Читать книгу: «Lunedì alle dieci»

© Antonio Gargallo Gil , 2021
www.antoniogargallo.com
agargallogil@gmail.com
Traduzione di Alessandro Gianetti
Copertina di Antonio Gargallo Gil
Tutti i diritti riservati
ISBN: 978-84-18631-23-8
Deposito legale: J 533-2013
1
Il suo sguardo mi rimase impresso nel profondo dell’anima, illuminando il mio spirito stracco come un lampo nella notte. Quanta purezza, quanta bontà risposavano nei suoi verdi occhi dalla simmetria perfetta, e che sorgenti di pace e armonia da essi sgorgavano. Per un momento fu come se il mio cuore evocasse l’affetto e la tenerezza della mia defunta madre, introiettando un amore incondizionato, puro come l’acqua cristallina che scorre nei fiumi del Nord Europa; ma non fu solamente il suo sguardo a farmi tremare, anche il sorriso: quella bocca dalle labbra carnose disegnava un’ampia luna crescente, lasciando scoperta la dentatura più bella che avessi mai visto.
Restai inebetito, ipnotizzato, e in un primo momento non mi accorsi neppure della generosità della misteriosa dama, che mi costrinse ad alzarmi fulmineo per seguirla. Sfoggiava un vestito di color bianco senza maniche, sfrangiato all’altezza delle spalle e cadente fino ai ginocchi. L’aspetto era dignitoso ed elegante, e la sua femminilità ne risultava accentuata. Una piccola borsa fiorata faceva pendant con i sandali che aveva al piede. I suoi capelli ballavano al ritmo dei passi, emanando un profumo intrigante che lasciava una piacevole scia, simile a quella di una stella cadente.
Per alcuni secondi sognai con la dolcezza dei suoi occhi liberi dal pregiudizio, avvolti dall’amore e dall’innocenza, proprio ciò che desideravo trovare da cinque lunghi anni, da quando cioè il destino aveva deciso di gettarmi in una specie d’ignoto inferno: si presentò alla mia porta per condurmi in un sentiero a senso unico, senza ritorno, il cui unico orizzonte era il buio.
- Fatti da parte, mondezza - mi disse all’improvviso un ragazzo con un gran ciuffo, rifilandomi uno spintone che mi lasciò inerte sul cartone che usavo per inginocchiarmi da circa un’ora.
Pochi secondi furono sufficienti a restituirmi alla cruda realtà. Mondezza, sì, questo ero per la società, e così me lo dimostrava la gente, con parole che si conficcavano nel mio cuore come aste appuntite. Tuttavia, confesso che le pene più dure non mi arrivavano dagli insulti, ma dagli sguardi di ripudio e disprezzo che mi scagliava chi aveva il coraggio di guardarmi; o ancor peggio, quegli sguardi impalpabili che mi attraversavano come se non ci esistessi, freddi e opachi per far valere l’indifferenza verso le persone che non hanno un tetto sotto cui dormire, comunemente denominati vagabondi, mendicanti, indigenti, errabondi e, per l’appunto, spazzatura.
Chiusi gli occhi per soffocare il dolore causato dalla caduta, e mi portai le mani alla testa per esaminare la nuca, che aveva sbattuto contro le mura della cattedrale. Non sanguinava, c’era soltanto un enorme bernoccolo. Almeno avevo scampato il rischio di un’infezione.
Allorché il dolore fu scomparso, mi rallegrai di vedere un biglietto da cinque vicino a me, alla mia disgraziata postazione: dico, cinque euro! Un colpo di vento lo trascinò a un paio di metri, e dovetti letteralmente gattonare per raggiungerlo.
Ricordo che lo presi e lo baciai. Afferrai in fretta il cartone per entrare nel supermercato e comprare qualcosa da mangiare: una scatola di biscotti, sei lattine di birra e una bottiglia di vino per festeggiare.
