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Alfredo Oriani

Ombre di occaso


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066070274

Indice

PROLOGO

IL MELODRAMMA

IL MISTERO DELL'ANARCA

ANDRÉE

AL MARE, AL MARE

DALLA LAGUNA

LA BANCAROTTA DELLA SCIENZA

IL DUCA DI REICHSTADT

PASQUA

L'ADDIO

CHECCO

IL MARITO CHE UCCIDE

LA VERGINE

LA TESTA DI BISMARCK

LA POESIA DEL DOLORE

EPILOGO

PROLOGO

Indice

Signora,

Casolavalsenio, 23 ottobre 1900.

Chiunque voi siate, straniera per sangue e per lingua, lontana al di là dell'Alpi e del mare, o vicina in qualche città o campagna d'Italia, non vi ho mai veduta e non vi vedrò. Non so nemmeno se siate bella, ma io non lo sono più da quando le rughe si ammassarono sulla mia fronte, e i capelli ne caddero lentamente come le foglie in autunno, quando l'aria si raffredda e le notti allungano la tenebra triste.

Perchè dunque vi scrivo?

Anche questa è una contraddizione del nostro spirito, che nei troppo lunghi soliloqui finisce col rivolgersi ad un fantasma pel bisogno supremo di non essere solo, e di sentirsi almeno dinanzi il silenzio di qualcuno, che ascoltando gli rattenga il pensiero nei limiti della parola. Solamente coloro che sono soli, possono comprendere la necessità di parlare e di scrivere ad un fantasma senza nemmeno fingersi il suo aspetto.

Siete voi bionda o siete bruna? Nei vostri occhi la luce ride come sull'azzurro dei laghi o lampeggia come dalle tenebre di una notte? La vostra bellezza si manifesta col ritmo delle forme o erompe come un comando da qualche loro dissonanza? Il vostro pensiero è di quelli, nei quali si entra a riposare come in uno ospizio, o somiglia al muro alto e inviolabile dell'ultimo confine, che arresta finalmente i pellegrini?

Nessuna immagine femminile mi risorge adesso nella memoria delle sue più oscure lontananze, quando le carezze al bambino sono come l'ombra e la rugiada che salvano i fiori troppo teneri: tutte le altre donne, che conobbi più tardi, passarono invece senza avermi conosciuto per non tornare mai più. Comunque ad altri apparissero belle, i miei occhi sentirono allora così vivamente i difetti della loro bellezza che oggi ancora per quelli soltanto potrei riconoscerle, mentre la mia anima ha dimenticato per sempre i loro amori indarno caldi del raggio o frizzanti dell'aroma primaverile. Che cosa avrei potuto chiedere loro, che non chiedevano nulla credendo di concedere tutto in una breve ebbrezza, sulla quale il pensiero s'innalzava come un vapore tosto disciolto dal sole o disperso dal vento?

Il sogno rinnovato dai poeti nelle generazioni invocando la donna bella ed amante alla quale tutto il cuore possa aprirsi e la mente piegare nella stanchezza delle visioni troppo remote, non si formò mai nel mio spirito. Forse questo sogno comincia nella culla coi sorrisi che la circondano, forse si ripete nel primo aprile della giovinezza dall'adorazione di quelle stesse donne ancora vigilanti sopra di noi, e già gelose di altre donne; ma il sogno infiammandosi ascende allora per un altro cielo pieno di stelle che cantano, di trasparenze che abbagliano, sereno come la fede e tuttavia mutevole come la speranza, che sorvola tutte le nuvole ed insegue in ogni fruscio un'altra ala fuggente di sogno.

Per credere alla donna bisogna averle sempre creduto: quindi coloro, che dovettero dubitare troppo presto, dubiteranno sempre, e gli altri, che non credettero subito, non crederanno mai.

Che importa? La vita deve provare a se stessa di sapere resistere alla propria contemplazione senza alcuno dei veli, nei quali si desta o si corca; come la mente non soccombe al doppio mistero dell'origine e della fine, così il cuore resiste al vuoto della culla e della tomba; mentre il pensiero distende fra l'inconoscibile con superbo eroismo il proprio impero, l'amore invece s'innalza dalla caduca miseria di tutti gli affetti sino alla prodigalità del sole, che non chiese mai risposta di altre fiamme alle sue, ma riscalda ed illumina inesausto ed imparziale.

Dalla sua amara domanda a Maria: — Donna, che cosa vi è di comune fra me e te? — alla pietà dell'ultimo saluto additandole dalla croce Giovanni: — Donna, ecco tuo figlio! — non una parola di amore verso una donna esce dalla bocca di Gesù. Egli sa di essere solo. Marta e Maddalena lo seguono e lo servono indarno; egli accetta l'offerta colla divina condiscendenza di colui, che non accorda valore ad alcuna cosa; accoglie, trae seco le loro anime femminili come le matrici di tutta la vita umana, ma vi resta nel mezzo alto ed intangibile. La sua idea, trionfatrice di ogni sapienza, sa che nelle donne i capelli sono più lunghi dei pensieri, e il cuore troppo piccolo per capire la tragedia dello spirito. Il loro amore ha bisogno di diminuire l'uomo, o almeno non sente di lui se non quanto lo rende simile alla folla, e mentre questa colla umiltà di una dedizione suprema può talvolta indovinare in lui un Dio, le donne invece non sanno piangerlo che morto e, vivo, non si sarebbero credute amate se non dopo averlo fatto piangere.

Che avviene di Maria dopo la morte di Cristo?

Che fu di Maddalena?

Le leggende evangeliche obliano madre ed innamorata; questa, avvolta di così ineffabile poesia dall'annunciazione dell'angelo, dal matrimonio spirituale di Giuseppe, dalle miserie del parto, dai terrori della fuga, appena dal bambino spunta l'uomo e dall'uomo si annuncia il messia, appare solamente come ogni altra madre, che vorrebbe padroneggiare l'opera del figlio! Ma egli si allontana, evita d'incontrarla, indurisce con lei la parola, non la rammenta mai nella breve atroce passione, sino a quell'ultimo saluto dalla croce, a quella sostituzione con Giovanni, il più femmineo dei propri discepoli: — Donna, ecco il tuo figlio. —

E dopo la morte di Cristo nessuno fra gli apostoli si preoccupa di lei: Giovanni, che vecchio si vanterà di averla accolta nella propria casa, non racconta altro; Matteo e Luca tacciono, eppure quale tragedia in quella madre di un Dio morto per la umanità! Quale adorazione doveva salire dalle loro anime verso questa donna! Cristo non tornerebbe, come aveva promesso, e non visiterebbe per la prima sua madre?

Invece ella è dimenticata: poi una voce l'annunzia trasportata in cielo dagli angeli, e così la leggenda si libera di questa madre rimasta un imbarazzo nell'opera del figlio.

La fine di Maddalena è anche più oscura; ella, che aveva amato, dubita della resurrezione come gli apostoli e non sa mescolarsi alla loro predicazione affermando l'avvento della donna nella buona novella.

Cristo non fu veramente amato, Paolo non volle esserlo, Socrate non aveva avuto che la moglie come i gladiatori avevano il lanista, Napoleone non l'ebbe malgrado il doppio matrimonio, perchè la creola e l'austriaca rimasero per lui e per la storia solamente due femmine. Quella principessa Walesky, che il vecchio marito in un impeto di passione polacca gli gettò lacrimosa ai piedi come una rosa umida di rugiada, non lo amò: la fanciulla, che a Sant'Elena parve innamorarsi di lui, e dovette subito andare lungi dall'isola, avrebbe potuto in quel prigioniero vigilato dall'Oceano riconoscere il vinto, che aveva conquistato l'Europa seminandola di vittorie, e da quello scoglio faceva ancora tremare l'anima dei re e delle moltitudini? Su quella fronte lucida, in quel volto pallido e levigato come il marmo di una statua antica, che cosa avrebbe saputo ella leggere?

Quel prigioniero era infelice, ed ella ne sentì una pietà di amore, ma un altro prigioniero più giovane e più bello le avrebbe indubbiamente acceso nel cuore più intensa fiamma di passione: però il grande vinto palpitò quando la seppe lontana come tutto quanto restava della sua vita nel mondo.

Le sue ultime carezze furono per una bambina, alla quale insegnava la geografia non mutata da tutte le vittorie di quegli ultimi anni. Quando fu morto, i suoi invalidi non vollero crederlo; l'austriaca invece ne profittò per sposare l'amante, conte di Neipperg.

L'amore che la donna sente, non somiglia a quello che inspira.

Dal lamento di Salomone al gemito di Heine, dalle Cantiche di Dante ai sonetti di Shakespeare, dai ruggiti di Byron ai sospiri del Petrarca, dal grido di Leopardi al singhiozzo di Musset, i poeti espressero sempre l'amore indarno chiesto, offerto, accettato, grondante di lacrime e di sangue, trasfigurato sino a non essere più che l'amore di Dio, contaminato anche nella sua sincerità animale, senza che la donna ne sospendesse mai il trastullo micidiale, o ne sentisse il soffio creatore. Saffo, morta di amore, non amò che un imbecille; George Sand, che non amò alcuno, salì a molti cuori illustri, come i monelli sulle fontane monumentali ad insudiciare le acque.

Oggi il vanto femminile è mutato: invece che all'amore la donna pretende alla stima dell'uomo vantandosi sua rivale nel pensiero e nell'opera: proclama diritti e doveri uguali, indipendenza di figlia, di sposa, di madre; libere tutte le carriere, aperti tutti gli agoni. E non lo furono in ogni tempo? Come l'amore, il genio ruppe sempre ogni freno; torme di anacoreti invasero provincie chiuse alle più invitte legioni, Cesare e san Francesco compirono la stessa conquista. La mente dell'uno, il cuore dell'altro ascrissero al mondo un'orbita, della quale resta ancora la traccia. Cesare trafitto sotto la statua del rivale morto, al momento di perdere tutto il mondo, nel dubbio forse di lasciarvi mal sicura l'opera propria, non compiange che l'errore del figlio: — Tu quoque, Brute, fili mi. — San Francesco, morente sulla barella, è vinto ancora una volta dalla pietà del mondo, e si alza in un ultimo sforzo a benedirlo.

