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Ferdinando Fontana

Nabuco


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066072537

Indice

L'ORRENDA MACCHIA

PREFAZIONE

ALLA MIA PALMIRA

IL POEMA

PERSONAGGI

PROLOGO

ATTO PRIMO

SCENA I

SCENA II

SCENA III

SCENA IV

SCENA V

SCENA VI

SCENA VII

SCENA VIII

ATTO SECONDO

SCENA I

SCENA II

SCENA III

SCENA IV

ATTO TERZO

PARTE PRIMA

SCENA I

SCENA II

SCENA III

PARTE SECONDA

SCENA IV

SCENA V

PARTE TERZA

SCENA VI

ATTO QUARTO

SCENA I

SCENA II

SCENA III

SCENA ULTIMA

FINE DEL POEMA.

ERRATA—CORRIGE

L'ORRENDA MACCHIA

Indice

F. FONTANA
NABUCO

(Concorso SICCARDI)

Nabuco il Grande re di Babilonia, figlio di Nabopolassar, assediò due volte Gerusalemme e conquistò la terra. Orgoglioso delle sue vittorie, osò credersi superiore a Dio, che lo punì rendendolo pazzo; sicchè egli andò errando come bruto nelle foreste. Non ricuperò la ragione che poco tempo prima di morire.

LA BIBBIA.

PRESSO L'AUTORE-EDITORE

Piazza Monforte, 1

MILANO

LECCO 1893

Tipografia e Cartoleria A. ROTA

PREFAZIONE

Indice

Questo poema,—benchè opera a sè,—nella mia mente di autore-editore è il primo volume d'una Collezione che avrà per titolo generale «L'orrenda Macchia» e nella quale è mio desiderio di pubblicare scritti d'ogni sorta e d'ogni autore che giovino alla propaganda contro la guerra.

Oggi, iniziandola col Nabuco, mi sia permesso, oltre qualche idea fondamentale, d'esporre anche i criteri speciali, che mi indussero a comporre un poema, anzichè un lavoro letterario di indole diversa.

*

La fine del nostro secolo, caratterizzata dagli eserciti immani, rassomiglia ad una foce strozzata da rupi enormi, alla quale faccian capo molti fiumi. Tutte le grandi quistioni, che agitarono sempre l'umanità, vi ribollono e vi rigurgitano, volendo ogni onda, ogni opinione passare per la prima; ma, fino a quando le rupi enormi—gli immani eserciti—staranno, sobboliranno invano le contese di priorità e rigurgiteranno ben anco in dolorose reazioni, poichè la paralisi, cioè la confusione, cioè la menzogna (che è il peggior male di tutti!), laddove impera lo spettro della guerra, si impadronirà sempre più di ogni partito, accada ciò nelle monarchie o in una repubblica come la francese.

Mentono infatti i conservatori d'ogni tinta, chiusi fra le crescenti spese d'armi, che la loro politica richiede, e la necessità di non poterla abbandonare; e si cammuffano da liberali, persino da socialisti, pur di procrastinare la propria rovina. Mentono i repubblicani delle monarchie e quelli della repubblica francese: impotenti i primi a smuovere popoli inermi, dinanzi ai quali stanno falangi tanto raffinatamente armate, da valere ogni loro soldato un battaglione di vent'anni fa; impotenti i secondi a fondare una vera repubblica, cioè federale come la svizzera e l'americana, e a compiere le riforme sociali, sola missione che possa avere una repubblica moderna. Mentono persino i socialisti, che, pur tanto numerosi e tanto bene organizzati in Germania, anzichè poter mettere in pratica il loro programma, debbono ancora, o chinar la testa agli ulani minacciati dall'imperatore, o limitarsi a lottare, sul campo ristretto d'un parlamentarismo eunuco com'è il tedesco, contro un'aumento di spese militari.

