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Gerolamo Rovetta
La baraonda

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066072155
Indice
PARTE PRIMA
I.
II.
III.
IV.
V
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
XIV.
XV.
PARTE SECONDA
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
XIV.
FINE.
PARTE PRIMA
Indice
CANTASIRENA.
I.
Indice
Nora piombò nella saletta come un fulmine.
—Ho fame! Ho fame!—Poi gridò, chiamando e voltandosi verso l'uscio della cucina:
—Gioconda! Presto! La colazione!
—La Gioconda,—rispose Evelina, senza alzare il capo nè la voce,—la Gioconda l'ho mandata adesso alla posta. Torna subito.—E continuò a scrivere, curva, tutta addosso alla tavola, colla faccia sulle cartelle.
Nora, stizzita, si sbottonò d'un colpo, con una sola strappata, la giacchettina blu dagli occhielli un po' logori, poi brontolando, cominciò a camminare in su e in giù per la saletta.
Quanto più la Gioconda tardava a venire, tanto più Nora diventava rabbiosa, e il suo viso così fresco e roseo, sotto il gran volume dei capelli biondi, il bel visino spirante una leggiadrìa tutta infantile e che risaltava piacevolmente per lo splendore magnifico della persona alta e rigogliosa, si alterava, appariva contraffatto.
—Tu per altro, gioia! tu l'hai fatta colazione!
Anche la voce, non era più la solita, dalle calde modulazioni; era divenuta disarmonica ed aspra.
L'altra intanto, calma, indifferente, continuava a scrivere, rannicchiata, bassa, quasi col naso sulle cartelle.
Evelina lavorava così le intere giornate, occupando sempre il suo solito cantuccio della tavola da pranzo dove nel gran disordine di quella gente si ammonticchiava in un batter d'occhio coi libri, coi giornali, colle lettere, tutta l'altra roba che entrava o aveva finito di girare per la casa.
Sopra un fascio di bozze c'era ancora un piatto col bicchiere e col tovagliolo di Evelina: tutto sotto l'attenta e immobile sorveglianza di Numa, il gattone rosso. Ed era stata appunto la vista di quella roba, del piatto col bicchiere e col tovagliolo, la vera cagione della stizza, dell'ira crescente di Nora.
E la Gioconda non si faceva vedere!
—Tu fai il comodo tuo, senza darti pensiero di nessuno!… Quando sai che io devo tornare a casa dopo essermi spolmonata con tre ore di lezione, allora mandi fuori la Gioconda colle lettere!—e irritata anche perchè le sue parole non facevano nessun effetto, le buttò i guanti con violenza sul capo.
Numa sparì d'un tratto. Evelina asciugò la cartella che si era macchiata d'inchiostro, cercò una parola scartabellando un dizionario, e ricominciò a scrivere come prima.
—La Gioconda deve essere qui subito!—disse poi, a mezza voce, come se parlasse fra sè.
L'altra ricominciò a girare e a brontolare.
—Che vita! Che vita! Che vita! Ma presto, per fortuna….—e questo lo mormorò più sottovoce—me ne andrò! me ne vado! subito! a qualunque costo!—E camminava un po' dondolandosi, affondando le mani nella giacchetta, con un'aria di rivolta e di sfida, stirandosi ritta colla vita e colle spalle, quasi offrendosi col seno sporgente: pareva volesse sfoggiare tutte le attrattive, tutte le seduzioni della sua bellezza.
Sì, se ne sarebbe andata, e quel bel corpo doveva essere la sua potenza, la sua fortuna. Se quello che aveva in cuore le sarebbe riuscito, bene; diversamente avrebbe fatto la cantante, la mima….
E Pietro Laner?
Nora rispose a quel ricordo importuno con un'alzata di spalle.
Il suo giovane fidanzato, il giovane povero, umile, le appariva in mezzo alla luce sfolgorante del nuovo sogno, ancora più misero, ancora più meschino.—E brutto. Perchè era anche brutto; colla barbetta rada, ispida, i capelli crespi e lunghi come la parruccaccia d'un negro, e gli occhialoni grossi, colle suste dietro le orecchie, come i tedeschi!—Non aveva più un soldo ed era anche brutto.—Bel guadagno a sposarlo!
—Se gli aveva detto di sì, adesso gli direbbe di no!—E come prima, all'immagine del giovane, adesso, al rimordere leggero della coscienza rispose con un'alzata di spalle….—Duchessa!… Che sogno! Che sogno!… Ma sarebbe arrivata fin là?… Ebbene, se "fin là" proprio "fin là" non sarebbe arrivata, se non potesse giungere ad essere sua moglie—duchessa!—avrebbe accettato anche di diventare la sua amante. Essere una signora, "esser ricca", questo era il più importante—e questo era sicuro:—ed ecco la sua febbre, la sua gioia di quei giorni. Perchè in quei giorni Nora era contenta. Se si era arrabbiata, se si arrabbiava tanto contro Evelina, era per una collera tutta fisica, per il tormento acuto, irritante dello stomaco vuoto, che la rendeva nervosa. Finchè non si sfogava a mangiare aveva bisogno di sfogarsi a gridare, a strapazzare. Non c'era altri che Evelina e se la rifaceva con lei: e poi quando fu persuasa che Evelina non le badava nemmeno, se la prese colla credenza, aprendola e richiudendola con gran fracasso.
—Niente! Niente! Niente!
Si avvicinò alla tavola per cercare nei cassetti, ma Evelina si oppose:
—Sta ferma; non posso scrivere.
—Voglio mangiare!
—Mangia una fetta di panettone.
In quella casa, mancava qualche volta il pane; il panettone mai.
—No, gioia! Voglio anch'io una costoletta!—E le indicava un ossicino sul piatto, dinanzi al quale Numa era tornato a montare la guardia sospirando.
In quel punto si udì camminare nell'anticamera.
—Gioconda! Presto! La colazione!
—Come? La signorina Nora?… E non è rimasta dalla signora Schönfeld?—esclamò la Gioconda ridendo col riso grasso della donna ben pasciuta.
—Ma guarda che originale! Resta fuori ogni altro giorno o a colazione o a pranzo, sempre in aria con questa Schönfeld, e proprio oggi, signor no! Viene a casa a far colazione!—La Gioconda parlava lentamente, ascoltandosi e continuando a ridere per quello che diceva. Oh, in casa, avevano fatto un "repulisti" generale! Lei non aveva più un soldo! Prima di andare a far la spesa doveva aspettare il signor Direttore "col rinforzo!"
—Oggi a credito non si compra; tutti brontolano e mi strapazzano. Vogliono essere pagati. E si capisce. È appena morto il giornale; i bottegai sono tutti diffidenti!…—E scoppiò a ridere più forte: il fatto della signorina, che con tanto appetito doveva digiunare, era molto comico!
Nora aveva quasi le lacrime agli occhi.
—Non dire sciocchezze, che non occorre aspettare lo zio Matteo! Tu sei una milionaria!…
—Sicuro!—Il bel servone voleva negare sospirando, ma non riusciva a nascondere tutta la propria compiacenza.—Avevo quaranta o cinquanta lire e ho dovuto mandarle a mia sorella!
Questo non era vero. Aveva il gruzzolo, nascosto nella calzetta. Nei giorni dell'abbondanza nessuno badava a spendere e spandere; soltanto la serva metteva da parte.
—Ma lei, signorina? Delle sue lezioni?… Niente?—E la Gioconda soffiò sul palmo della mano per rendere la domanda più eloquente.
—Ho dato tutto allo zio Matteo.
—E io pure,—ripetè Evelina, prima di essere interrogata.
Nora tornava a strillare, ma la Gioconda, vivamente, accennando verso l'anticamera, le fece segno di tacere.
—Perchè? Chi c'è?—domandarono le due ragazze quasi insieme.
—Un…. tirolese.
Tirolese, era il soprannome che si dava in quella casa ai creditori in generale.
Perchè?—Chi lo sa?—Nessuno forse, avrebbe saputo dirlo; ma tutti i creditori venivano chiamati a quel modo: tirolesi.
—Chi è?—domandò Evelina più curiosa che inquieta.
—È il fattorino della Faré, quel gran negozio di guanti e di cravatte!—esclamò la Gioconda coll'ammirazione che destava ancora, dopo tanto tempo, nella contadinotta della bergamasca il gran lusso di Milano.
—Non gli hai detto che lo zio è fuori?
—Sicuro, ma non importa. Ha ricevuto l'ordine di aspettarlo.
—Ma io ho fame! Ho fame!—continuava a ripetere Nora. Importava tanto a lei dei tirolesi!
—Venga con me. Caffè latte e panettone è una colazione da papa!—E sempre sorridente, movendosi indolente colla persona grassa e rotonda dappertutto, passò in cucina seguita da Nora. Anche Numa, saltò giù dalla tavola e le tenne dietro, silenziosamente, fregandosi contro le sue sottane e rigirando alta la coda con tutto uno stiramento sonnacchioso.
Intanto Matteo Cantasirena, lo zio, come lo chiamavano Nora ed Evelina, il signor direttore, come lo chiamava la Gioconda, continuava a farsi aspettare. La sua gazzetta—Il Rinnovatore—era morta il giorno innanzi; ma non c'era da temere per Cantasirena: egli era più vivo che mai. Morto un giornale, ne faceva un altro, ed era allora che spiegava la maggiore attività, le più grandi risorse della sua fantasia e del suo spirito, ed era allora, sui giornali degli altri, che egli scriveva anche i suoi migliori articoli, per il bisogno stringente delle cinquanta lire, per far sapere, per far vedere e per ricordar bene, che Matteo Cantasirena era sempre quello di prima!
Egli poteva vantare tutti i titoli. Professore, avvocato, cavaliere ed anche colonnello, perchè era stato qualche cosa di simile con Garibaldi, nelle sussistenze. Lui e l'Italia si erano fatti a vicenda ed erano cresciuti grandi insieme. Egli aveva tutto veduto, tutto provato, tutto goduto, tutto sofferto; aveva fatto di tutto ed anche del bene.—Oggi era pieno di danari, di gloria, di potenza; domani danari, autorità, amici e riputazione, tutto aveva perduto, tutto: tranne la salute!… Ma poi, con la salute sempre buona, ritornava da capo; e destreggiandosi ed imponendosi, commovendo gli uni e minacciando gli altri, ma non odiando mai nessuno, nemmeno chi gli aveva tirato l'ultimo calcio, e poter così approfittare di tutti quanti, a poco a poco ritornava a galla, sempre potente e sempre gaudente…. in barba…. ai tirolesi!
La sua forza era la grande fede in sè stesso e nella minchioneria degli altri. Generoso, prodigo, anche nella disdetta, nelle angustie più terribili, ostentava una cert'aria olimpica di protezione; era il grande architetto, almeno uno dei grandi architetti, se non dell'universo, della patria.
La folla che lo vedeva sempre in piedi anche dopo le cadute più rumorose, lo stimava un valore particolare; ed era indulgente e benevola con Matteo Cantasirena, il quale, in fondo, non era mai cattivo più del necessario, e gli manteneva la sua simpatia perchè in tutto ciò che di bene o di male si raccontava o s'inventava sul conto suo, c'era sempre la parte amena, la nota dell'uomo di spirito, che faceva ridere.
E anche la sua figura era simpatica. Bell'uomo, alto, col cranio pelato, lucentissimo, col bel pancione delle persone importanti e la barba alla Mosè, si faceva subito notare in mezzo a tutti e prima di tutti, in un teatro, ad un banchetto, in mezzo alla folla, e così anche pei vantaggi della sua figura, finiva col rappresentare, dovunque si trovasse, una parte sempre spiccata. E Cantasirena, che sapeva anche questo, compiva l'opera della natura, con certi cappelloni a tuba dalle larghe tese che si faceva fare apposta e collo sparato ampio della camicia; i provinciali se lo indicavano l'un l'altro come una delle rarità di Milano, e la sua grossezza caratteristica aumentava la sua gloria.
Nora ed Evelina egli le chiamava, colla solita teatralità espansiva, "le sue care figliuole." Ma questo non vuol dire che fossero sue figlie davvero, come non erano nemmeno sue nipoti, sebbene esse lo chiamassero zio.
Era un modo appunto per chiamarsi, per farsi intendere. Ma poi, nel turbinìo rumoroso, assordante di quella casa e di quella vita così varia, così agitata e accidentata, fra un giorno di lusso e di abbondanza e un altro di ripieghi, fra l'andirivieni ai teatri, alle feste, alle inaugurazioni e alle commemorazioni, e le giornate del lavoro affrettato, disperato, affannoso, non c'era mai tempo di fermarsi per ricordare, per riflettere; e così il modo di chiamarsi diventava poi, in quella gran confusione, anche il modo di essere, e la metafora delle espansioni suppliva alla mancanza dei rapporti di famiglia, dei legami del sangue.
E tutto ciò, naturalmente, ancora di più per Cantasirena che per Nora e per Evelina. La politica, il giornale, le banche, le ferrovie; e correre in cerca di quattrini; e una cambiale da rinnovare, un'altra da non pagare, e un'altra da scontare; e il ministero da sostenere e l'impresario da difendere e il discorso di un onorevole, e tutto ciò con un duello per aria, un protesto in casa, e i vizietti da soddisfare: ecco la sua vita, giorno per giorno.
La casa, per Matteo Cantasirena, non era l'abitazione, ma uno dei suoi recapiti. Vi era sempre di passaggio, dentro e fuori, col cappello in testa, il bastone sotto il braccio, e la voce in aria: quando si fermava di più era qualche volta di notte, e qualche volta anche di giorno, colla Gioconda…
Faceva colazione al caffè, mandava alla cuoca delle sporte di roba per il pranzo e poi non ci veniva nemmeno, senza avvertire, e nessuno lo aspettava.
Ne' suoi bei momenti di gloria e di quattrini, aveva la casa piena di gente: commilitoni, genii, patriotti, tenori, deputati…. e sopratutto parenti: quando aveva quattrini gli capitavano parenti da tutte le quattro parti. Cantasirena li accoglieva sempre a braccia aperte e apriva loro anche la borsa. Si commoveva, pieno di contentezza nel rivederli, anche quando non li aveva mai visti; poi, quando tornavano i giorni della bancarotta e se ne andavano tutti com'erano venuti, Matteo Cantasirena, per il primo, non se ne ricordava più.
Quelle due ragazze, Evelina e Nora, gli erano state portate in casa, piccine, bambine ancora; poi nessuno si era più ricordato di venirle a riprendere e così vi erano rimaste, erano cresciute ed erano diventate "le sue care figliuole"; e per questo lo chiamavano zio, e tutti le credevano due sorelle, mentre forse non erano nemmeno cugine.
Eppure, preso alle strette, avrebbe potuto giurare che non erano proprio sue figlie?…—Aveva avuto moglie?
Una vera moglie, legittima, forse no. Ma fra tutte quelle donne di ogni classe e di ogni razza colle quali era stato legato in quella sua lunga vita, cominciata quando ancora era quasi fanciullo, avrebbe potuto giurare che non ci fosse stata anche la madre di Nora e di Evelina?… Dell'una o dell'altra, almeno, se non di tutte due?
Ma Cantasirena non ci pensava, e anche pensandoci, non se ne sarebbe ricordato. Forse non avrebbe saputo dire, con sicurezza, nemmeno dov'era nato. A Torino, quando aveva fondato la Dogaressa, pareva un veneto; poi, entrato con Vittorio Emanuele a Venezia, per fondarvi il Bersagliere, lo credevano un piemontese. Adesso, a Milano, si riscaldava contro l'invasione dei giornalisti esotici: dunque avrebbe dovuto essere milanese o almeno lombardo….
E anche il suo nome?… Anche quel nome: Cantasirena? Era il suo vero nome?… O non era piuttosto l'antica firma, il pseudonimo del suo primo articolo, della sua prima battaglia, de' suoi primi successi, e che rimasto nella voga popolare, era poi rimasto anche a lui, definitivamente?…
Chi lo sa!
La sua vera vita era stata la vita pubblica; il suo passato, il passato storico della nuova Italia; e invece degli anni egli contava il numero dei ministeri!
E adesso che aveva i cinquanta, e forse i sessanta, dopo tanto fare, disfare, rifare, dopo aver guadagnato e aver speso milioni, Matteo Cantasirena era ancora tal e quale, per tornar da capo: allo stesso punto come quando aveva cominciato: pieno di salute e di speranze.
In quanto alla roba; quella sua "propriamente sua" avrebbe potuto portarla con sè, tutta in un baule. E forse, anche il baule, avrebbe dovuto farselo prestare dalla Gioconda.
Evelina e Nora, fatte ormai a quella vita, prese nell'ingranaggio di quell'esistenza avventurosa e precipitosa, avevano finito col diventare due ruote del baraccone.
Nora, che Matteo Cantasirena chiamava sempre "E-lè-oo-nò-ra" compiacendosi nel far risonare tutte le vocali del bel nome armonioso, era maestra di canto e di pianoforte. Aveva una voce bella, e sapeva leggere discretamente; ma non c'erano abilità straordinarie. Eppure lo zio era riuscito colle sue aderenze, colle sue influenze, a imporla, a farla accettare come maestra al Conservatorio; e dopo quella nomina ufficiale tutte le cantanti che passavano da Milano dovevano prendere alcune lezioni di perfezionamento da Eleonora. Era come una tassa che le colpiva, tutte indistintamente, e che variava a seconda dei quartali o del loro peculio. E quelle povere prime donne, per piacere a Cantasirena, per cattivarsene l'animo e per avere la sua protezione, si scalmanavano tutte in grandi ammirazioni, e si prendevano tutte di un grande amore per la cara Eleonora. La coprivano di carezze e di regali, la portavano in giro, in carrozza, come in trionfo, erano continue feste, continui inviti; e poi le lezioni, a costo di fare un debito, si pagavano al papà, sempre prima di andare in scena.
Invece, alla buona Evelina, era affidata la compilazione del gran dizionario Dei patriotti viventi. Dei morti, Cantasirena se ne occupava soltanto quando si trattava della sottoscrizione per il monumento. Il dizionario usciva a puntate, durante i periodi più difficili, quando Cantasirena non aveva un giornale o il Ministero negava i fondi: perchè Cantasirena aveva cominciato con Cavour ad essere ministeriale, ed era sempre rimasto ministeriale, per quanto si fossero cambiati i ministri. Per la sua coscienza di pubblicista la destra e la sinistra non erano, non potevano essere altro che le due mani del medesimo corpo: la patria…. Si intende, la patria dell'ordine.
E quando c'era una nuova puntata del Dizionario dei patriotti viventi da pubblicare, Cantasirena scriveva lettere, faceva visite, domandava schiarimenti, informazioni, notizie, sapeva destramente rievocare il passato, tanto per lusingare ambizioni, quanto per incutere timori; ma il patriotta vivente, tanto perchè Cantasirena parlasse come per farlo tacere, doveva sempre pagare. E se il Dizionario non poteva mancare ai patriotti, non c'era pericolo che i patriotti mancassero al Dizionario!
Quando Matteo ebbe finito coi patriotti che avevano fatto l'Italia, cominciò con quelli che l'avevano servita e la servivano, coi patriotti che la illustravano, nelle arti, nelle scienze…. Adesso aveva cominciato una nuova, infinita categoria: i patriotti "della Beneficenza."
Matteo cercava i nomi nelle guide, negli indicatori ufficiali, e poi Evelina era capace, all'occorrenza, di fare anche cinque o sei patriotti al giorno.
È vero che anche Evelina aveva a sua volta chi l'aiutava: erano i giovani infelici che dopo essere stati lusingati da Nora, venivano piantati sul più bello. I disgraziati, pur di continuare a vederla, a respirare un po' della sua aria, e nella speranza fors'anche d'ingelosirla, si mettevano a far la corte ad Evelina, alla quale toccavano così, di seconda mano, gli abiti smessi di Nora e i suoi amanti abbandonati.
Essa viveva di riverbero, colla luce di quell'altra, ma intanto viveva.
Evelina era bruttarella davvero. Il corpicciuolo miserino, sformato: pochi capelli chiari chiari e lisci, i denti radi e un po' guasti: e tutto il viso d'una trasparenza giallognola, lustro di sudore, e col barbaglio delle lenti grosse traballanti sul nasino troppo piccolo. Eppure, così bruttina, aveva attrattive tutte sue. Più che farle danno, il confronto della bellezza florida, esuberante di Nora le tornava vantaggioso, inspirando per lei un senso di simpatia pietosa, gentile, e con quella sua aria di malatina rassegnata, si rendeva interessante. La sua voce di solito velata, nella lentezza dolce degli intimi colloqui aveva seduzioni tenere, occulte, e quando si levava il pince-nez, gli occhi bigi, un po' loschi e stanchi dietro le lenti, si ravvivavano di un lampo di luce, e avevano bagliori e carezze misteriose.
Anche per Evelina, come per Nora, l'unico pensiero era di andarsene da quella casa e di "mettersi a posto".
Nell'abbandono in cui erano sempre state lasciate, le due ragazze si erano abituate presto a pensare a sè, e a provvedere a sè, come i monelli delle piazze.
II.
Indice
Nora non s'era neanche levata nè la giacchetta nè il cappello, una specie di berretto di lontra alla cosacca. Dopo fatta colazione avrebbe atteso un poco alla finestra per vedere se "i due" sarebbero passati di là, come avevano fatto il dì innanzi per aspettarla e per accompagnarla da lontano, fin dove andava a dar lezione….
—E se non si facevano vedere?… Sapevano che quel giorno essa doveva andare dalla Schönfeld e forse ci sarebbero capitati, per farsi presentare.
—E se non si facevano vedere nè in istrada, nè dalla Schönfeld?… Se non si facevano veder più?
—Questo è impossibile!—rispose Nora a sè stessa, tuffando una gran fetta di panettone in una piccola tazza di caffè e latte.
—Dirai al signor Laner—esclamò rivolgendosi alla Gioconda—che non venga a mezzogiorno, se mi vuol trovare. Venga dopo le quattro. A mezzogiorno ho una lezione.
—Dalla signora Schönfeld?—domandò la cuoca, succhiando gli acini d'uva passa che andava scegliendo fra le briciole, sul piatto del panettone.
Nora non rispose: non voleva rendere tanti conti.
Aveva fissato colla Schönfeld, la sua grande confidente del momento, che in tutti quei giorni sarebbe andata da lei dalle dodici alle tre per ripassare la Carmen. Ma questo non era altro che un pretesto, un piano prestabilito.
In uno di quei giorni ci doveva essere anche la visita dei due delle passeggiate, e allora, come per caso, sarebbe stata fatta la famosa presentazione.
—Sì! Sì! spiegarsi! e venire al concreto.