Ecco l'atto supremo del genio e dell'amore, un perdono superbo e melanconico, che ricorda tutto senza offesa e senza rimpianto, perchè la rivelazione comincia forse all'ultimo momento della vita. La morte perdona.

Il genio e l'amore attingono soltanto da essa la forza irresistibile della loro sovranità.

Chiunque teme la morte non giungerà all'amore o alla gloria, ma non quella morte, che sorprende tutti i corpi e li trasforma, bensì l'altra che uccide nello spirito ogni compagnia per lasciarlo solitario dinanzi a se stesso e all'infinito. La gloria è la più alta delle solitudini; Dante vi sta come Cesare, entrambi dovettero superare l'umanità per dominarla dalla medesima altezza, incompresi ed incomprensibili senza il commento dei secoli. L'amore è il più infocato dei deserti; Leopardi vi arse come san Francesco, entrambi oltrepassarono l'umanità senza poter sostare in alcun cuore, ma illuminano e riscaldano ancora le anime colla propria fiamma.

La vera gloria non avrà conforto di amore, l'amore grande resterà senza ristoro di altro amore, mentre la vita gioconda nel mistero della propria bellezza canta, sorride, splende, innamora tutti i viventi, ai quali il suo stesso tumulto impedisce d'interrogarla travolti dall'ora fuggente, risollevati sempre dalla speranza, trasportati lontanamente dalla morte che raccoglie tutti i feriti.

La morte si avanza adesso coll'autunno per la campagna.

Dalla mia finestra veggo la nebbia pascolare sulla cima dei monti, e le foglie ingiallite staccarsi adagio dai rami. I canti dell'autunno sono cessati. Il sole appare ad intervalli come un pellegrino stanco della via troppo lunga, che si rialzi a fornirla e ricada tosto nell'ombra del fossato; nubi nere spenzolano pigramente nell'aria umida e caldiccia, che si rapprende a tutti gli oggetti come un triste sudore di malattia, ma il pettirosso già arrivato canta ballonzolando sulla siepe. Ancora pochi giorni, e questa squallida vecchiezza dell'anno si ravvolgerà morta nel molle sudario della neve sotto il bianco silenzio dell'inverno. Adesso i contadini arano taciturni gettando il grano nei solchi, che il rastrello uguaglia e riga come un pettine. Tutto è stanco in questa prima preparazione della semina per l'anno venturo, perchè la speranza è ancora lontana, al di là dell'inverno, la stagione delle lunghe veglie e dei lunghi dolori.

Il vento passando la notte sui campi brontola fra i rami sfogliati; talvolta la bestemmia dei carrettieri, che il fango attarda per la strada, batte alla mia finestra mentre scrivo. E pare anche a me di essere in una via fangosa sotto un cielo nero, ma non ho come essi una meta e un cavallo per compagno. I tordi zirlano rapidi ed invisibili nella notte per arrestarsi forse nelle panie ai primi raggi del giorno, se prima non si acquattino vinti all'incanto di un qualche fanale, come nella memoria i ricordi s'incantano talora ad una lucida imagine.

Questa lettera oramai troppo lunga diventa ai miei occhi uno di quei raggi, dai quali le pupille non sanno staccarsi: il mio pensiero lo solca verso di voi dentro un abbarbaglio, mentre le parole mi echeggiano lungamente nell'anima stanca del proprio silenzio. Ho aperto la finestra: il cielo è tornato sereno, la luna brilla sulla cima di Monte Mauro, illuminando di un tacito chiarore la collina gessosa allo sbocco della valle: laggiù il fiume borbotta malcontento, ma un sogno di pace è già entrato nel sonno della campagna.

Quante anime innamorate si levano a volo nel lume di questa notte autunnale dalla terra assopita nella lunga fatica dei frutti?

Fra poco il vento ricomincerà a soffiare, perchè lassù in cima della valle, ove i colli dell'Appennino si addossano come un muraglione, alcuni crocchi di nuvole sono rimaste in vedetta.

Adesso, nel silenzio, s'intendono dei murmuri: sono forse i pipistrelli che incontrandosi scambiano un avviso, forse gli ultimi saluti delle foglie che si staccano dagli alberi, forse i fremiti delle gramigne sradicate dai campi, gettate a mucchi, non morte ancora. Molte anime attendono i messaggi dalla notte e le rivelazioni dal silenzio: ascoltate, signora, le confidenze che esalano dai solchi inargentati dalla rugiada, il dialogo sommesso degli insetti svegliati dalla luna: qualcuno luccica come una gemma o vola lieve come un sogno. Che cosa dicono gli alberi, i quali serberanno il verde mantello nell'inverno, agli altri già nudi in una miseria di scheletri? Che cosa ne pensa la luna uscita senza il solito zendado dell'alone, essa che guarda tutta bianca e pare stupefatta?

I suoi raggi pendono a gocce dai ragnateli sospesi tra albero e albero, perchè i silfi possano berle nel loro volo, sono piuttosto i lampadari di una festa, che piccoli, invisibili, felici, si danno questa notte nel mio orto?

Ecco che il vento ricomincia soffiandosi innanzi le nubi come cenci.

Fra cinque o sei ore l'alba dovrà passare certamente sotto la pioggia come la diligenza, che ogni mattina scende sotto la mia finestra sino a Riolo: un viaggio di spola, breve e monotono, eppure il vetturino è sempre allegro.

Ogni qualvolta m'incontra, agita la frusta e con un largo sorriso mi grida inevitabilmente:

— Arrivederci! —

Vi saluto anch'io così.

IL MELODRAMMA

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— Qu'est-ce que ça prouve? —

Domandava un abate uscendo dall'Opera dopo avervi udito l'Orfeo di Gluck.

E siccome egli era uno studente di matematica, tutti gli uomini di spirito si credettero in diritto di sbertarlo: quindi gli artisti, nel loro orgoglio di anime incomprese, consacrano quella sua interrogazione alla gloria di esprimere tutto il ridicolo della pedanteria scolastica.

Eppure non è così.

Da oltre mezzo secolo le teoriche della musica drammatica hanno cambiato. Confondendo dramma e musica, si volle che questa dovesse significare l'epoca, il carattere, l'azione, tutti i moti di quello: non si riconobbero più differenze tra la frase scritta e la frase fonica, anzi si giudicò l'una meno viva dell'altra. La musica diventava così il linguaggio delle passioni e delle idee, precisandone i gradi, distinguendone le contradizioni, anche nel loro più repentino coagularsi o nella loro più lenta dissoluzione.

La musica invece non può rendere nè una idea, nè un uomo, nè un'epoca; il suo linguaggio non oltrepassa l'espressione di sentimenti rudimentali ed universali, vaghi sempre, perchè la sua è appunto una voce dell'indefinito. Aprite qualunque spartito senza leggerne il titolo, e provatevi dalla musica ad indovinarlo: scegliete un melodramma, mutatene l'epoca, i personaggi, l'azione, e nullameno seguiterà ad essere bello, se in questa mutazione avrete rispettato il rapporto primordiale dei sentimenti e delle sensazioni, non gettando un gruppo di frasi melanconiche su parole allegre, o adagiando una scena nella concitazione di un crescendo.

Quell'abate, uscendo da uno dei nostri teatri lirici, avrebbe ancora ragione di ripetere la stessa domanda a tutti i melomani, che parlano di ambiente, di color locale, di dramma storico e mitico, di commedia antica e di idillio moderno, di musica sacra e profana: qu'est-ce que ça prouve?

Invece l'idillio, la commedia, il dramma, la tragedia diventano davvero una prova, rivelando tutta l'anima umana in pace o in guerra contro il destino nell'immutabile carattere della propria individualità, nel giudizio supremo della coscienza sulle opere, che vi si compiono. Ma che cosa prova la musica, dopo tanta vanteria di teoriche ed esplicazione di critici e credulità di pubblico cogli ultimi melodrammi, pei quali le spese di rappresentazione sorpassarono i limiti più lontani della fantasia? Tutta l'opera e tutti i personaggi sono nella esteriorità del costume e della scena: chi potrebbe davvero, chiudendo gli occhi, distinguere nel canto la gelosia di un baritono mascherato da generale egiziano da quella di un altro baritono vestito da crociato o da gentiluomo del rinascimento? Come indovinare la collera della gelosia fra tutte le altre della superbia o dell'avarizia, se il baritono non la spieghi colle parole? Poichè in ogni amore vi sono momenti di purità divina, come riconoscere l'invocazione alla fanciulla adorata da una preghiera alla mamma? Come la musica potrebbe non confondere nella propria espressione la gioia suprema di un ritorno con quella di un riconoscimento?

Il finale della Norma rimane ancora il più bello dopo l'altro del Tristano e Isotta, ma nessuno dei tanti letterati, che hanno scoperto nella musica di Wagner così profonde significazioni filosofiche e drammatiche, ignorando i due libretti, indovinerebbe la differenza della morte fra le due coppie egualmente tragiche di amanti.

La musica fu e sarà sempre lirica e non esprimerà mai nè caratteri, nè situazioni, nè epoche, nè figure, nè la coscienza, nè la intelligenza, nè la religione di Dio o una qualunque altra. La sua qualità, contradittoria a tutte le arti, sta appunto nella espressione senza imagine; laddove architettura, scultura, pittura non esistono che per questa, e la poesia stessa colle parole la riconduce nella memoria o la suscita nella fantasia. Mentre i segni si aggiungono ai segni e le parole alle parole dinanzi ai nostri occhi, che dalla loro permanenza finiscono coll'accoglierne la intera visione, le note invece cessano una dopo l'altra al nostro orecchio, che non può intenderne la frase se non dal loro successivo dileguarsi. La musica si rivela morendo in ognuno dei propri suoni: ed ecco perchè ci appare immateriale ed indefinita.

Il suo linguaggio subisce le leggi dei numeri, ma la sua significazione non può essere tradotta da alcun altro. L'orecchio, più spirituale dell'occhio poichè non vi passano le imagini delle cose, ripercuotendo i suoni nell'anima, lascia che ella vi si libri leggera; e l'anima, sospinta da una voce senza parole e senza idee, si sente come dissolvere nell'incantesimo di una rivelazione misteriosa. Già qualche cosa manca ad ogni linguaggio. Quello dell'architettura, il più povero, non esprime che una categoria dell'intelletto, l'ordine nella misura; la scultura è senza colore e senza ambiente; la pittura non ha che una superficie; la poesia è costretta a richiamare l'imagine colla parola, lasciando fuori di questa i pensieri troppo grandi e le sensazioni troppo piccole; mentre la musica aiuta di se stessa tutti i linguaggi, ma parla solamente sul confine, ove questi si arrestano.