Dopo il pantagruelico rifornimento mi diressi verso il punto nel quale ero solito incontrare i miei due amici: Cicca e Pitone, soprannominati a quel modo dal primo giorno in cui li avevo conosciuti e i cui nomi reali, a dire la verità, ignoravo. Quando sei in strada il tuo nome si perde, insieme alla dignità, e preferisci usare un soprannome, piuttosto che il nome con cui ti battezzarono i tuoi genitori.
I miei amici non erano ancora arrivati, e del resto era ancora presto, così cominciai a festeggiare da solo la vincita dei cinque euro. In appena mezz’ora m’ingozzai una mezza scatola di biscotti e mi scolai due birre, mentre osservavo l’inconfondibile fisionomia di Pitone che si avvicinava lentamente.Era un tipo interamente coperto di tatuaggi, ce li aveva anche sul pene. La prima volta mi aveva fatto un po’ d’impressione, sembrava di aver davanti un serpente più che un uomo. Soprattutto il viso, sul quale niente era stato risparmiato dal doloroso ago del tatuatore, che lo aveva marcato neanche si trattasse di un capo di bestiame. Fu grazie a lui che un giorno nel quale ero più cotto di un pavimento mi sono svegliato con un tatuaggio sulla spalla, raffigurava un delfino di un color azzurro chiaro, che salta dentro un arco d’oro. Ricordo solo il dolore acuto dell’ago, oltre alla logica discussione che ebbi con Pitone quando recuperai un normale stato di coscienza; discussione che per quanto ne so, è servita a farlo smettere di prendere in prestito la pelle degli altri per sfogare le sue nevrosi. Va anche detto che senza quell’abitudine non avrebbe saputo come tirare avanti. Quello strano soggetto sulla cinquantina si mette in tanga in mezzo a una piazza, si siede e brandisce il suo cartello: fotografati con il Pitone umano per un euro. Con l’aiuto dalla logorrea e dal senso dell’umorismo, convince i turisti a tornarsene a casa con una fotografia almeno insolita.
- Come va, bello, com’è andata la giornata? – gli chiesi mentre aprivo una lattina di birra.
- Grazie, Nerd – rispose sorridente Pitone. Nerd è il soprannome che m’ha dato lui. Bevve un sorso e disse:
- La vedo grigia, nessuno c’ha una lira da regalare al vecchio Pitone.
- Speriamo che a Cicca le cose vadano meglio.
Attaccò a ridere in modo eccessivo.
- Quella specie di yuppie stava litigando con uno che gli voleva rubare il posto al parcheggio.
- Cazzo... Ieri si è presentato con un occhio pesto, sembrava una specie di melanzana camminante, se tanto mi dà tanto oggi arriverà con l’altro occhio nero anche quello; senza vedere un cazzo – dissi mentre Pitone non riusciva a smettere di ridere.
- Lo dovevi proprio vedere... se l’è tirata fuori aspergendolo a dovere!
Ci lasciammo andare e ridemmo tutti e due.
Il Cicca è una specie d’industria per la produzione in serie d’idee machiavelliche. Acido e vendicativo, tutto scheletro e piccolino, è capace di tener testa a chiunque. L’ultimo, in ordine di tempo, che si è azzardato a confrontarsi con lui è stato un vagabondo che voleva rubargli la zona di azione. Un bel giorno si è risvegliato con il petto depilato e i peli abbrustoliti. Il Cicca aveva aspettato che si addormentasse per la siesta, lo aveva seguito e aveva usato una di quelle cicche che ha l’abitudine di raccogliere dal marciapiede per portare a termine il lavoro.Lo fa dalla tenera età di dodici anni. Raccogliere le cicche da terra, intendo. Non si è mai comprato un pacchetto. “Così fumo la metà”, sostiene. Avete capito da dove proviene il soprannome?
Ultimamente si è convinto che il modo migliore di ricavare i soldi è stare al parcheggio. Terrorizza una via intera per i suoi affari.Se qualcuno non gli lascia la mancia, usa le sue indubitabili doti artistiche per lasciare una firma sull’automobile. Doti che proprio ieri gli sono valse un pugno che lo ha steso a terra per un paio d’ore. Una volta rialzatosi, è andato in cerca della Ford Focus in questione e gli ha lasciato scritto: Stronzo. “Non ho avuto il tempo di finire la poesia”, ci ha raccontato con un ghigno.
