetto signorile di Loredana, della quale notò in un batter d'occhio l'abito, la figura slanciata, il viso freschissimo, la bella bocca. Essa dichiarò che era felice di non alloggiare i soliti tedeschi con la piuma di gallo sul cappellino verde.
Mentre i due vetturali scaricavano i bauli, gli amanti salirono a veder le camere, e sulla scala s'imbatterono in una signora ampia di forme, col viso pitturato e le sopracciglia duramente segnate a nerofumo. Ella salutò chinando la testa, e si fece da un lato.
— È la signora Teobaldi, di Verona, — disse l'albergatrice, che seguiva. — Una buona e bella signora.
Filippo la guardò appena, rispondendo distratto al suo saluto, Loredana sorrise per quelle spaurevoli sopracciglia; e per la maschera di biacca e di belletto che le deturpava la faccia.
Le due camere da letto erano grandi e pulite, ciascuna con un armadio a specchio, un cassettone di legno chiaro, una tavola rettangolare coperta da un tappeto modesto ma nuovo. Il salotto era addobbato con carta a fiori d'oro sul fondo rosso; i mobili mal disposti, in ordine scrupolosamente simmetrico, facevan pensare a lunghi mesi d'abbandono, quantunque non vi fosse un grano di polvere. Il pianoforte, del quale Filippo toccò alcuni tasti, emise un miagolìo prolungato che fece ridere Loredana.
— Bisognerà comprare molti oggetti inutili per nascondere la bruttezza degli oggetti utili, — osservò Filippo, senza badare alla faccia scorata dell'albergatrice. — Va bene, — seguitò con quest'ultima. — Faccia portare subito i bauli....
— Sì, signor conte, — disse la donna.
— A proposito: sa il mio nome?
— Me lo ha detto l'uomo che è venuto stamane a vedere le camere, — rispose l'albergatrice. — Il signor conte Filippo Vagli e la signora contessa, di Venezia. Anzi, volevo chiedere alla signora contessa se suona il piano....
— Perchè? — domandò la giovane.
— Perchè in tal caso lo farei accomodare: è un po' scordato.
— Lo faccia accomodare, — disse Filippo.
E quando la donna se ne fu andata, seguitò con l'amica sua, che si toglieva il cappello:
— Non vorrei esser caduto in un covo di pettegole....
— Dove sarebbero? — domandò la fanciulla stupita.
— Quella signora di Verona, per esempio: Teobaldi o Tibaldi o Ribaldi....
— L'albergatrice ha detto che è buona....
— Sì, — osservò Filippo, — ma ha detto pure che è bella! E allora, stiamo freschi!
Loredana diede in una risata, pensando alle terribili sopracciglia immobili. Ella s'era affacciata alla finestra e sembrava compenetrarsi della luce folgorante che saliva dal lago, dardeggiava la linea onduleggiata delle montagne, incendiava le case di Desenzano, faceva frinir le cicale sugli alberi.
Ad un tratto si volse e disse:
— Oggi scrivo alla mamma.
— Appunto, — rispose Filippo. — Anch'io....
E stava per continuare, quando fu bussato alla porta ed entrarono gli uomini con un baule.
— Che cosa dicevi? — domandò Loredana, allorchè gli uomini uscirono per prender gli altri bagagli.
— Volevo dirti che ho intenzione di andare a Venezia, fra qualche giorno. Bisogna ch'io sappia ciò che si dice, — dichiarò Filippo, sedendo in una poltroncina. — La mia assenza non può essere stata notata: a Venezia son rimaste poche famiglie che io conosco, e in quest'epoca, tutti gli anni io vado in campagna. Ma voglio udire se si fanno chiacchiere e voglio, se mi riuscirà, aver notizie di tua madre.
— Come farai?...
Di nuovo gli uomini entrarono con un baule, che Filippo ordinò di deporre nella sua camera.
— Non dev'esser difficile, — egli continuò poscia, — mandare qualcuno da lei con un pretesto. Anzi, servendomi d'una persona fidata, potrei farle consegnare la tua lettera.
La fanciulla tacque un istante. Quel disegno di Filippo le pareva logico e pure la turbava; appena arrivata in un paese nuovo, tra gente sconosciuta, doveva rimaner sola, di giorno e di notte. E all'idea che Filippo volesse abbandonarla, un tale spavento la prese, che si sentì sbiancare il volto, come tutto il sangue le si fosse gelato nelle vene.
Ritornò alla finestra, per nascondere il suo turbamento; ma non vedeva nè il lago, nè il sole, nè la città dirimpetto, che un minuto prima le era parsa sfavillante....
— Che pazza! — disse a sè medesima. — Come potrebbe abbandonarmi, se mi ama, se lo amo, se gli ho dato tutta me stessa? Non lo conosco da tre anni, non sono stata per tre anni la piccola amica, e non sono oggi la piccola amante?
Udì che gli uomini, recato l'ultimo baule, salutavano e uscivano ringraziando. Si tolse dalla finestra, e disse a Filippo, con voce un po' debole:
— Sì, è giusto. Devi andare.
Quella stessa mattina, il conte Roberto, arrivato a Fasano in carrozza, spedì subito un telegramma a sua cognata. Il telegramma, alla forma del quale aveva pensato durante tutto il viaggio, diceva: « Non ho visto nessuno. Lascia fare ».
E la contessa Bianca ricevendolo si chiese se quel « Lascia fare » significasse « Fida in me » o non piuttosto: « Lascia che ciascuno viva a modo suo ».
Ma le parve che la seconda interpretazione fosse la buona.
VI.
Indice
A Venezia, la scomparsa di Loredana De Carolis non aveva sollevato rumore. La fanciulla e sua madre Emma vivevano una vita modesta, fra poche conoscenze e pochi parenti, senza attinenze con la grande società. I vicini di casa, che dopo qualche giorno non videro Loredana al balcone come di solito, credettero fosse partita per la campagna. La madre, atterrita dalle conseguenze dei pettegolezzi, dovette farsi sua complice, e a quelle amiche le quali chiedevano di lei, rispondeva ch'era andata a San Donà, ove ella stessa l'avrebbe fra poco raggiunta.
