Punita Nella Notte

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Punita Nella Notte
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Giovanna Esse

Ricordate, la tempesta è una buona opportunità per il pino e per il cipresso per mostrare la loro forza e la loro stabilità.

Ho Ci Minh

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Ogni riferimento a persone esistenti e da ritenersi completamente casuale.

© - Giovanna Esse, 2013, 2017

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Indice

1  Uno

2  Due

3  Tre

4  Quattro

5  Cinque

6  Sei

7  Sette

8  Otto

9  Nove

10  Dieci

Uno

Nunzio aveva viaggiato tanto e così, da quando stavo con lui, capitava spesso che andassimo fuori; e questo mi piaceva. Conosceva bene l’Europa che, diciamolo, è tutta molto bella.

Ad aprile siamo stati a Vienna: dal mercoledì al sabato. Lui doveva presenziare ad una fiera del suo settore, qualcosa tipo arte e metodi per l’illustrazione e la grafica.

Durante il giorno me la svignavo e ne approfittavo per visitare quella stupenda città.

A colazione ci si arrangiava, perché poi, la sera, come capita spesso durante questi eventi, ci ritrovavamo a cenare in ottimi ristoranti.

Servizio impeccabile, “allure imperiale” e tante cose buone da mangiare.

Personalmente mi sono goduta di più le verdure, le patate e il riso, perché il loro modo di trattare la carne ma, soprattutto, l’onnipresente aroma di wurstel, non incontrava molto i miei gusti, tipicamente mediterranei.

Poi, devo confessare il mio peccato, cercavo di tenermi leggera, per arrivare affamata a fine pasto.

Nunzio mi aveva consigliato di non perdere di vista dolci e budini, ed io ho obbedito ciecamente, perpetrando veri e propri “blitz” nei confronti dei carrelli, ricolmi di pasticceria.

Alla chiusura della fiera, invece di rientrare subito in Italia, Nunzio propose che facessimo un salto a Bratislava. Disse che c’era stato di passaggio, tanto tempo prima, e che valeva la pena visitarla.

Così, nel primo pomeriggio, partimmo.

Una volta arrivati, scoprii che aveva già prenotato una stanza per il sabato notte, in un albergo, dignitoso sì, ma nulla a che vedere con il lusso dei giorni precedenti.

Mi chiesi quando Nunzio avesse fatto la prenotazione. Comunque, che importanza aveva?

Una volta in camera mi spiegò che aveva preferito un albergo commerciale perchè, quella, era una città particolare.

Aveva una zona turistica “disinfettata” e abbastanza stereotipata ma sicuramente non ricca come Vienna; in compenso, qui era molto piacevole mischiarsi tra i giovani e la gente del posto, per frequentare luoghi palpitanti di vita, durante la sera e la notte. Fui subito d’accordo.

Sono una ragazza senza troppe pretese e poi, Nunzio, non mi aveva mai delusa, turisticamente parlando.

Lungo la strada avevamo mangiato un panino, e appena fatta una doccia, davo per scontato che saremmo andati fuori, ma lui accampò mille scuse e suggerì che restassimo un po’ in albergo a ritemprarci, dopo quei giorni intensi.

Non molto convinta accettai comunque la proposta, pensando che, forse, aveva in mente qualche giochino tipico da camera da letto.

Non mi sarebbe dispiaciuto, visto che tra cene e impegni, nei giorni precedenti, eravamo rientrati talmente tardi, che mi pareva si fosse dimenticato della mia accogliente “farfallina”.

Che delusione provai, quando, dopo avermi abbracciata teneramente, si dedicò con tutto sé stesso, alla ricerca di una pennichella ristoratrice.

L’arietta frizzante di aprile e la stanchezza, dopo un attimo di delusione, si impadronirono anche di me e così riposammo, beati, fino alle sette.

Uscimmo abbastanza rapidamente per la cena; non sono di quelle che amano perdere troppo tempo davanti allo specchio; la sorte mi ha voluto abbastanza bella e proporzionata, tanto da potermi permettere una vita senza troppi compromessi “estetici”, almeno fin’ora.

A trentatré anni le forme però si erano leggermente arrotondate, sui fianchi e sul seno, trasformandomi da snella mannequin a prosperosa modella. I seni erano addirittura passati da una stentata terza ad una prorompente quarta.

Il gonfiarsi deciso delle mammelle, dentro una pelle elastica e robusta, faceva sì che, nonostante la dimensione, le mie poppe, fossero sode ed erette anche senza reggiseno, scatenando le fantasie di amici e colleghi.

La passione per il trekking mi permetteva di tenermi allenata e tonica, tanto da smaltire quegli eccessi di piacere che, a volte, mi concedevo a tavola.