- Guarda un po’, parli del diavolo e spuntano le corna.
Procedeva il Cicca a suo modo, zoppicando leggermente perché ha una gamba più lunga dell’altra, verso di noi. Aveva in mano un sacchetto.
- Sembra che abbia trovato qualcosa - dissi sforzandomi di rizzarmi in piedi, salire su una panchina e gridare a squarcia gola - Ecco l’affare più grosso di Spagna!
Alcuni passanti mi guardarono attoniti, poi, accorgendosi che mi rivolgevo a un giovane sulla trentina coi vestiti sgualciti e sporchi, i capelli arruffati e una barba di cinque mesi, girarono automaticamente il capo dall’altra parte, come a dire: Povero disperato...
Pitone m'imitò, salendo sull’altra panchina con certa difficoltà per tenersi in equilibrio. Quando riuscì a stabilizzarsi cominciò a fischiare con le dita in bocca, applaudiva e gridava mentre pronunciava le seguenti parole garbate:
- Ecco che viene il Cicca, col suo stile inconfondibile, una camicia a quadri ultimo modello e aria condizionata incorporata – i buchi nei vestiti erano ogni giorno più numerosi, perché si dava il caso che passare dalla Caritas a ritirarne di nuovi era una faticaccia – pantaloni e scarpe che erano l’invidia delle nuove generazioni. Avevo già due birre in corpo e mi misi a ridere. Il Cicca gli diede corda, cercando di camminare in linea retta con una mano sulla cintura - un compito troppo difficile per lui, in quel momento - con una giravolta di quando in quando come se si trattasse di una sfilata di moda. Riuscì almeno a farci ridere a crepapelle.
- Che siluetta, sei un figo! – gridai agitando le braccia come un adolescente davanti a una stella del cinema.
- Frocioni – ci rispose con voce pacata prima di mandarci a quel paese.
Terminata la sfilata e reggendoci la pancia dal ridere, aprii una birra e gliela diedi, onorandolo come se fosse Elvis Presley. Quando vidi il suo occhio pesto mi passò il buon umore: aveva preso una bella botta, il livido era grosso e scuro.
- Bisognerà medicarlo, quest’occhio – disse infine con voce seriosa.
- Lascia stare, domani sarò un fiore.
Aprì il sacchetto e ci mostrò il bottino: tre cartoni di vino.
- Stasera ci ubriachiamo per bene - disse il Cicca.
Sedemmo tutti e tre su una panchina e Pitone ricominciò a fantasticare. All’inizio, quando lo avevo conosciuto, credevo che si divertisse a fare lo spiritoso, poi ho capito che alle storie che s’inventava ci credeva sul serio. E guai a metterle in dubbio. Una volta ci avevo provato e quasi mi piscio addosso per lo spavento.
- Ragazzi, non vorrei che moriste d’invidia - disse entusiasta - Una bionda impressionante, con due zizze che sembravano pura fantasia, ha provato a portarmi a letto. Mi ha portato a casa sua, una bella palazzina, in una signora macchina.
Mi distrassi dalla narrazione, e rivolsi la mente alla meraviglia che aveva visto al mattino. Chiusi gli occhi un istante per assaporare quel magico secondo, un istante che fu sufficiente a interrogarmi su un paio di dettagli che mi erano sfuggiti: perché non avrei dovuto lottare affinché mi si guardasse a quel modo ogni santo giorno? Che diavolo stavo combinando in questa vita, unica e temo irripetibile? Possibile che me ne rimanessi seduto accanto a due discutibili personaggi, condividendo con loro una specie d’incubo quotidiano? Non era la prima volta che dubbi simili mi assalivano, ma non avevo mai trovato la forza per uscire da quel profondo buco nel quale mi ero cacciato. Sembrava senza via di uscita, ma quello sguardo invece...
- Scusate, ragazzi, conoscete un albergo da queste parti?