In fondo, la povera donna non sapeva che fare: solo innanzi all'avvenimento inaspettato aveva compreso ch'ella era stata colpevole, che l'amicizia di Filippo alla quale aveva creduto così stupidamente non poteva non mutar forma, e ch'ella avrebbe dovuto, per la salvezza di sua figlia, mettere alla porta Filippo con una mano e Adolfo con l'altra.
Per acquetare Adolfo, la signora Emma inventò dapprima delle bugie: Loredana era uscita, poi stava poco bene, poi era a letto con un male a un piede. Ma la faccia pallida della signora, e qualche cosa strana in tutta la casa e il contegno misterioso della donna di servizio, che voleva bene alla signorina, odiava Adolfo il quale non le aveva mai dato un soldo, amava il conte Vagli ch'era stato sempre con lei generoso, e infine approvava pienamente la fuga e la trovava proprio stupenda, — qualche cosa strana, inusata, avvertì Adolfo Gianella che lo si voleva ingannare.
E quando la signora De Carolis dovette finalmente dire che Loredana non era a Venezia, ma, rifugiatasi presso alcuni parenti, dichiarava di non voler più a nessun patto sposare Adolfo, quest'ultimo s'accasciò d'un colpo; la superbia, l'albagìa, la cieca sicurezza in se stesso, la esperienza del cuore femminile ond'egli andava tanto orgoglioso, tutto precipitò in un attimo. Pianse e poi diventò violento. Voleva vedere la fanciulla, persuaderla, prometterle di cambiar carattere.
Per più giorni la signora De Carolis ebbe la casa assediata dai parenti di Adolfo; chi la rimproverava, chi la chiamava pazza, chi gridava al tradimento, e tutti chiedevano l'indirizzo della fanciulla per farle mutar pensiero. La signora Emma dovette tener testa a quei furiosi e seguitare a ripetere che rispettava la volontà di sua figlia e non voleva influire sulla sua decisione. Adolfo minacciò di girare l'intera provincia alla ricerca della scomparsa; poi minacciò di uccidersi; ma non fece nè una cosa nè l'altra, e la signora De Carolis notò ch'egli non era men roseo o meno grasso del consueto.
— Vedremo, — egli diceva, — vedremo chi sarà il fortunato che sposerà sua figlia! Son proprio curioso di conoscerlo!
Egli era certissimo che un miglior marito di lui Loredana non avrebbe mai potuto trovare; e cercava intanto nell'amor proprio offeso un principio di consolazione.
— Non era degna di te! — dichiarava la signora Gianella ad Adolfo. — Forse è una fortuna che questo matrimonio vada in fumo!
— Non era degna! — pensò finalmente anche Adolfo, rinunziando al suicidio. — Dopo tutto, era senza un soldo e non aveva che superbia!
I parenti di lui lasciarono in pace la signora De Carolis, che per quelle emozioni s'era fatta palliduccia e magra in una settimana; ma non trascurarono le occasioni di parlar male di lei e di sua figlia, la quale aveva respinto un così bel « partito ». I più allegri furono i colleghi di Adolfo, che non potevano soffrirlo; essi risero quando seppero che la sua fidanzata lo aveva messo alla porta; uno rammentò l'aria d'importanza ch'egli si dava quando spiegava loro la psicologia del cuore femminile; un altro ne imitò i gesti quando, nei giorni di molto lavoro, mangiava in ufficio e la sua testa spariva dietro il fumo di una « minestrina » che sarebbe bastata per quattro; un terzo ricordò ch'egli andava superbo della intelligenza della sua fidanzata.
— Perdio! — esclamò quest'ultimo. — Bisogna dire ch'egli avesse ragione, perchè il calcio che la ragazza gli ha dato, prova ch'era intelligente davvero!
Gli altri risero, e la fanciulla ignota diventò simpatica a tutti gli impiegati della Banca.
VII.
Indice
Loredana e Filippo vissero a Sirmione alcuni giorni di felicità senza pari; lungi dagli sguardi indiscreti, non conosciuti, sicuri l'un dell'altra, s'imaginavano d'essere in qualche isola perduta nell'Oceano. Tutto era bello.
Le grotte di Catullo, i ruderi maestosi e robusti, che l'erba circonda, che il vento accarezza, che il sole riscalda, parvero loro una cosa divina. Di là essi ammiravano la grandiosità del lago, ora illuminato con cruda forza, ora soffuso di nebbia, leggera come un pulviscolo; e seduti, verso il tramonto, ai piedi del promontorio, dove le rocce levigate sorgono dall'acqua limpidissima, i due amanti stavano spesso in silenzio a guardare, raccolti e commossi, ciascuno sentendo d'essere troppo felice e temendo che l'incanto si smagasse presto.
Qualche volta uscivano con la barca, una barca tozza a guisa di canotto, che danzava bene sulle onde; remava Filippo e l'amica sua stava a poppa, dapprincipio un po' timorosa e poi contenta come una bambina. Ella era ormai tranquilla; aveva ricevuto due lettere dalla mamma, respinte da Napoli a Roma, da Roma a Firenze, da Firenze a Brescia e a Sirmione per mezzo di amici fidati di Filippo; e in quelle lettere non un'imprecazione, non un rimprovero; solo una ineffabile tristezza, che la fanciulla sapeva di poter calmare con buone parole. La mamma dava le notizie della famiglia Gianella e di Adolfo, che seguitava a mangiare e a parlar di suicidio. La mamma non malediceva, non rimproverava, non faceva minacce; era sola, e tra le righe delle lunghe lettere si poteva leggere l'espressione dell'unico desiderio di lei, che la figlia tornasse, che la solitudine finisse.