Ascoltatela nella solitudine, magari evocandola dal pianoforte, il più odioso degli strumenti che la perversione dell'arte abbia concesso ai dilettanti. Il pianoforte è la cassa mortuaria dell'arpa; coloro, che vi martellano sopra, mi fanno pensare alle commemorazioni dei grandi morti declamate da piccoli vivi sulla folla scempia dei partiti.

Una musica dorme in tutte le parole: sollevatele, disponetele secondo la prosodia, e ne uscirà una vibrazione tenue e possente, lunga come un'eco o improvvisa come uno scoppio. I poeti lo sanno bene quando dicono che il verso è tutto, ed invece è solamente quella musica che la poesia può contenere, mentre questa è ben altro. Infatti il dramma, una delle sue forme più vive e profonde, si attenua nel verso e vanisce nel canto, perchè basta appena il linguaggio reale per rivelare colla più ricca molteplicità di espressioni le antitesi morali dei caratteri. Shakespeare alternava prosa e verso, quasi trattando questo come quella, ma il suo Otello e il suo Amleto messi in musica non sono più che due manichini, dal ventre dei quali qualcuno canta. Non avendo letto Shakespeare, chi indovinerebbe le due tragedie dai due melodrammi? Che cosa è diventato il Faust di Goethe in quello di Gounod o nel Mefistofele di Boito o nella Cantata di Berlioz, pur superiore ad entrambi nell'impeto della passione e nella originalità dell'ingegno?

I grandi poeti non amano la musica.

Essi pensano inconsciamente per imagini, e l'eccellenza deriva in loro dal vedere ciò che gli altri non veggono dal vederlo più intensamente. Tutto si personifica nella loro fantasia, le idee più astratte e le cose più morte: prestano un'anima alla materia, i caratteri umani a tutte le anime, quindi cercando l'essenza s'indugiano nella scoperta e nell'adorazione di ogni forma. La musica non è per loro che una vibrazione della parola, come pei pittori l'ombra è un prolungamento dei corpi. La musica vera, che canta sopra sillabe slegate, effondendosi in un infinito vuoto e palpitante, finisce per irritarli: il loro occhio cerca involontariamente i contorni di una figura, la loro passione si condensa in un carattere, le loro idee si atteggiano in una scena.

I grandi poeti hanno la precisione dei grandi scultori; i grandi retori invece prediligono le apparenze capziose del colore nel labile incanto della visione: ecco la prima differenza fra Dante e Victor Hugo. Per i poeti il canto non può oltrepassare mai la parola: essi vivono nel verbo, e gli chiedono ad ogni istante una resurrezione.

Non credete quindi, signora, ai poeti che vi dicono di amare la musica, e sopratutto guardatevi dallo stimare Wagner un poeta per avere raffazzonato nei propri libretti alcune vecchie saghe.

Un poeta vero sentirà sempre che un melodramma non può essere un dramma: avvolgere questo nella musica sarà per lui come immergere un quadro nell'acqua: i colori si squagliano e le figure si confondono. L'anima nel canto si abbandona ad una esultanza di liberazione da tutti i vincoli della vita reale; nel dramma invece i caratteri debbono irrigidirsi disciplinando le forze nella necessità della lotta, e poichè la morte vi diviene la prova suprema della vita collo spezzare coloro che questa non sa mutare, uno spietato egoismo di naufragio rivela dalla scena l'ultima verità delle anime.

Se il canto sale spesso dal dramma, non può esserne il linguaggio continuo: qualcuno avrà forse cantato anche nelle mischie più atroci, ma nessuna musica espresse mai il tumulto della loro strage. Leggete una battaglia di Erodoto o di Tolstoi, e confrontatene in voi stessa le sensazioni con quelle del famoso coro delle Walkirie; dalle pagine dei due grandi scrittori vi verrà il freddo della morte, nelle voci delle nordiche amazzoni non sentirete che una minaccia festante e spavalda.

Ma il pubblico, dimentico di ogni altra arte, diserta tutti i teatri per quello dell'opera.

Nel nostro tempo la poesia e la scultura non sono più intelligibili che a pochi iniziati, la pittura non lusinga in noi che un bisogno di decorazione: le esposizioni si ripetono come mercati di privilegi e privilegiati, pellegrinaggi di piacere, un affare politico o industriale, quasi sempre losco, raramente fortunato. Il lusso effimero e volgare della nostra vita non ci consente la passione dei capolavori; il nostro spirito, saturo di scienza, d'incredulità, di noia, di vizi e di dolori, non si contempla più che nella prosa, e non chiede alla musica che una distrazione. Quella vera, che canta sul confine della poesia, sarà sempre solitaria ed individuale: sul teatro invece diventa come la folla, si confonde colla pittura e col ballo, rende inintelligibile la parola sopraffacendo la voce del cantore cogli istrumenti dell'orchestra, mentre il pubblico, sedotto dalla verità dei costumi, crede di riconoscere i personaggi ed applaude a se stesso per aver saputo riunire così facilmente la magìa dell'indefinito alla bellezza plastica del verso e alle evocazioni del dramma.

L'opera condensa oggi tutte le arti nel teatro come il romanzo riassume tutta la letteratura; ma se il romanzo può essere talvolta vero, nessuna sua falsità di fatto o di scuola uguaglierà mai quella di un melodramma. Beethoven non scrisse che il Fidelio, e prima e poi non mise che un numero per titolo alle proprie opere: Wagner invece pretese di rinnovare tutta l'arte moderna col più mostruoso adulterio della poesia colla musica, immolando questa ultima alla tortura di significare resurrezioni storiche e mitiche, dogmi di teologia e di morale, espiazioni di re e di penitenti, eroismi pagani e cristiani, passioni di bruti e di arcangeli, bufere di oceani e catastrofi di paradisi, olocausti di eroi e suicidii di dèi. Evidentemente era troppo. Il suo teatro per vivere avrà, come certi alberi, bisogno di una scapezzatura; ma poichè in lui il musicista riscattava le follie del drammaturgo e le insensatezze del critico, resterà grande fra i più grandi nella memoria della moltitudine per le ineffabili canzoni salienti dall'intrico della sua coreografia.

Mentre il dramma, così vivo nel romanzo, non ha saputo ancora rioccupare la scena, l'opera invece potrà per il diletto del pubblico restarvi eternamente. Oggi la musica è quasi sempre la poesia di chi non ne ha altra: sono poche le signore che non suonino il pianoforte, credendo così di avere nell'anima qualche cosa d'indicibile da esprimere. In fondo al gusto musicale del pubblico non vi è che un pianoforte, e questo insopportabile strumento è nullameno quanto di più spirituale si è potuto persuadere alla volgarità della gente. Peggio quindi se non vi fosse.

La musica vera si è fatta più rara.

Nemmeno le anime capaci di sentirla arrivano spesso ad indovinare quelle capaci di esprimerla. Parrebbe quasi che queste vivano dentro un vapore, ascoltando al di là dei sogni, al disopra di ogni parola, le lunghe sillabe di un'altra rivelazione: ma se intendono e ripetono, non sanno. Qui comincia l'espiazione della loro superiorità. Trovano una bellezza pura dei suoni come già lo scultore trovò quella delle forme, e mettono una spiegazione nell'accento di una vocale come egli pose lo sguardo nell'occhio vuoto e bianco della propria statua. Talvolta invece esprimono cogli acuti e coi bassi le contradizioni della nostra sensibilità come il pittore imprigiona nei colori e nelle ombre la mobilità di tutte le apparenze; raggruppando le note nella frase, come il poeta fa colle parole nel verso, dominano la nostra memoria col fremito di sonorità simile all'abbarbaglio di una visione.

La poesia declama quanto il suo occhio temerario ha potuto vedere nel mistero, la musica canta tutto ciò che il suo orecchio indiscreto è riuscito a sorprendervi; ma le indiscrezioni dell'una turbano spesso più che le temerità dell'altra.

E tuttavia la musica non sa quello che dice.

Le sue frasi più cupe possono diventare allegre solamente allargandone o stringendone il tempo, i suoi impeti più diritti piegarsi a qualunque ritornello, perchè nella musica l'efficacia consolatrice deriva appunto dalla sua facilità a subire qualunque alterazione. I suoi motivi nella nostra memoria, come le ombre nel sole, si fanno gravi o leggieri, mentre le figure di un quadro o le parole di una scena resistono invece nella immutabilità della loro espressione. La musica contenta tutti perchè ognuno la riempie di se stesso: non vi è quindi vera differenza fra quella profana e quella sacra. Tutti gli oratorii sulla morte di Cristo sembrerebbero egualmente belli per la morte di Adone, i canti famosi di certi salmi biblici commetterebbero non meno bene molte strofe del Ramayana o altri versetti del Corano: siamo noi, sono le nostre idee poetiche e filosofiche che fanno il loro contenuto. Certamente uno spirito arido di scienziato come il Lalande non avrebbe nella Creazione di Haydn saputo trovare le idee religiose, che questi credeva di avervi messo, mentre uno spirito panteista come Hugo vi avrebbe udito le voci di tutte le mitologie, e un'anima mistica come Gerson non vi avrebbe sentito che l'estasi di una unica adorazione.

Ma se la musica è uno dei bisogni più insaziabili dell'anima, alla quale toglie colla ondulazione dei ritmi e l'indistinto significato delle voci, la coscienza dei limiti, quando l'idea fiammeggia e la passione scoppia, questa brama si muta quasi in ripugnanza. Nelle grandi tragedie la rivelazione è al tempo stesso così profonda e precisa che ogni musica la falserebbe, giacchè, nel momento di spezzarsi la vita, condensa tutti i ricordi in una visione, mentre il cuore si restringe nello sforzo di riunire le speranze dinanzi alla suprema interrogazione del pensiero.

Allora la musica non basta più.

