Читать книгу: «Tra cielo e terra: Romanzo»
Anton Giulio Barrili
Tra cielo e terra: Romanzo

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066072179
Indice
Capitolo III. Cortesie di buon vicinato.
Capitolo IV. La disputa filosofica.
Capitolo V. Si viene alle grosse.
Capitolo VI. Sulla montagna.
Capitolo VII. L’idillio del Martinetto.
Capitolo VIII. Celeste oblìo.
Capitolo IX. Sull’orlo dell’abisso.
Capitolo X. Il trattato di pace.
Capitolo XI. Rifugio spirituale.
Capitolo XII. Dal dubbio alla fede.
Capitolo XIII. L’impresa ecclesiastica.
Capitolo XIV. Da Ceppo a Carnevale.
Capitolo XV. Padre Anselmo da Carsoli.
Capitolo XVI. Cuori infermi.
Capitolo XVII. L’apparizione.
Capitolo XVIII. Povera bella!
Capitolo XIX. Rovine!
Capitolo XX. Tra Cielo e Terra.
Capitolo III.
Cortesie di buon vicinato.
Indice
Passarono tre giorni, che Maurizio occupò degnamente in cento piccole cure. Prima di tutto aveva da riconoscer la casa, dopo tanti anni d’assenza, da vedere tutte le novità che c’erano state fatte in quel lungo intervallo, il parco, il giardino, l’orto, il frutteto, la fagianaia, il pollaio, insomma tutto ciò che sua sorella Albertina aveva ordinato, o condotto a termine, o perfezionato, affinchè il Castèu, com’ella diceva, bastasse a sè stesso.
—Egregiamente;—notava Maurizio, approvando.—Credo che si potrebbe sostenere anche un anno d’assedio.
—Capisco che tu ci avresti tempo di annoiarti;—rispondeva Albertina.
—No, sai; tu coi tuoi polli e coi tuoi fagiani; io coi miei libri, le mie carte, i miei strumenti; si passerà il tempo benissimo, e il peggiore dei nemici non avrà modo di penetrare qua dentro.—
Maurizio aveva ricevuti da Ventimiglia i suoi bauli e le sue casse. Tutto era già stato aperto, schiodato, sciorinato; libri, carte geografiche, idrografiche, bussole, cannocchiali, seste, sestanti, cronometri, tutto il bagaglio scientifico dell’ufficiale di marina. Il legnaiuolo della casa era stato chiamato, e sotto la direzione di Maurizio lavorava ad aggiustare, ed aggiungere scaffali, a piantar chiodi e bullette, ad appender quadri, stampe, fotografie, armi, stoffe, amuleti, stoviglie, tutto il museo dell’ufficiale di marina che era stato anche un viaggiatore intelligente e curioso. Era quello un lavoro faticoso, ma gaio; e lo rendeva più gaio il pensiero della quiete futura, in cui Maurizio avrebbe potuto finalmente metter mano alla sua Storia delle Guerre marittime. Quella, davvero, non gli usciva di mente.
La mattina del quarto giorno, mentre era in maniche di camicia su d’una scala di legno appoggiata alla parete, gli fu portata da Giaume una lettera.
—Già la posta a dar noia!—esclamò egli, seccato.
Non era della posta; era una lettera del paese.
—Mettila là, su quella tavola. Chi l’ha portata?
—Il fattore della Balma.
—Ah!—disse Maurizio; e più non disse.
Com’ebbe finita l’operazione per cui si era inerpicato lassù, scese tranquillamente e andò a prender la lettera, che portava scritto sulla busta: «Al signor conte Maurizio Sospello di Vaussana; Sue mani», e sul rovescio un gran suggello di ceralacca, con lo stemma dei Matignon della Bourdigue. Maurizio prese con molta flemma una spatola d’avorio, ne introdusse delicatamente la punta sotto la piega della busta, ne tagliò tutto il lato superiore, trasse il foglio che c’era dentro ripiegato in due, lo spiegò lentamente e lesse ciò che gli scriveva il castellano della Balma:
“Signor Maurizio,
«Quando un ufficiale va in un paese e sa che c’è un altro ufficiale a lui superiore di grado, va a fargli una visita, non vi pare? Sarebbe prescritta l’uniforme; ma io non la esigo; anzi ve ne dispenso. Non vi dispenso però dalla visita. Andrei contro la legge, venendo io stesso da voi, se nella mia condizione di ospite non avessi qui cura d’anime. Vi ho conosciuto bambino, e credo anche di avervi in quei tempi consegnato qualche amorevole scappellotto. Non vi dispiacerà il ricordo, poichè desidero di mutarlo in una buona stretta di mano.
«Conoscete la via della Balma. Dieci minuti di salita, per gambe come le vostre, e al piè delle scale un vecchio amico a braccia aperte.
“Bourdigue.„
Maurizio lesse e sorrise; ripiegò il foglio, dopo avergli data ancora una rapida scorsa, lo rimise nella sua busta, e depose questa sulla tavola; dopo di che ritornò al suo lavoro. Alle dodici il legnaiuolo si congedò, per andarsene a desinare.
—Ripasserò alle due, signor conte;—diss’egli.
—No, per oggi basterà;—rispose Maurizio.—Ho da far altro; ritornerete domattina, all’ora solita.—
E anch’egli discese, dopo essersi messo in ordine, per andare ad asciolvere. Dopo il pasto mattutino, andò nelle sue stanze a mutar abiti.
—Vai fuori?—gli chiese Albertina, vedendolo così vestito di tutto punto.
—Sì, alla Balma. Vedi che cosa mi scrive il tuo generale.—
Così dicendo, porgeva ad Albertina la lettera che aveva ricevuta nella mattinata.
—È cortese;—osservò ella, dopo aver letto.—E gli sei proprio debitore di una visita. Io, anzi, te lo volevo dire fin da ier l’altro.
—Andiamo dunque, e perdiamo questa mezza giornata;—conchiuse egli sospirando.
E uscito dal Castèu, si avviò alla Balma; non dalla parte del paese, ma dalla parte della montagna, per la scorciatoia del bosco e della cascata, che ben ricordava, per averla fatta da ragazzo, almeno un centinaio di volte.
Rivedere i luoghi dove si è passata la prima adolescenza, dove non è per noi un ricordo che non sia lieto, è certamente bellissima tra tutte le cose belle della vita. Maurizio s’immerse in quella gioia così profonda, e nondimeno un pochettino chiassosa, che invade tutto il nostro essere, e trova ancor modo di espandersi in esclamazioni, in grida, in rotte parole, che vorrebbero diventar inni, ondate di poesia, e non riescono ad essere che sussulti, gorgogli, balbettamenti dell’anima. Si fermava un po’ da per tutto, vedendo e ricordando; ma più si trattenne davanti all’Aiga, alla bella cascata, con tutte quelle felci e quei muschi onde erano tappezzate le pareti dello scoglio, con quella rupe che sopraggiudicava l’abisso, con quel lastrone orizzontale, vero labro di granito, donde si precipitava il cristallino volume delle acque nella conca sottoposta, sprizzando in polvere liquida, estuando in candide spume, rompendosi in rivoli che tornavano a ricongiungersi più sotto in un solo zampillo. Maurizio non si sarebbe più spiccato di là, se non avesse pensato in buon punto che aveva da fare una visita d’obbligo, che per quella visita aveva congedato il legnaiuolo, interrompendo il suo piacevole lavoro, che per quella visita si era vestito di tutto punto e mosso di casa.
—Ci tornerò;—diss’egli ad alta voce, come per fare le scuse della sua fretta alla divinità del luogo.
Gli antichi avevano ben ragione a mettere delle dee per protettrici delle fonti. Non c’è cosa più poetica di una bell’acqua corrente nella solitudine di un bosco, nè altra che più meriti il sorriso di una divinità tutelare.
Maurizio si avviò finalmente; e non in dieci minuti, per verità, ma in trenta o quaranta giunse sotto al muro di cinta del castello della Balma. C’era un muro, e ci stava benissimo; tutti i castelli che si rispettano ne hanno uno, spesso più d’uno. Ma l’uscio per entrare? o la breccia? Maurizio rammentava benissimo che la breccia non mancava; non fatta da nemici, ma da contadini poco disposti a passare per la strada maestra. Quella breccia, ridotta a passo campestre, si ritrovava più su, dietro una svolta del muro.
—Per di qua;—gli disse dall’alto una voce.—Se andate alla Balma, c’è qui il sentiero.
—Lo so, grazie;—rispose Maurizio.—Conosco i luoghi da un pezzo.—
E salutava, così dicendo, il brav’uomo che gli dava l’avviso. Era un pastore, che se ne stava seduto su d’un masso, pascolando due mucche e una dozzina di pecore.
Trovato facilmente il passo, ed entrato nel recinto della Balma, il visitatore fu ben presto ad una piccola spianata, davanti a cui sorgeva la gradinata che metteva al portone d’ingresso. Non c’era nessuno alla vista, ma si sentivano voci di dentro; anzi, per dire più esattamente, si sentiva una voce sola, che faceva per quattro, rumorosa, allegra, voce di comando frammezzata di risa.
Nessuno era nel vestibolo. Maurizio entrò, col suo cappello in mano; da un uscio aperto, sulla sua destra, vide una sala da biliardo, e due uomini che stavano giuocando, l’uno occupato in una serie di caramboli, l’altro in atto di guardare il giuoco dell’avversario, e in pari tempo di ingessare il cuoio della propria stecca. La serie fu breve, per effetto di troppa sicurezza, o di fretta soverchia nel dare il colpo, e il giuocatore sfortunato era già per attaccare un moccolo, quando un gesto del compagno, che stava dirimpetto all’uscio, lo costrinse a voltar gli occhi verso il nuovo personaggio che appariva allora nel vano.
—Ah, bene!—esclamò egli, deponendo la stecca sul panno verde e muovendo incontro al visitatore.—Siate il benvenuto, signor Maurizio. Qua la mano; anzi, no, un abbraccio, tanto per cominciare. Ma come va?—soggiunse, volgendosi al compagno.—Il vostro servizio d’avamposti procede assai male, mio caro Dutolet.
—Non so veramente come sia andata;—rispose quell’altro, con accento dimesso.
Maurizio era rimasto un pochino interdetto, non sapendo che cosa significasse quell’accenno di avamposti, che interrompeva in mal punto la cortesia delle accoglienze.
—Figuratevi;—ripigliò il generale, rivolgendosi a lui, come se avesse letto in quel punto nell’animo del visitatore.—Avevamo messo un uomo in sentinella a metà della salita, per essere avvertiti del vostro arrivo. Vi avevo annunziato che mi avreste ritrovato in fondo alla scala, e voi siete arrivato fin qua, signor conte, senza trovarmi al posto assegnato. E sono disonorato, Dutolet;—disse il generale, volgendosi ancora al compagno.—Manderemo agli arresti la sentinella infedele; daremo un esempio, non vi pare?
—Intercedo per la sentinella, generale;—disse a sua volta Maurizio, mettendosi volentieri sul tono di celia che aveva assunto il signore della Bourdigue.—Voi l’avete fatta mettere al posto buono per invigilare la strada maestra; e certamente sarà ancora laggiù ad aspettare che io mi presenti al cancello. Ma io non son venuto di laggiù; son capitato dalla scorciatoia del bosco.