La necessità prima, dunque, la più urgente, è quella di abbattere quelle rupi; e il prender parte all'agitazione di chi mira a tale scopo è obbligo di ogni uomo che voglia pretendere il nome di civile, qualunque sia la sua opinione politica. Poichè, egli non può accampare il solito sofisma: «esser la guerra una necessità storica» dovendo parergli evidente che le necessità storiche sono un derivato puro e semplice degli ambienti sociali; sicchè, se in tempi dal giure ristretto, quasi ancor schiavo della forza, poteva esser necessità il mantenimento della guerra, nei nostri, dal giure allargato, cioè capace di surrogarsi ai metodi arcaici della forza, diventa appunto necessità storica la sua abolizione.

Nè queste ragioni son di quelle, come si suol dire, campate in aria; no; poichè già abbiamo popoli che ce le mostrano ogni dì in pratica, quali la Svizzera e gli Stati-Uniti, che—per consenso universale,—sono a fatti più innanzi di noi nei metodi di civiltà.

Ivi la donna (pietra ai paragone, questa, per i popoli e per gli individui) è meglio trattata; non da mercanti di schiave truccati da cicisbei, come da noi, ma da galantuomini: nell'educazione, nelle leggi; tantochè essa può sperarvi molto meno lontana la propria compartecipazione alla vita politica. Il fanciullo più amato, non vezzeggiato soltanto. Il debole meno schiacciato dalla forza brutale, da balzelli, dal caro dei viveri, dalle fiscalità.¹ Il giure così perfezionato da render sacra l'ospitalità ai perseguitati politici. L'istruzione diffusa, larga, popolare. E, finalmente, i partiti politici, base prima della vitalità d'un popolo, nettamente definiti; non essendovi possibilità di confusione là dove tutte le opinioni possono essere ampiamente discusse, non soffocate da quei cannoni, i quali, come argutamente disse Filippo Turati, «hanno sì le bocche rivolte al confine, ma sparano dalla culatta».

¹ Negli Stati-Uniti le leggi obbligano il Governo a non far lavorare più di 8 ore tutti i suoi impiegati ed operai; colà non esiste il terribile libretto degli operai, il salario dei quali è, in media, 4 volte maggiore di quello d'un operaio italiano, mentre i viveri vi sono più a buon mercato che in Italia; colà finalmente gli operai sono armati, tantochè, prima di porsi in sciopero, gli operai di Homestead poterono esercitarsi alle armi liberamente su piazze pubbliche, preparandosi alla difesa!

*

Poichè è bene intenderci: Coloro che accusano gli amici della pace di voler ridurre gli uomini ad esser conigli o capponi, non possono essere che sciocchi o gente in mala fede; l'opera degli amici della Pace mirando appunto evidentemente allo scopo diametralmente opposto.

No, non contro la difesa delle genti, ma contro l'offesa, muove la propaganda degli amici della Pace, dei demolitori dei grandi eserciti; essa mira, non a togliere le armi che ognun può impugnare a propria salvaguardia, ma a sciogliere la coalizione delle armi fatta a danno di tutti; non a toglier la rivoltella a chi deve attraversare un bosco, ma a strappar i tromboni dalle mani dei briganti che attendono al varco.

Ciò è tanto evidente, che gran parte della loro propaganda ha per argomento la Nazione Armata e che i migliori loro uomini, come il Colajanni, ad essa dedicano attività di studi indefessi[1] volgarizzando, sì, l'odio all'arme liberticida, disumana, ma, in pari tempo, l'amore all'arme che si brandisce per il diritto; dimostrando a luce meridiana, che, perchè la guerra non sia, occorre che tutti abbiano un arme; che quello delle armi non deve essere un mestiere, ma un diritto; che padrone dell'armi deve essere soltanto il popolo, la collettività, non una parte sola di esso; che la sola forza di un paese sta nel programma: «Tutti militi, nessun soldato» La qual cosa accade appunto nella Svizzera; laddove, (secondo gli stessi scrittori appartenenti ad eserciti permanenti) non solamente lo spirito militare è senza paragone immensamente più sincero, la mobilitazione più facile, la difesa sacrosanta della patria più sicura; ma la pace vi è naturalmente mantenuta, poichè ogni infame idea di conquista, cioè di aggressione alla patria altrui, vi sarebbe impossibile, chè gli stessi cittadini si solleverebbero contro a colui che osasse loro proporla, adoperando così quelle loro armi non per la guerra, ma contro alla guerra. Forte popolo, forte davvero, perchè fornito del buon senso di quel barcajolo, (di cui, forse, leggerete più innanzi) il quale, interrogato se in certo viaggio dovevasi portare una spada, che pur aveva servito a orribili gesta, esclamava:

Un arme?… Sempre!… Finchè è tristo il mondo!