Quali note potrebbero davvero esprimere le ultime due parole di Gesù: Consummatum est?

Quale romanza significare il dolore di Napoleone immobile colle braccia conserte guardando dal lido di Sant'Elena oltre l'Oceano?

E poichè si volle trascinare sul teatro la Bohème di Murger, come avrebbero potuto Puccini e Leoncavallo tradurre quel ritratto così breve e così vivo di Musette: «Ella appena nata domandò certamente uno specchio»? Come pretendere ad una nuova commedia musicale dopo il Barbiere di Siviglia, che nemmeno esso è una commedia, se la musica non può nè ridere nè piangere? Come ridere delle sue figure fatalmente indistinte, mentre il riso non erompe che dalla evidenza di un difetto senza dolore? Nel Barbiere di Siviglia il riso scatta dai lazzi della favola non dai motivi del canto, che vi passa attraverso con una andatura da ballo e la solita prosodia dei recitativi.

Che cosa vi è da capire nella musica? Nulla.

Da sentire? Tutto.

E voi, signora, che ne pensate?

Le donne amano quasi sempre nella musica una poesia, che dispensa dalla azione, una raffinatezza ottenuta senza nè disciplina nè epurazione del pensiero: e così possono credersi superiori alla gente, che si dibatte nella vita come in una tragedia grondante di lagrime e di sangue.

Conosceste mai qualche illustre maestro o suonatore? Studiaste mai il loro carattere? Una sensibilità pronta e labile, una inconsistenza timida ed inetta. La poesia ebbe dei forti, la musica non avrà mai che dei delicati.

Nella nostra vita moderna essa rappresenta quindi un ideale di sensi e di fantasia, senza efficacia sul carattere e senza attrazione sul pensiero. I teatri lirici hanno oramai esaurito i temi di tutti gli altri teatri, senza che l'arte drammatica abbia potuto arrestarsi sulla lubrica parabola della propria decadenza; la musica popolare invece non ha trovato per la grande rivoluzione francese e per la bella rivoluzione italiana che la Marsigliese e l'inno di Garibaldi, due marcie da saltimbanchi.

Oggi la originalità della musica pare esausta come quella della architettura. Verdi, ingegno dispari, grossolano e malinconico, violento e monotono, promosso dalla vecchiaia agli onori del genio, ha voluto mostrarsi anch'egli capace di significare tutta la vita, e si è attaccato a Falstaff, uno dei tipi più bassamente comici, perchè di una comicità tutta istintiva e sensuale. Mancava la commedia al suo repertorio, ma troppo altro mancava alla sua arte. Quindi ne uscì una musica scolastica fra una resurrezione di vecchie forme, senza fremito di riso, senza freschezza e senza colore. Per essere felice a Falstaff bastava di accarezzare il contorno di un'anca femminile o di una mezzina da bettola; ma se la sua giocondità di bruto sarebbe rimasta un mistero per Verdi giovane, più elegiaco che tragico come tutti i romantici, a Verdi vecchio doveva parere una mostruosità ripugnante. E così, nel suo spartito, Falstaff non è più che uno sciocco noioso, tuffato in una favola opaca come una nebbia, fra personaggi che sembrano cantando assoggettarsi ad un saggio di concorso.

Tutte le aristocrazie d'Europa sursero ad applaudire l'ultima opera del vecchio grande maestro, mentre il popolo, più sincero, non ne imparò invece alcun motivo, e seguita a cantare le proprie canzoni anonime.

Qu'est ce que ça prouve?

IL MISTERO DELL'ANARCA

Indice

E Dio ha scelto le cose pazze del

mondo per svergognare le savie, e le

cose spregevoli e le cose che non sono

per ridurre al niente quelle che sono.

San Paolo, Ai Corinti.

Vi ricordate, signora?

La donna imperiale cadde sulla banchina del lago dinanzi al lungo sorriso delle acque, che raccontano spesso i segreti delle Alpi, come lo specchio tradisce quelli della bellezza. Un impeto di orgoglio le gonfiò il cuore ferito, rialzandola nel fulgore di una minaccia, mentre sul volto pallido le calava già l'ombra della morte, ed il murmure della folla stupefatta cresceva come un susurro di foglie sotto il soffio corrucciato del vento. Con gesto rigido e lieve indicò il vascello, che l'aspettava, perchè l'aiutassero a salirvi; cento braccia si protesero in silenzio, e rimasero alzate verso di lei, quando a barella sparve sulla tolda, e il vascello oscillò. Viaggiatrice senza meta, che fuggiva dalle ombre della propria casa, cercando ai monti ed ai mari un refugio contro le memorie, ebbe forse paura di ritornare nella prigione di una camera fra il cerimonioso cordoglio degli indifferenti adunati, dal tristissimo caso senza poterne intendere la tragica rivelazione. Ma il lago stesso parve forse troppo piccolo alla morente, e troppo affollato il vascello e troppo vicino alla riva e troppo lento a salpare, mentre gli occhi le si chiudevano sotto le carezze pesanti del gran sonno, e la sua anima si levava nell'ansia di quel viaggio lungamente invocato. Come tutti gli infelici rattenuti senza motivo dalla vita, ella guardava da anni all'altra riva invisibile, sulla quale aspettano coloro che amammo: guardava e vagava ingannando il lungo desiderio colla finzione di una fuga troppo breve attraverso paesi sconosciuti, nell'abbarbaglio di visioni salienti dal fondo verde delle valli e dalle cerule distese del mare. Forse alla fissità del suo sogno era necessaria una cornice di ondeggianti orizzonti e di mutevoli moltitudini, coi ritmi delle parole incomprese e il vanire della opera tumultuosa come nel dissolversi di un miraggio.

Oramai della imperatrice nessuno più si ricordava.

La bionda Valchirie, che aveva stupito l'Europa, non era più che una signora vestita di nero, ancora bella, costretta a mutare spesso di nome per meglio serbare l'incognito, pallida, che non sorrideva più. Fra i poeti amava Heine, fra le terre la Ionia, fra i laghi il Lemano, e al disopra di tutto e di tutti il mare. Ella lo aveva interrogato ad ogni riva e ad ogni ora, sentendo a poco a poco il pensiero addormentarsi sulla ondulazione della sua musica profonda; e quando una improvvisa, stridula voce della memoria la destava davanti alle acque rutilanti di sole, o scure e roche sotto gli sguardi lontani delle stelle, avrebbe voluto essere sola sopra una nave nera, come l'olandese cantato dal suo poeta, per trascorrervi lontano, oltre i confini delle tempeste, alle estreme solitudini, dalle quali Dio ascolta finalmente chi piange. Perchè ella credeva nessun dolore pari al suo di madre e di imperatrice, sempre inseguita dalla follìa e dalla morte, colpita nei genitori, nei figli, nei fratelli, nel regno donde era uscita, nell'impero al quale era stata assunta, in tutto quello che aveva sperato, in tutto quello che aveva amato, sino ad invocare la morte come un compenso e ad errare come un fantasma.

Passata quasi, nella rapida magìa del desiderio, da una festa di ballo al trono degli Asburgo ancora vacillante per gli ultimi tremoti rivoluzionari, ebbe appena il tempo di apparirvi leggiadramente nella spensieratezza giovanile, che un'altra bufera si destava e l'imperatore doveva accorrere indarno da Vienna sui piani lombardi contro le vittorie italiane; quindi la regina di Napoli ramingava anch'essa dietro il caduco marito giovanile, nè regina più ne donna, a nascondere nell'ombra di un appartamento parigino l'ultima dissoluzione di una maestà, che nemmeno la morte avrebbe potuto nobilitare. Ma l'antico impero, ferito al cuore dall'Italia, soccombeva poco dopo al giovane regno prussiano, costringendo l'ultimo re bavarese ad uscire dall'incanto, nel quale Wagner cullava il suo sogno d'invitta verginità, per offrire a Guglielmo, il lungo nemico, la vecchia corona del sacro romano impero. Egli compì la prova col sonnambulo eroismo dei cavalieri scendenti insino a lui dal San Graal, coll'anima tesa al dolore dei sacrifici ininterrotti sulla terra; e forse dalla umiltà di quella sottomissione, come dall'atto estremo di una rinuncia a tutte le realtà della vita, sentì di risalire per sempre nel proprio sogno di una bellezza senza amore, dentro un mistero insaziabilmente melodioso, vagando di lago in lago, di castello in castello, fino alla notte prefissa, nella quale le acque gli avrebbero rivolto il funebre invito.

Una notte l'ondina chiamò ed egli la seguì.

Ma sul morto re l'imperatrice non potè piangere, perchè altri pazzi dalla vecchia casa le erano accorsi d'intorno, ed ella tremò che potessero comprendere quel pianto.

Non si sentiva forse pazza essa medesima? Non era pazza Carlotta, la vedova dell'arciduca bello, fucilato a Queretaro come un bandito, egli che aveva sognato una gloria di paladino e d'imperatore? La sua donna entrava ancora per tutte le corti d'Europa a cercare la sua traccia con un sibilo di lontane paure negli orecchi, che la facevano chiedere e singhiozzare come un bambino. Ma nemmeno per essa vi era pietà. Poi un altro arciduca doveva fuggire per sempre, incognito sopra una nave, e l'Erede, l'estremo della lunga dinastia, sparire in un mistero di sangue e di amore, vittima forse ed assassino, colla fanciulla del suo peccato; ed ancora un'altra arciduchessa fra le fiamme e domani forse l'ultima regina di Spagna in una rivoluzione.

Quindi la sua ragione e il suo cuore vagavano.

S'incantava nei mari che ondulano, nei fiumi che scorrono, nelle nubi che veleggiano, nei vascelli che salpano, nelle vaporiere che scompaiono: ascoltava le musiche profonde delle foreste e le sommesse cantilene dei laghi: talvolta i versi del suo poeta le passavano fra le memorie, come d'autunno gli uccelli migrano affrettando le ali, sola sopra un cavallo lo avventava ancora in una furia improvvisa di Valchirie, ma il sangue non le balzava più sotto le sferzate del vento, e l'anelito della nobile bestia, la bava bianca del suo morso dispersa nell'aria come una piuma, non le richiamavano più sulle labbra pallide il sorriso della vittoria.