Nora, appena ebbe calmata a furia di panettone e di datteri quella sua fame di fanciulla sana e forte, ed ebbe bevuto in piedi, dal secchio di rame della cucina, una lunga sorsata d'acqua fresca, tornò di nuovo in saletta e andò a mettersi dietro la finestra, cantarellando.
—In questa casa,—brontolò poi, dopo un momento, perchè sentiva di non aver mangiato abbastanza,—prima di tutti c'è madama Gioconda, poi Numa, poi te,—e indicava Evelina,—e finalmente io, per gli avanzi…. quando ne rimangono!
Evelina, che non si era mai offesa sin allora, si sentì punta per quell'umiliante compagnia della serva e del gatto.
—Già,—rispose, sempre continuando a scrivere, ma con un'ironia più acuta e penetrante per la sua lentezza placida.—Già; quando sarai nel palazzo Laner, il primo posto sarà sempre il tuo!
—So anch'io, più di te, che cosa potrei aspettarmi anche con Pietro Laner! Per questo…. C'è tempo! Lascio fare allo zio Matteo!—E Nora tornò a ridere.—Ah! Ah! Ah! Lo zio!… Portentoso lo zio!… Intanto ha scoperto il decoro, la riputazione delicata delle sue care figliuole, per metter Pietro fuori della porta!
Evelina aveva cessato di scrivere; stava attentissima, e la sua ansia, per quanto volesse dissimulare, era così viva, che non sarebbe certo sfuggita a Nora, se questa appena le avesse badato. Ma Nora era troppo intenta alla finestra.
—Lo zio Matteo,—seguitò Evelina per farla parlare,—non ha avuto torto. Un giovane, in pensione nella stessa casa con due ragazze…. Non era conveniente.
L'altra si voltò per fissarla.
—Cos'è successo? Mi diventi diplomatica! Sai anche tu perchè lo zio Matteo si era tirato in casa Pietro Laner! C'erano ventimila lire! E sai anche tu, meglio di me, perchè adesso, lo zio, colla scusa del decoro, lo ha mandato fuori dei piedi!
—In ogni modo, ti sposi o no, le ventimila lire sono sue e gli si devono restituire!—borbottò Evelina con un accento strano, come di cupidigia. Poi soggiunse, guardandola bene, attentamente, quantunque Nora, sempre in piedi, alla finestra, le voltasse le spalle.—Ma e tu, non vuoi bene al signor Laner?
—Questo non ti riguarda!
Gli occhi di Nora si erano fatti più vivi, sfavillanti di contentezza e di trionfo, mentre cantarellava la Carmen con più espressione e si accompagnava suonando il tamburino colle dita sui vetri.
"L'amour est enfant de Bohème….
Il n'a jamais connu de toi…."
Poi, a un tratto, cessò di cantare, corse allo specchio, si accomodò in un attimo il berrettino, premendolo, allargandolo colle due mani sulla massa confusa, attortigliata dei capelli; si aggiustò la cravatta di seta lilla, che rendeva più delicata la freschezza rosea del suo colorito, abbottonò la giacchetta, guardandosi, voltandosi e rivoltandosi, stirandola bene sulla pienezza precoce dell'anca, poi, in fretta, preso l'ombrellino e un rotolo di musica, si avviò per uscire.
—E il signor Laner?—le gridò dietro Evelina.
—L'ho detto alla Gioconda! Ritorni dopo le quattro!—E via di corsa come un lampo.
Il tirolese che aspettava in anticamera, non ebbe tempo di vederla, di salutarla, che già gli era sparita dinanzi, e la sentiva scendere le scale col fruscìo leggiero delle vesti e il battere risonante dei piedini veloci.
Evelina, appena Nora se ne fu andata, posò la penna sul calamaio, si alzò, si avvicinò alla finestra mettendosi il pince-nez e rimase a osservare, a spiare nella strada, studiando di tenersi ben nascosta dietro le tendine.
In quel punto passava sotto la finestra, guardando in su, un signore tutt'altro che giovane, alto, secco, ma dall'aspetto, dalla figura molto aristocratica, dall'eleganza ricercata, coi baffi e i capelli di quella tinta un po' falsa dei vecchi biondi.
Un omino piccoletto, segaligno, tutto contorto e sciatto nell'abito nero, coi baffi tinti e coi capelli quasi bianchi, lunghi e crespi di sotto alla tesa del vecchio cappello a tuba, gli camminava accanto, saltellando nel tenergli dietro, saltellando nel gestire, nel parlare, anche lui guardando in su, verso la finestra.
Evelina continuava a spiare: la sua curiosità si faceva più viva, e gli occhi fissi, che diventavano acutissimi dietro il pince-nez, luccicavano di meraviglia beffarda.
—Che cosa spera quella matta?—pensava fra sè.
A un tratto, il signore alto, quello dall'aria nobile, ebbe come una scossa e toccò vivamente il braccio del compagno.
Nora usciva allora di casa, attraversando la strada, seria seria, facendo uno studio per non voltarsi e per non far capire ai due che li aveva veduti, e passando via, quasi sorvolando, andò a mettersi dinanzi a loro, camminando agile, leggera, sullo stesso marciapiede.
Evelina, sicura ormai che nessuno si sarebbe più voltato a guardare in su, aprì a mezzo la finestra, e cacciò fuori la testa, puntandosi sui piedi per vederci quanto più poteva lontano.
Nora, coi due che le tenevano dietro, camminava sempre ritta, composta, senza mai voltarsi, col passo ritmico e sicuro, col rotolo della musica sotto il braccio, alzando un po' le vesti colle piccole mani inguantate, mostrando i piedini, che parevano lunghi tanto erano sottili, nella scarpettina elegante, scoprendo a quando a quando, fra il rapido volteggiare delle sottane bianche, il morbido assottigliarsi della gamba nella calzetta nera.
Dava nell'occhio e tutti si voltavano a guardarla.
Nora sentiva intorno a sè quel calore di ammirazione e di desideri: lo sentiva e lo godeva nel cuore e nel sangue.
Camminava sempre diritta, sempre composta, senza mai voltarsi, ma il suo passo si faceva più ardito e la sua bellezza più rigogliosa….
Evelina rimase alla finestra finchè potè seguirla coll'occhio; poi richiuse i vetri, e quietamente tornò a sedersi al solito posto.
—Che cosa spera quella matta?…
Ricominciò a scrivere, ma continuando a pensare a Nora e ai due che le tenevano dietro.
—Che cosa spera quella matta?…
A un tratto si riscosse, trasalì alzando il capo, e rimase assorta, colla penna fra le dita lunghe, d'un leggero colorino d'ambra.
Numa, ch'era saltato di nuovo sulla tavola, accoccolatosi sopra un librone sgangherato, faceva, leccandosi con grazia, la toeletta delle zampe.
Evelina gli teneva gli occhi fissi addosso, ma non lo vedeva. Vedeva invece il giovanotto lungo e magro, quello che portava gli occhiali colle suste: Pietro Laner.
—Pietro Laner!… Scoperto il tradimento di Nora, che cosa avrebbe fatto?… Che colpo!… Sarebbe diventato pazzo di dolore, di collera…. Oh, ma non ci sono io?—pensava Evelina.—Col tempo, piangendo con lui, disperandosi con lui, non sarebbe riuscita a calmarlo, a confortarlo?…—E s'abbandonò riversa sulla poltrona, chiudendo gli occhi, sorridendo….
Cominciava la sua estasi, il suo incanto: una casetta tranquilla, ordinata; il pranzo e la colazione sempre a quell'ora; un marito buono, economo; guadagnare abbastanza da poter vivere senza il tormento dei debiti; far tutto lei e far tutto a suo modo; preparare per suo marito piattini squisiti che avrebbero mangiato insieme: e i figliuoli, anzi uno solo, una bambina….—Le bambine sono più affettuose, più docili….
—E il tenente Calafà?
Si riscosse di nuovo, si rizzò, appoggiandosi coi gomiti sulla tavola, premendo il capo fra le mani.
E il tenente Arturo Calafà? Il siciliano bruno, che era stato uno dei primi amori di Nora, e che adesso era diventato il suo?
Quello "spencer" spelacchiato che portava Evelina, e che aveva avuto da
Nora, Nora se l'era fatto fare appunto per mostrare il suo amore e il
suo attaccamento al tenente Calafà e alla sua batteria. Ma poi il
Calafà era partito; lo spencer aveva perduto il pelo, era arrivato
Pietro Laner, e Nora, che a scrivere si seccava, aveva ceduto ad
Evelina la corrispondenza e lo spencer.
Però, anche Evelina non era molto soddisfatta del regalo. Pazienza per lo spencer; ma dal tenente Calafà cosa c'era da sperare?
Essa gli aveva scritto una prima lettera assai patetica, a nome di Nora, pregandolo, supplicandolo di "non pensarci più."—"Lo zio Matteo ha scoperto tutto e ha imposto a Nora di troncare sul momento, ogni e qualsiasi relazione."
Il Calafà, subito, aveva risposto furibondo, minacciando vendette, tragedie. Ed Evelina, al solito, per calmarlo, un'altra letterina, poi un'altra ancora, e così via via, tutte più tenere, più malinconiche, e con maggior numero di parole sottolineate:
"…. Rinnega la fede, lei, signor Arturo? Rinnega di credere, di sperare?… Rinnega la vita?… Ma lei, almeno, può vivere del suo dolore! La suprema, la beata gioia di amare e di sentirsi amato, lei, signor Arturo, l'ha provata, l'ha goduta, sia pure per un giorno, sia pure per un'ora!…—Ma chi nella solitudine profonda del suo cuore ignorato, non ha memorie, non ha ricordi; chi sa, chi sente che non potrà mai essere amato, mai, mai, perchè sa di non poter piacere, di non poter interessare, perchè sente di non essere mai stato nemmeno osservato, nemmeno veduto…. Oh, come vorrei, come vorrei, come invidio lo spasimo della sua anima, l'atroce e grande ricchezza sua, sua!"
"Lei, signor Arturo, ha sentito il suo cuore vivo, vibrante, palpitare sotto una mano adorata! Ma…. e io? e io? e io?!—Ah, no! No! No! Dimentichi tutto!—Che cosa ho scritto?—Sono pazza! Mi deve giurare sul suo onore di gentiluomo, di distruggere, di abbruciare questa lettera, subito, subito.—Pietà di me!… Ah, Dio, Dio, Dio, quanto sono infelice!…"
E allora, anche il Calafà aveva cominciato—sempre per lettera—a consolare dopo essere stato consolato; ed Evelina sognava, la notte, di essere a far la spesa nella piazza di una guarnigione, con dietro un'ordinanza che le portava la sporta.
—Ma e poi?…
Il tenente Calafà, che non aveva avuto un soldo per la cauzione quando si trattava di Nora, come avrebbe potuto trovarne adesso per lei?…
—E dunque?…
Si udì a un tratto il campanello dell'anticamera: la Gioconda passò per andare ad aprire, poi ritornò subito, chiudendosi dietro l'uscio.
—Un altro come sopra!—Vuol aspettare anche lui il signor direttore, assolutissimamente.
—Chi è?
—Un altro tirolese: questo è positivo!
Gioconda tirò fuori la mano dalla saccoccia, nella quale andava frugando, e accomodati sul palmo due o tre chicchi di caffè tostato, se li fece saltare in bocca d'un colpo solo.
—Quest'oggi dev'essere un'invasione!
Si udì un'altra suonata di campanello.
—Ecco!… L'ho detto!—esclamò ridendo fra lo scricchiolare dei denti, e andò un'altra volta ad aprire.
—Sarà il signor Laner,—pensò Evelina.—Si lisciò in fretta colle due mani i capelli, si accomodò bene il foulard sulle spalle, e tornò a scrivere, ma tenendosi su, ritta e piegando la testina verso la spalla che aveva un po' più tonda dell'altra, riuscendo a nascondere con una grazietta la sua imperfezione.
Era proprio Pietro Laner. Lo sentì che parlava con un altro nell'anticamera.
—Lo aspetteremo al varco, il signor Direttore! È una canaglia! Questo si chiama assassinare la gente!
—Si calmi, signor Brunetti!—diceva Pietro Laner.
—È una truffa! una vera truffa!
—Si calmi: il signor direttore aggiusterà ogni cosa.
—Oh! se non aggiusta lui…. lo aggiusto io!
Ci fu un momento di silenzio, poi si udì ancora Pietro Laner che diceva, come per congedarsi:—Se permette, signor Brunetti, ho da parlare colle signorine….—E quasi subito, entrava nella saletta.
—Chi è questo signor Brunetti?—domandò Evelina con voce assai commossa a Pietro Laner.
—È il rappresentante della cartiera di Maslianico. Quello che forniva la carta per il Rinnovatore.
Il giovanotto parlava colla voce rauca, imbronciato; gli occhi rossi e lividi infossati nella faccia smunta.
Si avvicinò alla tavola, ancora col paltò indosso, sbottonato, il bavero ritto sul collo, e accarezzando Numa che si allungava, distendendosi sotto lo striscio della mano leggera, soggiunse balbettando per la collera, per l'imbarazzo di ciò che voleva dire:
—Ha ragione il signor Brunetti!… Si chiama proprio a…. assassinare.
—Anche lei?—esclamò Evelina, alzando gli occhi timorosi, che si facevano più grandi, più lucenti, mentre cercavano e fissavano, come per raccomandarsi, gli occhi del giovane.—Anche lei, signor Laner?
—Ho da pagare la pigione e il conto del mese alla padrona. Ho da mangiare e non ho altro che dieci lire!
E mostrò un biglietto sudicio, ripiegato, che ricacciò subito nel taschino del gilet.—Non posso più aspettare anche per Nora. Voglio sposarla e andarmene!
—Andar via?… Via da Milano?—domandò Evelina, con un tremito negli occhi, nella voce piena di lacrime.
—Voglio ritornare a Trento, a casa mia! a casa mia!—ripetè Laner battendo il pugno forte sulla tavola.
Numa sparì di colpo sotto il canapè, poi di nuovo saltò sopra una seggiola, in un angolo lontano, e là, al sicuro, ricominciò a leccarsi più forte e più in fretta.
—E di me? Cosa sarà di me?—mormorò la povera ragazza, e sospirando, fatto un po' di posto sulla tavola, si preparò vicino, stendendolo adagio, colle due mani, il fascio delle bozze.—Mi vorrebbe aiutare, signor Pietro?
—Come?… Nora?… Non c'è?… È fuori anche stamattina?—esclamò il
Laner con un crescendo di stupore e di stizza ad ogni interrogazione.
Egli sapeva bene che Evelina non avrebbe osato di tenerlo presso di sè,
qualora Nora fosse stata in casa.
—È andata dalla Schönfeld.
—La Schönfeld! Ogni giorno la Schönfeld!—gridò l'altro sempre più stizzito.
—Per amor di Dio!—supplicò Evelina, con un gesto verso l'anticamera.—Non si faccia sentire. Nora sarà di ritorno per le quattro: ritorni alle quattro.
Pietro Laner prese una seggiola, ma prima di sedersi la sbattè, con un colpo forte, sul pavimento; poi, sempre con indosso il paltò, col bavero alzato sul collo, cominciò a leggere le bozze, borbottando, a correggerle con grossi segnacci, facendo scricchiolare la penna, spruzzando la carta d'inchiostro. Per qualche tempo nè l'uno nè l'altra non dissero una parola.
—Io credo,—cominciò poi Evelina, lentamente, interrompendosi, perchè pareva più che mai intenta ed affrettata nello scrivere,—io credo che Nora alle tre avrà finito colla Schönfeld…. ma poi vanno tutt'e due o a fare un giro sui bastioni in carrozza…. o a passeggiare ai Giardini. Perchè non….—e qui l'interruzione fu più lunga: Evelina scartabellò cercando una parola nel Dizionario.—Perchè non va ad aspettarla? E poi…. quando la vede uscire colla Schönfeld…. finga come di passare per caso…. Le saluta e ci va insieme.
—Già! sicuro! posso fare così!—esclamò il buon ragazzo, rasserenandosi subito.
—Lei sa dove abita la Schönfeld?
—In piazza Cavour.
—Al ventisette,—rispose Evelina. E poi riprese, dopo un'altra pausa.—Ma lei, non la conosce ancora la signora Schönfeld?
—Mi farò presentare da Nora!—e sorrise—dalla mia sposa!
Evelina alzò ancora gli occhi lucenti in viso al giovanotto, ma fissandolo questa volta con una grande espressione di tenerezza e d'inquietudine, come una mammina che tremi per il figliuolo troppo buono e troppo illuso.
—Perchè mi guarda così?—domandò l'altro vivamente.
—Io, signor Laner?—No, niente. Sono io tanto…. tanto infelice! Io che resterò qui sola, sempre sola…. Io che non ho nessuno…. nessuno!
Evelina sospirò e si asciugò le lacrime con una mano. Era commossa e piangeva, piangeva davvero; ma pure pensava, sotto quelle lacrime, pensava in fondo al cuor suo che Pietro Laner, aspettando Nora sulla porta della Schönfeld, avrebbe forse potuto vedere o scoprire qualche cosa di nuovo….
A ogni modo lei, come lei, non gli aveva detto niente!
III.
Indice
—Ohè, ce n'è un altro: il tappezziere che aspetta sul portone!—avvertì la Gioconda cacciando dentro il capo nella saletta e ridendo.—Metto fuori la bandiera?
Era questo un segnale convenuto: quando Cantasirena, ancora da lontano, vedeva la bandiera alla finestra, faceva di colpo un dietro-front.
Ma Pietro Laner, al quale premeva come agli altri di non lasciar scappare il Direttore, si oppose risolutamente.
—Ed io?…—esclamò con stizza tornando a tirar fuori e a mostrare fra le dita il famoso biglietto da dieci lire.—Ed io?… Come fo colla padrona di casa?
Piuttosto gli sarebbe andato incontro, per avvertirlo di girare di bordo, e intanto lo avrebbe messo alle strette per il matrimonio, per riavere le sue ventimila lire…. e per le due o trecento che gli occorrevano al momento.
—Se vuole, le ha!—pensava il giovanotto.—Se vuole, può far saltar fuori le trecento e poi anche le ventimila!
Era credenza generale che Matteo Cantasirena, per quanto fosse rovinato, avesse la bacchetta magica per far saltar fuori i quattrini.
—Se vuole le ha!—ripeteva Pietro Laner fra sè. Ma lo turbava l'idea di trovarsi da solo a solo col Direttore. Costui avrebbe cominciato a gridare, a strapazzare, oppure a piangere, ed egli sentiva che avrebbe finito col lasciarsi abbindolare o col lasciarsi commuovere.
In casa, alla presenza di Evelina, della Gioconda sarebbe stato più forte….
—Se vuole, le ha!—pensava pure il signor Brunetti, che aspettava in anticamera, cominciando a sospettare di essere preso in giro.—Si raccontavano certe farsette inventate da Matteo Cantasirena per burlarsi dei creditori!
—Ah! Ah! ma con lui non c'era da scherzare! Non voleva perderci dieci mila lire e far ridere la gente!—
Quasi a confermare i suoi dubbi, anche il fattorino della Faré si era messo a brontolare: Aspetta, aspetta, accidenti! e mai non torna! Il portinaio mi ha assicurato che era in casa!
L'altro lo guardò di traverso.
—In casa?
—Sissignore!
—In casa?… Per Dio!…—E con impeto, dopo aver bussato forte all'uscio, si precipitò nella saletta:
—C'è o non c'è?
—Lo zio Matteo? Non è ancora tornato.
—Il portinaio, invece, assicura che c'è.
—No, non c'è!
—Eppure, lo ha ripetuto, adesso, anche al fattorino della Faré!
—Allora vuol dire che si sarà sbagliato,—rispondeva Evelina con calma.
—Io mi sono sbagliato! Io sono stato un asino a fidarmi! Ad accettare la firma del Direttore!—continuava il Brunetti gridando.—Se io non facevo presto a pagare, avevo la cambiale protestata; ero compromesso, rovinato!… Sono cattive azioni!… È una vergogna! Ma questa volta o mi paga, o mi vendico!—e il pover'uomo, s'infuriava anche di più perchè lo lasciavano dire senza troppo inquietarsi.
Infatti Evelina continuava a scrivere, Pietro Laner a correggere le bozze, e la Gioconda lo stava a guardare col faccione tondo, beatamente stupido.
—Mi vendicherò! Sì! Voglio vendicarmi! È una vergogna! È un'indegnità! È un'infamia!—E la sua rabbia, la sua collera contro il Direttore era arrivata a un punto tale che già gli dava dell'imbroglione, del ladro, minacciandolo persino di farlo metter dentro, quando, a un tratto, spalancatosi l'uscio dell'anticamera, ecco Matteo Cantasirena, proprio lui, in persona, seguito dal fattorino della Faré, e da quell'altro—il tappezziere—che gli faceva la posta sul portone.
—Ah, finalmente! Sono due ore che vi aspetto!—Gli occhi del signor Brunetti erano ancora stravolti dall'ira, ma il tono della voce era già cambiato.
Matteo Cantasirena, acceso in volto, il cappello all'indietro, l'ampio soprabitone svolazzante, era tutto pieno di pacchi e pacchetti e cartocci di roba; e nella stessa mano che teneva la canna dal pomo d'argento, aveva un bel mazzo di fiori.
Egli rimase muto un istante, guardandosi attorno come smarrito, come invocando un conforto, poi a un tratto esclamò con grande dolore e insieme con grande espansione:
—Ah, Brunetti, Brunetti mio! Non sapete la disgrazia? Evelina,
Evelina! Sai chi è morto?
Tutti, meno Evelina, rimasero sorpresi, guardando il Direttore.
Chi era morto?
Il signor Brunetti, borbottò con un'alzata di spalle:—Altro che i morti! Con voi, sono i vivi da compiangere!
Ma lì per lì, anche il signor Brunetti era rimasto interdetto e aspettava ansioso la gran notizia.
—Adesso, all'ufficio del giornale, ho ricevuto il dispaccio da
Roma!… Dal Presidente della Camera!…
E Cantasirena dopo consegnato il bastone e i fiori alla Gioconda, colla mano rimasta libera cercava il dispaccio nelle tasche, senza mai riuscire a trovarlo.
—È una perdita incalcolabile! Uno dei grandi lutti della patria!… Lo amavo come un fratello!… Lo veneravo come un secondo padre!
—Eh! avanti!—borbottò di nuovo il signor Brunetti. Ma intanto, per via di quel dispaccio del Presidente della Camera, pensava che a Roma il Direttore, era sempre potente.
—Fuori!
Cantasirena aspettò: voleva prima raccogliere tutto il suo dolore, tutta la sua forza, poi:—È morto il capitano Fara-Bon,—tuonò col vocione rotondo, sonoro, e lanciò quel Bon proprio come una cannonata!
Pietro Laner, il Brunetti, il tappezziere, il fattorino si guardarono l'un l'altro sbalorditi.