La voce di un uomo poco più vecchio di me, con i capelli bianchi che somigliavano a una distesa di neve, dissipò i miei pensieri. “Un’altra vittima della società”, pensai.
- Prendi, è fresca – gli dissi stappando la penultima lattina di birra che avevo.
- No, grazie, non bevo – disse candido.
- Tranquillo, finirai per farlo... Neanche io bevevo – risposi – ma è l’unico modo per affrontare le notti fredde e solitarie.
Rimase a guardarmi preoccupato, senza dire nulla, ma da parte mia ero deciso a non fare da crocerossina; se quell’uomo voleva sopravvivere avrebbe fatto meglio a imparare le leggi della strada.
- Sapete se c’è un albergo da queste parti? – chiese nuovamente con squisita gentilezza, non granché soddisfatto dalla risposta precedente.
- Certo, Fiocco di Neve. Ce n’è uno fuori città, accanto alla carne per vermi - intervenne il Cicca, deciso a ribattezzare chiunque gli rivolgesse la parola.
Il viso di quel bonaccione mi ricordò la mia faccia quando avevo passato la mia prima notte in strada. Stetti un giorno intero a maledire il Creato, senza nemmeno un centesimo in tasca e nessuno che potesse, o, meglio, volesse, aiutarmi; i miei genitori erano già passati all’altro mondo e le mie due sorelle non volevano saper nulla del sottoscritto, da quando avevo tradito i suggerimenti di mio padre: “Non rischiare troppo, nella vita, o finirai per perdere tutto”. Se avessi prestato attenzione alle sue parole non mi sarei ritrovato in quella situazione.
Ricordo di aver vagato da una parte all’altra della città senza meta precisa, senza sapere cosa fare. La disperazione mi condusse di fronte al portone del mio ex migliore amico, che me la richiuse subito sul naso: “Mi dispiace, Eduardo, ma non ho nemmeno un letto libero...”, e fu l’ultima volta che vidi un uomo con il quale avevo trascorso dei bei momenti, dopotutto. Avrei preferito dormire nel corridoio di casa sua piuttosto che coricarmi sotto il freddo manto delle stelle, ma sapevo che non potevo essere un peso per nessuno, che non serviva a niente insistere perché il giorno dopo avrei avuto lo stesso problema; così mi rassegnai.
Mi diressi fuori dalla città, vicino al fiume, dove l’acqua rifletteva le lacrime che mi scendevano dagli occhi, arrecandomi almeno una qualche consolazione. Cercavo di pensare al mio passato, a tutte le cose che avevo realizzato, ma non serviva a niente.
Quando il sole stava per tramontare, mi ero fatto un’idea approssimativa di ciò che mi attendeva. Non c’era altra soluzione, dovevo accettare la mia condizione di vagabondo e reagire più in fretta possibile, se non volevo soccombere alla gelida notte di Burgos. L’istinto mi condusse alle porte di un supermercato, dove potei impossessarmi di diverse scatole di cartone che mi avrebbero riparato dal vento; consapevole che non sarebbero state sufficienti malgrado avessi anche un sacco a pelo, un k-way e dei vestiti puliti.
Avevo dormito all’addiaccio in un paio di occasioni, quando ero un adolescente. Il gruppo di cui facevo parte organizzava avventurosi giochi che consistevano nel cercare un posto dove dormire e bivaccare all’aperto, prima di addormentarci sotto le stelle. Pensai, sdrammatizzando, che non sarebbe stato molto diverso, anche se stavolta ero da solo.
Entrai in un parco, ma non ci volle molto a capire che non potevo dormire senza niente che mi proteggesse. L’umidità cominciava a entrarmi nelle ossa, così decisi di andare a sdraiarmi sotto un ponte. Una mossa azzeccata, non c’è che dire: avevo una specie di tetto e un fianco al sicuro dal freddo.
Distesi una scatola di cartone, e lo feci con rabbia, con la stessa rabbia che m’invadeva e contro la quale combattevo sapendo di aver già perso. Cercavo di farmi coraggio, ma ricadevo immediatamente nell’assoluto grigiore della condizione nella quale mi trovavo.