Perchè fuggire?

I vecchi, coloro che rimasero soli, non sanno più dove andare.

Amava il mare, ma non amava il popolo che gli somiglia.

Nata troppo in alto, aveva vissuto sempre tutta chiusa nell'orgoglio della propria originale magnificenza, che la rendeva straniera fra la folla moderna così uniforme e così bassa nella uniformità; ed ella, l'Errante, non vi aveva mai guardato, sentendo dalla sua vastità salire come un brivido la voce delle anime abbandonate.

Così non sapeva forse che altri vi erravano come lei, più poveri e più soli. Non era di costoro quello zingaro che un giorno, senza riconoscerla, lesse nella sua mano la morte prefissale dal destino? Ella sorrise con mesta incredulità al cencioso profeta ricusante la ricca elemosina; ma l'anarca, che compì la profezia piantandole una lima nel cuore coll'impassibile precisione di chi non discute il proprio mandato, non era anch'esso un Errante fra la folla?

Un altro sogno di dolore e di odio rompeva così quel sogno d'amore e di dolore.

Lo sconosciuto, subito arrestato, si chiamava Lucheni. Era italiano, ma nato a Parigi da un uomo e da una donna forse ignoti l'uno all'altra e congiunti da un qualche vizio più urgente della fame: poi la madre lo abbandonò ad un ospizio, che gli diede il pane e le scarpe, insegnandogli a mezzo un mestiere col quale non avrebbe potuto vivere. Appena diventato un ragazzo, l'ospizio gli chiuse dietro le porte per sempre.

Il ragazzo non sapeva dove andare. Ovunque arrivasse, il luogo non mutava: era sempre la stessa diffidenza ad ogni domanda, il medesimo silenzio in tutti gli occhi, ai quali salivano gli appelli de' suoi sguardi stanchi; quando aveva fame, quando aveva freddo, nessuno se ne accorgeva; i poveri lo guardavano anche più duramente dei ricchi, che gli negavano l'elemosina. Ma siccome voleva vivere, cercava sempre; d'estate come le mosche cercano le immondizie, d'inverno come gli uccelli anche quando il ghiaccio ha indurito la neve sulla campagna. E tuttavia il suo caso non era nuovo. Migliaia di anni prima altre migliaia di bambini nati, come lui, avevano dovuto andare e morire così. Poi qualcuno gli disse: — Tu odii; — e allora capì di avere sempre odiato, anche all'ospizio, nelle sale di lavoro sotto le occhiate gelide dei prefetti, e nei corridoi, ove tante notti non aveva potuto dormire come gli altri, dentro l'oscurità rotta appena dal lucignolo fumoso di una lanterna. Ma siccome l'odio sa ascoltare e rispondere meglio dell'amore, ascoltava e rispondeva. Che cosa aveva egli fatto a quella donna perchè lo mettesse al mondo? Perchè doveva vivere così, niente altro che vivere, lavorare per lavorare, chiedendo quasi sempre indarno un lavoro, senza poterne mai trarre una speranza o un significato? Perchè tanti altri non lavoravano? Perchè erano amati? Perchè avevano tutto?

La società gli aveva insegnato un catechismo che essa medesima non riusciva ad applicare, e tutto era egualmente ingiustizia contro i poveri, persino la morte, poichè la religione insinuava nei loro cuori il dubbio di un altro inferno. Come un atomo dimenticato nel disegno misterioso della creazione, egli vagava urtandosi a tutti i corpi, sempre respinto e sempre solo; il silenzio l'opprimeva; ma se cominciava a parlare, sentiva subito di non potere essere compreso che da un qualche solitario al pari di lui, mentre tutti gli altri erano come i prefetti nell'ospizio e più tardi gli ufficiali nella caserma, i superiori e i nemici che comandavano sempre, senza spiegare mai la ragione del proprio comando.

Dovevano quindi bastare pochi discorsi e poche letture, giacchè sapeva leggere, per alzare quell'istinto di odio a passione, e questa passione nel sogno torbido di un sistema. La caserma compì l'opera dell'ospizio, mutando il trovatello nel soldato, e il soldato in un anarca febbricitante di orgoglio nella prima conquista di se medesimo. Dentro al suo cervello, fosco come un giorno di temporale in un angusto paesaggio vallivo, rare parole e rare idee si urtavano scrosciando, mentre da tutte le lontananze della solitudine gli giungevano voci di altri derelitti, morti e vivi, uomini, donne, vecchi, bambini, adoperati e dimenticati come cose. La schiavitù di ieri era dunque la medesima servitù di oggi, la stessa condanna colpiva ancora i bambini nel ventre delle donne, che il parto non bastava a rendere madri; ogni giorno ancora la vita saliva a un più alto privilegio sulle moltitudini, che l'alimentavano come i concimi fanno coi fiori; lasciandosi suggere dalle loro radici. Tutti i catechismi erano falsi, nessun messia era mai venuto. I governi di oggi, come i più antichi, somigliavano alle testudini, formate cogli scudi delle più vecchie legioni e che nessun urto poteva scomporre; gli imperi sovrastavano, le nazioni si guatavano colla insidiosa compostezza dei lottatori nei circhi. Ora e sempre l'unico libero era il danaro. Tutto il dolore umano non aveva potuto creare nè la giustizia, nè la pietà umana: anche adesso il popolo non sapeva di che cosa nutrirebbe la propria vecchiezza, dopo aver seminato e mietuto, forati i monti, distese le strade, sospinte le navi, alzati i palazzi, adunate colle proprie mani tutte le ricchezze, dato col proprio sangue il battesimo a tutte le vittorie.

Quindi coll'entusiasmo degli ignari egli aveva tentato di offrire il proprio pensiero sui giornali anarchici, che lo ricusarono perchè ravvolto nei cenci del linguaggio comune; e questo nuovo silenzio imposto alla sua miseria gli pesò sul cuore più dell'altro, dinanzi a coloro che gli domandavano: — Chi è tua madre? — Chi dunque fra i poveri può dire veramente di averne una, se le madri non s'inginocchiano ancora davanti ai bambini domandando loro perdono di averli partoriti? Egli invece era solo; ma, non avendo nè madre, nè figli, poteva almeno preferire la fame alla schiavitù, o morire cacciandosi innanzi, come un araldo nel mistero della morte, qualunque imperatore. Quindi un orgoglio senza nome gli rialzava talvolta la testa quasi ad una minaccia lontana, della quale nessuno fra i più grandi avrebbe potuto sottrarsi al muto decreto. Egli pure era un re.

La sua sovranità, creata dal nuovo diritto di eleggere e di essere eletto, si mutava così in una ribellione alla volontà della legge, nella quale il pensiero dell'individuo dovrebbe confondersi come la goccia nell'onda. Mentre tutte le monarchie, diventate egualmente anonime nel popolo, si abbassavano ogni giorno sotto le ondulazioni del suo numero, una anarchia vi drizzava già le proprie punte, come gli antichi guerrieri levavano più alta l'asta sul campo a farla riconoscere nella assemblea. La legge, che una volta era una violenza dei forti, adesso ingannava; nessuna giustizia era possibile in una libertà che non ammetteva l'uguaglianza; la verità non poteva essere proclamata, finchè qualcuno conservava il diritto di nutrire la propria vita colla morte di un altro. Una guerra senza battaglie si preparava dunque in una ribellione di tutti contro tutti per distruggere le ultime differenze, indarno condannate dalla rivoluzione della libertà, che aveva pareggiato eletto ed elettore.

All'eroismo dei grandi, che saliva come un vapore purpureo dalla fusione della folla, doveva quindi seguire quello dei piccoli, che prorompe come una scintilla dai suoi distacchi; dopo la parola del genio, che aduna dalla moltitudine le sillabe della vita, il grido solitario dello ignaro che annunzia l'inespressibile e attraversa tutte le anime come una rivelazione della morte. Ma una sinistra poesia, piena di lampi e di brividi, avvolgerebbe questi interpreti della estrema negazione, che dalla solitudine dell'orgoglio, espandendosi ovunque coll'irresistibile penetrazione di un contagio, dileguerebbero subitamente incomprensibili ed incompresi. Invano qualcuno si vanterebbe poi di averli conosciuti, o nella ultima stretta del dramma essi medesimi, ingannandosi come tutti i messaggieri, pretenderebbero di spiegare il segreto della loro missione simile a quella degli uragani, che passano, devastano, fecondano, e al loro passaggio le anime hanno oscillato nell'infinito.

Poi la gente ciarla del danno o del beneficio fra i nuovi sorrisi dell'aria, senza ricordarsi che una medesima legge governa le rivoluzioni e le tempeste, dalle quali la folgore erompe come un ordine misterioso.

Quell'anarca cencioso, che la vita non aveva potuto ospitare, l'attraversava dentro a una muta bufera di collere e di pietà. Come la solinga imperatrice anche egli non aveva più nulla, nemmeno quei ricordi di cui si nutre il dolore, o quella commiserazione di se stesso che consola tutti i decaduti. Mentre ella errava di villa in villa, ove più pacificatrice sorride la bellezza della natura, l'altro passava per tutte le vie dell'esiglio, nutrendosi di un pensiero di odio quando non aveva pane, soccombendo alla stanchezza dei giorni lunghi come una assenza, alla vacuità delle notti senza riposo, coll'anima che gli strideva dentro come un cane chiuso in una casa deserta.