¹ Vedi Rivista Popolare fascicoli III, IV e V. (Luglio—Settembre 1893)

*

Chi non vede queste cose è un cieco; chi le vede e le nega è un iniquo; chi, giudicando l'età presente alla stregua delle passate, va predicando che i «bagni di sangue» sono necessità storiche è un rètore; chi crede che l'umanità potrà progredire,—cioè perfezionarsi fisicamente e moralmente, strumento vivo (nelle mani d'una forza ignota) la cui missione è di debellare la materia colle scienze, colle arti, con ogni umano ingegno—senza sciogliere prima la coalizione degli eserciti, senza prima escludere le cause d'ogni terrore, d'ogni inciampo, d'ogni indebolimento, d'ogni impellente menzogna giornaliera, che la obbliga a vivere nel minuto e non nel tempo,—costui è un visionario; chi odia la guerra e non offre, per quel che vale, la propria forza a coloro che si agitano per abolirla, è un vigliacco.

E poichè in memoria di quell'uomo veramente civile che fu Francesco Siccardi, l'Unione Lombarda fece appello agli scrittori italiani per un opera letteraria, che rispondesse e giovasse ai suoi ideali, io credetti mio dovere di scrittore e di uomo civile di rispondere a quell'appello presentando al pubblico questo poema drammatico.

*

E qui, certo, qualcuno esclamerà: «Un poema drammatico!…—Ma credi proprio tu, che questa fosse la miglior forma letteraria, che potevi scegliere, specialmente a questi lumi di luna di verismo, e specialmente ora (e si può dire da molti anni) che i versi trovano, sui palcoscenici e nelle platee, avversari così numerosi e quasi nessun amico?»

In parte rispondo nel Prologo a queste osservazioni. In linea generale rispondo quì:

Il temperamento letterario italiano è innegabilmente lirico: lo provano le schiere innumerevoli dei nostri musicisti; lo prova il fatto, che, non soltanto furono e sono poeti due terzi almeno dei nostri grandi scrittori, ma poeti furono altresì la maggior parte dei nostri grandi uomini; che poeti furono: e scultori come Michelangelo, e pittori come Salvator Rosa, e principi come Lorenzino De-Medici e Vittoria Colonna, e prosatori come Boccaccio, e statisti come Macchiavelli, e matematici come il Vinci; e furon persino uomini di governo Dante stesso ed Ariosto.

Aggiungasi l'attitudine al verso ed al canto delle nostre plebi; la devozione con cui, a Napoli, a Palermo, a Roma, il popolo oggi ancora sta a sentire i declamatori della Gerusalemme e dell'Orlando; i molti poeti vernacoli d'ogni provincia d'Italia (notate: quasi nessun prosatore vernacolo!) cioè i poeti più ingenui, direi quasi più indigeni, fra i quali molti sommi davvero e innegabilmente eguali, se non superiori, a poeti e scrittori nella lingua nazionale, come il Porta, il Meli, il Belli.

Che più!—Dopo tante lotte e tanti trionfi alterni di classici, di romantici, di veristi, ecc.; dopo tanta letteratura di indole così varia e così mirabile, che ci venne d'oltr'alpi, il temperamento lirico degli italiani è rimasto tal quale; sicchè si può affermare con sicurezza che basta ricordare i Sepolcri del Foscolo, tanto al più raffinato critico guanto al mediocrissimo dei lettori d'Italia, perchè la loro ammirazione scoppi egualmente sincera, come se tutta l'intima loro natura si risvegliasse, non sminuita neppure dal giusto tributo offerto ad altre forme letterarie nostrali o forestiere che sieno.