Il capitano Fara-Bon?… Chi era il capitano Fara-Bon?
—Un magnanimo! Uno dei più gentili e forti patriotti d'Italia! Nell'epoca memoranda dei processi, siamo scappati insieme. Nel 66 è stato ferito in vece mia, per miracolo! D'ideali sinceramente repubblicani, accettò con lealtà la monarchia, e sdegnando l'inerzia passiva degli inoperosi, andò ad occupare un posto eminente al Ministero dei Lavori Pubblici. Era uno dei più illustri discepoli del massimo Paleocapa. Io conservo un suo progetto: La Navigazione Cisalpina!—Brunetti! Caro Brunetti! Ecco una grande idea!… Morto! Malattia di cuore!… Mah, il cuore, il cuore!… Non perdona ai generosi!
Cantasirena non tuonava più, sospirava, gemeva, era commosso, aveva le lacrime agli occhi, e mentre tesseva gli elogi dell'anima grande del compianto Fara-Bon, si vuotava le tasche dei pacchi, dei pacchetti, dei cartocci di roba, e a mano a mano li ammucchiava nel grembiule che la Gioconda gli teneva spiegato davanti.
Era una formetta di cacio, una scatoletta di presciutto, un mezzo pasticcio di Strasburgo, poi ancora dell'altra roba, avvolta nella bella carta rosa e gialla, coi nastrini azzurri…. Numa, riconoscente, passava, ripassava fra le gambe del Direttore, strisciando, sfiorandole colla schiena e rizzando la coda.
Il capitano Fara-Bon era realmente esistito ed era morto in quei giorni; ma Cantasirena non aveva ricevuto il dispaccio al Rinnovatore e tanto meno gli era stato mandato dal Presidente della Camera. Quella mattina egli non s'era fatto vedere all'ufficio; non voleva cadere in mano ai nemici, ai "tirolesi". Taddeo, una specie di portiere e di fattorino, che con una gamba di legno arrivava sempre in ritardo e che egli perciò chiamava Teddeum, gli aveva portato le lettere, i giornali al Circolo dei Superstiti; e appunto colà gli era capitata sott'occhio la notizia nel dare un'occhiata al Fracassa.
—Povero Fara-Bon! Un bell'originale!
E si ricordò pure di un certo progetto del capitano, di una serie di articoli che gli aveva mandato sulle Vie acquee dell'Italia Settentrionale e che non aveva mai potuto pubblicare per mancanza di spazio.
La Navigazione Cisalpina! Perchè no?… Potrebbe essere una grande idea per far denari! Trovare un bel nome da mettere alla testa del Comitato…. e avanti!… Povero Fara-Bon!…
Ma poi non ci pensò più. Aveva tanti fastidi, tante seccature; la macchina della tipografia sotto sequestro…. Quanta ingratitudine nella Costituzionale!
Come fare?… Restar chiuso in casa?… Sì; non farsi vedere da nessuno e far rispondere ai seccatori:—Il Direttore è partito per Roma!—Intanto avrebbe mandato in giro Teddeum con parecchie lettere dai patriotti viventi, dagli amici politici…. qualcheduno avrebbe risposto! E poi non ci doveva essere al "Manzoni" l'opera nuova di un nobile veronese?
Si cacciò in un brum e andò a fare le sue provviste per la colazione e per il pranzo. Chi sa? Avrebbe potuto cavarsela bene!—E il suo viaggio a Roma?… Perchè non ci sarebbe andato davvero?… Sicuro! Domani!
A poco a poco aveva cominciato a rianimarsi, aveva già ripreso un po' del suo buon umore, quando, fatalità, si accorse troppo tardi per poter tornare indietro, che i tirolesi invece di aspettarlo al Rinnovatore lo aspettavano a casa….
La carrozza si era fermata proprio dinanzi alla porta e il tappezziere gli era corso incontro aiutandolo a smontare.
—Grazie, caro Vergani! Sono tutto sconvolto! Ah, che disgrazia!—Su di corsa per le scale, e l'altro dietro. Ma di sopra non c'era quell'ignorante maleducato del Brunetti?… Quel seccatore indiscreto di Pietro Laner?…
—Ah, che disgrazia! Ah, povero Fara-Bon!
E dopo che la Gioconda, seguita da Numa, era tornata in cucina colle provviste, quando tutti stavano per riaversi dal primo sbalordimento di quella gran notizia, Matteo Cantasirena ebbe un impeto di collera contro Pietro Laner:
—Vi trovo qui ancora, voi?… E vi ho proibito di venire dalle mie figliuole quando non sono in casa!
Il giovanotto, in quel momento, e in presenza d'altre persone, non si aspettava il rimprovero; rimase un po' sconcertato.
—Ma…. avevo da parlarle….
—Ragione di più per venire all'ufficio.
—Ma….
—Basta così! Ormai ci siete: per questa volta passi! Vi serva di regola in avvenire!… E i fiori?… Gioconda!… Gioconda!… Voi, Pietro, che avete la passione dei fiori, fatene un bel mazzo per la mia Eleonora! Ahuf! Non ne posso più! È una giornata delle più tremende!… Ah, povero Fara-Bon! È un chiodo fisso qui,—e rivolgendosi al Brunetti si picchiava forte l'indice teso contro la fronte,—un chiodo qui! qui! qui!
Poi, appena uscito il Laner in cerca dei fiori, andò a baciare Evelina, correndo coll'occhio sulle cartelle.
—Il marchese Duranti? Niente Duranti! Sospeso! Teniamolo in sospeso! Gli ho scritto e non mi ha risposto: l'ho incontrato e ha finto di non vedermi! Ah, ah! Ma io gli domanderò alla prima occasione:—È diventato orbo lei, o è diventato asino?…—Ah, Brunetti, quanta ingratitudine! Tutta gente fatta da me, creata da me, che io ho messo all'onore del mondo! Mi credono un uomo finito, morto, perchè ho avuto le mie buone ragioni per far morire il Rinnovatore! Ma io sono ancora vivo! Ve ne accorgerete, signori! Alle otto e trenta,—guardò l'orologio,—parto per Roma.
—Parte?… Per Roma?…—esclamò il Brunetti.
—Se vi occorre qualche cosa, siamo a vostra disposizione!—rispose Matteo, socchiudendo gli occhi e inchinandosi leggermente, con un sorriso olimpico di protezione.
—Parte per Roma?… E la cambiale?
—Precedetemi nel mio studio. Faccio vedere qui al signor Vergani come mi ha servito colla camera da letto, e sono subito da voi.
Ma nel voltarsi per chiamare il Vergani, che a quelle parole era rimasto attonito, si trovò faccia a faccia col fattorino della Faré.
—Voi chi siete? Che volete? Cosa fate qui?
Il pover'uomo, intimidito, gli presentò il conto nella busta gialla.
—Trenta lire?… Ma questa signora Faré è sull'orlo del fallimento, se ha bisogno di trenta lire! Ma io devo pagarne trentamila, centomila delle lire, e ho diritto di non essere seccato, molestato per simili pezzenterie! Gioconda! Ma Gioconda!—gridò più forte,—perchè mi lasci venire fra i piedi tutta questa gentaglia? Passate al giornale! Andate dal Bizzarelli! Andate dal mio amministratore! Via!
E il fattorino corse via davvero, senza farselo dire due volte.
Cantasirena, sbuffando, teneva una mano sul pancione ansante, come per rimetterlo in calma, e coll'altra, preso un fazzoletto, si asciugava il sudore.
—Seccatori insistenti! Morti di fame!—Poi avvicinandosi, ancora colla voce rotta, oppressa, chiamò il tappezziere:—Sono con lei…. signor Vergani….—ma quando fu sull'uscio si fermò d'un tratto per raccomandare al Brunetti di non andarsene.—Sentirete! Una grande idea!… Aspettatemi nello studio!
—Non vado via, no!—rispose l'altro di malumore, quasi con minaccia.
Ma oramai anche il Brunetti non era più quello di prima. Erano tutti più quieti, più calmi. Il bel faccione aperto, geniale, simpatico, la sicurezza di Cantasirena, la sua alterezza, le sue espansioni, le sue minacce, le sue collere, avevano ottenuto il solito effetto.
Tutti credevano di trovarlo avvilito, disfatto, supplichevole, e invece non si era mostrato dolente altro che per la morte del capitano Fara-Bon; e un uomo che si dispera per un amico morto, non può essere lui stesso in extremis!—Ma che! Matteo Cantasirena era sempre vivo, sempre forte! Aveva troppo talento! Conosceva i segreti di troppa gente!
E anche quei pacchi e pacchetti e cartocci di ghiottonerie, contribuivano pure a tranquillare gli animi, sebbene ognuno fosse sicuro che li aveva presi senza pagare. Tutta quella roba l'avrebbe mangiata il Direttore, ma faceva bene e riconfortava anche i suoi creditori.
E poi, il viaggio a Roma?…
Anche il tappezziere che gli aveva venduto il mobilio della camera da letto e aspettava da un anno senza aver visto il becco d'un quattrino, avrebbe aspettato, diamine! il suo ritorno da Roma. Anzi, si scusò per il tarlo che qua e là cominciava a farsi vedere.
—Che vuole? Anche noi siamo i primi ad essere ingannati!—Gli promise che gli avrebbe mandato subito uno de' suoi migliori operai e che in un paio di giorni gli avrebbe rimesso tutto a nuovo.
E Matteo Cantasirena, sorridente, bonario, godeva a perdersi in chiacchiere con quel brav'uomo e gli domandava il prezzo, l'ultimo prezzo di un salottino "completo" che voleva regalare a Eleonora per la sua festa.—Ma di colpo, si ricordò che aveva ancora da pagare il brum, e allora lasciò andar via il tappezziere per correre in cerca della Gioconda.
La Gioconda era in cucina; aveva già assaggiato e riposto il pasticcio, e mangiava adagio una fetta di presciutto, colorita e sottile come una foglia di rosa. Appoggiata col dorso alla finestra, si godeva nel sentirsi scaldare a poco a poco dal sole tepido d'aprile e cogli occhi imbambolati guardava Pietro Laner.
Com'era bravo nel preparare i mazzi di fiori! Ma il giovanotto pareva insensibile all'ammirazione della serva: era serio e triste.
Oh, in quei fiori quante memorie delle sue Alpi, quanti ricordi della sua vita semplice e tranquilla!… Oh le larghe felci strane e selvagge e il capelvenere gentile! Quando era ragazzo, nella solennità del mese di Maria, aiutato dalla zia Angela e dalla zia Rosa egli adornava, copriva di felci e di capelvenere tutto il piccolo Santuario della Crodarossa!… Oh i bei ciclamini…. Come ne erano fiorite le stradicciuole ombrose e fresche di Selvapiana!…
—Gioconda!… Paga il brum!
La Gioconda lo guardò, rise, e gli rispose mangiando:
—Aspettavo anch'io il suo ritorno, signor padrone, per andare a far la spesa.
Matteo si fermò di colpo e la guardò maravigliato.
—Possibile?…
L'altra, senza esser vista dal Laner, che intento ai fiori le voltava le spalle, si soffiò adagio sul palmo della mano, come aveva fatto prima colla signorina Nora.
—Voi, Pietro,—esclamò vivamente Cantasirena:—Datemi degli spiccioli, della moneta! Non ho avuto tempo di passare dal mio amministratore.
Il povero giovane si sentì venire i sudori freddi. Lasciò il mazzo sul tavolo e gli corse vicino, balbettando colle labbra pallide, tremanti e colle lacrime nella gola:—Non ho più niente! Ho la padrona…. l'affitto, tutto da pagare, e non ho più niente! Non ho più che questo!—E quasi a testimoniare le sue angustie, la sua miseria, si levò dal taschino il biglietto sudicio, ripiegato:—Non ho più altro che dieci lire!—Cantasirena glielo prese al volo, colle dita rapide come la linguetta del rospo.
—Eh, credete che ce ne vogliano cento per pagare il brum?… Prendi,
Gioconda; gli dai due lire colla mancia.
E la Gioconda, intascate le dieci lire, se la svignò con insolita prestezza.
—Voi,—disse Cantasirena a Pietro Laner,—aspettatemi pure. Vado un momento dal Brunetti; poi vi darò due righe per il Bizzarelli—fece per andarsene; l'altro l'afferrò per un braccio.
—Che Bizzarelli! Che amministratore! Ma vuol darla ad intendere anche a me? Il povero Bizzarelli è un suo creditore come gli altri! Lei lo ha rovinato come gli altri!
—Diventate matto?—esclamò Cantasirena. Così, all'improvviso, era rimasto spaventato dal pallore, dagli occhi torvi, dalla collera di Pietro Laner; ma riprese subito il sopravvento, e divincolandosi con forza, riuscì a sciogliersi dalla stretta e a buttare Pietro Laner due o tre passi lontano.
—Osate mancarmi di rispetto?… Badate a voi! Sarà la mia Eleonora, lei stessa, che vi scaccerà da questa casa!… Malcreato!—e soffiando e sbuffando, maestoso nel suo sdegno, nel suo disprezzo, Matteo Cantasirena voltò le spalle al povero diavolo rimasto come annichilito, spaventato, andò nello studio a raggiungere il Brunetti, e gli comparve dinanzi sorridente e più espansivo che mai.
—Caro amico, da un grande dolore, una grande idea!—e siccome l'altro, stizzito, voleva interromperlo, voleva dirgli prima il fatto suo, gl'impose di tacere scotendo le due mani aperte, con una gravità solenne e misteriosa.
—Ssst! Da un gran dolore una grande idea! Voi lo meritate; mi siete sempre stato amico, ho sempre trovato in voi un gentiluomo, vi offro una fortuna. Nessuno potrà mai disconoscere due grandi qualità a Matteo Cantasirena: la memoria e il cuore. Così non avessi avuto cuore e ideali troppo alti!—Avrei dei milioni, invece di avere dei…. nemici!—Ma basta! Avanti i giovani a disfare l'Italia che noi abbiamo fatta, con tanti sacrifici, guadagnando, per conto mio, che cosa?… un rimorso!—Il rimorso, se crepo domani, di lasciare le mie figliuole senza un soldo! Ho lavorato abbastanza per gli altri e quando l'ingratitudine del mio partito….
—Finiamola—interruppe il Brunetti seccato, irritato.—Lei mi ha fatto una porcheria!
E rotto il freno per la stessa violenza della parola bassa, triviale che gli era sfuggita, accendendosi in viso, ricordando a un tratto la ragione della sua collera e perciò a mano a mano infuriandosi sempre di più,—lei mi ha truffato,—gli gridò colla voce soffocata, strozzata,—mi ha truffato!… Ladro!
Matteo Cantasirena alzò le braccia barcollando, come un uomo sul quale è stata tirata una schioppettata, e trascinandosi andò a cadere di peso sul seggiolone della scrivania soffiando, singhiozzando, gemendo, con un sordo mugolìo del pancione ansimante.
—Anche voi!… Mi coprite di fango!… Anche voi!… L'amico!… La mia fede ultima…. superstite!—Guai ai vinti! Guai!—Poi, a un tratto si riscosse, si rianimò, come avesse preso una terribile risoluzione, e cominciò a cercare, a frugare nei cassetti….—So!… So!… So che cosa mi resta a fare!—Tutto è pronto!—e trovato un revolver glielo mostrò.—Vedete? È un dono, una memoria di Nino Bixio! Povero Nino! Se avesse potuto immaginare che il suo Matteo, colui che lo ha sempre difeso strenuamente….—E a questo punto non potè più contenersi, e scoppiò in lacrime, in vere lacrime.
Il Brunetti gli si avvicinò; credeva, non credeva, ma anche senza volerlo si sentiva commosso.
—Coll'ammazzarsi non si pagano i debiti,—brontolò col suo modo burbero.
—Ma in eredità a quelle due disgraziate lascierò un nome intemerato!
—Sono spropositi; cogli spropositi non si paga nessuno!
—Siete voi che non mi lasciate nè il modo nè il tempo di pagare! Io ero disposto a rendervi il cento per cento! Siete voi che mi avete ammazzato, con una parola! Ladro! Il colonnello Cantasirena!… ladro!
E improvvisamente impugnò di nuovo il revolver: ma il Brunetti fu pronto e glielo strappò di mano.
—È anche il suo modo di trattare che mi ha offeso, che mi ha fatto andare in bestia. Tante preghiere, tante promesse, tanti giuramenti per aver la firma, e dopo non farsi più vivo! Almeno avvertirmi che non poteva pagare!
—Ho sempre sperato…. fino all'ultimo momento.
—E se mi protestavano la cambiale?
—Dopo il protesto ci sono ancora cinque giorni.
—Grazie! Ma il discredito è la rovina per chi è nel commercio! Io ho bisogno di farmi una posizione! Ho una famiglia, dei figli….—e anche al povero signor Brunetti venivano le lacrime agli occhi.
L'altro lo guardava attonito.
—Ma l'avete pagata sì o no?
—Sicuro, che l'ho pagata!
—E allora di che cosa vi lamentate, santissimo Iddio!—esclamò
Cantasirena con un'alzata di spalle.—Non correte più nessun pericolo!
—Ma l'ho dovuta pagare io e toccava a lei!—replicò il Brunetti sbalordito dalla logica del Direttore.—Io ho dovuto correre come un matto per trovare le diecimila lire e farmi strozzare.
—Tranne per il disturbo che vi siete preso, e del quale vi sono gratissimo, per tutto il resto voi non dovete perdere nemmeno un centesimo.—Io vi farò subito un nuovo effetto che voi potrete scontare.
—Sicuro, se ci metterò la mia firma; come l'altro. E per essere da capo con lo spavento di un protesto! No, no; lei mi rilascierà una cambiale e la terrò io nel mio portafoglio: ma si ricordi, alla scadenza non voglio chiacchiere!
—Come volete,—rispose Cantasirena, affermando anche col capo, con gentile accondiscendenza.—Del resto, caro Brunetti, credete ai vecchi! Il commercio, non è un giuoco d'azzardo: bisogna mantenersi calmi per essere avveduti. Voi siete troppo diffidente, e vi lasciate troppo impressionare. Ma pensate, benedett'uomo, quanti dolori, quante disgrazie vere ci piombano addosso tutti i giorni, senza andarne a pescare delle immaginarie e farci del cattivo sangue anche per quelle che ci potrebbero capitare! È il vostro difetto; è un difetto che vi fa danno, appunto per il credito del quale dite di aver bisogno. Vi vedono spaventato? Anche gli altri si spaventano. È naturale!—Poi, cambiando tono di voce e avanzandosi sul seggiolone gli domandò a bruciapelo:—Volete guadagnare centomila lire?
—Io?
—Sì, voi. E mettere il vostro nome in evidenza? E concorrere ad un'opera colossale, che formerà la ricchezza e sarà la gloria del paese?
—Lei, tutti i giorni, ne inventa una nuova!—brontolò il Brunetti con un atto di stizza; ma invece di andarsene, sedette sopra uno sgabello che era accanto alla scrivania, vicino al Direttore. Questi, sdraiandosi, allungandosi nel seggiolone e con un colpo forte battendo il palmo delle mani grasse sui bracciuoli, ripetè ancora, socchiudendo gli occhi, sorridendo con un fare da milionario, da Rothschild:—Cento-mila-lire!
—Tutti i giorni ne inventa una nuova!—tornò a ripetere il Brunetti a mezza voce, allungando il collo: non voleva credere, ma voleva sentire.
Cantasirena si voltò, si rivoltò, rimanendo lungo sdraiato come fosse in letto, e guardò il Brunetti senza parlare; poi cominciò a fare i suoi sfoghi, le sue confidenze:
—Il giornale, omai, era ridotto un semplice notiziario, una serie di dispacci. Non lo si faceva più col talento, ma coi denari: poteva avere ancora una grande diffusione, ma aveva perduta ogni influenza.—In politica?… Appassionarsi? Lottare? Combattere? Per chi?—Piccoli galantuomini, poveri d'ingegno, piccoli marioli privi d'audacia. Non un popolo di liberi, ma di liberti, sempre in cerca di un nuovo padrone.—E la rappresentanza nazionale? Non più un Desmoulins, appena qualche Mirabeau senza eloquenza!—E in arte? La macchinetta delle fotografie istantanee, sostituita ai voli, alle creazioni del genio!—Caro Brunetti, io mi ritiro dal giornalismo, dalla politica: sono vecchio e non ho più tempo da perdere. Voglio migliorare la mia condizione; lasciare uno stato alle mie figliuole, e il mio nome alla gratitudine di un popolo.
Ci fu un momento di pausa, poi rizzandosi a un tratto più alto, più largo, più maestoso:
—Volete stare con me? Da un grande dolore…, una grande idea. Il mio povero Fara-Bon è morto: dobbiamo essere noi, i raccoglitori e gli esecutori della sua grande eredità intellettuale?—E soggiunse sottovoce, parlando con una lentezza grave, mettendogli una mano sul braccio e stringendolo sempre più forte.
—Dobbiamo essere noi?…. Noi due soli, i padroni del campo?
Il Brunetti rimaneva muto; ma si vedeva la sua mano muoversi nervosamente nella tasca dei pantaloni.
—Dunque?
—Dunque, che cosa?
—Sì o no?
—Intanto…. io non so nemmeno di che si tratta!—rispose il Brunetti con un'alzata di spalle. Aveva paura di Matteo Cantasirena…. ma aveva anche paura di perdere una buona occasione….—E prima di tutto, intendiamoci bene,—esclamò con forza.—Io non anticipo un soldo! assolutamente! Non anticipo un soldo!
Il Direttore sorrise crollando il capo, in atto di compatimento; poi, restando sempre sulla poltrona, si avvicinò quanto gli fu possibile, faccia a faccia al Brunetti, e cominciò con un grosso sospiro:
—È destino comune degli uomini di genio, Aristide, l'Alighieri, Camoens, Fulton, Fara-Bon, che le loro grandi idealità, le loro grandi scoperte, le loro grandi invenzioni, debbano imporsi e trionfare soltanto dopo la loro morte!—E continuò a parlare, a parlare, a parlare sempre faccia a faccia col Brunetti, fissandolo negli occhi, magnetizzandolo, ipnotizzandolo collo sguardo vivo, acuto, sfavillante, accarezzandolo, lusingandolo colla blandizie del sorriso amabile, confidenziale, ammaliandolo quasi coll'incanto della voce morbida, insinuante, tentatrice.