Su quell’umile materasso - ammesso che lo si possa chiamare in questo modo - distesi il sacco a pelo e il k-wai. M’infilai dentro con la sveltezza del bambino che precipita dallo scivolo.
Non soffrii il freddo, quella notte - sembravo una cipolla - ma la paura non mi lasciò chiudere occhio. La ragione stava cedendo all’irrazionalità. Arrivai perfino a pensare che chiunque avrebbe potuto assalirmi mentre dormivo, ed ebbi il piacere di respingere inquietanti pensieri in cui apparivano serpenti e topi in abbondanza. Cosa ne sarebbe stato di me se una vipera si fosse infilata nel sacco a pelo? O se un topo mi avesse morso? O se mi fossi svegliato cosparso di piattole? Che notte terribile! Dovetti poi sopportare il fracasso dei veicoli ogni volta che un mezzo attraversava il ponte, la durezza del terreno e l’infaticabile sussurro del vento che echeggiava nei timpani come una voce apocalittica che mi tormentava con le queste parole: “Sei un miserabile, una nullità, una creatura putrefatta e abbandonata sotto un ponte, la spazzatura della società e non hai nemmeno un letto dove dormire; se avessi seguito i consigli che ti dava tuo padre!”.
Controllavo l’orologio in continuazione, desideravo soltanto che albeggiasse, sperando che le ore trascorressero più veloci del solito, e che il sorgere del sole portasse un po’ di speranza nel mio cuore atrofizzato. Anelavo la scomparsa delle stelle e il giorno nuovo, ma sembrava invece che il tempo si fosse fermato. In varie occasioni, credendo che fossero passate delle ore, dovetti ricredermi, non erano trascorsi che pochi miseri secondi.
Verso le tre di notte, il mio stomaco dovette ricordarsi del digiuno che sopportava da un’eternità, e cominciò a protestare. Avevo una tal fame che mi sarei mangiato perfino un insetto, se me lo fossi visto passare davanti. Ero in preda alla disperazione. Come avrei potuto alimentarmi se non avevo un soldo bucato? Avrei finito per rovistare nell’immondezza? Dovevo chiedere l’elemosina o, a quel punto, era meglio rubare? L’ultima ipotesi la scartai immediatamente, perché se qualcosa mi aveva insegnato mio padre era l’onesta, e ad essa rimarrò fedele fino alla fine dei miei giorni.
Ero così immerso nei miei pensieri che dimenticai che quell’uomo attendeva ancora una risposta. Credo che se l’aspettasse, in particolare, da me, visto che avevo l’aria di essere il più civile dei tre.
- La prima volta che si dorme all’addiaccio è dura - esposi con schiettezza mentre
lo avvertivo che non c’erano ostelli dove dormire gratis, e che comunque non gli avrebbero permesso di restare più di tre notti - Non hai altra scelta che arrangiarti per strada.Perciò, se vuoi passare la notte in nostra compagnia – indicai con la mano i miei compagni, con un movimento che mi resi conto essere da sinistra a destra – qualche pena te la togli di sicuro.
Per alcuni secondi dubitò se darmi una risposta oppure se fuggire più velocemente possibile. Il suo corpo tradiva un atteggiamento distaccato, trasmettendo la sfiducia nei confronti di una situazione che all’inizio è di fatto incontrollabile, ma alla quale poi si fa l’abitudine.
- Non sarete mica dei pervertiti? – domandò con un vocione tenebroso.
Ci mettemmo a ridere tutti e tre.
- Portami qui una donna e vedrai cos’è un maschio - disse il Cicca, alzandosi in piedi e battendosi il petto come un gorilla.
- Ma se non ti si rizza più da un secolo… - ironizzò Pitone.
- Senti che parla, quello che ieri m’ha chiamato in lacrime, perché non riusciva a pisciare.
Gli scherzi dei miei compagni servirono almeno a strappare un sorriso da quel volto angoloso, dal naso prolungato, i cui lineamenti mi dettero un primo indizio per capire le cause della sua sfortuna.
- Si è presa tutto, non è così?