Al principio della terza settimana, Filippo si decise finalmente a recarsi per poco a Venezia; Loredana volle accompagnarlo fino a Peschiera, in carrozza, e là, quando lo vide salire in treno e salutare mentre il treno si rimetteva in moto, la giovane ebbe una fitta in cuore. Tornò a Sirmione in carrozza, con gli sguardi perduti, colla mente presa dai pensieri più strambi, imaginando che Filippo non dovesse più rivederla, che sua madre lo facesse arrestare, che qualcuno potesse ucciderlo. Le era parso molto preoccupato al momento di abbracciarla, come egli pure temesse qualche cosa nuova e imprevedibile.
Ella non vide la strada; sentì che la carrozza si fermava, si guardò intorno, riconobbe il piccolo albergo, discese.
Al momento di pagare, non trovò moneta. Filippo le aveva lasciato cento lire in un biglietto; ma mentre ella si volgeva per incaricare la padrona di pagare il vetturale, la signora Clarice Teobaldi, dalle sopracciglia al nerofumo, comparve improvvisamente e si offerse.
— Lasci, lasci, signora contessa, — ella pregò con la voce forte e melata. — Mi permetta che le presti io....
Trasse dal borsellino alcune monete d'argento, le diede al vetturale, gli disse che bastavano per una corsa a Peschiera, che la signora contessa non era un'inglese da svaligiare, ebbe un breve alterco, e finì per vincerla.
— Con questa gente bisogna andar cauti, — osservò poi, mentre si metteva a fianco di Loredana ed entrava con lei nell'albergo. — Sono abituati coi forestieri; ma noi siamo italiani....
Lanciò alla fanciulla un'occhiata ammirativa, e aggiunse:
— E che bel sangue italiano!... Il signor conte è partito?
— Sì, — disse Loredana, fermandosi ai piedi della scala, mentre il volto esprimeva ingenuamente una noia senza pari.
— Tornerà presto, si capisce, — seguitò la signora Clarice per conto proprio. — Non vuol mica lasciare a lungo un fiore così bello, abbandonato in questo selvaggio paese.
— Oh il paese è magnifico! — rimbeccò la ragazza, offesa che si criticasse ciò che piaceva a Filippo.
— Sì, ma in due lo si ammira meglio! — disse argutamente la signora Clarice.
— Mi perdoni, — interruppe Loredana, salendo le scale. — Le manderò subito ciò che mi ha prestato. La ringrazio....
— Di che? Lei deve disporre di me, signora contessa, come d'una vecchia amica, come d'una mamma....
Dall'alto delle scale, Loredana lanciò alla donna un'occhiata furibonda. Voleva farle da mamma, quella vecchia stopposa? Non l'aveva lei, la madre sua, tanto buona?
Quando fu in camera si gettò sul letto a piangere.
Quella settimana doveva essere un inferno, a giudicar dalle prime ore. Senza Filippo, senza la mamma, col titolo di « signora contessa » che le facevan tuonare all'orecchio ogni istante e che aveva per lei un significato d'ironia, Loredana si sentiva perduta.
Fissò la tappezzeria della camerina da letto, una tappezzeria cilestre a fiori mavì, che parevan piccoli cavoli o piccole teste rincorrentisi in lunghe file verticali e orizzontali; si mise a contar quei segni, a guardar gli spazii cilestri tra fiore e fiore; e restò così, con gli occhi rossi e velati, fin che l'albergatrice non le recò la colazione, disponendola sulla tavola del salotto.
La fanciulla voleva restare sola tutto quel giorno, tutto il tempo che Filippo fosse rimasto assente; ma aveva appena bevuto l'ultimo sorso di caffè, che udì battere all'uscio.
— Avanti! — disse.
E invece dell'albergatrice, essa vide comparire la Teobaldi, sorridente e incerta.
— Mi perdoni, signora contessa, — cominciò questa, ferma sul limitare. — Ho pensato che lei era sola e che forse avrebbe gradito di scambiar qualche parola con una persona più intelligente che quella povera donna.... Io sono vecchia, ho visto molte cose a questo mondo, ho sofferto, e valgo di più, modestia a parte, dell'albergatrice.... Mi permette?
— Prego.... — mormorò Loredana, stupefatta d'un'audacia della quale non aveva ancora idea.
La Teobaldi s'avanzò guardandosi intorno.
— Ah, molto ben messo, molto carino! — disse. — Come si sente la mano della donna, d'una signora! Ma s'io fossi una signora come lei, indiscrezione a parte, non verrei in un paese bizzarro come questo. Ci sono tanti bei siti, in Cadore, nella Svizzera, nella Scozia, nel Caucaso....
Ella sedette presso la tavola, di fronte a Loredana, la quale non sapeva che cosa dire e che cosa fare.
— Oh ecco il pianoforte! — esclamò la Teobaldi. — Lei suona il pianoforte?
— No, — rispose la fanciulla.
— Peccato! Io suono e canto. Ah sono stata una cantante, modestia a parte, coi fiocchi; e compongo anche; ho delle romanze scritte da me. Tamagno ne ha cantata una l'anno scorso.
Loredana s'accorse che la Teobaldi le cercava con gli occhi la mano sinistra, che la fanciulla teneva sul grembo, mentre aveva l'altra distesa sulla tavola. E capì; l'intrusa voleva vedere se portava l'anello nuziale.
La giovane se ne sentì così turbata, che la fronte le s'imperlò di sudore. Non aveva pensato a quel particolare; veramente non aveva pensato di dover trovarsi mai a conversare con una persona che non fosse Filippo; e ora, se la Teobaldi avesse scoperto ch'ella non aveva l'anello nuziale, avrebbe capito tutto.
— Ah, lei canta! — disse.
Si decise. Levò la sinistra dal grembo e si mise a giocherellare col laccio argenteo del tovagliolo; gli occhi della Teobaldi le si fissarono sulla mano e il suo volto carico di biacca non disse nulla.
— Canto per diletto, da povera vecchia, — seguitò malinconicamente.