—Ottimamente, da astuto nemico che conosce il terreno,—replicò il generale, ridendo.—Ma questo mi fa pensare che la Balma non è così forte come sembra. La posizione è stata girata, Dutolet; come laggiù.... ti rammenti, mio bravo? E quanti valorosi ci sono caduti, incominciando da te!...—
Un’ombra era passata sugli occhi del generale, contrastando maledettamente con l’aperto sorriso di prima. In un attimo, per altro, e la figura marziale del vecchio riprese il suo aspetto di franca cordialità.
Il generale Matignon della Bourdigue doveva essere stato un gran bel giovane a’ suoi tempi: era ancora un bell’uomo, e decorativo in sommo grado. A cavallo, certamente, con quelle spalle quadre, quell’ampio torace, quei baffi bianchi biondeggianti e quegli occhi azzurreggianti sul vermiglio della carnagione, doveva parere uno di quei paladini di Carlomagno, che potevano essere oppressi dal numero a Roncisvalle, ma dopo aver fatto prodigi di valore e di forza, accoppando mille Saracini, prima di ricevere essi medesimi una graffiatura al braccio, o una ammaccatura al ginocchio.
L’accenno militare condusse naturalmente il generale alla presentazione del suo ospite. Il capitano Dutolet, sottotenente nella campagna del 1870, era stato ferito gravemente a Reichshoffen, e sarebbe morto sul campo, se non si fosse dato pensiero di lui, facendolo raccogliere in tempo e mandare all’ambulanza, il suo capo di squadrone Matignon de la Bourdigue. Quel magro cavaliere dal volto grigio, dalle gambe di ragno e dall’aria sempre malinconica, era una salda tempra di acciaio; ancora a servizio, veniva a spendere le sue licenze ordinarie e straordinarie presso l’antico superiore, che da cinque anni aveva lasciato l’esercito, per passar tra gl’invalidi assai prima del tempo. Anche il generale de la Bourdigue aveva avuto a dolersi di una ingiustizia? La cosa era possibile; tanto gli uomini si rassomigliano, sotto tutte le longitudini della zona temperata e sotto tutti i governi civili.
Quel generale, che avrebbe fatto ancora una così bella figura a cavallo, possedeva un magnifico stato di servizio. Nizzardo di nascita, aveva raggiunto il grado di capitano nell’esercito, piemontese, combattendo in Crimea e quindi in Lombardia nella campagna del ’59. Dopo la cessione di Nizza alla Francia, era stato tra quelli che avevano optato per la nazionalità francese, e nel ’70 era giunto al grado di capo squadrone, dopo aver fatto parte del corpo di spedizione al Messico e aver combattuto valorosamente sotto le mura di Puebla. Colonnello dopo Sedan, generale di brigata nell’esercito della Loira, non aveva più fatto altri passi in avanti. A chi era dispiaciuto? Che demeriti avevano ritrovato in lui? Il generale Bourdigue non istette a domandarlo: una dolorosa occasione gli si offerse di lasciare il servizio, ed egli colse quella occasione pel ciuffo.
Camillo, il suo fratello maggiore, rimasto italiano alla cura degl’interessi domestici, che erano tutti di qua dalla linea della Roia, era venuto improvvisamente a morire, lasciando orfana l’unica figliuola Gisella. Il generale, venuto a surrogare il fratello, aveva prese le redini della amministrazione domestica; e il tutore, un anno dopo, diventava marito. Come era avvenuto ciò? Si diceva a Nizza, a Villafranca, a Mentone, dovunque i Matignon erano conosciuti, e si ripeteva da Ventimiglia a San Giorgio, dove avevano le loro possessioni, che la fanciulla medesima avesse voluto quelle nozze.
I valorosi, hanno sempre questa sorte di fascino sulla donna. Pare alla bellezza di appoggiarsi meglio, quando il braccio che la sostiene è quello di un eroe. Inoltre, la donna conosce il suo proprio valore, la sua qualità di gioiello; sente di essere buon premio alla forza, morale o fisica ch’ella sia, o l’una cosa e l’altra ad un tempo.
La contessa Gisella, a cui Maurizio di Vaussana fu presentato quel giorno, era una bellissima creatura di ventuno in ventidue anni, bionda e rosea come abbiamo già avuto occasione di dire. Ma quando si dice bionda e rosea, non si è detto ancor nulla: bionda e rosea può essere anche una pupattola; bionda e rosea su per giù era anche la cugina splendidissima e formosissima di Maurizio. La castellana della Balma non offriva tuttavia nessuna somiglianza con una pupattola; non aveva nessun’aria di parentela con la cugina di Maurizio.
In primo luogo era più alta, e più flessuosa nella persona; donde una formosità d’altro genere. Poi la carnagione era più fine, d’impasto più gentile, più tenero, con un certo riflesso dorato sul roseo, che non aveva quell’altra. Il biondo dei suoi capelli era più luminoso, più morbido, più ondato; e quei capelli formavano un volume così abbondante, da potersi paragonare a quelli di Genovieffa di Brabante, capaci a far da accappatoio a tutta la persona, quando la bella principessa della leggenda ebbe logorati i suoi abiti nella foresta di Trèveri. Non si poteva poi pensare alla cugina, vedendo gli occhi della contessa Gisella; grandi occhi profondi, neri d’un nero d’indaco, ma che mettevano bagliori d’oro ad ogni batter di ciglia.
—Mia moglie è fosforescente;—diceva qualche volta il generale.
La contessa Gisella sorrideva, e senza ombra di civetteria, volentieri secondando un complimento maritale, con un nuovo sprigionamento di faville. Era una bambina, niente vana della propria bellezza, ignorandola forse, certamente non dandosene pensiero e non sapendo che farsene. Qualche volta, con versi infantili, storcimenti di bocca, guardate di sbieco, pareva che lavorasse a farsi brutta; ma senza venirne a capo. Tutto ciò ch’ella faceva era improntato di sincerità, d’ingenuità, di franchezza e di grazia. Vi passava davanti come una bella farfalla che aleggia capricciosa nella pompa de’ suoi vivi colori, e non sa di essere la vita del giardino, la festa degli occhi, la maraviglia del quadro.
Vedendo lei da vicino, discorrendo con lei, Maurizio non potè trattenersi dal pensare a sua cugina e al dolorino acuto che gli aveva lasciato nell’anima quella splendidissima e formosissima bionda.
—Ecco—diceva egli tra sè,—una donna bella vi colpisce, v’infiamma, vi fa soffrire come un dannato. Poi se ne presenta un’altra più bella, magari nel suo stesso genere, il che è veramente il colmo dell’audacia; e lì per lì, senza cancellarvi l’immagine della prima, senza distruggervi in cuore la memoria degli antichi tormenti, ve ne rende innocua la sensazione, sterile e vano il pensiero. Come ho potuto soffrir tanto per quella là? Quella là, certamente; è il modo d’indicar la figura che è passata, non lasciando più desiderio di sè. Anche le donne, alla lor volta, sentono e ragionano così; anch’esse hanno «quello là» da giudicare in forma sommaria, mandandolo a farsi benedire. E il meglio, dopo tanta esperienza, il meglio sarebbe di esser tutti filosofi, uomini e donne, di cansare gli innamoramenti fatali, di prendere un po’ più alla leggera le cose del cuore, fragili e fugaci alla fin fine come tutte le altre.—
Ma queste cose si possono pensare, non fare. Sono le occasioni, quelle che vengono addosso, quando meno ci si pensa; sono le circostanze, quelle che imprigionano, quando meno si crede di restarci impigliati. La donna che si ama di più, che più dovrà farci soffrire, non è sempre la più bella, contro cui c’era modo di mettersi in guardia a tempo opportuno. Un amico di Maurizio aveva fuggito i lacci di due meravigliose creature: poi si era ucciso per una piccola strega dei mari del settentrione, secca stecchita a quel modo, che quando l’aveva veduta la prima volta gli era parsa un’aringa affumicata.
Maurizio di Vaussana stette un paio d’ore alla Balma, ragionando di cento cose. Cadde anche il discorso sulle cause del suo ritiro precoce dal servizio: ma s’intende che nè il generale lo incalzò troppo con le domande, nè egli credette necessario di dire la verità tutta quanta. Si toccano mal volentieri certi tasti più intimi, quando non si è tra connazionali: e il signore della Balma e il signore del Castèu, quantunque appartenenti pel sangue alla medesima valle, non erano di una medesima patria. Maurizio trovò il modo di dire che da un pezzo sentiva il bisogno di attendere agli interessi di casa sua. Vivendo il babbo, era una cosa; morto il babbo era un’altra. Da principio, correndo ad ogni tanto voci di guerre possibili, aveva stimato necessario di restare al suo posto di combattimento: ma oramai, sfumata ogni probabilità di vicine «complicazioni europee», le voci della sua terra erano state più forti, ed egli, di marinaio che era diventato, ritornava a fare il gentiluomo di campagna.
—Per nostro vantaggio;—disse il generale.—E speriamo che ci restiate per sempre. Ma il miglior modo d’incatenarvi qui, sarà quello di darvi moglie. Non fate conto di prenderla?—
Maurizio sorrise. Che idea! c’era egli proprio bisogno di prender moglie, per vivere e non annoiarsi della vita? Ma questo, che pensò, non lo disse. Infatti, sarebbe stata una grande scortesia verso una buona intenzione, e più ancora verso quell’uomo che l’aveva presa bellissima. Rispose invece con un «perchè no?» a fior di labbra, che lo impegnava fino ad un certo punto, lasciandogli la porta aperta per una brava ritirata.
—Del resto—soggiungeva,—una moglie non si trova lì alla prima voltata di strada. Non è anche conveniente per la felicità, di trovar prima l’amore, donde sia facile poi avviarsi al matrimonio?
—Un altro vi risponderebbe: prima il matrimonio; l’amore verrà poi, e non sarà che più forte, perchè fondato sulla conoscenza, sulla stima reciproca;—ripigliò il generale.—Ma queste sono le vie battute dal ragionamento, e voi amate le vie strane. Per una di queste, infatti, siete salito alla Balma. Innamoratevi dunque, signor Maurizio, e sposate. Per voi, ultimo dei Sospelli di Vaussana, è anche un debito d’onore verso i vostri maggiori, che hanno diritto di veder continuato il lustro di un buon nome.—
Il signor Maurizio non sorrise più, s’inchinò ringraziando. Poco dopo, essendo la sua prima visita durata oltre i termini della convenienza, si alzò per prender commiato.
—Badate, amico;—gli disse il generale, prendendogli affettuosamente la mano e stringendola forte tra le sue;—qui non siamo in città, da vederci una volta alla settimana: siamo qua tutti i giorni, mattina e sera. Del resto, ora che conoscete anche il mio ospite, non sarà più il caso per noi di lasciarlo solo, quando verremo a scovarvi nel vostro Castèu.—
Le accoglienze erano state molto cordiali da parte del generale, e gentili da parte della contessa Gisella; Maurizio poteva esser contento dei suoi vicini della Balma. Bastavano esse per dirgli il carattere dei signori Matignon? Le prime visite per solito non contano, in quest’ordine d’indagini e di scoperte; nessuno si fida a questi incontri preliminari, a questi semplici contatti di superficie, dove le regole della buona creanza e i luoghi topici della conversazione son tutto.