Mi guardò sorpreso, ma non rispose; semplicemente assentì alzando le spalle in segno di rassegnazione. Erano molti gli uomini che dopo essersi ritrovati senza lavoro, nella Spagna assediata dalla crisi economica, avevano finito per divorziare. Se poi c’era di mezzo un figlio minorenne, la condizione di disoccupato, zero contanti e zero famiglia alle spalle, quegli uomini finivano in pasto alla strada.
- Non ti preoccupare, amico, in strada abbordi più gente di Barby in un paesino della Playmobil – aggiunse il Cicca –. Personalmente, sto uscendo con una sventola da far venir le allucinazioni, con due balconi così...
- Vuoi un biscotto? - interruppi la conversazione prima che varcasse la soglia della pornografia.
L’uomo non indugiò a infilar la mano nel sacchetto per prendere quello che probabilmente era il primo oggetto commestibile della giornata.
- Grazie - disse sedendosi. È molto tempo che vivete per strada?
La domanda era identica a quella che tutti noi avevamo già rivolto, a suo tempo, ai più veterani del marciapiede.
- Io, in particolare, da quando il mio vecchio mi ha cacciato di casa, avevo diciott’anni – rispose Pitone, i cui genitori avevano sofferto l’inimmaginabile per tirar su con un ragazzo svogliato, senz’arte né parte.
- Devi sapere che Pitone è il boss di Valencia, non conosco nessuno con più anzianità di lui - disse il Cicca, che aveva le sue ragioni per affermarlo.
Il suo commento mi riportò al giorno in cui avevo deciso di abbandonare la mia città natale. Dopo cinque giorni infruttuosi alla ricerca di un lavoro, avevo ricevuto soltanto risposte negative. “Ragazzo, non ho nemmeno del lavoro da dare ai miei figli”; alcuni mi tappavano la bocca senza darmi il tempo di finire la frase: “Lavoro? Ti manca qualche rotella o non leggi i giornali?”. Altri rispondevano con la leggerezza: “Lascia pure il tuo curriculum accanto ai duemila che abbiamo ricevuto, e se viene fuori qualcosa ti chiamiamo, ma la vedo difficile: l’impresa sta riducendo il personale ed è abbastanza probabile che ci spedisca tutti in cassa integrazione”. Immagino che sia stato a causa di tanta disperazione che cominciai a lasciarmi andare, ad accorgermi di come il Governo faceva l’impossibile per usurpare i lavoratori dei loro salari, per salvaguardare i suoi ingiusti privilegi e i suoi spropositati stipendi. Siccome mi vergognavo a farmi vedere chiedendo l’elemosina, decisi di trasferirmi in un’altra città, dove sarei passato sottotraccia. La decisione fu piuttosto semplice, perché sapevo che in una grande città è più facile mettere insieme qualcosa per riempire lo stomaco; scelsi una città calda, per non patire il freddo tutte le notti, e rimasi sulla costa trasferendomi a Valencia.
- Tanti anni quanti sono le dita di una mano - dissi abbassando il capo, stendendo il braccio e mostrando il palmo aperto.
Il Cicca, invece, non volle rispondere e si allontanò con la scusa di dover pisciare. Doveva essere completamente ubriaco per raccontare la sua storia, piena di eventi duri come il cemento, e nella quale la morte inattesa dei suoi familiari in un incidente stradale lo aveva spinto verso l’alcolismo, l’abbandono del suo lavoro di falegname e perfino delle sue legittime proprietà, condannandosi infine alla strada.
- E come fate a tirare avanti? - fu la seguente domanda del novellino.
- Ci sono delle scatole verdi che nascondono delle vere e proprie delizie, sono sparse per tutta la città. – rispose il Cicca – Cerca quelle vicine a un ristorante, è un consiglio da amico. L’offerta in genere è migliore e poi c’è anche il menù…
- Non preoccuparti – bisbigliai vedendo la faccia nauseata di Fiocco di Neve - La prima volta è dura, ma quando allontani i topi e le piattole ringrazi il Signore per aver fatto primeggiare lo stomaco sullo schifo.