S'alzò, traversò il salottino e andò a sedere innanzi al pianoforte, sullo sgabello di reps rosso; le mani corsero agilmente sulla tastiera, mentre la testa accompagnava il ritmo con voluttuoso abbandono.
— « Mon rêve », — annunziò d'un tratto. — Il mio sogno!
Era una romanza, per soprano. La Teobaldi lanciò alcuni trilli preliminari, così acuti che parvero lacerar l'aria, poi iniziò una nenia lagrimosa con un ritornello singhiozzante; la cantatrice tremolava da capo a piedi, e le si agitavano i riccioli grigi sulla fronte; essa aveva gli occhi levati in alto, quasi a cercare il suo sogno tra gli arabeschi stampati del soffitto.
A Loredana parve che stonasse due o tre volte; del resto la fanciulla non sapeva se ridere o piangere, se gridar di rabbia per quella visita sfacciata o cercar di svagarsi al grottesco spettacolo. Pensava a Filippo, che le note tristi del piano e la cantilena funebre le facevan desiderare ancor meglio, con un impeto disperato e selvaggio. Dov'era? Che faceva? Egli pure la desiderava così, la cercava con la mente e col cuore? E aveva visto la mamma sua?
Un grido straziante interruppe il suo pensiero; la vecchia aveva finito e restava con la bocca spalancata, con gli occhi fissi al soffitto e i riccioli definitivamente sciolti sulla fronte, come fulminata dalla passione traboccante. Ma non udendo parola di elogio, si girò sullo sgabello, guardò la ragazza, e disse:
— Eh?...
— Canta molto bene, — rispose Loredana.
— No; non voglio complimenti. Ma che bella romanza, eh?
— Bellissima.
— C'è tutta un'anima qua dentro! Già, io mi commuovo troppo!
Loredana vide infatti che la vecchia aveva gli occhi lucidi per le lagrime, e si dolse di non poter piangere a sua volta per quel « Mon rêve » ch'era così diverso da quello che la fanciulla aveva in cuore.
La Teobaldi fece un mezzo giro sullo sgabello, si ritrovò innanzi al piano e cominciò un galopp.
— « Folletto! » — disse, enunziandone il titolo. — Le piace ballare?
La risposta di Loredana si perdette tra una tempesta di note senza tempo e senza misura, che la vecchia accumulava con frenesia, come se il ballabile le avesse fatto perdere ogni nozione musicale.
Ma quel fracasso e la vista della donna che nell'ebbrezza di una danza imaginaria dimenticava anche la presenza di lei, crebbero la tristezza di Loredana; ella si alzò, fece cadere a bella posta il coltellino delle frutta, smosse le sedie e riuscì ad interrompere la musica del « Folletto », che già le pareva interminabile.
— Ho un po' di emicrania e desidero riposare, — disse alla Teobaldi, che s'era rigirata sullo sgabello. — Spero che scuserà....
— L'emicrania! Ha l'emicrania e non me lo dice! — esclamò l'altra, drizzandosi in piedi. — Vada, vada a riposare; io le porterò una boccetta di sali, un rimedio infallibile.... Esco e torno subito....
— No! — disse Loredana bruscamente, atterrita dal nuovo supplizio che la vecchia le minacciava. — Ho bisogno di stare sola. La ringrazio!
La Teobaldi guardò la fanciulla e capì che avrebbe insistito vanamente; la voce l'aveva scossa, aveva sentito un fremito di sdegno e di antipatia in quella che pareva la più docile e la più timida delle ragazze.
— Va bene, va bene, — mormorò. — Buon riposo, dunque; sarà cosa da nulla. Arrivederla, signora....
I suoi occhi cercarono istintivamente di nuovo la mano sinistra di Loredana; e la vecchia non aggiunse « contessa ».
Ma il supplizio della sua presenza, evitato pel momento, si rinnovò più tardi, si rinnovò nei giorni successivi. La Teobaldi, non avendo assolutamente nulla da fare, s'appiccicava alla giovane, l'accompagnava alle Grotte, la seguiva sulla strada di Sirmione, veniva a coglierla quando stava sola in giardino, si presentava in salotto chiedendo di rievocare al piano qualche ballabile antico o qualche canzone della sua giovinezza.
E parlava, parlava, parlava, in dialetto veronese, infaticabilmente; parlava di sè, degli amici suoi, di Loredana, del conte, dei pescatori, di gente del paese che la ragazza non conosceva affatto, dell'orario dei piroscafi, dei trionfi del defunto Teobaldi tenore, dei vini e dei cibi dell'albergo, dei dissapori tra l'oste e l'ostessa, della moda e della cucina, della vita di Venezia, dell'amore antico e dell'amore moderno; e di tutto a rifascio, senza nesso, passando dall'uno all'altro argomento e non mutando mai voce....
Una volta domandò:
— Lei, quando si è sposata?
Loredana fremette e sentì che impallidiva; ebbe la tentazione di rispondere seccamente, brutalmente: « Non sono sposata; non voglio commedie! » Ma gliene mancò l'ardire, e balbettò, guardando in un angolo:
— Il mese scorso....
— A Venezia non è vero? — incalzò la Teobaldi.
Loredana non rispose.
Le due donne erano in giardino; la fanciulla sedeva sul parapetto, fissando l'acqua verdastra del lago e i piccoli e i grossi pesci che passavano aspettando qualche manciata di briciole; la vecchia, adagiata in una poltroncina di vimini, lavorava all'uncinetto.
— Già, — disse, tanto per concludere qualche suo pensiero. Poi aggiunse: — Io mi sono sposata a sedici anni, nel.... nel....
Ma non trovò subito una data decente, s'imbrogliò e corresse:
— Bei tempi! Si figuri ch'io era bionda come il grano, avevo un busto così, un piedino così....
Loredana, senza badarle, raccolse un pugno di ghiaia e lo gettò nel lago, scompigliando il corteo dei pesci.
VIII.
Indice
Arrivato a Venezia, Filippo si recò a palazzo Vagli.