Pure, tanto è forte nell’uomo l’abito dell’indurre, Maurizio se ne partiva dalla Balma con una opinione formata, se non ancora dal suo raziocinio, certamente dalle sue sensazioni. E l’opinione era questa: che i signori della Balma erano ottima gente; il conte un allegro compagnone, con qualche scatto d’imperiosità, derivato dalla abitudine del comando, dall’abuso della caserma e della piazza d’armi, ma del resto un buon diavolo, e piacevole in società, quantunque, fuori dagli argomenti militari, un po’ tavola rasa; la contessa una bella bambinona, senza grande istruzione anche lei, ma buona, una vera pasta di zucchero, felicissima di obbedire a quel gran marito e ai suoi grandi mustacchi, di cui sembrava infatuata, come se fossero ancor biondi. Pensando a quella coppia, gli tornavano a mente due colombi che aveva visti un giorno a Pisa, espressi dallo scalpello di uno scultore, collocati l’uno di rimpetto all’altro, intenti a tuffare il becco nel latte di una tazza d’alabastro; donde a lui era venuto il pensiero che da un momento all’altro, solo che si chinassero un tantino di più, ci sarebbero cascati a capo fitto.
Affogar nel latte, che morte! E non c’era anche il pericolo di annoiarsi un pochino, con tanto latte per tutto pasto? Veramente, per rompere la monotonia c’era l’ospite, il capitano Dutolet. Ma c’era proprio? o non era piuttosto l’ombra di un ospite? Quel ragno grigio si poteva creder benissimo, dalle apparenze, un compito cavaliere: doveva anch’essere un valoroso della buona specie, poichè era molto modesto, non parlava mai delle sue imprese di guerra, e, quando il suo generale vi accennava, egli cercava subito di sviare il discorso. Ma era di poco aiuto, Dio buono, anzi di nessun aiuto in una conversazione. E dovevano esserci ogni giorno alla Balma molte ore di noia.
Anch’egli, il signor Maurizio, si sarebbe annoiato al Castèu, senza i suoi libri, senza il suo disegno di scrivere un’opera. Ah, come voleva mettersi presto al lavoro! Su presto, adunque, in ordine i libri, le carte, gli strumenti; e fatto ciò, sùbito un buon orario da imprigionarcisi dentro, come il filugello nel bozzolo. Egli ricordava benissimo a questo proposito la massima di un suo vecchio professore al collegio di Marina: «i sistemi fanno e non fanno, il metodo è tutto».
Per dar sesto alle cose sue ci sarebbero volute ancora cinque o sei giornate di lavoro. Disgraziatamente, non erano più giornate intiere, ma mezze: alle dodici, ora del desinare, il legnaiuolo era congedato. Come fare altrimenti? Il generale era venuto con la sua signora a visitare la contessa Albertina; gran miracolo che non si ripeteva più da sei mesi. E in quella visita, il conte Matignon de la Bourdigue aveva rinnovato a Maurizio il suo avvertimento: «Siamo in casa tutti i giorni, mattina e sera, sera e mattina». Poveri colombi, sugli orli d’una tazza di latte! La vita della campagna è sana; ma chi non ci ha niente da fare, Dio misericordioso!... Si cerca di essere in tre; quando in tre non si sente sollievo, bisogna trovar modo di essere in quattro.
Maurizio andava dunque ogni giorno a fare il quarto a quei buoni vicini. Si giuocava molto a biliardo; si faceva anche un po’ di scherma, e qualche volta si usciva a far quattro colpi di pistola. Il generale, da vecchio ufficiale di cavalleria, era un gran sciabolatore al cospetto di Dio; con la spada reggeva appena al confronto del capitano Dutolet, ed era molto inferiore a Maurizio, gran tiratore, che si era fatto in Genova alla scuola elegante e vigorosa di Licurgo Cavalli, e che a Napoli era stato perfezionato dalla grazia corretta di Masaniello Parise. Alla pistola batteva tutti il capitano Dutolet, con quel suo modo curioso, strano, inconcepibile, di tirar diritto senza puntare. Per colpire il bersaglio a venticinque passi, Maurizio aveva bisogno di star sulla mira almeno cinque secondi. Il capitano niente; si presentava di fianco, innanzi al bersaglio, con la bocca della pistola a terra; alzava il braccio, portandolo naturalmente, automaticamente in linea, all’altezza necessaria, non un millimetro di più, non un millimetro di meno; e paf, era un centro senza fallo.
I due testimoni di quelle prodezze lodavano senza risparmio. Ma il bravo capitano Dutolet non accettava le lodi. Non c’era niente da far maraviglia; un po’ di pratica; questione di esercitare le articolazioni a quel punto di arrivo in linea, i muscoli a quel grado di tensione, ecco tutto.
—Ecco niente;—gridava il generale, con la sua voce di tuono.—Se non si trattasse che di esercizio, in tutti i giuochi tu riusciresti eccellente, mio caro. E allora come va che sei sempre una sbercia a carambolo?—
Capitolo IV.
La disputa filosofica.
Indice
Un giorno che Maurizio faceva la solita strada del bosco per salire alla Balma, gli venne veduta la gran novità di un abito talare che appariva e spariva a intervalli lungo i tigli del gran viale. L’abito talare scendeva; e Maurizio, fermandosi alquanto ad una svolta del sentiero, riconobbe il suo uomo. Don Martino che veniva di lassù! Era un caso strano, inaudito. Il signor di Vaussana non aveva saputo mai che l’arciprete di San Giorgio bazzicasse alla Balma; e vedendo per la prima volta don Martino ritornare da quella eminenza, pensò involontariamente al signor Camillo, il miscredente.
Infatti, quell’anima buona di sua sorella Albertina poteva dir tutto quel che voleva, per coprire la verità, ma il primogenito dei Matignon era vissuto tutt’altro che in concetto di buon cristiano. In chiesa non lo aveva mai visto andare nessuno, nello spazio di trent’anni. Si diceva dal vicinato che fosse un libero pensatore, che leggesse il Voltaire, il Rousseau e gli altri Enciclopedisti; desolazione della abominazione. Quella, s’intende, era la chiacchiera d’altri tempi, dei tempi in cui si voleva dar colpa di tutta la miscredenza moderna al Voltaire, al Rousseau; nè poteva indurre in errore Maurizio, che conosceva benissimo le opinioni spiritualistiche del Ginevrino, e quanto all’altro rammentava benissimo la storia del tempietto di Ferney con la famosa epigrafe: «Deo erexit Voltaire»; un po’ orgogliosa, per dire la verità, ma non atea. Comunque fosse, avessero torto o ragione le coscienze timorate del luogo a veder così neri gli Enciclopedisti, restava sempre il fatto che il primogenito dei Matignon non era vissuto praticando la religione dei padri; e l’essere andato don Martino, arciprete di San Giorgio, al suo letto di morte, non provava punto che si fosse riconciliato all’ultim’ora. Se ciò fosse avvenuto, l’arciprete non avrebbe tralasciato di dirlo: in quella vece, quando gli si toccava quel tasto, don Martino cambiava discorso. Dunque.... la conseguenza era facile a trarsi; don Martino era andato per moto spontaneo dell’anima, fors’anche giungendo tardi, e ad ogni modo non salvando che le apparenze, per chi voleva contentarsene.
Quanto al generale, egli doveva essere la seconda edizione del suo fratello maggiore; salvo, s’intende, lo studio sugli enciclopedisti. S’impacciano poco con la filosofia, i militari. Così pensava Maurizio; e così pensando, la presenza inaspettata dell’arciprete di San Giorgio al castello della Balma doveva parergli una cosa strana, inaudita. Ma non era affar suo: da uomo educato, non poteva domandare; da uomo senza curiosità, non ne sentiva il bisogno; si era già dimenticato dell’abito talare, giungendo alla presenza del castellano della Balma.
Il generale era col suo inseparabile Dutolet, ambedue seduti al fresco, su certi sedili di ferro, disposti a semicerchio fuori dell’ingresso, accanto alla gradinata di marmo.
—Venite qua voi a consolarci;—disse il generale, com’ebbe veduto Maurizio.—Venite a riconfortarci lo stomaco. Non lo sentite, l’odore di scarafaggio?—
Maurizio ebbe l’aria di non intendere a che cosa volesse alludere il suo interlocutore.
—Già,—ripigliò il generale,—voi venite sempre dalle scorciatoie; se foste venuto dal gran viale, avreste incontrato l’uomo nero che ci ha regalato un’ora del suo tempo; e ne avremmo fatto volentieri di meno. Con che scopo, domando io, con che scopo il signor arciprete di San Giorgio viene una volta al mese quassù? Per vedere quando si fa conto di lasciargli queste quattr’ossa?.... Ma non ne abbiamo nessuna voglia; non è vero, Dutolet?
—Per quello che mi riguarda,—disse il capitano, senza neanche sorridere,—ci sarebbe troppo poco da rosicare.
—Non dimentichiamo i diritti dell’ospite;—notò il generale, osservando che Maurizio era rimasto silenzioso.—Nè di politica nè di religione si deve ragionare tra uomini. A questo ci ha ridotti la civiltà; e le sue leggi van rispettate.—
Maurizio vide allora la necessità di parlare.
—Se è per me, generale, non vi date pensiero;—rispose.—Non mi fanno paura i discorsi di politica, nè quelli di religione. Credo ancor io che la civiltà abbia delle leggi false, come ne ha delle puerili. A mio avviso si può discutere di tutto; basta che nella discussione si porti della misura, della buona volontà, del rispetto.
—Ah, mi levate un peso dal cuore!—gridò il generale.—In fede mia, non ne potevo più. Immaginate che non posso soffrire i preti.
—Scusate, generale, ma allora....
—Volete domandarmi perchè li ricevo? In verità, non sono io che li invito a venir quassù. Già, non so se debbo ridere o andare in collera, quando me li vedo davanti. Non sanno che esser umili coi potenti e coi ricchi. È dunque una umiliazione che vogliono.
—Ed io, perdonate, non la infliggerei loro; mi darei piuttosto ammalato d’emicrania.
—È quello che dice mia moglie. V’intendereste benissimo con lei, almeno nel fatto di dispensarli da una visita inutile. Neanch’essa li può soffrire. Mio fratello l’ha educata bene, ed io non ho avuto da consigliare mutamenti nella sua educazione. Niente preti, miei giovani amici, specie con le donne. Infatti, è ancora per mezzo delle donne che essi comandano nel mondo; sono essi che le hanno educate alla superstizione, e con la confessione, col perdono periodico, le hanno educate alla colpa.
—Ma il perdono è di Cristo.
—Cristo fu un uomo. Come uomo, lo venero, ho un gran rispetto per lui; non senza riconoscere, per altro, che avrebbe fatto meglio ad essere più severo, insegnando per esempio a non fallire con tanta facilità. Ma che si fa la burletta? Col dirci che il giusto cade sette volte al giorno, non si dà la licenza a tutti di cascar quattordici, o ventotto? Per me, dicano quel che vogliono con la teorica del perdono; non conosco che il dovere, io, e so che il dovere è buono.
—Debbo io dirvi tutto quello che penso, generale?
—Ma sì, per bacco. Non lo dico io liberamente, approfittando della vostra licenza?
—Ebbene,—rispose Maurizio,—vi dirò che il dovere è buono, perchè scende diritto diritto dalla legge morale; e la legge morale è Dio.
—Ah, il gran cavallo di battaglia! Ma siete voi persuaso, caro amico, che Dio non sia una creazione dell’uomo?
—Anche la morale, allora.
—La morale,—sentenziò il castellano della Balma,—è l’utilità bene intesa, per cui solamente si conserva questa povera specie umana. Non fare ad altri quel che non vorresti che fosse fatto a te; fare ad altri quello che vorresti che fosse fatto a te.