Cantasirena non aveva letta una sola parola, non aveva un dato qualunque che potesse riferirsi al grandioso progetto "colossale!" del compianto Fara-Bon; ma parlò, parlò, continuò a parlare con calore, con persuasione, con convinzione, con entusiasmo delle vie acquee e delle nuove correnti commerciali; del Po messo in comunicazione col Lago Maggiore e col Lago di Garda; del Porto di Venezia che sarebbe diventato il primo del mondo, perchè sarebbe stato necessariamente il grande punto di congiunzione e di partenza fra la navigazione interna e la navigazione marittima, fra l'Oriente, il Quarnero, le Bocche di Cattaro e le tre grandi vie delle Alpi: il Brennero, il Gottardo, e il Cenisio.
—E…. i milioni?—balbettò il signor Brunetti stordito, sbalordito.
—Il concorso immancabile del Governo, delle Provincie, dei Comuni: poi una grande società per azioni, della quale io sarò l'anima, la mente, e voi il braccio.
—E il progetto è in mano sua?… Lo ha lei?
Matteo Cantasirena sorrise appena e battè le dita con lentezza solenne sopra uno dei cassetti del tavolo:—Qui.
—Una cosa sola ci occorre per lanciare l'operazione: un uomo, un gran nome; un nome che s'imponga!… Una bestia magari, ma un nome di moda per metterlo alla testa del comitato.
—Sicuro…. un gran nome!—ripetè attonito il Brunetti.—Ma come trovarlo?
—Ci sarà…. C'è!—rispose Cantasirena, socchiudendo gli occhi e sdraiandosi nel seggiolone come Giove che si riposa sicuro, nella propria onnipotenza.
—Chi?… Chi?
Non lo poteva dire: era il suo segreto. Domani avrebbe potuto parlare. Oggi no: aveva data la sua parola. Solamente, senza tanti preamboli, gli occorrevano altre cinquecento lire. Aveva piccoli impegni fastidiosi, ai quali non poteva, non voleva mancare; voleva provvedere, in certo modo, a' suoi redattori che per la morte del giornale restavano in mezzo alla strada. Pietro Laner sopratutto, il Bardo Trentino! era solo a Milano e non poteva tornare presso la sua famiglia perchè l'Austria lo avrebbe arrestato e processato. E poi anche lui, insomma, non voleva aver l'aria di un morto di fame.
Il Brunetti, sulle prime, si era messo a gridare, a protestare, arrabbiandosi, infuriandosi di nuovo. Lo aveva detto, dichiarato, non voleva più anticipare nemmeno un soldo! No! No! Assolutamente, no! E poi…. non aveva vergogna a confessarlo: lo avesse anche voluto, non avrebbe potuto! Era alla fine del mese, aveva troppi impegni ed era diventato matto anche per trovare le altre diecimila lire.
No! No! Era impossibile, impossibilissimo!—Quel giorno, in cassa, non aveva nemmeno cento lire!—Era proprio vero! Poteva giurarlo! Lo giurava sulla testa delle sue creature!—Ma a poco a poco, l'altro continuava a parlare, a pregare, a tentare, e il povero signor Brunetti aveva finito col cedere, prima trecento, poi quattrocento, poi tutte le cinquecento.
—In fine, cos'erano cinquecento lire, in confronto di tutte le altre che gli doveva il Direttore? E poi, adesso, non si trattava del giornale,—il pozzo di San Patrizio!…—Era una grande speculazione!… Erano milioni che sarebbero stati messi in giro! Ma…. c'era un altro ma. Cinquecento lire subito, sul momento, il signor Brunetti non le aveva davvero. Però gliele avrebbe procurate dall'oggi al domani: senza fallo.
—Senza fallo!—ripetè il Direttore, con una serietà grave, minacciosa.—Si ricordi bene di non promettere e poi farmi aspettare secondo il solito.
L'altro tornò ad assicurare, a protestare continuando a ripetere: Senza fallo! Senza fallo; farò tutto il possibile. Senza fallo!
—Bravo. Siamo intesi!—e il Direttore, che pareva stanco e un po' seccato, gli diede la mano per congedarlo, col solito fare di benevola degnazione.
Era diventato lui adesso, Matteo Cantasirena, il creditore del signor
Brunetti!
IV.
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Pietro Laner, riavutosi dal primo sbalordimento, se n'era andato gridando, sbattendo gli usci e senza voler rispondere alla Gioconda e nemmeno all'Evelina, che gli erano corse dietro fin sulle scale.
—Non avrebbe più rimesso i piedi nè lì, nè in ufficio.—Canaglia!
Canaglia!
Era furibondo per l'insulto, e più ancora per la minchionatura.
—Di volo, zaff!… e le dieci lire erano sparite!… E Nora?—E rifece il verso del Direttore con stizza:—E-le-oo-nòò-ra?—La mia cara figliuola!—Come l'altra, la gobbina!—Che figliuola! Che figliuole! Chissà dove è andato a pescarle, per viverci alle spalle, per sfruttarle, come ha sfruttato gli amici, l'Italia, il mondo intero!—Quel pancione Dulcamara è la gran piovra di Vittor Hugo!—
Pure il nome di Nora, evocatore dell'immagine adorata, dissipava le ire e gli suscitava in cuore, a poco a poco, mille inquietudini.
—Se Nora non era sua figlia, era tenuta come tale; era nelle mani di quel cannibale, vero mangiatore d'uomini!—Ebbene, egli avrebbe parlato a Nora, a tu per tu.—Subito!—Dov'era? Dove poteva trovarla? Evelina gli aveva detto, dalla Schönfeld.—Sì, sì, dalla Schönfeld!
L'aspetterò in istrada, e aut aut: poche parole!
Ma pensando, ripensando le "poche parole" che dovevano fare impressione sull'animo dell'innamorata, tornava ad infervorarsi, a camminare in fretta, a gestire. La gente per la strada si voltava a guardarlo.
—Senti, Nora, Norina mia: quella canaglia, dopo avermi rubato tutto, ha avuto il coraggio d'insultarmi: io ho pensato a te; per questo non l'ho strozzato! Però in casa vostra, non ci metto più i piedi; mai più.—Tu mi vuoi bene?—Sì?—e allora, oggi stesso, stassera, si prende il volo. Ti porto a casa mia, dalle zie; fino al giorno del nostro matrimonio. Domattina si arriva a Trento, poi una vettura e in poche ore saremo a Crodarossa….
Ma…. i danari? La pigione? I danari per pagare la padrona di casa? I danari per il viaggio?…
Si fermò di colpo, su due piedi. Oh, quella faccia della sua padrona di casa!—Finchè non ho da pagarla, non mi fo più vedere!… E per pagarla, dove li trovo?
Pietro Laner si cacciò le mani nelle tasche del paltò, e riprese a camminare, ma assai più lentamente.
La padrona, vedendo che l'ospite trentino non si faceva vivo per il conto, glielo aveva fatto trovare in camera, sotto il calamaio. Lui, s'intende! aveva finto di non vederlo. Ma la sera lo trovò sul tavolino accanto al letto, spiegato sotto il candeliere; e il secondo giorno disteso, diritto, sulla padellina di cristallo, appoggiato alla candela. E d'ora in ora, quella faccia della padrona, già così larga di sorrisi e di cerimonie, non esprimeva più altro che un gran punto interrogativo:—Mi paga?…
—Come fare? Tornare dal Direttore? Sottomettersi? Pregare, cercare colle buone di ottenere un piccolo acconto?…
—Se Nora volesse?… Se volesse parlarne allo zio Matteo! Ma bisognava vederla subito. Invece di aspettarla giù, dinanzi alla porta, sarebbe salito a cercarla dalla signora Schönfeld: l'avrebbe fatta chiamar fuori.—Ho da parlarti: di gran premura!
—Che male c'è? Non dev'essere mia moglie? Non è omai saputo da tutti?… Da tutti no…. Le zie?
La zia Angelica e la zia Rosina non ne sapevano niente. Esse credevano che il loro Pierino a Milano, non fosse intento altro che a guadagnar denari e a diventare un grand'uomo!
Che direbbero, che farebbero la zia Angelica e la zia Rosa, quando fosse capitato a Crodarossa senza le ventimila lire, senza un soldo…. e invece colla sposa?… Una signorina in cappellino e che non sapeva far altro che suonare e cantare?… Dio! Dio!… Ma come non ci aveva mai pensato? E Nora? Se anche Nora dicesse di no?
Al dubbio solo, all'idea di poter perdere Nora, gli si empirono gli occhi di lacrime e il cuore di disperazione. Si sarebbe ammazzato!
E la padrona?… Dio! Dio! Dove aveva avuto la testa fino allora?
Era la prima volta dal suo arrivo a Milano, che Pietro Laner cominciava a vederci chiaro d'intorno a sè, davanti a sè.
—Dio! Dio!… Come mai si era ridotto a quel punto? Non lo sapeva, non se n'era accorto. Era stato uno stordimento, una vertigine di tutte le ore, di tutte le vicende incalzanti che non gli lasciavano tempo di pensare, di riflettere.
Come aveva fatto a innamorarsi di Nora? A impegnarsi senza scrivere alle zie? Perchè, come, quando aveva cominciato a lasciarsi ingannare, truffare, rovinare, da quel Mosè imbroglione?… Non aveva nemmeno cento lire per pagar la padrona!… Non aveva nemmeno un soldo per far colazione!… E la collera delle zie? E se Nora non voleva? E se Matteo Cantasirena non lo pagava?… Ma era stato pazzo? Era stato ubriaco? Dio! Dio! Dio!—Maria Vergine!—Ma che cosa aveva fatto di male perchè gli capitassero addosso tutte le disgrazie, tutte le maledizioni?…
Che cosa aveva fatto?
La risposta la sentì sorgere nell'animo angosciato e farsi strada nella mente sconvolta, come un lontano chiarore, un barlume di speranza. Era una risposta sola a tante domande, una risposta che per le sue nuove idee poteva sembrare ridicola, assurda, indegna della sua ragione, indegna del suo ingegno, ma alla quale consentivano tutti i suoi sentimenti e tutti i suoi ricordi intimi, profondi, nascosti e alla quale la disperazione stessa di quel momento, dava uno slancio più vivo di fede.
—Dal giorno in cui sono venuto a Milano, non sono più stato a Messa, non sono più entrato in una chiesa!… Ecco perchè mi sono tirato addosso l'ira di Dio!…
Gli sembrò, sperò, che entrando appena in una chiesa, sarebbe stato come ribenedetto, che tutto sarebbe tornato ad andar bene come prima.
C'era appunto, a due passi, la chiesa di San Francesco. Sbirciò di qua, di là, se per caso qualche suo conoscente, qualche suo collega giornalista non lo vedesse; nessuno!
Entrò presto, ma rimase diritto in piedi, vicino alla porta, subito intimidito da quei due o tre divoti che si erano voltati a guardarlo.
Poi, sempre diritto in piedi, rigirando il cappello fra le dita, cominciò a raccogliersi e a pregare, ma senza muovere nemmeno le labbra.
La chiesa era scura, quasi deserta; ma il biascicare sonnolento di quei due o tre bacchettoni dalla faccia gialla, gli dava fastidio, gli toglieva il fervore.
Quando aveva pregato intensamente, aveva sempre ottenuto qualche cosa!… e cercò colla memoria tutte le "grazie" ottenute in sua vita, per poter ravvivare la propria fede; e tornò a pregare. Le sue preghiere, naturalmente, non erano avemarie, non erano pater noster; diceva al suo Signore Iddio, datemi questo, datemi quest'altro.
Ma perchè il sagrestano continuava a osservarlo…. a fissarlo?
Non riusciva a chiedere intensamente, fermamente ciò che desiderava. Non era fede vera la sua; era una concessione a sè stesso, a un pregiudizio.
Però, anche da ragazzo, quando non andava a messa la domenica, gli capitava sempre, nella settimana, qualche disgrazia. E tornava a pregare, ma per poterci credere, assicurava sè stesso, che il suo Dio non era a confondersi col Dio falso dei preti, nè col Cristo di legno o di cera delle donnicciuole. Era più grande e più in alto; era l'equilibrio dell'Universo, era la forza occulta che cominciava là dove finiva la scienza, e che però nemmeno la scienza poteva negare in modo assoluto…. E poi, a questo Domineddio portentoso che reggeva l'infinito, Pietro Laner non gli aveva da chiedere che le grazie più discrete, più modeste: trovare i soldi per pagare il conto della padrona, sposare la Nora, ottenere il perdono dalle zie. Il solo miracolo, veramente grande che domandava, era di riavere le ventimila lire prestate a Matteo Cantasirena.
Ma perchè quello zoticone del sagrestano si voltava sempre dalla sua parte?… Lo conosceva forse?
Non poteva raccogliersi! Non poteva pregare con fervore!—Questo voleva dire che non avrebbe ottenuto niente; che era proprio spacciato!—Dio! Dio! Perdere Nora! Non aver più un soldo! Finire in un ospedale!…
In fondo alla chiesa luccicava un piccolo altare: una Madonna, in una gran custodia di vetro, con un abito di raso giallo tempestato di gemme. Tutti i ceri del piccolo altare erano accesi: le colonne, le pareti, erano coperte di voti, di cuori d'argento, di grucce, di gambe e di braccia di legno….
—Là devo andare a pregare se voglio ottenere qualche cosa,—pensò Pietro Laner,—e se il sagrestano mi vede, questa sarà la penitenza per meritare la grazia!
Si avvicinò piano piano alla Madonna dei miracoli: le ombre della navata, l'oscurità dietro le colonne, erano piene di misteri, d'inquietudini. Quella chiesa semivuota, si popolava a poco a poco, per la forza della sua immaginazione, di tutta la folla dei rispetti umani. Erano i suoi colleghi più beffardi, più scettici, più spregiudicati!… Era Nora che lo aveva veduto entrare da lontano in San Francesco, e gli aveva tenuto dietro! Era Matteo Cantasirena, che rideva così rumorosamente da farsi sentire per tutta Milano!
Il timore, l'oppressione, diventavano orgasmo: pure bisognava inginocchiarsi…. pregare, prosternato, dinanzi a quell'altare…. S'inginocchiò infatti…. ma provò un senso, un'impressione strana…. Sentiva dei passi dietro a sè che si avvicinavano…. poi una mano gli batteva sulla spalla!… Si alzò di colpo…. non c'era nessuno.
Soltanto una vecchierella, collo scialletto paonazzo del "Luogo Pio", borbottava il rosario fissando la Madonna cogli occhi malati….
Eppure il pensiero di essere visto da quella vecchia ad inginocchiarsi una seconda volta fu più forte di lui in quel momento. Era il timore dei pregiudizi del mondo che la vinceva su tutti gli altri timori, ed egli uscì dalla chiesa, sbirciando di qua, di là, più pauroso ancora di quando vi era entrato.
E così anche quel suo ultimo barlume di speranza, riposto in
Domineddio, nella Madonna, era svanito.
V
Indice
Pietro Laner era nato nel Trentino, a Crodarossa. Un paesuccio raggruppato attorno al campanile nuovo; poche casette che spiccavano in alto, scintillanti al sole, in mezzo alla montagna tutta verde fino alla cresta bigia; poche casette bianche e quiete sotto i tetti neri, colle piccole finestre, come occhietti ridenti, piene di fiori.
Pierino aveva appena cinque o sei anni, quando gli morirono, a pochi mesi di distanza, prima la mamma, e poi il babbo. Allora fu raccolto in casa degli zii: lo zio prete, don Giacomo, e le sue sorelle, la signora Angelica, e la signora Rosina. E tutti, il buon prete che aveva sempre voluto bene al suo povero fratello, e le due zitellone che erano sempre state in pace colla povera cognata si affezionarono subito a Pierino e lo tennero in conto di un figliuolo…. proprio mandato dal Signore.
Fissarono insieme e si divisero d'accordo i vari obblighi per allevarlo e per educarlo. Don Giacomo gl'inspirava il santo timor di Dio, gli spiegava la dottrinetta, gl'insegnava a leggere e scrivere e gli faceva fare delle buone camminate, arrampicandosi su per i monti.
Le zie gl'insegnavano a star pulito, a risparmiare i kreuzer che gli altri gli regalavano, a fare la somma e la moltiplica, e quando era necessario, la zia Angelica e la zia Rosina, sempre serie, sempre composte, trovavano la forza unite insieme, anche per metterlo in castigo.
Da suo padre, Pierino non aveva ereditato nemmeno un soldo. Il pover'uomo possedeva un paio di campicelli ch'egli stesso coltivava, tralasciando nei giorni della semina e del raccolto dal fare il mestiere di sarto che gli dava da vivere. Ma prima, la lunga malattia della moglie, poi altre disgrazie, i due campicelli che a vederli dall'alto, in mezzo al verde dei prati, sembravano piccoli come i tappeti da camera, rimasero alla sua morte, sepolti sotto i debiti che don Giacomo per altro si affrettò a pagare.
Don Giacomo era ricco, s'intende per quei paesi, e non era diventato ricco per merito suo, ma per la stretta economia, per le privazioni stesse a cui si assoggettavano quotidianamente le sue sorelle che adoravano Domine…. in avarizia! Esse risparmiavano su tutto, e ogni giorno di più, perchè ogni giorno erano sempre più rattristate e spaventate dallo spettacolo della miseria altrui.
"Quando in una casa manca il necessario, comincia a mancare anche il timor di Dio!" E per questa massima che concordava colla sola, coll'unica passione di quelle due esistenze, esse finivano col diventare sempre più avare anche per salvarsi l'anima; e incrudelivano sopra di sè, più ancora che sugli altri, per accumulare sul patrimonietto comune, sul benefizio della Canonica e persino sul vino della Santa Messa, e qualche volta sospirando e gemendo dinanzi al giocondo appetito del buon pretone sano e forte.
Quando presero in casa Pierino, quando ebbero da pagare i debiti del fratello, si trattava dell'onore della famiglia e non fiatarono, ma risparmiarono le uova dell'insalata e andarono a dormire senza lume per poter ricavare, col tempo, da una parte quello che era andato dall'altra. Buone donne del resto, pie, laboriose, niente affatto pettegole, e indulgenti; caritatevoli di consigli quando ne erano richieste, e di orazioni anche non richieste. C'era chi stava male? chi era minacciato da una disgrazia? Pregavano per quegli infelici mattina e sera, e colle loro divozioni fioccavano indulgenze su tutti i poveri morti del paese.
Don Giacomo soffriva per l'avarizia delle sorelle, ma timido, come tutti i Laner, non aveva trovato mai tanto coraggio da opporsi, da far valere, occorrendo, i propri diritti. Esse non alzavano mai la voce; erano sempre rispettose per l'abito, per il ministero, per la santità del fratello. Ma don Giacomo non osava contrariarle anche per non addolorarle; e tranne qualche predica, in generale, sul brutto peccato dell'avarizia, e sui doveri verso il nostro prossimo, non osava andar più in là. Piuttosto si adattava a commettere in casa dei piccoli furterelli; e nascosta la roba sotto la tonaca, la portava, raccomandando di non dir niente, a' suoi vecchietti, a' suoi ammalati. E gridava lui per il primo, contro i gatti, quando mancava la carne, contro i topi quando invece era un pezzo di lardo; contro il nibbio o la poana quando spariva un piccioncello o un pollastrino. Ma le due sorelle, appena successa la sparizione, stavano sempre più in guardia, con tanto d'occhi, e per un pezzo don Giacomo non si arrischiava…. non toccava più niente. E allora si sfogava dando tutto il suo tempo, tutta la sua persona, tutto il conforto del suo gran cuore, a' suoi poveretti. Andava lui a piedi per poter prestare agli altri, che ne aveano più bisogno, il suo cavalluccio magro, sfiancato. Quando era chiamato presso un ammalato, non lo abbandonava più; restava lì a fargli da infermiere: e una volta fece anche da contadino. Un povero diavolo si era rotta una gamba, scivolando giù da una roccia. Era d'agosto, il tempo della mietitura, e a Crodarossa, in quei giorni, non abbondano le braccia. Don Giacomo conforta il povero diavolo, poi si fa dare il suo grembiule bianco, lungo fino ai piedi, il suo cappellaccio di paglia, e passa così tutta una settimana, dalla mattina alla sera, e facendosi aiutare anche da Pierino, falciando il fieno, segando il grano, legando, ravviando, abbarcando i covoni.
E quel povero prete, così timido colle sorelle, così umile con tutti, aveva finito col dare anche la vita per i suoi parrocchiani, dopo aver compiuto atti inauditi di coraggio, di vero eroismo.
Una notte, improvvisamente, dopo un violento uragano, il fiume aveva rotto e tutto il paese era rimasto allagato.
—L'acqua! L'acqua! L'acqua!—Erano urli di spavento, di morte. Don Giacomo, sebbene ormai quasi vecchio, si cacciò dov'era maggiore il pericolo e il bisogno, coi più giovani, coi più forti, coi più temerari, consigliando, confortando, trasportando a braccia o sulle spalle i vecchi e gl'infermi. Si buscò la febbre, scoppiò la polmonite e morì in pochi giorni. E prima di morire divise il suo patrimonietto in tre parti uguali, fra le sorelle, Pierino, e i poveri del paese. In quell'istante supremo aveva trovato anche quell'altro coraggio che in vita gli era sempre mancato; quello di affrontare l'avarizia muta della signora Angelica e della signora Rosina, che inginocchiate a pie' del letto singhiozzavano sulle avemarie del Rosario, mentre le campane suonavano i rintocchi mesti dell'Angelus, mentre da tutta la casa, da tutta la strada piena di gente, saliva al suo cuore, ultimo saluto di pace e di speranza, il lamentìo sommesso dei Pater e delle Ave.
—È un santo!—sospiravano la signora Angelica e la signora Rosa, con un'istintiva scrollatina di testa.-Ha voluto morire da santo, come da santo ha sempre vissuto!—E quando sospiravano, e quando scrollavano il capo, le due vecchiette lo facevano tutte e due nello stesso tempo, colla stessa espressione addolorata negli occhi gonfi di lacrime, nella voce fievole, nella compunzione devota dei gesti.
La signora Angelica e la signora Rosa si rassomigliavano fin da piccine, ma a poco a poco, a forza di vivere unite insieme, erano arrivate al punto da essere scambiate l'una per l'altra: tanto più che anche da vecchie, come da ragazze, continuavano a vestire perfettamente allo stesso modo. Avevano la medesima sottana di lanetta scura, il medesimo scialletto nero, e sul capo, uso cuffia, il fazzoletto pur nero di maglia grossa, che annodato, stretto sotto il mento, lasciava appena sbucare la loro faccetta tonda, col naso grosso, lungo, rosolato dal sole.
Composte e silenziose, attraversavano la piazza; insieme si alzavano in piedi ai punti prescritti della messa, insieme si sedevano dopo il vangelo, si prosternavano insieme, fino a terra, al mistico irraggiare dell'ostensorio; poi le due figurette nere, piccoline, secche secche e diritte, si vedevano comparire sempre mute, sempre appaiate sull'alto della viottola del Santuario di Crodarossa, la loro passeggiata favorita. E in casa, appena una delle sorelle entrava in una stanza, o andava nell'orto o nel pollaio, l'altra subito le teneva dietro trotterellando. Dormivano nella stessa camera, si alzavano alla stessa ora; alla stessa finestra prendevano l'aria e il raffreddore, e non avevano avuto, non avevano altro, fra grandi e piccoli, fra tutte e due, che un solo peccato da confessare: l'avarizia.