*

Ma il temperamento italiano non soltanto è lirico, è altresì teatrale.

I nostri musicisti, infatti, sono quasi esclusivamente operisti; l'opera, anzi, è nata qui. Il risorgimento delle lettere vi dà, addirittura ai primordi, commedie dello stesso Macchiavelli e di Bruno, insuperate ancora nell'arditezza. Il poema di Dante si chiama Commedia! Decisamente il teatro noi italiani l'abbiamo nel sangue, se—come alla lirica—statisti e filosofi al par di quelli, gli dedicano parte della loro vita.—L'abbiamo tanto nel sangue, che gli anglo-sassoni ci chiamano persino una «nazione teatrale».—Al che si potrebbe rispondere: che l'indole d'ogni popolo è fatale, ed ognuno—anche l'anglo-sassone—ha la propria, coi suoi difetti e colle sue virtù, colle sue esagerazioni e coi suoi equilibri. Ma si potrebbe soggiungere: che, per noi, il conservar questo temperamento teatrale è quistione anche di gratitudine; poichè esso ebbe la benefica influenza di tenerci vivi, nel mondo e fra noi, quando lo straniero ci schiacciava; quando, cioè, non potendo combattere battaglie, Guerrazzi scriveva dei libri, sì, ma, sulle scene, Goldoni era in fiore, e vi risonavano le melodie di Rossini, di Donizetti, di Bellini, di Verdi e i versi di Alfieri, di Niccolini, di Manzoni e di Romani.

Quanto al gusto, alla moda odierna, mi sembra esagerata l'affermazione di coloro, i quali ritengono che al pubblico ripugni il verso sulla scena drammatica.

Al pubblico ripugna soltanto la monotonia, e piace la varietà. Il verso gli venne in uggia quando se ne abusò, come gli venne in uggia la commedia a tesi, e come sta per venirgli in uggia la pochade per lo stesso motivo.—Ma già, nel Prologo, accenno a queste cose; qui mi sia concesso di osservare: che i fatti danno torto, anche nel presente, a quella affermazione; poichè, laddove il verso compare ancora sulla scena drammatica (e non son rare le volte) purchè vi compaja come varietà e non come consuetudine, e purchè gli attori siano eccellenti, il pubblico, specialmente la classe popolare, affolla ancora il teatro più dell'ordinario.

L'esser poi tali rappresentazioni quasi esclusivamente fatte appunto dai migliori attori, dimostrerebbe che esse richiedono maggior ingegno e maggior studio; cioè, che sono, in linea d'arte, d'una lega superiore alle ordinarie; sicchè sarebbe ignobile cosa, non solo il prestar ajuto al pregiudizio che le avversa, ma il non affrontarlo.

*

Dato adunque quest'evidente temperamento lirico-teatrale del popolo al quale io volevo rivolgermi, e del quale io sono parte, dovetti convincermi che avrei fatto opera disonesta—e di fronte ad esso e di fronte a me medesimo—col lasciarmi vincere da quel pregiudizio, il quale, nel rendermi dimentico delle tradizioni sue, avrebbe tolto a me la più preziosa e proficua dote d'un'artista: la lealtà; quanto dire: la franchezza di fare quel che si sente.

E, d'altronde, la forma del Poema drammatico—schiudendomi l'adito ad uno dei mezzi più efficaci di volgarizzamento qual è il teatro drammatico,—mi lasciava aperte anche, in pari tempo, le altre vie letterarie: cioè il libro, la conferenza e la scena melodrammatica.

Nulla infatti impedisce ad un poema (fosse pure il mio)—anzi gli può giovare—di esser letto e ponderato: vale a dire di poter ottenere il giudicio anche di quel pubblico più ristretto, è vero, ma più esigente, che non frequenta il teatro, ma si occupa di cose letterarie.—Quanto al servir di conferenza, G. Giacosa, colla sua Challant, ha dimostrato che in Italia non manca il pubblico da ciò.