—Già, per dare il buon esempio,—replicò Maurizio, sorridendo;—ma gli altri lo seguiranno? ecco il busilli.
—Seguano o non seguano, c’è tutta la morale umana in queste due massime. Conosco degli atei che vi conformano i loro atti assai meglio di tanti credenti.
—Pur troppo, generale, pur troppo. Ma permettete, non scendiamo alle applicazioni; stiamo nel campo dei principii. Fare o non fare, secondo quelle due massime, è facile, ed anche può essere piacevole all’uomo incivilito. Ma come potete voi credere che l’uomo primitivo, l’uomo della selva, facesse ad altri quello che avrebbe voluto che si facesse a sè?—
La domanda piaceva poco al generale; e dalla breve pausa che egli fece prima di rispondere, Maurizio potè credere che l’avversario si trovasse impacciato. Ma non era così; proprio allora il generale metteva in posizione le artiglierie.
—Io non vi parlo dell’uomo primitivo;—disse egli, non potendo trattenere un’alzata di spalle.—Che c’entra qui l’uomo della selva? Buon padrone di aver fatto come gli sarà piaciuto, o tornato più comodo. L’uomo primitivo, per vostra norma e regola, era un antropopitèco. Vi maravigliate di sentirmi parlare con tanta asseveranza di quel grazioso animale? Nel fatto, io non ne so nulla; vi parlo con la scienza alla mano. Ho letto Darwin, mio caro; ho letto Huxley, Buchner, Mortillet, Spencer, tutta la scuola dei liberatori. L’antropopitèco non si è ancora trovato negli strati del terreno terziario; ma si troverà, non dubitate. E una necessità in terra, come certi corpi in cielo, per l’equilibrio del sistema planetario. Nella scala progressiva degli esseri, l’antropopitèco ha il suo posto: animale d’istinti maravigliosi, già dotato di qualche intelligenza, come sono del resto tanti animali meno progrediti di lui, egli ha fatta la sua strada, e nessun calendario gli ha misurato il tempo necessario alla sua legittima evoluzione. Il bisogno lo ha fatto industrioso; l’industria lo ha fatto civile; la civiltà lo ha fatto morale. Vi capacita?
—Eh!—disse Maurizio, stringendosi nelle spalle, mentre in cuor suo si maravigliava forte di trovare sotto la spoglia di quell’uomo d’armi un lettore dei moderni evoluzionisti;—vuol esser dunque morale indipendente, la nostra?
—Non mi spaventano i nomi;—replicò il generale.
—Ebbene,—ripetè Maurizio,—non vi spaventino dunque le mie povere argomentazioni.
—No davvero, sentiamole.—
Qui fu una piccola interruzione nel dialogo. Dall’alto della gradinata, appariva la contessa Gisella, col suo cappellino di paglia in capo, l’ombrello da sole in mano e una borsa ad armacollo, che le dava un’aria graziosissima di pellegrina. La bella signora dagli occhi fosforescenti vide Maurizio, e scese lesta i gradini per venirlo a salutare.
—Vado per affari,—diss’ella, porgendogli la mano.—Spero di ritrovarvi ancora al ritorno.
—Oh, lo troverai;—gridò il generale.—Siamo affondati in una disputa che non finirà tanto presto.
—Di che si tratta?—chiese ella, nell’atto di aprire il suo ombrellino.
—Dell’antropopitèco;—rispose Maurizio, che in verità lo masticava male.—M’immagino che vi sarà noto, questo grazioso tipo di progenitore.
—Ah sì,—diss’ella, sorridendo,—l’unica cosa brutta nella teorica di mio marito.
—Ma necessaria;—soggiunse il generale;—necessaria come un anello nella catena. Se tu mi levi quell’anello, dov’è la continuità dell’evoluzione? dov’è la dottrina?—
Maurizio non aveva da rispondere ad una argomentazione che non pareva fatta per lui. Nondimeno, ne prese appiglio per rivolgere una frase alla contessa Gisella.
—Fortunatamente,—diss’egli,—nessuna dottrina mi farà credere che la contessa derivi da un antropopitèco. Passi per noi ominacci!
—Ed ecco, ora puoi andare, bambina;—ripigliò il generale, mezzo burbero e mezzo faceto.—Il vicino è cavaliere, e il tuo complimento l’hai avuto. Accettalo come premio anticipato all’opera buona che fai.
—Vado, vado;—rispose la bella signora, avviandosi.—E voi, conte, lasciatevi persuadere. La teorica della evoluzione richiede quell’anello. Ammasso quello, tutto il resto va da sè.—
Ciò detto, si mosse leggera, lasciando la luce del suo sguardo celestiale e la fragranza della sua maravigliosa persona nell’aria. Un istante dopo, era sparita alla svolta del sentiero campestre, per cui soleva venire ogni giorno il signor di Vaussana.
—Vedete quella donna, Maurizio;—disse il generale, continuando ad alta voce un discorso che era venuto facendo tra sè.—Ella è tutta bontà, tutta previdenza per la povera gente. Non c’è tugurio per queste montagne, dov’ella non porti una buona parola, e qualcosa di più, se bisogna. Ha sentito quest’oggi dal prete che è ammalata la moglie del pastore, lassù al Martinetto; e sùbito ha deciso di mettersi in campagna. Il prete non è andato; non andrà che chiamato, per portare tant’olio quanto ne sta sul polpastrello dell’indice, o del medio. Lei porta dell’altro; se le riesce, farà risparmiare al prete la sua trottata, alla chiesa la sua ditata d’olio. E notate, non crede alla morale dei vostri uomini neri.—
Quel «vostri» non era un po’ troppo? Maurizio si sentì toccato sul vivo.
—Che importa?—diss’egli, contenendosi ancora.—Crede alla santità del dovere, alla divinità della compassione, alla immortalità dell’anima umana.
—No, sapete, crede semplicemente alla bontà della vita; obbedisce ad una legge di natura, intendendola un po’ meglio di tanti e tanti. E notate ch’io non ho avuto da istruirla. Era così, quando divenne mia moglie. È una testa forte.
—Permettete ad una testa debole d’inchinarsi;—replicò Maurizio, facendo l’atto per l’appunto.
Ma il generale era avviato, e non voleva fermarsi così presto.
—Ecco,—diss’egli,—ora v’inalberate.
—No, generale.
—Allora, perchè vi tirate da banda, come se voleste uscire dal giuoco? Mi avevate pure promesso una argomentazione serrata!
—Vero, ma siamo stati fortunatamente interrotti; ed ora che ho perso il filo.... Nondimeno, per non parervi battuto e contento, vi dirò brevemente ciò che penso. Voi considerate la morale come l’effetto di una convenzione. Ora la morale per convenzione, dato che possano giungere a stabilirne una dei figli o nipoti di antropopitèchi, sarebbe una morale senza ragione in sè stessa. Vedetene la conseguenza. Se io so che la legge morale non ha nessuna sanzione, che non c’è nessun premio a chi segue, nessun castigo a chi viola la legge, non me ne farò più nè di qua nè di là, baderò al mio interesse, e buona notte al prossimaccio mio.
—Signor Maurizio, i miei complimenti. Fate voi dunque il bene per un premio che ne sperate? vi astenete dal male per un castigo che ne temete?
—No, generale, per dovere; per un dovere che la mia coscienza intuisce. Del resto, ecco già un certo numero di volte che voi mi venite dicendo: il bene. Il vocabolo induce la cosa; la cosa induce l’idea. Perchè si dice il bene? che cosa s’intende di dire, dicendo: il bene? chi mi assicura, se non c’è sanzione alla legge del bene e del male, chi mi assicura che il bene non è il male, e il male non è il bene?
—Il bene è un concetto ereditario;—sentenziò il generale.—Si è visto e riconosciuto a poco a poco l’utile generale, e questo è stato chiamato il bene.
—Sia pure; ma quanto più leggero, sulla bilancia del nostro raziocinio, quanto più debole dell’utile particolare! Infatti, il bene degli altri, ne sia pure ereditario quanto si vuole il concetto, non è in molti casi il mio bene, è spesso il mio danno, il mio pericolo, il mio sacrifizio: e di questo sacrifizio, di questo pericolo, di questo danno io non vorrò a nessun patto saperne.—
Il generale stette un istante sopra pensiero.
—Sentite,—diss’egli poscia,—io non la intendo così: senza badare a questi danni, a questi pericoli, io ho sempre fatto il mio dovere.
—Lo credo, e lo so,—si affrettò a rispondere Maurizio.—Ma questo, con vostra buona pace, non lo avrete fatto per omaggio alla morale indipendente.
—E per che cosa, secondo voi?
—Per avanzo di vecchie idee, generale. Qui davvero il principio di eredità vi soccorre. Avete infatti la eredità di un complesso di conseguenze legittime che l’umanità ha tratte via via da parecchie religioni e da parecchi sistemi filosofici, di cui è vissuta, con cui e per cui è progredita. Ecco perchè uno spirito forte dei nostri giorni può andare avanti, più avanti di molti altri nel sentiero della filantropia, del disinteresse, del sacrificio di sè, immaginando di aver spogliata per sempre la morale della sua antica sanzione. Ma non si andrà molto lontano, io ve ne avverto, non si andrà molto lontano, con questo piccolo viatico. Anche le eredità più vistose si consumano. E la morale indipendente andrà fin che potrà senza Dio; poi, di attrito in attrito, vi sfumerà tra le mani. Temete, mio generale, temete che quando ne avranno assai meno le classi civili, non ne abbiano più affatto le rozze.
—Già, l’argomento politico! Ma non è filosofico.
—Lo so; m’è venuto alla mente, e l’ho aggiunto alla mia dimostrazione. Dopo tutto, la vostra doppia massima del non fare e del fare, è frutto della morale all’antica, non già della morale indipendente che oggi si predica. Tutte le religioni l’hanno per canone indiscusso.
—È di tutte, e perciò non appartiene in proprio a nessuna;—osservò il generale.
—Che importa? Le religioni son sante.
—Tutte? Da parte vostra è una dichiarazione ben grave, signor Maurizio. Per caso, le ammettereste voi tutte per buone?
—Storicamente, perchè no? Nella vicenda delle cose umane sono i varii modi di cercar Dio; e come io credo fermamente che il progresso umano sia a questa condizione di cercar Dio nella vita, così credo che Dio si sia in tutte riconosciuto.—
Il generale diede in uno scoppio così fragoroso di risa da far rizzare la testa al capitano Dutolet, che involontariamente cominciava ad appisolarsi sul canapeino di ferro.
—Che larghezza di comprensione! Lasciatevi ammirare, caro mio. Vi avverto per altro che l’arciprete di San Giorgio non vi assolverebbe.
—Lui no, forse; ma un altro, di qui a cent’anni, sicuramente.
—Possiate voi campar tanto! E credete poi che quell’arciprete del ventesimo secolo riconoscerà l’elemento del divino anche nella religione di Moloch?
—No, egli troverà che quella non era una religione, ma un pervertimento di religione. Le religioni, tra i popoli rozzi, girano facilmente alla superstizione, e la superstizione alla ferocia o alla stupidità sua compagna. Ma questi pervertimenti uccidono una religione nel tempo, come l’edera sgretola il muro a cui si abbarbica; Dio si allontana, e passa in un’altra.
—Chi può saper quando, e come?—esclamò il generale.—Io dico invece: fare il bene, qualunque cosa ne avvenga.