Erano le cinque; sua madre riceveva.
Egli, indugiatosi un istante nella grande sala, nella quale non era alcuno, udì le voci che provenivano dal salotto attiguo. Parlavano, a volta a volta, sua sorella contessa Ada de Idris, la contessa Osvaldi, la contessina Fioresi, e dall'acciottolìo di chicchere e di piattini si comprendeva che le gentildonne stavano bevendo il tè.
Filippo era per ritirarsi e salire nel suo appartamento, allorchè la contessina Fioresi, tutta vestita d'azzurro, uscì correndo dal salotto, vide Filippo che s'era messo innanzi a uno specchio il quale occupava intera una parete, e si mise a ridere.
— Colto in flagrante! — esclamò. — Si fa bello, qui, solo? Ma la contessa Bianca ci annunciava poco fa che lei era in campagna....
— Dalla campagna non si può tornare? — disse Filippo, sorridendo e stringendo la mano alla fanciulla dai capelli fulvi.
— Chi c'è? Chi c'è, Giselda? — chiesero più voci dal salotto.
— C'è Flopi che si arriccia i baffi! — rispose Giselda Fioresi; e ridendo uscì per andare a prendere una cartella di musica.
— Davvero, Flopi? — esclamò la contessa Bianca, apparsa subito sul limitare.
Ella era alta e magra, vestita di scuro; dal volto pallido spirava un'aria di maestà e di dolcezza insieme; gli occhi castani avevano sguardi placidi e dritti; la bocca ben disegnata, col labbro inferiore un po' sporgente, sorrideva volontieri. Tutti i capelli della contessa Bianca erano candidi come neve e un poco ondulati.
Filippo si chinò a baciarle la mano; ella lo baciò in fronte e gli disse, presto, sottovoce:
— Che hai fatto? Che hai fatto?
Ma anche le altre signore apparvero sulla soglia, e Filippo si avanzò per salutarle.
— Dove sei stato fino a oggi? — domandò la contessa Ada de Idris, ch'era bionda e aveva una carnagione rosea delicatissima.
— In giro, sono stato, — rispose Filippo. — Avevo qualche cosa da sbrigare a Milano e a Torino.
La contessa Osvaldi, piccoletta, irrequieta, bruna, diede in una risata; ma Filippo non se ne curò, perchè quella rideva sempre.
Tornarono nel salotto, tappezzato di stoffa antica, giallina ad arabeschi tenuemente rosei, che un raggio di sole, penetrando dal balcone prospiciente il Canalazzo, sembrava cospargere d'una imponderabile polvere d'oro.
Ada de Idris, ripreso un discorso interrotto dall'arrivo di Filippo, parlò della campagna. Il conte de Idris era in campagna, e Ada doveva raggiungerlo; poi sarebbero andati a Lucerna, dove l'anno prima s'erano molto affaticati e punto divertiti.
— O perchè vi ritorni? — domandò Filippo, prendendo una tazza di tè dalle mani di sua madre.
— Sai che Leopoldo non vuol campagne romantiche; odia le chaumières....
— E anche ton coeur? — chiese sbadatamente la contessa Osvaldi.
Ma le chiacchiere furono interrotte di nuovo.
Entrò il conte Lombardi, alto e calvo, che, vedendo Filippo, fece un gesto di piacevole maraviglia, andò a baciar la mano alle signore, e disse:
— Tornato?... Io ti faceva così lontano!
— E perchè? — rispose Filippo. — L'ultima volta che ci siamo visti....
— Ma sì, alla stazione, — seguitò il conte Lombardi. — Mi sembravi nervoso, allegro, inquieto....
Filippo, che stava in piedi presso un alto stipo di mogano a fregi d'oro sbiadito, sentì gli sguardi di sua madre.
— Anzi, — continuò il Lombardi, — ti avevo invitato a pranzo, tu avevi accettato, noi ti abbiamo atteso.... e ti rivedo ora, da quel giorno!
— Questa è grossa, Flopi! — disse Ada.
— Hai ragione; non so come scusarmi, — convenne Filippo, sorridendo, ma noiato per quel ricordo.
— Ti dirò io come puoi essere scusato, — rispose il conte Lombardi. — Vieni a pranzo da noi, domani. È detta?
— È detta! — ripetè Filippo, pensando che aveva sperato di ripartire subito, ma che a quel secondo invito bisognava arrendersi.
— Ecco, benissimo, — osservò Ada de Idris. — Domani vai a pranzo da Lombardi, e domani l'altro mi accompagni a Vittorio, da Leopoldo, e ti fermi da noi.
— No, cara, — disse Filippo recisamente. — Ho da fare qui.
— Ha da fare a Venezia, in luglio! — esclamò la contessa Osvaldi, ridendo. — Voi avete da fare a Milano, a Torino, a Venezia! Mi sembrate un ministro....
— Anzi, la negazione d'un ministro, — corresse il conte Lombardi. — Un ministro non ha mai da far nulla, in nessun paese del mondo!
Filippo non seguì oltre la conversazione; s'avvicinò a uno dei poggiuoli, gettò un'occhiata distratta in Canalazzo, dove non passava che una gondola lenta.
Quei discorsi, quegli accenni a persone e ad abitudini familiari, quelle amiche, tutto lo noiava. All'infuori di sua madre, nessuno pareva conoscere l'ultima scappata di lui; ma le poche parole scambiate in quei brevi istanti, gli facevan comprendere che si sarebbe saputo tutto da tutti, poco più tardi.
La sua vita, la vita a Venezia, tra quella società aristocratica tanto esigua di numero, era troppo nota, confidenziale, metodica. Si svolgeva sempre tra le medesime persone, che ripetevano, senz'accorgersi forse, le medesime occupazioni, ogni anno, ogni giorno. Le donne erano strette in gruppi; gli uomini erano stretti in gruppi; nulla poteva sfuggire in quel circolo nel quale egli pure era chiuso da anni.