Circa la possibile rappresentazione del mio poema le migliori assicurazioni mi furono date da eminenti attori:¹ e A. Ghislanzoni e molti musicisti mi tolsero ogni dubbio riguardo la sua possibile riduzione a melodramma, e alcuni maestri di musica, anzi, mi espressero già il desiderio di mettersi al lavoro.

¹ Giovanni Emanuel mi scriveva: «Non solo credo Nabuco rappresentabile, ma, se messo in scena come si deve, d'esito certissimo. Figurati con che cuore io te lo farei se stessi in Italia, ma debbo ripartire per l'estero…. e tu sai perchè! In Italia, pur non essendo degli ultimi, ed essendo, in ogni caso, fra gli studiosi e coscienziosi artisti, non riesco a…. E dire che ci starei tanto volentieri in questa Italia bellissima!… Il mio sogno era di far quattrini in America per poi tornar quì a dedicarvi all'arte nostra tutta la mia vitalità e la mia esperienza… Ma…. è un sogno ancora!… Basta…. lasciamo le geremiadi. Ti auguro un gran successo».

Mi permetto soggiungere che Nabuco verrà rappresentato dalla nuova compagnia di L. Pilotto e di E. Zaccone.

*

Non tacerò che, oltre le tradizioni del temperamento del popolo al quale io dovevo rivolgermi; oltre l'onestà mia di scrittore, che mi obbligava (anche per il mio meglio) a seguire la forma che sentivo dippiù; oltre lo scopo, non ignobile, parmi, d'andar contro ad un pregiudizio; oltre il criterio, che la forma del poema poteva darmi adito all'opinione pubblica per mezzo di ogni esplicazione letteraria—libro, conferenza, dramma, melodramma;— specialmente questo pensiero «di poter sposare alla musica l'opera mia» mi decise e determinò.

Herbert Spencer ha ragione: «la musica è linguaggio Universale.» Ed è perciò, che, dacchè l'umanità tende ad un ravvicinamento, ad un raggruppamento di tutte le sue forze verso quell'alta armonia di perfezione, che consiste nel maggior dominio possibile della materia (vale a dire nella maggior possibile felicità derivante da giustizia), la musica, presso le società antiche negletta, desta un'attrazione sempre più viva. Nessuna arte, adunque, più della musica,—più di questo linguaggio universale, che ha la magìa di commovere del pari facilmente uomini di disparatissimi paesi,—è meglio adatta a sposare l'idea universale che ispira il mio poema. Pensiero e linguaggio, allora, troveranno la loro completa forma artistica.

Certamente un poema non può essere un trattato, un volume di dati statistici. Trattati e dati statistici avranno il lor posto, del resto, nella Collezione. Ora è un'opera d'arte soltanto; ed essendo tale, mira, come il Proximus tuus di A. D'Orsi, più che a risolvere una quistione, a tenerla viva, a chiamar a raccolta tutti coloro nei quali sta il germe della risoluzione.

«La strofa d'oggi sarà un'articolo di codice domani» scriveva A. Ghislanzoni.

Sicchè l'opera mia,—per quel che vale,—avrà raggiunto il proprio scopo, se susciterà, almeno in un solo dei suoi lettori e ascoltatori, il desiderio di passare, eccitato dalla strofa, al campo del codice,—dal sentimentale al positivo;—il desiderio, cioè, di studiare gli scritti, che uomini eminenti, come il Siccardi, dedicarono a questa nobilissima causa.

ALLA MIA PALMIRA

Indice

IL POEMA
PERSONAGGI

Indice

IL PROLOGO

NABUCO

DAÌRA

ARGIASP

ZALA

JEROBOÀM, Esseno

AFRAISAB, gigante

KUNAREND |

BÈRHAM |

DARAB |

GHEV | Capitani

BALTAZÀR |

FASKUN |

LORASP |

TOGHRUL |

GURGHIN | Cortigiani

NUSHÈH |

MAHAFERID |

GERIRÈH | Dame

EFRAIM, schiavo ebreo

JERAK, mago

ORMUZDE, battelliere

Soldati—Satrapi—Sacerdoti—Schiavi medî, egizi, sciti, ebrei—Dame, Danzatrici, Citarede.