—È da stoici;—rispose Maurizio.—Ma presuppone almeno l’imperativo morale. Perchè faccio io il bene? Per appagare la mia coscienza. Perchè la mia coscienza sceglie la sua felicità nel bene? Per averne un piacere. Ma è un piacere ideale, se il più delle volte porta danno, sofferenza, pericolo, sacrificio e morte. È dunque un ideale. L’ideale suppone l’idea, l’idea suppone un mondo intellettuale che non è quello della cieca natura. Cercate, generale, indagate, troverete Dio necessario.
—Dove? non si è mai visto, ch’io sappia. Nel roveto, forse?
—Nella coscienza, generale. Se ci trovate la contentezza, perchè non ci trovereste la sanzione dell’opera buona?
—Ci penserò; ve lo saprò dire domani.—
Evidentemente, il generale era stanco; e nessuno vorrà dargli torto. Quanto al capitano Dutolet, egli si era addormentato del tutto. Diamo ragione anche a lui.
Capitolo V.
Si viene alle grosse.
Indice
Maurizio era rimasto un po’ male. Quella improvvisa stanchezza del suo interlocutore poteva significare due cose: o che egli, Maurizio, avesse ecceduto nella difesa delle proprie opinioni, o che il suo avversario, usato al comando in ogni cosa, fosse noiato di sentirsi contraddire.
Che stranezza, del resto, e come Maurizio si era lasciato ingannare dalle apparenze! Egli non avrebbe immaginato mai che quel vecchio soldato fosse un filosofo, che quel moderno gentiluomo campagnuolo avesse voluto ingombrarsi il cervello, asserragliare il suo grosso ateismo con tanto bagaglio di dottrina. Dall’alto di quella barricata il castellano della Balma aveva scaraventato sulla testa di Maurizio i suoi duri sarcasmi, le sue pungenti ironie. Son pure prepotenti questi spiriti forti, come amano gabellarsi da sè! Quando si degnano di disputare con voi, hanno sempre l’aria di compatirvi.—Ma come? anche voi, con queste idee di cent’anni fa? Ma questo è risaputo; ma questo è fritto e rifritto; ma questo è già stato ribattuto, polverizzato, annientato. Il mondo cammina, che diamine! In che grotta a mezza strada vi siete fermato a dormire? lasciatele al volgo, queste anticaglie; lasciatele alle donnicciuole, per bacco!—
Il volgo, si sa, è tutta quella gente che non importa istruire, che è bene lasciare nell’ignoranza, per utile suo, e nostro, per non accrescere il numero degli spostati, come oggi si dice, o degli spostatori, come forse si pensa. Le donnicciuole, poi, sono le loro madri, e le loro mogli; se occorre, saranno anche le loro figliuole e le loro nipoti. Gli spiriti forti non si abbassano; deridono o sorridono, secondo i casi e gli umori; ma passano sopra, gloriosi della loro dottrina, o di quella del sapiente di rimpetto; il quale sarà vissuto magari nel sereno disprezzo di ogni ubbìa metafisica, di ogni «concrezione ereditaria», ma poi sarà morto ascritto, per via di transazione, a qualche chiesa protestante, oppure, senza mezzi termini, col prete al capezzale e con al collo la medaglia benedetta dal papa. «Rammolliti», si capisce; tutti rammolliti, gli spiriti forti che non durano tali fino all’ultimo. Perciò vien di moda il premunirsi contro queste defezioni dell’ultim’ora, dichiarandole anticipatamente debolezze della nostra povera fibra.
E questo è poco male, finalmente; anzi non lo sarebbe affatto, a considerare le cose con ispirito di libertà. Ma il guaio è che questa divisione di spiriti forti e di spiriti deboli ha ridotto il nostro mondo civile ad una ben malinconica convivenza di due società, tra le quali è stretta unione d’interessi, di affetti, di consuetudini, e un gran vuoto per tutto il resto, che è poi la vita intellettuale, la vita morale delle anime. Donde avviene che questo povero mondo civile vada così barcollando alla sua meta misteriosa, come gli ubbriachi a casa loro, non indovinando più l’uscio, e tante volte neanche la strada.
Tra il signor Maurizio e il castellano della Balma si era fatta la pausa un po’ lunga. Il terzo, che sonnecchiava così bene sul piccolo canapè di ferro, ne era stato svegliato in soprassalto, come avviene in istrada ferrata al fermarsi improvviso del treno. Il capitano Dutolet aveva aperto un occhio, poi l’altro, ed era rimasto lì trasognato a guardare, mezzo intirizzito, mentre Maurizio si tormentava i baffi, e il generale, per occupare in qualche modo il silenzioso intermezzo, cercava di accendersi un sigaro.
Il signor di Vaussana se ne sarebbe andato assai volentieri, levando anche d’impiccio il suo avversario. Ma un pensiero lo tratteneva. La contessa Gisella gli aveva detto di aspettarla. E forse aspettarla era male. Ritornando, la signora avrebbe trovato il marito di cattivo umore, tanto nervoso da non lasciar passare il menomo complimento, da veder tenerumi, smancerie, svenevolezze in ogni discorso. I mariti in collera son tutti così, bestie feroci; e guai ad essere graziosi, cortesi, galanti, quando essi hanno le sopracciglia aggrondate.
Andarsene, dunque, scegliendo tra i due mali il minore? Sì, ma per qual via? Anche nella scelta della via c’era il pericolo, per un verso o per l’altro, di urtare i nervi al signor generale. Se andava per il gran viale, non poteva il castellano domandare che novità fosse quella? Le novità dànno sempre materia a pensare. Se andava per la strada del bosco, non si poteva credere che l’avesse scelta per combinar laggiù la contessa Gisella, che appunto di là era andata e di là sarebbe tornata?
Noiosa condizione di un uomo messo lì a dibattersi tra la stizza e le convenienze sociali! Ed ecco i bei resultati delle discussioni. Ma egli, in fin dei conti, se era stato vivace nella espressione del suo pensiero, non aveva neanche trasmodato, e a quella vivacità era stato spinto dal tono sarcastico del signor generale. Dal fondo dell’anima non gli traluceva forse il pensiero di canzonare Maurizio per la sua fede? Ora uno spiritualista, un credente, deve esser tanto più sincero, in quanto che troppa gente, che crede, par quasi che si vergogni di confessarlo davanti agli spiriti forti. Egli non aveva da parlare come un teologo, non avendo studiato teologia; ma da filosofo non materialista, nè scettico, doveva egli, per ottener grazia dal suo contradditore sarcastico, dare addosso a quelle credenze in cui sono stati educati i nostri padri, e in cui saranno ancora educati i nostri figliuoli?
Più ci pensava, e più si persuadeva di non aver niente a rimproverarsi. Quanto al generale, facesse il broncio fin che voleva. A un certo punto, se il silenzio fosse durato dell’altro, Maurizio avrebbe guardato l’orologio, fatto un gesto di terrore e parlato del solito appuntamento che cava gli uomini da una posizione difficile. Ma grazie al cielo non fu mestieri di bugie; la contessa Gisella appariva dal sentiero del bosco. Era un pochino affannata dalla corsa, e accesa in volto più dell’usato; ma il color delle rose le tornava bene come quello dei gigli. Venne innanzi leggera, saltellante come una bambina, sorridente come l’aurora. Non era un complimento, non una esagerazione il dire che con lei ritornava la luce. Che bella cosa una bella donna! C’è chi la preferisce al telegrafo e alle strade ferrate. Io all’invenzione della stampa. E voi?
Il generale parve gradir molto l’arrivo di sua moglie. La contessa giungeva opportuna a rompere quella scena muta.
—Già finita la discussione?—domandò ella, avvicinandosi al crocchio, che per verità non appariva troppo animato.
—Sì,—rispose Maurizio, inchinandosi.
—E siete battuto?
—Non so; forse.... e senza esserne persuaso. Tutti i vinti sono così;—soggiunse egli, sorridendo;—non vogliono mai convenire della loro disfatta.
—Ti avverto, mia cara,—entrò a dire il generale, con la sua grossa voce ancora gonfia di stizza,—che il signor di Vaussana ha finora il vantaggio. Questo sia detto per la verità.—
Non era molto; ma era già qualche cosa. Maurizio colse il buon punto per esser cortese a sua volta.
—In omaggio alla verità,—riprese egli,—diciamo che voi mi avete promesso di pensare a certi argomenti miei. Potete vincermi ancora; le sorti della battaglia sono dunque indecise. E la vostra ammalata, contessa?
—Ah, la povera Biancolina? Febbre, signor Maurizio, gran febbre, e complicata di miseria. Le disgrazie piovono addosso ai Feraudi con un accanimento strano. Son già debitori di un semestre al Pinaia, il potentissimo fornaio e pastaio di San Giorgio, un proprietario con cui non si scherza, a quanto pare; e una mucca è morta improvvisamente nella settimana scorsa, e l’altra ha il latte cattivo. Il marito è filosofo, e pensa, guardando in aria; la moglie, rovinata dallo stento, ha dovuto mettersi a letto. Sapete voi, quando una povera donna dei campi si mette a letto, che cosa vuol dire? che la casa resta senza governo, i piccini senza zuppa, le bestie senza strame, e tutto il resto in conseguenza. Vedete che compassione! Ho aiutato come ho potuto; ma finora, più che altro, con le buone parole. Intanto ci vorrà il medico, e manderò subito a cercarlo.
—Permettete che lo cerchi io, discendendo in paese;—disse Maurizio, con accento premuroso.—Tra mezz’ora egli potrà essere lassù al Martinetto.
—Grazie, accetto l’offerta;—rispose la contessa.—Io penserò invece a mandar brodo e qualcos’altro a quella poveretta.—
Maurizio non la conosceva neanche di vista, l’ammalata del Martinetto. Il Feraudi, marito filosofo, lo aveva appena veduto qualche volta pascolar le sue bestie sui greppi, tra il Martinetto e la Balma. Pure, si mostrò addolorato per le disgrazie di quella povera gente: ed anche ne fu consolato, pensando che la sua conversazione andava lontana le mille miglia da ogni pericolo di galanteria. Il generale, del resto, a poco a poco aveva spianate le rughe, e si degnava di mettere qualche parola nel dialogo. Maurizio gli rivolse il discorso, temperatamente, placidamente, come se nulla fosse avvenuto.
Frattanto doveva prendere commiato, avendo fretta di andare pel medico.
—Bravo, correte;—gli disse Gisella con quella stessa amabile sollecitudine che avrebbe usata in altre occasioni per trattenerlo ancora un poco alla Balma.—Immagino che il dottore conosca la strada.
—Se non la conoscerà gliela insegnerò io, che ho i miei monti.... sulla punta delle dita.—
Gisella gli porse la mano. La stretta era sempre stata amichevole, come dev’essere lo shake hand, dal giorno che l’Inghilterra lo ha diffuso per tutto il mondo civile. Ma quella volta fu confidente, fraterna, come di due persone che hanno conchiuso un patto. Non erano essi associati oramai da un’opera di carità?
—Se avete notizie, ce le porterete domani, non è vero?—disse Gisella.
Anche il generale brontolò un arrivederci. Il capitano Dutolet, detto il buon ragno, ed anche, aiutando il suo nome di battesimo, Guglielmo il taciturno, abbozzò un sorriso ed una parola di due sillabe almeno. Maurizio si avviò spedito, e scese quella volta dal gran viale. Per quella novità ci era una ragione evidente: il medico abitava per l’appunto in principio del paese, cioè verso le falde del poggio su cui sorgeva il castello della Balma.