Con Nunzio, raggiungemmo il centro della città; passammo davanti ad un castello imponente ed imboccammo una strada che costeggiava la splendida cattedrale. Poco dopo raggiungemmo un ristorante molto carino, si chiamava: Modrà, credo, e lì mangiammo divinamente.

Non dimenticherò mai un piatto molto diverso dai nostri, di cui conservo nostalgicamente la squisitezza: gli halusky. Somigliano agli gnocchi, ma più saporiti e conditi da un sughetto delizioso. Poi prendemmo del gulasch di manzo, profumato dagli aromi e accompagnato da verdure.

A ripensare a quel giorno, ancora mi torna l’acquolina e, lo confesso, anche un vuoto, una smania nella pancia: come una corrente sensuale, che mi provoca un brivido caldo, dalla spina dorsale fino alla nuca. Probabilmente collego quei sapori al prosieguo di una notte veramente speciale.

- Ma, cazzo, non mi dire che ci siamo fatti duecento chilometri per mangiare? – sbottai, appena rientrati in albergo, ero stufa di quella mollezza nel comportamento di Nunzio. In fondo, erano solo le nove e mezza!

Lui mi guardò divertito e disse, con tono misterioso:

- E chi ti dice che la serata sia finita? Cambiati, donna di poca fede, che tra un’ora ti porto fuori ... – altro sorrisetto malizioso – E preparati ad una notte brava! –

- Ah, volevo ben dire! – gli sorrisi – Siamo vicini alla Transilvania, dopo la mezzanotte, arrivano i Vampiri! –

- Erica – disse Nunzio, prendendomi il mento con due dita – dove ti porterò io, i Vampiri, hanno paura a farsi vedere! – concluse con uno spaventevole “Uhuu, uhuuuuu” da lupo mannaro.

Intanto si dedicava alla sua valigia da cui, a sorpresa, estrasse dei collant neri pesanti, aperti sotto, per lasciare libera la zona erogena.

- Metti questi, la notte fa freddo! – disse.

Guardai quelle calze da sexy shop, ero perplessa:

- Ma guarda che questi sono contenitivi. – infatti erano molto spesse – Non ho mica le varici?! –

- Tu indossali, ragazza e fidati ... del Lupo cattivo! –

Preferii non discutere: mi piacciono le sorprese e amo le novità.

Lui volle decidere anche del mio abbigliamento e continuò a sorprendermi.

Mi fece indossare una mini attillata nera, ed ai piedi dei calzerotti arrotolati e gli scarponi da trekking (li porto sempre con me, non si sa mai).

Per l’intimo, decise per me delle mutande nere, enormi, estremamente elastiche, che avevo preso per i giorni peggiori del ciclo. Sopra, un reggiseno a mezza coppa, con il corpetto, che avevo comprato nei saldi. Una sola volta ci avevamo giocato in una nostra “seratina fetish”: però ero certa di non avercelo messo io, in valigia.

Subito dopo, altro colpo di scena! Mi “regala” seduta stante, una camicetta a quadretti, di una o forse due misure più piccola rispetto al giro del mio seno.

- Questa la può indossare solo la Barbie ... ma come mi hai conciata? – mi guardai allo specchio, schifata – Non penserai che io vada in giro così? Sembro Heidi che va a fare la puttana! - Ma Nunzio mi zittì con un bacio sulle labbra, molto complice:

- Amore, te l’ho già detto, la notte qui è speciale e ci sono localini molto particolari. –

- Ma non capisco quest’abbigliamento, però. - ribattei - Una donna non dovrebbe essere più carina, la sera ... no? – mi aveva abbastanza smontata e mi sembrava di dover partecipare a una festa di carnevale.

Nunzio rise, senza rispondere.

Mi rassegnai ad accontentarlo, sperando di non dovermene pentire. Uscendo dalla stanza, controllai davanti allo specchio in quali posizioni, la mini metteva di più in mostra il mio culetto, per starci attenta, non volevo eccedere e mi vergognavo un po’.

 

Appena fuori, ci perdemmo tra lo sciamare dei ragazzi per le stradine della città vecchia. Le undici erano passate da un pezzo.

Due

Quando, camminando spediti tra la folla, mi resi conto che nessuno mi cagava più di tanto, mi sentii comoda e a mio agio, soprattutto grazie ai miei scarponcini, robusti e leggeri.

Con sorprendente dimestichezza, Nunzio infilò un vicoletto laterale, poi raggiungemmo una stradina che, alla fine, ci condusse ad un piccolo cortile, abbastanza fuori mano.