Nella sua miseria di abbandonato si era mescolato ad ogni miseria: aveva veduti uomini gagliardi tremare per la viltà della fame davanti alla debolezza dei padroni, che negavano loro persino l'elemosina di una promessa; madri colle mammelle secche, abbandonate sul viso sparuto di un bambino, e nessuno dei due piangeva più; vecchi derelitti, che non osavano accostarsi ad alcuno nella vergogna di essere ancora vivi; poi tutte le altre miserie del lavoro micidiale anche quando nutre, accordato pari ad una grazia, invocato e maledetto come la morte; mentre fioriva intorno, dappertutto, la felicità dei ricchi invano creati dalla natura uguali ai poveri, se la volontà di Dio in tutte le religioni permetteva loro di diventare così diversi. Essi avevano la scienza, la libertà, la forza; potevano pesare la vita dei loro fratelli sulle bilance del proprio egoismo senza che nessuna giustizia li vigilasse, e la loro misericordia era come la rugiada nel deserto, che ne rimane ugualmente arido. Allora, sul silenzio violento della sua anima, quelle voci profonde di morti e di viventi, adoperati e dimenticati come cose, salivano simili ad un coro funebre sollevato da urli improvvisi, percorso da gemiti aspri come minacce. Perchè la morte non avrebbe finalmente vinta l'ingiustizia della vita? La morte sola sapeva il segreto della redenzione indarno proclamata da tanti messia, che avevano voluto consolare il dolore umano senza distruggere chi lo aumentava. Quante vittime sarebbero ancora indispensabili alla morte, perchè la vita potesse finalmente mutare? Tutti quei morti, che la terra sembrava aver disciolto nelle proprie viscere, si agitavano dentro le anime nate dalla loro, sospingendole sempre più in alto col grido dell'ultima resurrezione. Essi volevano risorgere nei figli contro i figli dei propri sacrificatori per cancellare colle fiamme dell'estremo olocausto le vestigia di tutte le ingiustizie; ma non vi sarebbe più alcun giusto nel giorno della espiazione finale, nè fra coloro che colpirebbero, nè fra coloro che sarebbero colpiti, giacchè l'eredità aveva macchiata ogni innocenza colla trasmissione del privilegio.

Forse l'innocenza salvò mai qualcuno?

Non poteva egli pure vantarsi innocente? Il suo odio non era una invocazione del dolore alla giustizia?

Come quei penitenti, che fuggivano dal mondo per nascondersi a pregare da Dio la pietà del perdono, egli era rimasto solo fra la moltitudine. Anarchi ed anacoreti possono trovare chi loro somigli, ma sono sempre egualmente solitari nell'eremo e nel partito, finchè il loro sogno non si dissipi, e la vita li riattivi nella minuta vicenda delle lotte quotidiane. Così egli non aveva forse cercato talvolta fra compagni che qualche soffio per la propria fiamma o un nuovo argomento contro un dubbio, mentre, contrapponendosi al mondo come un giudice, l'orgoglio stesso del proprio odio doveva renderlo incapace di comprenderne le leggi e di esservi compreso. Quindi ridotto all'unica misura di se medesimo, vi aveva sottoposto nella facilità di un sogno tutto quanto non consente a misura, la vita coi suoi istinti e la storia colle sue trasformazioni. Lungamente il suo dolore aveva creduto di divorare tutti i dolori, e il suo odio tutti gli odii, e la sua negazione tutte le negazioni.

Quanto più piccolo lo aveva fatto la natura o in basso respinto la società, e più alto egli si levava sopra entrambe, stringendo la propria vita in pugno come un'arma per colpire lassù, dove l'individuo è simbolo, cui la folla si prosterna, e morire così al disopra di ogni giustizia. Che importano le sentenze della legge o del costume, se qualunque atto, salga da troppa profondità o attinga troppo in alto, deve sempre essere falsamente misurato, e chi lo compie ha in se stesso l'indiscutibile ragione della morte?

Non vi può essere delitto quando l'egoismo non ne sperò alcun frutto.

Una superbia lucida come i ghiacci delle cime più inaccesse illumina allora di spettrali chiarori la lunga vigilia dell'azione. Ebbrezze mute di un segreto superiore a tutte le curiosità, inesprimibili melanconie della dedizione suprema, amaritudini della morte lungamente assaporata nella fatica febbrile della volontà, entusiasmi di eroe che sconfigge e di martire che perdona, ondeggiamenti di tempesta e impeti di folgore, l'anima solitaria sopporta tutto, delira di tutto. Il sogno diventa incantesimo, che si dilata tra vampe e vapori entro una scena immobile, per la quale una forza arcana ci spinge direttamente.

Quel Caserio, che pugnalò il secondo presidente della repubblica francese, non compì forse l'atto ferale colla impassibile precisione di un sonnambulo, e non si destò gettando quel grido che lo scoperse già salvo tra la folla? Quell'Angiolillo, che uccise Canovas, ministro presidente di Spagna, non rimase assorto nel proprio atteggiamento di cavaliere sino sulla sedia della garotta? Quell'Henry, che gettò una bomba in un caffè parigino massacrandone la folla, non serbò la faccia opaca di un allucinato dinanzi alla lunga processione dei feriti, e non rispose con un gesto di statua alla madre piangente, la quale tendeva le braccia verso di lui?

Tutti costoro oltrepassarono il delitto o guardandolo dalle regioni della morte non lo riconobbero più. Che se l'incantesimo vanì prima di essa e ricaddero nelle perplessità del rimorso davanti al patibolo, non capirono egualmente il proprio atto, come il poeta non può risalire nell'ode già caduta dal cielo della sua ispirazione.

E trascurabili sono le differenze intellettuali fra questi messi del dolore, che la follia conduce per mano alla morte, e la morte non può rilevare a se stessi. Precursori di un messia, che evochi dalla distruzione del nostro mondo un'altra umanità, essi ne annunziano l'avvento coll'orrore degli antichi olocausti: quindi la vittima prescelta è sempre simbolica o anonima, un re o una folla, che il sacrificio deve consumare col sacrificatore. Delitto? certamente per la legge. Errore? senza dubbio per la scienza; ma la vita e la storia poterono mai fare a meno dell'errore?

Invincibile come tutti i solitari, l'anarca non ha partito.

Coloro adunati in tale nome sono sofisti, i quali non sanno che l'anarchia nella propria suprema negazione prova appunto la stessa insufficienza in tutti i partiti, o saccomanni che impazienza dell'imminente battaglia disfrena già negli accampamenti.

Contro gli uni e gli altri basta il grido delle sentinelle o l'impeto disciplinato di qualche manipolo; quegli sovrasta a giudici e a patiboli.

Caserio non conosceva Carnot, Angiolillo non conosceva Canovas, Henry non conosceva alcuno nella folla di quel caffè parigino, Lucheni non conosceva l'imperatrice Elisabetta, come uccisero dunque? Le loro spiegazioni non valgono meglio dell'altre, che la gente si baratta per sottrarsi al peso del mistero: l'arte sola potrà forse un giorno spiegarlo, perchè l'arte sola crea attingendo alle profondità dell'inconscio, e come la natura accettando tutti i modi della morte.

Adesso Lucheni e l'imperatrice Elisabetta, questa nella cripta imperiale di Vienna, quello in un carcere di Ginevra si lagnano egualmente del proprio sepolcro. Ella lo aveva chiesto fra la quiete di grandi alberi, inghirlandato di edere e di rose, perchè le lucertole e gli usignoli potessero visitarlo nella primavera; o forse lo sognò talvolta davanti al mare Ionio, sul gran sasso di Leucade, dal quale Saffo cantò l'ultima volta e sparve volando sotto le acque. Egli aveva preteso alla gloria del patibolo nei primi chiarori dell'alba, quando pel sereno si diffonde la gioia di una nuova promessa alla vita: pallido, scamiciato, la testa nuda, si sarebbe fermato un istante sotto la mannaia, guardando al cielo e alla folla per respingerli entrambi col medesimo sorriso prima di piegare il collo e di chiudere gli occhi per sempre.

Invece li hanno seppelliti così: la morte non fu loro meno crudele della vita.

Perchè compiangerli, signora, se lo sguardo della pietà è quasi sempre come quello del naufrago, che si volge sulla riva a guatare l'acqua perigliosa, dalla quale potè uscire?

ANDRÉE

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Anche questa sera nel piccolo caffè del villaggio un vignaiolo mi domandava, vedendomi gettare il giornale:

— Nessuna notizia di Andrée? —

Molti altri cuori, frementi nella trionfale esultanza del suo eroismo, aspettano ancora come la buona novella un dispaccio, che lo narri in viaggio dal deserto polare verso di noi.

Il mondo invece lo perdette già nell'oblio profondo del proprio passato, dal quale emergono solamente le figure illuminate dal riflesso perenne di una idea. Tutti gli altri, che una virtù erse per qualche momento sulla vita, attirando loro gli sguardi ed i cuori, diminuirono a grado a grado nella morte, come ombre del crepuscolo nella tenebra imminente della notte. Appena qualcuno dei viaggiatori, che rimontano curiosamente il corso della storia, ritrovando sopra una carta il loro nome, si ferma a leggerla per dimenticarla nuovamente fra le troppe, delle quali è ingombra la via. Eppure da queste escono talora mirabili rivelazioni di bellezza, e sono pensieri simili a diamanti tralucenti dalle sabbie, figure che balzano vive dalla loro opera consunta, quasi nel miracolo di una risurrezione; ma il cuore troppo stanco non può incamminarsi sulla loro traccia, e salutiamo quindi con un sorriso di dolce riconoscimento, come in un incontro fuggevole ed improvviso con amici di altri giorni, mentre la lunghezza della strada e gli appelli lontani del tempo ci sospingono irresistibilmente.

La poesia sola alza i magnifici sepolcri sulla via Appia della storia, e serba intatte dentro la propria luce le figure della bellezza.

Andrée aspetta ancora l'ode.

Non mai il desiderio di essere poeta mi vinse come nel giorno che lessi il dispaccio dallo Spitzberg: «Andrée è partito». Tutta l'antica odissea non aveva nei lunghi canti, così pieni delle parole della notte e del mare, tanta poesia come quella breve notizia incisa sopra una colonna di giornale, fra l'indifferente promiscuità di cento altre.

Egli era partito finalmente.

Da anni perseguiva quell'impresa di sogno colla tenacia nostalgica delle grandi passioni contro ogni difficoltà della vita, e quelle ancora della fede che ci abbacina col suo miraggio, e della incredulità che lo dissipa col riso come il vento spazza i vapori. Che cosa vi era al polo? Dei ghiacci, forse delle terre come dappertutto, una solitudine inabitata ed inabitabile, senza interesse per la vita, senza importanza per la scienza. Questa ha potuto egualmente risolvere i massimi problemi della sfera terrestre, quella non vi cerca e non ne attende rivelazioni. Il polo è inaccessibile, ecco la sua forza magnetica sulle anime che, guardatolo una volta attraverso il mistero della sua lontananza, vi rimangono fise e trepide come l'ago della calamita. Non è un altro mistero quest'ago ostinatamente immoto ad un punto, come se lo spazio, a rovescio del tempo, non avesse che un'ora sola? Questa linea invisibile che un ago può egualmente segnare attraverso la terra, in ogni sua posizione, malgrado le scosse e i tremoti, che la sconvolgono? Tutti i nostri viaggi non sono che una distanza da questo ago; la nostra geometria non ha una linea meno inestesa e più sicura della sua, la nostra metafisica un simbolo più astratto e preciso.