Morto Don Giacomo, si attaccarono più strettamente al nipotino. Germinava in fondo al loro cuore e sotto tutte le orazioni, le divozioni che facevano, una lontanissima speranza, intima, segreta, che si erano confidato l'una all'altra cogli occhi…. Soltanto cogli occhi.—Pierino! Per via di Pierino, avrebbero un giorno, chissà! potuto riavere la Canonica e il Benefizio. Oh, la Canonica! Il bel cortile!… il ricco pollaio; l'orto e il vigneto della Canonica!
Dopo la morte di don Giacomo avevano dovuto andarsene, abbandonare tutto quanto. Che gran dolore! Che rivoluzione, che sconvolgimento, in tutta la loro esistenza!… Nel cielo buio, dopo l'uragano, dopo il terremoto, non era apparso, di lontano, che un solo, un piccolo raggio di speranza: Pierino!—Il buon Pierino, innocente come l'acqua, un vero San Luigi! Pierino avrebbe potuto farsi prete e forse diventare il successore del successore, già vecchio, di don Giacomo, e allora, chissà!, fosse almeno per morirvi, avrebbero potuto ritornare in quella loro casa così comoda, così nota, così intimamente legata alla loro vita, al loro essere.
La signora Angelica e la signora Rosina che in gioventù non erano mai state innamorate, nè avevano mai provato, certamente, qualche cosa di simile, si può dire che cominciarono allora a far all'amore, colla Canonica, col vigneto, col pero alto e frondoso che dominava dal mezzo tutti gli alberi dell'orto, e al quale, quando erano giovani, un giorno che facevano le mattone, avevano dato anche un nome strano: il Gigantesso!
Costrette ad abbandonare la casa, non avevano potuto abbandonare il luogo. Avevano preso un quartierino accanto alla Canonica, perchè le finestre davano appunto sull'orto. E lì, a una di quelle finestre, le due vecchierelle rimanevano ore e ore, fisse, mute, guardandosi negli occhi e scrollando il capo.
Quando il nuovo ortolano,—se avessero potuto odiare qualcheduno, quello, proprio, lo avrebbero odiato,—vi faceva qualche cambiamento, era per esse una rabbia, un affanno; se atterrava un albero, era un dolore. E nei mesi di quel primo inverno,—l'inverno lungo e bigio delle montagne, colla neve che continua a cader sulla neve, tacitamente,—quando tutto l'orto era rimasto sepolto, e la vigna e anche il pero maestoso non sembrò più altro che uno strano e immenso colosso bianco, le due vecchierelle, dietro le finestre, tappate colla cimasa, rimanevano tutto il giorno a guardare, a spiare, a sospirare.
—Gesù Maria Joseph!—gemeva la signora Angelica.
—Gesù Maria!—rispondeva la signora Rosina, congiungendo le palme.
—Che inverno! che siberico! Povera vigna! Povero Gigantesso!
—Jesus Maria Joseph!
—Jesus Maria!
Ma poi, quando a poco a poco la neve alta si abbassava, si dileguava, e cadeva a fiocchi, a pezzi, dagli alberi scossi dal vento, dalle frondi dondolanti, quel verde che ritornava a sbucare, ad apparire, a distendersi, a scoprir cose note e care, consolava, riscaldava, rinverdiva anche quella certa speranza, lontana lontana….
—Fra dodici…. fra quindici anni…. Pierino potrebbe esser parroco….
—Fra dodici, fra quindici anni….
—Ma non bisogna mai far calcoli sulla morte di nessuno!
E la signora Angelica si faceva il segno della santa croce.
—Che Dio accordi a tutti una lunga vita!—rispondeva la signora
Rosina, segnandosi pure alla sua volta, lentamente.
Erano sincere in questo loro sentimento di carità; e ne furono premiate perchè non dovettero aspettare per tanti anni un po' di consolazione.
Don Giuseppe, il nuovo parroco, non riusciva a farsi voler bene a Crodarossa. Il povero don Giacomo vi era ancora troppo ricordato, troppo esaltato e rimpianto. Quello era un sant'uomo!
Don Giuseppe non era cattivo; ma di tutt'altra pasta. Amava molto i proprii comodi, la propria salute…. insomma, invece di essere un mezzo santo come don Giacomo, era un mezzo filosofo della vita. Di più, era intinto dello stesso peccato della signora Angelica e della signora Rosina, sebbene non fino a quel punto; perchè se don Giuseppe era avaro cogli altri, non lo era poi con sè stesso.
Per cattivarsi gli animi, per rendersi popolare, pensò allora di stringere amicizia colle due vecchie sorelle, che per virtù del povero don Giacomo godevano la stima e la venerazione di tutto il paese.
—Aveva sentito dire che Pierino aveva la vocazione? voleva farsi prete?… Bravo! Bravo! Il nipote di don Giacomo! Oh, quando sarebbe stato il momento avrebbe parlato lui alla Curia, per averlo per coadiutore!… Poi, già, sarebbe stato di diritto suo successore…. Sicuramente! Bravo! Bravo!…
E dopo qualche visita del parroco alle vecchie, dopo il regalo d'un cesto d'uva e d'un piatto di pere, la signora Angelica e la signora Rosa per restituire le garbatezze, per ringraziare, ripresero la via della Canonica e dell'orto; un altro giorno fecero una visitina anche al pollaio…. Poi nell'orto, invitate da don Giuseppe, cominciarono ad andarci spesso, per recitare il rosario, per leggere il Manuale di Filotea all'ombra antica e fidata del Gigantesso….
—Oh, anche don Giuseppe era un degno sacerdote! E anche l'ortolano era un galantuomo! E come lavorava di lena!
Le due sorelle insegnarono al parroco e all'ortolano a conservare la carne secca e l'uva intatta per tutto l'inverno…. a risparmiar sulla semina…. a risparmiar sulle spese. In quel frattempo, si ammalò la serva di don Giuseppe, e se ne andò al suo paese a rinfrancarsi, ma poi non tornò più a Crodarossa, nè don Giuseppe si prese altre donne. La signora Angelica e la signora Rosina omai facevano tutto loro alla Canonica, come prima, quando c'era il povero don Giacomo, e alla casa nuova, non ci andavano più altro che la sera, per dormire.
E intanto le lezioni a Pierino, sospese per la morte dello zio don Giacomo, furono riprese da don Giuseppe, il quale, e non più le zie, gl'insegnava poi anche l'aritmetica.
Pierino, cresciuto in quell'ambiente, fra chiesa, sacristia e canonica, si figurava quando fosse un uomo di fare il prete per diventar vescovo, come gli altri ragazzi della sua età pensano di andar soldati, per diventar generali.
Ma nel cuore del giovinetto mancava il sentimento vero, profondo, della fede. La grande maestà di Dio non gl'incuteva alcun timore; gl'incuteva più timore don Giuseppe, forse perchè don Giuseppe aveva sempre la voce in aria e quella del Signore non l'aveva mai sentita.
Era sempre in chiesa o in sacristia: era sempre in cotta a fare il chierico durante tutte le funzioni; ma quando serviva messa, all'Elevazione, scampanellava troppo forte e troppo a lungo; in processione, dava colpi al turibolo da buttar all'aria cenere e brace. Durante la predica portava in equilibrio cataste alte di seggiole che sbatacchiava poi dinanzi ai divoti; pigliava quattrini e parlava forte, affaccendato col sagrestano. E i tridui, collo sparo dei mortaretti, e la Settimana Santa, col fracasso dei mattutini, e il mese di Maria coi fiori e i canti al Santuario di Crodarossa, erano le sue feste, i suoi divertimenti ai quali pensava e si preparava con gioia da un anno all'altro.
Don Giuseppe, che aveva notato tutto ciò, cominciava ad essere inquieto a proposito della vocazione di Pierino; ma amante della santa pace, teneva i dubbi e le osservazioni per sè.
—È un buon ragazzo,—pensava,—ma forse è troppo vivo. Quando gli parlo, sta attento, con rispetto, con sommissione…. ma non mi ascolta. Se gli dò una sgridata, diventa pallido, tremante, ma poi torna da capo. Forse ha preso troppa confidenza colla Chiesa, coi Misteri, col Signore….
E per lavarsene le mani dichiarò alle signore Laner che era giunto il momento di mandare il nipote in Seminario, a Trento.
Ma Pierino, entrato in Seminario, invece di trovarsi sulla via che avrebbe dovuto condurlo direttamente in paradiso, si trovò più che mai su quella dell'inferno.
Il rumore del mondo arrivava appena, coll'ultima onda risonante, fin lassù a Crodarossa, e si perdeva dileguandosi nella foresta immensa, tra le fenditure profonde delle rocce inabitate.
A Crodarossa la vita serena o buia la faceva il cielo così vicino, appena diviso da un ultimo strato di verde, da un'ultima cresta di pietra.
Lavorare per mangiare; mangiare e vivere per salvarsi l'anima: non si faceva altro, non si pensava ad altro a Crodarossa.
Ma il mondo che non era arrivato fin lassù, fra la sconfinata libertà delle vette alpine, era penetrato attraverso le grosse e tetre muraglie del Seminario; e subito Pierino si era incontrato in tre cose, nuove affatto per lui, e proibite per tutti in quel luogo. La patria—Garibaldi—e le belle ragazze.
Un altro giovane seminarista triestino, un piccolo chiericuzzo dagli occhi strambi, dalla faccia lentigginosa e che i parenti volevano far prete per forza, si era legato di grande intrinsichezza col piccolo montanarino—tutti italiani, per Dio!—e gli aveva confidato che voleva scappare a Venezia e che voleva fare il bersagliere, altro che il prete!
Pierino spalancava gli occhi maravigliando. E l'altro gli parlò della patria, dell'Italia, e gli mostrò un ritratto di Garibaldi che teneva nascosto sul petto, sotto la camiciola, insieme a quello della Doralice, la rotonda bambinaia di sua cognata.
La patria!… Garibaldi!… e la Doralice! Tutto ciò aveva acceso, come fiamma che divampi all'improvviso, la mente e il sangue del nonzoletto di Crodarossa, che nascosto negli anditi bui della camerata, si metteva a gridare, a bassa voce, con l'amico di Trieste, "Viva l'Italia!" senza però far seguire, il "per Dio!" che aggiungeva quell'altro, come protesta e come rinforzo. E il berrettino di Garibaldi, e il viso tondo della Doralice, la barba bionda dell'eroe e gli occhi della ragazza gli erano fissi nella mente giorno e notte e si confondevano in un desiderio smanioso, indistinto; in un primo amore arcano, irrequieto per la patria, per l'Italia che egli si raffigurava come una donna giovane e bella, colla faccia della bambinaia. Il seminarista, il chierichetto dagli occhi strambi e dalla faccia lentigginosa pareva si godesse a stuzzicarlo, ad accenderlo sempre di più in quei pensieri, in quei misteri, e gli ripeteva di nascosto anche i versi del Berchet:
"Maledetta chi d'italo amplesso
Il tedesco soldato beò!"
Amplesso?… Beò?…—Cosa volevano dire queste nuove parole?… E "la vergin ne' gaudi cercata" e "la sposa dell'uomo stranier" era la Doralice coi capelli disciolti, seminuda, stretta fra le braccia di un soldataccio ispido e nero, coi baffi impeciati….
"Maledetta! Maledetta!…" Amplesso?… beò?… Cosa volevano dire?
Anche questo lo spiegò il seminarista, cogli occhietti che luccicavano fra le grinze della pelle e il ghignetto da scimmia sulle labbra sottili e mobili. Pierino, mentre ascoltava, era diventato pallido, rosso; poi era rimasto a bocca aperta, con un sorriso stupido. Non aveva capito bene, non aveva capito tutto, ma non osò domandare di più. Dopo, dopo, che continuo lavorìo della mente per indovinare!… Era il mondo che lo aveva preso colle sue passioni, colle sue seduzioni, colle sue cattiverie; era la donna che si rivelava a mano a mano, incessantemente. E il giovinetto nell'accensione bramosa, domandava alla discreta nudità delle statue e dei dipinti dell'altare le ultime rivelazioni del mistero della forma, domandava, cercava di scoprire nei versi del Berchet, come nelle storie bibliche di Rachele e di Giuditta, nelle lodi e nelle invocazioni appassionate alla Vergine, come nelle estasi delle Sante, la rivelazione ultima del mistero dell'amore.
No! No! Non voleva più farsi prete!… Non voleva più diventar vescovo: voleva invece prender moglie, e presto, e liberar l'Italia. L'Italia bionda e grassa, l'Italia bionda e bella, come la bambinaia del suo amico triestino.
VI.
Indice
Il piccolo Laner, appena tornato per le vacanze a Crodarossa, e non osando parlare, scrisse alle zie una lunga lettera pregandole, scongiurandole "di non voler la sua morte." Cioè, di non costringerlo a ritornare in Seminario. Non sentiva più la vocazione; sarebbe stato infelice tutta la vita; piuttosto si sarebbe lasciato morir di fame!
Ma poi, appena ebbe scritta e affidata la lettera all'ortolano per la consegna, ebbe paura di aver arrischiato troppo, di non aver riflesso abbastanza; e però, aspettando gli effetti della lettera, più che per il timore di dover finir prete, stava colla tremarella per il brutto temporale che lo minacciava.
—Che strappazzata!… Che fulmini!… Quell'altro di Trieste era stato imprudente, era diventato matto consigliandogli quella lettera!—E Pierino avrebbe quasi voluto svignarsela "in Italia" non per paura dell'Austria, ma di don Giuseppe. Finì invece col correre in camera sua, e col buttarsi mezzo svestito sul letto, per fare impressione nell'animo delle zie, lasciando credere che fosse ammalato.
Intanto la signora Angelica e la signora Rosina erano rimaste assai maravigliate e molto inquiete, soltanto al vedere la lettera,—che tenevano in mano, appena con due dita, e non osavano aprire.
—Cosa sia?
—Cosa sarà?
—Bisogna leggere….
—Vedemo.
Dopo letto, erano rimaste senza fiato, come fulminate. Lentamente, colla mano tremula, si levarono gli occhiali che tutte due si erano inforcati sul naso per aiutarsi a leggere, una parola l'una, una parola l'altra, e rimasero mute a guardarsi, a fissarsi lungamente….
—Gesù Maria Joseph!
—Gesù Maria!
—Che disgrazia!
—Che ribalton!
Istintivamente si fecero il segno della croce, poi a un tratto, colte all'improvviso dal medesimo pensiero, corsero affannate, coi passettini corti, leggeri, fin sull'uscio della camera di Pierino e rimasero in ascolto.
Pierino, che le aveva sentite venire, cominciò a rivoltarsi sul letto, a gemere flebilmente. Allora, più spaventate, fecero per aprir l'uscio, e trovato chiuso, cominciarono a bussare, a battere disperatamente.
—Apri, Pierino!
—Apri!
Pierino corse appena a girar la chiave, e si buttò di nuovo sul letto piangendo, smaniando, tirando calci all'aria.
La signora Angelica e la signora Rosa gli furono attorno per calmarlo, per soccorrerlo.—Era la prova! La tentazione!… Era il diavolo!…—E nella severità silenziosa della loro faccia addolorata, appariva un'espressione insolita di inquietudine, di diffidenza, quasi temessero scorgere, a un tratto, fra i capelli neri e crespi del nipotino, due cornetti nascenti.
Gli fecero bere della camomilla, così bollente che gli bruciò il gorgozzule; poi lo obbligarono ad alzarsi, a lavarsi la faccia, a rimettersi la giacca, e lo condussero dinanzi a don Giuseppe: lo doveva benedire subito coll'acqua santa, per mettere in fuga satanasso!
Don Giuseppe era già preparato a quella fine, o quasi. Tuttavia, per scrupolo di coscienza, gridò, strepitò, e agguantando il povero ragazzo, e tirandolo per la cuticagna lo cacciò al buio, sotto chiave, nello stanzino dell'aceto.
—Speriamo un buon effetto,—disse poi calmandosi e voltandosi per confortare la signora Angelica e la signora Rosina, rimaste pallide, tremanti, a quella scena, gli occhi pieni di lacrime.—Speriamo che il Signore, coll'aiuto della Beata Vergine Maria, gli ritorni la sua grazia speciale. In ogni modo, teniamo sempre presente questa massima di ogni buon cristiano, insegnata anche da san Bonaventura: quello che fa lui è sempre ben fatto, e non casca foglia che Dio non voglia!
E tornò a raccomandare e a predicare il savio precetto, alcuni giorni dopo, vedendo che la casa seguitava ad essere sossopra per l'ostinazione di Pierino, il quale, fatto ormai il primo passo, e visto che non lo avevano accoppato, teneva duro, ostinato come un vero montanaro.
Alla Canonica non c'era più pace; e non c'erano più ore, nè per il desinare, nè per la cena. La signora Angelica e la signora Rosa che, di solito, preparavano il pranzettino particolare di don Giuseppe, con tanta premurosa diligenza, pareva non sapessero far più niente di bene; e a forza di soffrire e di piangere si erano ammalate tutt'e due. Avevano la flussione e la faccia bendata colla pappa di lino.
Don Giuseppe, se prima aveva taciuto per il quieto vivere, adesso, per la medesima ragione, spiattellò chiaro e tondo alle signore Laner tutti i dubbi, tutte le inquietudini che aveva già da tanto tempo, prima ancora che Pierino fosse stato mandato in Seminario. E concluse al solito: "Tutto per il meglio!"
—Diciamolo francamente, con quella sincerità che è obbligo di ogni buon cristiano: abbiamo preso un gambero a proposito della vocazione di Pierino; ed io più grosso di tutti! Ma se noi su questa terra siamo poveri ciechi,—Non unicuique datum est habere sapientiam,—il Signore, di lassù, tutto vede e a tutto provvede. Lui medesimo, per i suoi fini, che sarebbe un peccato di presunzione soltanto il voler lontanamente indagare, fa una scelta ristrettissima di tutte quelle persone che destina al suo servizio, e che siamo poi noi altri preti, sempre indegnamente, s'intende. Orbene; quando ha fatto una scelta, poniamo, sopra di quel dato individuo, Lui stesso,—nostro Signore—cosa fa?… Manda subito lo Spirito Santo, e quello non c'è pericolo, non sbaglia mai, a toccargli il cuore colla grazia divina, che è quanto dire, colla vocazione. E sarebbe bella, sarebbe grossa, volersi mettere davanti, al posto della medesima volontà di Dio, per scegliere e destinare in vece sua, chi lo deve servire! Anche noi, per esempio, i nostri uomini, i nostri contadini li vogliamo prendere secondo le nostre idee, secondo il nostro gusto!… Sicuro che il sacerdozio è lo stato di perfezione; ma per questo, appunto, non può essere di tutti quanti; ed è nostro Signore, per il primo, a non volere, per tutte quelle leggi superiori, umane e anche divine, del consorzio, della famiglia, della discendenza…. Mundus est et mundus esse debet. Pierino, si vede, è stato destinato, deve avviarsi per questa strada, e del resto, anche per l'anima, sempre meglio essere un buon marito, un buon padre cristiano, cattolico, come tutti i Laner, piuttosto di fare il prete per forza che è quanto dire, essere un cattivo prete!—
Le due vecchie si sforzavano di trattenere i singhiozzi: don Giuseppe prese una mano alla signora Angelica, un'altra alla signora Rosina, e stringendo, accarezzando quelle due mani secche secche fra le sue manone grosse e calde, dalle dita pelose, volle istruirle, con gran dolcezza, ma insieme con gran fermezza, anche a proposito di un altro, di un ultimo caso di coscienza, a loro particolare.
—Da brave! Da brave! Coraggio e mettiamo in pace il nostro cuore. E sopratutto, per qualunque tribolazione, non dobbiamo mai dimenticare l'adempimento scrupoloso di tutti i nostri doveri. Il Signore Iddio lo si serve in ogni modo, specialmente colle buone opere, e in ogni stato. Ma bisogna però aver l'animo tranquillo, e sopportare tutte le afflizioni che il cielo ci manda, con quella serenità dello spirito, che ci permette appunto di attendere colla solita cura alla nostra casa, ai nostri interessi, al nostro prossimo, e al disimpegno assiduo, diligente, di tutte quelle varie incombenze per le quali siamo stati allevati e destinati…. Destinati per volere di chi?… Sempre di quel di lassù!—
Povera signora Angelica! Povera signora Rosina!… Dopo quella predica si sforzarono ogni giorno più per mostrarsi tranquille, rassegnate; per attendere come prima, con ogni cura, alla Canonica, al pollaio, al desinaretto di don Giuseppe, ma era rimasta loro una grande amarezza in fondo al cuore, un continuo rodimento.
Aveva ragione don Giuseppe: meglio un buon padre di famiglia che un cattivo prete!… Pure, si erano tanto abituate all'idea di poter rivedere un giorno don Giacomo, il loro povero fratello, in don Pierino! C'era forse in fondo al cuore, anche quell'altra ragione del benefizio; non della Canonica e dell'orto perchè, ormai, quel regno lo avevano riacquistato: avevano combinato con don Giuseppe una specie di affittanza ed erano tornate loro ad essere le padrone….
Perchè quell'amarezza dunque, perchè quel rodimento?… Perchè da tutto il discorso di don Giuseppe, era sorta e rimasta fissa nel loro pensiero un'immagine nuova, viva; alla quale il prete non aveva nemmeno accennato: la moglie di Pierino.
Un'altra donna, un'estranea in quella casa, nella loro casa, sempre con loro, in mezzo a loro, e come loro padrona di tutto! La moglie di Pierino! Un'altra signora Laner! La nuova signora Laner!
Quella loro grande amarezza, quel loro continuo rodimento era un senso strano di gelosia: gelosia di Pierino, dell'orto, della Canonica, della roba; persino di don Giuseppe: insomma gelosia di tutto ciò che aveva appartenuto, che apparteneva a loro due soltanto e che sarebbe stato anche di quell'altra, della terza padrona che doveva capitare!
E tornavano la mattina, la sera, a fermarsi alla loro finestra…. vedevano quell'altra passeggiare nell'orto, raccogliere la frutta, le pere del Gigantesso…. comandare, ordinare chissà quali cambiamenti!
Sospiravano, si guardavano, si capivano; ma adesso colle occhiate lunghe e mute, invece di consolarsi si affliggevano di più.
—È tanto giovane Pierino….
—Forse, prima, avremo tempo di morire….