Una porticina, sotto una scritta fiocamente illuminata, portava ad una scala, che scendeva al di sotto del livello della strada.

Sul cartello di legno, in caratteri al neon, c’era scritto semplicemente: HARD.

Due buttafuori, all’ingresso, ci squadrarono, poi ci lasciarono passare, come se ci avessero riconosciuti.

Discese le scale, arrivammo in un locale, molto più ampio di quanto avessi potuto immaginare. Sembrava un vecchio magazzeno; i soffitti erano formati da volte a botte, che s’incrociavano su enormi pilastri quadrati.

Il rivestimento era a mattoncini rossi, molto vecchi, forse era quello originale; l’arredamento era in legno scuro e anch’esso aveva un aspetto estremamente vissuto ma robusto.

Non c’era odore di umido né aria stantia, era vietato fumare, però il calore umano che emanava dai numerosi clienti era tangibile.

Notai che qualcuno sorrideva a Nunzio, compreso il barista, un bel ragazzo di colore dalla faccia simpatica. Lui, invece, faceva del suo meglio, per evitare di mettersi troppo in vista, come non volesse farsi notare.

- Insomma - gli dissi all’orecchio - qui ti conoscono bene? –

Pronto, rispose:

- Ma che dici? Manco da questo paese da almeno tre anni. L’ultima volta ci sono stato con degli amici... mi sembrò carino. Qui salutano tutti perchè sono socievoli. – Non aggiunse altro. Sedemmo al bancone, sugli sgabelli.

Nunzio ordinò una birra scura, io chiesi un Martini Gold con ghiaccio.

Approfittai della sosta per ambientarmi ... c’era gente ma non era proprio pieno, forse era solo troppo presto per le ore “clou” della serata, anzi: della notte.

Controllai i proprietari di qualche sguardo insistente che mi sentivo addosso, per cercare di capire l’effetto che facevo sui presenti.

Un pizzico di vanità lo devo pur confessare e mi piacque scoprire una punta di apprezzamento e di desiderio in chi mi osservava.

Notai anche, non troppa sorpresa, che, a studiarmi, erano sia maschi che femmine.

Accavallai le gambe con civetteria, stando bene attenta a non mostrare che razza di mutande indossassi... comunque mi sentivo a mio agio.

Era bello constatare che, nonostante l’abbigliamento da gita scolastica, il mio bel corpo non passasse inosservato.

Dopotutto, ero ancora giovane e mi tenevo in allenamento, anche per il piacere di sentirmi sana. Pur non essendo altissima, sono un tipo slanciato con un bel culetto in bella vista, che, in ufficio, cercavo di mascherare con le giacche dei tailleur, per non creare disagio o false illusioni.

Insomma pur essendo sobria e riservata, non ero una bacchettona, anzi.

E questo lato del mio carattere mi piaceva!

Nascondere un po’ la mia femminilità, senza ostentare troppo il mio corpo, era un po’ il segreto della mia capacità di sedurre, volendo... ed al momento opportuno.

Adoravo donarmi al mio partner, soprattutto le prime volte, quando mi scopriva un poco alla volta, lasciandolo sempre più sorpreso e felice dei miei “doni” erotici e sensuali.

Amavo sorprendere insomma ... forse perché, comunque, rappresentava il mio carattere ed il mio desiderio di essere sempre io quella che dirige il gioco.

Nel locale c’erano tavolini e panche, la musica era soft, così come le luci. Solo sul fondo, una zona con più luci, sovrastava uno spazio, leggermente sotto livello, quadrato e spoglio, apparentemente deserto.

Dopo una decina di minuti, sul bordo prospiciente la zona più illuminata, due ragazze presero posizione l’una di fronte all’altra. Erano vestite entrambe col kimono, quello da lotta giapponese. Tenevano una spada in mano, quasi sicuramente finta.

Una era una biondina ma non sembrava slava, forse più inglese, dai tratti. Era leggermente in carne, o solo rotondetta di costituzione, aveva un aspetto abbastanza scialbo, insomma: non era una meraviglia.

Di fronte a lei una ragazza orientale, forse giapponese, dal corpo sottile e flessibile come un giunco.

Qualcuno presentò le due, in inglese.

Una musica ritmata seguiva l’esibizione delle due “gattine”: consisteva in una danza che simulava un combattimento, almeno credo, da lontano non si vedeva troppo bene.

Pian piano le combattenti attrassero l’attenzione su di loro, perché sotto ai Kimono erano completamente nude e totalmente depilate.

Mentre si esibivano, si vedevano i seni e le parti intime, che facevano capolino, sotto la vestaglia bianca, ad ogni mossa che azzardavano.

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