Al di sopra delle conquiste consacrate dalla storia, certamente quella della terra fu la più antica e la più grande.

Ovunque uomini assalirono uomini, non la terra fu l'oggetto della conquista ma gli uomini stessi; padroni che cercano dei servi, servi che ricacciano dei padroni, non altra è la spiegazione di tutte le vittorie. Ma l'uomo dovette prima cercare la terra. La nostra poesia nacque in questo viaggio, esprimendone l'emozioni profonde fra le terribili meraviglie dell'ignoto, dentro la bellezza delle solitudini che non aspettavano l'uomo, dinanzi ai monti che non erano ancora confini, sui lidi dai quali la mobile distesa delle acque si allontanava a toccare la curva dei cieli nella vacuità trasparente della luce. I primi uomini andavano sempre, senza fermarsi, perchè la terra era ancora troppo grande ed essi troppo piccoli per concepire l'idea di possederla; si nutrivano ovunque, morivano ovunque.

Nulla è rimasto della nostra vita in quei giorni, che possa parlarne adesso al nostro spirito: appena qualche eco ne trema forse nei poemi, che diciamo antichi e son anch'essi moderni dell'epoca letteraria, quando la poesia cantava già per ascoltarsi. Allora invece l'uomo cantava come gli uccelli, senza intenzione o memoria di arte: la sua poesia era una esaltazione dello spirito nella verginità mattinale della coscienza che si ignora, nell'impeto inconsapevole degli istinti non anco stancati dalla riflessione. Correre sulla terra o sul mare, quando non si sa ancora che cosa vi sia, senza ricordo di altre vite, nella differenza degli animali per la morte, trovando un nuovo panorama per ogni giorno, pensando ove non fu mai pensato, creando i primi fantasmi fra le cose, annunziando le prime idee alla natura, gridando sul silenzio del mondo la profezia dell'ideale, ecco la poesia che nessun poeta potrebbe oggi rinnovare. «Navigare necesse est, vivere non necesse est» — fu il motto eroico di Ulisse che salpò da Itaca verso la morte oltre i confini di Ercole, la parola segreta di Colombo che cercò sino quasi alla vecchiaia una nave, il grido impaziente di Andrée che attese quasi due anni il vento; perchè di questa poesia, sepolta sotto tanta rovina di memorie nell'anima umana, qualche fiamma guizza ancora, ripetendovi i barbagli della luce, dentro la quale la bellezza del mondo apparve già nella sua stupefacente novità.

Oggi esso è vecchio al pari di noi, lo abitiamo come una casa, lo possediamo come un campo; tutti i suoi luoghi portano le nostre tracce, tutte le solitudini furono attraversate e salite tutte le vette. Quei viaggiatori, che si avventurano ancora nei deserti, vi cercano qualche nascosta ricchezza o la prova di una ipotesi scientifica, per la quale tornare fra gli applausi della gloria. Essi troppo sanno anche prima. Il deserto a loro sconosciuto è abitato da selvaggi primitivi dinanzi all'orgoglio della nostra civiltà, e tuttavia lontani quanto noi da quei primissimi giorni. Certamente il pericoloso viaggio esige l'anima grande, perchè la morte vi moltiplica tutte le proprie paure, ma non è il viaggio di Ulisse.

Il Laertiade non sapeva.

Dopo aver attraversato l'Iliade e l'Odissea, il vecchio eroe udi la voce del mare chiamarlo dentro la rustica reggia nelle lunghe notti senza sonno: egli aveva tutto veduto e tutto provato fra gli uomini. Quindi si levò cercando nelle case i più soli fra coloro, che gli erano rimasti fedeli; andarono alla nave, batterono i remi sull'acqua per non più ritornare. Navigavano, perchè il navigare è necessario non il vivere, verso il mondo senza gente, nel quale il sole discendeva ogni sera; ma quello che vi avrebbero veduto e dove sarebbero morti, doveva egualmente restare un mistero. Non portavano seco che l'acqua e il cibo di poche settimane: la loro anima anche più leggera della barca aveva lasciato sulla spiaggia tutto il carico della vita per quest'ultimo viaggio della morte.

Il mare delle terre, che li conosceva, mormorò sotto la loro carena un lungo saluto, quando dallo stretto sboccarono nell'alto mare tenebroso; i venti li seguirono ancora fremendo al loro orecchio, il sole li riconobbe prima di sparire: poi la notte delle tenebre e delle acque li sommerse.

E non sarebbero morti egualmente sulla rocciosa Itaca nella fatica dei vincoli rotti uno ad uno, giorno per giorno, invece di partire così, lievi come ombre, coll'estrema curiosità del pensiero che guarda sempre finchè la luce gli arriva?

Ogni sera le ombre risalgono ai monti, e il mare mormora, il vento freme, il sole guarda questa ascensione di fantasmi dalla terra greve di tutto il peso della vita; è la sera di Ulisse, passano le ombre dei morti.

Navigare necesse est, poco importa sul mare o nel cielo o nel deserto sul dorso del cammello, che ha il medesimo rullio della nave. Oggi la terra è così piccola che basta quasi un mese a percorrere la sua fascia equatoriale: tutto è noto, l'uomo si urta dovunque all'uomo. Quindi gli spiriti, nei quali sopravvive la primissima poesia della scoperta, si affisano al cielo cercandone le vie per la sua trasparente leggerezza. Nessun problema pare più vano che quello della navigazione aerea, e nessuno sommuove più profondamente le anime. Ricordo come l'inverno scorso a Milano, passando per un viottolo, vidi sopra una piccola porta sucida un cartiglio con questa scritta «Società areostatica, residenza secondo piano». Il cuore mi battè. La casa era di aspetto povero, dalla porta un andito stretto e fangoso si perdeva nella sinuosità di una scaletta scura. Chi erano dunque i poeti, che vivevano lassù? Poveri, come i poeti, furono sempre, vivevano certamente di oblazioni carpite chissà con quale incanto di arte o di passione al tardo buon senso o alla ignorante vanità della gente affaccendata nei guadagni, ma alla quale quel sogno di un volo nell'azzurro, al disopra delle nuvole, rinnovava la gioia delle favole udite da bambini.

Mi fermai dubbioso di salire a riconoscerli: piovigginava, il cielo si era abbassato così che sembrava radere i tetti. Una tristezza mi sospinse oltre.

Sapevo e voi pure, signora, lo saprete, che i poeti sono sempre meno belli della poesia, specialmente se questa sia la ganza del loro pensiero anzichè la dama della loro vita.

Ma quel cartiglio mi ricondusse nell'anima idee e imagini dimenticate da molto tempo. Se al pari di me non siete più giovane, dovete ricordare con melanconico rimpianto la stretta quasi soffocatrice del vostro cuore, quando la prima volta dinanzi ai vostri occhi, che guardavano attoniti i lunghi preparativi, improvvisamente il pallone come liberato da uno strappo furioso oscillò nell'aria forandola con incredibili rapidità; e vedeste al disotto, sospeso entro una fragile cesta di giunchi, un uomo già irreconoscibile agitare il fazzoletto bianco ad un estremo saluto. La vostra anima si tese verso di lui in una ansietà, che non avreste voluto mostrare, e nemmeno oggi sapreste spiegarvi: non era la paura della sua morte, mentre avevate veduto molte altre volte morire; non un voto istintivo e convulso per la sua salvezza; non la pietà talora così severa ammonitrice dinanzi a coloro, che per strappare pochi soldi al nostro egoismo gli offrono come un piacere lo spettacolo di un qualche rischio o di una tortura: ma la trepidazione di una invidia spaurita ed entusiastica come nel subito rivelarsi di una bellezza, qualche cosa d'ineffabile, che vi penetrava sino al fondo del cuore con la folgorazione della grazia. Quell'uomo trascorreva pel cielo, al quale voi salivate solamente coll'anima sull'ali della fede o di un sogno; e lassù era più solo dei morti sotto terra, che hanno pur troppo dei vicini.

Ve ne ricordate, signora?

Abbiamo tutti provato questa emozione, che poi la frequenza stessa degli aeronauti e la loro volgarità d'istrioni, attraverso l'esperienza ogni giorno in noi più tragica della vita, hanno così logorato che giacque nella memoria sotto il peso di tante altre. Ma in qualche ora di solitudine, quando il cuore ricanta come gli uccelli nei mattini di maggio, o muto e affannato cerca in una più remota solitudine un più sicuro rifugio, se improvvisamente ci ricompaia la visione di quell'uomo già irreconoscibile che saluta ancora col fazzoletto, mentre il pallone sempre più piccolo s'invola per l'azzurro libero del cielo, il nostro cuore risente ancora quella stretta, e i nostri occhi involontariamente si affisano in alto. Vivere non è necessario, ma navigare «di retro al sol, nel mondo senza gente», come l'ombra di Ulisse ripetè a Dante, che errava egli pure dietro un'altra ombra grande dell'arte per il mondo del dolore eterno.

Solo il cielo è davvero senza gente, o se vi è un luogo sulla terra, ove sia sperabile di non trovarne, la poesia e la scienza lo suppongono egualmente al polo.

Un baluardo di gelo precinge quella solitudine indarno tentata dai più intrepidi viaggiatori. Tutti gli anni una qualche nave salpa alla stessa conquista polare per arrestarsi bloccata presso a poco al medesimo grado, e la stessa tragedia si rinnova fra il vitreo scenario dell'immenso teatro silenzioso: pochi muoiono, molti ritornano per raccontare a poeti, che non cantano più poemi, questa nuova bianca Odissea.