Ma l'idea di morire a tempo per non veder quell'altra capitare in casa, se era balenata prima nel loro animo come un sollievo, aveva finito poi col destare nel loro cuore nuove inquietudini e nuovi tormenti. Morire prima di aver educata "quell'altra" all'economia, al risparmio!… Morire prima di averle insegnato l'ordine della casa, l'andamento della piccola amministrazione, il modo di mantenere il pollaio con poca spesa, di conservare le frutta e l'uva intatta, per tutto l'inverno?
E le due vecchie, spaventate che la moglie di Pierino non avesse tutta l'economia indispensabile a una famiglia per assicurare il necessario e mantenere il timor di Dio, raddoppiavano di avarizia, risparmiavano anche quella poca fettina di lesso in due, per poter rimediare fin d'allora, per preparare un po' di largo, caso mai "quell'altra", venuto il suo momento, non avesse giudizio abbastanza.
Finite le vacanze, Pierino doveva assolutamente ritornare a Trento, per proseguire gli studi; non più in Seminario, s'intende, ma alle scuole pubbliche. Le signore Laner avrebbero certo preferito che il nipote rimanesse in paese per badare all'orto, ai campicelli e per fare un mestiere qualunque, come suo padre. Ma don Giuseppe aprì loro gli occhi anche su questo punto.
"Pierino era di un'indole troppo irrequieta e vivace; aveva del talento, ed era stato allevato troppo bene, perchè omai potesse ancora adattarsi a fare il sarto o il calzolaio, e a lavorare la campagna. A Crodarossa avrebbe finito col diventare un fannullone, un vizioso. Invece, facendolo studiare, si poteva forse cavarne qualche cosa!… Avrebbe potuto avviarsi nella carriera dell'insegnamento, oppure ottenere un posto, per esempio, nelle ferrovie, dove si va avanti, e quando si è vecchi si gode la pensione. Pietro non era un milionario, ma il capitaletto che gli aveva lasciato lo zio "quell'eccellente don Giacomo (e sempre a questo punto anche il prete alzava gli occhi al cielo e sospirava) gli poteva servire per i primi bisogni e, al caso, per una cauzione in una Banca."
Le Banche?… La signora Angelica, e la signora Rosa, non sapevano nemmeno che cosa fossero le Banche, le azioni, le carte, i valori pubblici in genere. Non si fidavano altro che della Cassa di risparmio; e i denari di Pierino erano messi appunto sopra un libretto già intestato al suo nome. Pochetti ma tocchetti: era tutta la loro esperienza e la loro furberia.
Intanto don Giuseppe, prima ancora che il ragazzo partisse per Trento, aveva procurato di metterlo a dozzina presso certi suoi parenti ai quali avrebbe pur dato l'incarico formale di sorvegliare il piccolo Laner "buono come il pane, ma troppo vivo."
Così Pierino l'aveva spuntata; non sarebbe più tornato in Seminario!… Ma pure, quando venne il momento di partire, si allontanò da Crodarossa col cuore oppresso e assai più triste di quanto non lo fosse la prima volta, allorchè era partito saltando, arrampicandosi sull'imperiale, accanto al conduttore della diligenza.
I baci delle zie erano stati adesso più caldi, per le gran lacrime versate; anche don Giuseppe aveva saputo trovare certi consigli, certe parole buone che lo avevano intenerito. Pierino, ormai, aveva già provato a rimanere un anno lontano, senza più vedere quelle sue montagne verdi dalla cresta bigia, quel suo pezzo di cielo attraversato lentamente dall'ala pesante dei corvi. Aveva cominciato a soffrire i primi dolori, a combattere le sue piccole battaglie e per tutto ciò, quel lungo anno che ricominciava, l'ignoto di quel lungo anno che doveva ancora passare prima di ritrovarsi in faccia a quei monti, prima di rivedere la casettina bianca e quieta, lo sgomentava, lo immalinconiva fino alle lacrime.
Ma partito cogli occhi rossi e a capo basso, gli scolari delle Tecniche lo videro arrivare col cappello sulle ventitrè e il sigaro in bocca: un pezzo di Virginia che gli metteva il mal di stomaco. Pietro Laner aveva vergogna di aver portato la sottana nera; coll'aria da bravo e col sigaro, sperava tener nascosta a tutti la macchia dell'esser stato per un anno in Seminario. Invece i suoi compagni lo vennero presto a sapere, ne fecero un baccano indiavolato, e d'allora in poi, per burlarlo o per attaccar briga, lo chiamavano sempre prete-spretato, baciapile, papalino! Pietro montava in furia, correvano pugni, si rodeva; ma poi, per lavarsi di quell'onta di essere stato fra i preti, per riavere la stima de' suoi condiscepoli, si sforzava persino a tirar giù certe bestemmie grosse come una casa, e che gli lasciavano poi, in fondo al cuore, un senso misterioso di rimorso e di timore.
E anche Pietro, come i suoi compagni, non andava più alla messa la festa, e gridava, ne diceva di tutti i colori contro i preti e contro i bacchettoni; ma poi, quando fu vicina l'epoca degli esperimenti del trimestre, ebbe paura, e tornò ad ascoltare la messa, in una vecchia chiesetta, fuori di mano, dove era sicuro di non essere veduto dai compagni.
L'esperimento andò a vele gonfie e le classificazioni furono tali, specialmente per la Composizione e per la Storia, da provare a don Giuseppe che non aveva preso un altro gambero, come quello della vocazione, anche a proposito del talento.
Pierino montò in superbia per le lodi dei professori e per una certa gloriola che si era procurata anche fra gli scolari con una sua ballata in versi: Napoleone a Sant'Elena. Pensò di essere un genio e credette di non aver più bisogno di nessuno, nemmeno di quella povera Madonnina quasi ignorata nella viuzza remota; e ricominciava anche di tanto in tanto a tirar giù qualche moccoletto, quando gli accadde uno di quegli avvenimenti che lasciano nell'anima un'impressione così profonda che non si cancella interamente per tutta la vita.
Nella stessa casa dove Pietro stava a dozzina, c'era una botteguccia d'un libraio con cartoleria. Pietro, che aveva la passione delle penne, della carta, aveva preso l'abitudine di entrare sempre nella botteguccia, quando andava o tornava dalla scuola. Faceva le sue spesucce, guardava le stampe, le fotografie, i libri illustrati, e un giorno appunto gli capitò sottocchio un libro, un libro nuovo, che lo colpì stranamente e che non osò nemmeno toccare per timore di essere veduto dal libraio.
Sulla copertina chiusa (bisognava tagliarla per leggere il volume) era disegnata, a colori, una donnina molto poco in camicia, colle calzette azzurre e gli stivalini neri, seduta sulle ginocchia di un brutto scimmiotto in frak e cravatta bianca. Il libro era intitolato: Le notti di Giuliana, e sotto, fra parentesi, era stampato in caratteri grossi libro segreto.
Pierino continuava a guardare il libro, continuava a fissarlo con una stupidità animalesca negli occhi immobili, col sangue che gli accendeva le guance. Lo voleva quel libro: costava un fiorino, ma egli, soltanto per poterlo leggere, avrebbe dato tutti i suoi quattrini. Ma come domandarlo al libraio? Il vecchio cerbero colla papalina bisunta gli avrebbe ficcati gli occhi addosso; quegli occhi spelati, così vivi e acuti dietro le lenti! Eppure voleva averlo; voleva leggerlo. La sua curiosità era così eccitata, il suo desiderio così cocente, da diventare un orgasmo, una vera ossessione. Gli scolari delle Tecniche ne sapevano e gliene avevano insegnate più assai dell'amico seminarista; ma più egli ne imparava, più ne sapeva, e più cresceva la sua curiosità.
Timido per indole, timidissimo per lo stesso desiderio che lo accendeva, non osava domandare, non osava spiegarsi coi compagni. Quelli si mettevano subito a ridere, a urlare, a chiamarlo don Piero o san Luigi Gonzaga.—E aveva sentito parlare di cene, di certe orgie di ricconi, di vecchi milionari….—Cos'erano? Cosa facevano?… Certo doveva essere tutto raccontato, tutto descritto in quel "libro segreto" Le notti di Giuliana.
Ci pensò tutto il giorno a scuola, a casa, con una smania che si faceva sempre più bramosa, più fissa, che gli era montata al cervello, che lo riscaldava, lo esaltava come i fumi del vino.
La mattina dopo capitò in bottega dal libraio più presto del solito: voleva comperare una grammatica francese; quell'altra l'aveva smarrita, o gli era stata rubata: insomma non la trovava più!
La grammatica francese costava appunto un fiorino come Le notti di Giuliana. Con quella spesa non gli restavano più che altri tre fiorini e mezzo, e gli dovevano bastare fino alle vacanze:—Poco male; le zie lo avevano abituato all'economia!
Avuta la grammatica, indugiò come al solito nella bottega; e intanto che fingeva di ammirare le fotografie di Meran e di Gries lasciò lì la grammatica, sul banco ingombro di quaderni, di scatole, di volumi nuovi e vecchi; la lasciò lì, come per caso, vicino alla catasta degli altri libri. E continuò per un bel pezzo a guardare, a far passare le fotografie di Meran e di Gries.
Il libraio, intento a disporre le novità nella mostra, gli domandò d'un tratto senza voltarsi:
—Non va a scuola, stamattina?
—Che ora è?
—Son le nove. Sonano adesso!
—Le nove?!—esclamò Pierino, come spaventato a quell'annunzio.—Allora scappo!—e corse via in fretta e in furia, cacciandosi in tasca il Libro segreto invece della grammatica.
—In fine che male c'è?… Tanto l'uno che l'altro costano un fiorino; dunque l'ho comperato!—Era suo, finalmente! E adesso che smania di esser solo, di rompere la copertina chiusa, di vedere, di leggere!
Sentiva quel libro pesargli nella saccoccia; gli metteva addosso un calore che gli saliva alla faccia; negli orecchi aveva uno scampanellìo cupo, come se avesse preso il chinino.
Aspettò, quieto, che fosse cominciata la lezione, poi, appena gli parve giunto il momento opportuno, alzò la mano, e avuto il cenno affermativo del professore, se ne andò difilato a rinchiudersi nel solito buco affocato, in fondo al corridoio, dove gli scolari passavano le ore a imparare a fumare. Il sole di giugno batteva colà tutto il giorno e le mosche entravano dai vetri rotti della finestrina a mezzaluna, scendevano colle striscie di luce e i pulviscoli dorati dalle fessure del piccolo tetto di legno sporgente, sbucavano di sotto, correvano sulla faccia, punzecchiavano grosse, moleste, insistenti.
Pietro Laner stracciò colle dita tremanti la copertina e le pagine del libro, e subito cercò, cercò avidamente, in ogni pagina…. Niente! Tutta la grande attrattiva era nella copertina; il resto, una raccolta di novellette insipide, tradotte dal francese.
Possibile?!… Pierino continuò a stracciare le pagine, a cercare, a cercare rapidamente nell'una e nell'altra, indietro, avanti, senza accorgersi intanto che il tempo passava.
A un tratto un pugno forte, poi un altro, scossero l'usciolo sconnesso e mezzo sgangherato.
—Aprite, Laner!
Era la voce del bidello.
Il libro sparì di colpo, precipitò nel vuoto, con un rumor cupo, sempre più basso.
—Aprite, Laner!—E il bidello tirò un altro pugno ancora più forte contro l'uscio.
Pierino aprì, mostrandosi pallido, confuso, al bidello che lo afferrò subito per un orecchio, come don Giuseppe lo agguantava per la cuticagna.
—È un'ora che siete qui! Vi ho veduto entrare!
—Non è vero…. potrei giurare….—ma un'altra tirata di orecchie e un forte scossone gl'impedì di farsi spergiuro.
Il bidello aveva sentito il tonfo del libro, e aveva immaginato press'a poco di che cosa si trattava.
Il direttore ed uno de' professori, passavano in quel punto lungo il corridoio: subito ci fu tra loro e il bidello un breve conciliabolo: poi fecero, su due piedi, una specie di processo, con interrogatori e minacce al povero Pierino, che rispondeva livido, tremante, senza fiato.
—Cosa facevate?
—Fu…. fumavo….
—Cos'è che avete buttato via, quando han picchiato all'uscio?
—La…. la pipa.
E non vi fu verso di cavargli altro di bocca: a testa bassa, continuava a rispondere—"Fu…. fumavo—"La…. la pipa."
Per punizione fu messo in gattabuia invece di lasciarlo andare a casa a desinare. E Pierino, in quelle ore, soffrì quello che non aveva mai sofferto in vita sua!
Il suo sgomento, il suo tormento, era che cercassero, che scoprissero Le notti di Giuliana. Ma allora sarebbe passato per ladro col libraio, coi professori, coi suoi compagni e coi parenti di don Giuseppe… con tutti quanti! Il cambio colla grammatica l'avrebbero creduta una storiella!
Ladro! Ladro! Ladro!—e immaginava quella parola "Ladro!" "Pierino ladro!" quando fosse arrivata lassù a Crodarossa!… Che vergogna! Che vergogna! Ma piuttosto la morte, mille volte la morte!
E in quello sgomento, in quel terrore Pierino cominciò a pregare il suo povero babbo, il suo povero zio ch'erano in paradiso, che gli volevano bene, e che sapevano che non era un ladro. Poi pregò la Madonna miracolosa del Santuario di Crodarossa, che aveva fatto tanto male a dimenticare, poi l'altra, quella di Trento, della piccola chiesetta lontana, solitaria, e che aveva fatto molto male a trascurare, e pregò, pregò ginocchioni, piangendo, balbettando, dandosi pugni contro il petto che gli doleva per l'affanno e per la fame. Col fervore della preghiera, colla sincerità del pentimento, faceva le promesse più solenni. Oh, se i suoi poveri morti, se la Madonna, quella di Crodarossa e quella di Trento, gli facevano quella grazia; se il libro non era scoperto; se lui non veniva accusato di aver rubato, di essere un ladro, oh, allora, prometteva di mutar vita, di non dire mai più—mai più—la più piccola bestemmia, di andare in chiesa tutti i giorni, di andare a messa tutte le domeniche, tutte le feste, e di dirlo anche, di farsi vedere, senza stupidi riguardi, da tutti i suoi compagni!…
La cosa finì con una gran lavata di capo del direttore, e dei parenti, sul brutto vizio di fumare, e non se ne parlò più. Ma da quel giorno Pierino pregava, pregava tutte le sere, tutte le mattine; pregava per ottenere il miracolo che le zie gli mandassero un po' di soldi e per ottenere la grazia di passar bene gli esami.
E ancora dopo molti anni da quel giorno della grazia ricevuta per il Libro segreto, quando Pietro Laner mandò i suoi tre primi sonetti e il suo primo articolo di critica intitolato Berchet e Mameli "All'illustre cavalier Matteo Cantasirena, direttore del Rinnovatore _e dell'_Emporio Letterario", prima di portare il manoscritto alla posta, se lo portò in chiesa, nascosto sotto il gilet. In quel momento e con tutto il male che aveva detto dei Gesuiti e del Papa nel suo primo articolo, Pietro Laner non poteva certo umiliarsi a credere nelle "grazie" e nei "miracoli" di Domineddio; ma credeva, e ne aveva paura, in quella stranissima combinazione, che quando non andava in chiesa non gli riusciva niente di bene.
E per Pietro Laner sarebbe stata una disgrazia se quell'articolo, se quei sonetti, non avessero fatto buona impressione al cavalier Cantasirena. Guai per lui se non fossero stati accettati e pubblicati nell'Emporio Letterario! La sua più grande, la sua più bella speranza sarebbe andata svanita! Era da quei tre sonetti e da quell'articolo che poteva dipendere tutto il suo avvenire, tutta la sua felicità e forse tutta la sua gloria!
Pietro Laner aveva finito con onore anche L'Istituto Tecnico, aveva passato i vent'anni, ma ancora non aveva scelta la sua carriera: era incerto, non sapeva quale avrebbe potuto essere per lui la migliore. Continuava a ripetere ogni momento che avrebbe fatto volentieri il professore; che avrebbe fatto volentieri l'impiegato con un buon posto, che avrebbe fatto volentieri anche il ragioniere, ma intanto continuava volentieri a far niente!
E la signora Angelica e la signora Rosina, che non avevano nessuna fretta di vederlo partire da Crodarossa, di vederlo toccare il suo libretto della Cassa di Risparmio, si ostinavano ogni giorno più nel loro mutismo, per non essere obbligate a far domande, a spingere il nipote a prendere una risoluzione, come avrebbero dovuto fare, ma come non avevano voglia di fare.
Soltanto don Giuseppe predicava in italiano e in latino che quello stato di ozio, di dissipazione, non doveva durare sine fine dicentes. Ma don Giuseppe e Pietro Laner erano venuti poi a rottura a proposito della "triplice alleanza" e del "potere temporale". Don Giuseppe aveva alzata la voce, e gli aveva imposto di tacere, mentre la signora Angelica e la signora Rosina, sbalordite, sbigottite, correvano intorno affannate a chiudere tutte le porte, tutte le finestre, perchè l'ortolano, perchè la gente di fuori, non avesse a sentire e a rimanerne scandalizzata.
La brutta scena era rimasta impressa nell'animo di Pierino: lo rodeva il dispetto, la stizza di essersi lasciato intimidire e di non aver avuto il coraggio di rispondere per le rime quando don Giuseppe aveva alzata la voce.
—L'ora è sonata! Bisogna passare il Rubicone! Non voglio ammuffire fra le sottane! Viva l'Italia! Viva la libertà! Abbasso i preti!—e per mostrare anche a don Giuseppe che omai voleva impipparsene di tutti quanti, gli passava vicino col suo bravo cappello col garofano rosso e il mucchietto d'edelweiss infilato di dietro, sulle ventitrè, e si faceva sentire a fischiettare l'Oi Carolì, e il Morettina tu mi lasci.
VII.
Indice
Fu appunto in quei giorni, quando Pierino era più che mai infervorato nel desiderio della ribellione, che gli capitò a Crodarossa uno dei primi numeri dell'Emporio Letterario: dono settimanale agli abbonati del Rinnovatore, speditogli da Milano da un suo amico, già suo compagno di scuola, che faceva il commesso dai Bocconi per passatempo, e di professione il poeta e scrittore di commedie per il "Teatro Milanese".
L'Emporio Letterario aveva pubblicato appunto in quel numero una sua poesia: "Il nostro fiumicel…." ispirata al Guado dello Stecchetti.
Fu una rivelazione per Pietro Laner. Ecco la sua carriera: fare il poeta, il letterato, il giornalista!
In due o tre anni poteva essere "arrivato", avere il ritratto pubblicato nell'Emporio Letterario e farlo capitare a Crodarossa.—Poeta!… Giornalista!—Propugnare l'italianità di Trento e di Trieste, e a Roma Giordano Bruno, per fare crepar di rabbia don Giuseppe. E poi vivere a Milano, la prima città d'Italia, dove tutti i letterati fanno furori e tutti i giornalisti quattrini! E poi avere la propria indipendenza. Oggi lavorare dieci ore e domani andar a spasso tutto il giorno. E la libertà? Poter gridare Viva l'Italiaa! a squarciagola, magari in piazza del Duomo!… E poi, finalmente, andare al veglione.
Si mise subito all'opera. Pensò, ripensò; cambiò più volte il posto dove mettere il tavolino:—sotto alla finestra, il troppo sole gli confondeva le idee; dove c'era troppo scuro, non gli volevano venire. Finalmente, cambiando ogni giorno la qualità delle penne e il colore della carta, scrivendo poco, cancellando molto, condusse a termine tre sonetti—L'invito—L'incanto—L'inganno—e l'articolo critico sulle poesie del Berchet e del Mameli, e spedì il tutto sotto fascia raccomandato, unitamente a una lettera autobiografica di otto pagine nella quale si presentava, si raccomandava, si sfogava col Direttore dell'Emporio Letterario.
Matteo Cantasirena aveva scritto nell'articolo programma che l'Emporio era fatto sopratutto pei giovani e doveva essere scritto dai giovani.
E Pietro Laner gli dichiarava nella sua lettera:
Primo: "che era giovane.
Secondo: "che era Trentino.
Terzo: "che domandava il suo giudizio su quei tre sonetti e su quell'articolo, che aveva buttati giù, per un esperimento, in poche ore.
Quarto: "che il suo sogno era di venire a Milano e che sarebbe orgoglioso e fiero se potesse entrare come collaboratore in uno dei suoi giornali.
Quinto: "che pur di veder pubblicati i tre sonetti e l'articolo, li mandava gratis; e che se prima di accettarlo come collaboratore fisso, il signor Direttore voleva sottoporlo a un periodo di prova, era disposto anche a venire a Milano a proprie spese. Sapeva benissimo che tutte le carriere costano, nei primordi, fatiche e quattrini. Ma per la fatica era giovane, e si sentiva forte; per il resto aveva un capitale suo di ventimila lire; e poteva anche sacrificarne cinque o seicento, pur di far carriera nel giornalismo."
E qui cominciava a raccontare, in lungo ed in largo, tutta la storia della sua famiglia, della sua gioventù sacrificata, delle sue aspirazioni, del suo amore per l'Italia, del suo odio per il papato, del bene che gli volevano le zie, e dei dispiaceri avuti con don Giuseppe.
La risposta si fece attendere; arrivò quando il Laner non l'aspettava già più e in un momento in cui il giovanotto non ci pensava nemmeno. Ma appena la vide, la indovinò, ancora fra le mani del postino, tutto il sangue gli salì al cervello con un gorgoglìo tumultuante.
—Non c'era dubbio. Veniva da Milano. E c'era stampato in un angolo della busta: Emporio Letterario!
Il bigliettino era brevissimo, ma ogni periodo fu come una scossa elettrica per il buon Laner.
"Caro Pietro:
"Amo i giovani, perchè non ho più fede altro che nei giovani.
"All'affarismo che monta, al realismo che dilaga, unico baluardo i giovani che hanno il disinteresse dell'idea e il culto dell'ideale.
"Voi avete ingegno e avete cuore: i vostri versi e il vostro articolo ne sono il documento. Bravissimo!
"Ho un grande progetto e una grande proposta.
"Venite subito a Milano. Scrivere non è prudente e non è utile. È la parola, fecondatrice del pensiero, nel dibattito delle grandi idee.
"Come stanno le nostre Alpi?—L'eco italico risponde vindice alla nordica bestemmia, col verso magnanimo e magnifico del mio povero Prati?—Salutatemele. E al Caffaro e a Bezzecca, alle Sante Termopili della terza Roma, l'evviva, l'excelsior del vecchio colonnello garibaldino!
Vostro per la vita
MATTEO CANTASIRENA.
"P.S. Portatemi dei sigari di Virginia.—Sceltissimi.—Intendiamoci: per commissione."