- Spero di non dover ricorrere a questo per mangiare - rispose con candore.Se non trovo un nuovo lavoro ne ho in mente uno che potrà almeno darmi il denaro sufficiente a comprarmi un panino.
- Sul serio? – disse il Cicca, tornando alla conversazione – E quale sarebbe questo lavoretto miracoloso?
- So fare il mimo, avrei pensato di truccarmi da statua.
Pitone attaccò a ridere, mostrando una bocca nella quale diversi pezzetti avevano ceduto alla carie, lasciando incolmabili spazi vuoti.
- Lo faccio tutti i giorni con questo corpaccione, e se va bene metti insieme qualche centesimo, altre volte invece nemmeno quello – disse con scrupolosa sincerità – Stai ancora vivendo nel mondo dei sogni, amico mio. Tranquillo, tra un paio di giorni saprai in che ginepraio ti sei messo.
- Non siamo così pessimisti, o riusciremo soltanto a suscitare nel nostro nuovo amico una specie di effetto Pigmalione.
- Che fantoccio che sei! - m’interruppe il Cicca, secondo la sua abitudine di agitarsi quando ascoltava una parola che non conosceva – Non andiamo troppo per il sottile, ci rimette le penne se crede che basti fare la statua truccato da mimo.
Ridemmo tutti, anche Fiocco di Neve, che era sempre più suo agio, tanto da farmi credere che fosse l’inizio di una lunga amicizia. Magari avessi avuto la possibilità di appoggiarmi a qualcuno, le prime notti! Molti non ce la fanno, chiudono gli occhi e si lasciano cadere nel vuoto, piuttosto che continuare a vivere in questo mondo, di modo che mi sentii orgoglioso di contribuire a ridurre una sofferenza che sapevo destinata ad acutizzarsi quando la notte si sarebbe infittita.
Dopo alcune ore di conversazione, l’oscurità era completa.Ci avviammo verso il cimitero, un luogo nel quale potevano dormire in santa pace, visto che nessuno si prendeva il disturbo di venirci a disturbare tra una tomba e l’altra. Gli spiegai che andavamo al cimitero perché la polizia ci trattava in malo modo, quando ci vedeva sdraiati in strada, in mezzo alla città. Avevano l’ordine di preservare il decoro e, a quanto pare, davamo una cattiva immagine dell’urbe; ma i peggiori erano i gruppetti di giovanotti strafatti. Gli raccontai di quella volta in cui avevo dormito su una panchina del centro. Saranno state le due di notte, quando un gruppo di giovani skinhead mi passò di fianco. Che cazzotti, ragazzi! Mi dettero calci e pugni come se si stessero allenando con un sacco da pugilato. Ero diventato un mero oggetto, costruito per dar sfogo all’aggressività di quei ragazzi senza meta, la cui unica fonte di soddisfazione era la violenza nei confronti di quelli che, a loro modo di vedere, erano solo spazzatura. In quell’occasione fu la polizia a salvarmi da morte certa.
L’espressione schifata di Fiocco di Neve, che gli si era stampata in faccia quando eravamo entrati nel cimitero servendoci come al solito di un foro laterale, cambiò tutto a un tratto, dopo che ebbi terminato il racconto.
Sospirò pensando che almeno sarebbe stato al sicuro, anche se sapevo benissimo che non avrebbe chiuso occhio, come tutti noi nella prima notte della vita senza un tetto.
- Allora, che ne dici del nostro alberghino? chiese Pitone. Adesso passiamo allo sportello a ritirare i nostri averi.
Fiocco di Neve non disse nulla, limitandosi ad accompagnarci in silenzio. Salimmo sul punto più alto del campo santo, dove avevamo nascosto le nostre cose dietro un arbusto che confinava con la parete di cinta, sufficientemente nascosto da non consentire a nessuno di scoprire le riserve che ci avrebbero garantito la sopravvivenza: tre sacchi a pelo con relativi tappetini.