A Babilonia.—600 a. C. circa.

PROLOGO

Indice

Io sono il vecchio Prologo, ma vecchio

Così per dir; poichè l'Arti non hanno

(Ed il Teatro, mio padron, con esse)

Un'età. Ben lo so: la moda e il gergo

Dei critici, talor, sembrano imporre

All'Arti Belle coll'età un costume….

Ma ridon l'Arti di critici e mode!

Figlie d'un Vero, che Finzion si chiama,

Piace ad esse vestir gli idoli e l'are

In varie foggie. Ad ogni nova foggia

I critici invasati afferman «quella

«Esser la sola che accettar si debba».

Ma ancor finito d'affermar non hanno,

Che i devoti s'annojano, esclamando:

«O classici, o romantici, o veristi, «Siete uguali per noi!… Se mutar foggia «Vi garba,… meglio!… A noi basta del Nume «La presenza sentir!»

Ond'è, signori,

Che il buon pubblico ancor del pari ammira

Goldoni e Shakespear, Ibsen e Labiche;

Nè, forse, gli dorrà che sia poema

Questo spettacol scenico, per l'alto

Concetto suo.

Lagrime e sangue grondano

Della Storia le pagine; e di tante

Vittime e tante, che immolò la guerra,

Ignoto è il nome; sol vive il ricordo

Dei più truci carnefici.—Felici

Furon costoro almen?—No!—Dell'umana

Letizia fecondar non può le ajuole

La rugiada del sangue.—Da quei campi,

Ove sepolti i cadaveri a mille

A fior di terra stanno, o abbandonati

Tra solchi immondi, un vibrïon s'aderge

A vendicarli!—E te, forse, alla gola

Ghermì a Sedan, o Federico, o biondo

Imperator, che pur mite nascesti;

E te, o Nabuco, al cerebro ghermìa.

Or dunque, o genti, perchè ancor vorreste

Esser vittime voi, se neppur dànno

Felicità ai carnefici quel sangue

Che per lor voi versale, e quelle lagrime

Che versano per voi le vostre donne?

Qui Nabuco evochiamo; ed egli stesso,

Egli, l'orrendo sacerdote antico

Di questa orrenda religion dell'armi,

Urli e ripeta colle labbra sue:

«Anatèma alla guerra!»

Del poeta

Questo il pensiero,—A lui, siate cortesi.

ATTO PRIMO

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Nella reggia di Babilonia.—Grande atrio in fondo.—Al di là dell'atrio vasto terrazzo, dal quale, per uno scaleo, si scende al cortile d'onore.—Il trono a destra, verso il proscenio.—Sul trono lo scettro e la corona.

SCENA I

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DAÌRA e ARGIASP

(Daìra vien frettolosa dalla destra, in fondo—Argiasp l'insegue).

ARGIASP

Perchè sempre mi sfuggi?

DAÌRA

E perchè sempre

Mi segui tu?…—La figlia di Mitràne

Io sono; di colui, che fra i nemici

Fu di tuo padre.

ARG.

E n'hai tu colpa?…

(dopo averla amorosamente fissata un istante, prendendole una mano)

Vuoi

Esser mia sposa?

DAÌRA (ritraendosi)

No….

ARG.

Chi preferirmi

Dunque potresti?…—È vero, io re non sono;

Ma Nabuco, partendo, a me affidava

Il poter suo; sicchè nessun m'è eguale.

Polvere son gli umani eventi. Il soffio

Del destin li sconvolge e li rimuta!

È Nabuco lontan; per lui qui stanno

La lealtà d'Argiasp, i parassiti

Della sua stirpe, e l'eco affascinante

Delle vittorie sue.—Ma s'ei morisse?…

S'io lo tradissi?… Se, genìa mal fida,

Dei cortigiani il gregge a un re novello

Rivolgesse la fronte, e la vittoria

A lui le terga?—Qual sarebbe allora

La tua sorte, o fanciulla?…—Io sol salvarti

Potrei…. se m'ami….