Il medico fu presto ritrovato, e con le più calde esortazioni spedito, subito al Martinetto, di cui fortunatamente conosceva il sentiero. Maurizio lo accompagnò per un tratto, facendo raccomandazioni. Quando il discepolo d’Esculapio fu di ritorno, lo trovò ancora sulla sua strada, desideroso di notizie. Aveva trovata la febbre, difatti, e piuttosto forte, più vicina ai quaranta gradi che ai trentanove. Ma egli si era trovato in caso di dare il rimedio, senza il bisogno di scendere alla farmacia per la ricetta: preveduto il bisogno, la contessa aveva lasciata lassù una parte della sua cassettina di medicinali, ed egli aveva potuto somministrar subito una dose della inevitabile antipirina. Più tardi avrebbe somministrato il chinino, se quella febbre si fosse mostrata ribelle. Ma che febbre era? Reumatica, diceva il dottore, e colpiva un organismo intaccato dalla grama vita; occorreva riposo, per intanto, ed una miglior nutrizione: due cose che al solito non sono alla mano dei poveri.
Più tranquillo da quel lato, Maurizio ripigliò la via del paese. Sulla piazza gli venne veduto il Pinaia, che stava seduto a prendere il fresco sull’uscio della sua bottega. Mentre il fornaio si alzava a mezzo, per fargli di berretto, un’idea passò veloce per la testa a Maurizio. Sì, certo, bisognava associarsi alle buone opere della contessa Gisella. Chiamò il fornaio e lo condusse in disparte, entrandogli subito del caso di quella povera gente. Ah, sì, povera gente! rispondeva il Pinaia, che da quell’orecchio era un po’ duro. Gli erano debitori d’un semestre, e maturato da un pezzo; ancora un po’ che aspettasse, gli sarebbero stati debitori di tutta l’annata, cinquecento lire, a non contare l’interesse della moneta. E non c’era verso di spillar loro un centesimo. Ma quella povera mucca morta! ribatteva Maurizio; l’altra col latte guasto, che non si poteva farne nulla; e la moglie ammalata! Tutte scuse, tutti pretesti. La mucca era morta da cinque giorni, se mai, e il semestre lo dovevano da due mesi. L’altra mucca aveva il latte guasto, ma si aspettava un vitello. Quanto alla moglie ammalata, vecchia storia! Già altre volte s’era ammalata, la bella Biancolina; e sempre alla scadenza del semestre, per impietosire il padrone. Ma lui non ci cascava più, no davvero. Una morte, aver terra al sole; d’allora in poi, quando avesse quattro soldi di costa, voleva metterli in rendita dello Stato; e calasse poi quanto voleva; ci avrebbe sempre risparmiato di più, che a farsi mangiar vivo dai contadini. Brutta razza, i contadini; astuti, furfanti di tre cotte, sempre lì a piangere miseria, coi gruzzoli di marenghi nel saccone.
Maurizio era lì lì per domandargli:—E voi, Pinaia, di che razza siete disceso?—Ma non volle aver due litigi in un giorno, cascando dal generale al fornaio. Si contentò in quella vece di dirgli:
—Sentite, Pinaia: quella gente mi preme. Può esser vero quel che voi dite; può anche non esser tale, e in questo caso io avrei rimorso di non essermi interessato per le loro disgrazie. È giusto nondimeno che abbiate il fatto vostro, aggiustiamola così: se non pagheranno loro, pagherò io.
—Quand’è così, non parlo più, e al Martinetto, non domanderò più un quattrino.
—No, non correte tanto;—disse Maurizio, che già temeva di parergli troppo generoso.—Volevo dire che vi sto garante, sicuro come sono che pagheranno.... entro il mese.
—Non me ne parli; non posso aspettar tanto le buone grazie del Feraudi. Passerà il mese e non avrò nulla; ci metterei la mano sul fuoco, tanto ne sono sicuro. Se devo aspettare il mio denaro da Lei, passi tutto il tempo che Le piacerà, signor conte.
—Ah no, questo, no; io non ho l’uso di farmi far credenza;—disse Maurizio, alterato.—Sono dugento cinquanta lire, avete detto? Eccole qua;—soggiunse, mettendo mano al portafogli.—Voi me le restituirete, appena il Feraudi vi avrà pagato.—
Il denaro è sempre buono a prendersi. Mastro Pinaia allungò la mano.
—Le faccio la ricevuta, signor conte. Se ha la bontà di aspettarmi un minuto....
—No, a vostro comodo, Pinaia. Me la manderete domani. E grazie, non è vero?
—Lei è troppo buono, signor conte;—rispose mastro Pinaia, facendo le viste di non aver capita l’ironia.
—Sia pure;—rispose Maurizio, che voleva mostrare di aver capito il complimento del fornaio arpagone.—Ma vi pregherò di non ridirlo a nessuno. Non vorrei che mi metteste sulle braccia tutti i debitori morosi di San Giorgio. Il povero Castèu e quella poca rendita che mi fa vivere ci passerebbero in un mese.
—Lei ha ragione a tener poca terra, signor conte;—conchiuse il fornaio.—Anch’io, nel mio piccolo, voglio far come lei. Tutta rendita, tutta rendita dello Stato vuol essere.—
Nauseato del fornaio arpagone, ma contento altrettanto di sè, Maurizio prese la via del Castèu. I suoi libri, quella sera, lo trattennero lungamente a pensare.—Quanta roba!—diss’egli, passando i suoi scaffali in rassegna.—E buona e cattiva; ci sono armi per tutti. Ed anche la buona diventa cattiva, per chi se ne serve alla rovescia, senza paragonare, senza mettere a contrasto, senza far la parte delle conclusioni frettolose.—
Quella, notte portò in camera un volume del suo Cournot: Matérialisme, Vitalisme, Rationalisme, ed anche, per riscontrare alcune preziose citazioni, Les Origines del Pressensé. Buoni libri erano quelli. Anch’egli aveva avuti i suoi dubbi; anch’egli aveva tratte le frettolose conseguenze dallo studio di certi fenomeni naturali, di certe teoriche evolutive; quei libri, insieme coi suoi trattati di astronomia, e con gli studi fisiologici del Pasteur, lo avevano ricondotto in carreggiata. Ed anche aveva vedute certe conclusioni di Herbert Spencer a proposito dell’inconoscibile, certe confessioni dello Stuart Mill a proposito della creazione, donde gli era apparso il dubbio del dubbio, cioè a dire la modica fede di quei grandi maestri del pensiero moderno intorno alla saldezza dei loro proprii sistemi. Infine, aveva ragione lui. È giusto, è desiderabile che la scienza positiva, che dubiti di tutto, che tutto rimetta in discussione e sottoponga nuovamente ad esame, distruggendo, ma col proposito di riedificare. Così era avvenuto in materia d’antichità, per la storia delle origini Romane, che dopo aver negato ogni fede a Tito Livio e a Dionigi d’Alicarnasso, si ebbe ancora ricorso a quei due disgraziati, perchè aiutassero a rimettere in piedi il loro edificio crollato.
Il giorno seguente, all’ora solita, forse qualche minuto dopo, anzi che prima, il signor di Vaussana rifece il gran viale della Balma. Perchè il gran viale e non il sentiero del bosco? Mah.... non indaghiamo certi arcani del cuore. Quel giorno egli andava un pochettino come la biscia all’incanto, lassù. Ma era necessario; aveva promesso alla signora. E fors’anco il generale si era mutato da quello del giorno innanzi. Ma no, sarebbe stato un miracolo; e Maurizio, con tutta la sua fede, non credeva ai miracoli.
Per dargli ragione, quel giorno il signor generale era aggrondato. Stava giocando a picchetto col capitano Dutolet; forse perdeva. All’arrivo di Maurizio si degnò di smettere il giuoco; facile sacrificio per coloro che pèrdono. La contessa Gisella stava ricamando, accanto alla finestra.
—Grazie;—gli disse ella, appena lo ebbe veduto comparire.—Il dottore è già stato tre volte al Martinetto; due ieri, e una stamane. La nostra ammalata va discretamente. C’è anche una donna del paese per aiuto. L’avete mandata voi?
—No, signora; ma ne avevo parlato al dottore, ed egli avrà provveduto.
—Siete dunque voi egualmente. Così i piccini son governati, e l’inferma è tranquilla; grazie ancora.—
Il generale stava in contemplazione davanti a sua moglie. Maurizio, per non aver aria di parlar sempre con lei, gli rivolse il discorso.
—Ebbene, generale, ci avete pensato?—
Il generale fece il gesto dell’uomo che non si ricorda alla prima; poi, dopo una spallata, rispose:
—No caro, non ho voluto perdere il mio tempo.—
La risposta era dura, ed anche ruvida parecchio. La contessa alzò gli occhi attoniti, per guardar suo marito. Ma egli in quel punto non guardava sua moglie, e non colse al volo quell’occhiata di rimprovero. Maurizio balenò un tratto, non sapendo che rispondere. E forse non era da risponder nulla; forse il generale non si sentiva bene quel giorno, ad onta del suo fiorente aspetto, della sua pelle vermiglia. Il tempo non era neanche buono; certamente gli dava ai nervi il vento di mare, così molesto, così uggioso in montagna, dove giunge sempre con un gran corteggio di nuvole.
Ci fu un altro silenzio tra i due, ma non così lungo come quello del giorno innanzi. Il generale non aveva veduto, ma certamente aveva sentito o indovinato lo sguardo di sua moglie; perciò credette necessario di ripigliare il discorso, e per salvare le apparenze, ed anche per tirare le somme.
—Noi siamo, signor di Vaussana, due edificatori di piramidi. Voi vorreste che io fabbricassi la mia coi vostri materiali. Vi ringrazio, ma non ne ho bisogno. Costrutta coi miei poveri mattoni, la mia si regge, come la vostra col suo vecchio granito. Segno, per uscir di metafora, che i nostri sistemi sono due rispettivi concepimenti del nostro spirito. Vi ricorderò a questo proposito ciò che ho sentito dire un giorno a Parigi da una gran dama russa, a cui si domandava in che consistesse la vantata ortodossia della religione sua, che era, dopo tutto, scismatica: «l’orthodoxie c’est ma doxie à moi; l’étérodoxie c’est votre doxie à vous». Voi con le.... opinioni del passato siete ortodosso; io sono tale con quelle del presente, e trovo nella teorica del Laplace, come nelle esperienze di Carlo Darwin e nelle dimostrazioni dell’Huxley, una spiegazione sufficiente dell’universo. La materia eterna e la legge immanente nella materia mi dànno ragione di tutto. Sto coi matematici, poi, e non moltiplico gli enti, che mi farebbero doppio e mi porterebbero ingombro. Ho detto, e vi saluto.—
Poteva essere una chiusa faceta, o mostrava almeno l’intenzione di parer tale. Ma sicuramente ce ne potevano esser di serie, che non lasciassero tanto amaro nell’anima. Del resto, a mostrare che quell’intenzione non c’era, il generale fece una giravolta sui tacchi, e se ne andò via zufolando.
—Ettore!...—mormorò la signora.
Ettore si voltò, all’accento di rimprovero d’Andromaca; si voltò, ma era già in fondo al salotto.