Pietro Laner, tre giorni dopo ricevuta la lettera di Matteo Cantasirena, pigliava di botto una di quelle risoluzioni così coraggiose, così ardite, alle quali non arrivano, certe volte, altro che i timidi. Disse in casa che andava a Roveredo e scappò a Milano. E da Roveredo scrisse alle zie che "ormai il dado era tratto: che aveva passato il Rubicone. Era un pezzo che ci pensava, che aveva deciso, ma non aveva mai voluto parlarne per non amareggiarle; e non aveva voluto vederle, consolarle prima di partire per non perdere quella forza, quella calma d'animo, della quale aveva tanto bisogno. Del resto, non era che la prova di un paio di mesi. Dopo, sarebbe tornato in ogni modo a Crodarossa. O per fermarsi per sempre, per seppellirsi lontano dal mondo se la prova gli andava fallita; o per rivederle, per salutarle, se gli era andata bene, e ricevere allora quella benedizione che adesso pregava, supplicava, gli volessero mandare anche da lontano, col loro perdono."
La signora Angelica e la signora Rosina capitarono dinanzi a don Giuseppe esterrefatte; senza nemmeno aver la forza di piangere. Piansero dopo, un po' tutti i giorni; quando don Giuseppe le ebbe un po' confortate e rassicurate.—Tutto per il meglio: Ricordiamoci sempre di questa massima salutare: tutto per il meglio!—Poi il prete continuava, più lentamente, più a bassa voce, con mistero, quasi avesse paura che l'aria portasse in giro le sue parole:—Quando Pierino avrà imparato a proprie spese a mettere giudizio, ritornerà a Crodarossa più quieto, più umile, e sarà meno pericoloso per sè e per gli altri. Con certi discorsi, con certe imprudenze, non si scherza! Poteva farci capitare addosso dei guai seri. Tutto per il meglio, e ringraziare Quel di lassù!
Matteo Cantasirena, in quei giorni, era tutto occupato e tutto infervorato nella gran lotta per le elezioni amministrative e non si ricordava più di niente: nè di Pietro Laner, nè delle lettere, nè del "grande progetto" che aveva da comunicargli.
Quando Pietro Laner gli capitò dinanzi col viso sparuto, annerito dal carbone della terza classe, col lungo ciuffo della parruccaccia arruffata, lo prese lì per lì, invece del giovane trentino, per uno dei soliti "tirolesi".
—Passate dal Bizzarelli!—grugnì dispettosamente, continuando a scrivere più in fretta.
—Sono Pietro Laner!—balbettò l'altro porgendo, per farsi conoscere e per raccomandarsi, il grosso pacco dei Virginia, che gli era costato al passaggio del confine, mille ansie e mille pene.
—Ho detto di passare dal Bizzarelli!—gridò ancora più inferocito Cantasirena, alzando la grossa testa, dal barbone imponente.—Non ho tempo da perdere. Ho le elezioni da fare. Prima gl'interessi di Milano e dopo i miei privati. Ho sempre fatto così!
Al povero ragazzo tremavano le gambe.
—Mi ha scritto lei di venire subito a Milano. Sono Pietro Laner, di Crodarossa…. e questi sono i sigari di Virginia, proprio scelti uno a uno.
I sigari furono un lampo per Matteo Cantasirena: il lampo che rischiarò le ventimila lire. Si allungò, si sdraiò sulla poltrona, e sorridendo, accarezzandosi la barba, arricciolandone la punta colla mano bianca, un po' tremula, continuò a guardare il giovanotto, fissando gli occhietti piccoli, scrutatori.
—Pietro Laner!—replicò, facendo risonare il nome e l'accento.—Il Bardo Trentino!—e continuando a sorridere, con un lampo di malizietta benevola, cordiale, gli stese, gli offrì la mano, ma senza troppo allungare il braccio che teneva appoggiato sul seggiolone.
—Ho letto i vostri articoli e i vostri versi.
—E così? Le sono piaciuti?… Mi dica proprio la verità! Senza far complimenti!—esclamò il Laner che voleva mostrarsi indifferente, ma che aveva le labbra pallide per la commozione.
L'altro non rispose; diventò serio, grave, abbassando le palpebre, soffiando, stirandosi sulla poltrona. Poi riaprì gli occhi e tornò a guardare il giovanotto con un cenno incoraggiante.
Pietro Laner arrossì di gioia: quell'altro aveva voluto scherzare: gli articoli e i sonetti gli erano piaciuti davvero.
—Dirò a voi,—ripigliò poi Cantasirena con un lungo sospiro che si riferiva ai dolci ricordi, alle care amicizie del tempo andato,—dirò a voi quello che dicevo sempre al povero Praga, al Camerana, al Betteloni, al Boito, quando venivano a pranzo a casa mia, con quel testardo del Rovani, e mi obbligavano per forza, mi chiudevano in camera per farmi sentire i loro versi. Voi non eravate ancora nato, caro Laner!… Bei tempi!…—Ricordatevi, predicavo loro, a tutti quei matti, che la poesia è la musica,—musica italiana, s'intende!—del pensiero: verso e pensiero, pensiero e rima, tutto deve essere armonioso, tutto deve esser limpido, come le "chiare, fresche e dolci acque" di messer Francesco!—E predicherò a voi, nel momento presente: Se volete aver salute, guardatevi dal "simbolismo".
—Io?—esclamò Pietro Laner, sprezzante, sdegnoso,—non so nemmeno che cosa sia!—E fiero, reso ardimentoso da questo fatto per il quale si sentiva più innanzi nella stima e più legato al Direttore, gli tornò a presentare il pacco di sigari, cominciando a narrare la lunga iliade di patimenti e di timori, sofferta per quel pacco, alla stazione di Ala.
Ma intanto che il giovanotto continuava a raccontare le sue storie, il Direttore, distratto, pensava ad altre cose. Gli fece mettere i sigari sul caminetto, senza nemmeno ringraziarlo; poi raccogliendo sulla scrivania i fogli dell'articolo che aveva scritto, chiamò forte: Taddeum!
Si udì il rumore sordo della gamba di legno sull'impiantito; il tintinnare delle medaglie che penzolavano sul petto di Taddeo, insieme alla pipa, e subito il vecchio soldato si presentò sull'uscio diritto, in posizione, salutando colla mano al berretto da Garibaldino.
—Comandi, Colonnello?…
Le medaglie, la gamba di legno, il berretto, il colonnello fecero un effetto magico, di maraviglia, di rispetto, di commozione sull'animo del giovane trentino, ancora oppresso dalla soggezione di don Giuseppe e ancora fresco dalle ansie del confine, per via dei sigari di contrabbando. Gli parve a un tratto di sentir echeggiare nello studiolo ammuffito le note calde e libere, proibite a Crodarossa, dell'inno di Garibaldi: "I martiri nostri son tutti risorti!" e improvvisamente, con un trasporto sincero di amore e di entusiasmo, gridò forte: Viva l'Italia, per Dio!
—Evviva!—rispose il solo Taddeo, che tornò poi a domandare, sempre in posizione:
—Comandi, Colonnello?
Matteo Cantasirena gli consegnò l'articolo da portare in stamperia, poi quando Taddeo fu sull'uscio lo fermò con un cenno, e rivolgendosi al Laner gli domandò se aveva già fatto colazione.
—No….
—Allora la farete con me. Va bene?
—Grazie,—rispose Pietro arrossendo dal piacere.
—Tornate a prendermi qui all'ufficio; a mezzogiorno. Oggi poi pranzerete a casa mia. Voglio presentarvi alle mie figliuole, che hanno letto i vostri versi.
—Grazie….—disse ancora Pierino, arrossendo questa volta per il piacere, per i versi, e per le figliuole che li avevano letti.
—Dove siete alloggiato?
—In nessun posto, ancora. Appena arrivato, sono venuto qui direttamente.
—Per oggi potete scendere al Roma o all'Europa.
E dato ordine a Taddeo, sempre fermo sull'uscio, di prendere un brum e di condurre il signor Laner all'hôtel, si rizzò di colpo, si buttò addosso allo scrittoio e ricominciò a scrivere in fretta, in furia, facendo scricchiolar forte la penna.
Pietro Laner voleva ringraziarlo, voleva stringergli la mano, salutarlo, ma l'altro, intento a scrivere, non lo guardò nemmeno.
—Il signor Direttore è stato il suo colonnello?—domandò il Laner ancora tutto pieno di ammirazione, a Taddeo, appena furono sulle scale.
—Nossignore,—rispose l'altro.—Il mio colonnello era il signor
Chiassi, che è morto a Bezzecca.
—E anche lei è stato ferito a Bezzecca?
—Sissignore.
—Allora gli avranno data la pensione?
—Quella della medaglia: novanta lire all'anno.
—Ma….—Pietro esitava,—per…. la gamba?
—Niente. Me l'hanno tagliata due anni dopo: quando mi si è riaperta la ferita. Ho mandato le carte al Ministero, ma non sono mai arrivate!
Pietro Laner si sentì raffreddare tutti gli entusiasmi. Era in Italia o era ancora…. di là?—Ma poi, il ricordo dell'invito a colazione e a pranzo, avuto dal Direttore dell'Emporio Letterario, e il pensiero delle figliuole, che avevano letti i suoi versi, tornarono subito a farlo diventare di buon umore.
Il Direttore lo condusse a colazione al Cova, nel gran salone. Matteo Cantasirena si avanzava pettoruto, maestoso, battendosi dei colpettini leggeri sulla schiena, col bastone dal pomo d'argento. E Pierino dietro, si sforzava per stargli alle falde del soprabitone, per far vedere ch'era in compagnia del Direttore. Confuso, intimidito da quel lusso, da quell'andirivieni, da quel mormorìo composto, garbato, così nuovo e imponente per il contadinotto di Crodarossa, non sapeva più camminare, non sapeva più muoversi, urtava nella gente, nei camerieri. E quando vide il signor Direttore sedersi a un tavolino, dove tutti si erano alzati per fargli posto, complimentandolo e festeggiandolo, Pierino rimase in piedi, a bocca aperta, rigirando fra le mani il cappello a cencio alla tirolese, sorridendo e facendo saluti a tutti quei signori, che non lo guardavano nemmeno.
—Fatevi portare una sedia e sedetevi,—gli disse poi Cantasirena, quando sembrò ricordarsi del suo invitato e di presentarlo.—Il signor Pietro Laner; un giovane trentino, scrittore di gran talento.
Ma anche la presentazione, anche il gran talento, non fecero effetto. Lì, tutta quella gente, era di gran talento. Un'occhiatina di traverso, e poi il nuovo venuto rimase sepolto nell'oblìo.
Erano infervorati nelle elezioni. Si arrabbiavano, si invelenivano, ridevano, gridavano gli uni contro gli altri, senza intendersi; tutto per le elezioni. Soltanto quando parlava Matteo Cantasirena si chetavano, tacevano: lo ascoltavano con interesse, con piacere, sorridendo. Matteo Cantasirena parlava poco a colazione, perchè mangiava molto; ma quel poco era prezioso. Erano notizie, informazioni particolari, comunicate sommessamente, confidenzialmente. Erano risposte pronte, salate; arguzie felici, dette sempre in tono grave, colla faccia seria e che sollevavano un coro di risate e di approvazioni. Oppure, finalmente, era un'aspra invettiva lanciata contro la Costituzionale e gli inamovibili che rovinavano il partito e il paese. Fra la comitiva, che rimaneva impressionata, c'era allora un momento di silenzio profondo. Matteo Cantasirena sospirava: come un oracolo socchiudeva gli occhi e poi tornava a mangiare.
Pietro Laner, un po' impacciato col suo "osso buco alla gramolata" che rivoltava sul piatto senza lasciarsi tagliare, schizzando la salsa sulla tovaglia, rideva anche lui, quando ridevano gli altri. Ma il suo riso era una smorfia stentata, che invece di metterlo di buon umore gli faceva sentire più grande e più profondo il suo isolamento, il suo avvilimento; e lì, in quel bel caffè, in mezzo alla folla, sentì di esser solo, sentì di non esser "più niente" e dinanzi a quell'"osso buco alla gramolata" che non voleva lasciarsi tagliare, lo assalì profonda, amara, la nostalgia delle sue montagne.
Pure, avrebbe voluto vincersi, avrebbe voluto parlare, dir qualche cosa. E stava attento, ansioso, se gli veniva il destro di poter entrare in qualche discorso. La colazione era alla fine, l'"osso buco" era sparito, quando Pierino vide il Direttore cercare attentamente un buon sigaro nella scatoletta del cameriere. Allora forzò la voce, che gli era diventata fioca nella strozza, e ricordò i Virginia sceltissimi, che gli aveva portati da Trento.
—Sicuro,—esclamò Cantasirena,—il bravo Laner mi ha portato dei Virginia austriaci che devono essere eccellenti.
Gli amici del Direttore si voltarono per guardare il bravo Laner dei Virginia, che diventava interessante.
Oh, finalmente!—pensò Pierino, e col suo frasario mezzo veneto, cominciò a raccontare tutte le angosce del dover nascondere il pacco alla dogana.
—Ma dovevate pagare il dazio,—esclamò seccato il Direttore, che sdraiato, sonnecchiando, guardava il fumo dell'Avana, che bruciava lentamente alla candela.—Dovevate pagare il dazio; era più semplice!
Gli altri tutti del tavolino, tornarono a voltar le spalle al Laner.
—Già…. sicuramente….—rispose Pietro, e non aprì più bocca. Quella colazione era durata due ore, ed era stata un supplizio di due ore. Ma per fortuna, appena fuori del caffè, Cantasirena, che se n'era andato col suo trentino prima di tutti, per via del giornale, fu subito un'altra cosa. Diventò più affabile, più espansivo. Prese a braccetto l'egregio Laner, e fermandosi ogni tratto per dar maggior peso al discorso, cominciò a fargli delle confidenze, a dirgli cose che non aveva mai voluto dire a nessuno al mondo.
—Capite, giovane amico, queste elezioni le ho tutte io sulle spalle; e quando saremo in novembre, o in gennaio, ed avremo poi le elezioni politiche…. Non ne parliamo! Il Governo è inabile; la Costituzionale è un museo di antichità mal conservate; il paese comincia ad aprire gli occhi…. e io comincio a sentirmi stanco. L'ho detto anche l'altro giorno, a Monza.
Pierino si sentiva consolare da quel braccio che stringeva il suo, da quella voce affascinante, da quell'intimità affettuosa, amichevole:—Ah!… tornava a non esser più solo, tornava ad essere ancora qualche cosa!
A un tratto Matteo Cantasirena, che dopo aver parlato di Monza era rimasto come preoccupato e compreso dalla solenne gravità del colloquio avuto, si fermò su due piedi e fissando il Laner proprio in faccia, tanto da farlo arrossire, gli disse a bruciapelo:—Volete dunque che lavoriamo insieme?
—Magari!—Pietro cercò una parola più bella, più forte, più viva, ma non ne trovò altre e dovette ripetere:—Magari!… Magari!…
—Allora prendete voi la direzione dell'Emporio Letterario. E poi, chissà…. mi siete simpatico: un giorno sarò forse disposto a cedervi anche la proprietà del giornale. Come stanno le zie? Vi siete lasciati in pace?
A questa domanda inaspettata tutta l'animazione e la gioia di Pierino svanirono d'un tratto; e a voce più sommessa, con qualche reticenza, raccontò al Direttore in che modo era partito da Crodarossa e come aveva lasciato le zie.
—Ho detto che andavo a Trento e da Trento ho scritto che venivo a Milano. Riceveranno soltanto stasera la mia lettera. Ma ad ogni modo, adesso sono qui e non mi muovo, per tutto l'oro del mondo.
Matteo Cantasirena dopo averlo ascoltato crollando il capo, gli parlò da padre.
—Scrivete subito subito, anche da Milano, a quelle brave signore. E ricordatevi: sopratutto bisogna essere sempre in pace e d'accordo colle zie! Oh i vecchi—sospirò—sono la benedizione dei giovani! E seguitò a parlare degli ideali, della poesia, della famiglia, degli affetti domestici, i soli veri, i soli legittimi e duraturi…. Pierino intanto abbassava il capo, perchè il Direttore non gli vedesse gli occhi pieni di lacrime.
Ma allora, per scuotere la malinconia, Cantasirena cambiò tono di voce, e tornò a parlar d'affari.
L'Emporio Letterario aveva avuto un'espansione incredibile, inaspettata. Gli aveva presa la mano, assorbiva troppo della sua attività; e d'altra parte, c'era il giornale politico: la responsabilità sua verso il partito—e indirettamente verso il Governo—che esigeva e voleva tutte le sue cure.
—Io sono solo al Rinnovatore: devo rivedere tutto io; non posso fidarmi di nessuno. Buona gente, bravi ragazzi; ma senza iniziativa, senza colpo d'occhio—e aggiunse ridendo argutamente, in un modo che poteva parere un complimento per l'egregio Laner—e senza grammatica!… E poi non ho tempo da perdere: ho da pensare alla dote delle mie figliuole. Vedrete la prima, Eleonora (e cantò quasi le sillabe: E-le-oo-nò-ra!). Vedrete che splendore!…
Giunti sulla porta del giornale, il Direttore si fermò ancora a parlare, a parlare; poi diede all'amico Pietro l'indirizzo di casa sua avvertendolo che si metteva in tavola alle sette "preciso" e che per quel giorno venisse pure senza l'abito nero, perchè le sue figliuole erano state avvertite, e non si trattava che di un piccolo pranzo di famiglia: come a Crodarossa, ma senza don Giuseppe!—Poi, nel congedarsi sulla porta, coll'ultimo saluto della mano, gli ripetè ancora, colla malizietta bonaria del critico verso un autore che gli è simpatico:—E sopratutto…. guardiamoci dal simbolismo!
…. E dopo?… Dal suo arrivo a Milano? Dalla sua visita al
Direttore?… Da quel pranzettino così squisito e così intimamente
cordiale?… Con Eleonora che gli aveva cantato la Carmen e con Evelina che gli aveva recitato l'invito, L'incanto, L'inganno?… Dopo, dopo come gli era successo di fare il capitombolo?
Pietro Laner, riandando confusamente, come in sogno, tutto il suo passato, era arrivato al numero 27 di piazza Cavour, la casa della Schönfeld. Egli, certo, non avrebbe saputo rispondere a tutte queste domande. In quel momento non vedeva più che Nora, la sua Nori! Si era placata anche la fame. Le zie in collera, la faccia padrona, il Direttore che a furia di parole, di parole gli aveva fatte sparire le ventimila lire per far risorgere l'Emporio colle grandi illustrazioni del Figaro, per tirare innanzi il Rinnovatore fino alle elezioni politiche del novembre, nelle quali avrebbe preso un nuovo, uno straordinario impulso da Roma, tutto svaniva, lontano lontano, come i lampi d'un temporale che si dilegua.
Non vedeva più che Nora, la sua Nori; Nora che lo amava e che lo avrebbe salvato.
VIII.
Indice
—La signora Schönfeld, dove sta?—domandò Pietro Laner alla portinaia del numero 27.
—Scala grande, terzo piano, l'uscio a sinistra.
Il giovanotto salì lentamente, cacciando fuori il capo, per guardare nel vano il giro ampio della ringhiera e ripetendo fra sè: terzo piano, scala grande, l'uscio a sinistra. Quando fu su, l'uscio lo trovò subito. C'era nel mezzo, in alto, un biglietto di visita:—Edita Schönfeld—e sul nome una corona di contessa. Pietro Laner vide subito anche il bottone lucente del campanello, ma non lo toccò. Prima si spolverò le scarpe col fazzoletto, si abbottonò il paltò, si aggiustò la cravatta, tirò fuori i guanti, si levò gli occhiali per ripulirli, poi tornò a rimirare il bottone del campanello…. ma invece di toccarlo, sospirò.
—Se l'andare lui dalla Schönfeld a cercar di Nora, non fosse stato assolutamente "come si deve?" Se poi Nora si fosse arrabbiata?—E rimaneva irresoluto dinanzi all'uscio, quando l'uscio, a un tratto, si spalancò: era la cameriera, una bella ragazza, che aveva aperto ad un garzone di caffettiere, il quale passò via portando sulle spalle un gran cesto vuoto.
—Cerca della signora Schönfeld?—domandò la bella ragazza a Pietro
Laner.
—Vorrei sapere…. avrei da dire una parola, per parte di suo zio, alla signorina Nora. È venuta oggi? è qui la signorina Nora?
—Sissignore; cioè credo: adesso andrò a vedere.—E la cameriera aprì l'uscio del salotto, ch'era in faccia a quello dell'anticamera, e lo richiuse in fretta, appena entrata.
Fu un attimo, ma in quell'attimo Pietro aveva veduto come in un'apparizione, la Schönfeld e la Nora che sedevano sdraiate, quasi abbracciate sul canapè. Aveva veduto il salotto pieno di fiori, i tavolini pieni di dolci, di bottiglie: aveva veduto due signori che scherzavano galantemente, e in quell'attimo aveva pur sentita anche la voce di quello dei due più vicino a Nora, e che le offriva un bicchierino di rosolio: una vocetta alta e tremula…:—Non mi dica di no, signorina Eleonora!… Non mi dica di no!…—poi l'uscio si era richiuso: tutto era sparito.
Ci fu subito nel salottino un gran silenzio, che durò qualche minuto. Di là, certo, confabulavano a voce bassa. Poi tornò la cameriera, ma da un'altra parte. La bella ragazza non aveva più la faccia sorridente: era sossopra, aveva il broncio; dovevano averla strapazzata.
—Venga di qua,—disse sgarbatamente al giovanotto facendolo entrare in una camera piena di vestiti, di sottane sulle seggiole, sul divano; e in mezzo, sotto il baldacchino, un gran lettone di mogano, colla coperta di lana azzurra, damascata.
—Viene subito!—e la cameriera, piantò il giovanotto e se ne andò sbattendo le portine coi vetri a smeriglio.
—Per Dio!—mormorò Pietro Laner, sbuffando, battendo i piedi furioso.—A noi due! Adesso a noi due, signorina Eleonora!
Nora non si fece aspettare: piombò in camera rossa, furente.
—Cosa c'è? Cosa vuoi? Cos'è successo?—domandò colla voce bassa, rotta dalla collera.
Pietro Laner le afferrò un braccio e se la tirò vicino, addosso, per fissarla bene in faccia.
—Chi sono quei due? Chi sono quei due? Chi sono quei due?
La gelosia, la collera, la passione, il dolore, rendevano terribile quel povero diavolo, solitamente così innocuo, così timido.
La fanciulla, di primo colpo, ne rimase un po' impressionata; ma poi riprese subito tutta la sua franchezza, tutta la sua audacia.