Con passo leggero ci dirigemmo verso una specie di chiostro dove disponemmo i tappetini a triangolo, sotto i rami di una grande quercia. Notai che Fiocco di Neve aveva soltanto i vestiti che indossava, segnale inequivocabile dell’ingenua speranza di trovare un ostello dove dormire, un posto insomma non troppo lontano dalla civiltà. Si sbagliava di grosso.
Fatto questo aprimmo le bottiglie, ce n’erano per una sbronza che ci lasciasse incoscienti fino a quando le stelle ladre non avessero abbandonato il firmamento.
Dopo un’ora buona eravamo cotti.
- Oh quant’è bello il vino... - intonò Pitone, sulle cui note ci unimmo tutti, perfino Fiocco di Neve, che sorprendentemente si mostrò allegro.
Ci scolammo cinque litri di vino e diverse birre, una quantità di alcol sufficiente a evadere dalle nostre malandate condizioni, a dir la verità un po’ esagerata per Fiocco di Neve, che vomitò tre volte.
Stava male. Mi preoccupai. Tremava tutto, e i suoi lineamenti divennero bianchi come quelli dei morti che avevamo attorno. Aveva spasmi provocati dalla grande quantità di alcol che aveva ingerito.
Lo coprii con il mio sacco a pelo e gli carezzai il capo come se fosse un bambino, mentre gli altri dormivano profondamente.
- Tranquillo, Fiocco di Neve, domani starai meglio - gli dicevo. Ero arzillo ma abbastanza presente da immaginare cosa doveva star soffrendo.
Per un momento aprì gli occhi, fu solo un momento, ma il suo sguardo mi spinse lontano come un fulmine. Il cuore cominciò a battermi così forte che sembrava dover uscirmi dal petto. Mi mancava l’aria e non potevo deglutire.
Ero commosso, mi ero visto rispecchiato nello sguardo più umile che avessi mai visto.
Mi alzai, mi allontanai qualche metro e piansi. Piansi amaramente, come non avevo mai fatto in vita mia, perché adesso vedevo la verità, quella di uomo distrutto, finito, immerso nella solitudine e che fuggiva invece di cambiare verso. Quell’uomo ero io. Vidi il riflesso della mia anima tormentata e dolente, che chiedeva al cielo un soffio di libertà. Mi stavo torturando, rinchiuso in un corpo che rifiutavo, e che punivo con dosi eccessive di alcol e digiuni, stavo diventando scheletrico. Chi era quell’uomo in cui rivedevo me stesso?
Caddi in ginocchio, le mani sul volto incapaci di frenare il pianto che mi rigava le guance e cadeva a terra come sudore.
Inspirai profondamente, sperando che riaprendo gli occhi l’incubo fosse scomparso. Invece quando mi riebbi tornai a cadere all’indietro, pietrificato dalla paura. Pieno di orrore guardai una lapide su cui era inciso il mio nome. Rimasi atterrito, lo sguardo fisso su quell’iscrizione che pareva darmi il commiato definitivo: “Sei morto”, diceva.
Rimasi immobile per alcuni minuti, poi sentii il gracchiare di un corvo e mi ci concentrai, il corvo mi guardava a sua volta con insistenza.
La paura s’impossessò delle mie membra, fino a farmi dubitare: ero vivo o morto? Vedevo davvero quelle cose oppure era il mio spirito che aleggiava intorno alla tomba? Nel tentativo di conoscere la verità, mi rizzai di nuovo e mi diressi verso la mia lapide. Erro ancora vivo! Il cognome non coincideva, soltanto il nome: uno scarto che bastò a risvegliarmi dal lungo letargo in cui ero caduto. Negli ultimi cinque anni avevo ceduto a un vittimismo che non mi avrebbe portato da nessuna parte, se non alla mera giustificazione dei miei stessi atti.
Stordito, tornai dai miei compagni. Fiocco di Neve non vomitava più e il suo corpo dava i primi segni di recupero. Osservai i volti di ognuno di loro, e mi sentii invaso dalla compassione. Giacevano nel campo santo tre persone che avevano perduto la battaglia della vita, assolutamente indifese e con l’anima cosparsa di ferite.