—Ma sì,—gridò egli, stizzito,—che ci vuoi fare? Bisogna bene finirla così, una discussione come la nostra, che è già stata fatta un milione di volte, senza riuscire a nulla di nulla. Sono curiosi, questi nostri amici italiani, con la loro fede incrollabile! È un vizio di razza, lasciatevelo dire, signor di Vaussana, è un vizio di razza.—
Si andava di male in peggio. Maurizio durò una fatica inaudita a contenersi. Ne venne a capo, guardando i capelli bianchi di quel diavolo d’uomo; poi, con voce un po’ stridula, quasi sibilante, ma col sorriso sulle labbra, si contentò di rispondere:
—Ed è per guarircene, che delle nazioni civili si studiano di restituire la nostra capitale alle condizioni di Benares, la città santa dell’India.—
Il generale non ascoltava già più; usciva dal salotto borbottando.
La contessa aveva chinata la faccia sul suo telaino, nascondendo la ciglia. Quando le alzò, Maurizio c’intravvide una lagrima, e si turbò fortemente. Dopo un istante di pausa, guardò l’orologio.
—Sono le quattro,—diss’egli;—debbo partire.
—Già?—mormorò la contessa.
—Signora,—rispose egli ad alta voce, tanto che potesse udirlo il capitano, che stava nel vano dell’altra finestra, leggendo un giornale,—ero venuto per voi, volendo darvi notizie della commissione che mi avete affidata. Ora ho qualche cosa da fare. Forse dovrò anche assentarmi per qualche giorno.
—Ah!—diss’ella, guardandolo negli occhi.
—Sì mia signora, una corsa fino a Genova. Non si lascia il servizio da un giorno all’altro, come ho fatto io, senza che resti qualche faccenda da terminare. Aspetto oggi stesso una lettera; se non la ricevo, dovrò partire domattina per tempo.—
La contessa Gisella lo guardò ancora, poi chinò gli occhi e la fronte, in atto rassegnato.
—Se non ci vediamo, buon viaggio, signor Maurizio, e possano tutta le cose andare secondo i vostri desiderii.—
Una stretta di mano, lunga e forte, disse a Maurizio ch’egli era stato compreso, e ch’egli aveva ragione.
Capitolo VI.
Sulla montagna.
Indice
L’alzata d’ingegno dell’orologio e dell’appuntamento, già vecchia di ventiquattr’ore, ma non adoperata lì per lì, era tornata in buon punto alla mente di Maurizio. Se non l’avesse avuta a mano dal giorno innanzi, certo, scombussolato com’era dalla sgarbatezza del signor generale, non sarebbe riuscito a trovare una gretola. In quella vece, fortunato lui! una bugia preparata tirandone un’altra, quella del viaggio necessario, il signor di Vaussana si ritrovò più presto che non pensasse fuori dell’uscio. Troppo forte, per verità, la sua disperata invenzione, seguita da quella rapidissima fuga. Egli oramai poteva credere fermamente di essere stato per l’ultima volta alla Balma. Infatti, se ne partiva sdegnato, palesemente sdegnato, senza aver preso congedo dal padrone di casa. Ma sì, proprio ci sarebbe voluta l’altra umiliazione di andare ad ossequiare quell’orso bianco! La canizie va rispettata, non si nega; ma ella non pretenda che uno si avvilisca ancora davanti a lei, perdendo il rispetto di sè medesimo.
Maurizio era feroce, uscendo dalla vista del castello. Nondimeno, facendo a gran passi il viale, cercò di padroneggiarsi. A lui marinaio, ed avvezzo agli amari bocconi della disciplina di bordo, la cosa non doveva esser difficile. Ne venne a capo, specie al Castèu, quando gli fu necessario rimanere un paio d’ore, a pranzo, con la sorella Albertina, e davanti alle persone di servizio. Ma la sua tranquillità apparente lo abbandonò, quando egli fu solo nelle sue stanze. Quel generale, che uomo! un vero pazzo da catena. Ed era lui che aveva sentenziato non doversi mai discutere di politica nè di religione, tra uomini? Ma perchè mai c’era cascato in quel modo egli stesso?
Un sospetto s’affacciò alla mente di Maurizio; il sospetto che tutta quella arrabbiatura a freddo fosse stata un pretesto. Se così era, l’orso bianco della Balma poteva anche passare per un uomo di spirito. Ma ugualmente per un uomo avveduto? Maurizio fece il suo esame di coscienza con tutta sincerità. Egli ricordava benissimo di non aver mai detto niente alla contessa Gisella che potesse destar gelosia nel marito. Le sue galanterie erano sempre state di quelle che sono permesse, anzi comandate in società, sotto pena di passare per ignoranti o per ipocriti. Neanche c’era stato il caso di coglierlo in flagrante di lunghe occhiate, di mute adorazioni; quel covare una donna con gli occhi, che alle volte è peggio del farle una dichiarazione, non si poteva certamente rimproverare a lui, che non ne aveva mai avuto il costume, e dal suo riserbo non aveva avuto neanche ragione di dipartirsi alla Balma. La contessa della Bourdigue gli era apparsa bella, anzi bellissima: più bella del vero l’aveva definita dentro di sè, ridendo della sua propria scioccheria. Ma le bellissime donne comandano più ammirazione che non ispirino amore; e l’ammirazione è stato d’animo che non suole durar molto. Si è sgomentati, oppressi, annichiliti da un tale eccesso di bellezza, che non par naturale; e si cerca di sfuggire più presto che si può a quel senso di pena. In lui, del resto, al senso della ammirazione artistica, era sottentrato il rispetto, e al rispetto l’amicizia, quanta può esserne tra un uomo e una donna, ma certamente un’amicizia leale. Provava accanto a lei un sentimento di pace ineffabile; e questo non si poteva scambiare per un sintomo d’amore, no certo. Aggiungete questo: un giorno, involontariamente, come vengono spesso i cattivi pensieri, gli era passato per la testa che ci fosse qualche cosa tra la signora generala e quel buon ragno del capitano Dutolet; e, notate un importantissimo segno, non ci aveva sofferto; solamente si era accontentato di osservare, molto filosoficamente, che tutti i gusti son gusti. Dopo tutto, quella bellissima donna non aveva sposato il generale? non lo aveva voluto lei, il suo zio e tutore, che la precedeva di oltre quarant’anni nella marcia forzata dell’esistenza?
Quanto a sè, conchiudendo, Maurizio non vedeva niente di cui potesse chiamarsi in colpa. Ma proprio niente? E perchè, ad esempio, quella gioia profonda, intensa, che lo aveva tutto penetrato, ad una certa stretta di mano, lunga e forte? Dio mio, era la gioia dell’opera buona in cui erano associati. E perchè quella compassione tanto viva per la miseria dei Feraudi? Gli dovevano premer tanto, i contadini del Martinetto? Gli uomini, di solito (e si parla dei buoni, dei caritatevoli) se la cavano con una abbondante elemosina. E in questa categoria di larghezze spensierate poteva entrare, mettendoci un po’ di buona volontà, il regalo di dugento cinquanta lire al fornaio di San Giorgio. Ma l’ardore, la furia con cui si era adoperato per quella povera gente, come s’avevano da intendere? Qui il signor Maurizio rimase un pochino dubbioso. E quel dubbio gli fece male. Lui innamorato? lui, che aveva giurato di non lasciarsi cogliere mai e poi mai?... Superficiale per deliberato proposito nelle sue relazioni, leggero e volubile per la stessa qualità della scelta, il brillante ufficiale di marina aveva fin allora saputo conciliare la incostanza del cuore con la probità del carattere, non turbando la pace di nessuno, nè la sua. Se di punto in bianco egli si era tanto mutato, il generale aveva avuto ragione ad insospettirsi; si era dimostrato un uomo avveduto, e insieme di spirito, cogliendo quel pretesto della discussione filosofica per levarsi un importuno dai piedi. Ma perchè andarlo a cercare, l’importuno, che non era e non voleva esser tale? Perchè, avuta la prima visita, si era ostinato a voler la seconda, la terza, e via via fino alla ventesima, o giù di lì? Eterna istoria! così fanno tutti, quando si fidano. Si annoiano di esser soli, e cercano compagnia; poi non si fidano più, e d’essere accompagnati si seccano.
Tutto questo ragionamento, se ragionamento può dirsi un simile annaspìo, riusciva a confonderlo sempre più. Frattanto, non sarebbe più ritornato alla Balma; nè, per un certo numero di giorni, avrebbe dovuto pensare al poi. Aveva annunziato un viaggio: quel viaggio bisognava farlo, non foss’altro per muoversi, per isnebbiarsi il cervello. E non già, come aveva detto, la mattina per tempo; ma più tardi, nella giornata, alla vista di tutto San Giorgio, partì per Ventimiglia: giunto là, non volse per Genova, dove non aveva niente da fare, sibbene per Nizza, dove almeno era sicuro di non incontrare amici e conoscenti che gli entrassero della sua dimissione; argomento molesto, e tanto più allora, che di quel colpo di testa incominciava a pentirsi.
Nizza era bella, e Maurizio non voleva negarlo, dopo averlo riconosciuto tante volte. Ma era vuota, Dio santo, fredda e senza luce; il mare d’inchiostro; la via della Stazione un deserto; il Castello un catafalco; la passeggiata degli Inglesi un mortorio. Così tingiamo noi le cose del colore dell’anima nostra. Maurizio si crucciò a Nizza due giorni; il terzo non ci potè più resistere, e allora se ne ritornò a Ventimiglia, ripartendo per San Giorgio in modo da arrivarci nella notte, due ore prima dell’alba, quando tutti dormivano. Dunque innamorato a buono? E dopo essersi messo da sè fuori del paradiso? Sì, gli bisbigliava un demone all’orecchio, sì, come un vero collegiale. No, rispondeva una voce dal fondo dell’anima, come un onest’uomo.
E si chiuse nelle sue stanze, risoluto di lavorare. Avrebbe desiderato di vedere il medico, per sapere qualche cosa della povera Biancolina; ma volle resistere a quel desiderio morboso, non amando lasciarsi vedere in paese. Sapessero poi, o non sapessero, ch’egli era tornato; l’essenziale era di non mettersi in mostra, e di poter dire più tardi dei fatti suoi quel che gli fosse piaciuto. Del resto, se lassù credevano ch’egli fosse in paese, tanto peggio per chi gli aveva usato villanìa: si sarebbe capito, dopo tutto, ch’egli aveva dovuto provvedere in qualche modo, fosse pure con una bugia alla tutela della sua dignità.
Questo medesimo pensiero, cresciuto e fortificato nell’anima sua, gli consigliò dopo qualche giorno di rompere la volontaria clausura. Gli pesava il vivere da schiavo. Schiavo di che, finalmente? Uscì, dunque, ma non per andare in paese: si trafugava di buon mattino dall’uscio dei campi, muovendo spedito verso la montagna. Non si arrisicava dalla parte dell’Aiga; andava dal lato opposto, verso la Sisa, una balza indiavolata, più fatta per camosci che per uomini. Di lassù, dopo due ore di marcia, si scopriva molto orizzonte; inoltre, si vedeva ancora il Martinetto, e più in là, sull’ultimo sporto della costiera boscosa, il castello della Balma.
Nella sua prima ascensione Maurizio aveva portato con sè, da previdente alpinista, il suo binocolo a tre lenti, per campagna, teatro e marina. Ma la vista di lassù era così stupenda per lontananze preziose, che quel piccolo strumento ottico non gli parve bastante. Immaginate voi se non avesse ragione, essendogli occorso di vedere là in fondo, dalla eminenza della Balma, apparire una figura di donna. Poca cosa, per verità; come una chiazza di bianco sul verde, ma su quel bianco una macchia di rosso vivo, che gli rammentava un certo ombrellino. La piccola apparizione muoveva snella verso tramontana; non si vedeva più; si ritornava a vederla; pareva venisse alla volta del Martinetto, poichè non scendeva, nè andava più alta d’una certa zona del bosco.