—Sono amici di Edita; e non seccarmi; e non venire in casa degli altri a far scene, che non voglio rendermi ridicola! Non sei in montagna qui, non sei in mezzo ai bifolchi, in mezzo a' tuoi villani!… Sei a Milano, fra persone come si deve!—Poi, liberatosi il braccio ch'era diventato bianco, violetto ai polsi, fra le mani del Laner, gli disse di andar via subito: di andarla ad aspettare ai Giardini dinanzi al Museo.
La collera dell'amata, indizio sicuro della sua innocenza, quell'appuntamento ai Giardini che provava l'amore e l'arrendevolezza di Nora, calmarono subito il giovane. E col tono sommesso di chi vuol scusarsi, le raccontò che c'era stata una gran lite fra lui e il Direttore e che si erano guastati per sempre.
—Ero venuto anche per questo; per dirti che in casa tua non ci metto più i piedi.
—Lo zio è di primo impeto,—rispose la ragazza un'alzata di spalle;—ma poi gli passa presto.
—Ma non passa a me, se non mi paga! Se non mi rende quello che mi deve!… Non è per me che voglio la roba mia, quanto per te!… E poi le zie non ti conoscono. Non possono sapere che tu sei…. tutt'altra cosa.
Come faccio a dir loro "non ho più le ventimila lire e ho preso moglie?" Preso moglie?… E chi hai preso?—La nipote di quella canaglia che mi ha truffato!
Gli occhi di Nora si fecero torvi. In mezzo alla fronte rosea da bambina, alla fronte tersa e lucente, si scavò una piccola ruga sinistra, bianca, sottile come una cicatrice.
Pietro capì subito: si era lasciato trasportare e l'aveva offesa. La ragazza, lei, poteva dire tutto il male possibile dello zio Matteo; ma gli altri, Pietro Laner, no. Questi, come per scusarsi, raccontò allora, ma più pacato, contenendosi, anche la scena di quella mattina.—Di volo: zaff!—e le ultime dieci lire erano sparite. Non aveva più niente; non aveva…. ancora fatto colazione.
—Va bene, va bene;—rispose Nora sempre seccata, sempre imbronciata.—Aspettami ai Giardini, vicino al Museo. Omai bisogna spiegarsi.—E borbottò ancora nell'andarsene stizzosamente:—Tant'è, oggi o domani, bisogna spiegarsi!
—Spiegarsi?—pensava Pietro, girando attorno al gran fontanone asciutto dinanzi al Museo, e voltandosi ogni tratto sperando di veder la Nora entrare dai cancelli che apparivano tra i rami degli abeti, in fondo al prato verdissimo.
—Avrà voluto dire: bisogna spiegarsi collo zio Matteo.—Ma Pietro non era tranquillo. Si sentiva fiacco. Si sentiva addosso una irritabilità dolorosa. Anche quel sole pallido, bigio, tristo era snervante.
—Ma chi erano quei due? Amici di Edita! Oh, quella Schönfeld!… come l'avrebbe mandata al diavolo!
Tornò a voltarsi: essa non veniva ancora. I lunghi rami degli abeti e delle magnolie e il prato verde formavano come un quadretto attorno ai cancelli di ferro; ma il quadretto era vuoto: Nora non si vedeva.
Era stanco, sfinito, eppure avrebbe adoperata la poca forza che gli rimaneva per strozzar qualcuno. Come erano uggiosi quei giardini! Tutto vi era falso, artificiale; quella fontana senz'acqua, quei fiori troppo rossi, quegli alberi e quei prati troppo verdi; persino quei bambini infagottati, che parevano pupattole!—Si voltò ancora….
—Ah, finalmente!…
In mezzo al quadretto dai rami frondosi, in fondo al prato verdissimo, c'era la bella figuretta blù, colla cravatta lilla e il berrettino di lontra.—Era lei!—Tutto il giardino sembrò ravvivarsi.
Pietro andò ad aspettarla nel piccolo viale dopo il Museo, ma quando
Nora lo raggiunse, sempre diritta, col suo passo ritmico e sicuro,
Pietro non si ricordò di levarsi il cappello, sconvenienza che dava
tanto ai nervi a Nora.
I due giovani camminarono l'uno a fianco dell'altra, silenziosamente. Il Laner voleva mostrarsi offeso, e Nora pensava come doveva incominciare.
—Chi erano quei due?—domandò Pietro pel primo, colla voce cupa e affondando il muso nel bavero alzato del paltò.
—Amici di Edita.
—Va bene; ma chi sono?
—Uno, il banchiere Kloss; l'altro…. il duca di Casalbara.
Al Laner, subito, montò il sangue alla testa. Il Casalbara, quel decrepito damerino, gli era indifferente, ma il Kloss?… Il Kloss era un vizioso, un dissoluto! Un vecchiaccio sudicio, osceno! Era una vergogna, un'onta per una ragazza, soltanto l'averlo vicino. E smaniava geloso, furibondo, perchè il Kloss, certamente doveva aver messo gli occhi addosso a Nora. Perchè certo era per lei, per Nora, che andava dalla Schönfeld!
Il Kloss! E non aveva avuto tempo, in quell'attimo, di riconoscerlo nel salotto!… Meglio così. Se l'avesse visto con Nora…. Il Kloss vicino a Nora!… Per Dio! Avrebbe commesso uno sproposito!
Nora, impassibile, camminava sempre diritta, affondando le mani nelle tasche della giacchettina aperta, colla sua aria di sicurezza e di sfida. Soltanto, con indifferente naturalezza, guardava di qua e di là, per vedere se la gente, quei pochi che passeggiavano e quegli altri seduti sulle panchine, notavano, osservavano le smanie di quel pazzo.
Pietro si sforzava di parlare a bassa voce: ma tutti dovevano indovinare quel furore, dalla faccia stravolta, dal gestire concitato.
—Almeno…. faccia il piacere…. si ricordi…. siamo in mezzo alla gente!—E Nora, con la voce armoniosa dal timbro infantile, non gli disse altro. Il giovane la guardò, colpito da tanta freddezza, e le disse con più calma, col tono risoluto di chi s'impone e ha diritto d'imporsi:
—Ti proibisco, intendi bene, ti proibisco d'ora in poi, di mettere i piedi in casa della Schönfeld. E se io vengo a sapere che il Kloss si è trovato ancora con te o che ti ha ancora parlato,—anche una volta sola,—quel giorno, ricordatelo bene, tu vai per la tua strada, ed io per la mia.
—Pur troppo,—rispose la fanciulla con un sospiro ostentato,—pur troppo!… È quello che bisogna fare.
La sua voce non ebbe un tremito, il suo volto rimase fresco e roseo.
—Come? Spiégati!… "Quello che bisogna fare?…" Perchè subito ti arrabbi con me?…Sei in collera?—domandò il giovanotto andandole così vicino, per vederla negli occhi, da sfiorarle, da toccarle il braccio col suo braccio. E poi soggiunse con passione:—Parlo così per tuo bene: perchè ti voglio bene e quel Kloss è capace di tutto!
Nora non rispose: continuò a camminare, sempre diritta, dimenandosi elegantemente colla bella persona.
—Nora!… Nora!…—esclamò il povero ragazzo, con un'espressione appassionata, disperata, in cui c'era tutta l'anima sua, tutta la vita sua.
L'altra si fermò di colpo. Poi cominciò a parlare concitata, agitatissima. Che quelli che passavano, o stavano seduti sulle panchine, la guardassero pure: non le importava più niente. Le importava di spiegarsi, di dir tutto, di finirla una buona volta!
—Guarda come son conciata!—e sollevando un po' la veste, mostrò la scarpettina elegante, aggiustata con una pezzetta sul fianco.—Ho le scarpe rotte: e queste sono le migliori. Guarda,—e gli mostrò gli occhielli logori e la fodera rappezzata della giacchetta,—e non ne ho un'altra. E nella mia camera manco di tutto; e anch'io stamattina non ho fatto colazione: un po' di caffè col latte. E tutti i giorni il tormento dei debiti; la paura di qualche scenata. E credi che io voglia adattarmi a far sempre questa vita impossibile, da cani?… Ah no! Piuttosto vado in America a cantar nei caffè!
—Certo,—esclamò il Laner, trionfante. Non gli aveva fatto impressione la tirata dell'America: era una delle solite frasi, tanto per dire. Ma era contento della collera di Nora, del suo sdegno che credeva tutto rivolto ormai contro lo zio Matteo, e la vita "da cani" che lo zio Matteo le faceva condurre.
—Certo! Hai ragione! Mille ragioni: bisogna finirla!
La ragazza capì subito lo sbaglio.
Come?… Crederesti che io voglia finire da una parte, per ricominciarla dall'altra?… Piantare lo zio Matteo, aver dei dispiaceri, sembrare un'ingrata, perchè? Per andare con un altro a fare la stessa vita? Anzi peggio, perchè potrebbe capitare anche la miseria dei bambini da allevare, da curare, da mantenere, per crepar d'inedia tutti insieme!—No, caro mio, no!—Io sono una ragazza onesta e preferisco dirtelo prima; finchè c'è tempo, per tutti e due. Io non mi sento nata per i sacrifici, per gli eroismi, per stentare la vita tutti i giorni; ma almeno, sono sincera, e ho il coraggio di dirlo prima, francamente. Ti sembrerò cattiva, senza cuore, leggera, quello che vuoi. Ma preferisco dirlo oggi, finchè tutti e due siamo liberi e possiamo rimanere buoni amici, piuttosto che commettere, dopo, uno sproposito, fare un colpo di testa, piantarci allora, un bel giorno, quando fossi tua moglie, e non ci potessi più resistere.
—Dio! Dio! Dio! Ma era vero?—Pietro Laner la guardò.
Nora, accesa, rossa in viso, aveva le narici e le labbra frementi, il petto ansante e in mezzo alla fronte la piccola ruga sinistra, bianca e sottile come una cicatrice.
—Dio! Dio! Dio! Ma era vero? Era Nora, la Nori che parlava così? Tutto era finito? E nel suo cuore, nella sua mente, quella parola "finito! finito!" pareva ripetersi, diffondersi; pareva prorompere, ripercuotersi nel vuoto:—Finito! Finito! Tutto era finito!… Dio! Dio! Dio!—Non aveva più forza, non aveva più voce. Soltanto quella parola, e l'idea tetra, accasciante, spaventosa.—Finito! Tutto era finito!…—Una solitudine immensa, desolata. Più ancora del dolore, della disperazione, era un senso cupo, profondo di sgomento. Morire! Morire! Oh la consolazione di poter morire, di sprofondarsi lì, sotto terra; di non vedere, non sentire, non soffrire più niente!
Il povero ragazzo, curvo, colla faccia dentro il bavero alzato del paltò, tremava tutto convulsamente; quando voleva parlare le parole rimanevano rotte dal batter dei denti. La guardò ancora, ancora…. colla vista oscurata dagli occhiali pieni di lacrime.
—Ma pure era lei…. Era Nora…. Nori, che camminava diritta, colla persona alta, bella, che pareva come illuminata dallo splendore dei capelli biondi. Era Nora, col passo ritmico e sicuro, risonante nell'ombra quieta del viale, sotto i tigli, Nora, Nori che camminava diritta, sempre diritta per la sua via, come il destino.
Pietro Laner, così misero, così infelice, si sentì vicino, accanto a Nora, ancor più oscuro, più umile; e timidamente, ma con tutto il fervore di quella grande angoscia, la pregò, la supplicò. Era la sua divinità che pregava; era la sua Madonna sfolgorante; e le domandava la grazia della vita.
—Ritorna buona!… Ritorna buona!… Ritorna la Nori, la mia Nori—e aggiunse per smuovere la sua ragione, dopo aver tentato di toccarle il cuore.—Lavorerò giorno e notte. E poi devo avere le ventimila lire.
—Ci vuol altro che le ventimila lire!—rispose Nora sorridendo sdegnosa, con un'alzata di spalle.—Lavorare?… Tu poi, che non hai il talento del mestiere, le risorse che può avere lo zio Matteo. Ci vuol altro!
A questo punto fu tutta una sollevazione, una ribellione nell'animo di
Pietro. Egli sentì l'offesa ancora più forte del dolore.
—Ah no! Questo no! Non ho il talento di essere una canaglia come tuo zio! Di essere un truffatore, un ladro, come tuo zio! E nemmeno di essere "onesto" a modo tuo. Di quella onestà che tu vanti. Di quella onestà che è una vergogna, una menzogna, un'infamia. Ah, l'ho capito il tuo giuoco "onesto!" ho tutto indovinato.—Innamorato sì, lo sono stato, ma imbecille no; imbecille mai!… Il tuo gioco e la tua onestà, è visibile, è chiara, è sconcia! Ti eri messa d'accordo con tuo zio per ingannarmi, e poi adesso mi pianti per i milioni del Kloss! Eccola la verità! Ecco la tua onestà!… Per essere falsa, come tu sei stata falsa con me, per trattar così bassamente dopo avermi tanto ingannato, devi essere diventata, o stai per diventare, l'amante del Kloss! Sì! L'amante del….
—Signor Laner!—intimò Nora con voce sommessa, ma così vibrata, da fermarlo sull'attimo.—Signor Laner!—Era livida, contraffatta: lo fissò cogli occhi torvi, saettanti la collera, il disprezzo, l'odio: lo vide diventar pallido, esitare…. Lo fissò ancora, poi con un'alzata di spalle, con un ultimo atto di disprezzo,—buon giorno!—borbottò seccamente, beffardamente e se ne andò piantandolo solo.
Pietro rimase immobile, muto. Lungo il viale di tigli sentì dileguarsi il fruscìo delle vesti, il rumor dei passi ritmici, sicuri. Si guardò attorno come per cercarla…. Era solo. Non si mosse, non fece un passo: rimase così, immobile e muto, senza una parola, senza una lacrima.
Matteo Cantasirena declamava, lamentando le lunghe assenze di Nora.
—Oh, si figuri!—esclamava la Gioconda.—Comincia troppo presto a predicare! Non sono ancora le due; fino alle cinque, verso l'ora di pranzo, la signorina Nora non si lascia più vedere!
Ma il Cantasirena continuava lo stesso. Costretto a restare in casa perchè gli era morto il Rinnovatore, e per paura dei "tirolesi", si sfogava a predicare l'ordine, la morale e gli ideali. Colla veste da camera color marrone, strascinando i lunghi cordoni rossi, passava dal salotto alla cucina, e dalla cucina allo studio, sempre colla voce in aria, declamando. Con Evelina, che continuava a scrivere il suo Dizionario, si sfogava contro l'ingratitudine dei "patriotti viventi" e ripeteva, forse per la ventesima volta: "Quell'asino del marchese Duranti, in sospeso!… Ha sempre amoreggiato coll'Austria!…—Ma procura di mettere un po' d'ordine su questa tavola. I piatti colle bozze di stampa, il gatto colle mie note!" "Ft!… Marche!…" e Numa spariva sotto il canapè, dopo aver ricevuto una staffilata forte, sulla groppa, colla nappa e il cordone della veste da camera.
In cucina, il Direttore guardava nelle pentole, nelle casseruole; e con un braccio attorno alla vita della Gioconda, e stringendo colla sua affettuosità paterna il bel servone contro il petto, assaggiavano insieme, sulla stessa forchetta, un pezzetto di stufato, o sorbivano il consommé un po' per uno, nel mestolino. E negli intervalli egli continuava a predicare contro "E-le-oo-nò-ra".
—Questo andare in giro tutto il santissimo giorno, senza che io sappia dov'è, dove va, cosa fa, non è bello, non è decoroso, non è morale! La gente fa presto a sparlare, e l'onore di una ragazza è subito compromesso. Se quel tanghero del signor Laner non sa imporsi, non sa mettere un po' d'ordine, ci penserò io. Vita nuova!
E diceva alla Gioconda che Eleonora non lo faceva presagir bene, perchè mancava di idealità.—Senza ideale,—e intanto continuava a stringere la serva,—l'arte diventa una fotografia, la famiglia, un albergo.
Poi, frugacchiando nello studio, gli tornava a ronzare nel cervello quella certa idea che sarebbe stata davvero colossale.—La Navigazione Cisalpina!—Perchè no?… Perchè no? Trovare un bel nome, che faccia effetto, da mettere alla testa del Comitato. Trovare un argomento, una ragione forte, incalzante per aver l'appoggio e anche i denari dal governo….—una grande campagna elettorale per esempio, fatta nel nome della "Navigazione Cisalpina" e con tutto l'esercito degli interessati….
Ma il Comitato, il bel nome, il governo, la "Navigazione" gli facevano risovvenire del più importante: delle cinquecento lire che gli doveva mandare il Brunetti; e allora andava sull'uscio dello studio e si metteva a gridare:
—Ma Taddeum! Quella tartaruga di Taddeum è tornato sì o no?
Era la seconda volta che lo aveva mandato dal signor Brunetti. La prima, con una lettera in cui gli diceva che gli mandasse, intanto, anche solo quattrocento lire; poi un bigliettino:—Che si mettesse in quattro, che si facesse in pezzi, ma almeno trecento, gli occorrevano sul momento."
La Gioconda rispondeva che Taddeo non si era visto: il Direttore pestava i piedi, sbatteva gli usci, e tornava a domandare di Eleonora e tornava a predicare sulla condotta impossibile di quella ragazza senza testa e senza cuore. E sempre ripeteva con forza: "senza cuore per nessuno!"
Finì col sedersi vicino a Evelina, dopo aver cacciato Numa fuori del salotto, buttandogli dietro un vecchio ombrellino rotto.—Ft! Marche!… Quella bestiaccia infingarda e golosa non la poteva soffrire!
—Il marchese Duranti lo farò io!… E comincerò da suo padre, che ha firmato il famoso manifesto a Francesco Giuseppe!—Poi, siccome aveva volontà di sottoporre Evelina ad uno de' suoi soliti interrogatorii, di quando non aveva altro da fare, prese via la penna dalle dita umide della ragazza e abbassò il coperchio a molla del calamaio.
—Lascia un po' stare tutta quella gente! Una massa d'ingrati! Non val la pena di metterli in luce. Piuttosto bisognerà dire alla signora Eleonora, che invece di star fuori tutto il giorno, aiuti a mettere un po' d'ordine in questo salotto: faccia qualche cosa anche lei, che lavoriamo tutti!—Poi le domandò piano, rabbonito:
—Credi che Eleonora si trovi col Laner?
Evelina si tolse il pince-nez per riposare gli occhi, e fissò lo zio Matteo, sorridendo.
—Trovarsi col Laner?—Il Laner è in gran ribasso.
—Oh!… Questo mi fa piacere!—Cantasirena si tirò colla seggiola ancor più dappresso ad Evelina.—Ce n'è un altro?
—Forse.
—Chi? Chi?…
La ragazza lanciò un'occhiata verso l'uscio della cucina: la Gioconda poteva sentire.
Matteo si alzò maestosamente, e allacciandosi i cordoni della vestaglia, col bel fiocco in mezzo al pancione, andò fin sull'uscio della cucina.
—Gioconda! Non è tornato Taddeum?
—Nossignore.
—Quel Brunetti è un inconcludente. Un vero pasticcione. "Senza fallo! Senza fallo!" e manca sempre ai propri impegni. Gente screditata! Non trovano la miseria di cinquecento lire!
Finito di brontolare, chiuse l'uscio della cucina, chiuse pure quello del salotto, e tornò a sedersi accanto all'Evelina, battendole colla mano sulle ginocchia puntute e sottili come quelle di un ragazzetto.
—Chi è? Chi è?…
—Ce ne son due.
—Due?
—Ma non so qual è dei due quello che faccia davvero, o che sia il preferito.
—E…. chi sono? Chi sono?
—Il duca di Casalbara e il banchiere Kloss.
I due nomi fecero una grande impressione: lo zio Matteo li ripetè quasi macchinalmente, scandendo le sillabe.
—Il duca, il senatore Giovanni di Casalbara? Il banchiere, il commendatore Francesco Kloss?…—Si alzò, accarezzò, prendendole fra le sue mani, le guance in sudore di Evelina, e la baciò sui capelli fini e radi, con tutto un mugolìo di tenerezza.
—Fanciulla mia cara! Raccontami tutto; tutto quanto, tutto quello che sai!
Evelina non aveva molto da raccontare, perchè poco ne sapeva, e anche a quel poco, era arrivata per induzione. La Nora era sospettosa, e stava in guardia. Temeva forse che le volesse fare la spia con Pietro Laner!
Matteo Cantasirena la interruppe:—Dunque? Dunque? Cos'hai potuto sapere?
Evelina raccontò che le erano venuti i primi sospetti, per il gran cambiamento di Nora verso Pietro Laner: le era diventato uggioso, antipatico….
—Ha ragione. Mi sono ingannato anch'io sul conto di quello spiantato!
—Sono stata attenta, e ho notato i due che passavano, ripassavano…. e quell'altra, che correva alla finestra e poi si vestiva in fretta, scappava giù, in istrada…. e i due dietro, a braccetto.
—A braccetto?… Insieme?
—Insieme.
—Lettere?… Hai visto lettere?
—No.
—Ma si trovano? Si parlano?
—Credo…. dalla Schönfeld.
—Dalla Schönfeld?… Siamo a cavallo.
Certo, Matteo Cantasirena aveva subito pensato che quei due non avevano messi gli occhi addosso alla "sua figliuola" con le più sante intenzioni, ma non dubitava punto, ad onta delle precedenti invettive, della testolina quadra, e dello spirito accorto di Nora. E intanto c'era questo di guadagnato: il matrimonio con quel pezzente, taccagno, del Laner andava in fumo.
Per guidare, e al caso far nascere gli eventi, c'era lui, lo zio Matteo, che sarebbe stato ad occhi aperti. "Era una vera passione, irresistibile?" E allora colle figliuole, col sangue di Matteo Cantasirena non si scherza!—Era una semplice flirtation?—Il Dizionario dei "Patriotti viventi" sarebbe stato messo a disposizione del Casalbara e del Kloss… tedesco questi, ma non monta: patriotta della finanza, della fratellanza fra i due popoli e poi, come banchiere, patriotta…. internazionale!
—Ma che!—esclamò ad un tratto il Direttore, alzandosi e parlando forte, benchè parlasse soltanto a sè stesso.—Ecco il nome, il bel nome che può produrre un effetto magico!
In quel punto tornò Taddeo colla risposta del Brunetti. "Fino alle cinque era impossibile, e anche alle cinque non era sicuro."
Il Direttore corse nello studio e scrisse in fretta un terzo bigliettino.
"Finalmente, impegnando la vostra parola d'onore per il più scrupoloso silenzio, posso mettervi a parte del segreto. Vi piacerebbe il nome del senatore Giovanni di Casalbara? Oppure quello del commendatore, del banchiere Francesco Kloss?—Non dite una parola. Pensate che la più piccola imprudenza, può mandar tutto a monte. Vostro
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