L'altro anno Nansen, un ignoto temerario, aveva giurato a se stesso di arrivarvi a piedi, varcando quelle giogaie di ghiaccio, scivolando nelle loro valli, vivendo come gli altri animali, che vi avrebbe certamente trovati. Egli stesso, accolto al ritorno da tutta la Scandinavia come un trionfatore benchè fosse un vinto, ha poi cantato la propria impresa, moderno aedo, pellegrinando alle regge dei popoli sovrani, di capitale in capitale, dinanzi ad una folla curiosa e svogliata, che voleva piuttosto vederlo che ascoltarlo. Quel milione così raccolto in cento conferenze era sicuramente meglio guadagnato che nei teatri lirici dai più acclamati tenori; ma parve a molti che la bella figura dell'eroe fosse rimasta lassù fra i ghiacci, e un'altra, non simile a lui che nel volto, ingannasse il mondo con quel racconto. Ripugnava al cuore vedere l'uomo, capace di avere tanto osato, così sottomesso ai medesimi impresari dei saltimbanchi, che lo mostravano alla gente misurandogli l'ora e la voce perchè la prodiga curiosità non si stancasse, mentre, chino a raccogliere quei pubblici suffragi, egli narrava di aver sempre pregato Dio ginocchioni prima di addormentarsi nel lucido orrore della immensa solitudine, sulla quale nè la notte ne il giorno scandivano più le ore. Pensava egli anche allora alle conferenze, che farebbero di lui un milionario? Aveva egli cercato al polo quel milione, che tutti cercano nella vita e, trovato, non la rende più grande?

Se fossi donna come voi, non amerei quell'uomo.

Per quanto il suo libro sia sincero e bella la costanza nell'impresa e commovente quel rinnovarsi dei primi espedienti umani, egli nè poteva, nè meritava di riuscire.

Mancava in lui la dedizione incondizionata all'ideale, quel primo suicidio della persona mondana, che alza al miracolo della vittoria il pensatore e l'artista, l'inventore e l'apostolo. Un grand'uomo, che fallì una grande impresa non va ramingando di teatro in teatro a vendere la propria presenza come le moderne cantatrici di Citera da caffè in caffè: o quando affronti tale degradazione, quel danaro deve essere già purificato nell'olocausto della sua idea. Ma egli non accattò, magnifico mendico, per un nuovo viaggio al polo, come altri maggiori di lui avevano fatto per imprese egualmente perigliose, senza che la mano tremasse mai loro o la fronte dovesse abbassarsi all'umiltà di un guadagno. La più insultante delle fantasie satiriche non oserebbe presentarci Colombo nascosto dietro una tenda aspettando per mostrarsi al pubblico, pigiato entro una qualche antica piazza di Europa, che i bacili dell'impresario siano pieni di monete. Invece quel veggente dell'Oceano non sognava che la liberazione del Santo Sepolcro, e voleva vestire il rude saio dei monaci.

Certamente altri illustri, poeti come Lamartine o romanzieri come Dickens, poterono accettare sottoscrizioni o girare l'America leggendo sempre il medesimo capitolo ad un diverso pubblico e facendoselo sempre egualmente pagare, perchè qualche cosa dell'istrione resta nell'artista, che gli impedisce di essere un eroe. Infatti egli non deve che raffigurarlo.

L'arte non è tutta la vita se non nei più grandi; Eschilo che esula da Atene piuttosto che domandarle perdono, Dante che ricusa di ritornare perdonato a Firenze; e nè l'uno nè l'altro avrebbero sicuramente permesso la sottoscrizione di Lamartine o consentito alle letture di Dickens.

Invece avrebbero già scritto il canto per Andrée.

Ecco l'eroe.

A che pro ritentare il polo come tanti, che vi perirono troppo lontani perchè il loro viaggio potesse accennarne almeno la strada? Perchè ricercare il passaggio di Nordenskiold, che non potrebbe essere praticabile se non nella fortuna di un giuoco? Perchè inventare una nave munita di un rostro, così più forte che nelle antiche triremi, da frangere per forza di vapore gli enormi ghiacci galleggianti? Nessuno sa ancora quali siano le barriere che il freddo costrusse coll'acqua, nè come i canali vi si insinuino, nè che altro possa dopo raddoppiare il loro ostacolo. Ma il polo stesso non è una meta. Ulisse, penetrando nell'Oceano tenebroso, sapeva di trovarvi la morte, ma cercava le terre di quell'altro mondo senza gente, perchè alla sua anima ogni limite diveniva doloroso. Non era quindi il suicidio di chi vinto cerca nella morte un rifugio, bensì l'instancabile necessità di vittoria, che affatica lo spirito nella sua conquista di scoperte: quel mondo senza gente era per Ulisse, come per Dante il mondo degli spiriti, un mistero nel quale bisognava penetrare.

Oggi il polo è l'ultimo enigma della terra, e il pallone diventò il primo problema di tutti i futuri viaggi.

Concepito come un giocattolo, si mutò subito in una angoscia senza requie, nella quale grandi e piccini, retori e poeti dell'invenzione soccombono indarno da quasi un secolo. Per Mongolfier la soluzione era facile: costrurre un corpo più leggiero dell'aria perchè vi si innalzasse, e gli bastò quindi trarne l'aria stessa invertendo così la difficoltà della nave, nella quale bisogna impedire che l'acqua entri. Ma in tal modo si ascende, non si naviga: per dirigersi attraverso l'aria occorre invece una forza capace di respingerla, o profittare del vento o crearlo. Un corpo più pesante dell'aria può reggervisi se spinto ad una velocità, che vinca la forza centripeta della terra; ma il problema allora diventa altro.

Andrée pensò al vento.

La scienza studiando le sue correnti ha potuto spiegarne la genesi, tracciarne la carta, stabilirne l'orario, esse sono costanti come i fiumi, ubbidiscono al moto della terra come il flusso del mare. Bisognava quindi entrare in quella che attraversava il polo per discendervi e risalirne, sapendo tuttavia che vi è fra i venti un disordine di tempesta, al quale la scienza non ha potuto imporre i propri calcoli, che il gas fugge dal pallone meglio chiuso, che si possono aprire delle falle nei suoi fianchi, produrre degli scoppi dentro la sua vacuità.

Ed è sempre la stessa morte lassù.

Che importa, se il pallone almeno non deviasse prima!

Andrée non accettò che due compagni, dei quali il nome è già tramontato nel suo, perchè il rischio e la morte non parificano i soldati al generale. Molti si lagnano di questa giustizia nella moderna democrazia, che vorrebbe livellare coll'invidia l'altezza dei grandi uomini al piano vallivo delle moltitudini, senza pensare che ogni opera di queste è appunto dovuta ad una iniziativa di quelli, e che l'idea solamente ha ragione. Il grand'uomo è colui che impone una grande idea, liberandola dalle oscurità dell'istinto nell'anima del popolo: a lui solo deve toccare la gloria, poichè il vantaggio ne resta intero alla gente.

Una nave portò sopra una riva dello Spitzberg quintali e quintali di ferro per poterne trarre l'idrogeno versandovi sopra botti di acido solforico, e gonfiare così il pallone: nella navicella erano viveri per tre mesi, gli istrumenti della scienza, la tenda di accampamento, qualche arme ed arnese per il ritorno. Ma come sperarlo? Che il vento fedele come l'acqua di un canale portasse il pallone in poche ore al polo e ne lo riconducesse prima che il gas fuggendo da tutti i pori della seta la rendesse troppo pesante, era uno sperare che l'impresa non fosse una impresa. Nessun scienziato credeva alla fortuna della temeraria avventura. Anzi il vento fu così infedele la prima volta, che non si potè nemmeno gonfiare il pallone, bisognò aspettare per altri sei mesi il ritorno della corrente.

Questa attesa fu certamente la più lunga e dolorosa fra quante sofferte da un'anima eroica. Intorno a lui la vita ordinaria seguitava a gorgogliare come l'acqua di un torrente, nel quale tutti pescano ed arraffano, mentre collo spirito teso al di là della morte egli doveva sopportare le importunità dei pochi che lo amavano, e degli altri sempre increduli per saggezza e di coloro, nei quali il riso è simile al gracidare delle rane. Ma l'eroe non pensava al ritorno. La sua anima come quella di Ulisse ripeteva a se stessa: «Navigare necesse est, non vivere» alta sulla vita del mondo, che le si era distaccata come una scorie iemale dall'albero riverdeggiante in aprile, o la tela impura dalla crisalide già libera coll'ali nel sole primaverile.

Morire nel cielo sarebbe stata la morte di Ulisse nel mare; morire al polo sul pallone sgonfio accanto ai cadaveri dei due compagni era la morte di Cristo sul Golgota, ma senza tutto il mondo ai piedi e che domani avrebbe creduto alla sua rivelazione.

Nansen accettava ancora scritture da nuovi teatri per farsi vedere in altre conferenze, quando il vento tornò e Andrée si slanciò col pallone sulla sua corrente; qualcuno dall'isola deserta sarà accorso a vederlo, poi nessuno lo vide più.

Non mi chiedete, signora, che cosa io pensi, o come la mia anima abbia imaginato la sua morte.

Se ho potuto trarre alcune figure dalla storia, altre rappresentare dalla vita, io non sono il poeta di Andrée, ma quel poeta verrà.

Egli solo potrà nel poema rivelare il segreto, che affatica ancora tanti cuori: io non ho forse ancora sofferto abbastanza per intendere le mute parole di Andrée alla terra nel momento di perderla, e ciò che disse subito dopo ai compagni. Lassù, in quella navicella non più lunga delle ali aperte di un eider, la tragedia umana svolse la sua scena più sublime in un silenzio e in un deserto, dai quali solamente Dio ascoltava. Ciò che spesso ne susurra la fantasia di romanziere al mio cuore solitario, il cuore lo ricusa sdegnosamente come il solito racconto volgare della gente per ogni più magnifico eroismo: quello che la mia anima sente dinanzi a quei tre cadaveri cristallizzati, incorruttibili fra un lembo del pallone come fra le pieghe di una bandiera, cogli occhi aperti nella eterna vigilia del polo, la mia penna non saprebbe scriverlo.

Io non sono il poeta di Andrée, ma se fossi donna come voi, avrei amato quell'uomo, al quale nessun amore poteva bastare.

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Дата выхода на Литрес:
16 января 2025
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230 стр. 1 иллюстрация
ISBN:
4064066070274
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