Maurizio aveva riconosciuto Gisella, e il cuore gli aveva dato un sobbalzo. Si era affrettato a fissare il momento, guardando l’orologio: erano le dieci in punto. La vide così apparire e sparire tre o quattro volte, secondo le sporgenze e le insenature della costiera; poi più nulla, e passò un’ora senza luce; ma dopo quell’ora, sì, no, sì, lei ancora, avviata verso mezzogiorno, per ritornare al castello. Ma era quotidiana, la gita? Il cuore diceva di sì; l’osservazione confermava la divinazione del cuore.
Il giorno dopo, infatti, la graziosa apparizione si ripeteva, alla medesima ora; e questa volta non era più un punto bianco e rosso: era una figura intiera e distinta, veduta come se fosse a cinquanta passi da lui. Maurizio aveva lasciato a casa il binocolo e portato con sè un canocchiale di bordo, specie di telescopio, a tubi scorrenti l’uno nell’altro, per modo che non facesse ingombro tra le mani, nè fosse difficile portarlo ad armacollo. Ah, come la vedeva bene, oramai, la bellissima tra le belle! Graziosa nelle movenze, leggera nel passo, vestita di bianco, ma con certe screziature di rosso; i due colori che le piaceva di accoppiare nel suo vestiario, e che andavano a maraviglia con quella sua figura giovanile; rosso il nastro del suo cappellino di paglia, rosso l’ombrellino che si spandeva come il calice di un bel rosolaccio sulla sua testa dorata; così vedeva egli Gisella, così aveva l’illusione d’esserle ancora vicino.
Tutto ciò dava ogni giorno due ore di occupazione a Maurizio; pensare a quelle due ore, aspettarne il ritorno, erano giocondi uffizi per lui. E senza fallire al suo debito di onest’uomo, perchè amare è permesso, anche quello che non ci appartiene, quando si ami da lontano, come si ama una stella, seguendone il corso nello spazio.
Sempre alle dieci del mattino la vedeva comparire, per tre giorni alla fila. Il quarto giorno gli prese una matta voglia di sapere che cosa accadesse lassù al Martinetto. Andandoci di buon mattino e ritornando prima delle dieci, non c’era pericolo che incontrasse Gisella. Così tranquillo su quel punto capitale, uscì di casa muovendo verso l’Aiga; di là, senza procedere più oltre verso la Balma, salì la montagna per raggiungere la cascata superiore, quella che veramente prendeva nome dal Martinetto.
La gran massa d’acqua scendeva giù per una piega naturale del monte, che essa aveva aiutato a rendere più profonda, nella notte dei secoli: veniva di molto lontano, e Maurizio, che pure da fanciullo aveva corsi e ricorsi quei greppi, non ne conosceva la scaturigine. Questo egli rammentava, che l’acqua attraversava un gran prato, uno di quei prati alpini così verdi, vestiti qua e là da ciuffi di rododendri, e che all’estremità di quel prato si rovesciava giù da una rupe. L’accoglieva una prima conca, poi una seconda, da dove ribollendo e spumando s’inabissava a forse quaranta metri più sotto, venendo a far girare la ruota di un mulino poco sopra il paese di San Giorgio. Per quel mulino, naturalmente, era troppa; ne bastava una derivazione, ottenuta dall’arte: e il canale che serviva al mulino, e il resto della cascata, si ricongiungevano a poca distanza dal Castèu, per venire a traversare il paese, e far pensare di tanto in tanto ai suoi abitanti che una simile ricchezza d’acqua si sarebbe potuta sfruttare benissimo, impiantando a San Giorgio uno stabilimento idroterapico, che sarebbe stato il decoro della valle e la fortuna di cinquecento famiglie, a dir poco.
Lo stabilimento idroterapico è la solita storia con cui si va guastando, magari in sogno, la cara poesia della montagna, tirando lassù, insieme coi nostri acciacchi, le nostre malinconie, le nostre miserie fisiche e le nostre miserie intellettuali. Per fortuna, non ci son sempre i capitalisti lì pronti per tradurre i sogni in realtà.
L’Aiga, nondimeno, aveva trovato in altri tempi il suo capitalista, uomo pratico, che era salito su quella balza a impiantarvi un martinetto. Si chiamava, e tutt’ora si chiama con questo nome, nelle regioni montuose dell’Italia superiore, il maglio delle ferriere; donde avevano spesso il nome di martinetto le ferriere medesime. Mosso ordinariamente dalla forza dell’acqua, il martinetto battendo sull’incudine la ferraccia arroventata, la modellava via via, la spianava, la stendeva, la foggiava in ispranghe, per uso dei fabbri. Innanzi la scoperta del vapore e il minor costo delle sue applicazioni, erano i martinetti assai più numerosi; e per foggiare il ferro, come per lavorare nelle cartiere e nelle gualchiere, ne sorgevano dovunque scorresse un bel volume d’acqua perenne. Ma generalmente oramai, e più per il ferro, i martinetti ad acqua han persa la lite: dove la scarsezza progressiva, del combustibile necessario all’arroventatura, dove il rinvilìo del minerale del ferro e la concorrenza delle migliori qualità hanno dato la prevalenza alle ferriere dell’Europa settentrionale. Per una di queste cagioni, se non forse per parecchie, era andato in rovina il martinetto di San Giorgio.
Qualcheduno dei proprietarii che si erano succeduti lassù aveva azzeccato il suo quarto d’ora di poesia, facendo sorgere alquanto più su ed alle spalle dell’officina un belvedere, specie di torrione piantato sull’orlo dell’abisso, con la sua piattaforma circondata di merli e con un lungo sedile corrente all’ingiro. Si giungeva lassù passando attraverso una macchia di nocciuoli, dove era stato certamente da principio un sentiero; ma la traccia di questo era sparita oramai, cancellata da quella gran nemica d’ogni arte che è la santa madre natura. Noi ordiniamo, ed essa confonde; i nostri muriccioli si veston d’edera e di lucertole; i nostri andarini sabbiosi, le nostre redole fatte a musaico di sassolini a due tinte, si sfasciano sotto le piogge equinoziali; i bei prati di fieno inglese son dati in governo alla gramigna, e la sterpaglia riprende ben presto i suoi diritti dove noi avevamo ripulito col sarchiello, raddrizzato col traguardo e livellato con la tavoletta pretoria. Santa madre natura, che Iddio continui a benedirvi! Perchè non si lascia intieramente a voi la cura di foggiare i nostri parchi, di svariare i nostri giardini? Qualche volta, non c’è che dire, voi fate meno bello dei nostri architetti; per contro, fate sempre più grande.
Il belvedere del Martinetto si poteva scorgere dall’altra sponda della cascata; era invisibile dalla macchia, ed anche a chi ne conosceva l’esistenza non riusciva troppo facile di ritrovarlo. Maurizio, che si era inerpicato in altri tempi lassù, con la matta e spesso pericolosa curiosità dei ragazzi, stentò ad orientarsi in quel folto di rami. L’orrida bellezza del luogo lo ricompensò largamente della fatica durata. Trovò il belvedere, i sedili, la merlata, un po’ in rovina per verità, ma fresche e vive le sue ricordanze, all’ombra di quel fogliame diffuso sulla piattaforma e sull’abisso rumoreggiante lì presso.
Pagato il tributo ai ricordi, Maurizio lasciò la piattaforma del torrione, e per la macchia dei nocciuoli discese verso il Martinetto. Una parte del fabbricato era andata in rovina; solo dall’altro lato ne rimaneva in piedi un’ala, convertita in abitazione colonica. Laggiù vivevano i poveri fittaiuoli del Pinaia, avendo davanti a sè quel magro podere e quei pascoli per cui dovevano pagare cinquecento lire ogni anno al fornaio arpagone di San Giorgio. Compiuto il giro della vasta rovina, Maurizio riuscì sull’aia che si stendeva davanti alla casa.
Due piccole vite si agitavano, ognuna a modo suo su quell’aia. Un ragazzetto si trastullava facendo correre l’una dietro l’altra alcune pallottoline di porcellana e di vetro colorato, lungo certi solchi che aveva scavati nel battuto: immagine di più faticose cure che gli sarebbero toccate da grande. Una bella tombolina, seduta con molta gravità su d’un gradino dell’uscio, abbracciava due bambole, niente di meno; una fatta di cenci, affagottata, sudicia, che non aveva più figura umana, e forse non l’aveva avuta mai; l’altra di legno, sfarzosamente vestita, con le guance paffute e rosse, gli occhi di smalto e una bella zazzeretta di ricciolini biondi: tutt’e due le teneva ben strette al seno, ammirando l’una, non sapendo spiccarsi dall’altra; simbolo e promessa di una maternità che non avrebbe fatto differenza tra le sue creature, se anco si fossero spartite in mostri e bellezze.
Maurizio accarezzò i bimbi ed entrò nel tugurio, dove trovò seduta di contro all’uscio, a soleggiarsi un poco, una donna ancor giovane, dal viso pallido, ma dall’occhio vivace, in aspetto di convalescente. Ci voleva poco a capire che quella era Biancolina, la povera donna per cui tanta inquietudine aveva regnato alla Balma.
—Ah!—esclamò la donna, alzandosi a mezzo.—Lo avevo ben detto io, che sareste venuto a vedermi una volta.
—Mi conoscete?
—Certamente: siete il signor Maurizio. Vi ho veduto una volta passare di là sotto. Mio marito mi ha detto: quello è il signore del Castèu, che s’incammina alla Balma.—
Diavoli di contadini! vedono tutto, loro; niente sfugge ai loro occhi di ramarro. Anche in luoghi così deserti, i passi del signor Maurizio erano dunque osservati? Ma sì: e se gli scriccioli, i merli, i passeri solitarii avessero avuto il dono della parola, si sarebbe sentito dire da molti cespugli: ecco il signore del Castèu, che s’incammina alla Balma.
Il signor Maurizio lasciò cadere l’allusione, e domandò notizie della salute. Non era quasi da domandarne; si vedeva la guarigione avviata. Biancolina era tuttavia un po’ debole; della qual cosa si tormentava, pensando che il suo uomo era costretto a far lui tante cose che prima erano fatte da lei, come ad esempio mungere il latte e portarlo in paese. Quanto alle piccole faccende di casa, veniva tutti i giorni una brava donna dal mulino di sotto; e di questo la convalescente rendeva grazie al signor Maurizio, che le aveva procurato l’aiuto.
—Ma io non ne so nulla; io non c’entro;—rispose Maurizio, schermendosi.
—Sì, sì, così dice la mano destra della gente di cuore, quando la sinistra ha fatto l’elemosina;—ribattè Biancolina.—Ma io so tutto, e della donna e del medico che siete corso a cercare per me; so tutto io; ci ho l’angelo custode che mi avverte di tutto. Non lo credete, signor Maurizio? Ed è un bell’angelo, sapete, con certi capelli d’oro filato, con certi occhi che paion diamanti. Ma lasciamo star l’angelo; io non saprò mai come ringraziar voi, che siete tanto buono coi poveri. Ma se Dio ascolta le mie preghiere, egli vi farà contento di tutto quello che potete desiderare. Rosina! Vittorio!—gridò la donna, interrompendo il suo discorsetto.—Non vi spingete troppo addosso a questo bel signore tanto buono. Non vedete che gli levate l’aria dattorno?
Бесплатный фрагмент закончился.