Giselda Fioresi gli passò daccanto col suo fascicolo di musica.
— Dunque, — ella disse. — È stato in campagna? Ora si ferma?
— Le pare? — rispose Filippo. — Fermarmi a Venezia? Credo che la mamma parta a giorni; e io rimarrei qui solo?
— Allora accompagna la mamma, come sempre?...
Come sempre! Egli guardò la fanciulla, che gli stava innanzi, col suo fascicolo sotto l'ascella, il busto eretto, i capelli fulvi arruffati sulla fronte. Era graziosa; gli occhi avevano qualche lampo di malizia, e la bocca, schiudendosi, mostrava bei denti.
Filippo si mise a ridere.
— Come sempre? — ripetè. — Io vorrei invece quest'anno far qualche cosa di diverso.
— Ah, bene! — esclamò Giselda. — Allora al Polo Nord, in cerca d'avventure.
— Già, in cerca d'avventure! — mormorò Filippo.
— Mi dispiace. Speravo vederla in campagna!
Filippo s'inchinò leggermente.
— Lei è molto gentile. Ma, le avventure? Le avventure a San Donà?
La fanciulla scosse la testa, lo guardò un attimo, rise con gli occhi:
— Eh, siamo d'accordo! — disse. — Se ha intenzione di fare il matto, San Donà non le conviene. Mi dispiace, ripeto!
Veramente non sapeva nemmen lei, Giselda, perchè la partenza di Filippo le spiacesse, e non sapeva perchè andasse ripetendoglielo; ma la vita di quell'uomo aveva il curioso potere di irritarla, a quando a quando. Avrebbe voluto mettersi a cavalcioni d'una sedia, accendere una sigaretta e udirlo raccontare ciò che faceva e ciò che pensava. L'ignoranza alla quale era costretta, la pungeva continuamente.
— Bene, — concluse. — Buone avventure, dunque!
— Ma no; non vorrei che desse alle mie parole un significato che non hanno. Intendo fare un piccolo viaggio, ecco tutto! — spiegò Filippo.
— E a me lo racconta? — esclamò Giselda, allontanandosi.
— Che originale! — pensò Filippo con un sorriso, mentre la seguiva con gli occhi.
Ella andò a parlare con la contessa Bianca.
— La ringrazio, — disse, mostrando il fascicolo di musica. — Fra un paio di giorni glielo rendo!
— Ma non importa, bambina! — esclamò la contessa Bianca ridendo. — Fra un paio di giorni io sarò già forse in campagna.
— Sola; perchè Filippo va a fare un viaggio. Al Polo Nord, mi ha detto....
La contessa lanciò un'occhiata interrogativa a suo figlio, che finse di non vedere e di non comprendere.
Ma quando le dame e il conte Lombardi si congedarono, verso le sette, Filippo si avvicinò a sua madre, le baciò di nuovo la mano sorridendo, e disse:
— Ebbene, mamma, so che tu sei inquieta....
— Sono sdegnata, Flopi, — rispose la contessa Bianca, severamente, pur non potendo abbandonare il diminutivo col quale sempre aveva chiamato il figliuolo. — Sono sdegnata per quello che so e per quello che si dice....
— Quanto a quello che si dice, — osservò Filippo, — non è il caso di curarsene; a Venezia si dice sempre qualche cosa di qualcuno, per ozio e per abitudine. Quanto a quello che sai....
— È questo! — interruppe la contessa, con gli occhi vivi di luce, fissando il figlio. — Tu hai fatto fuggire di casa una onesta ragazza e te la sei portata via; con quale coscienza, con quale diritto? Che ne farai, quando il vergognoso capriccio sarà sazio e non potrai più mentire? Mi spaventa l'idea che tu sia di quelli i quali, per un istante di concupiscenza, osano spezzar la vita d'una donna e abbandonarla a un destino orrendo; e mi sembra anche ridicolo che tu, a trentasei anni, non sappia calcolar l'importanza delle tue azioni e non veda dove tu vai....
Filippo, ch'era seduto in una poltroncina assai bassa, quasi alle ginocchia di sua madre, la guardò più inquieto per la verità semplice e logica delle sue parole, che non per lo sdegno onde s'era imporporato il bel viso pallido di lei.
— Bisogna conoscere gli ambienti, — egli osservò.
— Gli ambienti? — ripetè la contessa. — C'è dunque un ambiente nel quale tu abbia il diritto di non essere onesto? Se questo ambiente esiste, un gentiluomo non deve mettervi piede.
— E dàlli! — esclamò Filippo, allungando la mano fino a togliere da un tavolino un astuccio, e accendendo una sigaretta. — Tu sei rigida come la matematica! Non ti dico che io abbia il diritto di essere disonesto; ti dico che ogni colpa ha le sue attenuanti.
La contessa si alzò, passeggiò lentamente pel salotto, a capo chino, meditando; e dopo un istante di silenzio, disse:
— Forse noi non ci comprendiamo. Tu credi che io voglia ascoltare le attenuanti della tua colpa per giudicarti. No, di questo non mi occupo, perchè le tue attenuanti non mi commoverebbero, e la colpa è, in ogni caso, alla tua età, nella tua posizione, imperdonabile ed enorme.
Fece una pausa; sedette di nuovo, sopra un divano, all'altro angolo del salotto. La luce morente che entrava dai poggiuoli aperti illuminò i bei capelli candidi della signora e il viso un po' roseo per l'interna agitazione; c'era in quella donna forte ancor qualche cosa di giovane e di fresco, una purezza di linea e d'espressione, che pareva riflettere la purezza del sentimento e del pensiero. Nei suoi occhi non era mai passata un'ombra.
Soggiunse:
— Ma è di lei, capisci? che io mi preoccupo! Di quella, giovinetta, di quella illusa, di quella tua vittima, io voglio sapere. Che ne farai? È spaventevole pensare che tu non abbia il concetto giusto della vita....
Filippo, che stava scuotendo la cenere della sigaretta in un piattino d'argento, alzò la testa.