DAÌRA

E s'io non t'amo?

ARG.

Ha l'odio

Ardenti impeti in me come l'amore!

DAÌRA

E sia. Dunque al tuo amor dica il tuo odio:

ch'io non lo voglio; e all'odio tuo l'amore

Risponda: ch'io non so temerlo.

(fa atto d'allontanarsi)

ARG.

(le prende un lembo della veste per trattenerla e, inginocchiandosi, lo bacia).

Ah…. no….

Fèrmati!

DAÌRA

Addio!

(Essa gli strappa il lembo dalle mani e scompare per lo scaleo, mentre, a destra, sopravviene Zala).

SCENA II

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ARGIASP—ZALA

ARGIASP (in ginocchio)

Io maledico, o Sole,

Al tuo splendor!… Di qualche torvo incanto

La preda io son, perchè ai suoi piedi io possa

Così strisciar!

ZALA

E tu esser re dovresti!

ARG. (alzandosi)

Non l'han voluto i Numi eterni….

ZALA

I Numi

Stan coi forti soltanto! Ancor Nabuco

È lontano, fratello.

ARG.

E la mia fede

Sacra.

ZALA

No…. infame!… Poichè infame è quella

Che un figlio giura, del padre obliando

Le lagrime e la morte!

ARG.

Io non dovea

Forse giurarla; ma giurarla volli,

E, sacra o infame, la terrò.

ZALA

Stoltezza!

Satrapo di Nabuco esser non puoi

Tu, che suo re nascesti; e, re, è tuo dritto

Stringer fedi e dissolverle.—Ma spense

Adunque in te della lascivia il fango

Ogni scintilla di memoria?—Sei

Tu mio fratello?…—Fu una carne istessa

Quella che ci creò?—Perchè non io

All'armi nacqui e tu ai femminei vezzi?

(additando il trono)

Ah,… guarda…. là!—L'ultima volta il padre

Noi là vedemmo; noi, bimbi tremanti

Colle catene ai polsi!… Ei rantolava

Nell'agonia suprema, e si torceva,

Pallido come pario marmo, gli occhi

Sbarrando intorno!… E, dall'aperta gola,

Colava il sangue! Il suo prezioso sangue!…

Il sangue nostro!…—Giù colava a fiotti;

Giù, sovra il petto; giù, sui fregi d'oro;

Giù, sulle gemme, come rosso serpe;

E dilagava a terra, ove vincea

Il color delle porpore!—Ah, potessi

Viva evocar l'abbominevol scena!

Far che nell'aria risonasse ancora

Quel rantolo! E, dal suolo, ove alla figlia

D'un carnefice suo tu ti inginocchi,

Raccôr potessi di quel sangue un grumo

Per gettartelo in volto!

(Acclamazioni in lontananza)

Or quali grida?

SCENA III

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DAÌRA—DETTI

DAÌRA (dallo scaleo, accorrendo)

Oh, la lieta novella!… Il re è tornato!

ARGIASP

Il re?…

ZALA

Nabuco?

DAÌRA

Si…. Fa ressa, intorno

Ad un drappel di cavalieri, il popolo

Alla porta di Belo.—«Il re ci segue!»

Gridan essi, «Lasciateci alla reggia

Recar l'annunzio!»—Ma la folla chiude

A loro il passo, colle mille bocche

Mille domande a lor volgendo.

ARG.

(fra sè, osservando Daìra)

Lieta

Mai la vidi così!

ZALA

(piano ad Argiasp)

Tutto è perduto!

Va…. T'affretta…. Ti prostra!… Io, nella reggia,

Ove nacqui, l'attendo.

(s'allontana a sinistra)

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Возрастное ограничение:
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Дата выхода на Литрес:
16 января 2025
Объем:
60 стр. 1 иллюстрация
ISBN:
4064066072537
Издатель:
Правообладатель:
Bookwire
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