— No, tu non sai, ancora oggi, che cosa sia la vita, perchè non sai che valga una creatura di Dio. Credi che quella fanciulla sia nata pel tuo piacere, che il suo corpo, la sua anima, la sua intelligenza, i suoi sentimenti, le sue speranze, i suoi sogni giovanili, tutto quanto è più misterioso, più delicato, più nobile ed alto in una creatura umana, credi sia stato creato per te, perchè tu ne goda e ne abusi, perchè tu ne decida come un padrone e un giudice. E di una fanciulla, ti fai una concubina; e di una concubina farai una donna perduta! Mi parli di attenuanti, per questo delitto di prepotenza e di superbia, per questo scandalo, per questa ribellione alla volontà di Dio? Non ce ne sono, non potresti essere scusato che quando tu mi dicessi d'esser diventato pazzo. Soltanto a un pazzo non si chiede conto di ciò che fa; soltanto un pazzo può essere perdonato se reca ingiuria a Dio nelle sue creature....
Sotto quell'irruenza, stretto in quella inesorabilità di logica, toccato nei sentimenti intorpiditi ma sempre vivi coi quali era stato allevato, Filippo non osò replicare. Mormorò soltanto:
— Se non mi lasci dire una parola, mamma....
La contessa si rischiarò in volto e aggiunse con voce subitamente più calma:
— Hai ragione.
— Io non ti posso rispondere, per ora, intorno alla sorte della ragazza, — seguitò Filippo. — Fui travolto da un impeto di passione, ed è giusto che tu mi rimproveri la mia debolezza; ma appunto perchè la passione era ed è sincera, non posso risponderti circa l'avvenire che è serbato a me e a quella ragazza.
— Tu mi spaventi! — interruppe la contessa, levandosi in piedi. — Non ho mai udite parole così gravi dalla tua bocca.
— Gravi e leali, mamma, perchè non voglio ingannarti, — rispose Filippo, guardando sua madre con occhio tranquillo. — Ma devo aggiungere subito che comunque gli avvenimenti si svolgano, io non dimenticherò nè il nome che porto, nè i doveri che ho verso una fanciulla onesta e buona....
— E vai così, alla ventura, senza un'idea, senza la stessa percezione di ciò che fai? È deplorevole, è veramente deplorevole....
La contessa tacque; aveva udito, lontano, fin dalle ultime camere, un passo cauto e lento; indi a poco, sulla soglia comparve un valletto in livrea verde scura, e s'inchinò.
— Pranzi in casa, Flopi? — disse con voce mutata la contessa. — Dammi il braccio. Stasera siamo soli.
IX.
Indice
Col pretesto di mutarsi finalmente d'abito e d'indossare lo smoking, Filippo salì nel suo appartamento dopo pranzo, e scrisse una lunga lettera a Loredana, che le avversità gli rendevano più cara. Dovette confessarle che il soggiorno a Venezia si sarebbe prolungato oltre le previsioni, perchè non gli riusciva di sottrarsi a qualche invito e fors'anche a una gita nelle campagne di suo cognato de Idris.
S'affacciò a una finestra e vide il Canal Grande immerso quasi totalmente nell'oscurità, con qualche linea più nera, una gondola, che passava silenziosa, distinta appena dal fanale piccolo e rossastro. I palazzi, in fila, come spettri bianchi che si dessero la mano, erano muti e chiusi; ai pali innanzi alla gradinata scorse giù alcune gondole ferme, che avevan recato i visitatori, i pochi amici non ancora partiti per la campagna. Le note d'un valzer gli giunsero all'orecchio, e nel Canal Grande, da una gondola lontana, arrivò la strimpellata vivace e improvvisa d'un mandolino. Poi passò una barca, zeppa d'uomini e di donne, illuminata a palloncini, silenziosa; era una serenata, che s'avviava nel bacino di San Marco, presso i grandi alberghi; e di nuovo l'oscurità e la quiete pesante si stesero sul Canale.
Filippo discese e passò qualche ora in salotto, a fianco di sua madre.
Gli ospiti ridevano ascoltando le chiacchiere del conte Mercatelli, piccolo, pelato, rosso in volto, che magnificava il sonno.
— « Le sommeil », — diceva, rivolto a una francese, madame de la Chaux. — « Le sommeil »; io non conosco che questa voluttà: dormire, dormire, dormire quanto mi è possibile. Se non avessi dormito tanto, avrei fatto certo qualche cosa di straordinario.... Ma dormire mi piace, mi piace troppo! Sembra che l'anima si volatilizzi, che il corpo si riduca in una materia imponderabile. « Qu'en dit madame de la Chaux »?
E senza aspettare che madama, vestita di violetto scuro, con un merletto prezioso sui capelli grigi, enunziasse una risposta, il conte Mercatelli seguitò:
— « Moi, je vous assure » che l'imprevisto non si trova, se non nel sonno. Dove potreste incontrare qualche cosa che somigli a un sogno, nella realtà d'ogni giorno? Uomini che volano, bestie che parlano, mostri non mai veduti, gioie, terrori, fughe, combattimenti, scene che si dissolvono e si sovrappongono.... « Moi, je vous assure que votre Dumas n'est qu'un imbécile en comparaison de ce romancier inépuisable qui s'appelle rêve.... »
Madame de la Chaux ebbe un debole sorriso.
Filippo disse qualche parola a un domestico, fece preparare il tavolino da giuoco, e mentre le dame e le fanciulle ascoltavano quella specie di conferenza sul sonno, egli sedette al tavolino col conte Lombardi, col marchese di Spinea e con Berto Candriani.
Berto Candriani era temutissimo per la sincerità pazzesca delle sue parole. Egli diceva ad alta voce tutto quel che pensava e tutto quel che sapeva, a costo di parere insolente o mal educato. Qualcuno in società aveva espresso il dubbio ch'egli fosse un po' matto, e poichè questa induzione accomodava molte cose, risparmiava la noia di indignarsi e toglieva ogni valore a quanto raccontava, tutti convennero ch'egli era un po' matto e che bisognava lasciarlo fare.
Del resto, bel giovane non ancora trentenne, snello, con capigliatura nera foltissima e occhi castagni dallo sguardo pungente, piaceva alle signore, che ne ambivano la lode, perchè rara.
Egli, quella sera, aveva tentato più volte di dire a Filippo ciò che gli stava fitto in testa dal momento che l'aveva visto; ma il tema della conversazione, la presenza della contessina Fioresi e di qualche altra fanciulla, glielo avevano impedito.
Appena i quattro uomini furono appartati pel giuoco, presso la finestra d'angolo, Berto Candriani disse a Filippo:
— Dunque, come va?
Filippo s'aspettava qualche razzo di quei famosi, ma ormai, dopo le spiegazioni con sua madre, poco gli importava ciò che si poteva dire.
— È vero, — domandò Berto quietamente, — che hai fatto scappar di casa una ragazza?
Il conte Lombardi e il marchese di Spinea, che disponevano le carte nella sinistra, alzarono sbalorditi il capo, e videro Filippo che sorrideva.
— Ti sembra, — egli rispose, — che se avessi una ragazza per le mani, starei qui a giuocare?
— Evvia, Flopi! Polvere negli occhi! Non sei mica vecchio per niente, e fai le tue cose benino, pian pianino, in punta di piedi.... Insomma, questo è l'ultimo pettegolezzo e dovevo pur dirtelo!
Filippo fece un cenno con la testa, come per ringraziare il Candriani della sua premura; e nell'intervallo seguente, Berto riprese:
— M'hanno detto che è un tesoro, quella ragazza! Una delle nostre più belle e più caratteristiche borghesi....
— Sai che ho buon gusto! — rispose Filippo, sempre sorridendo.
— Già; ma mi dispiace che il cattivo gusto sia dall'altra parte! — mormorò Berto con rammarico sincero.
I giuocatori diedero in una risata. Risonò la voce del conte Mercatelli, che diceva:
— Dormendo circa dodici ore al giorno, io mi trovo benissimo....
— O perchè non va a dormire anche adesso? — osservò Berto, senza curarsi di abbassar la voce.
E seguitò la partita; mentre la contessina Giselda Fioresi, che non si divertiva a parlar con le altre fanciulle, dopo aver gironzato qua e là a occhieggiare i vecchi quadri che conosceva da tempo, andò a mettersi alle spalle di Filippo, guardando il giuoco.
— Non so, — disse Berto Candriani, — perchè voglia portar fortuna a Flopi, contessina. È già tanto fortunato! Venga dalla mia parte.
Giselda non rispose, e coll'indice sottile indicò a Filippo una carta che doveva giuocare. Filippo obbedì.
— Andiamo, andiamo! — esclamò il Candriani. — È proibito immischiarsi nei giuochi degli altri. Il giuoco di Flopi è poi così pericoloso!
La fanciulla non battè palpebra, e indicò a Filippo un'altra carta. Ma le parole di Berto Candriani le parvero oscure, e trovò conveniente non allontanarsi, per udir qualche cosa di più significante. Alla fine di quel giro, Filippo s'era avvantaggiato molto sugli avversarii, e Berto Candriani, mentre il conte Lombardi mischiava le carte, protestò:
— Io la sequestro, tesoro mio! Lei fa vincere Flopi per ridere di noi. Le assicuro che il nostro amico non ha bisogno di lei, proprio non ha nessun bisogno!
— Com'è noioso! — esclamò Giselda. — Stia zitto e tiri avanti!
— Bisognerebbe fargli la cura di Mercatelli, — osservò Filippo. — Se dormisse dodici ore al giorno, sarebbero tante chiacchiere di meno.
Berto diede un'occhiata a Giselda, sempre ritta alle spalle di Filippo; era giovane e magra; l'abito leggero lasciava trasparir gli omeri scarni e delicati; il corpo esile faceva pensare alla donna futura, non più magra ma snella, non più scarna ma sottile e flessibile. I capelli fulvi, illuminati dalla luce elettrica, davano al volto bianco qualche ombra viva e tagliente.
Filippo sembrava non accorgersi della presenza di Giselda.
— Mi pare un gatto che vigila, — pensò il Candriani. — Se la porti via anche questa?
Ma la partita finiva; la contessina Fioresi volse le spalle ai giuocatori, tornò fra le donne, e subito trovò un appiglio per interloquire.
— Mi direte voi, — chiese Berto al Lombardi e al marchese di Spinea, — che cosa ha questo vecchio satiro per piacere alle ragazze?
— Vecchio satiro! — esclamò il marchese di Spinea. — Ma non ha quarant'anni; e che cosa dovresti dire di me, che ne ho cinquantasette?
— Satiro decrepito! — sentenziò il Candriani. — Filippo, occhio alla Fioresi! Quella sta facendo una passione per te, vorrà scappare anche lei.
Filippo stette ancora muto. Egli rispondeva raramente a Berto Candriani; dacchè lo si era classificato per matto, Filippo lo lasciava parlare, e il più delle volte non ascoltava nemmeno le sue parole, col pensiero rivolto altrove. Così, se non fosse stata la necessità incoercibile di dire tutto quanto gli frullava pel capo, Berto Candriani, a sua volta, non avrebbe mai parlato con Filippo; e quando v'incappava, se ne pentiva sempre.
Egli si alzò indispettito e andò a raggiungere il conte Mercatelli, che fumava una sigaretta, sdraiato sopra un divano, beatamente, gli sguardi perduti in alto.
— Ciò! — disse Berto. — Non dormi? Vattene, su; è quasi mezzanotte....
— Hai ragione, — rispose il conte mansueto. — Nel mio letto starei tanto bene!
Si mosse, andò a porgere il saluto alla contessa Bianca, alle signore, agli amici, ed uscì lentamente.
Poco dopo, anche gli altri visitatori presero congedo.
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